letterautore
Gaetano Afeltra – Dirigendo
negli anni 1960 il “Corriere d’Informazione”, l’edizione pomeridiana del
“Corriere della sera”, giornale di forti titoli e frivolezze, coltivava i
giovani letterati, Parise, Arbasino, e la non più giovanissima Ortese, con
lunghe articolesse, tipo elzeviro, tra racconto e divagazione.
Depressione – Si coniuga
(anche) con la meteoropatia, ma all’inverso? “Nel Nord Europa è proprio quando
la primavera è alle porte, quado le giornate si allungano e l’alba arriva
prima, che la gente sprofonda nella depressione, pensa al suicidio” - Doris
Lessing, “Il figlio dell’amore”, racconto compreso nella raccolta “Le nonne”.
Francia – “Sempre” rivoluzionaria
per non esserlo – essenzialmente violenta? “In Francia ci sono state varie guerre
civili”, spiega Houellebecq a Pordenone Legge: “La più spettacolare è la Rivoluzione
francese, quando vi erano più di due fazioni o schieramenti – i rivoluzionari
non erano un’unica fazione, si sono massacrati a vicenda”.
Freud – “Analista della
tristezza” lo fa Alda Merini – in una poesia del 1988, “Giacomo Leopardi non è
mai stato contento” (ora nella raccolta “Il mio labirinto di assurdo silenzio”,
p. 76).
Guerra – Una noia –
Doris Lessing, “Il figlio dell’amore” (nella raccolta “Le nonne”, p.219): “La
guerra non era un continuum, ma era fatta di lunghi periodi di inazione e di
noia, interrotti da esplosioni di attività frenetica; il che significava
combattimenti, pericoli, morte, e poi ancora noia e ancora inerzia. È questo
che si sente sempre dire del fronte. «Com’è stata la guerra?» «Una noia!»”.
Leopardi – “Giacomo Leopardi
non è mai stato contento in vita sua proprio perché non aveva conosciuto Sigmund Freud analista della tristezza” – Alda Merini, “Poesie 1988-1989”, ora
nella raccolta “Il mio labirinto di assurdo silenzio”, p. 76.
Carlo Levi – “Maestoso e
insieme leggero, imponente e grazioso, autorevole e spensierato come un dio in
vacanza”, così appare a Anna Maria Ortese a settembre del 1956, a Viareggio per
il premio (“Incontro a Viareggio”, ora
in “La lente scura”, p.33), “l’autore di pagine straordinarie e, alla fine,
meno straordinarie” – aveva avuto il premio da una giuria divisa, molti erano
per Gianna Manzini.
Pound – Era vigile e
partecipe. Ritornato silenzioso, come muto, dal manicomio criminale in America,
Montanelli lo ritrae invece, sempre silenzioso, ma attento, sul “Corriere della
sera” l’11 aprile 1971, descrivendo un pranzo a Venezia dove lo ha avuto commensale,
con la compagna Olga Rudge (in Indro Monanelli, “Le grandi interviste 2”, “Ezra
Pound”). A tavola, dove Montanelli lo ha di fronte, “la testa eretta sulle spalle,
la fronte increspata nello sforzo di tirare a tenda le sopracciglia sugli
occhi, mangiava sobriamente, ma di tutto, senza il minimo cenno di partecipazione
ai conversari”. Si parla del più e del meno. E di Spagna. Montanelli chiede a Olga
se Pound c’è stato. “A questo punto la bocca di Pound”, annota Montanelli, “ma
solo la bocca, impercettibilmente si mosse e bisbgliò: «Sì, nel novantasei»…. E
subito dopo, sempre in un sussurro: «Volevo dire nel novecentosei»”.
Dopo il pranzo seduti, Montanelli vede Pound, rincantucciato in un angolo
del divano, fare le fusa con la gattina siamese di casa che lo ha puntato. Quando
la conversazione tocca la cattiva abitudine di sputare per terra, Olga interviene
a dire: “Oh, lo fanno anche gli americani, o almeno lo facevano. C’erano perfino
dei recipienti apposta”, di cui non ricorda il nome. “«Cuspidors»,
intervenne Pound con la sua flebile voce, e per la prima volta vedemmo l’immobilità
del suo volto rompersi in un lieve sorriso”.
Quasimodo – Da solo illumina
il “Cova”, il ristorante milanese, in un paio di incursioni di Anna Maria
Ortese nel 1949. In “Sesto tavolo al «Cova»” (ora in “La lente oscura”, p.413):
“La Provvidenza ha tanti modi di consolare uomini dubbiosi, gente lontana dalla
sua terra, e al Cova uno dei suoi sistemi migliori è quello di far entrare
Quasimodo. Sotto la mano delicata del poeta siciliano, la porta a vetri del Cova
si apre cautamente, e vivo e meraviglioso come persona vera questo ‘Ritratto di
Gentiluomo Siciliano’ viene avanti”. Vestito “in verde chiaro”: “Da giovane, sembra
che Salvatore Quasimodo fosse bellissimo; ora, decaduti gli inganni dell’età
giovanile, rimane bello tuttavia al modo di un pugnale, dentellato dalla ruggine.
Piccolo viso con una larga fronte appena convessa, sopra occhi neri, mobili, sospettosi”.
L’immagine lirica la scrittrice amplifica tre anni più tardi, riprendendo
la scena dell’ingresso al “Cova” in Sicilia, dove si trova a fine 1951 - in “Luci
di Sicilia” (“La lente scura”, pp. 444 segg.). Prospettando se stessa come una
che, al Cova, aspettava “l’ingresso di chi non sarebbe venuto mai”. Un “chi”, “forse
una persona, forse una cosa, certo un modo di vivere, un mondo, una bellezza che
avevo sempre intravista e perduta, mai posseduta, di cui ero sempre in cerca”.
Finché non entrò lui: “Un uomo, di cui non esisteva idea, nello stile e nella
figura, a Milano. Su un corpo di spadaccino, una testa nobile, scura, come
intagliata in un legno prezioso, un’alta fronte ovale incorniciata di riccioli
bruni. I suoi occhi nerissimi erano pieni di luce, e fissi, e calmi”.
E quando l’uomo “si alzò e andò via nello stesso modo curioso e leggero come
era entrato”, le parve “uscissero insieme una forza, un dolore, una luce. Il suo
nome era Salvatore Quasimodo”.
Domenico Rea – Detto Mimì,
Anna Maria Ortese lo vede una sera a Napoli, “alla Ferrovia, sotto la statua di
Garibaldi”, invitata da lui a cena, come un muro di silenzio nelle confusione: “Uno
dei fenomeni più notevoli di queste terre, così scatenato, dirompente,
fischiante, un bolide, a osservarlo attentamente, non è che silenzio. In fondo
a tutte le sue risate, le sue convulsioni, i suoi eccessi, silenzio”. Rea è
agitato, esaltato, incontrollabile, deve partire, vuole partire, per Viareggio,
la cena salta, non sa se e come avvisare la moglie. Qualcuno da Viareggio, dove
si è deciso il premio (1951), gli ha detto “parta subito”, e l’eccitazione non ha
fine: “È la casa a Napoli, è il lavoro per tre anni… Impiegato a Napoli,
alloggio a Nocera, padre e sorelle a carico…. Capisci da dove vengo?”. Salvo ammutolire
quando, su insistenza di Ortese, ha ritelefonato a Viareggio, all’albergo del
premio, e ha saputo che lui non era nel programma.
Spagna – Dopo il Medio
Oriente (http://www.antiit.com/2017/01/letture-286.html)
la location preferita degli operisti, i compositori d’opera – e
musicisti in genere. Andrea Penna ne fa breve elenco nel programma di sala di
Santa Cecilia per il recital di Lisetta Oropesa, “Mis amores son
canciones”: Mozart, Verdi, Rossini, Liszt (perfino Liszt, dall’alto del suo metro
e 85, vi si cimentò, con un mezzo abortito “Don Sanche” – n.d.r.), ,Glimka, Čajkovskij,
Rimskij-Korsakov, Massenet, Chabrier, e poi Chopin, Minkus, Lalo, Debussy,
Ravel.
letterautore@antiit.eu

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