mercoledì 30 aprile 2025
L’Italia a piccole tappe, lente e minuziose
Si parte con acrimonia
contro il viaggiare. Ma poi si viaggia con interesse, e anche con ilarità. In Romagna
e Centro Italia un po’, da Peretola a Civitavecchia, Viterbo, Ferento, Baccano.
Anagni, Casamari. E poi giù, per due terzi della raccolta: Capua, la Puglia in
lungo e in alrgo, Padre Pio compreso, Potenza, Metaponto, molta Calabria anche,
nint e Napoli, e poche pagine, svogliate, su Palermo e Caltanissetta. Una raccolta
del 1940, di cronache e corrispondenze dal 1925 al 1931.
martedì 29 aprile 2025
Cronache dell’altro mondo – immobiliaristiche (337)
Atteggiamenti e politiche sorprendono, ma Trump è fondamentalmente un
immobiliarista: “L’architettura può non essere la prima cosa che viene in mente
pensando a Donald Trump”, e invece, “dopo tutto, dalle tariffe alle deportazioni
agli attacchi alle università e alla deregulation ambientale, non c’è una
sola azione da lui intrapresa come presidente che non riguardi l’architettura”.
“Nella prima presidenza si concentrò sulle guerre culturali. Tra esse il
decreto del 2020 per la “promozione di belle architetture civiche federali”. E anhe l’opposizione al Trump 1.0 si mosse su
terreni estetici piutosto che politici. Questa volta è più utile guardare a Trump
come a un presidente anti-architetturale”.
(“The Nation”)
Qualcosa di simile all’“abusivismo di necessità”, che la sinistra in
Italia teorizzava negli anni 1980?
Ma qualcosa di buono il papa ha fatto
“Bisogna restituire la Chiesa ai cattolici”, il cardinale Ruini, 94 anni,
è sempre lucido: contro “il paradosso per cui favorevoli a Francesco sono per
lo più i laici mente contrari sono spesso i credenti”. Lo è stato da vicario di
Roma per vent’anni, e continua a prenderci: “Le istituzioni sono in parte
destrutturate perché Bergoglio le voleva purificare”. Ma non se ne è occupato, la
cosa lo deprimeva: papa Francesco era incostante, l’amministrazione non gli
interessava - non la praticava e non la delegava.
La chiesa, si sa, è sempre quella del Concilio, con tutti i papi che si sono succeduti. Papa Francesco, di suo, è la chiesa DEI, diversità, equità, inclusione. E poco
altro, non di buono. Le scarpacce, la macchina scassata, le esibizioni di scarpacce e macchina scassata, le nomine assurde,
Immacolata Chaouqui, mons. Balda, boccacceschi minori, Pignatone giudice, uno che
condanna senza motivazione, la guerra gossippara ai cardinali – Bertone, Becciu,
non si sa ancora di quale delitto rei. I troppi cardinali senza storia, e senza
funzione. La troppa, quotidiana, eccessiva, fastidiosa invasione dei media, come nessun altro influencer. Ma
su un punto ha capito l’andazzo e non ha transatto: gli ospedali romani.
Gli stessi interessi “milanesi” (Bazoli, Rotelli, Corriere della sera) che si erano presi il San Raffaele, forse
il miglior ospedale italiano, per quattro soldi, dopo avere aggredito, coi
buoni uffici della Procura di Milano, il fondatore e gestore don Verzé, volevano
a Roma per un euro simbolico altri due ospedali para-vaticani, l’Idi e il
Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina. Sempre per la solfa che erano gestiti
male. Con Francesco non ha attaccato: ha liquidato Bertone, il fautore della “privatizzazione”,
parola magica, e l’Idi ha lasciato all’ordine che lo ha fondato e gestisce, tuttora
prospero, il Fatebenefratelli ha passato al Gemelli.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (591)
Giuseppe Leuzzi
“Un luogo non è
mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo,
senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati”,
Antonio Tabucchi, “Viaggi e altri viaggi”. Ciò spiega perché non si è mai
veramente emigrati: il radicamento sta al di fuori di noi.
“Le grandi
aristocrazie del Meridione d’Italia, e quella siciliana in particolare, in
assenza di una corte residente, che fra gli attributi della fons honorum
avrebbe avuto anche la titolarità per stabilire precedenze e supremazie, si
reputavano generalmente superiori a chicchessia” – Gioacchino Lanza Tomasi,
“Lampedusa e la Spagna”. Precedenze e supremazia la sola regola. E quindi
l’anarchia, per mancanza di un re.
Lanza Tomasi dice
questa aristocrazia autoreferente poca cosa: “Ne derivava questa gustosa
aneddotica da circolo dei nobili che nell’«osservatore esterno» non mancava di
sollevare qualche sorriso”. Un’aristocrazia da circolo, dei nullafacenti. Di
cui, ridotta a circolo borghese, piccolo borghese, degli sfaccendati,
diventeranno esegeti, bonari, e registi Sciascia e, più ancora, Camilleri.
“Il Sud è così ignorante”,
scriveva Gramsci dal carcere, “che ha bisogno di essere educato, e questa
educazione può essere fatta solo da intellettuali organici”. Cioè da funzionari
di partito. Ma anche loro non hanno funzionato granché. Il Sud stanca.
“Civitavecchia ha un colore e
un sapore di così accentuata meridionalità che non si potrebbe spiegare
altrimenti che col mare: quel Mediterraneo orlato di palmizi che già a Marsiglia
ti fa dire: «ecco Napoli»! Quegli storini colorati alle finestre…. E il caffè
della Mammanona, dove senti Zena, e senti Napule, e Catànea senti!”
Nel tanto “colore” di cui si
sovraccarica il Sud, questo di Antonio Baldini (“L’Italia di Bonincontro”, 67)
ha qualche originalità: il Sud è mare, anche se non lo sa.
La donna lombarda è piemontese e fiorentina
La
donna lombarda della canzone è ancora quella di Costantino Nigra, altre ricerche
non sono state fatte. Basandosi su Paolo Diacono e Gregorio di Tours, Nigra ne
fa una canzone del V secolo, per la regina longobarda Rosmunda, che avvelenò il
marito, istigata da Longino, il prefetto bizantino, il nemico – suo amante?
Caterina Bueno non era d’accordo, ma non ha stimolato altri studi. Nigra è
piemontese, Caterina fiorentina.
Manzoni
ha una “donna lombarda”, nel romanzo. Nell’episodio della madre di Cecilia, la
bambina morta di peste, al cap. XXXIV. Alla quale attribuisce “quella bellezza,
molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo”. Che non sembra,
la “donna lombarda” è invece minuta, la pelle opaca, senza riflessi, e svelta –
celtica, di palude.
Se
è la Rosmunda di Nigra, quella di Paolo Diacono, sarebbe anche temibile – il
che non sembra. Nella Historia Longobardorum di Diacono Rosmunda, figlia
del re dei Gepidi (l’antica Pannonia), sottomessa come sposa dal re dei
Longobardi Alboino, in quanto trofeo di guerra, organizzò la congiura che nel
572 uccise Alboino, e provò a fare re l’amante Elmichi. Il piano non riuscì e i
due si salvarono a Ravenna, sotto la protezione bizantina – accordata anche in
virtù del tesoro longobardo, della parte del tesoro che i fuggiaschi erano
riusciti a trafugare.
Ma
neanche a Ravenna Rosmunda smise le pratiche di femme fatale. Sposò regolarmente Elmichi. E poi tentò di avvelenarlo. Elmichi se
ne accorse e costrinse lei a bere, minacciandola con la spada, la coppa avvelenata.
Le essenze, un
miraggio
Antonio Bismarck Baldini,
conte romagnolo di Roma, letterato col gusto dell’elzeviro, sul quale innesterà
molti “buon’incontri”, con persone, memorie e cose, creatore della “Ronda” letteraria,
con Cardarelli, Bacchelli, Barilli, Cecchi, padre di Gabriele, cultore emerito
della romanità, intesa quale indolenza, creatore di Michelaccio e Rugantino,
amava anche viaggiare e scriverne. La raccolta “Italia di Bonincontro” chiudeva
nel 1940 con un testo del 1925, in giro per la Calabria. Culminato a Reggio con
la visita alla R. Stazione Sperimentale delle Essenze e dei Derivati dagli Agrumi,
istituita nel 1920, col concorso dello Stato, dalla Camera di Commercio di
Reggio e dalla Camera Agrumaria di Messina. Ed è, un secolo fa, qualcosa di
nemmeno immaginabile nella Reggio di oggi: un paradiso, una promessa di
paradiso, produttivo e commerciale, una miniera, verde – la “transizione”, il
grande “mercato” di oggi, già ampiamente fatta.
Nei laboratori Baldini padre
si aggira estasiato “in piena canzone di Mignon: con le essenze nobilissime del
gelsomino, del mughetto, della rosa, della violetta, della giunchiglia, dell’iris,
della tuberosa, del giacinto”. Con i fiori degli agrumi, arancio dolce,
mandarino, cedro, “l’essenza dell’agnocasto”, e il bergamotto. Essenze trattate
con i sistemi chimici più aggiornati, per “distillazione e strizzamento” o con
“solventi volatili a freddo”. A scopi commerciali, per un mercato
internazionale. Con tutte le specie di erbe aromatiche comuni: l’essenza di
finocchio, l’erba janca o artemisia, “l’assenzio degli antichi
farmacisti locali”, la menta, l’origano, la nepitella, la salvia, la lavanda,
il timo sepillo, il rosmarino, l’eucalipto. E il neroli e il petit-grain
che si estraggono “dai fiori freschi e dai frutti immaturi del melangolo, soavissimi
fra tutti”.
“Lo scopo della R. Stazione
Sperimentale è non solo quello di contribuire, mediante analisi, prove,
esperimenti, pubblicazioni, consigli allo studio di tutti i problemi riguardanti
la produzione delle essenze e dei derivati dagli agrumi, di denunciare i prodotti
sofisticati, e illuminare i consumatori…. Anche di sfruttare largamente la
flora spontanea atta a fornire materia per l’industria dei profumi, dei
liquori, dei medicinali, e di promuovere e indirizzare sul luogo nuove
coltivazioni di piante da fiori, da fronda, da legno, da frutta, per qualunque
varietà utilizzabile, a maggior incremento della ricchezza locale, regionale e
nazionale”. Con laboratori di analisi, e campi di sperimentazione, uno sopra
Reggio e uno a Santo Stefano d’Aspromonte. Oggi l’istituto si occupa, poco, del
solo bergamotto.
Molte sostanze chimiche hanno
sostituito le essenze base. Ma non si è nemmeno tentato di trovare e dare nuove
applicazioni e usi alle essenze naturali. Semplicemente, finita la rendita di
posizione, tutto è stato abbandonato.
Cronache della differenza: Milano
“Questa
nuova Milano non la riconosco più”, dice Calbi, che a Parigi dirige l’Istituto
italiano, a Montefiori, sul “Corriere della sera”: “Mi sembra un luna park del
lusso e dell’architettura sciapa”.
Grand commis della cultura, direttore
di teatri a Milano, Roma (Eliseo, Argentina), Siracusa (Inda), Calbi fa anche
il confronto: “Milano è una città usata, Roma è vissuta”. E intende: “I romani
sanno tutto di ogni via, di ogni chiesa”. Milano come città di profughi,
temporanei, anche se permanenti?
È
una città ricca, si sa, ma forse superricca. Ha 115 mila milionari, oltre uno
su dieci abitanti, e 7 miliardari. La città europea che ne ha di più, dopo
Parigi e Londra – che però hanno superficie e popolazione cinque-sei volte
quelle di Milano. Produce pro capite quasi il doppio della media italiana, 63
mila euro nel 2023 la provincia o città metropolitana, 66 mila la sola città,
contro la media nazionale di 39 mila euro. Cui bono?
Nel
particolare stato di diritto che è Milano, della sopraffazione, la Lega
s’impossessa di mezze banche italiane – e mette in gabbia le altre che le
sfuggono, Unicredit e forse Intesa. Con questa filosofia – dixit Giorgetti: “Invidio l’idea virile
d’interesse nazionale degli Usa”.
La
signorilità di Milano è sempre del “ce l’ho più duro”.
Non
si parla spesso, o altrimenti poco, delle mafie milanesi, p.es. le “curve”
dell’Inter e del Milan, con assassinii,
droga, bagarinaggio e parcheggi. Né dello spionaggio Equalize. Se non quando si
può imputare il tutto a un calabrese, a un siciliano. Si prenda questa
“inchiesta” di Ferrarella, il cronista giudiziario principe del “Corriere della
sera”
https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/25_aprile_15/equalize-la-ndrangheta-e-la-maxi-estorsione-fallita-ai-costruttori-arrestato-il-re-del-superbonus-lorenzo-sbraccia-c692a5ed-61cc-4e6a-8c88-d21cc0fd4xlk.shtml
Non
si capisce nulla come al solito, ma il titolo è chiaro: Equalize, “curve”,
superbonus-truffa? Tutto ‘ndrangheta.
“Milano
è il luogo del potere, e manca un po’ di libertà”. Sandro Ferri, l’editore di
e\o, spiega così la scelta cinquant’anni fa di avviare la casa editrice a Roma.
Incassa
senza farsi problemi l’entrata nella top ten delle città più stressanti
al mondo – dietro Zurigo, ma pur sempre all’ottavo posto. Per il
sovraffollamento (troppi “turisti”, per fiere e affari) e l’insicurezza (è già
tanto, ma non si dice, che capeggia la classifica italiana delle città
“insicure e pericolose”, 70 reati per mille abitanti). E per l’inquinamento acustico, e il traffico –
compresa la difficoltà di parcheggio.
Ma non si nasconde, troppe le
magagne: le trame, anche omicide, attorno a Inter e Milano, e ora i “compagni
di merende” all’ombra del “Salva Milano”, la legge speciale – l’idea stessa di
una legge speciale.
Non può non riconoscere i mali
passi, per esempio il sindaco Sala, ma si autoassolve. Ammirevole – è una
ricetta talmente semplice: non scusarsi, non maciullarsi.
La napoletana Matilde Serao
pubblicò il romanzo “La conquista di Roma”, una sorta di prima pietra dell’abc
della capitale città dell’indifferenza, a Firenze, già nel 1885, con la casa
editrice Barbèra. Il “Corriere della sera” ne fece il feuilleton dell’estate, a puntate. C’era già la capitale morale.
A un certo punto, nota
Ulderico Nisticò nella “Controstoria delle Calabrie”, “Guardia, che si chiamava
da sempre dei Lombardi, preferì, con maggiore esattezza, Piemontese”.
Guardia Lombardi è rimasto in
Irpinia, sotto il monte Cerreto. Molti Lombardi ricorrono nei cognomi e anche
nei toponimi, un tempo si emigrava da Nord a Sud, i lombardi erano apprezzati
scalpellini e muratori.
Sei mesi di traccheggiamenti e
zàcchete, appena Milano ha potuto arrestare un calabrese, naturalmente
‘ndrangheststa, l’inchiesta finalmente si muove, quella sullo spionaggio
elettronico. Nei sette mesi non si è trovato il tempo nemmeno d’interrogare il
fondatore, padrone e animatore dell’azienda di spionaggio, gisto incolpare i
suoi affidatari, un ex commissario di polizia, poi felicemente morto, e un
tecnico informatico.
Gli inquirenti di Equalize
erano disperati? Dovevano arrestare il padrone della ditta? Ma ecco emergere
nelle intercettazioni Annunziatino Romeo, un “pentito di ‘ndrangheta”, e
l’incastro è perfetto, altri sei mesi di farniente. Questo Romeo deve avere sui
sessant’anni - è quello che aveva dato la dritta per liberare la signora
Sgarella, un sequestro degli anni 1990. E deve vivere isolato, con altra
identità. L’ipocrisia fa bene agli affari? Le chiavi del successo devono essere
molte, ma l’autoassoluzione ne è il fondamento.
Tutto l’opposto della
Calabria, del Sud, specie in questi ultimi trent’anni, del tuttomafia.
Non si capisce niente dalle cronache dei delitti della
“curva Inter”, che hanno registrato un paio di assassinii, e un grosso giro di
denaro. Se non che è una questione di mafia, di ‘ndrangheta. Perché uno degli
assassinati è un Bellocco di Rosarno, dove i Bellocco non contano niente. E
l’ambrosiano Boiocchi, “legato alle cosche calabresi della «faida delle
Preserre»”. Le Preserre? Ma, poi, anche su questo fronte si smette presto.
Milano Camilla Cederna la voleva incostante, frou-frou.
leuzzi@antiit.eu
Sciuscià conquista New York
Come finire da Napoli,
impoverita senza più gli “americani”, orfani di guerra, vivendo di espedienti,
a New York. Passeggeri clandestini ma non proprio. E in America salvare una sorella
che si proclama orgogliosa assassina dell’amante fedifrago violento. Un movimento
nazionale suscitando, femminista e non solo, contro gli uomini violenti. Salvati
dalla fame e dal suicidio da ragazzini neri. Cullati da una inattesa coppia
senza figli, in una grande casa.
Un film sulla grande migrazione,
povera, di massa, italiana. C’è anche chi muore, di stenti e di disperazione,
durante il viaggio, nelle stie del transatlantico. Verso un paese che faceva,
allora, dell’accoglienza la sua cifra. A periodi alterni – la sorella assassina
conquista la giuria quando il suo avvocato legge in aula gli orridi dibattiti
parlamentari sugli immigrati italiani cinquant’anni prima. Ma senza enfasi, e senza la politica.
Una favola “dal vero”,
pare, rimasta nella penna di Pinelli, che l’aveva scritta per Fellini. Raccontata
da Salvatores in due ore di triste-allegra commedia. Un po’ come in “Mediterraneo”:
clima disteso nella tragedia. Con ruoli misurati, soprattutto quelli – tanti – comici.
Qui soprattutto un altro inverosimile Favino, che a questo punto è il mago Brachetti
della recitazione italiana.
Gabriele Salvatores, Napoli New York, Sky
Cinema
lunedì 28 aprile 2025
Ombre - 772
Partenza mesta
del risiko bancario con l’Ops Unicredit su Bpm. In Italia niente è mai “rivoluzionario”
e “decisivo”. Ma in questo caso è il governo, un governo di coalizione, di “convergenze
parallele” per definizione, che per quanto diviso e in concorrenza fa l’inverosimile:
occupa il campo di gioco.
Un partito
si prende mezzo mondo bancario, Monte dei Paschi, Mediobanca, Bpm, con contorno
di Generali, e nessuno dice niente. I baluardi del mercato tacciono, “Il Sole 24
Ore”, “la Repubblica”, il “Corriere della sera”. E non solo si prende mezzo mondo
bancario, mette i bastoni fra le ruote ai concorrenti, oggi Unicredit domani
Intesa. D’arbitrio. Illegalmente. E niente, silenzio.
L’onesto de
Bortoli non può fare a meno di rilevarlo, ma lo relegano a un supplemento. E lui
stesso si cautela, distingue, chiede scusa. La Lega, che non ha voti, ha tanti
giornali – editori, affari?
“Mi hanno
premiato dopo 55 film”, con il Davide di Donatello alla carriera. È amaro
Pupi Avati, 87 anni: “Cade un Muro. Prima mi ignoravano perché sono sempre
stato un liberale”. Come non detto – c’è censura in Italia?
Giganteggia
il cardinale Re, m. 1,90, 91 anni, agile e forte per due ore di cerimonia, voce
sonora, omelia concisa e significante, concetti semplici e filati, dotto figlio
di contadini. Lo specchio di un papa vero, che però non può essere: il papato è
regolato dall’anagrafe.
Sembra
l’ultima eccentricità di papa Bergoglio quella di farsi seppellire fuori dal
Vaticano, costringendo i venerabili cardinali a una cerimonia interminabile,
con corteo infine a Santa Maria Maggiore. Ma poi ci si ricorda che la basilica
sta dietro l’Ambasciata a Roma dell’Argentina.
Si sa
solo per caso che la moglie di Trump è cattolica, e che Trump quindi è venuto a
Roma, per poche ore, compreso il giro di golf, per compiacere la moglie. L’odio
contro Trump è totale? C’è una fede unica nei media – una volta si sarebbe
detto nel giornalismo?
Unici assenti
al funerale del papa gli olandesi. Che si giustificano – avevamo un altro
impegno. Ma poi si scopre che non sono venuti mai, a nessuno dei funerali
mediatici, quelli degli ultimi cinquant’anni, Paolo VI, Giovanni XXIII, i due Giovanni
Paolo, Benedetto. L’ipocrisia si sarebbe detta cattolica, ma la protestante non
è da meno.
Il ministro
Giorgetti dopo il no all’Ops Unicredit su Bpm: “Invidio l’idea virile di interesse
nazionale degli Usa!”. Vorrebbe decidere lui che cosa un’azienda può o non può
fare. Singolare. Ma più singolare ancora è che Giorgetti dia Mps in mano a Caltagirone,
con Mediobanca e Generali. Assurdo, no?
Si scopre
in morte che combatteva per la Russia il figlio di un’alta dirigente Cia. Una
scelta personale, certo. Ma “un dettaglio incredibile”, nota la corrispondente Usa
del “Corriere della sera”, Viviana Mazza, “è che gli ucraini forse inconsapevolmente
hanno eliminato il figlio di un’alta funzionaria dell’intelligence Usa
utilizzando per ucciderlo informazioni fornite dalla stessa Cia”.
“Conte,
quando era premier, lo confuse con l’8 settembre”, nota il 25 aprile Gramellini.
Confuse il 25 aprile con l’8 settembre. Conte, il leader inverosimile dei
grillini, col doppiopetto in piazza.
.
“Vista
dall’America, la chiesa cattolica è prima di tutto romana e italiana”, spiega Paolo Gentiloni, l’ex presidente del consiglio, che a New York per l’Onu nei giorni
dei funerali di papa Francesco riceveva le condoglianze, “come se fosse
scomparsa una personalità pubblica italiana”. Fino a quando?
Le cappelle,
anche le capelle private, si immaginano adorne di immagini, santi, altarini, inginocchiatoi,
oggetti legati al culto, alla preghiera. Quella del collegio-albergo Santa Marta,
la cappella privata del papa, si vedeva nell’apparecchiatura dei funerali nuda.
Con la sola presenza di videocamere, montate su cavalletti, addossate ai muri.
Senza colpe, ma un segno ostinato della “pubblicità” invadente. Esaustiva?
“Ricordo
che a Rio de Janeiro”, scrive il padre Spadaro, columnist di “la
Repubblica,” del papa Francesco, “passava in papamobile verso un incontro con i
giovani quando vide che aveva appena oltrepassato lo spazio della sala stampa.
Non rinunciò a inarcarsi a destra fino a perdere l’equilibrio per salutare tendendosi”. Un complimento?
“Nel 1992
mio padre fu uno dei primi arrestati di Tantgentopoli”, Luisa Todini spiega a
Cappelli sul “Corriere della sera”: “Fu
accusato di aver dato soldi a un politico socialista per un lavoro mai appaltato.
Veniva descritto come alto, magro e abbronzato: papà era bassino, tarchiato e
bianco come un lenzuolo”. Giustizia e informazione unite nella lotta in “Mani
Pulite”.
“Di Pietro
interrogò anche me”, continua Todini: “Pensava che avessi nascosto i soldi
chissà dove, voleva sapere dei nostri rapporti con Craxi. Gridò davanti a
tutti, tenendo la porta aperta per farsi sentire: questi Todini mi hanno rotto,
li arresto tutti! … Gli feci riscrivere il verbale tre volte perché le
dichiarazioni non corrispondevano a quanto avevo detto”. Di Pietro, sempre
loquace, e ultimamente anche, un po’, pentito, non ha reagito.
“Mani
Pulite”, un’altra storia che non si fa – la Repubblica è piena di scheletri.
“Non si vince
con gli schemi, con i sistemini, con….”: l’allenatore per caso della Juventus
Tudor deve spiegare l’ovvio. Non si gioca al calcio per fare giornalismo, per consenrtire
si fare rigaggio sui giornali, per quanto incomprensibile. Lo sport è tecnica e
agonismo.
La squadra
allenata da Tudor, la Juventus, è quella che h speso di più nell’ultimo anno,
260 milioni, per mettere assieme un gruppo di brocchi mai visto. Difensori che
non saltano (prendono inevitabilmente gol di test a), mediani che non sano
mandare la palla avanti di un metro, attaccanti che non segnano neanche a buttarli
dentro la rete. Incredibile, ma vero. Ma allora, perché spendere tanto? Per le
parcelle dei procuratori? I quali non dividono, magari a Montecarlo, dove
abitano?
Il
“Corriere della sera”, come “la Repubblica”, mettono il governo e Meloni nella
pagina di giro, la pari, e Elly Schlein in quella di fronte, la dispari – nella
tecnica dell’impaginazione il meno visibile e il più visibile (vale anche per
la pubblicità, quella della dispari costa di più). Non per le cose che dicono o
fanno, ma per principio – avranno confessori e politici con cui giustificarsi.
Solo che uno finisce per antipatizzare: Schlein non muta espressione, e non sa
cosa dire.
Non si pubblicano
ma diventano note, più o meno, le prescrizioni del golden power imposto
a Unicredit per l’Ops Bpm. Sono un po’ ridicole - gli impieghi ridotti sul
mercato italiano negli ultimi cinque anni, azionisti esteri, presenza residua in
Russia – ma nessuno lo dice. Le altre banche hanno moltiplicato gli impieghi
dopo il covid? Non vogliamo i fondi pensione e d’investimento esteri?
Può più la faccia tosta di Salvini e
Giorgetti o un minimo di informazione? O è ignoranza – l’opinione pubblica
ridotta ai social, alla battutina? Ma un po’ del disincanto italico: come si
possono prendere sul serio i ragionieri della Lega? E un partito filorusso che ammanetta
Unicredit perché ha ancora un ufficio a Mosca?
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I sentimenti non si rubano
Una favola
moderna, dell’accudimento. Doppiata da una nostalgica del com’eravamo. La donna
che amorevolmente si cura di tre anziani, in vario modo problematici, con attenzione
specifica per ognuno di essi, a tutte le ore in tutte le circostanze, e con fiducia
reciproca, ha il vizio di sottrarre piccole, e grandi, somme agli assistiti.
Per pagare il piano e le lezioni di piano al nipotino che sarà grande concertista,
il piano è la sua passione, non smette di acoltare Rubinstein in cuffia vagando
di casa in casa, e per abbuffarsi ogni tanto di ostriche. Un furto vero, di
professionisti, fa scoprre l’inganno e la storiella bella si complica. Ma che
cos’è un assegno falsificato a fronte dell’empatia?
La favola si doppia
– si rafforza – nel confronto generazionale. I figli di tanta umanità, dove le
coppie si compatiscono, e anzi si aiutano, fino allo stremo, ma non si
dissolvono, non ne hanno più per se stessi: amare è scopare, i compagni migliori,
nonché i figli, “non esistono”. Si rubano l’umanità.
Il tutto a Marsiglia,
in un quartiere popolare dove la sola consolazione è il mare – ma dove i servizi
sociali curano e pagano l’accudimento.
Guédiguian ha una
cifra ormai distinta nel trattare i sentimenti comuni, materiali, piccoli, d’ogni
giorno. Di personaggi non belli, non esteriormente. Ma diversamente belli nella
recitazione.
Senza star, un
film per pochi, in poche copie, in poche sale. Ma già film di culto per i critici,
alcuni critici, e per chi ha avuto la ventura di vederlo.
Robert Guédiguian,
La gazza ladra
domenica 27 aprile 2025
De Profundis, de mythis
Lo ricorda solo de Bortoli, del vento che sfoglia il Vangelo sulla bara
del papa Francesco: “Come nell’aprile di vent’anni fa, quando ci fu l’addio a
Giovanni Paolo II”. Anche allora esposto in una bara semplice, a terra (non sul
catafalco). Ma Francesco si vuole unico perchè è cambiato il modo di dire – e di
pensare? Fare mito di tutto, tutti santi, eroi, martiri. Qui anche con la sfilata,
come per i vecchi imperatori - ma sui fori “sono più i selfie che i segni dela
croce”. Mentre poveri, barboni, rifugiati e transessuali sono tenuti in attesa, scelti
con cura, col vestito nuovo, un giglio bianco in mano, in numero di quaranta, dieci per ogni categoria?, e due frasi ad effetto
per le tv, recintati nel grande piazzale sgomberato di Santa Maria Maggiore.
Sono già mito le due sedie nell’angolo di San Pietro, con Trump e
Zelensky che si “confidano”. Ma qui con qualche (sperabile) fondamento. Una pax
vaticana sarebbe storia.
Per il resto come prima: la chiesa non ne è scalfita, e nemmeno accresciuta. Il celebrante, il cardinale Re, ha ha tenuto una omelia molto francescana, ma nessuno si è commosso. Paul Elie, che ha seguito la cerimonia dall’alto del “braccio” berniniano di
Costantino, sulla sinistra della basilica, vede, con le statue che lo
circondano, “plenty of pomp and circumstance”, sfoggio di pompa in
grande stile – come le statue che lo circondano hanno visto per secoli – e “niente
di mutato” rispetto al precedente funerale, vent’anni prima, per Giovanni Paolo
II- “la cerimonia era molto familiare”. Re, regine e sceicchi con i riti di
altri tempi.
Un papa double face
Ferruccio, che ha
diretto il “Corriere della sera” quando il giornale era patrocinato da Bazoli,
e in quella veste ha intervistato il papa – anche per reggere la concorrenza di
Scalfari, che con il papa Bergoglio parlava alla pari, da non credente a credente
- fa un curioso montaggio di tanti “crediti” e, senza accorgersene?, altrettanti
“discrediti”. Il suo spes contra spem, la speranza a ogni costo, anche
in guerra – spes non confundit. La speranza per tutti e ognuno, per
quanto miseri, abbandonati, inermi – la chiesa è “un ospedale da campo”. La preghiera
come collante – “pregate per me”, rivolto a tutti sempre. Il senso espresso,
esplicito, dell’amore. Compreso “degli irregolari, i divorziati pr esempio”.
Ma, poi, “un
aborto è un omicidio”. La “frociaggine” nei seminari. E altre bruschezze. I
seminari vuoti. Il nessun senso, nemmeno se sollecitato, dell’Europa, della storia,
della cultura.
Nel mezzo il ricordo
di una giornata romana a Santa Maria in Trastevere, per il giubileo dei
giornalisti, in attesa del papa, gomito a gomito con Scalfari, Tarquinio, altri
giornalisti, e con De Rita, e Pignatone -
il giudice-senza-dibattimento, bisogna aggiungere, voluto da Francesco. Che è
un fervorino per il cardinale di Bologna e presidente della Cei Zuppi. E in più
episodi ricorda un papa che nelle interviste, anche con lui, si rifiuta di “fare
bilanci”. E anche il pauperismo resta problematico.
Ferruccio de
Bortoli, Franceso. Pregate per me, “Corriere della sera”, pp. 63,
gratuito
sabato 26 aprile 2025
Secondi pensieri - 559
zeulig
Fede – È come la verità, inafferrabile. Ma c’è.
Individualità – È dell’artista – il creatore , l’ispirato - come
dell’uomo commune.
Individuale è anche, fatte tutte le somme,
e con tutte le zavorre, il pensiero, anche con la maiuscola.
Intelligenza artificiale – È una tecnologia – uno strumento, dalla
meccanica all’informatica e alla medicina. Un’intelligenza per applicazioni
pratiche. Non per l’arte evidentemente, o per la letteratura. Né per la filosofia,
o la semplice decisione politica. È artificiale, per tutto quanto è
cultura: formazione, apprendimento, educazione - e, a ritroso, anche l’innatismo,
per quanto possa avere di primitivo, di calco, di macina anche, apprendimento,
formazione.
A meno di non distinguere l’intelligenza in
senso proprio, come qualità, prima e a prescindere dalla formazione. Tutto ciò
che si chiama pensiero - analisi, sintesi,
immaginazione, temporalità (saper distinguere tra presente, passato, futuro,
avere conoscenza del prima e del dopo, la prefigurazione del domani). O coscienza,
quindi con una distinzione tra bene e male. O anche sentiment. Tutte “cose” di
cui non si trova la traccia fisica, corporale.
L’intelligenza artificiale propriamente
detta rende evidente la distinzione: essa è tutta intelligenza-cultura. Le
manca tutto il resto. Il dilemma si pone ora perché appunto c’è la nuova frontiera
dell’Ict, che si vuole “intelligenza”, ma non è nuovo. Kubrik lo trattò
famosamente nel film “2001: Odissea nello spazio”, ma già il Settecento se ne
interessava, con gli automi. E tutta la narrativa, ebraica e non, dei golem.
Pensiero – Sarà pure “unico”, ma è individuale – l’unicità
starà nel consenso, che è sempre, per quanto minimamente, individuale.
Il pensiero “universale” sarà un sistema filosofico. Anche non sistematico,
come quello di Heidegger, occasionale e per pochi, negli Holzwege, i “sentieri
erranti per la selva”.
Suicidio – L’evento che si vuole “normalizzare”, per legge, è probabilmente
quello che più ha avuto applicazini
diversificate nella storia umana, e più ha suscitato commenti e pareri anch’essi
diversificati, e per lo più contrastanti. Il repertorio, già lungamente e abbondantemente
esplorato sul sito, ne è all’apparenza inesauribile, già da prima della voga
corrente della buona morte.
Il suicidio come immolazione - testimonianza,
martirio. Il kamikaze islamico che si fa terrorista, il kamikaze nipponico che
invece non si fa arma. E tutti i suicidi per testimonianza, protesta, per motivi
politici oppure religiosi, a Saigon, a Praga, in India, e a Pechino, in piazza
Tien An Men, schiacciati da carri armati ciechi. Si muore anche per l’ennui,
fino alla depressione, o per l’incapacità, reale o supposta, di realizzarsi
(innamorarsi, creare affetti, in Pavese).
A lungo oggetto di condanna, a una
morte successiva, esibita, per il pubblico: impiccagione, decapitazione, mutilazione,,
con esposizione - contro il principio universale, seppure del diritto romano, “crimen
exstinguitur mortalitate”.
A
Roma era invece contemplato – ammesso: per malattia, morte di un congiunto, furor,
insania, sconfitta militare. E per solo stoicismo, filosofico – praticato
in questo caso cerimoniosamente.
Fra gli stoici suicidi merita speciale menzione Seneca, che
filosofo dell’etica austera, ma accumulò ricchezze in Britannia col prestito a
usura, a tassi che spinsero i Britanni della regina Boadicea, secondo Dione
Cassio, a ribellarsi. Baudelaire dirà lo stoicismo una religione con un solo
sacramento, il suicidio.
Sempre
a Roma, dopo la “donazione di Costantino”, 312-313, i donatisti sostennero il
suicidio, individuale e collettivo, nel nome della purificazione attraverso
il martirio. E un secolo dopo, arrivando
i visigoti, molte donne si uccisero per la vergogna delle violenze subite. Ma ricorrendo
gli uni e le le altre, nella riprovazione di sant’Agostino, “De patientia”.
Bisogna portare pazienza.
Dan
Brown ha l’agathusia, il “sacrificio
altruistico”, sacrificarsi per il bene altrui. Il suicida per l’assicurazione alla
famiglia, e perfino il caso dell’assassino seriale che si toglie la vita per
non compiere altri delitti, o meglio ancora quelli de “La fuga di Logan”, dove
tutti si suicidano per non aggravare il
mondo della sovrappopolazione, all’entrata nel ventunesimo anno – ma una giovinezza
spensierata col senso della fine imminente (nel film l’“Età dell’eliminazione”
era innalzata a trent’anni, per attrarre al cinema i giovani, che allora ci
andavano)?
Velocità – “La rapidità sciupa il desiderio e lascia
l’impazienza”, Louis Veuillot.
zeulig@antiit.eu
Incarnazione e libero pensiero
Il primo dialogo
tra Eugenio Scalfari e papa Francesco. Avviene nel 2013, poco dopo l’accesso di
Bergoglio al papato, sull’appiglio dell’enciclica “Lumen Fidei”, che Francesco
ha ereditato da papa Benedetto XVI e ha editato. Scalfari in un paio di
editoriali pone il problema della fede, come essa sia possibile. Da miscredente
professo. In particolare, all’apparenza incidentalmente, ma d a buon laico, fa
un problema dell’incarnazione, che è ciò che distingue il cristianesimo: come
si può credere a un Dio che si fa uomo. Bergoglio risponde, per iscritto, dopo
il secondo editoriale, a distanza di un mese, quindi dopo riesame. E
successivamente incontra Scalfari per un’intervista – sarà il primo di altri
incontri (su cui Scalfari ha scritto in altre pubblicazioni).
Il colloquio apre
una prima fessura nella curia, per le perplessità su un papa che dialoga con un “illuminista” professo, “non credente”, e solo in cerca di un dialogo puramente
intellettuale, se non giornalistico, non uno in cerca della fede. E pone al
papa, in breve, come a caso, il tema dell’“incarnazione del Figlio di Dio”
rispetto agli altri monoteismi, islam e ebraismo, che fa capire più rispettosi della divinità di Dio. Lo
stesso argomento ripropone nel terzo intervento, dopo che il papa gli ha
scritto, e in preparazione del colloquio-intervista.
Il quesito è giudicato
da molti insolente – massonico (Eugenio non ha mai fatto mistero di esserlo, benché
abbia avuto un’educazione religiosa: per tradizione familiare, rivendicata come
illustre, dei nonni e bisnonni calabresi, murattiani, napoleonici – anche se
non ne faceva trofeo, e anzi con un sorriso di autoassoluzione). E prudente la
risposta del papa, quel tanto necessario a giustificare l’enciclica. È il primo
tarlo del sospetto che Francesco sia un papa molto “argentino”, nel senso del
peronismo. Cioè di un populismo radicale, e insieme anti-rivoluzionario, che il
conclave voleva (“anticomunista”: Bergoglio vescovo era accreditato di una pratica
e una teoria socialmente impegnate ma anti-comuniste, in quanto autore di tesi
che contestavano la “teologia della liberazione”, cioè della rivoluzione sociale,
diffusa in America Latina nell’ultimo Novecento). Ma legate sotterraneamente al
libero pensiero – anche se di Evita fu cercata la canonizzazione. Ambiguo
insomma.
Papa Francesco-Eugenio
Scalfari, Dialogo tra credenti e non credenti, “la Repubblica”, pp.63,
gratuito
venerdì 25 aprile 2025
Problemi di base ragionevoli - 856
spock
Il pensiero è
un sogno – il sogno dell’intelligenza?
Razionale e
non ragionevole?
“I modelli,
anche i più violenti, sono cavallereschi, la vita non lo è”, Primo Levi?
Prendersi cura
degli altri fa bene alla salute?
“Il reale è
altrettanto magico quanto il magico è reale”, E. Jünger?
“Per essere
felici bisogna credere anzitutto nella possibilità di esserlo”, L. Tolstoj?
spock@antiit.eu
Per una storia (da fare) della Liberazione
La verità della
pubblicazione arriva a metà volume, al saggio dello storico Ranzato, “Da Roma
al Nord”. Roma è l’unica città che non insorge, contro l’occupazione
nazifascista. Come sancito dalla prima “Storia della Resistenza italiana”,
quella do Battaglia: “La capitale resta l’unica grande città italiana in cui la
Resistenza non abbia coronato i suoi sacrifici raggiungendo l’obiettivo dell’insurrezione”.
Ma non era stata la prima grande città ad essere liberata per il decorso “normale”
della guerra, l’avanzata degi Alleati e il ritiro dei nazifascisti?
“La deplorazione”,
può dire Ranzato, “aveva un’assoluta inconsistenza, poiché non teneva conto della
grande sfasatura temporale tra gli eventi che si comparavano”. E cioè: “Le insurrezioni
delle grandi città del Nord avvennero undici mesi dopo la liberazione di Roma… Nel
giugno del 1944 in nessuna di quella
città sarebbe stato possibile sollevare il popolo”.
I nazifascisti lasciavano
Roma in perfetto assetto di guerra, per ripiegamento, non per disfatta. Ranzato
lo racconta con la testimonianza del generale Cadorna - che avrebbe preso il
comando del Corpo Volontari della Libertà: la ritirata era di “uomini
perfettamente equipaggiati e ordinati che non davano l’impressione della disfatta…
A sera sul viale del Re (viale Trastevere, n.d.r.) muoveva una colonna di
grossi carri armati: procedeva tra due fitte ali di popolo silenzioso”.
Ma è anche vero
che l’assessore alla Cultura del Campidoglio, Massimiliano Smeriglio, può rivendicare: “La Resistenza italiana
inizia a Roma l’8 settembre del 1943, quando i granatieri del battaglione «Sassari»
dell’Esercito, lasciati senza ordini, scelgono di combattere, uniti alla popolazione
che accorre dai quartieri limitrofi – Testaccio, Garbatella, Ostiense – per tentare
di respingere l’esercito tedesco… che entrava in città”.
L’Italia libera
ricomincerà da Roma, già prima del 25 aprile.
Una storia della
Liberazione ancora da scrivere.
Ottavio
Ragone-Conchita Sannino (a cura di), Roma libera. Capitale della rinascita,
“la Repubblica”, pp. 163, ill., gratuito in edicola
giovedì 24 aprile 2025
Letture - 576
letterautore
Digressione – È la fuga in
musica? Dà aria alla narrazione, argomenta Gioacchino Lanza Tomasi, in una pagina
di “Lampedusa e la Spagna”, pp. 51-52, che da musicologo apparenta alla fuga: “In
musica la costruzione della fuga si articola nel rapporto fra la sezione libera
del divertimento e la riesposizione in contrappunto obbligato di soggetto e
controsoggetto”.
Don Chisciotte – È il “romanzo
di formazione” di Montaigne? È la lettura che Gioacchino Lanza Tomasi, ispanista
per nascita (la madre era una nobile spagnola), ne fa in “Lampedusa e la Spagna”,
attribuendola all’autore del “Gattopardo”: “Aveva capito che le avventure di don
Alonso Quijano erano l’origine di Montaigne”. Ma non dice come.
Sempre attribuendo la scoperta a Tomasi di Lampedusa, Lanza Tomasi ne fa
anche un pilastro della futura narrativa europea – “il modello da cui Henry
Fielding prende le mosse per superare la forma del romanzo epistolare”. Nonché
l’inventore della “digressione” – “senza la quale l’argomento principale
risulterebbe oppressivo”.
Italia - “Nato nelle
Serre calabresi, il nome Italia finì a Milano, per poi tornare anche da noi, ma
ufficialmente solo dopo il 1860”, Ulderico Nisticò, “Controstoria delle Calabrie”,
200.
Italiano – Si penserebbe
sia la koiné, la lingua comune, nelle squadre di calcio, che è
uno sport collettivo e quindi ha bisogno di una lingua condivisa, anche se
ormai – o tanto più che – la regola per molti undicesimi la presenza di giocatori
di diversa provenienza e lingua. E invece no. Cazzullo può scriver e nella
posta del “Corriere della sera” che alcuni hanno imparato in fretta e altri
mai: “Appena arrivarono alla Juve, Boniek e Platini impararono subito la nostra
lingua, e vinsero tutto…. De Ligt parlava italiano dopo cinque minuti di
Juventus, mentre dopo tre anni e mezzo di Inter Denzel Dumfries continua a esprimersi
in inglese. Lukaku, invece, otto lingue, parla l’italiano benissimo: «Devo
poter dire al compagno dove voglio la palla». Kvara e Osimhen l’italiano a
Napoli non l’hanno ma imparato; il belga Mertens e il coreano Kim padroneggiavano
il dialetto”.
E degli italiani fuori? Trapattoni in Germania, allenatore del Bayern,
non imparò nulla. I tanti tedeschi in Italia invece imparavano presto. Bierhoff
aveva perfino un italiano elegante. Cristiano Ronaldo in tre anni non ha imparato
una parola.
Lampedusa – Fu militare nelle
due guerre, spiega Gioacchino Lanza Tomasi in “Lampedusa e la Spagna”. Nel ‘15-‘18 sottotenente di artiglieria – come Gadda, che però si congedò capitano. Finito nella rotta di Caporetto, fu fatto prigioniero
– come Gadda su altra parte del fronte - dai soldati bosniaci e confinato nel campo di Szombathely. Richiamato nel 1939, fece tre mesi a
Poggioreale, “un tugurio”.
Roberto Bazlen la lettura del “Gattopardo” lasciò perplesso. Salvatore Silvano
Nigro riprende la “scheda di lettura” che inviò a Sergi Solmi, Einaudi, il 7
maggio del 1959 - quindi sei mesi dopo la pubblicazione del romanzo per la cura di
Giorgio Bassani da Feltrinelli il 25 ottobre 1958, e il successo istantaneo per
passaparola (si studiava una riedizione, un passaggio di editore?): “Non è un
gran che; comunque la pagina più brutta vale tutti i «gettoni»… Riassumendo, un
buon technicolor da e per gente per bene”.
I Gettoni erano la collana di novità che Vittorini dirigeva per Einaudi,
che pure aveva pubblicato testi e nomi poi illustri.
Luoghi – “Un luogo non è mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo
un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un
giorno, per caso, ci siamo arrivati”, Antonio Tabucchi, “Viaggi e altri
viaggi”.
Malaparte – “Demi-monde….un
parvenu di regime che s’aggirava in un salotto con un cappello piumato”,
nel giudizio di Tomasi di Lampedusa, secondo Gioacchino Lanza Tomasi – come
riportato da Salvatore Silvano Nigro nella nota a Gioacchino Lanza Tomasi,
“Lampedusa e la Spagna”.
Di suo, Lanza Tomasi scrive, a proposito della biblioteca dell’autore del
“Gattopardo” – in un italiano un po’ zoppicante (refusi?): stimava Moravia,
aveva apprezzato Morante, “Menzogna e sortilegio”, aveva letto Papini, “a cui
aveva riservato il giudizio contrario, ma anche Longanesi e qualche libri
(sic!) di Malaparte. Su quest’ultimo
rammento una sua osservazione classista, non in senso marxiano ma nel contesto
di una classe dirigente antica rispetto alla classe dirigente nuova”.
Reticente?
Menzogna – È la verità
odierna? Questo sito lo argomentava recensendo il vecchio saggio di Alexandre
Koyré, “Sulla menzogna politica”. Starnone lo spiega al “New Yorker”, nella
intervista che accompagna la pubblicazione sulla stessa rivista del racconto “Tortoiseshell”, tartarugato, con cui ha voluto accompagnare l’uscita in America del suo ultimo romanzo, “L’uomo
al mare” (“sono i due soli testi miei che fanno riferimento esplicito a Hemingway,
ho pensato che era carino se si traducevano entrambi”). Appaiando bugie e storytelling,
la forma odierna di espressione.
Il racconto è di “un tipo particolare di bugiardo”, spiega, “uno che
mente per il piacere di mentire”. Costruito sulla scoperta che “Cat in the Rain”,
gatto nella pioggia, uno dei “49 racconti” di Hemingway, era stato tradotto
erroneamente sul fatto principale, la natura del gatto di cui viene fatto dono
a una signora americana in albergo. La lettura, ammirata, era del 1961, il racconto,
dopo la scoperta della mistraduzione, ha poi preso dieci anni, tra 2003 e
20123. “Forse”, si spiega Starnone, “influenzato anche dall’attuale generale tendenza
a sostituire espressioni come «il mio punto di vista», «la mia versione degli
eventi», «la mia ipotesi», «la mia teoria», «le mie fantasie», e «le mie bugie»
con «la mia narrativa». Oggi tutto è genericamente detto una «narrativa»,
perfino, a torto o a ragione, la scienza e le matematiche”. La favola, o la bugia,
alla realtà dei fatti.
Nel racconto di Hemingway, “Gatto sotto la pioggia”, nella prima traduzione,
di Giuseppe Trevisani, alla donna che non trova più il gatto che voleva prendere,
viene regalato un gatto di maiolica. È la rivelazione, la forza della
scrittura, il giovane Starnone parte in volata – così dice. Se non che Hemingway
– che lui peraltro dice di non amare - non ha scritto questo, ha scritto “a big
tortoiseshell cat”, un gatto che viene ritradotto “tartarugato vivo”. E
questo un po’ lo sconvolge, essere partito di carriera su un “errore di traduzione”.
Ma decide che a lui piace di più l’“originale”, l’errore, che del gatto
tartarugato non gli interessa.
In effetti il gatto “tartarugato”- tortie in America nella parlata, tortoiseshell nel
racconto - esiste, è una specie anche popolare, a giudicare dai social. Anche in Italia, a giudicare dalla pubblicità.
Ne “I quarantanove racconti” il “Gatto sotto la pioggia” prende poche
pagine – un alito curiosamente di malinconia (curiosamente per un Hemingway
ancora giovane: è il suo primo o secondo racconto, scritto o avviato nel 1923 a Rapallo, dove era ospite, con la moglie, di Ezra Pound). Una giovane americana in viaggio in Italia col marito un
giorno di pioggia vede dalla stanza d’albergo un gatto gocciolante ripararsi
sotto un tavolino sul marciapiedi. Scende per prenderlo, ma il gatto non c’è
più. Una cameriera sollecita inviata dal direttore dell’albergo con l’ombrello
accompagna dentro la signora, un po’ allarmata dal “gatto sotto la pioggia”. In
camera lei si dice scontenta malgrado la vacanza. Ha capelli corti da maschietto
e non ha più voglia di fare l’efebo. Vuole lasciarseli crescere, prendere un’aria
femminile, prosperosa, e avere un gatto per farci le fusa. Il marito ascolta muto
e assente distratto, finché non bussano. È la cameriera, che porta alla signora
un dono del direttore, un gatto tartarugato.
Nureyev – Misogino lo dice
Enzo Palo Turchi, che lo ha incontrato spesso, in amicizia. “A cena mi colpiva
che ignorasse completamene le donne.”, spiega in un’intervista. “Per dire: se
nella nostra tavolata ce n’erano quattro, a loro non rivolgeva la parola”.
Refusi – “Stampato in
Francia dalla libraia Sylvia Beach, composto da tipografi francesi su un manoscritto
approntato da dattilografe francesi, annotato con una calligrafia pressoché
illeggibile, la prima e bellissima edizione dell’Ulisse era un dòmino di
trasformazioni, un paradossale gioco linguistico, con quasi cinquemila errori,
sette per pagina, la maggior parte dei quali sono ora parte dell’opera” - Leonardo
G. Luccone, “Anche i refusi sono letterari” (“Robinson” 20 aprile).
Dòmino o domino? Gioco di carte o mantello con cappuccio di carnevale a
Venezia?
letterautore@antiit.eu
Papa Francesco si racconta
Papa Bergoglio si spiega, come al suo solito molto faceto. In castigliano rioplatense, come a lui più naturale. Wenders, che
ha preparato il film lungamente, è la voce narrante, in italiano (ma il film narra
anche in tedesco e in inglese). Intervalla quella che si suppone essere stata
un’intervista (papa Francesco è sempre in primo piano, seduto, sorridente, con
la stessa espressione divertita, giovanile, spontanea) con scene e interventi in
occasioni pubbliche. Soprattutto dei tanti viaggi del pontefice, in Africa, America Latina, Medio
Oriente, perfino al Congresso degli Stati Uniti. E nelle conferenze stampa in aereo.
Un documentario, ma il
papa non lo fa pesare. Sembra un attore nato, dalle mile espressioni pur con la
camera fissa.
Il festival di Cannes lo
ha presentato fuori concorso, nel 2018.
Wim Wenders, Papa Francesco
– Un uomo di parola, Sky Cinema, Now
mercoledì 23 aprile 2025
Ombre - 771
Putin
avrebbe volto essere a Roma per i funerali del papa? Probabile, anche se solo per
incontrare Trump, rubare la scena a Zelensky. Ma Piantedosi avrebbe dovuto farlo
arrestare – un altro caso Al Masri. Questa Corte Penale Internazionale, che è
inutile a fini digiustizia, è un grosso impiccio.
Papa Francesco
sarà stato il papa più citato al mondo. Per via delle interviste, telefonate,
conferenze stampa, social, frasi celebri e a effetto. Più che per la dottrina –
le encicliche ripetono, magnificandoli anche, concetti tradizionali, compresa l’enciclica
verde. Una settantina delle interviste sono state lunghe e meditate abbastanza
da essere pubblicate in libro - la statistica è di Luis Eduard López Badilla,
un marianista messicano, per suo conto autore di una quarantina di libri.
È stato anche il papa
più mediatico, ufficialmente e informalmente. Specie nei viaggi internazionali.
All’andata usando fare la conoscenza dei giornalisti al seguito uno a uno, andandoli
a trovare seduti in cabina, lui in piedi nel corridoio, malgrado i mali di
schiena. Al ritorno improvvisando una conferenza stampa, con domande all’impronta,
e risposte che mai mancavano di sorprese. Protagonista anche di dieci film in undici anni, con la sua partecipazione attiva, specie in quello di Wenders, 2018, Papa Francesco - un uomo di parola (Pope Francis - a man of his words), e di una serie Netflix.
Sibillina
viene detta la risposta di Unicredit all’uso che Giorgetti ha fatto del “golden
power”, sull’Ops Bpm. Ma che rispondere?
La “golden share” fu introdotta a protezione dalle scalate delle grandi aziende
pubbliche, Eni, Enel, etc, che andavano sul mercato. Nel 2012 l’onnilegista Monti
la trasformò in “golden power”, un sovraestensione della “golden share” ma con limiti:
la “minaccia di grave pregiudizio” per gli interessi pubblici viene valutata
dal Governo tenendo conto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza. Che
ha di ragionevole un ministro che assoggetta al suo giudizio – personale,
ministeriale – l’attività di un (grande) soggetto economico?
Il “vaffanculo”
è approdato in Parlamento, ma fra banchieri, in affari, non ha senso.
Il “golden
power “ di Giorgetti è un abuso di potere e anche incostituzionale. Ma l’attività
non può fermarsi in attesa dei tribunali. Si capisce che la risposta di
Unicredit sia una non-risposta. O non il segnale che lunedì l’Ops potrebbe non partire?
Diretto ad Agricole, il maggiore azionista di Bpm che nelle more dell’Ops ha
raddoppiato la quota. Pregustandosi socio ben remunerato di Unicredit - nonché
beneficiario dei “ritagli”, gli sportali in eccesso per ragioni di antitrust, con
i quali Agricole è cresciuto in Italia.
Altrimenti
avremmo un “golden power” a favore di una banca straniera. Con la Lega tutto è
possibile, ma ci sono limiti.
Osceno
invece che sibillino il silenzio sull’oscena Ops di Mps su Mediobanca-Generali.
Della pulce che schiaccia l’elefante – una pulce reduce dalla rovina di 50-60
mila piccoli azionisti. Silenzio sulla Lega che si fa una banca, e che banca.
Dal “discorso
di Monaco” (una lezione sulla democrazia, agli europei) alla visita in Vaticano
da buon cattolico, l’Italia scopre Vance. Che si era tutto detto dieci anni in un
libro che fu best—seller in America per molti mesi. Ma che nessuno, nemmeno
Rampini per dire, ha letto. Dove racconta il mondo da cui poi è uscito (e da
cui è stato eletto?). Di una democrazia che è una conquista sempre futura.
Per la
visita a Roma di Vance e famiglia la città scopre che le famiglie non possono accedere
all’Orto Botanico: è chiuso in modo tale che non un passeggino non vi passa in nessun
modo. È l’unico giardino di Trastevere, che però la Sapienza – o Roma 1 – da alcuni
anni si è chiuso, per farsi pagare il biglietto. Per il mantenimento delle preziose
piante. Che però, viste dall’alto, dal Gianicolo, sono malandatissime - a
stento se si ripulisce stagionalmente il sottobosco.
La Repubblica,
che va per gli ottant’anni, non ha piantato un albero – giusto quelli che Fanfani
piantò personalmente, con la vanga.
È più ridicola
la furbata di mettere il Ponte sullo Stretto tra le spese della difesa, per
farlo fuori bilancio, oppure lo sono questi bilanci fatti coi trucchi?
Nella
conferenza stampa al caminetto congiunta con Meloni, Trump ha potuto dire che
“in molti Stati la benzina costa meno di due dollari”, intendendo al gallone,
un po’ meno di quattro litri. In Italia costa due dollari al litro. Gli Stati Uniti
sono proprio un altro mondo.
Solo “La Gazzetta
dello Sport” vende più copie di un ano fa, un paio di migliaia. Tutti gli altri
quotidiani vendono di medo. Meno 10 mila copie il “Corriere della sera”, meno 7
mila “la Repubblica”, “la Stampa”, meno 6 mila il “Resto del Carlino- QN”, meno
4 mila “Il Messaggero”, “La Nazione”, etc. Ma è anche vero che, comprando il giornale,
uno si chiede: perché?
Appena
Meloni ha ricevuto un invito dalla Casa Bianca, Macron si è precipitato a
Washington, senza un motivo e senza un risultato. E questa è l’Europa.
Proporre
la celebrazione della vittoria sul nazismo in Ucraina invece che in Russia è
una provocazione storica, ovvio – doppiamente tale perché innecessaria. Gli ucraini
hanno combattuto più – e più volentieri – con i tedeschi che con i russi nella
guerra. Erano ucraini, abili e applicati, lo spauracchio dei giovani resistenti
veneti nei racconti molteplici che ne sono stai fatti. C’erano più neonazisti
in Ucraina, e più rumorosi, prima della guerra, che neofascisti in Italia.
Kallas o
chi per lei lo ha proposto dice tutto del rischio che l’Europa corre, al carro
delle beghe tribali tra slavi – con i baltici pendenti tra Germania e Russia.
“Il 22
per cento dei contribuenti paga il 64 per cento dell’Irpef”. S’intende l’uguaglianza
come il perno della democrazia, uno dei perni. Ma il fisco è per definizione ingiusto,
“ineguale”. Proprio il fisco del partito dell’uguaglianza. Legalmente ingiusto,
beffa suprema.
Senza
dire che gli stessi che non sfuggono all’Ipef non sfuggono nemmeno alle tante “patrimonialine”
collegate all’Irpef. Pagare l’imposta sul reddito è come proclamarsi di classe
eletta, quindi da sanzionare “democraticamente”. Poi di dice Trump, le destre,
il populismo.
“Il piano
di Londra e Parigi per garantire la pace: 30 mila soldati senza mandato a combattere”.
Dei vigili urbani. Tanto rumore per nulla? No, è il modo di essere di Macron –
allontana i cattivi pensieri, come p. es. governare.
E questa
è tutta l’Europa, dell’“ammuìna” – “faciti ‘a faccia feroci/ cchiù
feroci ancora”.
“Così tramonta
il ruolo guida degli Usa”: il “Corriere della sera” scova un Mohammed El-Erian,
economista a Cambridge, per smontare quello che è sotto gli occhi di tutti: che
Trump (l’America) ha aperto la partita con la Cina, e che non può non vincerla.
Il “Corriere
della sera” che tifa Cina?
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Ombre
Non c’è chiesa senza Roma
La chiesa
può essere acefala? Senza l’Auctoritas papale? È successo con l’ortodossia.
Che però si è poi frammentata e si frammenta. E sempre i frammenti si danno un’Autorità,
per quanto minima – senza contare che la più grande, quella russa, si vuole la
Terza Roma.
Quanto al
governo sinodale, evocato da papa Francesco, è la cosiddetta “chiesa tedesca”
oggi, peraltro divisa tra sinistra e destra. Come già il gallicanesimo, peraltro
braccio secolare dello Stato, per quanto non massonico.
Nell’Indocina
ancora francese - ma fino poi alla guerra del Vietnam - ogni vescovo in pratica
aveva la sua chiesa (la cosa si può leggere nelle corrispondenze di guerra di
Graham Greene, e in alcuni dei suoi racconti).
Quello che “fa” la chiesa, nel senso che la tiene unita e ne dà un’immagine sacrale-potente, è Roma. San Pietro, il colonnato del Bernini, i musei e la città del Vaticano. Il latino, la lingua della gran parte dei testi canonici, e di molte liturgie, se non più della messa. L’immagine, anche estetica, di gloria: di luce, di divinità – non di clausura, certamente non sdegnosa, non polemica.
Lampedusa visto da vicino
La storia, l’evocazione,
di un’assenza: Lampedusa e la Spagna non hanno rapporto. Memorie grate piuttosto
della famiglia, quella di nascita, dei Lanza, e quella acquisita, con la tardiva
adozione da parte dell’autore del “Gattopardo”. Soprattuto della madre di
Gioacchino, molto spagnola, Conchita Ramírez de Villa Urrutia y Camacho,
contessa di Assaro, e della famiglia materna. La Spagna di Tomasi di Lampedusa è il suo tentativo, poco
convinto o applicato, di avvicarsi alle lettere ispaniche – anche per valorizzare
il contributo del giovane Gioacchino, cresciuto bilingue.
Con aneddoti e aperçus
dell’autore del “Gattopardo”. Non tanto di eccentricità, abitudini, gusti -
a parte il pellegrinaggio mattutino tra i quattro caffè della via Ruggero Settimo,
per conversare con i soliti amici, lo storico Gaetano Falzone, il magistrato
Enrico Merlo, e Virgilio Titone, l’autore di “Sicilia
spagnola”, ricerca seminale (che l’autore dice “veterinario di professione”: Titone
non era uno storico, in cattedra?). Soprattutto dell’autore del “Gattopardo” è il
racconto dell’intelligenza letteraria: “Quattro anni vicino a Lampedusa
hanno lasciato in me una traccia indelebile”, di gusto e di capacità di lettura - Lampedusa fu da ultimo, mentre scriveva il romanzo, insegnante fantasioso, inventivo, di letteratura inglese e francese, per un manipolo di happy few adolescenti.
Un volume costruito alla
vigilia della morte, con l’ausilio di Alejandro Luque, sulla base di una conferenza
che Gioacchino ha tenuto a Siviglia nel 2008, invitato dalla Fundaciòn Tres
Culturas andalusa a un convegno sulla Sicilia. Che forse avrebbe avuto bisogno
di qualche correzione.
Il racconto è disteso
anche sui cugini Piccolo - che anche Gioacchino ebbe modo di frequentare dopo l’adozione.
In particolare su Lucio, il poeta: conoscitore universale di poesia, in ogni
lingua, fine persuasivo dicitore, persino in farsì, di cui non sapeva la
pronuncia. Con poche ma eloquenti notazioni su Palermo. Marginalmente anche su “Licy”,
la straordinaria moglie, estone e psicoanalista, di Tomasi. E su Alice Barbi,
già regina delle scene musicali, cantante di Lieder, ultima fiamma di Brahms,
la straordinaria madre di Licy, la suocera di Tomasi – che non amava tanto.
Gioacchino Lanza Tomasi, Lampedusa
e la Spagna, Sellerio, pp.121, ill. € 14
martedì 22 aprile 2025
Quante brecce aperte da Francesco nella chiesa
Veritiero – involontariamente? – il titolo del “Manifesto”: “Addio a
Francesco, il papa che ha smosso le mura della Chiesa”. Altrove molto cordoglio,
con dozzine di articolesse, si cavalca l’emozione per la morte del papa. “Il
Manifesto” invece coglie, se non un lascito di rovine, un terremoto nella chiesa
di Roma.
Il papa “venuto dalla fine del mondo” è stato molto presente, si può
dire quotidianamente, su tutti i canali di comunicazione, su tutti gli argomenti.
Ma senza autorevolezza, a parte la simpatia – per scelta forse, forse per temperamento.
Molto distruggendo, poco o niente costruendo in sostituzione. In particolare
per il suo stesso ruolo, di pontefice massimo.
Voleva forse confondersi col gregge, sul principio dell’uno vale uno. Ma
ha svuotato, involgarito, con ciò stesso, seppure non formalmente, l’Autorità
papale. Il processo decisionale che fa l’Auctoritas del papa, e la
specificità della Chiesa - come riconosciuto e illustrato da Alessandro Passerin
d’Entrèves, e con lui da Hannah Arendt.
Si sa – non si dice ma si dovrebbe sapere – che la democrazia moderna è
quella della chiesa di Roma. Della monarchia costituzionale, elettiva. La chiesa
ha perpetuato le procedure del diritto romano, ma ha dato loro sostanza
democratica, con la cooptazione dal basso (oggi: mobilità sociale). E autorevolezza
sulla base della decisione collegiale. Con delega all’Unus, l’imperatore, il capo,
il papa – il governante. Che se ne avvale non per spregiare – distruggere – l’Auctoritas:
il papa è un ispiratore e un condottiero, non un sfasciachiese. Piazza San Pietro
fremente in attesa di un segno del papa, una parola, una benedizione, un “bagno
di folla”, non è un colosseo: le persone, fedeli e non, hanno bisogno di ispirazione,
di fede. Per che altro avrebbero bisogno di una chiesa?
Fino a quando la chiesa sarà romana
Roma, l’Italia, danno per scontato che la chiesa sia romana, e parli italiano
– privilegi immensi, altro che il made in Italy, di cui non si ha nemmeno la
percezione (l’Italia è un Paese sconosciuto a se stesso: l’unificazione, laica,
massonica, della “borghesia della manomorta”, profittatrice, che ha costretto
tre quarti del paese al “non possumus”, le ha tarpato la fantasia). L’impegno è
stato mantenuto dai tre ultimi papi, stranieri, con il collegio cardinalizio di
papa Bergoglio l’Italia è entrata in orbita remota. Il Vaticano sta sempre a
Roma, San Pietro e Michelangelo non volano, ma il papa ne è sempre più lontano –
Woytiła si faceva obbligo ogni domenica, vescovo di Roma, di visitare una
parrocchia romana, Francesco mai.
Il patriarcato di Venezia e la chiesa ambrosiana hanno perduto con Francesco,
di proposito e non per caso, il titolo al cardinalato. Mentre lo hanno acquisito
decine di sconosciuti, a capo di chiese piccole e minime.
C’entra nell’intiepidimento delle radici romane della chiesa l’umoralità
del papa argentino – parlava benissimo il dialetto piemontese dei suoi
genitori, ma non ha imparato mai l’italiano. Ma la cosa è anche nei fatti, se
la chiesa deve decentrarsi, o comunque indebolire la curia, e il papa di Roma
si avvia ad essere uno tra gli altri – una specie di presidente svizzero,
seppure a vita (o fino a che non sarà a termine).
Francesco e n’è andato e sconcertati ci ha lasciati
Tre ore di un dibattito
sempre serrato, ben condotto (senza sovrapposizioni) e sempre interessante. Celebrativo,
in morte del pontefice. Ma, malgrado l’emozione del momento, con percebili riserve
in tutti gli otto commentatori in studio, con l’eccezione di padre Spadaro,
coautore di molte opere del pontefice - dallo sguardo però perplesso. Anche da
parte di giornalisti (Massimo Franco, Ignazio Ingrao, Carlo Musso, il biografo)
o di religiosi (padre Fortunato, mons. Paglia) che con papa Francesco hanno
avuto frequentazioni importanti e collaborazioni. Nonché di Andrea Riccardi, lo
storico che ha fondato la Comunità di Sant’Egidio. E del novantenne woytiliano Svidercoschi,
che Vespa e la regia hanno ostracizzato, a tratti irridente.
Si concorda che papa
Bergoglio è stato scelto dal conclave perché anti-curia – venendo dopo
Benedetto XVI, che della curia si ritiene stritolato. E perché “popolare” o “di
borgata” ma “anticomunista”: oppositore polemico della “teologia della liberazione" - per questo votato da tutti gli americani, anche del Nord.
Un “peronista”, in termini argentini, ciò che oggi si direbbe un populista.
A più ondate se ne
ricorda la simpatia. Ma anche la modestia esibita, l’individualismo, esacerbato
dalla diffidenza e dalle decisioni brusche, l’improvvisazione, a volte molesta e
anche sconcertante: sull’omosessualità (“frociaggine”), sulla curia romana,
sulle stesse sue riforme – il sinodo dei vescovi, convocato a Roma un anno e
mezzo fa, che doveva ribaltare la gestione della chiesa, non più gerarchica
(patriarcale) ma democratica, non fu mai frequentato da Francesco, non ebbe un
indirizzo, non fu richiesto di proposte. Più un demolitore - qualcuno ha evocato Cossiga, nelle vesti di picconatore. Generale lo sgomento per i troppi
cardinali, nominati a valanga, sconosciuti per lo più e senza pedigree. Sconosciuti
anche tra di loro, poiché non si sono praticate le Congregazioni dei cardinali. Il che rende il conclave una sorta di roulette – e mina
l’autorevolezza del papato.
Bruno Vespa, Francesco: il papa che ha cambiato la
chiesa, Rai 1, Raiplay
lunedì 21 aprile 2025
Problemi di base terminali - 855
spock
È buona cosa a
fin di bene fare male?
“I vecchi
usano tutti gli occhiali, ma vedono lontano”, papa Francesco?
E ci vedono
bene?
“Il principio
delle cose, e di Dio stesso, è il nulla”, Leopardi?
Ma la vita non
è un miracolo?
E perché si
visitano i cimiteri (se non c’è niente)?
spock@antiit.eu
I tormenti di papa Francesco
“Inno al genio femminile”
è il sottotitolo. Con estratti (“pensieri”) di molte scrittrici, alla rinfusa, Austen
e Saffo, Arendt e Christie, Dickinson, Edith Stein, Madre Teresa di Calcutta e
Maria Montessori, Anna Frank, Santa Caterina da Siena, Virginia Woolf, et
al., le considerazioni del papa defunto sull’avvento della donna, auspicato, prossimo. Non una professione di mariologia, come è stato di molti pontefici, ma una
sorta di proclama femminista. Sul filo: “Il
mondo attende la tua luce. Sei chiamata a splendere, perché tu sei unica”. Ma
sul generico, senza entrare nelle questioni femminili, di sessualità,
gestazione, ruoli – certamente non dentro la chiesa.
L’ultimo
libro di papa Francesco. O forse il penultimo, o terz’ultimo. Amava molto esprimersi,
in encicliche sui temi correnti, e in libri, riflessioni, memorie, interviste,
incontri, commenti, conferenze stampa improvvisate – su domande cioè all’impronta,
non vistate dall’ufficio stampa. E questo della donna nella società è solo uno
dei tantissimi temi sensibili toccati da papa Bergoglio nei suoi dodici anni di
pontificato. Con esiti sempre problematici: pedofilia dei preti, aborto,
omosessualità, chiesa conciliare, progressismo, anche se pauperista e dittatoriale (Cina, Cuba,
Venezuela), dialoghi pro forma (molto islam, molto Lutero, niente ebraismo),
periferie. Non quelle urbane in questo caso, quelle ecclesiali – compreso il collegio
cardinalizio, moltiplicato e avventizio, come a volerne diminuire l’autorevolezza
e la compattezza.
Un
papa che ha mosso molto le acque, su molti temi. Ridando vivacità alla chiesa, con
la sua caratteristica sfida costante ai cattolici su ogni tema, come questo
dell’avvento femminile. Sui media - gli effetti ancora non si vedono nella comunità dei credenti. Ma con un senso di durezza da ultimo, nella promessa e
la richiesta insistite di pregare, come di un timore o una mancanza, senza la
serenità che l’età e la salute comporterebbero.
Papa Francesco, Sei
unica, Libreria pienogiorno, pp. 240 € 17
domenica 20 aprile 2025
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (590)
Giuseppe Leuzzi
Le città più trafficate (inquinate, invivibili)
d’Italia? Del Sud, naturalmente. In mancanza di meglio, o di più serietà, ci si
basa su “un rapporto del 2016” – di chi non si sa. Su sette città con più smog
da circolazione automobilistica, cinque sono meridionali. In aggiunta a Milano
e Roma naturalmente. In ordine crescente di velenosità: Palermo, Messina, Napoli, Reggio
Calabria e Catania (Roma dopo Palermo, Milano prima di Catania). Tutte peraltro
città di mare, che respirano.
Oggi però “Il Sole 24 Ore” ha
una statistica insidiosa – vera, Eurostat: “Nel 2024 l’occupazione in Italia è cresciuta
più rapidamente di quella media in Europa, anche in molte aree del Mezzogiorno”.
Ma le regioni del Sud sono le peggiori delle 240 censite, escludendo i
territori “d’oltremare” (nel caso la Guyiana francese): Campania, Sicilia,
Calabria, Puglia, a partire dal fondo.
La graduatoria non tiene conto
del “nero” – il tasso d’occupazione resta in Italia al 62 per cento, contro una
media Ue del 70+. Al Sud indubbiamente c’è più “nero” – se non più povertà.
Se non c’è mafia
non c’è delitto
Le mafie delle “curve” Inter e
Milan, traffico di droga, biglietti e posteggi, con assassinii, sono di ordinaria
amministrazione nelle cronache giudiziarie, nazionali e milanesi. Uno
penserebbe il contrario – tifo calcistico, zone urbane, grandi numeri. Ma non
prendono più spazio e attenzione di un caso di stalking dell’ex, di mobbing in
azienda, di ordinaria amministrazione in tempi di pace. Non c’è inchiesta
giudiziaria più “babba” di questa, pur grave – intercettazioni? connessioni? la
politica? Eccetto che se emerge tra i filibustieri un calabrese, o un siciliano.
Allora paginate.
Si arriva così al “Washington Post”, che fa questa
cronaca dell’affare – in breve e in ritardo, ma in prima pagina:
“La criminalità
organizzata era nel business multimiliardario del calcio italiano prima dei
fondi americani e degli stati del Golfo Persico”.
“I gruppi di
tifosi in Italia conosciuti come «ultras» sono allo stesso tempo un’identità
politica, un business e la parte più rumorosa di uno stadio. I loro
leader sono diventati importanti intermediari di potere, capitalizzando la
quasi religiosità che circonda le squadre più famose d’Italia. Alcuni ultras
hanno forgiato connessioni con l’élite politica; altri sono diventati
potenti trafficanti di droga.
Bellocco e
Beretta (ultras Inter, n.d.r.) erano diventati figure
influenti nella città più ricca d’Italia, fiorendo nel nesso di ricchezza
lecita e illecita. Ciò che pochi sapevano era che due uomini lavoravano per la
mafia italiana trasformando tutto, dalla vendita di biglietti al business delle
birre, in un flusso di entrate per la criminalità organizzata.
“L’indagine
avrebbe stabilito che anche la leadership ultras dell’altra grande squadra
della città rivale storica dell’Inter, l’AC Milan, lavorava per la mafia.
“Ciò mentre il
calcio italiano si trasformava in un business multimiliardario, attirava
una nuova gamma di interessi finanziari, dagli stati del Golfo Persico ai
finanzieri americani. Si è scoperto che il crimine organizzato era già dentro
il business. Vedendo uno sport inondato di denaro, la mafia è venuta
alla ricerca di un pezzo dell’azione: bagarinaggio, gestione di
concessioni, parcheggi, merchandise. Gli ultras, con la loro influenza di lunga data e le
connessioni nei club, così come la loro reputazione per la violenza, erano il
canale della mafia.
“Anche se i gruppi
criminali non si sono infiltrati negli spogliatoi o hanno compromesso i
risultati, dicono gli investigatori, hanno sviluppato linee di comunicazione
con giocatori, allenatori e altri funzionari della squadra — una sorprendente
collisione dei due mondi.
“La mafia si era
insinuata in altre squadre di alto livello. Nel 2018, gli investigatori
italiani hanno scoperto che i mafiosi si erano infiltrati nel gruppo ultra della Juventus di Torino, un’altra delle squadre più famose d’Europa,
sequestrando grandi quantità di entrate da bagarinaggio”.
Il giovane
Bellocco non è una pedina marginale, in una rete di piccoli-grandi affari di
balordi “organizzati”, in un mondo di coatti esaltati, che vanno alla partita per
menare le mani. Le “curve”, per essere veramente tali e punibili, devono essere
“criminalità organizzata”. Ma organizzata come? Con “cupole”, ordini del giorno,
assemblee, comitati ristretti, tribali, di posse, familiari? Non è
giornalismo esotico di colore - un americano tra le “curve” di Milano. È l’informazione,
l’unica. Ed è il sistema giudiziario-repressivo, i Carabinieri. Finché non
moriva (assassinato, per caso e senza sviluppi, senza vendette), uno di Rosarno
non c’era la notizia, non c’era la mafia delle curve, il pizzo, il riciclaggio di
denaro sporco, i traffici anzi potevano svolgersi in tranquillità.
Si stava meglio
quando si stava peggio
Ci fu bene un periodo, nel
lungo dopoguerra, in cui il Meridione rischiò il “balzo in avanti” verso lo
sviluppo. Fu quello del ventennio 1951-1971. Con una riduzione forte del divario
di reddito Nord-Sud. Nei cinquant’anni successivi il divario è rimasto uguale.
In un quadro generale che, forse non per caso, vede il complesso dell’Italia ferma
negli ultimi trent’anni, dall’avvento della globalizzazione – con tassi di crescita
del’economia dello zero virgola, e redditi reali in perdita vertiginosa di
potere d’acquisto, di valore reale.
Nei venti anni del “miracolo”
meridionale il pil pro capite, ricalcolato oggi a parità di potere d’acquisto,
progredì mediamente del 6,3 per cento l’anno – come il Giappone (la Cina dell’epoca,
la “lepre” mondiale della crescita) negli stessi anni. Contro il 4,9 per cento medio del
Centro-Nord. Un incremento solo in minima parte, lo 0,5 per cento, dipendente dalla
bassa dinamica della popolazione residente -
per effetto della parallela robusta emigrazione dal Sud al Nord (due milioni
e mezzo di trasferimenti si conteggiano).
Fu il ventennio della Cassa
per il Mezzogiorno, benché invisa all’ideologia liberale, e subito poi all’opportunismo
leghista - e in parallelo dell’obbligo fatto per legge agli enti economici pubblici, all’Iri e all’Eni principalmente, e poi all’Enel, di destinare al Sud il 40
per cento degli investimenti. Di un organismo creato da De Gasperi a Ferragosto
dell’anno prima, 10 agosto 1950. Ma non improvvisato.
La Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia Meridionale nasceva su iniziativa della Svimez, Associazione per lo sviluppo del’Industria nel Mezzgiorno, creata a fine 1946 dal ministro per l’Industria Rodolfo Morandi, su impulso dell’economista Pasquale Saraceno, di Donato Menichella, direttore generale della Banca d’Italia, già direttore generale Iri, e di altri uomini Iri, Nino Novacco, Francesco Giordano, Giuseppe Cenzato. Sul modello delle agenzie di sviluppo locale avviate negli Stati Uniti negli anni del “New Deal” post-recessione.
Paolo Baratta, che della Svimez
è stato a lungo animatore, ne traccia ora un voluminoso rapporto “dall’interno”.
Fu un miracolo. “Un miracolo non di beneficenza” - di opere del regime,
politiche. Il motore del funzionamento furono gli investimenti. Che in Italia passarono
dal 14 al 25 per cento del pil. E al Sud dal 20 al 37 per cento del totale nazionale,
mediamente ogni anno. La quota industriale sulla popolazione attiva al Sud
passò dal 21 al 32 per cento.
In particolare pesarono, oltre
alle opere pubbliche – infrastrutture - della Cassa per il Mezzogiorno, gli investimenti industriali. Specialmente
pubblici, di Eni e Iri, ma anche privati: chimici (Montedison), tessili (Lanerossi,
Rivetti), farmaceutici, agroindustriali, e persino Fiat.
Il Sud è povero perché
è ricco
Si può anche argomentare che il
Sud è vittima, più o meno volenterosa, di Giustino Fortunato. Della triplice
piaga “ereditaria” dell’illustre parlamentare: frane, terremoti e malaria. Tra “il nodo calcareo degli Abruzzi a
settentrione che è tutto un serbatoio da pascolo, e la punta granitica delle
Calabrie che è un vero sfasciume pendulo sul mare”.
Fortunato parlava in polemica
col mito della “naturale” fertilità del Mezzogiorno, e va bene. Però, ci sono più frane in Piemonte,
per esempio, in Liguria, anche in Toscana, e nell’Appennino tosco-emiliano che
al Sud. Né i terremoti sono un’esclusiva di Napoli, la Calabria e la Sicilia. All’Abruzzo
è bastata l’autostrada, e il pendolarismo ferroviario, di Remo Gaspari, per
diventare il fornitore del grande mercato romano, e uscire dal “Sud” – con
scuole, ospedali, restauri urbani, e immigrazione. Dove il Sud è rimasto Sud,
in Calabria e in Sicilia soprattutto? Dove la politica è incapace, quando non
distruttiva. Si vede a occhio nudo in Calabria, dove il reggino, già ricco
all’uscita dalla guerra, si è disastrato con i “boia chi molla”, restando in balia delle
mafie, e di politici di terza o quarta categoria, mentre il cosentino brullo e
povero, amministrato da Giacomo Mancini, è ordinato, pulito, benestante, come
una Toscana.
Ed è pure vero che il bisogno è raro, e limitato –
fatta la tara dell’“industria” dell’assistenza pubblica (del vecchio tipo “una
pensione d’invalidità non si nega a nessuno”). L’emigrazione giovanile è da più
tempo solo professionale - fino a qualche anno fa, ora la demografia ha inaridito
anche questa. E comunque si può vivere bene col poco – da “ricchi”, per il differente
costo della vita, con stipendio pubblico, per quanto da insegnante. E lo “sfasciume
“ è piuttsto verde, e anche coltivato. Dovendo stare agli stereotipi è più vero
quello che fa il meridionale indolente perché non deve faticare per mangiare.
leuzzi@antiit.eu
La menzogna è un’arma
Si è sempre mentito, “a
se stessi e agli altri”. Anche per difendersi: è “l’arma preferita degli inferiori
e dei deboli”, e di chi è in pericolo, una formazione segreta, un gruppo di resistenza
– “dissimulare ciò che si è, simulare ciò che non si è”.
Un libello contro Hitler
e Mussolini, contro il nazismo e il fascismo, regimi totalitari, e un primo abbozzo
di classificazione del totalitarismo – prima di Arendt e di Adorno. Una riflessione
di ottant’anni fa che sembra scritta ora, in epoca di bugia quasi istituzionale,
se non naturale – con l’estensione della propaganda fino ai social, e l’avvento
dello storytelling invece della cronaca, o verità delle cose. Sulla menzogna
come consustanziale ai regimi totalitari tra le due guerre, attraverso la propaganda
– “totalitarismo e menzogna” è il tema, e potrebbe essere il titolo. Oggi però,
si direbbe, veicolo “democratico”, attraverso il trucco linguistico dell’uno
vale uno.
Sono dunque cento anni che
la menzogna fa la politica, l’epoca dei media: la condiziona e la indirizza,
moltiplicata e ramificata. “La menzogna è un’arma”. Ma è anche vero che “è
soprattutto l’arma del più debole”. Delle donne, degli schiavi, delle società
segrete – quindi dei gruppi di resistenza al potere, al totalitarismo (e agli avventuristi no, ai golpisti?)
Una dissertazione breve
ma univoca - e quindi apparentemente trasgressiva: la bugia è buona e fa bene.
Ma non quando è stata scritta, per una rivista pubblicata nel 1943, negli Stati
Uniti, organo di un gruppo di studiosi francesi della resistenza gollista, in
fuga dalla Francia occupata.
A cura, e con una esauriente
postfazione, di Claudio Tarditi.
Alexandre Koyré, Sulla
menzogna politica, Lindau, pp. 69 € 11
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