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Arte recuperata – "I
nostri tesori archeologici riescono a calamitare il pubblico quando si trovano
al Louvre, al Getty, al Metropolitan, ma cadono nell’oblio appena tornano a casa”
– Marina Valensise, “Il sole sorge al Sud”. “È successo al Vaso di Eufronio
oggi al museo di Villa Giulia, alla Venere di Morgantina, tornata da Malibù ad
Aidone, provincia di Enna, e per molti altri capolavori dimenticati”.
Beati Paoli – Un gruppo
segreto di “vendicatori”, contro i soprusi e per i diritti, di cui Luigi Natoli
ha fatto dei soggetti un po’ mafiosi nel suo romanzo che a loro ha intitolato,
attivi si presume a Palermo al tempo del regno normano, Marina Valensise li ritrova
in Puglia, nel suo viaggio dentro il Sud, “Il sole sorge al Sud, pp. 237-238. O li fa ritrovare da un interlocutore affidabile, Tommaso Massari, l’ingegnere
titolare della Masseria Carestia di Ostuni (una “masseria fortificata d’origine
vescovile, restaurata nel Settecento”), dall’ “aria di misticismo operoso”: “Fu
questa, infatti, la missione che tre secoli fa spinse quell’uomo di Chiesa
affiliato ai Beati Paoli, setta di giustizieri vendicatori che condannavano i
soprusi dei nobili e punivano i criminali”. Nel prosieguo la storica, notando
che la fortezza sembra piuttosto un tempio – “il tempio di un culto severo e
razionale, come provano l’occhio romboidale, il compasso e la stesa, i molti
simboli massonici” - trova anche lei che
questi “rinviano in realtà ai Beati Paoli”.
Choderlos de Laclos - Viaggiando
per la Puglia (“Il sole sorge al Sud”, p. 269), Marina Valensise trova a
Taranto, sull’isolotto di san Polo, dei due che chiudono il mar Grande, “il
vecchio forte Laclos voluto da Bonaparte, che prende il nome dal generale che lo
fortificò, Choderlos de Laclos, l’autore delle ‘Liaisons dangereuses’, uno dei
romanzi più letti e scabrosi del Settecento". Generale d’artiglieria finito a
Taranto nel giugno del 1803, “stremato dalla febbre malarica”. Sopravvisse “sei
settimane di febbri e spossatezza, morì
di dissenteria”.
Morì nell’ex convento di San Francesco – dopo che i monaci erano stati
sfrattati evidentemente dalle sue truppe. Morì rifiutando il prete, e chiese di essere sepolto
nella piazza d’armi davanti al forte sul mar Grande. Bene “accolto e vezzeggiato
dai maggiorenti locali”, ancora nel 1814 beneficiava di un preventivo di restauro
della tomba di 200 ducati, somma messa a disposizione dal cavaliere Cataldo Galeota.
Ma di lì a poco l’imperatore crollò e le spoglie mortali del generale
napoleonico vennero gettate a mare, in odio agli invasori francesi”.
Encicliche - Si leggono (si
vendono) nell’ordine delle 500 mila copie, solo in Italia. Quella sull’intelligenza
artificiale di Leone XIV, “Magnifica Humanitas”, è destinata a battere ogni record
di vita editoriale, stima Giuliano Vigini su “La Lettura” – se “escludiamo il saggio
a due mani, il superbestseller ‘Varcare la soglia della speranza’, di Giovanni
Paolo II e Vittorio Messori (Mondadori, 1994 – costa poco, € 2,90 nell’edizione
Vaticana", peraltro disponibile gratuitamente online). L’enciclica di Leone XIV,
pubblicata a metà maggio, è “sempre presente in classifica tra i trenta titoli online),
è la più venduta della saggistica, in cinque edizioni (Vaticana, San Poalo,
Paoline, Feltrinelli, Edb), e ha battuto o sta per battere il record della
‘Lumen Fidei’ di papa Fr,ancesco, che pure aveva toccato, nelle varie edizioni,
il tetto delle 500 mila copie solo in Italia”.
Gesuiti - Carlo Muscetta,
cattedratico a Catania di Letteratura italiana e direttore per Laterza della collana
“Letteratura italiana. Storia e testi”
in venti tomi, volle un Seicento, commissionato al malcapitato ”allievo prediletto”
Alberto Asor Rosa, “senza i gesuiti”. “Cosa assurda”, commenta l’altro allievo
prediletto Salvatore Silvano Nigro, sul “Robison” del 4 ottobre, “perché quasi
tutta la cultura di quel secolo era in mano all’ordine…. Ovviamente Asor Rsa
rifiutò il consiglio. Muscetta costrinse Laterza a inserire una nota in cui si
diceva che il responsabile culturale non condivideva e bocciava il libro. Il volume
uscì con quell’infamia”.
E non fu tutto: “Muscetta inervenne sui giornali”, prosegue Nigro, “per
insultare e calunniare l’allievo”. Coniando, e adoperandosi per farlo circolare,
anche un epigramma: “C’è una nuova malattia, si chiama asorrosolia”.
Manzoni - Lo stesso
Muscetta aveva in antipatia anche Manzoni, ricorda Nigro sempre sul “Robinson”,
che il maestro aveva incaricato di curare l’Ottocento per la collana laterziana:
“Mi aggredì a causa di un saggio sul Manzoni. Disse che avrei dovuto dedicargli
al massimo una decina di paginette e largheggiare su Leopardi. Offrendo, oltretutto,
una lettura psicoanalitica dei ‘Promessi sposi’ per dimostrare che Manzoni era un
impostore”.
Malaparte – “La pelle”
Marina Valensise può dire “romanzo della Liberazione” – “Il sole sorge al Sud”,
p.342.
Noia – In
letteratura era di Bernanos, tre anni prima di Sartre, 1936 prima del 1939 (Moravia
arriverà nel 1960, n.d.r.), nel “Diario di un curato di campagna”. Carlo
Ossola, francese ad honorem, medaglia della Francofonia, lo rileva sul “Sole 24 Ore Domenica”: “La mia parrocchia
è divorata dalla noia, ecco la parola. Come tante altre parrocchie! La noia le
divora sotto i nostri occhi e noi non ci possiamo niente”.
Pavese - “Non valeva
nulla”. Carlo Muscetta professore a Catania disse un giorno al suo allievo
prediletto, Salvatore Silvano Nigro, proponendogli una tesi di laurea: “Mi chiese
di laurearmi con lui”, ricorda sempre Nigro sul “Robinson” con Gnoli,
“proponendo una tesi Pavese. Una decina di giorni dopo mi convocò dicendomi che
Pavese – oltretutto suo amico e collega in casa editrice Einaudi - non valeva
nulla. Che era tempo perso occuparsene”.
Con Muscetta Pavese aveva diretto la Einaudi a Roma per alcuni mesi dopo
la Liberazione, tra 1945 e 1946. I rapporti tra i due non saranno mai buoni,
già a Roma, e dopo. Ma Pavese non ha, nel diario e nella corrispondenza, cenni
negativi su Muscetta.
“Scotellaro, morto d’infarto a trent’anni, dopo essere stato trattato a pesci
in faccia da Cesare Pavese”, Marina Valensise si fa dire da Andrea Di Consoli (“Il
sole sorge al Sud”, p.198), in qualità di intellettuale lucano. La cosa non persuase
Antonio Martino, che ironicamente dice tutt’altro nel blog Rabatana. Riporta
una lettera di Scotellaro a Montale, il 2 marzo 1953, per pregarlo di coinvolgere
Mondadori alla pubblicazione nello “Specchio”: “Il libro è già passato dal
setaccio redazionale di Einaudi. Pavese mi fu molto amico per invaghirsene”. E
ricorda una “stupenda commemorazione di Pavese a noi amici, durante le vacanze
di Natale del 1950”, col padre di Scotellaro e un paio di amici del padre: “A
questi in particolare Rocco voleva parlare di Pavese, farlo conoscere e lo fece
col cuore” – era qualche mese dopo il suicidio, che aveva fatto molto scalpore.
Martino ricorda anche che “al Centro di documentazione di Tricarico c’era,
e ci sarà ancora da qualche parte, non ricordo quale libro di Cesare Pavese con
la dedica Al Centro di documentazione di Tricarico in omaggio a Rocco
Scotellaro, che mi fece pensare che fosse invaghito della poesia di
Rocco”.
Franco Vitelli, curatore poi dell’opera di Scotellaro, ha ricostruito in
dettaglio la complessa vicenda. Scotellaro aveva avuto avuto una vivace corrispondenza
con Carlo Muscetta, responsabile di Einaudi a Roma, al quale, come quasi compaesano,
aveva mandato le poesie. Muscetta entusiasta. Progettò una collana di poesia, e
fece avere a Scotellaro un contratto, comprensivo di anticipo, 35 mila lire.
Poi la collana di poesia non si fece, per motivi di politica editoriale (niente
poesia e poca narrativa, non vendono – la collana di poesia si farà nel 1964),
e il manoscritto tornò a Scotellaro. Pavese c’entra una sola volta, un biglietto
a Muscetta, col quale non aveva buoni rapporti, il 25 giugno del 1949, quando la
collana si dava per fatta e Scotellaro evidentemente aveva qualche esitazione: “Per
il Tricarico fate quello che volete. Ma, che, come le ragazze di famiglia,
prima ecciti il ganzo (G. Einaudi), poi si ritiri e sente gli scrupoli, me lo
rende tanto più antipatico”.
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