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giovedì 30 novembre 2023

Secondi pensieri - 530

zeulig


Destra-Sinistra – La destra della sinistra non è più il capitale – che anzi ora è “la” sinistra (liberismo, speculazione, monopoli), sotto il vessillo della modernità - ma il fascismo. Da Umberto Eco (urfascismo) a Murgia. Una deriva astorica. Che in Europa la destra incoraggia col culto del ventennio nero, in Italia, Spagna, Germania, Austria,  Polonia, Romania, la stessa Francia e altri paesi (in Grecia con la guera civile e col regime militare), ma nelle altre democrazie non si vede come – Stati Uniti, Gran Bretagna.
La sinistra della destra non è più il comunismo (sovietismo). È il rifiuto, l’ostentazione del rifiuto, della realpolitik, della realtà. La modernizzzione, di fatto, senza criteri e senza limiti – tutto ciò che è nuovo è buono. Un approccio libertario più che comunista. Che la destra denuncia irrealistico o artefatto (subdolo). Si direbbe una “guerra” – dialettica, povera – tra una nostalgia e una fantasia.
 
Dio – Dio è fantasia, l’ombra della luna, il nodo è viscerale.
 
Famiglia - “È l’unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli; è un fenomeno universale, presente in ogni e qualunque tipo di società”. È definizione di non molto tempo fa, 1967, di Claude Lévi-Strauss, “Razza e storia e altri studi di antropologia”.
 
Guerra – Prepara la pace, si dice, e non può essere altrimenti: uno stato di guerra indefinito, interminato, è una sconfitta. Napoleone, di cui si propone al cinema l’immagine di uomo d’arme unicamente interessato alle battaglie, per primo lo riconosce: la guerra è limitata e deve terminare. Il 31 marzo del 1797 lo spiegò a Carlo d’Asburgo: “I buoni militari fanno la guerra e desiderano la pace. Alla fine di questa guerra noi avremo ucciso, da una parte e dall’altra, molti uomini. Ma bisognerà che finiamo per intenderci, tutto ha un termine, pure l’odio”. Ed è stato grande perché ha vinto non tanto le battaglie quanto le paci, fu abile soptattutto come diplomatico - sul campo vinse, ha potuto dire Marinetti, perché “in alcune battaglie ebbe tutti i suoi portaordini uccisi e quindi tutti i suoi generali autonomi”.
 
È atto di forza, non strumento di giustizia. La stessa liberazione che l’Europa celebra, dalla Sicilia alla Nrmandia,  in Germania si fece col fosforo. In Sicilia con bombardamenti quotidiani - fu la vera guerra dell’isola, indifesa. A Formia con la marocchinate di Juin, che lasciava due giorni di orge ai suoi soldati se ne combattevano uno: liberarono con gli stupri le bambine e i ragazzi, tra Formia e Cassino, a migliaia. Distrussero l’Abbazia di Cassino, dove i tedeschi non c’erano. Il primo atto del governo liberato a Palermo fu di tirare sulla folla che protestava alla prefettura, a Palazzo Comitini, trenta morti di cui non si parla. Non si sono intestate nel lungo dopoguerra piazze a Roosevelt, Churchill o Stalin. Neanche a Roma, che ha una piazza Elio Callistio e un largo, lungo, viale Pilsudski.
 
Morte - L’uomo è sotto l’incubo della morte collettiva, ma la fine è singolare. Patita o goduta, per martirio o eroismo, per l’età o malattia, ma sempre individuale. Solo in questo senso si può dire che l’uomo rientra morendo nell’ordine della natura - o rafforza con Marx la specie, se muore la sua singolarità.
È l’immortalità individua che Goethe materialista teorizza con Falk ai funerali di Wieland. Ma filamenti invisibili legano l’umanità, fluidi organici che generano irrequietezze e impeti.
 
Patria – È nata a sinistra, con la “Marsigliese” – è nata politicamente. Seguita dale guere napoleoniche, di conquista. Il nazionalismo è stato nell’Ottocento, e fino alla Grande Guerra, di sinistra, ancorché non socialista, non operaio – e benché accompagnato dall’idelogia dei “primati”. È diventato esecrando col Volk tedesco, una celebrazione non solo nazista, anzi primariamente (e poi con Heidegger) di amore e rispetto dei luoghi e delle tradizioni, quasi ambientalistica – ma non esente da venature di superiorità, la coda dei “primati”.  
 
Progresso - Il desiderio rivoluzionario di realizzare il regno di Dio è il punto elastico di tutta la cultura progressiva e l’inizio della storia moderna”, Friedrich Schlegel l’ha scoperto. Se non che Dio non può modificare la storia, l’uomo sì.
 
Sinistra – È individualista – “borghese? “La sinistra si costituisce”, all’Assemblea francese dell’agosto-settembre 1789, ma poi in qualsiasi democrazia, “come parte integrante dell’ideologia moderna, è la portatrice dei pricipi e dei valori del moderno, inteso nel senso dell’individualizzazione della vita sociale, del superamento delle precedenti unità organiche comunitarie, e così via. Queste caratteristiche segneranno, come un fil rouge, la vicenda della sinistra – Marco Revelli, “Visto da sinistra” – in Domenico De Masi U(a cura di), “Destra e sinistra”.
 
Sogni - I sogni per necessità si rivelano ex post - a meno di non vivere nel sonno, sonnambuli. Partendo da esigenze e punti d’osservazione posteriori, anche quelli di cose future.
I sogni sono servili. Da analista se uno ne ha bisogno per l’analista, da poeta se fa il poeta, da filosofo, da manager, da rivoluzionario. E ripetitivi, faticosi anche. Quelli del pizzicagnolo mostreranno tratte, fatture, e clienti nude sotto il bancone. Al tempo dell’acquisto maniacale dei libri, che si ammucchiavano, i sogni mostravano librerie ordinate.
All’altro capo sono i sogni da Freud, quelli da Jung e quelli da Borges, della metafisica fatta letteratura. Sempre per l’effetto Edipo, dell’oracolo che influenza gli eventi, i sogni si conformano. Così l’analista, ricucendo sogni e memorie, costruisce il male.
 
Straniero – Non c’è lo straniero, siamo tutti pezzi di qualcuno e qualcos’altro. Sembrerebbe, nella moderna idelogia dei diritti. In un ceto senso ha ragione Eduardo Galeano, del discorso che dice di aver ascoltato in un bar di Barcellona in Spagna (“El cazador de historias”): “Il tuo dio è ebreo, la tua musica è nera, la tua macchina è giapponese, la tua  pizza è italiana, il tuo gas è algerino, il tuo caffè brasiliano, la tua democrazia è greca, i tuoi numeri sono arabi, le tue lettere sono latine, io sono il tuo vicino e tu mi chiami straniero?” Ma si è sempre saputo, siamo sedimentati. Siamo però diversi.
Anche nella sedimentazione, che è un processo sere diverso - il cocktail si fa con componenti diversi, in misure diverse. La diversità conta.
 
Traduzione – È il processo conoscitivo di cui con più facilità, anzi senza nessun inciampo, l’intelligenza artificiale si approprierà. Si dice, e sembra ovvio. Anche delle traduzioni letterarie, poetiche. Con non maggiore approssimazione delle traduzioni d’autore. Ma altrettanto sicuramente anche non migliore. Si sono fatte traduzioni da parte di emeriti letterati con nessuna o limitata conoscenza della lingua originale, con buoni risultati. Esito di una sensibilità linguistica. L’Ia ne sarà capace – ha abbastanza giudizio?
È curioso portare a sostegno della traduzione tradizionale, d’autore, quelle di traduttori ignari dell’originale. Ma tanto più significativo.
 
Verità È la storia. La storia, il tempo dell’uomo, è la verità, la salvezza di Dio. È il tempo fornito di senso. È l’anima del mondo, se l’anima, come vuole sant’Agostino, è l’autentica dimora del tempo.

zeulig@antiit.eu

Verso un nuovo fronte in Cisgiordania

Prolungandosi la guerra a Gaza, tanto più ora con le pause pure benvenute di tregua, il timore in Europa è che una situazione analoga, di radicalizzazione, si crei in Cisgiordania. Dove Israele ha intensificato dal 7 ottobre la colonizzazione, con l’intervento dell’esercito accanto ai coloni – i morti contati sono oltre duecento, con molti arresti ed espropri forzosi. La radicalizzazione della Cisgiordania renderebbe la situazione rischiosa per gli equilibri globali.
I timori che la Farnesina riscontra a Parigi, soprattutto, ma anche a Berlino, e per alcuni segnali a Londra, è che la politica di colonizzazione spinta che Israele sta portando avanti in Cisgiordania dall’inizio della guerra porti a una radicalizzazione palestinese, con o senza Hamas, anche in questa area. Che è molto più grande di Gaza, e non isolata: un conflitto vi sarebbe forse più disastroso, sicuramente più denso di rischi. Non c’è una frontiera, israeliani e palestinesi sono frammischiati, dopo quasi sessant’anni di occupazione militare israeliana, Siria e Iran potrebbero ritenersi obbligati a intervenire.
L’astensione proclamata dall’Iran da ogni intenzione di intervento nella guerra lascia sperare che il conflitto a Gaza resti localizzato. Ma si accrescono i timori generati dal mancato cambiamento di governo in Israele, malgrado le responsabilità per l’attacco del 7 ottobre: il governo di guerra, benché allargato al centro, è sempre dominato da Netanyahu e i partiti dei coloni.    

Pornosoft a Lucca, e alla Spezia

Una serie d’immagini della Toscana più bella, con il mare di La Spezia, e la recitazione delle ricette più gustose all’insegna della dark comedy. E poiché Lucca è “la capitale del porno italiano”, secondo il giornale “La Nazione”, c’è anche un’orgia – La Spezia è il luogo degli yacht, ricchezza e sentimento. Più che dark, uan commediola porno soft.
La catena di fast food americana  “Toscana Grove” manda ogni anno un gruppetto di direttori scelti dei suoi franchising in Toscana per una vacanza-scuola. Ci manda le direttrici, di fatto (più qualche maschio che ha nome di battesimo che suoni femminile), perché il capo della ditta, italiano d’origine, che in Toscana se la spassa, possa fare la sua scelta di seduzione.
Il vecchio cliché dell’americanina innocente, vittima in Europa di diaboliche galanterie - con l’aggiunta della cucina golosa. Ma senza violenza. Eccetto che per i “ristoranti” Toscana Grove: la cucina è un tavolo, con i piatti di pasta precotti, e un forno a microonde – la salsa, bianca o rossa, viene da piccoli orci prodotti dalla fabbrica.   
Jeff  Baena, Spin me round – Fammi girare
, Sky Cinema

mercoledì 29 novembre 2023

L’Europa, il piano Mattei e l’Arabia Saudita

Il voto di Parigi sull’Expo 2030 è una indicazione netta dello stato del mondo. Che l’Arabia Saudita avrebbe avuto l’Expo 2030 era scontato ma non a 119 a 17 contro Roma. Che non ha avuto nemmeno i voti della Ue, che sono 27. Un voto che dimostra come funziona l’ex Terzo mondo, la parta africana e latinoamericana del Terzo mondo, gli asiatici avendo votato per la Corea (e per il segretario del Bureau, Joy-chul Choj, che è coreano), e anche di cosa è fatta l’Unione Europea. Di “mazzette”, gli ex “conti in Svizzera”.
È curioso che il voto quasi unanime del Bureau International des Expositions sia attribuito alla “politica tentacolare dei sauditi nella caratura dei testimonial”, p.es. Cristiano Ronaldo, che “su Instagram ha 634 milioni di follower”. Come se fosse stato un voto di scemi. Mentre si sa come funziona, l’Arabia Saudita non è un paese sconosciuto. Specie sui diritti umani: Stato di diritto (patrimoniale, cioè è un paese a proprietà privata) e libertà, di fede, di opinione, di circolazione, nonché di condizione femminile.
Come votano l’Africa e l’America Latina, e una buona metà dell’Europa? Come ha già votato la Fifa per il Mondiale di calcio 2022 nel Qatar. Come la stessa Fifa voterà per quello in Arabia nel 2030, e il Cio per l’Olimpiade invernale nel deserto nel 2029. Coi conti in Svizzera, semplice.
Il Bureau International des Expositions è nato un secolo fa per rilanciare lo spirito progressivo degli anni che avevano preceduto la Grande Guerra. Il mondo ora è diverso, e il Bie è diverso.  
L’episodio mette in quadro anche la nuova politica italiana di apertura verso il Sud del mondo, il “piano Mattei”. Il Terzo mondo, quello che era il Terzo mondo al tempo di Mattei, in fuga dal colonialismo, è ora ben indipendente, e molto corrotto. Non si può dire, ma è la verità. Si vede Giorgia Meloni coraggiosamente in visita ai marpioni africani, e si pensa: ma veramente crede che le credano? Sì, se porterà molti miliardi dall’Unione Europea. Altrimenti è una delle solite vanaglorie europee, che si credono ancora al centro del mondo.

Un viaggio felice alla scoperta di sé

Un ritorno, al paese abbandonato da quarant’anni, alla casa di famiglia, alle memorie rimosse, della madre amata, della sorella complice, alla felice prima età. Brillante, di arguzie, gags, sorprese, Papaleo è ben sempre un attore comico – di una comicità triste, che però meglio si direbbe riservata: contenuta, allusa, suggerita, sospesa, lasciata allo spettatore. E liberatorio, per il protagonista ma anche per lo spettatore: è un racconto coinvolgente.
Il ritorno è naturalmente al fortunato “Basilicata coast to coast”, il primo film di Papaleo.  Al paese, Lauria, tra Maratea e Lagonegro – ma viene prima Lagonegro o viene prima Lauria, come il prortagonista vorrebbe? un viaggiatore avrebbe dubbi. Propiziato da una fisioterapista che è un po’ anche psicoterapeuta, e il blocco alla schiena di cui il paziente fortuito soffre supone di natura psicologica.
A sessant’anni il protagonista, accordatore di pianoforti a Salerno – sbocco un tempo naturale per quel ramo della Basilicata – si ritrova svuotato, di interessi e di anima. Riprende a vivere in quache modo ritornando alla gioventù, quando aveva molti capelli e moltol entusiasmo. E con l’alter ego giovane ripercorre all’indietro la vita che (non) ha fatto, la gioventù febbrile, di musica, politica, fisicità, e all’infanzia protetta , dalla sorella, dalla madre. La madre, “la prima divorziata di Lauria”, che può pasare bella e ammirata sul corso. Sarà una riscoperta drammatica e felice, passando attraverso un’abbondante serie di incapacità ed errori, personali e familiari, comuni a tutti e a ognguno. Specie di disattenzione – si sa che l’adolescenza e la prima giovinezza sono piene di se stesse.
Alla quarta opera da regista, di cui è anche sceneggiatore, e con un profumo di autobio, Papaleo centra un film dalle impressioni durevoli. Con un partner sorprendente, la cantante Giorgia, che governa il racconto come con una fortissima “presenza” da attrice, per la fotogenia, per la dizione.
Rocco Papaleo, Scordato, Sky Cinema

martedì 28 novembre 2023

Gazaficazione

Ha un nome sinistro ma è la politica israeliana. Un’opzione politica allo stato, della destra che governa Israele dall’assassinio di Rabin in poi, ma di fatto è stata ed è “la” politica israeliana nella Cisgiordania occupata. Anche ai tempi del premierato del premio Nobel per la Pace Shimon Peres, e dello steso Rabin: la compartimentazione della Cisgiordania, fra israeliani e palestinesi.
Si parla di “gazafication” come “modello di gestione” dei ridotti compartimentati in cui Israele ha rinchiuso i palestinesi che abitano la Cisgiordania. Con introduzione, in aggiunta alla divisione e ai controlli amministrativi, di barriere fisiche (muri, posti di blocco, altre barriere, e controlli di polizia sugli spostamenti). E con la copertura dell’esercito israeliano.
La “gazafication” era in atto prima della guerra. La frontiera di Israele con Gaza era sguarnita il 7 ottobre perché l’esercito era soprattutto impegnato nella Cisgiordania, per sostenere i coloni israeliani nella caccia alle comunità palestinesi. L’intervento dell’esercito in Cisgiordania non è infatti di polizia, è armato. Dall’inizio della guerra sono stati contati circa 350 morti palestinesi in Cisgiordania, e tremila feriti, quasi tutti a opera dell’esercito israeliano, vittime civili. Prolungandosi la guerra a Gaza, contrariamente alle precedenti occupazioni israeliane del territorio,  consumate in poche ore, si accresce la “gazafication” della Cisgiordania.  

La verità è che non c’è la verità

“Ogni notizia è prospettica, ogni discorso è selettivo, l’obiettività dunque è un puro mito”. Puro il  mito non si direbbe, ma il giornalismo, che pure non è un mito, ha sempre attratto e appassionato Eco. Fino all’ultimo, al suo ultimo romanzo “Numero zero”, 2014, preceduto dall’ancora più franca conversazione online con Scalfari , “Numero Zero - Eco-Scalfari, dialogo sulI'Italia e i suoi giornali”, il lungo video, una quarantina di minuti, sul giornalismo.
Lo stesso Eco lo sa, come tutti. Più di tutti lui che amava scrivere per i giornali, non rifiutava una collaborazione o un’intervista. Era indignato, questo sì, dalla strumentalizzazione che del giornalismo si faceva ultimamente in Italia, tra dossier, intercettazioni, spionaggi, sotto forma magari di controinformazione mentre era – è – disinformacja. Persuasivo invece l’intervento, con Moravia, Musatti e Alfonso Gatto, a favore di Braibanti nel celebre processo per plagio che gli fu intentato.
Ma non è una raccolta di polemiche. Ovvero sì, ma amabili, come tutto quello che Eco scrive e dice. Curiose, stimolanti. “Scritti d’occasione” (articoli, schede, interventi) , tra il 1969 e il 2013, sui temi del falso e del segreto. “Mentire, fingere, nascondere” è il sottotitolo. Una collazione, ordinata da Anna Maria Lorusso, di diciassette testi pubblicati da  Eco in varie raccolte, tra il 1969 e il 2013: nei due “Diario Minimo” e altre raccolte, e soprattutto nelle ultime, sempre da lui ordinate,  “Pape Satán Aleppe” e “Sulle spalle dei giganti”.
La verità di cui più si parla è del giornalismo, l’obiettività. Questa non c’è, e non ci può essere - è una, si direbbe, petitio principii. Eco non arriva a tanto, ma è ugualmente fermo nel negarla. Del resto, spiega, “il compito del giornalista non è quello di convincere il lettore che sta dicendo al verità, bensì di avvertirlo che sta dicendo la «sua»  verità”. O, in polemica con Piero Ottone, nel 1969, quando Ottone cavalcava, allora dal “Secolo XIX”, la contestazione, nel mentre che propagandava il giornalismo a suo dire inglese, dell’obiettività: “Il giornalista non ha un dovere di obiettività, ha un dovere di testimonianza. Deve testimoniare su ciò che sa”. E anche “deve testimoniare dicendo come la pensa lui”.
Di Ottone si può non fare caso – cos’è il giornalismo all’inglese? Del resto concluderà la sua presunta missione di obiettività con una “storia del giornalismo italiano” dal titolo “Preghiera o bordello” – lui che aveva esordito alla “Gazzetta del popolo”, il giornale allora Dc di Torino, e con una biografia di Fanfani. Il giornalismo è un gioco delle parti, ed è bene che ognuno stia nel suo ruolo, Eco non fa che richiamare un’esigenza evidente. Ma è uno strumento di verità, ognuno lo sa, lo avverte, in mille forme – la verità è mobile, e multiforme.
Umberto Eco, Quale verità?
, La Nave di Teseo, pp. 176 € 12

lunedì 27 novembre 2023

Letture - 538

letterautore


Altezza
– È, sarebbe, importante nella ritrattistica – e nella biografia? Sì - bisogna aggiornare la lista avviata nella rubrica n. 534 del 18 ottobre. Pasolini era alto 1,67, Fellini 1,83, Totò 1,63. Anna Magnani era 1,60, Meloni è 1,63.


Eugenia Barruero
– La “maestrina della penna rossa” di De Amicis ha una targa a Torino, a Largo Montebello 38, dove visse – lo ricorda “La Lettura”, con l’ultimo dei “Percorsi Geografie”, dedicato agli scrittori a Torino. Visse a un paio di isolati da dove Nietzsche impazzì. Morì a 98 anni, nell’aprile del 1957 – un personaggio che più ottocentesco non si può nell’Italia del boom. Giovanissima maestra faceva tirocinio nella scuola, allora chiamata “Moncenisio”, in via Cittadella, dove Ugo, il secondo dei figli dello scrittore, frequentava le elementari. Il compito della tirocinante era di aiutare i più piccoli a rivestirsi prima di uscire e a stare ordinati in fila: “A questo tira su il bavero, a quell’altro abbottona il cappotto perché non infreddino, li segue fin nella strada perché non si accapiglino”. Una ragazza, subito dopo il diploma, era la cocca dei più piccoli: “Tormentata  continuamente dai più piccoli che le fanno carezze e le chiedono dei baci tirandola pel velo e per la mantiglia”. Quando “Cuore” fu pubblicato aveva già 26 anni, e insegnava a Volpiano, dove resterà per tutto la vita attiva. A Largo Montebello si ritirò alla pensione, in casa di una nipote. Deve l’appellativo alla prima immagine che “Enrico Bottini”, il narrante di “Cuore” alias di De Amicis,  terza elementare, padre ingegnere, un ragazzo destinato agli studi, ne dà: “Quella giovane col viso color di rosa, che ha due belle pozzette, e porta una gran penna rossa sul cappellino”. Un ritratto o tutto lusinghiero e quasi innamorato: “È sempre allegra, tiene la classe allegra, sorride sempre, grida sempre con la sua voce argentina che par che canti”.
 
Cinema
– È un paraocchi, copre le immagini sotto forma di esibirle, insistente? È l’idea di Kafka: “La velocità dei movimenti e il rapido mutare delle immagini ci costringono continuamente a passare oltre. Lo sguardo non si impadronisce più delle immagini, sono le immagini che si impadroniscono  dello sguardo e allagano la coscienza. Il cinema mette l’uniforme agli occhi”.
Kafka lo confidava, da “scrittore visivo”, che raccontava per immagini, nei colloqui con Janouch: il cinema “è un giocattolo grandioso, ma non lo tollero, forse perché sono troppo visivo”.


Destra-sinistra – La cultura dominante nella storia della Repubblica, nei media (editoria, giornali, televisioni - Rai, Sky, la stessa Mediaset), nell’accademia, nell’opinione pubblica, è di sinistra, gli autori sono di destra. Berardinelli ne abbozza un elenco nella sua rubrica sul “Venerdì di Repubblica”: “Marinetti e D’Annunzio, Pirandello e Pound, Heidegger e Eliot, Schmitt e Jünger,  Céline e Gadda, Borges, Tolkien, Nabokov e non pochi altri” – Hamsun, Pessoa, Simenon, per esempio, o il marginalizzato Berto.
La cultura però si vuole di sinistra solo in Italia – da qui il mito del fascismo perenne? Ma Céline, come Pound, Hamsun, e Jünger, ha affascinato nel secondo Novecento il radicalismo antiborghese. Che ora, nel’era del mercato, dell’arricchitevi, è sospetto, e portato a capo d’accusa (è popuilismo nazionalismo, identitarismo, etc.), un ma quarant’anni fa, anche venti, era “rivoluzionario”.
 
Famiglia - “È l’unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli; è un fenomeno universale, presente in ogni e qualunque tipo di società”, Claude Lévi-Strauss, “Razza e storia e altri studi di antropologia”, 1967.
 
Lettura – Introduce all’immortalità, da qui la sua attrattiva? “La lettura è un’immortalità all’indietro” secondo Umberto Eco, in un ricordo online, già pubblicato su “L’Indice”, di Achille Mauri. “Mi piace concludere ricordando una sua celebre frase”, scrive Mauri: “Chi non legge, a settant’anni avrà vissuto una sola vita, la propria. Chi legge avrà vissuto cinquemila anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito…. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro”.
“Moby Dick” – Il romanzone è “narrare la vita in controluce alla morte”, Claudio Magris.

Occhio – È impuro? Freud, che non era un voyeur, lo accosta all’organo genitale (nel saggio “Il perturbante”), per definizione (freudiana) impuro.

Salgari – “Fra queste mura Emilio Salgari\ visse in onorata povertà” è la prima cosa che ricorda la lapide sulla sua ultima abitazione a Torino, in Corso Casale 205. Che termina col distico “la sua genialità avventurosa\  il suo doloroso calvario”.

Sprecare – È un po’ pregare – Gianfranco Ravasi, “Breviario” 19 novembre. Cioè, ne è l’opposto, ma da una radice comune. Il cardinale lo spiega in un’agile, fenomenale, rilettura del terzo dei favolelli di Calvino,”Il cavaliere inesistente” – “non ci sono altri giorni che questi nostri giorni. Che mi sia dato di non sprecarli”, chiede Agilulfo, il cavaliere senza corpo, tutto armatura: “«Sprecare», come «deprecare», «imprecare» è la degenerazione del termine «pregare» (in latino paecor, domandare, imprecare, attendere da Dio)”.

Straniero – Siamo noi, ognuno è straniero? Nessuno lo è storiella che Eduardo Galeano (“El cazador de historias”) dice di avere udito in un bar di Barcellona in Spagna: “Il tuo dio è ebreo, la tua musica è nera, la tua macchina è giapponese, la tua  pizza è italiana, il tuo gas è algerino, il tuo caffè brasiliano, la tua democrazia è greca, o tuoi numeri sono arabi, le tue lettere sono latine, io sono il tuo vicino e tu mi chiami straniero?”  

letterautore@antit.eu

La scomparsa del Pci

Un saggio che si legge più per quello che manca che per quello che c’è. La metamorfosi è del Pci, il partito Comunista Italiano, per i cent’anni della anscita, nel 1921. Il Pci di Togliatti, nel dopoguerra, era diverso dal vecchio, dopo la “svolta di Salerno”,  costituzionalizzato nel senso pieno. Ma non ha sapto sviluppare questa mutazione. Per la morte di Togliati, i cui successori lasciarono il partito come lo ereditarono, ancora in transizione, nei primi ani 1960. Da qui la deriva, il progressivo distacco del partito dell’evoluzione della domanda sociale.
Cosa manca? Tutto: il settarismo e il sovietismo. Questo non tanto nei legami finanziari con Mosca, forse inevitabili nella guerra fredda, quanto nelle scelte politiche e nell’organizzazione partitica. A specchio di quella di Mosca, verticistica, col segretario-uomo del destino, anche se non sanguinaria – ma con scomuniche e espulsioni-degradazioni. Il cosiddetto centralismo democratico, con plenum, comitato centrale, direttivo. E la politica ridotta a settarismo. Che non fu inventato da Berlinguer, semmai da lui esasperato in tempi e modi che lo rendevano assurdo – dopo cioè avere accettato quattro anni di “compromesso” inflittigli da Moro sornione con la Dc di Andreotti (con la Dc di Andreotti). Un partito che Togliatti vole nemico del centro-sinistra, invece di fare del centro-sinistra, come qualsiasi tattico di sinistra avrebbe fatto, con un minimo cioè di sensibilità, una corridoio umanitario per la sinistra italiana nella guerra fredda europea –nel 1961 la sinistra andava al governo nella sinistra europea solo in Italia. E quando si adagiò nell’eurocomunismo, che fu inventato per il Pci negli anni 1970 dai giornali e le tv inglesi, lo fece per compiacere la City con nuovi debiti, comunali e regionali.
Perché il Pci è scomparso? Boh! Perché Occhetto, D’Alema e Veltroni non sono simpatici a Canfora – probabilmente, neppure questo è detto, di loro non c’è traccia. Togliatti è il nume. Ma Togliatti è quello che nella guerra civile di Spagna fece la guerra ai socialisti e agli anarchici. E nelle “purghe” degli anni 1936-1940 a Mosca, dei compagni che vi si erano rifugiati, all’hotel Lux, e di notte scomparivano senza lasciare traccia, non fece nulla. Dogmatista mellifluo, di educazione piemontese, ma duro e durissimo - il dogmatismo  non vuole dire nulla, si può anche imporre il parlamentarismo, e il mercato perché no, una italica Nep, ma è una clava: bisogna filare dritto.
Cosa resta del Pci, del resto, nella storia? E nella società, a parte il culto del capo, ora Berlinguer? Che amministrò bene Bologna. Ma Bologna, che l’architetto Cervellati vendeva così bene ai giornali inglesi per fondare l’eurocomunismo, si amministrava bene anche col papa.
Luciano Canfora, La metamorfosi, Laterza, pp. 96, ril.  €12

domenica 26 novembre 2023

Ombre - 695

In Francia un gruppo di ragazzi di genitori maghrebini, esclusi perché minacciosi dalla “notte bianca” in un paesino, ha aggredito e ucciso un ragazzo che invece festeggiava – uno di genitori piemontesi. Sabato notte, otto giorni fa. Gli arresti sono stati fatti tre giorni dopo. I nomi degli aggressori resi noti una settimana dopo. Era un raid punitivo “anti-bianchi”, si voleva nasconderlo.
Un errore politico: Macron ha dato argomenti alla destra, che è la sua avversaria - Macron è nel campo della destra. Ma esito di un errore culturale: che l’integrazione si agevola con una sorta di trattamento di favore per gli immigrati. Che può anche essere una politica saggia – riconoscere che l’integrazione è iter complesso. Ma nasce da un desiderio di colpevolizzarsi. Come “razza bianca”?
 
“Borse globali a un passo dal record”. Mentre ritorna il protezionismo, e le guerre si moltiplicano, in Europa e dintorni. Si balla sul vulcano?
 
Pnr no, Pnrr ni, una campagna asfissiante, e non si sa nemmeno di che si parla. Poi inevitabile arriva il sì, e Bruxelles paga. Tanto tuonò che piove? O è il giornalismo dell’assurdo?
 
Nello scempio di Giulia Cecchettin, una morte così tragica, di che si discute? Che Meloni, che si fa chiamare “il” presidente del consiglio (come vuole la Crusca) e non “la” presidente, è una patriarcale. Sottinteso: mezza assassina, complice del machismo. Sembra bizzarro e lo è. Ma nella tv di Urbano Cairo,  il maggiore editore italiano. Opinione pubblica?
 
Pagina pop di “la Repubblica” per Chanel, per l’inaugurazione a Milano di un nuovo negozio Chanel. Illustrata da una foto che lo stesso brand francese utilizza sullo stesso giornale, lo stesso giorno, per una pagina di pubblicità, pagata. Informazione?
 
La Corte dei Conti contesta a undici funzionari dell’Inps un danno erariale per ben 11 milioni, per pensioni anticipate erogate senza diritto in obbedienza a falsi “stati di crisi” promossi da Gedi, la società editrice di “la Repubblica”, “la Stampa” “Il Secolo XIX” e, all’epoca, altri giornali. Ma è una non notizia, non ne scrive nessuno.
 
Per lo stesso prepensionamento artefatto è stato promosso due anni fa dal gip di Roma un procedimento penale. Con una provisionale (versamento anticipato in conto probabili danni) di 38 milioni, cifra astronomica. Anche questa è stata all’epoca, e continua a essere, una non notizia.
 
La Ue lavora alacremente ad ampliarsi – è già arrivata in Georgia, e perché no l’Armenia, non sono cristiani anche quelli? Ma i soci fondatori si fanno patti tra di loro, la Francia con l’Italia, la Germania con la Francia, l’Italia cn la Germania. Si guardano le spalle?
Non sarebbe sbagliato, molti che entrano nella Ue lo fanno per i sussidi, non hanno alcuna intenzione  di integrarsi. Non solo politicamente (diritti, spesa, fisco), ma neanche commercialmente..
 
Martedì in prima di “Repubblica” Mastrobuoni documenta e spiega l’accordo Germania-Italia, sui migranti, che si va a firmare a Berlino mercoledì. Mercoledì il “Corriere della sera” schiera tre giornalisti sul viaggio di Meloni a Berlino senza menzionare l’accordo. Se non lo dice il “Corriere” non esiste – la sindrome “Lascia o raddoppia”, del celebre segretario di redazione Mottola di sessanta o settant’anni fa, che sosteneva sconveniente parlare della tv nel giornale?
 
Gira per i giornali americani, i più vicini a Israele, la domanda se gli aiuti militari non debbano condizionarsi al rispetto dei diritti umani, anche nella guerra in corso con Hamas. In guerra non si guarda per il sottile, il diritto internazionale si sospende, o si dilata, ma in effetti come ci si è arrivati?
 
Fanfara sull’incontro di Biden con Xi a San Francisco. Prima. Silenzio dopo. Resta da sapere perché gli Stati Uniti hanno spinto la Cina verso la Russia, con dazi, Taiwan, Uiguri, nel mentre che preparavano la guerra Ucraina-Russia, boicottando gli accordi di Minsk su Crimea e Donbass. Tre presidenza differenti, Obama, Trump, Biden? No, la politica estera americana corre sotto il voto presidenziale.

Napoleone artigliere, e il fascino dell’azzardo

Un film anti-rivoluzionario, come dice la dedica iniziale. Alla maniera di Manzoni, un altro appassionato di Napoleone, che si fece storico della Rivoluzione del 1789 per mettere i puntini sulle i, su sciocchezze a abusi. E un film contro il potere, politico, militare, e anche sessuale: può essere assoluto e mortale, ma sempre fortuito. A letto dichiaratamente: la mogliettina adorata dal generale in Egitto, da lui salvata dai rigori della Convenzione, se la spassa in sua assenza. Un film quindi anche attuale, contro il machismo. Che è dipendenza: il filo conduttore del film si può dire questo, svolgendosi sulla traccia delle lettere di Napoleone alla prima moglie, Giuseppina di Beauharnais, mai realmente ripudiata  – un po’ incongruamente, dato che lei morì quando Napoleone veniva deportato all’Elba, nel maggio del 1914.  
Ma è un effetto fortuito. Non è questo che ha vouto fare l’oggi ottantaseienne Ridley Scott, in questa megaproduzione: ha voluto fare spettacolo, di masse in movimento (l’elenco di coda dei partecipanti a qualche titolo al film prende alcuni minuti e alcune decine di pagine), sulle guerre tanto celebrate e sempre “decisive” quanto insensate. Austerlitz, che consacrò Napoleone sui regni e gli imperi d’Europa. Borodino, “la più terribile delle mie battaglie”, quella tra Napoleone e Kutuzov, di “Guerra e pace”, e la ritirata di Russia. E infine Waterloo, la vittoria definitiva opera del caso, l’irruzione sul fianco destro del prussiano Blücher, quando la guerra degli alleati comandata dal duca di Wellington era perduta.
È uno spettacolo. Non hanno senso quindi le obiezioni degli storici. Che Napoleone, per esempio, non presenziò, alla prima scena, alla decapitazione di Maria Antonietta: la prima scena dichiara l’intento anti-rivoluzionario, contro una piazza sporca e brutta che solo si batte per una testa tagliata. Lo stesso sarà poco dopo, con le sedute dell’Assemblea per la retorica sciocca e sanguinaria del venerato Robespierre. O che Napoleone non dipendeva psicologicamente da Giuseppina, dall’amore, dalla devozione della moglie ripudiata. O che le battaglie di Austerlitz e Waterloo si combatterono diversamente.
Due ore spettacolari e affascinanti, in tutti gli aspetti: il comando (l’azzardo), la politica, la gestione del potere più che la sua conquista, la decisione in battaglia (le stategie, le tattiche, il caso). Il mondo come viene, senza mai un problema o un turbamento personale – l’impulso irrefrenabile, quello sessuale, è liquidato animalescamente. O il fascino è del potere, di una sola persona, dell’ambizione, vincente e anche perdente – la storia di successo di un tenente di artiglieria che s’inventò la presa di Tolone in mano agli inglesi, e ci riuscì? Sicuramente è una sagra dell’artiglieria: Napoleone ha e usa sempre molti cannoni, in tutte le battaglie, con forti rombi e grandi sconquassi.
Ridley Scott,
Napoleon

sabato 25 novembre 2023

Problemi di base di verità - 778

spock

La verità è vagabonda?
 
Come la storia?
 
La verità è la storia - o viceversa?
 
Non ci sono i fatti ma le parole?
 
Si può essere bugiardi e dire la verità?


La verità è che non c’è la verità?


spock@antiit.eu

“Sull’abuso della memoria dell’Olocausto”

“Siamo studiosi, in varie istituzioni, dell’Olocausto e dell’antisemitismo. Scriviamo per esprimere il nostro sgomento e la delusione nei confronti di leader politici e importanti figure pubbliche che  evocano la memoria dell’0locausto per spiegare la crisi in corso in Gaza e Israele”. Una decina di storici americani, due di università canadesi, due inglesi, e una tedesca, cattedratici di Antisemitismo, Olocausto, Storia ebraica ha sottoscritto e pubblicato sulla rivista newyorchese, molto radicata nella cultura ebr aica, un “richiamo alla verità storica”. Dopo la premessa: “Reiteriamo che ognuno ha il diritto a sentirsi sicuro dovunque vive, e che far fronte a razzismo, antisemitismo e islamofobia è una priorità”.
Il richiamo all’Olocausto è comprensibile, spiegano i firmatari. Ma “richiamarsi alla memoria dell’Olocausto oscura la comprensione dell’antisemitismo con cui gli ebrei si confrontano oggi, e travisa pericolosamente le cause della violenza in Israele-Palestina”. L’Olocausto è un’altra cosa: è “un genocidio, implicò uno Stato – e la sua collaborativa società civile – nell’attacco di una piccola minoranza, che poi diventò un genocidio continentale”.
La critica è indirizzata al governo israeliano: “I leader israeliani e altri usano il richiamo dell’Olocausto per presentare la punizione collettiva di Gaza da parte di Israele come una battaglia di civiltà a fronte della barbarie, promuovendo così narrative razziste sui palestinesi”.Un travisamento non innocuo: “Questa retorica spinge a separare la crisi corrente dal contesto dentro il quale essa è maturata. Settantacinque anni di evizione, cinquantasei di occupazione, e sedici anni di blocco a Gaza”. Mentre “insistere che «Hamas sono i nuovi nazisti» - e ritenere i palestinesi responsabili collettivamente per le azioni di Hamas – attribuisce pregiudizievoli motivazioni antisemite a coloro che difendono i diritti dei palestinesi”.
E della situazione cosa pensano gli studiosi? “Non c’è una soluzione militare per Israele-Palestina, e dispiegare una narrativa dell’Olocausto, nella quale un «male» deve essere sconfitto con la forza avrà solo l’effetto di perpetuare uno stato degli affari oppressivo che è già durato molto troppo a lungo”.  
An Open Letter on the Misuse of the Holocaust Memory
, “The New York Review of Books”, free online

venerdì 24 novembre 2023

Governo boia, cioè no - che senso ha

Si fa scandalo in prima pagina perché al film di Cortellesi, successo stagionale, “il governo negò i fondi, «scarso valore»”. Poi si deve informare che i fondi glieli ha negati il governo Draghi, la commissione nominata dal ministro della Cultura Franceschini – con profluvio di spiegazioni “tecniche” del giudizio di scarso valore. Come se avessimo l’anello al naso - ma questo si potrà ancora dire? come se non sapessimo come vanno le cose, i giudizi di valore, tra gli “amici” e gli “amici degli amici” trattandosi di Franceschini.
Si fa scandalo perché il ministro cognato Lollobrigida ha fatto fermare un treno in ritardo per poter scendere e proseguire in macchina – il controllore solerte del treno ha informato subito dell’abuso gli amici-compagni. E si chiedono le dimissioni di Luigi Corradi, l’ad di Trenitalia che ha ordinato lo stop imprevisto.  Per poi scoprire che Corradi è stato messo lì da Paola De Micheli, ministro dei Trasporti Pd.
Si fa scandalo perché in consiglio comunale a Roma non passa la tassa sui Grandi Eventi che i concessionari di impianti comunali organizzano e gestiscono a grande profitto. Poi si scopre che l’opposizione è dei consiglieri Pd, ed è intransigent e. La tassa è stata decisa dall’assessore allo Sport Onorato, che è un ex Udc, nemico acerrimo del sindaco di sinistra Marino, poi lista Marchini sindaco, appoggiato da Berlusconi, eletto con una lista civica pro Gualtieri sindaco. Onorato non sapeva che centri sportivi, club, ex sezioni, che tra l’altro non pagano al Comune nemmeno il canone, molti milioni, non si toccano.  
S i fa scandalo del Pnrr, arriva , non arriva, governo bocciato, Bruxelles dice no, e poi arriva la quarta rata, primo e unico paese europeo a riceverla. Eccetera.
Si fa scandalo perché la sinistra è l’informazione: si scrive qualsiasi cosa, non si fa nemmeno una telefonata, l’impegno è a “rilanciare”, il prima possibile, l’informazione valanga. Dove si distinguono i giornali, perché i giornali, stampati, durano almeno un paio d’ore. Il che accende una curiosità: se si facesse giornalismo come bisognerebbe, un minimo, si venderebbero meno o più giornali?

Il giudice tenace fa la mafia scornata

Tre racconti, pubblicati da Camilleri in varie sedo, riuniti in volume: “Troppi equivoci”, uscito nell’antologia Einaudi “Crimini”, 2005 (poi film tv, con Beppe Fiorello e Claudia Zanella, regia di Andrea Manni);”Il giudice Surra”, 2010, uscito nell’antologia Einaudi “Giudici”. E il mistery di paese “Il medaglione”, 2005, per il Calendario del’Arma dei Carabinieri – ripreso in volume da Mondadori lo stesso anno: qui il marsciallo di un picolo paese di montagna sbroglia col buonsenso una serie di equivoci, attorno a “un monile di onerosi ricordi” (Salvatore Silvano Nigro).
Racconti sempre garbati, e filati. Col solito tocco di sicilitudine, marcata dall’eloquio, dai caratteri, dall’orografia e dalla meteorologia, di diversità, curiosità, normalità.
Con una nota al testo di Giancarlo De Cataldo, e un lungo risvolto-analisi di Nigro. De Cataldo, che ha curato con Lucarelli le due antologie Einaudi,  dà golosi cenni sulla gestazione dei due racconti. E a proposito del “Giudice Surra” una stupefacente. Camilleri, avvicinato con rispetto e ritrosia, “avvolto in una nuvola di fumo e vagamente polemico contro il proibizionismo salutista”, è perplesso. “Poi di colpo, dopo l’ennesima boccata”, sbotta: “Dalle mie parti c’è un’erba maligna  che si chiama surra. È un’erba tenace, che non riesci a estirpare. Ho sempre considerato la tenacia una qualità essenziale. Perciò scriverò un racconto che si chiamerà «Il giudice Surra», dal nome dell’erba. Sarà un racconto storico.  Si comporrà di quarantotto pagine. Te lo consegnerò il…”. Vero o falso? Surra è un giudice tenace - disarma la mafia col ridicolo. Ma il racconto era scritto o era da scrivere? Fu consegnato alla data detta, di 48 pagine dattiloscritte – la “pagina “ di Camilleri è quella della “Memoria” Sellerio, 1.200 battute.
Andrea Camilleri, Il giudice Surra e altre indagini in Sicilia, Sellerio, pp. Pp. 183 € 14

giovedì 23 novembre 2023

Secondi pensieri - 529

zeulig


Cancel culture
– Si vuole l’anticultura della decadenza, del culto del passato, di rovine, morti. Il segno dell’Occidente impaziente col passato. Ma dappertutto altrove invecchia e muore la natura, non la cultura, la memoria della storia.
È l’effetto del movimento a freccia, che il bersaglio intermedio sia fallito o centrato. L’Occidente è un arciere che va di corsa: vede e capisce poco. Mentre bisogna portare pazienza.
 
Colpa
– È una prigione, autoinflitta in qualche misura. Non tutto il male si fa colpa.
È quello che si potrebbe dire “il paradosso di Norimberga”, della colpa-non-colpa – quello che Hannah Arendt ha detto “la banalità del male”, quando non si fa colpa. C’è chi il male commette perché obbligato, o perché è suo dovere, e chi anzi lo ritiene un bene. È quando il male è risentito come male che diventa colpa. Talvolta senza nemmeno aver commesso il male, all’inverso di Norimberga, sotto nessuna forma: i “sensi di colpa” della psicologia possono emergere anche senza nessuna colpa specifica, per una generale condizione di insoddisfazione o debolezza – come viceversa, appunto, si incontrano criminali senza alcun senso di colpa, anche sotto inclinazione insistita.  
È il paradosso alla base del breve poema “Voci notturne”, un dei tanti che Fiedrich Bonhoeffer, il pastore luterano antinazista che fu carcerato a Berlino-Tegel per tre anni dal 1942, e infine giustiziato, nelle vendetta finale di Hitler contro chi lo aveva avversato, inviava alla fidanzata: per quanto “braccati e cacciati dagli uomini,\ privati di ogni difesa e accusati,\ noi portiamo le nostre colpe insopportabili,\ gi accusatori siamo noi”.. Non un’ammissione di colpa naturalmente, non di colpa specifica, ma in quanto essere umano.
Volendo, tra  le pieghe e gli interstizi, anche il santo si trova in colpa. Volendolo. Altrimenti, la colpa non c’è nel peggiore malfattore. 

Corpo – “Il cristianesimo ha nella carne il cardine della salvezza che proclama”, Antonio Spadaro, introducendo Sgarbi, “Divine pitture”, che indaga Michelangelo “santo”, la sua Pietà, la Cappella Sistina. Spadaro non è un teologo, ma è ben gesuita rodato, per molti decenni direttore della “Civiltà cattolica”, coautore del papa Francesco. Mentre non è vero il contrario, che la carne è afflitta dalla chiesa, nella malattia relegata come giusta punizione di una qualche colpa, in buona salute compressa nel matrimonio sacrale, e anche lì repressa?
È bensì vero che non c’è spirito senza il corpo. E che la religione – la fede, il culto – è della carne e non dello spirito. Nelle religioni monoteiste come nelle pagane: la religione nasce e vive nel corpo e del corpo. Nel cristianesimo, con la Nascita del Dio-Uono, la Passione, la Crocefissione – con l’Incarnazione e la Resurrezione – nonché, per quello che vale, per il culto poi delle reliquie, ossa, dita, la scheggia della Croce. Nel cristianesimo e nelle altre religioni comunque con la “storia”, di persone e eventi. La fede è corporea – sentimentale, dei sensi.  
 
Decadenza – È parola tedesca, décadence, ha cioè senso in tedesco. Quando Nietzsche la incontrò nel saggio di Bourget su Baudelaire la disse subito migliore del tedesco Verfall, e d’allora in poi la trovò in ogni piega del poeta – e la utilizzò in ogni piega del suo discorso.
 
Desiderio – È l’unica felicità possibile – la curiosità, la ricerca? Ogni evento è riprova della celebrata pagina di Schopenhauer: noi sentiamo il dolore ma non l’assenza di dolore, sentiamo la cura ma non la noncuranza, la paura ma non la sicurezza. Sentiamo il desiderio, come la fame e la sete, ma appena è soddisfatto è finito. Solo il dolore e la privazione possiamo percepire. L’esistenza è più felice quando meno ce ne ac-corgiamo. I poeti sono obbligati a mettere gli eroi in situazioni pericolose per poi poterli liberare.
 
Faust - Il Faust di Goethe è il santo farabutto: cerca la perfezione di delitto in delitto e perciò, per essere vittima, merita la felicità. È all’infamia che si accompagna il candore, e alla filosofia.
Ci voleva all’epoca un patto con Mefistofele per fare il male. Ora non più, si fa la fila – Mefistofele asaerebbe un cravattaro di borgata.
 
Ignoranza - Si annunzia una voluminosa fenomenologia dell’ignoranza – di Peter Burke, Cambridge, storico della cultura. Un titolo, un soggetto, che mette i brividi. Come, per dire, di chi facesse una storia della stupidità. Di quello che non dovrebbe essere. Un po’ come la storia controfattuale. Ma qui non per ridere, col dogma della verità.
 
Morte – Le anime dei morti sono presenze, anche ingombranti. C’è molta letteratura in proposito, ma di un fantasy quanto mai reale, riscontrabile, minuto.
 
Nichilismo - “Penso che non credere in nulla sia un modo per riconoscere che esiste qualcosa di più importante che non vediamo” – James Ellroy, scrittore.
 
Novecento – Un secolo di macerie: il secolo storicamente (di cui si sa la storia) più innovativo è anche il più distruttivo. Le “magnifiche sorti e progressive” non hanno mai avuto probabilmente,  non così compresso, una serie di novità altrettanto incalzanti e massicce, ma in senso calante e non ascendente: è il secolo della crisi. Dichiarata, per più aspetti, cioè riconosciuta. Ma per molti aspetti  ambita, ricercata. Rileggendolo, sembra evidente. Rivedendo i suoi autori, Proust, Musil, Thomas Mann , Svevo, Joyce, Pasolini, Pirandello. Una epopea della disintegrazione. Avendo peraltro dismesso l’epica, l’immaginazione della realtà. Di un realismo sofferto. Volendosi “rivoluzionario”, cioè di sovversione radicale, palingenetica. All’insegna della mobilitazione totale. Tutti programmi autodistruttivi, di finale delusione quando non è distruzione. Quindi sciocchi? Mal posti? Ingenui?
 
Occidente-Oriente – L’Oriente è sempre quello dell’Occidente, ha ragione Said, ancora oggi, quarantacinque anni dopo la sua esposizione del fatto - l’Oriente è quello dell’orientalismo, disciplina retorica. Sembra che l’Occidente, che pure ha inventato “i viaggi”, anche non immaginari, sia stanco di andar e a vedere. Un Oriente che comincia dalla Russia, che pure è in Europa, a portata di autostrada.  
Ma anche l’Occidente è quello dell’Occidente stesso, talmente autocritico che sta bene anche ai suoi nemici. Questa autofiction sembra pessimista – lagnosa, distruttiva – come nelle epoche di decadenza che Santo Mazzarino aveva individuato nel lungo tramonto romano, di Roma antica. Ma, naturalmente, imperiosa.

zeulig@antiit.eu

Novecento rivoluzionario e distruttivo

È la voce “narrativa” che Magris compilò per la Treccani nel 1979, quarantenne ma già autorevole. È un’analisi, di fatto, del Novecento, attraverso alcuni suoi narratori, Thomas Mann, Musil, Woolf,
Joyce, Svevo. Una anatomia del secolo.
La dissoluzione dell’epica, e di ogni altro ordine, fino alla crisi del soggetto. In realtà, in filigrana, l’autoritratto di un secolo di traumatismi. Tecnici, politici e militari. Tali da annientare il positivismo fideistico dell’ Ottocento. Delle “magnifiche sorti e progressive”. Dell’individuo – del poco o molto narcisismo concesso all’essere umano. Dissolto nelle “mobilitazioni totali”, o “rivoluzionarie”, di guerre senza limiti, esterne e interne, per durata e distruttività. In cui la narrazione si concentra sull’io, anche nelle storicizzazioni di Musil e Thomas Mann, ma sui toni del compianto. 
Con molte assenze, inevitabili? Di Proust – e di ogni altro francese che pure sarebbe stato in tono con l’anamnesi, Camus, Sartre. Degli americani, che tanta parte hanno avuto nella narrativa del secolo, in America e fuori. E di Garcia Marquez, o Borges, in aggiunta ad Amado, che esaurisce il resto del mondo.  
Claudio Magris, Narrativa, Treccani pp. 168 € 10

mercoledì 22 novembre 2023

Meloni machista e sinistra sdentata - che senso ha

Lilli Gruber lunedì sera dice Meloni una machista correa delle nefandezze di cui è stata vittima Giulia Cecchettin. Martedì, avendo Meloni reagito con un instagram sorridente, le imbastisce un processo per leso diritto di cronaca. Un processo in absentia, con quattro accusatori, lei stessa, Caracciolo, Giannini, e Rosi Braidotti. Col meglio della peggiore “Repubblica”, e con una che in Olanda si fa chiamare professore, maschio. Buffo? Sconcio?
Il richiamo al diritto di cronaca si direbbe sconcio per un programma che non è giornalismo, ma spettacolino preserale con attori giornalisti. Ma è buffo perché, per quale pubblico lo spettacolino? Si direbbe per dissuadere, subliminalmente, la (ex) sinistra dall’andare a votare quando il paese chiama - perché scomodarsi, per Gruber? O è per alimentare una sinistra ormai incoercibilmente autoreferente, e sdentata?

Problemi di base - 777

spock
Si riducono i ghiacciai, crescono i fiumi – è il miracolo dell’acqua?
 
La popolazione diminuisce, le case aumentano?
 
Si fa una casa per ogni famiglia, posto che non ci sono èiù figli ma ci sono famiglie multiple?
 
È la crisi della famiglia o la sagra, si sposano tutti?
 
Si è cinici per sport, interesse, disperazione, moda?
 
Perché siamo curiosi invece che non?
 
spock@antiit.eu

I Palestinesi si volevano un ponte con l’Occidente

Un saggio dimenticato, anche oggi che più ce ne sarebbe bisogno, di fronte alla guerra infine scatenata dai Palestinesi contro Israele. Si dice dei Palestinesi che sono terroristi, ma questa è una guerra. I Palestinesi erano un altro mondo arabo, spiega Said, che guardava all’Europa, e quindi oggi si direbbe all’Occidente. Tanto più, si può aggiungere, che sono in parte cristiani. Ma che l’Occidente non ha considerato e non considera.
In un certo modo, Said anticipa anche la guerra. Se l’identificazione europeizzante è fallita, e anzi i Palestinesi sono stati frazionati, espropriati, dispersi, repressi, hanno però maturato una forte capacità di resistenza, e una identità forte di popolo, in patria e fuori. Ma il suo studio è più una storia dei Palestinesi, nel quadro del mondo arabo sotto gli Ottomani, e subito dopo, nel ventennio dei “mandati” tra le due guerre, che un’analisi del conflitto inevitabile con Israele. In particolare, la storia dell’ambizione palestinese tra le due guerre, dopo l’implosione dell’impero ottomano, di collegarsi, e collegare il mondo arabo, all’Europa. Di uscire dai “mandati”, dal semicolonialismo franco-britannico, come parte referente dell’Europa nel Medio Oriente arabo.
Indirettamente – Said non lo dice, ma il senso è questo – i Palestinesi erano l’unica popolazione araba, e comunità patriottica se non nazionale, in un mondo arabo tribalizzato, stabilizzata da secoli e moderna, acculturata. Siria, Iraq, Giordania, i principati della penisola arabica, e la Libia erano (e sono tuttora) creazione statali coloniali, o post-coloniali (mandati), paesi costituiti dal raggruppamento forzato di tribù più spesso ostili. L’Egitto, che col nasserismo, tra il 1955 e il 1970, ha cercato un ruolo di leadership del mondo arabo, se ne è sempre tenuto al riparo, prima e dopo Nasser. Il Maghreb, specie Algeria e Marocco, è arabo a metà, la vecchia identità berbera si va riaffermando.
Volendo teorizzare, è stato, è, come se l’Occidente non volesse ponti – Said non ne fa uno scontro con Israele, con le politiche israeliane, ma con l’Occidente. Non volesse un rapporto piano, pacifico, con l’area araba. La “questione” che lo studioso palestinese-americano documenta e spiega è la difficoltà, l’impossibilità, che i Palestinesi post-ottomani hanno avuto di spiegare all’Europa che l’anticolonialismo era una causa europea.   
Edward W. Said,
La questione palestinese, Il Saggiatore, pp. 318 € 22

martedì 21 novembre 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (544)

Giuseppe Leuzzi


Come finale del suo ultimo film, “The old Oak”, Ken Loach si concede una processione. Spettacolare e assemblante, la processione che tutti mescola, giovani e vecchi, ricchi e poveri, intonati e stonati, con la banda, i gagliardetti, le luminarie, i fuochi, è l’invidia dei registi del Nord. Loach se la fa civile, ma con la banda, i gagliardetti, la folla gioiosa. Anzi la fa precedere, nell’immaginario dello spettatore, dalla cattedrale normanna, che ha appena rappresentato ricca e imponente, sulla spenta città post-thatcheriana di Durham.
Una lezione di compartecipazione per i vescovi del papa Francesco, che odiano le processioni, rito superstizioso – c’è un rito non superstizioso?  
 
Commentando con Staglianò sul “Venerdì di Repubblica” il suo nuovo libro, “Una voce dal profondo”, sull’Italia dei terremoti, Rumiz rileva “del Sud Italia che ha bassissima coscienza di sé mentre è profondamente cosciente dei suoi difetti, a differenza di noi del Nord”.
 
L’arcivescovo di Potenza Ligorio, messo sotto accusa dalla famiglia Claps per un risarcimento rifiutato sulla fine di Elisa trent’anni fa, spiega, a proposito del sito della chiesa dove i resti della ragazza sono stati ritrovati: “Per cinque mesi, nrl 2007, parte della Trinità (la chiesa in questione,  n.d.r.) è stata sotto sequestro. La polizia poteva entrare e fare ogni tipo di attività investigativa”. Non vedere il delitto non è inconsueto – le mafie nascono da qeuesta indifferenza.
 
Sud in testa per la Tari, la tassa sui rifiuti urbani: 409 euro in Puglia per il nucleo familiare medio, contro i 320 della media nazionale. Seconda la Sicilia, con 396 euro. La città più cara è Catania, 594 euro (con un aumento di 90 euro in un solo anno). Seguita da Napoli, 491 euro, e Brindisi, 464. A  Brescia, una città grande due volte Brindisi, si pagano 195 euro, meno della metà. Il Sud è sempre più vittima di se stesso.
 
I pensionati sono più delle persone attive al Sud: i pensionati sono quest’anno esattamente sette milioni 209 mila, i lavoratori sei milioni 115 mila. È l’inzio della fine della questione meridionale? L’emigrazione non è bastata.
S’invera anche il Grande Sogno del Sud parco giochi. L’aria è buona, direbbe Profazio.
 
Se Napoli fosse rimasta industriale – 2
Le “truffe agli anziani”, informano le cronache, sollecitate dalla Polizia di fronte alla recrudescenza delle aggressionei, “sono in aumento esponenziale: al 31 agosto scorso, a livello nazionale, gli anziani vittime erano 21.924, più 28,9 per cento rispetto al dato relativo al medesimo periodo del 2022, quando erano stati 17.000”.
E sono gestite da Napoli. Nell’allarme della Polizia, specifica Frignani sul “Corriere della sera-Roma”, “si spiega chiaramente che a Napoli esiste un «centralino» dal quale partono le telefonate-trappole alle vittime in tutta Italia - migliaia quelle nella Capitale: chi cade nel tranello viene subito schedato e affidato ai truffatori sul campo che partono dal capoluogo campano su auto a noleggio. Sono le «pattuglie». Con telefonini intestati a extracomunitari sempre in contatto con il «centralino» per avere indicazioni su dove colpire”.
Le truffe sono di vario tipo, la casistica è sconfinata. Ultimamente sono entrate in azione giovani, gentili, false dìttoresse. Che in coppia s’introducono benevole nelle case prese di mira e mentre una accudisce la\lo sprovveduta\o con auscultazioni e prelievi di rito, la complice svaligia lo svaligiabile. Ma tutto coordinato, su informazioni, pare, e a effetto sicuro: l’organizzazione non va a canso, sa dove e come entrare e cosa cercare.
Solo a Roma le cronache registrano una serie fantasiosa di colpi. “Truffa milionaria ai Parioli: finto postino deruba la moglie 83nne dell'ex ambasciatore a Washington S alleo. Il bottino in gioielli e monete
”. “ Propongono contratti per luce e gas, poi rubano i dati dei clienti per acquisti". C’è chi si presenta come avvocato. Chi come  maresciallo dei carabinieri, in divisa.  Sembra fantacronaca, ma Napoli non cessa di stupire. Non punta sulla droga, un mercato già “fatto”, diffuso, esibito, del malessere , personale, familiare, generazionale, sociale. È l’invenzione di un mercato, imprenditoria pura. L’organizzazione delle truffe gli anziani nell’Italia ricca rimanda all’ipotesi: e se Napoli fosse rimasta – evoluta come – città industriale?

L’industria della copia, prima che emigrasse in Turchia, e poi nel Sud-Est asatico? O il lavoro à façon dei maestri sarti tagliatori, che creano di fatto, materialmente, tagliando e cucendo, i modelli haute couture, in gara al ribasso, a chi si fa pagare meno? O perché no l’avionica. E il digitale. O lo stesso abbigliamento, con marchi propri, Kiton, Yamamay, Fracomina, le scuole di Alta Sartoria. O la grande a varia agroindustria.  

Cosa manca? I capitali, si suole dire. Che però a Napoli non sono mancati e non mancano, né privati né pubblici. L’ideazione, la produzione, la commercializzazione, il marketing? Sono pratiche prettamente napoletane, saper fare e saper vendere – già a Roma la diferenza tra i (pochissimi) negozi napoletani e tutti gli altri è nettissima: si comprerebbe di tutto. O allora? Forse manca il bisogno, o il senso del bisogno. Allargato all’accumulazione, alla mentalità e all’ideologia dela crescita. Si esclude naturalmente, inopportuno, “scorretto”, il gusto della trasgressione. Della furbizia, per quanto possa essere controproducente, afflittiva..
 
Un’altra origine della mafia
Patrick Brydone, il letterato e naturalista scozzese cui si deve uno dei primi resoconti di viaggio in Sicilia, se non il primo, dà un quadro preciso di quella che sarà la mafia, la letteratura della mafia: il passaggio dei briganti al servizio della legge. Ospite a Messina del principe di Villafranca, governatore della città, gli viene spiegato che “la parte orientale dell’isola, chiamata Val Demoni”, il principe ha liberato dai briganti che la infestavano proponendosi “il loro dichiarato patrono e protettore”.  Alcuni indossano anche la livrea del principe, tutti sono comunque protetti.
A Brydone viene spie
gato che “in certi casi questi banditi si comportano come le persone più rispettabili dell’isola, ed hanno il concetto più alto e romantico di ciò che chiamano il loro punto d’onore”. E “per quanto criminali possano essere nei riguardi della società in generale, hanno sempre serbato la più incrollabile lealtà, tra di loro come anche verso qualsiasi persona a cui abbiano dato la loro parola”.

Non è tutto. “I magistrati sono stati psesso costretti a proteggerli e perfino a blandirli, data la fama di cui godono di gente disperata e pronta a tutto, e così vendicativa che ucciderebbero senza esitare chiunque li abbia in qualche modo provocati”. I magistrati, cioè “i provveditori dell’ordine pubblico”. E “d’altra parte non si è mai sentito dire che chi si sia messo sotto la loro protezione e abbia dimostrato di avere fiducia in loro abbia avut a pentirsi o abbia avuto torto un capello; al contrario, essi lo proteggerebbero contro qualsiasi soperchieria”.
Seguono vari aneddoti edificanti, sui banditi-servitori cui il principe e altri signori, massoni di condizione elevata come Brydone, con le commendizie, confidano i viaggiatori (lo scrittore naturalista aveva due compagni d’avventura) per il prosieguo, sulle Madonie e oltre. La guardie arnate, per i lunghi e accidentati percorsi a dorso di mulo, erano per lo più briganti convinti a passare a servizio, minacciosi d’aspetto e dai modi brutali, specie coi contadini e con ogni altro provveditore del necessario ai viaggiatori – dei grassatori.   
Questo nel 1770.
 
La compravendita dei paesi
Horace Rilliet, il medico svizzero che attraversò la Calabria nel 1852 accompagnando re Ferdinando II in visita, e la descrisse e disegnò in “Colonna mobile in Calabria” nel 1853, racconta in dettaglio la non rara condizione di Taverna, un paese che ha scoperto con le tele di Mattia Preti disseminate per la tante chiese: “Il viceré Alcalà, avendo bisogno di soldi, vendette Taverna nel 1629 al principe di Satriano. Contato il denaro, spediti i titoli, costui va a prendere possesso della città”. Che però non ne vuole sapere, di passare dal re, dal demanio, dallo Stato, in proprietà al principe. E Satriano “fu costretto a ritornarsene là da dove era venuto, imprecando, ma com sempre avviene, un po’ tardi”.
Non è feudalesimo, è peggio, Il feudatario aveva anche degli obblighi, il padrone assenteista non ne ha, solo diritti e sanzioni. È il delitto dei Borboni del Regno, specie in Calabria, che si vendevano e rivendevano come regione remota, rendendola sempre più poveri e quindi più remota, a sconto delle cambiali – le più numerose e cospicue “vendite” furono effettuate nel Cinque-Seicento, accompagnate da titoli nobiliari altisonanti, principati, ducati, a banchieri genovesi, Adorno, Grillo, Gagliardi, Spinelli, Grimaldi, Perrone, Serra, Ravaschieri, Paravagna, Saluzzo, 
e ad arricchiti  locali. Lo stesso rigetto di Taverna aveva avuto, tra i tanti, Tropea nel 1615, quando il viceré l’aveva venduta al principe di Scilla (poi tutti nobili a Tropea, ma questo è un altro discorso).

Lo svizzero Rilliet, naturalmente democratico benché al servizio del re Borbone, e benché fino ad allora, a metà narrazione-spedizione, allegro e distaccato, commenta l’aneddoto con improvvisa severità: “Questo modo di vendere le città ai signori feudali era d’uso corrente da parte dei viceré, che ne traevano vantaggi notevoli”. Era un mercato-ricatto continuo: “Essi concedevano ai comuni il diritto di riscattarsi dal potere dei loro signori per rientrare nel demanio reale. Questo riscatto si poteva fare solo a un prezzo esorbitante”. Il prezzo non scoraggiò molti comuni. E allora il mercato di fece ricchissimo: “La slealtà e l’avidità dei viceré si spines fino al punto che questi stessi comuni (quelli che si erano riscattati, n.d.r.) furono rivenduti di nuovo, all’antico signore o ad altri. Dopo due o tre riscatti simili i comuni si trovarono terribilmente rovinati, sfruttati fino all’ultima goccia di sangue”.
È finita? No. In dieci righe il buon medico deve denunciare tre inganni. “Questi esempi spaventarono gli altri comuni”, che preferirono lo status quo piuttosto che “servire da preda, nel contempo, al vicerè e ai baroni”. Finiva così il lauto mercato? Fu rilanciato da una, diremmo oggi, cauta liberalizzazione: “Diventando i riscatti sempre più rari, i viceré, per non perdere i vantaggi che il sistema aveva portato loro, rassicurarono i comuni con una legge in base alla quale, qualora un comune che si era riscattato fosse stato di nuovo venduto, esso sarebbe stato libero da ogni obbedienza si al viceré che al nuovo barone”. A fidarsi.


leuzzi@antiit.eu

Governi tecnici, democrazia, e gruppi di pressione

Sabino Cassese ha un riferimento apparentemente bizzarro a Mario Draghi nei ricordi confidati a Alessandra Sardoni (“Le strutture del potere”, libro-intervista), riferendosi al 1993, quando era ministro della Funzione Pubblica nel governo “tecnico” di Ciampi – Draghi era direttore generale del Tesoro e operava le privatizzazioni: “Voleva e ottenne autonomia di gestione del personale della sua Direzione e l’ottenne. Non col governo Ciampi, però. Io ero contrario, per evitare la balcanizzazione del ministero: ci riuscì successivamente con il governo Berlusconi. Prova della sua perseveranza”.
Il riferimento è bizzarro in due modi. Uno è che Cassese non lo dice ma fa capire che Draghi era e voleva essere il dominus  incontestato delle privatizzazioni.
Cassese con Ciampi è l’esempio che i governi “tecnici” possono essere più politici di quelli eletti – più rispettosi del bene comune. E tuttavia, anche in casi virtuosi come quello Ciampi, il governo è tecnico solo in Italia, fra tutti i paesi del G 7. E anche fuori del G 7, nei paesi di cui si riesce ad avere contezza. È solo in Italia, si può dire, che il governo esula dal voto. Da qui l’esigenza, ricorrente in Italia ormai da trent’anni, di ancorarlo al voto. Di Craxi, D’Alema e Renzi a sinistra (Renzi che fu al centro di un decennio “tecnico”), e ora di Meloni a destra.
La democrazia è parlamentare. Lo è dove ci sono le costituzioni (Stati Uniti, Germania, Spagna, in qualche misura anche la Francia) e dove non ci sono (Gran Bretagna). Anche in Italia la costituzione è parlamentare, ma solo formalmente: di parlamentari eterodiretti (al tempo delle correnti personali e del centralismo democratico), o che, da qualche anno, abdicano alle proprie funzioni  “per la pagnotta” – i cinque anni di indennità parlamentare, e poi il vitalizio. Espressione di partiti a loro volta eterodiretti. Da media di proprietà finanziaria o industriale. Cioè da gruppi di pressione, la vecchia categoria della sociologia politica individuata nel 1960 a Ginevra da Jean Meynaud.
Un condizionamento ridicolo, tanto è assurdo, è quello degli esami continui del governo italiano a opera della burocrazia di Bruxelles. Ma imbattibile: i media lo ripropongono minuzioso, quotidiano, orario. Unico caso in tutta la Unione Europea. È il condizionamento del “vincolo esterno”: l’Italia non si sa governare, l’Europa la costringerà a farlo. Ma l’ideologia del “vincolo esterno” dobbiamo ai “tecnici”, Draghi e anche Ciampi.   

Weinstein re degli Oscar, anche italiani

Con Harvey Weinstein la Miramax esercitò una sorta di dittatura sugli Oscar, con 238 candidature e 68 premi. Compresi gli ultimi Oscar italiani, “Nuovo Cinema Paradiso”,  “Mediterraneo”, “La vita è bella” e “La grande bellezza”, di cui Miramax aveva preso la distribuzione negli Usa e in altri paesi.
La Miramax aveva un sistema accurato di “follow up” dei cinquemila, allora, giurati degli Oscar. Secondo quanto appurò Vittorio Cecchi Gori, quando tentò, in società con Berlusconi, la strada di Hollywood con la Penta America, che creò nel 1991. Un sistema perfezionato dopo il 1993, quando Miramax cominciò a poter contare sui mezzi finanziari e le reti del suo nuovo socio di maggioranza, la Walt Disney. Penta America Cecchi Gori aveva affidato a Valerio Riva, suo ascoltato consigliere, che soleva meravigliarsi della potenza di Miramax, e della sessuomania spinta di alcuni produttori di Hollywood, quasi uno status symbol.
Miramax oggi è anch’essa degli arabi peninsulari, del Qatar esattamente. Rilevata da Nasser el Khelaify, quello del Paris Saint-Germain, della Lega europea del calcio, Eca, e dell’Inter Miami di Messi. Nonché di mezza Sardegna, avendo rilevato gli investimenti dell’Aga Khan, e del Centro Direzionale di Milano, l’area urbana europea probabilmente di maggiore valore. Gestore degli investimenti dell’emiro del Qatar Al-Thani, di cui è ministro fiduciario.

Il parto cesareo del #metoo

Il film voluto da Brad Pitt sulla difficile denuncia delle violenze sessuali, a partire da Harvey Weinstein, il produttore di cinema più premiato agli Oscar che si presentava nudo a qualsiasi donna con cui avesse un contatto diretto. Due giornaliste del “New York Times”, Jodi Kantor e Megan Twohey, provano ad approfondire i primi indizi, contro la difficoltà delle vittime a parlare, a distanza di tempo, e contro la difesa anticipata di Einstein. Finché, saputo che il settimanale “New Yorker” segue la stessa pista, col giornalista Ronan Farrow, l’inchiesta accelera, e il 5 ottobre 2017 lo scandalo esplode – il “New Yorker” seguirà il 10 ottobre, con testimonianze di maggior peso, attrici famose. È l’inizio del movimento #metoo, da cui il titolo del film.
A contrappeso, nel racconto lungo due ore, le giornaliste sono vezzeggiate da mariti affettuosi, che accudiscono i bambini, e da un direttore e un redattore capo che le stimolano quando hanno dei dubbi. Il maggior ostacolo alla denuncia, in realtà, era il regime di accordi transattivi che Weinstein concludeva con le prede che gli si ribellavano – qualcosa di simile ai pagamenti rateali che Berlusconi aveva disposto, senza passare per gli avvocati, a favore delle “olgettine”. Il vero atto d’accusa, oltre che naturalmente contro Weinstein, avrebbe dovuto essere contro la pratica americana degli avvocati a percentuale (nelle transazioni per violenza sessuale perfino del 40 per cento della somma liquidata), uno strapotere che tiene il posto della giustizia negli Stati Uniti.
Maria Schrader, Anche io, Sky Cinema e Now

lunedì 20 novembre 2023

Week end di sport - che senso ha

La Fia di Mohammed ben Sulayem, imprenditore di Abu Dhabi, pernalizza a Los Angeles Sainz della Ferrari per avere cambiato un pezzo rovinato da un tombino difettoso del circuito. E Leclerc della stessa Ferrari, in corsa per la vittoria, con la safety car. Non per caso, cioè: Ferrari non doveva arrivare seconda nella classifica costruttori. Che sport è, la Mercedes paga di più?
La Wada, agenzia mondiale antidoping, che ha falsificato un’analisi antidoping a carico del marciatore Schwazer per tenerlo fuori da due Olimpiadi, Rio e Tokyo, cambia le sue regole per impedire allo stesso Schwazer, ormai quasi quarantenne, di partecipare all’Olimpiade di Parigi l’estate prossima. Che senso ha?
I club di calcio inglesi barano sui bilanci. Anche quelli di sceicchi e boiardi, il Chelsea quando era di Abramovic, il Manchester City del principe di Abu Dhabi Mansur Zayd el Nahyan. Sono “sotto inchiesta” da anni: il Manchester City “per 115 presunte violazioni di carattere finanziario”, il Chelsea “sugli anni di gestione di Roman Abramovic” – al quale il club è stato sottratto quasi due anni fa. Che senso ha – non hanno pagato abbastanza?

Il delitto è sempre bizzarro

Oberato da un nome compromettente – il nonno Baldur fu capo della Gioventù Hitleriana e Gauleiter di Vienna, condannato a vent’anni a Norimberga – lo scrittore ha fatto per molti anni l’avvocato penalista, con “oltre 800 cause” a difesa, specie di immigrati e altri marginali, o in casi d’inconsulta violenza. È da un dozzina d’anni lo scrittore di maggiore successo nelle graduatorie dello “Spiegel”, il settimanale progressista. Per la prosa spoglia e incalzante. Autore di romanzi, ma soprattutto di racconti come in questa raccolta (anche i romanzi sono in realtà racconti lunghi). Di casi che potrebbero essere reali, realmente avvenuti, ma tutti per qualche verso bizzarri, eccezionali.  Casi anche di grandi violenze, al limite dell’inspiegabile, ma tutti alleviati, se non dal lieto fine, da una coinvolgente pietas.
Una qualità non minore dei racconti è la parte procedurale, l’inquadramento europeo continentale delle procedure, d’inchiesta e processuali, che non hanno nulla a che vedere con quelle cui il lettore/spettatore è aduso, anglo-americane.
Ferdinand von Schirach, Un colpo di vento
, Longanesi, pp. 237 € 12

domenica 19 novembre 2023

Ombre - 694

“La crescita è ferma. I tassi ai massimi bloccano il credito e frenano consumi e investimenti”. Cioè? Una non notizia, poche righe, soltanto sul “Sole 24 Ore”, come non detto.
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“Coltivate l’ignoranza” è il cartello con cui i radicali, ora + Europa, hanno sfidato Coldiretti in piazza Montecitorio sulla chimica dell’alimentazione. Una provocazione che, avendo vissuto la bistecca sintetica mezzo secolo fa, mette i brividi. La proteina da petrolio, messa a punto dalla Bp, la prima o la seconda compagnia petrolifera mondiale, orgoglio dell’Inghilterra, Cambridge e Oxford unite nel sapere, che risolse in una fabbrica mai aperta e un porto scavato e abbandonato a Saline Joniche, pagati dallo Stato italiano. Ignorante a chi?
 
Ha la parola al Tg 5 sabato una donna che si professa capo dei coloni israeliani in Cisgiordania, tipa tosta che dice i Palestinesi usurpatori della “nostra terra”. Una che ammazza ogni giorno una decina di palestinesi,  per mano dei suoi consoci o dell’esercito israeliano che si esercita al tiro a segno. Arrogante, sghignazzante. Intervista complice, con risate a raffica. Da gelare.
 
Roma, città fra le più sporche, paga in media una Tari di 378 euro per nucleo familiare, contro la media di 320 in tutta Italia. La Tari è una tassa, e Roma Capitale, benché indebitatissima sempre, è spendacciona, ha molti impiegati, netturbini, vigili urbani eccetera da mantenere. Ma che trattamento viene fatto dei rifiuti?
 
Dalla brexit a Indi. A parte l’aloofness britannica, rispetto a un ospedale italiano poi, figurarsi, ma la bambina è morta per una serie di manovre errate all’ospedale della buona morte dove l’hanno ristretta. Estubandola, le hanno staccato il sondino per l’alimentazione. Hanno tentato di rimetterlo. Ma per farlo servivano i raggi X e i raggi X non c’erano. Poi hanno cercato di far firmare ai genitori una liberatoria.
 
A parte la disonestà, una volta la nurse inglese era la perfezione. Diranno che la professione è in decadenza dacché l’Inghilterra è governata dai pakistani? Peccato che ci sia andata di mezzo una bambina, la vicenda è una esibizione involontaria di stupidità, la superbia del vecchio impero.
                                          
Grillo, ideatore, fondatore e capo sciamanico dei 5 Stelle, va da Fazio, si fa un panegirico, coadiuvato, e deride la donna stuprata dal figlio. Ma non sono progressisti? O sono terze (quinte?) colonne? Anche la rete, Nove o che cos’è. E Fazio, innocente?
 
Grillo attacca Conte e allora si dice quello che non si è mai detto in cinque-sei anni: “C’eravamo tanto detestati. Il Commodoro e l’Avvocato, un feeling mai nato. Il Garante diffida da sempre dell’ex premier. Che ricambia”. Sì, ma Conte chi è, come “nasce”? Chi lo ha indicato al confusissimo Mattarella  per fare il governo?
 
Il governo del 2018 rimane un mistero, anche se ancora non se ne può parlare: Conte, Cottarelli, Conte, in poche ore, chi e come li segnalava al Quirinale, e perché poteva segnalarli? Per quali meriti politici? Come fare senatore un cavallo – non il proprio, uno che passa per strada.  
 
Israele rilancia sui media l’“agente Bar”, il direttore dello Shin Bet, il servizio segreto interno. Lo stesso che non seppe nulla del 7 ottobre, roba da corte marziale.
 
Israele è in guerra, ed è giusta ogni forma di ricompattamento. Ma è curioso che in un paese democratico, la condanna di Netanyahu, dei suoi ministri, dei suoi servizi, unanime (da “Haaretz” e “Maariv”, i giornali più accreditati, al tabloide “Yedioth Aharonoth”, il più venduto, al venerando “The Jerusalem Post” in lingua inglese, al tabloide gratuito “Israel Hayom”), non abbia avuto nessun effetto: hanno condannato Netanyahu un mese e mezzo fa, e niente.
 
La Commissione Europea mette una tassa sul transshipment,l’obbigo per gli armatori di pagare in certificati verdi (Ets) l’inquinamento prodotto, col solo effetto di colpire lo scalo di Gioia Tauro, favorendo gli scali concorrenti ma, per fortuna loro, non europei, Porto Said e Tangeri. A Bruxelles, dove tutti hanno voce, non c’è mai un italiano che sappia dire le cose come stanno?
La vice-presidente del Parlamento Europeo, Picierno, Pd, già deputata per due legislature, quindi politica navigata, non sapeva o non capiva? Ancora l’Italietta democristiana che naviga sott’acqua, per farsi perdonare il fascismo arrogante, dopo ottant’anni? O è l’Italietta che si contrabbanda per i favori agli amici?

Poirot o la gloria delle serie tv inglesi

Il primo Poirot è il primo romanzo poliziesco di Agatha Christie, 1916, che dunque dall’inzio si era indirizzata verso la “serie”, il personaggio ricorrente. Al modo già nobilitato da Conan Doyle, e prima ancora da E. A . Poe. Notevole che abbia deciso di farlo belga, per patriottismo. Se ne spiega qui la ragione: Poirot è un signore belga di qualche reputazione che l’invasione tedesca, con la conseguente guerra di trincea, ha costretto a rifugiarsi in Inghilterra.
La trasposizione in tv di questo primo Poirot, la prima della serie poi fortunata, o una delle prime (Poirot vive in una periferia, in un casa abbandonata, con altri coetanei belgi, con i quali passa le giornate esercitando l’inglese, provandoci), mostra come esibendoli gli ingredienti insuperati del film tv all’inglese – ripetuti poi con Miss Marple, Barnaby, Morse, “Downton Abbey”  e ora “The Crown”: esterni d’epoca accurati, in ambienti tipicizzati, interni per qualche aspetto sempre interessanti (sontuosi, misteriosi, luminosi, cupi, amplissimi – ricorrenti le ambientazioni Novecento, lo stile italiano anni 1920-1930, in Italia aborrito - o minimi), parte anch’essi della narrazione. Colori “naturali”. E interpreti di formazione teatrale, in grado di caratterizzare ogni personaggio, anche in ruoli marginali (concorrono all’ambientazione)
Ross Devenish, Poirot a Styles Court, Top Crime