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venerdì 25 aprile 2008

Tra regno di Borgogna e sinistra degli speculatori

Non tutto è stato detto sul voto. Non per inavvertenza. Ma le cose taciute non sono meno importanti.

Bossi sposta Berlusconi al centro
Il ritorno del leghismo nella forma virulenta, razzista e localista, imporrebbe una riedizione della saggia politica di ricomposizione portata avanti dal presidente Ciampi. E porterà Berlusconi in prima fila sul fronte della pacificazione. Nessun presidente del consiglio potrà avallare le farneticazioni sull’ordine pubblico (ronde, espulsioni di massa, chiusura delle frontiere, localizzazione delle competenze). Né ovviamente un federalismo secessionista, neppure nella forma spagnola delle aree riservate. Su molte aree anzi bisognerà tornare a riferimenti nazionali: l’energia in primo luogo, poi i trasporti (le infrastrutture di trasporto: ferroviarie per le aree urbane, e viarie) e la sanità. Berlusconi potrebbe cominciare a recuperare la protesta semplicemente spiegando come i problemi di Milano e il mancato adeguamento delle infrastrutture nascono dal rigiso e parcelizzato localismo.
Bossi si era assunto questo ruolo, di controllo della protesta. Ma il voto sembra ora condizionarlo in senso oltranzista. Berlusconi dovrà supplire. Avrà abbondanza di strumenti per allentare la paura, che è l’esito di tutte le incertezze e non di una fobia razzista (la stessa violenza degli sradicati-immigrati che si vuole punire è, per così dire, nella norma, “fisiologica”): di politica economica (i prezzi soprattutto, i salari, il fisco), giudiziaria (processi rapidi e pene certe), e di rilancio delle aree metropolitane, consortili, cogestibili, per l'adeguamento delle infrastrutture.

Il voto del regno di Borgogna
Il leghismo, dentro e fuori la Lega, è il primo partito della Lombardia e le Venezie, ben oltre il 50 per cento. Dell’area cioè più ricca dell’Italia. Che configura con la Germania meridionale con la quale è in simbiosi produttiva, la Baviera e la Svevia, l’area probabilmente più ricca del mondo – una sorta di riedizione del regno transalpino di Borgogna, includendo l’area dell’omonimo vino in Svizzera e Francia. È anche l’area che più condiziona demograficamente il voto nazionale. Da sola la Lombardia pesa per il 16 per cento. Mentre l’ex quadrilatero rosso, Emilia, Toscana, Marche e Umbria, pesa per poco di più, il 17. La Lombardia con le Venezie pesano per il 26 per cento, un quarto del voto nazionale. La cosiddetta Padania, comprese cioè le province piemontesi e emiliane finitime al Lombardo-Veneto, per un terzo, il 30-33 per cento
Il voto leghista è sicuramente di protesta: di popolazioni che non sono ricche per le miniere e il petrolio, erano anzi povere fino a non molto tempo fa (dalle Venezie si emigrava fino a cinquant’anni fa) e hanno costruito il loro benessere con l’applicazione e la prudenza. E da un paio d'anni sono sotto pressione. Il “raiume” postelettorale devia il senso del voto sulla sicurezza (la pusillanimità dei ricchi), ma l’insoddisfazione riguarda le condizioni di vita e di produzione. Chiunque ci viaggi, anche solo per diporto, lo constata.
Le aziende si chiudono negli ultimi due anni a diecine di migliaia in Lombardia e nel Veneto. Per effetto della globalizzazione, impietosa. E dello Stato tiranno. Gli operosi assessori delle province venete e lombarde che ne hanno guidato la modernizzazione lo constatano a ogni ora del giorno: lo Stato è afflittivo, per fisco, burocrazia, ritardi, e per gli innumerevoli adempimenti, che non contrastano ma alimentano la corruzione. I trasporti sono intasati e ingovernabili. Le politiche economiche in sede Ue, monetarie e di cambio, sono rigide e punitive.

Assessori esperti di localismo feroce
Il leghismo, dentro e fuori la Lega, ha un ceto politico professionale. Senza nani né ballerine, né intellettuali compoiacenti. Che sa come funziona, e perché non funziona, l'amministrazione. Ma cosituzionalmente localistico. Il limite, già noto in Lombardia per il caso fortemente negativo di Milano, dell'area metropolitana milanese, si è esteso col boom al Veneto e al Friuli. Nulla di paragonabile, nell'area metropolitana di Milano, con la trete di trasporti parigina o londinese, o dell'asse Francoforte-Magonza, della regione di Stoccarda, dell'area amburghese. Ma nemmeno una metroplitana fino a Linate. Per non dire di Malpensa. Dove per portare il gas la Snam ha dovuto lottare con una serie di sindaci e comuni che hanno fatto a gare a sollevare inciampi. Lo stesso per l'autostrada, e per la metropolitana - che non c'è.
L'arrivo in forze a Montecitorio di questi amministarori leghisti, dentro e fuori la Lega, potrebbe dare loro una visione d'insieme. O comunque porre una soluzione settentrionale alla questione settentrionale, che è essenzialmente l'eccesso di autonomia.

Ancora un plebiscito al Sud
Il dato comincia a emergere: metà del Sud ha votato Milano. Ma emerge in chiave antimeridionale: Fini e Berlusconi sono l’ultimo approdo dell’assistenzialismo – della “lobby del Sud” secondo il “Corriere della sera”. Ora, può darsi che venti milioni di italiani siano stupidi, dal Garigliano in giù, e poveri, vivano ancora di elemosina. Ma alcune cose che si sanno dicono altro. Berlusconi non è Bossi, ma la sua Milano è per il Sud la stessa: la promessa - l’illusione - di liberare la vita quotidiana dall’incertezza e dalla sudditanza, politica, economica, giudiziaria, mediatica. Dalla morte per asfissia. A Napoli in tutta evidenza ma non solo. Il partito Democratico è stato calato da Roma, e molti ex democristiani se ne sono risentiti, in Puglia, Calabria e Sicilia. L’antimafia, che è naturalmente “democratica”, opera come camicia di forza politica, mentre la mafia prospera, nei vari comitati antimafia inclusi: il malgoverno dell’apparato repressivo, giudiziario .

Se la novità è trattare col sindacato
La grande novità all’insediamento di Emma Marcegaglia a capo della Confindustria è “negoziare col sindacato”. È il segno della vetustà dell’organizzazione degli imprenditori, che si è consumata anch’essa negli anni montezemoliani dalla guerra sterile – benpensantistica - a Berlsuconi. Del suo scollamento rispetto ai problemi reali, prezzi, salari, caro euro, caro Stato, e la strozzatura delle infrastrutture. Una Confindustria appesa peraltro alle mediocri ambizioni politiche dei suoi presidenti sul modello dell’aborrito Berlusconi, e alle balordaggini di Calearo e Colaninno jr. Una struttura burocratica tra le tante, ma la cui assenza pesa e peserà. Non c’è altro mediatore delle esigenze e della prospettive della produzione: nessun altro rilevatore e nessun altro indicatore.

La democrazia degli speculatori
Adesso che si può dire, non si figura più traditori: Calearo, il “grande industriale veneto” di Veltroni, produceva campanelli di biciclette, ora antenne per auto, Matteo Colaninno è solo il figlio di suo padre, capostipite della dalemiana “razza padana”, che ha caricato Telecom di 40 miliardi di debiti e il fisco di Visco di un miliardo e mezzo non pagato dalla sua Bell lussemburghese. Ma sono gli ultimi di una serie, gli imprenditori che patrocinano il partito Democratico sono i maggiori speculatori della Repubblica. Bazoli, il patron di una buona metà della banca italiana, che fu il maggior collocatore di titoli Parmalat fasulli con la sua Nextra -anche se né Bondi né la Procura di Milano ne perseguono la responsabilità oggettiva. E non solo Bazoli, tutti i maggiori banchieri, Profumo, Mussari, Modiano, sono schierati col Pd, qualcuno anche con la moglie. De Benedetti , scalatore della Fiat, dell’Ambrosiano, della Sgb, “un terzo del Belgio”, Scalfari annunciò trionfante, della Sme, della Olivetti due o tre volte, e dei soldi di molti investitori con CdbWebTech. Urbano Cairo, che l’ipercollocamento, il titolo è arrivato a 60 euro, se lo è preso in forma di superdividendo. Il Moratti dell’Inter, che per l’ipercollocamento della Saras in Borsa è finito sotto inchiesta – ma per caso, è vero: sarà assolto. E c’è chi, dopo dieci anni, ancora non s’è ripreso da Tiscali a cento euro, un titolo che forse ne vale uno: non sono pochi, e farebbero volentieri la festa a Renato Soru, che il giocattolo Tiscali ha creato, e ora fa il populista governatore della Sardegna che tassa i ricchi. Storicamente, la sinistra ha sempre avuto un debole per i grandi speculatori, Parvus, Stavisky, Maxwell, Soros. È gente evidentemente che dà lustro. Ma i voti? L’etica politica? La politica? Confondono i democratici presentandosi come l’opinione pubblica, compiacenti padroni dei grandi giornali.

La borghesia buona e quella cattiva
Perdura la denuncia classista dei borghesi contro la borghesia. Non è una novità, è così dai tempi di Marx, che era un grande borghese. Un tempo la critica era quella dei grandi borghesi contro i piccolo borghesi. Ora è quella della borghesia bella-e-buona contro la cattiva, all’incirca Berlusconi, con i suoi avvocati. Belli-e-buoni che però in nulla differiscono dai cattivi se non per l’empatia dei giudici, preventiva, un’assicurazione. Non ci sono più rimproveri da muovere a Berlusconi o Ligresti rispetto a De Benedetti o Tronchetti Provera. Anzi semmai il contrario: i cattivi non hanno mai fregato nessun azionista, i belli-e-buoni ne hanno fregato centinaia di migliaia, forse milioni, per cifre iperboliche.
Quella dei ricchi d’Italia contro Berlusconi si presenta come una reazione estetica, degli uomini di denaro racés contro un arricchito. Fanfarone, baüscia, barzellettiere, ladro di pubbliche frequenze. E bisogna purtroppo prenderne le difese: Berlusconi è solo un milanese. Che ha costruito case che ha saputo vendere, e ha saputo far “lavura’” le frequenze che altri invece dissipavano. Per il resto non è dissimile dai suoi colleghi. I Moratti sono cresciuti con l’Agip - i Moratti che dicono “stronzo!” all’arbitro, per qualche secondo in più di recupero, o in meno. I montezemoli non hanno mai lavorato e non si sa che sappiano fare. Tronchetti Provera ha spolpato Telecom di cinque anni di dividendi, lasciandola comatosa. Il bisnonno Agnelli evitò per superne influenze la galera per bancarotta. Del predatore De Benedetti, del gruppo di “Repubblica” incluso, la memoria è recente. Mentre Berlusconi è nato borghese anche lui. Ha le ville ma non ha gli yacht. Ha cinque figli in carriera, ma è meglio che averli disperati. Dice le barzellette ma non si porta le ragazze in casa. Il centro che il Pd vuole conquistare è quella che si diceva la borghesia. Ma sulla questione della buona borghesia non ci si raccapezza.

B&b e impuniti
Si crede a quello che si è. Si congratulavano per la sconfitta nel loft del Pd Veltroni, Bettini, Zingaretti, Morassut, lo stato maggiore, molto romano, del Partito. Solo la Finocchiaro non partecipava, guardando fisso fuori dalla finestra – e D’Alema, cospicuo per l’assenza. Mentre Bersani diceva le barzellette (pure lui?). Marini e Parisi non credevano ai loro occhi. Franceschini rimuginava ribaltoni. Rosy Bindi una vacanza, per la prima volta, all’estero.
La questione morale è tutta qui, nella superiorità incarnata dei belli-e-buoni, impunita si direbbe a Roma, autocertificata, che perde elezioni dopo elezioni, e si consola: “Quel porco!” Corazzata della superiore lucentezza del metallo che re Mida era condannato a lucidare. Basta leggere i loro giornali – che sono i nostri, purtroppo: gratificanti, incensatori, e pregiatori del mondo candido di chi si fa scudo dell’Olocausto e del Mozambico, delle pene del mondo. Escludendo ogni colpa, naturalmente. Solo imprecando contro il mondo ostile, i b&b si piacciono piagnoni. Luciano Canfora, che pure è ottimo scrittore, dice che bisogna contentarsi, gli onesti sono pochi, perché lo diceva il Medio Evo, “Qualis rex, talis grex”, quindi porci anche gli elettori, e già Demostene nelle “Filippiche”: “Invidiare chi si lascia corrompere, ridere se lo riconosce apertamente, assolvere chi è colto in flagranza di reato, odiare chi vorrebbe metterlo sotto processo” - Demostene che, come Canfora ben sa, non disdegnava lui stesso di “filippizzare”. E dunque è più buono, democratico - e intelligente – avere i banchieri al gazebo e non i bancari…
La buona coscienza peraltro vuol’essere, malgrado Demostene e i proverbi medievali, pure fraudolenta e bugiarda. Dopo il loft una lunga serie di bugie ha rimesso in corsa per il Campidoglio, allo scontato ballottaggio, lo spento Alemanno - uno che al faccia faccia di “Ballarò” s’è dimenticato il pezzo forte, i quattromila miliardi del governo Berlusconi a Rutelli per il Giubileo, che il sindaco non riuscì a spendere, restituendone la metà. L'incredibile denuncia "democratica" su Internet che documenta come lo stupro con ferimento di una ragazza del Lesotho sia stato opera di Alemanno: con avvocati missini (peraltro ex comunisti), salvatori aenniani, il bisogno di soldi dello stupratore, e la complicità della stuprata, dei medici, e dell'ospedale che la curano. Le chiusure dei campi di rom indesiderabili. Che non ci sono state. Le centinaia di espulsioni di stranieri indesiderabili. Che sono, forse, diecine. La regolamentazione del commercio abusivo. Che ovviamente non c’è stata, e non ci può essere. Il presidio delle stazioni metro e ferroviarie suburbane. Che non c’è mai stato, chiunque lo sa. L’invito pressante ai dipendenti del presidente del Porto di Civitavecchia, l’onorevole Pd Ciani, a onorare il comizio di Zingaretti, candidato Pd alla Provincia: “La massima partecipazione… Anche in divisa…Saranno rilevate le presenze di ognuno”. E la spiegazione: “I soci hanno scelto, senza imposizioni, di partecipare alla manifestazione, mettendo a disposizione proprio personale, anche in divisa, di cui sono state rilevate le presenze, al fine di retribuire il lavoro svolto”. Il "lavoro" di scaricare Zingaretti? La sinistra non è bugiarda.

Cementato nel Prg il vicinato Veltroni-Casini

Il Piano Regolatore Generale unisce Veltroni a Casini, via Caltagirone. E divide Casini dai suoi elettori romani negli ultimi giorni della campagna per il Campidoglio, che hanno deciso di fare campagna per Alemanno. Il leader della Dc Pino Pizza ha il dente avvelenato con Casini, e non lesina le accuse dal suo rifugio pubblico alla Campana, il ristorante romano. È sempre stato sul versante di sinistra del centro, spiega, e due anni fa portò a Prodi duecentomila voti, quelli necessari per vincere. Non potendosi mettere con Veltroni alle elezioni del 13 aprile, ha tentato l’apparentamento con Casini. Che però l’ha respinto - Berlusconi invece gli consentiva di gareggiare col suo simbolo. E gli ha scatenato contro Amato - “il professionista a contratto”, Pizza è incontenibile - con la tragicomica esclusione dalle liste. Veltroni a sua volta, messo sotto torchio da Caltagirone con le campagne sul degrado di Roma, avrebbe tentato il recupero rifacendo il Prg sugli interessi dell’imprenditore. E così ha agganciato Casini, che dell'imprenditore romano è il genero.
Le liti tra ex possono essere suicide. La verità è che Casini è tentato da Vetroni anche senza il suocero. È pure vero che le modifiche tentate all’ultimo minuto dal sindaco Veltroni prima di dimettersi erano a favore di Caltagirone. Lo hanno denunciato apertamente altri immobiliaristi romani che si sentivano per questo defraudati, Lamaro e i Toti. Ma è vero infine che Veltroni, malgrado le estenuanti sedute notturne imposte al consiglio, non è riuscito a far passare le tre delibere che stavano a cuore a Caltagirone. Da qui l’equidistanza che l’imprenditore dichiara tra Rutelli e Alemanno per il Campidoglio – anche se i suoi giornali sono, sub limine come Casini, pro Rutelli. E allora dov’è la verità? Caltagirone è, con Goffredo Bettini, l’inventore e il gestore del “modello Roma”, o degli affari per tutti. Quello a cui tiene è salvare il modello. Anche nel caso che vinca Alemanno, non si sa mai.
Salvarlo come imprenditore naturalmente, che non si occupa di politica.

Il socialismo degli speculatori.II

“La Fed domenica ha assicurato l’intero magazzino mutui di Bear Stearns. Si tratta di capitalismo responsabile, non della fine del capitalismo come qualcuno vorrebbe interpretarla”, rassicurava Francesco Giavazzi sul “Corriere della sera” il 20 marzo. La critica era nientemeno al “Sole 24 Ore”, il quale invece correttamente sosteneva: “La liberalizzazione estrema, che è stata il credo degli ultimi vent’anni, ha fallito nel momento della verità” (Marco Onado). Le banche non fanno speculazione, non dovrebbero. E sono un bene pubblico, seppure gestito da privati a fini privati di lucro. In qualche modo vanno protette, ci sono per questo fondi di assicurazione e garanzia. Ma prima di Bear Stearns c’era stata la nazionalizzazione della Northern Rock, in Gran Bretagna, solo per la parte fallimentare, le parti buone restando agli azionisti. Come dire: "Arricchitevi!". Col plauso delle vestali della dirittura morale, “Economist” e “Financial Times”.
Quando Tremonti ha criticato il “nientismo” dei governatori centrali, e per essi di Draghi, la pretesa di sottovalutare l’origine e la portata della crisi, il “Financial Times” pronto ha bollato l’ex ministro di statalismo. Ma questa volta nessuno l’ha seguito. Anche perché ci sono, rispetto al primo “socialismo dei banchieri” di un mese fa, le nuove cifre di quanto esso costerà. Il conto delle perdite sarà di 120 e non di 80 miliardi di dollari, calcola il Fmi. L’Ubs è seriamente a rischio, con altre perdite, nel primo trimestre 2008, per dodici miliardi di euro. Altre banche europee hanno dovuto far affiorare perdite consistenti nel primo trimestre 2008: Rbs 5,8 miliardi di euro, Deutsche Bank 2,5, Hvb-Unicredit 0,7. Il Congresso Usa sta discutendo come il Tesoro possa garantire 300 miliardi di dollari di nuovi muti. Per la rinegoziazione dei mutui di famiglie in difficoltà, naturalmente. Ma anche per garantire il business mutui alle banche, il pagamento dei vecchi e l’accensione dei nuovi. La richiesta di nuovi mutui è in calo negli Usa del 14-15 per cento, 50 mila persone hanno già perduto il posto in questo da giugno del 2007.

giovedì 24 aprile 2008

La bugia, senza ironia, nell'età dell'ipocrisia

La verità è a pagina 83: “All’ironia ormai appartiene il segnale d’ironia”. Per l’appiattimento dell’espressione. Lo stesso per la bugia, nell’appiattimento dell’etica – siamo tutti incolpevoli, ancorché assassini. Si è astuti oggi per non essere astuti, anzi per pretendere candore. Questo libro di quarant’anni fa è dunque inutile, per essere onesto vecchia maniera, in cui la verità corrisponde all’asserzione. Per giungere all’ovvia conclusione che l’inganno non è nella lingua, ma nell’uso che se ne fa. L’ironia – la bugia simpatica, spiritosa, acuta – non è capita né tollerata: “Esistono diversi tipi di segnali d’ironia. Ci può essere la strizzatine d’occhio, lo schiarirsi la voce, un tono enfatico, una particolare intonazione, un insieme di espressioni ampollose, metafore audaci, frasi lunghissime, ripetizioni, oppure – nei testi stampati – l’uso del corsivo e delle virgolette”.
Il volumetto ha due sottotitoli. “In difesa dell’innocenza delle parole” è meritevole. L’altro, quello della copertina, “Possono le parole nascondere i pensieri?”, pone a risguardo gli avvitamenti della linguistica – “quali” pensieri, le parole ne dicono tanti? Domina l’infinita rincorsa definitoria delle scienze del trivio, per cui quando si è arrivati si è al punto di partenza – una partita che fosse tutta nel pre-riscaldamento. A p. 28 “il contesto definisce. Fissa cioè il significato”. Ma il contrario è più vero. Non solo nel caso di un’oratoria o retorica, sia essa scritta o verbale, che fa il contesto: il significato delle parole, la sfumatura, fissa il contesto. O la posizione della parola nella frase, o la grafica: se è tra parentesi, tra virgolette, anticipata, posticipata. O nella parola parlata il tono, il tempo, la velocità di pronuncia, la pronuncia corretta, oppure deformata, o magari solo esageratamente corretta. Si sa da Wittgenstein che la lingua è travestimento del pensiero. Col noto corteggio di “traduttore traditore” e “le parole tradiscono il pensiero”. Il pensiero che esiste solo in parole... Il pensiero senza la lingua è debole e incerto, si fa definitivo, si dice per dire, quando è messo in parole. Parlando, più ancora che pensando, mettiamo in moto il più complesso sistema d’equazioni, oscurando ogni altro gioco scientifico, in termini di ipotesi, verifiche, falsificazioni, all’istante.
Per il lettore un’altra conclusione è ovvia, dei limiti della semantica, o linguistica testuale, analoghi a quelli dell’antropologia strutturale, di dire come nella lingua tutto sia collegato: la parola è pensiero e atto, imprendibile, prima del vocabolario, con e senza contesto, lo scarto è la sua regola e non un residuo. Si può scendere anche alla dissociazione, all’oggettivismo di Musil e dell’École du regard, ma il risultato non cambia, non semanticamente, è quell’occhio asettico la novità (verità) della cosa, la retorica. “Perfino un cane”, Weinrich fa dire a Musil, “è già difficile da immaginare, perché è solo un accenno a vari cani e qualità canine”. Ma Musil lo fa dire all’“Uomo senza qualità”, senza immaginazione, per il quale è solo vero che non c’è l’idea di un cane senza un cane, e non viceversa. Per il bambino fino ai 18-24 mesi il cane è un “bau”, e ha altre “qualità canine”, la coda, le orecchie, il pelo, le quattro zampe, ma è già un cane, e non altro. E cosa sono le lingue? Sono davvero così diverse, e intraducibili, se sono sistemi di segni?
La linguistica ha con le parole lo stesso rapporto che la metafisica con l'essere nell'obiezione di Hobbes a Cartesio: con il "cogito" uno di se stesso dovrebbe dire non "io passeggio" ma "io sono una passeggiata"... La linguistica è uno strumento, questo sì, se non si erge a scienza, un contributo alla ricerca, che necessariamente è inconclusiva. Come la stessa definizione, il concetto, il contesto. Tutti paradigmi che, peraltro, non differiscono per la nazionalità. Dice Weinrich, p. 43, che febbre non è fever, e non è fièvre, e invece lo è. “Come concetti sono identici”, dice Weinrich. Ma non ci sono residui.
Si può concordare che in questi quarant’anni la ricerca della verità delle parole non ha fatto molta strada. Anzi nessuna, come già nei precedenti duemila anni. Mille e cinquecento per l’esattezza, il problema essendo all’origine etico e di speciale preoccupazione per gli esegeti cristiani, a partire da sant’Agostino. È questione di verità (santità) e non di conoscenza. Anche di santità laica: la più nota verità, la “Prava”, non ne conteneva per nessuno, nemmeno per Stalin che la dettava. E a volte è vero il falso, come nel paradosso di Epimenide cretese. Cos’è linguisticamente la verità delle parole? Il vocabolario? L’etimologia (soldi e pastorizia, sesso e soldi, etc.?)? Né il Battaglia né il Devoto recuperano tutte le variazioni delle parole, che sono infinite.
Weinrich tiene conto nella postfazione, tra i filosofi politici, di Hannah Arendt. Ma non di Koyré, lo studioso di Galileo e del razionalismo, il cui “Epimenide il bugiardo” era peraltro anteriore di un ventennio, e resta il classico della menzogna, insorpassato anche storicamente, che però non si ripubblica. La verità è che il libro è superfluo perché bisogna essere bugiardi sempre, senza ironia, nell’età dell’ipocrisia. Che può essere velata (nel salotti di Vespa, Lerner) oppure greve (Santoro), ma sempre si pretende politicamente corretta. L’ipocrisia è connaturata alla borghesia, si sarebbe detto un tempo. Oggi, che è vero, non siamo nell’epoca del mercato? della globalizzazione? dell’arricchitevi?, non si può dire. Non si può dire a sinistra, mentre a destra ridono e irridono. Non si può dire in Europa, mentre in America, e in Cina, si spanciano. La bugia, che non è materia di linguistica, può essere sicuro criterio di geopolitica.
Harald Weinrich, La lingua bugiarda, Il Mulino, pp.128, € 9

Delfino, o l'asino in Aspromonte

Molti scrittori, e molti libri, ingombrano le librerie nell’imperscrutabile logica editoriale che non presentano nessun interesse di mercato. Tante delle opere tradotte, per esempio. Mentre restano ai margini, non stampati o non distribuiti, autori e opere di sicura godibilità. Anche di sottigliezza letteraria, per stile, taglio, tematiche. Che in questo caso rimanda, asino per asino, senza rimetterci a Luciano - Samosata non è remota, in linea d'aria, dai luoghi del narratore. Delfino, che a lungo è stato giornalista, e qui recupera alcuni dei suoi “pezzi”, è in realtà proprio ciò che s’intende un narratore. Di situazioni e personaggi più spesso marginali e minimi, che si scolpiscono però alla lettura. Le sue cronache sono rappresentazioni, messe su con abilità, con grazia, in pochi tratti. Per esempio nello spassosissimo “Il cane Bobby”, un medaglione di Domenico Zappone, sodale e maestro dell’autore, nel trentennale della morte. Tutti i racconti-cronache di questa raccolta sono calabresi – Delfino è calabrese, dell’Aspromonte, legato ai temi e agli eventi di quella che chiama “la Montagna” – e riflettono quindi la particolare forma espressiva locale del paradosso, più spesso nella forma dell’understatement, che alla lettura risaltano quale forma aggiornatissima di leggerezza. Ma l'aneddoto è sempre sorprendente alla Buzzati, anche il più banale o scontato. Con un taglio più rapido, quasi un'istantanea, e quindi più sapido. Un altro rimando è d'obbligo, a Garcia Marquez - anch'egli a lungo giornalista. Alla capacità cioè di mitizzare i fatti, i miseri eventi quotidiani. Se il mito è la realtà profonda degli eventi. E di giocare su un passato che è presente, una tradizione che è vita, ancorché non moderna. Ma sempre con la cifra dell'autore, il rovesciamento, lo scarto. Ironico, sarcastico perfino, e sempre sofferto. A volte lo scarto è solo semantico, appena accennato, costruito su un gioco di parole, come in “Fottuti baroni”, o “Gli occhiali di Pavese”. Più spesso emerge in contrappunto ai luoghi comuni e alla retorica delle buone intenzioni, specie sul terreno disperante della criminalità. Di cui “Il suonatore di violino” è un terribile pezzo d’antologia. La materia spesso è oscura, ma “Il raglio dell’asino” è un libro divertente, incoraggiante. 
Antonio Delfino, Il raglio dell’asino, Nuove Edizioni Barbaro di Caterina Di Pietro, pp.156, €13

Grande scrittore, clandestino in Italia

C’è l’attacco sincrono del terrorista duro e puro. Anche se dal mare e non dal cielo, e contro Israele e non contro gli Usa. E c’è il detonatore nascosto nelle scarpe di una donna, nel tacco. C’è anche, alla fine, la sorpresa della sorpresa che fa il successo da un decennio del giallo d’azione, il tradimento del tradimento, eccetera. E rende giustizia a questo scrittore eccezionale, per conoscenza degli ambienti (conosceva perfino gli intrighi di Milano) e capacità di fabulazione, la cui lettura il politicamente corretto ci aveva limitato a suo tempo a “Topkapi”, per il film. Uno scrittore a lungo semiclandestino. Non per altro, l’uomo era ben orientato, ma per non essere un compagnuccio della parrocchietta.
Eric Ambler, Il levantino, Adelphi, pp.250, €12,50

Vargas si diverte, il lettore meno

Il ritornello è semplice, nel delirio della vendetta: “Victor, malasorte, il domani è alle porte”. Ma come parlare, si chiede in “L’uomo dai cerchi blu” il commissario Adamsberg, “a ragione e diritto” (à tort et à travers”). Nella stessa opera enunciando un’ancora inesistente “metafisica del reale”.
A opera dello “spalatore di nuvole” Jean-Baptiste Adamsberg (Venusberg?). Che è san Giovanni Battista della Montagna di Adamo. Tante delle stelle che si vedono sul tavolo-acquario della protagonista sono morte da tempo: il vice di Adamsberg non ha idea di “dove si fermi l’universo, e soprattutto in che consista”.
“L’uomo dai cerchi azzurri” è il primo romanzo di Adamsberg. “Fred Vargas”vi inaugura la ricetta di due parti d’irreale, di metafisico nel senso di De Chirico, e una di degrado urbano alla Simenon, di gente senza destino – il delitto dei miti, la persecuzione del caso, l’ira dei buoni, il male ovunque. Ma è più brava in letteratura, nel metatesto, che nel plot. Lento, anche macchinoso e inerte, se uno non ama le storie di testa – la gioiosa ricercatrice di medievistica e zooarcheologia che si comincia a intravedere in foto per i cinquant’anni non avrà scelto lo pseudonimo Fred per freddo?
Fred Vargas, L’uomo dai cerchi azzurri, Einaudi, pp.238, €15,5.

Il "raiume" dell'informazione

Le Camere si sono già riunite, e sono nell’impasse sulla nomina dei presidenti. Berlusconi anzi ha già fatto il governo, è andato dal presidente della Repubblica a presentargli i ministri. Anzi, di più, ha già governato e i risultati non sono buoni. La Ue dice no all'Alitalia, Berlusconi dice no alla Ue - l'Italia entrerò in guerra? Bruxelles contesta pure il bilancio del governo. Mentre il Fmi preannuncia una missione d'indagine - fra sei mesi. Poi ci sarebbe la Pirelli Bicocca, la fabbrica di Cofferati, che si vota delegati di base di destra, ma di questo non si parla.
A dieci giorni dalle elezioni le carte sono talmente imbrogliate che, se uno non sta attento, pensa di essere alla fine della legislatura e di dover votare di nuovo. Se uno cioè non si libera dei venticinque giornali radio della Rai, ripetitivi, ad alzo zero, e sui dodici o tredici telegiornali, sempre della Rai. Non si sa invece, non si riesce a sapere, chi ha vinto le elezioni e come, perché. Cosa quindi dovrà fare il governo, che dobbiamo attenderci, e come e perché chi non ha votato Berlusconi è così nettamente fuori dal mainstream dell’Italia.
Su Berlusconi la fabbrica Rai è instancabile. Ha messo le ronde armate, ha chiuso le frontiere, ha espulso i rumeni, ha venduto la Roma a Soros e l’Alitalia a un suo amico, ha liberato i mafiosi, li ha decretati eroi, sta riscrivendo i libri di storia. L’ufficio politico del Tg 1 è talmente inventivo, diciassette veltroniani e otto casiniani, che lo stesso direttore Riotta ha problemi a tenere loro dietro. Infettando i grandi giornali, di cui la Rai da tempo fa l’agenda. Con un’evidente egemonia. Una sorta, benché sappia di francesismo, di malefico “raiume” dell’informazione.

Con Berlusconi Mosca nella Wto

La Russia non ha più interesse ad aspettare fuori della Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, dove gli Stati Uniti di Bush l’hanno relegata – uno dei pochissimi paesi che ne è fuori. L’appartenenza alla Wto comporta degli obblighi liberoscambistici. Ma Putin, ora che ha rimesso le mani sulle banche e le grandi industrie delle materie prime depredate dai boiardi della desovietizzazione, non li teme più. E anzi cerca attivamente una parità di trattamento: l’ingresso nella Wto facilita anche gli investimenti russi all’estero, le esportazioni di manufatti, le lavorazioni per conto. Il governo Berlusconi dovrebbe agevolare la trattativa, sulla quale a Bruxelles permane la generale incomprensibile riserva sulla Russia di Putin, per assecondare la confusa riserva della cancelliera tedesca Merkel se non l’aggressività di Bush.
La Wto subito è stato uno degli argomenti dell’urgente visita dello stesso Putin a Berlusconi subito dopo le elezioni. Dove si è parlato poco o nulla di Aeroflot e Alitalia. Anche se il presidente russo si è riconosciuto in debito con l’Italia. L’integrazione fra Gazprom e Eni prosegue con beneficio del colosso russo, che si appresta a entrare col gruppo italiano in aree dove questo ha da tempo un’influenza: subito in Libia, domani forse in Venezuela e in Qatar. Più vaga la possibilità di un rientro della Russia con l’Eni anche in Centro Asia, a partire dal Kazakistan, dalla messa in opera del giacimento di Kashagan. Ma la semplice ipotesi colma già le ambizioni oggi di Gazprom e del Cremlino.
Il fatto è, noto alla diplomazia italiana, e sicuramente agli atti di quella del Cremlino, che non si può fare a meno della Russia volendo operare nel'immenso serbatoio di risorse che è il Centro Asia. Dove molte repubbliche di tipo "sovietico" sono sorte dall'Unione Sovietica, che talvolta fanno dell'antirussimo l'unica ragione d'essere dei monocrati. Ma non c'è altra possibilità, volendo operare in quelle immense aree, in una ottica di sviluppo, che portare i capataz locali alla ragione, e cioè alla collaborazione con la Russia. Senza la quale non hanno sbocchi. Queste cose l'Italia le sa anche per essersi ingolfata con l'Onu, e cioè con gli Usa, nella guerra in Afghanistan, che non si può vincere, e anzi si sta perdendo, senza la sponda sovietica - l'unica sponda contro il terrorismo islamico, qaedista e talebano, è il Pakistan, ed è infido.

La Russia è il miglior mercato

La Russia è il sesto mercato estero dell’Italia. E quello dove l’interscambio più cresce da quasi un decennio, dopo la svalutazione del rublo, in media di oltre il 20 cento l’anno. Per effetto del caro petrolio naturalmente, che per l’Italia si riflette sul gas, di cui la Russia è la maggiore fornitrice. Ma anche per la crescita delle esportazioni, a ritmi vicini al 30 per cento l’anno. A opera del comparto macchine utensili, e abbigliamento-casa.
Nel 2007 la Russia è stata il sesto partner commerciale dell’Italia, dopo la Germania, in ordine, la Francia, la Spagna, gli Usa e la Cina, alla pari con la Gran Bretagna. Le esportazioni sono cresciute nell’anno del 25,6 per cento, le importazioni di un più normale 5,6 per cento, malgrado il caro petrolio. A gennaio sono cresciute del 29,6 per cento, rispetto alla crescita media pur considerevole di tutte le esportazioni, dell’11,4 per cento. Gli scambi dovrebbero accrescersi ancora di più con l’inevitabile ingresso della Russia nella Wto, l’organizzazione mondiale del commercio.

Az come la Sme: ora lo spezzatino e i giudici

Il caso Alitalia ripete quello della Sme, la holding alimentare. Una vendita maldestra, oggi come allora. Da parte dello stesso soggetto, Romano Prodi. Una vendita in perdita: per Alitalia come per la Sme il compratore aveva garantita una dote. Contro le due operazioni uno stesso personaggio, Berlusconi, monta una cordata. La quale non c’è, oggi come allora: ci sono imprenditori che si dichiarano disponibili per l’amore della patria, ma non cacciano un soldo. Oggi come allora la vendita e le cordate hanno favorite facili speculazioni di Borsa. Nel nome dell’italianità dell’azienda: anche Sme doveva diventare un campione nazionale, sull'esempio del gruppo Kraft o Danone - la stessa ideologia poi usata per gonfiare all’inverosimile di debiti Parmalat.
Su questi presupposti gli sviluppi dovrebbero essere la parcellizzazione di Alitalia (lo spezzatino), e un’infinita storia giudiziaria. La Sme fu parcellizzata con beneficio dei compratori - è questo il senso e il fine delle cordate. Chi comprò rivendette a caro prezzo, tra essi in particolare un certo Lamiranda, di cui si sa solo che era amico di Prodi, Unilever, di cui Prodi era consulente, e Cagnotti, per l’arbitraggio della Banca di Roma di Geronzi. La lunga storia giudiziaria ha avuto a protagonista Berlusconi. Senza aver mai sfiorato la vendita di Prodi, a trattativa privata e a premio, a Carlo De Benedetti, su cui pure molto si è scritto. Né gli evidenti casi di aggiotaggio, anch’essi documentati, in Borsa e sui giornali.

mercoledì 16 aprile 2008

Con Berlusconi Blair alla Ue

Una delle prime telefonate di congratulazioni a Berlusconi è arrivata da Tony Blair: l’ex premier, che ambisce alla presidenza del consiglio dell’Unione Europea, è col suo amico italiano praticamente certo di ottenerla. La carica è prevista dal nuovo Trattato dell’Unione, che entrerà in vigore a gennaio, e configura una sorte di vero governo europeo.
Il governo italiano è la chiave per sbloccare la contrapposizione tra socialisti e popolari che rischiava di bloccare la nomina di Blair. Il fronte di centro destra gli aveva contrapposto una serie di nomi, i primi ministri del Lussemburgo, della Danimarca e dell’Irlanda, Juncker, Rasmussen e Ahern, e il presidente in carica della Commissione, Barroso. La contrapposizione avrebbe dovuto sbloccarsi, nei calcoli del governo tedesco, con la nomina dell’ex ministro degli Esteri di Berlino, Joschka Fischer, Verde e quindi accettabile dai due schieramenti. Ma la vittoria di Berlusconi torna a far pendere la bilancia a favore di Blair. La considerazione è stata fatta dallo stesso ambasciatore della Germania, Michael Steiner. La cancelliera Angela Merkel sta studiando come tornare a essere determinante, ma la partita sembra già giocata.
Quello di Berlusconi è ora il partito più forte tra i Popolari europei. Ai quali ha dato un impulso straordinario per la misura della sua vittoria elettorale. Dati i personali rapporti tra i due personaggi, e la disponibilità, di cui Berlusconi si fa una bandiera, di candidare anche personalità di schieramenti avversi, come Bonino e Amato, si dà per scontato che Berlusconi sosterrà Blair. E anzi, si dice, lo candiderà in proprio.
Contro Blair gioca il fatto di rappresentare un paese non fondatore dell’Ue, che resta fuori dell’euro e di Schengen. Ma anche gli altri candidati hanno dei punti deboli. La Daminarca è anch’essa fuori dell’euro. Il Lussemburgo è uno Stato minimo, e ora sotto contestazione come paradiso fiscale. Ahern è stato rinviato a giudizio per concussione quando era ministro delle Finanze quindici anni fa, e per questo lascerà la guida del governo il prossimo 6 maggio. Barroso, in carica come presidente della Commissione, non sarebbe una buona scelta in quanto il Trattato di Lisbona intende innovare. Blair d’altra parte, può far valere il solido impegno personale quale mezzo per europeizzare definitivamente la Gran Bretagna.

Come si batte Berlusconi? Coi botti

Si chiedono già i conti ai vincitori. Perché non danno una Camera a Veltroni? Dove prendono i soldi per abolire l’Ici? E il bollo auto? E il bonus bebè? E la detassazione degli straordinari? L'aumento delle pensioni minime? L’aumento ai dipendenti pubblici? L'assunzione dei precari? E toglieranno l'Ici prima casa anche alla villa con piscina? E a chi venderanno l’Alitalia? Che faranno con la Lega? Che ha già fatto la secessione. Veltroni farà il temibile governo ombra, che tanti altri hanno fatto prima di lui senza traccia nella memoria, Berlusconi che fa? La “cassa infernale” si è subito messa in moto.
Si chiama cassa infernale nella pirotecnica napoletana il susseguirsi di botti sempre più rapidi e potenti che conclude lo spettacolo, ma nell’opinione italiana ormai precede qualsiasi altro spettacolo. Il modello Rai-Repubblica, “confessa i tuoi peccati”, di preti che, loro, non peccano ma sono lì per estorcere confessioni, si è subito messo in moto. Un sacerdozio allargato alle beghine e ai begardi, le maestrine d'Italia così attente alle ragioni del Cuore, del libro "Cuore", e le rosybindi e i franceschini che dicono amen all’inarrestabile sir uolter, che pure nella sconfitta continua a parlare inglese, nell’inconfondibile tono piatto dell’uomo in trance. Confortato dal mago Piepoli, da ultimo con la crescita in città", ma partito urbano. Adesso aspettiamo Abu Omar, le veline, le corna, e le barzellette, quelle dell’“Economist” comprese, e ri ricatti delle banche d’affari in gara sul “Financial Times".
Dice: è la libertà, la stampa dev'essere critica. Bene. E perché non si chiede come mai Berlusconi vince le elezioni con nove punti di distacco. Le vince anche senza la Lega. Le vince anzi con quattordici punti di distacco (quelli dell’Udc votano contro Veltroni, solo il loro capo si può illudere del contrario, impegnato com’è ad assistere alla poppata dei bambini - assistere alla poppata?). Le vince coi voti degli operai e dei pensionati, mentre sir Uolter ha i soldi e la stima dei ricchi - ne ha la stima ma non il voto, i ricchi implacabili confessano di aver votato Casini: i Fiat, i Pirelli, e Rovati, il consigliere più stretto di Prodi (in cuor loro tremando per Berlusconi, per via della detassazione e dell'Irap). E perderà ma per ora vince pure a Roma, dopo otto anni di feste bianche e strade rotte, e quattro o cinque elezioni passate trionfalmente al primo turno, facendo tremare il “modello Bettini”. È su questo che la politica si sta affannando in queste ore, la possibile crisi del modello dei buoni affari, lasciando ai media il “dovere della critica”.

Il Partito Dolori

Molti prodiani hanno votato Casini e non lo nascondono: gli ex Dc della Margherita non sanno che faranno. Sono usciti dimezzati al Sud e al Nord rispetto alla consistenza che avevano nella Margherita, e il motivo a loro avviso è uno solo: il centralismo di Veltroni. A Nord soprattutto i beghini del Pd rosicano, avendo dovuto fare posto a due nullità come Calearo e Colaninno jr., che non hanno portato un solo voto, per le smanie di rinnovamento del Capo. Il risentimento è anche degli indipendenti, Soru, Illy, Cacciari, lo stesso Chiamparino, che pensavano di avere un ruolo e dare un contributo, per essere stati sopravanzati dai Calearo. Si aspetta il secondo turno delle amministrative e poi si vedrà, da Bologna già giungono segnali precisi. Ma se Berlusconi dovesse accedere a qualche nomina bipartisan, con esponendi cioè del Pd, il dissidio potrebbe emergere prima.
Il secondo turno è decisivo a Roma: se Rutelli non ce la facesse salterebbe il modello Roma, o modello Bettini, che regola le grandi città (gli appalti, il credito, il lavoro), e gli amici sono molto sensibili agli assetti di potere. Il modello è quello sintetizzato dall’Avvocato Agnelli in clima compromissorio: solo la sinistra garantisce gli affari. Ma se Roma lo rifiutasse, allora da Bologna il segnale è chiaro: rimescolare le carte in un congresso del Pd, e rimettere in circolo Casini per il partito del Centro. Prodi si smarca da Veltroni ma non dal Pd, ha preso gusto a sentirsi capo-partito, e non dalle questioni di potere.
Il Pd ha tenuto ma solo sulla sinistra politica. E al centro geografico - non tutto: nel Lazio solo a Roma, anche se non abbastanza. Il partito Democratico al debutto sarà, come vuole Veltroni, l’unica realtà della sinistra, ma al suo interno alcuni ex Ds e molti ex Dc hanno il magone: non sanno che faranno, ma oscillano tra l’abbandono e la rivolta. Questi ultimi in particolare: in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania, hanno perduto posizioni consolidate, a favore dei veltroniani e di Casini. Al Nord e al Sud, pur annichilando la sinistra, il Pd ha raccolto meno che nelle passate elezioni. Il dato è certo e il motivo è semplice: molti ex compagni dall’Appennino in su hanno preferito la Lega, mentre da Rieti in giù molti ex amici, risentiti dalla mano dura di Veltroni, “il comunista”, hanno votato Casini o Berlusconi.

lunedì 14 aprile 2008

L"inesauribile letizia" di Rosa Luxemburg

Il 28 giugno 1916 Rosa Luxemburg fu arrestata con Karl Liebknecht dopo uno sciopero, proibito in guerra, e condannata a due anni di carcere. In carcere scrisse articoli, compreso il famoso “La Rivoluzione Russa”, sul rischio di una dittatura boscevica in Russia, e il “Pamphlet Junius”, con l’alternativa “socialismo o barbarie”. In carcere scrisse anche alla sorella di Liebknecht, Sonja. Fra le tante una lettera sulla sofferenza degli animali, che Karl Kraus pubblicherà due anni dopo, dopo la morte di Rosa, e Marco Rispoli ripresenta in questo aureo libretto, insieme con l’articolo di Kraus, e altri pezzi sulla sofferenza animale di Kafka, Canetti e Joseph Roth.
Un po’ di compassione per gli animali, dunque. Ma è anche una maniera per Rosa Luxemburg, una figura sommersa anch’essa dalla caduta del Muro, di tornare all’attenzione. La bizzarria è che, nella traduzione di Rispoli, la lettera della Luxemburg sembra un capolavoro, al confronto degli altri contributi, Kafka compreso. In grazia, direbbe lei, della “mia inesauribile letizia interna”. Riesce ad amare anche la notte: “La profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare”. In più della riconosciuta sensibilità politica: una cosa giusta la rivoluzione in Russia l’ha fatta, “ha ripulito l’aria dai miasmi” e dai pogrom. In Germania invece: “Riesco piuttosto a immaginarmi dei pogrom… in Germania”. Sembra una cosa fuori del mondo, ma: “Di certo vi è l’atmosfera giusta, fatta di bassezza, vigliaccheria, reazione e ottusità”.
Di Rosa Luxemburg si parla ancora per la vicenda umana. Uscita di prigione, Rosa si oppose nel 1918 alla sollevazione Spartachista, che riteneva avventata, e alla formazione del Partito Comunista perché prematura. All’alba della Rivolta di Gennaio, il 15 gennaio 1919, venne rapita e assassinata, a colpi di canna da fucile, dice Kraus, insieme con Liebknecht, dai soldati dei Freikorps, agli ordini del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert. L’operazione ha un risvolto romanzesco che non va taciuto. Il rapimento fu reso possibile grazie al pedinamento di Wilhelm Pieck, il futuro presidente della Germania Est. Ma Pieck, preso assieme agli altri, fu rilasciato. Da qui l’ipotesi che Rosa Luxemburg e Liebknecht siano stati “venduti” ai Freikorps da Karl Radek, il capo del comunismo tedesco, in sintonia con Lenin.
Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione, Adelphi, pp.65, €5,50

Venezia e l'amore che non si dice(va)

Lontano cugino di Pasolini, più giovane di lui di sette anni, Naldini è stato compagno di scorribande del poeta, e poi appassionato suo curatore e biografo. Insieme, dirà, avevano in comune “la risata completamente muta”. Escluso dall’eredità, anche letteraria, Naldini ha riacquistato con lentezza una sua autonomia di scrittura, allontanandosi anche fisicamente dagli ambienti che la presenza massiccia di Pasolini ingombra. La sua cifra è ora quella della sessualità libera del più giovane Tony Duvert, che l’ha preceduto anche fisicamente in Nord Africa, dove l’amore dei ragazzi è (si suppone) libero. Nella prima narrativa, “Come non ci si difende dai ricordi”, di due anni fa, Pasolini è sempre presente, ma già con un certo distacco. La fuga a Roma di Pier Paolo e della madre Susanna, per abbandonare il padre Carlo Alberto, vi è già un racconto. O Parise che fa la pennichella in albergo a Milano sporcaccione tra le lenzuola. Di altri veneti ci sono ottimi ritratti, Bartolo Cattafi, Biagio Marin, e di Vittorio Sereni. E di Guido Pasolini, il fratello minore di Pier Paolo, coraggioso, pugnace, anche in difesa del fratello, e figlio mal amato. Liberamente di Pier Paolo Naldini vi tratteggia la sessualità brutale, rozza (un primo moto di distacco l’aveva avuto col contributo a “Desiderio di Pasolini”, la collettanea pubblicata nel 1990 da Stefano Casi sull’omosessualità “non accettata” del poeta).
Sulla stessa vena Naldini tratteggia in questa brochure, sotto forma di “lettere non spedite”, una serie di personaggi visto o incontrati a Venezia all’epoca dei suoi studi negli anni 1950. Ancora con timidezza, ma sapendo già narrare di se stesso. Direttamente e sotto le specie di De Pisis, dell’inevitabile De Pisis, e a sorpresa di Frederick Rolfe, il Baron Corvo ultimamente scomparso dagli scaffali ma gran protagonista di quella Venezia.
Nico Naldini, Il nobile Von., Manni, pp.47

"Nessuno è mai morto per il capitalismo"

L’eugenetica (bisogna non nascere? bisogna morire?), l’evoluzione, lo statuto dei lavoratori, negli anni 1920. E la prevedibile serie di battute. “Indossava gli occhiali scientifici più avanzati e più potenti chiudendo gli occhi”. “Il tiranno non governa con la sola forza, anzi governa soprattutto con la parola”. “Una vera rivoluzione ha tutti i colori dell’aurora, o della fine del mondo”. Con Chesterston non ci si annoia, anche in questa "Utopia degli usurai" rimasta così a lungo inedita in Italia.
Chesterston è in Italia vittima di se stesso, un anticonfomista ridotto a pedagogo e a moralista per essere cattolico. Bompiani ripubblica tal quali le vecchie Edizioni Paoline di Gian Dàuli, di cinquant'anni fa. Che ripetevano quelle Alpes, dello stesso Gian Dàuli, di ottant'anni fa. Ciò malgrado "L'osteria volante", con la sua alleanza segreta tra i potentati economici occidentali e i cattivi dell'islam, resta godibile. Anzi è forse di lettura più brllante in questa epoca complottarda.
Chesterston è una lettura sempre speciale: richiede che si entri in un linguaggio diverso, un modo di rappresentare il mondo diverso, benché rispettoso della grammatica e della sintassi. Enrico Ghezzi, che riedita il romanzo, evoca la "concretezza fantastica dell'astratto". E' il principio anarchico applicato alla stessa scrittura, e per questo imprevedibile. E' la cifra anche di Conan Doyle, depurata delle melensaggini e le lungaggini, e la fortuna di Sherlock Holmes, l'approccio irrispettoso, verbalmente violento: lo scherzo è lo scarto.
"L'utopia degli usurai" rende fruibili alcuni degli sketch giornalistici sui quali la fama di Chesterston si è costituita, ma la cui conoscenza è limitata in Italia alla raccolta "Ortodossia". Quelli scritti per il “Daily Herald”, il quotidiano socialista, dopo una lunga militanza col "Daily Mail”, abbandonato per il rifiuto di condannare la corruzione del partito liberale al governo. Il creatore di Padre Brown vi scrive da destra le cose di sinistra. Gli articoli, riveduti dall’autore e postillati riccamente, sono confluiti in un libro per il pubblico americano. Con effetti sorprendenti: la Società degli usurai è il socialismo burocratico... Ma soprattutto con un senso vivo della realtà, per tanti aspetti ritornante, come si vede dall’indice, senza il gossip, l’acquario, il velinaggio: una boccata di realtà col denaro, l’avidità e lo sfruttamento, e con le verità che non si dicono: “Nessuno è mai morto per il capitalismo”. C’è un fondo di anarchia in ogni conservatore.
G.K.Chesterston, L’utopia degli usurai, excelsior 1881, pp.260, € 15,50
L'osteria volante, Bompiani, pp. 322, € 8,40

Montalbano s'impegna ma non ne ha voglia

L’aneddoto del “Campo del vasaio”, l’ultimo Montalbano, è magro (è evangelico). Benché sublimi la vendetta, passione perdurante nell’età dell'acquario. E l’autore si sorpassa, a grande velocità – è a un libro al mese. Non ha più “gana” di Montalbano, e neppure dei romanzi storici. Perfino Caravaggio gli resta al di sotto del ricchissimo personaggio quale fu Caravaggio, anche in un ottimo libro del suo editore, quello che lo ha lanciato, Sellerio, su Caravaggio in Sicilia (non c’è neppure Caravaggio a Messina, dove ha lavorato a lungo tra molte ombre, c’è Caravaggio a Palermo, che non c’era). Ma tutto quello che non può più ingurgitare, di whisky e pesce di giornata, lo divora come scrittore civile, di se stesso, e del profumo di donna, nei romanzi "francesi" e nella favola della sirena Maruzza bene in carne.
Montalbano stesso è stanco. Non ha sorprese, non incontra più straordinari personaggi, non apre insomma la Sicilia trascendentale come soleva. Lui dichiaratamente non ha “gana”, neanche di menù succulenti. È sempre sostenuto con brio da Salvatore Silvano Nigro, ma niente. Per inventarsi qualcosa il suo scrittore preferito Camilleri deve traviargli l’impalpabile vice Augello, figurarsi. Mentre lui, l’eroe del “vaffa” ante litteram, se stesso fantasmizza quale cavaliere della Resistenza, a Mussolini, agli americani, alla mafia e a Berlusconi, che chiama lo stronzo e contro il quale si voleva pure dimettere, in un precedente romanzo.
Può essere l’età. Ma, conoscendola, è la Sicilia che s’è ripresa Montalbano-Camilleri, la Sicilia del cliché. Da sfottente, scorbutico, geniale, come un vero siciliano, il personaggio è diventato col suo autore il siciliano obbligato, e il bozzettismo dilaga, come già ne “Il re di Girgenti”, nella “Biografia del figlio cambiato”, e ora in "Maruzza Musumeci". Che va avanti per due terzi come un promettente racconto gotico (riesce perfino la scena di sesso, che la ricetta del libro che si vende vuole a un terzo della narrazione, e altrove in Camilleri è sempre impacciata), ma poi inciampa nei fascisti e la guerra, contro cui tutti siamo. Entrambi sembra che vogliano dare ragione a Calvino, quando rimproverava a Sciascia una Sicilia risaputa: “Questa Sicilia è la società meno misteriosa del mondo: ormai in Sicilia tutto è limpido, cristallino: le più tormentose passioni, i più oscuri interessi, psicologie, pettegolezzi, delitti, non hanno più segreti”.
Montalbano è, era, il tipico fascistone, con la fidanzata, gli amici, i subordinati, i superiori, duro e anarchico. Simpatico, e anche giusto, ma non comunista come si professa, non nel senso degli appelli e la mobilitazione permanente. Nei suoi romanzi tutto finora si è svolto nel segno di questa figura, molto meridionale, di una parte del meridione. Sono del fascistone i cliché che fanno Montalbano consolatorio. I luoghi comuni: tutto è bello in Sicilia, gli sbirri sono un po’ scemi (in basso e in alto, i piantoni e i questori), la politica è bugiarda e ladra, la mafia strana, le donne infide, e c’è pure la svedese, facile. Il lieto fine. I ruoli notabilari. L’immutabilità soddisfatta. Tutto peraltro realistico. Molto. Sicuramente più del tutto mafioso, e più produttivo. Ma in un quadro di compiaciuta stabilità. Che questo Montalbano abbia stufato il suo scrittore preferito, Camilleri, è possibile: lo scrittore ora si diverte con la vena civile. Aveva smentito Calvino, che sempre a Sciascia, a proposito di “A ciascuno il suo”, aveva stabilito “l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano”. Ora non più – Calvino ha sempre ragione, per un autore della vena civile.
La vena civile è l’improbabile Resistenza. Da tempo Montalbano ha virato al politicamente corretto, tratta gli incidenti sul lavoro, la tratta degli immigrati e dei bambini, la Lega, l’omosessualità latente di Catarella, oltre alla gamma rituale degli antiberlusconismi. Anche Camilleri autobiografizza l’impegno, è quasi convinto di aver fatto la Resistenza, e ne è alfiere, contro la mafia e contro naturalmente Berlusconi. In compagnia di altri personaggi implausibili, Paolo Flores, Di Pietro, Travaglio, etc. Come in un quasiasi articolo di giornale.
L’impegno contro la mafia Camilleri sente stranamente alla Biagi. Stranamente per un siciliano, poiché magnifica Provenzano nei suoi pizzini. “Voi non sapete” è un libro contro la mafia, ma Provenzano sarà lusingato da un libro sui suoi pizzini. Non è il primo o il solo, bisogna darne atto a Camilleri. Ma Provenzano sarà lusingato in questa antologia mondadoriana del suo ruolo di prim’attore, in un libro di successo, orchestrato dal più grande siciliano sulla terra – Camilleri, che è uomo di teatro, lo sa. Una furbata editoriale ma non solo, poiché la firma l’autore più amato dagli italiani.
È un libro fastidioso. Volgare e indisponente. Provenzano è, col suo capo Riina, uno dei delinquenti più sanguinosi della storia mondiale. Ma qui è come La Fontaine, come lord Brummel. C’è perfino la mafia buona, quella “vecchia”. E il Capo della procura antimafia che vi certifica l’“assoluta sofferenza” di Provenzano ogni volta che ha dovuto ordinare un crimine, cioè ogni giorno – “dovuto”? Questa pubblicistica, che non è storia, non è antimafia, non è giustizia, ma fa tesoro della curiosità morbosa, non è niente di diverso dalla biografia di un pedofilo, uno stupratore, ogni altro delinquente abietto. Il mafioso ha un cervello semplificato: è rozzo. E nessun altro “significato” di cui valga la pena fare l’analisi. Provenzano è più notevole degli altri solo perché ha al suo attivo una quarantina di killeraggi. E quarantatré anni di finta latitanza, di cui non viene chiamato a rendere conto. Camilleri fa la semiotica dei suoi pizzini, gli appunti sgangherati con cui comunicava coi suoi affiliati. Come di un linguaggio superiore, analizzato con la stessa cura che si dedicherebbe a un’opera letteraria. Finendo per magnificare la mafia anche nel suo aspetto meno magnificabile, l’inarticolazione verbale, per analfabetismo o incapacità di argomentare - di uno che pure ha un figlio professore all'università di italiano, si vede che il crimine è incorreggibile. Una grande tristezza.
Si può aggiungere che Berlusconi, che Camilleri ultimamente chiama Berluscazzoni, è con Mondadori il suo editore principale. Che molto investe sullo scrittore e coraggiosamente ne valorizza ogni parola, compresi gli scarti, per tutti i lettori, dai Miti ai Meridiani che lo consacrano, ai Cd, ai Dvd, e al nuovo filone dei romanzi francesi, o dell’odor di femmina. E porrebbe un problema, a ogni resistente: come mai questo cazzone prende due voti su tre in Sicilia, da tempo ormai immemorabile. Ma non si può pretendere da Montalbano la soluzione di ogni rebus.
“Il tailleur grigio” è, come “La pensione Eva”, e la stessa favola di "Maruzza Musumeci", il sesso riportato al quotidiano. Di nuovo, nella formula del romanzo francese o di moeurs, c’è il colore: il rosa dell’adulterio è virato al nero – da qui il grigio del romanzo mondadoriano? Il romanzo francese in Italia è invenzione ormai secolare, tra Marco Praga, "La biondina", Ada Negri e Umberto Notari, o Guido da Verona, o Pitigrilli - se misurato sul Verga fiorentino anzi più che secolare, sono passati quasi centocinquant’anni. Anche se nobilitata quale letteratura Fine Secolo, di orizzontali, leonesse, allumeuses e altrettali finezze, e i Fine Secolo ormai sono due. Mentre la donna fatale resta nel novero di Hoffmann, o della letteratura delle androidi, che parte un po' prima, dalle "Misantrofile" di Révéroni de Saint-Cyr. E la sirena nel repertorio mediterraneo, fino all'Idrusa di Otranto che essa molto ricorda. Di diverso c’è, anche qui, l’italiano siculizzato di Montalbano, con cui Camilleri si racconta ora di preferenze le storie che va scrivendo - anche lei è diversa, benché l'aneddoto non sia nuovo, le corna in Sicilia: una moglie “Barbie”, che si anima in prossimità della morte di lui.
Questo italiano dialettizzato, con cui Camilleri raccoglie miriadi di lettori, sarà un fenomeno importante. Con tutto Bossi la Padania non ha avuto un ritorno di letteratura “nazionale”, né la Lombardia, né il Veneto. La Sicilia invece sì. Perché la Sicilia è una nazione, anche senza un Bossi. Anche di numero: tra siciliani dell’isola e siciliani del continente, per non contare quelli dei cinque continenti, fanno bene un popolo. I lombardi probabilmente sono di più, ma non esistono – si dice per dire: non esistono in letteratura. A parte quelli che sono siciliani. O pugliesi, o napoletani. La vera carica leghista – identitaria – è siciliana. Nel bene e nel male.
Nel bene la guida è Camilleri scrittore, che del dialetto ha elaborato una forma intermedia. Portando agli altri lettori, che sono pur sempre la maggioranza, un lessico comprensibile o, dove non lo è, subito tradotto, con la naturalezza teatrale, della scrittura parlata, introducendo cadenze nuove e sorprendenti. “Maruzza” è dialettale nel senso che Montalbano ha da tempo dimenticato, della specialità del tempo e del luogo, della caratterizzazione dei personaggi e delle cose. Con i profumi della terra, la terribilità del mare, per i terragni e non solo, le fantasie di un mondo senza parole. Perfino il “lavoro dei campi” Camilleri riesce a vivificare, la rimonda degli alberi, la bonifica del terreno, l’architettura del necessario. Si diverte anche, e fa divertire, colloquiando per proverbi (quanti proverbi sulle donne!), o magicamente in greco, con versi dell’“Odissea”, senza forzature.
Ma è una lingua d'autore e non un linguaggio - a meno che non sia quello borghese, della borghesia professionale, agrigentina, palermitana: contemporanea del leghismo ma ante Lega, è la lingua, questo italiano farcito di dialetto, delle borghesie meridionali dei medici, i farmacisti, e i baroni, per definizione nostalgici (le baronie siciliane, e più quelle imaginarie, desiderate, sono all'origine del più gran numero di memorie familiari, il genere dominante del tardo Novecento, che si prolunga in questo millennio, in italiano, francese, inglese e frange tedesche). Ma nemmeno questo si può dire del camillerismo.
La speciale lingua di Camilleri non è realistica, di personaggi e ceti che dicono l’italiano ma pensano in dialetto. Né è storica come avrebbe potuto, se Camilleri ha conquistato Milano meglio di Bossi. Prima di diventare insignificante, per incontinenza, è stata il siculo italianizzato alla D'Arrigo. Sì, ed è degno di nota: il siculo di Montalbano è quello del dimenticato autore di "Horcynus Horca", di cui ripete strutture sintattiche, fonemi e idiotismi, più che di Verga, e per niente di Pirandello, che pure è conterraneo di Camilleri, con analogo contrappunto umoristico di idioletti. Una lingua di fantasia, evcativa, sapiente anche, tra persone e vicende che alla lettura (e nei film del geniale Sironi) si presentano archetipiche, stagliate nel mito. Ma artificiosa.
Con un tocco giocoso che può giocare per antifrasi. Sorprendente cioè, lieve com'è e riderella, se i dialetti meridionali sono quelli di Corrado Alvaro, “piagati e grondanti sangue”. Un calco giocoso del terribilismo di Verga, di Pirandello, dei poeti dialettali, e delle cronache - che è anch’esso un calco, di maniera, la maniera della scrittura sociale. Ma liberatorio, meglio ancora che gli ambienti e le storie, per una volta non di mafia (Alvaro dice la lingua del Sud, “la parola magra e disadorna, acuta e dsperata, vestita di pelli e nutrita di locuste”, legata alla Passione, di Cristo).
Montalbano sarà stato l’altra Sicilia che a Calvino sfuggiva, questa quintessenza della nostra civiltà che sopravvive al genere mafioso, al genere editoriale, forse per caso.
Andrea Camilleri, Il campo del vasaio, Sellerio, pp. 285 €12
Voi non sapete, Mondadori, pp.216, € 17
Il colore del sole, Mondadori, pp.111, con 12 foto a colori, €6
Il tailleur grigio, Mondadori, pp.144, €16,50
Maruzza Musumeci, Sellerio, pp. 155, €10

La giustizia è potere

Il giudice Boccassini rifiuta la Procura di Verona perché non è assortita della Dda, la procura distrettuale antimafia. Forse che non potrebbe per questo perseguire la mafia? No, il Procuratore uscente Papalia ha ben meritato, oltre che per avere liberato il generale Dozier e bloccato la deriva terroristica della Lega, senza lasciare alcun delitto impunito (ai Ris), per aver estirpato ogni traffico di droga e altre appendici mafiose dalla città. Che forse non è tanto mafiosa da meritarsi una Dda. Ilde Boccassini non vuole Verona perché non le dà abbastanza lustro, questo è tutto.
La vicenda caratterizza soprattutto l’antimafia, che si è ridotta a essere esattamente quello che Sciascia paventava venti anni fa. Ma conferma anche che non c’è alcuno spirito di servizio, né quindi di verità, nella giustizia, solo un fatto di potere. Il Csm non punirà Ilde Boccassini per il rifiuto, ma le troverà una Procura con l’antimafia. L’antimafia serve al magistrato inquirente perché ha più mezzi e meno vincoli. Non per prendere i ladri, gli estortori, gli incendiari, gli spacciatori, che sono delinquenti contro la proprietà, materia familiare e privata. Per quello comunque basterebbero i carabinieri, non c’è bisogno della Dda. Questa serve per controllare il resto della società, alcuni politici, alcuni imprenditori, alcuni giornalisti, alcune società di calcio.

La debolezza dell'euro forte

Almunia ha finalmente scoperto che l’euro a due volte il dollaro “non rispetta più i fondamentali dell’economia”. E anzi teme la “combinazione” tra il deficit Usa e i surplus asiatici. Non si finisce di stupirsi dell’Europa di Bruxelles. Sarà il commissario un compagno no global travestito? Ma non ha più l’età per negare la realtà. No, Almunia ha perfino scoperto che lo yuan cinese si nasconde troppo dietro il dollaro – una questione che per altri è vecchia di sei-sette anni. No, è che Bruxelles è proprio un altro mondo: chiuso, cupo, borioso, inerte.
Il dollaro che passa da 0,83 a 1,60 nella presidenza Bush. Il prezzo del petrolio che, nella stessa presidenza, non ha politicamente alcuna logica, se non quella monetaria: sfiancare l’euro, elevandolo a valori stratosferici. I tre quarti dell’economia mondiale che prosperano col dollaro, mentre incensano farisaicamente la fortezza euro. Il peggio di tutto è Almunia o l’Europa, che pretendono dall’America e dalla Cina una rivalutazione. Pretendono cioè che gli Usa e la Cina se le taglino. Altrimenti… Altrimenti che?

La corruzione del calcio

Si piangono le Domeniche sportive, nel mentre che se ne celebra la storia: nessuno più le vede. E la colpa si dà alla tv a pagamento, che invece langue. Mentre è della cialtroneria, del calcio consegnato ai legulei – compresi, anche qui, i magistrati: dove non s’infileranno? Quelli delle mosse, o delle moviole: il difensore è in linea? c'è luce tra le gambre? e il pestone è davanti o di dietro? o ha toccato prima la palla? Nell’apparentemente rinverginita Calciopoli, dopo la riconquista del potere sportivo da parte della vecchia Dc, Petrucci, Abete, Matarrese, con i moralisti del tipo Borrelli e Guidirossi – ricordate la vergogna della celebrazione romana del Mondiale di Germania? Quella della squadra in essa intrappolata si toccava con mano in televisione.
Il calcio del resto è quello che è, che la Roma ben simboleggia opposta al Manchester United. Le uniche due squadre che avevano una gestione legale, Juventus e Fiorentina, sono state colpite nell’onore, e si rifanno strada a fatica in questo mondo supercorrotto. Dove l’Inter stravince con bilanci talmente aggrovigliati da lasciare a bocca aperta più dei gol di Ibrahimovic, dopo aver distrutto una diecina di grandi atleti italiani, Cannavaro, Pirlo, Toldo, Materazzi eccetera, con un presidente che liberamente dà dello “stronzo!” all’arbitro, per alcuni secondi di recupero in più, o in meno. Molti soldi del resto non ci sono e bisogna arrabbattarsi. La Roma e la Lazio non possono spendere un euro, il nuovo padrone Profumo non lo consente. Gli altri vivacchiano, sperando di fare il colpo nei vivai sudamericani e africani. Visto da fuori, fa paura. Ma i giornalisti sportivi, che dovrebbero essere le vittime delle Domeniche senza pubblico, se la godono allegri: per loro il calcio è un optional?

L'anti-politica è politica furba

L’anti-politica di Grillo è politica. Promuove la raccolta di voti, le candidature, le liste. È politica furba, come quella di Di Pietro, furbo dichiarato. È politichicchia, che tutti gli altri vuole maneggioni e corrotti mentre Grillo – e Di Pietro – vuole equo, intelligente, sempre, uno che ha tutte le soluzioni, che per definizione sono le migliori e anzi definitive. È una furbizia che si rivolge peraltro ai furbi, a tutti quelli che non sanno di che parlano ma si vogliono più onesti, intelligenti, capaci, e anzi risolutivi.
L’anti-politica è - dovrebbe essere - la via del distacco. Una superiore serenità di fronte agli affari e alla storia. Una sorte di zen socratico, la saggezza di chi sa di non sapere. Perciò senza albagia, e senza disprezzo della politica, come di ogni altra azione umana. Questa naturalmente è filosofia. Ma l’anti-politica di Grillo è disgustosa anche senza filosofia. O no, è malinconica. È il segno di dove una cultura – un’epoca, una storia – debole può condurre, una democrazia malintesa, un’informazione ridotta al gossip, gestita dalle veline, pagata dalla audience. E una politica dell’immagine.

mercoledì 9 aprile 2008

Niente paura, le elezioni le perde Veltroni

Niente paura, le elezioni le perde solo Veltroni: non c’è rassegnazione in Prodi, c’è una malcelata soddisfazione. Di vedere Veltroni andare incontro alla disfatta, e con lui l’ex Pci, che stava monopolizzando il Partito democratico, di cui il Professore è l’ideatore e si ritiene l’interprete. Le elezioni improvvise ribaltano la prospettiva del Pd, da iniziativa vincente a sicuro sconfitto, e a chi vive di solo potere la cosa non piace più - non c'è compassione tra le persone pie. Il silenzio dei Dc in questa pazzesca campagna elettorale - suicida - è fragoroso. Non c’è amore tra le due componenti del Pd, e anzi c’è rancore. I residui Dc sono coscienti di dovere alla disciplina ex Pci , al senso di gruppo e di appartenenza del residuo centralismo democratico, il posto in Parlamento in gran numero, molti di più di quando c'era la Dc. Ma sospettano sempre.
“Strane elezioni, senza battaglia” titola il professor Sartori. È stata una campagna elettorale assurda, come la caduta del governo che l’ha generata, una vera commedia degli equivoci. Una campagna debole, se si vuole, da età dell’acquario o del gossip, dello shopping, della happy hour. C’è stato di peggio, se Cicciolina è stata deputato della Repubblica, primo eletto dei radicali a Roma. Ma era un caso. Ora la commedia dilaga. A quattro giorni dalle elezioni non si saprebbe dire per chi si vota: la politica non si trova, nemmeno a cercarla nelle pieghe, è un deserto, seppure popolate di belle ragazze. È dunque una campagna irripetibile, e va ricordata. Ma per il Pd.
Uno dei due schieramenti corre per perdere, il partito di Veltroni. Che si immolaa una causa persa, come già Rutelli nel 2001, ma ora con tutta la sua neonata creatura. Non senza hIumour, seppure involontario. La capolista a Roma Marianna Madia, presentata personalmente da Veltroni, dichiara: “Ho una straordinaria inesperienza politica”. Mentre il suo capo rifiuta i socialisti, che bene o male valgono uno e forse due milioni di voti. Con l’effetto che, se i socialisti non ce la fanno da soli, martedì l’Italia sarà il solo paese europeo a non avere rappresentanza nell’Internazionale. Non contento,Veltroni li diffama da Vespa affabile, e il soviet della Rai impedisce loro di difendersi, Annunziata, Santoro, Riotta.
Veltroni solo si è alleati i diepietristi, che ormai sono un partito di antipatizzanti. E non si libera del Pd campano: si proclama nuovo e radicale e si tiene gli assurdi, se non corrotti, amministratori di Napoli e dintorni. Capolista a Napoli è le seconda bellezza Pina Picierno, una demitiana scelta per non candidare De Mita. Picierno si è laureata con una tesi sullo stile oratorio del politico irpino. Il quale, escluso dalle liste, si è offeso e minaccia di rifondare la Dc. Non si accontenta del risarcimento, la candidatura, nel Pd, del figlio Giuseppe, ex addetto stampa della Lazio, la squadra di calcio, nonché proprietario di una Ferrari.
Perché Prodi lo vuole dannato, ognuno lo può capire, seppure a malincuore. Ma Veltroni, perché vuole perdere? Per dimostrare di essere la sola sinistra di governo? Ma dopo la sconfitta il Pd si sfascerà. Con la generosa Madia, e la dottoressa Picierno, e altre pupille analoghe, il Pd non può fare nemmeno l’opposizione. Forse Veltroni, pur antipatizzante socialista, non conosce i democristiani, la metà del suo partito. Il modello Bettini, o modello Roma, non è esportabile: nella capitale i Dc marciano perché è la sola maniera per loro di partecipare comunque agli affari, non così in Sicilia, Veneto, Lombardia, Impania, Toscana, Calabria.
Avremo avuto un candidato progressista che si atteggia a baronetto inglese in America, la testa nel Connecticut i piedi nel Tennessee. E il programma intitola “Yes, we can”, che non dice nulla a nessuno. Credendosi ancora nel Pci di Togliatti: nomina le puledre senatrici, e i vecchi politicanti mette in berlina - senza sapere che sono democristiani e non picisti, e gliela faranno pagare, senz’altro.
Non è la sola stranezza della campagna elettorale. Che sarà ricordata come la campagna Longanesi. “Italia, in piedi!”, suona Veltroni, “Rialzati Italia!”, risponde Berlusconi. Mentre Firenze lancia lo slogan “Mendicanti in piedi!” Il titolo di Longanesi cui tutto si ispira fa “In piedi e seduti”, è più comodo. Baccini e Tabacci formano un partito. Che ha subito adesioni montezemoliane, di quelli che non hanno mai lavorato, della Rai e dei giornali di Lor Signori. Sembrano la novità della stagione, l’ennesimo partito anti Berlusconi nella vasta area di centro. Per un paio di giorni, poi scompaiono. Senza spiegazioni, senza curiosità. Pare siano tornati con Casini. Casini non vuole la concorrenza di Pizza, Amato lo accontenta.
Mauro Ceruti, buon cattolico, preside di Scienza della formazione a Bergamo, responsabile dell’Area Sapere del Pd, sarà un cascame di linguaggio sovietico?, si proclama grande scienziato, e sostiene la propria candidatura con un manifesto scritto da lui stesso a cui noti intellettuali europei avrebbero apposto la firma. È la sindrome Verdiglione? Anche lui si faceva sponsorizzare da intellettuali d'oltralpe. Calearo, il paraindustriale padovano punta di diamante dell’imprendoria democratica, nonché sicuro deputato, si augura che l’Alitalia fallisca. Caldarola, che non ha fatto i tre mandati, ma presiede l’associazione parlamentare Amici d’Israele, non è candidato per essere amico d’Israele. Anche Umberto Ranieri. A favore del Pd solo l’“Economist” e il temibile Scalfari. L’“Economist” preannuncia che darà le pagelle ai candidati italiani. Fa un convegno per preannunciare la sua classifica – pagato dal Pd? Scalfari predice alla Annunziata che Veltroni vincerà: “Ho acquisito la sensazione che c’è un trend secondo cui gli indecisi in maggioranza, attorno al 40-45 per cento, si stanno orientando verso il Pd”.
Non ci sono argomenti, in questa improvvisata campagna elettorale, se non ridire le scemenze che Berlusconi mette in circolo per occupare gli spazi: Ciarrapico dà scandalo, che prenderà, forse, i voti di Fiuggi, Bossi che imbraccia il fucile, le donne che è meglio che siano belle, i presidenti della Repubblica che sono tutti di sinistra – questo è vero. Dopo quindici anni Veltroni scopre la delegificazione di Urbani e Tremonti, e promette di cancellare il primo giorno di governo cinquemila leggi inutili. È un passo indietro rispetto al vecchio Pci, che arrivava alle cose con dieci anni di ritardo. Ma soprattutto è intempestivo: negli stessi giorni di marzo mezza Italia, quella governata dal Pd, è stata angosciata dalle bollette. Acqua, gas, luce, telefono, tutti vogliono avere certificazioni catastali accuratissime, minacciando pene di duemila euro e oltre (bruscolini evidentemente, per Visco che le ha imposte…). Non una certificazione per tutte, ma ognuna una sua certificazione specifica, l’acqua per esempio può chiedere il foglio e la particella, l’elettricità invece, o il gas, vuole il foglio e il mappale – saranno la stessa cosa?
Dal 27 marzo bisogna inoltre disporre, all’improvviso, di una certificazione di sicurezza di tutto, la luce, il gas, il televisore, l’acqua, il water, il condizionatore, le chiusure automatiche, il parafulmine. In proprio e come condominio. A opera di un apposito ordine di tecnici che ancora dev’essere istituito. A un costo di qualche migliaio di euro, oltre a molte giornate di patemi. Una trovata del buon Bersani, fiore all’occhiello, liberalizzatore e delegificatore, di Veltroni. Fino ad ora uno pensava: saranno comunisti, come li vuole Berlusconi, ma non sono scemi. Ora si capisce perché lavorano per Berlusconi.
Alle passate elezioni, appena due anni fa, c’erano sui banchi delle Feltrinelli più di cinquanta, forse sessanta, libri anti Berlusconi. Sono scomparsi. Il genere è in disuso? È il riflesso togliattiano del Pd, gli ex diessini, che si apprestano alla Grande Coalizione? Ci sono invece, non nella stessa proporzione, una diecina, i libri sulle caste, che sono i pilastri della sinistra: la casta politica capostipite, e quella dei giudici, dei sindacati, dei giornalisti, degli speculatori - non dei banchieri, quella stranamente manca, anche se molti scrittori di denuncia devono loro lo stipendio.

Il dollaro è sempre re

Le banche online offrono conti correnti in dollari, ai residenti italiani. Conti non remunerati, in una valuta sempre più debole, che tuttavia proliferano. Per fare trading su Wall Street, beninteso, ma non solo: si comprano dollari perché presto si apprezzeranno. Nel complesso gli investitori privati diffidano: all’ultima asta, il 12 marzo, le Treasury Notes Usa non hanno trovato acquirenti privati.
Un anno prima l’afflusso netto degli investitori privati era stato di 466 miliardi di dollari. E nel quarto trimestre del 2007 ancora di 195 miliardi. La decisa flessione dei tassi imposta dalla Fed per sostenere l’economia e allentare la crisi di Borsa e dei mutui ha reso gli investimenti non più convenienti. La Fed ha portato il tasso base in otto mesi, da aluglio 2007, dal 5,25 al 2,25 nominale attuale. Ma i rendimenti di bond e notes sono una cosa, il dollaro un’altra. Malgrado tutto. Malgrado la recessione in atto, e la politica dei bassi tassi, il dollaro rimane re. Nella facile aspettativa che conviene rimpinzarsene perché il guadagno è sicuro, già a breve termine.
I fondamentali dell’economia internazionale non sono stati scalfiti dalla crisi. La recessione americana sarà di breve durata e di lieve entità grazie alla tenuta del sistema globale. Che va sempre avanti a tassi sostenuti. E coincide col dollaro. Mario Margiocco ha documentato sul “Sole” di domenica la tenuta della globalizzazione, o del sistema dollaro: i fondi sovrani comprano dollari, le banche centrali asiatiche e latinoamericane pure. Le banche centrali e i fondi sovrani acquistano dollari al ritmo di 70-80 miliardi di dollari ogni mese, quindi 900 nel corso di questo 2008 pure infelice. Le banche centrali avevano a fine 2007 riserve per l’equivalente di 6,4 biliardi di dollari, quattro volte le riserve di dieci prima. Di cui 4 biliardi, il 64 per cento, in dollari, e in euro solo l’equivalente di 1,66 biliardi di dollari. Ancora nel 2007, a crisi finanziaria aperta, le nuove riserve delle banche centrali, pari a 1,33 biliardi di dollari, erano denominate in dollari per circa un biliardo.
Il resto del mondo non condivide la rigida politica malthusiana dell’Europa. Che peraltro non contrasta l’inflazione e anzi la aggrava. L’inflazione da Stato. Della burocrazia invadente e …… Della rigidità monetaria che da Maastricht regola l’Europa. Una camicia di forza che non protegge l’Europa dall’inflazione, che è molto superiore a quella registrata compiacentemente da Eurostat, e anzi è una della sue cause, col petrolio e il caro lavoro.

Petrolio a 60, dollaro a 1,30, dopo Bush

Dopo le presidenziali e l’uscita di Bush il barile di petrolio dimezzerà di prezzo, attorno ai 60 dollari. Mentre il dollaro dimezzerà la penalizzazione sull’euro, salendo verso quota 130. Cominciano a corroborarsi di cifre e analisi fra i centri studi Usa le ipotesi politiche sull’andamento dei mercati energetico e monetario dopo l’uscita di scena di George W.Bush, o del partito dei texani, dei petrolieri. La triplice confluenza sul caro-petrolio che ha caratterizzato la seconda presidenza Bush, una produzione limitata di greggio Opec, la speculazione a termine, e la rincorsa dei paesi Opec sul dollaro debole, dovrebbe cessare col 2008. Questa politica, a beneficio dell’industria americana dell’energia (e di Putin, il nemico\amico di Bush, che vende il petrolio e gas con contratti a medio-lungo termine, a prezzi denominati in dollari, ma con indici in euro), colpirà nel prosieguo dell’anno l’economia americana diventando infine insostenibile.
Questo lo schema che sottende le diverse analisi. Il sistema globale creato dagli Usa continuerà a finanziare l’economia americana, ma il caro energia provoca inflazione, la recessione in corso indebolirà ulteriormente il dollaro, e l’afflusso degli investimenti privati dall’estero scenderà verso lo zero. Dando per scontato il superamento della crisi finanziaria dei mutui, la Fed tornerà nel secondo semestre ai tassi alti, il dollaro si rafforzerà, i capitali privati riaffluiranno, insomma una spirale al consolidamento si avvierà. Compresa la stabilizzazione dei prezzi folli dell’energia.

domenica 6 aprile 2008

Riotta verso "la Repubblica"

Nel prevedibile rimescolamento degli incarichi alla Rai dopo le elezioni, la via d’uscita di Riotta è verso “Repubblica” e non più verso il “Corriere”. Il “Corriere” è stato il giornale in cui Riotta è cresciuto e alla cui direzione sembrava predestinato, anche per la dichiarata stanchezza dell’attuale direttore Mieli. Ma anche la Rcs si sta preparando al dopo-elezioni, e la versatilità di Mieli, che comunque si garantisce con un ottimo giornalismo, è ritenuto un asset di cui non privarsi. Nella sua gestione del Tg 1 Riotta invece ha stabilito ottimi rapporti con Carlo De Benedetti, il proprietario di “Repubblica”. Che ama in vecchiaia il suo mestiere di editore più che di padrone. Intende esercitarne il ruolo, come ha già dimostrato portando un personaggio della qualità di Scalfari fuori dal giornale. E sta cercando un rinnovamento della formula, che faccia uscire il quotidiano romano fuori dalla fossilizzazione veltroniana.
In questo quadrio De Benedetti ha avuto con i suoi collaboratori parole di elogio per il direttore del Tg1. Riotta è stato portato alla Rai da Prodi, e De Benedetti anche politicamente vuole ristabilire il suo asse privilegiato col presidente uscente del consiglio. E' un momento di stanca per i grandi quotidiani della sinistra, in calo di vendite e perfino di diffusione. Di cui gli editori hanno il sospetto che la colpa sia della loro eccessiva politicizzazione, e del politicamente corretto che condiziona anche lealtre parti del giornale. Da qui la ricerca di una "nuova generazione" di direttori.

Profumo di uscita

Le Fondazioni del Nord padrone di Unicredit non sono contente di Profumo. Non è una novità: sempre le Fondazioni si sono lamentate del loro amministratore delegato. Delle cui capacità però non hanno mai potuto privarsi. Dopo la fusione con la tedesca Hvb la posizione di Profumo sembra perfino inattaccabile, poiché è il referente unico dell’intera operazione. E tuttavia sono in molti a ritenere la sua più che decennale esperienza a Unicredit conclusa. Le sue posizioni politiche, tra Bertinotti e D’Alema, contrastano con quelle dei suoi soci, e questo è il motivo principale di contrasto. Anche perché sono esibite, quasi che il manager pensasse a un futuro politico. Ma tornano pure le vecchie contestazioni. Profuno non sa valorizzare le partecipazioni importanti nell’establishment finanziario, da Mediobanca a Generali e al “Corriere”. La sua continua espansione non produce le ricche cedole che sarebbero possibili. Uncredit starebbe perdendo il radicamento nel territorio delle diverse banche acquisite, nel retail no, ma nel segmento affari sì, che è il più redditizio, ed è praticamente assente dal credto al consumo, altro lucroso segmento. A Profumo viene addebitata anche l’unica operazione intra moenia dal punto di vista politico, dell’ortodossia confessionale: l’acquisto di Capitalia-Banca di Roma, di difficile digestione. Dopo le elezioni il problema Banco di Sicilia si riaprirà, con Lombardo alla presidenza dell’isola, e Profumo ha già mostrato di non saper capire o circuire le esigenze territoaili del Banco stesso. Ci sono perfino i nomi dei manager che potrebbero prenderne il posto: Pietro Modiano, che è stato a lungo direttore generale di Unicredit, e Matteo Arpe, l’ex ad di Capitalia.

Il socialismo degli speculatori

Quali che siano le perdite finali delle banche Usa, di Ubs e delle banche inglesi alla fine dei conti, 50 o 500 miliardi, sono già il settore più assistito dalla finanza pubblica, sia in Inghilterra che negli Usa. Il finanziamento pubblico alla speculazione era ancora da vedere nella storia, ma questo è ora successo, e di più, secondo tutti i pareri, succederà. Cambiata è sicuramente l’ottica: in altra epoca si sarebbe detto “senza vergogna”, ora si dice “proteggere il mercato”. Da se stesso. Coi soldi dei contribuenti: la finanza è l’onore del mondo e bisogna pagare.
Socializzare le perdite si diceva un tempo – i finanzieri dicevano – con orrore, oggi lo slogan è “socializzare la speculazione”. In Inghilterra si è arrivati a socializzare le perdite della Northern Rock, lasciando agli azionisti la polpa buona della stessa banca. La crisi del 2007-2008 non sarà stata un altro ’29 perché i consumi malgrado tutto non sono crollati e non c’è disoccupazione. E questo grazie alla globalizzazione, che peraltro certa sinistra erige a suo nemico. Allo sviluppo dell’Asia, immenso continente dalla Turchia all’Indonesia, con i suoi fondi sovrani che ritengono loro dovere salvare la stessa globalizzazione. Mentre va sotto silenzio la doppia catastrofe, del liberalismo fiducioso nella mano provvidenziale di Adam Smith, e del socialismo che il mito assistenziale e redistributivo argomentava nel nome dell’uguaglianza. A meno che la Provvidenza di Smith con sia l’uguaglianza dei profittatori. Ma è un’epoca senza argomenti, non c’è neppure da ridere.

venerdì 4 aprile 2008

Az, il sindacato suicida per Uolter

Ha messo il sindacato a nudo, e ha aperto una falla che potrebbe travolgerlo per molti anni: il soggetto è il sindacato stesso. La sciocca mossa di Epifani, il leader della Cgil, e della Cisl dell’anti-Prodi Bonanni, a favore di sir Uolter ha scatenato la giusta ira di un’azienda che dal sindacato è stata ridotta in macerie. L’Alitalia è potenzialmente ricchissima, ma se deve mantenere la sede a Roma mentre opera da Milano, o se deve avere tre steward in volo invece di uno, non può che perdere un milione di euro al giorno. Questo Air France lo sa, e ora Spinetta scenderà a prendersene le macerie, invocato come un santo. Ma non finirà con l’ovvia cessione di Az a Af, compratore unico, e per molti aspetti anche benemerito.
Un sindacato che si è sempre disinteressato delle condizioni del lavoro, perfino della sicurezza. Che non sa fare i contratti del pubblico impiego quando al governo c’è il vecchio compromesso storico. Che si muove su Az solo quando Berlusconi interviene, per tamponarlo in qualche modo a favore di Veltroni. E non sa fare altro che immettere Fintecna, cioè il carrozzone politico vecchio stampo, nella proprietà di Az. È un sindacato che il vetero giornalismo che ci governa difende già con affanno, i padroni non hanno più argomenti in suo favore. È profezia doverosa che, dopo Az, non rappresenterà più nessuno. Nemmeno più i pensionati, che da un quindicennio erano diventati il suo pilastro, ma ai quali non riesce a dare più nemmeno il carovita. Gli restano i pensionabili, coloro che vogliono andare in pensione a 57 o 58 anni, ma sono sempre meno. Sotto i trent’anni non ci sono più iscritti al sindacato, solo pochi operai, alcune diecine di migliaia in tutto.

mercoledì 2 aprile 2008

Radio Tirana risorge a "Report"

Ottimo giornalismo televisivo, d’immagini, personaggi, ambienti, a “Report” di domenica su Rai Tre. Anche l’argomento era appassionante: dove sono finiti i soldi della 488, la legge che per un quindicennio ha favorito gli investimenti al Sud. Parlavano corrotti e moralisti, a riprova che al Sud non c’è omertà, ma semmai il contrario, troppe parole al vento. Si vedevano fabbriche mai entrate in funzione. Fisionomie marcate segnavano le immagini come in una commedia dell’arte, tanto più per essere reali e non inventate. Sembrava il giornalismo di “Samarcanda”, così raro nelle nostre tv. Perfino una semplice manifestazione elettorale in Sicilia, con Cuffaro e Mannino protagonisti, di quelle che si fanno ogni giorno a diecine, sembrava cinema del miglior Kusturica. Il tutto imbalsamato nell’ortodossia picista, che si dice togliattiana ma è puro sovietismo. Declamato nel tono stentoreo di radio Tirana, di cui la produttrice e speakerina del programma è figurazione attendibile. Puro cinema di Ejzenštejn. Non fosse stato per la povera piaggeria che caratterizza la rete.
Tutto è stato messo in conto alla Calabria, e al trapanese: l’incapacità, lo spreco, la cottuttela. Senza specificare che sono due aree limitate rispetto alla proiezione della 488. Senza specificare che gli sprechi sono una quota di nemmeno il 5 per cento delle risorse della 488. Senza mai riconoscere il coraggio civico degli interlocutori. Accuratamente tenendo fuori amministratori e imprenditori compagni. L’eccellente informatore di Trapani è nettissimo sulle responsabilità politiche, ma “Report” solo indaga su Cuffaro, che non c’entra. Con pistolotto finale della fiera conduttrice, e voce finalmente cantante, in omaggio all’eccellente ministro Bersani, che tanta ignominia ha cancellato – ha cancellato la 488, niente sussidi al Sud. Settanta, ottanta, anni dopo Stalin tutto ciò è sembrato povero, anzi indigente. Ma a distanza di qualche giorno anche il quadro si riscatta: questa Rai Tre, giù mummificata, sarà un’eccellente riserva di fonti per la storia.

Az tra corruzione e speculazione

Quando bisognerà spiegare l’Italia di fine millennio, lo storico del futuro avrà in Alitalia l’exemplum e la prova. Il candidato dell’opposizione in queste elezioni aveva nella gestione di Alitalia un siluro perfetto contro il governo, il cui capo è all’origine di tutte le disavventure della compagnia: l’aumento di capitale irrisorio del 1996, il siluramento del buon manager Cempella per sostituirlo con l’incompetente Mengozzi, e poi, attraverso l’opposizione, col suo altro poulain Cimoli, la vendita con una finta asta che ha allontanato ogni compratore, eccetto quello predestinato, Air France. E invece il capo dell’opposizione che fa? Propone una cordata d’acquisto che non c’è. Una cordata che, coi soldi che dovrebbe mettere, si sarebbe potuta comprare tutta Air France, spiega Giovanni Colonna sul “Manifesto” (“con 1,6 miliardi di euro di capitale di rischio si può ottenere un prestito da qualsiasi banca nel mondo e, oggi, una somma del genere, 2,6 miliardi, è sufficiente a comprare sul mercato la maggioranza delle azioni Air France…”). Nelle more, il capo dell’opposizione scatena una piccola speculazione al rialzo – piccola per modo di dire, sono stati messi da parte in due giorni un centinaio di milioni.
Bene, si dirà: quell’uomo è un affarista, e non poteva fare che questo. Ma la Consob e la magistratura, che sono pagate per vigilare contro la speculazione, che è un reato, non si sono mosse. E il capo dell’opposizione, che è anche un furbo, non avrà pensato di poter meglio vincere le elezioni non attaccando il capo del governo? Per assurdo che sia, spera di vincere le elezioni col sostegno, certo surrettizio, di quet’uomo, che pure sostiene il partito avverso, e anzi in certo modo ne è il capo. Perché anche il capo del governo dimissionario vuole avere un futuro, quale capo dello Stato.
Meno contorta, anzi ordinaria amministrazione, ma non meno singolare, la vicenda della cordata "nazionale" messa su da Intesa. Dall'amministratore delegato della prima banca, Passera. Mentreil presidente Salza non solo si tira fuori: "Inutile tirarci per la giacchetta, peggio, contare sl nostro slenzio-assenso". Ma è del netto parere che non si può fare una cordata per salvare Malpensa: "Sono convinto che l'Italia possa avere un solo hub, e questo è Fiumicino".
La corruzione non manca. Ma, in tanta incompetenza, è marginale. C’è il Mengozzi che diventa consulente del compratore unico Air France, lo stesso che è amico del capo del governo ed era amministratore di Alitalia. C’è il ministro delegato alla vendita che s’intrattiene in colloqui riservati col compratore unico Air France. C’è il capo della Cisl Bonanni, amico del capo del governo, che lo accusa nientemeno che di interesse privato nella vendita.
Poi c’è Milano. Malpensa è l’opera pubblica più costosa e inutile dell’Italia, trent’anni di denaro pubblico versato nel pozzo, ma Milano vuole che sia un grande aeroporto, uno dei più grandi d’Europa. Non per il conforto dei milanesi, che scappano a prendere l’aereo ovunque eccetto che a Malpensa, ma perché Milano è Milano. Con corteo di banchieri, opinionisti, grandi giornali, e con un supporto elettorale sempre consistente dei milanesi stessi – il leghismo è uno stato d’animo, come il razzismo. Inutile rimproverare ai condottieri di Malpensa, alla Regione, alle provincie di Milano e di Varese, ai sindaci delle due città, che in dodici ani non hanno saputo nemmeno fare un'autostrada e una linea ferroviaria diretta con Malpensa. Farci arrivare il gas è stata opera titanica: i comuni attraversati hanno imposto ogni sorta di taglia.
E poi c'è il sindacato. Che scopre Alitalia dopo che l'ha scoperta Berlusconi. Se ne occupa solo per bilanciare Berlusconi, facendo qualcosa per il partito Democratico. E propone la proprietà di Fintecna, l'ultimo carrozzone politico rimasto. Non sembra vero, ma lo è.

mercoledì 19 marzo 2008

"Corriere" razzista tra Gioia e Malpensa

Non ci ha mandato Antonio Stella ma con Erika Dellacasa il “Corriere della sera” oggi non è da meno. Il porto di Gioia è mafioso. Cioè, non è mafioso ma vorrebbe esserlo. Cioè, non vorrebbe esserlo ma potrebbe. L’interlocutrice Cecilia Eckelmann Battistello è spalla più che volenterosa: come ogni sei mesi da tre anni a questa parte, denuncia che imbarcherà le sue gru e se ne andrà. Anche se ha preso tanto traffico per fine 2007 e tutto il 2008, malgrado l’apertura del terminale concorrente di Porto Said, che non riesce a gestirlo, neanche su tre turni, da qualche mese si fa la fila davanti al porto, e stallie e controstallie fioccano. Questo non lo dice, ma, manager accorta, la signora Battistello non nasconde al “Corriere” che intende raddoppiare Gioia Tauro entro il 2012. Malgrado la mafia ovviamente.
Questo è il problema: alla Contship-Eurogate della signora Battistello il porto terminale più grande del Mediterraneo non basta, vuole una nuova banchina subito, e la vuole tutta per sé. Ma questo non interessa al giornale di Milano. Milano, giustamente severa, vuole sapere della mafia. E la Battistello fa i fuochi d’artificio d’ordinanza: “Quando negli anni Novanta hanno tentato di estorcerci un dollaro e mezzo a container abbiamo fatto denuncia”. Negli anni cioè in cui il porto apriva. E un dollaro e mezzo era il margine per il trasporto e il trans-shipment messi assieme. Senza contare che a Gioia e in Calabria non c’è un’organizzazione in grado di pretendere un pizzo di un dollaro e mezzo, e neanche di mezzo dollaro. Si può raccontare di tutto, evidentemente, ai giornalisti. Ma bisogna che siano compiacenti. E il “Corriere della sera” assolutamente non può accettare che il porto di Gioia funzioni, abbia sempre funzionato, con gran guadagno della Contiship, di Eurogate, e di ogni altro operatore. Se non c’era la signora Battistello. Che in Africa, dice con giubilo a Dellacasa, si troverebbe meglio.
“Cebi”, Cecilia Battistello, detta “Sibi”, all’inglese, non è antipatica. Bella ragazza veneta, con residenza a Cipro prima di sposare il signor Eckelmann proprietario di Eurokai-Eurogate-Contship, primo gruppo di shipping europeo, con nove mlioni di container movimentati l’anno (la metà a Gioia Tauro… ), è l’erede del furbissimo Ravano, l’imprenditore genovese dei container che quindici anni fa si prese l’esclusiva di Gioia Tauro. Del porto di Gioia, che è costato un terzo, in soldi pubblici, del trentennale ludibrio di Malpensa. Del “Corriere” invece non si sa che dire, se non denunciarme il razzismo.
Si veda anche la vicenda Malpensa. Per la quale lo stesso “Corriere” chiede in paginate il rilancio, cioè più soldi pubblici. Malpensa che, nomen omen, dopo avere inghiottito senza profitto una diecina di migliaia vecchi miliardi, per di più ha portato al fallimento una primaria azienda quale l’Alitalia. Come se, abbandonato da Alitalia, ci fosse la coda al terminale milanese di altre linee aeree… S’immagini una Malpensa, ancorché piccola, attorno a Reggio Calabria. Che, abbandonata da Alitalia, nessuna compagnia volesse usare come scalo, neppure alle tariffe da saldo di Malpensa. Sulla prima del “Corriere della sera” Gian Antonio Stella ne avrebbe fatto ripetuto ludibrio. Dellacasa non ne ha la statura, ma è ben avviata. Si vede dal piccolo capolavoro che imbastisce con la signora Battistello a proposito delle dogane, da cui sempre vengono i problemi agli operatori, anche a Gioia. Si accenna a “traffici” di cui sarebbero responsabili, ma di passata, senza infierire, perché la dogane possono venire sempre utili. E poi non sono calabresi come la mafia.
Si fatica a vedere il mite Paolo Mieli a capo di una banda di razzisti. Ma forse, per il solo fatto di stare a Milano, il “Corriere della sera” non può sottrarsi: i razzisti producono razzismo.

martedì 18 marzo 2008

L'euromuro della stolida Europa

S’immagini l’euro a 0,80 sul dollaro, o alla pari, come sembrava destinato, invece che a 1,60 qual è oggi, staremo peggio o staremmo meglio? Non potremmo stare peggio: l’euro caro è il pilastro principale della tendenza al rialzo delle materie prime, agricole e minerali, in atto ormai da quasi un lustro. Nonché dell’inflazione, che il paniere Eurostat non riesce più a nascondere. La Fortezza Europa si vuole protetta, ma il Muro sarà stata l’ultima sua devastante ideologia. Quello di Berlino, quello di Gerusalemme, per il teutonismo ebraico indefettibile, quello di Zanonato e altri strateghi nordici, e quello dell’euro. Che ora vale due volte il dollaro, ma senza alcun buon motivo. Il Muro è certo meno peggio del lager, quello dell’euro poi è autolesionista, ma quanti danni.
L’euro che vale il doppio del dollaro (aveva debuttato a 0,80 pochi anni fa, ricordate?) dovrebbe proteggere l’Europa dall’inflazione, questo vuole la stolida ideologia tedesca, e invece non fa che moltiplicarla. Quella domestica per ovvi motivi: agricoltori, allevatori, mediatori agroindustriali, per quanto potenti, industriali della meccanica, dell’abbigliamento, dell’elettrotecnica, di tutti i comparti di consumo, per rincorrere condizioni di produzione sempre più onerose, in un mercato sempre più ristretto, per la contrazione dei consumi e delle esportazioni. Ritorna lo schema anni Settanta, quando prezzi e salari si rincorrevano lungo la scala mobile. Oggi prezzi e produzione si rincorrono a causa dell’inafferrabile e caro euro.
Ma il caro euro è anche all’origine di buona parte dell’inflazione da importazione da cui dovrebbe proteggere l’Europa: petrolio, granaglie, metalli, preziosi. A motivo del caro-denaro che esso ingenera e protegge. E per agire da comodo piedistallo alla speculazione al rialzo sulle materie prime, tante sono le ricchezze che essa ha accumulato in cinque anni contro le stolide certezze di Trichet & co.. E quando, dopo i quattro anni di magra seguiti all’infausto decollo dell’euro, un minimo di ripresa del lavoro e della produzione, e quindi del reddito e dei consumi, si è manifestato, l’ha spento come se fosse un focolaio infetto. Il masochismo dell’euromuro è evidente se si guarda alle condizioni della produzione: quale area economica si sega da sé dal “mondo”? Dal mercato nordamericano cioè, che è sempre un buon terzo del mercato mondiale, e da quelli asiatici, del petrolio compreso, che sono legati a quello americano?
Gli speculatori che l’euromuro arricchisce lasciano volentieri la loro liquidità in euro, ma giusto per lucrare il cinque per cento e più, i tanti fondi sovrani che i produttori esportatori di materie prime hanno dovuto mettere su per gestire una così enorme liquidità. Si tengono liquidi in euro, pronti a scappare, capitalizzando una forza che ritengono pretestuosa, improduttiva, e probabilmente intenibile. Non comprano, non investono, dove c’erano – in Borsa – scappano via, cedole e capitali, tenendosi sempre ben stretti malgrado tuoni e tempeste all’area del dollaro, dove si fa la vera ricchezza, si investe, si produce, si consuma. Si denominano in dollari, ne fanno incetta per le loro banche centrali, investono in dollari, almeno per il 90 per cento del totale, gli investimenti eurovestiti si contano.
La politica della Bce è una non inconscia politica di tagliarseli. Per orgoglio, certo. Per stupidità: la spesa per interessi sul debito pubblico, oggi la peggiore aggravante del debito italiano, è passata dal 4 per cento del pil del 2005 al 5 per cento nel 2007, con un aumento in un solo anno di 17 miliardi in più sacrificati all’euromuro, che sono andati per oltre la metà nelle tasche dei fondi esteri e dei fondi sovrani. Per impotenza anche, malgrado la superbia, se il raddoppio di valore nominale rispetto al dollaro impoverisce e non arricchisce l’Europa. Una politica di vecchi dispettosi, che quando hanno detto male degli Usa, svolto il compitino dei loro nonni, e creato dei cordoni sanitari, si dicono grandi statisti e soddisfatti. Che l’Asia, un terzo dell’umanità, si stia portando d’un colpo al livello dell’Occidente non possono capirlo, la globalizzazione basta deprecarla, e tutto finisce – non siamo europei per niente.

lunedì 17 marzo 2008

I troppi buchi della Trimestrale di cassa

Spulciando nella ex Trimestrale di cassa si vede netto che il governo Prodi ha meritato di cadere.
Ha incrementato di due punti del pil la pressione fiscale, di ben trenta miliardi cioè. Un drenaggio di risorse enorme. Per presentare il compitino a Bruxelles, al plauso del compiacente Almunia. E per aumentare la spesa. La spesa corrente improduttiva, o “politica”, non gli investimenti. Che anzi ha bloccato o diluito, quei pochi che erano stati avviati. Quella spesa che è il buco nero dell’Italia. Figurativamente, è stato come togliere il fieno al puledro scalpitante, se l’Italia lo è ancora, per darlo al porco, che se ne serve solo per avvoltolarcisi.
La premessa del ministro Tommaso Padoa Schioppa denuncia i limiti dell’ideologia della Banca d’Italia, puro equilibrismo senza la saggezza di Ciampi (e di Fazio). Con bugie evidenti: “Il peso (del fisco) sul contribuente leale non è aumentato”, mentre tutti abbiamo pagato fra mille e duemila euro l’anno più. O: “Le risorse finanziarie per alcune infrastrutture chiave sono state ricostituite”, mentre invece sono state ridotte o addirittura cancellate, dalla Salerno-Rc alla variante di valico Firenze-Bologna, al passante di Mestre, e naturalmente al traforo alpino della Tav e al Ponte di Messina.”Nel 2008 l’economia rallenta ma i conti tengono e migliorano”, mentre le tabelle della stessa Relazione mostrano che non ci sono margini per ulteriori incrementi fiscali, destinati anzi a essere assorbiti dalle spese già approvate. E che il deficit anzi è già sul 2,6-2,8 per cento del pil, insomma è al fatidico tre per cento del Patto di stabilità europeo: si sa già che l’avanzo a dicembre è inferiore di tre miliardi rispetto ai 15 che la Trimestrale registra, per effetto del caro euro che rende più oneroso il debito, e in questo primo trimestre è per lo stesso motivo inferiore di quattro e forse cinque miliardi.
Sul primo punto la stessa Relazione smentisce il ministro: “Il carico fiscale su chi adempie in pieno al dovere di contribuente è anormalmente alto”. Gli aumenti delle entrate fiscali sono imputati in tabella alle imposte dirette e agli oneri sociali. Dell’aumento del gettito erariale nel 2007, stimato in 27,2 miliardi, meno di un quinto, 5,3 miliardi, viene imputato alle misure antievasione\elusione. E ancora, di questa quota è da sapere quanta sarà incassata veramente: il miglioramento è “prima dell’eliminazione dell’anticipo dei concessionari della riscossione”. I casi di Roma, dove le ondate di “cartelle pazze” si susseguono, da un milione di cartelle a ondata, fanno presupporre un sicuro flop.
Eredità gravosa
Al nuovo governo Padoa Schioppa lascia allegro un compito gravosissimo: ridurre nei tre anni 2009-2011 di mezzo punto del pil all’anno la spesa ordinaria, venti miliardi nei tre anni, per appianare il bilancio. E di ben un punto di pil l’anno, 40 miliardi nei tre anni, se si vuole cominciare a sgravare il reddito fisso e le imprese degli insostenibili oneri fiscali e parafiscali. “Nel complesso, la politica di bilancio dovrà recuperare risorse nel trienni 2009-2011 per un ammontare che si situa tra i 20 e i 30 miliardi”. Al netto dell’eventuale finanziamento di sgravi fiscali. Il “risanamento” che Padoa Schioppa vanta lascia insomma un’eredità ben gravosa.
Più in generale, Prodi ha preso l’Italia in una situazione di forte espansione nel 2006, e la lascia ferma quest’anno. Il pil è cresciuto del’1,8 per cento nel 2006, ma solo dell’1,5, invece del 2 previsto, nel 2007. E quest’anno sarà a zero o meno di zero. Per effetto, dice la Relazione, della crisi finanziaria e della recessione Usa. Ma nel 2007 gli Usa sono cresciuti del 2,2 per cento, e quest’anno di altrettanto crescerà la Germania, con la quale l’economia italiana è simbiotica - mentre la recessione Usa deve ancora manifestarsi, nel 2008 la crescita vi sarà dell’1,3-1,5 per cento. Le esportazioni, che nel 2006 crebbero del 6,2 per cento, quest’anno dimezzeranno la crescita. Il costo del lavoro ha avuto nel 2009 il più basso incremento in un decennio. Gli investimenti fissi lordi, cresciuti del 2,9 per cento del pil nel 2006, nel 2007 sono aumentati di poco più di un punto e quest’anno, forse, di poco più di mezzo punto. Gli impegni di spesa e i pagamenti sono caduti del 40-45 per cento fra il 2005 e il 2006.
La spesa corrente invece è aumentata del 3,4 per cento nel biennio 2006-2007. Quasi il doppio degli aumenti salariali. Ma senza gli incrementi salariali dovuti ai dipendenti pubblici: molti contratti “sono da finalizzare nel 2008, anno in cui si prevede quindi un netto aumento” della spesa... Altri oneri in arrivo sono gli artificiosi rinvii contabili di alcune spese sociali (il bonus per gli incaponenti, le assunzioni differite di duecentomila precari, etc.).

I borghesi del Pd sono più borghesi

Montezemolo col doppiopetto e la magrezza, Marchionne col pullover, Della Valle con gli scamosciati, Casini col sape e pepe, e perfino gli ex giovani Marzotto di un famoso saggio di Sergio Bologna, che quarant’anni fa aspettavano le operaie all’uscita per prenderle in Ferrari: è una gara tra i big della borghesia, tutti democratici, a dare lezioni di stile a Berlusconi. Quello straccione miliardario. È normale, la borghesia è normativa (totalitaria?), e quindi magisteriale: è il suo proprio dare agli altri lezioni di buona educazione, agli altri borghesi – c’è per questo qualcosa di marcio in Proust, o delle vecchie zie, ed era il bello della classe operaia, che non era tenuta a subirle. Ma fa senso che a Maestro di buone maniere si elevi Veltroni, la cui campagna elettorale è fare le pulci al Berlusconi del giorno prima: un giorno Ciarrapico, il giorno dopo la Bella Precaria, il giorno successivo il Libano, e il quarto giorno la sua Bella Sfigata, che vuole sia Sharon Stone mentre sembra casalinga. E magari ha dei consulenti pagati che non gli fanno notare che così fa campagna per Berlusconi. O pensa che gli italiani votano contro Berlusconi. Gli italiani per bene, s’intende. Perfino la Bella Precaria è più furba – non per nulla è di ottima famiglia, Veltroni ne è solo un affittuario.

La Fortuna va pilotata, come la Formula Uno

Come Moggi azzeccava i guardialinee, così l’Uefa ha azzeccato gli accoppiamenti in Champions League. In modo che la finale sia tra il Barcellona e il Chelsea, o la vincente di Arsenal-Liverpool. Non c’era altra alternativa e quindi è stato facile per gli ignoti scommettitori azzeccarli a loro volta. Si dirà: ma non è tutto sorteggiato? Certo, siamo svizzeri. Solo che, nessun antico l’avrà detto, ma è ben noto che la Fortuna e come la Formula Uno, va pilotata.
Il Barcellona e la Spagna da un paio d'anni non si divertono più, mentre Liverpool e Manchester hanno avuto tante soddisfazioni – l’Arsenal è giovane, si rifarà. La Roma non conta perché l’Italia ha già avuto troppo, anche se solo per merito del Milan. E poi la Spagna in finale è il Sud America alla tv. La Svizzera, insomma, non è Moggi: è anzi la Giustizia, avveduta, corretta, provvida, anche se non è uguale per tutti – che c’entra la giustizia uguale per tutti? è un sofisma.