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venerdì 23 ottobre 2026

L’Intelligenza Artificiale è imperialista

Un saggio che unisce storia e contemporaneità, analisi politica e analisi economica, tecnologia e imperialismo. In una prospettiva non apocalittica, ma sì di una transizione rapidissima, quasi istantanea. In dipendenza, ancora una volta, in larga parte da riserve naturali – chi ha l’oro comanda.
“Nel giro di pochi anni, Cina e Stati Uniti hanno costruito ciascuno qualcosa che gli storici del futuro potrebbero riconoscere come una nuova forma di impero. Il loro dominio si estende non solo su territorio, rotte commerciali e spazio aereo, ma sulla conoscenza stessa. Controllando i grandi modelli linguistici, i chip, le infrastrutture fisiche e i capitali che costituiscono le basi per la cognizione artificiale avanzata, Pechino e Washington non solo stanno raggiungendo nuove vette di performance economica e proiezione di potere, ma stanno anche dettando i termini di tutto il futuro progresso scientifico e intellettuale. L’espressione “superpotenze dell’IA” non rende giustizia all'influenza e alla portata che questi rivali esercitano oggi. Anche senza la costruzione attiva di alleanze o la coercizione, possono rendere dipendenti da loro tutti gli altri Paesi che cercano di accedere all'IA avanzata”.
Ma questa è solo un’ipotesi. Che gli autori, Ferguson storico, Klaasen analista del giornalismo IA, e Schmidt, ex presidente Google, autore con Kissinger di “Genesis; Artificial Intelligence, Hope, and the Human Future”, lasciano aperta: la Cina non è in grado e non intende sfidare militarmente gli Stati Uniti, le due potenze si direbbe che “coesistono”, con la vecchia terminologia della guerra fredda. Più problematica invece la storia della fine degli imperi come già studiata da Ferguson: “La storia imperiale ci offre un monito. In assenza di altre forze, gli imperi raramente soccombono a uno sfidante o ai barbari alle porte. Più spesso, falliscono perché la difesa dei loro vasti domini li prosciuga, sia di risorse materiali, sia del consenso dei governati, sia della lealtà delle élite. Il centro imperiale si accorge di non poter più mantenere il controllo sulla periferia, sulle regioni che un tempo gli erano sottomesse”.
Il fallimento può essere finanziario – troppi debiti. O istituzionale - l’impero cinese Qing alla fine del XIX secolo, incapace di industrializzarsi e sburocratizzarsi. Oppure tecnologico: “La Dreadnought della Royal Navy del 1906 fornì al Regno Unito la prima corazzata dotata esclusivamente di cannoni di grosso calibro e, con un solo colpo, rese obsoleta la flotta da battaglia preesistente. Da un giorno all'altro, questa svolta aprì la strada a rivali come la Germania, cancellando un secolo di vantaggio accumulato dalla Gran Bretagna. La conseguente corsa agli armamenti costrinse il Regno Unito a quasi raddoppiare le spese navali tra il 1900 e il 1914”.
Si fallisce come si comincia. Anche gli imperi possono essere finanziari: l’oro del Perù. O tecnologici: “Gli acquedotti di Roma e i canali e le opere di controllo delle inondazioni cinesi rappresentavano le vie di comunicazione di secoli di egemonia. Le potenze imperiali dell'Europa moderna erano all’avanguardia mondiale nella stampa, nella tecnologia marittima e nell’artiglieria”.
O militari, naturalmente.
E qui viene richiamata “l’intuizione di Ferguson”, di Adam Ferguson e non del coautore, il teorico politi co settecentesco – un precursore in tutto e per tutto di Adam Smith, scozzese anche lui – “secondo cui un debito elevato induce inevitabilmente al declino”. Sul presupposto che “la durata di un impero dipende dalla sua capacità di autofinanziarsi”, il quasi omonimo Niall Ferguson ripropone anche il suo cosiddetto “limite di Ferguson”. Un metro molto semplice: “Qualsiasi impero che spenda più per il servizio del debito che per la propria difesa rischia di perdere il suo status imperiale”.
Da qui la conclusione – e lo stallo, o coesistenza pacifica. “Gli Stati Uniti hanno superato quello che uno di noi ha definito il «limite di Ferguson» nel 2024, spendendo più per interessi passivi (circa 881 miliardi di dollari) che per la difesa (circa 874 miliardi di dollari). Se il governo federale continuerà con l’attuale traiettoria di spesa, entro il 2036 i pagamenti degli interessi raddoppieranno il budget per la difesa”. Saremo “cinesi”, allora? No, “la Cina probabilmente si trova ad affrontare un problema analogo. Sebbene molti dati non siano resi pubblici”, si sa che l’indebitamento è nascosto negli enti locali.
La competizione è spostata sull’Intelligenza Artificiale.
Niall 
Ferguson-Lisa Klaasen-Erich Schmidt, Empires of AI, “Foreign Affairs”, Nov-Dicembre 2026, in libera lettura online (anche in italiano, Imperi dell’IA)

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