Giuseppe Leuzzi
Fa senso incontrare
cinque città meridionali tra le dieci più costose per caro-alloggio - per costo
medio di un alloggio nel nuovo piano di case popolari. Acireale, fuori quota con
un costo medio previsto in 85 mila euro – contro un costo mediano, nei settanta
Comuni censiti da Federcase, di 30 mila euro. Bari viene seconda, con 56 mila
euro, Ragusa quarta con 50 mila, Siracusa e Palermo seguono, con 45 e 42 mila
euro. Non per una differenza di materiali edili e arredi, naturalmente, ma per
la rendita urbana. Più poveri più esosi – più garantiti dagli amici, in una
società ancora di notabilato.
Si leggono da qualche tempo
celebrazioni della catena lombarda di pizzerie PizzAut, benemerita perché
associa, al servizio, ragazzi autistici – col supporto di “alcuni neurotipici”.
L’analogo non fu fatto, e tuttora non si fa, per il “Convivio” di Fiumefreddo
Bruzio, che pure è attivo da oltre un decennio, un caffè-ristorante gestito da
ragazzi problematici – anche loro con l’assistenza di alcuni “neurotipici”. Perché
si fa ma non si dice.
La pubblicità è l’anima del commercio.
Però.
Fiumefreddo è anche sito noto,
un borgo molto speciale, di pietra e d’aria, fra cielo e mare. Non c’è una
relazione, ma sempre evoca D. H. Lawrence, la lettera famosa: “A guardar giù, dal Golfo di Salerno, a sud-est, in n giorno turchino, a veder la scura costa del tutto rocciosa, le chiare rocce montane, torna in mente Ulisse, ed è come recuperare un perduto sé, mediterraneo, anteriore a noi”.
La bellezza esime da relazioni pubbliche sapienti?
“A Sud ci sono ancora le teste”,
scopre Marina Valensise chiudendo la memoria grata della sua infanzia a
Polistena con cui apriva una dozzina d’anni fa il suo viaggio al Sud, “Il sole
sorge al Sud”: “C’è la demografia, c’è l’energia vitale e soprattutto c’è la fame.
Allora, criminalità a parte, il vero problema, forse, è una questione mentale e
sta nel modo di pensare se stessi. È la mancanza di autostima, la scarsa cura
di sé che nasce dall’assenza di fiducia in se stessi e sfibra il Sud fino
all’avvilimento. Un male al quale non è impossibile rimediare”. No, impossibile
finché l’opinione è fatta dal leghismo. Ma, soprattutto, perché non c’è la
“fame”, in senso proprio e in quello figurato.
Se l’antimafia è
la chiesa
Del famoso scritto che Walter
Benjamin turista innamorato dedicò a Napoli sulla “Frankfurter Zeitung” (scritto
a quattro mani con la donna di cui pensava di essere innamorato, la virago
lettone Asja Lacis), che lo pubblicò il 19 settembre 1925, quello della città “porosa”,
uno scritto occasionale che però segna una tappa importante nella storia dello
scrittore perché inaugura la riflessione sulle città, che culmineranno a Parigi,
non si cita mai l’essenziale. Che è breve ma apodittico: “In nessun luogo questo popolo
può vivere secondo la sua ricca barbarie nata nel cuore della stessa metropoli in
maniera più sicura che nel seno della Chiesa. Ha bisogno del cattolicesimo perché
ad esso è congiunta la leggenda, la festa di un martire che lo legalizza al di
là dei suoi eccessi.
“Qui sarebbe nato Alfonso de’
Liguori, il santo che ha reso possibile la prassi della Chiesa cattolica,
esperto nel seguire l’opera artigianale di truffatori e prostitute, su cui
scrisse un compendio in tre volumi per controllarla con penitenze più severe o
più miti.
“Solo la Chiesa – e non la
polizia – è all’altezza dell’organizzazione della delinquenza, della camorra”.
Forse ironico. Ma no, non dice
una cattiveria.
Sudismi\sadismi – il pos dell’antimafia
“Chieda ai commercianti cosa accade quando
si paga con la carta: per accettare quei pagamenti si trovano a dover pagare commissioni
opache e non di rado alte”. Chi parla, il presidente della Confesercenti? No, è
il dottor Piero Cipollone, del comitato esecutivo della Banca centrale europea,
già vice-direttore generale della Banca d’Italia – al tempo in cui il pos
obbligatorio fu introdotto.
Finalmente, dopo tante chiacchiere sull’antiriciclaggio
e l’antimafia per imporre ovunque il pos, un po’ di verità - annegata in un’ampollosa
intervista del “Corriere della sera” al dottor Cipollone: un favore fatto alle
banche. Non da poco: in forma di centesimi, molti milioni ogni giorno d’incasso
per nessun servizio.
Se la mafia non ci fosse bisognerebbe inventarla?
Conviene a talmente tanti che non cessa di stupire.
La scoperta del
mare, a Brancaleone
La raccolta di racconti e saggi
che intitolò “Feria d’agosto”, l’ultima approntata da Pavese prima della morte,
si apre con una sezione dal titolo “Il mare”. Ma in questa sezione tutti i testi,
compreso quello del titolo, “sono ambientati nella campagna”, nota il curatore
dell’edizione Einaudi della raccolta, Elio Gioanola. E si dà questa ragione: il
mare di Pavese, uomo terragno, è “il vuoto dell’altrove”.
Il vuoto? Sì e no. Sì perché
non ci sono racconti di mare. No, perché il mare è ricorrente in Pavese. Come idea
e come vagheggiamento presto, dall’infatuazione poetica per “i mari del Sud”. Di
fatto, tardivamente.
Quando Pavese finisce a un mare
vero, lo Jonio, al confino, a Brancaleone, ci passerà il tempo davanti, passeggiando,
incupito, senza nemmeno guardarlo. Come se ne legge nelle lettere. Fino a un
certo punto. Poi il mare lo prende. Ci dialoga – ci fantastica. Non di sirene,
non in senso erotico. Ma fantastico, dei miti che ci aleggiano, di sopra e di
sotto, di ninfe più che di tritoni.
Al confino,
che poi durò nove-dieci mesi, Pavese presto si mise a suo agio, soverchiato
dalla “ospitalità”
locale, che lui subito collega d’impeto all’antica Grecia, alle leggi dell’ospitalità.
Frequenta
la cantina, dà ripetizioni, giacché è stato nominato “il professore” (d’inglese
alla figlia del
maresciallo che deve controllarlo), chiede a casa e riceve libri, anche di Grecia e
di miti. S’inventa personaggi
da mitizzare in futuri romanzi (“Il carcere”, scritto nel 1937-38, primo romanzo,
titolo iniziale “Memoria
di due stagioni”, le due di Brancaleone) e racconti, avvia il famoso diario “Il mestiere
di vivere”. A Natale ha completato l’immedesimazione nell’antica Grecia, scrive a
casa nella lettera
di auguri: “La gente di questo paese è di un tatto e di una cortesia che hanno
una sola spiegazione:
qui una volta la civiltà era greca”.
Il mito lo prende,
una vita fuori dall’esistenza. Che lo porterà fino ai “Dialoghi con Leucò”, a suo dire la
sua opera meglio riuscita - Leucò per Leucotea,
ma anche Leucòpetra, località poco distante da
Brancaleone.
Del mare i due ragazzini protagonisti del racconto che
apre “Feria d’agosto” in realtà “non vogliono informazioni”, nella sintesi di Gioanola, “vogliono
leggenda, mythos; per i viaggi che immaginano d’intraprendere non hanno bisogno di mappe, ma di spinte
fantastiche”.
Cronache della differenza: Sicilia
Erutta l’Etna, l’aeroporto di
Catania (40-42 mila passeggeri/giorno il flusso) si ferma, si ferma la Sicilia
orientale, da Messina a Ragusa e Agrigento, servita da Catania, e s’ingolfa anche
l’aeroporto di Palermo. Spostarsi da Catania a Palermo peraltro non è agevole:
niente treni, le (poche) autostrade sono tutte buche.
Bizzarramente, frequentando l’isola
non ci se ne accorge. Di questo stato disastrato dei trasporti. Girando l’isola si viene riportati indietro nel tempo
- quando una strada era comunque un premio, per quanto mulattiera.
Emanuele Lauria, il capo redattore
del quotidiano “la Repubblica Palermo”, nella presentazione del volume dedicato
a Baudo (“E riecco a voi”) a un anno dalla morte, dopo averne fatto il cimiteriale
testimone di un’epoca, col merito “di esportare una Sicilia colta ed educata quando
dilagavano ancora gli stereotipi delle coppole, dei mandolini e delle lupare”. Detto
oggi non sembra vero. Ma per mezzo secolo, poco meno, la Sicilia era uno come
Riina. Che sembra inventato ma è vero.
Il “priapismo siciliano” denuncia
un Philippe Daverio incattivito quindici anni fa a Marina Valensise che lo interroga
per “il Foglio” l'estate del 2011 (la storia si può leggere in “Il sole sorge al
Sud”). Consulente semigratuito del Comune per la Cultura per cinque anni,
insolentito dall’onorevole Faraone (allora) Forza Italia, e dalla “lega sudista
di Raffaele Lombardo”, insomma dalla vecchia Dc: “È il “priapismo
filosiciliano, che fa credere agli abitanti di Palermo di essere i migliori del
mondo”.
Ma non è solo il milanese Daverio.
Valensise esuma il principe di Salina del “Gattopardo”, cioè Tomasi di
Lampedusa, che così spiega l’isola al piemontese Chevallard: “I siciliani non
vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti:
la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei
sia per origine sia, anche se siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge
il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di disturbare la loro
compiaciuta attesa del nulla”.
Con una coda, aggiunge Valensise,
gattopardesca: “A parte il vezzo dell’auto-denigrazione, perverso sintomo di un
complesso di superiorità”.
Palermo è la capitale non solo per “l’ombra
di Federico di Svevia”, calcola Valensise in “Il sole sorge al Sud”, ma perché
è sede della Regione autonoma, “senza la quale la capitale occidentale (la
orientale essendo Catania, n.d.r.) nemmeno esisterebbe (il 40 per cento del pil
palermitano deriva dal settore pubblico)”.
Goethe era perplesso. Uscendo dal
palazzo della principessa di Biscari, che si era animata quando apprese che
“eravamo tedeschi”, per le conversazioni avute con precedenti visitatori
tedeschi, commenta: “La vita di questi isolani ha sempre qualcosa di solitario,
e non si ridesta e non si sostiene che in forza di qualche interesse passeggero”.
Ha bisogno di diversivi.
Gestisce la giustizia politica a Roma
e Milano, con due procuratori capo, uno di Palermo e uno di Caltanissetta, “senza
guardare in faccia i potenti”. La giustizia interpretando come credo politico.
Infatti Lo Voi a Roma sta sulle piste, anche minime, di centro-destra – anche
solo per gli articoli di giornale. Viola a Milano su quelle del centro-sinistra,
anche solo per articoli di giornale. Non si può dire che la Sicilia sia riservata
o omertosa.
Al tempo dell e “teste del
serpente” palermitano, degli uomini addentro di tutti gli intrighi, anni 1970-1980,
due dei tre eletti, Graziano Verzotto, un politicante e un chiacchierone, e
Arturo Cassina, un cacciatore di appalti e di titoli (conte, cavaliere di Santo Sepolcro,
etc .), con Vito Guarrasi di Alcamo (imparentato con Cuccia, la “Milano Milano”,
avevano zii in comune), erano continentali: Verzotto veneto, anche nell’eloquio,
Cassina comasco. Dunque, al tempo dalla mafia di Corleone, che tutto e tutti controllava
e decimava, il “potere” a Palermo era detenuto da un veneto e un lombardo.
Da mesi le cronache di Palermo sono
piene di atti intimidatori: incendi, bombe, kalashnikov. L’azienda Sicily by Car
ha subito tre attentati in tre mesi, con dodici mezzi incendiati, e varie scariche
di kalashkinov. Altrove sarebbe successo qualcosa. A Palermo, no – si faranno
indagini, per colpire i responsabili, quando si sarà costruita una “cupola”, et..
Altrove gli attentatori sarebbero stati individuati, cercati e puniti. Inconcepibile
tanga delinquenza impunita, ma è la realtà.
“L’Odissea di Hollywood”, fa una
pagina derisoria il “Corriere della sera” sull’“Odissea” di Christopher Nolan – molto
prima che esca, a Ferragosto. Perché, pare, Elon Musk ne ha parlato male, essendo
Elena un’attrice mauriziana, mezza nera. Difficile difendere Musk. E allora,
perché tanto astio? Perché (in parte) è stato girato a Favignana.
Chi firma la pagina, Valerio Cappelli,
forse non lo sa, ma questo è l’unico motivo. Sottinteso: le Egadi, pensano di fare
le scarpe alle Seychelles, alle Maldive – e a Mauritius
Lo stesso giornale, lo stesso
giorno, commissiona a Felice Cavallaro un articolo per ridicolizzare la mania dei
personaggi superpop, da ultimo Dua Lipa, di sposarsi o comunque festeggiare in Sicilia.
Invitando vip di tutto il gran mondo. Che forse è solo per l’abilità di qualche
wedding planner siculo. O forse per l’albergheria siciliana, che
ha grandi tradizioni, fra Palermo e Taormina. No, è chissà perché questi
spendono tanti soldi in Sicilia? Cioè: c’entrerà la mafia?
Perché Cavallaro, cronista eccellente,
e di forte sostanza, sul matrimonio di Dua Lipa ? Perché è l’unica cosa di cui
lo fanno scrivere. “Se si tratta di dividerci, la Sicilia è sempre compatta”, Gery
Palazzotto può lamentare sul “Foglio” - “Cartoline dall’antimafia”).
E tutto è mafia, naturalmente,
anche sotto forme avverse – sempre Palazzotto: “Oggi basta aggiungere la parola
«legalità» a qualunque progetto, pubblico e privato, che sia mostra o cocktail,
film o concertino, parco o aiuola, e il gioco è fatto”. Come giocare
all’antimafia.
“Mephisto” sul “Sole 24 Ore
Domenica” compara i Florio con i Rotschild. Non c’è partita: i Rotschild “non
ostentano ricchezze” e accumulano “8potere e ricchezze colossali”, per due
secoli, anche tre. I Florio si perdono tra i “salotti e le mondanità”.
“Appiccicare loro il soprannome di «Rothschild del Sud»? Formidabile fesseria
questa”, decreta il velenoso corsivista. Comprensibile, aggiunge per maggior senso,
“in una Sicilia dove la povertà…. sgranava gli occhi di fronte alla mondanità”. Milano invece sgrana gli occhi di fronte alla mondanità per essere ricca?
leuzzi@antiit.eu

Nessun commento:
Posta un commento