letterautore
Dante – Come Dio, può essere femmina? Anche D’Annunzio lo dice “ermafrodito” – in una delle “Rime inedite e stravaganti”.
Non c’è nulla in comune tra lima e limone, tinca e tincone, pontefice e ponte, e tra pira, piramide e piramidone, solo paretimologie. Lo stesso si può dire fra Pietra e petra delle “Rime petrose”, Gianfranco Contini si svena a vuoto, lui che pure ha fatto la letteratura del dopoguerra - i dialetti posticci di Gadda e Pasolini inclusi. La donna poteva chiamarsi Eutimia e fare la serva di casa - sempre che di donna si tratti, questo “pietrame” è duro.
Non è però da escludere che le “Rime petrose” siano di Dante. Anacleto Verrecchia documenta l’italianista Schopenhauer perplesso di fronte a “le orribili contorsioni di Dante” e “la laconicità studiata, anzi affettata, di Dante” (in “Schopenhauer e la Vispa Teresa”, 54).
Flaubert – La novità è che non crede – mostra di non credere – alla storia che sta raccontando. Che è in prevalenza la storia di un amore. Nel quale sarebbe personalmente invischiato, l’autobiografismo è prevalente, della prima storia all’ultima, dalle “Memorie d’un pazzo” all’ “Educazione sentimentale” – e, chissà (la cosa non è stata indagata), nella “Bovary”. E invece non è una storia d’amore. Né una storia di anime, d’introspezione psicologica. Flaubert gestisce i personaggi senza cura della verosimiglianza, né con l’amore né con alcuna altra passione, egoismo o insensibilità. Frédéric corteggia Madame Dambreuse senza “sapere” che è innamorata di Martinon e ne è l’amante, cosa che tutti sanno nel suo salotto e in società, o che è una “padrona” per eccellenza, di casa e di affari, sentimentali e pratici. La maschera di Frédéric è l’Étourdi, ma anche qui senza innocenza.
Procedimento tipico è il tirar via le situazioni, imbrogliandole e sbrogliandole in poche righe, anche due e tre volte nello stesso capoverso, dopo averle trascinate per diecine di pagine. È lo sfondo che interessa a Flaubert, e non ad affresco, con la vivezza delle forme, ma con la pennellata distesa, più e più approssimata. Magris registra incidentalmente (nella prefazione a “Kim” di Kipling, ora in “Alfabeti”, p. 258) “il gelo flaubertiano consapevole dell’assenza e dell’eclissi dell’umano”. Che però contrasta con la vita affaccendata, coinvolto, protettivo, di Flaubert intorno a parenti e amici. Thibaudet dice il Frédéric-Flaubert dell’“Educazione sentimentale”, accentuandone l’autobiografismo, “un uomo di tutte le debolezze”. Ma nemmeno questo aspetto è prevalente – della famosa amata dell’adolescenza e di una vita, qui Mme Arnoux, fa anche un ritratto al vetriolo, poco prima del lacrimevole congedo. Ciò a cui Flaubert è interessato è un modo di essere generazionale e sociale, una sociologia.
La riuscita è “doppia” in “Madame Bovary”, che è anche un romanzo popolare: trascinare i lettori, i quali, si sa, leggono perché non sopportano la realtà, la loro vita vissuta, con la vita vissuta, mediocremente.
Le donne amate nei romanzi non hanno un nome, si chiamano madame, col cognome del marito. Bovary invece ha un nome, Emma, e Rosanette nell’“Educazione sentimentale”: sono familiari le donne di piccola virtù.
Italiano – Julien Green, in un’intervista a “Le Magazine Littéraire” di giugno 1989, n. 266: “Leggo enormemente i poeti, nella loro lingua quando mi è familiare, come l’inglese, il tedesco o l’italiano. E ho notato che le più belle traduzioni sono in italiano (Shakespaeare, Rimbaud, Gongora sono dei capolavori anche in quella lingua”.
Kipling – Claudio Magris, che non ha mai smesso di leggere Kipling, fa grande caso nella sua introduzione a “Kim” (ora in “Alfabeti”) di una poesia, “Inno alla pena fisica”, Hymn of breaking strain, che Eliot non giudicò meritevole della sua antologia, “Kipling’s Verse”. Ci trova “la terribile capacità di persuasione, l’impossibilità di vivere che caratterizza la modernità” oppressa dalla fatica incalzante, dal tempo senza tempo. Ma la modernità non c’entra – il dolore fisco o materiale può essere dell’età della pietra. E Kipling, con tutta l’infanzia infelice, è o si vuole un cavaliere se non un costruttore (“Benché distrutti,\ perché distrutti,\alziamoci a ricostruire”, così chiude l’inno).
Ma è vero che ha la hilaritas dell’uomo triste. Ha perduto il figlio in guerra, con la colpa di avercelo mandato volontario. Ha perduto le figlie, straniere in patria. Straniero è lui stesso, con tutto il patriottismo: “L’Inghilterra è un meraviglioso paese, il più bel paese straniero nel quale sia stato”.
Non sufficientemente spiegato in quanto anglo-indiano, in niente diverso dagli odierni anglo-indiani dell’India. In “Kim”, nelle “Storie della giungla”, in tanti racconti. Egli stesso lo spiega in “Miss Youghal’s Seas”: “Curiosa nella vita indigena. Quando si è acquisito il gusto di questo speciale piacere, resterà per sempre. È la cosa più affascinante al mondo – l’amore non eccettuato”.
Dice: “L’autore può inventarsi la favola ma non la morale”. E in questo senso è vero: il racconto coloniale è democratico, illuminista cioè, impegnato, e anzi missionario.
Il pastore Wesley nel Settecento, il predicatore itinerante che fondò il metodismo, aveva destato gli scrupoli delle anime religiose nei riguardi delle “razze indigene”, soprattutto se convertite. Con risultati sorprendenti, dice André Maurois nella “Storia d’Inghilterra” (p.497 dell’edizione Oscar): “
Indifferenza e scrupoli spiegano la sorprendente generosità con la quale a due riprese, nel 1802 e nel 1815, L’Inghilterra restituì alla Francia e all’Olanda colonie che il dominio dei mari le aveva permesso di conquistare. Alla Francia restituì le Antille francesi, l’isola Bourbon (Réunion), il diritto di pesca in Terranova, e diversi altri possedimenti. All’Olanda restituì Giava, Curaçao e Suriname”. Il nonno materno di Kipling era un pastore wesleyano.
Ozio – Friedrich Schlegel, oltre che augurarsi la morte dell’amata per meglio compiangerla, si diletta in “Lucinde” di un trattato dell’ozio, che egli intende essere la vera “gaya scienza” dei trovatori e l’arte della poesia, “l’arte divina della pigrizia”. Mentale?
Romanzo – È, a 150 anni, ancora “Madame Bovary”, o “la vita stessa apparsa” che ci vedeva Sainte-Beuve. Ci sono narrative di altro tipo (Kafka, Joyce, la lista è lunga) ma non altri romanzi. Non tra gli inglesi, anglo-indiani compresi, non tra i tedeschi, non tra i francesi – Proust ha fatto un’altra cosa, dopo aver fallito il romanzo flaubertiano. Non tra gli americani, Melville escluso – come Kafka, Joyce, Proust. Non, a ben vedere, tra i grandi russi, malgrado le formidabili divagazioni di Dostoevskij. Il romanzo è sempre di costumi, e l’ultimo aggiornamento è “Madame Bovary”.
Traduzione – È pericolosa. Il Concilio di Trento la bandì con pene severe, per tutti i testi ritenuti (elencati) sacri, anche se limitata a poche parole.
Dante pure era contrario nel “Convivio”: “E però sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra trasmutare senza rompere tutta sua dolcezza e armonia”.
letterautore@antiit.eu
venerdì 3 giugno 2011
Le viscere maleodoranti della democrazia Usa
L’allora colonnello North documenta l’operazione Iran-Contra, la fornitura Usa segreta di armi all’Iran degli ayatollah venticinque anni faper finanziare i gruppi antisandinisti (“contra”) in Nicaragua. Una storia molto americana: un libro profondamente – mostruosamente – antiamericano, perché espone, da amerikano in tutti i sensi, entusiasta, buono, familista (ora North è commentatore alla tv Fox di Murdoch contro i “diversi”: il colonnello aveva quarant’anni quando “comandava” il Medio Oriente), religioso, puritano, coraggioso, fortunato, avventuriero della libertà, la miseria del sistema politica, giudiziario e dell’informazione negli Usa. Come chi mettesse in mostra l’intestino, pensando di fare cosa onesta – non intenzionale, nemmeno da parte degli editori furbi? Allora sarebbe anche una vera tragedia. Tra macchine schiacciasassi che possono ridurre in poltiglia qualsiasi santuario, contro ogni ragione, robot impazziti.
Getta una luce sinistra anche sul modo Usa di fare la politica estera, sempre avventato, e più dopo la fine della guerra fredda e della paura nucleare. North non poteva agire da solo, nel mezzo di un’organizzazione che più burocratica non si può. È possibile dirlo ma solo se: 1) si vuole affermare che il Congresso decide tutto, ma allora contro ogni evidenza, 2) si vuole, a destra e a sinistra, salvare il reaganismo perché ci ha portati al mercato, a cui tutto da allora è improntato, anche la politica estera e la guerra, 3) si vuole moraleggiare.
Nei capp. 15 e 16 è una testimonianza feroce di come la democrazia americana sia un mostro cartilaginoso senza alcuna sensibilità, che cresce per escrescenza, e senza responsabilità. È un magma violento, un turbine, un uragano. Un circo tanto più pauroso in quanto non convince nessuno, nemmeno i saltimbanchi che lo animano – lo fanno per passatempo e per assolvere se stessi.
Oliver North, Under fire, an american history
Getta una luce sinistra anche sul modo Usa di fare la politica estera, sempre avventato, e più dopo la fine della guerra fredda e della paura nucleare. North non poteva agire da solo, nel mezzo di un’organizzazione che più burocratica non si può. È possibile dirlo ma solo se: 1) si vuole affermare che il Congresso decide tutto, ma allora contro ogni evidenza, 2) si vuole, a destra e a sinistra, salvare il reaganismo perché ci ha portati al mercato, a cui tutto da allora è improntato, anche la politica estera e la guerra, 3) si vuole moraleggiare.
Nei capp. 15 e 16 è una testimonianza feroce di come la democrazia americana sia un mostro cartilaginoso senza alcuna sensibilità, che cresce per escrescenza, e senza responsabilità. È un magma violento, un turbine, un uragano. Un circo tanto più pauroso in quanto non convince nessuno, nemmeno i saltimbanchi che lo animano – lo fanno per passatempo e per assolvere se stessi.
Oliver North, Under fire, an american history
giovedì 2 giugno 2011
Problemi di base - 62
spock
Dopo la carne - bovina, bianca, suina a turno - l’insalata: la peste è ciclica? Dopo la lattuga i pomodori?
Se Dio sta ad Amburgo, perché fa venire il colera dalla Spagna?
Perché la fine non finisce mai?
Perché arrivati al traguardo bisogna tornare indietro? E il giorno dopo ripartire?
Se il barometro indica pioggia, e l’igrometro vento, il temporale sarà secco?
I nuovi re di Napoli sono dunque i paglietta: ma senza una Pippa?
Come profumerà la Napoli di De Magistris, ora che l’Italia torna a profumare di Napoli?
Quanti morti siriani fanno un libico?
spock@antiit.eu
Dopo la carne - bovina, bianca, suina a turno - l’insalata: la peste è ciclica? Dopo la lattuga i pomodori?
Se Dio sta ad Amburgo, perché fa venire il colera dalla Spagna?
Perché la fine non finisce mai?
Perché arrivati al traguardo bisogna tornare indietro? E il giorno dopo ripartire?
Se il barometro indica pioggia, e l’igrometro vento, il temporale sarà secco?
I nuovi re di Napoli sono dunque i paglietta: ma senza una Pippa?
Come profumerà la Napoli di De Magistris, ora che l’Italia torna a profumare di Napoli?
Quanti morti siriani fanno un libico?
spock@antiit.eu
L’antipolitica al potere di De Magistris
La pancia di Napoli è un signore che non ha altro passato che quello di magistrato a Catanzaro in Calabria. Dove ha fatto in sette anni tre processi, tutti fasulli. Denominandoli pomposamente: Why Not, Poseidon, Toghe Lucane. Sapendo che erano fasulli: lo ha fatto per divertimento, garantito dall’impunità. Per colpire la destra, la sinistra e anche il centro. In Basilicata, in Calabria, e a Roma – qui aveva messo Prodi a capo di una loggia segreta a San Marino. Ma non per equanimità, per esercitare la giustizia politica. Nel tempo libero, libero dalla fannullaggine, ultimamente dava del corrotto al presidente della Repubblica Napolitano, in quanto esponente, diceva il nobile magistrato, “figlio di magistrato, nipote di magistrato”, della corrente migliorista del Pci, che “notoriamente”, ipse dixit, era corrotta.
De Magistris ha rovinato la vita e la politica di alcune diecine di persone, ma così si è costruito un personaggio. Grazie al quale Napoli gli ha tributato un plebiscito, nessuno aveva avuto una percentuale di voti così alta, eccetto Bassolino, che superò il 70 per cento. Il napoletano si dice indolente, ma quando c’è da votare vota. Anche al secondo turno, quando pochi votano.
Napoli aspetta sempre un messia, e la storia può finire lì, il resto d’Italia non è Napoli e può rifiatare. Anche se deve sorbirsi questa insopportabile giustizia napoletana. Ma De Magistris è diventato un personaggio grazie alla Rai e ai grandi giornali d’opinione. Che ne hanno montato i processi con le interviste e lo scandalismo, salvo tacere quando i casi si sono sgonfiati. La Rai, i grandi giornali e De Magistris sono dunque i campioni dell’antipolitica. Per conto di quale loggia?
De Magistris ha rovinato la vita e la politica di alcune diecine di persone, ma così si è costruito un personaggio. Grazie al quale Napoli gli ha tributato un plebiscito, nessuno aveva avuto una percentuale di voti così alta, eccetto Bassolino, che superò il 70 per cento. Il napoletano si dice indolente, ma quando c’è da votare vota. Anche al secondo turno, quando pochi votano.
Napoli aspetta sempre un messia, e la storia può finire lì, il resto d’Italia non è Napoli e può rifiatare. Anche se deve sorbirsi questa insopportabile giustizia napoletana. Ma De Magistris è diventato un personaggio grazie alla Rai e ai grandi giornali d’opinione. Che ne hanno montato i processi con le interviste e lo scandalismo, salvo tacere quando i casi si sono sgonfiati. La Rai, i grandi giornali e De Magistris sono dunque i campioni dell’antipolitica. Per conto di quale loggia?
mercoledì 1 giugno 2011
Pirandello realista
Una vita sacrificata alla follia della moglie. E senza colpa, per un certo senso dell’onore. Prolungato nella relazione molto pudica con M.Abba.
Il realismo dei primi racconti, quelli di ambiente siciliano, resta allora la cifra di Pirandello? Poiché anche il pirandellismo successivo, quello che lo qualifica, aveva riferimenti reali: le situazioni aperte dalla follia, a un uomo che metodicamente manteneva ogni giorno la routine Magistero-casa, sono una terra eternamente incognita, reinventabile quindi a piacere, ma non sono meno realistiche di “Liolà”.
Pirandello, Almanacco Bompiani
Secondi pensieri - (70)
zeulig
Giustizia – È poter spendere. È un credito, acquisito con la legge.
Chi è fuori dalla legge, il mafioso, il serial killer, lo stragista, non vi avrebbe diritto – è nell’incertezza che gli viene applicata.
In quanto fondamento dell’eguaglianza è la democrazia – l’unica coerente.
Hegel - Se Dio fosse nel processo di negazione e oltrepassamento, allora sarebbe un serial killer, una cosa è o non è. Si vede a occhio che l’idealismo è, come l’io protestante, l’umiliazione dell’individuo, per quella sua rivolta contro l’oggetto che è invece un soggetto, una moltitudine di soggetti, mai riducibili a oggetti, anche perché lavorano insieme alacri per approfondirsi e molti-plicarsi.
Marx lo riscatta nell’utopia, ma in un’utopia liberale. Che libera a sua volta dell’incoerenza di base, legandolo ai lumi. Il progresso va coordinato con l’esaltazione della storia di Hegel, il regno della libertà è nella società senza odio, classi, sfruttamento.
Marx – Di suo era ed è realista, della borghesia sapendo che non può non rivoluzionare di continuo gli strumenti della produzione, e quindi i rapporti di produzione. Superbo alfiere della ragione, tanto più in tempi di decadenza, benché non abbia letto Tocqueville, e neppure tutto Hegel, là dove anticipano Heidegger, “solo un Dio ci può salvare”.
Non ha colpa del Diamat, che è il Marx di Labriola, scientista, positivista, né col sistema moscovita della proprietà statale dei mezzi di produzione, o del partito unico, una forma come un’altra di dittatura. Rosa Luxemburg trovava il primo libro, “tanto apprezzato”, del “Capitale” “finemente lavorato, rococò, à la Hegel”. Marx avrebbe sottoscritto la critica. Non aveva orecchio e in traduzione viene meglio: con “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”, la versione italiana invece di quella sorda originale, si sarebbe potuto dire che anche Marx cominciò con un endecasillabo, lo scattante pentametro giambico di Dante. Sarà stato un brillante filosofo a ventisette anni, poi per altri quaranta un giornalista e agitatore politico. Non era facile, il valore economico è recente, fino a Hobbes non c’era una assiologia dei beni. E a Marx si è fermato: non c’è una teoria del valore successiva, del valore come lavoro – in italiano è perfino anagrammatica. I suoi critici capitalisti ne ricalcano i fondamentali. Ma la critica del capitalismo è reazionaria: i reazionari prima di Marx, e con più veemenza, criticano il capitalismo, il mercato dei soldi.
Non solo nel fordismo alla fine, e in Owen all’inizio, ma nella Cadbury, alla Rowntree e in ogni altra azienda quacchera, in molte società cattoliche e in quelle socialiste del mutuo soccorso l’Ottocento ricorreva al lavoro per migliorare l’igiene e l’istruzione, o il rispetto di sé. Finché il lavoro non fu disseccato nel plusvalore. Le critiche presto erano emerse con Eduard Bernstein, e poi con Rosa Luxemburg . Semplici, Marx le avrebbe sottoscritte: il moderno proletario è sempre povero ma non pauperizzato, la crescita della ricchezza non viene con la diminuzione del numero dei capitalisti ma con la loro moltiplicazione – si potrebbe fare un partito di massa dei ricchi, non fossero tanto ricchi da farsi passare per poveri. E lo slogan “i proletari non hanno padri” non è vero, purtroppo. Ma questo era contro l’interesse del Partito a farsi Stato. Senza contare che lo stesso successo delle sue idee ne inficia il presupposto, l’economicismo.
La verità sul fondatore del comunismo è un’altra: che è stato il socialismo a indurre e generalizzare l’idea del possesso. Flaubert l’ha visto nel ’48, la rivoluzione della libertà, guardando le barricate da lontano, e l’ha dettagliato vent’anni dopo nella sua “Educazione sentimentale” che invece è politica. A un certo punto i socialisti si smarcarono dai liberali, che ne furono atterriti e si segregarono. “Allora”, dice Flaubert, “ la Proprietà montò nei rispetti al livello della Religione e si confuse con dio. Gli attacchi che le si portavano sembrarono sacrilegio, quasi antropofagia.” Ma è vero pure il contrario: se l’identità è definita dal possesso non si può più negare che il socialismo è una forma completa di liberalismo, non limitato cioè alla borghesia. Non solo come formula politica, poiché al socialismo è essenziale la libertà, l’uguaglianza è la realizzazione della libertà. Ma proprio dal punto di vista economico, dei mezzi di produzione, il capitalismo producendo più ricchezza per il più gran numero, più opportunità quindi per il proletariato, e più tempo libero per tutti. Anche per scrivere o ricamare, il lavoro intendendosi occupazione onorata e dovere civico, e non sfruttamento.
Se un rimprovero gli va fatto è di non aver letto Belle van Zuylen quando rimbecca Diderot, che la religione riduceva a sovrastruttura delle classi dominanti. Mentre le classi dominanti, si sa, più intelligenti in questo di Marx, di solito non trascurano la religione, che è l’esercizio più sublime dell’immaginazione. “Un Dio s’incontra nel reale”, dice bene Lacan.
Storia – È un serpentone pieno di nodi, ognuno dei quali è un altro serpente. O è fatta di lampi, razzi sparati nel cielo, frecce scoccate in ogni direzione. Al modo di Prometeo, di un dibattersi contro catene invisibili quanto solide.
La storia delle cose è zero, e il contesto è contestabile. L’umanità è un affollato battaglione in surplace, testa eretta, tendini tesi, che non si stacca da terra. Lancia messaggi, organizza tiri, apre squarci, ma sempre fermo dove e com’era, spingendo, minacciando, brontolando.
La storia – il progresso - è aerea, l’umanità è terrena, di materia greve. Ma non si può dire inerte. Dei re e imperatori, che sono stati in gran numero, quando uno è intelligente trova un posto nella storia. Per il che pare che la storia sia fatta da principi, re e imperatori, e tutti intelligenti. I quali invece in più gran numero e per il maggior tempo vivono di caccia, malevolenze, tirannie.
I pochi se ne appropriano perché la scrivono, fa la storia chi la scrive. La storia è opera letteraria, per questo trae in inganno.
Non è utile. La storia – il tempo - non è maestra di verità, è una fiera, un teatro. Solo serve, se serve, a far sognare. Non ha neppure spessore, spazio. È un infinitesimo della fantasmagoria dell’universo.
Tempo – È statico, il tempo mentale e biologico, della specie umana. A meno di non ricorrere ai miti, alle genesi, che poi si ripetono uguali: Dante, Origene, Platone, Pitagora, la Bibbia, il Libro dei Morti, il Libro di Veda, e l’analogo che di certo ci sarà in Cina, o Giappone.
zeulig@antiit.eu
Giustizia – È poter spendere. È un credito, acquisito con la legge.
Chi è fuori dalla legge, il mafioso, il serial killer, lo stragista, non vi avrebbe diritto – è nell’incertezza che gli viene applicata.
In quanto fondamento dell’eguaglianza è la democrazia – l’unica coerente.
Hegel - Se Dio fosse nel processo di negazione e oltrepassamento, allora sarebbe un serial killer, una cosa è o non è. Si vede a occhio che l’idealismo è, come l’io protestante, l’umiliazione dell’individuo, per quella sua rivolta contro l’oggetto che è invece un soggetto, una moltitudine di soggetti, mai riducibili a oggetti, anche perché lavorano insieme alacri per approfondirsi e molti-plicarsi.
Marx lo riscatta nell’utopia, ma in un’utopia liberale. Che libera a sua volta dell’incoerenza di base, legandolo ai lumi. Il progresso va coordinato con l’esaltazione della storia di Hegel, il regno della libertà è nella società senza odio, classi, sfruttamento.
Marx – Di suo era ed è realista, della borghesia sapendo che non può non rivoluzionare di continuo gli strumenti della produzione, e quindi i rapporti di produzione. Superbo alfiere della ragione, tanto più in tempi di decadenza, benché non abbia letto Tocqueville, e neppure tutto Hegel, là dove anticipano Heidegger, “solo un Dio ci può salvare”.
Non ha colpa del Diamat, che è il Marx di Labriola, scientista, positivista, né col sistema moscovita della proprietà statale dei mezzi di produzione, o del partito unico, una forma come un’altra di dittatura. Rosa Luxemburg trovava il primo libro, “tanto apprezzato”, del “Capitale” “finemente lavorato, rococò, à la Hegel”. Marx avrebbe sottoscritto la critica. Non aveva orecchio e in traduzione viene meglio: con “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”, la versione italiana invece di quella sorda originale, si sarebbe potuto dire che anche Marx cominciò con un endecasillabo, lo scattante pentametro giambico di Dante. Sarà stato un brillante filosofo a ventisette anni, poi per altri quaranta un giornalista e agitatore politico. Non era facile, il valore economico è recente, fino a Hobbes non c’era una assiologia dei beni. E a Marx si è fermato: non c’è una teoria del valore successiva, del valore come lavoro – in italiano è perfino anagrammatica. I suoi critici capitalisti ne ricalcano i fondamentali. Ma la critica del capitalismo è reazionaria: i reazionari prima di Marx, e con più veemenza, criticano il capitalismo, il mercato dei soldi.
Non solo nel fordismo alla fine, e in Owen all’inizio, ma nella Cadbury, alla Rowntree e in ogni altra azienda quacchera, in molte società cattoliche e in quelle socialiste del mutuo soccorso l’Ottocento ricorreva al lavoro per migliorare l’igiene e l’istruzione, o il rispetto di sé. Finché il lavoro non fu disseccato nel plusvalore. Le critiche presto erano emerse con Eduard Bernstein, e poi con Rosa Luxemburg . Semplici, Marx le avrebbe sottoscritte: il moderno proletario è sempre povero ma non pauperizzato, la crescita della ricchezza non viene con la diminuzione del numero dei capitalisti ma con la loro moltiplicazione – si potrebbe fare un partito di massa dei ricchi, non fossero tanto ricchi da farsi passare per poveri. E lo slogan “i proletari non hanno padri” non è vero, purtroppo. Ma questo era contro l’interesse del Partito a farsi Stato. Senza contare che lo stesso successo delle sue idee ne inficia il presupposto, l’economicismo.
La verità sul fondatore del comunismo è un’altra: che è stato il socialismo a indurre e generalizzare l’idea del possesso. Flaubert l’ha visto nel ’48, la rivoluzione della libertà, guardando le barricate da lontano, e l’ha dettagliato vent’anni dopo nella sua “Educazione sentimentale” che invece è politica. A un certo punto i socialisti si smarcarono dai liberali, che ne furono atterriti e si segregarono. “Allora”, dice Flaubert, “ la Proprietà montò nei rispetti al livello della Religione e si confuse con dio. Gli attacchi che le si portavano sembrarono sacrilegio, quasi antropofagia.” Ma è vero pure il contrario: se l’identità è definita dal possesso non si può più negare che il socialismo è una forma completa di liberalismo, non limitato cioè alla borghesia. Non solo come formula politica, poiché al socialismo è essenziale la libertà, l’uguaglianza è la realizzazione della libertà. Ma proprio dal punto di vista economico, dei mezzi di produzione, il capitalismo producendo più ricchezza per il più gran numero, più opportunità quindi per il proletariato, e più tempo libero per tutti. Anche per scrivere o ricamare, il lavoro intendendosi occupazione onorata e dovere civico, e non sfruttamento.
Se un rimprovero gli va fatto è di non aver letto Belle van Zuylen quando rimbecca Diderot, che la religione riduceva a sovrastruttura delle classi dominanti. Mentre le classi dominanti, si sa, più intelligenti in questo di Marx, di solito non trascurano la religione, che è l’esercizio più sublime dell’immaginazione. “Un Dio s’incontra nel reale”, dice bene Lacan.
Storia – È un serpentone pieno di nodi, ognuno dei quali è un altro serpente. O è fatta di lampi, razzi sparati nel cielo, frecce scoccate in ogni direzione. Al modo di Prometeo, di un dibattersi contro catene invisibili quanto solide.
La storia delle cose è zero, e il contesto è contestabile. L’umanità è un affollato battaglione in surplace, testa eretta, tendini tesi, che non si stacca da terra. Lancia messaggi, organizza tiri, apre squarci, ma sempre fermo dove e com’era, spingendo, minacciando, brontolando.
La storia – il progresso - è aerea, l’umanità è terrena, di materia greve. Ma non si può dire inerte. Dei re e imperatori, che sono stati in gran numero, quando uno è intelligente trova un posto nella storia. Per il che pare che la storia sia fatta da principi, re e imperatori, e tutti intelligenti. I quali invece in più gran numero e per il maggior tempo vivono di caccia, malevolenze, tirannie.
I pochi se ne appropriano perché la scrivono, fa la storia chi la scrive. La storia è opera letteraria, per questo trae in inganno.
Non è utile. La storia – il tempo - non è maestra di verità, è una fiera, un teatro. Solo serve, se serve, a far sognare. Non ha neppure spessore, spazio. È un infinitesimo della fantasmagoria dell’universo.
Tempo – È statico, il tempo mentale e biologico, della specie umana. A meno di non ricorrere ai miti, alle genesi, che poi si ripetono uguali: Dante, Origene, Platone, Pitagora, la Bibbia, il Libro dei Morti, il Libro di Veda, e l’analogo che di certo ci sarà in Cina, o Giappone.
zeulig@antiit.eu
martedì 31 maggio 2011
Il colera ad Amburgo, Spagna
Il colera ad Amburgo è subito addebitato ai cetrioli di Almeria - che può venire di buono dalla Spagna? Senza nemmeno guardare se magari non sono stati lavati con acqua sporca dall’importatore, o trattati con sostanze infettive. Poi si tralasciano i cetrioli, per evitare querele spagnole, potenzialmente costose. Ma senza il bisogno di scusarsi: per uno di Amburgo già i bavaresi sono sospetti, figurarsi gli spagnoli – l’etica protestante è della superiorità: io e il mio Dio. Tanto più che, per accertare la verità, non c’è urgenza, anche se le persona muoiono, tanti di quelli che sono passati per Amburgo – magari solo per andare a puttane a Sankt Pauli: si saprà tra una quindicina di giorni, quando i morti saranno dimenticati.
Il colera ad Amburgo si chiama Escherichia Coli. Non si può dire ma è così: il grande “Dizionario medico” della Fondazione Umberto Veronesi lo registrava in tempi non sospetti, una diecina d’anni fa. L’Escherichia Coli diventa cattivo in quattro o cinque maniere, ma in tutte si limita a forme di dissenteria, non gravi, eccetto una: “Alcuni ceppi di E.coli secernono una tossina che agisce in modo simile a quella prodotta dal vibrione del colera Vibrio cholerae”.
Il colera ad Amburgo si chiama Escherichia Coli. Non si può dire ma è così: il grande “Dizionario medico” della Fondazione Umberto Veronesi lo registrava in tempi non sospetti, una diecina d’anni fa. L’Escherichia Coli diventa cattivo in quattro o cinque maniere, ma in tutte si limita a forme di dissenteria, non gravi, eccetto una: “Alcuni ceppi di E.coli secernono una tossina che agisce in modo simile a quella prodotta dal vibrione del colera Vibrio cholerae”.
La Germania rilancia il gas e la Russia
Per il gas. E per la Russia. La rinuncia tedesca, del governo di Angela Merkel d’accordo con le opposizioni socialdemocratica e verde, al nucleare entro dieci anni raddoppierà il consumo di gas naturale e le importazioni dalla Russia. Il conto è stato subito fatto all’Eni, che sul gas e sulla Russia ha puntato da tempo, e alle tedesche Ruhrgas e Basf-Wintershall. Per alimentare 20 Gigawatt di potenza in dieci anni non c’è ricorso possibile alle fonti cosiddette rinnovabili – in realtà a forte consumo di materiali e di risorse naturali (terra, acqua) – ma solo al gas naturale. Che è pronto ad arrivare, dalla Russia. A fine anno sarà pronto il gasdotto Nord Stream, dalla Russia alla Germania via Baltico, che un anno dopo avrà una capacità di trasporto di 55 miliardi di mc. di gas. Più di tutto il gas che la Germania già importa. Di proprietà della russa Gazprom, e di Ruhrgas, Basf-Wintershall, del gigante francese Gdf-Suez e dell’olandese Gasunie.
L’abbandono del nucleare in Germania non è di oggi. Il governo socialista-verde del cancelliere Schröder l‘aveva annunciato nel 2000, e dopo qualche mese tradotto in legge: prevedeva l’uscita dal nucleare entro il 2020. La cancelliera Merkel, costituendo il suo nuovo governo con i liberali, ha sospeso il 25 gennaio dell’anno scorso quella decisione. Ora l’ha confermata, limitandosi a far slittare la chiusura di diciotto mesi, quanto è durata la sospensione, al 2022.
Nessun dubbio che la cancellazione del nucleare significa un ricorso accresciuto al gas: si tratta di alimentare il 27 per cento dell’energia elettrica consumata, e non c’è altra fonte di energia. Le cosiddette rinnovabili non potrebbero sopperire nemmeno tra mezzo secolo ad alimentare tale potenza. Oggi ci vorrebbero mille ettari di pannelli fotovoltaici per 1.000 MW (un ventesimo del totale), ammesso che la Cina possa e voglia produrre gli inquinanti pannelli in massa a basso costo. E comunque l’energia da fonti rinnovabili ha un costo tale da mettere fuori mercato l’industria manifatturiera tedesca, a meno d’incentivi pubblici. Che però in quelle dimensioni e a quel fine, non più di ricerca e innovazione, sarebbero illegali, ai termini della concorrenza europea.
Nessun dubbio che il gas sarà russo. Anche se la Germania accusa già una sorta di dipendenza dalla Russia, importandone per il 42 per cento del fabbisogno (l’Italia è al 28 per cento). Anche la Germania si porrà nella situazione dei paesi dell’Est europeo, che dipendono dalla Russia per oltre il 50 per cento del gas consumato. A questo ha lavorato lo stesso cancelliere socialista Schröder una volta fuori dal governo, in qualità di consulente di Gazprom, il gigante russo del gas. Il progetto alternativo alla Russia, denominato Nabucco, è infatti sempre in ritardo. Dopo dieci anni di preparativi. E benché sponsorizzato dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti in funzione dichiaratamente antirussa, per ridurre la dipendenza dal gas russo. Il progetto è ufficialmente pronto da due anni, approvato dai governi e dai parlamenti dei paesi interessati, Turchia, Romania, Repubblica Ceca, Austria, e finanziato. Per l’importazione di 25-30 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Che però non si trovano: in principio il gas dovrebbe venire dall’Iraq, l’Azerbaigian, il Turkmenistan e, dopo la “primavera”, dall’Egitto.
L’abbandono del nucleare in Germania non è di oggi. Il governo socialista-verde del cancelliere Schröder l‘aveva annunciato nel 2000, e dopo qualche mese tradotto in legge: prevedeva l’uscita dal nucleare entro il 2020. La cancelliera Merkel, costituendo il suo nuovo governo con i liberali, ha sospeso il 25 gennaio dell’anno scorso quella decisione. Ora l’ha confermata, limitandosi a far slittare la chiusura di diciotto mesi, quanto è durata la sospensione, al 2022.
Nessun dubbio che la cancellazione del nucleare significa un ricorso accresciuto al gas: si tratta di alimentare il 27 per cento dell’energia elettrica consumata, e non c’è altra fonte di energia. Le cosiddette rinnovabili non potrebbero sopperire nemmeno tra mezzo secolo ad alimentare tale potenza. Oggi ci vorrebbero mille ettari di pannelli fotovoltaici per 1.000 MW (un ventesimo del totale), ammesso che la Cina possa e voglia produrre gli inquinanti pannelli in massa a basso costo. E comunque l’energia da fonti rinnovabili ha un costo tale da mettere fuori mercato l’industria manifatturiera tedesca, a meno d’incentivi pubblici. Che però in quelle dimensioni e a quel fine, non più di ricerca e innovazione, sarebbero illegali, ai termini della concorrenza europea.
Nessun dubbio che il gas sarà russo. Anche se la Germania accusa già una sorta di dipendenza dalla Russia, importandone per il 42 per cento del fabbisogno (l’Italia è al 28 per cento). Anche la Germania si porrà nella situazione dei paesi dell’Est europeo, che dipendono dalla Russia per oltre il 50 per cento del gas consumato. A questo ha lavorato lo stesso cancelliere socialista Schröder una volta fuori dal governo, in qualità di consulente di Gazprom, il gigante russo del gas. Il progetto alternativo alla Russia, denominato Nabucco, è infatti sempre in ritardo. Dopo dieci anni di preparativi. E benché sponsorizzato dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti in funzione dichiaratamente antirussa, per ridurre la dipendenza dal gas russo. Il progetto è ufficialmente pronto da due anni, approvato dai governi e dai parlamenti dei paesi interessati, Turchia, Romania, Repubblica Ceca, Austria, e finanziato. Per l’importazione di 25-30 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Che però non si trovano: in principio il gas dovrebbe venire dall’Iraq, l’Azerbaigian, il Turkmenistan e, dopo la “primavera”, dall’Egitto.
In Bulgaria via libera al South Stream
La Bulgaria ha dato via libera alla finalizzazione degli accordi per il South Stream, la nuova condotta di gas dalla Russia che attraverserà il Mar Nero e i Balcani. La decisione in contemporanea del governo tedesco di chiudere le centrali nucleari ha facilitato la nuova intesa, che dovrebbe essere quella definitiva.
Il primo accordo risale a quattro anni fa, al 2007, tra Eni e Gazprom. Parte di un più largo accordo che consentirà a Gazprom di vedere parte del suo gas direttamente sul mercato italiano, e all’Eni di fare ricerca di idrocarburi in Siberia. L’accordo specifico per il gas è stato firmato dai due gruppi due anni fa, alla presenza di Berlusconi e di Putin: prevede ‘esportazione di trenta miliardi l’anno di metri cubi di gas. Il 6 agosto 2009 Putin e il premier turco Erdoğan firmavano l’accordo per l’attraversamento del Mar Nero, alla presenza di Berlusconi. Intanto, Gazprom ha siglato accordi per il passaggio della condotta attraverso Bulgaria, Ungheria, Grecia e Serbia.
Il progetto si completerà con gli accordi per il passaggio attraverso la Slovenia e l’Austria. La quale tentenna perché attratta dal progetto Nabucco, non ancora abbandonato.
Analogamente a quanto fece con l’ex cancelliere tedesco Schröder per il Nord Stream, il general manager di Gazprom, Alexei Miller, ha proposto a Romano Prodi di fare da consulente per il South Stream. In più d’una occasione, pare, a detta di prodi. Che però ha rifiutato.
Il primo accordo risale a quattro anni fa, al 2007, tra Eni e Gazprom. Parte di un più largo accordo che consentirà a Gazprom di vedere parte del suo gas direttamente sul mercato italiano, e all’Eni di fare ricerca di idrocarburi in Siberia. L’accordo specifico per il gas è stato firmato dai due gruppi due anni fa, alla presenza di Berlusconi e di Putin: prevede ‘esportazione di trenta miliardi l’anno di metri cubi di gas. Il 6 agosto 2009 Putin e il premier turco Erdoğan firmavano l’accordo per l’attraversamento del Mar Nero, alla presenza di Berlusconi. Intanto, Gazprom ha siglato accordi per il passaggio della condotta attraverso Bulgaria, Ungheria, Grecia e Serbia.
Il progetto si completerà con gli accordi per il passaggio attraverso la Slovenia e l’Austria. La quale tentenna perché attratta dal progetto Nabucco, non ancora abbandonato.
Analogamente a quanto fece con l’ex cancelliere tedesco Schröder per il Nord Stream, il general manager di Gazprom, Alexei Miller, ha proposto a Romano Prodi di fare da consulente per il South Stream. In più d’una occasione, pare, a detta di prodi. Che però ha rifiutato.
Sesso sicuro killer
L’isolamento di Berlusconi al G 8 a Parigi, il primo dopo la sua incolpazione per sfruttamento della prostituzione, non ha avuto altro motivo che questo processo. L’isolamento è stato generale e irriflesso, per una sorta di automatismo, non per coalizioni d’interessi o congiure di sorta. E ha certamente influito anche sulla sconfitta di Berlusconi alle amministrative, seppure non l’ha determinata: le accuse sessuali non lasciano scampo. Sono anzi una condanna prima ancora che si formalizzino o si provino.
La corruzione non è niente al confronto. Il ministro francese dell’Economia, Christine Lagarde, andrà alla direzione generale del Fondo Monetario Internazionale benché la Corte dei conti francese rivoglia da lei alcune centinaia di migliaia di euro appropriati indebitamente. Al Fmi da cui il direttore generale Strauss-Khan è stato cacciato, con un arresto da film e una traduzione al processo da romanzo di Zola, con l’accusa di “tentato” stupro – opera peraltro di un avvocato a percentuale. Gli altri trenta processi a carico di Berlusconi, tutti più o meno di natura corruttiva, non gli avevano impedito di partecipare rispettato alle assise internazionali, e di ospitarne anzi alcune. A Parigi invece sembrava un infetto. Mentre un altro suo ministro il presidente francese Sarkozy, che impone Lagarde al Fmi, ha voluto subito dimesso appena due ex impiegate gli hanno dato del molestatore.
In passato circolavano fra i giornalisti parlamentari registrazioni, foto e perfino video di relazioni irregolari di uomini politici, e perfino di amplessi, che si giudicavano non meritevoli di pubblicazione. La stessa prima testimone della Repubblica, la contessa Ariosto, la Procura di Milano non ritenne di utilizzare efficacemente sugli aspetti sessuali delle sue vicende. Ora invece con Ruby, puntando sul letto, ha praticamente vinto.
La corruzione non è niente al confronto. Il ministro francese dell’Economia, Christine Lagarde, andrà alla direzione generale del Fondo Monetario Internazionale benché la Corte dei conti francese rivoglia da lei alcune centinaia di migliaia di euro appropriati indebitamente. Al Fmi da cui il direttore generale Strauss-Khan è stato cacciato, con un arresto da film e una traduzione al processo da romanzo di Zola, con l’accusa di “tentato” stupro – opera peraltro di un avvocato a percentuale. Gli altri trenta processi a carico di Berlusconi, tutti più o meno di natura corruttiva, non gli avevano impedito di partecipare rispettato alle assise internazionali, e di ospitarne anzi alcune. A Parigi invece sembrava un infetto. Mentre un altro suo ministro il presidente francese Sarkozy, che impone Lagarde al Fmi, ha voluto subito dimesso appena due ex impiegate gli hanno dato del molestatore.
In passato circolavano fra i giornalisti parlamentari registrazioni, foto e perfino video di relazioni irregolari di uomini politici, e perfino di amplessi, che si giudicavano non meritevoli di pubblicazione. La stessa prima testimone della Repubblica, la contessa Ariosto, la Procura di Milano non ritenne di utilizzare efficacemente sugli aspetti sessuali delle sue vicende. Ora invece con Ruby, puntando sul letto, ha praticamente vinto.
Il plebiscito si localizza
Tutti candidati in proprio hanno sconfitto Berlusconi e la Lega, a Milano, Napoli (è pur sempre una sconfitta, il centro-destra aveva già “vinto”), Novara, Trieste, Cagliari. È la nota comune dei ballottaggi alle amministrative. In aggiunta alle situazioni locali. In particolare il rigetto della Lega: in Piemonte a un anno dalla sua vittoria alle regionali con Cota, a Novara, la città di Cota, dopo Torino, e a Trieste la sua mancata presa (come già a Bologna) – Trieste che era peraltro eroica unica testa di ponte del centrodestra nel Friuli-Venezia Giulia. Lo stesso fenomeno si manifesta nel Lazio, anche se qui è perdente.
I vincenti sono tutti candidati personali. Che si sono imposti alla propria coalizione (Pisapia), e al proprio partito (De Magistris). Analoghi fenomeni si sono avuti nelle città minori. E lo stesso è successo nel Lazio, anche se qui il potentato locale, la presidente della Regione Polverini, è stata sconfitta. Il principio della elezione diretta, ormai previsto per tutte le cariche esecutive, eccetto il governo centrale, conduce inevitabilmente a una personalizzazione della contesa politica. Il fatto è ampiamente noto dagli Stati Uniti, dove l’investitura popolare diretta è da sempre il cardine delle leggi elettorali: le candidature sono aperte, i partiti si limitano a sostenere il vincente, non pretendono d’imporre il candidato.
I vincenti sono tutti candidati personali. Che si sono imposti alla propria coalizione (Pisapia), e al proprio partito (De Magistris). Analoghi fenomeni si sono avuti nelle città minori. E lo stesso è successo nel Lazio, anche se qui il potentato locale, la presidente della Regione Polverini, è stata sconfitta. Il principio della elezione diretta, ormai previsto per tutte le cariche esecutive, eccetto il governo centrale, conduce inevitabilmente a una personalizzazione della contesa politica. Il fatto è ampiamente noto dagli Stati Uniti, dove l’investitura popolare diretta è da sempre il cardine delle leggi elettorali: le candidature sono aperte, i partiti si limitano a sostenere il vincente, non pretendono d’imporre il candidato.
Pdl indebolito, la Lega sarà più dura
Si discute nel centrodestra se la sconfitta sia più del Pdl o più della Lega. Ma sapendo bene che il Pdl esce sconfitto a Napoli, nel Lazio e in Sardegna. È del Nord che si discute: il Pdl rimprovera alla Lega il mancato sostegno alla Moratti al primo turno, la Lega rimprovera al Pdl la sconfitta a Novara e Trieste, nonché i magri risultati di Bologna e Torino.
In sintesi: un Pdl indebolito contesta alla Lega alcune diserzioni. E viceversa, ma con la Lega non in vena di mea culpa. Non senza motivo: la Lega è il partito che più ha aumentato i voti al Nord, di 160 mila unità (rispetto ai 31 mila in più registrati dal Pd). E li ha aumentati in tutti i posti dove si è votato: a Milano (più 35 mila), Torino (18 mila), Varese e Novara (mille), i dodici comuni lombardi sopra i 15 mila abitanti (14 mila) e le province di Vercelli, Pavia, Mantova e Treviso (92 mila). Il Pdl invece ha perso ovunque, in totale 230 mila voti. A Milano del resto Berlusconi appare oggi come Craxi vent’anni fa: la città cerca, smarrita, un altro punto di riferimento (gli ha dimezzato le preferenze rispetto al 2006, mentre ha aumentato di un 10 per cento le preferenze per gli altri candidati in lista).
L’effetto prevedibile è un indurimento della Lega dentro il governo. Il primo obiettivo, sul quale però la porta è aperta in Parlamento, è l’allentamento dei vincoli di bilancio a favore del sistema produttivo. Soprattutto con una riduzione del carico fiscale e degli oneri sociali sulla produzione. Il secondo sarà una nuova legge elettorale, che torni al proporzionale, con le soglie di sbarramento. Su questo l’accordo col Pdl sarà più difficile, a meno che la Lega non trovi una sponda nello stesso partito Democratico, l’altro grande partito anch’esso finora schierato sul maggioritario.
In sintesi: un Pdl indebolito contesta alla Lega alcune diserzioni. E viceversa, ma con la Lega non in vena di mea culpa. Non senza motivo: la Lega è il partito che più ha aumentato i voti al Nord, di 160 mila unità (rispetto ai 31 mila in più registrati dal Pd). E li ha aumentati in tutti i posti dove si è votato: a Milano (più 35 mila), Torino (18 mila), Varese e Novara (mille), i dodici comuni lombardi sopra i 15 mila abitanti (14 mila) e le province di Vercelli, Pavia, Mantova e Treviso (92 mila). Il Pdl invece ha perso ovunque, in totale 230 mila voti. A Milano del resto Berlusconi appare oggi come Craxi vent’anni fa: la città cerca, smarrita, un altro punto di riferimento (gli ha dimezzato le preferenze rispetto al 2006, mentre ha aumentato di un 10 per cento le preferenze per gli altri candidati in lista).
L’effetto prevedibile è un indurimento della Lega dentro il governo. Il primo obiettivo, sul quale però la porta è aperta in Parlamento, è l’allentamento dei vincoli di bilancio a favore del sistema produttivo. Soprattutto con una riduzione del carico fiscale e degli oneri sociali sulla produzione. Il secondo sarà una nuova legge elettorale, che torni al proporzionale, con le soglie di sbarramento. Su questo l’accordo col Pdl sarà più difficile, a meno che la Lega non trovi una sponda nello stesso partito Democratico, l’altro grande partito anch’esso finora schierato sul maggioritario.
lunedì 30 maggio 2011
Il terrore al “Corriere della sera”, con Spadolini
È la cronaca di un’avventura personale dell’allora professore giovane Spadolini, in un giornale che lo rifiuta, con una proprietà assente ma petulante, in una città che (al solito) mente, per primo con se stessa. E di un’epoca, quella della contestazione. Un saggio che è un trattato. Di storia del giornalismo. Di storia politica: di Milano e del Sessantotto (movimento studentesco, contestazione, terrorismo) a Milano. Di metodologia: dell’individuazione e dell’uso delle fonti. Qui nuove e tutte interessanti – e non arcane: la carte Spadolini alla Fondazione Spadolini Nuova Antologia di Firenze, le carte della Fondazione Corriere della sera, le carte del ministero dell’Interno. Uno dei pochi casi in cui le tantissime note sono di lettura utile. Una ricerca anche beneaugurante: è il primo tassello di una storia del “Corriere della sera” coordinata da Ernesto Galli della Loggia con la Fondazione del giornale.
È anche una miniera. La prima intervista di un politico socialista (Pietro Nenni) può uscire sul “Corriere della sera” a novembre 1969, dopo una diecina d’anni di centro-sinistra, politico e governativo, e a venti mesi dall’arrivo alla direzione di Spadolini. Carlo Cassola, socialista, aveva per questo rifiutato per anni di collaborare al giornale. Ma già Giulia Maria Crespi, la sola dei cugini Crespi che avesse qualche credito nel giornale, per la buona memoria lasciata dal marito, il conte Marco Paravicini, morto in un incidente d’auto nel 1957, contestava al suo “fidanzato” Spadolini il moderatismo, nel nome dell’estremismo. I vecchi comunisti della Commissione Interna sabotano la produzione, con go slow e scioperi a scacchiera, e lo rivendicano in volantini – la cosa si è sempre detta, ma qui ci sono i volantini. Il comitato di redazione (il sindacato interno dei giornalisti) di Massimo Riva invece non redige verbali – il cdr del Pci.
La corrispondenza di Giulia Maria Crespi è la parte più saporita della tanta documentazione, anche perché riflette bene l’epoca. Persona “culturalmente fragile ma volitiva” appare senza dubbi la Crespi alla storica dalle copiose scritture a Spadolini: “Le lettere che la Crespi scrisse a Spadolini fra il 196 e il 1971 testimoniano, al di là di ogni dubbio”, interferenze “pesanti, nella forma di un controllo minuzioso, pedante e persino petulante esercitato su ogni aspetto del quotidiano”. Col sostegno, in forma di “salotto” borghese, di Camilla Cederna e Piero Ottone. Anche questo si sapeva, specie a opera di Montanelli, ma qui ci sono le carte.
Il carteggio di Spadolini con Giovanni Sartori, il secondo punto d’interesse, è una finestra aperta su un’altra epoca, e forse su un altro mondo – i due erano entrambi fiorentini, e professori al “Cesare Alfieri” di Firenze, l’istituto di Scienze Politiche. Erano anche “figli di mamma” importante a Firenze, e il “posto” di direttore del “Corriere della sera” sarà “trovato” a Spadolini da Sartori, che aveva dimestichezza con Giulia Maria Crespi, col marito defunto. Spadolini era stato candidato alla direzione del “Corriere della sera” già nel 1961, ma la proprietà l’aveva scartato perché era inviso ai notabili del giornale, in quanto troppo di sinistra.
C’è anche un esempio di come si fa giornalismo. Negativo. Nel 1968 il “Corriere della sera”, per difendersi dal progetto della “Stampa” di diventare un giornale nazionale, non più piemontese, attacca pretestuosamente la Fiat. E la rappresentazione di come l’informazione sia difficile da fare, in libertà, con intelligenza. Per tutto il periodo sotto esame, e più alla fine. Il giornale tutto si mette in stato d’agitazione al licenziamento di Spadolini, l’8 marzo 1972. Ma è solo un’occasione, per il sindacato dei giornalisti, di ottenere da Giulia Maria Crespi una sorta di cogestione, seppure senza responsabilità, nella nomina del direttore e nelle assunzioni. La secessione dei “montanelliani”, i venticinque che poi fonderanno il “Giornale, sarà in realtà degli “spadolinani”. Perché già era in atto, Spadolini ne aveva scritto in numerosi editoriali, il compromesso storico, sotto forma, si diceva allora, di “repubblica conciliare” – vi indulgeva anche Ugo La Malfa (che al licenziamento al “Corriere della sera” aprirà a Spadolini una carriera politica, ma non riuscirà a soggiogarlo all’inciucio).
Dell’Interno sono sorprendentemente utili i vari rapporti Mazza, inviati dal prefetto di Milano Libero Mazza nei quattro-cinque anni dell’indagine. Della violenza che Milano porta a maturazione e al contagio di tutta Italia. Rapporti che sembrano inverosimili, tanto tutto quello che scrivevano è risultato vero, e che prevedevano si è avverato. Il “Corriere” fu bersaglio di tre manifestazioni devastanti negli anni di Spadolini, due del movimento studentesco (la seconda quando già Spadolini era stato licenziato), una del sindacato.
Claudia Mantovani, Il “Corriere della sera” nella bufera. La direzione di Giovanni Spadolini (1968-1972), pp. 11-106, in “Ventunesimo Secolo”, a. X. Febbraio 2011, pp. 216, € 16
È anche una miniera. La prima intervista di un politico socialista (Pietro Nenni) può uscire sul “Corriere della sera” a novembre 1969, dopo una diecina d’anni di centro-sinistra, politico e governativo, e a venti mesi dall’arrivo alla direzione di Spadolini. Carlo Cassola, socialista, aveva per questo rifiutato per anni di collaborare al giornale. Ma già Giulia Maria Crespi, la sola dei cugini Crespi che avesse qualche credito nel giornale, per la buona memoria lasciata dal marito, il conte Marco Paravicini, morto in un incidente d’auto nel 1957, contestava al suo “fidanzato” Spadolini il moderatismo, nel nome dell’estremismo. I vecchi comunisti della Commissione Interna sabotano la produzione, con go slow e scioperi a scacchiera, e lo rivendicano in volantini – la cosa si è sempre detta, ma qui ci sono i volantini. Il comitato di redazione (il sindacato interno dei giornalisti) di Massimo Riva invece non redige verbali – il cdr del Pci.
La corrispondenza di Giulia Maria Crespi è la parte più saporita della tanta documentazione, anche perché riflette bene l’epoca. Persona “culturalmente fragile ma volitiva” appare senza dubbi la Crespi alla storica dalle copiose scritture a Spadolini: “Le lettere che la Crespi scrisse a Spadolini fra il 196 e il 1971 testimoniano, al di là di ogni dubbio”, interferenze “pesanti, nella forma di un controllo minuzioso, pedante e persino petulante esercitato su ogni aspetto del quotidiano”. Col sostegno, in forma di “salotto” borghese, di Camilla Cederna e Piero Ottone. Anche questo si sapeva, specie a opera di Montanelli, ma qui ci sono le carte.
Il carteggio di Spadolini con Giovanni Sartori, il secondo punto d’interesse, è una finestra aperta su un’altra epoca, e forse su un altro mondo – i due erano entrambi fiorentini, e professori al “Cesare Alfieri” di Firenze, l’istituto di Scienze Politiche. Erano anche “figli di mamma” importante a Firenze, e il “posto” di direttore del “Corriere della sera” sarà “trovato” a Spadolini da Sartori, che aveva dimestichezza con Giulia Maria Crespi, col marito defunto. Spadolini era stato candidato alla direzione del “Corriere della sera” già nel 1961, ma la proprietà l’aveva scartato perché era inviso ai notabili del giornale, in quanto troppo di sinistra.
C’è anche un esempio di come si fa giornalismo. Negativo. Nel 1968 il “Corriere della sera”, per difendersi dal progetto della “Stampa” di diventare un giornale nazionale, non più piemontese, attacca pretestuosamente la Fiat. E la rappresentazione di come l’informazione sia difficile da fare, in libertà, con intelligenza. Per tutto il periodo sotto esame, e più alla fine. Il giornale tutto si mette in stato d’agitazione al licenziamento di Spadolini, l’8 marzo 1972. Ma è solo un’occasione, per il sindacato dei giornalisti, di ottenere da Giulia Maria Crespi una sorta di cogestione, seppure senza responsabilità, nella nomina del direttore e nelle assunzioni. La secessione dei “montanelliani”, i venticinque che poi fonderanno il “Giornale, sarà in realtà degli “spadolinani”. Perché già era in atto, Spadolini ne aveva scritto in numerosi editoriali, il compromesso storico, sotto forma, si diceva allora, di “repubblica conciliare” – vi indulgeva anche Ugo La Malfa (che al licenziamento al “Corriere della sera” aprirà a Spadolini una carriera politica, ma non riuscirà a soggiogarlo all’inciucio).
Dell’Interno sono sorprendentemente utili i vari rapporti Mazza, inviati dal prefetto di Milano Libero Mazza nei quattro-cinque anni dell’indagine. Della violenza che Milano porta a maturazione e al contagio di tutta Italia. Rapporti che sembrano inverosimili, tanto tutto quello che scrivevano è risultato vero, e che prevedevano si è avverato. Il “Corriere” fu bersaglio di tre manifestazioni devastanti negli anni di Spadolini, due del movimento studentesco (la seconda quando già Spadolini era stato licenziato), una del sindacato.
Claudia Mantovani, Il “Corriere della sera” nella bufera. La direzione di Giovanni Spadolini (1968-1972), pp. 11-106, in “Ventunesimo Secolo”, a. X. Febbraio 2011, pp. 216, € 16
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (91)
Giuseppe Leuzzi
La vedova Schifani, una donna che ha sofferto molto in questi vent’anni dall’assassinio del marito con Giovanni Falcone, non si dà pace di essersi fidata di Massimo Ciancimino – di essere stata indotta a fidarsi. Avendolo incontrato con la bella moglie e il bel figlietto a Fiumicino, racconta a Felice Cavallaro sul “Corriere della sera”, lo ha cercato e si è lasciata dire che combattono la stessa battaglia per la giustizia. Ora che Ciancimino è stato carcerato non si dà pace che giudici e media l’abbiano tratta in inganno.
Questo è il Sud, la fiducia cieca nelle istituzioni e nei media. Si dice del Sud che è antisociale, mentre invece la sua maggiore debolezza è la socialità eccessiva, l’abdicazione ai poteri. È l’altra faccia dell’anarchismo.
Calabria
È una miniera per la ricerca storica, poiché è inesplorata.
Il cappello calabrese, di feltro nero a tesa larga e a cono alto è stato dei carbonari, prima di essere dei briganti. Tappa intermedia il capo della regina Sofia, l’ultima di Napoli - che nell’estrema resistenza ai Savoia tentò d’incoraggiare i fedeli borbonici e il marito incerto con un abbigliamento maschile e popolano, stivali alti, corpetto stretto, cappellone.
I carbonari si manifestano in Italia a Napoli attorno al 1810. Sono un gruppo di funzionari e ufficiali francesi, che si rifà agli ideali giacobini, e cioè repubblicani, degli Charbonnier, o Società dei buoni cugini, la cui esistenza è documentata in Francia a metà dl Settecento, quale strumento operativo dei Filadelfi, la setta di Babeuf. Animata da agitatori francesi, contro Murat e Napoleone, e finanziata da logge britanniche, è probabile che questa prima carboneria italiana agisse dietro i massisti, la ribellione popolare degli anni 1807-9 in Calabria contro l’occupazione francese.
Maria Sofia di Wittelsbach sarà personaggio di richiamo per la migliore letteratura europea, D’Annunzio, Proust, Daudet. Figlia di Giuseppe Massimiliano, duca di Baviera, chiamata in casa “Spatz”, passerotto, sorella minore della futura imperatrice d’Austria Elisabetta, “Sissi”, fu sposata a diciotto anni a Francesco II di Napoli, ventitreenne. Nel 1859, otto mesi prima della capitolazione di Gaeta e la fine della dinastia. Le regina Sofia, conquistata la corte con la bellezza e con la schiettezza di sguardo e di linguaggio, tentò di salvarla: si fece punto di riferimento del “partito costituzionale”, caldeggiò la nomina a capo del governo del riformatore Carlo Filangieri, criticò la schedature dei cittadini sospetti di liberalismo. Ma l’acrimonia della regina vedova Maria Teresa d’Asburgo-Teschen, matrigna di Francesco II, incrinò il sostegno della corte, e lo stesso Filangieri si ritirò, accampando l’età avanzata.
In esilio dapprima a Roma, nel palazzo Farnese di proprietà dell’ex re, e poi a Parigi, Sofia morirà a Monaco di Baviera nel 1925. Dal 1986 è sepolta a Napoli, a Santa Chiara, col marito e la figlia Maria Cristina.
Grazie alla ex regina, il cui coraggio fu popolare, il cappello alla calabrese venne per un lungo periodo di moda, in particolare in una versione estiva, di paglia.
Prima ancora il cappello a cono era stato di Giangurgolo, la maschera calabrese della Commedia dell’arte. Non c’è uno studio dell’abbigliamento tradizionale, tantomeno del cappellaccio, sia pure di così gran successo. Se ne sa attraverso la storia delle Commedia dell’arte. Giangurgolo è un vantone, sempre affamato. Creato nel 1618 a Napoli da Natale Consalvo, rispecchia l’antagonismo sempre forte tra napoletani e calabresi. A Reggio Calabria divenne popolare un secolo dopo, per satireggiare i “cavalieri” spagnoleggianti, di cui la città si riempì col passaggio della Sicilia ai Savoia. I pantaloni della maschera, a strisce bianche e rosse, riproducevano i colori della casa d’Aragona.
Nel primo Settecento ci fu una massiccia migrazione di nobili spagnoli di Sicilia verso Reggio, dopo che la Sicilia fu passata ai Savoia, nel 1713, in virtù del trattato di Utrecht, e poi nel 1720 dai Savoia, che preferirono scambiarla con la Sardegna, all’Austria. Anche questo si sa incidentalmente, dalla storia della Commedia dell’Arte. Escalar, Salazar, Ponce de Leon sono nomi comuni a Reggio.:
Manca di storia, si è sempre detto – Leonida Répaci ci ha scritto un libro. Gli storici in realtà li ha, e di qualità: Ernesto Pontieri, Giuseppe Galasso, Augusto Placanica, Rosario e Lucio Villari, Gaetano Cingari nel Novecento. Che non si ripubblicano, o non si leggono. Mentre incombono i contemporaneisti, che la storia, un paio di millenni, riducono a feudo e ‘ndrangheta. Un feudo che nessuno conosce da molte generazioni, se mai l’ha conosciuto – volendola vittima, la Calabria lo è semmai del fedecommesso e della manomorta, della borghesia compra dora: la storia della Calabria è più una storia eccezionalmente non feudale. Che in tutti gli evi si caratterizza per il ribellismo, mai ha accettato il padrone o gli ha obbedito, è la sua forma mentis, se non in un rapporto di mutuo rispetto.
Ma è vero che non ha storia. Dei saraceni. Degli ebrei, salvo come storie locali. Dell’ortodossia e della lingua greca. La sua storia ha appunto questa sola traccia, il feudo, sul quale ha ora innestato la ‘ndrangheta, e sopra vi costruisce una massa inerte che continua ad amputare, dentro gabbie sempre più rigide, di pregiudizi e frasi fatte. Né ha una geografia, come non ha un’economia – si dice per la mafia, ma non è per questo, è per l’ignoranza.
Niente sulla Valle delle Saline o Piana di Gioia Tauro, trentamila ettari di uliveti, una foresta di gnomi, Robin Hood e - non ridete - fate, e di agrumeti, con varietà locali di cultivar che potrebbero avere, se tutto non fosse ‘ndrangheta, grande mercato, e colture irrigue che tutelate e valorizzate sarebbero di grande valore aggiunto, la varietà locale di fagiolini (vajaneje), quella dei fagioli di Spagna (pappalauni), la patata di montagna alle pendici dell’Aspromonte. Niente sul monte Poro, a parte le cipolle rosse di Tropea che ormai viaggiano da sole. Niente sulla piana di Lamezia, che pure produce un “Greco” niente male, e un ottimo “Lamezia” rosso. Niente su quella di Sibari. Niente sull’Aspromonte e sul Pollino, e quasi più niente, dopo i fasti del ventennio, sulle Sile. Sul marchesato niente di più dell’occupazione delle terre nel 1946, storia nobile ma limitata.
Questa cecità fa il paio con alcune vistose assenze, pur nella fame di lavoro. D’ingegneri e tecnici idraulici, che distribuiscano le tante acque di cui la regione si gloria, arginino le fiumare, gestiscano i collettori e i depuratori. Di tecnici agrari della collina e della montagna. E anche delle pianure: niente è mai stato inventato sotto i suoi 220 mila ettari di uliveto, di cui circa 170 mila in coltura specializzata, o per le sue 136 mila aziende olivicole, una ogni dieci calabresi, con una produzione annua di circa 2 milioni di quintali di olio, la più grande concentrazione in Italia e nel mondo, e in frantoio si ringrazia la preveggenza dell’ingegner Pieralisi – come del resto tutto il Mediterraneo. Quelli che aveva, del deprecabile regno borbonico, li ha eliminati con l’unità, e niente è stato istruito al loro posto, la tecnica delle coltura va a morire, se non è già morta – qualità? marchi? marketing? distribuzione? La Calabria è come un calzolaio che dicesse: so fare solo le suole, fili, cuciture, colori, tomaie, lacci sono cose di cui non m’intendo – e infatti i calzolai stanno scomparendo.
“Viva il Re! Viva Dio! Era questo il grido dei massisti calabresi durante la guerriglia che sostennero contro i francesi del generale Reyner e di Massena”, ricorda Corrado Alvaro in un racconto di “Gente in Aspromonte”. Del general Reynier in realtà e di Manhes. Ma per il re Borbone, o non contro la leva in massa che i francesi portavano con la libertà? Non si sa molto dei massisti, anzi quasi nulla. Del nome anzi non si sa niente. Per il Battaglia “massista” è il “combattente inquadrato nelle formazioni popolari calabresi. Note con il nome di Masse, e guidate da Capi Massa, che condussero la lotta contro le truppe francesi di Giuseppe Bonaparte negli anni 1806-1807”.
La legge è fredda
La legge è grigia e fredda, anche ei grandi eventi internazionali - ammesso che la “vendetta” internazionale, la ritorsione, possa definirsi una forma di giudizio legale. La legge è fredda in confronto al delitto, che sempre invece sconvolge. È un fatto, ed è centrale nella lotta al crimine organizzato, che lo sa (lo fiuta) e se ne fa forte.
È un fatto noto in Italia, dove l’uomo dalle mille vendette, soprattutto contro i socialisti e contro i democristiani, Giulio Andreotti, mai ne ha menato vanto: sapeva che esse, seppure necessarie a eliminare un avversario, sono politicamente improduttive. O al tempo del brigatismo, che lascia nella memoria l’attacco, la detenzione e l’assassinio di Moro ma non la faccia né il nome di Gallinari e dei suoi compagni, pure perseguiti e condannati. O nelle stragi di mafia, dove le facce di Riina, Provenzano e Brusca dietro la sbarre non escono dall’indistinto e dallo squallore mentre le stragi da loro messe in scena contro Chinnici, Falcone e Borsellino dominano l’immaginario sulla mafia, con un alone, per quanto non voluto, di superiorità.
Le vendette internazionali ne danno una conferma. La notizia periodica che il mullah Omar è stato individuato e ucciso non suscita emozione. Così per Osama bin Laden: la notizia periodica della sua morte non suscitava emozioni, e così pure la sua effettiva morte, benché caricata di uno scenario spettacolare.
Se pure va servita fredda, la vendetta lascia freddi, almeno in politica. Nessun paragone tra il peso politico e storico dell’11 settembre e la fine di Osama, subito dimenticata. O tra la potenza distruttiva sprigionata dal mullah Omar e i talebani in Afghanistan e la caccia oscura che gli Usa gli danno. È un evento nella politica (nella storia) quello che scuote l’immaginario, e per far ciò deve arrivare inaspettato. Meglio se impari, Davide contro Golia. E oggi anche scenografico: devono saltare i colossi di Bamyhan, o le Torri gemelle, o la stazione Atocha. Mentre la vendetta, a opera di soldati senza volto, non fa nemmeno un film d’azione.
Lo stesso l’antimafia: non mobilita perché non ha smalto, perdendosi nelle procedure e nelle beghe politiche. Mobilitare i giovani, con le letture obbligate a scuole, seppure cerimoniali, certo serve. Ma più servirebbe dare spazio alle parti civili, che del crimine sono il vero anticorpo, avendolo sofferto nella carne. E soprattutto colpire il crimine subito, al primo atto estorsivo, e non dopo quarant’anni, ed elaborate tavole sinottiche.
leuzzi@antiit.eu
La vedova Schifani, una donna che ha sofferto molto in questi vent’anni dall’assassinio del marito con Giovanni Falcone, non si dà pace di essersi fidata di Massimo Ciancimino – di essere stata indotta a fidarsi. Avendolo incontrato con la bella moglie e il bel figlietto a Fiumicino, racconta a Felice Cavallaro sul “Corriere della sera”, lo ha cercato e si è lasciata dire che combattono la stessa battaglia per la giustizia. Ora che Ciancimino è stato carcerato non si dà pace che giudici e media l’abbiano tratta in inganno.
Questo è il Sud, la fiducia cieca nelle istituzioni e nei media. Si dice del Sud che è antisociale, mentre invece la sua maggiore debolezza è la socialità eccessiva, l’abdicazione ai poteri. È l’altra faccia dell’anarchismo.
Calabria
È una miniera per la ricerca storica, poiché è inesplorata.
Il cappello calabrese, di feltro nero a tesa larga e a cono alto è stato dei carbonari, prima di essere dei briganti. Tappa intermedia il capo della regina Sofia, l’ultima di Napoli - che nell’estrema resistenza ai Savoia tentò d’incoraggiare i fedeli borbonici e il marito incerto con un abbigliamento maschile e popolano, stivali alti, corpetto stretto, cappellone.
I carbonari si manifestano in Italia a Napoli attorno al 1810. Sono un gruppo di funzionari e ufficiali francesi, che si rifà agli ideali giacobini, e cioè repubblicani, degli Charbonnier, o Società dei buoni cugini, la cui esistenza è documentata in Francia a metà dl Settecento, quale strumento operativo dei Filadelfi, la setta di Babeuf. Animata da agitatori francesi, contro Murat e Napoleone, e finanziata da logge britanniche, è probabile che questa prima carboneria italiana agisse dietro i massisti, la ribellione popolare degli anni 1807-9 in Calabria contro l’occupazione francese.
Maria Sofia di Wittelsbach sarà personaggio di richiamo per la migliore letteratura europea, D’Annunzio, Proust, Daudet. Figlia di Giuseppe Massimiliano, duca di Baviera, chiamata in casa “Spatz”, passerotto, sorella minore della futura imperatrice d’Austria Elisabetta, “Sissi”, fu sposata a diciotto anni a Francesco II di Napoli, ventitreenne. Nel 1859, otto mesi prima della capitolazione di Gaeta e la fine della dinastia. Le regina Sofia, conquistata la corte con la bellezza e con la schiettezza di sguardo e di linguaggio, tentò di salvarla: si fece punto di riferimento del “partito costituzionale”, caldeggiò la nomina a capo del governo del riformatore Carlo Filangieri, criticò la schedature dei cittadini sospetti di liberalismo. Ma l’acrimonia della regina vedova Maria Teresa d’Asburgo-Teschen, matrigna di Francesco II, incrinò il sostegno della corte, e lo stesso Filangieri si ritirò, accampando l’età avanzata.
In esilio dapprima a Roma, nel palazzo Farnese di proprietà dell’ex re, e poi a Parigi, Sofia morirà a Monaco di Baviera nel 1925. Dal 1986 è sepolta a Napoli, a Santa Chiara, col marito e la figlia Maria Cristina.
Grazie alla ex regina, il cui coraggio fu popolare, il cappello alla calabrese venne per un lungo periodo di moda, in particolare in una versione estiva, di paglia.
Prima ancora il cappello a cono era stato di Giangurgolo, la maschera calabrese della Commedia dell’arte. Non c’è uno studio dell’abbigliamento tradizionale, tantomeno del cappellaccio, sia pure di così gran successo. Se ne sa attraverso la storia delle Commedia dell’arte. Giangurgolo è un vantone, sempre affamato. Creato nel 1618 a Napoli da Natale Consalvo, rispecchia l’antagonismo sempre forte tra napoletani e calabresi. A Reggio Calabria divenne popolare un secolo dopo, per satireggiare i “cavalieri” spagnoleggianti, di cui la città si riempì col passaggio della Sicilia ai Savoia. I pantaloni della maschera, a strisce bianche e rosse, riproducevano i colori della casa d’Aragona.
Nel primo Settecento ci fu una massiccia migrazione di nobili spagnoli di Sicilia verso Reggio, dopo che la Sicilia fu passata ai Savoia, nel 1713, in virtù del trattato di Utrecht, e poi nel 1720 dai Savoia, che preferirono scambiarla con la Sardegna, all’Austria. Anche questo si sa incidentalmente, dalla storia della Commedia dell’Arte. Escalar, Salazar, Ponce de Leon sono nomi comuni a Reggio.:
Manca di storia, si è sempre detto – Leonida Répaci ci ha scritto un libro. Gli storici in realtà li ha, e di qualità: Ernesto Pontieri, Giuseppe Galasso, Augusto Placanica, Rosario e Lucio Villari, Gaetano Cingari nel Novecento. Che non si ripubblicano, o non si leggono. Mentre incombono i contemporaneisti, che la storia, un paio di millenni, riducono a feudo e ‘ndrangheta. Un feudo che nessuno conosce da molte generazioni, se mai l’ha conosciuto – volendola vittima, la Calabria lo è semmai del fedecommesso e della manomorta, della borghesia compra dora: la storia della Calabria è più una storia eccezionalmente non feudale. Che in tutti gli evi si caratterizza per il ribellismo, mai ha accettato il padrone o gli ha obbedito, è la sua forma mentis, se non in un rapporto di mutuo rispetto.
Ma è vero che non ha storia. Dei saraceni. Degli ebrei, salvo come storie locali. Dell’ortodossia e della lingua greca. La sua storia ha appunto questa sola traccia, il feudo, sul quale ha ora innestato la ‘ndrangheta, e sopra vi costruisce una massa inerte che continua ad amputare, dentro gabbie sempre più rigide, di pregiudizi e frasi fatte. Né ha una geografia, come non ha un’economia – si dice per la mafia, ma non è per questo, è per l’ignoranza.
Niente sulla Valle delle Saline o Piana di Gioia Tauro, trentamila ettari di uliveti, una foresta di gnomi, Robin Hood e - non ridete - fate, e di agrumeti, con varietà locali di cultivar che potrebbero avere, se tutto non fosse ‘ndrangheta, grande mercato, e colture irrigue che tutelate e valorizzate sarebbero di grande valore aggiunto, la varietà locale di fagiolini (vajaneje), quella dei fagioli di Spagna (pappalauni), la patata di montagna alle pendici dell’Aspromonte. Niente sul monte Poro, a parte le cipolle rosse di Tropea che ormai viaggiano da sole. Niente sulla piana di Lamezia, che pure produce un “Greco” niente male, e un ottimo “Lamezia” rosso. Niente su quella di Sibari. Niente sull’Aspromonte e sul Pollino, e quasi più niente, dopo i fasti del ventennio, sulle Sile. Sul marchesato niente di più dell’occupazione delle terre nel 1946, storia nobile ma limitata.
Questa cecità fa il paio con alcune vistose assenze, pur nella fame di lavoro. D’ingegneri e tecnici idraulici, che distribuiscano le tante acque di cui la regione si gloria, arginino le fiumare, gestiscano i collettori e i depuratori. Di tecnici agrari della collina e della montagna. E anche delle pianure: niente è mai stato inventato sotto i suoi 220 mila ettari di uliveto, di cui circa 170 mila in coltura specializzata, o per le sue 136 mila aziende olivicole, una ogni dieci calabresi, con una produzione annua di circa 2 milioni di quintali di olio, la più grande concentrazione in Italia e nel mondo, e in frantoio si ringrazia la preveggenza dell’ingegner Pieralisi – come del resto tutto il Mediterraneo. Quelli che aveva, del deprecabile regno borbonico, li ha eliminati con l’unità, e niente è stato istruito al loro posto, la tecnica delle coltura va a morire, se non è già morta – qualità? marchi? marketing? distribuzione? La Calabria è come un calzolaio che dicesse: so fare solo le suole, fili, cuciture, colori, tomaie, lacci sono cose di cui non m’intendo – e infatti i calzolai stanno scomparendo.
“Viva il Re! Viva Dio! Era questo il grido dei massisti calabresi durante la guerriglia che sostennero contro i francesi del generale Reyner e di Massena”, ricorda Corrado Alvaro in un racconto di “Gente in Aspromonte”. Del general Reynier in realtà e di Manhes. Ma per il re Borbone, o non contro la leva in massa che i francesi portavano con la libertà? Non si sa molto dei massisti, anzi quasi nulla. Del nome anzi non si sa niente. Per il Battaglia “massista” è il “combattente inquadrato nelle formazioni popolari calabresi. Note con il nome di Masse, e guidate da Capi Massa, che condussero la lotta contro le truppe francesi di Giuseppe Bonaparte negli anni 1806-1807”.
La legge è fredda
La legge è grigia e fredda, anche ei grandi eventi internazionali - ammesso che la “vendetta” internazionale, la ritorsione, possa definirsi una forma di giudizio legale. La legge è fredda in confronto al delitto, che sempre invece sconvolge. È un fatto, ed è centrale nella lotta al crimine organizzato, che lo sa (lo fiuta) e se ne fa forte.
È un fatto noto in Italia, dove l’uomo dalle mille vendette, soprattutto contro i socialisti e contro i democristiani, Giulio Andreotti, mai ne ha menato vanto: sapeva che esse, seppure necessarie a eliminare un avversario, sono politicamente improduttive. O al tempo del brigatismo, che lascia nella memoria l’attacco, la detenzione e l’assassinio di Moro ma non la faccia né il nome di Gallinari e dei suoi compagni, pure perseguiti e condannati. O nelle stragi di mafia, dove le facce di Riina, Provenzano e Brusca dietro la sbarre non escono dall’indistinto e dallo squallore mentre le stragi da loro messe in scena contro Chinnici, Falcone e Borsellino dominano l’immaginario sulla mafia, con un alone, per quanto non voluto, di superiorità.
Le vendette internazionali ne danno una conferma. La notizia periodica che il mullah Omar è stato individuato e ucciso non suscita emozione. Così per Osama bin Laden: la notizia periodica della sua morte non suscitava emozioni, e così pure la sua effettiva morte, benché caricata di uno scenario spettacolare.
Se pure va servita fredda, la vendetta lascia freddi, almeno in politica. Nessun paragone tra il peso politico e storico dell’11 settembre e la fine di Osama, subito dimenticata. O tra la potenza distruttiva sprigionata dal mullah Omar e i talebani in Afghanistan e la caccia oscura che gli Usa gli danno. È un evento nella politica (nella storia) quello che scuote l’immaginario, e per far ciò deve arrivare inaspettato. Meglio se impari, Davide contro Golia. E oggi anche scenografico: devono saltare i colossi di Bamyhan, o le Torri gemelle, o la stazione Atocha. Mentre la vendetta, a opera di soldati senza volto, non fa nemmeno un film d’azione.
Lo stesso l’antimafia: non mobilita perché non ha smalto, perdendosi nelle procedure e nelle beghe politiche. Mobilitare i giovani, con le letture obbligate a scuole, seppure cerimoniali, certo serve. Ma più servirebbe dare spazio alle parti civili, che del crimine sono il vero anticorpo, avendolo sofferto nella carne. E soprattutto colpire il crimine subito, al primo atto estorsivo, e non dopo quarant’anni, ed elaborate tavole sinottiche.
leuzzi@antiit.eu
domenica 29 maggio 2011
Stalin è vivo in Russia
Non soltanto Putin, la Russia tutta è poco desovietizzata. Lev Gudkov ne ha offerto una vivida traccia al convegno romano in memoria del suo coautore, deceduto a Roma tre anni fa, “Victor Zaslavsky, testimone del suo tempo”, 27-28 maggio 2011 (organizzato da “Ventunesimo secolo” nel suo decennale, la rivista fondata da Zaslavsky con Gaetano Quagliariello – dei due sociologi politici russi Il Mulino ha appena ripubblicato lo studio “La Russia da Gorbaciov a Putin”). In un intervento intitolato “Giocare a fare Stalin”, Gudkov ha offerto una serie di prove del fascino praticamente incorrotto del dittatore nella Russia democratica. Non tra i neo comunisti, minoritari: nel grosso dell’opinione e delle forze politiche. E non per caso.
“Putin è stato il primo tra i politici eminenti della Russia a fare un brindisi a Stalin come «organizzatore della nostra vittoria nella Grande Guerra Patriottica»”. Avveniva l’8 maggio del 1999 alla festa per il giuramento dei Cadetti del Cremlino, gli ufficiali destinati alla protezione delle personalità di Stato. Putin non è il solo nostalgico. “Non è casuale che all’interno della chiesa ortodossa russa non si esauriscano le discussioni sull’opportunità della canonizzazione ecclesiastica di Stalin”. Più in generale, il passato sovietico, o di Grande Potenza, della Russia è elemento fondamentale della legittimità del regime putiniano, della restaurazione dell’onore perduto. E ritorna attraverso la scuola di massa, con una storiografia immediatamente corretta, nelle università di provincia, “portatrici del’ideologia di un rancoroso nazionalismo russo”, e alla televisione di Stato.
“Il Cremlino ha adottato la strategia della rimozione della storia, della sterilizzazione del passato”. La “nuovissima storia della Russia” vuole “l’oblio comprensivo”, all’insegna di una “storiografia ottimista” che aiuti a superare il senso di colpa collettiva. In sintesi, nota Gudkov, è un ritorno alla posizione del Partito dopo il XX.mo Congresso nel 1956, quando Krusciov denunciò i crimini di Stalin: “Stalin è responsabile delle repressioni illegali ma solo con questi mezzi era possibile creare una grande superpotenza come l’Urss”. Alla televisione negli ultimi anni vanno in onda “interminabili serial sui segreti della vita del Cremlino, sugli intrighi e i complotti della stretta cerchia del dittatore, sui suoi tormenti interiori e sulle sue «ricerche religiose» (per esempio “Stalin Live”, andato in onda nel 2007, 2008, 2009 e 2010), e talkshow tipo “Il nome della Russia”, nel quale Stalin è “rappresentato come simbolo insigne della grandezza della Russia, sinonimo di gloria nazionale”. Una delle più grandi case editrice, la Eksmo, si è specializzata nella storia popolare a carattere revisionista su tutti gi aspetti più perversi della storia di Stalin, con “diecine di libri apologetici”.
L’effetto è già sensibile sull’opinione pubblica. Che ora si dice prevalentemente indifferente rispetto al problema (soprattutto fra i giovani, il 69 per cento): la percentuale degli indifferenti è cresciuta nel decennio dal 12 al 44 per cento. Quanto alla persona di Stalin, se è diminuito il numero di chi ne dava una valutazione positiva, dal 38 al 31 per cento, di più è diminuito il numero di chi lo condannava, dal 43 al 24 per cento. Mentre sul ruolo complessivo dello stalinismo in Russia “nonostante le repressioni” c’è ora una maggioranza dei consensi, tra il 51 e il 53 per cento del campione.
Ombre - 90
Una piccola foto sul “Corriere della sera” è un libro di storia. Vi si vede Omar el Mukhtar, il capo beduino che aveva capeggiato la guerriglia libica contro l’occupazione italiana, prima dell’impiccagione nel 1931, a settant’anni: un vecchio legato con grandi catene e un nugolo di diplomatici e ufficiali italiani, dei bersaglieri, dei carabinieri, della marina, in posa per la foto ricordo. Un manifesto dell’insensibilità prima che dell’incapacità.
Nel racconto scritto oggi per “Il Sole 24 Ore” (“Montalbano nella banca svaligiata”) Camilleri fa dire al suo popolare personaggio, che pure ultimamente aveva fatto virare al politicamente corretto, dopo aver constatato che sul Corso tre botteghe non ci sono più, un alimentari, un vinaio e un bar, sostituiti dalle banche: “S’ammaravigliò. Come si spiegava che mentre giornali e tilivisioni annavano dicendo che il paisi addivintava sempre cchiù scarso e poviro, le banchi aumentavano?”
Daniela Melchiorre, un’onorevole di un partito da lei inventato che in cinque anni ha cambiato cinque schieramenti, e ultimamente s’era messa (di nuovo) con Berlusconi, è un magistrato. Ora lascia Berlusconi “dopo che”, dice a Monica Guerzoni su “Corriere della sera”, è andato al G 8 a “insultare i magistrati”. Vuole dargli ragione?
Si vede alla Rai tra Barcellona e Manchester United un calcio stratosferico: elegante, corretto, inventivo, insomma un spettacolo. Ma i commentatori della Rai, Salvatore Bagni soprattutto, solo interessati agli “episodi da moviola” – il calcio in tribunale. E lo trovano. Ne trovano anzi due, con i quali importunano gli spettatori: un fuorigioco, forse, “millimetrico”, di Giggs nel gol inglese, e un rigore per un mani – che non c’è – dello spagnolo Villa nella propria area.
“Il «problema Milano»”, dice Alessandro Sallusti a “Vanity Fair”, è “il «problema Moratti»”, Letizia Moratti, che non apprezza le cattiverie di Sallusti, e “anche il «problema Berlusconi»”. Dice inoltre Sallusti: “Molto meglio lei (Letizia M., n.d.r.) che un pericoloso estremista come Pisapia”. Si potrebbe dire: dove li trovano? Ma è evidente che un “problema Milano” esiste.
Sallusti può dire anche, su “Vanity Fair” e su tutti gli altri giornali della capitale morale, che la sua morosa onorevole Santanché “passa le serate a lavorare a maglia per il figlio. Odia uscire e andare alle feste”.
Un italiano su quattro povero. L’Istat non lo ha detto, ma l’Ansa glielo fa dire. E la Catena diffonde il messaggio. Senza eccezioni.
La vedova Schifani, una donna che ha sofferto molto in questi vent’anni dall’assassinio del marito con Giovanni Falcone, non si dà pace di essersi fidata di Massimo Ciancimino – di essere stata indotta a fidarsi. Avendolo incontrato con la bella moglie e il figlioletto a Fiumicino, racconta a Felice Cavallaro sul “Corriere della sera”, lo ha cercato e si è lasciata dire che combattono la stessa battaglia per la giustizia. Ora che Ciancimino è stato carcerato non si dà pace che giudici e media l’abbiano tratta in inganno.
Giudici e media sono creduti ciecamente – anche nella giubilazione dopo l’esaltazione.
Nel rimontaggio di “Giovanni Falcone”, il telefilm con Massimo Dapporto, in una serata unica, la Rai riesce a non lasciare fuori nessun fatto importante. Eccetto uno: il siluramento della candidatura di Falcone a capo della Procura antimafia.
Mentre del siluramento della sua candidatura al Csm si danno i dettagli, chi vota contro e chi si astiene, della Procura non si parla. Della campagna calunniosa in tv di Leoluca Orlando. E del voto contrario del Pci, sia pure in odio ai socialisti. Con la ricerca di un candidato con più anzianità, poi trovato in Cordova, anche se di fede missina.
Usain Bolt, a Roma per il Golden Gala dell’atletica, dice al Tg 1 di essere un fan di Eto’o. Subito la Rai mostra Eto’o in due inquadrature. Della stessa partita, Juventus-Inter di alcuni mesi fa. Con Eto’o, che pure ha fatto tanti gesti atletici da antologia, messo a terra da uno juventino. Due inquadrature dello stesso fallo. Forse per risparmiare. Ma la Rai fattura questa pubblicità occulta? O il regista? O Minzolini?
Per tutto l’anno i milanisti a San Siro intonano un coro razzista contro Eto’o. Ma né la società né la curva sono state sanzionate. Questo si fa negli altri stadi, soprattutto a Torino. Senza vergogna.
Nel racconto scritto oggi per “Il Sole 24 Ore” (“Montalbano nella banca svaligiata”) Camilleri fa dire al suo popolare personaggio, che pure ultimamente aveva fatto virare al politicamente corretto, dopo aver constatato che sul Corso tre botteghe non ci sono più, un alimentari, un vinaio e un bar, sostituiti dalle banche: “S’ammaravigliò. Come si spiegava che mentre giornali e tilivisioni annavano dicendo che il paisi addivintava sempre cchiù scarso e poviro, le banchi aumentavano?”
Daniela Melchiorre, un’onorevole di un partito da lei inventato che in cinque anni ha cambiato cinque schieramenti, e ultimamente s’era messa (di nuovo) con Berlusconi, è un magistrato. Ora lascia Berlusconi “dopo che”, dice a Monica Guerzoni su “Corriere della sera”, è andato al G 8 a “insultare i magistrati”. Vuole dargli ragione?
Si vede alla Rai tra Barcellona e Manchester United un calcio stratosferico: elegante, corretto, inventivo, insomma un spettacolo. Ma i commentatori della Rai, Salvatore Bagni soprattutto, solo interessati agli “episodi da moviola” – il calcio in tribunale. E lo trovano. Ne trovano anzi due, con i quali importunano gli spettatori: un fuorigioco, forse, “millimetrico”, di Giggs nel gol inglese, e un rigore per un mani – che non c’è – dello spagnolo Villa nella propria area.
“Il «problema Milano»”, dice Alessandro Sallusti a “Vanity Fair”, è “il «problema Moratti»”, Letizia Moratti, che non apprezza le cattiverie di Sallusti, e “anche il «problema Berlusconi»”. Dice inoltre Sallusti: “Molto meglio lei (Letizia M., n.d.r.) che un pericoloso estremista come Pisapia”. Si potrebbe dire: dove li trovano? Ma è evidente che un “problema Milano” esiste.
Sallusti può dire anche, su “Vanity Fair” e su tutti gli altri giornali della capitale morale, che la sua morosa onorevole Santanché “passa le serate a lavorare a maglia per il figlio. Odia uscire e andare alle feste”.
Un italiano su quattro povero. L’Istat non lo ha detto, ma l’Ansa glielo fa dire. E la Catena diffonde il messaggio. Senza eccezioni.
La vedova Schifani, una donna che ha sofferto molto in questi vent’anni dall’assassinio del marito con Giovanni Falcone, non si dà pace di essersi fidata di Massimo Ciancimino – di essere stata indotta a fidarsi. Avendolo incontrato con la bella moglie e il figlioletto a Fiumicino, racconta a Felice Cavallaro sul “Corriere della sera”, lo ha cercato e si è lasciata dire che combattono la stessa battaglia per la giustizia. Ora che Ciancimino è stato carcerato non si dà pace che giudici e media l’abbiano tratta in inganno.
Giudici e media sono creduti ciecamente – anche nella giubilazione dopo l’esaltazione.
Nel rimontaggio di “Giovanni Falcone”, il telefilm con Massimo Dapporto, in una serata unica, la Rai riesce a non lasciare fuori nessun fatto importante. Eccetto uno: il siluramento della candidatura di Falcone a capo della Procura antimafia.
Mentre del siluramento della sua candidatura al Csm si danno i dettagli, chi vota contro e chi si astiene, della Procura non si parla. Della campagna calunniosa in tv di Leoluca Orlando. E del voto contrario del Pci, sia pure in odio ai socialisti. Con la ricerca di un candidato con più anzianità, poi trovato in Cordova, anche se di fede missina.
Usain Bolt, a Roma per il Golden Gala dell’atletica, dice al Tg 1 di essere un fan di Eto’o. Subito la Rai mostra Eto’o in due inquadrature. Della stessa partita, Juventus-Inter di alcuni mesi fa. Con Eto’o, che pure ha fatto tanti gesti atletici da antologia, messo a terra da uno juventino. Due inquadrature dello stesso fallo. Forse per risparmiare. Ma la Rai fattura questa pubblicità occulta? O il regista? O Minzolini?
Per tutto l’anno i milanisti a San Siro intonano un coro razzista contro Eto’o. Ma né la società né la curva sono state sanzionate. Questo si fa negli altri stadi, soprattutto a Torino. Senza vergogna.
sabato 28 maggio 2011
La transizione rallentata di Putin
La Russia è un paese in transizione, è la tesi del libro di Gudkov e Zaslavsky, e questo si riverbera sul loro stesso libro, una riedizione della prima edizione preparata sei anni fa per la Luiss, l’università romana (col titolo “La Russia post-comunista”): Medvedev non è Putin, e la sua presidenza ha fatto fare alla Russia qualche passo in direzione dello Stato di diritto e della modernizzazione – o occidentalizzazione. Sono questi due dei tre punti deboli che Gudkov e Zaslavsky lamentano. E tuttavia l’impianto di fondo del loro studio di resta vero: non soltanto Putin, la Russia resta ancora molto poco desovietizzata.
L’altro punto debole ne fa una società e un’economia ferme più che in transizione, per la mancata liberalizzazione dell’economia e il mancato impianto di un processo auto sostenuto di sviluppo della stessa economia. La Russia continua a prosperare perché continua il boom delle materie prime, soprattutto delle materie prime minerarie, di cui essa è grande produttrice e esportatrice. Ma con un impianto sociale, normativo e produttivo obsoleto e inefficiente. In una col gruppo dirigente, che Putin ha ricostituito attorno a due dei tre vecchi pilastri del potere politico, le forze armate e i servizi segreti – il terzo era il Partito onnipotente.
Medvedev è peraltro in concorrenza con Putin anche nei vecchi fondi di potere. È suo i piano di riarmo di metà marzo. Per un utilizzo della capacità militare anche in funzione di polizia (lesercito deve riorganizzarsi per poter combattere “tre guerre locali o regionali simultaneamente”). Oltre che negli equilibri mondiali, anche se ora con un occhio alla Cina. Un piano decennale da 700 miliardi di dollari, il doppio della spesa degli anni zero.
Levi Gudkov-Victor Zaslawsky, La Russia da Gorbaciov a Putin, Il Mulino, pp. 208, € 15
Il mondo com'è - 64
astolfo
Autenticità – È il valore dell’epoca. Molto tedesco ultimamente – sebbene, come tutto, di rimbalzo dalla Francia. Contro l’imperialismo naturalmente, ma anche contro la globalizzazione (la tecnologia, il progresso, lo sviluppo). Fino a farsi intronare honorable chief da quattro liberiani arricchiti e beffardi, di cui il sofisticato Jünger pure si vanta negli “Entretiens” con Julien Hervier (p. 67). Ci sono insomma dei limiti.
Sarà vero che la storia è ciclica e circolare, ma prima della “civiltà”, sia pure imposta con mano dura, e a fini di sfruttamento coloniale, a titolo gratuito, c’erano schiavismo, sfruttamento e sporcizia - inquinamento, dell’acqua, del suolo, perfino dell’aria con gli incendi, e virus e bacilli di ogni sorta e formato, imbattibili. Su questi presupposti, senza progresso (storia) non ci sarebbe nemmeno autenticità.
Mitteleuropa – Emerge ai lavori dell’Assemblea Nazionale Tedesca di Francoforte del 1848, ancora nell’ambito della Confederazione germanica, che era succeduta al sacro-romano impero, dopo la dissoluzione provocata da Napoleone, per riunire 39 stati, tra i quali l’Austria-Ungheria e la Prussia. L’Assemblea, preceduta da un Pre-Parlamento a marzo, che l’aveva convocata, s’inaugurò il 18 maggio. Non avrà un ruolo decisivo, poiché Austria e Prussia non la tenevano in considerazione. Ma elaborerà un progetto di costituzione molto moderno e sempre valido, sepure di tipo liberale. Era un’assemblea d’élite, di scrittori, aristocratici, professori, magistrati, avvocati, sindaci, alti funzionari, imprenditori – dei quasi seicento delegate solo sedici erano di umili origini, artigiani, impiegati, e di essi solo uno di origini contadine, un polacco.
Il tema nazionale fu propedeutico al dibattito politico, e in quello l’estensione della futura Confederazione democratica. Tra i fautori della Grande Germania, comprendente cioè tutta la Germania e tutto l’impero asburgico, e quelli della Piccola Germania, grosso modo la Gerrmania e l’Austria. Della Grande Germania erano paladini accesi i tedeschi dei territori non tedeschi dell’impero. Per una soluzione che, con slittamento non insignificante, passò da gorssdeutsch, pantedesca, a mitteleuropäisch. Ma il sentimento era in realtà unico: anche i fautori della Piccola Germania le assegnavano il compito di preservare e diffondere la lingua e la cultura tedesche lungo il Danubio fino al Mar Nero.
Lo storico Jörg Brechtefeld, Mitteleuropa and German politics.1848 to the present (1996), la rappresenta come un enorme triangolo a partire dallo Spitsbergen, con base dalle Alpi al Mar Nero. Nel quale sarebbero da comprendere, secondo lo Ständiger Ausschuss für geographische Namen, il Comitato permanente sui nomi geografici, un organismo accademico, l’Austria, la Croazia, la Repubblica Ceca, la Germania, l’Ungheria, il Liechtenstein, la Polonia, la Slovacchia, la Slovenia, la Svizzera e i paesi Baltici. Con proiezione culturale, cioè storica e linguistica, nel Trentino-Alto Adige, nell’ex Litorale Austriaco (friulano e giuliano), in Alsazia e nella Lorena del Nord (mosella), nell’enclave russa di Kaliningrad, la città bene o male di Kant, in Bielorussia a Est di Vilna, nella Voivodina al centro della Serbia, nei Siebenbürgen (Transilvania) e la Bucovina meridionale in Romania, e in Ucraina nelle Galizia orientale e nella Bucovina settentrionale.
L’ipotesi mitteleuropea fu fatta fallire a Francoforte paradossalmente dall’Austria – che poi ne farà il perno della sua vocazione culturale, se non politica. A Vienna l’imperatore e il suo governo collegarono la Grande Germania alla sovversione. E quando a ottobre del 1848 ne vennero a capo anche a Vienna, dopo Praga a giugno, e Custoza a luglio, per prima cosa condannarono a morte due membri del Parlamento di Francoforte, Robert Blum e Julius Fröbel. Per significare, disse il principe Felix von Schwarzenberg, capo del governo da poche ore, che “i loro privilegi parlamentari in Austria non hanno valore legale”. Dopo qualche mese Schwarzenberg propose ironicamente una Grande Austria.
Si ritorna a parlarne con l’Unione Europea, che nella sua ultima fase, dell’allargamento a Est, vede la Germania ostensibilmente mirata al Centro-Est-Europa, e a nessun altro problema – Mediterraneo, Islam, immigrazione extracomunitaria, solidarietà europea.
G 8 – Il multilateralismo, o multipolarismo, ipotizzato da Kissinger nei suoi studi di politica estera, e dallo stesso proposto nel 1973, in qualità di segretario di Stato, come cardine della politica occidentale, con l’istituzionalizzazione dei vertici periodici a cinque, poi a sette, si è svuotato dopo il 1989 e la caduta dell’Unione Sovietica. Formalmente sempre in vigore e anzi allargato, ma per questo stesso fatto svuotato: il G7 diventato G8, e per molti aspetti G 20, o G qualcosa, è il primo indicatore della irrilevanza di simili riunioni periodiche.
Le decisioni di questi vertici sono sempre burocratiche. Come le agende su cui le diplomazie preparano i vertici stessi. Normalmente queste burocrazie danno nomi prestigiosi alle loro fatiche, il più frequente è il “piano Marshall”, e le dotano di cifre mirabolanti, che fanno interinare poi dai capi di Stato e di governo, ma senza alcun seguito pratico.
La discussione inutile a Parigi questa settimana su Internet, vent’anni dopo i fatti, è il frutto di una preparazione dell’agenda tanto estesa quanto infruttuosa e inutile - burocratica. La guerra alla Libia è stata già decisa e fatta, e di questo il vertice si occupa, per dire che è giusta. Della Siria invece non si è parlato, né della democrazia reale nei paesi arabi nei quali c’è stata la”primavera democratica”, in primo luogo l’Egitto.
Rinascimento – È sempre quello di Burckhardt, “La civiltà del Rinascimento in Italia”, del 1860. In questo secolo e mezzo nessun’altra rilettura l’ha soppiantato. Compresi gli errori, che sono forse falsi: la cesura fra il Medio Evo e il Rinascimento, e una concezione laica del mondo, quasi atea, sotto le specie del naturalismo se non del panteismo. La tesi opposta, della continuità, introdotta in polemica con Burckahrdt da Konrad Burdach, col sostegno in Italia di Delio Cantimori in polemica con Gentile, ripresa dalle Annales, e divulgata da Étienne Gilson, non ha avuto la stessa forza argomentativa di Burckhardt.
Burdach lega anche la Riforma luterana, col Rinascimento, al Medio Evo. Per il comune uso dei classici, e per “quel mistico concetto del «rinascere», del venir ricreati, che ritroviamo nella antica liturgia pagana, e nella liturgia sacramentale cristiana…. La mistica immagine della Rinascita e della Riforma aveva vissuto, sotto entrambi i suoi aspetti, attraverso tutto il Medioevo” (intr. a “Dal Medioevo alla Riforma”). Nella celebrazione e nell’immedesimazione con Roma: “Le idee imperialistico-millenaristiche vivono attraverso tutto il Medioevo”, sullo sfondo dell’“incancellabile ricordo della grandezza soprannaturale di Roma, della sua potenza universale e della sua civiltà, che a sua volta era solo l’erede del dominio mondiale e della civiltà universale ellenistica ed orientale”. Con il quale “si ravviva di nuovo la brama di ricreare per conto proprio il perduto splendore di questo mondo sommerso, di fondare una nova Roma”. Con richiami, nel trapasso dal Medio Evo al Rinascimento convenzionale, a “Gioacchino, Francesco, Domenico”. Burdach dice perfino il Rinascimento “un’invenzione religiosa” italiana.
Eugenio Garin, partito da Burkhardt e dalla discontinuità, ha poi rivisto nella numerosa serie di saggi intitolati all’Umanesimo e al Rinascimento il primo giudizio.
astolfo@antiit.eu
Autenticità – È il valore dell’epoca. Molto tedesco ultimamente – sebbene, come tutto, di rimbalzo dalla Francia. Contro l’imperialismo naturalmente, ma anche contro la globalizzazione (la tecnologia, il progresso, lo sviluppo). Fino a farsi intronare honorable chief da quattro liberiani arricchiti e beffardi, di cui il sofisticato Jünger pure si vanta negli “Entretiens” con Julien Hervier (p. 67). Ci sono insomma dei limiti.
Sarà vero che la storia è ciclica e circolare, ma prima della “civiltà”, sia pure imposta con mano dura, e a fini di sfruttamento coloniale, a titolo gratuito, c’erano schiavismo, sfruttamento e sporcizia - inquinamento, dell’acqua, del suolo, perfino dell’aria con gli incendi, e virus e bacilli di ogni sorta e formato, imbattibili. Su questi presupposti, senza progresso (storia) non ci sarebbe nemmeno autenticità.
Mitteleuropa – Emerge ai lavori dell’Assemblea Nazionale Tedesca di Francoforte del 1848, ancora nell’ambito della Confederazione germanica, che era succeduta al sacro-romano impero, dopo la dissoluzione provocata da Napoleone, per riunire 39 stati, tra i quali l’Austria-Ungheria e la Prussia. L’Assemblea, preceduta da un Pre-Parlamento a marzo, che l’aveva convocata, s’inaugurò il 18 maggio. Non avrà un ruolo decisivo, poiché Austria e Prussia non la tenevano in considerazione. Ma elaborerà un progetto di costituzione molto moderno e sempre valido, sepure di tipo liberale. Era un’assemblea d’élite, di scrittori, aristocratici, professori, magistrati, avvocati, sindaci, alti funzionari, imprenditori – dei quasi seicento delegate solo sedici erano di umili origini, artigiani, impiegati, e di essi solo uno di origini contadine, un polacco.
Il tema nazionale fu propedeutico al dibattito politico, e in quello l’estensione della futura Confederazione democratica. Tra i fautori della Grande Germania, comprendente cioè tutta la Germania e tutto l’impero asburgico, e quelli della Piccola Germania, grosso modo la Gerrmania e l’Austria. Della Grande Germania erano paladini accesi i tedeschi dei territori non tedeschi dell’impero. Per una soluzione che, con slittamento non insignificante, passò da gorssdeutsch, pantedesca, a mitteleuropäisch. Ma il sentimento era in realtà unico: anche i fautori della Piccola Germania le assegnavano il compito di preservare e diffondere la lingua e la cultura tedesche lungo il Danubio fino al Mar Nero.
Lo storico Jörg Brechtefeld, Mitteleuropa and German politics.1848 to the present (1996), la rappresenta come un enorme triangolo a partire dallo Spitsbergen, con base dalle Alpi al Mar Nero. Nel quale sarebbero da comprendere, secondo lo Ständiger Ausschuss für geographische Namen, il Comitato permanente sui nomi geografici, un organismo accademico, l’Austria, la Croazia, la Repubblica Ceca, la Germania, l’Ungheria, il Liechtenstein, la Polonia, la Slovacchia, la Slovenia, la Svizzera e i paesi Baltici. Con proiezione culturale, cioè storica e linguistica, nel Trentino-Alto Adige, nell’ex Litorale Austriaco (friulano e giuliano), in Alsazia e nella Lorena del Nord (mosella), nell’enclave russa di Kaliningrad, la città bene o male di Kant, in Bielorussia a Est di Vilna, nella Voivodina al centro della Serbia, nei Siebenbürgen (Transilvania) e la Bucovina meridionale in Romania, e in Ucraina nelle Galizia orientale e nella Bucovina settentrionale.
L’ipotesi mitteleuropea fu fatta fallire a Francoforte paradossalmente dall’Austria – che poi ne farà il perno della sua vocazione culturale, se non politica. A Vienna l’imperatore e il suo governo collegarono la Grande Germania alla sovversione. E quando a ottobre del 1848 ne vennero a capo anche a Vienna, dopo Praga a giugno, e Custoza a luglio, per prima cosa condannarono a morte due membri del Parlamento di Francoforte, Robert Blum e Julius Fröbel. Per significare, disse il principe Felix von Schwarzenberg, capo del governo da poche ore, che “i loro privilegi parlamentari in Austria non hanno valore legale”. Dopo qualche mese Schwarzenberg propose ironicamente una Grande Austria.
Si ritorna a parlarne con l’Unione Europea, che nella sua ultima fase, dell’allargamento a Est, vede la Germania ostensibilmente mirata al Centro-Est-Europa, e a nessun altro problema – Mediterraneo, Islam, immigrazione extracomunitaria, solidarietà europea.
G 8 – Il multilateralismo, o multipolarismo, ipotizzato da Kissinger nei suoi studi di politica estera, e dallo stesso proposto nel 1973, in qualità di segretario di Stato, come cardine della politica occidentale, con l’istituzionalizzazione dei vertici periodici a cinque, poi a sette, si è svuotato dopo il 1989 e la caduta dell’Unione Sovietica. Formalmente sempre in vigore e anzi allargato, ma per questo stesso fatto svuotato: il G7 diventato G8, e per molti aspetti G 20, o G qualcosa, è il primo indicatore della irrilevanza di simili riunioni periodiche.
Le decisioni di questi vertici sono sempre burocratiche. Come le agende su cui le diplomazie preparano i vertici stessi. Normalmente queste burocrazie danno nomi prestigiosi alle loro fatiche, il più frequente è il “piano Marshall”, e le dotano di cifre mirabolanti, che fanno interinare poi dai capi di Stato e di governo, ma senza alcun seguito pratico.
La discussione inutile a Parigi questa settimana su Internet, vent’anni dopo i fatti, è il frutto di una preparazione dell’agenda tanto estesa quanto infruttuosa e inutile - burocratica. La guerra alla Libia è stata già decisa e fatta, e di questo il vertice si occupa, per dire che è giusta. Della Siria invece non si è parlato, né della democrazia reale nei paesi arabi nei quali c’è stata la”primavera democratica”, in primo luogo l’Egitto.
Rinascimento – È sempre quello di Burckhardt, “La civiltà del Rinascimento in Italia”, del 1860. In questo secolo e mezzo nessun’altra rilettura l’ha soppiantato. Compresi gli errori, che sono forse falsi: la cesura fra il Medio Evo e il Rinascimento, e una concezione laica del mondo, quasi atea, sotto le specie del naturalismo se non del panteismo. La tesi opposta, della continuità, introdotta in polemica con Burckahrdt da Konrad Burdach, col sostegno in Italia di Delio Cantimori in polemica con Gentile, ripresa dalle Annales, e divulgata da Étienne Gilson, non ha avuto la stessa forza argomentativa di Burckhardt.
Burdach lega anche la Riforma luterana, col Rinascimento, al Medio Evo. Per il comune uso dei classici, e per “quel mistico concetto del «rinascere», del venir ricreati, che ritroviamo nella antica liturgia pagana, e nella liturgia sacramentale cristiana…. La mistica immagine della Rinascita e della Riforma aveva vissuto, sotto entrambi i suoi aspetti, attraverso tutto il Medioevo” (intr. a “Dal Medioevo alla Riforma”). Nella celebrazione e nell’immedesimazione con Roma: “Le idee imperialistico-millenaristiche vivono attraverso tutto il Medioevo”, sullo sfondo dell’“incancellabile ricordo della grandezza soprannaturale di Roma, della sua potenza universale e della sua civiltà, che a sua volta era solo l’erede del dominio mondiale e della civiltà universale ellenistica ed orientale”. Con il quale “si ravviva di nuovo la brama di ricreare per conto proprio il perduto splendore di questo mondo sommerso, di fondare una nova Roma”. Con richiami, nel trapasso dal Medio Evo al Rinascimento convenzionale, a “Gioacchino, Francesco, Domenico”. Burdach dice perfino il Rinascimento “un’invenzione religiosa” italiana.
Eugenio Garin, partito da Burkhardt e dalla discontinuità, ha poi rivisto nella numerosa serie di saggi intitolati all’Umanesimo e al Rinascimento il primo giudizio.
astolfo@antiit.eu
giovedì 26 maggio 2011
Il Rinascimento di Burckhardt è un falso
Fa i centocinquant’anni anche questo testo, che è sempre capitale, sul principato, l’umanesimo, il nuovo spirito scientifico, e l’Italia al suo splendore, nelle feste e la socialità, e più per la condizione della donna. Individua anche il carattere unitario “italiano”, malgrado le tante divisioni. Pur essendo sbagliato, e forse falso. Sancisce un Medio Evo antiumanista, contro ogni evidenza. E vuole un Rinascimento pagano, che non è possibile, laico, quasi ateo. Ma resta condizionante, una diversa ricostruzione non è stata fatta altrettanto affascinante, da Gilson, da Burdach - Garin, che ne aveva i mezzi, non ha osato.
Jacob Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia
Jacob Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia
Letture - 63
letterautore
Amico – L’amico dell’Autore non ha in genere buona critica. Ranieri, Maxime du Camp, lo stesso Max Brod, e Adorno nei confronti di Benjamin. E si capisce: sono da meno dell’Autore. Ma senza di loro forse gli Autori non sarebbero esistiti. Anche Leopardi, quello dei “Canti” perlomeno. Mentre Flaubert avrebbe resistito al morbo che lo incupiva e gli impediva di scrivere?
Celan – Certamente ermetico, il teorico della poesia come Atemwende, il soffio, ma atipico, rispetto all’ermetismo italiano, che è musicale (ritmico e melodico). E anzi filosofico, se non logico. Questo non c’è neanche nel trattato di Gadamer, ma Celan si legge meglio, più proficuamente, in questa vena. Il discorso del “Meridiano”, di accettazione del Premio Büchner nel 1960, quello dell’Atemwende e della poesia come “piano di esistenza”, lo spiega, seppure in risposta alle obiezioni di oscurità e nichilismo, tra gli altri avanzate anche da Primo Levi: “Il simbolo e l’immagine non è metafora, ha carattere fenomenico”. O: “Il poema è il posto del singolare, dell’irreversibile” e non dell’allusione. E delle sue poesie: “Non ermetiche ma anzi aperte, larghe per l’occhio che tenta di capirle”.
Lo stesso richiamo al meridiano non è retorico. Celan fu lettore appassionato di Mandel’stam, che celebrò in morte, che della scrittura chiara faceva un distintivo.
Leopardi – È divenuto il grande poeta che amiamo dopo morto. Era popolare tra i letterati e gli eruditi per la preparazione filologica e il taglio acuto delle prose, spesso satiriche. Nonché tra i patrioti per i canti scopertamente politici, “All’Italia” sopra tutti. “La ginestra” e “Il tramonto della luna”, scritti poco prima di morire, furono incluse tra i “Canti” da Ranieri nella prima edizione postuma.
Era popolare tra i patrioti ma non tra i liberali. Di cui egli diffidava e che di lui diffidavano per il pessimismo. Sulla libertà nella Restaurazione ma anche sulla vita, la sua brevità, la sua debolezza, l’indifferenza o l’ostilità della natura, l’illusione del progresso, l’insensatezza del mondo.
A un lettore non prevenuto risulta non pessimista e anzi ottimista. Per il “produttivismo”: Leopardi è instancabile malgrado la debolezza del fisico. Per le attese che sempre nutre, seppure tenui, nell’innocenza, negli affetti, perfino nella solidarietà. Non c’è noia in lui, per quanto aristocratica, o dandystico rifiuto della realtà. E viene fuori comunque come il poeta degli idilli – per i quali è stato letto molto nel Novecento, in Italia e altrove (T.S.Eliot, Beckett, Lowell) più che dei canti filosofici. Anche “La ginestra”, a una lettura ingenua, è una mescolanza di sano realismo (la natura è quella che è, imprevedibile e non regolabile), dell’ultima sapienza scientifica cioè, che Bertrand Russell leggeva come un buon trattato di epistemologia, e di resilience, quieta ma pervicace.
O forse l’equivoco viene dal carattere del pessimismo, che s’intende semplice e univoco e invece non lo è. La questione, discussa e definita più in connessione con Baudelaire, è se certo pessimismo non sia ottimista, un modo critico di porsi e proporre. Pessimismo sarebbe noia e silenzio. La malinconia sarebbe già una forma di comunicazione. E poetare è credere, seppure nella disillusione e la tristezza: soprattutto poetare con ingegno.
Proust - La letteratura dell’ordinario. Dell’ordinario in confronto con se stesso, senza scale quindi e senza corpo, un “la” infinito, interrotto al più qua e là da un semitono. Il diagramma piatto di un corpo sfinito.
È il termine di una civiltà del pettegolezzo svenevole, un po’ come questa età dell’acquario, che non aveva più energia né argomenti di conversazione. E l’inizio di una letteratura delle cose e dello sguardo che evidenzia presto – nella gestazione – i suoi limiti.
È il monumento, eccessivo e definitivo come un trattato scientifico positivista, della letteratura epidermica (di seconda fila, deuxième rayon) di Fine Secolo e l’anticipazione dell’affanno gay a creare una letteratura omosessuale, che si distingue per l’algore, quella passione di testa che si esaurisce nei repertori – l’omosessualità, nelle sue tante manifestazioni, è una forma celebrativa della sterilità. Temi da letteratura di seconda fila (Montesquiou, Lorrain, Tinan, Toulet, Bourget, Bloy, Willy, Colette, D’Houville e le altre innumerevoli dame, Myriam Harry, Renée Vivien, Luice Delarue-Mardrus, Liane de Pougy, Nathalie Barney, Rachilde naturalmente) in lingua parnassiana – più che da Flaubert, l’odiosamato. Con l’effetto di appesantire il cocottismo del genere e esporne con crudeltà – tanto è l’impegno – l’esercizio della bella scrittura (amanti terribili questi scrittori\scrittrici devono essere stati).
È Sade. Non per la cattiveria (filosofia) quanto per l’impianto e l’esito letterario. La gelosia, trattato quattro o cinque volte per un migliaio di pagine, quella di Swann, quella per Albertine, quella di Charlus, etc., o la dottrina salottiera di Mme Verdurin, rateizzata, sono i riempitivi filosofici del marchese, con lo stesso piglio falso dell’autore che non sa di che parla, né lo sente (la tremenda ironia dei proustiani che per dare sostanza a Albertine la raffigurano nello chauffeur): la corrispondenza mostra una natura non appassionata e non sospettosa. Naturalmente Proust è un angelo e Sade un diavolo, e questo è uno svantaggio. Sade ha una passione, la violenza, Proust no. Li accomuna la fredda (costruita) grandiosità, frutto bacato della deriva monomaniacale.
È questo che attrae i letterati: la mostruosità delle quattromila pagine – o diecimila, dipende dal corpo tipografico. La follia, il progetto perseverante del capolavoro definitivo. Lo si condisce di petits o petites, piccole gioie, piccole impressioni, che per ritrovarsi in questa atonalità vengono elevati da modesti accordi a sinfonie, anzi a opere.
La sua opera mostruosa è il tentativo di ricreare il vissuto con il suo stesso ritmo – di mimarlo? Impresa difficile, come sa ogni scolaro delle elementari dell’epoca in cui il compito era il diario (“ieri mi sono alzato, ho fatto le pulizie personali e sono andato a scuola…”). È come rifare il “Don Chisciotte”, che, come sghignazza Borges, anche a rifarlo pari pari può essere un’impresa perdente. Una lettura che impegna centinaia di pagine per alcune scene di un ricevimento fittizio, ma che evidentemente si desidera reale, seguendo un ritmo descrittivo o storico, senza cioè trasfigurare (rappresentare) l’evento, alla Joyce o alla Salinger, questo è delirio.
letterautore@antiit.eu
Amico – L’amico dell’Autore non ha in genere buona critica. Ranieri, Maxime du Camp, lo stesso Max Brod, e Adorno nei confronti di Benjamin. E si capisce: sono da meno dell’Autore. Ma senza di loro forse gli Autori non sarebbero esistiti. Anche Leopardi, quello dei “Canti” perlomeno. Mentre Flaubert avrebbe resistito al morbo che lo incupiva e gli impediva di scrivere?
Celan – Certamente ermetico, il teorico della poesia come Atemwende, il soffio, ma atipico, rispetto all’ermetismo italiano, che è musicale (ritmico e melodico). E anzi filosofico, se non logico. Questo non c’è neanche nel trattato di Gadamer, ma Celan si legge meglio, più proficuamente, in questa vena. Il discorso del “Meridiano”, di accettazione del Premio Büchner nel 1960, quello dell’Atemwende e della poesia come “piano di esistenza”, lo spiega, seppure in risposta alle obiezioni di oscurità e nichilismo, tra gli altri avanzate anche da Primo Levi: “Il simbolo e l’immagine non è metafora, ha carattere fenomenico”. O: “Il poema è il posto del singolare, dell’irreversibile” e non dell’allusione. E delle sue poesie: “Non ermetiche ma anzi aperte, larghe per l’occhio che tenta di capirle”.
Lo stesso richiamo al meridiano non è retorico. Celan fu lettore appassionato di Mandel’stam, che celebrò in morte, che della scrittura chiara faceva un distintivo.
Leopardi – È divenuto il grande poeta che amiamo dopo morto. Era popolare tra i letterati e gli eruditi per la preparazione filologica e il taglio acuto delle prose, spesso satiriche. Nonché tra i patrioti per i canti scopertamente politici, “All’Italia” sopra tutti. “La ginestra” e “Il tramonto della luna”, scritti poco prima di morire, furono incluse tra i “Canti” da Ranieri nella prima edizione postuma.
Era popolare tra i patrioti ma non tra i liberali. Di cui egli diffidava e che di lui diffidavano per il pessimismo. Sulla libertà nella Restaurazione ma anche sulla vita, la sua brevità, la sua debolezza, l’indifferenza o l’ostilità della natura, l’illusione del progresso, l’insensatezza del mondo.
A un lettore non prevenuto risulta non pessimista e anzi ottimista. Per il “produttivismo”: Leopardi è instancabile malgrado la debolezza del fisico. Per le attese che sempre nutre, seppure tenui, nell’innocenza, negli affetti, perfino nella solidarietà. Non c’è noia in lui, per quanto aristocratica, o dandystico rifiuto della realtà. E viene fuori comunque come il poeta degli idilli – per i quali è stato letto molto nel Novecento, in Italia e altrove (T.S.Eliot, Beckett, Lowell) più che dei canti filosofici. Anche “La ginestra”, a una lettura ingenua, è una mescolanza di sano realismo (la natura è quella che è, imprevedibile e non regolabile), dell’ultima sapienza scientifica cioè, che Bertrand Russell leggeva come un buon trattato di epistemologia, e di resilience, quieta ma pervicace.
O forse l’equivoco viene dal carattere del pessimismo, che s’intende semplice e univoco e invece non lo è. La questione, discussa e definita più in connessione con Baudelaire, è se certo pessimismo non sia ottimista, un modo critico di porsi e proporre. Pessimismo sarebbe noia e silenzio. La malinconia sarebbe già una forma di comunicazione. E poetare è credere, seppure nella disillusione e la tristezza: soprattutto poetare con ingegno.
Proust - La letteratura dell’ordinario. Dell’ordinario in confronto con se stesso, senza scale quindi e senza corpo, un “la” infinito, interrotto al più qua e là da un semitono. Il diagramma piatto di un corpo sfinito.
È il termine di una civiltà del pettegolezzo svenevole, un po’ come questa età dell’acquario, che non aveva più energia né argomenti di conversazione. E l’inizio di una letteratura delle cose e dello sguardo che evidenzia presto – nella gestazione – i suoi limiti.
È il monumento, eccessivo e definitivo come un trattato scientifico positivista, della letteratura epidermica (di seconda fila, deuxième rayon) di Fine Secolo e l’anticipazione dell’affanno gay a creare una letteratura omosessuale, che si distingue per l’algore, quella passione di testa che si esaurisce nei repertori – l’omosessualità, nelle sue tante manifestazioni, è una forma celebrativa della sterilità. Temi da letteratura di seconda fila (Montesquiou, Lorrain, Tinan, Toulet, Bourget, Bloy, Willy, Colette, D’Houville e le altre innumerevoli dame, Myriam Harry, Renée Vivien, Luice Delarue-Mardrus, Liane de Pougy, Nathalie Barney, Rachilde naturalmente) in lingua parnassiana – più che da Flaubert, l’odiosamato. Con l’effetto di appesantire il cocottismo del genere e esporne con crudeltà – tanto è l’impegno – l’esercizio della bella scrittura (amanti terribili questi scrittori\scrittrici devono essere stati).
È Sade. Non per la cattiveria (filosofia) quanto per l’impianto e l’esito letterario. La gelosia, trattato quattro o cinque volte per un migliaio di pagine, quella di Swann, quella per Albertine, quella di Charlus, etc., o la dottrina salottiera di Mme Verdurin, rateizzata, sono i riempitivi filosofici del marchese, con lo stesso piglio falso dell’autore che non sa di che parla, né lo sente (la tremenda ironia dei proustiani che per dare sostanza a Albertine la raffigurano nello chauffeur): la corrispondenza mostra una natura non appassionata e non sospettosa. Naturalmente Proust è un angelo e Sade un diavolo, e questo è uno svantaggio. Sade ha una passione, la violenza, Proust no. Li accomuna la fredda (costruita) grandiosità, frutto bacato della deriva monomaniacale.
È questo che attrae i letterati: la mostruosità delle quattromila pagine – o diecimila, dipende dal corpo tipografico. La follia, il progetto perseverante del capolavoro definitivo. Lo si condisce di petits o petites, piccole gioie, piccole impressioni, che per ritrovarsi in questa atonalità vengono elevati da modesti accordi a sinfonie, anzi a opere.
La sua opera mostruosa è il tentativo di ricreare il vissuto con il suo stesso ritmo – di mimarlo? Impresa difficile, come sa ogni scolaro delle elementari dell’epoca in cui il compito era il diario (“ieri mi sono alzato, ho fatto le pulizie personali e sono andato a scuola…”). È come rifare il “Don Chisciotte”, che, come sghignazza Borges, anche a rifarlo pari pari può essere un’impresa perdente. Una lettura che impegna centinaia di pagine per alcune scene di un ricevimento fittizio, ma che evidentemente si desidera reale, seguendo un ritmo descrittivo o storico, senza cioè trasfigurare (rappresentare) l’evento, alla Joyce o alla Salinger, questo è delirio.
letterautore@antiit.eu
mercoledì 25 maggio 2011
Tutto quella che avresti voluto sapere sulla Bibbia
Agile e indispensabile repertorio di tutto quanto concerne la Bibbia, corredato di mappe a colori dettagliate. Giuliano Vigini, il miglior conoscitore del mercato librario, che analizza periodicamente con la sua Editrice Bibliographica, e autore in proprio della “Bibbia Paoline”, il testo di tutti i libri biblici con commento analitico a fronte, compendia i suoi saperi in una serie di indici esaustivi: dei temi, dei popoli, dei nomi di persona e di luogo. Con le cronologie dell’Antico e del Nuovo Testamento, delle edizioni della Bibbia, e dei Patriarchi e i re d’Israele e Giuda. Un glossario dei termini tecnici. Il canone biblico delle principali tradizioni, ebraica, cattolica, protestante, ortodossa. E una serie di tavole sulla vita di Gesù: i miracoli, le parabole, gli eventi, l’ultima settimana. Per ogni libro fornisce sintetiche nozioni riguardo l’autore, la data e il luogo di composizione, la struttura e lo svolgimento. Impareggiabile.
Giuliano Vigini, Guida alla Bibbia Paoline, pp.532 € 21
Giuliano Vigini, Guida alla Bibbia Paoline, pp.532 € 21
Il “Corriere” leghista
Un attacco al Cnr con vecchie pezze d’appoggio e vecchi argomenti. Raddoppiato da una risposta maleducata al prof. Maiani, il presidente del Centro nazionale Ricerche, già presidente del Cern di Ginevra e candidato al Nobel, ridotto a un semplice dott. Perché il Cnr è una preda più ghiotta da traslocare a Milano, più di un ministero con questi chiari di luna. Ma per far questo bisogna commissariarlo.
Ogni giorno, dopo il primo voto di Milano, si può trovare il “Corriere della sera” schierato con la Lega. Nel mezzo di una campagna elettorale che lo vede peraltro decisamente a favore di Pisapia e contro Letizia Moratti. Che si penserebbe più presentabile della Lega, e invece è al contrario: se non eroe, Bossi è più saggio. Quello del Cnr di Maiani non è infatti è un caso unico. E ci sono mugugni per questo nel giornale. E critiche fuori, non soltanto tra i berlusconiani.
Lufthansa lascia Malpensa, dopo l’Alitalia, ma il caso non merita che un’informazione breve. Perché lascia il “Corriere della sera” in effetti non lo dice. Cos’è Malpensa, da cui tutti scappano, dopo averci rimesso diecine e centinaia di milioni, nemmeno. Né cos’è e cosa fa la Sea, la società aeroportuale, gestita dalla Lega. Mentre una piccola moschea a Segrate viene presentata come “il primo minareto d’Italia”, voluto da un sindaco leghista, eccetera. Quando c’è da trent’anni a Roma una moschea monumentale, tanto che dovette essere abbassata di qualche metro per non oscurare la cupola di San Pietro, opera di grande architetto, Paolo Portoghesi, in sito panoramicissimo, attrazione turistica.
Non è il cerchiobottismo di Paolo Mieli, di dice anche, un colpo di qua e uno di là. È l’aureo precetto dell’Avvocato Agnelli, che non si può (i potenti non possono) essere al governo e non possono essere all’opposizione. Nel mentre che si dà una spallata a Berlusconi tenersi addosso alla Lega. Passando sopra, evidentemente, all’opinione forte, nello stesso giornale, che era Berlusconi a salvarci dalla Lega?
Ogni giorno, dopo il primo voto di Milano, si può trovare il “Corriere della sera” schierato con la Lega. Nel mezzo di una campagna elettorale che lo vede peraltro decisamente a favore di Pisapia e contro Letizia Moratti. Che si penserebbe più presentabile della Lega, e invece è al contrario: se non eroe, Bossi è più saggio. Quello del Cnr di Maiani non è infatti è un caso unico. E ci sono mugugni per questo nel giornale. E critiche fuori, non soltanto tra i berlusconiani.
Lufthansa lascia Malpensa, dopo l’Alitalia, ma il caso non merita che un’informazione breve. Perché lascia il “Corriere della sera” in effetti non lo dice. Cos’è Malpensa, da cui tutti scappano, dopo averci rimesso diecine e centinaia di milioni, nemmeno. Né cos’è e cosa fa la Sea, la società aeroportuale, gestita dalla Lega. Mentre una piccola moschea a Segrate viene presentata come “il primo minareto d’Italia”, voluto da un sindaco leghista, eccetera. Quando c’è da trent’anni a Roma una moschea monumentale, tanto che dovette essere abbassata di qualche metro per non oscurare la cupola di San Pietro, opera di grande architetto, Paolo Portoghesi, in sito panoramicissimo, attrazione turistica.
Non è il cerchiobottismo di Paolo Mieli, di dice anche, un colpo di qua e uno di là. È l’aureo precetto dell’Avvocato Agnelli, che non si può (i potenti non possono) essere al governo e non possono essere all’opposizione. Nel mentre che si dà una spallata a Berlusconi tenersi addosso alla Lega. Passando sopra, evidentemente, all’opinione forte, nello stesso giornale, che era Berlusconi a salvarci dalla Lega?
Gli affari non chiari di Unicredit
Potrebbe essere il vecchio stile confessionale, delle banche “bianche”. Oppure incompetenza. Il giudizio è diviso tra gli azionisti Unicredit esterni alle Fondazioni (ex) bancarie (ex) confessionali, ma solo critico. Nella ricapitalizzazione Fonsai come nella vendita dell’As Roma, le due operazioni che hanno occupato le cronache. Un giudizio tanto più riservato in vista dell’ennesimo aumento di capitale, dopo quello di appena sedici mesi fa. Sarebbero questi sospetti all’origine del rinvio della ricapitalizzazione.
Non si sono sciolte evidentemente le riserve degli azionisti indipendenti per la cacciata di Alessandro Profumo a opera della vecchia guardia confessionale “padrona” della banca. Con un management che in un anno è riuscito a peggiorare sensibilmente sia i ratios che la perfomance di Borsa, e ha praticamente azzerato la redditività - il giorno dell'annuncio di un dividendo ancora per il 2010il pay-out, benché irrisorio, è apparso forzato.
Basta del resto vedere i nuovi padroni della Roma, per capire il tipo di affari di cui l’ad Federico Ghizzoni, il sostituto di Profumo, si compiace: un James Pallotta che si dice avvocato, e forse lo è, ma non si sa cosa faccia, a parte che rappresentare il nuovo patron Di Benedetto, il quale invece non parla ma “dice” molto lo stesso. Che promettono mari e monti ma non mettono un dollaro vero. Avendo avuto l’As Roma a credito, per la metà del vecchio credito, l’altra metà Ghizzoni l’ha cancellata – e non è finita, se il vero padrone fosse, come si dice, Franco Baldini, che dopo aver provato con vari prestanome ci sarebbe riuscito con questi italo-americani, molto stile paisà.
Non si sono sciolte evidentemente le riserve degli azionisti indipendenti per la cacciata di Alessandro Profumo a opera della vecchia guardia confessionale “padrona” della banca. Con un management che in un anno è riuscito a peggiorare sensibilmente sia i ratios che la perfomance di Borsa, e ha praticamente azzerato la redditività - il giorno dell'annuncio di un dividendo ancora per il 2010il pay-out, benché irrisorio, è apparso forzato.
Basta del resto vedere i nuovi padroni della Roma, per capire il tipo di affari di cui l’ad Federico Ghizzoni, il sostituto di Profumo, si compiace: un James Pallotta che si dice avvocato, e forse lo è, ma non si sa cosa faccia, a parte che rappresentare il nuovo patron Di Benedetto, il quale invece non parla ma “dice” molto lo stesso. Che promettono mari e monti ma non mettono un dollaro vero. Avendo avuto l’As Roma a credito, per la metà del vecchio credito, l’altra metà Ghizzoni l’ha cancellata – e non è finita, se il vero padrone fosse, come si dice, Franco Baldini, che dopo aver provato con vari prestanome ci sarebbe riuscito con questi italo-americani, molto stile paisà.
martedì 24 maggio 2011
Problemi di base - 61
spock
Dio non ama né odia, spiega Spinoza: e che altro fa?
Un volta Dio era apatico, ora soffre e si conduole per il male che ci fa: perché non si decide?
È la storia che ci fa stupidi, o sono gli stupidi che fanno la storia?
E se la storia non ha senso, che ci stiamo fare?
O: se Berlusconi è già nella storia, che ci fa Ruby?
Arrestare Strauss-Kahn per assaltare il debito greco?
Perché Obama, oltre che a destra e a sinistra, non legge il “gobbo” anche davanti?
(Risposta: per somigliare all’aquila dello stemma, senza testa)
Per che cosa vota Milano, che ci ha già levato il calcio, i soldi, il governo, la politica, i buoni libri, e la giustizia?
spock@antiit.eu
Dio non ama né odia, spiega Spinoza: e che altro fa?
Un volta Dio era apatico, ora soffre e si conduole per il male che ci fa: perché non si decide?
È la storia che ci fa stupidi, o sono gli stupidi che fanno la storia?
E se la storia non ha senso, che ci stiamo fare?
O: se Berlusconi è già nella storia, che ci fa Ruby?
Arrestare Strauss-Kahn per assaltare il debito greco?
Perché Obama, oltre che a destra e a sinistra, non legge il “gobbo” anche davanti?
(Risposta: per somigliare all’aquila dello stemma, senza testa)
Per che cosa vota Milano, che ci ha già levato il calcio, i soldi, il governo, la politica, i buoni libri, e la giustizia?
spock@antiit.eu
Bossi sacrifica Milano per il proporzionale
Follia o genio? Bossi ha tolto la parola ai suoi estimatori, nei giornali a Milano. Col voto fatto mancare a Letizia Moratti al primo turno. E con la propaganda stravagante per silurarla al ballottaggio, semmai i milanesi ci ripensassero. Che viene assimilata alle sentenze suicide, scritte cioè per essere ribaltate: lo spostamento dei ministeri, la sanatoria delle multe, e i fantasmi di zingaropoli e moscheopoli avrebbero lo scopo di indignare gli astenuti del primo turno e gli indecisi, di tenerli lontani dall’urna se non di votare Pisapia. Le sue radio e i suoi giornali ne sarebbero la conferma.
Non è detto, negli estimatori prevale l’incertezza. Perché Bossi, dotato ultimamente di grande saggezza politica, ne ha fatte anche di peggio in passato, passando in poco tempo, dopo il 1992, dal quasi 9 per cento del voto nazionale al 3,9 nel 2001. Il suicidio cioè potrebbe essere reale: la Lega, che cresce stando unita a Berlusconi, frana quando se ne allontana. Ma il ragionamento fa rinascere un’ipotesi che sembrava esclusa: che Bossi abbia deciso una mezza crisi politica. In questo fine legislatura, ed essendosi assicurato il federalismo. Con un progetto: costringere Berlusconi indebolito e reimbarcare Casini al governo, e con Casini costringerlo poi a una legge elettorale proporzionale, seppure alla tedesca, con sbarramento.
È un’ipotesi impiantata su una debolezza: i troppi errori di Bossi. Prima di Milano a Bologna, dove la Lega con la sua candidatura ha impedito la sicura vittoria di un altro Guazzaloca. E a Torino, dove la sua truculenza ha fatto rifluire subito la curiosità che il centro-destra aveva suscitato con la moderazione solo un anno fa. Se questi errori sono “troppi” per essere veri, in via d’ipotesi non astratta si ricorda che Bossi non ha mai abbandonato il disegno di diventare il vero Centro, o l’erede della Dc multipolare, e che a questo fine deve scompaginare il partito di Berlusconi.
Non è detto, negli estimatori prevale l’incertezza. Perché Bossi, dotato ultimamente di grande saggezza politica, ne ha fatte anche di peggio in passato, passando in poco tempo, dopo il 1992, dal quasi 9 per cento del voto nazionale al 3,9 nel 2001. Il suicidio cioè potrebbe essere reale: la Lega, che cresce stando unita a Berlusconi, frana quando se ne allontana. Ma il ragionamento fa rinascere un’ipotesi che sembrava esclusa: che Bossi abbia deciso una mezza crisi politica. In questo fine legislatura, ed essendosi assicurato il federalismo. Con un progetto: costringere Berlusconi indebolito e reimbarcare Casini al governo, e con Casini costringerlo poi a una legge elettorale proporzionale, seppure alla tedesca, con sbarramento.
È un’ipotesi impiantata su una debolezza: i troppi errori di Bossi. Prima di Milano a Bologna, dove la Lega con la sua candidatura ha impedito la sicura vittoria di un altro Guazzaloca. E a Torino, dove la sua truculenza ha fatto rifluire subito la curiosità che il centro-destra aveva suscitato con la moderazione solo un anno fa. Se questi errori sono “troppi” per essere veri, in via d’ipotesi non astratta si ricorda che Bossi non ha mai abbandonato il disegno di diventare il vero Centro, o l’erede della Dc multipolare, e che a questo fine deve scompaginare il partito di Berlusconi.
La vendetta è fredda e lascia freddi
Periodicamente corre la notizia che il mullah Omar è stato individuato e ucciso, ma senza suscitare emozione. Come già per Osama: la notizia periodica della sua morte non suscitava emozioni, e così pure la sua effettiva morte, benché caricata di uno scenario spettacolare. Se pure va servita fredda, la vendetta lascia freddi, almeno in politica. Nessun paragone tra il peso politico e storico dell’11 settembre e la fine di Osama, che non sarà nemmeno ricordata. O tra la potenza distruttiva sprigionata dal mullah Omar e i talebani in Afghanistan e la caccia oscura che gli Usa gli danno. È un evento nella politica (nella storia) quello che scuote l’immaginario, e per far ciò deve arrivare inaspettato. Meglio se impari, Davide contro Golia. E oggi anche scenografico: devono saltare i colossi di Bamyhan, o le Torri gemelle, o la stazione Atocha. Mentre la vendetta, a opera di soldati senza volto, non fa nemmeno un film d’azione.
È un fatto ben noto in Italia, dove l’uomo dalle mille vendette, soprattutto contro i socialisti e contro i democristiani, Giulio Andreotti, mai ne ha menato vanto: sapeva che esse, seppure necessarie a eliminare un avversario, sono politicamente improduttive. O al tempo del brigatismo, che lascia nella memoria l’attacco, la detenzione e l’assassinio di Moro ma non la faccia né il nome di Gallinari e dei suoi compagni, pure perseguiti e condannati. O nelle stragi di mafia, dove le facce di Riina, Provenzano e Brusca dietro la sbarre non escono dall’indistinto e dallo squallore mentre le stragi da loro messe in scena contro Chinnici, Falcone e Borsellino dominano l’immaginario sulla mafia, con un alone, per quanto non voluto, di superiorità.
La legge è grigia e fredda - ammesso che la vendetta internazionale sia una forma di giudizio legale. In confronto al delitto, che sempre sconvolge. È un fatto, ed è centrale nella lotta al crimine organizzato, che lo sa (lo fiuta) e se ne fa forte. L’antimafia non mobilita perché non ha smalto, perdendosi nelle procedure e nelle beghe politiche. Mobilitare i giovani certo serve. Ma più servirebbe dare spazio alle parti civili, che del crimine sono il vero anticorpo, avendolo sofferto nella carne. E soprattutto colpire il crimine subito, al primo atto estorsivo, e non dopo quarant’anni, ed elaborate tavole sinottiche.
È un fatto ben noto in Italia, dove l’uomo dalle mille vendette, soprattutto contro i socialisti e contro i democristiani, Giulio Andreotti, mai ne ha menato vanto: sapeva che esse, seppure necessarie a eliminare un avversario, sono politicamente improduttive. O al tempo del brigatismo, che lascia nella memoria l’attacco, la detenzione e l’assassinio di Moro ma non la faccia né il nome di Gallinari e dei suoi compagni, pure perseguiti e condannati. O nelle stragi di mafia, dove le facce di Riina, Provenzano e Brusca dietro la sbarre non escono dall’indistinto e dallo squallore mentre le stragi da loro messe in scena contro Chinnici, Falcone e Borsellino dominano l’immaginario sulla mafia, con un alone, per quanto non voluto, di superiorità.
La legge è grigia e fredda - ammesso che la vendetta internazionale sia una forma di giudizio legale. In confronto al delitto, che sempre sconvolge. È un fatto, ed è centrale nella lotta al crimine organizzato, che lo sa (lo fiuta) e se ne fa forte. L’antimafia non mobilita perché non ha smalto, perdendosi nelle procedure e nelle beghe politiche. Mobilitare i giovani certo serve. Ma più servirebbe dare spazio alle parti civili, che del crimine sono il vero anticorpo, avendolo sofferto nella carne. E soprattutto colpire il crimine subito, al primo atto estorsivo, e non dopo quarant’anni, ed elaborate tavole sinottiche.
L’impero forzoso disintegra le nazioni (Hegel)
Stati, ribellatevi! Hegel non lo dice ma è la lezione che si ricava”dalla “Costituzione della Germania”, uno dei suoi primi scritti a fine Settecento, in celebrazione della libertà che veniva dalla rivoluzione francese. Anche “la libertà è solo possibile nell’unione legale di un popolo in uno Stato”, che vi si legge a conclusione di un lungo omaggio a Machiavelli, alla fine del § IX, nel quale ha parlato dell’Italia, si può dire nella semplificazione hegeliana della storia assioma fra i meno caduchi.
Hegel parla dell’Italia in connessione con la Germania, di cui avrebbe prefigurato la disgregazione. Anche se la Germania è soprattutto vittima da ultimo della perversa Francia. Che Hegel non denuncia in questi termini perché dalla Francia aspettava la salvezza, ma di cui spiega all’esordio che con Napoleone ha completato, annettendosi la riva sinistra del Reno, la disgregazione della Germania avviata da Richelieu con la Guerra dei trent’anni, che aveva garantito alla Francia l’unità politica e religiosa e la sottomissione dei principi, e alla Germania l’opposto, la divisione in confessioni e in mini-principati.
Dalla fine del feudalesimo, quando essa aveva dato al mondo la legge, “attraverso la libertà della costituzione feudale”, la Germania non ha fatto che evolvere sotto una sorta di “diritto privato”, afferma il giovane Hegel: “Tutte le (sue) singole parti, ciascuna dinastia principesca, ordine, città, corporazione”, nell’incerta traduzione di Armando Plebe nel 1961 (“Scritti politici, 1798-1806”), “tutto ciò che possiede diritti di fronte allo Stato, ha acquistato da sé i suoi diritti, senza averli ricevuti in sorte dalla volontà generale, dallo Stato nel suo insieme”. Italia e Germania sono state unite nella stessa sorte dalla comune strategia imperiale: “La mania degli imperatori di voler conservare entrambi i paesi sotto la loro sovranità, ha annullato la loro potenza in entrambi”. L’Italia durò di più e meglio della Germania, dirà all’inizio del § successivo, “Le due grandi potenze tedesche”, perché seppe difendersi: “Il destino dell’Italia si distingue però essenzialmente da quello dell’Italia per il fatto ch gli Stati in cui l’Italia era smembrata… furono in grado ancora a lungo di affermarsi anche contro potenze assai più grandi, o per il fatto che la sproporzione dell’estensione non aveva reso ugualmente sproporzionata la potenza”. E porta l’esempio di Milano, che, come la Grecia contro i Persiani, “fu in grado di affrontare la potenza di Federico e di conservarsi contro di essa”, e di Venezia, che “si conservò contro la Lega di Cambrai”.
L’unione imposta dall’esterno provoca invece la disintegrazine. Fu questo l’effetto del programma imperiale: “In Italia ogni luogo si guadagnò la sua sovranità: essa cessò di essere uno Stato e divenne una baraonda di Stati indipendenti, monarchie, aristocrazie, democrazie, come il caso voleva; anche la degenerazione di queste costituzioni in tirannia, oligarchia e oclocrazia comparve in breve tempo”. E viceversa, l’Italia sopravvisse, anche se non a lungo, ma più della Germania, perché e finché si oppose all’unione fittizia imposta dall’esterno: “La situazione dell’Italia non può essere definita anarchia, perché la moltitudine di parti contrastanti era composta di Stati organizzati. Indipendentemente dalla mancanza di un vincolo statale, tuttavia una gran parte si riunì pur sempre in un’opposizione comune contro il predominio dell’impero”.
Hegel parla dell’Italia in connessione con la Germania, di cui avrebbe prefigurato la disgregazione. Anche se la Germania è soprattutto vittima da ultimo della perversa Francia. Che Hegel non denuncia in questi termini perché dalla Francia aspettava la salvezza, ma di cui spiega all’esordio che con Napoleone ha completato, annettendosi la riva sinistra del Reno, la disgregazione della Germania avviata da Richelieu con la Guerra dei trent’anni, che aveva garantito alla Francia l’unità politica e religiosa e la sottomissione dei principi, e alla Germania l’opposto, la divisione in confessioni e in mini-principati.
Dalla fine del feudalesimo, quando essa aveva dato al mondo la legge, “attraverso la libertà della costituzione feudale”, la Germania non ha fatto che evolvere sotto una sorta di “diritto privato”, afferma il giovane Hegel: “Tutte le (sue) singole parti, ciascuna dinastia principesca, ordine, città, corporazione”, nell’incerta traduzione di Armando Plebe nel 1961 (“Scritti politici, 1798-1806”), “tutto ciò che possiede diritti di fronte allo Stato, ha acquistato da sé i suoi diritti, senza averli ricevuti in sorte dalla volontà generale, dallo Stato nel suo insieme”. Italia e Germania sono state unite nella stessa sorte dalla comune strategia imperiale: “La mania degli imperatori di voler conservare entrambi i paesi sotto la loro sovranità, ha annullato la loro potenza in entrambi”. L’Italia durò di più e meglio della Germania, dirà all’inizio del § successivo, “Le due grandi potenze tedesche”, perché seppe difendersi: “Il destino dell’Italia si distingue però essenzialmente da quello dell’Italia per il fatto ch gli Stati in cui l’Italia era smembrata… furono in grado ancora a lungo di affermarsi anche contro potenze assai più grandi, o per il fatto che la sproporzione dell’estensione non aveva reso ugualmente sproporzionata la potenza”. E porta l’esempio di Milano, che, come la Grecia contro i Persiani, “fu in grado di affrontare la potenza di Federico e di conservarsi contro di essa”, e di Venezia, che “si conservò contro la Lega di Cambrai”.
L’unione imposta dall’esterno provoca invece la disintegrazine. Fu questo l’effetto del programma imperiale: “In Italia ogni luogo si guadagnò la sua sovranità: essa cessò di essere uno Stato e divenne una baraonda di Stati indipendenti, monarchie, aristocrazie, democrazie, come il caso voleva; anche la degenerazione di queste costituzioni in tirannia, oligarchia e oclocrazia comparve in breve tempo”. E viceversa, l’Italia sopravvisse, anche se non a lungo, ma più della Germania, perché e finché si oppose all’unione fittizia imposta dall’esterno: “La situazione dell’Italia non può essere definita anarchia, perché la moltitudine di parti contrastanti era composta di Stati organizzati. Indipendentemente dalla mancanza di un vincolo statale, tuttavia una gran parte si riunì pur sempre in un’opposizione comune contro il predominio dell’impero”.
lunedì 23 maggio 2011
Il popolare, dalle principesse al bon ton
C’erano una volta le principesse, per la stampa popolare, che faceva le grandi tirature. Ora ci sono i reality a base di turpiloquio, e dall’altro i consigli per gli acquisti. Sembra che non ci sia un grande cambiamento, i Taricone e le crociere di (finto) lusso valgono le principesse, per chi legge queste cose. E invece no. Non ci sono più i giornali popolari da una parte e i grandi giornali d’informazione dall’altra, ora tutto è unificato dall’indiscrezione. E il jet set si vuole di massa, ora smart set. Di sinistra, anche se moderata. All’insegna del bon ton, che suona bene.
Sono le masse di sinistra, anche se moderata? Masse speciali, naturalmente, migliori, colte e fini – non raffinate, fini. È la sinistra speciale? Si fa la Turchia in barca, come minimo, praticando le immersioni. E ogni luogo è esclusivo, dove vanno gli habitués, con prezzi naturalmente d’eccezione. Di una superiorità misurabile cioè, milanese. È la sinistra milanese? Che si fa illustrare dal giornalismo a pagamento, seppure nella forma indiretta, della promozione: lo scoglio dove nel faro sono state ricavate due camerette spartane, il lodge in Namibia senza zanzare, per emozionarsi al dominio della natura, con gazebo a bordo piscina e il Land Rover d’annata per vedere l’elefante al guado, il ristorante a cinque stelle che ha un menù degustazione a cento euro, con coppa di champagne, millesimato. È la sinistra a pagamento?
Sono le masse di sinistra, anche se moderata? Masse speciali, naturalmente, migliori, colte e fini – non raffinate, fini. È la sinistra speciale? Si fa la Turchia in barca, come minimo, praticando le immersioni. E ogni luogo è esclusivo, dove vanno gli habitués, con prezzi naturalmente d’eccezione. Di una superiorità misurabile cioè, milanese. È la sinistra milanese? Che si fa illustrare dal giornalismo a pagamento, seppure nella forma indiretta, della promozione: lo scoglio dove nel faro sono state ricavate due camerette spartane, il lodge in Namibia senza zanzare, per emozionarsi al dominio della natura, con gazebo a bordo piscina e il Land Rover d’annata per vedere l’elefante al guado, il ristorante a cinque stelle che ha un menù degustazione a cento euro, con coppa di champagne, millesimato. È la sinistra a pagamento?
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Secondi pensieri - (69)
zeulig
Giustizia – Non è ingenua e non fa errori. “In dubio pro reo” è regola ferrea contro gli errori. Ma i giudici non sono innocenti – peggio se non sono corrotti.
Maternità - È la creazione – si vede nella “Creazione di Adamo” di Michelangelo: una figura femminile accompagna Dio (in questo senso dio è – anche - femmina). Da sempre legata alla sessualità - la quale è però un’altra materia, affettiva (linguistica) e fisiologica - in quanto di tipo animale. Ora insorge la maternità di tipo vegetale, per innesti e incroci. E si può ipotizzarla di tipo minerale, per lente nutazioni.
Maturità – È la condizione di equilibrio, fra le passioni e i doveri, le attese e l’ordinario, gli affetti e le delusioni. Che si associa tradizionalmente all’età, all’incedere dell’età. Flaubert, trattandone della donna amata, la dice “un agosto”. E intende con ciò la maturità tradizionale – è il momento antecedente quello in cui l’amata verrà vista con i primi capelli grigi. Ma insinua una ricorrenza stagionale, periodica, che è più verosimile, specie ora che l’età si prolunga e le stagioni della vita si rivoluzionano – l’adolescenza, per esempio, si prolunga coi bamboccioni fino ai quarant’anni, il giovanilismo fino ai sessanta, e i bambini maturano presto
“L’agosto delle donne” è nell’“Educazione sentimentale”, all’ultimo capitolo della seconda parte: “Epoca insieme di riflessioni e di tenerezza, dove la maturità che comincia colora gli sguardi di una fiamma più profonda, quando la forza del cuore si mescola all’esperienza della vita, e sul finire delle sue fioriture, l’essere completo deborda di ricchezze nell’armonia della sua bellezza”.
Nazione – È un tacito costante plebiscito, quotidiano (Ernest Renan). E una comunità, di lingua, di storia, di sangue. Ma l’una non può esserci senza l’altra, il contratto senza la comunità e viceversa: il contratto si scioglie in manza di un interesse comune, la comunità senza vincolo si dissolve – il particolarismo è endogenetico e sporogenetico.
È su questa bivalenza che fanno presa i gruppi particolaristici.
Riconoscimento – È uno specchiarsi, una forma di narcisismo. Fin dalle antiche agnizioni. Una ricerca dell’altro, ansiosa anche, e necessitata, ma purché risponda a canoni rigidi e personali, seppure non esplicitati. È il fondamento di Facebook, come dei forum o chat informali prima della fortunata formula: un’interminabile fiera di se stessi sotto il velo del riconoscimento, del ritrovarsi. Anche nella forma della comunità d’interessi, sempre egotista.
Stato – È pur sempre la maggiore organizzazione politica che la storia conosce, quindi la migliore. Ed è un fatto e una nozione recente, tra la prima metà del Duecento e la prima del Quattrocento. A lungo, in questo ridotto arco storico, è stato sociale: una ripartizione rigida della società. Classista: ognuno apparteneva a una classe.
In precedenza era ignoto. I greci hanno la polis, unità politica di stirpe. I romani ne ampliano il concetto nella res publica di un populus romanusaperto. Lo stato era a Roma quello della città, o della repubblica, o della libertà. Della legge, in un organamento che oggi si direbbe statuto o costituzione. Ma non il popolo di un dato territorio organizzato politicamente. Il Medio Evo ha l’imperium o il regnum, un’estensione del feudo, della signoria personale – del re e il suo dio. Ma è lì che nasce lo stato come classe produttiva e sociale.
“Il Principe”, 1523, esordisce con lo Stato: “Tutti li stati, tutti e’ domini…”. La parola è già entrata nel francese (il Petit Robert la censisce alla fine del Quattrocento) e nello spagnolo. Entrerà nell’inglese nel 1532, nell’ “England” di Thomas Starkey – e darà il titolo poco dopo a Robert Cecil di secretary of State della regina Elisabetta.
Starkey scrisse le considerazioni che saranno chiamate “Starkey’s England” nei tre anni tra il 1529 e il 1532, col titolo originariamente di “A Dialogue between Pole and Lupset”, tra quello che sarà a Roma il cardinale riformista Reginald Pole e il religioso umanista Thomas Lupset, collaboratore di Erasmo per il “Nuovo Testamento” e la Patristica. Dopo aver studiato il diritto (in particolare gli statuti della repubblica di Venezia) e Aristotele a Padova, per tre anni a partire dal 1526, quando aveva 31 anni.
“Non è possibile estirpare lo Stato e la politica e spoliticizzare il mondo” sarà il più celebre postulato di Carl Schmitt, il geniale guru della politica nel Novecento, del suo “Il concetto del politico”, del 1927. E invece è possibile, poiché è avvenuto e avviene:
1) A opera di un altro Stato, non necessariamente nemico, e anzi in pieno accordo, nella cosiddetta sovranità limitata, come è avvenuto nel quasi mezzo secolo di politica dei blocchi, ed avviene tuttora nella Nato.
2) A opera di una forza interna, non necessariamente violenta, talvolta consensuale, di una maggioranza vasta, e perfino – caso Italia: la supplenza dei giudici – legale.
Anche spoliticizzare il mondo è possibile:
1) Con la cattiva politica.
2) A opera dell’opinione pubblica (i media), la forza politica più democratica che si possa concepire, poiché attiene alla libertà di pensiero e di parola.
3) Con la legge anche qui, l’applicazione della legge.
Unità – È il problema della disunione, in psicologia dissociazione. È quindi un valore. Ma può essere un disvalore. Si celebra ma allora in senso politico. E in politica sempre in subordine a preconcetti: è l’unità dell’impero sacrificata alla Riforma protestante, valore assoluto, o il Risorgimento sacrificato all’unità, benché palesemente limitativa – savoiarda-garibaldina con sacrificio dei cattolici (Gioberti) e dei repubblicani (Mazzini). È un valore ambiguo – ma ogni valore è ambiguo.
zeulig@antiit.eu
Giustizia – Non è ingenua e non fa errori. “In dubio pro reo” è regola ferrea contro gli errori. Ma i giudici non sono innocenti – peggio se non sono corrotti.
Maternità - È la creazione – si vede nella “Creazione di Adamo” di Michelangelo: una figura femminile accompagna Dio (in questo senso dio è – anche - femmina). Da sempre legata alla sessualità - la quale è però un’altra materia, affettiva (linguistica) e fisiologica - in quanto di tipo animale. Ora insorge la maternità di tipo vegetale, per innesti e incroci. E si può ipotizzarla di tipo minerale, per lente nutazioni.
Maturità – È la condizione di equilibrio, fra le passioni e i doveri, le attese e l’ordinario, gli affetti e le delusioni. Che si associa tradizionalmente all’età, all’incedere dell’età. Flaubert, trattandone della donna amata, la dice “un agosto”. E intende con ciò la maturità tradizionale – è il momento antecedente quello in cui l’amata verrà vista con i primi capelli grigi. Ma insinua una ricorrenza stagionale, periodica, che è più verosimile, specie ora che l’età si prolunga e le stagioni della vita si rivoluzionano – l’adolescenza, per esempio, si prolunga coi bamboccioni fino ai quarant’anni, il giovanilismo fino ai sessanta, e i bambini maturano presto
“L’agosto delle donne” è nell’“Educazione sentimentale”, all’ultimo capitolo della seconda parte: “Epoca insieme di riflessioni e di tenerezza, dove la maturità che comincia colora gli sguardi di una fiamma più profonda, quando la forza del cuore si mescola all’esperienza della vita, e sul finire delle sue fioriture, l’essere completo deborda di ricchezze nell’armonia della sua bellezza”.
Nazione – È un tacito costante plebiscito, quotidiano (Ernest Renan). E una comunità, di lingua, di storia, di sangue. Ma l’una non può esserci senza l’altra, il contratto senza la comunità e viceversa: il contratto si scioglie in manza di un interesse comune, la comunità senza vincolo si dissolve – il particolarismo è endogenetico e sporogenetico.
È su questa bivalenza che fanno presa i gruppi particolaristici.
Riconoscimento – È uno specchiarsi, una forma di narcisismo. Fin dalle antiche agnizioni. Una ricerca dell’altro, ansiosa anche, e necessitata, ma purché risponda a canoni rigidi e personali, seppure non esplicitati. È il fondamento di Facebook, come dei forum o chat informali prima della fortunata formula: un’interminabile fiera di se stessi sotto il velo del riconoscimento, del ritrovarsi. Anche nella forma della comunità d’interessi, sempre egotista.
Stato – È pur sempre la maggiore organizzazione politica che la storia conosce, quindi la migliore. Ed è un fatto e una nozione recente, tra la prima metà del Duecento e la prima del Quattrocento. A lungo, in questo ridotto arco storico, è stato sociale: una ripartizione rigida della società. Classista: ognuno apparteneva a una classe.
In precedenza era ignoto. I greci hanno la polis, unità politica di stirpe. I romani ne ampliano il concetto nella res publica di un populus romanusaperto. Lo stato era a Roma quello della città, o della repubblica, o della libertà. Della legge, in un organamento che oggi si direbbe statuto o costituzione. Ma non il popolo di un dato territorio organizzato politicamente. Il Medio Evo ha l’imperium o il regnum, un’estensione del feudo, della signoria personale – del re e il suo dio. Ma è lì che nasce lo stato come classe produttiva e sociale.
“Il Principe”, 1523, esordisce con lo Stato: “Tutti li stati, tutti e’ domini…”. La parola è già entrata nel francese (il Petit Robert la censisce alla fine del Quattrocento) e nello spagnolo. Entrerà nell’inglese nel 1532, nell’ “England” di Thomas Starkey – e darà il titolo poco dopo a Robert Cecil di secretary of State della regina Elisabetta.
Starkey scrisse le considerazioni che saranno chiamate “Starkey’s England” nei tre anni tra il 1529 e il 1532, col titolo originariamente di “A Dialogue between Pole and Lupset”, tra quello che sarà a Roma il cardinale riformista Reginald Pole e il religioso umanista Thomas Lupset, collaboratore di Erasmo per il “Nuovo Testamento” e la Patristica. Dopo aver studiato il diritto (in particolare gli statuti della repubblica di Venezia) e Aristotele a Padova, per tre anni a partire dal 1526, quando aveva 31 anni.
“Non è possibile estirpare lo Stato e la politica e spoliticizzare il mondo” sarà il più celebre postulato di Carl Schmitt, il geniale guru della politica nel Novecento, del suo “Il concetto del politico”, del 1927. E invece è possibile, poiché è avvenuto e avviene:
1) A opera di un altro Stato, non necessariamente nemico, e anzi in pieno accordo, nella cosiddetta sovranità limitata, come è avvenuto nel quasi mezzo secolo di politica dei blocchi, ed avviene tuttora nella Nato.
2) A opera di una forza interna, non necessariamente violenta, talvolta consensuale, di una maggioranza vasta, e perfino – caso Italia: la supplenza dei giudici – legale.
Anche spoliticizzare il mondo è possibile:
1) Con la cattiva politica.
2) A opera dell’opinione pubblica (i media), la forza politica più democratica che si possa concepire, poiché attiene alla libertà di pensiero e di parola.
3) Con la legge anche qui, l’applicazione della legge.
Unità – È il problema della disunione, in psicologia dissociazione. È quindi un valore. Ma può essere un disvalore. Si celebra ma allora in senso politico. E in politica sempre in subordine a preconcetti: è l’unità dell’impero sacrificata alla Riforma protestante, valore assoluto, o il Risorgimento sacrificato all’unità, benché palesemente limitativa – savoiarda-garibaldina con sacrificio dei cattolici (Gioberti) e dei repubblicani (Mazzini). È un valore ambiguo – ma ogni valore è ambiguo.
zeulig@antiit.eu
domenica 22 maggio 2011
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (90)
Giuseppe Leuzzi
Mafia
“Mafia Movies”, c’è ora una storia dei film di mafia. Opera di Dana Renga, italianista canadese studiosa di Italo Calvino. Un’opera costosissima, sui cento euro, destinata quindi alle biblioteche.
È un’opera di filologia: Dana Renga compara le diverse rappresentazioni della mafia, nella storia del cinema, o fra cineasti italiani e cineasti americani, e fra questi nelle diverse maniere, alla “Padrino” di Coppola” o alla Scorsese nei suoi tanti film di mafia. Ma attesta che i film di mafia sono stati sempre popolari, di cassetta. Fin dall’inizio del cinema.
“In Procura a Sciacca, da metà ottobre al 5 novembre 1991, tutti i giorni una telefonata di Rita che vuole denunciare la mafia”, raccontano Lucrezia e Giorgio Dell’Arti nella loro rubrica documentaria su “Io Donna” di Rita Adria, la diciassettenne cui la mafia aveva assassinato il padre e il fratello, e che due anni dopo si suiciderà a Roma, travolta dall’assassinio di Paolo Borsellino, col quale era riuscita a stabilire un contatto. La mafia può aspettare. Non si pente chi vuole.
“Un po’ perché prese dal lavoro”, così spiega il prosieguo Alessandra Camassa, “uno dei primi magistrati a raccogliere la testimonianza di Rita”, nella rubrica dei Dell’Arti, “un po’ per la giovane età di Rita, trascurammo di convocarla per qualche giorno. Piera Aiello (moglie del fratello di Rita assassinato, n.d.r.), nei mesi precedenti, ci aveva spiegato che sua cognata non era affatto una ragazzina, ma una donna forte e matura, nonostante i suoi diciassette anni. Tuttavia noi esitavamo. Però Rita insisteva, telefonava, sembrava offesa dalla nostra indifferenza. Così a un certo punto decidemmo di sentirla”. Nei mesi precedenti: quindi le insistenze di Rita erano durate più di tre settimane.
Milano
Scappa da Malpensa, dopo l’Alitalia, anche Lufthansa: una voragine in tre anni in uno scalo insostenibile. Ma non ci sono commenti su questo. Anzi, non c’è nemmeno la notizia.
Malpensa è lo scandalo più grande di tutte le infrastrutture pubbliche, della prima e, più, della seconda Repubblica.
Si può proporre di spostare due ministeri da Roma a Milano per riconquistare il voto nella capitale lombarda? Evidentemente sì, a opera di un governo tutto milanese, il Berlusconi-Bossi.
Immaginarsi se un governo avesse proposto di portare dei ministeri a Napoli, o a Palermo. Per vincere il ballottaggio.
Michelangelo ha firmato la Pietà vaticana. È l’unica opera sua firmata. Lo fece di notte a lume di candela (lungo la cintura trasversale che tiene la veste). Dovette farlo perché “un artista lombardo” aveva diffuso la voce che fosse opera sua, con tale arte che la credenza popolare aveva preso ad attribuirgliela.
L’artista lombardo era lo scultore Cristoforo Solari, detto il Gobbo. Di famiglia svizzera, originaria di Carona nel Canton Ticino, ma era nato a Milano nel 1468.
“È come la liberazione dal fascismo nel ‘45”: Piero Bassetti commenta esilarato il successo di Pisapia alle comunali. Il simpatico deputato ex Dc ne è certo: “In Italia tutto nasce e muore qui, a Milano: era successo con Mussolini, ora succede con Berlusconi”. Ma sembra ne sia fiero - è successo anche col terrorismo, con la corruzione, col giustizialismo, etc, è vero che Milano offre il meglio del peggio.
Per tutto l’anno i milanisti a San Siro intonano un coro razzista contro Eto’o. Ma né la società né la curva soo state sanzionate. Questo si fa solo negli altri stadi, soprattutto a Torino. Senza vergogna.
Massimo Moratti sponsorizzava alla vigilia delle amministrative il candidato di sinistra Pisapia: “Penso che il centrosinistra abbia fatto una buona scelta. Appartiene a una famiglia che fa parate della buona borghesia milanese”. La buona coscienza è unitaria, passa anche sul destra-sinistra – sulla coerenza, la verità, l’onestà.
Gli ingegnosi pratici sistemi di comunicazione escogitati dai milanesi nelle Cinque Giornate di cui in Cattaneo, “Dell’insurrezione di Milano”: “Una specie di posta, adoperandovi principalmente li allievi d’un collegio di orfani”, per sapere cosa succedeva in città e passare ordini, e per sapere cosa succedeva fuori dei bastioni, che gli austriaci tenevano, “il Consiglio di guerra invitò li astronomi e li ottici a collocarsi su li osservatorii e i campanili” e a mandare “d’ora in ora brevi note”, attaccate “a un anello che si faceva scorrere lungo un filoferro”. Si fecero pure “cannoni di legno cerchiati di ferro, tanto che reggessero a un certo numero di colpi” prima di disintegrarsi, giusto per impaurire il nemico.
La Scillitana
Il pianista, musicologo e maggior liederista italiano Erik Battaglia ricorda (“La musica di Hugo Wolff”) che molti musicisti tedeschi si ricostituivano in Italia (altri in Spagna): “Sole, cibo e colori giovavano al loro tono muscolare ma soprattutto al tono di base della loro musica, in una trasfusione efficace per i ritmi cardiaci e i ritmi musicali, tra contorni melodici più rustici, vocali lunghe e ferri corti”. Di Brahms in particolare, “che sapeva vivere, non disdegnava i vini italiani e le passeggiate a Taormina”, Battaglia ricorda che musicò “un canto calabrese, “La Scillitana”, su una traduzione di August Kopisch, lo scrittore e discreto pittore, noto per aver avere “scoperto” la Grotta Azzurra a Capri, traduttore di Dante in tedesco. Brahms,1833-1897, non ha fatto in tempo a vergognarsi del Sud.
Ma non c’è un’esecuzione italiana del Lied. È stato inciso da Esther Ofarim, nel 1972, in un originale italiano arrangiato, in un disco di cui si può scaricare la suoneria per il cellulare ma non più in circolazione. E figura nel repertorio di Paola Tedde, cantante tedesca di Lieder, che non incide. Questo il testo più attendibile:
“Vitti na tigra dinta na silva scura, na silva scura!
E cu lu chiantu miu mansueta fari!
“Vitti cu l’acqua na marmura dura, marmura dura,
Calannu a guccia a guccia, arrimudari!
“E vui che siti bedda criatura, criatura,
Vi ni riditi di stu chiantu amari!”
“La Scillitana” del resto non esiste in Italia, nelle raccolte italiane di canti popolari - come “La Siracusana” e altri canti che Kopisch tradusse. C’è in una raccolta vecchia di oltre un secolo, a New York, del folklorista Edoardo Marzo, “Songs of Italy; sixty-five Tuscan, Florentine, Lombardian and other Italian folk and popular songs”, 1904. Alberto Maria Cirese curò nel 1966 una riedizione della raccolta di Kopisch, “Agrumi” (come dal titolo originale), dei soli testi originali italiani, nel n. 8 della serie Strumenti di Lavoro/Archivi del Mondo Popolare delle Edizioni del Gallo – animate da Roberto Leydi, socialiste (il canto popolare è morto col socialismo?). Ma chi cura il repertorio online dello studioso la trascura e il fascicolo è difficile da trovare anche in biblioteca.
È vero che anche in questo campo il Sud è curato soprattutto oltralpe. Prima della raccolta di Kopisch (1838) si erano segnalate, sempre in Germania, quelle di Salomon Bartholdy e di Wilhelm Müller, personaggi non altrimenti noti – la raccolta di Müller fu completata alla sua morte, e pubblicata a Lipsia nel 1829, da Oskar Ludwig Bernhard Wolff, sotto il titolo “Egeria” – una raccolta a cui Kopisch espressamente si rifà. L’attenzione al canto popolare italiano risale in Germania a Herder, che avviò l’etnopoetica, a Goethe e a Carl Witte, ha tradizione nobile. Ma Müller, morto di 31 anni come Schubert, fu giusto il liederista del compositore (“Viaggio d'inverno”, “La bella mugnaia”). Mentre O.L.B.Wolff fu uno che la Jewish Encyclopedia registra come “improvvisatore e narratore tedesco”, ma che si presentava come dott. prof.. Basta a volte un po’ di passione, e di attenzione, non molta.
leuzzi@antiit.eu
Questo è un falso Canfora
Un tradimento, purtroppo non meraviglioso, di un autore che dalla triste filologia ha tratto storie affascinanti (Tucidide, Fozio, Casaubon, Marchesi e Gentile, lo stesso Goffredo Coppola): Canfora riassembla testi e argomenti noiosi contro l’Artemidoro di Settis, perfino incomprensibili. Stucchevolmente polemico: la prima regola di una buona storia avrebbe voluto diverso spessore per il nemico Settis, che pure non è personaggio da poco, Canfora insiste sulle pulci accademiche - tanto più noiose per il lettore che sa le ostilità motivate soprattutto dalle divisioni politiche tra ex Pci. Del falsario Simonidis non più di una ventina di pagine, tratte pigramente dalle note di Andreas Mordtmann, un diplomatico tedesco a Costantinopoli. Del falsario Simonian niente, che pure sembra inventato, lui come Simonidis, simoniaci come sono. Niente neanche di Simonidis che, smascherato in Grecia, trova conforto a Costantinopoli presso l’ambasciatore del re di Sardegna, il barone Tecco, poi senatore del regno d’Italia.
Quando lo scrittore arriva sui giornali si spegne? Anche di Coppola l’ambizione era di scrivere sul “Corriere della sera”, potenza dell’elzevirismo.
Luciano Canfora, La meravigliosa storia del falso Artemidoro, Sellerio, pp. 254 €14
Quando lo scrittore arriva sui giornali si spegne? Anche di Coppola l’ambizione era di scrivere sul “Corriere della sera”, potenza dell’elzevirismo.
Luciano Canfora, La meravigliosa storia del falso Artemidoro, Sellerio, pp. 254 €14
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