mercoledì 2 agosto 2023
Come ridono le donne, anche di se stesse
Quattro trentenni disinvolte, trendy, scafate, iperaggiornate. Ma inguaribilmente romantiche. La scrittrice palermitana di belle speranze a Roma, naturalmente al Pigneto, dove sennò, che finisce nella palude del business sceneggiatura. La negoziante di Guidonia in calzature sposina del carabiniere che il ritorno del ragazzino dell’infanzia turba. La figlia aristocratica che vuole andare verso il popolo, e sposta sacchi in panetteria. Una santanché dei Parioli, che non perdona uno sguardo. Quattro storie divertenti. Non esilaranti, non ci sono battute fulminanti, la sceneggiatura è distesa, discorsiva, ma di personaggi e immagini notevoli. Soprattutto, curioso, quelli maschili, anche se marginali nell’economia del film.
martedì 1 agosto 2023
Secondi pensieri - 520
zeulig
Ateismo – “Il gatto non ha alcuna religione”, E. Jünger, “La forbice, § 51. E tuttavia, se “il gatto non è in grado di porre domande sull’esistenza,
possiede certamente un’esistenza, dunque qualcosa di più di una religione. Gli antichi erano ben
consapevoli di questa differenza; potevano perciò adorare gli animali come dei,
mentre noi non attribuiamo, persino un Eracle, che il rango di semidio”.
Coerenza – È una virtù perduta, come tale, come intesa comunemente, di fedeltà a un
credo o insieme di credenze e di fedi, calcistiche come politiche. Forse perché
malintesa. “Esporre le proprie opinioni non è necessariamente essere sordi a
tutti gli altri”, come argomenta Stevenson, il romanziere, in “An Apology for
Idlers”, l’elogio dell’ozio - p. es., “che uno abbia scritto un libro di viaggi
in Montenegro non è una ragione per cui non dovrebbe essere mai stato a Richmond”:
“La più grande difficoltà di alcun argomenti è di esporli bene”.
Coscienza – È senziente, la linea cognitiva è in qualche modo collegata a quella
affettiva? Almeno fino a un certo punto – sta pure nell’evoluzione, o nella
graduatoria creaturale, se ce n’è una (a un certo punto, a certi punti, si possono dare salti). Se così è, se ne estende
l’ambito al di fuori e al di là dell’umanità.
È il termometro allora e il metro più evidente dell’evoluzione
– la più inafferrabile delle concezioni umane, creatura della metafisica, prima che della logica. Dovendo(si) anche scontare che – nel segmento
umano della storia - non tutti gli umani sono coscienti, alcuni sono solo
bestie, malgrado la pedagogia, la formazione, l’istruzione, anche forzata:
reagiscono cioè sensorialmente, per istinto. In fondo, una coscienza non può
che essere socievole – una constatazione di socievolezza se non di
disponibilità. Al modo di quel personaggio di Pirandello in “A ciascuno il suo”
che dice: “La tua coscienza significa «gli altri dentro di te».
Ci si chiede, ora anche in biologia, se c’è una coscienza
in natura – per “natura” intendendosi il creato fuori dalla sfera umana. Ed è
evidente che c’è, degli animali e anche dei vegetali. Ma come si forma? Questo
è un problema, perché il corpo è un problema, non solo quello umano, ma di
tutte le specie, animali e vegetali (e minerali, perché no, anche la pietra è
un corpo) – l’evoluzione dice come si è proceduto e si può procedere, ma su
sentieri statistici e non creaturali (fondanti). E non perché. Così diffusa e
così inspiegabile, la coscienza è quel che rimanda alla creazione – alla favola
del paradiso terrestre, che era in potenza tutta la storia successiva, Darwin
compreso.
È, si dice, “la radice
di ogni conoscenza”. La quale è ricezione ma è anche “creazione”: assetto, o
riassetto (identificazione), sistemazione (catalogazione), disposizione anche. È alla radice, anche, di ogni volontà
– seppure irriflessa.
È curioso che il suo massimo denegatore, William James,
“empirista radicale”, da sempre scettico, non molti anni prima della Grande
Guerra sancisse: “Ora mi sembra che i tempi siano maturi per disfarsene
apertamente e senza sconti”. Scettico ma ottimista (razionalista).
Islam – “È stupefacente la rinascita dell’islam ai giorni nostri”, nota E. Jünger
in una delle sue ultime opere. Notava, novantacinquenne, nel 1990. Non aveva
visto il Mia (Mouvement Islamique Armé), il Gia (Groupe Islamique Armé) e l’Isa
(Islamic Salvation Army) del terribile decennio di fine secolo in Algeria, con
stragi giornaliere e almeno mezzo milione di morti. Né i Talebani, né l’Is – o le
formazione terroristiche tuttora attiva nell’Africa sub-sahariana, dalla Somalia
alla Nigeria. Né l’abbattimento di Gheddafi, a opera dei tradizionalisti.
A opera, si direbbe, soprattutto delle donne. Che si reputerebbe
danneggiate dall’islam, di fatto e di diritto, e invece ne sono la difesa e l’avamposto
militante – nel khomeinismo, che è il germe della militanza islamica, e poi
nell’Is. Specie in terra infidelium,
nei paesi di emigrazione, in Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, più
degli uomini, per quanto pii – con hijab
completi, dalla cima dei capelli ai talloni voluttuosamente passeggiati per le
città roventi di questo luglio, magari aggraziati con cat-eye Chanel da mille
euro.
Stupefacente la rinascita è senz’altro. L’Iran, laico e modernista
nel 1978, integralista islamico due anni dopo, severissimo: un mondo grande, di
storia, formazione, demografia, che si consegna legato agli ayatollah. O la Turchia: si faticava
vent’anni fa a trovare una donna velata nella parte occidentale, la più
densamente popolata – una sola di fatto in migliaia di chilometri, una sposina,
con marito e padre. Un paese candidato dieci anni fa all’Unione Europea. E
subito dopo islamico, , anche se la sharia
non è la legge – lo è però di fatto. O la Tunisia di Burghiba, altro modello
di stato islamico e democratico improvvisamente convertito all’islam politico –
da cui non riesce ora a liberarsi. O l’Algeria, che ancora non ha ricucito le
ferite del jihad. E i Fratelli
Mussulmani nelle altre roccaforti del laicismo arabe o indo-pakistane.
Jünger ha introdotto il tema “rinascita” legandolo alla
durata dell’istituzione clericale: “Il clero ha il vantaggio di disporre di un
tempo suo proprio. Ancora più importante che uno spazio proprio”. Ma poi ha uno
scatto, dopo aver notato la sorprendente rinascita: “Occorre a questo proposito
rilevare che essa rimane disposta nell’ordine della tecnica in quanto uniforme
dell’operaio”, della massa, come mobilitazione. L’islam odierno questo è, un
piano di mobilitazione. Culturale, di genere, sociale, di proiezione internazionale,
in chiave rivendicazionista (nazionalista). In epoca di diritti, incondizionali,
rovesciandone l’ottica: non per un’estensione dei diritti individuali, ma
culturali (nazionali, popolari, storici, eccetera). Con tutte le esche della
rivalsa, del nazionalismo.
La mobilitazione fa aggio naturalmente sui diritti
individuali – che possono venire calpestati o rovesciati impunemente, e anzi con
merito – “Per i combattenti di ogni tipo, il consenso è stato da sempre un’immediata
necessità”, deve notare Jünger: “Il che significa: attacca o muori”. La
mobilitazione come militanza.
Una tesi lega l’espansione dell’islam, in Africa e in Asia
(Malesia, Filippine e altrove), ai soldi del petrolio, dopo il 1973 – una pioggia
d’oro per le petromonarchie della penisola arabica e per l’Iran (in questo sito
è stata materia di riflessione:
http://www.antiit.com/2023/07/condo-il-genocide-watch-nei-diciotto.htm
In questa ipotesi, la caduta del saggio di profitto delle
petroeconomie per effetto della transizione alle fonti di energia rinnovabili,
invece che fossili, prima che esse stesse abbiano completato la transizione ecologica
(i profitti sono oggi inalterati, elevati, ma gli investimenti sono prossimi a
zero), indebolirà lo slancio dell’islam – la proiezione politica dell’islam, e
quindi il suo appeal?
Millennio – Nel segno di Nietzsche, avvertiva E. Jünger in una delle ultime riflessioni, raccolte sotto il titolo “La
forbice”, nel 1990: “Nuove sorprese si annunciano per il XXmo secolo, che già
Nietzsche aveva considerato la sua patria spirituale. Secondo la visione nietzscheana,
già a partire dal Rinascimento, la morale era rimasta indietro rispetto allo
sviluppo del progresso. Era necessaria una rivoluzione dei valori”. Con
riserve, come per ogni innovazione: “Alla ricerca viene comunque sempre attribuita
una serie di tabù. E non solo da parte della Chiesa, che nel frattempo è divenuta
più docile, ma anche da parte della coscienza collettiva e della giustizia”. E
oggi: “Oggi sembra piuttosto che il progresso debba essere frenato. Resta solo
da chiedersi se, ora che le ruote si fanno incandescenti, questo arresto sia
ancora possibile”. Jünger era pessimista: “Come conseguenza ne è derivata la
ramificazione di un nuovo alchimismo”.
Postmoderno – “La parola
allude a una condizione che si è data da sempre. La si è già raggiunta anche
solo quando una donna indossa un
cappellino nuovo” – Ernst Jünger, “La forbice”, § 177.
Speranza – “La speranza
imperitura-immortale è cogestora nell’intimo dell’uomo con la credulità
infallibile”, Robert Louis Stevenson, “Crabbed Age and Youth”: “Un uomo scopra
di avere sbagliato a ogni passaggio della sua carriera, solo per dedurre la stupefacente
conclusione che ora è finalmente nel giusto. L’umanità, dopo secoli di fallimento,
è sempre alla vigilia di un millennio rettamente decisivo”.
Storia – È prevedibile – la storia è
già oggi. Sorprese comprese.
zeulig@antiit.eu
La consegna contro la morte
La mattinata è
calda, come ormai da un mese o due a Roma. Nella basilica di San Pancrazio al
Gianicolo, fuori Villa Pamphili, si è tenuto il funerale di una gentile
signora, in età molto avanzata ma persona dai mille spiriti e dalla grande
amicizia. I convenuti s’intrattengono dopo la funzione sul sagrato per
scambiarsi saluti, ricordi, apprezzamenti. Qualcuno accenna a una delle canzoni
che la defunta amava cantare, accompagnandosi al pianoforte, “Au temps des
cerises”, una hit di Yves Montand. Dalla parte in ombra del sagrato, come usa da persone bennate del
Mediterraneo, che sanno il valore di un velo al sole, meglio se sotto le fronde
che alitano l’aria. Finché un furgone Ups non ha bisogno di passare, per una consegna.
Non guarda nemmeno, ha solo fretta. E poi di ripassare, effettuata alla Jacques
Tati la consegna veloce – avrebbe divertito la defunta, la consegna alla “Jour
de fête”.
Un tempo le macchine
si fermavano, se passava un funerale. Una forma di omaggio, e un momento di
pausa. Ma non c’è pausa per le consegne: ora che si compra tutto online, costa
la metà, la consegna a domicilio deve andare veloce, la logistica ha tempi e
metodi ferrei, non si prende pause e non guarda in faccia nessuno, neanche la
morte – o la vita.
Di Meo-Blissett, tra remake e beffe – meglio di Eco
La morte di Luca Di Meo
(l’unico dei quattro scrittori del collettivo Luther Blissett-Wu Ming di cui non
ci sia in rete una biografia…) porta a risprire questo romanzone che fu il loro
esordio, nel 1999. Luther
Blissett è nome proprio, del centravanti del Milan del campionato 1983-84, il primo o secondo
calciatore nero del campionato italiano, con una fama di goleader in Inghilterra,
in campionato e nella nazionale, a cui nessun calciatore del Milan passò mai la
palla.
Uno pseudonimo ironico, quale
già l’altro collettivo, Wu Ming (“senza nome”), di quatro artisti dada, autori
di leggende metropolitane, fake news, scherzi, beffe, quindi scaduto nella
goliardia. Ma, goliardicamente è vero, senza crederci troppo, non seriamente,
autori anche di veri romanzi d’avventure alla Dumas, alla Walter Scott.
Sbrigativi, poco autoriali. Maestri però del canone del genere come decretato da
un altro bolognese, seppure d’adozione, a sua volta loro maestro: Umberto Eco. Nel
“Superuomo di massa “ e nell’introduzione alla nuova traduzione americana del “Conte
di Montecristo”. E, soprattutto, più capaci della esemplificazione che lo
stesso Eco aveva dato della teoria con i suoi romanzi storici, l’arcinoto “Il
nome dela rosa”, “Il pendolo di Foucault”, “L’isola del giorno prima”. Questa
la prima impressione che danno, quasi una delle loro beffe. Perché, al
paragone, i romanzi storici per i quali Eco era anche autore famoso e
famosissimo sono dispersivi e noiosi, buona parte. Mentre questo, come poi i
successivi, scorre veloce – e anche attendibile, volendone fare l’anamnesi
sulle fonti (più certamente delle variazioni “d’autore” di Eco).
Il plot è semplice. Cioè complicatissimo. È la storia della Riforma,
di Lutero e dopo. Pieno di personaggi e liti, più o meno teologiche, tutte
ultimative: Thomas Müntzer, Melantone, Carlostadio, Lutero naturalmente, il cardinale
Gianpietro Carafa, la Dieta di Worms, i Profeti di Zwichau, Jan di Leida, i
contadini, con le terribili guerre dei contadini, i tessitori, protomarxiani, la
riforma sociale. Una storia piena di nomi e di fatti. Che però, ecco il miracolo,
il collettivo riesce a far metabolizzare: il romanzone si legge in fretta, con
curiosità, l’avventura è sempre dietro l’angolo - e lo spirito del tempo che ne
esce regge anche al contrappunto storico, lo spirito e gli eventi stessi.
Con una seconda beffa, o
“pasticcio”. C’è anche un dopo in “Q”, che vede protagonisti a qualche distanza
di tempo Anton Fugger, il banchiere, Gian Pietro Carafa eletto papa (il terribile
Paolo IV), il cardinale Reginald Pole, gli ebrei. Qui siamo nel 1555. È da qui,
ex post, che un eretico senza nome (dai
mille nomi) racconta i quarant’anni di lotte di religione che hanno sconvolto
l’Europa dopo lo scisma di Lutero.
Sono tutti personaggi, quelli
della seconda parte, di un romanzo anteriore di qualche anno a questo “Q”, “In
virtù della follia”, autore G. Leuzzi, l’amministratore di questo sito, che aveva
avuto qualche eco, di lettori e di critica. Ma svolta con ritmo indiavolato e
senza alcun peso alla Storia - anche se Gian Pietro Carafa Paolo IV sarà il
creatore dei ghetti e della “questione ebraica” in Italia.
Luther
Blissett (Wu Ming), Q, Einaudi, pp.
XV + 677, ill. € 15
lunedì 31 luglio 2023
Problemi di base - 754
spock
Molto presto è troppo tardi?
Il mondo si consuma, o si immortala?
Il mondo elettrificato è lo stesso di prima?
Il mondo interconnesso è lo stesso di prima?
Il mondo per immagini è lo stesso di quello di parole?
O non sarà un ritorno a Sulawesi, al graffito?
spock@antiit.eu
Né italiano né francese, l’immigrato è niente
Un romanzo di debutto, a 36 anni, docente apprezzata di Letteratura al
liceo Carnot a Parigi, di estraneità. Alla Francia, che l’ha adottata, bene o
male – e la mantiene al liceo. E alla famiglia. Immigrati poveri, con molte
figlie e molte sorelle, cattive, due braccianti, lui, Ruggero, di Refrontolo
(Treviso), e lei, Teresina, di Vicenza. Due degli ottocentomila “ritals” che
dopo la Grande Guerra invasero la Francia per occupare le campagne svuotate
dalle trincee. Confinati in una landa abbandonata e da bonificare, di sassi e acquitrini,
in Aquitania, Sud-Ovest della Francia – il posto più lontano dal Veneto. Nell’isolamento,
ricercato dopo essere stato imposto, nell’ostilità praticamente universale,
della gente, dell’amministrazione. e della politica.
Questo primo romanzo è il racconto, duro, durissimo, di questa povertà. “In un
paese di paludi, piovischio e foschia”. Inès, terza di cinque sorelle, Elsa,
Gilda, Annie, Anabel, ha scoperto il mondo alle elementari. Un mondo ostile. “A
scuola”, spiegherà così in sintesi la materia del racconto, vissuto dall’alter
ego quattordicenne, Galla, “maestri e allievi mi picchiavano perché ero
diversa. Soffrivo e mi vergognavo. Colpevole di essere povera. Colpevole di
essere altro”.
Colpevole di non essere francese. Il romanzo è anche di un’estraneità. Voluta,
dichiarata, anche se non vissuta. Alla Francia, da insegnante di francese, e
scrittrice francese. Dovette imparare il francese a scuola, a casa parlavano la
lingua della madre, il vicentino. Isolata e osteggiata per questo, e per essere
povera, poverissima. Poiché era nata in Francia, è stata naturalizzata di
diritto francese, e questo la spoglia ancora di più: “Non ero francese e
non ero più italiana, non ero niente”. Fino all’ultimo, è morta nel 2007, di
settant’anni. A 67 anni avendo ribadito: “Non mi sono mai sentita francese”.
Questo e i successivi romanzi di Cagnati sono di una sorta di rancore – la
scrittrice, che ora si riscopre in Italia e in America, è rimasta per questo
parecchio isolata in Francia. Di non essere italiana, come era cresciuta, e di
non sentirsi francese. Il suo libro di maggior successo, “Génie la matta”,
dedicò alla madre compitandone il nome in italiano, Térésina Stédile (qui
purtroppo ricorre un Antonnella, per
una delle sorelle, perdonabile poiché è un sorellina nata cieca). Ma un rancore
non sterile: “Con la mia testimonianza ho voluto rendere meno assurde certe
vite fatte solo di miseria”, ha spiegato in una rara intervista.
Un racconto di amarezze, e cattiverie. Soprattutto a opera delle zie,
cattivissime. Ma
è di una zia che è venuta a stare con la nonna il solo regalo di Natale mai
ricevuto, “La piccola fiammiferaia”, dove la bambina alla fine muore ma muore
contenta. Mai una carezza, i genitori si occupano delle bestie, dei figli no.
Una sorellina vola incornata da una vacca, e poi cade stecchita. A scuola “oggetti
che spariscono ce ne sono molti, sono io che li prendo”, il racconto è in prima
persona: “È divertente. Spariscono così tante cose che ciascuno crede gli altri
ladri o futuri ladri. E io so che nessuno ruba” – lei ruba il denaro, solo gli
spiccioli, alle convittrici esterne – quelle che non ci dormono. E “i
professori”, che sono professoresse, che si fanno dire dalle allieve quello che
loro, professori, pensano.
La madre è anche qui la chiave del racconto, si saprà alla fine. Il giorno
di vacanza è il giorno in cui tutte le disgrazie culminano - il sabato che
Galla, convittrice interna a 35 km da casa, decide di tornare dalla madre con
la vecchia bicicletta. E il padre manesco la lascia fuori casa la notte.
Un racconto serrato di poche ore. Di solitudini e emarginazione, alla Olmi.
E un raro caso di scrittura. Dal metodo semplice: si procede per paginette, una
immagine, un soggetto, persona, animale, cosa, un evento. Ma esercizio già all’uscita
raro di creazione letteraria, di scrittura d’autore, anche se legato in qualche
modo, s’intuisce, alla rappresentazione di sé.
Inès Cagnati, Giorno di vacanza, Adelphi, pp. 151 € 18
domenica 30 luglio 2023
Ombre - 678
“Tutti
i magistrati del caso Tortora fecero carriera. Tranne il giudice che lo assolse”.
Può annunciare “Il Dubbio” con questo catenaccio la ripubblicazione estiva
della raccolta di “Lettere a Francesca” (Scopelliti), la sua compagna, da parte
di Tortora, carcerato e condannato benché innocente. Non innocente fino a prova
contraria, innocente a conoscenza dei giudici che lo incolparono e lo condannarono
– quello di Tortora non fu un errore giudiziario.
Si
dovrebbe aggiungere che nessuno chiese scusa, nessuno dei giudici della Procura
e del Tribunale – Tortora fu assolto solo in Appello, dopo alcuni anni.
“Resistere,
resistere,. resistere”, c’è anche il combattente Larussa nelle foto della
passerella in Galleria che che Borrelli regale si concesse con i damigelli Di
Pietro e Colombo all’uscita dal funerale in Duomo per la strage di via Palestro
ttrent’anni fa. Certo, Di Pietro non c’è più, e Larussa presiede il Senato – dopo
Mattarella viene lui. Più onesto o più abile?
L’Italia
femminile del calcio debutta con una vittoria, ed è tutti noi. Girelli, che ha fatto
il gol vincente, un’eroina. L’allenatrice pure. Boattin fa le prime pagine
perché convive con una svedese sua compagna di squadra nella Juventus. Poi
l’Italia becca proprio dalla Svezia cinque gol, con l’eroina Girelli in
panchina, e scompare: niente più tg, neanche alla Rai, che ha (paga) l’esclusiva
del Mondale femninile, e pure i giornali hanno il broncio. Se non vince, l’Italia
non c’è.
L’Italia
non va più al Mondiale di calcio da una dozzina d’anni, poiché non ha calciatori
bravi, non li forma, e ora ammette come “comunitari” anche i calciatori britannici
e svizzeri. Cosmopolitismo? No, Gravina, il capo del calcio, è stato messo lì
da Galliani-(ex) Milan e da Lotito, e fa quello che gli dicono di fare, il
calcio come commercio.
“Il
Fondo Monetario Internazionale promuove l’Italia meglio di Francia e Germania”.
Il giornalismo della gloriola. La gloriola è l’unica politica estera di cui si
trova ancora traccia nei media, dell’economia come del calcio. Senza sapere che
se Germania e Francia non vanno bene, l’Italia andrà male.
Non
c’è danno che da qualche tempo la Ferrari non si infligga. È curioso, ma da
quando c’è Elkann a capo della Famiglia Agnelli, la Fiat non c’è più, la Ferrari
va male, la Juventus peggio (un miliardo e mezzo di capitale bruciato in due anni,
e una miriade di processi, penali e sportivi, sul capo). I dividendi,invece,
questo il curioso, aumentano per la Famiglia (Exor). Da Stellantis, da Ferrari,
perfino da Juventus.
Lukaku,
Cuadrado, il colore della maglia non è più un totem. Non è una novità: molti
calciatori si sono accasati di fronte, sopratutto a carriera inoltrata, tra le rivali
milanesi, romane e torinesi, e tra nemici storici. Ma è anche vero che i miti
rimangono quelli che non hanno “tradito”, Maradona, John Charles, Jeppson, Gre-No-Li,
anche se Liedhom, da allenatore, qualche capriccio se lo è preso (a Roma di
lusso), Platini – gli stessi Sivori, Suarez, anche se prolungarono la carriera
di qualche anno altrove.
A
proposito di tradimenti, il filone di trasferimenti più grosso è probabilmente
quello che intercorre tra due delle più irriducibili
nemiche del campionato, Fiorentina e Juventus. Il più sostanzioso, da Firenze a
Torino: Vlahovic, Chiesa, Bernardeschi (a Firenze sbocciano, a Torino si
perdono), Baggio, cinque anni di Juventus dopo cinque di Fiorentina, Felipe
Melo, Cervato. Il più numeroso da Torino a Firenze, Arthur oggi, Pjaca, Maresca, Blasi,
Amauri, Di Livio,Torricelli, Gentile, Cuccureddu, e soprattutto Mutu, arrivato
quasi gratis, ma la Fiorentina ci fece cinque campionati.
Sulla
morte di Purgatori, per più aspetti inevitabile, s’innesta una causa per danni,
per malasanità: diagnosi errate e\o terapie sbagliate. Avvocati erano già al
lavoro, con testimonianze, diagnosi accusatorie, intercettazioni. È pratica
ormai anche italiana quella dei contingency
lawyers della tradizione americana:
avvocati a percentuale, che si rivalgono sui danni eventualmente liquidati. Che
sembra una pratica giusta, ma somiglia a un ricatto. Ed è il fattore maggiore
del caro sanità, in studio, in clinica, in ospedale. Che si devono assicurare
anche contro i processi. I contingency
lawyers lavorano contro le
assicurazioni e contro le grandi aziende.
La salute mentale si (ri)acquista con la libertà
Un
grande edificio carcerario alle porte di Romna. Dove la quindicenne rifiuta
ogni contatto e anche ogni pasticcca. Sarà per questo legata, isolata, controllata,
picchiata, in questa e in altre cliniche per la salute mentale dove la
sollecitudine familiare la rinchiudeva, “costruzioni eleganti, chiamate «ville»,
cliniche rivate intese a «curare» il pazzo”. Ma non ci sarà niente da fare, lei
non si farà togliere la sua ragione, o meglio le sue ragioni.
Questo
succedeva in Italia prima della rivoluzione psichiatrica di Basaglia. Ma inanto
c’era stata la scoperta di un asilo diverso, in Francia, dove la ragazza
arivava da sola, e non c’era un apparato di accoglienza carceraria ad
aspettarla. Tutto aperto, tutto semplice, tutto compagnoneria e ascolto. Dove
si entrava solo col consenso del “pazzo”. La clinca de La Borde, in Sologne, un
castello, in “un luogo pieno di alberi”, e di “porte aperte”. Dove “la nonna
(di madre francese)” le aveva raccontato
di “cliniche per le bambole rotte dalle bambine”. E dove fu accolta in una stanza
tutta per sé. Bastò per risolvere i suoi
problemi. E fu la pace.
Un
r acconto senza illusioni. “Conobbi altre ospedalizzazioni, nel corso della mia
vita, in altri luoghi, di nuovo a La Borde. Più crudeli, queste ospedalizzazioni.
Proprio come più crudeli furono i deliri che li accompagnarono, passando il
tempo, avanazndo l’età. Perché quando si è scoperta la porticina che conduce
dall’altro lato dello specchio, la si usa (si impara a usarla?) quando una difficoltà
troppo dolorosa, troppo feroce da sopportare si profila all’orizzonte”.
Antonella
Santacroce, L’amour (ardente) de la
liberté, “Chimères” 2009\2, n. 720, pp. 209-218, free online
sabato 29 luglio 2023
Problemi di base religiosi - 759
spock
Perché i profeti della Bibbia, pure autori
di vasti libri, non si citano mai – parlavano ma non leggevano?
Perché Mosè, il fondatore della religione
ebraica e della Bibbia, autore di ben cinque libri, in greco Pentateuco, i
primi e fondamentali della Bibbia, “Genesi”, “Esodo”, “Levitico”, “Numeri” e “Deuteronomio”,
non sarebbe ebreo?
“Senza immagini non c’è culto”, E.Junger?
“Più assurda è la vita, meno sopportabile
la morte”, Sartre?
“L’evoluzione è ricca di sorprese, e si
prende gioco delle previsioni”. E. Jünger?
Perché la chiesa non accetta Darwin:
tutta l’evoluzione non era nel paradiso terrestre – in potenzia, certo?
“Quando arriva la ragione, i miracoli se
ne vanno”, Voltaire?
spock@antiit.eu
È sempre duello Germania-Italia alla Bce
Con
l’accesso alla presidenza della Bundesbank di Joachim Nagel, un superortodosso
monetario, “il team che scrive i suoi discorsi non si ferma mai”: non passa
giorno che non faccia un appello all’ortodossia monetaria, alla lotta all’inflazione.
E apparentemente la Banca centrale europea è sulla sua linea: ha già portato in
pochi mesi i tassi basse da zero al 3,75 per cento, e quasi certamente salirà
al 4.
Insieme
con Nagel è diventata monetarista stretta anche l’altra delegata tedesca al
consiglio Bce, Isabel Schnabel. Che in una prima fase aveva aiutato a digerire
anche in Germania la profonda evoluzione impressa ala Bce dalla doppia presidenza
Draghi, 2012-2019. Attenta sempre alle finanze dei paesi membri dell’euro, ma
in un’ottica espansiva e non restrittiva o punitiva – fino aik gtassi di
riferimento negativi. Un duo di “falchi” che nel consigllo Bce si fa forte al
solito del sostegno dei delegati olandese, austriaco, finlandese e dei paesi
baltici. Ma, malgrado tutto, la Bce continua a essere ancora quella di Draghi.
Alla stretta anti-inflazione con l’aumento dei tassi era quasi obbligata. Ma la
presidente Lagarde mantiene il caro-denaro per quanto possibile sempre in un’ottica
produttivistica e non monetarista.
“La
Bce è sempre stata una sorta di braccio di ferro tra tedeschi e italiani”, “Le Monde”
si fa spiegare da Nicolas Goetzman, il responsabile stdi del gestore patrimoniale
Financière de la Cité: “Ortodossia da una parte, sostengo all’economia dall’altra
- e una sorta di neutralità francese nel mezzo”.
Eric
Albert, Les faucons ont repris le
pouvoir à la Banque centrale européenne,
“Le Monde”, 24 luglio, free online
venerdì 28 luglio 2023
La vera corruzione è a Bruxelles
La
Commissione europea annuncia una
“disciplina meno rigida per la gestione delle crisi bancarie, che lasci più
spazio all’utilizzo preventivo o alternativo dei fondi di garanzia dei
depositi”. Perché questo ora serve per le banche tedesche, compresa la
Deutsche, e per molte francesi. Otto anni fa, quando i problemi erano delle
banche italiane, Mps, le venete, le centro-italiane, la stessa Commissione
semplicemente impedì l’applicazione della legge che prevede l’intervento del
fondo di garanzia, istituto legale creato a questo scopo.
La
Commissione senza vergogna poté allora impedire l’intervento del fondo di
garanzia forte di un costituzionalismo italiano inetto (debole teoricamente e
politicamente, o solo in cerca di posti di rango alla corte franco-tedesca), che disse la “legge” europea “superiore” alla Costituzione
italiana. La “conversione” della Commissione è opera della stessa commissaria di allora, Vestager, nota ora per essere al di sotto di ogni sospetto, e quindi non è imputabile
politicamente. Ma non c’è altra Europa: si fa quello che Germania e Francia
decidono, con le Vestager e senza.
Non
è tutto. Di questo non si può parlare. Per un motivo?
La
Corte di Giustizia europea ha condannato il diktat di Vestager contro i risparmiatori
italiani, azionisti e obbligazionisti. Ma senza esito, né risarcimento e neppure
condanna politica: silenzio. Per un motivo? È stato anche questo sbilenco
eurocentrismo a fare maggioranza la Brexit, ma neanche di questo si può
parlare.
L’Europa
è questa. Si dice, si vuole, che l’Italia non è europeista, il verbo agnelliano
“aggrappati all’Europa” è legge, ma per i molti non c’è che questa Europa. Dei corrotti.
Dal potere, certo, corruttori sono solo gli arabi.
L’ecatombe dei cristiani in terra d’islam
Secondo il Genocide Watch, nei diciotto mesi dal gennaio 2021 al giugno 2022, almeno 7.600 cristiani sono stati uccisi dagli islamisti in Nigeria, e almeno 5.200 sequestrati. Ogni anno l’osservatorio registra da un quindicennio più di 400 attacchi a chiese, scuole, opere sociali cristiane. Secondo la Croce Rossa Internazionale la metà delle 40 mila persone date per scomparse in Africa nell’ultimo decennio è vittima della violenza islamista, con assassinii e rapimenti.
È una piccola porzione dei cristiani
uccisi nei paesi islamici, dal Pakistan al Senegal. E fa seguto all’islamizzzine
massiccia dell’Africa sub sahariana. Favorita e organizzata da cinquant’anni a
questa parte dai potentati della penisola arabica, Arabia Saudita, Emirati e Qatar
(con la polemica eccezione del Kuwait e dell’Oman), con i petrodollari,
l’improvvisa ricchzza di cui questi principati sono stati locupletati col
rincaro del petrolio nel 1973. Fino ad allora la Nigeria era federalista anche
in senso eeligioso. Cristiana nell’ex Biafra, l’area di Sud-Est, animista nella
vasta area centrale Yoruba, e islamica negli emirati di Kano e Kaduna al Nord –
di un islam feudale, di masse sottoposte alle nuvole bianche degli emiri nelle
loro galoppate per i feudi, con corteggio di cavalieri.
Già nel 1974 la “discesa dell’islam”
poteva così venire spiegata ai vertici dell’Eni, che presenziavano
all’inaugurazione di nuovi impianti petroliferi nell’ex Biafra, nel romanzo di
Astolfo, “La morte è giovane”, di
prossima pubblicazione:
Siamo qui con le autorità civili e
religiose, con i giornalisti, col cerimoniale di un’inaugurazione che è già
avvenuta da tempo, per rimuovere. La guerra è finita, e forse non molti sanno
che c’è stata, comunque nessuno si ricorda che ci furono dei morti, benche
numerosi, dieci italiani massacrati nel sonno e un giordano, più diciotto
ostaggi, quattordici italiani e quattro arabi. Il
Grande Progetto è localmente rilanciare il Biafra, ossia la Nigeria cristiana,
con un’offensiva civile dopo la guerra, poiché è in Biafra che si trova il
petrolio della Nigeria. Ma è rimasto non detto, i mussulmani hanno già occupato
i capisaldi. Sono scesi dal Nord non con le armi ma con i soldi dello stesso
petrolio, più veloci, e munifici:
-
L’islam è mondano, e i poveri amano i ricchi - spiega il vescovo anglicano al
Presidente, gli occhi lampeggiando celestiali sull’incarnato delle guance, che
lo zuccotto e la mantellina accendono:- La maestà vuole i suoi simboli. Dicono
che l’islam si espande sulle gambe dei credenti, consolante sarebbe la fede
semplice. Ma la religione deve segnalarsi, la povertà respinge. - Il Presidente
borbotta, l’inglese avendo precario, e sta di tre quarti, per invitare i
collaboratori a interloquire con le nasalità dell’anglicano. Non si sa che dire
a un vescovo, a uno bianco in Africa, anzi roseo. Ma è vero che l’islam è
religione politica, fa le leggi e cura la rappresentanza: l’islam scende con
marmi, sete, campi di polo, cavalli, frustini, e il saldo presidio maschile,
coi soldi sauditi del petrolio.
Il
colonialismo lo sapeva, che fu soprattutto espansivo in campo gentilizio. Per
la superfetazione della storia in forma di tradizione, e la fabbrica dei
nobili. Ci sono esempi nell’esercito, la scuola, lo sport, per l’epica della
caccia e la guerra, e nel terziario. Il trafficante ci tiene, e l’ufficiale, il
funzionario, il giudice, l’agricoltore - il medico e l’ingegnere no, che si
applicano, né il negoziante, che è greco, asiatico, ebreo, ed è concreto, il
commercio è genere faticativo, ingrato. Lo scoprirono con gioia gli stessi
socialisti quarantottardi o comunardi, deportati in Algeria o al Capo: divenuti
agricoltori si atteggiarono a gentiluomini di campagna. Tutti nobili gli
africani dopo le colonie, è il lascito più durevole: pochi stimano la libertà,
l’autostima dei lavoratori. L’invenzione della tradizione vi fu fertile, degli
anziani contro i giovani, gli uomini contro le donne, una tribù contro l’altra,
e c’è un pedigree pure per gli
ascari.
Gli
inglesi, cui venne naturale identificare tribù e aristocrazia, nelle colonie
non hanno portato i loro sport popolari, non il rugby, dove gli africani
sarebbero imprendibili, né il calcio, che giocherebbero con e-leganza, o la
boxe, hanno invece sancito e diffuso il cricket, il golf e il polo. La loro indirect rule non era truffaldina, non
del tutto, ma una proiezione dello spirito eletto, di apertura se non di
utopia, non c’è forse scrittore inglese dopo Shakespeare, da Aphra Benn in poi,
che non sia stato coloniale – mentre non ci sono colonie nel grande romanzo
francese, con l’eccezione di Ourika
della riluttante Claire de Duras, l’amica di Chateaubriand. L’emiro di Kano e
Kaduna manda al Sud cavalli arabi e crea club chiusi, su prati di erba
smeraldina, tra i pantani e la polvere. Ci sono così due Afriche, nel rapporto
con l’Europa. La colonizzazione è stata la stessa, ma il risentimento è
diverso: gli africani condividono, col linguaggio, l’umanità degli europei, ma
quando l’islam arriva subentra la riserva mentale. La stessa del Nord Africa e
il Medio Oriente, una rivalsa che osteggia l’amicizia. È sempre la crociata per
l’unico Dio. Oppure gli arabi, come i tedeschi, sono risentiti per non avere
ancora vinto la guerra.
Il mondo com’era nel 2222
Sei
scritti satirici, più che umoristici, cattivi più che spassosi, del patriota
scrittore adulto, di 29 anni, a Milano, dopo l’armistizio “a tradimento” di
Villafranca, e il temuto recesso della “rivoluzione italiana”, dell’unità. Di
cui due, “Una scrittura di maschere pel Carnovalone” e “Un veglione a Roma”,
contro gli ambienti clericali, milanesi (“Carnovalone”) e papalini (“Un
veglione”, intitolato anche “Diario di un pazzo”). Firmati “Arsenico” – la “Storia
filosofica” Ferdinando de’ Nicolosi, filosofo-chimico.
La
storia a venire, della filosofia, è datata 2222, a oltre tre secoli e mezzo dal
concepimento, cioè, data scelta in quanto palindroma - e per una
“personalissima cabala nieviana” (di cui però il curatore dà lettura esoterica,
alla n. 33, p. 33: “La cifra nasce dalla composizione del prediletto 11 con il
2, il cui rifiuto costituì ripetutamente per Nievo elemento di riflessione e di
elaborazione narrativa”). Ma è una storia curiosamente profetica per molti
aspetti: Nievo aveva intuito o insight per
le cose politiche - il curatore ricorda che già a 19 anni scriveva di sé a
Attilio Magri, il 27 agosto 1850: “Sono un maledettissimo profeta”. Arriva a
immaginare fino alla sostituzione dell’impero cinese, allora infrollito,
all’impero britannico – la pax era
allora britannica. In qualche modo
c’è anche Hitler: “Eserciti di proletari tedeschi briachi di birra, di vino e
di fanatismo scesero dalle Alpi e dal Freno”. Il Quinto e ultimo libro, è sul “periodo
dell’apatia”, 2180-2222.
Più
concretamente, c’è già stato “l’accentramento prussiano in Alemagna”, “il traforo
dell’istmo di Suez e la colonizzazione francese in Egitto” (poi l’Inghilterra
fece le scarpe alla Francia), “lo scadimento dell’Austria…d’influenza affatto
secondaria”. L’Inghilterra, comunque “scaduta dal suo antico splendore per la
definitiva liberazione delle Indie, pel commercio dell’Oriente aperto a tutti i popoli traverso al canale di
Suez, e per le grandi miniere di ferro scoperte e scavate dai Russi nel centro
dell’Asia,”, si rifaceva sul papa, togliendogli l’Italia – “ e depositò il
Santo Padre con quattordici cardinali sulle spiagge della Crimea”, d’accordo
con lo zar di Mosca, la “terza Roma”. La
rivoluzione russa è del 1950, e dà “origine nell’Europa orientale alla
ricostituzione dell’impero bizantino”. Fino alla “guerra fredda”. E
all’“invenzine degli omuncoli, detti
anche uomini di seconda mano, esseri
ausiliari”.
Emilio
Russo, l’italianista che ha “scoperto” (curato) il Leopardi di “Ridere del
mondo”, presenta la scelta con una perspicace introduzione, soprattutto al punto
in cui Nievo sa e ha molto di Leopardi, degli “Opuscoli” e dello “Zibaldone”.
Corredando i testi di ampie note, di contestualizzazione e bibliografiche. Una
scelta che prende non tanto per i testi, umoristici ma un po’ passati, quanto
per l’inquadramento, di Nievo, delle sue radici e dei legami letterari, del
contesto 1859-1860 – della “fine” del processo unitario dopo Villafranca e
prima dei Mille.
Nievo,
scoperto in America con le “Confessioni”, attende di essere riscoperto in
Italia, ristretto e riedizioni episodiche, da amatori per amatori, uno che
tanto scrisse e tanto progettò, di interesse non deciduo, in appena una decina
d’anni di scritture. Nel mezzo di un’attivtà inesauribile di polemista e di
guerrigliero.
Ippolito
Nievo, Storia filosofica dei secoli
futuri (e altri scritti umoristici del 1860), Salerno, pp. 133 € 8
giovedì 27 luglio 2023
Letture - 527
letterautore
Artista
–
Un fils de joie, come ci sono le filles de joie: Stevenson propone di
chiamarlo (considerarlo) alla francese, fils
de joie. Allo stesso modo come le filles
de joie (“Letter to a yong
Gentleman”): “I Francesi tengono una romantica evasione per un’occupazione,
e chiamano le sue praticanti filles de
joie. L’artista è uno della stessa famiglia, dei fils de joie: ha scelto al sua attività per
compiacere se stesso, si guadagna la vita facendo piacere e agli altri, e ha abbandonato
qualcosa della più austera dignità dell’uomo” (v. p.20)
Carlo
Magno -
“Carlo Magno fece la guerra trent’anni ai poveri Sassoni per un tributo di 500
vacche” – Vltaire “Nos crimes et nos sottises”, primo cap. di “Dieu et les
hommes” (ora in Id., “De l’horrible danger de la lecture”).
Celebrazioni
–
Quelle mortuarie hanno sostituito nel giornalismo ogni altra occasione di fare
letteratura e arte. Ci vogliono decennali, ventennali, trentennali (Troisi),
per fare un discorso critico su un artista o su un’opera. Celebrazioni sempre
funerarie. Anche in cronaca, le uniche emozioni sono per le morti di
“personaggi”: Camilleri, Scalfari, Berlusconi, anche Purgatori. Con storie sempre
positive. Alla scadenza, ma anche prima o anche dopo. I settant’anni di Nanni
Mofetti partono con un mese d’anticipo – non è la stessa cosa, Moretti è ben in
attività, ma lo è, voglia di “celebrare”.
Droghe
–
“In epoche atee aumenta il consumo di droghe. Si sfiora l’albero della vita”,
E. Jünger, “La forbice”, 30.
Fake
news –
“La falsificazione della realtà, la creazione di finte notizie, è sempre stata
una specialità dell’estrema destra americana”. Emanuele Trevi, nella prefazione
a Don Delillo, “Libra” (edizione “Corriere della sera”), il romanzo di sinistra
del complotto della Cia per uccidere Kennedy – come ancora oggi sostiene Robert
F. Kennedy, candidato presidenziale democratico.
Fahrenheit
451 –
Gli autodafé di libri sono un topos ricorrente dell’immaginazione del futuro, specie
nel Settecento. Dall’articolo “Bibliomania” di D’Alembert per l’“Enciclopedia”
(1752), e poi (1770) dal romanzo di successo avvenirista “L’an 2440” di Louis
Sébastien Mercier: il protagonista si sveglia, dopo un sonno durato settecento
anni, secondo il canone classico dei Sette Dormienti, ritrovandosi nella Francia
di un Luigi XXXIV educato secondo il
modello di Rousseau, con le biblioteche prive di libri, bruciati in un
gigantesco autodafé. Il tema è ripreso un secolo dopo da Victor Hugo, a
Bruxelles, nella poesia civile “A qui la faute”?, 1871, dopo la sconfitta della
Francia e il fallimento della Comune – il piromane non sa leggere. Con lievità
era stato trattato dall’umorista Alphonse Karr, “Les papiers brulés.
Service rendu à la posterité”, 1841,
dove si immagina un rogo festoso di libri nel camino, con sollievo di un’umanità
infestata dai libri. E da Ippolito Nievo, “Storia filosofica dei secoli futuri”,
raccontata nel 2222, dopo che “il buonsenso straordinario del secondo patriarca
della repubblica universale” ha menato “ad effetto il savio proposito di distruggere
tutti i libri anteriori all’anno 2000” – oggi ci saremmo, sgravati?
“Auto da fé”, con incendio finale della
biblioteca, in una casa dove il culto dei libri ottunde ogni capacità di sentimento,
è un prolisso romanzo di Canetti, 1935 (in originale “Die Blendung”, l’accecamento,
ma in altre lingue intitolato in traduzione “Auto da fé”). E poi, dopo Ray
Bradbury (1953), è tema di Amélie Nothomb, 1994, nel testo teatrale “Libri da
ardere” (“Combustibles”).
Gobba
-
Se “ben fatta”, perché no? E. Jünger, “La forbice”, ricorda di averlo letto in un
Karl Julius Weber, ma di averlo “rilevato in Diderot e in altri ancora –
potrebbe comparire anche tra le pagine di Montaigne. Evidentemente un aneddoto
errante dal nocciolo saldo”.
È “un’immagine cara ai cinici”, continua
Jünger, che “un’immagine può guarire“. E sarebbe il caso di Leopardi, nota - tanto
più che “ognuno si trascina una qualche gobba”. E prosegue citando Weber: “I
gobbi compensano con lo spirito ciò che al corpo manca o ciò che gli è dato di
troppo”. Considerazione che fa seguire “da una lunga serie di geni che
portarono questa croce, tra essi Lichtenberg” – e più si direbbe Leopardi.
Grozio
–
Il giurista accreditato dell’invenzione del diritto internazionale fu autore di
tragedie in latino, in versi? Lo fu. Anche perché le tragedie è meglio scriverle in
latino. È il consiglio che il “buon abate Bazin”, lo “zio” di Voltaire”, gli
rivolge in “La Défense de mon oncle”, opera del nipote, al cap XX, “”Des
tribulations de ces pauvres gens-de-lettres”. L’avvertimento è di non scrivere,
“a meno di non scrivere le vostre tragedie in latino, come Grozio, che ci ha lasciato
questi bei drammi interamente ignorati, di “Adano scacciato”, di “Gesù
paziente”, e di “Giuseppe” sotto il nome di “Sofonfoné”, che lui crede una parola
egiziana”.
Italiano
–
Dopo “mamma” si afferma “nonna”. La incorona internazionalmente “Nonnas”,
l’ultimo blockbuster di Susan
Sarandon –che si scopre italiana per parte di madre: un film sulle cuoche di un
ristorante, amiche della madre del ristoratore (sulla traccia del film di culto
di Stanley Tucci,1996, “Big Night”, il pranzo memorabile di due fratelli cuochi
nel loro ristorante in via di fallimento).
L’italiano va con la famiglia e la
cucina. E nelle denominazioni di prodotti e brand
internazionali, per il bisogno di vocalizzazione che hanno il giapponese e il coreano,
e anche il cinese..
Ottocento
–
Il s ecolo “del quattrino” per Ippolito Nievo, rivoluzionario e conservatore,
anzi reazionario – “Un veglione (Diario
di un pazzo), 1859. E anche “secolo di bastardi e di eunuchi”” (lettera a Matilde
Ferrari, 27 agosto 1850).
Panico
–
“Ferrie era convinto che il panico fosse una reazione animale che garantiva la
sopravvivenza della specie. Era molto più antico della logica” – Don Delillo di
un personaggio del romanzo sull’assassinio d Kennedy, “Libra”, p, 396.
Personaggio – È d’invenzione
ma è segnato. Dalla vicenda in cui il suo autore lo situa. Ed è perfetto in
questa identità, seppure non apprezzabile. “Così devi essere”, lo ha bollato l’autore
– nota E. Jünger negli aforismi de “La forbice”: “Il Falstaff di Shakespeare,
il Raskolnikov di Dostoevskij, il Woyzweh di Büchner sono in tal senso perfetti
benché il primo è un bevitore, il secondo un assassino, il terzo un idiota.
Anche un insignificante, come nel caso di Oblomov, può brillare in questo spettro”.
Pinocchio
–
Ma è queer naturalmente, sensa sesso,
o di sesso incerto. Ci ha pensato T.J.Klune, scrittore dell’Oregon: “Un coraggioso
eroe queer” – nel racconto “Nella vita dei burattini”, che si presenta come
“una rivisitazione Lgbtq+ della favola di Pinocchio in una foresta
cibernetica”.
Psicoanalisi
– Nicla Vassallo, poetessa e filosofa, si compiace
co Gnoli su “Robinson” di “fare altro”: “Due settimane con la barchetta, o
facendo sci,senza sosta, in Engadina”. O anche “una seduta di psicoanalisi alla
settimana, benché dubiti che la psicoanalisi sia una scienza e che gli
psicoanalisti abbiano qualcosa di serio da dire”. Ricorda anche divertita il commento
di Virginia Woolf, a proposito di “due conoscenti rientrati, smagriti, gracili,
tristi dopo quasi un anno di «lettino» con Freud: «È così questo che fanno
dodici mesi di psicoanalisi»”.
San
Gennaro – Dovrebbe aver fatto il suo tempo, secondo Voltaire. “Arcivescovi di Napoli, tempo verrà in cui il sangue del signor san Gennaro non
ribollirà più quando lo si avvicina alla testa. I gentiluomini napoletani e i
borghesi ne sapranno abbastanza tra qualche secolo per concludere che tutto
questo passa-passa non gli è valso un ducato: che è assolutamente inutile alla
prosperità del regno e al benessere dei cittadini; che Dio non fa miracoli un
giorno dato, che non cambia più le leggi che ha imposto alla natura. Quando queste
nozioni saranno discese dai nobili ai cittadini, e da questi alla porzione di
popolo capace di ragione, allora si vedrà a Napoli ciò che si vide nella
piccola città di Egnazia, dove al tempo di Orazio l’incenso bruciava da solo
senza che lo si avvicinasse al fuoco. Orazio mise il miracolo in ridicolo, e
non avvenne più. È così che ci si è disfatti del sacro ombelico di Gesù nella
città di Chälons; è così che i miracoli sono spariti da metà Europa con le
reliquie: quando arriva al ragione, i miracoli se ne vanno” – Voltaire, “Conformez-vous
au temps” – in Id., “De l’horrible danger de la lecture”. Ma Napoli smentisce anche Voltaire.
Telepatia
–
“È insolita, ma non rara, la percezione telepatica della propria persona”. Se
ne tace, come si tace ogni sguardo che si spinga nel numinoso”, E .Jünger, “La
forbice”, 34-35: “In questi incontri con se stessi, la propria persona è vista
da una certa distanza, solo per un istante. E non ha luogo alcuna azione, il
che distingue questo tipo di visioni dalla seconda vista”.
Trockij
–
“Trockij aveva preso il nome di un secondino di Odessa, e l’aveva portato sulle
pagine di mille libri” – Delillo fa ricordare a Lee Oswald, l’assassino di
Kennedy, comunista puro, “trockista”, in
“Libra” – Trockij era nato Bronštein.
Trockij era nato nel Donbass, nella regione
(oblast) di Kherson, nel villaggio di
Janovk, oggi Bereslavka.
letterautore@antiit.eu
Orwell restaurato – o i dolori del volontario in Spagna
Il Gran Libro della Guerra di
Spagna è il racconto di una delusione. Tolte le due pagine iniziali,
giustamente famose, dell’incontro col miliziano italiano all’arruolamento, che
lo emoziona con la sua semplicità, e un paio di accenni al calore e alla
generosità degli spagnoli, miliziani e non, è un lungo repertorio di mancanze,
incapacità, superficialità, e di logorrosimo politico, oltre che di violenza,
tra le forze combattenti, che da subito, dal primo giorno di “caserma”, lo
accasciano. Un pamphlet politico, per
le forze rivoluzionarie in Spagna, anarchici e socialisti, e contro i comunisti
bolscevichi. Scritto a caldo, nello stesso 1937, subito dopo il congedo per una
ferita al collo che gli aveva semiparalizzato la lingua e un braccio - “un
libro urgente, scritto in fretta”, pubblicato sei mesi dopo l’evento. Non
violento, anzi argomentato, perfino eccessivamente, malgrado la rapidità della
scrittura. Ma in nuce il cattivo umore che animerà “La fattoria degli animali”.
Il lungo pamphlet si regge sul
racconto delle cose viste e vissute. L’arruolamento come volontario, per dare
un senso e un indirizzo alla sua vita, e alla sua curiosità di scrittore. Con
la moglie peraltro in attesa in albergo a Barcellona, mentre lui sta al fronte.
E il racconto della guerra al fronte, a Huesca, dove è schierato due volte, nel
lungo inverno del 1936 (“centoquindici giorni in prima linea”), e nella tarda primavera
del 1937, col ferimento. Il racconto è della vita minuta dei miliziani, di cui niente
si salva, se non qualche isolato episodio. Armi vecchie, rotte, inutilizzabili.
Nessun addestramento. Nessuna programmazione, o strategia, o anche solo
tattica, militare. Tutto improvviagto, raccogliticcio, incapace. In compenso,
tanta ideologia, di discorsi tanto assoluti quanto vacui.
Nel mezzo il racconto di come
l’ideologia si è tradotta in pratica: in una guerra civile dentro la guerra
civile. Nell’attacco a Barcellona e poi nella cancellazione del Poum, il
partito Operaio di Unificazione Marxista, bollato di “troskismo”, e della Cnt,
uno dei due grandi sindacati spagnoli. A opera del partito Comunista, e della
Ugt, la centrale sindacale controllata dal partito Comunista. In “orribile
atmosfera di sospetto politico e di odio”. Il Primo Maggio 1937 “solo a
Barcellona, in tutto il mondo, non si celebra”. Con la caduta del governo
Caballero , il potere è tutto ai comunisti, e parte il regolamento di conti - erano
gli annni dell’affondo di Stalin contro ogni possibile dissidenza interna, che
bollava di troskismo, con arresti, processi, esecuzioni per direttissima. Si
arrestano perfino i volontari, incommunicado,
cioè senza sapere dove sono trattenuti e perché. La parte più drammatica, più
della pallottola che gli perfora la gola, è nascondersi al governo comunista di
Valencia e lasciare la Spagna. Orwell si sentiva affine al Poum e, benché non
iscritto (per questo salvò la pelle), operò militarmente a Barcellona in difesa
di una postazione del Poum.
Il racconto di un’utopia finita
male, cui seguiranno le due distopie che ne perpetuano il nome. Molta la
delusione anche di come i fatti di Sagna vengono raccontati dai giornali –
Orwell a Barcellona assediata e in guerra civile interna può leggere i giornali
inglesi.
In filigrana, un’immagine positive
dell’Italia. Dal lato repubblicano,. Il volontario che, involontariamente, lo
fa conscio di quanto si apprestava a fare. Il ricordo grato di un giornalista
italiano poi dimenticato, Giorgio Tioli. L’ammirazione, in ultimo, per un treno
di volontari italiani in partenza da Barcellona (per la frontiera? per iI
fronte?), cordiali, festosi – quelli che “avevano vinto a Guadalajara”. Che
invece in Italia è ricordata nelle canzoni di Guerra fasciste.
La partecipazione italiana
nel fronte repubblicano non ha avuto altro ricordo? Effetto della storia fatta
dagli storici del Pci? Ma non ne ha scritto, per esempio, nemmeno Chiaromonte,
che militò nella sqadriglia di André Malraux – si ricorda perché Malraux lo ricorda.
In supereconomica una sorta
di edizione critica. Francesco Laurenti, che ha ritradotto l’“Omaggio” con
Fabio Morotti, ha restaurato nella narrativa i capp. V e XI, che lo stesso
Orwell aveva in un secodo tempo pubblicato fuori dalla narrativa, come
appendici – due capitoli specialmente saggistici, politici. E prova a
riproporre il diverso “stile di scrittura” che Orwell si era ingegnato di
costruire per rendere la “peculiare eteroglossia” dei tanti gruppi e volontari
del Fronte Popolare, di varia provenienza. “Stupisce”, nota nella
presentazione, “l’approccio «nobilitante» di tanti traduttori”, e da ultimo
degli stessi editori inglesi, l’“appiattimento della policromia linguistica
orwelliana”.
George Orwell, Omaggio alla Catalogna, Newton Compton,
pp. 314 € 4,90
mercoledì 26 luglio 2023
Cronache dell’altro mondo - barbine (240)
“«Barbie» è brillante, bello, e
divertente da morire” (“The New Yorker”).
Hollywood oscilla tra entusiasmi
e depressioni, “questa estate non ha fatto eccezione. Qualche blockbuster come
“The Flash” e “Indiana Jones” non sono andati bene, ed è stato subito dramma.
Ma l’ultimo week-end ha portato a un “colossale rovescio, grazie a
«Barbenheimer», il testa a testa in uscita di «Barbie» e di «Oppenheimer». Due film diametralmente differenti che hanno innescato il quarto più opulento
week-end di uscita della storia. La stagione è salva, la strategia di puntare «Barbie» contro «Oppenheimer» sembrava rischiosa,
per la disparità tra il tutto rosa “Barbie” e un epos biografico di tre ore,
per minori accompagnati …”. (“The
Atlantic”).
“Per gli ultimi 64 anni, Barbie è
stata al centro di innumerevoli dibattiti su chi sono le donne, e chi
dovrebbero essere, che aspetto hanno e cosa vogliono… Per gran parte del tempo
non ha una parola da dire, e tuttavia parla per una massa critica…” . “The New
York Times”.
“A grandi linee, il film offre un
sottile, rivisto riff del mito greco
di Pigmalione, che ha ispirato miliardi di storie sugli uomini e le donne che
essi inventano” (“The New York Times”). Ma aggiornato: “In «Barbie», al contrario,
è l’immaginazione di ragazze e donne che operano con la bambola e le danno
qualcosa come una vera vita”.
“«Barbie» è arrivata al cinema
solo oggi, ma siamo già tutte ragazze Barbie in un mondo Barbie. Per più di un
anno ormai, abiti rosa hanno dominato le passerelle a Parigi, e i #barbiecore hanno
infiltrato i nostri social media – e i nostri armadi. La promozione di «Barbie»
ha ispirato molteplici collaborazioni con ogni sorta di marchio, dalla casa di couture parigina Balmain al tappeto
lavabile Ruggble, suggerendo che il film diretto da Greta Gerwig riguarda se un
blockbuster si può fare con credibilità artistica, e più quanto una campagna di
marketing può essere lunga e convincente” (“The Washington Post”).
“Se vi piace Barbie, questo film
è per voi. Se odiate Barbie, questo film è per voi” (trailer originale).
Calvino è il suo proprio personaggio
“La
trilogia era a miei occhi il quadro perfetto di una certa borghesia
intellettuale italiana in via di sparizione, riflessa da un immaginario libero
e versatile, benché perfettamente padroneggiato”. Era il 1962 o 1963, Antonella
Santacroce aveva mandato un suo saggio, “una ventina di pagine”, sulla “trilogia”
di Calvino e sulla sua raccolta di fiabe allo stesso scrittore come curiosità. Un testo, ricorda trent’anni dopo, che “si voleva uno «specchio» rigoroso
(anche nel suo stile) dell’universo fantastico calviniano di cui mi sforzavo di
non tradire il «mondo poetico»”. Calvino non lo lesse, non subito, oberato dalla
corrispondenza, era ancora dirigente Einaudi, ma a un certo punto lo lesse e ne
ebbe graditissima sorpresa. Poi si perse il saggio, di cui Santacroce non aveva
fatto copia.
Calvino
l’aveva mandato, d’accordo con Santacroce, a “Il Caffè”, la rivista di G.B.Vicari,
che preparava un numero monografico sullo scrittore. Il saggio era andato in tipografia
ma non in stampa, e lì si è perduto. Tutto
quello che ne sappiamo è quanto Santacroce rielabora successivamente, e soprattutto
la lettera con Calvino il 7 ottobre 1963 rispondeva al suo invio.. Molto articolata, che merita
rileggere per intero.
Calvino
apprezza: “Dite cose che i critici in generale non comprendono o non dicono…. Per esempio, che
il solo eroe per me è l’uomo che si costruisce”. Poi, “il fatto che io non mi permetto certe familiarità con
i miei personaggi: giustissimo e questa osservazione è anch’essa inedita”. Più
di tutto Calvino apprezza “l’osservazione che la pagina scritta è sempre una pagina scritta e l’attenzione che
lei porta nel «Cavaliere» alla problematica sulla scrittura, sul rapporto della
pagina alla materia narrata (nessun critico si è mai soffermato su questo, che
era l’aspetto più moderno, contemporaneo della problematica del nouveau roman, e devo dire che ne sono rimasto un po’ deluso)”. Apprezza
anche che Santacroce abbia capito la trasformazione finale di Bradamante in
Suor Teodora.
Santacroce
si diceva delusa dai suoi ultimi racconti, “contemporanei e autobiografici”, e
a Calvino piace anche questo: “Dico simpatico (il rifiuto) forse perché in questo
momento provo il desiderio e la nostalgia del «fantastico» e ricomincio a
staccarmi dall’altra strada” – “ma sono oscillazioni quasi periodiche”,
concludeva.
Antonella
Santacroce, Le premier Calvino et son infaticable
poursuite de l’existence, “Chimères”, 1994\2 (n. 21), pp. 135-138, free
online
martedì 25 luglio 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (532)
Giuseppe Leuzzi
Arriva una nave
con 200 migranti in Toscana, tra Carrara e Livorno, ed è la fine del mondo:
lamentazioni e critiche di giornali e telegiornali, ong, partiti, presidente
della Regione, assessori di ogni bordo, regionali, comunali, da settimane, per
settimane. Duecento per una volta, non duecento al giorno – figurarsi mille.
“La cosa che aleggia su ogni
segreto è la delazione. Presto o tardi qualcuno arriva al punto in cui vuole
svelare quello che sa” – Don Delillo, “Libra”, p. 206. “Libra” è il romanzo
dell’assassinio di Kennedy, molto documentato, quasi un docu-romanzo, un
romanzo-verità. Ma della morte di Kennedy si sanno tante cose, tantissime,
eccetto la verità. La delazione è nemica della verità?
“Tra il 1900 e il 1915 emigrarono
soprattutto gli italiani del Nord”, fa notare il fumettista franco-belga Baru,
di padre e nonni italiani, emigrati dalle Marche, predentando su “La Lettura”
la sua trilogia “Bella ciao” (tradotta come “A caro prezzo”), sulla vita dgli
emigrati italiani, tra rifiuto e integrazione: “Dopo la Grande Guerra è stato
il turno di quelli del Centro. Infine, dopo
il 1945, è stato il turno di quelli del Sud”. È vero, anche se non del tutto –
molti dal Sud erano emifrati tra Otto e Novecento anch’essi verso l’America. Ma
è vera la conclusione: “Come se ci fosse un eccesso di italiani in fuga veso
nord”.
Profazio e la scomparsa del Sud
Otello Profazio era più che
uno stornellatore e un intrattenitore. Era uno scrittore, arguto quanto semplice
(“naturale”), e un osservatore acuto, quasi un antropologo d’intuito. I suoi detti,
pensieri, riflessioni, lazzi, riempiono volumi, forse altrettanto numerosi che
la sua discografia – peraltro da tempo fuori commercio.
L’epicedio semplificato in
morte, “Morto il menestrello calabrese”, “Addio a Profazio, il cantastorie calabrese”,
non tanto semplifica e riduce la sua figura e il suo lavoro, quanto documenta
un interesse residuale, giusto di cortesia, verso il folklore e verso il Sud. Profazio al
Folkstudio è roba di sessant’anni fa. Profazio e il Folkstudio, con Eugenio Bennato, e la Nuova Compagnia di Canto
popolare (Carlo D’Angiò, Peppe Barra, perfino Roberto De Simone), Maria Carta,
Rosa Ballistreri, Gabriella Ferri, Matteo Salvatore.
Il Sud va col popolare. Col
folklore – ma Profazio, Bennato o De Simone non vanno col folklore, sono finti esumatori,
sono creatori. Muore Profazio come è morto, musicalmente, teatralmente, spettacolarmente
il Sud - basta fare un raffronto con la persistenza in America di Nashville o
Memphis, per non dire della musica celtica in Irlanda (che però è riuscita in pochi
anni a passare di millenni subordinazione e impoverimento, e dalla guerra civile, a un incredibile boom, tecnologico, finanziario).
Il leghismo non è venuto per nulla, che tutto appiattisce sull’indistinto.
Del buon uso dei posti spiacevoli
“C’è una certa nudità tané
nel Sud, nude soleggiate pianure, colorate come un leone, e colline rivestite
solo dell’aria blu trasparente”. In contrasto con “la nudità del Nord: la terra sembrava sapere che
era nuda, ed era vergognosa e fredda”. Stevenson, viaggiatore compulsivo, di persona
e nella scrittura, fa questa sintesi nel saggio “On the Enjoyment of Unpleasant
Places”, sul (buon) uso dei posti spiacevoli. Ci sono dunque posti piacevoli e
posti spiacevoli. .
Di fatto, però, poi riflette,
non è la natura differente: ci sono fiori, prati, boschi anche al Nord.
Differente è il colore, il senso della cosa – la sensazione che se ne alimenta: bellezza vs. sopravvivenza.
Oppure no:
riflettendoci ancora, l’esito è diverso. “Quando ci ripenso”, continua Stevenso7n
come a distanza di tempo dalla prima impressione, “mi vergono sempre più della
mia ingratitudine”. Si richiama un verso, o detto: “E dalla forza venne la
dolcezza”. E su questo conclude: “Lì, nello spoglio ventoso Nord ho ricevuto,
forse, la mia più forte sensazione di pace. Ho visto il mare grande calmo, e la
terra, in quel piccolo posto, era tutta viva e amichevole - è che, dovunque uno
si trovi, troverà qualcosa che gli piaccia
e lo pacifica”. Se è in pace.
I bagni di mare meglio al Nord
Nel G 20 Spiagge, la rete
nazionale delle destinazioni balneari con almeno un milione di presenze turistiche
l’anno, che riunisce 27 o 28 Comuni, solo sei sono al Sud: Arzachena, Alghero, Forio,
Ischia, Sorrento, Taormina.
Guardando la classifica
degli esercizi attivi e dei posti letto totali, questa presenza è ancora più
angusta. Tra i primi 15 classificati compaiono Sorrento e Alghero, ma a distanza
siderale dalle dalle spiagge venete (con Venezia Giulia) e romagnole. Sorrento ha
17 mila posti letto, Alghero 15, le sole due entries nella classifica, molti meno di San Michele al Tagliamento-Bibione
e Caorle, che guidano la classifica degli esercizi ricettivi, ma anche di Grado
e Cattolica, che la chiudono.
Quanto alla ricchezza prodotta
(valore aggiunto) dal turismo balneare tra i primi dieci Comuni figurano al
Sud solo Palermo (810 milioni nel 2020) e Sorrento (679). Rimini capeggia la
graduatoria, con un miliardo e mezzo – per ogni presenza muove più spesa.
Si potrebbe dedurne che fare
la vacanza al Sud è ancora una vacanza, Ma è una consolazione?
Milano
Nella recensione-stroncatura
dell’ennesimo libro di “napolitudine”, “Napoli stanca”, il napoletano Fofi fa
un inedito parallelo di Milano con Napoli, per “una comune massiccia «gentrificazione»”.
Dalle stalle alle stelle?
È “l’antica città del
biscottino” per un Nievo disilluso e polemico d’inizio 1860 – “Una scrittura
di maschere pel Cornovolone”, in “L’Uomo di Pietra” del 7 febbraio 1860 (cit.
in I. Nievo, “Storia filosofica dei secoli futuri” p. 15) - “tramutata in un
focolare di rivoluzionari ed eretici”. La delusione dopo Villafranca ancora
pesava: ai “rivoluzionarii” in realtà Milano tendeva “un biscottino ammuffito”.
Ippolito Nievo visse poco ma ci vedeva giusto.
Dopo Villafranca e
Zurigo, Nievo era deluso dall’acquiescenza di Milano agli accordi con gli
austriaci. Ma la città accusava di “biscottinismo” su un periodico milanese, “L’Uomo
di Pietra”.
Il “biscottinese” ambrosiano
ricorreva già nelle “Confessioni” di Nievo. Mediato da un sonetto scurrile
di Porta, “I putann ai dam del bescotin”, alle dame di carità. Come a dire dei
sentimenti tiepidi, giusto per l’apparenza.
“Un festival di multe;
diecimila per 20 concerti”, annuncia l’assessore cittadino alla Sicurezza. Tutte
“per sosta irregolare”. La città celebrava un mese di grandi concerti pop, “320
mila persone per sette concerti”. In gloria, delle casse.
Da ultimo protagonista assiduo
della “Milanesiana”, il festival estivo cittadino, U. Eco ne fece “un villaggio
padano” nella parodia di saggio “Industria e repressione sessuale in una
società padana” (poi in “Diario minimo”), fatto scrivere nel1919 al “Dr. C. Dobu
di Dobu, interplanetario o intergalattico”. Con quel “terribile nemico del Risorgimento
(che) fu Silvio Pellico”, autore di “una operetta” in cui spegne ogni empito
patriottico.
In compenso, il sabaudo
ex sardo Eco rivaluta le Cinque
Giornate, a fronte degli “Stati sardi, apparentemente disattenti ai problemi dell’unificazione nazionale” – “l’esercito piemontese intervenne proprio a
Milano nel corso di un’insurrezione, ma riuscì a tal punto a confondere le cose
che fece fallire la rivolta e abbandonò
la città e i rivoltosi nelle mani degli austriaci”.
Al Dr. Dobu di Dobu Eco attribuisce
un’antropologia non effimera della città, che trovava valida ancora negli anni
1950. L’ipotesi “che la comunità di Milano sia rimasta estranea ai grandi rivolgimenti
che impegnavano la penisola italiana, e questo in virtù di una natura eminentemente
coloniale e passiva dei suoi abitanti, negati a ogni acculturazione e condannati
a una frenetica mobilità sociale - non rara, peraltro, in molte comunità
primitive”. Tra le “cerimonie allo stadio” e il culto della “barca”.
Ma non c’è solo l’antropologia
elementare del Dr. Dobu, Eco sa anche di una Maylandanalyse heideggeriana di un Karl Opomat, “uno studioso delle
isole dell’Ammiragliato” convertitosi alla fenomenologia heideggeriana.
Che Eco applica in lunga digressione al
“paradosso di Porta Ludovica”.
Gli scrittori l’hanno
abbandonata nel Novecento, Dossi, Gadda, Arbasino, lo stesso Testori al seguito
di Visconti. Ma è la città, è l’unica città, che si è data una mappa dei luoghi
dove i letterati, di Milano e non, hanno vissuto, sia pure transitoriamente – ricostruita con molti dettagli da Gianni Santucci e proposta
su “La Lettura” dell’11 giugno.
La città raggiunge ora l’aeroporto
cittadino con la metro. Grande festa. Senza
ricordare che ci sono voluti quindici anni per realizzare la linea – non tutta,
non è ancora finita. Per lunghi tratti di superficie, e non impedita o rallentata
da reperti archeologici. Il fare implica il dimenticare, selettivo, non stare
lì a frustrarsi.
Larussa dopo Craxi: a Milano
gli immigrati, specie se si proclamano milanisti e milanesi, danno il
rigurgito. Li rispetta se re di denari, Cuccia, Ligresti, Virgillito – finché fanno
guadagnare. Non ci sono seconde generazioni di immigrati di successo a Milano.
leuzzi@antiit.eu
