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sabato 24 ottobre 2026

La vita immaginata

“Una signora si innamorava sempre di più e un signore si innamorava sempre di meno”.
“Splendisdissima era la vita accanto a lui sognata.\ Nel sogno tra tutte predilelta la chiamava.\ E nella realtà?\ La realtà non c’era”.
“Nessuno era meno innamorato di lui.\ Era il meno innamorato di tutti i signori del mondo”.
Non è il lamento di una concubina abbandonata nel matroneo, nell’harem. È la cronaca, ardita, rassegnata, dei tanti momenti di un tranfert, come si suole chiamare, non scientificamente, l’infatuazione per lo psicoterapeuta. Non la prima, Lamarque ci ha abituati con numerose altre raccolte in corso d’opera: “Il signore d’oro”, 1986, “Poesie dando del lei”, 1989, “Il signore degli spaventati”, 1992. L’anno scorso, per i 150 anni della nascita di Jung – il “signore” è, è stato, junghiano - alla sua infatuazione non corrisposta ha risintonizzato tutto il pregresso. Spiegandolo, in sottotitolo, “Poesie per Lei, Dottore (1984-2025)”, come un bouquet, una celebrazione accademica all’Emerito, una corona d’alloro sul capo dell’eroe, lo psicoterapeuta che l’ha seguita per quarant’anni.
Il dottor B.M. l’ha aiutata a sciogliere il nodo della sua identità, spiega la stessa Vivian nelle due prose che completano la raccolta, i Ringraziamenti e il cenno autobiografico che ha intitolato “Quanto ha dovuto lavorare il mio dottore”. Vivian Lamarque, così allegra e favolista, è una bambina rifiutata alla nascita dalla famiglia, di rigidi valdesi, perché illegittima, ma poi tormentata da questa famiglia naturale non-famiglia anche nella famiglia d’adozione e d’affetto. Col dottore e signore, spenta ogni passione?, si concede ora un transfert sfrenato, completo anche di autoerotismi.  suo “signore” prima che salvatore. In 142 brevi componimenti. Basati sull’iterazione per lo più. Ma inventivi, ciò che invita alla lettura, altrimenti ripetitiva. Alcuni arricchiti di metafore, e ritmi studiati - assonanze, qualche rima. Molti discorsivi.
Come sempre, come notava di Vivian Lamarque Giovanni Raboni, il suo scopritore, nel 1981, “la sua semplicità è quasi feroce”. Qui è sempre semplice nella autoironia. La prima delle quattro plaquettes che formano la raccolta, “Il signore d’oro”, è un omaggio al dottore nelle forme del “signore”, non antifrastiche come potrebbe sembrare, ossequiose – si direbbe sadomaso, se il termine non fosse connotato sugli eccessi. Apparizioni, evocazioni, lamentazioni, in diverse forme metriche di e
vocazione: “Il Signore mai” per cominciare, “Il Signore della scatolina”, di nuovo “Il Signore degli spaventati” - Vittorio Lingiardi, che firma il risvolto e la postfazione (“L’amore in una stanza”) nel ha contati 82 differenti. Assortite da epicedi-confessioni della “signora”: “La signora della neve” “La signora dei baci”, “La signora non gelosa”, minuscola sempre, ininfluente sulla sua propria storia. Tutte invocazioni all’impossibile.

La nota finale, “Quanto ha dovuto lavorare il mio dottore”, dà anche altre coordinate, oltre che dell’infanzia infarcita aggressivamente dalla genitorialità, naturale e non. Tutto è “iniziato”, dice, “(finito mai) il 14 febbraio del 1984, avevo 38 anni…Alcuni amici poeti mi consigliavano un’analisi lacaniana, altri non poeti una junghiana”. Lo psicopompo “lacaniano aveva studio nel centro di Milano, sotto prestigiosi portici”, benché dopo una portineria dove ribolliva il minestrone, e la prima seduta ridusse a “meno di 30 minuti, non avevo fatto in tempo neppure a nominarli tutti quei miei svariati genitori”. Quella col junghiano dott. B.M. (“studio quattro gradini sotto il livello stradale”) “ne durò 90. Riuscii a elencargli non solo tutte quante le figure genitoriali comparse sulla scena, ci fu addirittura tempo anche per le loro scomparse (3 su 4 al compimento del mio quarto anno di vita)”. Dopodiché tanti languori.
Vivian Lamarque, E intanto la vita, Mondadori-Lo Specchio, pp.151, ill. € 18

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