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L’Intelligenza Artificiale è imperialista
Un saggio che
unisce storia e contemporaneità, analisi politica e analisi economica,
tecnologia e imperialismo. In una prospettiva non apocalittica, ma sì
di una transizione rapidissima, quasi istantanea. In dipendenza, ancora una
volta, in larga parte da riserve naturali – chi ha l’oro comanda.
“Nel giro di pochi
anni, Cina e Stati Uniti hanno costruito ciascuno qualcosa che gli storici del
futuro potrebbero riconoscere come una nuova forma di impero. Il loro dominio
si estende non solo su territorio, rotte commerciali e spazio aereo, ma sulla
conoscenza stessa. Controllando i grandi modelli linguistici, i chip, le
infrastrutture fisiche e i capitali che costituiscono le basi per la cognizione
artificiale avanzata, Pechino e Washington non solo stanno raggiungendo nuove
vette di performance economica e proiezione di potere, ma stanno anche dettando
i termini di tutto il futuro progresso scientifico e intellettuale. L’espressione
“superpotenze dell’IA” non rende giustizia all'influenza e alla portata che
questi rivali esercitano oggi. Anche senza la costruzione attiva di alleanze o
la coercizione, possono rendere dipendenti da loro tutti gli altri Paesi che
cercano di accedere all'IA avanzata”.
Ma questa è solo
un’ipotesi. Che gli autori, Ferguson storico, Klaasen analista del giornalismo
IA, e Schmidt, ex presidente Google, autore con Kissinger di “Genesis;
Artificial Intelligence, Hope, and the Human Future”, lasciano aperta: la Cina
non è in grado e non intende sfidare militarmente gli Stati Uniti, le due
potenze si direbbe che “coesistono”, con la vecchia terminologia della guerra
fredda. Più problematica invece la storia della fine degli imperi come già
studiata da Ferguson: “La storia imperiale ci offre un monito. In assenza di
altre forze, gli imperi raramente soccombono a uno sfidante o ai barbari alle
porte. Più spesso, falliscono perché la difesa dei loro vasti domini li
prosciuga, sia di risorse materiali, sia del consenso dei governati, sia della
lealtà delle élite. Il centro imperiale si accorge di non poter più mantenere
il controllo sulla periferia, sulle regioni che un tempo gli erano sottomesse”.
Il fallimento può
essere finanziario – troppi debiti. O istituzionale - l’impero cinese Qing alla
fine del XIX secolo, incapace di industrializzarsi e sburocratizzarsi. Oppure
tecnologico: “La Dreadnought della Royal Navy del 1906 fornì al Regno
Unito la prima corazzata dotata esclusivamente di cannoni di grosso calibro e,
con un solo colpo, rese obsoleta la flotta da battaglia preesistente. Da un
giorno all'altro, questa svolta aprì la strada a rivali come la Germania,
cancellando un secolo di vantaggio accumulato dalla Gran Bretagna. La
conseguente corsa agli armamenti costrinse il Regno Unito a quasi raddoppiare
le spese navali tra il 1900 e il 1914”.
Si fallisce come
si comincia. Anche gli imperi possono essere finanziari: l’oro del Perù. O
tecnologici: “Gli acquedotti di Roma e i canali e le opere di controllo delle
inondazioni cinesi rappresentavano le vie di comunicazione di secoli di
egemonia. Le potenze imperiali dell'Europa moderna erano all’avanguardia
mondiale nella stampa, nella tecnologia marittima e nell’artiglieria”.
O militari, naturalmente.
E qui viene richiamata “l’intuizione di
Ferguson”, di Adam Ferguson e non del coautore, il teorico politi co
settecentesco – un precursore in tutto e per tutto di Adam Smith, scozzese
anche lui – “secondo cui un debito elevato induce inevitabilmente al declino”.
Sul presupposto che “la durata di un impero dipende dalla sua capacità di
autofinanziarsi”, il quasi omonimo Niall Ferguson ripropone anche il suo
cosiddetto “limite di Ferguson”. Un metro molto semplice: “Qualsiasi impero
che spenda più per il servizio del debito che per la propria difesa rischia di
perdere il suo status imperiale”.
Da qui la conclusione – e lo stallo, o
coesistenza pacifica. “Gli Stati Uniti hanno superato quello che uno di noi ha
definito il «limite di Ferguson» nel 2024, spendendo più per interessi passivi (circa
881 miliardi di dollari) che per la difesa (circa 874 miliardi di dollari). Se
il governo federale continuerà con l’attuale traiettoria di spesa, entro il
2036 i pagamenti degli interessi raddoppieranno il budget per la difesa”. Saremo
“cinesi”, allora? No, “la Cina probabilmente si trova ad affrontare un problema
analogo. Sebbene molti dati non siano resi pubblici”, si sa che l’indebitamento
è nascosto negli enti locali.
La competizione è spostata sull’Intelligenza
Artificiale.
Niall Ferguson-Lisa
Klaasen-Erich Schmidt, Empires of AI, “Foreign Affairs”, Nov-Dicembre
2026, in libera lettura online (anche in italiano, Imperi dell’IA)
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