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venerdì 15 luglio 2011

La manovra nel 1994 aveva tagliato il debito

Ecco cosa si poteva scrivere a dicembre 1994, all’indomani di un’altra finanziaria “storica” di Berlusconi, quella che doveva risanare alla radice il debito pubblico e il mercato del lavoro con una riforma radicale delle pensioni – ma non ancora approvata e saltata qualche giorno dopo a opera del presidente Scalfaro e di Bossi (Scalfaro lo sostituì con Dini, l’artefice della riforma delle pensioni…):
“Dai che ce la fai! «Arrivati al punto di rottura, quando il governo sta per inabissarsi, sfiancato dalle loro critiche e dai loro giornali, i grandi imprenditori danno una mano a Silvio Berlusconi: non lo vogliono morto, lo vogliono debole». Così un alto dirigente della Confapi, l’associazione della piccola e media industria, vede l’altalena di sferzate e incoraggiamenti che dalla Confindustria sono venuti al presidente del consiglio. Ancora a metà novembre il direttivo dell’organizzazione ammoniva Berlusconi a non rompere la concertazione e la pace sociale. Due settimane dopo, lunedì 28 novembre, i presidenti della Fiat e della Olivetti, Gianni Agnelli e Carlo De Benedetti, lo incitavano alla fermezza.
“La voce della Confapi può essere o no veritiera. Ma una cosa certa la dice: c’è polemica più forte che mai tra i piccoli e i grandi imprenditori, e questo a proposito del governo Berlusconi. «Do un giudizio molto positivo di Berlusconi come presidente del consiglio e molto positivo anche del suo governo», tiene a far sapere Alessandro Cocirio, l’imprenditore torinese che presiede la Confapi. «Forse», precisa, «dopo i primi cento giorni s’è impantanato», ma la responsabilità, aggiunge, «è sopratutto dell’industria dei media che l’ha bersagliato come mai nessun altro governo, e di un’opposizione massimalista». Sulla stessa lunghezza d’onda è, all'interno della Confindustria, il Comitato della piccola industria presieduto da Giorgio Fossa (poi presidente di Confindustria, n.d.r.). Mentre Ivano Spalanzani, presidente della Confartigianato, l’organizzazione più rappresentativa delle piccole imprese artigianali, si dice «grato a questo governo se non altro perché ha finito di colpevolizzare i piccoli operatori che hanno la partita Iva». Che «pagano cioè le tasse e osservano le leggi» e, aggiunge polemicamente, «non portano i soldi fuori per speculare contro la lira». Spalanzani apprezza anche «il lavoro di disboscamento intrapreso dal ministro delle Finanze (Tremonti, n.d.r.) sulle diecine di inutili, ma costosi, adempimenti formali».
“C’è una sorta d’identificazione psicologica tra i piccoli imprenditori e Berlusconi, cresciuto in pochi anni da immobiliarista a secondo gruppo italiano. «Il presidente del consiglio non è uno dei loro», afferma la solita voce Confapi, «pur essendo un grande imprenditore, e così pensano di poterlo tenere sotto tutela». Una considerazione che introduce però a un altro aspetto del rapporto tra gli imprenditori e Berlusconi. Un aspetto che i piccoli rimproverano al presidente del consiglio di accettare supinamente: Berlusconi priviligerebbe i rapporti con i big degli affari. Del resto, lo stesso presidente del consiglio ha detto di aver tenuto da ragazzo l'avvocato Agnelli «come la Madonna sul comodino».
“Ma è vero che sono bastate le dichiarazioni di Agnelli e De Benedetti per dare a Berlusconi nuova baldanza alla verifica politica del giorno dopo in consiglio dei ministri, e alla trattativa con i sindacati il giorno successivo. Se non erano preordinati, quegli incitamenti, certamente sono venuti nel momento più opportuno, e sopratutto sono stati efficaci. Per gli industriali, perché la Confindustria confermava, alla vigilia della trattativa con i sindacati, che «la pace sociale serve a tutti, ma la manovra sulle pensioni è indispensabile». E anche per Berlusconi, perché, spiegava un suo collaboratore a palazzo Chigi, «in uno scontro su pregiudiziali politiche, e non per il miglioramento della finanziaria, conviene tenersi fermi agli interessi del Paese».
“Come andrà a finire? Si schiereranno gli imprenditori con Berlusconi o lo abbandoneranno? Un governo aperto ai problemi dell’impresa e rigido sul risanamento della finanza pubblica è ritenuto a questo punto indispensabile da tutti gli imprenditori, grandi e piccoli. La riposta è univoca e molto chiara, e nasce da quattro problemi precisi, aperti o che stanno per aprirsi. Il più grave è quello temuto: un giro di vite fiscale, se la finanziaria sarà insufficiente e a gennaio, o in primavera, ci sarà bisogno di una manovra-bis. «Potrebbe soffocare la ripresa, stiamo rischiando grosso», è il grido d’allarme di Cocirio, di Spalanzani, di Alessandro Riello, che in Confindustria presiede il Comitato dei giovani imprenditori, e della stessa Confindustria.
“L’altra preoccupazione comune è la politica monetaria e il costo del denaro. «Plaudire alla lira debole perché favorisce le esportazioni è proprio da somari», afferma con decisione Riello: «Con la stessa lira dobbiamo comprare le materie prime, rame, alluminio, ferro, cellulosa, fonti di energia. C’è stato già un rincaro del 30 per cento per effetto della svalutazione della lira, che dentro l’anno arriverà al 50 per cento per l’effetto congiunto della ripresa della domanda internazionale». “L’effetto positivo sulle esportazioni della lira debole si compensa negativamente con le importazioni. «La volatilità del cambio ora è rischiosa per le aziende», commenta il presidente dell’Assolombarda Ennio Presutti. Ma sopratutto pesa il costo del denaro: «Due punti d’interesse in più rispetto ai tassi tedeschi ci costano 35 mila miliardi», ha calcolato De Benedetti, mettendo nel conto la finanza pubblica e le imprese.
“Poi c’è il rilancio delle opere pubbliche: l’edilizia è in crisi da quasi tre anni. E la regolamentazione del lavoro flessibile, o «interinale», insomma del lavoro in affitto tramite le agenzie, previsto dall’accordo governo-sindacati del 23 luglio 1993. «Senza il lavoro interinale non ci sarà una ripresa effettiva del mercato del lavoro», affermano Riello e Cocirio. Molte piccole imprese aspettano ad assumere per poterlo fare tramite le agenzie nella nuova forma. Quanto allo sblocco del settore edilizia si punta molto sul project financing introdotto martedì 29 novembre dal decreto legge per la ricostruzione del Piemonte. Un disegno di legge del giorno successivo intende estendere il project financing a tutte le grandi opere pubbliche.
“Per sbloccare le opere pubbliche bisogna che il governo rimanga in sella. E così per gli altri tre grandi problemi: il bisogno di stabilità è prevalente e va a favore di Berlusconi.
“Sotto i problemi restano però le pulsioni di fondo, di amore o di odio. Il rimprovero che i piccoli muovono a Berlusconi, di aver privilegiato i grandi imprenditori, è in effetti una manifestazione di gelosia. A Berlusconi viene rimproverato perfino il cerimoniale dei ricevimenti a palazzo Chigi, che sarebbe più riguardoso verso i grandi. Giovedì 1 dicembre, al momento della drammatica decisione sulla finanziaria, il presidente del consiglio ha ricevuto la Confindustria nel suo studio al primo piano, attiguo alla sala del consiglio dei ministri, e le 15 delegazioni dei piccoli imprenditori, dalla Confagricoltura alla Confcommercio, al quarto piano, nella fredda Biblioteca Chigiana. Ai sindacati era stata invece riservata per lunga consuetudine la Sala Verde al terzo piano, appositamente attrezzata. «Ma noi tutti insieme siamo quasi 6 milioni di operatori», osserva dispiaciuto Spalanzani. Come dire: dagli altri vengono le pacche sulle spalle, da noi i voti.
Un sentimento d’identificazione analogo pervade i piccoli della Confindustria, Michele Perini e Adolfo Guzzini non sono contenti del distacco che il presidente della Confindustria, Luigi Abete, ha manifestato più volte nei confronti del governo, per ultimo con il pranzo organizzato per i leader sindacali l’1 novembre e con il freddo comunicato all'indomani della manifestazione di protesta a Roma il 12 novembre. Con il governo sono anche imprenditori autorevoli, come Gianmarco Moratti, presidente dell'Unione petrolifera, Vittorio Merloni, il bolognese Giuseppe Gazzoni Frascara, il costruttore Michele Matarrese, fratello di Antonio, presidente della Federcalzio, l’industriale dei giocattoli Stefano Clementoni.
“Analogamente sull’altro fronte, persiste la ripulsa negli antiberlusconiani di sempre: gli imprenditori di sinistra Giancarlo Lombardi, Attilio Oliva, Piero Pozzoli, Francesco Averna, che hanno come punto di riferimento Carlo De Benedetti. Il patron della Olivetti ha avuto nelle ultime settimane molti incontri ravvicinati, a palazzo Chigi e conviviali, con Berlusconi, il coordinatore di Forza Italia e ministro della Difesa Cesare Previti, il vicepresidente del consiglio e ministro delle Poste Giuseppe Tatarella. E il 29 novembre ha avuto dal governo la convenzione definitiva che fa del suo consorzio Omnitel il secondo gestore italiano del telefonino europeo. Ma non intende dare alla sua dichiarazione del giorno prima in favore della finanziaria il significato di un’apertura di credito.
La novità è nel gruppone di centro, per così dire, della Confindustria, né pro né contro Berlusconi a priori. Era il gruppo più consistente, per interessi se non per numero, ed è dalla sua indecisione che è venuta la doccia scozzese. L’11 giugno Abete salutava il nuovo governo con un secco: «Nessuna delega in bianco». Lo stesso giorno che un sondaggio fra i membri del parlamentino della Confindustria dava un 76,5 per cento di sì a Berlusconi. A fine luglio Abete lamentava «troppa confusione sulle privatizzazioni e la politica economica». Mentre De Benedetti infittiva gli incontri con Berlusconi. Il 23 settembre l'avvocato Agnelli invitava Berlusconi a cena con i big dell’industria, dando la carica decisiva al presidente del consiglio per varare la sua finanziaria difficile. Esattamente un mese dopo doveva però ammonire: «Basta con i duelli rusticani», riferendosi ai duelli Berlusconi-Bossi e Berlusconi-Scalfaro. E il giorno dopo si ritrovava ottimista e affiatato con il presidente del consiglio all’inaugurazione dello stabilimento di Melfi (era il giorno della «Madonna sul comodino»).
“Ora il gruppone si divide. Con gli antiberlusconiani duri e puri si schiera l’ex capo dei giovani imprenditori, Carlo Fumagalli. La stessa strada sembra prendere il suo successore Riello: «Se la finanziaria non va in porto la colpa è della maggioranza», dice, «di questo clima di rissosità che va oltre ogni aspettativa di equilibrio politico e anche mentale». Ne va di mezzo, secondo Riello, la ripresa: «Siamo ancora in una situazione difficile, la ripresa va in certe aree, e in altre no. Nello stesso Nord-Est alcuni settori non marciano ancora, in particolare quelli legati all'edilizia e alle opere pubbliche».
“La Fiat invece non ha partite aperte con Berlusconi. Prevalgono sulle riserve la protezione della ripresa e la stabilizzazione monetaria, che passa per il risanamento della finanza pubblica. «Sembrano frasi di rito ma non lo sono», spiegano da Torino. L’orientamento della Fiat potrebbe influire su altri grandi imprenditori, come Giampiero Pesenti, patron d’Italcementi e di Gemina, Mario Tronchetti Provera, patron di Pirelli, Pietro Marzotto”.

giovedì 14 luglio 2011

Ombre - 95

I doppi incarichi politici che ora si aboliscono in realtà unificavano la retribuzione. Ora si avranno doppie e triple retribuzioni a carico dello Stato. Gli agitatori della questione morale non possono che essere furbi, ma le professoresse che ci credono?

Sorgenia s’appropria di una manifestazione d’interesse, sottrae al servizio di maggior tutela un contratto, e fattura il kWh a 31 centesimi invece di 24. Adducendo un risparmio per l’utente di 122 grammi di anidride carbonica per kWh.
L’industria verde dev’essere necessariamente fraudolenta? In ogni suo minimo atto: contratto, costo, CO2 (cos’è un etto di CO2? E sei chili, come vuole la fattura?).

All’improvviso, Murdoch è di nuovo lo squalo. All’improvviso sono finiti gli incensamenti: non più tardi del Capodanno ultimo i miglioti salotti si mobilitavano per il delfino James, portatore infine di un po' di democrazia in Italia. Dovrà mollare anche (un po’ di) Sky Italia?

L’Inghilterra s’innocentizza processando il “New of the World”. E i ricatti dei “venerabili” “Times” e “Sunday Times”? E gli intrallazzi dell’“Economist” e il “Financial Times”, così cari per i quattro quinti, o cinque sesti, dell’umanità? O è l’opinione divisibile, il rispetto della verità? Un’opinione appunto.
I giornali che processano gli altri giornali danno la vertigine.

Sull’intromissione dei partiti, che impediscono a Murdoch l’offerta di acquisto su Bskyb, le vestali britanniche del mercato tacciono, il “Financial Times”, l’“Economist”. Se un partito in Italia facesse una mozione contro Sky?

Il giorno dopo la sentenza esecutiva che condanna Berlusconi a pagare De Benedetti (per il valore di Borsa dell’azienda contesa oggi, dopo il risanamento e il rilancio), la Cir di De Benedetti perde in Borsa il doppio dei titoli Fininvest. Chi gestisce i grandi patrimoni ha sgamato le astuzie della sentenza, ambro-partenopee e finiane.

Murdoch chiude il settimanale scandalistico “News of the World”, e si prende il premio alla moralità. I giornalisti italiani sono commossi, i collaboratori della sua Sky. Ma chiude il settimanale, incriminato e anzi già condannato, per aprirne un altro, con lo stesso staff, il “Sun on Sunday”. I cinici hanno questo di buono rispetto ai collaboratori, che non si nascondono.

Nobile presentazione di Murdoch sul “Corriere della sera”, il giorno in cui annuncia la chiusura del “News of the World” per eccesso di scandalismo – non per la fuga degli inserzionisti. È uomo schietto (“il suo problema è che ha le palle più grandi del cervello” è frase famosa che l’interessato ha eletto a emblema) e “non ama la pornografia del dolore”. Il più grande caimano, in termini italiani, in circolazione. Che il “dolore” impose quarant’anni fa perfino al venerabile “Times”.
La firma Severgnini. Di cui il “Corriere” non dice che è il giornalista principe di Sky.

Capita d’incontrare per strada, in pieno centro a Roma, a un’ora non afosa, in rapida successione: una ragazza, insomma sui trent’anni, che non riesce a chiudere il cassonetto, e aiutata fa un passo indietro come di chi si mette in guardia; una ragazza, sui trent’anni, che si scusa in viale Trastevere, in inglese, di movimenti scomposti, temeva di essere aggredita alle spalle; una ragazza, sui trenta, che in corso Rinascimento chiede nervosa in inglese dov’è corso Rinascimento, e quando le viene indicato il corso, con l’estetista dove riparare l’unghia rotta, assume l’aria di chi avesse visto un angelo. Tutte americane.

È impressionante il numero di lettere a cui i ministri, o il “Corriere della sera”, si costringono per smentire articoli devastatori dello stesso giornale. Si potrebbe pensare il “Corriere della sera” una felice arena di libera informazione, la famosa buca delle lettere. Ma il giornalismo delle scuole di giornalismo non obbliga a sentire, prima, anche la controparte?

Dice miliardi di cose Danilo Taino, corrispondente da Berlino del “Corriere della sera” per quattro anni, al momento di andarsene l’altro martedì
http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/06/Vita_Berlino_Prussia_nudisti_rock_co_8_110706022.shtml
Ma può dirle in forma di commiato, in tanti anni non ha potuto fare nessuno degli interessantissimi reportage che l’articolo lumeggia.

Si processa Mladic, il “boia di Srebrenica”, a Amsterdam, alla Corte penale internazionale. Che non è propriamente Olanda, ma insomma non sta lontano. Mentre all’Aja un tribunale olandese condanna il capo della spedizione militare olandese che a Srebrenica fu complice di Mladic.
Alla Corte penale hanno la vista e l’udito corto? Non leggono i giornali? O possono processare solo gli imputati che gli Usa mandano?

La festa è il ritorno del padre

Una festa del ritorno Abate organizza l’estate con gli amici rimasti in paese, in Calabria, da emigrante. Qui organizza, attorno ai ricordi del padre emigrato per necessità, un saggio della felicità narrativa che lo distingue, come l’accensione di una luce. Illuminando tratti trascurati,
la figura del padre per un adolescente, il rapporto tra fratello e sorella, e quelle sue figure vere di madri, così robuste (carnali, volitive) nel loro ruolo “mediterraneo”, sonnambulistico.
Carmine Abate, La festa del ritorno, Oscar Mondadori, pp. 161 € 9

mercoledì 13 luglio 2011

Secondi pensieri - (73)

zeulig

Anima - Gilgul, o Tiltel, da cui Toledo prese il nome, via Tuletula, l’equivalente ebraico dell’anima, è andare vagando. La resurrezione della carne è venuta prima, tra gli stessi padri del cristianesimo, dell’immortalità dell’anima, tardo recupero platonico.

Il corpo certo ha un’anima, estetica per gli antichi, magica per i primitivi, spirituale e perfino filosofica per i mistici. Deve averla: secolarizzato (nel sesso, nella ricerca), vibra meno di una partita di calcio, e non elimina le tossine. Per i pittori, gli artisti, i fotografi, gli artisti dell’immagine, il corpo racconta (meglio) l’anima – la quale non si sente, non si vede, non si annusa, senza corpo. Il freddo all’anima è la morte, dice il medico matematico Cadano, “quasi carneficina hominum, angor animi”. Anche secondo Montesquieu : “L’anima non sente il dolore, ma una certa difficoltà di esistere. Il dolore è un male locale che ci porta al desiderio di vederlo cessare: il peso della vita è un male che non ha sede particolare e ci porta al desiderio di veder finire la vita”. Bisogna dunque avere l’anima.

L’anima è tutto per il suo maggior teorico, James Hillman, anche se “è una prospettiva piuttosto che una sostanza, un punto di osservazione sulle cose piuttosto che una cosa in sé” (“Re-visione della psicologia”). Perché il tutto è “soggettività”: l’unica oggettività permessa “è quella dell’occhio soggettivo rivolto all’interno, verso se stesso, che guarda il proprio sguardo”. La sua anima è l’antica psiche o anima mundi.
Ma “fare anima” (il mondo per John Keats, dalle “Lettere”) era per Hillman agli esordi (“Il suicidio e l’anima”) niente più dell’essere-per-la-morte di Heidegger, un mondo in relazione elettiva con la morte, in una costante invincibile pulsione suicida. E sarà nell’opera per cui è celebre, “Re-visione della psicologia”, una psicopoiesi negativa. Una creatività intesa a coltivare, approfondire la “depressione” o disperazione che è il proprio della condizione umana: La vera rivoluzione a favore dell’anima comincia nell’individuo che sa essere fedele alla propria depressione… Attraverso la depressione noi entriamo nel profondo, e nel profodno troviamo l’anima. La depressione è essenziale al senso della vita. Inumidisce l’anima arida e asciuga quella troppo umida… Fa ricordare la morte”. Hillman ha voluto “oltrepassare” Nietzsche nell’“approfondimento della soggettività”, del nichilismo filosofico.

Complotto –È una presentazione della storia in quanto evento imprevisto e avverso, una sorta di laicizzazione del destino. Si diffonde con la secolarizzazione della storia perché ne rappresenta il meccanismo principale: è la storia che si fa contro i suoi presupposti e le sue attese, contro la logica – quando la logica è ridotta allo scientismo (buonismo, perfettismo).

Comunicazione – Le dissociazioni provocate dall’uso delle droghe indicano che la comunicazione diventa impossibile al di fuori dell’imprinting, dei codici stratificati riconosciuti. Anche a fronte di situazioni di fatto certe: riconoscere un’automobile per un’automobile, vedersi fuori casa o dentro casa. Anche la videosorveglianza costante degli interni provoca, è accertato, effetti dissociativi: il gesto più semplice, anche solo grattarsi, assume sensi intollerabili, sproporzionati.
Ciò può essere l’effetto di (può condurre a) due verità di fatto: 1) il privato è indicibile, 2) il rimosso è selettivo – anche se basta poco per bloccarlo o sbloccarlo, una semplice sensazione visiva.
La comunicazione (codici, leggi, affetti) può solo essere canonica. Convenzionale, seppure per imprinting, per lunghe, lente sedimentazioni.
Se non c’è comunicazione al di fuori dell’imprinting, di codici stratificati riconosciuti, un vero Grande Fratello sarebbe la sovversione totale.

Creazione – È un problema, per una mistica ebraica, perché è il problema del nulla. Che sembra anche logico: si crea quello che non c’è. E in effetti così è: s crea (anche) dal nulla. Ossia, c’è la creazione e c’è il nulla. C’è Borges e ci sono i suoi tanti amici, con i quali magari discuteva per giornate, e scriveva pure dei libri. C’è Napoleone e c sono i suoi baroni-generali, per non dire del suo esercito esecrato, straccione, ladro. C’è Leonardo e c’è la Gioconda, il modello, che non è nemmeno bella o affascinante di suo.

Freud – Contini lo dice a Nanni Filippini (in “La verità del gatto”, p. 195) “uno dei massimi scrittori viennesi del primo Novecento”. E di seguito aggiunge: “In fondo la fondazione della psicoanalisi è tardiva e involontaria, sorge dalla scrittura…”

Modernità – Si configura sempre negativamente. Anche in chiave “progressista”. Dall’inizio: Guénon disse, all’inizio del dibattito, che l’irruzione della modernità nel Cinquecento, con la scoperta dell’America o con la Riforma, in aspetto di razionalità, era dovuta a un colpo di mano architettato in segreto e, benché si sia poi convertito all’islam, fa testo anche per i non tradizionalisti. Questa modernità è antica, direbbe un Oscar Wilde.
Tutti i valori della modernità convergono del resto sulla buona morte – sulla morte.

La Nach Neuzeit di Romano Guardini che si è ribattezzata postmoderno, è ancora l’interregno tra il mondo cristiano, della storia come freccia, e qualcosa che ancora latita, un anticristo di cui non si sanno i connotati. Non il niente, che non c’è, ogni vuoto si riempie.

Tecnica – È straordinaria l’indifferenza voluta, aprioristica (l’approssimazione, l’incuria) con cui Heidegger la condanna. È come per l’istoricità, che invece apprezzava – e poi era Hitler che arrivava da Mussolini in aeroplano. Si può storicizzare prescindendo dalla storia, ma si può filosofare della tecnica (del mondo) prescindendone?

Trasparenza – È una delle parole chiave della contemporaneità, che è invece estremamente opaca. Nella sua espressione attiva, la politica compresa, e forse più che la ricerca e la produzione. E in quella riflessiva, la lettura del mondo e della stessa contemporaneità. È come se il nodo delle incertezze fosse cresciuto a dismisura, fino a ingombrare l’orizzonte, o tanti nodi si fosse moltiplicati, sotto l’ombrello di un’esigenza-presunzione di chiarezza, affidabilità, onestà - l’età dei diritti vuole la trasparenza (l’onestà è fuori moda).
Se ne è celebrata la lode nel caso di Wikileaks, che è invece un personaggio e una struttura tra i più segreti ed equivoci che si siano conosciuti. Se ne celebra la virtù nella rete, che invece, pur essendo un’estensione enorme del mercato e quindi delle aree di opportunità, per questo stesso fatto è regolato (controllato) da norme che non sappiano, in modi surrettizi. È il connotato primo e più labile di una civiltà radicalmente laicizzata, alla quale il male s’impone negandolo.

zeulig@antiit.eu

Qual è il problema di Murdoch? Pagare di più

E se lo scandalo fosse inteso a costringere Murdoch a pagare di più per la tv satellitare? Non il prezzo che ha fissato lui un anno fa, di 700 pence per azione, bensì 800 pence, qual era stata la richiesta del “mercato” (le banche e alcuni grandi azionisti) il 15 giugno 2010, al momento del lancio dell’opa totalitaria? BskyB è un salvadanaio e il “mercato” non vuole mollare: sa che Murdoch è il miglior editore, che le cose rendono con lui (il satellitare sta raddoppiando col cavo), e vuole poterne beneficiare.
È in questi termini – quanto Murdoch è disposto a pagare – che la questione si risolverà: l’opinione è comune a Londra. Senza fretta: in questi dodici mesi le cose andavano a vantaggio di Murdoch, nel governo e con le autorità di vigilanza, ora ha perso una mano e dovrà rilanciare. Lo scandalo delle intercettazioni al settimanale “News of the world” è montato negli ultimi giorni, mentre stringeva la decisione sul fronte BskyB, e si presume che alla stessa maniera si sgonfierà. Quando cioè Murdoch accetterà di pagare di più.
Il ministro della Cultura Hunt, cui l’opa BskyB è stata demandata, sottraendola al ministro al Business Cable, ha rinviato una settimana fa il benestare del governo, peraltro non richiesto, perché sommerso a suo dire dalle proteste (centocinquantamila…) degli azionisti. Nel frattempo è montato lo scandalo, su fatti vecchi di alcuni anni e già noti. E i tre partiti ora chiedono la sospensiva. Ma l’alternativa a Murdoch è solo Murdoch: non c’è nazionalizzazione possibile, e l’opa, che ha già ricevuto il benestare dell’antitrust europeo, non potrà non avere quello dell’antitrust britannico, se e quando gli verrà sottoposta.
A quando la nuova offerta? I consulenti di News Corporation dicono fra non prima di due anni: il gruppo di Murdoch dovrà riassorbire i contraccolpi dello scandalo. Fra sei mesi lo potrà fare, ricordano gli esperti dell’antitrust britannico. I ruoli sono curiosamente rovesciati, come al gioco delle parti.

Il detective risolve i delitti per distrazione

Il detective è qui il poeta e pittore Gabriel Gale, alter ego dell’autore quando aveva vent’anni, biondo, altissimo, sul metro e 95, e allora anche magrissimo. L’“autore dei paradossi” Chesterston può quindi volteggiare senza rete. Anche nel delitto teologico. Risolve perfino due casi cui “il compianto Sherlock Holmes” aveva dato “soluzioni intrinsecamente illogiche”, perché non considerava realistiche le soluzioni vere, “il delitto commesso da una creatura alata”, e quello commesso dagli spiriti. E non basta: a volte Gale “risolve i problemi per distrazione”. In avventure tutte straordinarie, il modo che ha Chesterston di vedere le cose ancora lo è.
Gilbert K Chesterston, Il poeta e i pazzi, Bompiani, pp.183 € 8

martedì 12 luglio 2011

Ma è Rensi il fascista che manca

Un macigno della preistoria, anche se ci sono ancora principi che si fanno le cameriere, riedito dalla Biblioteca di via Senato qualche anno fa forse come classico dell’umorismo. malgrado la cura editoriale (non un errore di stampa nelle lunghissime citazioni in latino, tedesco, francese…). Più pesante di Schopenhauer, malgrado il poco peso specifico: “La donna è preda”, “l’antifemminismo del femminismo”, etc.
O è Rensi, benché perseguitato politico, il filosofo che manca del fascismo, più e meglio di Gentile? Autore di “Filosofia dell’autorità”, “Il demiurgo”, “Teoria e pratica della reazione politica”, prima di questo “breve saggio sulle disarmonie naturali”.
Giuseppe Rensi, Critica dell’amore

S’avvicina la Cina, “potenza sottile”

Le banche cinesi valgono in Borsa più del doppio, mediamente, di quelle europee, e una volta e mezza rispetto a quelle americane. Secondo Moody’s hanno perdite nascoste per 60 miliardi di dollari, equivalenti al 12 per cento dei debiti degli enti locali. Ma gli Stati Uniti, lo dice lo stesso presidente Obama, non stanno meglio, se la finanza pubblica è a rischio default. Mentre la Cina è il maggior creditore degli Usa e, inaudito, protesta con Obama per le indecisioni sul debito con il rischio del default, può protestare.
Nel trentennio del mercato globale aperto da Reagan, e da Deng, lo sviluppo è stato molto ineguale: Usa e Ue sono cresciti di due volte, l’Asia di sei, la Cina di dieci. Il pil mondiale, che nel 1950 era di poco più di 5 mila miliardi di dollari (a valori costanti 1990), è oggi dieci volte tanto. Ma, mentre nei primi vent’anni del mezzo secolo la crescita è stata europea e americana, più il Giappone, che insieme pesavano trent’anni fa per il 55 per cento del pil mondiale, a fronte di un peso irrisorio per Cina e India,che insieme non arrivavano al 7 per cento, oggi il peso complessivo delle tre economie più sviluppate si è ridotto al 45 per cento ed è in contrazione, mentre la Cina si avvicina al 19 per cento e allo scavalcamento dell’Ue e degli Usa, e l’India all’8 per cento, in una tendenza di lungo periodo crescente.
Più in generale, guardando anche alla spesa militare, è l’Asia che modifica la bilancia globale. Nell’ultimo decennio la spesa militare è cresciuta in Asia del 66 per cento, nel resto del mondo dl 45. In Cina è crescita del 216 per cento, Nel 2009 la spesa cinese per la difesa è stata il doppio di quella giapponese. Senza alcun obiettivo offensivo - se non la protezione degli interessi minerari (petroliferi) nel mare del Giappone e nel mare Cinese Orientale (la contesa diplomatica col Giapone sulle isole Senkaku, in prossimità di Okinawa).
La Cina non è ritenuta una minaccia, sotto nessun aspetto, dal dipartimento di Stato. In termini di potenza, anzi, la Cina sarebbe estremamente debole per l’irriformabile monolitismo politico, che il benessere ha sempre più difficoltà a bilanciare, e anzi comincia a contestare. La controversia col Vaticano, per una questione tutto sommato marginale come la libertà di culto per i cattolici, sarebbe solo una riprova della sclerotizzata rigidità del regime. Ma la crescita dell’economia Pechino ora dichiaratamente inquadra in una strategia espansiva, quale del resto la logica della globalizzazione, sia pure con la tattica (“Quotidiano del Popolo”) della “potenza sottile”.

lunedì 11 luglio 2011

Tremonti geniale, nel senso della stupidità

Il crollo odierno dei titoli pubblici e della Borsa, dopo quelli della settimana scorsa, senza corrispettivo nei mercati europei e americano, ha a questo punto una ragione precisa: il decreto sula finanza pubblica, che raddoppia la tassazione dei titoli. Con questa semplice misura il Tesoro, per fare teoricamente cassa, si obbliga a pagare interessi sempre più alti, subito e di fatto – lo spread sul Bund tedesco è cresciuto di 1,20 punti nei pochi giorni di vigenza del decreto. Un’autocastrazione: il debito italiano aumenterà di 2-3 punti di pil perché Tremonti, avendo aumentato la tassazione sui suoi bot dal 12,5 al 20 per cento, dovrà pagare il 2-3 per cento in più di interessi. E cioè cinque miliardi neidodici mesi.
Il fenomeno non è circoscrivibile, e anzi destinato ad accrescersi man mano che, dopo i grandi investitori, i piccoli risparmiatori prenderanno coscienza della tassazione sul risparmio che il decreto introduce. Si tratta di circa undici milioni di cassettisti. Ai qual il decreto impone, oltre che la cedolare del 20 per cento invece che del 12,5 sui dividendi e gli interessi dei bot, anche un superbollo di 120 euro l’anno. Per i più significa, in aggiunta ai costi bancari di tenuta dei conti, l’obbligo di liquidare gli investimenti (anche perché il decreto premia i despoti in conto corrente). Tanto prima tanto meglio, poiché è in avvitamento verso l’abisso.

L’euro della cuccagna per il miracolo tedesco

È possibile che la Germania sia incapace di governare la crisi – nella fantomatica scissione fra un’opinione pubblica isolazionista e un governo concerned. Ma è possibile che non lo voglia: ne sta traendo benefici enormi. Il conto della crisi per la Germania è presto fatto: più si aggredisce il debito degli altri paesi europei, più aumenta la domanda di titoli tedeschi, con riduzione degli interessi o costi per la Merkel. E domani è un altro giorno.
Non si sottolineerà mai abbastanza l’asimmetria che, per quanto assurda, regola l’euro, con un tronco fisso, la moneta unica, che si alimenta attraverso rami di diversa consistenza e fragilità, i debiti nazionali. È un fatto, incontestabile, che un euro così concepito è a difesa della Germania. Camuffata sotto lo spirito europeista, la costruzione forzata dell’euro ha avuto finora e poteva avere un solo univoco effetto: proteggere la Germania a scapito degli altri paesi membri. I quali tutti sono e sono sempre stati costretti a finanziarsi a condizioni più onerose della Germania, in un circolo vizioso talmente evidente quanto spaventoso.
Si prenda l’Italia. Ha sempre fatto, da quasi vent’anni ormai, “riforme strutturali” e bilanci più virtuosi della Germania, e tuttavia ha sempre dovuto e deve pagare tassi d’interesse più onerosi della Germania. Oggi di ben tre punti percentuali. Questo euro, senza un consolidamento del debito, è un’opera di Sisifo, ma non a somma zero: se ne arricchisce la Germania, indirettamente ma non di poco. Si dice: l’Italia paga l’imprevidenza passata. Ma: 1) è una sciocchezza, l’economia si governa sull’oggi e il domani, 2) pagano anche i paesi che hanno un indebitamento analogo a quello tedesco in rapporto alla ricchezza.
Le banche tedesche vendono i Bot italiani, la Bundesbank impedisce gli acquisti calmieratori della Banca centrale europea: questa è la verità del mercato. La verità è cioè che la Germania trae, da questo euro a grappolo, un beneficio concorrenziale enorme in termini di costo del debito rispetto alle altre economie europee, dalla Francia in giù. Questo euro con i liberi debiti nazionali è una specie di albero della cuccagna, col quale si divertono solo i tedeschi, gli altri scivolano in continuazione col sedere per terra.

La cultura fascista che in Italia non ci fu

L’eccezionalità della cultura fascista in Italia è che non ce n’è una. C’è un’architettura fascista, sicuramente, e una pittura, anche e più in generale un’arte visiva e grafica (gli apparati di propaganda, efficaci ancora oggi), ma non c’è una cultura in senso stretto, spirituale. Una teoria cioè e un linguaggio: una filosofia, una storia, una letteratura (poetica, narrativa, memorialistica), una musica. C’è in Germania, eccome, in tutti i campi una nazista malgrado i pochi anni del regime di Hitler, e di forte spessore, non c’è in Italia. Gioacchino Volpe o Carlo Curcio non si possono dire storici fascisti in nessun modo, o Spirito o Gentile o qualunque altro filosofo in qualche modo espressivi del fascismo, o scrittori fascisti Pirandello, Bontempelli, Alvaro, eccetera. Neppure D’Annunzio, che più ha le carte in regola, e non solo per motivi di concorrenza personale, né Marinetti.
Si fa molto il caso, anche Tarquini in questo libro, delle acquiescenze degli intellettuali al regime, in certi periodi, più o meno convinte, ma è tutt’altra cosa: può essere il segno di una debolezza, o un errore di giudizio, o una scelta alla meno peggio, ma non c’è l’adesione che porta al linguaggio. Tutto ciò, sembra dire Tarquini, in presenza di una “politica culturale del regime” opulenta, quale l’Italia non ha mani sperimentato, né prima né dopo, con fondazioni, opere, accademie, e con finanziamenti sempre ricchi. Ma non lo dice. Rimarca che, in quanto a “ideologie” o manifesti, c’è un profluvio di opere, di nessun impatto. Ma sul secondo dei tre settori nei quali ha scomposto l’argomento “cultura e fascismo”, e cioè la scrittura o il pensiero fascista, l’“espressione del sapere” (gli altri due sono la politica culturale e le ideologie), sorvola. La sua è piuttosto una storia del fascismo per l’aspetto cultura, come (e con quanta abbondanza) Mussolini se ne occupava.
Alessandra Tarquini, Storia della cultura fascista, Il Mulino, pp. 248, € 18

La droga è il Grande Fratello

Un’allucinazione posata, quotidiana, alla Orwell. Una rappresentazione pratica, fattuale, dell’io diviso di Laing un decennio prima: la fantascienza della droga è purtroppo reale. L’anticipazione del Grande Fratello, seppure proiettata al 1994, quando Dick, nel 1977, immagina che i fatti si svolgano – il format oggi l’avrebbe reso miliardario. È il mondo della Sostanza M, come morte, in inglese D(eath), droga. Che viene in pasticche, da laboratori non tanto clandestini nelle migliori città, benché la sostanza sia proibita, in tubetti da un centinaio, come le aspirine. Con telecamere nascoste in ogni stanza, all’insaputa degli inquilini. Con effetti agghiaccianti: il gesto privato più insulso, anche solo grattarsi, vi assume senso mostruoso – il privato è indicibile? la comunicazione (codici, leggi, affetti) può solo essere canonica? convenzionale, seppure per imprinting. Lo stato normalmente allucinato di tutti i personaggi, compresi quelli che gestiscono l’Autorità, sotto l’effetto delle droghe, compresa l’antidroga, dà alla comunicazione-rappresentazione, in una sorta di rompete le righe, il carattere di un’ossessione.
Titolo paolino, con citazione dalla prima lettera ai Corinti, nonché da Teilhard de Chardin e dal “Faust” di Goethe, per una sorta di armageddon dell’età della droga, cui i curatori Carlo Pagetti e Francesco Marroni attribuiscono velleità anche “teologiche” – da intendersi come spinta religiosa? Per il romanzo della costante degradazione mentale indotta dai paradisi artificiali, il delirio persecutorio, l’interminabile circolare paranoia. Di cui la narrazione si vuole specchio impegnato, morale, pedagogico. Un’opera ambiziosa con cui Dick puntava a uscire dal genere fantascienza per la quale è famoso, che ha ispirato molti film, da “Blade Runner” a “Next”, per impiantarsi infine nel mainstream, essere riconosciuto grande scrittore. Un lustro prima di morire a 54 anni di ictus. Di fantascientifico c’è qui solo un’allegorica “tuta disinvidualizzante”, una “membrana sottilissima” cui un computer può dare in pochi minuti – Google l’avrebbe fatto in istanti – conformazioni e colori diversi attingendo da una banca dati di “un milione e mezzo” di fisionomie diverse.
Dopo quarant’anni il libro è vivo, a dispetto della monotonia della storia. E della stessa robusta cognizione che Dick dimostra della psichiatria della lateralizzazione, del “cervello diviso” anche materialmente, Joseph Bogan, Arthur Wigan, Miers e Sperry. Nonché dei diversi effetti delle diverse droghe, anfetamine, acido, funghi, eroina, hashish, l’oppio, e le tante sintesi chimiche. È in effetti un’anticipazione del presente qual è nella storia, di paure e vergogne, pur rappresentando un mondo senza luce. Il mondo paranoico dei paradisi artificiali, intercambiale per il costante delirio persecutorio, la psicosi del complotto permanente, di drogati-sbirri bugiardi anche con se stessi per avere perduto ogni nozione della realtà, nell’avvitamento elicoidale, una vite senza fine, dell’allucinazione costante. Con storie-lampo anche comicamente irresistibili: come nasce una leggenda, le varie declinazioni della gravidanza isterica, o l’impostore che “buca lo schermo” facendo l’impostore.
Philip K.Dick, Un oscuro scrutare, Tif Extra, pp. 329 € 9,90

domenica 10 luglio 2011

I libri si fanno oscuri la domenica sul “Corriere”

Chiara Maffioletti illustra oggi sul supplemento libri del “Corriere della sera” con un’argomentata presentazione, un vero e proprio saggio, il libro “Storia naturale del nerd”. Senza mai dire chi è il nerd. Che i vocabolari d’inglese non registrano. Anche perché nessuno sa cosa voglia dire, non è una sigla, non ha radice. Insomma, un neologismo contemporaneo, una contrazione inarticolata, che è in uso per secchione, il ragazzo con gli occhiali, un po’ smanettatore, un po’ supereroe. L’esoterismo non abbandona via Solferino?
A fronte, Franco Cordelli estesamente argomenta a favore di Pincio contro Gilioli. Vasistas? Il paginone precedente il venerabile Segre chiude rispondendo a Guglielmi, che mercoledì aveva scritto rispondendo a Segre lunedì. A proposito dei romanzieri, se sono meglio i monolinguisti (Manzoni, Kafka) o non i plurilinguisti (Dante, Rabelais, Gadda). Dante romanziere non è male. Ma chi legge il professor Segre oggi non capisce nulla. Più o meno, si tratta degli scrittori la cui opera è “concentrata sulla narrazione e i personaggi” e degli inventori (sperimentatori) concentrati sul linguaggio, la scrittura.
Ma, poi, perché Kafka sarebbe monolinguista? Uno che con pochi stilemi, perlopiù di grigia burocrazia, evoca molti mondi, alcuni ancora inafferrabili? Siccome Kafka nelle foto ha spalle cadenti e veste di grigio, basta per farlo monolinguista?

“Porci” pionieri, poi il sesso tornò indicibile

Dismessi come divertissement di due giovani allegri, lo psichiatra Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, il copyright del titolo pare sia di Wodehouse (ma se “i porci hanno le ali” è quesito già di “Alice”) i “Porci” hanno sanzionato per il largo pubblico cnquant'anni fa, nel 1967, la stagione del linguaggio crudo dell’eros. Che si può dire la novità del Sessantotto. Ben prima di Pasolini col “Petrolio”.
Le prime scatologie pubbliche erano venute da Dacia Maraini, più circoscritte e meno esplicite ma con un lui che s’intendeva Moravia. Esperienze oltraggiose aveva immaginato-sperimentato la casta Ingeborg Bachmann, in un certo senso anch’essa romana, rimaste però inedite fino a fine secolo, poi raccolte nel “Caso Franza”.
È stato un ciclo breve, anche al cinema, di un decennio. Philip Roth e “Il lamento di Portnoy”, che aveva “liberato” la masturbazione, è del 1969. Poi venne Parise col kamasutra insistito dell’“Odore del sangue”. Il sesso non si presta alla trasposizione diretta, in parole o immagini, se non come pornografia. A differenza di altre cose indicibili, il sangue, la violenza dettagliatamente fisica, la malattia degenerante.
Marco Lombardo Radice-Lidia Ravera, Porci con le ali

L’Europa dei (piccoli) buffoni

Piccola, inerme, e vanagloriosa: la guerra di Sarkozy e Cameron alla Libia è l’ennesima sordida farsa, questa anche tragica, dei nani europei che si credono giganti. La sindrome incurabile a questo punto dell’Europa, posto che l’infezione è coltivata.
Già al tempo del Muro e dei blocchi, ma con evidenza netta nella globalizzazione, l’Europa è uno spicchio del mondo, non influente. Contava zero quando il mondo si governava con i missili. Conta poco di più nella finanza subentrata alle testate multiple – conta ancora per un quarto, un quinto, nel commercio mondiale, ma zero o poco più tra le forze che lo muovono, la moneta, le banche, i fondi.
Questo se l’Europa fosse unita. I suoi singoli paesi non contano niente. È un fatto, visibile, comprensibile anche, solo i governi europei mostrano di non saperlo. La Germania forse sì – per quanto, se si illude di tassare a Berlino i capitali mondiali, con la Tobin-Robin Tax, mentre non sa governare la Grecia, non mostra molta sanità mentale. La Francia evidentemente no. Ma nell’insieme la veduta è scoraggiante. Quando si farà la storia di questa guerra, o volendola guardare dall’esterno, a distanza, è poco più di uno di quegli scherzi di cui un tempo si dilettavano i buffoni di corte, frustrati.

È Unicredit contro Unicredit

C’è Unicredit dietro lo smobilizzo Unicredit. Nessuno può dirlo, ma tutti se ne sono certi. È uno dei misteri, non il solo, della settimana che ha visto la capitalizzazione di Unicredit ridursi di 4,5 miliardi, e di Intesa di 3 miliardi. Con vendite non giustificate e anzi chiaramente speculative, a breve allo scoperto.
Una parte dei movimenti di Borsa va in automatico. Essendo cresciuto notevolmente, di oltre mezzo punto percentuale in poche ore, l’onere dei Btp italiani rispetto al Bund, il titolo tedesco di riferimento, il finanziamento sarà più caro per le banche italiane, e quindi i grandi investitori se ne sono alleggeriti. Ma una forte speculazione si è innestata su questi automatismi, tutta locale, e soprattutto su Unicredit. Senza reazioni, né del management né della proprietà, e questo porta a inquadrare le vendite sul titolo nel disegno delle Fondazioni di riappropriarsi della banca, riscorporandola nelle componenti, per rifarne centri di potere politico.
La Consob ha provato a reagire al primo giorno dell’attacco a Unicredit, come aveva fatto in altri casi della stessa dimensione, bloccando le vendite allo scoperto. Ma è ne è stata impedita da almeno tre dei suoi cinque membri, quelli più vicini all’industria del credito e alle stesse Fondazioni, Vittorio Conti, Michele Pezzinga e Luca Enriques – gli altri due, il presidente Giuseppe Vegas e il professor Paolo Troiano sono grands commis pubblici.
Le banche italiane hanno perso il 26,5 per cento del loro valore di Borsa quest’anno, contro un calo dell’8 per cento circa per tutte le banche europee, comprese dunque quelle italiane, e le banche Usa. Pur avendo migliori ratios della media delle banche europee. Quattro quinti del crollo della scorsa settimana sono imputabili alle banche più politicizzate, Unicredit e le popolari.
Il destino di Unicredit è nelle mani di Palenzona e Biasi, i presidenti molto politicizzati di alcune delle fondazioni socie del gruppo. I due di questo non ne fanno mistero. Biasi e Palenzona sono anche molto impegnati nella costituente informale del Centro politico post-Berlusconi.

Fiat sale con Obama, e col sindacato Usa

Sarà stata la mossa decisiva, ancorché avventurosa come nessun’altra, di Marchionne. Tale da rilanciare la Fiat, che per il resto langue, tra vendite contenute e debiti alti. Ora il gruppo italiano, comprensivo di Chrysler, ha debiti per circa 40 miliardi di dollari, e cresce in Borsa e nelle stime degli analisti.
Per molto meno in passato, quando le si portavano a debito anche le vendite a credito, la Fiat è andata vicina al fallimento. Ma quella era un’altra epoca: la Fiat era una delle tante prede che le banche angloamericane azzannavano, e azzannano, con profitto. Marchionne si è invece messo dalla parte del “sistema”. Prendendosi la Chrysler, la più disastrata dei fabbricanti d’auto, al punto che nemmeno la Mercedes era riuscita a cavarne nulla, se non quasi dieci anni di debiti e perdite. Salvata da Obama, ma a un costo da strozzinaggio: lo stesso Marchionne, che per prima cosa ha ripagato il debito verso il governo Usa (5,8 miliardi) e verso quello canadese (1,7 miliardi), ha spiegato che pagava a Washington il 14 per cento e al Canada il 20 – shyster disse l’ad di Fiat questi prestiti, da imbroglioni.
Obama è la carta vincente, finora e fino a che durerà il fenomeno Obama, di Marchionne. Che l’ha riconosciuto, chiedendo scusa per lo shyster, e si prodiga per dare una mano. Obama fa, ormai con chiarezza, della rinascita di Detroit il perno della campagna per la rielezione l’anno venturo. E Marchionne da qualche tempo è soprattutto impegnato a rilanciare la Chrysler, sul prodotto e sulle vendite. Grazie anche, bisogna dire, a una riduzione dei costi che è riuscito ad ottenere con i sindacati, dei salari e dei fondi sanitari, di tre miliardi di dollari l’anno, pari a 1.500 dollari per auto prodotta. È così, grazie alla politica e ai sindacati, che l’unione di due debolezze potrebbe trasformarsi in un successo.

La piovra degli enti locali

Si lamentano i costi della politica con conti assurdi: le indennità dei ministri, le cilindrate delle auto ministeriali. Questa è solo l’annosa (stucchevole, falsa, sciocca) polemica della virtuosa Milano contro Roma, e l’indigenza dei giornali. Mentre ognuno sa, ognuno fuori degli inutili giornali, o servi sciocchi, che la politica artiglia il paese attraverso gli enti locali, insaziabili.
Come i partiti avrebbero potuto votare per l’abolizione delle province? Gli enti locali, con la loro autonomia, di imposizione, sono semmai il maggiore investimento dei partiti. A ciò spinti dal plebiscitarismo dell’elezione diretta, di sindaci, presidenti di provincia, presidenti di regione. Ma abilitati dall’opinione: i referendum sull’acqua, per restituire la gestione dell’acqua ai rapacissimi enti locali, mostrano che l’ideologia localistica paga, gli elettori ci credono.
Ticket e tasse delle Asl, sulle medicine, il pronto soccorso e l’ospedale. Tasse di ogni tipo e misura sull’occupazione di suolo pubblico, sia pure per scaricare i mobili, con parcometri per ogni mq. disponibile. Tariffe esorbitanti, della spazzatura e dell’acqua. Multe salatissime per ogni minima infrazione stradale (tre e quattro volte quello che si paga in Germania), e sistemi truccati (nella taratura, nella collocazione) dei controlli di velocità e dei semafori. In aggiunta alle variabili, ma sempre esose, Ici, e addizionali comunali e regionali sul reddito.
Tutte entrate esorbitanti e proliferanti. Legittime, si dice, perché vanno a beneficio della comunità. Ma solo in (minima) parte, e dopo aver gratificato i sindaci e i presidenti con i loro assessori, e le loro spese elettorali camuffate: da concerti gratuiti e notti bianche, e in molte province da orchestre sinfoniche stabili, e polizie provinciali in suv. E perché tasse regionali sulla salute invece dei ticket? Per non gravare le assicurazioni, che infatti non le rimborsano – mentre si può fregare lo Stato, contro il quale si portano a detrazione.

sabato 9 luglio 2011

Problemi di base - 66

spock

Perché si possono criticare i romeni ma non i rom?

È più ipocrita la chiusura di “News of the World”, o l’elogio della libera stampa inglese – da che?

Perché la Germania non cambia mai? Danilo Taino dice di sì, ma il suo ammirevole commiato da Berlino
http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/06/Vita_Berlino_Prussia_nudisti_rock_co_8_110706022.shtml
è un Isherwood degli anni 1920-30.

La spazzatura, dopo il Vesuvio, non può nulla contro Napoli: qual è il segreto della città?

Una P 4 di due persone non può essere tutto: Woodcock, cosa ci nascondi?

E la P 3, che fine ha fatto?

Che fine hanno fatto le librerie antiquarie, dove si trovava sempre il libro utile? O è internet che le oscura?

spock@antiit.eu

Il ragazzo “celeste” del mite Umberto

In un’esile plaquette come questa, poi confluita anch’essa nel “Canzoniere”, la poesia di Saba è doppiamente quella che è, semplice, spoglia. Incantata. Elegia sommessa, a ridosso della guerra e dell’odio antiebraico, che Saba evoca nella dedicatoria a Alberto Mondadori a fine 1946 come fatti remoti, dopo “un anno felice” a Roma, e il premio Viareggio in estate. Più che mai qui Saba non è l’“uomo in fuga” di Debenedetti, con la psicologia dell’escluso, e “l’innata malinconia” dell’ebraismo. Pascoliana nei temi, questa poesia è l’esito migliore nel Novecento del petrarchismo che Saba depreca nella stessa lettera (“gli italiani... non sopportano, in poesia, la vita senza averla preventivamente uccisa e mummificata”) in versi “tecnicamente perfetti”, per Linuccia e “Telemaco”, “per una donna lontana e un ragazzo\ che mi ascolta, celeste” – da qui l’equivoco di Alfredo Gargiulo alla prima pubblicazione del “Canzoniere”, che evocò il Tasso minore e il Metastasio, amareggiando a lungo l’ipersensibile Umberto?
Umberto Saba, Mediterranee

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (94)

Giuseppe Leuzzi

L’onorevole Milanese, nato a Milano, collaboratore del ministro Tremonti, pavese, diventa irpino il giorno in cui se ne ordina l’arresto.

La Procura di Palermo, dopo avere indagato per anni il neo ministro Romano, recede. Allora il giudice chiede di processarlo lui. Sulle stesse carte della Procura di Palermo.
C’è sempre un giudice a Palermo, per il terzo livello. Ce ne saranno anche per la mafia, prima o poi, è inevitabile, la mafia ne ha bisogno.

L’odio-di-sé meridionale
Gli stessi che fanno la Milano-Genova impavidi, o la Milano-Laghi, o la Firenze-Mare, in coda per ore e rischio tamponamento costante, friggono appena mettono il piede sotto Salerno. La Salerno-Reggio Calabria è un inferno, eccetera. Senza confronto, è un’entità a sé. È il Sud. È il ritorno che sempre si finge nostalgico (ma si può dire: ah, le buone strade di una volta?) e invece è odiato, odioso.

Il Sud è pieno di emigrati che ritornano e lo trovano sudicio, disordinato, corrotto, eccetera. Si dà per scontato, e in qualche caso lo è. Ma sono gli stessi che affrontano la corruzione ogni giorno a Milano, impavidi. Vanno a mare a Santa Margherita ligure e pensano di starci benissimo, al confronto di Letojanni, o della Tonnara di Palmi. Che hanno sacrificato, magari per trenta o quarant’anni ormai, il fegato e la giornata, ogni giorno feriale e di più i week-end, su e già per le dorsali appenniniche, Milano-Genova, Firenze-Bologna, ma sono a disagio, sono in un inferno, sulla Salerno-Reggio Calabria, dove i 350 giorni restanti dell’anno, prima e dopo Ferragosto, viaggiano indisturbati.

Un professore che non citiamo, perché è suscettibile, abita a Cetraro, sul Tirreno, e insegna a Catanzaro, sulle pendici joniche. Il pendolarismo lo soffoca e ne fa materia di un indignato libro, contro la mafia, l’ecomafia, il sottogoverno, la corruzione, i Borbone e gli spagnoli, che sono colpevoli a doppio taglio: hanno creato con le strade un traffico spaventoso, che gli toglie il respiro e buca l’ozono, ma non le hanno fatte dritte e a doppia corsia, seguono l’orografia, che in Calabria è come tutto tortuosa. Il libro viene per questo pubblicato e pubblicizzato, nell’Italia leghista parlare male del Sud è uno dei banchi buoni della libreria. Ma un pendolare delle Ferrovie dello Stato da Rieti e Roma, o anche solo da Campagnano Romano a Roma, la tratta meglio servita, gli invidierebbe la fermata al solito bar, invece dell’attesa del treno che non arriva, e le altre cose che il professore non vede, la luce, il largo orizzonte marino, le solitudini, le fioriture, e pure la possibilità, quando vuole, di parcheggiare. Ma, certo, il pendolarismo è duro per tutti – è una delle cifre della modernità, lo spreco inutile di tempo e fatica.
(Il professore in questione ha pure ragione, anche se non lo sa è fortunato: più a Sud gli sarebbe toccata la Bagnara-Bovalino, un migliaio di curve tornanti su 61 km, ammesso che fosse percorribile - non lo è dal 1951. Una strada, anche questo è vero, che divide e non unisce: per quasi un secolo, fino alla superstrada Rosarno-Gioiosa negli anni 1980, Jonio e Tirreno sono stati nella provincia di Reggio Calabria profondamente estranei).

Non c’è sintonia, dopo i primi abbracci, tra chi è emigrato e chi è restato. Questo solitamente offende chi è emigrato, che ha coscienza di essere di più: avere osato, avere faticato, e comunque avere realizzato di più, avere più esperienza di mondo, più capacità di fare. Ma è questo di più che lo rende inutile, prima che insopportabile: presume una condanna dell’esistente che all’esistente – chi è rimasto, il Sud com’è – non è di nessuna utilità E non può naturalmente accettare.

Calabria
Vittorio Pisani, il capo della Squadra Mobile, non è il primo calabrese a essere fottuto a Napoli, e non sarà l’ultimo – non c’è gara possibile: Napoli ha sempre fottuto la Calabria.
Ma è la terza volta che i giudici di Napoli lo incriminano: che ci sta a fare lì?

Il barone Franz von der Trenck, al quale si deve l’invenzione delle bande militari (in realtà l’adattamento in Europa delle bande ottomane), e quindi delle bande musicali, nonché una serie di degradanti avventure militari, era nato a Reggio Calabria, nel 1711. Mezzo austriaco per parte di padre, un ufficiale in servizio a Reggio, e mezzo croato per le proprietà estese in Slavonia. È noto anche in Croazia, come barun Franjo Trenk. Ma non è noto a Reggio. Né lui si riferisce mai a Reggio, nelle sue tante esternazioni.
Nacque a Reggio un giorno particolare, l’1 gennaio, e tra Reggio e la Sicilia passò la fanciullezza, sempre in mezzo ad avventure singolari. A sei mesi cadde nel camino ustionandosi. A quattro anni giocava con la pistola del padre, un colpo partì e il proiettile lo ferì di rimbalzo alla coscia. Rischiò anche di annegare, nuotando nello Stretto. Accompagnava spesso il padre, nei suoi viaggi a Messina, Palermo, Napoli, e poi più tardi a Venezia, in Carinzia, Stiria, Tirolo, Croazia, Slavonia, Banato. Morì a nemmeno quarant’anni, nel 1749, dopo una vita piena di avventure. I suoi resti mummificati si visitano nella cripta del convento dei Cappuccini a Brno, nella repubblica Ceca.
Fece le scuole dai gesuiti a Oldenburg. Parlava sette lingue. E intese vivere da proprietario nei suoi possedimenti croati. Finché nel 1737, a ventisei anni, morta la moglie nella peste nera di quell’anno, ebbe l’idea di creare un reggimento di panduri, una sorta di corazzieri croati e serbi, in sgargianti divise, per la guerra contro i turchi. Ma a Vienna gli dissero di no. Allora si mise al servizio dello zar. Che dopo un breve servizio dovette condannarlo a morte, per “cattiva condotta, brutalità e disobbedienza” – la condanna fu poi commutata al carcere. Finché i russi non se ne liberarono rimandandolo in Austria. Dove per un periodo visse isolato. Poi fu amnistiato, nella guerra di successione austriaca, e messo a capo di un corpo di irregolari, fino a ottenere il grado di colonnello. Costituì allora il suo reggimento di panduri, che subito si segnalarono per la truculenza, e per il disordine in battaglia. Il barone fu condannato a morte anche in Austria, e quindi al carcere, nello Spielberg a Brno, dove nel 1749 morì. Avrebbe tutto per essere degradato a calabrese.

“Il re fuggito in Sicilia, i francesi giunti a Capua, i giacobini che levavano il capo, il vicario generale smarrito… Il ventiquattrenne Giuseppe Poerio fu visto inaspettatamente emergere dall’ombra e togliere su di sé ed eseguire una difficile parte politica, che ebbe, in quel groviglio di casi impensati e d’impulsi diversi ed opposti, efficacia risolutiva” (B. Croce, “Una famiglia di patrioti”, p. 18). L’“Otto settembre” del Regno di Napoli, all’Epifania del 1799, fu un calabrese di ventiquattro anni a instaurare la Repubblica a Napoli.

La Madonna del Porto è una festa e un rito fra i più studiati dell’etnologia. Erasmo ironizzava sui titoli marini della Madonna, “stella del mare”, o “porto di salvezza”, dato che Maria non ha nulla a che fare col mare. Ma Lutero sapeva perché: “Maria significa stilla maris, poiché di tutto il mare dell’umanità è l’unica goccia che rimase pura e intatta”.

L’umorismo è invasivo anche nella letteratura russa, nota Nina Berberova di Nabokov (nel saggio “Nabokov e la sua Lolita”). L’orrore, il distanziamento, si mescola sempre al ghigno: compiacimento, pena, e compiacimento per la pena.

Non ha nobiltà antica, non ha avuto il feudo. Malgrado il secolo di regno diretto normanno. I titoli sono di romani del papa, Savelli, Carafa, di banchieri genovesi recenziori, del Cinque-Seicento, Spinelli, Grimaldi, Genoese, Grillo, un Lombardo a Polistena. I Ruffo venivano dal nulla, il loro capostipite Pietro fu creato conte da Federico II, come Giovanni Moro e i discendenti di Mafalda Scaletta, perché uomo di mano. Per lo stesso motivo finì male: passato con i guelfi contro Manfredi, fu privato dei beni e messo a morte. Pietro II si mise con gli angioini, e riebbe la contea di Catanzaro per aver sottratto Amantea a Corradino. Dopodiché non se ne sa più nulla finché la famiglia non riemerse a Sinopoli a metà Trecento, di nuovo col titolo di conti, trasformato due secoli più tardi in principi di Scilla. Illustrandosi come uomini d’arme e prelati, senza alcuna opera d’arte o dell’ingegno. Fu l’uno e l’altro il cardinale Ruffo, l’esponente più famoso, che creò il movimento dei sanfedisti, con i quali abbatté la Repubblica Napoletana.
In questo caso è stata la Calabria a suonarle a Napoli, ma è l’unico.

leuzzi@antiit.eu

venerdì 8 luglio 2011

Il peccato nazista di Bataille

Una giornata da “Decamerone”, tra una compagnia di spiriti eletti, isolati in un salotto dalla peste nazista che infetava Parigi, il 5 marzo 1944. Ad ascoltare Bataille discettare di peccato una lista interminabile di celebrità, tutte interessate poi a discuterne con lui: il futuro cardinale Danièlou, il commediografo Adamov, Blanchot, Camus, Merleau-Ponty, De Beauvoir con Sartre, molto polemico, Klossowski, Hyppolite, Massignon, Leiris, Paulhan, Prévost. E nell’elenco è trascurato Gabriel Marcel, quello che contrappunta con più appropriatezza l’oratore. Il set è la cosa migliore. Il peccato di Bataille la più sorprendete: nazismo puro. L’ennesimo “rovesciamento” del peccato come giudeo-cristianesimo (non menzionato, ma si sa). Non allegro o propositivo, come ci si aspetta da una proposta rivoluzionaria e non vendicativa. E anzi lo stesso Nietzsche (l’esposizione di Bataille poi confluirà nel suo “Nietzsche”) assume cupo. I religiosi, Daniélou, Maydieu, Burgelin, protestante, scantonano, fra omaggi al “tono convincente” del relatore e commistioni confuse di misticismo sacro e peccato battagliano. Sartre invece a un certo punto glielo dice: “Non vedo perché, secondo i vostri principi, non si dovrebbe violare gli esseri come si beve una tazza di caffè”. La “morale volgare”, il cristianesimo, il bene e il male, è noiosa, la derivazione nietzcheana prende molte pagine. A favore di un’etica del culmine e del declino. Che si governa attraverso il peccato costante, la violazione degli altri che è anche violazione del sé, eccetera. Klossowski, che dell’esposizione di Bataille al seminario si assume la sintesi, così glossa: “Il culmine corrisponde all’eccesso, all’esuberanza delle forse. Conduce al massimo l’intensità tragica. Si lega agli sprechi smisurati di energia e alla violazione dell’integrità degli esseri” Al declino, “che corrisponde ai momenti di esaurimento e di stanchezza”, fanno capo “le regole morali”. Lo stesso Klossowski nel dibattito si dà queste ragioni: “«Essere colpevole o non essere», ecco il dilemma, perché essere senza colpevolezza, per Bataille, significa non spendere, non poter spendere, non avere nulla da dare”. Senza peccato è il ritorno dell’uguale se stesso, la noia, l’insignificanza (sarà il “dibbattito” in Italia, a Roma, naturalmente annoiato, di trent’anni dopo). Ma a un certo punto se ne accorge, che soprattutto “il mondo del peccato è noioso”. Gli sarà balenato l’amato Sade, che nei piaceri si annoiava, ed è noiosissimo. Ma non è di improsamenti liberi che a marzo del 1944, a casa di Marcel Moré a Parigi, l’intelligenza francese occupata discute. Incalzato da Hyppolite, dopo Sartre, lo stesso Bataille candido lo ammette: “Il peccato è la violazione degli esseri”. Pretendendolo naturalmente rigeneratore: in grado di sovvertire il declino, e rilanciare l’ascesi, che sono i suoi due assi della storia, invece degli aborriti bene e male – ancora Nietzsche. Una morale inappellabile (inspiegabile). Che si vuole anticristiana, ma si fa forte del peccato, che è concetto cristiano. Travolgendolo in libertà. Magari del nulla, interno ed esterno.
Ci siamo salvati perché Hitler ha perduto la guerra. Il nazismo, si dice, è “affondato” nell’Olocausto. Come se avesse potuto evitarlo. Ma si vuole dire che ha solo perduto una guerra. 
Georges Bataille, La condizione del peccato, Ass. Eterotopia, pp. 169 € 8

Il romanzo dell’amore amato

Ha l’handicap dell’“amore platonico”. Che ritorna a ogni pagina (un paio di volte perfino in “idea platonica). Per dire dell’amicizia nell’amore con la moglie, anche se, cinquantenne, è sempre lontano con la carne giovane. E del “si”, questo toscanismo castrante già all’epoca (1979) morto. Sono gli unici nei in una storia scritta di getto e tuttavia misurata e pregna di senso – di sensi. L’odore del sangue, da cui tutto germoglia, un ricordo di guerra, è declinato in cento chiavi, tutte calzanti, concludenti, incisive: dolce, esilarante, pieno di linfa, odore dell’origine della gioventù, della passione, della vita.
Il cosiddetto platonismo è però la chiave della vicenda, dove la violenza è in agguato. È “il vero romanzo di Parise”, può dire Giacomo Magrini, che ne ha curato la pubblicazione postuma. È la summa dell’amore estremo (libero, voluto, a ogni istante rinnovato) di coppia, che è il segno dell’epoca – di cui Parise potrebbe avere scritto “il romanzo”, più bello e definitivo, anche nell’eccesso di sperma che ancora fa diffidare molti-e. Nel solco dell’“amore amato” che ha fatto la storia occidentale - anche se il Duecento rifuggiva dalle crudezze. Resta una moderna carte du tendre, una cartina dell’amore a scala Igm, con isobare minuziose, una miniera e un trattato informale se non definitivo, che in materia non è possibile, di quello che l’amore è, “si sa”, “come è noto”, e non è. Malgrado le solite approssimazioni parisiane: Grazia, la ricca e generosa ospite fiorentina del narratore e della moglie, ha “grandi occhi ebrei”, la “forza della ragione protestante”, e “a correzione del protestantesimo” ha “la pietas cristiana”. E l’ingombro di Garboli.
La presentazione di Cesare Garboli, che fa ormai parte del testo, è tanto puntigliosa e affettuosa quanto tetra (gli amici sono un dono, talvolta ingombrante): ne fa “un romanzo invece di una cura psicanalitica”, a sfondo autobiografico. Mentre Parise era semplice, e in fatto di sesso non portato alla gelosia: era uno che si masturbava a Milano, quando faceva il redattore editoriale e divideva per risparmiare una stanza in albergo con Nico Naldini - è vero invece, purtroppo, ciò che Garboli gli porta a vanto, che invitava Gadda a colazione per dileggiarlo, disseminando la casa di ciclopici falli di cartone (dopo avere avuto cura, va aggiunto, di prendere casa nello stesso palazzo di Gadda, per poterlo incontrare casualmente). Insistente, per lunghe pagine, Garboli ne fa il romanzo della gelosia, mentre è, con ogni evidenza, una trasposizione o proiezione: un’immedesimazione, e il rimpianto, di una passione travolgente che non è, o non è stata, nelle corde del narratore.
Goffredo Parise, L’odore del sangue

Letture - 68

letterautore

Camilleri – Ha collaudato, con più costanza che Pirandello, Capuana o De Roberto, anzi come tipologia unica, il meridionale “fascistone”. Specie nei gialli di Montalbano, ma anche negli altri racconti.
Del fascistone Montalbano non è il prototipo in quanto personaggio d’invenzione, ma ha tutte le carature prescritte. Un capoccione dotato di molto ego (si dice personalità) e che non bada a nessuno, al procuratore, al questore, al vescovo, all’onorevole, una sorta di anarchico dell’ordine. È il fascistone simpatico perché integrale, in ogni suo gesto, detto o rapporto, con la fidanzata, gli amici, i subordinati, i cittadini, uno che parla male, un po’, dei carabinieri, e della Dc, e copre le tresche del suo vice, della cui moglie si professa amico. Le donne attorno a lui sono inaffidabili, mantidi, sciocche, ricattatrici, sfruttate, eccetto qualche vecchia insegnante - una tipologia tutta negativa, che Luca Zingaretti nei film ammorbidisce, non resistendo al fascino delle caratteriste locali, tutte con esperienza collaudata di teatro.
Sono del fascistone anche i cliché che fanno Montalbano consolatorio. E i luoghi comuni: tutto è bello in Sicilia, gli sbirri sono un po’ scemi (in basso e in alto, i piantoni e i questori), la politica è bugiarda e ladra, la mafia strana, le donne infide, e c’è pure la svedese, facile. Il lieto fine. I ruoli notabilari. L’immutabilità soddisfatta. Tutto peraltro realistico. Molto. Sicuramente più del tutto mafioso, e più produttivo. Ma in un quadro di compiaciuta stabilità.
Montalbano è peraltro l’ordine di cui di cui Camilleri soprattutto si compiace, nell’intervista con Francesco Piccolo (il lungo colloquio è buona parte del “Michele Sparacino”). Pretendendosi impegnato per la giustizia, che invece teme, e nella politica che invece non cura, giusto per non creare increspature andando controcorrente, e la vita di paese e i plot risolve nei circoli, dei nobili, dei borghesi, dei compagni, gli altri comprimari riducendo a maschere da commedia dell’arte. Al suo personaggio avendo assegnato immutabile, senza sorprese - il fascistone non è uomo di sorprese - questo quadro: una fidanzata impicciona e inesistente, puro dileggio, ragazze e checche ricattabili e ricattate, politicanti mai puliti o intelligenti, questure di trogloditi. La stessa concezione che Camilleri ha del Pci e del movimento è di destra: del galantomismo, per l’ordine e il coraggio. Anche il rapporto di Camilleri col proprio padre naturale, nella stessa intervista, è, sebbene rispettoso, molto fascistone: quando il figlio in carriera è sempre migliore del padre, più sensato, di più esperienza, più generoso, al limite sempre della disperazione (per colpa del padre, la colpa di esistere), più saggio, più capace, più previdente e protettivo.

Fascistone – È il tipo risolutivo: pieno di sé, rassicurante, maneggione, sapientone, introdotto, un trickster aggiustatutto. Senza il riserbo che caratterizzava il vecchio notabile, anzi invadente, se non vantone, pure nel fisico: petto in fuori, testa eretta, occhi perforanti, voce tonante, quando non è sorretto dall’altezza.
Una parola meridionale per una figura però non necessariamente meridionale. Montalbano, il personaggio più popolare e amato, certamente lo è. Anche il suo creatore Camilleri vi si atteggia. Ma Montanelli ne è il prototipo, sempre pieno di sé, nella coerenza e nell’incoerenza, nella generosità e nella cattiveria, fascista e antifascista, comunista e anticomunista, e sempre con la coscienza pulita, anzi più pulita di ogni altro.
Il fascistone meridionale non è un reduce di Mussolini, anzi lo avrebbe disprezzato, ma è autorevole e autoritario, e tutto dice, sa, fa, e risolve. Non è nemmeno di sinistra, non può esserlo, ma un po’ come Croce ci voleva tutti liberali, concede che tutti dobbiamo essere un po’ di sinistra. Si vuole anticonformista, ma con moderazione, un po’ laico, con moderazione, e un po’ bacchettone, sempre con moderazione: non vuole sollevare onde, vuole piacere a tutti. Vuol’essere il centro della simpatia, l’interprete del sentimento comune, quello che tutti vorrebbero essere – magari comunista, una volta, nell’intimo, poiché il Pci, che ha avuto al Sud breve vita, si è creata per quei lontani anni un’aura d’irenismo e giustizia, ma non del Partito. Critica i Dc ma li rispetta. E del fascismo ha solo la doverosa memoria storica, più ridicola peraltro che violenta.

Pasolini – Il poeta debutta con componimenti filologici – subito adocchiati dal filologo Contini – in “volgare”. Sul modello di Dante, con analoga pretesa di separazione dalla cultura colta, e invece con onnivora scienza. Conclude con “Le ceneri di Gramsci”, che sono Foscolo ingigantito. Per l’eloquenza ricercata, che anche la sfida fa sempre retorica – qui è nel metro martelliano, recuperato perché squalificato, “maledetto”. Si può dire che ha perduto l’occasione di una nuova “Commedia” che la storia, personale, politica, gli proponeva?
Pasolini ne ha sempre cognizione, ma sempre la omette, della feroce, violenta antropofagia comunista, benché invasiva, anche sul piano personale, e opprimente. Per pavidità? Per opportunismo? Perché non era nelle sue corde. Era un esteta foscoliano, quindi ingaggiato e polemista nello spirito del tempo nel quale era cresciuto, dannunziano – della vita che imita l’opera (tanto dismesso-omesso quanto invadente nei suoi anni formativi).
Non si misurano ancora abbastanza le omissioni cui la cultura di partito chiamava, con inevadibili autocensure. Togliatti insomma. Altrove, dove c’è un partito con la stessa egemonia culturale, in Francia per esempio, o nell’antifascismo spagnolo, non c’erano le stesse censure, il centralismo fu ferramente democratico solo in Italia. Pasolini ne fu partecipe, anche se si costituiva alibi, ma in quanto letterato, cresciuto nella concezione della letteratura aliena – in contrasto con la vena di polemista, e quindi con la sua capacità di giudizio politico, ma questo è un altro discorso, dell’eroismo o coerenza.

Il friulano non è la lingua di Pasolini. Si dice che era la lingua materna. Ma non si parlava friulano in casa. Pasolini non parlava friulano con la mamma e i cugini. Il suo eloquio, le sue prose non ne hanno gli accenti né le cadenze. Il friulano è il suo “volgare”, un campetto di esercitazione, o uso a freddo delle parole – come lo sarà, con maggiore-minore fortuna, il suo romanesco. Il friulano Pasolini dice, in un testo postumo, “la lingua di mia madre”, che non è propriamente la lingua materna.

Pound – Collaborò negli anni 1930, con William Carlos Wiliams, T.S. Eliot e E.E.Cummings, a una rivista di poesia intitolata “Furioso”, creata e curata all’università di Yale da James Jesus Angleton. Che a fine anni 1940 sarà ai vertici della neonata Cia, dopo aver fatto con successo le prime esperienze di spia a Roma alla Liberazione.
Angleton, cresciuto a Milano, dove suo padre aveva rilevato la sussidiaria italiana della NCR, era bilingue. Fu a capo dell’ufficio Italia dei servizi segreti americani dal febbraio 1944, da Londra. A novembre fu trasferito in Italia, dove rimase dopo la guerra. Gli storici della Cia gli attribuiscono un ruolo di iniziativa e organizzazione nella sconfitta del Fronte popolare l’8 aprile del 1948, aggregando il potere d’influenza della mafia e del Vaticano, e il voto neo fascista. E quindi nella successiva decisione del Congresso Usa di creare la Cia. Nel 1951 fu incaricato dell’ufficio Israele. Nel 1954 fu nominato capo del controspionaggio, carica che mantenne fino alla pensione nel 1975.
Angleton era in eccellenti rapporti con Kim Philby, a Londra e a Washington, per cui negli anni 1950 subì il contraccolpo della defezione di Philby e altri intellettuali inglesi a Mosca. Ma il capo della Cia Allen Dulles apprezzò la sua capacità di giudizio. In particolare la cautela sulle operazione di rollback (sovversione) proposte e tentate da altri suoi dirigenti in Albania e Polonia, tutte fallite.
Con Pound Angleton rimase sempre in contatto – così come con Eliot, Cummings e Williams. Una lettera di Pound al futuro capo del controspionaggio è in testa al sito leconomistamascherato (Geminello Alvi?). Sarebbe di Angleton l’escamotage per cui Pound divenne non giudicabile perché “pazzo”.

J.Roth – Si ricorda – anche Magris - soprattutto che fu cattolico e ubriacone. Cattolico con più forte riprovazione. È un’assurdità ma è la contemporaneità, sia nordica (protestante) che latina (anticlericale). È anche un reliquato della vecchia intramontabile ostilità dell’ebraismo contro il cristianesimo, solo “ribattezzata” (rigiustificata) dall’Olocausto, con la colpa.

letterautore@antiit.eu

giovedì 7 luglio 2011

Bossi flaubertiano

Elementare e geniale. Un’idea non italiana naturalmente - noi siamo arrivati, con difficoltà, all’Uomo Qualunque. Detta in tre battute. L’uso volgare, brutale, provocatore del linguaggio da parte di Bossi, per smontare la politica tradizionale. Il suo parcheggio in una zona ben visibile, un teatro all’aperto da commedia dell’arte, con ruoli riconoscibili, e per questo stesso fatto rassicuranti oltre che distruttivi. La riconquista su queste basi affidabili – la semplicità, la chiarezza, la secchezza - della politica.
È “l’arroganza della semplicità”, nota l’autrice, antropologa di professione. Che però non può non vedere che essa si dimostra, negli enunciati e nei fatti, più “gramsciana” della vecchia sinistra. Nel senso che recupera dal nulla, insomma con poco, l’egemonia culturale, molto al di là dei suoi esiti elettorali, che pure sono lusinghieri – resta da dire che la Lega è fenomeno milanese, e che diventa nazionale perché Milano si è impossessata dell’Italia: è un fatto più propriamente economico e sociologico, e quindi bisognerà aspettare qualcun altro oltralpe ne abbia voglia.
Il titolo echeggia “L’idiota in famiglia”, il volumone che Sartre affettuosamente ha dedicato a Flaubert. Spiritoso. Ma ha propiziato una terribile reprimenda di Pierluigi Battista a Gad Lerner, reo di aver firmato la prefazione: “Bobbio non chiamava idioti gli avversari” – ed è l’unica eco che il libro ha suscitato, per il resto il solito assordante silenzio. Un’altra cosa da dire però ci sarebbe: Lerner stigmatizza lo stilema della beffa, che “svuota di significato la politica”. Lui non si rivede mai? Meglio la beffa comunque dell’indignazione – un Umberto Eco onesto direbbe Bossi più onesto di Lerner.
Lynda Dematteo, L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord, Feltrinelli, pp. 266 € 16

L’enciclopedia sovietica di Togliatti

Uno spiraglio la storica Gilda Zazzara riesce infine ad aprire nel rimosso, un blocco durissimo. Ventidue anni dopo la caduta del sovietismo, venti dopo la fine del Pci. Un segnale tanto più promettente per venire dall’editore che la storia più di tutti ha costipato – perfino Le Goff, perfino Canfora – nella sua seconda reincarnazione postliberale. E da una studiosa alieva di Guido Quazza, che fu censore occhiuto per conto del Partito di De Felice, della popolarità del fascismo.
Fra le tante assurdità del progetto egemonico togliattiano spicca quello di controllare la storia controllando la storiografia. Tanto più assurdo per essere stato non solo tentato ma (quasi) riuscito: basta scorrere la lista degli storici accreditati dal Partito in questo libro e confrontarla con la produzione storiografica edita dalle grandi case editrici e pubblicizzata nei giornali egemonizzati per vedere che poco ne restava fuori – e quel poco massacrato, da Chabod a De Felice. Tutti presto perenti, Spriano, Alatri, Procacci, Ragionieri, Caracciolo, Cafagna, Zangheri, Rosario Villari, Villani, Santarelli, Carocci, Zangheri, Gastone Manacorda, lo stesso Quazza, nessuna opera se ne ricorda, ma dominanti. Maestri della “memoria trapiantata”, guardie giurate del centralismo democratico, o delle parole d’ordine, il politicamente corretto di una volta. A Chabod, alla sua “Storia della politica estera italiana” fu rimproverato di non aver tenuto conto della masse contadine – proprio così: lo scrisse Caracciolo su “Rinascita” nel 1951, e lo ribadirono Arfè e Carocci, la reazione era, come è, sempre corale.
Si suole dire quello dell’egemonia progetto gramsciano ma in realtà è del partito di Togliatti, e poi di Berlinguer. Un progetto talmente insidioso, malgrado la ridicolaggine, da essersi insediato stabilmente nell’“opinione pubblica”, sempre e unicamente faziosa: i media, i talk show, le intercettazioni, le indiscrezioni, i vari servizi che, nell’abolizione della storia decretata da Luigi Berlinguer a fine millennio, tengono ora il posto della storiografia. Del resto si può riderne solo standone fuori: il rifacimento degli eventi e dei personaggi fu collaudata specialità sovietica, già da Lenin e fino a Breznev, di grandi capacità persuasorie bisogna dire (la storia dell’opinione pubblica al tempo del Komintern e di Willi Münzenberg, pure così appassionante, resta sempre da fare).
Gilda Zazzara, La storia a sinistra, Laterza, pp. 208 € 20

Intercettare è peccato, a Londra

Unanime e scandalizzata è la riprovazione di Murdoch, e della sua amante e collaboratrice Rebekah Brooks, bella donna peraltro, perché hanno spiato principi, attrici e calciatori per i loro giornali di pettegolezzi. Oggetto della riprovazione è che avrebbero intercettato i telefonini di alcune bambine rapite, e poi uccise – cosa impossibile: i rapitori per prima cosa distruggono i cellulari dei rapiti. “Intercettare i telefoni è un brutto reato”, salomoneggiano i quotidiani italiani. Eccetto che in Italia, ovviamente.
La vera differenza è che Murdoch e la sua ex segretaria non stampavano cose false, “montate”: tagliate, cucite, e soprattutto ammassate. Murdoch non spreca la carta – e infatti, ora che gli inserzionisti disertano il suo tabloid lo chiude. A questo riguardo anzi Murdoch è un santo verde, non stampa tre milioni di copie al giorno, una foresta, per nulla, e si può star certi che presto se ne farà la proclamazione - troppi giornalisti sono lautamente incensati da Sky. Se non prevarrà l’invidia per la sua rossa e aggressiva Rebekah, che esaurisce tutto l’immaginario nazionale, roba da obliterare i sogni. O il dispetto per l’onestà, malgrado tutto, dell’affarista, che non spaccia la spazzatura per giustizia – anche Rebekah non fa la morale, solo vuole essere prima nel giornalismo di serie B.

Torna la chiesa col proporzionale, senza bipolarismo

C’è la chiesa di Bagnasco dietro il proporzionale e contro il bipolarismo, e dunque il ritorno del vecchio si può dire acquisito. Tutte le forze confessionali, non solo l’Udc, sono mobilitate: le varie associazioni e fondazioni delle opere, gli ex Popolari del Pd, i nuovi credenti di Fini e Rutelli. Che in aggiunta a Bossi e Di Pietro possono, se non fare maggioranza, innescare una valanga maggioritaria.
All’indomani dei referendum - il colpo che la Cei, la conferenza dei vescovi, ha giudicato risolutivo contro Berlusconi, e quindi all’asse centrale del bipolarismo - il cardinale Bagnasco l’ha fatto scrivere con chiarezza al suo giornale, “Avvenire”. La “primavera elettoral-referendaria” ha aperto “quell’agognata «fase nuova» della politica italiana”. Fase che il giornale dice ancora faticosa ma “interessante e coinvolgente”. E il senso del coinvolgimento è la rottura del “bipolarismo «furioso»”, per un nuovo assetto politico: si apre “il cantiere della «ristrutturazione» di partiti e alleanze, e questo sarà certamente un bene”.
La chiesa torna al controllo, e alla gestione del potere, attraverso i governi di coalizione,che un’istituzione extratemporale può gestire agevolmente. E che non si fa più coincidere con l’interesse dell’Italia. L’opzione del Vaticano, col pontificato debole, è tornata quella curiale e degli interessi di bottega, pre-Giovanni Paolo II e pre-Ruini. I quali invece avevano puntato al recupero del senso religioso e cristiano della vita nazionale, e alla proiezione sociale più che politica.

La chiesa specula, contro le parrocchie

Torna la chiesa prim’attrice degli affari italiani, dopo il lungo intervallo di papa Woytiła, e torna la speculazione edilizia. A Milano non è mai cessata. A Roma, dove ha possedimenti immensi da valorizzare, il Vicariato è all’opera per un nuovo sacco. Ora nella zona Nord-Ovest, nei quartieri Aurelio e Monteverde, dove i terreni erano stati frazionati fra i tanti ordini di frati e suore. Cessando l’attività di molti di questi ordini per la crisi dei ruoli e delle vocazioni, conventi, case-madri, scuole, istituti vengono rapidamente ceduti per la valorizzazione immobiliare. Chiavi in mano.
È questa la formula risolutiva del business, che mette i costruttori in grado di vendere, e gli investitori di comprare con sicurezza, prima ancora di avviare la costruzione: il venditore è garanzia che le pratiche procedono senza intoppi e nei tempi, per il souci d’éfficacité che è sempre stato il marchio vaticano. I progetti di valorizzazione fioriscono già muniti di ogni crisma regolamentare, anche contro i vincoli alla valorizzazione – verde, impatto ambientale, servizi, parcheggi, antropizzazione. Che così diventa un affare imbattibile, moltiplicando per dieci e anche per venti le volumetrie rispetto alle vecchie case di religiosi, in altezza e in superficie, cancellando tutte le aree verdi, moltiplicando la densità abitativa e l’intasamento. I margini diventano così enormi.
Il guadagno per il vicariato dev’essere così robusto. Al punto che la politica della valorizzazione viene spinta anche contro gli interessi delle parrocchie. Nel quartiere romano di Monteverde, una scuola raddoppiata in volume e venduta ai bei tempi, cinque anni fa, come immobile di lusso ha tra i nuovi proprietari irriducibili laici, che hanno fatto causa all’adiacente parrocchia contro il suono delle campane, “fonte di angosce”, e l’uso pomeridiano dei cortili come oratorio per i ragazzi, e l’hanno vinta.

mercoledì 6 luglio 2011

Dio e la Svizzera imbroglioni

L’immaginazione è realtà. O singolare allegoria della Svizzera anni 1980, piena di delinquenti, imbroglioni (mercanti d’arte, avvocati, albergatori), ricchi che fanno i poveri, e di Dio. Che, con la barba e senza, non sa fare che male. Al coperto di un qualche (ex) consigliere federale, e il solito poliziotto inutile. Ubriacona e, s’indovina, scorreggiona. Ma più assorta delle altre allegorie di Dürrenmatt – una dama di compagnia “Uriel” vi fa gli orologi a tempo mobile, di cento oppure quindici ore, ore di quindici, o cinquanta o cento minuti. Non polemica né satirica, di normale ferocia – la valle di lacrime echeggiata nel titolo (l’originale è “Durcheinandertal”, la valle sottosopra), i beati poveri del famoso messaggio, e i tanti, specie i ricchi, che “vivono nella grazia, peccato più peccato meno”, anche se specializzati nel crimine. E tuttavia di lettura sempre incalzante e rapida, sorretta da una traduzione molto scorrevole di Giovanna Agabio.
Il Grande Vecchio e Belial vi sceneggiano anche quella che sarà la pubblicità del caffè di Bonolis. Dürrenmatt è morto prima, si sarebbe divertito. La caccia a un cane da abbattere, per avere morso lo stupratore della sua padroncina, impegna a turno la polizia locale, cantonale, federale, e infine l’esercito, con l’artiglieria. Testimone della vicenda è il maestro, che, “influenzato da Robert Walser, era stato uno dei primi a introdurre la candida innocenza nella letteratura confederale” - sebbene perseguitato dalla “maledetta signora von Stein”: il fatto è un fatto.
Friedrich Dürrenmatt, La Valle del Caos, Einaudi Tasc., pp. 116 € 9,50

Il complotto è perfetto contro Strauss Kahn – troppo?

Tutti gli ingredienti del complotto sono presenti nel caso Strauss Kahn. Non è possibile in un albergo americano che una cameriera si prostituisca: i controlli di sicurezza sono al primo posto nei servizi dei grandi alberghi in Usa. Una signorina guineana non pensa a emigrare negli Usa: la Guinea ha come solo orizzonte la Francia. Due problemi che si risolvono se i servizi segreti francesi parlano (lo ricattano, lo minacciano, lo blandiscono, anche senza soldi) col direttore del Sofitel, catena francese di alberghi, di New York. O col suo direttore per la sicurezza. Che normalmente è un ex agente. Mentre la cameriera-prostituta si ritrova sul conto tre versamenti per centomila dollari. Cifra fatidica. Di origine ignota – la polizia di New York parla di entrate dalla droga ma per mascherare la propria incapacità, o connivenza: i soldi della droga non marciano per bonifico bancario da conto cifrato, un pusher non ha un saldo attivo di tale entità.
Il resto è marginale. Una giornalista-politica-poetessa, che copre la psicolabilità con uno strano snobismo, accusa a intermittenza Strauss Kahn di averla stuprata durante un’intervista. Ma la cosa si segnala per essere isolata: di ricordi del genere in questi casi di solito ce ne sono molti. Altre donne che preannunciavano rivelazioni ora tacciono – forse, speranzose, per ingordigia.
I servizi francesi hanno una storia anche recente di obbedienza politica, di spericolatezza, e di approssimazione. Il caso di Gheddafi, dall’abbattimento dell’aereo a Ustica alla guerra in corso, è solo uno. Altre azioni, note perché abortite, tentarono contro Greenpeace, e contro lo stesso Sarkozy. Anche lo sgonfiamento della vittima-teste può fare parte del gioco: i servizi servono sempre più padroni.
L’abbattimento di Strauss Kahn non è da poco: è l’unico spiraglio aperto a Sarkozy alla riconferma tra un anno. Contro di lui il presidente uscente partiva battuto. Addirittura, umiliazione suprema, al primo turno. Il presidente Sarkozy è stato il primo a sapere dell’arresto di Strauss Kahn, tramite la direzione del Sofitel. Sarkozy ha già occupato con una sua fedelissima, Christine Lagarde, l’importante direzione generale del Fmi, al posto dell’ingombrante Strauss Kahn.
Non c’è tassello, insomma, che non combaci nel puzzle del complotto. Che tuttavia probabilmente non c’è stato: i complotti non ci sono mai. Mentre ci può essere, perché no, una prostituta guineana che riesce ad avere il visto per gli Usa (i due paesi, com’è noto, non sono confinanti), e un posto in un albergo di lusso, dove si prostituisce ricattando i clienti. Anche una prostituta che sappia cosa vuole dire direttore del Fmi, perché no.

Il rating (la speculazione) fa grande la Germania

Il disegno è trasparente, a un effetto dichiarato, con un timing perfino annunciato, e in un certo senso obbligato: abbattere l’euro, con la tattica degli Orazi e i Curiazi. Con guadagni spropositati a ogni mossa, e un premio finale di cui è difficile immaginare la dimensione. Benefici cui non si vede perché il mercato debba rinunciare. Le agenzie angloamericane di rating, che sono emanazione e socie in affari delle banche angloamericane, fanno il loro mestiere in questa ottica: com’è pensabile altrimenti che siano a premio i mutui sub-prime, gravati dalla quarta o quinta ipoteca, e spazzatura i debiti di due stati europei, Grecia e Portogallo – non l’Irlanda, perché l’Irlanda è parte del sistema angloamericano? L’obiettivo prossimo è scardinare la Spagna. Infine l’Italia, già costretta a pagare un interesse del 2,50 per cento in più dei titoli tedeschi.
Ciò che non si capisce invece è che difesa voglia fare l’Europa. O l’euro. O la Germania, che si penserebbe la potenza dell’euro. L’Europa non c’è: basterebbe un impegno della Bce sulle emissioni dei titoli di debito nazionali per calmierare i rendimenti, evitandone l’avvitamento sul Bund tedesco. Che, in teoria, in una moneta unica, non ha senso: un costo diverso, anche molto diverso, tra i vari titoli di Stato. Tenendo il timone saldo, sicuro, antiscosse. Con grande risparmio, monetario e di attenzione (annunci, rinvii, polemiche), sulle crisi ricorrenti. Che vanno a beneficio unicamente dei fondi e delle banche. È questo che non si vuole? Ma è possibile che sia solo stupidità.
L’Europa non c’è perché la Germania non la vuole, questa Germania a pochi ani dalla riunificazione. La verità è che la Germania non vuole fare nessuna difesa, la realtà cioè: ogni intervento programma a rate e a gocce, sapendo, lo sa anche l’uomo della strada, che l’interveto rateizzato è solo un invito alla speculazione. Nessuna soluzione globale è studiata, nonché non proposta. Le verità – la realtà – è che la Germania trae, da questo euro “sgranato” per via della diversa affidabilità del debito nazionale, un beneficio concorrenziale enorme sulle altre economie europee, dalla Francia in giù – anche il debito francese deve pagare un premio sui titoli tedeschi.
Si dice la Germania incapace politicamente. O condizionata da un’opinione pubblica contraria a “pagare per gli altri”. La verità – la realtà – è che la Germania già “paga per gli altri”, seppure a vuoto. Ma questo in termini contabilistici. A una sommatoria reale la Germania non paga e anzi ci guadagna: in termini di stabilità sociale, d’incrementi possibili di produttività, di crescita economica, di riduzione del rapporto deficit\pil. La Germania di oggi (di Berlino, riunificata) è molto diversa da quella di vent’anni fa, di Pöhl e Tietmeyer, che creava l’euro.

martedì 5 luglio 2011

Il calcio malato di Milano

Si punta sempre sulle scommesse e le chiacchiere al bar quando l’evidenza è che il calcio è malato al vertice. Ora la Juventus chiede giustizia da Abete, ed è tutto dire. È l’uomo che nel 2006 tentò di affossare Lippi e gli atleti simbolo della Nazionale che poi vinse il Mondiale, Buffon e Cannavaro, con falsi scandali, e Lippi ebbe difficoltà ad abbracciare nelle celebrazioni.
Le prove che l’Inter telefonava agli arbitri sono di due anni fa. Il procuratore Palazzi le ha acquisite un anno e mezzo fa, e dopo “giornate di duro lavoro”, le ha chiuse con la prescrizione. Erano bastate poche settimane nel 2006 per condannare tutti gli altri, a partire dalla Juventus. I debiti dell’Inter sono più del fatturato, e niente, questo non interessa a nessuno. Dopo perdite cumulative negli ultimi quattro anni per 578 milioni, che avrebbero fatto fallire qualsiasi altra società con un fatturato di 300 milioni.
Le perdite sono state in parte colmate con artifici contabili, su cui la Corte Federale ha steso un velo. E col collocamento discusso della Saras in Borsa, e niente nemmeno su questo versante: la Procura di Milano ha dovuto aprire un’inchiesta ma aspetta il momento opportuno per archiviarla, anche se ogni sottoscrittore sa che il furto c’è stato.
Non solo nessun provvedimento di rigore viene preso, ma non del vero malaffare si legge neppure una riga, neppure a titolo di gossip. Anche il gossip è selettivo, come la giustizia. Un arbitro sicuramente corrotto ha diretto per anni il calcio dopo Calciopoli: non se ne parla. Gli organi federali sono stati presi d’assalto nel 2006 da uomini del Milan e dell’Inter, che non li hanno più mollati: non se ne parla. Il consiglio della Figc che dovrebbe ridecidere sullo scudetto che la stessa Figc ha assegnato a tavolino all’Inter deciderà ora di non decidere, i presidenti sanno chi comanda. L’Inter ha vinto due scudetti con due e tre punti, più che sospetti, di vantaggio sulla Roma: non se ne parla – la Roma (società, tifo, e Totti-De Rossi se non la squadra) se la prende sempre con la Juventus, perché sa che non conta niente. Ha pagato la Juventus perché ai due eredi, sicuramente non cerebrolesi, non sembrò vero di potersi liberare d’un colpo di ogni concorrenza all’interno della Famiglia. I due erano disposti per questo a ripartire dalla serie C, si ricorderà, se non dalla Promozione. E ancora non smettono di omaggiare per questo Milano, allestendo società e squadre da Eccellenza, o giù di lì.
Le prove che l’Inter telefonava agli arbitri sono state omesse dai giudici napoletani che hanno istruito il caso (uno dei quali ha fatto un balzo in carriera) e\o dalla polizia giudiziaria che le smaterializzò. E questo è un altro aspetto, più inquietante, perché denuncia lo stato della giustizia. È lo stesso blocco d’accusa che ha ricusato per ben due volte la presidente del tribunale che giudica Moggi, Teresa Casoria, per intimorirla: con che serenità la giudice Casoria potrà giudicare? Un processo senza nessun crimine accertato. Senza nemmeno un tentativo di corruzione. E pieno di “prove” consistenti nelle cronache delle partite il lunedì, e cioè di moviole sui rigori, sul pallone fuori o dentro, sul fuorigioco millimetrico – roba da non credere, ma l’istruttoria è stata stampata dall’“Espresso”, firmata da un colonnello dei carabinieri, ed è ancora recuperabile. Ma si sa che Napoli ha scelto di fare da killer per Milano.
A proposito di notizie occultate basti quanto detto dalla giudice Casoria di fronte al Csm, al quale era stata denunciata, che nessun giornale ha riferito (l'ha denunciata la giudice Francesca Pandolfi, di cui chi ha seguito un poco il processo a Moggi – la giudice è nella terna – si meraviglia che abbia ancora titolo alla professione): “La Procura di Napoli ha chiesto al presidente del Tribunale di fare qualcosa per farmi astenere. La Pandolfi ha reiterato questo invito ma io non avevo nessun motivo per non fare il processo Calciopoli. Ho sostenuto l’accusa in processi importantissimi (alla Nuova Camorra, Cutolo & soci, et al., n.d.r.), non avevo alcun interesse in questo processo, il calcio non lo conosco, non tifo per nessuno, quindi fare il processo era il mio dovere. Ci si astiene se c’è motivo di farlo perché svolgere i processi è un dovere. Due sentenze della Corte d’Appello sulle precedenti ricusazioni hanno ribadito che era un dovere andare avanti.
“Devo notare come è stato strumentalizzato in tutti i modi questo procedimento. Il pm Beatrice (è il pubblico accusatore che ha fatto il salto in Cassazione, n.d.r.) addirittura si era lamentato perché facevo cominciare il processo troppo in fretta. Quando vennero rigettate le richieste per le parti civili si rischiava la paralisi di Calciopoli, ma il pericolo era di avere in udienza come parte civile ogni singolo tifoso di calcio. Invece siamo arrivati alla fine del dibattimento. Piuttosto, vedo i Pm renitenti a fare la requisitoria. Hanno chiesto indagini supplementari…”
Le hanno i Procuratori le hanno poi concluse, prolungando i tempi del processo. Ma ancora non hanno la requisitoria e forse le riapriranno. Hanno ottenuto i nuovi testimoni che chiedevano, che hanno fatto saltare con le assenze (compreso Gianfelice Facchetti) alcune udienze, giusto per tirarla ancora in lungo, e non hanno chiarito nulla. E hanno visto ammonito il loro teste principale, l’ex arbitro Nucini, per “scarsa attendibilità” – “consenziente lo stesso Pm Capuano” (quello subentrato a Beatrice, n.d.r.), ha fatto notare al Csm la giudice Casoria. Napoli resta sempre la succursale di Milano per gli affari sporchi - la Napoli che conta, segreta e fredda come un buon killer.

Ombre - 94

Berlusconi si meraviglia della meraviglia generale sulla non esecutività delle sentenze d’appello da lui introdotta surrettiziamente in un codicillo della finanziaria. Che consentirà a Fininvest di non pagare i danni a De Benedetti (750 milioni….) prima del giudizio della Cassazione. Insensibilità? Ineticità? Delinquenza pura? È Milano.
Milano dà peraltro ragione a Berlusconi nel fatto: è giusto che il soccombente paghi a condanna definitiva. Ma lo massacra personalmente.

Ma la non esecutività è solo una sfida alla Corte d’Appello, la solita corte ambrosiano-partenopea che che si appresta a confermare la cervellotica condanna del giudice monocratico. Berlusconi non avrà problemi a cassarla. Voleva fissare l’attenzione sulla vicenda, per poi poter dire: ecco la prova che sono perseguitato – tanto la sentenza definitiva si fa in Cassazione, cioè a Roma, e secondo diritto. Diabolico? Ma è vero che Milano vuole assolutamente condannato Berlusconi: è stato la sua vittima sacrificale in questi venti anni di ladrocinio generale, e deve continuare a esserlo, una sorta di ombrello protettivo.

Un gruppo ambientalista scopre entusiasta uno squalo bianco al largo della Capraia. È la natura, è una specie in estinzione, è un bell’esemplare, eccetera. Ma la Capraia non ci sta: “Non me la sento di lanciare accuse senza prove su queste campagne di ricerca finanziate dagli enti pubblici”, dice l’assessore Mazzei, una vita da subacqueo. Ma vuole dire il contrario: cosa non si fa per la natura, anche inventarsi gli squali bianchi.

“Il Fatto Quotidiano” ha centinaia, forse un migliaio, di blogger. È la moltiplicazione dei pareri, si sa che la rete offre questa opportunità, gratuiti. Ma i blogger del “Fatto”, e le blogger, si distinguono. Cioè non si distinguono: tutti concordano, sono anzi tutti di un solo argomento, con un’unica parola.
Anche fisicamente sembrano fatti con lo stampo, per piacere: in pose sempre d’autore nelle fotine che animano i blog, molto più giovani, anche i giovani, molto fiduciosi e anzi sfottenti, con i capelli molto curati, arricciolati, o stirati, e tinti.

Furio Colombo, finito purtroppo ad animare uno di questi blog, dice del popolo No Tav: “L’espressione e il rispetto della volontà popolare fa parte del progresso”. Le ferrovie no?
Ma la stessa espressione si può applicare al popolo della Tav – Furio Colombo è un po’ troppo Pd ultimamente.

Non ci sono libri su Berlusconi in libreria a Forte dei Marmi o Viareggio, città che pure votano da sempre a sinistra, nemmeno Travaglio, eroe televisivo, si vede che non sono richiesti e non invogliano. Mentre le librerie Feltrinelli a Roma sono già a un centinaio di titoli, che esibiscono a cataste. Si legge di più a Roma? È dubbio. Sono le Feltrinelli un focolaio antiberlusconiano? È possibile, ma non esporrebbero titoli che non tirano. È che ci vuole uno stomaco infetto per digerire storie di Berlusconi trafficante di droga, terrorista, mafioso – mafioso in senso proprio, uomo di Riina e Ciancimino.

“Avevo letto Proust da piccola ma senza capirlo. Quarant’anni dopo, quando diventai un fan dei Sopranos, ho ripreso a leggere la «Recherche» e da allora nella mia mente i due sono collegati”, dice l’ultimo grido dell’editoria americana Jennifer Egan ad Alessandra Farkas, che non se ne meraviglia: Proust dunque come i Sopranos, “entrambi affrontano il problema del tempo che passa”. E i vecchi no, che sono un terzo dell’umanità? O la serie del “Padrino” prima dei Sopranos.
La bella scrittrice ha 48 anni. Dunque ha letto Proust a otto anni, poveretta: è giustificabile. Ma dobbiamo proprio credere a tutto?

Vittorio Pisani, il capo della Mobile che ha il record del contrasto alla camorra, con arresti eccellenti e sequestri, e alla criminalità urbana – non c’è delitto a Napoli senza un colpevole – è accusato dai giudici napoletani di favorire la camorra. Non proprio accusato, sospettato: giusto per rimuoverlo con l’incompatibilità. Sempre c’è un camorra più forte di un’altra.
Si può essere così camorristi e incolpevoli, se non per quanto basta alla rimozione.

Lucia Annunziata lascia preventivamente la Rai, in polemica con Paolo Ruffini, il direttore di Rai Tre, che voleva estrometterla. Ma questo, quello di Ruffini, non è un attentato alla libertà d’espressione: il sindacato dei giornalisti è – in questo caso – per l’istituzione (la burocrazia, il partito) e non per il giornalista.

Dopo aver messo alla berlina mezzo mondo, politico e non, che con le sue intercettazioni non c’entravano, il Procuratore Capo di Napoli Lepore li irride: “Stiamo subendo una vera e propria aggressione”, insinua mefistofelico alla compiacente Gruber, “i politici vogliono essere intoccabili”. È pronto per la politica?
Vorrei dire la mia “a prescindere dai reati contestati”, continua il Procuratore Capo. Un torturatore? In effetti, a riguardarlo, ne ha il ghigno freddo.

Lepore, questo cacciaotre dei politici, è l’ultimo di una lunga galleria: la giustizia politica è sempre stata l’arma letale del potere - oggi si direbbe della destra. Nella cui nomina Fini (non) ha messo naturalmente bocca - oppure Bocchino, lo dice la parola stessa?

Prima ancora di decidere se c’è materia per un processo, il giudice ammette alcune parti civili. Sembra impossibile ma non nella giustizia a Milano: la giudice dell’udienza preliminare Maria Grazia Domanico l’ha fatto, per questo apprezzata.
La gup Domanico deve decidere se Berlusconi va processato per prossenetismo. Nel merito non si pone problemi perché sa che il procedimento le verrà sottratto dalla consulta. Ma fra sei mesi. Intanto, si sarà acquisiti dei titoli sul fronte della resistenza. Al diritto.

Di Pietro che “si riposiziona” a destra sembra ai più da ridere. Ma è da lì che viene l’ex giudice ex commissario di polizia (in quanto tale organizzava spedizioni per “fottersi le colleghe”, spiegavano i primi biografi autorizzati). La giustizia politica è di destra.

Un padrone vale l’altro (Lactalis non potrà essere peggio della famiglia Tanzi), e anche i manager sono fungibili. Ma Enrico Bondi deve lasciare Parmalat non rimpianto, dopo averla salvata e rilanciata, per un motivo preciso: non ha obbedito a Milano. I fondi volevano un superdividendo, lui ha detto no. Mediobanca voleva fare affari con la liquidità che era riuscito ad accumulare dopo il salvataggio, e lui ha detto no. Intesa voleva rifilargli Granarolo, e lui ha detto no. Ma non si sfida Milano indenni.

lunedì 4 luglio 2011

Prove di Dc col Pdl di Alfano

L’ha proposto Berlusconi, lo propone Bagnasco, e le prime elezioni che si terranno in Sicilia, cassaforte della Udc, diranno se è la scelta anche degli elettori: Angelino, nomen omen, Alfano è stato messo in pista per annunciare la nuova Dc, per ora sotto forma di partito Popolare. Il passaggio più significativo è l’endorsement a scatola chiusa del cardinale, nonché del suo bellicoso segretario, monsignor Crociata. Ma non basta: toccherà alla Sicilia avallare il nuovo corso, oppure confermare finito il ciclo del Pdl, dopo lo scrollone di Milano, che si presume esprima il più grande voto lombardo – come sempre, decidono elettoralmente, e quindi politicamente, le due regioni più popolose.
Nulla però sarà come prima dopo la mossa di Berlusconi, in entrambi i casi, che Alfano si riprenda il voto Dc, oppure che fallisca. In questo secondo caso i liberalrepubblicani e i socialisti del Pdl, gli elettori naturalmente più che gli eletti, potrebbero aprire nuove diaspore, verso il centro di Fini-Casini-Rutelli, o verso il partito Democratico. Una terza ipotesi si fa: che Berlusconi abbia lanciato Alfano subito dopo la sconfitta di Milano per operare poi, in caso di fallimento, un recupero personale prima delle politiche nel 2013. Ma è la meno fondata: a quel punto, dopo il voto di Milano e della Sicilia, ci sarà solo da raccogliere i cocci.
La gara alla leadership del Pdl, finita la gestione laica di Cicchitto, Bondi e Verdini, era com’è noto tra Scajola e Alfano. Il ministro s’è imposto perché va il giovane e bello, e perché è intemerato. Ma era un ritorno alla Dc. Il Grande Centro i vescovi se lo fanno sulle ceneri di Berlusconi, non più con Casini, Rutelli e Fini. Non abbandonano Casini, ma non si fanno più illusioni su di lui, con i Buttiglione, Cesa, Follini, mentre puntano molto sul Pdl senza Berlusconi - in fondo, sono già vent’anni che ne aspettano la morte, di Berlusconi.
La decisione di Berlusconi, poi avallata dai vescovi, era stata peraltro propiziata dal deciso intervento dell’“Avvenire” per una “fase nuova” della politica. Non più morale, o più sociale, ma nel senso di “cantiere della ristrutturazione di partiti e alleanze”, pescando “nel nostro associazionismo, nel volontariato, e nelle parrocchie”. E dalla giunta delineata da Pisapia dopo il successo al primo voto, confermata dopo l’elezione, che reintroduce l’arcivescovado al governo della città: vicesindaco, con delega all’istruzione, è Maria Grazia Guida, direttrice della Casa della Carità di don Colmegna, assessore alla Sicurezza e alla Coesione sociale è Marco Granelli, dipendente della Caritas, presidente della CsvNet, il coordinamento dei servizi per il volontariato, assessore al Bilancio Bruno Tabacci, l’ultimo presidente della Lombardia venticinque anni fa. Il primo atto pubblico della nuova giunta sarà tra un mese la Settimana della Famiglia, per la quale è atteso infine a Milano il papa: Pisapia passa la maggior parte del suo tempo con la presidenza della Fondazione per la Famiglia. Mentre si attende il rilancio della imponente Fondazione Toniolo (Gemelli, Policlinico).

Il Cristo dei Cuorisolitari

Ilare amaro ritratto di solitudini urbane – non dissimili oggi nella neo metropolitana Italia da quelle di New York del proibizionismo, quando l’alcol era d’obbligo (la differenza è che d’obbligo è ora la coca?), Miss Cuorisolitari fa sempre ridere amaro. È un’anticipazione anche della successiva, oggi dilagante, decomposizione del “sogno americano”.
"Nathanael West”, nato Nathan von Wallenstein Weinstein a New York da ebrei russi di Lituania di lingua tedesca, albergatore in quegli anni nella stessa città (specialmente benevolente con l’insolvibile Dashiell Hammett), aveva fatto presto ad afferrarne il frigore luciferino. Con un solo flash, già allora residuo, di ordinaria umanità: quando il ventiseienne titolare della posta del cuore, figlio di pastore battista, giornalista pieno di ambizione e di Cristo, il “Cristo dei Cuorisolitari”, a tratti “un Mussolini dell’anima”, si rivede ragazzo al piano, a una sonata di Mozart, che la sorellina danza, come “tutti i bambini, in ogni paese: al mondo non c’era un solo bambino che non danzasse, con gravità e dolcezza”.
La riedizione tiene a battesimo la nuovissima sigla milanese et al./edizioni. Mantiene il titolo delle precedenti traduzioni, ma con una nuova smagliante versione, di Marina Morpurgo, mozzafiato (“migliore” dell’originale). Il ritmo è tutto, in questa narrativa apparentemente leggera, alla Dorothy Parker, di cui West ha fatto la sua cifra, immortalata poi ne “Il giorno della locusta”, il mondo delle ombre di Hollywood.
Nathanael West, Signorina Cuorinfranti, et al./ edizioni, pp. 103, € 12