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giovedì 8 ottobre 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (644)

Giuseppe Leuzzi


Fa senso incontrare cinque città meridionali tra le dieci più costose per caro-alloggio - per costo medio di un alloggio nel nuovo piano di case popolari. Acireale, fuori quota con un costo medio previsto in 85 mila euro – contro un costo mediano, nei settanta Comuni censiti da Federcase, di 30 mila euro. Bari viene seconda, con 56 mila euro, Ragusa quarta con 50 mila, Siracusa e Palermo seguono, con 45 e 42 mila euro. Non per una differenza di materiali edili e arredi, naturalmente, ma per la rendita urbana. Più poveri più esosi – più garantiti dagli amici, in una società ancora di notabilato.
 
Si leggono da qualche tempo celebrazioni della catena lombarda di pizzerie PizzAut, benemerita perché associa, al servizio, ragazzi autistici – col supporto di “alcuni neurotipici”. L’analogo non fu fatto, e tuttora non si fa, per il “Convivio” di Fiumefreddo Bruzio, che pure è attivo da oltre un decennio, un caffè-ristorante gestito da ragazzi problematici – anche loro con l’assistenza di alcuni “neurotipici”. Perché si fa ma non si dice.
La pubblicità è l’anima del commercio. Però.
 
Fiumefreddo è anche sito noto, un borgo molto speciale, di pietra e d’aria, fra cielo e mare. Non c’è una relazione, ma sempre evoca D. H. Lawrence, la lettera famosa: “A guardar giù, dal Golfo di Salerno, a sud-est, in n giorno turchino, a veder la scura costa del tutto rocciosa, le chiare rocce montane, torna in mente Ulisse, ed è come recuperare un perduto sé, mediterraneo, anteriore a noi”. La bellezza esime da relazioni pubbliche sapienti?
 
“A Sud ci sono ancora le teste”, scopre Marina Valensise chiudendo la memoria grata della sua infanzia a Polistena con cui apriva una dozzina d’anni fa il suo viaggio al Sud, “Il sole sorge al Sud”: “C’è la demografia, c’è l’energia vitale e soprattutto c’è la fame. Allora, criminalità a parte, il vero problema, forse, è una questione mentale e sta nel modo di pensare se stessi. È la mancanza di autostima, la scarsa cura di sé che nasce dall’assenza di fiducia in se stessi e sfibra il Sud fino all’avvilimento. Un male al quale non è impossibile rimediare”. No, impossibile finché l’opinione è fatta dal leghismo. Ma, soprattutto, perché non c’è la “fame”, in senso proprio e in quello figurato.
 
Se l’antimafia è la chiesa
Del famoso scritto che Walter Benjamin turista innamorato dedicò a Napoli sulla “Frankfurter Zeitung” (scritto a quattro mani con la donna di cui pensava di essere innamorato, la virago lettone Asja Lacis), che lo pubblicò il 19 settembre 1925, quello della città “porosa”, uno scritto occasionale che però segna una tappa importante nella storia dello scrittore perché inaugura la riflessione sulle città, che culmineranno a Parigi, non si cita mai l’essenziale. Che è breve ma apodittico: “In nessun luogo questo popolo può vivere secondo la sua ricca barbarie nata nel cuore della stessa metropoli in maniera più sicura che nel seno della Chiesa. Ha bisogno del cattolicesimo perché ad esso è congiunta la leggenda, la festa di un martire che lo legalizza al di là dei suoi eccessi.
“Qui sarebbe nato Alfonso de’ Liguori, il santo che ha reso possibile la prassi della Chiesa cattolica, esperto nel seguire l’opera artigianale di truffatori e prostitute, su cui scrisse un compendio in tre volumi per controllarla con penitenze più severe o più miti.
“Solo la Chiesa – e non la polizia – è all’altezza dell’organizzazione della delinquenza, della camorra”.
Forse ironico. Ma no, non dice una cattiveria.
 
Sudismi\sadismi – il pos dell’antimafia
“Chieda ai commercianti cosa accade quando si paga con la carta: per accettare quei pagamenti si trovano a dover pagare commissioni opache e non di rado alte”. Chi parla, il presidente della Confesercenti? No, è il dottor Piero Cipollone, del comitato esecutivo della Banca centrale europea, già vice-direttore generale della Banca d’Italia – al tempo in cui il pos obbligatorio fu introdotto.
Finalmente, dopo tante chiacchiere sull’antiriciclaggio e l’antimafia per imporre ovunque il pos, un po’ di verità - annegata in un’ampollosa intervista del “Corriere della sera” al dottor Cipollone: un favore fatto alle banche. Non da poco: in forma di centesimi, molti milioni ogni giorno d’incasso per nessun servizio.  
Se la mafia non ci fosse bisognerebbe inventarla? Conviene a talmente tanti che non cessa di stupire.
 
La scoperta del mare, a Brancaleone
La raccolta di racconti e saggi che intitolò “Feria d’agosto”, l’ultima approntata da Pavese prima della morte, si apre con una sezione dal titolo “Il mare”. Ma in questa sezione tutti i testi, compreso quello del titolo, “sono ambientati nella campagna”, nota il curatore dell’edizione Einaudi della raccolta, Elio Gioanola. E si dà questa ragione: il mare di Pavese, uomo terragno, è “il vuoto dell’altrove”.
Il vuoto? Sì e no. Sì perché non ci sono racconti di mare. No, perché il mare è ricorrente in Pavese. Come idea e come vagheggiamento presto, dall’infatuazione poetica per “i mari del Sud”. Di fatto, tardivamente.
Quando Pavese finisce a un mare vero, lo Jonio, al confino, a Brancaleone, ci passerà il tempo davanti, passeggiando, incupito, senza nemmeno guardarlo. Come se ne legge nelle lettere. Fino a un certo punto. Poi il mare lo prende. Ci dialoga – ci fantastica. Non di sirene, non in senso erotico. Ma fantastico, dei miti che ci aleggiano, di sopra e di sotto, di ninfe più che di tritoni.
Al confino, che poi durò nove-dieci mesi, Pavese presto si mise a suo agio, soverchiato dalla “ospitalità” locale, che lui subito collega d’impeto all’antica Grecia, alle leggi dell’ospitalità.
Frequenta la cantina, dà ripetizioni, giacché è stato nominato “il professore” (d’inglese alla figlia del maresciallo che deve controllarlo), chiede a casa e riceve libri, anche di Grecia e di miti. S’inventa personaggi da mitizzare in futuri romanzi (“Il carcere”, scritto nel 1937-38, primo romanzo, titolo iniziale “Memoria di due stagioni”, le due di Brancaleone) e racconti, avvia il famoso diario “Il mestiere di vivere”. A Natale ha completato l’immedesimazione nell’antica Grecia, scrive a casa nella lettera di auguri: “La gente di questo paese è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca”.
Il mito lo prende, una vita fuori dall’esistenza. Che lo porterà fino ai “Dialoghi con Leucò”, a suo dire la sua opera meglio riuscita -  Leucò per Leucotea, ma anche Leucòpetra, località poco distante da Brancaleone.
Del mare i due ragazzini protagonisti del racconto che apre “Feria d’agosto” in realtà “non vogliono informazioni”, nella sintesi di Gioanola, “vogliono leggenda, mythos; per i viaggi che immaginano d’intraprendere non hanno bisogno di mappe, ma di spinte fantastiche”.


Cronache della differenza: Sicilia
Erutta l’Etna, l’aeroporto di Catania (40-42 mila passeggeri/giorno il flusso) si ferma, si ferma la Sicilia orientale, da Messina a Ragusa e Agrigento, servita da Catania, e s’ingolfa anche l’aeroporto di Palermo. Spostarsi da Catania a Palermo peraltro non è agevole: niente treni, le (poche) autostrade sono tutte buche.
Bizzarramente, frequentando l’isola non ci se ne accorge. Di questo stato disastrato dei trasporti. Girando  l’isola si viene riportati indietro nel tempo - quando una strada era comunque un premio, per quanto mulattiera.
 
Emanuele Lauria, il capo redattore del quotidiano “la Repubblica Palermo”, nella presentazione del volume dedicato a Baudo (“E riecco a  voi”) a un anno dalla morte, dopo averne fatto il cimiteriale testimone di un’epoca, col merito “di esportare una Sicilia colta ed educata quando dilagavano ancora gli stereotipi delle coppole, dei mandolini e delle lupare”. Detto oggi non sembra vero. Ma per mezzo secolo, poco meno, la Sicilia era uno come Riina. Che sembra inventato ma è vero.
 
Il “priapismo siciliano” denuncia un Philippe Daverio incattivito quindici anni fa a Marina Valensise che lo interroga per “il Foglio” l'estate del 2011 (la storia si può leggere in “Il sole sorge al Sud”). Consulente semigratuito del Comune per la Cultura per cinque anni, insolentito dall’onorevole Faraone (allora) Forza Italia, e dalla “lega sudista di Raffaele Lombardo”, insomma dalla vecchia Dc: “È il “priapismo filosiciliano, che fa credere agli abitanti di Palermo di essere i migliori del mondo”.
 
Ma non è solo il milanese Daverio. Valensise esuma il principe di Salina del “Gattopardo”, cioè Tomasi di Lampedusa, che così spiega l’isola al piemontese Chevallard: “I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia, anche se siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di disturbare la loro compiaciuta attesa del nulla”.
Con una coda, aggiunge Valensise, gattopardesca: “A parte il vezzo dell’auto-denigrazione, perverso sintomo di un complesso di superiorità”.
 
Palermo è la capitale non solo per “l’ombra di Federico di Svevia”, calcola Valensise in “Il sole sorge al Sud”, ma perché è sede della Regione autonoma, “senza la quale la capitale occidentale (la orientale essendo Catania, n.d.r.) nemmeno esisterebbe (il 40 per cento del pil palermitano deriva dal settore pubblico)”.
 
Goethe era perplesso. Uscendo dal palazzo della principessa di Biscari, che si era animata quando apprese che “eravamo tedeschi”, per le conversazioni avute con precedenti visitatori tedeschi, commenta: “La vita di questi isolani ha sempre qualcosa di solitario, e non si ridesta e non si sostiene che in forza di qualche interesse passeggero”. Ha bisogno di diversivi.
 
Gestisce la giustizia politica a Roma e Milano, con due procuratori capo, uno di Palermo e uno di Caltanissetta, “senza guardare in faccia i potenti”. La giustizia interpretando come credo politico. Infatti Lo Voi a Roma sta sulle piste, anche minime, di centro-destra – anche solo per gli articoli di giornale. Viola a Milano su quelle del centro-sinistra, anche solo per articoli di giornale. Non si può dire che la Sicilia sia riservata o omertosa.
 
Al tempo dell e “teste del serpente” palermitano, degli uomini addentro di tutti gli intrighi, anni 1970-1980, due dei tre eletti, Graziano Verzotto, un politicante e un chiacchierone, e Arturo Cassina, un cacciatore di appalti e di titoli (conte, cavaliere di Santo Sepolcro, etc .), con Vito Guarrasi di Alcamo (imparentato con Cuccia, la “Milano Milano”, avevano zii in comune), erano continentali: Verzotto veneto, anche nell’eloquio, Cassina comasco. Dunque, al tempo dalla mafia di Corleone, che tutto e tutti controllava e decimava, il “potere” a Palermo era detenuto da un veneto e un lombardo.
 
Da mesi le cronache di Palermo sono piene di atti intimidatori: incendi, bombe, kalashnikov. L’azienda Sicily by Car ha subito tre attentati in tre mesi, con dodici mezzi incendiati, e varie scariche di kalashkinov. Altrove sarebbe successo qualcosa. A Palermo, no – si faranno indagini, per colpire i responsabili, quando si sarà costruita una “cupola”, et.. Altrove gli attentatori sarebbero stati individuati, cercati e puniti. Inconcepibile tanga delinquenza  impunita, ma è la realtà.
 
“L’Odissea di Hollywood”, fa una pagina derisoria il “Corriere della sera” sull’“Odissea” di Christopher Nolan – molto prima che esca, a Ferragosto. Perché, pare, Elon Musk ne ha parlato male, essendo Elena un’attrice mauriziana, mezza nera. Difficile difendere Musk. E allora, perché tanto astio? Perché (in parte) è stato girato a Favignana.
Chi firma la pagina, Valerio Cappelli, forse non lo sa, ma questo è l’unico motivo. Sottinteso: le Egadi, pensano di fare le scarpe alle Seychelles, alle Maldive – e a Mauritius
 
Lo stesso giornale, lo stesso giorno, commissiona a Felice Cavallaro un articolo per ridicolizzare la mania dei personaggi superpop, da ultimo Dua Lipa, di sposarsi o comunque festeggiare in Sicilia. Invitando vip di tutto il gran mondo. Che forse è solo per l’abilità di qualche wedding planner siculo. O forse per l’albergheria siciliana, che ha grandi tradizioni, fra Palermo e Taormina. No, è chissà perché questi spendono tanti soldi in Sicilia? Cioè: c’entrerà la mafia?
 
Perché Cavallaro, cronista eccellente, e di forte sostanza, sul matrimonio di Dua Lipa ? Perché è l’unica cosa di cui lo fanno scrivere. “Se si tratta di dividerci, la Sicilia è sempre compatta”, Gery Palazzotto può lamentare sul “Foglio” - “Cartoline dall’antimafia”).
 
E tutto è mafia, naturalmente, anche sotto forme avverse – sempre Palazzotto: “Oggi basta aggiungere la parola «legalità» a qualunque progetto, pubblico e privato, che sia mostra o cocktail, film o concertino, parco o aiuola, e il gioco è fatto”. Come giocare all’antimafia.
 
“Mephisto” sul “Sole 24 Ore Domenica” compara i Florio con i Rotschild. Non c’è partita: i Rotschild “non ostentano ricchezze” e accumulano “8potere e ricchezze colossali”, per due secoli, anche tre. I Florio si perdono tra i “salotti e le mondanità”. “Appiccicare loro il soprannome di «Rothschild del Sud»? Formidabile fesseria questa”, decreta il velenoso corsivista. Comprensibile, aggiunge per maggior senso, “in una Sicilia dove la povertà…. sgranava gli occhi di fronte alla mondanità”. Milano invece sgrana gli occhi di fronte alla mondanità per essere ricca?

leuzzi@antiit.eu

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