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venerdì 23 ottobre 2026

Letture _ 624

letterautore
 
Gaetano Afeltra
– Dirigendo negli anni 1960 il “Corriere d’Informazione”, l’edizione pomeridiana del “Corriere della sera”, giornale di forti titoli e frivolezze, coltivava i giovani letterati, Parise, Arbasino, e la non più giovanissima Ortese, con lunghe articolesse, tipo elzeviro, tra racconto e divagazione.
 
Depressione – Si coniuga (anche) con la meteoropatia, ma all’inverso? “Nel Nord Europa è proprio quando la primavera è alle porte, quado le giornate si allungano e l’alba arriva prima, che la gente sprofonda nella depressione, pensa al suicidio” - Doris Lessing, “Il figlio dell’amore”, racconto compreso nella raccolta “Le nonne”.
 
Francia – “Sempre” rivoluzionaria per non esserlo – essenzialmente violenta? “In Francia ci sono state varie guerre civili”, spiega Houellebecq a Pordenone Legge: “La più spettacolare è la Rivoluzione francese, quando vi erano più di due fazioni o schieramenti – i rivoluzionari non erano un’unica fazione, si sono massacrati a vicenda”.
 
Freud – “Analista della tristezza” lo fa Alda Merini – in una poesia del 1988, “Giacomo Leopardi non è mai stato contento” (ora nella raccolta “Il mio labirinto di assurdo silenzio”, p. 76).
 
Guerra – Una noia – Doris Lessing, “Il figlio dell’amore” (nella raccolta “Le nonne”, p.219): “La guerra non era un continuum, ma era fatta di lunghi periodi di inazione e di noia, interrotti da esplosioni di attività frenetica; il che significava combattimenti, pericoli, morte, e poi ancora noia e ancora inerzia. È questo che si sente sempre dire del fronte. «Com’è stata la guerra?» «Una noia!»”.
 
Leopardi – “Giacomo Leopardi non è mai stato contento in vita sua proprio perché non aveva conosciuto Sigmund Freud analista della tristezza” – Alda Merini, “Poesie 1988-1989”, ora nella raccolta “Il mio labirinto di assurdo silenzio”, p. 76.
 
Carlo Levi – “Maestoso e insieme leggero, imponente e grazioso, autorevole e spensierato come un dio in vacanza”, così appare a Anna Maria Ortese a settembre del 1956, a Viareggio per il premio  (“Incontro a Viareggio”, ora in “La lente scura”, p.33), “l’autore di pagine straordinarie e, alla fine, meno straordinarie” – aveva avuto il premio da una giuria divisa, molti erano per Gianna Manzini.
 
Pound – Era vigile e partecipe. Ritornato silenzioso, come muto, dal manicomio criminale in America, Montanelli lo ritrae invece, sempre silenzioso, ma attento, sul “Corriere della sera” l’11 aprile 1971, descrivendo un pranzo a Venezia dove lo ha avuto commensale, con la compagna Olga Rudge (in Indro Monanelli, “Le grandi interviste 2”, “Ezra Pound”). A tavola, dove Montanelli lo ha di fronte, “la testa eretta sulle spalle, la fronte increspata nello sforzo di tirare a tenda le sopracciglia sugli occhi, mangiava sobriamente, ma di tutto, senza il minimo cenno di partecipazione ai conversari”. Si parla del più e del meno. E di Spagna. Montanelli chiede a Olga se Pound c’è stato. “A questo punto la bocca di Pound”, annota Montanelli, “ma solo la bocca, impercettibilmente si mosse e bisbgliò: «Sì, nel novantasei»…. E subito dopo, sempre in un sussurro: «Volevo dire nel novecentosei»”.
Dopo il pranzo seduti, Montanelli vede Pound, rincantucciato in un angolo del divano, fare le fusa con la gattina siamese di casa che lo ha puntato. Quando la conversazione tocca la cattiva abitudine di sputare per terra, Olga interviene a dire: “Oh, lo fanno anche gli americani, o almeno lo facevano. C’erano perfino dei recipienti apposta”, di cui non ricorda il nome. “«Cuspidors», intervenne Pound con la sua flebile voce, e per la prima volta vedemmo l’immobilità del suo volto rompersi in un lieve sorriso”.  
 
Quasimodo – Da solo illumina il “Cova”, il ristorante milanese, in un paio di incursioni di Anna Maria Ortese nel 1949. In “Sesto tavolo al «Cova»” (ora in “La lente oscura”, p.413): “La Provvidenza ha tanti modi di consolare uomini dubbiosi, gente lontana dalla sua terra, e al Cova uno dei suoi sistemi migliori è quello di far entrare Quasimodo. Sotto la mano delicata del poeta siciliano, la porta a vetri del Cova si apre cautamente, e vivo e meraviglioso come persona vera questo ‘Ritratto di Gentiluomo Siciliano’ viene avanti”. Vestito “in verde chiaro”: “Da giovane, sembra che Salvatore Quasimodo fosse bellissimo; ora, decaduti gli inganni dell’età giovanile, rimane bello tuttavia al modo di un pugnale, dentellato dalla ruggine. Piccolo viso con una larga fronte appena convessa, sopra occhi neri, mobili, sospettosi”.
L’immagine lirica la scrittrice amplifica tre anni più tardi, riprendendo la scena dell’ingresso al “Cova” in Sicilia, dove si trova a fine 1951 - in “Luci di Sicilia” (“La lente scura”, pp. 444 segg.). Prospettando se stessa come una che, al Cova, aspettava “l’ingresso di chi non sarebbe venuto mai”. Un “chi”, “forse una persona, forse una cosa, certo un modo di vivere, un mondo, una bellezza che avevo sempre intravista e perduta, mai posseduta, di cui ero sempre in cerca”. Finché non entrò lui: “Un uomo, di cui non esisteva idea, nello stile e nella figura, a Milano. Su un corpo di spadaccino, una testa nobile, scura, come intagliata in un legno prezioso, un’alta fronte ovale incorniciata di riccioli bruni. I suoi occhi nerissimi erano pieni di luce, e fissi, e calmi”.
E quando l’uomo “si alzò e andò via nello stesso modo curioso e leggero come era entrato”, le parve “uscissero insieme una forza, un dolore, una luce. Il suo nome era Salvatore Quasimodo”.
 
Domenico Rea – Detto Mimì, Anna Maria Ortese lo vede una sera a Napoli, “alla Ferrovia, sotto la statua di Garibaldi”, invitata da lui a cena, come un muro di silenzio nelle confusione: “Uno dei fenomeni più notevoli di queste terre, così scatenato, dirompente, fischiante, un bolide, a osservarlo attentamente, non è che silenzio. In fondo a tutte le sue risate, le sue convulsioni, i suoi eccessi, silenzio”. Rea è agitato, esaltato, incontrollabile, deve partire, vuole partire, per Viareggio, la cena salta, non sa se e come avvisare la moglie. Qualcuno da Viareggio, dove si è deciso il premio (1951), gli ha detto “parta subito”, e l’eccitazione non ha fine: “È la casa a Napoli, è il lavoro per tre anni… Impiegato a Napoli, alloggio a Nocera, padre e sorelle a carico…. Capisci da dove vengo?”. Salvo ammutolire quando, su insistenza di Ortese, ha ritelefonato a Viareggio, all’albergo del premio, e ha saputo che lui non era nel programma.
 
Spagna – Dopo il Medio Oriente (http://www.antiit.com/2017/01/letture-286.html)
la location preferita degli operisti, i compositori d’opera – e musicisti in genere. Andrea Penna ne fa breve elenco nel programma di sala di Santa Cecilia per il recital di Lisetta Oropesa, “Mis amores son canciones”: Mozart, Verdi, Rossini, Liszt (perfino Liszt, dall’alto del suo metro e 85, vi si cimentò, con un mezzo abortito “Don Sanche” – n.d.r.), ,Glimka, Čajkovskij, Rimskij-Korsakov, Massenet, Chabrier, e poi Chopin, Minkus, Lalo, Debussy, Ravel.

letterautore@antiit.eu

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