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mercoledì 19 agosto 2015

Germania ingrata e insolemte

Per settanta dei suoi settantacinque anni di vita, la Repubblica Federale di Germania ha avuto bisogno dell’Europa. Fino al 2005 aveva cinque milioni di disoccupati. Fino al 2010 aveva (e ha) le banche più bacate d’Europa, che ha salvato coi fondi europei – la metà meno sanabile del sistema bancario, gli istituti regionali e locali, sottraendo da ultimo alla vigilanza della Bce, questo succedeva appena ieri, naturalmente senza obiezioni. Inutile stare a dire il bisogno di aiuto che aveva la Repubblica Federale, e ha avuto in abbondanza, coi russi in casa per quasi mezzo secolo.
Sono bastati pochi anni, pochi mesi, per trasformare la Repubblica Federale in un’arcigna matrigna. Che governa d’un colpo l’Europa con l’insolenza, facendosi forte dei tanti vassalli balcanici e scandinavi.
Assurdità? Angela Merkel dovrà mendicare i voti in Parlamento per far passare l’accordo Grecia, che peraltro è iugulatorio. E da più parti, non  solo dai leghisti locali, si prospetta un Gexit: la Germania che fa marameo all’euro e all’Europa. Da ultimo lo evoca il professore emerito di sociologia Alber, uno che pure ha insegnato all’università europea di Firenze, su “La lettura” Lo dice per scherzo, ma sempre professorale, come i suoi concittadini
Basta dunque poco ai tedeschi per diventare nocivi¨: la Repubblica Federale sembrava vaccinata contro i virus che hanno infettato il paese nel Novecento, ma evidentemente no. La riconoscenza non ha senso in politica, ma qui è come se l’Europa avesse cullato per settant’anni il drago che la divorerà.
Alber prospetta il Gexit in risposta a Maurizio Ferrera, che gli obietta gli enormi surplus della Germania, contrari alle regole dell’equilibrio commerciale europeo. Ferrera non dice perché. La Germania prospera perché ha distrutto il mercato del lavoro, liberalizzando radicalmente, cerando un esercito di sottoccupati, e passandolo  all’assistenza pubblica. Un dumping sociale, che Bruxelles si guarda naturalmente dal sanzionare, ma che dovrà avere una fine – non si può finanziare indefinitamente otto milioni di minijob, a 400 euro al mese. Inoltre, ha eliminato di colpo sette anni di pensionamento - come poi hanno fatto la coppia Fornero-Monti. Salvo ricredersi dopo solo un paio d’anni e riaprire le porte ai pensionamenti.
Non solo albagia dunque, anche furbizia. La Germania finge di dare lezioni di correttezza e legalità, in realtà bara come e più degli altri. Ma forse il vero problema è un altro: che questa evidenza distruttiva non si vuole “capirla”. Per incapacità? Per un disegno?

Il partito filotedesco

Una riflessione circostanziata e devastante, di Philipe Legrain, economista alla London School of Economics, consulente della Commissione Barroso dal 2011 al 2014, sulle responsabilità della Germania nella crisi, è relegata dal “Sole 24 Ore” all’ultima pagina, senza nemmeno una riga di richiamo nella “prima”-indice del giornale: “Berlino rischia di essere il nemico della Ue”. Non disturbare il conduttore? Abbiamo un partito filotedesco.
Il partito filotedesco è anzi dominante. Avendo qualche confidenza col tedesco, o anche solo con l’inglese, ci si può informare delle cose tedesche ed europee meglio sui giornali e i siti tedeschi che su quelli italiani. Meglio, nel senso di un approccio critico, avvertito, considerato. In Italia invece solo secondo lo schema: la Germania ha ragione, gli altri sono merda. Un partito fortissimo alla Rai e a Milano. Alla Rai che è il Pd, cioè una Dc con altro nome, partito legatissimo ai due partiti democristiani tedeschi. A Milano c’è Monti naturalmente, un sorta di braccio destro di Berlino, ma soprattutto, ora che il professore è un po’ bollito, uno schieramento roccioso al “Corriere della sera” e allo squinziano, democristianissimo, “Sole 24 Ore”: turbe di collaboratori e forti squadre di redattori e inviati presidiano il fronte, apodittici, senza mai un dubbio, Anche quando le politiche tedesche sono palesemente intese a danneggiare gli interessi italiani. Il “Sole 24 Ore” è per questo patetico: dalle precedenti gestioni ha ereditato collaboratori e redattori più critici, che “invisibilizza” con cura: tagli bassi, titoli anodini, al massimo su due colonne, a riempitivo. Il “Corriere della sera”, che ha molti inviati e corrispondenti critici, li ha emarginati

Truculenza democristiana

Sono sempre stati truculenti, con le zanne lunghe, gli artigli rapaci, perfino assassini in senso proprio, ma sempre vellutati. Nei modi, nell’eloquio, nella comunicazione o immagine. Sono da qualche tempo spregiudicati anche all’apparenza, si esibiscono nella loro vera natura: sono i nuovi vecchi-democristiani. Sono Schaüble e, dietro di lui, Merkel, Weidmann, Dobrink e numerosi altri tedeschi., Juncker, Djisselbloem e, in Italia, Renzi. Il rottamatore di Letta, e di mezzo mondo. Che appartiene al Pd, anzi ne è il capo, ma parla solo con i vecchi-nuovi democristiani, in Italia e in Europa: Merkel, Rajoy, Juncker, etc. Non con i socialisti, teoricamente del suo stesso partito: Hollande, Schulz, Gabriel.
E forse è qui l’origine della dissolvenza dell’Europa. Anche perché questi vecchi-nuovi democristiani sono così per non essere più quelli del vescovo, del Vaticano. I quali, non “avendo” più i voti, non gestendoli, più non contano. Per il Vaticano, anche col papa argentino, la pregiudiziale europea è fondamentale, l’Unione Europea. Per i vecchi-nuovi democristiani è solo uno dei luoghi del potere.
Ci sono evidenti incongruenze in Europa, nella guida politica, nella gestione delle istituzioni, a cui non si pone rimedio. E il motivo può essere questo: che per i Dc contano gli assetti di potere, dunque, in questa fase, la Germania. Non il buongoverno, non la soluzione dei problemi, non la scelta delle politiche migliori, ma il mantenimento del potere. Che per i democristiani d’Europa significa anzitutto il mantenimento del potere in Germania – c’è un partito-guida non dichiarato anche  per i Dc, come una volta c’era quello sovietico per i partiti Comunisti: nella guerra fredda, con la Germania divisa, era la Dc italiana, poi è diventata la Cdu-Csu tedesca.

Il mistero dell'impero

Ci fu un rigurgito di colonialismo nel 1947, con De Gasperi, in parte coltivato dal Vaticano, come “sbocco per l’eccesso demografico”: la Repubblica come già il fascismo appena sconfitto, e l’Italia post-unitaria del “posto al sole” – come se in Italia fosse la cosa che manca. La storia sempre riserva sorprese, ma quella dell’imperialismo italiano malgrado tutto è povera. Anche questa di Mola, che lo dice lui stesso.
“Sbrigativamente liquidato come «avventura» di capi politici e militari, come ambizione di una dinastia recentemente affermatasi, frutto esotico del gracile capitalismo nascente, l’imperialismo italiano, spesso riduttivamente denominato «colonialismo», attende ancora un’esauriente ricostruzione storica”. La attendeva nel 1980, quando Mola pubblicò questo repertorio, e la attende ancora. Ora che l’Italia si vuole di nuovo imbarcare in Libia, fra centocinquanta tribù intrattabili, sarebbe opportuno sapere almeno perché.
Mola non tenta un’analisi. Organizza un’antologia di storici settoriali e protagonisti d’epoca (Pascoli, Nitti, Fortunato, Sonnino, Franchetti, Labriola, Corradini, Ferdinando Martini…), sui vari aspetti della colonizzazione. Limitandosi a deplorare che “non si sia sviluppato, in questo dopoguerra, un adeguato dibattito storiografico intorno all’acquisto ed al governo delle colonie”.
Aldo A.Mola, L’imperialismo italiano

Secondi pensieri - 227

zeulig
 
Amore – Ne è piena la poesia, così come è piena di morte, ma nessun poeta è mai morto d’amore – si è consumato per un amore morto, o alla morte dell’amante: ha sempre trovato il tempo e l’applicazione per dirlo. Di dispetto forse qualcuno è morto (gelosia, vendetta), ma non d’amore. Di gioia, di dedizione.

Capitalismo – Indebitamente collegato al fatto religioso, da una andazzo sociologico tedesco tra Otto e Novecento, nato come sociologia del fatto religioso – il nome più cospicuo è Max Weber, forse sotto il pressing del “sistema” hegelo-marxiano, totalitario. Anche erroneamente: la fenomenologia e la simbologia sono diverse. E naturalmente la natura del fatto, oltre alla finalità: il bisogno di arricchirsi, o il bisogno di identificarsi (annientarsi) in una potenza superiore, buona e cattiva che sia. Al fondo, o all’origine, per un sottile antisemitismo: la voglia di collegare il giudaismo al (vile) denaro.
Una sociologia religiosa del capitalismo (con poche eccezioni, una o due: notevole quella di Lujo Brentano, che lo riporta al polemos, la competitività e la guerra). che non vale la pena ripercorrere, ma che si può riassumere in due filoni: una del capitalismo come spesa, anche suntuaria o del lusso (superfluo), da Mandeville a Sombart (ma già realizzate nell’evergetismo); e una del thrift, dell’accumulo, tra sobrietà e rinuncia. Una bipartizione di cui è eccellente compendio, letterario e cinematografico, “Il pranzo di Babette”, il racconto di Karen Blixen trasposto nell’omonimo film di culto. O, in Lombardia, le storie convergenti dei due Borromeo: san Carlo, arcigno e occhiuto controllore, pur nell’opulenza della Controriforma, dei mores  del più remoto villaggio di montagna valtellinese, e il cardinale manzoniano Federico, gran signore, collezionista, committente, munifico, dei cui lasciti Milano ancora si adorna.
È peraltro il lato meno solido, anche argomentativamente, della sociologia delle religioni, di Sombart con l’ebraismo, o di Max Weber con i protestanti. Una volta – Weber - coi calvinisti: il denaro è la grazia. E un’altra coi pietisti, i luterani che Weber trova più affini al cattolicesimo. E che dire della diocesi milanese di san Carlo Borromeo, controriformistica, del “lavorerio” inevitabile, quotidiano, estremo.

Egoismo – È il segno più concreto del genio creativo, da Tolstòj a Parise. Ma dello scrittore, i poeti d’amore compresi, più che del pittore o architetto: la parola più che il segno richiede più attenzione, esclusiva? E dello scienziato puro, matematico. I più non hanno mai avuto legami, né d’affetto né d’amore, e nemmeno di matrimonio.

Heidegger – I “Quaderni neri” delimitano il nazismo di Heidegger, o non lo insinuano più ampio – più radicale? Per quanto brogliacci, e non rivisti per la pubblicazione, sono stai redatti e conservati in vista della pubblicazione postuma, ordinati. Opera dunque di un Heidegger sempre in maschera, maestro di se stesso. Di cui confermano la passione politica, per quanto, appunto, mascherata.
I “Quaderni” confermano la passione politica come la corrispondenza con la moglie confermò l’insaziabile attività sessuale. Può la riflessione farsi indenne attraverso “pensieri ”così pressanti?

Identità – Si vuole da qualche tempo negare, ma più spesso si camuffa e si moltiplica - Kierkegaard, Pessoa. O è negata. È il caso di Ettore Schmidt, in arte Svevo, accreditato di un romanzo quasi postumo, e invece scrittore tra i più fertili, di una diecina di romanzi e drammi, e centinaia di racconti, in sintonia col mondo vivente, che non si pubblicavano. Uno per il quale, diceva, “scrivere è sentirsi vivi”. L’“impersonalità del mondo” di Heidegger è già nel “Grand Hotel” di Vicki Baum, per non dire del più tragico Pirandello, nell’antropologia di Plessner (“eccentricità”) e Gellner(“destituzione”), e nella fine della prima grande guerra civile europea.

Santità – Dostoevskij ha i santi-peccatori. Le agiografie invece vedono i segni della santità subito, alla nascita o poco dopo. Alcune prevedono anche il peccato, ma prima della santità, che allora è conversione.
Indubbiamente ha ragione Dostoevskij, la santità non può isolarsi dal male. Molti santi moderni, ancora “attivi”, Ignazio di Loyola, don Bosco, hanno avuto storie contestate, fino a prima della morte – e anche dopo.

Stupidità – È celebrata in filosofia. Kant spesso diceva sciocchezze, si sa, perché l’esperienza fondava sull’apriori, le cose sapute. Avere un buon giudizio è utile quando ci si muove al buio: gli spazi, gli oggetti, si trovano in base all’idea che se ne ha. Ma intanto il sole non tramonta mai, questo l’aveva già scoperto Copernico. E poi, per dirne una, che male gli avevano fatto i neri per averne cattivi apriori? Aveva pregiudizi.
Ma il pregiudizio c’è, anche lui. Nonché i noti artifici dell’esposizione, per quanto semplificata: barzellette, doppi sensi, giochi di parole, la mossa del varietà, e gli hapax, lo slang e gli altri usi succulenti, locali e di gruppo, della parola, rebus, agiografie, centoni, innari, immagini e ricordi accidentali, la stessa mimica della conversazione. E i refusi, che entrano nel testo confidando nell’inavvertenza di redattori e correttori - i “corruttori di bizze” – creando coi loro misteri inesauribile filologia. La moglie del sardo che in realtà è la moglie del sordo, invenzione di Larbaud, che trascorrerà afasico gli ultimi vent’anni, il “Corriere” la attribuisce a Grazia Deledda – il “Corriere della serra”, che non è refuso ma citazione di autorevole giornale a Parigi.

Verità - Dopo un secolo e alcune altre guerre micidiali, con la Bomba, il menu è uguale al dettaglio: shopping, urbanismo, nevrosi del quotidiano, teatro politico, tv realtà, e la cultura è giornalismo. Il deserto è perfino peggiorato, in Europa e non solo. Con tutto il flusso di coscienza, che è una sega, seppure senza sfogo. E i trucchi: l’invenzione della mamma, l’invenzione del bambino, l’amore di coppia - “il bambino è il padre dell’uomo” è di Woodsworth, 1850, piena epoca borghese. La letteratura è trucco, ma quello della verità è trucco da baro, non da poeta. Tutto si àncora al “si”, impersonale e inautentico. Ma la democrazia è banale, e inautentica: volendo comporre gli interessi si tiene in superficie.

zeulig@antiit.eu

La mano del mostro Heidegger

La sessualità non c’è in Heidegger. Eccetto che una volta, tra virgolette, nel 1928. Non c’è il genere, o la differenza, e non c’è la parola. E allora Derrida s’impegna a rimediare: non a spiegare l’assenza ma a ricostituirla. Con un saggio sulla sessualità (che non c’è) in Heidegger. Anzi due, è qui compreso anche “«Geschlecht». Differenza sessuale, differenza ontologica”. Che è all’origine “Geschlecht 1” (“Sesso 1”), mentre questa “Mano di Heidegger” è “Geschlecht 2” - o “La nozione intraducibile di Geschlecht: Heidegger e la mostruosità”.
Due saggi esilaranti, non fosse per l’astrusità. Anche perché inevitabile viene la proiezione di queste arrampicate sugli specchi sul casanovismo insaziabile del filosofo svevo-alemanno, contadino dai robusti appetiti. Con giubilo per i giochi di parole. In “Geschlecht 1” il prefisso “zer-, che il neolatino rende con “dis-”: Zerstreuung, Zerstreuheit, Zerstörung, Zersplitterung, Zerspaltung, dispersione, disseminazione, distruzione (resa nell’originale francese con distrazione”), divisione, dissociazione. Una goduria. E lo stesso “Geschlecht”, “questa parola sensibile, critica e nevralgica”, che però non sappiamo cosa vuole dire, tra sesso e un’altra diecina di cose diverse, comprese la stirpe e la razza. Cioè, non sappiamo di che stiamo parlando.
In Heidegger, comunque, qualcosa Derrida intravede: di Geschlecht non ce n’è per un “tacere transitivo e significante (ha taciuto il sesso)”. E la mostra-mostro, zeichen? Qui veniamo al saggio del titolo: “In una parola dirò che si tratta della mano, della mano dell’uomo, del rapporto della mano con la parola e con il pensiero”. Questa è la premessa, ma non il concetto: la mano c’entra, il proprio dell’uomo, in quanto mostra-mostro. Partendo dall’incolpevole Hölderlin, “Mnemosyné”: “Un segno (Zeichen) siamo noi”. Heidegger avrebbe proposto l’ambivalenza in “Che significa pensare?”, ma solo nella traduzione di Derrida: “La mano offre e riceve, ma non soltanto delle cose, perché essa stessa si offre e si riceve nell’altra. La mano conserva, la mano porta. La mano traccia dei segni, mostra, probabilmente perché l’uomo è un mostro”. Senza colpa di Heidegger che invece dice: “vermutlich weil der Mensch ein Zeichen ist”, probabilmente perché l’uomo è un segno. La mano come la vuole Aristotele, che prolunga (articola) il cervello, e il sordomuto- per non dire dei delfini,cui manca solo la mano.. 
“La mano di Heidegger” riporta Heidegger, attraverso le varie intraducibilità e l’unicità della lingua tedesca, a Fichte. A un nazionalismo “progressista”, dice Derrida. O al “nazionale” avverso al “nazionalismo”, come pretese di distinguere Heidegger nella memoria difensiva del 1945, a quest’ultimo imputando “una ideologia biologista e razzista” che deplora. Derrida concorda: “La condanna del biologismo e del razzismo, come di tutto il discorso ideologico di Rosenberg, ispira numerosi testi di Heidegger”.
È difficile pensare il compassatissimo Heidegger vittima di Heidegger, ma Derrida ci prova. Sublime è senz’altro l’annotazione che la mano “è strettamente legata a un trattamento classico della «politica» di Heidegger nel contesto nazionalsocialista”. Come? Heidegger si giustificava nel dopoguerra che lui era per il lavoro artigianale, ma avrebbe potuto schierarsi con quella che Derrida chiama “la produttività tecnica”. Come Fanfani, insomma.
Filosofare sull’inesistente, perché no? È ottimo esercizio – non è il proprio della filosofia,  compresa quella del “realista” Ferraris, che venticinque anni fa curava, sempre sull’onda, Derrida, compreso questo, e Heidegger? E una riflessione induce sull’infatuazione: se la filosofia è una serie di note a Platone, giusto sarebbe dire Heidegger Filosofo Secondo, come colui che eclissò il primo. Da ultimo Derrida trova intraducibile perfino Gedicht, così comune, poema, poesia, poetica. Perfino Ort – e come faranno in Alto Adige?. È l’amore, l’ebbrezza, la voluttà del tedesco che Derrida rincorre, più che una qualsiasi ermeneutica di Heidegger, di cui fu per mezza vita contemporaneo.
E dire che Derrida l’aveva sgamato. Malgrado la critica dell’umanesimo come base della metafisica, Heidegger gli si era rivelato permeato di un umanesimo tenace, nelle sue forme canoniche: disprezzo dell’animale e di tutto ciò che non è spirito – e nazionalismo, e totalitarismo. Ma non lo dice. In italiano Derrida si direbbe “derida” – a lui sarebbe piaciuto, un gioco di parole – e questo è sperabilmente più vero, che lui al fondo si divertisse, almeno lui.
Jacques Derrida, La mano di Heidegger

Il mondo com’è (226)

astolfo

Austerità – Ritorna con la Germania – secondo i giornali italiani (in realtà è più vero il contrario: l’austerità la Germania impone al resto d’Europa, mentre è il mercato del lusso nell’Europa stessa: automobili, abitazioni, arredamento, vacanze). Ma l’inventore fu Fanfani. Fu Fanfani a inventare la parola e la cosa, nel 1974, da segretario della Dc, per reagire alla sconfitta nel referendum sul divorzio, come via d’uscita dalla crisi monetaria e finanziaria indotta dalla guerra del petrolio un anno prima.  Ne parlò in un’intervista, e subito Moro se ne appropriò, il suo eterno rivale, insieme con Giorgio La Malfa e Enrico Berlinguer. Quest’ultimo ne farà il tema dei suoi ultimi dieci anni di attività, teorizzandolo anche: “Austerità, occasione per trasformare l’Italia” è un saggio-manifesto del 1977.
L’austerità di Fanfani fu geniale a molteplici fini. Era marxiana, quindi gli portava Berlinguer, di nuovo dopo il divorzio – Marx credeva, come Caligola, che la rovina dell’economia non è la carestia ma l’abbondanza. E incollava gli italiani alla sua tv, la tv di Fanfani. Che è lacrimosa, ma non a caso: la tela che continua a tessere del pauperismo, del mondo tutto e dell’Italia, è di fatto la tela del potere inoppugnabile. Ogni comunista non poteva che dirsi per questo buon cattolico, e ogni velleità era così troncata.
In questo senso Fanfani poteva prevedere cosa sarebbe successo, poiché si era visto in Inghilterra dopo la guerra, che a lungo ha subito l’austerità: steak-house senza bistecche, pub senza birra, strade sporche, case scrostate, cenci ricoperti da soprabiti consunti, uno stato depressivo generalizzato, che si faceva ben governare. Gli altri il senatore diabolicchio acculava ai consumi: i fautori della modernità e della libertà diventavano i patacconi dell’auto nuova e lo stereo double bass. L’austerità si può vedere in forma di tosatrice: un taglierino che, sotto le specie della paura, operoso evira ogni cambiamento.
Fanfani tentava anche il recupero del Vaticano, dopo la disfatta del divorzio, in guerra aperta alla Fuci, la gioventù universitaria cara al papa Paolo VI, tra Andreotti e Moro. “Siamo tutti responsabili”, disse nell’intervista dell’austerità. Non era una furbata. Cioè lo era ma per altro motivo: la menava in lungo con le relazioni internazionali, di cui si fingeva protagonista, e alla fine spiegava che “siamo responsabili”, sì, di aver pagato il petrolio con dollari svalutati invece che con “attrezzature e cointeressenze utili ai paesi arabi”.
Il senatore Fanfani aveva in mente un altro filone di storia pratica. Ma Berlinguer aveva bisogno di quella parola d’ordine, di essere colpevole, e La Malfa, altro “triste” della politica, non volle essere da meno. Più non si parlò di Nuovo Modello di Sviluppo. Ne restò giusto la tentazione forte di mettere da parte le automobili, di cui l’Italia viveva - dopo aver messo fuori mercato l’elettronica di consumo rinviando la tv a colori. Ottima idea di politica libertina? Fanfani fu personalmente sconfitto, ma l’austerità trionfò.

Fanfani puntava anche a vendicarsi dell’Avvocato Agnelli. Che a suo parere gli aveva sbarrato nel 1971 la strada per il Quirinale con un’accesa campagna della “Stampa”. Ma l’Avvocato si dichiarò d’accordo: le macchine inquinano e consumano. Evitò così d’investire in nuovi modelli – fu l’inizio della fine della sua Fiat, che aveva più della metà del mercato italiano e rivaleggiava cion Volkswagen.

Comunismo – Il comunismo di Mosca, compreso il Pci malgrado tutto, aveva una risposta per tutto, il che ne faceva un’ortodossia. Da qui la teoria liberale del partito-chiesa. Di partito-chiesa parlava nel 1938 Eric Voegelin, ancora lui, individuando la “religione” del totalitarismo che poi  sistematizzerà, con qualche dubbio, nel 1952, nella “Nuova scienza politica”.
Il partito come chiesa è di Waldemar Gurian, stesso anno 1952. Di chi è convinto che non ci sono né Dio né leggi indefettibili, ma con l’effetto comico di dichiarare insieme inevitabile il bisogno religioso. Dopo aver bandito Dio, cosa che neppure Marx e Engels credevano possibile. Povera chiesa, dunque, e povera religione. Le guerre sul campo della fede sono inoltre insidiose: vanno oltre la libertà, per fini e divinità che non sono nei testi sacri né nei riti. Il comunismo vi si è indirizzato con la fredda religione dell’ateismo, ma senza buone ragioni: una cosa è dire – Marx - che la religione è un’ideologia, con sue proprie caratteristiche, un’altra, semplicistica, è dire che tutte le ideologie sono religioni.
L’obbedienza del Pci e degli altri partiti Comunisti a Mosca, o la conformazione senza obiezioni, è però un’obbedienza nel senso della servitù, non della religione. Insomma, è un paralogismo – il meccanismo logico per cui i greci, per divertirsi, l’uomo riportavano a gallina implume.

Il comunismo senza intellettuali non è niente. Senza cioè la credulità, se non la fede. La Cina di Deng. O la Cuba di Castro ormai da decenni, che più non dice nulla – giusto la musica del film di Wenders. , che però è pre-Castro, una sopravvivenza. O la Germania di Pankow, pure così piena di intellettuali, da Brecht a Christa Wolf, che però evidentemente si vergognavano - nessuna traccia è rimasta della Germania comunista. Del partito Comunista Italiano, che tanta parte ha avuto nella storia politica dell’ultimo mezzo secolo, non una sola proposta, idea, dottrina, è rimasta.

Don Bosco - È il santo forse più moderno, ma il bicentenario della nascita è passato nel silenzio, anche delle autorità religiose. Forse per la stessa ragione per cui è moderno: che una pedagogia praticava dei giovani esente da clericalismo. La religione e la morale ancorando non alla sudditanza, al trasporto, al potere, alla politica, bensì alla coscienza libera. La socievolezza privilegiando e la serenità.
L’insensibilità al personaggio è una spia certa: l’epoca è del potere, sotto le spoglie della libertà, non altro rapporto è concepito-ibile, se non di interesse, e quindi di sfruttamento..

Feltrinelli – È uscito dalle cronache e anche dalla storia (ricordi, memorie, rievocazioni) se si eccettua il ritratto, molto di sguincio, del figlio Carlo, “Senior Service”, benché sia stato personaggio rilevantissimo in  tutto quello che ha fatto, da ricco imprenditore, editore, e rivoluzionario, e per molti aspetti emblematico, di una cultura, una classe sociale, un’ideologia, un Partito. Nemmeno sulla morte, per un’esplosione su una traliccio che avrebbe provato a minare, si fanno indagini e neppure ipotesi  - questo già a pochi giorni dalla morte nel 1972.

Nazismo – Ha pochi o nessun pentito. Sono pochi i nazisti che ne hanno scritto dopo la guerra: un paio, Höss, Speer, forse tre. E l’architetto Speer per dire che lui c’era ma non sapeva. La “vera storia”  è ancora da scrivere.
Ortodossia – Paolo Giordano ha trovato buon numero di giovani folli, sbandati sul monte Athos. Che fanno i guardiani, o i novizi. È l’impressione che Patrick Leigh Fermor aveva avuto già un’ottantina di anni fa, leggendo il suo diario di viaggio nella comunità monastica. Ma si continua a pensare all’ortodossia come a un focolare di misticismo, con l’esicasmo etc. Troppo anticlericalismo (anticattolicesimo) non è un buon consigliere del giudizio.
Russi – Inevitabilmente patrioti, come in ogni paese continentale, che guarda verso l’interno. La popolarità di Putin all’86 per cento, o al’87, è sicuramente artefatta, i sondaggi sono maneggevoli. Ma in qualche misura altrettanto  sicuramente c’è: la Russia non è un paese che vada in soccorso dell’aggressore. Resta però un dubbio. Nei ricordi di Lillian Hellman della lunga permanenza in Russia nell’inverno del 1944-1945, una donna spicca che le dice: “Non si sono calvi in Russia!” Putin è calvo, o è a macchinetta zero?
Truman – È i presidente americano più attivo in politica estera nel dopoguerra, insieme con Nixon -  i due personaggi più mediocri dunque sono stati i migliori diplomatici.
È anche il creatore effettivo dell’impero americano, avendo liberato definitivamente gli Usa, alla fine della guerra, dall’isolazionismo, con la tremenda esibizione di forza che furono le atomiche sul Giappone. Usò l’atomica, volle la Nato, la Cia e la Dottrina Truman. Una “Dottrina” tuttora in vigore: gli Stati Uniti forniranno assistenza  politica, militare ed economica a tutte le nazioni democratiche sotto minaccia, dall’esterno o a opera di forze autoritarie interne. Una “Dottrina” che ha definitivamente riorientato la politica estera americana verso l’intervento, anche in regioni remote.

astolfo@antiit.eu

Recessione - 40

Tutto bene, tutto secondo le previsioni del governo, più 0,2 di crescita del pil nel secondo trimestre 2015, più 0,7 nell’anno. Ma non è la ripersa dell’economia.

Il mondo va avanti anche nel secondo trimestre 2015, malgrado il rallentamento della Cina, l’Italia solo di uno 0,2 per cento. Effetto unicamente della domanda pubblica: non crescono i consumi, continuano a decrescere gli investimenti.

Vestiti, auto e case, in cinque anni la spesa giù di 67 miliardi.

“Ho sbagliato anch’io”, confessa Savino Pezzotta, ex Cisl, confermando che la riforma Fornero, con l’innalzamento improvviso dell’età pensionabile, ha escluso e continua a escludere dal lavoro i venti-trentenni.

La “ripresa record” della Spagna - sotto elezioni - si fa con più di cinque milioni di disoccupati, record europeo (mondiale in dì rapporto alla popolazione), un pil ridotto di un qarto dal 2008, e un venticinquenne su due impossibilitato a lavorare. Peggio in Andalusia.

Niente socialismo in Italia

Accoglienza mista ma critica, “Unità” e “Manifesto” compresi, e anche ironica, alla pagina del “Guardian” con cui Tony Blair invita il partito Laburista a non accreditarsi Corbyn come leader. Il “Corriere della sera” si spinge a presentare l’articolo con questo titolo: “So che mi odiate, ma ascoltatemi”. Mentre invece Blair si rivolge a tutto il partito, con queste parole: “Non importa che siate a sinistra, a destra o al centro del partito, che mi abbiate appoggiato o esecrato”. Si rivolge eccezionalmente al partito affinché resti un “partito di governo”, possibilista, realista.
Un’accoglienza bizzarra, ma non per caso: non c’è discorso socialista possibile in Italia. Non ci fu al tempo di Craxi, complice Berlinguer, non ci fu poi con D’Alema – Napolitano, come di carattere, si è guardato di far sapere che c’era, anche se è stato al Quirinale otto anni.
Perché ora si deride Blair? Si capisce il Pd sparso, che rappresenta solo se stesso - i Mineo, Civati, Fassina: ogni occasione è buona per loro per certificare che esistono. Ma i media? Non ci devno essere più socialisti. In Germania c’è solo la Merkel, in Italia ci sia solo Renzi.

Tolstoj (quasi) inedito

Alcuni dei racconti più famosi, “Il Diavolo”, “Passolungo”, “Memorie di un pazzo”, con i “Primi Ricordi”, nella traduzione di Corrado Alvaro, 1942. È la riproduzione di un “Quaderno della Medusa”, una scelta operata allora dalla figlia Tatjana. Un “Quaderno” che si proponeva la presentazione di “brani narrativi di opere poco conosciute” – anche Tolstoj ci ha messo a essere letto. La riedizione del “Quaderno” si segnala però per riprodurre larga parte della presentazione di Tatjana Tolstoj, che si estende soprattutto sulla “Sonata a Kreutzer” (di cui qui c’è l’abbozzo, “Come il marito uccide la moglie”), con molti elementi di lettura ancora “nuovi”, anche per le migliori biografie.
“Il Diavolo” fu pubblicato postumo, ed era noto in vita di Tolstoj solo all’amico Cechov, perché aveva molto di autobiografico: narra l’amore folle di una giudice per una contadina, e anche il giovane Tolstoj, scrive la figlia, aveva avuto “prima del matrimonio una relazione amorosa con una contadina di Jàsnaia Poljana, alla quale, insensibilmente, s’era affezionato”.  
“Passolungo”, la storia di un cavallo, era un’idea di Tolstoj fin dal 1856 – il nome era quello di un cavallo famoso cinquant’anni prima. Turgenev ricorda nelle “Memorie” che quello stesso anno, passeggiando con Tolstoj, questi si fermò a dire pensieri e sentimenti di una rozza che incontrarono sul sentiero:  “Non solamente egli s’identificava con essa, ma costrinse anche me a mettermi nell’animo di quell’essere disgraziato”.
Lev Nikolaevič Tolstoj, Racconti e memorie, SE, remainders, pp. 188 € 9,50

Problemi di base - 240


spock

Perché la Germania vuole i negozi greci aperti la domenica, e quelli tedeschi comodamente chiusi?

Perché la Germania vuole aumentata l’età pensionabile in Grecia, mentre abbassa la propria?

Perché la Bce certifica la robustezza delle marce banche tedesche, e boccia le banche italiane?

Perché la Bce lo dice, che penalizza le banche italiane?

Perché il presidente della Bundesbank e il ministro Schaüble aprono varchi alla specualzione – la c.d. volatilità delle Borse?

Perché la concorrenza della Germania imbattibile alle esportazioni europee con i salari bassi e socializzati non è dumping?

A chi pensa la Germania di vendere i suoi surplus a basso costo, dopo ave castrato le economie europee, ai cinesi?

Perché la Germania infrange impune tutte le regole europee, e rimprovera gli altri di farlo?

spock@antiit.eu

La scomparsa dell'Italia

Quindici anni fa Galli della Loggia ripercorreva i “caratteri originari”, dal paesaggio allo Stato, col progetto di una collana di cui questa “Identità” è una sorta d’introduzione. Un tema su cui ritorna ora, scrivendo per i giornali, con toni più drastici, denunciandone la scomparsa, in una con lo Stato. Una scomparsa che data ad almeno venticinque anni fa, più o meno. Qui invece ancora s’interroga sul perché l’unità, che doveva costituirsi sull’asse Torino-Napoli, le due monarchie nazionali, e le due più longeve, quella napoletana addirittura di sette secoli, non ha funzionato. Sulla “debolezza” di Milano, che sembra “piuttosto credere all’antipolitica”, la società politica volendo risolvere in quella civile, nell’amministrazione. Sull’estrema frammentazione amministrativa – all’unità si censivano in Italia 7.721 comuni, contro gli appena 1.307 della Francia, estesa quasi il doppio dell’Italia. Un particolarismo che va insieme con lo spirito di fazione, e quindi poi col compromesso.
Molto lo storico s’interroga sulla mancata capitalizzazione di alcuni vantaggi. La Chiesa a Roma. La civiltà antichissima, la più antica e continua d’Europa. Il “precocissimo, immane, deposito storico-culturale”. Sono italiane l’università, la banca eccetera. Il “formidabile potenziale individualizzante costituito dall’essere stata a suo tempo la culla della latinità e dall’essere la sede storica del cristianesimo cattolico”.
L’aspetto peculiare della visione italiana di Galli della Loggia resta la Chiesa, che ha creato, si può dire, l’Italia – ne ha tracciato le coordinate storiche. La riserva laica resta forte: la Chiesa a Roma ha impedito all’Italia “un suo proprio progetto statual-nazionale”. Ma sull’Italia fatta dalla Chiesa può schierare l’autorità di Leopardi, che lo dice “con la consueta lucidità” in una pagina dello “Zibaldone”: “Il credito, l’influenza e l’importanza del Papa e della Corte di Roma contribuiscono grandemente, e forse, massime in certi tempio, principalmente, a tener l’Italia in azione, a darle campo di esercitarsi nella politica e negli affari, materia e modo di negoziare, importanza e peso, negoziatori, diplomatici, politici, uomini che ebbero parte attiva negli avvenimenti e nei destini d’Europa”. Un fatto Federico Chabod, grande storico liberale, più volte rimarcava, facendo la storia della guerra, e del dopoguerra.
Tutti questi vantaggi s’infrangono nell’ottusità della sua borghesia, o la provocano? Galli della Loggia non si pone questo dubbio. Ma rileva con Machiavelli che i “gentiluomini” – che altrove, negli Stati moderni, in Inghilterra e in Francia, sono stati al centro del “vivere politico” – in Italia sono “oziosi”, “senza cura alcuna o di coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere”.
Ernesto Galli della Loggia, L’identità italiana

mercoledì 12 agosto 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (254)

Giuseppe Leuzzi

Palermo fa i conti: 300 mila euro per i convegni all’Expo, e non uno in cui si sia visto un minimo di curiosità: sempre sedie vuote. La Sicilia non interessa a nessuno, nemmeno ai siciliani di Milano, pure tanto patriottici in pasticceria? Il Sud paga anche l’Expo, la solita bufala creata da Milano?

Il Salento ha più bagni, bagnanti, discoteche della Romagna, malgrado la marginalità geografica rispetto al Centro Europa. Ma non si celebra. Non si dice neanche.

Sudismi\sadismi
Tre parole di Renzi sul Sud, “non piangiamoci addosso!”, bastano a scatenare l’ennesimo attacco lombardo a ranghi serrati. Non contro Renzi, contro il Sud:  il “Corriere della sera” non risparmia pagine e consigli su come dare una lezione al Sud. Galli della Loggia chiede la legge e l’ordine. Molti redattori e redattrici hanno mugugni da esternare – si spera non per motivi familiari. Stella trova che la Norvegia è meglio della Sicilia – e che ha anche più turisti, il che non è vero (vero è che la Sicilia non li spella: la Norvegia costa quattro volte tanto).

Il Mezzogiorno è morto con lo Stato
È un’idea dello storico Galli della Loggia: lo Stato è morto venticinque anni fa, e con esso è scomparso il Mezzogiorno.
Galli della Loggia non ha in simpatia il Sud. Venticinque anni fa proponeva cavalli di frisia e muri, domenica, sempre sul,“Corriere della sera”, esordisce con questo identikit meridionale: “Lo Stato è anche la legge e i diritti uguali. Cioè il contrario del dominio degli interessi privati o di clan, il contrario dell’evasione fiscale generalizzata, del clientelismo, della logica della raccomandazione a spese del merito, dello sperpero del pubblico denaro. Ci piacerebbe che i nostri concittadini del Mezzogiorno d’Italia ce lo ricordassero…”. Ma tutto ciò è Mezzogiorno, o non Italia? Mezzogiorno in quanto si è costituito (in senso proprio: arreso) all’Italia? Com’è governata l’Italia, dove il Mezzogiorno si colloca? L’evasione fiscale è più alta – proporzionalmente al reddito e pro capite - in Italia o nel Mezzogiorno?
Ma lo storico ha anche qualcosa da dire, oltre al malumore. “Il problema del Mezzogiorno, del suo mancato sviluppo, non è anche questo silenzio della grande maggioranza della società meridionale, a cui da tempo fa eco il silenzio e il disinteresse del resto del Paese”? Non un fatto di giornalismo, di cronache disattente: il Mezzogiorno scompare con “la crisi che dagli anni Novanta del secolo scorso – combinando elementi nazionali e internazionali, assommando il post-sessantottismo ai più vari diktat dell’Europa d Bruxelles – va disintegrando lo Stato italiano storico, formatosi con il Risorgimento e durato fin verso la fine della Prima Repubblica”. Di cui la “«questione meridionale»” era la questione…, la principale sfida alla sua esistenza, il massimo dei suoi problemi storici, a cominciare da quello del consenso”.
Una conclusione per arrivare alla quale Galli della Loggia riconosce infine lo scenario apocalittico di quest’ultimo quarto di secolo, ed è il vero tema del suo intervento. Rapidamente (giornalisticamente), ma che baratri riconosce! “Lo Stato italiano classico è andato decomponendosi” per effetto del “dogma delle privatizzazioni, l’«andare sul mercato»”, e “del trionfo delle retoriche (e delle prassi) decentralizzatrici, sindacal-partecipative, democraticistiche, antimeritocratiche”. Che sembra troppo e troppo vago ma poi, andando sul concreto, è solo troppo sintetico. Ognuno vede che la privatizzazione delle reti di servizi, ferrovie, stazioni, poste, aeroporti, autostrade (cui vanno aggiunti telefoni, elettricità, gas) ha condotto rapidamente al “loro crollo qualitativo per il pubblico indifferenziato e al loro orientamento classista a favore di chi iuò spendere”. E che gli abituali “ambiti d’azione di un tempo” dello Stato, l’istruzione, il controllo degli enti locali, la tutela del paesaggio e del patrimonio artistico (e l’università, l’assistenza, oggi delegata al “terzo settore”, la stella del sottogoverno, altro che Buzzi, la stessa sanità) si sono dissolti nell’inefficienza e gli sprechi. Nonché “l’azione repressiva”, che purtroppo lo storico limita a queste due parole - la debolezza dell’apparato repressivo si può confermare per esperienza: i delitti (pizzi, dispetti, attentati, perfino assassini) non si prevengono, mai, malgrado l’abbondanza delle denunce, e di intercettazioni e controlli nelle indagini, ma lo storico non dice perché - dei Carabinieri non si parla mai, né delle Procure della Repubblica, comprese quelle più antimafiose.

La mafia capitale
Bisognava ancorare Mafia Capitale alla mafia, questione di concorsi esterni in associazione, ed ecco la ‘ndrangheta. Buzzi dice ai suoi accusatori che chiama ‘ndranghetisti tutti i calabresi. È possibile, i calabresi a Roma volentieri si dicono essi stessi ‘ndranghetisti, essendo rimasta la ‘ndrangheta l’unica connotazione. Ma questo è vero anche per i giudici di Buzzi, gli inflessibili siciliani Prestipino e Ielo, ed ecco che finalmente la Mafia Capitale è mafiosa.
Buzzi è andato in Calabria, ha preso gli appalti dai Comuni, le Province etc . per le sue cooperative, e nessuno gli ha chiesto il pizzo. Per questo, dice ”Cronache del Garantista”, i pm non gli credono: “Lei dice che è un imprenditore, che va in Calabria, lavora, e non le chiedono il pizzo?”
Questo Buzzi resta un enigma, finché non si chiarisce quello che era: un ex carcerato messo a capo di cooperative sociali, di cui è diventato il miglior imprenditore a Roma, essendosi dimostrato ben  capace di “lavorare con la politica”. E finché non si chiarisce che il “terzo settore”, volontariato e sociale, è “tutto politica”, cioè sottogoverno. Ma, forse per coprire il fatto, o più probabilmente perché è indagato dalla Procura Antimafia, dev’essere mafioso (l’istituzione crea il delitto). È anche comodo che lo sia, perché in fatto di mafia le Procure possono ora addebitare tutto a tutti. A discrezione.

Per molto meno di Roma, anzi niente (remote parentele di uno o due consiglieri), il Comune di Reggio Calabria è stato commissariato, subito dopo l’elezione del sindaco e del consiglio. Poi dice che il Sud non crede nella giustizia. Non crederà nella giustizia di Pignatone, che era uno a Reggio Calabria, quando commissariò il sindaco appena eletto, ed è un altro a Roma. 

La Provenza a Napoli
Les Baux e la Provenza, se ne parla solo in riferimento a Petrarca. Mentre ebbero una storia strettamente legata a Napoli. I signori di Les Baux, corte privilegiata dei trovatori, conti di Provenza, visconti di Marsiglia e principi di Orange, erano anche conti  di Avellino e duchi d’Andria. L’ultimo di loro morì a Napoli nel Seicento, marchese eccentrico se non bizzarro, che utilizzava un sigillo a forma di stelle a sedici punte. Proclamandosi, come tutti i suoi antenati, discendente di un bisnipote del re levantino Baldassarre, e dunque di uno dei tre Magi – “la loro vita reale è così fantastica”, commenta Rilke in una lettera a Lou Salomé, “che i troubadour rinunciano a inventare”. Arrivarono a controllare 79 città e villaggi. E il regno di Napoli – o viceversa, Napoli controllava la Provenza.
Furono famosi soprattutto per la bellezza delle donne. Che culminerà a metà Duecento nel culto di
Cécile de Baux, detta “Passe-rose”, quella che sorpassa le rose in attrattive. Famosi attraverso la poesia, che era però all’epoca un grosso veicolo internettiano, quasi facebookiano. Ma già al tempo di Cécile la dinastia era anche napoletana. Un secolo dopo un’altra bellezza provenzale, Giovanna I, sarà regina di Napoli. Figlia del duca di Calabria, regina titolare di Gerusalemme e di Sicilia, principessa d’Acaia, contessa di Provenza, sposa di quattro mariti, Andrea d’Angiò, Luigi di Taranto, Giacomo IV di Maiorca e Ottone IV di Brunswick-Grubenhagen, “il Tarantino” (sposandosi diventò principe di Taranto e conte di Acerra). Siamo qui nella storia, la dinastia è dei d’Angiò. Ma la favola di Rilke non è finita.
È a Napoli che infine la famiglia, pro o contro Giovanna, finì per installarsi. Mentre Les Baux passava dai governatori del conte di Provenza al re di Francia. Fino all’espulsione di tutti,  cittadini e residui signori di Les Baux, nel 1621 per peccato di protestantesimo.
A Napoli la dinastia rimarrà vittima, dice Rilke, della gelosie della corte e dei principi Sanseverino. Prospererà invece in Dalmazia e in Sardegna, fondandovi “robuste dinastie” - in realtà il cugino di Durazzo, Carlo, farà rinchiudere Giovanna nel castelo di Muro Lucano, inutilmente difesa da Avignone dallpantipapa Clemente VII, e poi la farà assassinare. Un piccolo romanzo di Rilke.

La mafia dell’antimafia
Rosy Bindi non ha combinato nulla alla presidenza dell’Antimafia – eccetto che usare la Commissione per attaccare i suoi nemici politici. Ora accusa Piero Sansonetti e il giornale “L’ora di Calabria” di contiguità con la ‘ndrangheta. Che invece era nato per combattere e ha combattuto. E accusa Sansonetti e il defunto giornale attraverso indiscrezioni a “Il Fatto Quotidiano”, per ingraziarselo. E questo è quanto. La paghiamo pure: non dovrebbe restituire le indennità?

I figli del giudice Borsellino hanno dovuto constatare amareggiati che l’antimafia delle carriere esiste. Era l’argomento sfortunatamente aperto da Sciascia trent’anni fa – sfortunatamente perché individuava nel carrierista proprio il giudice Borsellino (col quale poi si scusò). Il fenomeno è rilevantissimo a Palermo, anche il fratello e la sorella del giudice vittima di  Riina se ne sono avvantaggiati.  Oltre l’eterno Leoluca Orlando, il professionista principe, che è sempre sindaco di Palermo, benché abbia messo nel mirino di Riina il giudice Falcone – e lo stesso Borsellino. Lui che a una delle sue tante elezioni aveva avuto i voti unanimi di una paio di sezioni elettorali ad alta densità mafiosa.
Il fatto in sé è sgradevole, ma non necessariamente delittuoso. Se non che devia l’attenzione e la vigilanza dalle vere mafie, quelle che la Procura di Palermo da un ventennio abbondante non persegue più, a parte la cattura dovuta di Riina e Provenzano.  

L’antimafia istituzionale deflagra in Calabria - ma forse solo perché c’è più irsuta vigilanza, altrove sarà meglio? Dopo l’osservatorio della ‘ndrangheta, o Museo della ‘ndrangheta, che si è mangiato  gli 800 mila euro di dotazione  senza combinare nulla, sottraendoli a piccole somme a vario titolo, il sindaco antimafia di Reggio Calabria Falcomatà debutta con due nomine stupefacenti. Di condannati e di indagati per reati gravi. Debutta a dieci mesi dall’elezione, e già questo è dubbio - il Pd cittadino, il suo partito, lo accusa di inefficienza. Nomina suoi consiglieri e rappresentanti ai tavoli del Comune con la Provincia per l’utilizzo dei fondi Ue: 1) la criminologa Grazia Gatto, condannata a gennaio 2014 con rito abbreviato per falso in atto pubblico: insegnava all’università Mediterranea di Reggio Calabria senza averne i titoli (una semplice laurea breve, in un’università straniera sconosciuta), e comunque non riconosciuta “cultrice della materia” dal consiglio di facoltà. E insegnava per conto del titolare, il professore-giudice Alberto Cisterna, che figurava firmare il registro delle presenze; 2) Fabio Antonio Badami, un ex maresciallo capo Guardia di Finanza arrestato nel 2007 per concussione – poi non condannato per intervenuta prescrizione. I due naturalmente non sono consulenti “formalmente”,
Sono tutti belli, benché sui cinquanta. Falcomatà è anche molto giovane. E tutti renziani. Ma basta?
Già l’idea di un Museo della ‘ndrangheta era cervellotica: esaltare il crimine, sia pure in forma critica – la realtà della cosa non sfugge a nessuno.

L'America 1930-1960, memorabile ritratto

Un ricordo personale, disordinato, e anche un ritratto d’epoca che lascia il segno: il “tempo perduto” di Lillian Hellman, benché sintetico, sa di veritiero e dunque di memorabile. La famiglia materna e quella paterna. L’infanzia e l’adolescenza sradicate, sei mesi a New York e sei a New Orleans, senza amici, giusto un fico all’angolo esterno del giardino, e  senza scuola. Le strategie della figlia unica, “di due persone che certamente mi amavano per me stessa, ma che anche si compiacevano a usarmi l’una contro l’altra”. E una figlia unica per la quale “una sconfitta può sempre rigirarsi in una vittoria più tardi”. La nonna materna tirannica, nonna del Sud. Che solo temeva e rispettava il fratello. Il fratello, uomo di potere, “era anche spiritoso e di mondo”: considerava “le sue macchinazioni finanziarie come naturali non solo alle sue ma anche alle fortune del paese, e tutto questo riteneva divertente. Le zie paterne, anch’esse del Sud, che non si sa, sono tedesche e ebree, ma soprattutto vere mamme e sorelle. Le tante idiosincrasie di una biondina che si vuole sempre confusa – di cui Dashiell Hammett riuscirà più di ogni altro a venire a capo, da qui il loro lungo rapporto, trent’anni (ma forse il rapporto è inverso, “forse le cose sono andate bene perché ero testarda”). 
La prima delle quattro memorie di Lillian Hellman (poi vennero “Pentimento”, “Il tempo dei furfanti”, “Una donna segreta”), pubblicata nel 1969, dopo alcune  anticipazioni in diverse riviste, e per prima tradotta, trent’anni fa, non ha la verve delle successive. Fu riconosciuta, premiata col National Book Award 1970, e convinse la drammaturga e sceneggiatrice di cinema, con molti film famosi all’attivo, che poteva essere anche una narratrice, come aveva sempre voluto e tentato di essere. Ma è una specie di prova generale, troppo densa e tesa. Rispetto alla rapidità scaltrita e iconica delle puntate successive - già da “Pentimento”, da cui fu tratto il film cult “Julia” - che tante invidie ancora suscita alla Hellman. Specie nella guerra di Spagna, di cui Lillian Hellman fu corrispondente involontaria, che limita a insignificanti ritratti di maniera. Oppure vuota, nello straordinario soggiorno di cinque mesi in Russia, nell’inverno 1944-45, dopo un viaggio di quindici giorni attraverso mezza Siberia, su aerei speciali per lei, e con una straordinaria visita al fronte, che limita a scene di contorno, gli interpreti per lo più, e a Mosca all’hotel Metropol, per stranieri.
È però una memoria già piena di cose. Già della guerra di Spagna dice il disagio – se non è ricostruzione retrospettiva (lei pretende di limitarsi a trascrivere le note prese allora): l’ambiguità delle Brigate Internazionali, minate dalle faide ideologiche e senza un armamento in qualche modo adeguato ai cacciabombardieri nazifascisti. Con un ricordo vivo di Otto Simon, quarantenne comunista da sempre, con cui si accompagna a Valencia, impiccato a Praga, la patria comunista,  nel 1952. C’è la Russia in guerra, la “squadra” per cui l’America faceva il tifo, commossa, ammirata anche, di tanto ardimento. C’è molto Hammett, privato e pubblico, politico e letterato. Con molta Hollywood. Norma Shearer - e il marito Irving Thalberg, l’unico produttore ammirato, che Scott Fitzgerald avrebbe rappresentato male in “Il grande Gatsby”. Nathanael “Pep” West. Jean Harlow che fa la signora. Dorothy Parker ovunque, grande amica, “iniziatrice” di molto e di molti. Samuel Goldwin, geniale e avaro. La filosofica aiuto domestico Helen, nera del Sud trapiantata a New York. Sergej Eizenstein, la persona più “solida” di tuta la narrazione.E molto Hemingway, colto in vari momenti, nella collaborazione in Spagna per il docufilm di Joris Ivens, e altrove. In poche righe, indimenticabile, la paura che Fitzgerald aveva alla fine di Hemingway, del giudizio di Hem, invariabilmente distruttivo, di chiunque.
C’è anche l’Est, New York. L’editore Liveright, munifico allevatore di geni letterari, e fallimentare. Le feste di serie A, e quelle di serie B – quelle di Berlusconi xonbi ha copiato (quelli di serie A “pieni di belle donne, signore singole e divorziate, e alcune lesbiche bennate”, obbligate a parlare di libri e di Freud, benché non letto. La “donna incompiuta” cominciava a mettersi in pace con se stessa. Un ritratto disegnando dell’America negli anni1930-1960, che l’hanno trasformata.
Lillian Hellman, Una donna incompiuta

 

martedì 11 agosto 2015

Ombre - 279

Non c’è solo Sesto Fiorentino, un altro sindaco di Renzi, giovane e rottamatore, il sindaco di Reggio Calabria Falcomatà, è contestato con asprezza dal suo partito: il Pd lo giudica “un equivoco” e lo accusa di incapacità, “in otto mesi ha fatto solo confusione”. Un altro di Renzi di cui non si parla.

Valentino Rossi fa gare stupende, pur avendo un mezzo inferiore a quella dei concorrenti. Magari non vince, ma è quello che fa rimonte e sorpassi impossibili. Ma non fa notizia. Conta chi vince: il “gesto tecnico” è vincere. 

Fabrizio Dragosei fa sul “Corriere della sera” la Russia come fosse cinquant’anni fa: pochi o niente passaporti, pochi visti all’entrata, controllatissimi, eccetto che per Cuba, il Vietnam e la Cina. Una Russia sorprendente, ma non è science-fiction, né un pastiche - Fabrizio è uno serio.

Però: quanti cubani che vanno in Russia! A che fare poi? I cinesi,si sa, sono dappertutto. Ma i vietnamiti?
E i russi in Versilia, émigrés?

Si capisce ora che Putin ami l’Italia: la penserà governata sempre dal Pci. Però, per il visto bisognerà avere la tessera? E la Costa Crociere, che porta a San Pietroburgo ogni settimana qualche migliaio di turisti, ha uno stock di tessere?

Si discute se Marino, il sindaco di Roma, debba restare o no. Il ministero dell’Interno pospone sempre il suo verdetto sulla relazione della prefettura di Roma. Marino sostiene di avere le carte a posto. Ma affida il sociale secondo i vecchi schemi – quelli, dice Pignatone, di Mafia Capitale: tot a sinistra e tot a destra, compresa Casa Pound.

Milano una grande mostra celebra la mamma. Lo fa in trecento modi diversi”. Il padre è finito.

“Grecia, accordo a un passo, ma Schaüble frena”. Non sembra, ma ha ganasce inconsumabili.

Mps si scopre molto migliore di come la voleva la Bce. Anche se da tempo aveva dei conti migliori, per quanto disastrosi. Migliori di tante altre banche, del Centro Europa e della Spagna, che la Bce promuoveva. Mentre promuoveva pubblico scandalo contro la banca senese. Non s’era mai visto una banca centrale che dicesse al mondo che una banca – peraltro in discrete condizioni – era al fallimento. La Bce l’ha fatto:
http://www.antiit.com/2015/01/la-seconda-guerra-europea-allitalia.html

Il romanzo di Rilke viene meglio esoterico

Due traduzioni, due Rilke. Il “romanzo” di Rilke, 1910, è disponibile in due traduzioni. Quella Garzanti di Furio Jesi, la più vecchia, quarant’anni fa, diciotto o diciannove edizioni, con introduzione critica e note al testo. E quella più recente, vent’anni fa, di Giorgio Zampa, tre edizioni. La versione più corretta sembra alla fine paradossalmente quella più intromettente e meno rispettosa, manomissoria, di Jesi. Se uno conosce Rilke per altri versi, e per gli interessi manifestati dopo “I quaderni”.
Jesi (che nello stesso 1974 pubblicava “Esoterismo e linguaggio mitologico. Studi su Rainer Maria Rilke”) anticipa l’inabissamento di Rilke nella magia, mentre questo avviene più tardi. Rilke qui rifà “Werther/Wilhelm Meister” dopo Nietzsche. S’interroga, con linguaggio espressionista e tecniche pittoriche impressioniste, ancora su “Dio” (la vita, la morte, la vita che corre verso la morte). E tuttavia la traduzione di Jesi è quella che si dice più “aderente”: rilkiana, mimetica.
Lo studioso di mitologia sembrerebbe anche il meno adatto a leggere consistentemente Rilke. E invece è probabilmente il suo punto di riferimento principale. Da germanista, il campo di studi cui si dedicò professionalmente, all’univevrsità, dopo svariate altre attività, a 33 anni, nel 1964. A partire dallo studio che pubblicò quell’anno, “Rilke e l’Egitto (considerazioni sulla X Elegia di Duino)" - il lavoro post-Duino infine sbloccato dal viaggio in Egitto, davanti alla Sfinge, fra tramonto e notturno lunare.
Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Garzanti, a cura di Furio Jesi, pp. XXIII + 224 € 12
Adelphi, a cura di Giorgio Zampa, pp. 213 € 19

lunedì 10 agosto 2015

Il gabbiano predone

Sculetta come un papero, un colpo in là, uno in qua, dopo aver planato con breve battito di ali verso la sua Caritas del pasto quotidiano. Va come un piedipiatti. Come un marinaio anche, un animale di mare sbarcato in terraferma, che si aggira tra i banchi chiusi del mercato, elemosinando resti sfuggiti ai netturbini. Non un bello spettacolo per un gabbiano di mare, l’occhio si distrae, ed è fatta. Un piccione imprudente, anche lui in cerca di resti, con un colpo d’ali ha beccato, lo ha già sventrato col becco acuminato, e se ne pasce avido, delle interiora ancora vive, palpitanti, boia e cannibale, sotto gli occhi di tutti.
Un rivestimento elegante rammemora di un corpo (un’anima?) brutto e sporco. Il francese lo chiama mouette, grazioso. Anche l’italiano non è male. Lo spagnolo meno, gaviota evoca garrota, lo strangolamento. L’inglese è accorto, che lo avvicina a gabbare: seagull è una sorta di imbroglione di mare.

Mouette fu una sorpresa: la prima volta che il volatile si segnalò, provocando un risveglio anticipato all’alba a Calais, fu in modo doppiamente sgradevole, col suo gracchiare stridulo: sgraziato, cattivo. 

Casanova storico del Settecento

Un ritratto impossibile, per uno scrittore agli antipodi di un personaggio che non può amare. Ma ammirare sì, per l’energia, e il suo stare al mondo, nel suo mondo. Da un insospettate punto di vista, sotto l“Iliade erotica”: un quadro insuperato della società pre-rivoluzionaria – non ancien régime, dizione ideologica, ma modo d’essere.
Stefan Zweig, Casanova, Castelbecchi, pp. 96 € 12,50

domenica 9 agosto 2015

Secondi pensieri - 226

zeulig

Antimoderno – È reazionario? La categoria è stata coniata dallo scrittore Antoine Compagnon, filologo al Collège de France, dieci anni fa, “Les Antimodernes. De Joseph De Maistre à Roland Barthes”, non ben ricevuta – soprattutto dai “barthesiani”: Barthes amava i classici ma non in opposizione alla contemporaneità, che comunque seguiva e apprezzava, anche se non la studiava. Essere “antimoderni” è essere contro la doxa, l’opinione prevalente. Essere anticonformisti, comunque di giudizio riservato. Ma una caratteristica della categorizzazione di Compagnon è nuova e indiscutibile: che il “reazionario” è anticonformista – un De Maistre di oggi difenderebbe l’illuminismo. Questo è difficile da accettare, ma forse non c’è possibilità di fuga. Compagnon è preceduto su questa strada da ampia e robusta schiera: Donoso Cortès, Jünger, Noventa, etc. Bisogna essere a disagio con la contemporaneità per essere reazionari. E viceversa forse pure, non c’è altra collocazione. Del resto, l’“antimoderno” di Compagnon non era stato inglobato nel “postmoderno”, di chi voleva essere contemporaneamente classico e tradizionalista, se non passatista, e insieme à la page?
 
Hannah Arendt – Sbiancata dal sospeto infamante di leso ebraismo per il famoso Eichmann esecutore volenteroso e banale, il suo giudizio viene bizzarramente in forse per l’incauto patrocinio prestato a Heidegger nel dopoguerra. È grazie a questo patrocinio, prima che a quello dei francesi, anche se non si dice, che si arrivò a una rapida riabilitazione, che Heidegger è Heidegger, il monumento. Un errore di giudizio politico, indotto dalla passione (Hannah era stata l’amante ventenne di Heidegger quarantenne, che per lei resterà il solo amore), sarebbe molto grave per una filosofa della politica.
Il caso si pone dopo la pubblicazione del vol. 97 delle opere di Heidegger, con alcuni dei “Quaderni neri” in cui lui stesso si presenta come ipocrita. La riserva mentale era avvertibile per molti aspetti prima della pubblicazione dei “Quaderni”: mai una parola sull’Olocausto, mai una parola su Hitler, accenni non equivoci a un’alba che non può mancare, al destino etc., e il sorriso sempre furbo, perfino ironico, anzi sardonico, di sfida. Come ci può essere una relazione personale, sentimentale, per di più senza l’impulso dei sensi, a distanza, con uno che pensa e scrive che l’Olocausto gli ebrei se lo sono voluto, è un autoannientamento, indotto dalla loro perversione filosofica e dal loro impegno cieco per la tecnica, per l’innovazione, della cosiddetta filosofia strumentale (e di quella sua propria no? della parola, del suono, perfino del numero).
Uno che pensava e diceva, anche, degli Alleati che avevano trasformato la Germania in un campo di concentramento. Col sottinteso che la guerra l’avevano fatta gli Alleati ai tedeschi, e non viceversa. Intendendosi per Alleati non i francesi o gli inglesi, ma gli odiati russi (odiati perché comunisti e perché slavi: i tedeschi hanno odiato a lungo anche gli slavi, dicendosene accerchiati) e, di più, gli americani - Hannah Arendt era divenuta americana.
Anche nella relazione d’amore, studentessa-professore, Heidegger era stato ben fascista: le imponeva appuntamenti al buio, di notte, fuori città, e quando se ne stancò la licenziò. Nel dopoguerra, non per caso, come pensava Hannah Arendt, cercò a mezzo di lei, che aveva raggiunto negli Usa un forte status accademico, e ottenne la riabilitazione. Come non sentirne, intuirne, capirne, l’ostilità? Non tanto segreta, peraltro, Heidegger parlava e scriveva anche molto. Leggendolo, nessun dubbio era possibile. Era irrilevante? No.
Oltre che Hannah Arendt, Heidegger ha avuto altre amanti ebree. Una, Elisabeth, “Lisi”, Blochmann, perfino nel rifugio di Todtnauberg, la baita costruita per lui dalla moglie Elfride. Aveva la fregola facile, e certamente un grande fascino, e tuttavia l’ebraismo – la giudeità - era per lui un fattore differenziale.

Modernità - È imprescindibile – è il presente – e per questo deformata? Dopo il postmoderno di Lyotard, 1979, la seconda modernità, o società del rischio, di Ulrich Beck, 1986, la surmodernità di Marc Augé, 1992, l’ultramodernità di Anthony Giddens, 1994,  la metamodernità, dello stesso Giddens, l’ipermodernità di Gilles Lipovetsky, 2004, l’antimdernità di Antoine Compagnon, 2005. È una rincorsa. Di scalpelli a volte acuminati ma  deboli per scalfire il presente.
Lo scrittore-artista Carlo Bordoni, volendo caratteristicamente aggredire il postmoderno, lo riduce, su “La Lettura” domenica 2 agosto, a “Drive in” (1983-1988), il programma tv contenitore di Antonio Ricci, a Jeff  Koons nell’arte, a Robert Venturi e Frank O. Gehry in architettura, a “Il nome della rosa” nella narrativa. Eco, autore del “Nome della rosa”, forse ne sarebbe sorpreso. Ma è poco, o è molto? Certo non definitivo – Francis Fukuyaama e la fine della storia saranno stati  l’ultima postmodernità.

Tempo – Si può cancellarlo, evidentemnte, con logica matematica - anche da prima di Einstein. Ma si ripropone di fatto, non solo come scansione (metronomo) e come accumulo (memoria), ma nel mutamento della natura (clima, organismi), della natura stessa dell’uomo che il tempo avrebbe escogitato, dell’astrofisica, e della stessa fisica matematica, evidentemente.

Virale – La parola del momento sta per infetto? Molti video “virali” lo sono, artefatti: “tagliati”, illuminati, accelerati, rallentati, di quel tanto che non si vede ma “fa” il messaggio. La comunicazione visiva è artefatta come quella scritta, solo che non ce n’è una retorica.
 

L'invenzione del giallo, insorpassata

Il primo dei romanzi gialli. Dei gialli europei, dopo quelli americani di Poe – il racconto giallo nacque come un’estensione del mistero, imparentato col gotico (il c’è e non c’è, forse è un fantasma, un revenant, una colpa…). Trascurato a motivo della lunghezza, il giallo si vuole rapido (ma Sherlock Holnes non è prolisso, sempre troppo?), e tuttavia ineliminabile: una pietra di fondazione e anche una finestra, anzi un balcone.
All’uscita, nel 1860, pare abbia fermato tutta Londra. Lo pubblicava Dickens, a puntate, sul settimanale “Al the Year Round”, da lui fondato l’anno prima (si pubblicherà fino al 1895). E allora: Thackeray non dormiva la notte per leggerselo, Gladstone saltò il ricevimento dopo una prima a teatro ardendo dalla curiosità, il Principe Consorte – non potendosi disturbare la regina Vittoria, troppo vittoriana – lo raccomandava ai suoi ministri: Insomma: la novità fu anche del genio pubblicitario di Dickens. Ma Collins ci mise del suo.
L’ultimo suo editore inglese, la Everyman’s Library, non lo pretende un capolavoro, ma “tuttora il miglior mistery-thriller in inglese” – e cioè il migliore, il mistery-thriller è inglese. Magari a ragione. Collins non era un debuttante. Almeno una storia gotica-di mistero è stata riscoperta recentemente, pubblicata nel 1843 su numerosi periodici americani, ambientata, come il genere allora voleva, in Italia, “The Last Stage Coachman” – poi riscritta come “Volpurno”, di apparizioni, sparizioni, etc., a Venezia e dintorni. Ma qui ha fato tesoro evidentemente della tecnica narrativa di Walter Scott – Walter si chiama il sui protagonista: molto descrittiva (digressioni, divagazioni) ma fino alla misura giusta. Dal padre William, pittore rinomato, l’abilità a coprire i fatti coi “cieli”, tutti sempre parlanti – la scenografia è forse il suo migliore strumento. Il tutto integrato dal personale gusto per il sensazionale, la sorpresa. Che il fogliettone settimanale richiedeva, e lui padroneggiava, nella giusta misura – della puntata cioè (la scrittura a volte non è misteriosa). L’esito è quella scrittura che oggi si chiama “di grande lettura”. Ma non pretestuosa, quale oggi dilaga nella scrittura delle scuole di scrittura: lungo ma necessario.
Wilkie Collins, La donna in bianco, Fazi, pp. 745 € 18,50 (vecchia edizione tasc., pp. XX-688 € 14,90)