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giovedì 7 luglio 2016

Per chi lavora Draghi

Sarà stato il salvatore dell’euro, ma quando e come ha fatto comodo a chi l’ha messo lì: le grandi banche angloamericane (“la City”) e, su loro consiglio, Angela Merkel. Ha affodnato invece l’Italia quando ha potuto. Nell’estate del 2011 con la famosa lettera contro i bilanci italiani, Da un anno circa con le violente offensive contro il Monte dei Paschi di Siena: non è mai successo, e non è altrimenti pensabile, che una banca centrale affondi una banca. Un brutto anticipo della crisi che la City proclama di nuovo italiana,  delle banche invece del debito.
Il riacquisto dei titoli pubblici va bene, salva l’euro, forse, ma soprattutto salva i conti delle banche angloamericane, della “City”. Il “whatever it takes” di cui si celebra sì, è a favore delle banche. Ma non di tutte. Con la storia dei non performing loans sta scrivendo una pagina nera, del credito e delle banche. Gli npl non sono un problema solo italiano, ma lui lo ha fatto diventare tale. Mettendoci del suo.
Bisogna che le banche italiane si spoglino degli npl per favorire “la City”, cedendoli gratuitamente? Perché non dirlo, perché affondare i risparmiatori (azionisti e obbligazionisti) e in qualche modo, sicuramente, anche i correntisti, che in Mps sono cinque milioni, nei servizi se non nella disponibilità? È come si dice, che il diavolo fa le pentole senza coperchi.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (292)

Giuseppe Leuzzi

 “Se devo sposare un terrone\ che almeno sia un barone”. Non è stato detto? Pensato sicuramente sì. Adesso non usano più, ma per decenni abbiamo avuto libri di memorie di gentildonne del Nord che hanno sposato meridionali – adesso non usa più sposare meridionali, gli immigrati subentrano (oppure non usa più sposare)? Memorie sempre generose, ma: è così che i baroni si sono moltiplicati nel Meridione?.  

“De Reditu”, film di forte impatto emotivo e storico, è girato per il lungo pellegrinaggio in barca  sul litorale jonico della Calabria. Poiché il ritorno di cui al titolo è da Roma verso l’Aquitania, la vecchia Gallia, con la costa tirrenica quindi a destra, se ne deduce che in Calabria si girava il film con l’imbarcazione in discesa verso capo Spartivento. C’è dunque un Sud che può essere Nord, e viceversa.

Grandi controversie dinastiche per il titolo di Duca di Calabria, tra  Borboni. I Borbone di Napoli si sono sposati un paio di generazioni fa con un ramo collaterale dei Borbone di Spagna, facendo espresso atto di rinuncia al trono di Napoli. Ma ora che Carlo di Borbone delle Due Sicilie ha stabilito, in base alla regola della “primogenitura assoluta”, che la sua erede sarà la figlia primogenita, Maria Carolina, i cugini di Spagna rivendicano il diritto, in quanto hanno l’erede maschio. Però. Cioè: una sua centralità il Sud ce l’ha.

La marginalità come privilegio
Simone Leys fa il caso, a proposito del poeta Henri Michaux, suo conterraneo belga, del privilegio della marginalità. Nel caso di Michaux (e, sottinteso, dello stesso Leys) di essere belga nella lingua - e forzatamente la cultura – francese: “Michaux era belga. Non soltanto era belga, ma per di più di Namur – la provincia di una provincia (i Francesi raccontano barzellette belghe, i belgi raccontano barzellette namuresi)”. È da qui, da questa estrema “insularità”, che non è isolamento, che il poeta ha preso l’avvio per la sua incomparabile esperienza di poeta multitudinario, e viaggiatore.
Lo stesso si può dire di Borges. Letterato cosmopolita se mai ce n’è stato uno, solidamente impiantato nella coscienza del mondo perché radicato in una realtà che amava e in cui si riconosceva, si riconosceva provinciale. E ne faceva vanto: “Uno scrittore nato in un grande paese corre il rischio di presupporre che la cultura della sua patria gli basta. Paradossalmente, è lui che tende a essere così provinciale”.
Lo stesso Cioran – e come lui altri Balcanici emigrati a Parigi o in Germania: “A 20 anni i Balcani non potevano offrirmi più nulla. È il dramma, e anche il vantaggio, di essere nato in uno spazio culturale minore, qualunque. Lo straniero era divenuto il mio dio”.
È quello che qualsiasi intellettuale meridionale sperimenta: il vuoto attorno a sé, e l’automatica elezione dello straniero, del settentrionale, a dio, sia esso stupido, violento, razzista, analfabeta.
È la chiave del “mistero” Alvaro. Che fu italiano frequentando l’Europa più grande, Parigi, Berlino, Mosca. Non da esterno, da corrispondente o inviato di giornali tanto “per fare fatture”, ma in vario modo partecipe e corrivo – le sue corrispondenze si leggono ancora con interesse. E in Italia era un meridionale, e anzi un calabrese, anzi uno d San Luca – marchiato dai racconti che gli diedero fama, “Gente in Aspromonte”.
Una chiave che funziona ben prima dei vent’anni, non ci sono esperienze al Sud che si possano tesaurizzare. La riserva di creatività resta allora intatta, oltre che acuita?
Come può funzionare in positivo la marginalità? “Al fondo della marginalità c’è la coscienza diffusa di una mancanza”, nota Leys. A partire dalla lingua – “nell’uso del francese i belgi sono tarlati dall’incertezza”, figurarsi i meridionali con l’italiano.

Milano
Esterofila, tedeschizzante, antitaliana. Si legge il “Corriere della sera” chiedendosi a ogni pagina: ma dove siamo? Cje si tratti di economia, cioè di sopravvivenza, di progetti politici, di sport, di automobili.
Ma perché Milano si vuole la capitale d’Italia, che disprezza, e ogni giorno abbatte?

La mafia aggredisce Milano, come no, Anzi, naturalmente, si era impadronita dell’Expo. Spedendo in Sicilia nientedimeno che mezzo milione di euro, in contanti, esentasse quindi, opera magari di sovrafatturazioni, che trasferiva in un camion. Questo la città annuncia in pompa magna e vuole credere.
Senza colpa dei dirigenti Expo naturalmente, si sa che la mafia è traditrice. Dice che non è mafia, al punto che le autorità ci credono, quelle che danno  i certificati antimafia.
Senza senso del ridicolo nemmeno. Si tratta di 500 mila euro, non di 500 milioni, ma si sa che i meridionali, la mafia è meridionali, non sanno il valore del denaro.
Questo non c’è bisogno di dirlo, si sa.

Non vi si può passeggiare. Anche solo per l’igiene. Prendere l’aria. Figurarsi oziare. Non s’incontra nessuno e comunque siete guardato male.

Dentro, però, l’attività langue. Operosa, affaccendata, ma inerte, la produttività è prossima a zero – efficienti sono solo le segretarie. Avendo lavorato in tre distinte aziende con sedi a Milano e a Roma, la differenza di produttività si può dire abissale.
 .
Il governo progetta due no tax area, di libero scambio, una a Milano nell’area, e una a Bagnoli. Per attrarre i capitali in deflusso da Londra dopo il Brexit  precisa. In realtà per far passare il progetto, che era stato individuato per Bagnoli. Milano non dà nulla, vuole tutto per sé.

Come può candidarsi Milano a sostituire Londra cime centro direzionale europeo per le multinazionali extraeuropee, banche e aziende, a fronte di Dublino, dove si parla anche inglese, e non si pagano tasse, o di Berlino e Parigi, tanto più centrali? Ma basta dirlo, e ci dobbiamo credere.

Berlusconi si sarebbe  tenuto Brocchi, taccagno. Arrivano i cinesi e impongono Montella almeno un po’ di spettacolo. E magari il Milan farà meglio: la capitale economica e morale dell’Italia a scuola dei cinesi.

Per alcuni mesi la più grande Banca milanese e d’Italia, o la seconda più grande, Unicredit, non ha un management. Senza scandalo. Fosse capitato alla banca dell’Irpinia, se ne c’è ancora una dopo il domino ambrosiano?

Milano non sarà invidiosa? Si voleva frou-frou, la Milano di Camilla Cederna che pii si fece “da bere”. Ma è visibilmente incapace di guidare l’Italia, come pretende da un trentina d’anni. Avendo liquidato Torino, e l’industria, ci tenta da allora con Roma. Ma non ha dato né suggerito niente di meglio, solo astio: il terrorismo, il leghismo (che è razzismo, il localismo è di tutti, per primo dei meridionali), e Berlusconi pure, che ha tentato di arginare i guasti del leghismo e dell’ (inutile) neo fascismo.

Superficialità? No, invidia. Un evento minimo del più remoto paesello della Calabria, ci scatena sopra il “Corrierone” coi suoi pezzi da novanta. La più minuta stupidaggine comunale di Sardegna? La più futile alzata d’ingegno napoletana? Non lascia passare nulla. Chiudendo un occhio e anzi tutt’e due sulla capitale del latrocinio, dell’inquinamento, delle esondazioni, della droga, che è Milano stessa. Dove si rubano i patrimoni e anche gli interessi. E non si depurano le acque.

leuzzi@antiit.eu 

Il profeta dell’irrealtà reale

Uno scrittore di assoluto rilievo -  “il Dostoevskij del nostro tempo”, lo dice altrove. Finora trascurato perché “scriveva male”, veloce e per un pubblico di genere. I romanzi mainstream rifiutati, di qualità o comunque di ambizione letteraria, alla fine saranno otto – forse undici. Scriveva vorticosamente, quando scrveva. Ma è solido alla rilettura, e quasi filosofico: il romanziere dell’epoca, degli “anni ruggenti” postbellici. Il tempo disarticolato è il suo topos. Invece di un futuro ipotetico, un altro passato – un modo originale di “vedere” la storia. La realtà si sottrae, si trasforma, si maschera – inafferrabile. Con singolari anticipazioni nei romanzi di tutta le tematiche commerciali relative oggi alla rete: intrusioni, furto dei dati, affare privacy. Profeta anzi dell’iperrealtà. E inventore del falso falsificatore. Dick si può anche leggere come un fenomenologo, il più coerente e approfondito anzi tra i fenomenologi, con i continui piani sommersi che porta in superficie, dei fenomeni spirituali e anche fisici – giunse a diagnosticare al figlioletto Christopher un’ernia strozzata che i medici non vedevano, dai sintomi.
Una vita problematica. Per scrivere si aiutava con ogni sorta di supporto, dalla anfetamine “in su”. Al costo di un ricorrente sentimento di inadeguatezza negli intervalli, e quasi di depressione, E sempre ricaricato a scrivere da donne impietose, la madre, le tante mogli, relazioni che da monogamo riteneva di dover subito santificare, e da un paio di amiche determinanti, anche loro conviventi ma senza rapporti intimi – una lo convertì al cattolicesimo, un’altra alle droghe pesanti. E “come sempre quando si sentiva colpevole, s’inteneriva sul suo proprio conto”, si ricaricava e ripartiva. Con attacchi peraltro ricorrenti di paranoia, in cui tutte le sue debolezze erano colpa di qualcuno, l’Fbi al tempo del maccarthysmo, la Cia al tempo della guerra fredda, o la Russia, e un paio delle mogli - una la fece ricoverare in manicomio. O di schizofrenia. Questa anzi costante, nel sottofondo, nella scissione costante della realtà – informazione, visione, persone, anche vicine, futuro, presente, passato.
I dati di fatto di un’esistenza breve e complicata non mancano. La gemellina morta di pochi giorni per l’inettitudine della madre, la madre solitaria, avventurosa e castratrice, il padre ridotto alla maschera antigas degli arruolati della prima guerra mondiale e poi perduto – sarà quello che lo seppellisce. Il maccarthysmo, con l’Fbi alle calcagna, Nixon e il Watergate, la Cia e i Russi. E l’incredibile era dell’Lsd, gli anni Sessanta. Dopo un’adolescenza tutta musicale – al punto che, con la madre, fu in grado di riconoscere qualsiasi brano di musica classica dalle prime note. A Oakland, già negli anni 1950 “il centro del mondo” delle libertà”, a partire dall’abbigliamento, e dal fumo. Scrittore per caso, ma subito furioso: subito all’esordio, prima delle anfetamine, l’Lsd, l’eroina, l’alcol, e altri corroboranti. Carrère censisce un’ottantina di racconti, sette romanzi di fantascienza, e almeno undici otto romanzi “seri”, mainstreaeam  - tutti rifiutati (un giorno arrivarono quindici rifiuti), fino che Dick non ne coltivò più l’ambizione. Sposato già da ragazzo, “monogamo compulsivo”, lo sarà un’altra mezza dozzina di volte, talvolta con un figlio. Sopravvissuto a vari suicidi. Finché in ultimo, benché diviso tra furori e cliniche psichiatriche, diventa amministratore del condominio dove ha comperato casa.
Questa di Dick è il genere di biografia che affascina Carrère, narratore dei destini altrui, che nella bionotizia si dichiara “nipote d’immigrati russi”. Una biografia da romanzo. Ma questo non basta al biografo, che la deve fare opera sua, con centinaia di pagine, almeno un paio di mondi immaginari, rileggendo le opere di Dick. Una sorta di alter-biografia: Carrère sente Dick suo “eguale”, da cultore del genere, da ragazzo e poi da scrittore, autore di almeno un remake da Mattheson, “La Moustache”. Con una scrittura mimetica per larghi tratti, che disorienta.
Paranoie
Il biografo non lesina sule debolezze del personaggio: le paranoie, i deliri, anche artificiali, le derive violente (contro un paio di mogli, madri peraltro di un suo figlio) e\o autolesionistiche, e da un certo punto  l’invasamento religioso, paolino. Dopo la conversione Dick visse nella “atmosfera dei libri sacri”, da profeta - Carrère arriva a farne un novello san Paolo, senza blasfemia, anzi, posto che “Ubik” è Dio. Ma nella sua redazione-narrazion,e molto più sottilmente che in quella di Dick, a tratti grottesca, tutto appare più realistico del reale. Compresi i deliri di varia natura che lo stesso Dick a tratti si riconosceva.
Visse febbrile gli ultimi otto anni, immerso nella redazione di quello che chiama non una diario ma una “esegesi” e intitola “Apologia pro vita mea”: ottomila pagine che attendono di essere messe in chiaro: “Dio, che periodicamente chiama Siva”, sintetizza Carrère, “gli parlava come aveva parato a Mosè”. Fino al furto, un 7 novembre, di tutte le sue carte custodite in cassaforte. Di cui la polizia sospettò che fosse stato l’autore, in amnesia. Uno statuto borderline che sembra un privilegio, di creatività – l’incidenza della follia nella creatività resta da decifrare. Carrère si limita a rilevare che dalle sue narrazioni è derivata tanta filmografia di successo, con un che quindi di inconscio collettivo: “Blade Runner”, “Minority Report”. “Total Recall” – ma anche “The Truman Show” e  “Matrix”. E che la sua irrealtà è diventata la nostra realtà con l’avvento del virtuale.“L’idea che la rappresentazione della realtà si sovrapponga alla realtà e la rimpiazzi, la abolisca completamente”, spiega a Stefano Montefiori su “La Lettura”: “Si è formata una visione dickiana del mondo, che è una delle griglie di lettura più giuste, pertinenti e vertiginose che esistano”.
.Una scrittura a tratti mimetica. Non tanto nelle parafrasi delle narrazioni dickiane, quanto proprio del dato biografico: tutto di Dick appare più realistico del reale, come le è nei suoi romanzi, compresi i deliri, i deragliamenti, le paranoie, anche se insistite. Per addict. Carrère ne è un, che a sedici-diciotto anni andava in giro, dive, occhialetti tondi sul naso, a ripetere “Dick è il nostro Dostoevskij, ha capito tutto”.
Soprattutto si deve a Carrère l’aspetto “paolino”, per quanto bizzarro o blasfemo ciò possa sembrare, della personalità – dopo la conversione – e l’opera di Dick: “San Paolo non era così diverso da un agitato geniale come Dick. E Dick era cosciente di questo: se aveste ascoltato san Paolo all’epoca, diceva, non gli avreste creduto più di quanto non crediate a me”. Che non vuole dire niente, la fantascienza non è la rivelazione. Ma Dick ci credeva, e lo fa credere. È un dato di fatto che molte sue fantasie si sono inverate. E chissà se il tempo esiste ancora, sommerso com’è dall’istantaneo, come la verità è sommersa dal  falso. Inquietanti, Dick e Carrère.
Se ne esce un po’ ammaccati: 400 pagine di paranoie non sono senza conseguenza, resta arduo distinguere quelle fondate o con qualche fondamento. L’esercizio è ammirevole, di bravura. Del resto erano anni diversi, ammirevoli?, dai Beatles a Regan al potere. Ma anche per gli amatori, una metà delle pagine non sarebbe stata meglio?
Emmanuel Carrère, Io sono vivo, voi siete morti, Adelphi, pp. 351 € 19

mercoledì 6 luglio 2016

La forza sia con voi – la misericordia è veleno

 “Per una razza di giganti l’amore sarebbe stato un delizioso cuscino su cui sognare voluttuosamente nuove imprese. Ma per i deboli è una rovina”. Non l’amore dei sensi: “All’amore del prossimo mi riferisco, alla compassione e alla pietà, alla grazia e all’indulgenza. Nel nostro animo non potrebbe instillarsi veleno peggiore!” Inetti siamo e indifesi, per questa falsa pietà: “Ci hanno limato le zanne e gli artigli, predicandoci amore. Ci hanno tolto dalle spalle la ferrea con voi”.
Non è “Guerre stellari” ma il fragile Rilke, all’esordio letterario, tra i 18 e i 24 anni. Che all’“Apostolo” incognito di questo antivangelo – o è il vero? - fa fare una rapida apparizione alla tavola comune di un albergo opimo. Una diecina di brevi prose di cerebrale elegia, su fondo di ironia – malgrado tutto compassionevole (se non altro con se stesso, nell’autobiografico “Pierre Dumont”. Scene intimistiche, di personaggi borghesi, anche se si vogliono gente “vicina alla terra, alla creta, alla materia grezza” – sono racconti di un Fine Secolo mitteleuropeo già cecoviano, ma non bisogna pensarci (Rilke sarà migliore poeta).
Rainer Maria Rilke, Racconti scelti, Il Sole 24 Ore, pp. 79 € 0,50


martedì 5 luglio 2016

Problemi di base - 283

spock

Invece che ti faccio nero, scorretto, diremo ora ti faccio francese?

Un squadra con due centravanti che dal dischetto del rigore non centrano la porta?

Ma Ferrari corre per (non) far vincere Vettel?

Dopo Alonso?

Dove si ferma l’autodeterminazione dei popoli? In Spagna sì, in Gran Bretagna sì, in Ucraina no?

Non a che ma a chi servono le sanzioni?

Che altra funzione hanno?

Animiamo il pet perché abbiamo disanimato le persone?

C’erano i giganti, ora tutti digitanti?

Perché i gay vogliono sposarsi e gli etero no?

spock@antiit.eu

Il privilegio di essere Vw

È nata creatura privilegiata di Hitler, e tale si è mantenuta anche dopo – grazie all’America, al mito americano del Maggiolino, macchina impossibile. Ora la condanna americana ne sanziona brutalmente le pretese, pronunciata nei termini in cui si condannano i delitti di mafia. La condanna Usa colpisce peraltro una parte minima dei diesel venduti col trucco da Volkswagen nei sette anni dal 2009 al 2015: meno di mezzo milione su un totale di dodici milioni – la condanna è una vittoria, l’ennesima, dell’auto hitleriana del popolo?
La condanna di Volkswagen negli Usa, sottaciuta, anche perché formalmente si presenta come patteggiamento, con un riconoscimento di colpa quindi solo implicito, è enorme non solo nella misura finanziaria. Che pure è senza precedenti: 14,7 miliardi di dollari, con cui ricomprare il mezzo milione di diesel truccati messi in commercio. I precedenti di class-action di grande rilievo hanno avuto esiti molto più contenuti: un milione contro Enron nel 2008, 1,1 contro Toyota nel 2012, e 2 milioni contro General Motors nel 2015. Il vice-ministro della Giustizia Sally Yates ha potuto apparentare Volkswagen a una mafia: “Volkswagen ha ridotto quasi mezzo milione di automobilisti americani a complici stolidi di un assalto senza precedenti al nostro ambiente”. Sono 470 mila le vetture diesel vendite tra il 2009 e il 2015 equipaggiate con un software in grado di mascherare, nelle prove, emissioni inquinanti superiori quaranta volte ai livelli legalmente tollerati.
L’origine dello scandalo viene riportata all’assunzione della guida di Vw da parte di Martin Winterkom nel 2007, con l’ambizioso programma di farne la prima casa automobilistica in un dozzina d’anni, “Strategia 2018”. Come? Col vecchio imperativo tayloristico degli obiettivi di vendita prefissati, o “top down”: ogni livello deve raggiungere obiettivi di produzione e vendita ogni anno incrementati. È una strategia aziendale diffusa in Germania, per esempio nella Deutsche Bank di Josef Ackermann, che portò a vari suicidi. E negli Usa – Apple è così organizzata, e anche la General Motors. Un’inchiesta di Jeffrey Rothfeder per il “New Yorker” riassume l’organizzazione top down in una pressione insopportabile, alimentata dall’intimidazione, a ogni livello, che crea una cultura aziendale borderline, ai limiti dell’etica, e se necessario più che borderline”.

Mps ai/alle Popolari

Monte dei Paschi alle Popolari? È il disegno di Renzi. Ma perché non dirlo, perché alienarsi ancora tanti risparmiatori?
È indubbio che c’è un attacco sul Monte dei Paschi di Siena.
È indubbio che la Bce lo favorisca. Non è mai successo, e non è altrimenti pensabile, che una banca centrale affondi una banca.
È indubbio che il governo non fa nulla per difendere la terza banca italiana.
È indubbio che gli organismi di controllo, Banca d’Italia e Consob, non fanno nulla per difendere la terza banca italiana, e anzi la vogliono indebolita.
Sono quattro certezze gravi e gravissime. Abbastanza in altra temperie per un rivolgimento, contro il governo e la Bce. Matter-of-fact invece per l’Italia 2016, i suoi media, i suoi partiti. Naturalmente Mps non fallirà. Anche perché è la banca italiana con l’avviamento più produttivo, e con una gestione ottima, se si fa la tara dei crediti incagliati disposti prima della crisi. Ma non per questo la vicenda andrebbe sotto silenzio, come sta andando: ci sono più aspetti sgradevoli, e anche illegali, che vanno messi in chiaro.
La Bce è quella che è, e non c’è da chiedersi perché – se ci sarà una Norimberga della crisi sarà la prima imputata. Forse incapacità, forse subordinazione alle banche d’affari, alla speculazione. La crisi degli npl, dei crediti a rischio, è solo italiana, mentre il problema è europeo: l’Italia ha 51 miliardi di crediti incagliati su un totale europeo che il Fondo Monetario stima in 900 miliardi. Perché il problema è solo italiano? E perché da Francoforte arrivano allarmi solo su Mps - un grimaldello per scassinare tutto il sistema?
Le altre tre certezze hanno un motore. L’attacco è opera di speculatori al ribasso che si ricoprono  a termine, nonché delle finanziarie del recupero crediti che assolutamente vogliono i crediti incagliati di Mps a prezzi di realizzo, non al 30-35 per cento del valore facciale, come sa, ma al 20-22. Il businesa dei crediti incagliati, non performing loans, è ernome: il governo americano, che li ha rilevati dalla banche in crisi e poi riscossi o rivenduti, ci ha guadagnato 16 miliardi di dollari.
Ma il disegno è unico – ci concorre il recupero crediti nella persona di Serra, fiduciario di Renzi, e altri uomini di mano non dichiarati. La corrispondenza del “Financial Times” che ha reso pubblici i rilievi Bce a Mps è stata concordata a palazzo Chigi. Mps è preda designata del sistema delle popolari che Renzi con Visco stanno consolidando. O la vecchia-nuova Dc – i Popolari, l’ala marciante del compromesso di Berlinguer. Che con Mps avrà il controllo di tutto il sistema del credito.

Il mercato globale è di Marx

Vacca, ora a capo della Fondazione Gramsci, “salva” Marx attraverso Gramsci. Che per la verità non è marxiano, non nella tipologia della ricerca. A meno che entrambi non siano recuperati nella personalità. Che è liberale. Non cioè ideologico e ideologizzante. Del resto, quello che Vacca propone è di recuperare con Marx una migliore lettura della globalizzazione. Questo è ambizioso, ma di Marx bisogna riparlare, è vero.
Marx è seppellito sotto il marxismo-leninismo, settant’anni non sono passati invano. Tutto Marx vi è seppellito, compresa l’edizione italiana delle opere, che ripete quella sovietica. Nessuna rilettura dopo la caduta del sovietismo (che si diceva marx-leninismo, per chi non lo ricordasse), ormai sono quasi trent’anni. Anche se il vero Marx non c’entrava nulla con l’Urss.
Marx è molte cose. Filosofo, storico, scrittore, polemista, uomo di partito soprattutto, molto attivo e fazioso, che ogni avversario, com’è caratteristico della vita dei partiti, puntava a liquidare. Politicamente era un liberale socialista. Che per distinguersi elaborò un socialismo “scientifico” al posto di quello “utopistico”, il comunismo. Ma indagava i fenomeni, economici e politici, compresi l’imperialismo e lo sfruttamento del lavoro, con animo sgombro.
Rileggendolo attraverso molti scritti, le corrispondenze giornalistiche, le opere storiche, le prime opere filosofiche, e in parte lo stesso “Capitale”, sarebbe un ottimo pensatore libero del mercato. Libero cioè dal pregiudizio mercatista, che tanti danni ci sta infliggendo, grazie a un’opinione miserabilmente corriva – tanto più se non assoldata: nell’impresa, che nessuno ha celebrato più di lui, pulsa la vita.
In un certo senso Vacca ha torto, molto Marx si cita ancora. Ma, è vero, senza leggerlo. Una colonna emergerebbe – tralasciando la sua attività politica dopo la delusione del Quarantotto – liberale. Non del tipo romantico, di quello realista, dopo Machiavelli e Hobbes, che si occupano delle condizioni reali della libertà.
Marx era e rimase un borghese, il diavolo ne avrà preso possesso, anche quando dalla rivoluzione passò al materialismo e al proletariato. Fu protagonista del Quarantotto, col suo giornale, la “Neue Rheinische Zeitung”, sostenendo la guerra tedesca contro la Russia, la Danimarca, e i polacchi austriaci. Compagno e mallevadore, già autore a ragione celebrato del “Lohengrin”, quel Wagner che proclamava “il tedesco è conservatore”, e “solo l’assolutismo è”, grazie a Dio, “tedesco”. Marx  nasce romantico, e per questo, per farsi perdonare, esagererà nella critica: il suo borghese sta tra il romantico e il filisteo, che è  il borghese non romantico. Poi fu un emigrato. Arrivò al socialismo critico non dai bisogni del proletariato, che non conosceva, ma da se stesso, giovane, tedesco, intellettuale del Marzo ’48, eretico per esigenze di ruolo, il condottiero che, aperto un varco, ci erige sopra il suo castello, da hegeliano. E da hegeliano rovesciato il castello lo fa al quadrato. Che non è apostasia, non c’era il marxismo all’epoca, ma un modo d’essere, non antipatico.
Marx sarebbe stato in guerra coi suoi esegeti - li avrebbe spernacchiati, usava così: lui non ha colpa del chiacchiericcio che lo ha seppellito, parlava e scriveva diretto. È Cristo, anche se non lo sapeva, con la barba, evangelico – se era ebreo, s’è convertito: per il dovere del paradiso in terra, della giustizia. Un Cristo laico, per la fregnaccia del Diamat. La classe resta vaga, su cui ha scritto migliaia di pagine, ma non sarà una goliardata? Marx non ha una teoria politica.
Molta politica del resto è retorica, un bel dire: Marx lo scoprì di Machiavelli, che riscriveva Sallustio, “La congiura di Catilina”, o Tacito, che rifece Sallustio.
Si vuole Marx economista e agitatore e non filosofo. E invece lo è, sotto forma di Heidegger, il primo marxista: i tedeschi della rivoluzione conservatrice, che Marx abominavano, se ne sono appropriati i criteri e gli obiettivi, anche se solo in funzione antiliberale. Marx fu economista fantasioso, essendo autodidatta, mentre fu politico mediocre - litigioso, invidioso, e inefficace. Marx del resto è Napoleone, seppure con la ghigliottina di Robespierre. Pensa come Napoleone più che come Hegel: semplifica la storia perché vuole farsene una. Rilancia, sul supporto di Hegel e della storia rivelazione, l’unicità della Rivoluzione francese nel senso della compattezza, e anzi della monoliticità. Che è come la Rivoluzione si presentò nel mondo, ma questo a opera di Napoleone, della conquista napoleonica. La Rivoluzione fu episodica, si sa, e frammentata: mozioni confuse, assemblee vaganti, strane peripezie dei protagonisti, che sono tanti e nessuno, la violenza della plebe a Parigi, il silenzio del popolo in Francia, le restaurazioni. Ci furono semmai tante rivoluzioni, insieme e in successione. Napoleone ne fissò il nome, che non vuole dire nulla.
I Marx erano, e sono, una famiglia nobile dell’ortodossia ebraica. Nel ’48 Marx ebbe a compagna di rivoluzione, con Wagner, Malwida von Meysenburg, benché già matura. Nei gironi di Dante starebbe a uno superiore, grande la barba, segno di saggezza, e il carico di gloria, ma assiderato nel cuore e le membra per l’errore di giudizio. Per avere congelato il lavoro, la più democratica delle passioni. Mentre l’economia che realizza le condizioni da lui poste per il comunismo, quella yankee, ne è immune, e anzi vaccinata.
Sarà come dice Berlin, che “Marx ha diviso l’eredità, il capitale ha lasciato all’Ovest, all’Est il Manifesto”. È vero che il lavoro è semplice, pochi  moduli ricorrenti, la competizione, la fede, la cura, la stanchezza, più frequente che non. È la vita al suo minimo, la sopravvivenza trasferita dalla savana all’aria condizionata, con la busta paga e la pensione, per questo il lavoro non ha buona fama. Ma è il proprio dell’uomo, un atto di fede, ogni mattina, oggi che l’economia è monetaria e bisogna fare soldi, e anche prima, ogni mattina l’applicazione costante a qualcosa di nuovo, sia pure ripetitivo senza residui come il moto perpetuo, un’eterna pedalata. Si è sempre autocritici, quindi anche del lavoro. Ma è parte del lavoro.
Marx è simpatico. Benché abbia scelto Hegel. Non aveva alternativa, l’altra essendo Fichte  - cattivo carattere, l’inventore della nazione, dei primati e dello Stato nazionale chiuso, anzi dello “Stato economico chiuso”, l’opera che modellò il socialismo e più non si pubblica: la libertà è la sicurezza fisica e materiale, la concorrenza fa male. Hegel è altra razza. Marx non parlava con Dio, oppure sì ma non da beghino: beveva, s’infatuava, s’indebitava. Hegel è un pietista rifatto illuminista. Che incrocio, la ricerca di Dio, o anima del mondo, calata nella filosofia per despoti.
Se Hegel fosse stato poeta sarebbe diventato un piccolo Hölderlin, pazzo. Avendo incontrato Napoleone per strada, ne assunse invece la ragione pensando di domarla. Marx è caduto nella rete, lui che non aveva anima né corpo metafisico. Era fatale: la filosofia illuminista, per quanto laica e scientifica, non può non affascinare i duri della storia. Ma non nutre la rivoluzione - anche in Francia, nutrì Napoleone. Oppure sì, nutre la rivoluzione ma nel senso del trickster furbo-beffardo, per frantumarla.
C’era questo antefatto quando lo storia idealista sancì i primati, confondendo la tradizione e ridicolizzando la ragione. C’è ancora chi imputa le guerre ai capitalisti avidi di mercati e materie prime, e le rivoluzioni alla classe operaia, ma per un difetto di vista. Marx è comunque morto cadendo nel bolscevismo, lui che non s’era mai nascosto le formidabili capacità mimetiche della borghesia. Marx non se n’intende, il denaro lo concepì da nobiluomo estenuato, sprezzante - Marx è uno snob, da vero liberale, incorreggibile. E c’è questa cosa da rivedere, anche se la storia latita, gli studi storici: del nazismo che si voleva comunismo, non fosse stato per i “sottouomini mongolici”, gli slavi, che gli avevano rubato l’idea.
Giuseppe Vacca, Quel che resta di Marx, Salerno, pp. 89 € 8,90

lunedì 4 luglio 2016

La Colpa non è del nazismo

Un sergente Ss condannato in Italia all’ergastolo per le stragi di Marzabotto, Vinca e San Terenzo Monti, è premiato novantenne dal paese in Germania dove vive come “cittadino esemplare”. Dopo che il tribunale di Stoccarda si è rifiutato di delibare la sentenza italiana. Un aneddoto da poco, ma di triplice significato.
Il nazismo non era così brutto – a parte lo sterminio, certo.
La Colpa storica ha sgravato i tedeschi e non li ha vaccinati. Li ha anzi confermati nelle buone ragioni, che sono una: c’era la guerra e bisognava vincerla. Chi l’ha preparata e dichiarata, e a che fine, e con che mezzi, con quali accordi e tradimenti, questo non conta e  non se ne fa nemmeno la storia: in guerra si combatte.
Le stragi di Vinca e San Terenzo, anche in parte quella di Stazzema, e quelle dell’Aretino, sono opera della Wehrmacht, dell’esercito regolare cioè, più che delle Ss. L’esercito contò per questo numerose defezioni tra Garfagnana e aretino, qualche migliaio. Ma questo non è materia di autoanalisi o critica: alla guerra come alla guerra.
Del resto – questo si è già detto, ma non abbastanza: perché la Germania non vuole un giorno della Memoria? della Liberazione? della Resistenza? Che pure ebbe rigogliosa: la più numerosa, determinata e perseguitata, con migliaia di morti e centinaia di migliaia di carcerazioni, dell’Europa fascista?



Il calcio è una squadra

Si ride dei due centravanti che, tra balletti e sarcasmi, sono riusciti a non centrare la rete avversaria dal dischetto del rigore. Ma sono la coda di un errore più grande: la squadra dell’allenatore. Dell’allenatore demiurgo, di cui i calciatori sono pedine. Mentre il calcio si gioca in gruppo, è gioco di squadra, e un buon club, come una buona Nazionale, è una squadra. Un gruppo di atleti che giocano da tempo insieme, e più che altro a memoria, di istinto.
Va molto ora allenatore risolutivo, anche a caro prezzo – anzi si paga l’allenatore più di qualsiasi atleta. Il piccolo capolavoro di Mourinho all’Inter, benché in parte effetto del caso, ha creato un mito e un culto perniciosi. Ma in Italia era vizio antico: l’allenatore demiurgo risale a Bernardini, che quando ebbe in mano la Nazionale in augurò quelli che ora si chiamano stage. Convocando questo e quello, tra i quali si riservava di scegliere i  migliori.
Bernardini fallì. Poi vennero uomini di buonsenso. Ma poi venne Sacchi e il demiurgo s’impose: convocati a valanga, per prove di nessun valore, e tecnico tanto autoritario quanto confuso.
Conte ha moltiplicato questa tendenza, prendendo per buono il messaggi pubblicitario che la Juventus aveva costruito attorno al suo operato – una squadra che in realtà operava bene prima, e ancora meglio dopo di lui. Della sua squadra all’Europepo hanno funzionato bene solo i quattro juventini là dietro, che giocano da una vita insieme. Con l’ausilio dei due romanisti, quando hanno potuto giocare dove sanno giocare. I ballerini che si sono succeduti avanti hanno solo ballato, e più per il peggio, anche se qualche volta con fortuna.

Letture - 264

letterautore

Autore – Non può essere che un dilettante, a giudizio di Rousseau: “Ho sempre sentito che la condizione di autore non era, non poteva essere, illustre e rispettabile se non in quanto non era un mestiere. È troppo difficile pensare nobilmente quando non si pensa che per vivere”. È il suo tratto più attraente: visse di poco. I suoi libri erano lettissimi in tutta Europa, ma non essendoci diritto d’autore non ne guadagnava niente. Negli ultimi tempi rifiutò anche le offerte di illustri mecenati, organizzandosi per vivere come copista di musica: calcolò il numero di pagine di musica da copiare che gli era necessario ogni giorno per sovvenire al suo modesto ménage, e una volta raggiunta quella quota si riteneva libero per il resto della giornata, per riflettere, scrivere e passeggiare.
All’altro estremo Voltaire, che invece investì giudiziosamente, ebbe fortuna, e si creò una rendita cospicua, che lo lasciò libero di scrivere a piacimento, senza dover mendicare favori o protezioni.
È nell’Ottocento che nasce il diritto d’autore. Che sembra liberare lo scrittore e invece ne modifica la figura. Per l’ambiguo rapporto che l’autore sarà obbligato a intrattenere con l’industria editoriale. Che moltiplica e migliora la stampa e la circolazione (distribuzione ), ma non la qualità.
La pubblicazione libera, online o autoprodotta, può mutare l’industria editoriale ma non migliora le cose (la qualità), giacché sconfina nei social, vi si confonde.

Céline – Costernante nelle interviste - superficiale, ripetitivo. Genere di cui era goloso, se ne fanno corposi repertori, pur giocando all’eremita misantropo e un po’ barbone, col maglione sdrucito in mezzo ai gatti, e cercando di imitare nelle risposte la scrittura. Mentre rimesta continuamente, per anni, per decenni, gli stessi argomenti, il collaborazionista-perseguitato – una sorta di polemista professionale al talk-show, si direbbe, un ruolo prefissato.

Conrad – Viene proposto come scrittore di avventure, mentre ha tipi – Lord Jim, Kuntz – piuttosto disorientati. Sognatori e irresoluti più che uomini d’azione, rifiuti anche della storia, Non eroi ma falliti, ossessionati dal fallimento. 

U. Eco – Gli si imputa lo scadimento della semiologia nello scadimento dei soggetti e dei valori: Mike Bongiorno, il “feuilleton”, etc. Mentre era il contrario: perfino rigido (dogmatico) nell’analisi dei segni, e dei limiti\illimiti dell’interpretazione. Nonché sui valori, sempre per lui “classici”, benché fosse un pre-digitale, proiettato su tutte le innovazioni dell’elettronica, e come editore portato a considerare il mercato.
Come scrittore tenta un difficile raccordo, e si può anche dire che ha fallito – alla rilettura i romanzi sono intollerabili.

Giallo – Quello mediterraneo è consolatorio - un  po’ melenso. Con i morti, con le mafia anche, ma senza tanta cattiveria. Non punta all’effetto horror (paura) quanto a quello consolatorio, del bello e buono che tuttavia il Mediterraneo offre: Pepe Carvalho il cibo, Montalbano le donne, Charitos la famiglia e il vocabolario. Tutt’e tre  i giallisti mediterranei, Montalbàn, Camilleri, Markaris fanno grande spazio alla convivialità. E benché di maniera i loro racconti sono reali – forse per i nordici, per chi frequenta i loro posti in vacanza (anche per i nordici italiani).

Holden – Il “New Yorker” rifiutò l’estratto che Salinger aveva mandato in anteprima, da apprezzato collaboratore – il settimanale ricorda il rifiuto nel’edizione domenicale online. Salinger era collaboratore assiduo del “New Yorker”, che ne aveva pubblicato sei racconti, tra essi “Un giorno ideale per i pescibanana” e “Per Esmé – con amore e squallore”. Ma quando in redazione arrivò l’estratto, chi lo lesse concordò che la precocità dei quattro Caulfield non era credibile, e che la scrittura era “showoffy”, pretenziosa.
Lo stesso fece l’editore di Salinger, che ne aveva sollecitato il racconto lungo, Harcourt Brace. Dove un altrimenti ignoto dirigente, Eugene Reynal, “raggiunse l’immortalità nel modo sbagliato, lamentando che non riusciva a capire se Holden Caulfield era supposto essere pazzo oppure no”. Subentrò la casa editrice Little, Brown, che lo pubblicò l’anno dopo, luglio del 1951, e ne ha venduto finora oltre 60 milioni di copie”.

Incostanza – Il tradimento è svanito, dopo tre secoli di letteratura. Di letteratura femminile quasi femminista, benché maschile, a opera di  uomini – anche se a partire da madame de Lafayette. (o dalle “Preziose” di qualche decennio prima?). Di migliaia (milioni?) di romanzi, col vertice in Laclos. Fino ai tanti romanzetti “di costume” francesi. Molti opere di donne – da noi li rifà Camilleri.

Intelligenza – Proust (“Contro Sainte-.Beuve” e altrove) la dice secondaria rispetto alla creatività. Ma lui la coltiva molto, egregiamente. E Gadda, Calvino, Soldati? Manzoni? Il Settecento francese? Borges sa fare dell’intelligenza racconto. Anche Sciascia.

D.H.Lawrence – Scriveva per una forma di compensazione. Di ciò che non poteva o non riusciva a provare? Per esempio da ultimo il sesso. O in tanti racconti la disinvoltura italiana – oggi è di moda dirla sprezzatura? In un certo senso, è come ne diceva Orwell, che gli attribuisce “la straordinaria  capacità di vedere con l’immaginazione ciò che non può conoscere con l’osservazione”, con l’esperienza.

Lettori – Keynes ne stimava quattromila per un’opera prima, tra parenti, amici e conoscenti. Era un cattivo economista? Anche quattrocento, dove li trovava – acquirenti, anche se non lettori? Anche gli happy few di Stendhal o i venticinque di Manzoni sembrano troppi.
La lettura è casuale – ora è funzione del marketing. Anche la critica: pochi scrittori si sono riconosciuti nella critica, e i più di questi pochi in un solo critico, al più due.

Thomas Mann – “Dove sono i miei occhiali” sono le sue ultime parole. Che si comparano, si direbbe, non favorevolmente col “Mehr Licht”, più luce, che si attribuisce a Goethe. Ma Thomas Mann ha probabilmente in Germania più followers di Goethe – in patria non molto apprezzato.

Nichilista . È creatura russa, si sa, ma anche un puppet? È quello che sosteneva Oscar Wilde: “Il mondo è triste perché un pupazzo divenne  un giorno malinconico. Il nichilista, quello strano martire che non ha fede, che va all’assalto senza entusiasmo, e muore per quello in cui non crede, è un prodotto puramente letterario. È stato inventato da Turghenev, e completato da Dostoevskij”.

Ninfee – Quelle di Monet sono un culto. Se ne fanno mostre, se ne scrivono libri, anche gialli, se ne producono docufilm a larga distribuzione. Senza dire che sono un soggetto quasi unico della pittura di Monet negli ultimi anni perché la cataratta gli aveva alterato gravemente la vista.

Ombra – È materia di elogio costante, da ultimo con Borges, Tanizaki, Corbin. Ma anche di contestazione, non solo al Nord, dove non ne conoscono le virtù. Troppi vicini e sindaci tagliano gli alberi, anche se secolari, “perché fanno ombra”. Oltre agli immobiliaristi, per cui meno ombra si fa è più si guadagna –basterebbe questo valore aggiunto per renderla necessaria.

Proust – Snob fino alla dissoluzione dello snobismo – all’annullamento, al massacro. I suoi Guermantes sono dei Verdurin, ingiuria suprema – Proust è “vissuto” Verdurin, sebbene con ironia. Solo che non ne hanno i mezzi mentali: libertà, elasticità. Le reazioni sdegnate dei modelli dal vivo del partito nobiliare lo prova: nella “Ricerca” sentivano un’intrusione e un’offesa, non un omaggio – solo i Verdurin lo pensano un omaggio, che sono i lettori di Proust.

Sartre – Fece pipì, racconta Simone de Beauvoir, “La cerimonia degli addii”, sulla tomba marina di Chateaubriand. Di cui ammirava la qualità della scrittura. Un guasto dell’ideologia? L’invidia?

Non avendo pagato le tasse per un buon numero di anni, quando arrivò l’accertamento, in età matura, corse dalla mamma, Anne-Marie Schweitzer, della famiglia alsaziana di industriali e professionisti (Albert Schweitzer, il Nobel per la pace 1952, era suo zio), che ne coprì l’esborso. Ha avuto una vita di fatto completamente disgiunta dall’immagine che gli fu costruita – si costruì? – intorno.

Vanità  - Nella lettura alla Milanesiana (“Corriere della sera” dell’altra domenica) Magris trascura,  pur dettagliando la vanità sul Battaglia, il fondamento del repertorio: l’“Ecclesiaste” – almeno l’“Ecclesiaste” nella traduzione di san Girolamo, che Ceronetti vuole falsata. Vi manca anche il culto di sé, specie tra gli artisti. Si dice delle donne, ma è prevalente negli artisti, fino alla stizza – nelle donne non è offensiva.

Wagner – Rimproverando a Mozart la “mancanza di serietà”, si definisce pedante (programmatico) e anche un trombone – la creazione è applicazione e scaletta dei lavori, ma anche lievità di spirito. Sulle orme di Berlioz, altrettanto programmatico e serioso.

C’è qualcosa di malsano nel wagnerismo, a partire da Baudelaire. Non in Wagner, che è personaggio, ma nel suo culto. Considerati i limiti – evidenti, dichiarati, vantati – del personaggio.
Senza contare il fanatismo, il culto della personalità. O quello che ne diceva Mark Twain, che la sua musica perde molto a essere ascoltata.

letterautore@antiit.eu

Le leggerezza del pensiero libero

Piccole prose sparse del sinologo, e storico del mare, belga Pierre Ryckmans – prese lo pseudonimo nel 1971 per denunciare il maoismo delle Guardie Rosse, mentre col nome vero poteva  continuare a entrare e uscire dalla Cina. Divagazioni, sugli argomenti più diversi: il blocco dello scrittore, lo scrittore e il denaro, le ultime parole famose, la pittura “cosa mentale” di Leonardo, Wagner e Mozart, il contingente (casualità), l’elogio del tabacco, il mistero dell’editoria… Con molta Cina, la pittura soprattutto, e qualche lepidezza su Sartre.
Leys è autore di ricerche importanti, sulla Cina e sulla storia del mare, e scrittore pieno di umori. Un incorretto, come altri scrittori belgi di solida stoffa, Michaux, Simenon, Yourcenar naturalmente, Nothomb, altrettanto leggibile. È ignoto in Italia perché non in linea, un orwelliano. Ma per ciò stesso di lettura liberatoria: non ha temuto il conformismo cominformista, il comunismo, una coltre di censura di cui non si misura la portata, quando non si poteva, ma non lo fa pesare, resta lieve nella profondità.
Col suo nome vero riuscì a tornare in Cina più volte, anche dopo aver denunciato “Gli abiti nuovi del presidente Mao” nel 1971, e anzi fu per alcuni mesi addetto culturale belga a Pechino. Ma fu presto denunciato, “Leys è Rycksman”, dagli intellettuali francesi maoisti. Ed ebbe poi la carriera universitaria troncata dai “cattomaoisti” (sembra storia remota…) – emigrerà per insegnare sinologia in Australia, fino alla morte due anni fa.
L’anatema divenne definitivo in Italia nel 1883, quando stroncò “Dalla Cina”, il libro di Maria Antonietta Macciocchi, a “Apostrophes”, la trasmissione di Bernard Pivot sui libri, contestando numerosi errori di fatto e definendo la pubblicazione di “una stupidità totale”, e anzi una “furfanteria”. A riaprire il volume non senza ragione - ma già allora le seicento pagine erano fittissime solo di fanatismo, burocratico..   
Simon Leys, Le bonheur des petits poissons, Livre de Poche, pp. 151 € 5,30


domenica 3 luglio 2016

Il mondo com'è (267)

astolfo

Africa – Nessuno in Africa passa per i caffè a chiedere  l’elemosina, non uno dopo l’altro, non in schiera. Sono legioni gli africani che lo fanno a Roma - e in altre città? Giovani, e quasi con lo stampo, una leva militare. Che a ogni evidenza dispongono di protezione per l’accesso, di accoglienza, per quanto povera, e di una guida minuta della città, di ogni angolo, via, esercizio. Una organizzazione. Si parla tantissimo di immigrazione, più spesso per deprecarla, ma non di come si organizza effettivamente, proprio nel suo lato deprecabile.
C’è anche sfida in questo esercizio “africano” dell’accattonaggine. C’è un senso morale in Africa diverso dal nostro (sulla corruzione, l’uso del bene pubblico, il dare e avere), ma non violento. Non sul disprezzo o sfida dell’altro. Quello che queste turbe di giovani immigrati profilano è uno scontro di culture, ma di che tipo? Di criminalità organizzata, in forma di assediante: dall’elemosina organizzata alla prostituzione e allo spaccio. Ma questo non può essere opera di bande di nigeriani o senegalesi, popolazioni di territori che non confinano con l’Italia e non hanno affinità storiche o culturali con l’Italia. Hanno però basi logistiche solidamente impiantate da lontani avventurieri, loro connazionali. Questo succedeva con i somali – le somale – fino a tre decenni fa, quando scoprirono che l’Inghilterra era uno sbocco più agevole.  

Antimaschilismo – È diffusissimo, nel linguaggio, nelle ideologie, e soprattutto nella moda: si può dire la moda da alcuni decenni, ora già mezzo secolo, antiuomo. Nel senso del maschio. A partire dall’unisex. Poi assortito col cavallo corto. E le aste calzanti, specialmente fastidiosa alla seduta. Un sacrificio, per quanto inutile, alla bellezza? all’onustà? Al desiderio? Solo cattiveria. Il gaysmo non è antifemminile, è antimaschile.

Feudalesimo- . Il feudo è una cosa seria. È il decentramento in anticipo, di fronte all’espansione accentratrice, monopolista. E una formazione sociale robusta, di diritti e di doveri, con una forte caratterizzazione locale, che inevitabilmente crea solidarietà e identità – non un fatto di ruberie, come si vuole semplificare.  

Nazismo – Resta bizzarramente non indagato nelle sue radici. Che sarebbe anche necessario per un verso esorcisma. Allo stato dei fatti il nazismo ha solo perso la guerra, antisemitismo a parte – ma oggi nessuno è più antisemita, vero? Con la sola eccezione dello studio di Fritz Fischer, 1961, rimasto isolato, coperto di polemiche, e presto fuori circolo, “Assalto al potere mondiale”, che analizzava la prima guerra mondiale, di cui però il nazismo è figlio – non ci sono interruzioni nella storia. Nonché in quello sulle “Origini culturali del Terzo Reich” di Mosse – sul quale però si fa pesare l’origine ebraica come un pregiudizio. Si analizza come fosse un’escrescenza – una follia – in corpo sano, dodici anni di avventura, il decorso di un tumore. Ma un tumore non era, a meno che non se ne individui uno che infetti tutto il corpo e lo lasci poi integro.
Nella sociologia qualcosa in più si è fatto. A opera di Norbert Elias nella sociologia politica, che ne ha tentato l’analisi del radicamento. Trovandolo – senza dirlo (per evitare le polemiche che coprirono Fischer? Per evitare di essere accantonato in quanto ebreo?) – nella formazione della Germania bismarckiana, della borghesia pasciuta e soddisfatta, dalla coscienza inerte.

Odio – È la politica del Millennio. Che si vuole della permissività (misericordia), ma attizza l’odio.  Si fa campagna elettorale apertamente nel segno dell’odio: disprezzo, pregiudizio, ostilità multiple. L’enorme successo di Trump ha solo motivi di odio. Non detto, ma esplicito: dei neri, dei mussulmani, delle donne, e dei “messicani”. Lo steso Farage, Le Pen, e mezza Germania – compresa Merkel: si presenta come il tappo all’odio, ma alimenta un’opinione pubblica, fino al liberale “Spiegel”, ferocemente nazionalista.

È l’unica sostanza del fondamentalismo islamico. Un terrorismo di specie senza precedenti nella storia. Il “Vecchio della Montagna”, organizzazione terroristica - vagheggiata o reale che fosse - del Duecento, era l’epilogo della Conquista, dacché era stata bloccata dalla latinità, e della controffensiva delle Crociate. Ogni giustificazione che se ne  dà non regge all’analisi: è odio puro, seppure su fondamento religioso, del paradiso promesso ai “veri credenti”.
È guerra santa? No, colpisce indiscriminatamente islamici e non, ma più e in massa, indiscriminatamente, gli islamici buoni praticanti, nelle moschee, le scuole, le scuole per ragazze, i presidi sanitari – dove non ci sono difese. È guerra contro l’Occidente? Contro la libertà di stampa, la monogamia, la libertà della donna,  la parità dei generi? Sì, e no. Molti terroristi, tra i più feroci, hanno studiato in Occidente, come i piloti dell’11 settembre, o ora quelli di Dacca - hanno voluto studiare in Occidente. Della libertà di opinione questo terrorismo in realtà si nutre, e così dell’esibizionismo dei social, del deragliamento erotizzante di cui si circonfonde l’“opinione pubblica” occidentale: non esisterebbero senza, e lo sanno, di queste pratiche sono anzi maestri. Mentre dei diritti e delle donne non sanno che farsene.  
È estremismo identitario? No, non si identifica in nulla. Ne è prova il proselitismo in Europa, tra giovani di famiglia islamica e non, che non difendono nulla e semmai si arruolano per teppismo, per gusto dell’avventura. È piuttosto un nichilismo identitario. Che attrae giovani occidentali come giovani islamici. Molti attentati sono opera di neo islamici, convertiti di un proselitismo superficiale e affrettato, nel quale la violenza primeggia – a mano che l’islam come fede non sia violenza. Oppure di islamici nati e cresciuti in Occidente, in Francia, in Belgio, in Gran Bretagna, in Canada, etc., ma senza  più un’identità. Si va all’Is o Al Qaeda come un tempo alla Legione Straniera, per gusto della violenza, che i movimenti islamici assicurano indiscriminata.
Sono un movimento di liberazione? Certamente no, e non solo perché non combattono per dei diritti. Ma perché sono stati, e in parte sono tuttora, espressione dei gruppi più retrivi delle società islamiche, i potentati del Golfo, monarchie patrimoniali, altrove in disuso da un millennio. Dalle quali anzi, volendo razionalizzare, sarebbero stati spinti a combattere il mondo, un nemico esterno, per non combattere il vero nemico, quei regimi tribali, familiari.  .
Il fondamento religioso di questo terrorismo come odio è d’altra parte ineccepibile. Il fondamentalismo si sviluppa con la moltiplicazione di moschee e madrasse in Pakistan col colpo di Stato di Zia ul-Hak, quaranta e passa anni fa. Sostenuta dall’Occidente (Usa e Arabia Saudita) in funzione antisovietica. Prosegue con Khomeini, che l’Obama dell’epoca, il presidente Carter, preferì allo scià come protettore dei diritti umani e civili… – come l’Obama che voleva la democratizzazione delle masse arabe attraverso la Fratellanza Mussulmana (agli inizi attraverso lo stesso Is…). E con l’espansione incontrollata dell’Arabia Saudita, dei suoi petrodollari, a fondare una società islamica parallela – dalle madrasse ai campi di polo – in tutto il mondo, dalla Malesia alla Nigeria.    

Packaging – È l’industria di maggiore sviluppo e redditività - insieme con la telefonia mobile. Involucri di ogni tipo sono resi per legge necessari, anche per singole unità di merce, per esempio una mela o l’ovetto kinder, compresi i guanti per maneggiare la mela e l’ovetto. Anche per merci che sotto nessun pretesto presentano problemi di igiene, per esempio un libro. Mentre ogni acquisto, anche di pochi grammi, al banco alimentare del supermercato richiede tre involucri, più un nuovo paio di guanti del banconista. Idem in rosticceria. Involucri che bisogna affrettarsi a casa a disfare, altrimenti fanno imputridire gli alimenti nel frigorifero, con la condensa. Si moltiplica allo stesso tempo lo smaltimento dei rifiuti, che si presenta e si vive come un problema, ma solo per moltiplicare l’investimento pubblico, dei Comuni e dei governi, nella raccolta e lo smaltimento stesso, che sono business colossali - dai margini cioè amplissimi, altrettanto che il packaging. .
È la mula del Berni, che sollevava i sassi per inciamparvi dentro? No, è il mercato: la moltiplicazione dei punti e dei margini di guadagno. Il percorso è questo: più igiene per più pratiche preventive per più inquinamento per più igiene (antinquinamento). Un circolo vizioso, che paghiamo caro.
Non è il solo aspetto. La Ue ci impone, sempre sotto il pretesto dell’igiene, buste e bustine anche per un grammo di zucchero nel caffè, una goccia d’olio o di aceto nell’insalata, etc. E questo è un altro aspetto dell’ideologia dominante: consumare (sprecare) di più. Non c’è igiene nelle bustine, specie quelle di plastica: sono trucchi per far sprecare più merce, tanto zucchero inutilizzato, olio e aceto da buttare. E naturalmente tanti involucri in più, inutili, ma da smaltire, oltre che da pagare. E questo non è un delitto contro l’umanità, che l’ecologismo pure rimprovera per il semplice fumo di una sigaretta.
In subordine ci sarebbe da vedere di chi l’ecologismo, consapevole o meno, fa le parti.

Privacy – Dopo anni di telefonate ossessive, anche quatro-cinque al giorno, di operatori per conto di Enel, Telecom e aziende varie, alcune create appositamente per il business telefonico, Antonello Soro si sveglia e dice che sono abusive. La privacy, dice ancora, è a rischio. Non se n’era accorto. E poi non fa niente.
Soro non è nessuno: è il Garante della Privacy, che dovrebbe proteggere la nostra privacy. Un’autorità a protezione del cittadino del tutto inutile, e anzi dannosa. Che però non è la sola. E costa. Per gli appannaggi dei vertici, con Soro ci sono altri ra Garanti, e della coorte di funzionari pubblici distaccati a premio, che ne arricchiscono gli uffici..La Autorità a protezione degli utenti sono in Italia una dozzina, create da Prodi vent’anni fa, a nessun esito. E spendono, senza alcun beneficio, se non per le aziende e i mestatori di mercato, che proteggono senza pudori, un paio di miliardi, l’anno.

astolfo@antiit.eu

Dalla crisi ci salva la destra

Un pamphlet più che un giallo, apocalittico, contro la corruzione che ha messo la Grecia in ginocchio. Opponendo alla Grecia degli affaristi, di sinistra, i puri e duri reazionari nazionalisti della Guerra Civile: i vendicatori si chiamano “I greci degli anni ‘50” (la guerra civile in realtà era finita, negli anni ’50 le sinistre, perdenti, erano punite col confino, in posti disagiati, alla fame, e senza altro riparo che tende e pagliai). E non saranno nemmeno greci, Markaris non li ritiene capaci di un sussulto d’orgoglio.
Lo scrittore, mezzo greco mezzo tedesco, è impietoso con la sua parte balcanica. Non lesina i rilievi a Angela Merrkel, che ha voluto punito il “popolo” greco invece che i responsabili della catastrofe, con i quali anzi ha trattato la jugulazione del popolo. E non si priva di qualche rasatura di contorno: “Il problema con i tedeschi è che non si limitano ad avere un’economia più sana – cosa che hanno – ma pensano anche di avere una testa più sana degli altri – cosa che non hanno”. Ma non può non essere inflessibile con la corruzione legale, burocratizzata – come in Italia del resto. È per questo didascalico. Ma, non detto, un paradosso della politica fa emergere che si dimentica: quando la sinistra delude, la destra si impone, è successo ovunque nel Novecento. La Grecia ora vota a sinistra: fino a quando?
Markaris, e anche questo è un segnale già noto, da sinistra sembra rassegnato a uno sbocco di destra, che anzi sembra auspicare. Per il solito fascino della fede dura e pura - contro cui potere, almeno, dirsi resistente, la sinistra non ha altra vocazione che al sacrificio?
Petros Markaris, Titoli di coda, Bompiani, pp. 311 € 13

sabato 2 luglio 2016

Secondi pensieri (268)

zeulig

Anti-Machiavelli – Federico II di Prussia fu ben machiavelliano, che volle dirsi contro. E machiavellico. Ma anche il suo “Anti Machiavelli” lo è. Al punto centrale dove, commentando il cap. XXV del “Principe”, sull’apporto necessario che la Fortuna deve dare al “nostro libero arbirtrio” (“che la Fortuna sia arbitra della metà delle actioni nostre, le altre lasciando a governare a noi”), concorda: Machiavelli “trasferisce il problema della predestinazione dalla metafisica alla pratica,”, ed è qui che “si deve sviluppare il proprio acume e la propria prudenza, invece di discutere se siamo liberi o no”. Solo, non voleva riconoscere il debito – era già nordista?

Dio – È con Abramo che diventa divino: onnisciente, onnipotente, e intrattabile. Un Dio di necessità.
È in Abramo la passività di cui si fa colpa all’islam.

Empatia – È la carità cristiana, a quanto se ne legge in san Paolo, che la diceva la più grande delle tre virtù teologali. Sotto la massima evangelica: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. La capacità cristologica di mettersi al posto dell’altro, di desiderare il suo bene, di condividerne le fatiche e i dolori, e al limite si prenderne il posto nella sofferenza, perlomeno spirituale. Ritorna nella fenomenologia, anche per la penna di santa Edith Stein, sotto forma di Einfühlung, o della compartecipazione, l’empatia come potenziale comunicativo.
Einfühlung è termine e concetto derivato, uno fra tanti presi in considerazione (era in voga per la filosofia dell’arte a fine Ottocento) , per il complesso di sentimenti, risentimenti e linguaggi che fanno la vita di relazione: memoria, ricordo, fantasia, radicamento, sensibilità, linguaggi. “Un’esperienza vissuta originaria”, la dice Stein, “la quale non è stata vissuta da me, eppure si annunzia in me”. In alternativa, nei numerosi testi che Edith Stein prese in esame, si proponeva associazione, fusione, inferenza per analogia, co-sentimento (Mitgefühl), risonanza, comprensione (Erfassung).
Husserl, che diede il concetto da sviluppare come compito per la dottoranda Stein, la individuava come una forma di unitarietà tra corpo e psiche: “Il corpo proprio e la psiche formano una peculiare unità per l’esperienza”. E incaricava Stein di approfondire il “vissuto” di Max Scheler.
Ripresa subito da Freud, l’empatia (anche “enteropatia”) è divenuta nozione corrente nella psicoanalisi, con una notevole bibliografia. Psicologico fu anche la trama che su di essa imbastì la futura santa. Il parlare o comunicare è l’Io, “l’Io puro”. Una forma di compartecipazione, anche se si esprime in contrasto col “Tu” e col “Lui”. Oppure sgranandosi col “flusso di coscienza”. L’Io che si esprime è l’anima – “l’Io puro” è inafferrabile, e forse inconsistente, la “coscienza pura.

Fede – Manca, non si è fatta, non si fa, una storia della fede religiosa. Delle fedi. Una storia, non le sociologie tedesche, Sombart, Max Weber, che tanti danni ha prodotto.  La storia calerebbe la fede nel divenire, fuori dalle assolutizzazioni, sempre per ogni aspetto perniciose.

Figli – Sono merce per la prima volta nella Storia – come un influsso retrogrado della psicologia del pet. Si litiga sul’utero in affitto, ma a opera del settore adozioni. Tra due settori cioè di interessi economici – piuttosto rilevanti, ma alla portata di tutti: come aprire o rilevare un negozio. Senza scandalo, peraltro. Né è scandalo l’utero in affitto, che è un’etica puramente economica, da mercato, consentendo di scegliere il colore della pelle e del pelame, e il sesso, ogni scelta con una tariffa. Una mutazione antropologica.

Intelligenza – La “scommessa” di Turing (“Computing Machinery and Intelligence”), la dice artificiale: programmabile e non innata  - l’intelligenza o coscienza. Il fisico contesta com’è noto ogni obiezione all’intelligenza artificiale: le macchine non soffrono, non hanno gusto e nemmeno capricci, e fanno quello per cui sono state programmate. Proponendo invece questo criterio di verità: la macchina è capace di far credere a un uomo che la pensa come lui? Turing risponde di sì. Ma riducendo la coscienza a un fenomeno “interno”: so che ne ho una, ed è anche grazie a essa che  il punto di arrivo della rflessione, ne è il presuppostoparticolari mimici e verbali, di cui per analogia con i miei deduco che pensate e sentite come me”. Questo non esclude che in un avvenire prossimo o lontano una macchina possa essere programmata in modo che emetta in riposta a tutti gli stimoli dei segnali egualmente convincenti.
È quello che fa lo schizoide – in casi anche noti, come quello dello scrittore Philip K. Dick: lo schizoide combina instancabilmente le 26 lettere – o, se è un computer, le due cifre 0 e 1. Come se le combinazioni obbedissero alle leggi della chimica organica nel caso dello schizoide, combinazioni di neuroni, in forma di algoritmi, nel caso dell’intelligenza artificiale. Ma quanta intelligenza ci vuole per queste classificazioni-ordinazioni?

Libero arbitrio – Nietzsche lo strapazza nel “Crepuscolo degli dei” malamente. Insolentisce il  “libro del famoso Cornaro (“Discorsi della vita sobria”, n.d.r..) in cui egli suggerisce la sua parca dieta come ricetta per una vita lunga e felice - e anche “virtuosa”. Dicendosi sicuro che “pochi libri (escluso, com’è ovvio, la Bibbia) abbiano abbreviato tante vite come questa curiosa opera, piena di così buone intenzioni”. Cornaro visse 91 anni, tra Quattro e Cinquecento, che non era facile.
Peggiore la giustificazione della condanna: “Non dipendeva dalla sua libertà mangiare poco o molto, la sua frugalità non era un «libero vivere», egli si ammalava se mangiava di più”. La libertà a costo della vita? In Nietzsche c’è molto il piacere della battuta.
Più in generale, col libero arbitrio, “il più malfamato trucco dei teologi”, “si è spogliato il divenire della sua innocenza”. O non lo si è liberato? Poi c’è “la metafisica del boia”, il cristianesimo: “La dottrina del libero volere è intesa essenzialmente allo scopo della pena, cioè del voler trovare una colpevolezza”. È la perdita opera dei teologi, naturalmente – e di Kant. Se non fosse opera di Nietzsche, sarebbe opera di un pazzo?

Psicoanalisi – Dissecca o è creativa? Allarga o restringe la fantasia e l’impulso creativo? Vista in rapporto all’arte. Lou Salomé, psicoanalista, la sconsigliò a Rilke, per il rischio di inaridimento. E come terapia, cura e guarisce o stabilizza la malattia? Senz’altro curerà, poiché è rimedio generalizzato, ma a che costo? Delle terapie non si fa un rapporto costi\benefici, e questo è il loro grande limite. In rapporto alla creatività, per esempio, quanto ha dato o ha tolto la psicoanalisi a Fellini o Moretti? A Berto? In Berto, come nei tanti autori Usa (da Woody Allen a Philip Roth), è diventata liberatoria in quanto materia di narrazione.  

Verità – Preesiste, non si raggiunge? Non è il risultato della ricerca della verità, ne deve essere il presupposto: senza un concetto (un’esperienza?) della verità, nessuna riflessione, di nessun tipo, in realtà si può sviluppare.

Virtù – Quella di Machiavelli non è la forza ma il fondamento di una “sana” libertà. La virtù è “generosità”, “impeto”, passione e calcolo, anche. A difesa dalla Fortuna o ananke.

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