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venerdì 16 ottobre 2026

Montanelli ritrattista

Montanelli al suo meglio, di scrittore semplice ed efficace - storico con Gervaso, narratore nei “Ritratti” (i “Ritratti”, non più ristampati da tempo, sono forse la sua cosa migliore). Altrimenti traffichino in politica (fascista, comunista e anticomunista, berlusconiano e antiberlusconiano, poi bazoliano (democristiano di sinistra), alla “Voce” e al “Corriere”, e bugiardino spesso, senza bisogno, se non per posa - per lo “stile” -, in molti articoli, politici e non.
La scelta si apre con Dayan, un capriccioso – l’intervista non si fa (ma siamo nel 1969, al generale non è riuscito il salto nella politica). Segue Eduardo in famiglia, coi figli Luca e Luisella, nervoso, irascibile, autoritario, facendo finta di scherzare - a Montanelli regala le sue intemperanze. Anche Fellini, sempre disponibile e ingenuo, s’intorcina attorno a Rossellini, alla fuga-con-matrimonio del suo grande maestro e amico in India – il problema glielo ha posto un sito americano di gossip, e ancora lo turba.
Due vere interviste, politiche, sono invece d’interesse storico. De Gasperi, l’interlocutore più grigio, più posato (l’intervista si trascina per un’ora e mezza), gli regala prove solide, a proposito delle polemiche sul regionalismo, gli statuti speciali: “Con l’accordo De Gasperi-Gruber ho conservato all’Italia l’Alto Adige, così come con l’autonomia siciliana ho conservato all’Italia la Sicilia, su cui gli americani, allora, stavano per concedere mano libera agli inglesi” – e Montanelli conferma: “È vero. Don Sturzo mi ha poi fornito interessanti particolari a conferma di tutto questo”. Con Clara Luce nel 1953, designata da Eisenhower ambasciatrice a Roma, che sa l’italiano, si è documentata sulle minime cose d’Italia, e terrà la barra della politica italiana per tutti gli anni 1950, l’intervista è al rovescio, lei chiede, Montanelli non sa che rispondere – addentrandosi la conversazione fino alla mezzadria, in Romagna e in Toscana, e alla riforma agraria in Maremma (con molta ammirazione, s’indovina, per la donna, fragile, semplice e dominante, di cui Montanelli sarà a Roma frequentatore assiduo).
La più lunga, Ben Gurion, è un piccolo trattato di sionismo – “perché, per lui, l’impero ottomano è il passato, ma la Bibbia è il presente”. Da Samuel Goldwin, il famoso produttore della Metro Goldwin Meyer, si fa spiegare Hollywood, l’industria cinematografica americana.
Golda Meir giovane da sola vale la lettura. Già madre di due giovani avviati, un musicista e una felice madre di famiglia in kibbutz, vista giovanile: è stata ambasciatore a Mosca (i 50, 60 mila ebrei che sono accorsi a una cerimonia lusingati, sono poi scomparsi a uno a uno), e ministro di Ben Gurion, che ora (fine 1959) pensa di affidarle gli Esteri, è un’altra: semplice, e per niente arcigna, anzi molto comunicativa. P.es. sul destino degli ebrei in Russia: non solo gli sconosciuti 50-60 mila della cerimonia all’ambasciata poi scomparsi, Kaganovich, ebreo, al vertice politico, e la moglie di Molotov, l’eterno ministro degli Esteri, di Stalin e dopo, a un certo punto confinata in quanto ebrea, mentre il fedele marito contiina a fare il Molotov di sempre.
Indro Montanelli, Le grandi interviste, “Corriere della sera”, pp. 62, gratuito col giornale

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