astolfo
Comunismo - Non se ne parla bene, ma neppure male. Non si fanno film sulle impiccagioni a Praga, o sui processi, sugli arresti di notte nella stanza accanto, sui gulag. Perché è soprattutto una “cattiva coscienza”. Non c’è altra ragione per cui tanta degna passione, ben motivata, la passione politica che ha incontrato senza paragoni il più vasto consenso popolare, sia scomparsa, scompaia. Quasi fosse stata un’illusione.
Il consenso è d’altra parte nel comunismo speciale. Il popolo, questo è un fatto, non ha avuto nessuna funzione mai in nessuna esperienza comunista, da Cuba alla Cina. Se non come derivata della funzione intellettuale dominante – della propaganda. In alcuni casi vasta e ragionata, meglio argomentata della propaganda, ma sempre ancillare. Il comunismo sarà stato il tentativo intellettuale di governare la realtà. Da qui il suo appeal e la capacità di persuasione. Al punto di far passare per liberazione la coazione, non soltanto dei corpi, ma delle coscienze e perfino delle passioni e gli affetti, tra i sessi, in famiglia, tra gli amici.
Emigrazione – È all’origine di alcune delle più grandi civiltà. Quella magnogreca per esempio. E – molto – quella romana. Gli antichi greci si consideravano a tutti gli effetti emigrati. Così Ateneo ricorda gli abitanti di Paestum, detti Posidoniati perché raccolti attorno al grande tempio di Poseidone, come moderni emigrati, un po’ nostalgici un po’ radicati: “Ai Posidoniati del golfo Tirrenico, Greci d’origine, avvenne d’imbarbarirsi diventando Tirreni o Romani, e di mutare la loro lingua e molti dei loro costumi; ancora oggi essi celebrano una delle più antiche feste dei Greci, nella quale si ritrovano per ricordare
Giustizia - La passione per l’onore (filotimia, rettitudine), nota Davies, “La Grecia classica”, getta secondo Pindaro la città nell’angoscia. Anche secondo Teognide: “I facchini comandano, il volgo ha il sopravvento sui migliori.\ Temo che le onde possano inghiottire la nave”, filosofa Teognide in enigma non tanto arduo. E Cleobulina di Lindo, figlia di Cleobulo, nel sesto secolo prima di Cristo: “Vidi un uomo che rubava e ingannava violentemente,\ far questo violentemente è la cosa più giusta”. I filosofi che ci hanno forgiato si dilettavano di parabole e indovinelli, e quello di Cleobulina definisce, secondo Wilamowitz, la lotta. “È incinta la città”, scriveva ancora Teognide all’amico del cuore, con un brivido: “Temo che partorisca, Cirno,\ Uno che ci raddrizza la protervia”.
È che la lotta per il potere si appropria del senso dell’onore, la componente prima della personalità, e della consistenza sociale. È la questione morale italiana, che è la stessa questione morale: la giustizia come forma del potere.
Italia - Un paginone del “Domenicale” del “Sole 24 Ore” di domenica 17 febbraio 2008 chiede ad alcune personalità di “indicare un valore, un simbolo, un sentimento, un carattere rappresentativo dell’anima nazionale”, ottenendo risposte non lusinghiere: se Carlo Ossola, che vive a Parigi, indica la generosità, e lo storico Gentile propone una giornata dell’Oblio per dimenticare le insulse guerricciole civili, altri indicano la furbizia (Bodei), la faziosità (Cardini), l’improvvisazione (Melograni), la casa (Melania Mazzucco), l’abusivismo (Rasy), il senso di colpa (Giuseppe Scaraffia), il vittimismo (Bruno Bozzetto), la bella figura (Giuliano Zincone), il piagnisteo... A ognuna di questa caratteristiche si può obiettare il contrario.
La questione dell’italianità è la questione stessa: perché viene posta? Analoga prassi usa per i tedeschi, comprensibile, per più motivi: l’unità recente, il prussianesimo, l’hitlerismo, la colpa, il comunismo, e l’essere zona di mezzo o di frontiera, ancorché vasta, la prima prateria temperata sulla strada delle migrazioni. Ma non per i francesi, per gli inglesi, pure contestabili e contestati, e analogamente per gli americani.
L’Italia è stata grande, e grandissima, da Dante al Sacco di Roma, per un paio di secoli abbondanti.
La Riforma, culminata col Sacco di Roma, a opera dei lanzichenecchi del fiammingo Carlo V, è anche un attacco deliberato a una primazia altrimenti imbattibile. Non armata ma artistica, musicale, letteraria. Un attacco a un sistema di vita estetico e filosofico che più di ogni altra primazia suscitava invidie e gelosie. Con la Riforma l’Europa è passata dall’Italia in balia dei goti, che da allora ferocemente comandano, nel nome della ragione, senza alcuna ragione se non quella dei soldi.
È superfluo elencare i titoli: Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Cellini…. L’Italia non perì subito, anzi ha continuato a illuminare l’Europa per tutto il Cinquecento e oltre, si può dire fino a Shakespeare, e attraverso il latino a mantenere aperto a lungo qualche barlume d’intelligenza, ma sempre più flebile. Nel nome della ragione.
“Artistico,impulsivo, appassionato”, il trittico nel quale si racchiude la personalità italica secondo gli studenti di psicologia sociale di Princeton fu posto da Giulio Bollati in apertura al suo prezioso “L’Italiano”. “Manca il carattere”, osservava Bollati, il cui saggio era parte nella prima redazione de “I caratteri originali”, il primo volume della Storia d’Italia Einaudi.
Lega - “Quelli di Roma” si diceva già nel 1941, v. “L’Orologio”, p. 185-187. Carlo Levi sceneggia l’incontro simbolico, davanti alla sua porta di direttore del giornale “Italia Libera” a Roma (dopo esserlo stato a “La nazione del Popolo” a Firenze) di quattro esponenti della Resistenza del Nord, un avvocato di Cuneo, un operaio di Bergamo, un giudice di Novara e un ingegnere di Udine, i cui umori così sintetizza: “Quell’odio di Roma era l’espressione sentimentale, più o meno rozza, la manifestazione simbolica di uno dei motivi permanenti della nostra storia”. E commenta: erano uomini che, “almeno per un periodo, avevano mosso le cose e gli uomini”, e ora “tornavano a ridursi, al solito, a parole:
Worte, worte, keine Taten,
keine Knödel in der Suppe” – primo e quarto verso di una poesiola postuma di Heine: parole, parole, niente fatti,\niente carne (polpette) nella zuppa.
Sessantotto – Ha rivoltato culturalmente l’Italia. La società e anche, parzialmente, la psicologia. Da attendista a volitiva. Da calcificata a mobile. Dai doveri ai diritti. E questo è il suo lato deteriore, collegandosi la psicologia ai comportamenti, individuali e sociali: la società che ha liberato il Sessantotto l’ha anche distrutta. Prendendosi come voleva tutto, e cioè le professioni parapolitiche: scuola, dal nido all’università, sindacato, magistratura, informazione. Le cosiddette funzioni pubbliche. Ognuna affossando con l’etica dell’irresponsabilità, tutte in modo grave.
Il sindacato ha minato l’impresa (flessibilità, innovazione, produttività) e i servizi, specie la sanità e la previdenza. La scuola è diventata incapace di alfabetizzare, dopo otto o tredici anni d’insegnamento. La magistratura ha irrigidito i vecchi vizi autoritari: è l’unica istituzione pubblica non democratizzata, autoreferenziale per un lapsus della costituzione ma in realtà fascista, prepotente. Il giornalismo è quello che si vede.
Nella memorialistica dei terroristi il Sessantotto è disprezzato: opera di confusi, o opportunisti.
astolfo@antiit.eu
mercoledì 11 gennaio 2012
La poesia civile dei sogni a occhi aperti
“Prendo in prestito parole patetiche\ e poi fatico per farle sembrare leggere”. Nel Novecento, nella Polonia travagliata dal comunismo, la guerra civile europea, e votata alla ricerca, espressiva, tematica, una poesia normale, tradizionale. Con i mezzi dell’innovazione addomesticati, utensili docili e bene armonizzati, naturali. L’amore è di lei per lui, i sogni sono a occhi aperti, la presenze ordinarie ordinate, la sorella, il gatto, il vecchio professore, il funerale, il curriculum, dechirichiana metafisica del quotidiano. E l’(im)possibilità dell’essere, che c’è tutta, ripetuta, quale l’essere la vede, che è poi l’unica prospettiva possibile - “Un amore felice”: “Sembra un complotto contro l’umanità”. Nonché, per gli insonni, il mistero dell’ora mattutina, “nessuno sta bene alle quattro del mattino”. Esistenziale. Sapienziale: “Nulla due volte accade\ né accadrà”, “Animuccia, solo dubitando dell’aldilà\ prospettive più ampie potrai avere”, con l’utopia deserta, “nella vita incomprensibile”, o il “Pi greco” che incita “l’oziosa eternità a durare”.
Avremo avuto due Polonie, quella di Woytiła, del Dio sofferente, e quella altrettanto risoluta ma lieve, divertita di Wisława Szymborska, la poetessa. Di una poesia che sa essere fuori della storia politica. Anche personale, fra le immancabili vessazioni, incomprensioni, sofferenze – il comunismo sovietico manifesta pieno in questa attezione-disattenzione il suo vuoto, di promessa, di attesa, era una ragione di Stato russa e nulla più. Avendo vissuto e vivendo in pieno la politica ogni giorno, con gli occhi aperti. Una poesia civile civile e non ideologica, tantomeno partitica.
Assonanze, echi, rimandi, ritmi allegri da filastrocca, una poesia facile rimescola gli ingredienti del secolo e la terribilità della storia. Nonché la tradizione, fino a moduli arcaici – “La cipolla” rimanda irresistibilmente ai “Capitoli” del Bronzino, a quel tipo di sfida dell’arte al reale. Della stessa sapiente lievità l’opera di Pietro Marchesani, il traduttore. Che esemplifica, meglio forse di quanto ha teorizzato la traduzione “fedele”, la ri-creazione di una poesia in un’altra lingua. Senza tradire l’originale, per quel poco che è possibile vedere, né nel senso poetico né nella parola.
Wisława Szymborska, Elogio dei sogni, Corriere della sera, pp. 263 € 1
Avremo avuto due Polonie, quella di Woytiła, del Dio sofferente, e quella altrettanto risoluta ma lieve, divertita di Wisława Szymborska, la poetessa. Di una poesia che sa essere fuori della storia politica. Anche personale, fra le immancabili vessazioni, incomprensioni, sofferenze – il comunismo sovietico manifesta pieno in questa attezione-disattenzione il suo vuoto, di promessa, di attesa, era una ragione di Stato russa e nulla più. Avendo vissuto e vivendo in pieno la politica ogni giorno, con gli occhi aperti. Una poesia civile civile e non ideologica, tantomeno partitica.
Assonanze, echi, rimandi, ritmi allegri da filastrocca, una poesia facile rimescola gli ingredienti del secolo e la terribilità della storia. Nonché la tradizione, fino a moduli arcaici – “La cipolla” rimanda irresistibilmente ai “Capitoli” del Bronzino, a quel tipo di sfida dell’arte al reale. Della stessa sapiente lievità l’opera di Pietro Marchesani, il traduttore. Che esemplifica, meglio forse di quanto ha teorizzato la traduzione “fedele”, la ri-creazione di una poesia in un’altra lingua. Senza tradire l’originale, per quel poco che è possibile vedere, né nel senso poetico né nella parola.
martedì 10 gennaio 2012
La doppiezza, dop nazionale
Ottima miscela in anteprima, vent'anni fa, di due ingredienti italiani, dop nazionali: la dietrologia e la moda (il jeans è ecologico già vent’anni fa). E dei suicidati, andrebbe aggiunto. Tra Milano, dove “amano chiamarsi la capitale morale d’Italia”, e il Vaticano, centro deputato e innocente di ogni turpitudine. Con morti scenografiche dalle cupole, quella religiosa di San Pietro e quella risorgimentale della Galleria – l’anamnesi della Galleria, in faccia al Domo, è da Walter Benjamin. L’architettura dell’Eur spiegata ai romani come nessuno gliel’ha mai spiegata. Un attraversamento mozzafiato della galleria ferroviaria Firenze-Bologna, i dislivelli, i venti, le ombre. E la “normalità”: i giudici vedette, i mercati nei ministeri, all’ingrosso e al minuto, le mamme, le sorelle. Al gioco, premette Dibdin citando Sciascia, “della finzione in cui ogni ruolo recita esso stesso un doppio ruolo, di false informazioni scambiate per vere e di vere informazioni prese per false”.
Michael Dibdin, Cabala
Michael Dibdin, Cabala
Secondi pensieri - (87)
zeulig
Bellezza - Vedere è tutto, vedere la bellezza. Anche se i poeti innamorati, Dante, Petrarca, Shakespeare, Ronsard, sembra non l’abbiano mai veduta. E von Platen: “Chi guarda la bellezza con gli occhi si è già consegnato alla morte”. O Borges, che non è mai stato innamorato: “La bellezza è fatalità più che la morte”.
Già Omero spiega che la bellezza non è legata al possesso, solo ai sensi, la vista, l’olfatto, l’udito. Il possesso vero essendo non delle cose ma delle anime, cioè del corpo. La bellezza per questo resta intatta al diavolo e ai santi, o alle ninfe, mentre il possesso è carico d’ignoto, è una sfida che si rinnova.
L’Origine della disuguaglianza Rousseau conclude triste: “A che serve la bellezza dove non c’è amore?” È come dare l’ingegno, si risponde, a chi non parla, l’astuzia a chi non traffica. Non c’è merce senza scambio, né significato, delle cose o delle persone.
Corpo - È Cristo, Cristo è anzitutto un corpo. E non c’è più nudo che nelle immagini sacre cristiane, per i pittori il corpo racconta meglio l’anima. Anche per gli scultori.
L’anima in realtà è nel corpo, noi lo sappiamo, che siamo cresciuti con le giaculatorie della Madonna e dei santi, e il corpo di Cristo. Descartes fu vittima di Platone, che, uranista pentito, fece del corpo la prigione dell’anima – come la mistica fascista.
È il nodo della conoscenza, inestricato: il corpo, la materia, il mondo. È l’estraneità dell’essere quale è, materiale. È l’eredità, il sangue, il passato che non passa, con tutto ciò che questo implica di fatale, quindi obbligato.
È lento: si dice del pensiero che fa in ore più di quanto il corpo possa in anni. Ma il pensiero non può farne a meno, è sempre organico.
È il grande rimosso di Freud – l’anatomia è per Freud , raramente, una possibilità.
La psicanalisi è l’unica medicina che fa a meno del corpo – per essere analista giustamente non è necessario essere medico.
Si può dire per questo motivo Freud, che pure volle essere e fu scientista positivista, un idealista integrale. Quello per cui il mondo è dell’anima, il linguaggio specchio di se stesso.
Un corpo è un corpo con l’anima. John Donne ne è certo, il “venerabile pruriginoso” di Montale, che fu teologo e metafisico, all’epoca di Descartes: “I misteri d’amore crescono nell’anima,\ma è il corpo il loro libro”. O: “As souls embodied, bodies unclothed must be to taste whole joys”, come le anime nel corpo, i corpi devono spogliarsi per godere interi i piaceri.
Dimora incredibile per un ospite limitato, “Incredible the Lodging\But limited the Guest”, trova magnifico il corpo perfino la Dickinson. Già Ugo da San Vittore, di Dante mèntore, lo certifica: dei quattro modi di amare, “Carnem carnaliter, Carnem spiritualiter, Spiritum carnaliter, Spiritum spiritualiter”, solo in uno la carne non c’entra. Ogni anima impara dalla carne, direbbe Yourcenar, se si danna solo con essa. Voltaire fa il prudente: “Possediamo il moto, la vita, i sentimenti e il pen-siero senza sapere come, non sta a me decidere cosa l’Onnipotente non può fare”. Ma hanno ragione i libertini, è lo spirito a insozzare la carne.
Wittgenstein sostiene di no: “L’idea dell’io che abita in un corpo va abolita”. Un attimo di malumore per lo specialista dei giochi (“se tutte le pedine si somigliassero come si saprebbe chi è il re?”), benché si chieda anche, enfatico: “È impensabile una filosofia che sia all’opposto del solipsismo?” Certo che no, c’è filosofia in tutti i 360 gradi del cerchio, corpi compresi. Anzi, diametralmente all’opposto del solipsismo c’è proprio la materia. Lo stesso Descartes, di cui il pensiero scisso dal corpo fu la scoperta, intelligenza profondamente religiosa, immateriale, autono-ma, singolare, fu personalmente vispo, e non soltanto fame, sonno e dolore, pure il piacere sentì nella carne.
Il corpo è la biblioteca del mondo, se ogni cromosomo contiene quattromila volumi di cinquecento pagine.
Il disprezzo del corpo è inteso ed esercitato quale segno di purezza. Delle vestali e dei martiri cristiani. Ma valeva pure per Nerone, il primo persecutore dei martiri. Cristiani. Come è vero per Hitler, che spregiava gli uomini, morti o vivi gli erano indifferenti. E per Stalin. Per il terrorismo di Stato. Il motivo vero resta dunque da trovare. Se non è in questa tratto comune: il rifiuto della vita – per l’estetica, la razza, la rivoluzione, che tutte si vogliono assolute.
I martiri testimoniano la fede con il corpo.
Inconscio - È di Freud. E in Freud è l’indefinito.
Matrimonio – È argomentato poveramente dalla filosofia, Schopenhauer, Russell, Rensi, filosofi che l’avevano in odio, e dallo stesso Plutarco. Pur essendo materia prettamente filosofica, prima che legale. Non è mai tema delle filosofe donne, Nussbaum, Irigaray, Zambrano, Weil, Salomé, pur essendo strettamente legato alla questione femminile.
Metello Numidico, che fu allievo di Carneade in Grecia (almeno uno ce ne fu), e combatté e vinse la guerra contro Giugurta, ma fu sconfitto poi dal democraticismo di Mario, trovò il tempo da console di dissertare sul matrimonio. Al quale non trovò alcuna ratio, se non come “affare di stato”, per l’interesse pubblico alla procreazione. In sé, disse, è un male.
Sogni – “L’elogio dei sogni” di Wisława Szymborska è di sogni non sognati. Così divertenti sono i sogni a occhi aperti.
Storia – È Itaca, l’insofferenza del ritorno. È nostalgia del ritorno, e insofferenza.
“Come l’uomo procede con la storia”, direbbe Schopenhauer, “lo mostra la schiavitù, il cui scopo è zucchero e caffè”. Qual è stata la storia - lo scopo - del comunismo sovietico? Potrebbe essere quella del diabolico Bierce, la storia come racconto, in genere falso, di eventi, in genere inimportanti, fatto da governanti in genere furfanti, e soldati in genere folli. Tanto più se, come Tocqueville vuole, la storia è un museo con pochi originali e molte copie. Dio non può alterare il passato, spiegano Aristotele e Samuel Butler. Ma gli storici sì, che sono il cuore del materialismo. La ricetta è nel “1984” di Orwell: chi controlla il passato comanda il futuro, e chi comanda il futuro conquista il passato.
zeulig@antiit.eu
Bellezza - Vedere è tutto, vedere la bellezza. Anche se i poeti innamorati, Dante, Petrarca, Shakespeare, Ronsard, sembra non l’abbiano mai veduta. E von Platen: “Chi guarda la bellezza con gli occhi si è già consegnato alla morte”. O Borges, che non è mai stato innamorato: “La bellezza è fatalità più che la morte”.
Già Omero spiega che la bellezza non è legata al possesso, solo ai sensi, la vista, l’olfatto, l’udito. Il possesso vero essendo non delle cose ma delle anime, cioè del corpo. La bellezza per questo resta intatta al diavolo e ai santi, o alle ninfe, mentre il possesso è carico d’ignoto, è una sfida che si rinnova.
L’Origine della disuguaglianza Rousseau conclude triste: “A che serve la bellezza dove non c’è amore?” È come dare l’ingegno, si risponde, a chi non parla, l’astuzia a chi non traffica. Non c’è merce senza scambio, né significato, delle cose o delle persone.
Corpo - È Cristo, Cristo è anzitutto un corpo. E non c’è più nudo che nelle immagini sacre cristiane, per i pittori il corpo racconta meglio l’anima. Anche per gli scultori.
L’anima in realtà è nel corpo, noi lo sappiamo, che siamo cresciuti con le giaculatorie della Madonna e dei santi, e il corpo di Cristo. Descartes fu vittima di Platone, che, uranista pentito, fece del corpo la prigione dell’anima – come la mistica fascista.
È il nodo della conoscenza, inestricato: il corpo, la materia, il mondo. È l’estraneità dell’essere quale è, materiale. È l’eredità, il sangue, il passato che non passa, con tutto ciò che questo implica di fatale, quindi obbligato.
È lento: si dice del pensiero che fa in ore più di quanto il corpo possa in anni. Ma il pensiero non può farne a meno, è sempre organico.
È il grande rimosso di Freud – l’anatomia è per Freud , raramente, una possibilità.
La psicanalisi è l’unica medicina che fa a meno del corpo – per essere analista giustamente non è necessario essere medico.
Si può dire per questo motivo Freud, che pure volle essere e fu scientista positivista, un idealista integrale. Quello per cui il mondo è dell’anima, il linguaggio specchio di se stesso.
Un corpo è un corpo con l’anima. John Donne ne è certo, il “venerabile pruriginoso” di Montale, che fu teologo e metafisico, all’epoca di Descartes: “I misteri d’amore crescono nell’anima,\ma è il corpo il loro libro”. O: “As souls embodied, bodies unclothed must be to taste whole joys”, come le anime nel corpo, i corpi devono spogliarsi per godere interi i piaceri.
Dimora incredibile per un ospite limitato, “Incredible the Lodging\But limited the Guest”, trova magnifico il corpo perfino la Dickinson. Già Ugo da San Vittore, di Dante mèntore, lo certifica: dei quattro modi di amare, “Carnem carnaliter, Carnem spiritualiter, Spiritum carnaliter, Spiritum spiritualiter”, solo in uno la carne non c’entra. Ogni anima impara dalla carne, direbbe Yourcenar, se si danna solo con essa. Voltaire fa il prudente: “Possediamo il moto, la vita, i sentimenti e il pen-siero senza sapere come, non sta a me decidere cosa l’Onnipotente non può fare”. Ma hanno ragione i libertini, è lo spirito a insozzare la carne.
Wittgenstein sostiene di no: “L’idea dell’io che abita in un corpo va abolita”. Un attimo di malumore per lo specialista dei giochi (“se tutte le pedine si somigliassero come si saprebbe chi è il re?”), benché si chieda anche, enfatico: “È impensabile una filosofia che sia all’opposto del solipsismo?” Certo che no, c’è filosofia in tutti i 360 gradi del cerchio, corpi compresi. Anzi, diametralmente all’opposto del solipsismo c’è proprio la materia. Lo stesso Descartes, di cui il pensiero scisso dal corpo fu la scoperta, intelligenza profondamente religiosa, immateriale, autono-ma, singolare, fu personalmente vispo, e non soltanto fame, sonno e dolore, pure il piacere sentì nella carne.
Il corpo è la biblioteca del mondo, se ogni cromosomo contiene quattromila volumi di cinquecento pagine.
Il disprezzo del corpo è inteso ed esercitato quale segno di purezza. Delle vestali e dei martiri cristiani. Ma valeva pure per Nerone, il primo persecutore dei martiri. Cristiani. Come è vero per Hitler, che spregiava gli uomini, morti o vivi gli erano indifferenti. E per Stalin. Per il terrorismo di Stato. Il motivo vero resta dunque da trovare. Se non è in questa tratto comune: il rifiuto della vita – per l’estetica, la razza, la rivoluzione, che tutte si vogliono assolute.
I martiri testimoniano la fede con il corpo.
Inconscio - È di Freud. E in Freud è l’indefinito.
Matrimonio – È argomentato poveramente dalla filosofia, Schopenhauer, Russell, Rensi, filosofi che l’avevano in odio, e dallo stesso Plutarco. Pur essendo materia prettamente filosofica, prima che legale. Non è mai tema delle filosofe donne, Nussbaum, Irigaray, Zambrano, Weil, Salomé, pur essendo strettamente legato alla questione femminile.
Metello Numidico, che fu allievo di Carneade in Grecia (almeno uno ce ne fu), e combatté e vinse la guerra contro Giugurta, ma fu sconfitto poi dal democraticismo di Mario, trovò il tempo da console di dissertare sul matrimonio. Al quale non trovò alcuna ratio, se non come “affare di stato”, per l’interesse pubblico alla procreazione. In sé, disse, è un male.
Sogni – “L’elogio dei sogni” di Wisława Szymborska è di sogni non sognati. Così divertenti sono i sogni a occhi aperti.
Storia – È Itaca, l’insofferenza del ritorno. È nostalgia del ritorno, e insofferenza.
“Come l’uomo procede con la storia”, direbbe Schopenhauer, “lo mostra la schiavitù, il cui scopo è zucchero e caffè”. Qual è stata la storia - lo scopo - del comunismo sovietico? Potrebbe essere quella del diabolico Bierce, la storia come racconto, in genere falso, di eventi, in genere inimportanti, fatto da governanti in genere furfanti, e soldati in genere folli. Tanto più se, come Tocqueville vuole, la storia è un museo con pochi originali e molte copie. Dio non può alterare il passato, spiegano Aristotele e Samuel Butler. Ma gli storici sì, che sono il cuore del materialismo. La ricetta è nel “1984” di Orwell: chi controlla il passato comanda il futuro, e chi comanda il futuro conquista il passato.
zeulig@antiit.eu
lunedì 9 gennaio 2012
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (113)
Giuseppe Leuzzi
“Io sono un Nordico, mia figlia ha sposato un Etrusco, mio figlio una Lombarda, io stesso mi sento delle affinità con gli Inglesi e i Tedeschi”. Chi l’ha detto, Bossi? No, Mussolini.
Per Bossi gli Etruschi, checché essi siano sono a Sud, come scoprì l’indimenticabile professor Miglio quella volta che, eletto senatore, passò col treno l’Appennino.
“La fiducia del Nord è da riconquistare”. In questa nota di Sergio Romano sono gli ultimi vent’anni di storia italiana. La fiducia s’è smarrita per l’immigrazione, il federalismo mancato e la delinquenza. E il Sud che dovrebbe dire dell’Italia? E del Nord?
Ma l’Italia non è a Nord?
Un “antius”, come opposto a “postius”, è il Sud, risponde Pasolini a un poeta ermetico all’inizio di “Petrolio”. Ingegnoso, il Sud che viene prima, nei due sensi del tempo: nella storia, e come ora del giorno – antius sta per “volto a mezzogiorno”.
Sudismi\sadismi
Che abbiamo fatto di male a Milano, e al “Corriere della sera”, che ci insultano ogni giorno, anche nel 2012?
Mafia
La forza del delitto è nell’impunità.
Le orecchie agli ostaggi si tagliano anche nei vecchi racconti cinesi.
Era disgustato Sade perché a Parigi la legge puniva i ladri, mentre a Sparta li ricompensava. Non ci sono due morali, il marchese ha ragione. Ora non si tratta di ricostruire Sparte ma di punire i ladri.
Non c’è bisogno delle “cupole” per spiegare il potere della mafia, e forse si eccede in queste morfologie. Foucault lo argomenta ad abundantiam (“La microfisica del potere”, e altri saggi): il potere non è piramidale né unitario, prospera e prolifica più propriamente nel senso che, e se, i più traggono qualche vantaggio da come vanno le cose.
È molto mafiosa questa antimafia:
è di parte (faziosa)
è violenta
è distruttiva
è chiusa, anche misteriosa
è sovvertitrice
protegge gli amici, e gli amici degli amici.
Nessun dubbio che Leoluca Orlando sia stato un sindaco antimafia. Ha fatto uscire di scena, a Palermo, Ciancimino e Lima. Nessun dubbio che sia stato eletto con i voti della mafia, alla prima e alla seconda elezione. Ha preso il 75 per cento dei voti, contro candidati di spessore, e in alcune sezioni ha avuto il 100 per cento dei suffragi, evento che la stocastica esclude.
Nessun dubbio che Orlando abbia dato un appalto accertato al cento per cento mafioso: quello delle lampadine. E che in tv abbia messo nel mirino il giudice Falcone, terrore dei mafiosi – singled out nel gergo malavitoso americano.
La mafia assorbe, non crea, lavoro e ricchezza. Ciò è evidente: appropriazione del territorio (terreni, fabbricati), appalti delle opere pubbliche, servizi ai privati. Senza possibilità di concorrenza: esercitano un’esclusiva. Come si è potuto teorizzare il contrario?
Se ne appropriano come organizzazione e anche come clan familiare (Piromalli, Alvaro, Nirta, Corleonesi…), per cui l’esclusiva è perfino di tipo feudale.
Si può anche dire che distrugge ricchezza, anche questo è evidente. Tante attività che si potrebbero intraprendere non si intraprendono (investimenti, infrastrutture). E riduce tendenzialmente a zero l’efficienza: la mafia degli appalti non sa tagliare le strade (pendenze, curve), non sa allineare i ponti, costruisce palazzi sghembi, spreca i materiali – l’“impresa” mafiosa non sa costruire un’arcata, non di trenta metri, di tre metri. In questo la mafia è retrograda, nell’applicazione, nell’intelligenza.
La mafia è un fatto storico. In Calabria è anche recente. Per un fenomeno che curiosamente James Ellroy delinea con chiarezza nell’autobiografico “I miei luoghi oscuri”, p. 200, riferendosi agli anni 1950: “I criminali erano pre-psicologizzati, Riconoscevano l’autorità. Riconoscevano di essere feccia”, come se lo sentivano dire: “Erano incastrati in un gioco di ruolo, in cui di solito a vincere era l’autorità. Si compiacevano di trionfi irrisori e si dilettavano nelle macchinazioni del gioco. Il gioco era essere adepti”. Fare parte di una “onorata società”, di (piccoli) contrabbandieri, o di (piccoli) falsari.
Il “sistema”, continua Ellroy, “funzionava perché l’America non si era ancora trovata di fronte sommosse razziali né complotti con assassinio né stronzate ambientaliste né confusione di sessi né proliferazione della droga e mani delle armi e psicosi mistiche legate all’implosione dei media e a un emergente culto del vittimismo - un passaggio che in cinque lustri di chiacchiere vane e rabbiose aveva prodotto un ottundente scetticismo di massa”.
Implosione dei media, culto del vittimismo, scetticismo di massa: tre concetti che faranno sicuramente la storia dell’epoca.
Il vescovo vittima dell'antimafia: la veridica storia di mons. Bregantini
Mons. Bregantini ama raccontare, e lo ripete a “Uomini e profeti”, la rubrica di radio Rai di Gabriella Caramore, di quando arrivò la prima volta in Calabria, col treno. La mattina la madre calabrese, che viaggia nello stesso scompartimento col figlio, apre la valigia, tira fuori il pane “profumato” di casa e il salamino, ne fa due sandwich, e li offre, per primo all’ospite, dicendogli “Favorite!”, e poi al figlio.
“Favorite!” è un modo di dire, ma ha un senso, che al giovane trentino, poi prete, poi vescovo, non sfugge: è indice di una socialità profonda, di un senso intimo della socialità, estranei inclusi, anzi l’estraneo per primo. È su questa intuizione che Bregantini, per un dodicennio vescovo a Locri, tra le faide di San Luca e la sanità omicida, elabora il suo forte senso della speranza, e vi impronta, da solo, la sua derelitta diocesi. In un paradiso di bellezza, dice ancora il prelato a “Uomini e profeti”. La bellezza dei luoghi, i profumi, gli orizzonti sono anch’essi uno stimolo al bene. Si può costruire sul nulla.
Dopodiché mons. Bregantini è stato rimosso. Promosso arcivescovo ma a Campobasso, dove non ha altra da fare che amministrare cresime. Fu pochi mesi dopo la scomunica ai mafiosi, da lui lanciata a fine marzo 2007, per l’avvelenamento dell’acqua d’irrigazione di una delle cooperative del torrente Bonamico. Cooperative di giovani, create per sfida alla mafia – i mafiosi “fanno abortire”, disse Bregantini nella lettera di scomunica, “la vita dei giovani”. Ne ha approfittato per scrivere, in questi quattro anni ha scritto molto. Precisandosi alcune intuizioni.
Bregantini è stato rimosso perché aveva scomunicato i mafiosi, è stato detto. È possibile: lui stesso ritiene che la scomunica sia il mezzo più efficace, più della minaccia della prigione, a intimorire i mafiosi, perché li isola, li precipita nell’“indegnità”. La decisione del papa era anche il segno del nuovo pontificato, di Benedetto XVI teologo e intellettuale, esteta vecchio stampo, non più il combattente della speranza che era stato il suo predecessore. Mons. Ravasi, col quale Bregantini aveva molto costruito, papa Ratzinger ha voluto a Roma cardinale, mentre il vescovo di Locri, lasciato alla normale gestione della Cei e della segreteria di Stato, è stato rimosso per promozione. Di sicuro però Bregantini è stato rimosso perché parlava coi mafiosi. Recandosi a trovarli nelle loro stesse case. Come fece Gesù con Zaccheo, spiega alla radio – e avrebbe potuto aggiungere, con Matteo: “Un albero buono non può produrre frutti cattivi”.
Nelle fasi più efferate della faida di San Luca, trasferita anche in Germania con l’eccidio di Duisburg, il vescovo di Locri si attivò molto, con l’aiuto di don Pino Strangio, parroco del paese aspromontano e priore del santuario di Polsi, presso le famiglie coinvolte. Con le donne e anche con gli uomini. Fu per questo implicato nelle intercettazioni di Domenico Gioffré, figlio di un boss di Seminara, Rocco Gioffré. Il 17 settembre 2007, conversando con un amico in macchina dopo aver ascoltato alla radio l’inno della Madonna della Montagna di Polsi, per la festa della Croce, che si celebra nello stesso santuario, Gioffré commenta la cerimonia a cui ha presenziato il giorno prima a San Luca, in qualità di paciere tra la famiglie della faida per conto del padre: “Poi (dopo l’inno, n.d.r.) ieri è uscito don Pino il prete, e il vescovo brigantino (sic! nella trascrizione)… Benvenuto ha detto, ad un grande uomo di Seminara, il nostro, ha detto, amico Rocco Gioffré . E ci teniamo, ha detto, a dare questa soddisfazione, per la pace”. Con sorpresa e gradimento di tutti, continua Domenico Gioffré: “Poi il prete ha detto la cosa nella chiesa. Ha detto ringrazio, sull’anima di mio padre, ha detto, tutta Seminara, ed un grande uomo di Seminara. Shalom, ha detto don Pino, shalom a Seminara ed a tutto il mondo intero…”.
Le trascrizioni saranno depositate al processo contro Gioffré a metà novembre. Ma intanto, due settimane prima, Bregantini era stato trasferito a Campobasso. Per proteggerlo dallo scandalo? Certo, Domenico Gioffré relaziona l’amico preciso. E, soprattutto, parlando l’italiano dove normalmente nessuno lo parla. Sa pure di shalom.
A una delle tante giornate della legalità di cui l’Aspromonte pullula, forse non inutile nuovissimo campo d’azione dei vecchi politici locali, era capitato lo stesso anno, prima della pace mafiosa di San Luca, di sentir criticare “l’impero economico del vescovo”. Detto da un magistrato, o da un funzionario di Prefettura, il tipo di personaggi che siede a queste feste. L’“impero economico” era suonato bizzarro: attribuibile a un momento di malumore, o a pregiudizi massonici, la massoneria si vuole attiva e ancora anticlericale a Reggio Calabria. La legalità è insidiosa.
leuzzi@antiit.eu
“Io sono un Nordico, mia figlia ha sposato un Etrusco, mio figlio una Lombarda, io stesso mi sento delle affinità con gli Inglesi e i Tedeschi”. Chi l’ha detto, Bossi? No, Mussolini.
Per Bossi gli Etruschi, checché essi siano sono a Sud, come scoprì l’indimenticabile professor Miglio quella volta che, eletto senatore, passò col treno l’Appennino.
“La fiducia del Nord è da riconquistare”. In questa nota di Sergio Romano sono gli ultimi vent’anni di storia italiana. La fiducia s’è smarrita per l’immigrazione, il federalismo mancato e la delinquenza. E il Sud che dovrebbe dire dell’Italia? E del Nord?
Ma l’Italia non è a Nord?
Un “antius”, come opposto a “postius”, è il Sud, risponde Pasolini a un poeta ermetico all’inizio di “Petrolio”. Ingegnoso, il Sud che viene prima, nei due sensi del tempo: nella storia, e come ora del giorno – antius sta per “volto a mezzogiorno”.
Sudismi\sadismi
Che abbiamo fatto di male a Milano, e al “Corriere della sera”, che ci insultano ogni giorno, anche nel 2012?
Mafia
La forza del delitto è nell’impunità.
Le orecchie agli ostaggi si tagliano anche nei vecchi racconti cinesi.
Era disgustato Sade perché a Parigi la legge puniva i ladri, mentre a Sparta li ricompensava. Non ci sono due morali, il marchese ha ragione. Ora non si tratta di ricostruire Sparte ma di punire i ladri.
Non c’è bisogno delle “cupole” per spiegare il potere della mafia, e forse si eccede in queste morfologie. Foucault lo argomenta ad abundantiam (“La microfisica del potere”, e altri saggi): il potere non è piramidale né unitario, prospera e prolifica più propriamente nel senso che, e se, i più traggono qualche vantaggio da come vanno le cose.
È molto mafiosa questa antimafia:
è di parte (faziosa)
è violenta
è distruttiva
è chiusa, anche misteriosa
è sovvertitrice
protegge gli amici, e gli amici degli amici.
Nessun dubbio che Leoluca Orlando sia stato un sindaco antimafia. Ha fatto uscire di scena, a Palermo, Ciancimino e Lima. Nessun dubbio che sia stato eletto con i voti della mafia, alla prima e alla seconda elezione. Ha preso il 75 per cento dei voti, contro candidati di spessore, e in alcune sezioni ha avuto il 100 per cento dei suffragi, evento che la stocastica esclude.
Nessun dubbio che Orlando abbia dato un appalto accertato al cento per cento mafioso: quello delle lampadine. E che in tv abbia messo nel mirino il giudice Falcone, terrore dei mafiosi – singled out nel gergo malavitoso americano.
La mafia assorbe, non crea, lavoro e ricchezza. Ciò è evidente: appropriazione del territorio (terreni, fabbricati), appalti delle opere pubbliche, servizi ai privati. Senza possibilità di concorrenza: esercitano un’esclusiva. Come si è potuto teorizzare il contrario?
Se ne appropriano come organizzazione e anche come clan familiare (Piromalli, Alvaro, Nirta, Corleonesi…), per cui l’esclusiva è perfino di tipo feudale.
Si può anche dire che distrugge ricchezza, anche questo è evidente. Tante attività che si potrebbero intraprendere non si intraprendono (investimenti, infrastrutture). E riduce tendenzialmente a zero l’efficienza: la mafia degli appalti non sa tagliare le strade (pendenze, curve), non sa allineare i ponti, costruisce palazzi sghembi, spreca i materiali – l’“impresa” mafiosa non sa costruire un’arcata, non di trenta metri, di tre metri. In questo la mafia è retrograda, nell’applicazione, nell’intelligenza.
La mafia è un fatto storico. In Calabria è anche recente. Per un fenomeno che curiosamente James Ellroy delinea con chiarezza nell’autobiografico “I miei luoghi oscuri”, p. 200, riferendosi agli anni 1950: “I criminali erano pre-psicologizzati, Riconoscevano l’autorità. Riconoscevano di essere feccia”, come se lo sentivano dire: “Erano incastrati in un gioco di ruolo, in cui di solito a vincere era l’autorità. Si compiacevano di trionfi irrisori e si dilettavano nelle macchinazioni del gioco. Il gioco era essere adepti”. Fare parte di una “onorata società”, di (piccoli) contrabbandieri, o di (piccoli) falsari.
Il “sistema”, continua Ellroy, “funzionava perché l’America non si era ancora trovata di fronte sommosse razziali né complotti con assassinio né stronzate ambientaliste né confusione di sessi né proliferazione della droga e mani delle armi e psicosi mistiche legate all’implosione dei media e a un emergente culto del vittimismo - un passaggio che in cinque lustri di chiacchiere vane e rabbiose aveva prodotto un ottundente scetticismo di massa”.
Implosione dei media, culto del vittimismo, scetticismo di massa: tre concetti che faranno sicuramente la storia dell’epoca.
Il vescovo vittima dell'antimafia: la veridica storia di mons. Bregantini
Mons. Bregantini ama raccontare, e lo ripete a “Uomini e profeti”, la rubrica di radio Rai di Gabriella Caramore, di quando arrivò la prima volta in Calabria, col treno. La mattina la madre calabrese, che viaggia nello stesso scompartimento col figlio, apre la valigia, tira fuori il pane “profumato” di casa e il salamino, ne fa due sandwich, e li offre, per primo all’ospite, dicendogli “Favorite!”, e poi al figlio.
“Favorite!” è un modo di dire, ma ha un senso, che al giovane trentino, poi prete, poi vescovo, non sfugge: è indice di una socialità profonda, di un senso intimo della socialità, estranei inclusi, anzi l’estraneo per primo. È su questa intuizione che Bregantini, per un dodicennio vescovo a Locri, tra le faide di San Luca e la sanità omicida, elabora il suo forte senso della speranza, e vi impronta, da solo, la sua derelitta diocesi. In un paradiso di bellezza, dice ancora il prelato a “Uomini e profeti”. La bellezza dei luoghi, i profumi, gli orizzonti sono anch’essi uno stimolo al bene. Si può costruire sul nulla.
Dopodiché mons. Bregantini è stato rimosso. Promosso arcivescovo ma a Campobasso, dove non ha altra da fare che amministrare cresime. Fu pochi mesi dopo la scomunica ai mafiosi, da lui lanciata a fine marzo 2007, per l’avvelenamento dell’acqua d’irrigazione di una delle cooperative del torrente Bonamico. Cooperative di giovani, create per sfida alla mafia – i mafiosi “fanno abortire”, disse Bregantini nella lettera di scomunica, “la vita dei giovani”. Ne ha approfittato per scrivere, in questi quattro anni ha scritto molto. Precisandosi alcune intuizioni.
Bregantini è stato rimosso perché aveva scomunicato i mafiosi, è stato detto. È possibile: lui stesso ritiene che la scomunica sia il mezzo più efficace, più della minaccia della prigione, a intimorire i mafiosi, perché li isola, li precipita nell’“indegnità”. La decisione del papa era anche il segno del nuovo pontificato, di Benedetto XVI teologo e intellettuale, esteta vecchio stampo, non più il combattente della speranza che era stato il suo predecessore. Mons. Ravasi, col quale Bregantini aveva molto costruito, papa Ratzinger ha voluto a Roma cardinale, mentre il vescovo di Locri, lasciato alla normale gestione della Cei e della segreteria di Stato, è stato rimosso per promozione. Di sicuro però Bregantini è stato rimosso perché parlava coi mafiosi. Recandosi a trovarli nelle loro stesse case. Come fece Gesù con Zaccheo, spiega alla radio – e avrebbe potuto aggiungere, con Matteo: “Un albero buono non può produrre frutti cattivi”.
Nelle fasi più efferate della faida di San Luca, trasferita anche in Germania con l’eccidio di Duisburg, il vescovo di Locri si attivò molto, con l’aiuto di don Pino Strangio, parroco del paese aspromontano e priore del santuario di Polsi, presso le famiglie coinvolte. Con le donne e anche con gli uomini. Fu per questo implicato nelle intercettazioni di Domenico Gioffré, figlio di un boss di Seminara, Rocco Gioffré. Il 17 settembre 2007, conversando con un amico in macchina dopo aver ascoltato alla radio l’inno della Madonna della Montagna di Polsi, per la festa della Croce, che si celebra nello stesso santuario, Gioffré commenta la cerimonia a cui ha presenziato il giorno prima a San Luca, in qualità di paciere tra la famiglie della faida per conto del padre: “Poi (dopo l’inno, n.d.r.) ieri è uscito don Pino il prete, e il vescovo brigantino (sic! nella trascrizione)… Benvenuto ha detto, ad un grande uomo di Seminara, il nostro, ha detto, amico Rocco Gioffré . E ci teniamo, ha detto, a dare questa soddisfazione, per la pace”. Con sorpresa e gradimento di tutti, continua Domenico Gioffré: “Poi il prete ha detto la cosa nella chiesa. Ha detto ringrazio, sull’anima di mio padre, ha detto, tutta Seminara, ed un grande uomo di Seminara. Shalom, ha detto don Pino, shalom a Seminara ed a tutto il mondo intero…”.
Le trascrizioni saranno depositate al processo contro Gioffré a metà novembre. Ma intanto, due settimane prima, Bregantini era stato trasferito a Campobasso. Per proteggerlo dallo scandalo? Certo, Domenico Gioffré relaziona l’amico preciso. E, soprattutto, parlando l’italiano dove normalmente nessuno lo parla. Sa pure di shalom.
A una delle tante giornate della legalità di cui l’Aspromonte pullula, forse non inutile nuovissimo campo d’azione dei vecchi politici locali, era capitato lo stesso anno, prima della pace mafiosa di San Luca, di sentir criticare “l’impero economico del vescovo”. Detto da un magistrato, o da un funzionario di Prefettura, il tipo di personaggi che siede a queste feste. L’“impero economico” era suonato bizzarro: attribuibile a un momento di malumore, o a pregiudizi massonici, la massoneria si vuole attiva e ancora anticlericale a Reggio Calabria. La legalità è insidiosa.
leuzzi@antiit.eu
Scerbanenco re del gossip, rosa e nero
Cinque racconti noir, resuscitati da Roberto Pirani nella vasta riedizione in corso da Sellerio (pronuba la Francia) dello scrittore – nella raccolta “Uccidere per amore: racconti 1948-1972”. Pubblicati nel 1950 sul settimanale “Novella” di cui Scerbanenco era direttore, progenitore di “Novella Duemila”, la pubblicazione regina del gossip. Sarà stato il gossip il miglior giornalismo della Repubblica?
Giorgio Scerbanenco, Rosa ruggine e altri racconti, Il Sole 24 Ore, pp. 78 € 0,50
Giorgio Scerbanenco, Rosa ruggine e altri racconti, Il Sole 24 Ore, pp. 78 € 0,50
Alessandria, la memoria (erotica) della memoria
C’era Alessandria, un secolo fa, un altro mondo. Di ombre, dove i regni erano vuote parole e i gioielli vetri colorati. E di umanità, in cui Kavafis costeggiava Marinetti e Ungaretti. Con le sue memorie sempre vive di un passato avventuroso, di idee e passioni. “Aspettando i barbari” era l’ode di Kavafis più famosa, di cui questa onesta antologia non si priva, e ora i barbari sono arrivati. Le orde in aspetto di figliolanza, epidemica. Ma crudeli e bestiali nel 2012 come nell’età della pietra. E sarà il segno della raccolta, oggi, per il pubblico indifferenziato del giornale: la storia va in fretta, e spesso torna indietro, non c’è una freccia della storia.
È un libro in effetti “per tutti”. Non solo per l’attualizzazione nella barbarie che ha reinvaso Alessandria e l’Egitto. La poesia di Kavafis si manifesta narrativa: storica, aneddotica, evocativa. Tra la memoria e la passione, anche il titolo è indovinato. La storia è Itaca, l’insofferenza del ritorno. E nostalgia, allora come oggi. È anche l’amore, che il Kavafis maturo ancora di più pregia. Anonimo per lo più, e di corpi vivi, benché di occasioni sfumate o passate. La sensualità non è rimossa, in questa città di confluenze ormai remota: la “pelle come di gelsomino fatta”, la promessa di uno sguardo rubato, il rimpianto di un incontro evitato, e di tutto il “ricordo appena” degli occhi: “Erano azzurri, credo…,\ Ah sì, azzurri, uno zaffiro azzurro”. E anzi espansiva: c’è gioia nel ricordo, l’erotismo vi è più carico.
Costantino Kavafis, La memoria e la passione, Corriere della sera, pp. 272 € 7,90
È un libro in effetti “per tutti”. Non solo per l’attualizzazione nella barbarie che ha reinvaso Alessandria e l’Egitto. La poesia di Kavafis si manifesta narrativa: storica, aneddotica, evocativa. Tra la memoria e la passione, anche il titolo è indovinato. La storia è Itaca, l’insofferenza del ritorno. E nostalgia, allora come oggi. È anche l’amore, che il Kavafis maturo ancora di più pregia. Anonimo per lo più, e di corpi vivi, benché di occasioni sfumate o passate. La sensualità non è rimossa, in questa città di confluenze ormai remota: la “pelle come di gelsomino fatta”, la promessa di uno sguardo rubato, il rimpianto di un incontro evitato, e di tutto il “ricordo appena” degli occhi: “Erano azzurri, credo…,\ Ah sì, azzurri, uno zaffiro azzurro”. E anzi espansiva: c’è gioia nel ricordo, l’erotismo vi è più carico.
Costantino Kavafis, La memoria e la passione, Corriere della sera, pp. 272 € 7,90
domenica 8 gennaio 2012
Abbattere la casta ingozzandola di tasse
Tasse nel nome del mercato. La gogna giudiziaria nel nome della libertà. Leggi e giurisdizioni democratiche a favore della criminalità. Licenziamenti e bassi salari per lo sviluppo. I paradossi che ci avviluppano si moltiplicano. Malafede? Stupidità? Può essere, il neo guelfismo è l’ultima Dc dei furbi, degli “amici degli amici”. Ma, poi, l’Italia non è sola, stupida o in malafede è l’Europa. I bassi salari per lo sviluppo sono il modello tedesco.
Le tasse no, sono una specialità italiana. Del federalismo leghista, che si vuole il culmine della democrazia, e delle amministrazioni ex rosse, che si vogliono il top del meglio. Nel nome dell’anticasta, dell’abbattimento dei costi della politica. Che non sia allora una furbizia, abbattere la casta ingozzandola di tasse? Forse è proprio stupidità – ma la malafede in genere è stupida, la violenza, la mafiosità.
I riscontri sono molti. L’accertamento fiscale a Cortina, dove la maggior parte degli ospiti ricchi sono stranieri, a Capodanno è solo l’ultimo. Non è neanche vero che sono limitati al Nord. A Ferragosto del 2008 accertamento analogo veniva svolto sulla spiaggia di Palmi, dove la stagione dura due settimane, le spiagge sono libere, i bagni sono tre, con un centinaio di ombrelloni in tutto, e il consumo è di caffè e ghiaccioli: sottufficiali in borghese controllavano gli scontrini, mentre finanzieri in divisa col mitra spianato presidiavano gli angoli di fuga, al comando di un capitano minacciosissimo, la destra sul fodero della pistola. Sudavano, è vero, e questo giustificava lo straordinario festivo. E quanto sarà costato far lavare le uniformi sudate?
Le tasse no, sono una specialità italiana. Del federalismo leghista, che si vuole il culmine della democrazia, e delle amministrazioni ex rosse, che si vogliono il top del meglio. Nel nome dell’anticasta, dell’abbattimento dei costi della politica. Che non sia allora una furbizia, abbattere la casta ingozzandola di tasse? Forse è proprio stupidità – ma la malafede in genere è stupida, la violenza, la mafiosità.
I riscontri sono molti. L’accertamento fiscale a Cortina, dove la maggior parte degli ospiti ricchi sono stranieri, a Capodanno è solo l’ultimo. Non è neanche vero che sono limitati al Nord. A Ferragosto del 2008 accertamento analogo veniva svolto sulla spiaggia di Palmi, dove la stagione dura due settimane, le spiagge sono libere, i bagni sono tre, con un centinaio di ombrelloni in tutto, e il consumo è di caffè e ghiaccioli: sottufficiali in borghese controllavano gli scontrini, mentre finanzieri in divisa col mitra spianato presidiavano gli angoli di fuga, al comando di un capitano minacciosissimo, la destra sul fodero della pistola. Sudavano, è vero, e questo giustificava lo straordinario festivo. E quanto sarà costato far lavare le uniformi sudate?
Problemi di base - 86
spock
Tra bugie e rimozioni non è tempo di portare Facebook dall’analista?
“La filosofia fa progressi”, assicura il filosofo Dummett sul “Sole 24 Ore” anche dopo morto: ma in che direzione?
Perché lo Stato in Italia non parla italiano? (perché si vergogna, di se stesso)
Se la giustizia politica è fascista, e in Italia è democratica, non sarà questa democrazia fascista?
C’era Berlusconi e l’Europa, ci dicevano, ci perseguitava perché era preoccupata. Oggi che c’è l’europeo Monti perché l’Europa ci perseguita ancora?
Perché Monti non telefona al presidente tedesco? Merkel è molto inadeguata.
Che fine hanno fatto i pigmei? Dove si nascondono ora?
spock@antiit.eu
Tra bugie e rimozioni non è tempo di portare Facebook dall’analista?
“La filosofia fa progressi”, assicura il filosofo Dummett sul “Sole 24 Ore” anche dopo morto: ma in che direzione?
Perché lo Stato in Italia non parla italiano? (perché si vergogna, di se stesso)
Se la giustizia politica è fascista, e in Italia è democratica, non sarà questa democrazia fascista?
C’era Berlusconi e l’Europa, ci dicevano, ci perseguitava perché era preoccupata. Oggi che c’è l’europeo Monti perché l’Europa ci perseguita ancora?
Perché Monti non telefona al presidente tedesco? Merkel è molto inadeguata.
Che fine hanno fatto i pigmei? Dove si nascondono ora?
spock@antiit.eu
Letture - 82
letterautore
Camilleri - Il lettore di Camilleri sa che i carabinieri sono inutili. Anzi dannosi. E tuttavia Camilleri è educativo per il Sud. Perché sa che la vita al Sud è un’altra, e lo dice. Per i luoghi, certo, la cucina, le persone fortemente caratterizzate, e per la normalità delle grandi passioni.
Quanto ha fatto Camilleri per liberare la Sicilia dalla mafia, e dall’antimafia mafiosa di alcuni politici – siciliani sempre e torinesi, come all’inizio della “questione” – nell’opinione mondiale e nell’autostima dei siciliani? Tanto. Subito, dopo il successo dei suoi romanzi, sono tornati nell’isola i francesi e i tedeschi, in frotte, in ogni stagione, e perfino qualche italiano, che per un quarto di secolo l’avevano disertata. Perché nei suoi gialli siciliani, storici o d’attualità, succede di tutto come in qualsiasi altro posto del mondo, la Sicilia vi è sfondo di eccezionale bellezza, e qualche volta c’entra la mafia.
Il suo ragionamento è semplice. Tra le armi della mafia, fa dire a Montalbano di un locale Procuratore della Repubblica, “ci sono macari quelli come a tia, giudici, poliziotti e carrabinera, che vedono la mafia quando non c’è e non la vedono dove c’è”. Grande coraggio, in questo, di Camilleri, e impegno civile. Consolo gli ha rimproverato nel 2000, agli inizi del fenomeno Montalbano, la mancanza d’impegno. Ma l’impegno consiste oggi nel liberare la Sicilia dai furbi dell’antimafia, politici o giudici in carriera. L’impegno non può essere che azione di libertà: è impegno sfilare alla Sicilia la camicia di forza e dell’indegnità morale e della miserabilità economica.
U. Eco – “Il Sole 24 Ore” celebra con una pagina gli ottant’anni di Umberto Eco. Uno dei contributi, di Giuseppe Antonelli, è una ripassata al rifacimento del “Nome della rosa”. Molto incisiva, riga per riga, argomento per argomento. Molto “echiana”: sottile, precisa, lieve. È il più grande complimento, indiretto: Eco avrà creato uno stile letterario. Dottoralmente, da specialista non ingombrante dei segni. Sulla traccia delle “Mitologie”, la preistoria di Barthes. Ma in Italia è una rivoluzione.
Italia – In lettura è sorprendente. “Le vespe che nascono dalla carcassa di un povero cavallo si dicono progenie di nobile destriero, il favorito di Nettuno”, etc. Così gli “italiani d’oggi”, che si dicono “eredi degli immortali antichi romani invece che dei loro cadaveri” in Lessing, “Favole in tre libri”, p.38.
Per Bontempelli, “Noi, gli Aria”, p.61, “l’Italia, fra tutti i paesi del mondo, è quello in cui il senso dell’unità è più preciso e perfetto”. Pur nella diversità, “dal Gran Sasso a Capri”. E subito dopo: “Il travaglioso destino dell’Italia le ha imposto, dal medioevo al secolo scorso, uno sviluppo per divisione…. La sua storia è la somma di dieci storie, ciascuna ricca e varia come quella di una grande nazione”.
Nelle sue erratiche corrispondenze sull’Italia, Marx ha un interessante svolazzo, il paese dicendo una “strana combinazione”, tra “un mondo di voluttà e un mondo d’inimicizia”.
Si può anche pensarla una civiltà che svanisce, dopo mezzo millennio di umanesimo. Quando la Decca non curerà più il belcanto, e le University Press americane cesseranno di occuparsi del Quatto-Cinquecento, quella di Harvard per esempio smetterà l’opulenta “I Tatti Renaissance Library”, e i froci del mondo non avranno più bisogno di Michelangelo.
Già non si studia più il Cinquecento, perché la Francia s’è disaffezionata. Del Seicento si sa sempre poco, perché la Spagna continua a non curarsene. E il Sud è fermo a Edward Lear, al tempo dei Borboni – solo la Calabria è arrivata più in qua, col viaggio a piedi di Norman Douglas un secolo fa. L’asse del mondo del resto sta cambiando, c’è molta insofferenza per l’Ovest, come per il Sud. L’Italia, insomma, potrebbe scomparire. È un mercato piccolo. Per gli africani e gli asiatici non è mai esistita e non dice niente, parte le canzoni, i latinoamericani ci vengono a vedere il papa, finché dura.
Gli italiani parlano in versi senza saperlo. Sciascia porta gli esempi (“Poesia romanesca”, 77) che fondano l’osservazione di Silvio D’Amico: “Mezza granita di caffè con panna”, “Si prega di chiudere la porta”.
Solo gli italiani fanno versi quotidiani? O è l’abitudine a guardarsi l’ombelico, degli italiani, dei siciliani, dei palermitani?
Sia l’italianità lo sguardo, la seduzione, il desiderio, la furberia. È italiana Trieste (Svevo, Saba), è italiana Genova (Montale, De André), e persino Torino (Cavour, Pavese). Non lo sono Manzoni, Cattaneo, gli scapigliati, che costruiscono la gelosia dai libri. La “passione” di Stendhal manca proprio a Milano e dintorni: l’occhiata, l’illusione, l’appuntamento rinviato. Milano non si differenzierebbe da Francoforte, se non perché non ha il fiume, e ha meno il gusto delle idee.
Manzoni – Gianni Brera, “Storie dei Lombardi”, p 87, ne sintetizza fulmineo la dottrina sociale: “I poveri, scriverà Gramsci, li prende per il culo”. Non è vero, Gramsci era pudico. Ma è vero che i poveri sono nel romanzo disidratati, le donne e anche gli uomini.
Sciascia - Il giallo “Todo modo”, l’ambiguità della politica violenta, allora democristiano (era il 1974, Moro ne sarebbe morto poco dopo), oggi sarebbe giudiziario. Quello che avrebbe potuto essere un colpo definitivo alla mafia siciliana, con le indagini di Falcone e Borsellino, con le metodologie d’indagine, con gli ergastoli ai processi, con i pentiti che circostanziano ogni delitto, con l’impazzimento della mafia di Riina, i processi eccellenti hanno trasformato in un’occasione mancata. Contrada, Andreotti, Dell’Utri, Berlusconi, Mori e ora non si sa chi, Mancino?, Ciampi?, sono serviti e servono a scoraggiare l’opinione pubblica in Sicilia, a convincerla che “non c’è rimedio”. Mentre nella disattenzione sicuramente nuove mafie si ricostituiscono e si rafforzano. C’è anche una differenza radicale tra le collusioni Stato-mafia quali si denunciano oggi, e quella che Sciascia denunciava con “L’onorevole”. Oggi lo Stato più che dalla politica in questa collusione è rappresentato dalla giustizia.
Qualcuno forse non capisce, ma molti sì, anche a palazzo di Giustizia. Dove un disegno non ci sarà, eppure c’è, direbbe Sciascia. Efficace: mentre in politica le carte del partito Antimafia sono da tempo state viste e spuntate, quelle del palazzo di Giustizia sono sempre efficaci.
letterautore@antiit.eu
Camilleri - Il lettore di Camilleri sa che i carabinieri sono inutili. Anzi dannosi. E tuttavia Camilleri è educativo per il Sud. Perché sa che la vita al Sud è un’altra, e lo dice. Per i luoghi, certo, la cucina, le persone fortemente caratterizzate, e per la normalità delle grandi passioni.
Quanto ha fatto Camilleri per liberare la Sicilia dalla mafia, e dall’antimafia mafiosa di alcuni politici – siciliani sempre e torinesi, come all’inizio della “questione” – nell’opinione mondiale e nell’autostima dei siciliani? Tanto. Subito, dopo il successo dei suoi romanzi, sono tornati nell’isola i francesi e i tedeschi, in frotte, in ogni stagione, e perfino qualche italiano, che per un quarto di secolo l’avevano disertata. Perché nei suoi gialli siciliani, storici o d’attualità, succede di tutto come in qualsiasi altro posto del mondo, la Sicilia vi è sfondo di eccezionale bellezza, e qualche volta c’entra la mafia.
Il suo ragionamento è semplice. Tra le armi della mafia, fa dire a Montalbano di un locale Procuratore della Repubblica, “ci sono macari quelli come a tia, giudici, poliziotti e carrabinera, che vedono la mafia quando non c’è e non la vedono dove c’è”. Grande coraggio, in questo, di Camilleri, e impegno civile. Consolo gli ha rimproverato nel 2000, agli inizi del fenomeno Montalbano, la mancanza d’impegno. Ma l’impegno consiste oggi nel liberare la Sicilia dai furbi dell’antimafia, politici o giudici in carriera. L’impegno non può essere che azione di libertà: è impegno sfilare alla Sicilia la camicia di forza e dell’indegnità morale e della miserabilità economica.
U. Eco – “Il Sole 24 Ore” celebra con una pagina gli ottant’anni di Umberto Eco. Uno dei contributi, di Giuseppe Antonelli, è una ripassata al rifacimento del “Nome della rosa”. Molto incisiva, riga per riga, argomento per argomento. Molto “echiana”: sottile, precisa, lieve. È il più grande complimento, indiretto: Eco avrà creato uno stile letterario. Dottoralmente, da specialista non ingombrante dei segni. Sulla traccia delle “Mitologie”, la preistoria di Barthes. Ma in Italia è una rivoluzione.
Italia – In lettura è sorprendente. “Le vespe che nascono dalla carcassa di un povero cavallo si dicono progenie di nobile destriero, il favorito di Nettuno”, etc. Così gli “italiani d’oggi”, che si dicono “eredi degli immortali antichi romani invece che dei loro cadaveri” in Lessing, “Favole in tre libri”, p.38.
Per Bontempelli, “Noi, gli Aria”, p.61, “l’Italia, fra tutti i paesi del mondo, è quello in cui il senso dell’unità è più preciso e perfetto”. Pur nella diversità, “dal Gran Sasso a Capri”. E subito dopo: “Il travaglioso destino dell’Italia le ha imposto, dal medioevo al secolo scorso, uno sviluppo per divisione…. La sua storia è la somma di dieci storie, ciascuna ricca e varia come quella di una grande nazione”.
Nelle sue erratiche corrispondenze sull’Italia, Marx ha un interessante svolazzo, il paese dicendo una “strana combinazione”, tra “un mondo di voluttà e un mondo d’inimicizia”.
Si può anche pensarla una civiltà che svanisce, dopo mezzo millennio di umanesimo. Quando la Decca non curerà più il belcanto, e le University Press americane cesseranno di occuparsi del Quatto-Cinquecento, quella di Harvard per esempio smetterà l’opulenta “I Tatti Renaissance Library”, e i froci del mondo non avranno più bisogno di Michelangelo.
Già non si studia più il Cinquecento, perché la Francia s’è disaffezionata. Del Seicento si sa sempre poco, perché la Spagna continua a non curarsene. E il Sud è fermo a Edward Lear, al tempo dei Borboni – solo la Calabria è arrivata più in qua, col viaggio a piedi di Norman Douglas un secolo fa. L’asse del mondo del resto sta cambiando, c’è molta insofferenza per l’Ovest, come per il Sud. L’Italia, insomma, potrebbe scomparire. È un mercato piccolo. Per gli africani e gli asiatici non è mai esistita e non dice niente, parte le canzoni, i latinoamericani ci vengono a vedere il papa, finché dura.
Gli italiani parlano in versi senza saperlo. Sciascia porta gli esempi (“Poesia romanesca”, 77) che fondano l’osservazione di Silvio D’Amico: “Mezza granita di caffè con panna”, “Si prega di chiudere la porta”.
Solo gli italiani fanno versi quotidiani? O è l’abitudine a guardarsi l’ombelico, degli italiani, dei siciliani, dei palermitani?
Sia l’italianità lo sguardo, la seduzione, il desiderio, la furberia. È italiana Trieste (Svevo, Saba), è italiana Genova (Montale, De André), e persino Torino (Cavour, Pavese). Non lo sono Manzoni, Cattaneo, gli scapigliati, che costruiscono la gelosia dai libri. La “passione” di Stendhal manca proprio a Milano e dintorni: l’occhiata, l’illusione, l’appuntamento rinviato. Milano non si differenzierebbe da Francoforte, se non perché non ha il fiume, e ha meno il gusto delle idee.
Manzoni – Gianni Brera, “Storie dei Lombardi”, p 87, ne sintetizza fulmineo la dottrina sociale: “I poveri, scriverà Gramsci, li prende per il culo”. Non è vero, Gramsci era pudico. Ma è vero che i poveri sono nel romanzo disidratati, le donne e anche gli uomini.
Sciascia - Il giallo “Todo modo”, l’ambiguità della politica violenta, allora democristiano (era il 1974, Moro ne sarebbe morto poco dopo), oggi sarebbe giudiziario. Quello che avrebbe potuto essere un colpo definitivo alla mafia siciliana, con le indagini di Falcone e Borsellino, con le metodologie d’indagine, con gli ergastoli ai processi, con i pentiti che circostanziano ogni delitto, con l’impazzimento della mafia di Riina, i processi eccellenti hanno trasformato in un’occasione mancata. Contrada, Andreotti, Dell’Utri, Berlusconi, Mori e ora non si sa chi, Mancino?, Ciampi?, sono serviti e servono a scoraggiare l’opinione pubblica in Sicilia, a convincerla che “non c’è rimedio”. Mentre nella disattenzione sicuramente nuove mafie si ricostituiscono e si rafforzano. C’è anche una differenza radicale tra le collusioni Stato-mafia quali si denunciano oggi, e quella che Sciascia denunciava con “L’onorevole”. Oggi lo Stato più che dalla politica in questa collusione è rappresentato dalla giustizia.
Qualcuno forse non capisce, ma molti sì, anche a palazzo di Giustizia. Dove un disegno non ci sarà, eppure c’è, direbbe Sciascia. Efficace: mentre in politica le carte del partito Antimafia sono da tempo state viste e spuntate, quelle del palazzo di Giustizia sono sempre efficaci.
letterautore@antiit.eu
L’alchimista Andreotti e la liquefazione della Dc
Vent’anni fa, ai primi del 1992, si poteva scrivere:
Andreotti ha resistito, a De Mita, ai referendum e a ogni altra tempesta, e ora si capisce il perché. Il perché vero, non quello ufficiale, conquistarsi qualche record di durata. Anche se con un governo, al solito, inesistente. Ha naturalmente un progetto politico, anche se l’ostinazione è il suo carattere, e il potere la sua unica politica. E un progetto che al solito passa per lo sfiancamento degli alleati. Ma con una novità.
La chiave è nel suo rifiuto la scorsa primavera di favorire le elezioni anticipate. Votare col comunismo mala pianta e Ochetto allo sbando avrebbe voluto dire favorire i socialisti. Andreotti l’ha tirata in lungo anzitutto per non favorire i socialisti - è un fatto, anche ovvio: il suo compito al governo è stringere il cappio attorno a Craxi, con l’inattività e qualche scandalo, così come l’aveva fatto nel 1979 fa con Berlinguer. Ma, di più, è alla formula politica che lo esprime che tira il siluro, con applicazione. L’uomo che si spostò da un giorno all’altro dalla destra alla sinistra, e poi al centro-sinistra, si prepara ora allo “sciogliete le fila” del dopo guerra fredda. Che “lui” dovrebbe poter ricomporre o dirigere correndo da solo la sua ultima avventura, il Quirinale. E così è ai patiti del centro-sinistra nel suo stesso partito che egli mira, a Forlani e ai suoi quelli che l’hanno sostenuto al governo contro il ferocissimo De Mita. Andreotti non si cura degli avversari ma dei parenti: saranno loro le vittime sacrificali della sua ultima avventura.
È un paradosso che la scienza politica (Duverger) ha spiegato con la Quarta Repubblica francese, su cui la Repubblica italiana è ricalcata: il Nemico non sta dall’altra parte della barricata ma accanto. È il carattere e la strategia da sempre di Andreotti. Tirare le cose in lungo ha un solo senso: lasciare alla corrente sotterranea del dopo guerra fredda la possibilità di dispiegarsi. Questo significa che non soltanto il Pci ma anche la Dc dovrà liquefarsi – i socialisti? nella cultura di Andreotti non “esistono”, a parte quel Craxi ingombrante. Aver votato prima significava cristallizzare la Dc prima della liquefazione. Votando tra cinque o sei mesi è possibile che la vecchia Dc non cristallizzi più, e anzi è probabile.
Ma si può attribuire al pur ghignante Andreotti la volontà surrettizia di liquidare il suo partito? Perché no, anche questo è ovvio: è costruirsi un glorioso mausoleo, immortalandosi in un paio di settennati al Quirinale. E può essere uno squallido personaggio capace di tragedia? Squallido politicamente prima che moralmente (i dossier). Questo è più dubbio, ma la tragedia già c’è stata con Moro.
Andreotti ha resistito, a De Mita, ai referendum e a ogni altra tempesta, e ora si capisce il perché. Il perché vero, non quello ufficiale, conquistarsi qualche record di durata. Anche se con un governo, al solito, inesistente. Ha naturalmente un progetto politico, anche se l’ostinazione è il suo carattere, e il potere la sua unica politica. E un progetto che al solito passa per lo sfiancamento degli alleati. Ma con una novità.
La chiave è nel suo rifiuto la scorsa primavera di favorire le elezioni anticipate. Votare col comunismo mala pianta e Ochetto allo sbando avrebbe voluto dire favorire i socialisti. Andreotti l’ha tirata in lungo anzitutto per non favorire i socialisti - è un fatto, anche ovvio: il suo compito al governo è stringere il cappio attorno a Craxi, con l’inattività e qualche scandalo, così come l’aveva fatto nel 1979 fa con Berlinguer. Ma, di più, è alla formula politica che lo esprime che tira il siluro, con applicazione. L’uomo che si spostò da un giorno all’altro dalla destra alla sinistra, e poi al centro-sinistra, si prepara ora allo “sciogliete le fila” del dopo guerra fredda. Che “lui” dovrebbe poter ricomporre o dirigere correndo da solo la sua ultima avventura, il Quirinale. E così è ai patiti del centro-sinistra nel suo stesso partito che egli mira, a Forlani e ai suoi quelli che l’hanno sostenuto al governo contro il ferocissimo De Mita. Andreotti non si cura degli avversari ma dei parenti: saranno loro le vittime sacrificali della sua ultima avventura.
È un paradosso che la scienza politica (Duverger) ha spiegato con la Quarta Repubblica francese, su cui la Repubblica italiana è ricalcata: il Nemico non sta dall’altra parte della barricata ma accanto. È il carattere e la strategia da sempre di Andreotti. Tirare le cose in lungo ha un solo senso: lasciare alla corrente sotterranea del dopo guerra fredda la possibilità di dispiegarsi. Questo significa che non soltanto il Pci ma anche la Dc dovrà liquefarsi – i socialisti? nella cultura di Andreotti non “esistono”, a parte quel Craxi ingombrante. Aver votato prima significava cristallizzare la Dc prima della liquefazione. Votando tra cinque o sei mesi è possibile che la vecchia Dc non cristallizzi più, e anzi è probabile.
Ma si può attribuire al pur ghignante Andreotti la volontà surrettizia di liquidare il suo partito? Perché no, anche questo è ovvio: è costruirsi un glorioso mausoleo, immortalandosi in un paio di settennati al Quirinale. E può essere uno squallido personaggio capace di tragedia? Squallido politicamente prima che moralmente (i dossier). Questo è più dubbio, ma la tragedia già c’è stata con Moro.
venerdì 6 gennaio 2012
Monti il federatore esterno
Prima a Bruxelles e poi, soprattutto, a Parigi, Mario Monti ha lanciato come Befana la sfida all’Europa: fare o perire. Garbatamente, come ha ripetuto a Parigi, ma con un argomento inoppugnabile: l’Italia ha fatto la sua parte, l’ha fatta rapidamente e con interventi decisivi, sulle pensioni e sul fisco, tocca agi altri fare la loro. Un discorso rivolto alla Germania, senza nominarla. Cosciente, ha lasciato intendere, che la “volontà europea” dev’essere comune, ma con una chiara indicazione delle responsabilità.
L’offensiva di Monti è partita da una tribuna qualificata come quella che gli ha offerto il convegno parigino organizzato da Sarkozy sul “Nuovo mondo”. Dove ha rubato la scena al presidente francese: una manovra diplomatica di aggiramento molto abile. I quindici giorni fino al 20 - incontro con la Merkel e triangolare con Merkel e Sarkozy - serviranno a ispessire il dossier italiano.
Monti non avrà bisogno peraltro di grandi gesta, il suo “discorso all’Europa” è nei fatti. Nei fatti è come se fossero Monti, il governo italiano e l’Italia i federatori dell’Ue in questa ormai cancrenosa congiuntura: oltre che sull’incerto Sarkozy, la posizione italiana potrebbe infine offrire un varco alla debole Merkel per riportare la Germania ai suoi doveri di primo partner europeo. Il rapporto speciale con il consigliere economico della cancelliera, Lars-Hendrik Röller, che Monti volle suo stretto collaboratore a Bruxelles nel 2003 e poi gli è rimasto vicino, dovrebbe dissipare anche i presunti ostacoli “tecnici”.
L’offensiva di Monti è partita da una tribuna qualificata come quella che gli ha offerto il convegno parigino organizzato da Sarkozy sul “Nuovo mondo”. Dove ha rubato la scena al presidente francese: una manovra diplomatica di aggiramento molto abile. I quindici giorni fino al 20 - incontro con la Merkel e triangolare con Merkel e Sarkozy - serviranno a ispessire il dossier italiano.
Monti non avrà bisogno peraltro di grandi gesta, il suo “discorso all’Europa” è nei fatti. Nei fatti è come se fossero Monti, il governo italiano e l’Italia i federatori dell’Ue in questa ormai cancrenosa congiuntura: oltre che sull’incerto Sarkozy, la posizione italiana potrebbe infine offrire un varco alla debole Merkel per riportare la Germania ai suoi doveri di primo partner europeo. Il rapporto speciale con il consigliere economico della cancelliera, Lars-Hendrik Röller, che Monti volle suo stretto collaboratore a Bruxelles nel 2003 e poi gli è rimasto vicino, dovrebbe dissipare anche i presunti ostacoli “tecnici”.
Camilleri diabolico non si spende
La cosa migliore è il risvolto, se uno non legge il libro - ma “33 racconti di 3 pagine ciascuno: 333” non farebbe 99? E l’idea, mediata insieme col titolo dal film di Bresson, “Il diavolo probabilmente”. Trentatré aneddoti, a volte faceti, a volte neppure. Sull’imprevisto che ci salva, o ci danna. Con pesanti tracce da vecchio Circolo dei galantuomini – l’autore, diabolico?, non si spende: sono aneddoti che Camilleri non racconterebbe agli amici - e gli amici non si farebbero raccontare.
Andrea Camilleri, Il diavolo, certamente, Mondadori, pp. 171 € 10
Andrea Camilleri, Il diavolo, certamente, Mondadori, pp. 171 € 10
L’amore tra il vivo e il morto
“Calendario di morte e resurrezione”, della madre. Con la quale Nelly in solitudine ha vissuto, sessanta dei suoi ottant’anni. La poesia dei “Sepolcri” senza gli eroismi. Dell’accumulo della memoria, la morte aiuta l’amore: “Non faccio che dire addio”.
È la poesia in prosa di uno speciale amore materno, quale è l’amore filiale. Avvicinandosi l’anno dall’evento, Nelly “scrive” alla madre morta. Ci dialoga cioè, con la sola compagna di una vita di solitudine e malattia. Esercitando la “nostalgia della morte”, come di un futuribile: “Tutto è spazzato salvo la nostra destinazione. La morte è il dissipatore del superfluo”. Solitudine, sofferenza, indigenza fisica e economica: “Resta il «silenzio parlante», la «nostalgia»… Oh morte, che partorisci le anime”. Il “silenzio parlante” è della “meravigliosa musica dell’armonia che domanda e risponde”, tra il vivo e il morto.
È la coedizione in contemporanea con la pubblicazione a fine 2010 in lingua originale, “Briefe asu der Nacht”. Un’elegia che si legge in controluce del chassidismo, nel linguaggio iniziatico, acuto, del fantasioso chassidismo, e della sua teologia della redenzione, che Nelly mediò in gioventù con la lettura di Buber e Rosenzweig, e fu il suo orizzonte mentale e il suo conforto nella lunga e travagliata vita. “La redenzione è sorgente e madre”. Nei colori del sogno: “Là dove il divino diventa il colore «Niente»”.
Nelly Sachs, Lettres en provenance de la nuit, Allia, pp.86 € 6
È la poesia in prosa di uno speciale amore materno, quale è l’amore filiale. Avvicinandosi l’anno dall’evento, Nelly “scrive” alla madre morta. Ci dialoga cioè, con la sola compagna di una vita di solitudine e malattia. Esercitando la “nostalgia della morte”, come di un futuribile: “Tutto è spazzato salvo la nostra destinazione. La morte è il dissipatore del superfluo”. Solitudine, sofferenza, indigenza fisica e economica: “Resta il «silenzio parlante», la «nostalgia»… Oh morte, che partorisci le anime”. Il “silenzio parlante” è della “meravigliosa musica dell’armonia che domanda e risponde”, tra il vivo e il morto.
È la coedizione in contemporanea con la pubblicazione a fine 2010 in lingua originale, “Briefe asu der Nacht”. Un’elegia che si legge in controluce del chassidismo, nel linguaggio iniziatico, acuto, del fantasioso chassidismo, e della sua teologia della redenzione, che Nelly mediò in gioventù con la lettura di Buber e Rosenzweig, e fu il suo orizzonte mentale e il suo conforto nella lunga e travagliata vita. “La redenzione è sorgente e madre”. Nei colori del sogno: “Là dove il divino diventa il colore «Niente»”.
Nelly Sachs, Lettres en provenance de la nuit, Allia, pp.86 € 6
Il governo del presidente lo inventò Segni
Si chiama governo dei tecnici o di emergenza ma è il governo del presidente. Entrato nella costituzione materiale con Scalfaro e ora con Napolitano, è stato divisato e fortemente voluto, al punto da organizzare un tentativo di colpo di Stato, il famoso piano Solo, da Segni nel 1964. Segni non ci riuscì proprio per aver voluto il piano Solo, aver tentato cioè l’impossibile. Questo precedente mise poi a lungo la sordina al governo autoritario dell’uomo forte del settennato. I governi successivi di decantazione si chiamarono balneari o a termine, e furono organizzati dalle stesse forze politiche in Parlamento. Fino al revival di Scalfaro, che lo assortì di due scioglimenti d’autorità del Parlamento.
Il governo tecnico è insomma un governo politico, un tempo contro la sinistra parlamentare, negli ultimi venti anni contro la destra, alla quale il paese è stato condotto dalla operazione Mani Pulite. Dei presidenti di questo ventennio anti-destra, se ne è astenuto significativamente proprio il presidente tecnico per eccellenza, Ciampi, che si è invece attenuto alla costituzione vera.
Il piano Solo, col golpe militare, è contestato da molti storici. Le forze armate non ne erano parte, e nemmeno l’arma dei carabinieri, solo poche diecine di ufficiali allineati sul generale De Lorenzo – che peraltro, medaglia d’oro della Resistenza, non ne accettò mai la paternità. Ma Segni, contrario al centro-sinistra, il governo con i socialisti che la Dc, il suo partito, aveva intrapreso sotto la guida di Fanfani e di Moro, operò attivamente, a pochi mesi dalla formazione del primo governo Moro, per farlo cadere. E sostituirlo con un governo di sua fiducia.
Il bimestrale “Nuova Storia Contemporanea” ne fornisce una ricostruzione accurata. Segni propose la presidenza a Scelba, ex presidente del consiglio e ex ministro dell’Interno, e a Merzagora, presidente del Senato. Forse anche a Pella, altro ex presidente del consiglio. Scelba ne parla nelle sue memorie. Merzagora si prodigò attivamente, proponendosi come il “tecnico” che poteva garantire l’economia.
Il piano Solo, col golpe militare, è contestato da molti storici. Le forze armate non ne erano parte, e nemmeno l’arma dei carabinieri, solo poche diecine di ufficiali allineati sul generale De Lorenzo – che peraltro, medaglia d’oro della Resistenza, non ne accettò mai la paternità. Ma Segni, contrario al centro-sinistra, il governo con i socialisti che la Dc, il suo partito, aveva intrapreso sotto la guida di Fanfani e di Moro, operò attivamente, a pochi mesi dalla formazione del primo governo Moro, per farlo cadere. E sostituirlo con un governo di sua fiducia.
Il bimestrale “Nuova Storia Contemporanea” ne fornisce una ricostruzione accurata. Segni propose la presidenza a Scelba, ex presidente del consiglio e ex ministro dell’Interno, e a Merzagora, presidente del Senato. Forse anche a Pella, altro ex presidente del consiglio. Scelba ne parla nelle sue memorie. Merzagora si prodigò attivamente, proponendosi come il “tecnico” che poteva garantire l’economia.
giovedì 5 gennaio 2012
Gli Usa fanno le guerre, l’Italia paga il petrolio
Gli Usa menano fendenti da un quarantennio nel Medio Oriente e in Nord Africa, l’area del petrolio, per quale motivo non si sa bene, e l’Europa paga il conto. O, meglio, l’Italia paga, e pochi altri paesi europei. Non la Germania o la Francia, che metà dei loro consumi di energia li riforniscono autarchicamente, col nucleare e col carbone. Né la Gran Bretagna, che aveva il carbone e ora ha gli idrocarburi, di cui è esportatore netto.
Periodicamente gli Usa scuotono l’area del Golfo e il Nord Africa, il nucleo centrale della produzione di petrolio e gas nel mondo, con embarghi e guerre, in Ira, Iraq, il Golfo, la Libia, e chiamano l’Europa (l’Italia) a pagare il conto. E l’Europa (l’Italia) volentieri obbedisce e paga.
L’Italia è il paese più esposto ai rincari di petrolio e gas, perché ne è il grande importatore, per oltre l’80 per cento del fabbisogno. Come il Giappone, e in prospettiva la Cina. Che, se non altro, si accodano malvolentieri, e anzi protestando spesso si dissociano, sia dalle guerre che dagli embarghi.
C’è una diversa logica degli aumenti dei combustibili per gli importatori (l’Italia, il Giappone) e per gli altri. Uno schema che si è purtroppo consolidato dalla prima crisi del 1973. Per i primi sono un onere, sempre più gravoso: un circolo vizioso. Per gli altri, gli Usa, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, contribuiscono a rafforzare l’industria nazionale delle fonti di energia, e l’autonomia, in un circolo virtuoso: crescono i margini e gli investimenti.
Periodicamente gli Usa scuotono l’area del Golfo e il Nord Africa, il nucleo centrale della produzione di petrolio e gas nel mondo, con embarghi e guerre, in Ira, Iraq, il Golfo, la Libia, e chiamano l’Europa (l’Italia) a pagare il conto. E l’Europa (l’Italia) volentieri obbedisce e paga.
L’Italia è il paese più esposto ai rincari di petrolio e gas, perché ne è il grande importatore, per oltre l’80 per cento del fabbisogno. Come il Giappone, e in prospettiva la Cina. Che, se non altro, si accodano malvolentieri, e anzi protestando spesso si dissociano, sia dalle guerre che dagli embarghi.
C’è una diversa logica degli aumenti dei combustibili per gli importatori (l’Italia, il Giappone) e per gli altri. Uno schema che si è purtroppo consolidato dalla prima crisi del 1973. Per i primi sono un onere, sempre più gravoso: un circolo vizioso. Per gli altri, gli Usa, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, contribuiscono a rafforzare l’industria nazionale delle fonti di energia, e l’autonomia, in un circolo virtuoso: crescono i margini e gli investimenti.
Queste Ue è il Congresso di Vienna
Alla vigilia del vertice Ue che ha varato l’unione fiscale, si è tenuto a Berlino il Congresso della Spd, il partito socialista tedesco. Il decano dei socialisti tedeschi Helmut Schmidt, ex cancelliere, 93 anni, ha criticato con asprezza la politica della Germania First. Questo il punto centrale del suo intervento, che non ha avuto all’epoca alcuna eco in Italia:
“Gli attivi tedeschi non sono altro che i passivi degli altri stati europei. I diritti che invochiamo i loro debiti. È una violazione di quanto abbiamo seminato sulla base ideale della «bilancia esterna». Questa violazione non può che spaventare i nostri partner. Se soccombiamo alla tentazione di dominare gli altri, i nostri vicini si ergeranno contro di noi. Le preoccupazioni di una periferia attorno a un nucleo centrale troppo forte dell’Unione europea tornerebbero rapidissimamente. Con la probabile conseguenza della paralisi per l’Europa. E dell’isolamento per la Germania”.
L’ex cancelliere ha chiesto “più ambizione”, ma nel senso di “più solidarietà, meno arroganza”. Sul presupposto che l’Europa si attende dalla Germania una funzione politica pilota, ma in un’ottica europea e non nazionale. Che tanto più potrebbe pesare sulla Germania, ha aggiunto, perché “evoca cattive memorie”, il passato è ancora doloroso. “La Germania è cresciuta con l’Europa e grazie all’Europa”, ha aggiunto.
Schmidt ha difeso l’euro, che ha assicurato più stabilità di quanta ne ha assicurato il dollaro o ne assicurasse il marco. Ha definito “punitivo” il nuovo trattato fiscale che si stava per adottare. E, qui con asprezza, ha attaccato la Commissione di Bruxelles e “tutti coloro che fanno” oggi l’Europa, accusandoli di attentare alla democrazia. Si è scusato di non avere fatto abbastanza, quand’era cancelliere, per rafforzare il Parlamento europeo. E ha chiesto a Martin Schulz (il “nemico” di Berlusconi) d’impegnare a questo fine il partito e i socialisti europei.
Schulz ha convenuto, con l’ormai noto stile categorico: la Commissione europea, ha detto, ha cessato di esistere, facendo e disfacendo i governi, come in Grecia e in Italia, si è trasformata in un congresso di Vienna, in testa il duo Merkozy.
“Gli attivi tedeschi non sono altro che i passivi degli altri stati europei. I diritti che invochiamo i loro debiti. È una violazione di quanto abbiamo seminato sulla base ideale della «bilancia esterna». Questa violazione non può che spaventare i nostri partner. Se soccombiamo alla tentazione di dominare gli altri, i nostri vicini si ergeranno contro di noi. Le preoccupazioni di una periferia attorno a un nucleo centrale troppo forte dell’Unione europea tornerebbero rapidissimamente. Con la probabile conseguenza della paralisi per l’Europa. E dell’isolamento per la Germania”.
L’ex cancelliere ha chiesto “più ambizione”, ma nel senso di “più solidarietà, meno arroganza”. Sul presupposto che l’Europa si attende dalla Germania una funzione politica pilota, ma in un’ottica europea e non nazionale. Che tanto più potrebbe pesare sulla Germania, ha aggiunto, perché “evoca cattive memorie”, il passato è ancora doloroso. “La Germania è cresciuta con l’Europa e grazie all’Europa”, ha aggiunto.
Schmidt ha difeso l’euro, che ha assicurato più stabilità di quanta ne ha assicurato il dollaro o ne assicurasse il marco. Ha definito “punitivo” il nuovo trattato fiscale che si stava per adottare. E, qui con asprezza, ha attaccato la Commissione di Bruxelles e “tutti coloro che fanno” oggi l’Europa, accusandoli di attentare alla democrazia. Si è scusato di non avere fatto abbastanza, quand’era cancelliere, per rafforzare il Parlamento europeo. E ha chiesto a Martin Schulz (il “nemico” di Berlusconi) d’impegnare a questo fine il partito e i socialisti europei.
Schulz ha convenuto, con l’ormai noto stile categorico: la Commissione europea, ha detto, ha cessato di esistere, facendo e disfacendo i governi, come in Grecia e in Italia, si è trasformata in un congresso di Vienna, in testa il duo Merkozy.
Ombre - 114
Di Frederick Seidel, il poeta americano famoso per le sue Ducati (prima di Valentino Rossi?) la “London Review of Books” dell’1 dicembre pubblica la poesia “Rome”. Che così si conclude: “L’eccitazione monta finché la repubblica italiana diventa isterica\ L’orgasmo è un’aria d’opera italiana di vanteria e brina” - il corsivo è in italiano nella versione originale.
A Berlino a Natale si poteva pagare in marchi. Le bancarelle al mercato di Alexander Platz rassicuravano: “Qui si può pagare in marchi tedeschi. Un euro = due marchi”.
La Corte Costituzionale deciderà sui referendum elettorali tra dieci giorni. Ma la sua decisione è già sui giornali. Questi dieci giorni che mancano all’annuncio se li prende di vacanza?
Grave scandalo perché un vicecapo della polizia dice in Parlamento che le camere di sicurezza non sono attrezzate a fare da prigione. Le ministre dell’Interno e della Giustizia dicono che non è vero. Ne hanno mai visto una? Perché Napolitano c’impone queste persone a ministre? Perché c’impone questi gravi scandali?
Un professor Giovannini fa uno studio comparato di retribuzioni e rimborsi spese parlamentari in giro per l’Europa. Per dire che i parlamentari italiani sono strapagati. Lo manda anche a mezzo mondo ma non al governo che glielo ha commissionato (era il governo Berlusconi, ma un governo c’è pur sempre) e alle Camere. Poi lo definisce un papocchio: le voci non sono comparabili. Questo stesso professore è presidente dell’Istat, l’istituto nazionale di statistica.
Si capisce perché l’Istat dica da dieci anni che non c’è l’inflazione: dev’essere un disco rotto.
I candidati repubblicani alla presidenza americana sembrano tutti improbabili a un europeo. Bachmann non vuole le tasse federali e la riforma sanitaria. Santorum è un “creazionista”, benché cattolico, un anti-Darwin. Paul è antistatalista al punto di rifiutarsi di ritirare la pensione. Romney e Gingrich sono manager e consulenti finanziari. È anche questo un teatrino della politica, ma quanto meno noioso.
Ottanta agenti del fisco a Cortina per San Silvestro, con diaria onerosa e straordinario festivo. Per accertare che alcuni possessori di Suv e Supercar dichiarano redditi bassi. Non l’avevano accertato prima? Bisognerebbe metterli dentro: accertare la proprietà di Suv e Supercar dovrebbe essere automatico alla registrazione al Pra.
C’è sdegno per i ricchi di Cortina: i grandi giornalisti dei grandi giornali li vorrebbero tutti ar gabbio. Anche se loro pure vanno tutti a Cortina, specie se invitati.
È tanto lo sdegno che lì si esaurisce. Non ce n’è infatti per il banchiere superministro Passera che obbliga mezzo milione di vecchietti ad aprire, gestire e pagare un conto corrente per avere i soldi della pensione – che diventeranno due milioni fra qualche mese.
Le Poste tornano a non consegnare più le cartoline – la corrispondenza dichiaratamente privata – ed erraticamente le lettere. La scoperta delle Poste americane fu la grande meraviglia del dopoguerra, e del grande film di Jacques Tati, “Giorno di festa”. Era una delle tante scoperte della liberazione? Ma le Poste funzionavano alla stessa maniera, prima della guerra, anche in Europa e in Italia. E anzi un secolo fa, prima della Grande Guerra: le lettere arrivavano. Il giorno dopo in tutte le corrispondenze famose, quella di Pascoli per esempio, da un borgo della Garfagnana interna a un borgo della Romagna.
Lo sceicco Al Khalifa, che assiste all’allenamento, su una sedia di plastica, tra Leonardo e Ancelotti, mentre la squadra sfila di corsa, in assetto atletico, in (quasi) allineamento, sul prato sintetico, sotto un cielo grigio. Il quadretto della la corte dei tempi moderni, dollari e plastica.
Incisiva, illuminante, memorabile, tutta da leggere la brevissima storia del calcio di Paolo Casarin sul “Corriere della sera” martedì: “Lo show a tutti i costi”.
La società Autostrade a ottobre affiggeva ai caselli un cartello: “L’aumento ingiustificato dell’Iva ci costringe a un aumento delle tariffe”. L’iva aumentava dell’1 per cento, le tariffe del 2. Ora Autostrade aumenta le tariffe del 3,5 per cento, anche se l’Iva aumenterà fra sei mesi. È un premio per la resistenza autunnale? Questo aumento si fa e basta, senza cartelli indignati. E senza proteste.
In nessun articolo del “Corriere della sera” su don Verzé e il gruppo San Raffaele si dice che Rotelli è il primo azionista del giornale, non sgradito.
Si leggono cose assurde in morte di don Verzè. Con i vituperati Craxi e Berlusconi ha potuto fondare il san Raffaele (ospedale, università, centro di ricerca), di cui tutti dicono bene. E dunque dove sta il bene e il male? Chi ha crocefisso quest’uomo senza accusarlo precisamente di nulla?
I cronisti giudiziari del caso don Verzè e i loro giudici non inventano nulla, il canone dell’accusa non è nuovo. Tra le due guerre fu usato contro padre Pio: profumi di marca, dolce vita, abusi sulle figlie spirituali, tesori nascosti. Ma è più antico, dell’anticlericalismo.
Yanukovich ha fatto arrestare e condannare la sua rivale Timoshenko alle elezioni presidenziali del 2010 con l’accusa di avere svenduto l’Ucraina alla Russia. Ma non era Yanukovich l’uomo dei russi nella saga dieci anni fa della “rivoluzione arancione”, contro l’eroe Yushenko? Che ci raccontano gli americani? E perché noi ci crediamo?
Angela Merkel ha prodded Napolitano a cacciare Berlusconi, lo ha spinto, stimolato, come insegna Pino Sarcina sul “Corriere della sera”, o si è solo detta preoccupata per l’Italia? Napolitano, un atto di coraggio, per una volta dica la verità: mi sono arreso a Milano.
Lele Mora, che non ha ammazzato nessuno ma sta in carcere malato, e i giudici di Milano (ma sono tutte donne) che dicono che sta bene e che sta meglio in carcere, beh, Milano ogni tanto si scopre.
Va all’asta a Milano l’ospedale di don Verzé. Finalmente si capisce perché quest’uomo è diventato all’improvviso un lestofante.
“È difficile giudicare quel che accadeva allora”, dice il presidente della Einaudi Cerati a Simonetta Fiori su “Repubblica”, degli anni 1950-1955: “Stalin era quella roba lì, il laudatore dell’uomo semplice” – secondo una stampa agiografica appesa alla parete dell’ufficio, nota l’intervistatrice. Una rivalutazione di Stalin? Potrebbe essere un filone di mercato.
La vedova Sanguineti è per Marta Vincenzi, sindaco di Genova, e contro Roberta Pinotti, senatrice. Tutt’e tre le signore sono democratiche ex Pci, ma di due correnti diverse. Se la candidatura a sindaco andrà alla Pinotti, la vedova Sanguineti non donerà al Comune la preziosa biblioteca del marito. Novità? Beh, una c’è: una volta la faziosità era negata.
A Berlino a Natale si poteva pagare in marchi. Le bancarelle al mercato di Alexander Platz rassicuravano: “Qui si può pagare in marchi tedeschi. Un euro = due marchi”.
La Corte Costituzionale deciderà sui referendum elettorali tra dieci giorni. Ma la sua decisione è già sui giornali. Questi dieci giorni che mancano all’annuncio se li prende di vacanza?
Grave scandalo perché un vicecapo della polizia dice in Parlamento che le camere di sicurezza non sono attrezzate a fare da prigione. Le ministre dell’Interno e della Giustizia dicono che non è vero. Ne hanno mai visto una? Perché Napolitano c’impone queste persone a ministre? Perché c’impone questi gravi scandali?
Un professor Giovannini fa uno studio comparato di retribuzioni e rimborsi spese parlamentari in giro per l’Europa. Per dire che i parlamentari italiani sono strapagati. Lo manda anche a mezzo mondo ma non al governo che glielo ha commissionato (era il governo Berlusconi, ma un governo c’è pur sempre) e alle Camere. Poi lo definisce un papocchio: le voci non sono comparabili. Questo stesso professore è presidente dell’Istat, l’istituto nazionale di statistica.
Si capisce perché l’Istat dica da dieci anni che non c’è l’inflazione: dev’essere un disco rotto.
I candidati repubblicani alla presidenza americana sembrano tutti improbabili a un europeo. Bachmann non vuole le tasse federali e la riforma sanitaria. Santorum è un “creazionista”, benché cattolico, un anti-Darwin. Paul è antistatalista al punto di rifiutarsi di ritirare la pensione. Romney e Gingrich sono manager e consulenti finanziari. È anche questo un teatrino della politica, ma quanto meno noioso.
Ottanta agenti del fisco a Cortina per San Silvestro, con diaria onerosa e straordinario festivo. Per accertare che alcuni possessori di Suv e Supercar dichiarano redditi bassi. Non l’avevano accertato prima? Bisognerebbe metterli dentro: accertare la proprietà di Suv e Supercar dovrebbe essere automatico alla registrazione al Pra.
C’è sdegno per i ricchi di Cortina: i grandi giornalisti dei grandi giornali li vorrebbero tutti ar gabbio. Anche se loro pure vanno tutti a Cortina, specie se invitati.
È tanto lo sdegno che lì si esaurisce. Non ce n’è infatti per il banchiere superministro Passera che obbliga mezzo milione di vecchietti ad aprire, gestire e pagare un conto corrente per avere i soldi della pensione – che diventeranno due milioni fra qualche mese.
Le Poste tornano a non consegnare più le cartoline – la corrispondenza dichiaratamente privata – ed erraticamente le lettere. La scoperta delle Poste americane fu la grande meraviglia del dopoguerra, e del grande film di Jacques Tati, “Giorno di festa”. Era una delle tante scoperte della liberazione? Ma le Poste funzionavano alla stessa maniera, prima della guerra, anche in Europa e in Italia. E anzi un secolo fa, prima della Grande Guerra: le lettere arrivavano. Il giorno dopo in tutte le corrispondenze famose, quella di Pascoli per esempio, da un borgo della Garfagnana interna a un borgo della Romagna.
Lo sceicco Al Khalifa, che assiste all’allenamento, su una sedia di plastica, tra Leonardo e Ancelotti, mentre la squadra sfila di corsa, in assetto atletico, in (quasi) allineamento, sul prato sintetico, sotto un cielo grigio. Il quadretto della la corte dei tempi moderni, dollari e plastica.
Incisiva, illuminante, memorabile, tutta da leggere la brevissima storia del calcio di Paolo Casarin sul “Corriere della sera” martedì: “Lo show a tutti i costi”.
La società Autostrade a ottobre affiggeva ai caselli un cartello: “L’aumento ingiustificato dell’Iva ci costringe a un aumento delle tariffe”. L’iva aumentava dell’1 per cento, le tariffe del 2. Ora Autostrade aumenta le tariffe del 3,5 per cento, anche se l’Iva aumenterà fra sei mesi. È un premio per la resistenza autunnale? Questo aumento si fa e basta, senza cartelli indignati. E senza proteste.
In nessun articolo del “Corriere della sera” su don Verzé e il gruppo San Raffaele si dice che Rotelli è il primo azionista del giornale, non sgradito.
Si leggono cose assurde in morte di don Verzè. Con i vituperati Craxi e Berlusconi ha potuto fondare il san Raffaele (ospedale, università, centro di ricerca), di cui tutti dicono bene. E dunque dove sta il bene e il male? Chi ha crocefisso quest’uomo senza accusarlo precisamente di nulla?
I cronisti giudiziari del caso don Verzè e i loro giudici non inventano nulla, il canone dell’accusa non è nuovo. Tra le due guerre fu usato contro padre Pio: profumi di marca, dolce vita, abusi sulle figlie spirituali, tesori nascosti. Ma è più antico, dell’anticlericalismo.
Yanukovich ha fatto arrestare e condannare la sua rivale Timoshenko alle elezioni presidenziali del 2010 con l’accusa di avere svenduto l’Ucraina alla Russia. Ma non era Yanukovich l’uomo dei russi nella saga dieci anni fa della “rivoluzione arancione”, contro l’eroe Yushenko? Che ci raccontano gli americani? E perché noi ci crediamo?
Angela Merkel ha prodded Napolitano a cacciare Berlusconi, lo ha spinto, stimolato, come insegna Pino Sarcina sul “Corriere della sera”, o si è solo detta preoccupata per l’Italia? Napolitano, un atto di coraggio, per una volta dica la verità: mi sono arreso a Milano.
Lele Mora, che non ha ammazzato nessuno ma sta in carcere malato, e i giudici di Milano (ma sono tutte donne) che dicono che sta bene e che sta meglio in carcere, beh, Milano ogni tanto si scopre.
Va all’asta a Milano l’ospedale di don Verzé. Finalmente si capisce perché quest’uomo è diventato all’improvviso un lestofante.
“È difficile giudicare quel che accadeva allora”, dice il presidente della Einaudi Cerati a Simonetta Fiori su “Repubblica”, degli anni 1950-1955: “Stalin era quella roba lì, il laudatore dell’uomo semplice” – secondo una stampa agiografica appesa alla parete dell’ufficio, nota l’intervistatrice. Una rivalutazione di Stalin? Potrebbe essere un filone di mercato.
La vedova Sanguineti è per Marta Vincenzi, sindaco di Genova, e contro Roberta Pinotti, senatrice. Tutt’e tre le signore sono democratiche ex Pci, ma di due correnti diverse. Se la candidatura a sindaco andrà alla Pinotti, la vedova Sanguineti non donerà al Comune la preziosa biblioteca del marito. Novità? Beh, una c’è: una volta la faziosità era negata.
mercoledì 4 gennaio 2012
Ma la Francia dice no
Monti, il governo italiano, l’Italia potrebbero essere la sua ultima arma, l’ultima ciambella di salvataggio per il presidente francese Sarkozy, tanto potente in patria e tanto isolato. Più delle riserve di Moavero, è infatti la Francia, uno dei due fondatori della Ue “germanica”, che potrebbe portare al rifiuto della unione fiscale europea. Non subito, entro giugno: nella campagna elettorale di primavera e subito dopo. Ma già al vertice europeo tra un mese Sarkozy dovrà mantenenrsi cauto. A meno che il compito svolto e la buona coscienza dell’Italia non gli diano il coraggio e la possibilità di smarcarsi dalla cancelliera Merkel, se non di denunciarne le responsabilità.
Il presidente francese è praticamente solo in Francia a sostenere il patto tedesco. Ha contro la destra, ha la fronda socialista (ma tutte le correnti socialiste sono contrarie, compresa quella della supereuropeista Martine Aubry), e all’interno del movimento gollista, e nel nuovo Centro di François Bayrou e del suo nemico de Villepin, è criticato per l’eccessiva arrendevolezza. L’opinione resta sicuramente antifederalista in Francia, e più ora che la prevalenza tedesca è manifesta. Lo è di principio e di fatto. Di principio per la cessione di autonomia. Di fatto perché riduce salari e pensioni, nel mercato privato e nel potentissimo pubblico impiego, comprese le aziende pubbliche. L’«Europa tedesca» non piace. Alcuni esponenti socialisti si sono spinti a evocare i peggiori momenti del Novecento. Ma anche il candidato socialista Hollande, europeista, è andato in Germania a dirlo, al congresso socialista, alla vigilia del patto fiscale: “Non è concepibile un direttorio franco-tedesco per gestire l’Europa”. E: “Nessun paese ha lezioni da dare a un altro. Abbiamo bisogno di un compromesso dinamico tra la Francia e la Germania”. E anche la Francia potrebbe giovarsi ora del veto di Cameron, che impone accordi intergovernativi tra i 26, con le relative lunghe procedure. Senza cioè doversi spingere all’eccesso di sei anni fa, quando silurò la Costituzione europea con un referendum dall’afflusso massiccio.
Già si parla in Francia di Unione fiscale rivista. Sulla traccia della Costituzione europea. Quella bocciata al referendum del 31 maggio 2005, 448 articoli, redatta sulla base del trattato di Amsterdam tre anni prima, fu sostituita a metà dicembre 2007 dal Trattato di Lisbona, 70 articoli, e una quindicina di modifiche all’assetto iniziale. Una di queste è la possibilità di recedere dall’Unione. Anche per il Trattato di Lisbona il paese che pose più problemi fu la Gran Bretagna. Anche allora Polonia e Francia fecero leva sulla Gran Bretagna per far valere le loro proprie riserve.
Il presidente francese è praticamente solo in Francia a sostenere il patto tedesco. Ha contro la destra, ha la fronda socialista (ma tutte le correnti socialiste sono contrarie, compresa quella della supereuropeista Martine Aubry), e all’interno del movimento gollista, e nel nuovo Centro di François Bayrou e del suo nemico de Villepin, è criticato per l’eccessiva arrendevolezza. L’opinione resta sicuramente antifederalista in Francia, e più ora che la prevalenza tedesca è manifesta. Lo è di principio e di fatto. Di principio per la cessione di autonomia. Di fatto perché riduce salari e pensioni, nel mercato privato e nel potentissimo pubblico impiego, comprese le aziende pubbliche. L’«Europa tedesca» non piace. Alcuni esponenti socialisti si sono spinti a evocare i peggiori momenti del Novecento. Ma anche il candidato socialista Hollande, europeista, è andato in Germania a dirlo, al congresso socialista, alla vigilia del patto fiscale: “Non è concepibile un direttorio franco-tedesco per gestire l’Europa”. E: “Nessun paese ha lezioni da dare a un altro. Abbiamo bisogno di un compromesso dinamico tra la Francia e la Germania”. E anche la Francia potrebbe giovarsi ora del veto di Cameron, che impone accordi intergovernativi tra i 26, con le relative lunghe procedure. Senza cioè doversi spingere all’eccesso di sei anni fa, quando silurò la Costituzione europea con un referendum dall’afflusso massiccio.
Già si parla in Francia di Unione fiscale rivista. Sulla traccia della Costituzione europea. Quella bocciata al referendum del 31 maggio 2005, 448 articoli, redatta sulla base del trattato di Amsterdam tre anni prima, fu sostituita a metà dicembre 2007 dal Trattato di Lisbona, 70 articoli, e una quindicina di modifiche all’assetto iniziale. Una di queste è la possibilità di recedere dall’Unione. Anche per il Trattato di Lisbona il paese che pose più problemi fu la Gran Bretagna. Anche allora Polonia e Francia fecero leva sulla Gran Bretagna per far valere le loro proprie riserve.
Come sopravvivere alla Germania
Appena accettata la formula tedesca dell’unione fiscale, il governo Monti si è preoccupato dunque di delimitarla. È questo il senso del memorandum, che il ministro Moavero ha reso pubblico, con tutti i paletti che Roma intende porre a Berlino al prossimo vertice europeo tra un mese. L’applicazione dell’accordo del 9 dicembre, quello che subì il veto di Cameron, obbligherebbe l’Italia a ridurre ogni anno il debito di 50 miliardi, e questo semplicemente non è possibile. La pubblicazione del memorandum è intesa ad attivare una indispensabile, difficoltosa, azione diplomatica volta a “interpretare” i termini dell’accordo.
Il sì a dicembre è stato dunque un errore di calcolo dei professori? Può essere. Sicuramente il ripensamento rientra nell’ottica di Monti, che è germanofila per Realpolitik, dovendo riconoscere i veri rapporti di forza, ma idealmente e dottrinalmente è più inglese. La cessione di sovranità, in nessun quadro costituzionale o istituzionale di garanzia, non può andare bene per Monti, come per Cameron, già prima dell’impossibilità pratica per l’Italia di ridurre il debito ogni anno di 50 miliardi.
Ciò può andare bene alla Polonia, che è sempre in lotta per la sopravvivenza con la Germania. Può andare bene anche alla Francia, che non vuole e non può rinunciare all’illusorio asse o duummvirato con la Germania. L’Italia invece punta a u’adesione larga si suoi paletti da parte dei paesi piccolo-medi del’Unione, a partire dall’Olanda.
Il sì a dicembre è stato dunque un errore di calcolo dei professori? Può essere. Sicuramente il ripensamento rientra nell’ottica di Monti, che è germanofila per Realpolitik, dovendo riconoscere i veri rapporti di forza, ma idealmente e dottrinalmente è più inglese. La cessione di sovranità, in nessun quadro costituzionale o istituzionale di garanzia, non può andare bene per Monti, come per Cameron, già prima dell’impossibilità pratica per l’Italia di ridurre il debito ogni anno di 50 miliardi.
Ciò può andare bene alla Polonia, che è sempre in lotta per la sopravvivenza con la Germania. Può andare bene anche alla Francia, che non vuole e non può rinunciare all’illusorio asse o duummvirato con la Germania. L’Italia invece punta a u’adesione larga si suoi paletti da parte dei paesi piccolo-medi del’Unione, a partire dall’Olanda.
Il modello tedesco
Angela Merkel celebra un anno fausto, con un aumento del pil, l’unico in Europa, e dell’occupazione. Ma perde tutte le elezioni. Non senza motivo.
Portata a esempio oggi in Italia di sana rigidità, quasi una reincarnazione della Thatcher, Angela Merkel ha fruito nel 2011, e fruirà si spera nel 2012, della cosiddetta “Agenda 2010” messa a punto nel 2003 dal governo socialista di Schröder che l’ha preceduta – e che per essa ha perso le elezioni. La cura Schröder si basa su un allargamento della domanda di lavoro di un buon sesto. È questo l’effetto dell’aumento dell’età pensionabile dai sessanta ai settant’anni. E sull’espansione dei bassi salari, sotto i mille euro al mese. In un paio di milioni di casi sotto forma di part-time, per cui si lavora mezza giornata, con un’integrazione federale del salario (una delle spese non contabilizzate nel debito pubblico, che fu all’origine tre mesi fa dell’allarme sul debito reale della Germania lanciato da “Handelsblatt”, il “Sole 24 Ore” tedesco). I bassi salari erano un sesto del totale dei salari otto anni fa, sono un quarto oggi.
È tutto qui, incidentalmente, il divario di produttività accumulato nel decennio 2000-2010 dall’Italia nei confronti della Germania, che spesso si cita nei talk-show: trenta punti. I salari medi italiani, pur in diminuzione, sono in aumento rispetto alla produttività tedesca: nei dieci anni dell’euro, i costi per unità di prodotto sono aumentati del 9 per cento in Italia, e sono diminuiti del 17 in Germania. In parte per effetto di una diversa modulazione e intensità degli investimenti, ma nella parte maggiore per il forte divario nel costo del lavoro.
Portata a esempio oggi in Italia di sana rigidità, quasi una reincarnazione della Thatcher, Angela Merkel ha fruito nel 2011, e fruirà si spera nel 2012, della cosiddetta “Agenda 2010” messa a punto nel 2003 dal governo socialista di Schröder che l’ha preceduta – e che per essa ha perso le elezioni. La cura Schröder si basa su un allargamento della domanda di lavoro di un buon sesto. È questo l’effetto dell’aumento dell’età pensionabile dai sessanta ai settant’anni. E sull’espansione dei bassi salari, sotto i mille euro al mese. In un paio di milioni di casi sotto forma di part-time, per cui si lavora mezza giornata, con un’integrazione federale del salario (una delle spese non contabilizzate nel debito pubblico, che fu all’origine tre mesi fa dell’allarme sul debito reale della Germania lanciato da “Handelsblatt”, il “Sole 24 Ore” tedesco). I bassi salari erano un sesto del totale dei salari otto anni fa, sono un quarto oggi.
È tutto qui, incidentalmente, il divario di produttività accumulato nel decennio 2000-2010 dall’Italia nei confronti della Germania, che spesso si cita nei talk-show: trenta punti. I salari medi italiani, pur in diminuzione, sono in aumento rispetto alla produttività tedesca: nei dieci anni dell’euro, i costi per unità di prodotto sono aumentati del 9 per cento in Italia, e sono diminuiti del 17 in Germania. In parte per effetto di una diversa modulazione e intensità degli investimenti, ma nella parte maggiore per il forte divario nel costo del lavoro.
L’Italia, una democrazia autoritaria
È scandalo a Napoli – figurarsi – contro la gip Laviano che ha trascritto tal quale in una sentenza l’atto d’accusa della Procura. Escluso il dolo (che la dottoressa abbia stilato una sentenza-suicida, i magistrati lo fanno spesso), il fatto non è un’eccezione: il gip è un falso giudice, è un’ombra delle Procure, la dottoressa Laviano ha solo sbagliato la copiatura, evidentemente lasciata alla segretaria. Ma il peggio è quello che verrà: il Csm sanzionerà la dottoressa, blandamente, e tutto continuerà come prima, la giustizia la faranno le Procure. Contenti Napolitano, Vietti e ogni altro tutore della democrazia. Perché la democrazia italiana è autoritaria. Si dice bloccata ma è autoritaria.
L’autoritarismo è una categoria precisa (insomma) della sociologia politica, da cui l’Italia è sicuramente protetta dalla sua Costituzione, ben democratica. Ma è un miraggio, la realtà della vita quotidiana – anche a voler rifiutare la nozione di costituzione materiale, che pure è ben reale – è autoritaria. La Costituzione è ben salda in Italia e anzi non si riesce nemmeno ad ammodernarla, per come necessiterebbe. Ma è inapplicata. In ogni suo capitolo e si può dire in ogni suo articolo: sulla presidenza della Repubblica, il federalismo, il sindacalismo, la libertà d’opinione, il diritto al lavoro, la protezione delle minoranze e dei deboli, la giustizia, naturalmente, ancora iperfascista. E il governo: l’invenzione del governo tecnico, che non esiste in nessun posto se non negli interessi costituiti, è solo una stravaganza nell’anticostituzionalità ordinaria.
Un semplice elenco dei fronti autoritari è già una spiegazione, tanto l’antidemocrazia vi è manifesta.
L’informazione non ha alcuna deontologia se non quella dei suoi padroni – Rai compresa.
Tutti i corpi separati dello stato.
Compresa la corte Costituzionale – non ha mai protetto il cittadino.
Il Csm, le Procure, i Tribunali.
Le Poste.
Il fisco.
Le Autorità. L’illegalità di fatto le Autorità costituire da Prodi nel 1997 a protezione dei clienti e degli utenti non hanno fatto che aggravare, al costo di qualche miliardo per il loro lussuoso mantenimento.
La proliferazione normativa.
La mutevolezza delle norme: ciò che è valido il mese scorso non è valido ora, e tra sei mesi sarà ancora diverso. In un’elezione si anni fa a Roma si è votato con cinque sistemi elettorali diversi – o erano sei?
La proliferazione: ci sono un centinaio di termini e prescrizioni diverse, per le multe stradali, i ricorsi, gli accertamenti fiscali, diversi di anno in anno. Perfino per il finanziamento pubblico dei partiti, che un certo anno è perseguibile, quando un certo partito che ci è antipatico si può accusare di finanziamento illegale, ma l’anno dopo no, se un altro partito che ci è simpatico si è finanziato illegalmente.
Un’Italia si può dire, in fatto di leggi e applicazione della legge, fortemente autoritaria. Con la giustizia ridotta a intercettazioni e dossier, con fortissime discriminazione fra i potentati e anche fra i comuni. Oberati da una microlegislazione proteiforme e inaccessibile, che cambia le regole, le procedure, i termini ogni paio di mesi, e i nuovi termini rinchiude in sigle di una riga incomprensibili eccetto che ad avvocati e commercialisti da pagare profumatamente, Dpr, Dprm, etc. Una legislazione che ha sostituito l’imposta bruta del sale, ma ha lo stesso scopo, ed è molto, infinitamente più, onerosa.
Il fatto principale, che mai si mette in rilievo, e anzi si annega sulla società che è peggiore dei politici, è che l’Italia è impropriamente una democrazia. Cosa che tutti sanno, eccetto gli studiosi. La Costituzione è democratica ma lo Stato è sempre quello umbertino\fascista, ribattezzato etico dagli stessi fascisti, e cioè autoritario. La Resistenza non ha debellato quello Stato, non ci ha nemmeno tentato. Il Sessantotto l’ha sfidato e in parte vinto, ma l’impianto resta autoritario, e le aree autoritarie sono più di quelle democratiche.
Enorme è l’autoritarismo che il politico mantiene, non più controllato, da una quindicina d’anni, dalla dialettica politica: sanità, fisco, giustizia, amministrazione urbana, informazione, le funzioni pubbliche principali dipendono dalla mediazione politica – la raccomandazione, la lottizzazione. E persino i minuti adempimenti della vita quotidiana: l’iscrizione alla scuola, la pulizia delle strada, l’equità del servizio pubblico, considerato anche il tempo e la fatica delle code. Tariffa.
Si è cancellata con i socialisti la funzione di controllo del potere politico. O delle due subculture dominanti, la cattolica e la comunista, apparentate negli anni 1970 da Berlinguer nel compromesso storico, e quindi nella gestione della specifica questione morale che lo stesso leader comunista imponeva. La libertà è come non mai intesa come sottogoverno, affiliazione alle due culture dominanti, faziosamente discriminatorie.
L’autoritarismo è una categoria precisa (insomma) della sociologia politica, da cui l’Italia è sicuramente protetta dalla sua Costituzione, ben democratica. Ma è un miraggio, la realtà della vita quotidiana – anche a voler rifiutare la nozione di costituzione materiale, che pure è ben reale – è autoritaria. La Costituzione è ben salda in Italia e anzi non si riesce nemmeno ad ammodernarla, per come necessiterebbe. Ma è inapplicata. In ogni suo capitolo e si può dire in ogni suo articolo: sulla presidenza della Repubblica, il federalismo, il sindacalismo, la libertà d’opinione, il diritto al lavoro, la protezione delle minoranze e dei deboli, la giustizia, naturalmente, ancora iperfascista. E il governo: l’invenzione del governo tecnico, che non esiste in nessun posto se non negli interessi costituiti, è solo una stravaganza nell’anticostituzionalità ordinaria.
Un semplice elenco dei fronti autoritari è già una spiegazione, tanto l’antidemocrazia vi è manifesta.
L’informazione non ha alcuna deontologia se non quella dei suoi padroni – Rai compresa.
Tutti i corpi separati dello stato.
Compresa la corte Costituzionale – non ha mai protetto il cittadino.
Il Csm, le Procure, i Tribunali.
Le Poste.
Il fisco.
Le Autorità. L’illegalità di fatto le Autorità costituire da Prodi nel 1997 a protezione dei clienti e degli utenti non hanno fatto che aggravare, al costo di qualche miliardo per il loro lussuoso mantenimento.
La proliferazione normativa.
La mutevolezza delle norme: ciò che è valido il mese scorso non è valido ora, e tra sei mesi sarà ancora diverso. In un’elezione si anni fa a Roma si è votato con cinque sistemi elettorali diversi – o erano sei?
La proliferazione: ci sono un centinaio di termini e prescrizioni diverse, per le multe stradali, i ricorsi, gli accertamenti fiscali, diversi di anno in anno. Perfino per il finanziamento pubblico dei partiti, che un certo anno è perseguibile, quando un certo partito che ci è antipatico si può accusare di finanziamento illegale, ma l’anno dopo no, se un altro partito che ci è simpatico si è finanziato illegalmente.
Un’Italia si può dire, in fatto di leggi e applicazione della legge, fortemente autoritaria. Con la giustizia ridotta a intercettazioni e dossier, con fortissime discriminazione fra i potentati e anche fra i comuni. Oberati da una microlegislazione proteiforme e inaccessibile, che cambia le regole, le procedure, i termini ogni paio di mesi, e i nuovi termini rinchiude in sigle di una riga incomprensibili eccetto che ad avvocati e commercialisti da pagare profumatamente, Dpr, Dprm, etc. Una legislazione che ha sostituito l’imposta bruta del sale, ma ha lo stesso scopo, ed è molto, infinitamente più, onerosa.
Il fatto principale, che mai si mette in rilievo, e anzi si annega sulla società che è peggiore dei politici, è che l’Italia è impropriamente una democrazia. Cosa che tutti sanno, eccetto gli studiosi. La Costituzione è democratica ma lo Stato è sempre quello umbertino\fascista, ribattezzato etico dagli stessi fascisti, e cioè autoritario. La Resistenza non ha debellato quello Stato, non ci ha nemmeno tentato. Il Sessantotto l’ha sfidato e in parte vinto, ma l’impianto resta autoritario, e le aree autoritarie sono più di quelle democratiche.
Enorme è l’autoritarismo che il politico mantiene, non più controllato, da una quindicina d’anni, dalla dialettica politica: sanità, fisco, giustizia, amministrazione urbana, informazione, le funzioni pubbliche principali dipendono dalla mediazione politica – la raccomandazione, la lottizzazione. E persino i minuti adempimenti della vita quotidiana: l’iscrizione alla scuola, la pulizia delle strada, l’equità del servizio pubblico, considerato anche il tempo e la fatica delle code. Tariffa.
Si è cancellata con i socialisti la funzione di controllo del potere politico. O delle due subculture dominanti, la cattolica e la comunista, apparentate negli anni 1970 da Berlinguer nel compromesso storico, e quindi nella gestione della specifica questione morale che lo stesso leader comunista imponeva. La libertà è come non mai intesa come sottogoverno, affiliazione alle due culture dominanti, faziosamente discriminatorie.
Venezia cupa, all’ora della Lega
“In un paese nel quale un giudice poteva mettere a verbale che la mafia italiana e il governo italiano erano la stessa cosa, non c’era più niente e nessuno che fosse da consederarsi sacro”. Ma Dibdin non fa le barricate per il sacro, vuol solo dire che il suo Aurelio Zen, il commissario veneziano, non è uno scemo, considerando l’equiparazione una stupidaggine e forse una furbata. Mani Pulite del resto, sono gli stessi anni, è un modo per ogni imprenditore di “mettere nei guai due o tre concorrenti”. Come se che accusare gli altri lavasse le colpe.
Questo scrittore inglese di gialli sarà il miglior testimone dell’Italia nell’ultimo ventennio del Novecento. Qui il veneziano Zen, trapiantato a Roma con la mammetta, scandaglia la sua Venezia negli anni del trionfo della Lega – che ci furono: la città forse se ne vergogna, ma qui la Lega trionfa (e in “Aprile”, il film di Moretti). Un luogo arcigno, quale è per i suoi residenti nei giorni vuoti dal turismo, e anche per effetto del turismo. Dove il freddo è insopportabile la notte, e di giorno c’è la nebbia spessa, la neve ghiacciata, o il fango puzzolente, pieno di topi, della bassa marea. Nella Laguna Morta propriamente detta, a nord della città, luogo di desolate paludi e saline, ossari di morti e sabbie mobili. E in periferia, le isole, dove si abita in palazzoni a sei piani. Un cupo scenario per un’Italia senza rimedio: la soluzione in questi gialli italiani è impossibile, ma il racconto di come e perché lo è, quello è appassionante nelle mani in un inglese.
Michael Dibdin, Laguna morta
Questo scrittore inglese di gialli sarà il miglior testimone dell’Italia nell’ultimo ventennio del Novecento. Qui il veneziano Zen, trapiantato a Roma con la mammetta, scandaglia la sua Venezia negli anni del trionfo della Lega – che ci furono: la città forse se ne vergogna, ma qui la Lega trionfa (e in “Aprile”, il film di Moretti). Un luogo arcigno, quale è per i suoi residenti nei giorni vuoti dal turismo, e anche per effetto del turismo. Dove il freddo è insopportabile la notte, e di giorno c’è la nebbia spessa, la neve ghiacciata, o il fango puzzolente, pieno di topi, della bassa marea. Nella Laguna Morta propriamente detta, a nord della città, luogo di desolate paludi e saline, ossari di morti e sabbie mobili. E in periferia, le isole, dove si abita in palazzoni a sei piani. Un cupo scenario per un’Italia senza rimedio: la soluzione in questi gialli italiani è impossibile, ma il racconto di come e perché lo è, quello è appassionante nelle mani in un inglese.
Michael Dibdin, Laguna morta
lunedì 2 gennaio 2012
Don Verzé è morto quando disse no a Bazoli
È una storia molto milanese, quella di don Verzé, bella e bruttissima. Approdato a quarant’anni dal Veneto a Milano, ha potuto fondare il san Raffaele, aveva l’idea e l’energia buone, e ha trovato i soldi. Ma l’affare, arrivando ai novant’anni, doveva cedere ad altri interessi, si è rifiutato, e la storia si è fatta improvvisamente sordida, di minacce e ricatti: “Milano” l’ha fulminato, la congerie di interessi che controlla la capitale lombarda e domina l’Italia.
Tutto andava bene fino a un anno fa. Poi l’amministratore delegato di Intesa Passera, l’attuale superministro, gli ha intimato di rientrare dei debiti. Mentre un compratore si faceva avanti, Rotelli. E la curia milanese di Tettamanzi gli si ergeva di nuovo contro: in passato lo aveva fatto, con violenza, anche Montini, da vesocovo di Milano e poi da pontefice – il rapporto con la curia fu ricucito da don Verzé sotto la prelatura Martini. Il Vaticano di Bertone era allora intervenuto a difendere don Verzé. Ma Passera aveva già passato le carte alla Procura di Milano.
Una serie obbrobriosa di accuse è stata quindi, improvvisamente e poi con continuità, diffusa sui giornali, contro un personaggio e un’istituzione fino a qualche giorno prima osannati. Senza un’imputazione: don Verzé è morto senza imputazioni. Mentre è stato dato a credere che fosse un bancarottiere, un megalomane, che viveva nel lusso, un affarista, un ladro, un criminale (associazione a delinquere), un corruttore (fondi neri). Gli fu imputato il suicidio del suo direttore generale Cal, che invece non aveva retto all’ondata calunniosa. Si tentò pure l’improbabile pista godereccia, col supporto di una sua fotografia in costume da bagno.
Don Verzé doveva dare il suo gruppo in dote al neo guelfismo milanese. S’è rifiutato. Gli hanno preso tutto. Allo stato degli atti è questa la sola verità. Né ce ne può essere un’altra, è già stato fatto l’infattibile, in termini di calunnie disintegratrici, sia pure sotto forma di indiscrezioni e “indagini” della Procura di Milano. Ora il suo gruppo è valutato 300 milioni dal compratore rifiutato della primavera scorsa. Mentre vale quattro-cinque volte tanto – e i 300 milioni sono una valutazione, non una somma reale (Milano ha una lunga storia di società pagate con niente: Montecatini, Rizzoli-Corriere della sera, le banche d’interesse nazionale, la Sme di De Benedetti sono i casi maggiori di una lunga serie).
Il fallimento di un gruppo è sempre opinabile: non c’è un criterio astratto o una norma che sancisca il limite. I parametri del codice civile sono flessibili, tanto più che la presunzione è più che mai a “innocentare” gli affari: mantenere il più a lungo possibile la produzione, l’occupazione, il reddito. Il gruppo san Raffaele aveva debiti per un miliardo, ma pagava alle scadenze. È diventato insolvibile al momento in cui Passera gli ha ingiunto il rientro: il fallimento è stato voluto da Banca Intesa, cioè dal maggior creditore – un caso più unico che raro. La banca di cui è patron Giovanni Bazoli, che domina la finanza, l’editoria, la curia milanese, e ora anche il governo (Monti, Passera, Fornero, Profumo, Ornaghi).
La miniera sanità
La sanità resta sempre, malgrado la concorrenza dell’“energia verde”, il settore economico di maggior “potere” politico - foraggiamento del sottogoverno. Rotelli è anche il primo azionista della Rcs, la casa editrice del “Corriere della sera”, con una quota non dichiarata del 15 per cento – quella dichiarata ammonta a poco più dell’11 per cento. E anche questo è una parte importante della vicenda, del suo lato obbrobrioso.
Rotelli è stato a lungo un politico della sinistra di Base Dc, collaboratore a Milano di Piero Bassetti, ex presidente della Regione Lombardia. Manager del policlinico San Donato Milanese nel 1980, ha organizzato, in qualità di consulente di Bassetti, il piano sanitario della Regione Lombardia, e ha assunto varie consulenze nazionali, sempre nella stessa area Dc, sempre nella miniera sanità. Ha poi capitalizzato la rete di relazioni investendo in proprio, a partire dalla seconda metà degli anni 1980: in in un decennio è diventato padrone di diciotto ospedali, di cui diciassette in Lombardia e uno nella finitima Piacenza.
Rcs è la sola diversificazione di Rotelli. Di Rcs Rotelli è socio ingombrante ma non contestato. Non è entrato nel patto di sindacato, ma siede in consiglio d’amministrazione. Un’ascesa avvenuta con la cauzione di Intesa. E per l’interesse prevalente, si ritiene pacificamente, del gruppo bancario: Rotelli rappresenterebbe in Rcs, direttamente e indirettamente, Giovanni Bazoli.
Tutto andava bene fino a un anno fa. Poi l’amministratore delegato di Intesa Passera, l’attuale superministro, gli ha intimato di rientrare dei debiti. Mentre un compratore si faceva avanti, Rotelli. E la curia milanese di Tettamanzi gli si ergeva di nuovo contro: in passato lo aveva fatto, con violenza, anche Montini, da vesocovo di Milano e poi da pontefice – il rapporto con la curia fu ricucito da don Verzé sotto la prelatura Martini. Il Vaticano di Bertone era allora intervenuto a difendere don Verzé. Ma Passera aveva già passato le carte alla Procura di Milano.
Una serie obbrobriosa di accuse è stata quindi, improvvisamente e poi con continuità, diffusa sui giornali, contro un personaggio e un’istituzione fino a qualche giorno prima osannati. Senza un’imputazione: don Verzé è morto senza imputazioni. Mentre è stato dato a credere che fosse un bancarottiere, un megalomane, che viveva nel lusso, un affarista, un ladro, un criminale (associazione a delinquere), un corruttore (fondi neri). Gli fu imputato il suicidio del suo direttore generale Cal, che invece non aveva retto all’ondata calunniosa. Si tentò pure l’improbabile pista godereccia, col supporto di una sua fotografia in costume da bagno.
Don Verzé doveva dare il suo gruppo in dote al neo guelfismo milanese. S’è rifiutato. Gli hanno preso tutto. Allo stato degli atti è questa la sola verità. Né ce ne può essere un’altra, è già stato fatto l’infattibile, in termini di calunnie disintegratrici, sia pure sotto forma di indiscrezioni e “indagini” della Procura di Milano. Ora il suo gruppo è valutato 300 milioni dal compratore rifiutato della primavera scorsa. Mentre vale quattro-cinque volte tanto – e i 300 milioni sono una valutazione, non una somma reale (Milano ha una lunga storia di società pagate con niente: Montecatini, Rizzoli-Corriere della sera, le banche d’interesse nazionale, la Sme di De Benedetti sono i casi maggiori di una lunga serie).
Il fallimento di un gruppo è sempre opinabile: non c’è un criterio astratto o una norma che sancisca il limite. I parametri del codice civile sono flessibili, tanto più che la presunzione è più che mai a “innocentare” gli affari: mantenere il più a lungo possibile la produzione, l’occupazione, il reddito. Il gruppo san Raffaele aveva debiti per un miliardo, ma pagava alle scadenze. È diventato insolvibile al momento in cui Passera gli ha ingiunto il rientro: il fallimento è stato voluto da Banca Intesa, cioè dal maggior creditore – un caso più unico che raro. La banca di cui è patron Giovanni Bazoli, che domina la finanza, l’editoria, la curia milanese, e ora anche il governo (Monti, Passera, Fornero, Profumo, Ornaghi).
La miniera sanità
La sanità resta sempre, malgrado la concorrenza dell’“energia verde”, il settore economico di maggior “potere” politico - foraggiamento del sottogoverno. Rotelli è anche il primo azionista della Rcs, la casa editrice del “Corriere della sera”, con una quota non dichiarata del 15 per cento – quella dichiarata ammonta a poco più dell’11 per cento. E anche questo è una parte importante della vicenda, del suo lato obbrobrioso.
Rotelli è stato a lungo un politico della sinistra di Base Dc, collaboratore a Milano di Piero Bassetti, ex presidente della Regione Lombardia. Manager del policlinico San Donato Milanese nel 1980, ha organizzato, in qualità di consulente di Bassetti, il piano sanitario della Regione Lombardia, e ha assunto varie consulenze nazionali, sempre nella stessa area Dc, sempre nella miniera sanità. Ha poi capitalizzato la rete di relazioni investendo in proprio, a partire dalla seconda metà degli anni 1980: in in un decennio è diventato padrone di diciotto ospedali, di cui diciassette in Lombardia e uno nella finitima Piacenza.
Rcs è la sola diversificazione di Rotelli. Di Rcs Rotelli è socio ingombrante ma non contestato. Non è entrato nel patto di sindacato, ma siede in consiglio d’amministrazione. Un’ascesa avvenuta con la cauzione di Intesa. E per l’interesse prevalente, si ritiene pacificamente, del gruppo bancario: Rotelli rappresenterebbe in Rcs, direttamente e indirettamente, Giovanni Bazoli.
Il mondo com'è - 79
astolfo
Giustizia – Quella politica è per antonomasia fascista, assolutista. In Italia è invece da vent’anni di sinistra. Ambisce cioè a essere democratica. È una storia inedita e una brutta storia. È un cascame del sovietismo, una forma di assolutismo, per molti aspetti anche fascista, che s’è impadronito dell’Italia dopo la sua caduta nell’Unione Sovietica
Immunità parlamentare – Si vuole una protezione, è una tagliola: è la giustizia politica per definizione. Il parlamentare contro il quale le Camere, per motivi politici, spiccano l’autorizzazione a procedere è già condannato. In camera, senza dibattimento, senza prove. L’autorizzazione a procedere è una condanna. Dichiaratamente politica, non ammantata della sacralità di cui si ammanta la giustizia.
Il caso di Papa, parlamentare magistrato inviso ad altri magistrati, in una faida dichiarata, nella stessa città (Napoli) e nello stesso ufficio (Procura) che ne hanno voluto l’incrminazione (e che per questo sarà assolto quando si farà un vero giudizio in un dibattimento pubblico, non quelli falsi di gip, gup e riesami), è per questo aspetto evidente: Papa è stato già condannato con l’autorizzazione a procedere. Ha fatto già il carcere. E ha finito di vivere la sua vita. Senza l’autorizzazione, sarebbe un giudice in lite con altri giudici.
Islam – Più di ogni altra cultura politica resiste al modulo occidentale. Dell’uguaglianza, della libertà di opinione, dell’autonomia reciproca tra politica e religione (laicismo), del voto politico periodico e plurale, del rispetto delle minoranze. È per questo forse il mondo su cui l’Occidente ha concentrato la sua forza militare, con numerose guerre “umanitarie” o “per i diritti civili”.
Ma l’Occidente alterna la guerra con fantastiche illusioni di “primavere democratiche” in quello stesso mondo. A opera delle forze più dichiaratamente islamiche. L’Occidente pensa cioè di utilizzare l’islam per una democratizzazione delle masse islamiche. Sembra un proposito nobile, ma è (è stato finora e ha tutta l’aria di volerlo essere) un artificio per indebolire e disperdere le forze della modernizzazione, già all’opera con ottimi risultati nello stesso mondo islamico, sotto l’effetto massa.
L’islam era un fattore politico residuale in tutto il mondo arabo, nel subcontinente indiano e in Indonesia negli anni 1970. Gli Usa ne hanno fatto un fattore principale in Pakistan, negli anni della tentata sovietizzazione dell’Afghanistan, quindi in Iran, e in rapida successione poi ovunque se ne è presentata l’occasione, fino alla Turchia.
Italia – È un esercizio in masochismo, blando. Anche quando vince la Nazionale, è sempre per caso – mentre gli ultimi avversari ai grandi trofei, Francia e Germania, ancora si leccano le ferite. C’è una ragione? Evidentemente sì.
Galli della Loggia, “L’Italia contemporanea 1945-1975”, a cura di V.Castronovo, 1976, afferma alla p. 427: “Il nuovo e «moderno» universo antropologico dei ceti medi non ha alle sue spalle, riposto cioè nella società civile, alcun patrimonio di cultura, di tradizioni di libertà e di individualità che possa dirsi geneticamente capitalistico”. È possibile.
Il patrimonio c’è, ovviamente. Si può dirlo allora insufficiente. Ma non più vasto, a un censimento pro capite, è questo patrimonio nei feudi della democrazia, la Svizzera, gli Usa, la Gran Bretagna. Quello che alla borghesia manca in Italia è l’affermazione della sua superiorità etica, di fronte al populismo forte delle cosiddette subculture post-risorgimentali, la liberale, la cattolica, la socialista, la fascista, la comunista. Già Leopardi, nel Discorso” ha in più punti il tema, ripreso più volte, della “società stretta”, che manca all’Italia.
Ma lo stesso Galli della Loggia mostra di ricredersi. L’individualismo (borghesia, capitalismo) c’è. È un vizio? Resiste, nota Ernesto Galli della Loggia nel sorprendente “L’identità italiana”, il saggio con cui ha aperto la serie del Mulino dallo stesso nome, per “il formidabile potenziale individualizzante costituito dall’essere stata (l’Italia) a suo tempo la culla della latinità e dall'essere la sede storica del cristianesimo cattolico”.
Nonché dell’urbanizzazione. L’Italia è un paese di città. C'erano 7.721 comuni in Italia al momento dell’unità nel 1861, contro i 1.307 della Francia, che ha una superficie di poco inferiore al doppio dell'Italia. Un terzo dei centri urbani risale a epoca pre-medievale. Il ruolo della Chiesa è tipicamente “italiano”, notava Leopardi nello “Zibaldone”, per la parte che vi hanno uomini e lingua della penisola. E anche, aggiunge Galli Della Loggia, perché “è nella forma che esso prende in Italia che il cristianesimo sembra attingere un'irrepetibile quintessenzialità”. La città, centro unificante e stimolo della collettività, della società “civile”, è morta con lo Stato lontano e ingombrante, sbirresco.
Il familismo? Colpisce molto i sociologi anglo-sassoni - gli stessi che fra due ragazzi che procedevano sottobraccio vedevano turpi sodomie. Antropologi stanchi, poiché l’Italia non è latitudini inarrivabili, e non è incomunicabile. Anche Galli della Loggia ci crede, temperandolo con la propensione oligarchico-corporativa e l’individualismo radicato nell’ultra-bimillenario localismo.
Il libro italiano per eccellenza, “Cuore”, scritto da un socialista, magnifica e propone a esempio tute le tare del costume italiano prefascista, o protofascista. L’Italia continua a scrivere il libro “Cuore”, anche se non lo legge più: la Rai, tutta la tv, i giornali, i rotocalchi. Col risentimento. Quello della “Genealogia della morale” di Nietzsche, che è la bontà dei signori: la superiorità morale, e anche la magnanimità. Contro gli Usa, contro Berlusconi, contro i comunisti, e contro gli italiani.
“Ciò che è misantropico è falso”, scriveva il filosofo Alain a Simone Weil a proposito del suo saggio “Oppression et liberté”. Questa Italia che si nega è sempre la borghesia che si nega.
Sabino Cassese, in una presentazione del libro di Bidussa, “Siamo italiani” all’Ecole Normale Supérieure di Parigi, a fine novembre 2007 si soffermava su questa caratteristica: non c’è sfiducia “del Paese reale nel Paese legale, ma piuttosto l’inverso, sfiducia del Paese legale nel Paese reale, delle classi dirigenti verso la società”.
Un’osservazione cui bisogna fare una premessa: che in Italia da troppo tempo tutto è politica, e questa sfiducia è essa stessa causa del suo malessere. Il blateramento vuoto di una presunta classe dirigente, di tecnici e specialisti.
.
Settanta – Sono il manierismo degli anni Sessanta. Artificiosi cioè. E oltranzisti. Sono la decade della droga, della violenza sessuale, etero e omosessuale, dell’oltranzismo verbale, della vilificazione di ogni conquista economica e sociale negli sterili “diritti”.
Tecnici – Una specialità italiana, della Repubblica. L’Italia non ha mai amato i partiti politici, ma più nella Repubblica. Sempre a opera degli stessi, i liberali, che al fondo sono anarchici – talvolta “repubblicani”, cioè del Pri, un partito, a volte radicali, da ultimo, come sembra, Democratici. I liberali “non esistono” in Italia, ma per questo si vogliono radicali: non si è mai abbastanza liberali né liberi. Da qui l’invocazione del tecnico della politica. Un equivoco, che si trasforma in fucina dell’antipartito, dell’antipolitica, dell’antidemocrazia.
È lo stesso equivoco della “società civile”, quella dell’“Italia paese di merda”. Che non ha alcun titolo per dirlo, volendosi essa ammanicata e superiore. Avida, in piccolo certo.
Il tecnico è la personificazione del governo platonico degli intellettuali. E dell’insofferenza di una storia senza stacchi. Senza cambiamento. Senza nemmeno processi o tagli netti nella guerra civile che pure c’è stata, solo vendette. Del trasformismo fin dall’inizio con Rattazzi. Di una liberazione che fu solo militare, opera degli Alleati. Di una Resistenza che politica e non militare, un adattamento alla sconfitta e all’8 settembre, e anzi accentuò i caratteri perversi, la vendetta, la faida, la violenza sregolata.
astolfo@antiit.eu
Giustizia – Quella politica è per antonomasia fascista, assolutista. In Italia è invece da vent’anni di sinistra. Ambisce cioè a essere democratica. È una storia inedita e una brutta storia. È un cascame del sovietismo, una forma di assolutismo, per molti aspetti anche fascista, che s’è impadronito dell’Italia dopo la sua caduta nell’Unione Sovietica
Immunità parlamentare – Si vuole una protezione, è una tagliola: è la giustizia politica per definizione. Il parlamentare contro il quale le Camere, per motivi politici, spiccano l’autorizzazione a procedere è già condannato. In camera, senza dibattimento, senza prove. L’autorizzazione a procedere è una condanna. Dichiaratamente politica, non ammantata della sacralità di cui si ammanta la giustizia.
Il caso di Papa, parlamentare magistrato inviso ad altri magistrati, in una faida dichiarata, nella stessa città (Napoli) e nello stesso ufficio (Procura) che ne hanno voluto l’incrminazione (e che per questo sarà assolto quando si farà un vero giudizio in un dibattimento pubblico, non quelli falsi di gip, gup e riesami), è per questo aspetto evidente: Papa è stato già condannato con l’autorizzazione a procedere. Ha fatto già il carcere. E ha finito di vivere la sua vita. Senza l’autorizzazione, sarebbe un giudice in lite con altri giudici.
Islam – Più di ogni altra cultura politica resiste al modulo occidentale. Dell’uguaglianza, della libertà di opinione, dell’autonomia reciproca tra politica e religione (laicismo), del voto politico periodico e plurale, del rispetto delle minoranze. È per questo forse il mondo su cui l’Occidente ha concentrato la sua forza militare, con numerose guerre “umanitarie” o “per i diritti civili”.
Ma l’Occidente alterna la guerra con fantastiche illusioni di “primavere democratiche” in quello stesso mondo. A opera delle forze più dichiaratamente islamiche. L’Occidente pensa cioè di utilizzare l’islam per una democratizzazione delle masse islamiche. Sembra un proposito nobile, ma è (è stato finora e ha tutta l’aria di volerlo essere) un artificio per indebolire e disperdere le forze della modernizzazione, già all’opera con ottimi risultati nello stesso mondo islamico, sotto l’effetto massa.
L’islam era un fattore politico residuale in tutto il mondo arabo, nel subcontinente indiano e in Indonesia negli anni 1970. Gli Usa ne hanno fatto un fattore principale in Pakistan, negli anni della tentata sovietizzazione dell’Afghanistan, quindi in Iran, e in rapida successione poi ovunque se ne è presentata l’occasione, fino alla Turchia.
Italia – È un esercizio in masochismo, blando. Anche quando vince la Nazionale, è sempre per caso – mentre gli ultimi avversari ai grandi trofei, Francia e Germania, ancora si leccano le ferite. C’è una ragione? Evidentemente sì.
Galli della Loggia, “L’Italia contemporanea 1945-1975”, a cura di V.Castronovo, 1976, afferma alla p. 427: “Il nuovo e «moderno» universo antropologico dei ceti medi non ha alle sue spalle, riposto cioè nella società civile, alcun patrimonio di cultura, di tradizioni di libertà e di individualità che possa dirsi geneticamente capitalistico”. È possibile.
Il patrimonio c’è, ovviamente. Si può dirlo allora insufficiente. Ma non più vasto, a un censimento pro capite, è questo patrimonio nei feudi della democrazia, la Svizzera, gli Usa, la Gran Bretagna. Quello che alla borghesia manca in Italia è l’affermazione della sua superiorità etica, di fronte al populismo forte delle cosiddette subculture post-risorgimentali, la liberale, la cattolica, la socialista, la fascista, la comunista. Già Leopardi, nel Discorso” ha in più punti il tema, ripreso più volte, della “società stretta”, che manca all’Italia.
Ma lo stesso Galli della Loggia mostra di ricredersi. L’individualismo (borghesia, capitalismo) c’è. È un vizio? Resiste, nota Ernesto Galli della Loggia nel sorprendente “L’identità italiana”, il saggio con cui ha aperto la serie del Mulino dallo stesso nome, per “il formidabile potenziale individualizzante costituito dall’essere stata (l’Italia) a suo tempo la culla della latinità e dall'essere la sede storica del cristianesimo cattolico”.
Nonché dell’urbanizzazione. L’Italia è un paese di città. C'erano 7.721 comuni in Italia al momento dell’unità nel 1861, contro i 1.307 della Francia, che ha una superficie di poco inferiore al doppio dell'Italia. Un terzo dei centri urbani risale a epoca pre-medievale. Il ruolo della Chiesa è tipicamente “italiano”, notava Leopardi nello “Zibaldone”, per la parte che vi hanno uomini e lingua della penisola. E anche, aggiunge Galli Della Loggia, perché “è nella forma che esso prende in Italia che il cristianesimo sembra attingere un'irrepetibile quintessenzialità”. La città, centro unificante e stimolo della collettività, della società “civile”, è morta con lo Stato lontano e ingombrante, sbirresco.
Il familismo? Colpisce molto i sociologi anglo-sassoni - gli stessi che fra due ragazzi che procedevano sottobraccio vedevano turpi sodomie. Antropologi stanchi, poiché l’Italia non è latitudini inarrivabili, e non è incomunicabile. Anche Galli della Loggia ci crede, temperandolo con la propensione oligarchico-corporativa e l’individualismo radicato nell’ultra-bimillenario localismo.
Il libro italiano per eccellenza, “Cuore”, scritto da un socialista, magnifica e propone a esempio tute le tare del costume italiano prefascista, o protofascista. L’Italia continua a scrivere il libro “Cuore”, anche se non lo legge più: la Rai, tutta la tv, i giornali, i rotocalchi. Col risentimento. Quello della “Genealogia della morale” di Nietzsche, che è la bontà dei signori: la superiorità morale, e anche la magnanimità. Contro gli Usa, contro Berlusconi, contro i comunisti, e contro gli italiani.
“Ciò che è misantropico è falso”, scriveva il filosofo Alain a Simone Weil a proposito del suo saggio “Oppression et liberté”. Questa Italia che si nega è sempre la borghesia che si nega.
Sabino Cassese, in una presentazione del libro di Bidussa, “Siamo italiani” all’Ecole Normale Supérieure di Parigi, a fine novembre 2007 si soffermava su questa caratteristica: non c’è sfiducia “del Paese reale nel Paese legale, ma piuttosto l’inverso, sfiducia del Paese legale nel Paese reale, delle classi dirigenti verso la società”.
Un’osservazione cui bisogna fare una premessa: che in Italia da troppo tempo tutto è politica, e questa sfiducia è essa stessa causa del suo malessere. Il blateramento vuoto di una presunta classe dirigente, di tecnici e specialisti.
.
Settanta – Sono il manierismo degli anni Sessanta. Artificiosi cioè. E oltranzisti. Sono la decade della droga, della violenza sessuale, etero e omosessuale, dell’oltranzismo verbale, della vilificazione di ogni conquista economica e sociale negli sterili “diritti”.
Tecnici – Una specialità italiana, della Repubblica. L’Italia non ha mai amato i partiti politici, ma più nella Repubblica. Sempre a opera degli stessi, i liberali, che al fondo sono anarchici – talvolta “repubblicani”, cioè del Pri, un partito, a volte radicali, da ultimo, come sembra, Democratici. I liberali “non esistono” in Italia, ma per questo si vogliono radicali: non si è mai abbastanza liberali né liberi. Da qui l’invocazione del tecnico della politica. Un equivoco, che si trasforma in fucina dell’antipartito, dell’antipolitica, dell’antidemocrazia.
È lo stesso equivoco della “società civile”, quella dell’“Italia paese di merda”. Che non ha alcun titolo per dirlo, volendosi essa ammanicata e superiore. Avida, in piccolo certo.
Il tecnico è la personificazione del governo platonico degli intellettuali. E dell’insofferenza di una storia senza stacchi. Senza cambiamento. Senza nemmeno processi o tagli netti nella guerra civile che pure c’è stata, solo vendette. Del trasformismo fin dall’inizio con Rattazzi. Di una liberazione che fu solo militare, opera degli Alleati. Di una Resistenza che politica e non militare, un adattamento alla sconfitta e all’8 settembre, e anzi accentuò i caratteri perversi, la vendetta, la faida, la violenza sregolata.
astolfo@antiit.eu
sabato 31 dicembre 2011
Merkel con Napolitano faceva “ammuìna”
Seppellite sotto il solito niente, a che ora ha telefonato la Merkel e quali parola ha veramente usato, le due pagine del “Wall Street Journal” ieri sulla fine del governo Berlusconi pongono invece un problema reale: perché l’Europa è in crisi. È un altro giornalismo: quello sulla Merkel, Napolitano e Berlusconi è il settimo articolo di una serie intitolata “Disunione Europea”. Sottotitolo (più didascalico che giornalistico - aggressivo, accattivante): “Il «Journal» sta esaminando come la crisi del debito nell’eurozona sta bloccando il decennio di spinta in Europa verso una più profonda integrazione economica e politica”.
Napolitano, “l’ottuagenario presidente”, non è parte in causa. Il quotidiano pubblica foto lusinghiere di Berlusconi, contrariamente a quelle che siamo abituati a vedere nei giornali italiani. E parte effettivamente facendo il caso della cacciata di Berlusconi a opera della Merkel. Ma non isolandolo. Rileva il cambiamento di governo che si è avuto simultaneamente in Grecia e in Italia per denunciarne l’artificiosità, il dare a vedere che l’Europa si muove e una soluzione è in arrivo, mentre l’Europa è bloccata – la vecchia “ammuìna” borbonica.
Ogni soluzione è bloccata da veti incrociati, spiega a lungo il giornale. In particolare tra Merkel e Sarkozy. E da “politiche bizantine”. E la “gentile spinta” della Merkel a cacciare Berlusconi così inquadra: “La sua impazienza mostra la misura in cui i nemici dell’Italia hanno disfatto la strategia dell’Europa contro la crisi”. Senza specificare chi sono i nemici dell’Italia, ma ribadendo che non c’è una strategia dell’Europa contro la crisi.
Napolitano, “l’ottuagenario presidente”, non è parte in causa. Il quotidiano pubblica foto lusinghiere di Berlusconi, contrariamente a quelle che siamo abituati a vedere nei giornali italiani. E parte effettivamente facendo il caso della cacciata di Berlusconi a opera della Merkel. Ma non isolandolo. Rileva il cambiamento di governo che si è avuto simultaneamente in Grecia e in Italia per denunciarne l’artificiosità, il dare a vedere che l’Europa si muove e una soluzione è in arrivo, mentre l’Europa è bloccata – la vecchia “ammuìna” borbonica.
Ogni soluzione è bloccata da veti incrociati, spiega a lungo il giornale. In particolare tra Merkel e Sarkozy. E da “politiche bizantine”. E la “gentile spinta” della Merkel a cacciare Berlusconi così inquadra: “La sua impazienza mostra la misura in cui i nemici dell’Italia hanno disfatto la strategia dell’Europa contro la crisi”. Senza specificare chi sono i nemici dell’Italia, ma ribadendo che non c’è una strategia dell’Europa contro la crisi.
Problemi di base - 85
spock
Sarkozy e Angela Merkel non si vedono più insieme da oltre un mese. Non si staranno separando?
Dio, che conosce tutte le nostre risposte, perché non ci dà le domande?
Dopo Bossi, Borrelli, Berlusconi e Tremonti, Milano c’impone ora Monti: ce l’ha con noi?
E Piero Ottone, dove l’hanno messo?
Se il potere è tutto, dominio e forza, atto e potenza, legge e fede, la servitù allora che cos’è?
Non ci sarà una libertà di servitù?
Se il reale è razionale, e la ragione non lo è, la ragione non sarà irreale?
Se il mondo è stato creato da Dio a sua immagine e somiglianza, Dio è allora così brutto?
Ci sono anime morte in corpi viventi, e anime vive di corpi morti, e dunque?
spock@antiit.eu
Sarkozy e Angela Merkel non si vedono più insieme da oltre un mese. Non si staranno separando?
Dio, che conosce tutte le nostre risposte, perché non ci dà le domande?
Dopo Bossi, Borrelli, Berlusconi e Tremonti, Milano c’impone ora Monti: ce l’ha con noi?
E Piero Ottone, dove l’hanno messo?
Se il potere è tutto, dominio e forza, atto e potenza, legge e fede, la servitù allora che cos’è?
Non ci sarà una libertà di servitù?
Se il reale è razionale, e la ragione non lo è, la ragione non sarà irreale?
Se il mondo è stato creato da Dio a sua immagine e somiglianza, Dio è allora così brutto?
Ci sono anime morte in corpi viventi, e anime vive di corpi morti, e dunque?
spock@antiit.eu
Secondi pensieri - (86)
zeulig
Bellezza – È varia. Choderlos de Laclos la vuole connaturata alle donne, e bella la donna fresca, grande, forte, una ragazza alta, cioè, dal carattere impetuoso, “un modo d’essere che fa sperare il godimento più delizioso” - non molto. Per Heisenberg la bellezza è semplicità, l’appropriata conformità delle parti l’una all’altra e al tutto, un teorema tanto più è bello quanto più è semplice. Francis Bacon invece la bellezza vuole brutta: “Non c’è bellezza eccellente che non abbia qualche stranezza nella proporzione”. La bellezza è arte retorica, dunque, dice Hume.
La bellezza delle donne ora serve al progresso. Vanno avanti col culo, che non è male, dacché il femminismo ha messo gli orgasmi in carriera. L’unico problema, se lo è, è che quella parte si vede poco: bisognerebbe inventare un decolleté posteriore.
Corpo – “È la bellezza esteriore a darci l’immagine più accattivante di quella interiore”, incontestabile Jean Paul rovescia le logiche apparenti nel divertissement “La donna di legno” – un pre-Pinocchio. Lui stesso avendo più cura di rovesciare il rovesciamento (tutti i “fichi” sono ermafroditi, e dunque femmine…). E tuttavia l’eresia di Edelmann, a cui sempre per ridere lo scrittore si rifà, essere il corpo un’emanazione dell’anima, è la più fondata – anche per questo Edelmann, che la religione legava alla natura e alla ragione, fu bruciato in effigie nel 1750 a Francoforte, su ordine della Dieta imperiale, ne furono bruciati i libri (finirà framassone a Berlino e Amburgo ma senza diritto di pubblicazione, sospetto pure ai fratelli).
È che il corpo, soma, come opposto a psyche, l’anima, è diventato con san Paolo carne, sarx, nemica dello spirito, pneuma. “La carne concupisce contro lo spirito, e lo spirito desidera contro la carne, scriveva ai “Galati insensati”. Forse san Paolo, che tanto viaggiò, ne soffriva la fatica. Le esperienze che sostanziano il cristianesimo sono carnali, l’Incarnazione e la Resurrezione - per non dire la Passione, tutta fisica.
La cura del corpo è psichica prima che fisica: si sta meglio quando ci si vuole bene. La palestra, il ballo, lo sport danno benessere se uno ce l’ha già, altrimenti stancano.
Puškin si accorse dopo essersi sposato quanto sia spirituale la passione, che la novità di un corpo è più forte dell’amore o della bellezza, perché il corpo non può mentire
Le anime le ha introdotte Platone e da allora non si smuovono. Ma subito Aristotele le ha legate al corpo. L’identità va col corpo, fisica, anagrafica, memoriale.
È il corpo pieno. C’è un corpo vuoto? No, ma c’è quello smembrato nei particolari: il seno delle donne per esempio è estremamente vario, e il sedere. Le spalle anche, o il collo, e la caviglia.
Il corpo è vivo per natura. Ma c’è pure il corpo inerte. In sé è una massa, amorfa.
Non è peccato, secondo Bertoldo e il Talmud: l’uomo senza donna è un corpo senz’anima.
Gli atti dell’amore non sono belli, ma il corpo senza amore è brutto. La verginità fa belli nella puerizia in quanto carica di sensualità.
Anche il corpo non curato, raramente non è repellente.
Economia – Intesa come utilitarismo, diventa una religione con Marx. Con una strumentazione povera: l’avidità, lo sfruttamento, la violenza. Di cui tutti peraltro si pentono, negando, confessando, espiando. Come si richiede a una lettura agitatoria del reale - politica, sovversiva.
Il lungo appunto di Walter Benjamin nel 1921, “Capitalismo come religione”, ora tradotto integrale in Elettra Stimilli, “Il debito del vivente”, lo spiega in abbondanza. Partendo dalla fine, dalla dissoluzione aperta da Marx di ogni passione o azione umana nell’economia, alla quale Benjamin aderisce con entusiasmo. Delineandone, involontariamente, i limiti. Tanto più per essere l’economico inteso come capitalismo (classismo, sfruttamento). Limiti politici, anche se si innestano su una più realistica (vera) gnoseologia.
Benjamin è neofita apodittico: “Le cosiddette religioni”. Eversivo: “La prova di questa struttura religiosa del capitalismo, non solo, come conformazione condizionata religiosamente, ma come fenomeno essenzialmente religioso, condurrebbe ancora oggi sulla cattiva strada di un’enorme polemica universale. Non possiamo chiamare in causa la rete in cui ci troviamo. In seguito, tuttavia…”. Apocalittico: una religione cultuale, senza “una specifica dogmatica, una teologia”, e senza “giorni feriali”, di culto permanente e costante, e soprattutto “generatrice di colpa”: “Il capitalismo con ogni probabilità è il primo caso di un culto che non redime il peccato, ma genera colpa… Un’enorme coscienza della colpa, che non sa rimettere i propri debiti, ricorre al culto non per espiare in esso questa colpa, ma per renderla universale, per conficcarla nella coscienza ed infine e soprattutto per includere lo stesso dio in questa colpa, per interessare lui stesso alla remissione per espiazione”.
Al vertice del paradigma colpevolizzante Benjamin pone in questo appunto Nietzsche. Mentre assolve Marx, per aver trasformato la colpa in socialismo. Ma prima viene il positivismo (lo scientismo illuministico), e per esso Marx. Anche nella forma di un ateismo radicale, il materialismo e la storia. Marx avrebbe irriso una teologia della classe. Ma come tale è però possibile assumere la classe, e questo è avvento nei critici-entusiasti anni 1920. Max Weber si era spinto rischiosamente su questo terreno – più vi è stato, e vi è, spinto dalla polemica infra- e anti-cristiana. Ma il pozzo è stato aperto da Marx, un (il) capopartito.
Matrimonio - Politicamente (laicamente, femministicamente) scorretto, anzi osceno: una giornata di celebrazione di un atto erotico, anzi strettamente sessuale. L’uomo disincantato non ci può vedere che questo. Ma è l’istituzione probabilmente più antica, all’origine della famiglia. Istituzione anche questa politicamente scorretta, anzi insensata. L’una e l’altra sono però comuni a molti animali. E a molte religioni, anche politeiste e senza leggi o testi sacri, che matrimonio e famiglia considerano vincoli sacramentali, cioè benedetti.
Sancisce il passaggio dal caso alla volizione e all’applicazione, dal regime brado o erranza alla stabilità, all’insediamento, all’agricoltura, all’industria. E al possesso. Implica anche il passaggio dalla poligamia, nelle forme della poliginia e della poliandria, dell’accoppiamento occasionale, alla monogamia, ma non necessariamente - non in Cina, non a Roma, non nell’islam. L’ambizione tutta contemporanea di legarlo all’amore non può essere sanzionabile.
Sogni – Sono faticosi.
Sono in questo senso della natura della sensitività, della medianità.
Storia – La storia è unica in questo, direbbe l’astuto giurisfilosofo Schmitt, che una verità storica è vera una sola volta. Sostenne Carl Schmitt, l’“apocalittico antiapocalittico” di Jacob Taubes, in contesa con lo stesso Taubes sul concetto nuovo del tempo e della storia che si apre con il cristianesimo in quanto escatologia: “Il regno cristiano è ciò che arresta (kat-echon) l’Anticristo”. Si cambia il mondo con giudizio: “Per un cristiano delle origini la storia è il kat-echon, la fede in qualcosa che arresti la fine del mondo”. Spiega Taubes: “Solo attraverso l’esperienza della fine della storia la storia è diventata una «strada a senso unico», quale si rappresenta la storia occidentale”.
Perché occidentale? L’Urss non era Occidente, ma il suo kat-echon era proprio la fine della storia. La Russia è del resto infertile alla filosofia, il solo pensatore essendo Solov’ëv, il quale volentieri è mistico. Oggettivamente, la Russia antifilosofica era il posto giusto per la rivoluzione materialista e la fine della storia. Breznev, avrebbero detto Solov’ëv, Schmitt e Taubes, è l’Anticristo. E l’avrebbero fatto contento. Il problema della storia, questa storia, è che si legge al rovescio. Benché, se la libertà è ideologia, il sovietismo non è poi remoto.
zeulig@antiit.eu
Bellezza – È varia. Choderlos de Laclos la vuole connaturata alle donne, e bella la donna fresca, grande, forte, una ragazza alta, cioè, dal carattere impetuoso, “un modo d’essere che fa sperare il godimento più delizioso” - non molto. Per Heisenberg la bellezza è semplicità, l’appropriata conformità delle parti l’una all’altra e al tutto, un teorema tanto più è bello quanto più è semplice. Francis Bacon invece la bellezza vuole brutta: “Non c’è bellezza eccellente che non abbia qualche stranezza nella proporzione”. La bellezza è arte retorica, dunque, dice Hume.
La bellezza delle donne ora serve al progresso. Vanno avanti col culo, che non è male, dacché il femminismo ha messo gli orgasmi in carriera. L’unico problema, se lo è, è che quella parte si vede poco: bisognerebbe inventare un decolleté posteriore.
Corpo – “È la bellezza esteriore a darci l’immagine più accattivante di quella interiore”, incontestabile Jean Paul rovescia le logiche apparenti nel divertissement “La donna di legno” – un pre-Pinocchio. Lui stesso avendo più cura di rovesciare il rovesciamento (tutti i “fichi” sono ermafroditi, e dunque femmine…). E tuttavia l’eresia di Edelmann, a cui sempre per ridere lo scrittore si rifà, essere il corpo un’emanazione dell’anima, è la più fondata – anche per questo Edelmann, che la religione legava alla natura e alla ragione, fu bruciato in effigie nel 1750 a Francoforte, su ordine della Dieta imperiale, ne furono bruciati i libri (finirà framassone a Berlino e Amburgo ma senza diritto di pubblicazione, sospetto pure ai fratelli).
È che il corpo, soma, come opposto a psyche, l’anima, è diventato con san Paolo carne, sarx, nemica dello spirito, pneuma. “La carne concupisce contro lo spirito, e lo spirito desidera contro la carne, scriveva ai “Galati insensati”. Forse san Paolo, che tanto viaggiò, ne soffriva la fatica. Le esperienze che sostanziano il cristianesimo sono carnali, l’Incarnazione e la Resurrezione - per non dire la Passione, tutta fisica.
La cura del corpo è psichica prima che fisica: si sta meglio quando ci si vuole bene. La palestra, il ballo, lo sport danno benessere se uno ce l’ha già, altrimenti stancano.
Puškin si accorse dopo essersi sposato quanto sia spirituale la passione, che la novità di un corpo è più forte dell’amore o della bellezza, perché il corpo non può mentire
Le anime le ha introdotte Platone e da allora non si smuovono. Ma subito Aristotele le ha legate al corpo. L’identità va col corpo, fisica, anagrafica, memoriale.
È il corpo pieno. C’è un corpo vuoto? No, ma c’è quello smembrato nei particolari: il seno delle donne per esempio è estremamente vario, e il sedere. Le spalle anche, o il collo, e la caviglia.
Il corpo è vivo per natura. Ma c’è pure il corpo inerte. In sé è una massa, amorfa.
Non è peccato, secondo Bertoldo e il Talmud: l’uomo senza donna è un corpo senz’anima.
Gli atti dell’amore non sono belli, ma il corpo senza amore è brutto. La verginità fa belli nella puerizia in quanto carica di sensualità.
Anche il corpo non curato, raramente non è repellente.
Economia – Intesa come utilitarismo, diventa una religione con Marx. Con una strumentazione povera: l’avidità, lo sfruttamento, la violenza. Di cui tutti peraltro si pentono, negando, confessando, espiando. Come si richiede a una lettura agitatoria del reale - politica, sovversiva.
Il lungo appunto di Walter Benjamin nel 1921, “Capitalismo come religione”, ora tradotto integrale in Elettra Stimilli, “Il debito del vivente”, lo spiega in abbondanza. Partendo dalla fine, dalla dissoluzione aperta da Marx di ogni passione o azione umana nell’economia, alla quale Benjamin aderisce con entusiasmo. Delineandone, involontariamente, i limiti. Tanto più per essere l’economico inteso come capitalismo (classismo, sfruttamento). Limiti politici, anche se si innestano su una più realistica (vera) gnoseologia.
Benjamin è neofita apodittico: “Le cosiddette religioni”. Eversivo: “La prova di questa struttura religiosa del capitalismo, non solo, come conformazione condizionata religiosamente, ma come fenomeno essenzialmente religioso, condurrebbe ancora oggi sulla cattiva strada di un’enorme polemica universale. Non possiamo chiamare in causa la rete in cui ci troviamo. In seguito, tuttavia…”. Apocalittico: una religione cultuale, senza “una specifica dogmatica, una teologia”, e senza “giorni feriali”, di culto permanente e costante, e soprattutto “generatrice di colpa”: “Il capitalismo con ogni probabilità è il primo caso di un culto che non redime il peccato, ma genera colpa… Un’enorme coscienza della colpa, che non sa rimettere i propri debiti, ricorre al culto non per espiare in esso questa colpa, ma per renderla universale, per conficcarla nella coscienza ed infine e soprattutto per includere lo stesso dio in questa colpa, per interessare lui stesso alla remissione per espiazione”.
Al vertice del paradigma colpevolizzante Benjamin pone in questo appunto Nietzsche. Mentre assolve Marx, per aver trasformato la colpa in socialismo. Ma prima viene il positivismo (lo scientismo illuministico), e per esso Marx. Anche nella forma di un ateismo radicale, il materialismo e la storia. Marx avrebbe irriso una teologia della classe. Ma come tale è però possibile assumere la classe, e questo è avvento nei critici-entusiasti anni 1920. Max Weber si era spinto rischiosamente su questo terreno – più vi è stato, e vi è, spinto dalla polemica infra- e anti-cristiana. Ma il pozzo è stato aperto da Marx, un (il) capopartito.
Matrimonio - Politicamente (laicamente, femministicamente) scorretto, anzi osceno: una giornata di celebrazione di un atto erotico, anzi strettamente sessuale. L’uomo disincantato non ci può vedere che questo. Ma è l’istituzione probabilmente più antica, all’origine della famiglia. Istituzione anche questa politicamente scorretta, anzi insensata. L’una e l’altra sono però comuni a molti animali. E a molte religioni, anche politeiste e senza leggi o testi sacri, che matrimonio e famiglia considerano vincoli sacramentali, cioè benedetti.
Sancisce il passaggio dal caso alla volizione e all’applicazione, dal regime brado o erranza alla stabilità, all’insediamento, all’agricoltura, all’industria. E al possesso. Implica anche il passaggio dalla poligamia, nelle forme della poliginia e della poliandria, dell’accoppiamento occasionale, alla monogamia, ma non necessariamente - non in Cina, non a Roma, non nell’islam. L’ambizione tutta contemporanea di legarlo all’amore non può essere sanzionabile.
Sogni – Sono faticosi.
Sono in questo senso della natura della sensitività, della medianità.
Storia – La storia è unica in questo, direbbe l’astuto giurisfilosofo Schmitt, che una verità storica è vera una sola volta. Sostenne Carl Schmitt, l’“apocalittico antiapocalittico” di Jacob Taubes, in contesa con lo stesso Taubes sul concetto nuovo del tempo e della storia che si apre con il cristianesimo in quanto escatologia: “Il regno cristiano è ciò che arresta (kat-echon) l’Anticristo”. Si cambia il mondo con giudizio: “Per un cristiano delle origini la storia è il kat-echon, la fede in qualcosa che arresti la fine del mondo”. Spiega Taubes: “Solo attraverso l’esperienza della fine della storia la storia è diventata una «strada a senso unico», quale si rappresenta la storia occidentale”.
Perché occidentale? L’Urss non era Occidente, ma il suo kat-echon era proprio la fine della storia. La Russia è del resto infertile alla filosofia, il solo pensatore essendo Solov’ëv, il quale volentieri è mistico. Oggettivamente, la Russia antifilosofica era il posto giusto per la rivoluzione materialista e la fine della storia. Breznev, avrebbero detto Solov’ëv, Schmitt e Taubes, è l’Anticristo. E l’avrebbero fatto contento. Il problema della storia, questa storia, è che si legge al rovescio. Benché, se la libertà è ideologia, il sovietismo non è poi remoto.
zeulig@antiit.eu
venerdì 30 dicembre 2011
L’umor nero del sesso
“Non ho più avuto clienti dal dicembre 1995”, diciamo dal Natale 1995, così Grisélidis presenta il “Carnet”, un elenco alfabetico dei clienti con le preferenze e il prezzo per ognuno: “L’ultimo era un operaio bassino di origini spagnole”. Che necessita di una sapiente architettura per godere. Grisélidis aveva 66 anni, e una mezza dozzina di libri all’attivo – ora sono una diecina. Compreso il “Carnet”, uscito nel dicembre 1979 sulla rivista “Le Fou parle”, che per questo ebbe il premio Humour Noir. Dieci anni dopo morirà, dopo una lunga battaglia col cancro.
Una scrittrice (al “Carnet” seguono qui scritti pubblicati su varie riviste, a partire dal 1971) che ha deciso di militare nella prostituzione al fine di parlarne, alla radio, alla televisione, nei libri. Presenziando anche all’occupazione delle chiese a Lione e Parigi nel 1975, e ad altri “convegni internazionali” sul tema. La sua (auto)biografia è peraltro semplice: nel 1959, a trent’anni, con due figli e un polmone in meno, esce di nascosto dal sanatorio a Montana nel Valais per divertirsi in paese, finendo a letto con uno che le lascia cento franchi. Ma è già in corrispondenza con Maurice Chappaz, tra altri letterati, come si vede dalla corrispondenza ritrovata (“Mémoires de l’inachevé”). La sua vita è il suo racconto migliore.
Grisélidis scrive anche bene, piena di umori. Ma si legge per la “cosa”, ancorché ripetitiva. Come i testi pruriginosi di epoche ormai remote. Se si evita la pretesa, e il tempo sprecato con essa, sua come di Kate Millet e un certo femminismo, di liberare nella prostituzione la donna e il corpo della donna. “La Prostituzione è Arte, Umanesimo e Scienza”, è uno dei suoi proclami qui registrati. E: “Prostituirsi è un atto rivoluzionario”.
Grisélidis Réal, Carnet di ballo di una cortigiana, Castelvecchi, pp. 113 € 10
Una scrittrice (al “Carnet” seguono qui scritti pubblicati su varie riviste, a partire dal 1971) che ha deciso di militare nella prostituzione al fine di parlarne, alla radio, alla televisione, nei libri. Presenziando anche all’occupazione delle chiese a Lione e Parigi nel 1975, e ad altri “convegni internazionali” sul tema. La sua (auto)biografia è peraltro semplice: nel 1959, a trent’anni, con due figli e un polmone in meno, esce di nascosto dal sanatorio a Montana nel Valais per divertirsi in paese, finendo a letto con uno che le lascia cento franchi. Ma è già in corrispondenza con Maurice Chappaz, tra altri letterati, come si vede dalla corrispondenza ritrovata (“Mémoires de l’inachevé”). La sua vita è il suo racconto migliore.
Grisélidis scrive anche bene, piena di umori. Ma si legge per la “cosa”, ancorché ripetitiva. Come i testi pruriginosi di epoche ormai remote. Se si evita la pretesa, e il tempo sprecato con essa, sua come di Kate Millet e un certo femminismo, di liberare nella prostituzione la donna e il corpo della donna. “La Prostituzione è Arte, Umanesimo e Scienza”, è uno dei suoi proclami qui registrati. E: “Prostituirsi è un atto rivoluzionario”.
Grisélidis Réal, Carnet di ballo di una cortigiana, Castelvecchi, pp. 113 € 10
Il maschio Milano di Brera (e di Bossi)
È vent’anni fa, quando fu concepito, il manifesto del leghismo. Bossi, che non ne sapeva molto, troverà nella penna divertita di Brera gli argomenti per diventare il terzo partito d’Italia: i Longobardi, l’arianesimo, la Padania, il “maschio Milano”. È il lato simpatico del leghismo, ma quanto orrido. “Considero Brera”, dice Brera di se stesso al termine del capitolo su Manzoni, “incapace di odiare”. Ma Bossi non è per ridere – Brera non ne sarebbe contento.
“Milano è maschio” è il capitolo centrale. Che così comincia: “Per la femmina Italia – madre dei vitelli – sono femmine tutte le città. Sia questo dunque il primo doveroso atto d’amore, di riaffermare la maschilità di Milano. Il suo nome è germano-celta…”. E dunque ariano: “Virilissimo centro di vita…. Per ospitare uomini di tempra nordeuropea”.
Non sono narrate gesta molto maschili, prima e dopo questo zoccolo duro. A parte le efferatezza, molte peraltro a opera di donne. Ma si capisce che l’Italia, dacché esiste, sia sempre improsata da Milano: Milano sta lì, “in alto”, per quello.
Gianni Brera, Storie dei lombardi, Book Time, pp. 340 € 18
“Milano è maschio” è il capitolo centrale. Che così comincia: “Per la femmina Italia – madre dei vitelli – sono femmine tutte le città. Sia questo dunque il primo doveroso atto d’amore, di riaffermare la maschilità di Milano. Il suo nome è germano-celta…”. E dunque ariano: “Virilissimo centro di vita…. Per ospitare uomini di tempra nordeuropea”.
Non sono narrate gesta molto maschili, prima e dopo questo zoccolo duro. A parte le efferatezza, molte peraltro a opera di donne. Ma si capisce che l’Italia, dacché esiste, sia sempre improsata da Milano: Milano sta lì, “in alto”, per quello.
Gianni Brera, Storie dei lombardi, Book Time, pp. 340 € 18
Il governo debole fa l’Italia debole
Dunque c’è una diversa percezione dei mercati della solvibilità dello Stato spagnolo rispetto allo Stato italiano: lo spread dei Bonos spagnoli rispetto ai Bund tedeschi è la metà, o poco più, di quello italiano, 280 contro 520 punti. Benché il governo Rajoy non abbia fatto ancora nulla, mentre Monti ci ha coperti di tasse, visibili e invisibili.
Se ne portano varie ragioni. Ma una sola non ha controindicazioni, che si tace. Proviamo a esporla.
Il debito spagnolo, si dice, è la metà di quello italiano, o poco più della metà, in rapporto al pil, dunque è più gestibile. Ma il debito spagnolo negli ultimi quattro anni, quelli della crisi finanziaria, è cresciuto, quello italiano è rimasto più o meno stabile, in rapporto al pil. La Spagna ha due grandi banchi, che fanno funzione di cassa dello Stato. Ma anche l’Italia ha due grandi banche. Senza contare che i banchi spagnoli, se si guardasse alla solidità del loro attivo, sarebbero due grandi buchi – l’attivo è legato a un immobiliare che ristagna da prima della crisi finanziaria. Rajoy ha annunciato tagli alle spese, si dice ancora, e non aumenti di entrate: ha cioè annunciato una manovra antirecessiva. Questo è vero. Ma la Spagna ha un’economia bloccata da tempo, e una disoccupazione doppia di quella italiana.
No, la chiave è la debolezza del governo, Non di questo o quel governo, ma della funzione di governo in Italia. Di cui è riflesso l’antipolitica, cioè le forze che il governo vogliono debole. Dapprima nelle forme golpiste di Scalfaro e Borrelli, poi in quelle della faziosità accentuata e tramutata in odio. Di cui si fatica a vedere l’origine e la natura se non nel “governo attraverso la crisi” che è la costante della storia della Repubblica dal centro-sinistra in poi. Degli interessi costituiti, pochi ma abbastanza forti da condizionare l’opinione pubblica: sono infatti gli stessi, imprenditori e banchieri, che dell’opinione pubblica sono padroni in senso proprio, in quanto editori e quasi benefattori.
Andreotti lo ha detto e lo ha scritto, l’ultimo rappresentante della politica: governare è solo possibile “attraverso la crisi”. L’impossibile riforma dell’esecutivo ne è una riprova: in un sistema elettorale che stato reindirizzato sul plebiscitarismo, l’investitura diretta di un capo, ai Comuni, alle Province, alle Regioni, questo è impossibile per il governo. L’Italia resta un’eccezione fra le democrazie: non solo i paesi anglosassoni, ma la Germania, la Francia, la Spagna, i paesi scandinavi, tutte le democrazie hanno un governo che governa, l’Italia non può. I padroni dei giornali e i loro esperti sociologi politici, l’ineffabile decano Sartori per primo, non hanno altra funzione da trent’anni a questa parte che silurare ogni tentativo di ridare autonomia al politico. Ora impegnati a sgretolare l’uninominale e il bipartitismo, che approssimano quella soluzione.
L’odio è più evidente a Milano, tra Lega, Berlusconi e antiberlusconismo. E la Curia: l’odio è anche ecclesiastico a Milano. Dove è più evidente il nessun contenuto di classismo nell’odio, quali che siano le intemperanze di questo o quel giudice, gente poco avvezza a lavorare, e quindi a riflettere, o di giustizia sociale. Ogni forma di governo dev’essere resa impossibile, questa e l’unica verità. Di Berlusconi come di Prodi e di ogni altro. E questa è la novità di Monti: che il professore milanese lo sa, è per questo che traccheggia.
Tanta albagia sembra al punto in cui siamo suicida, un muoia Sansone con tutti i filistei. Ma l’antipolitica ci è abituata, ad allentare la corda della faziosità sterile per poi tirarla di fronte al burrone. Successe nel 1975-76, quando l’Italia non ebbe più un dollaro di riserva, e si voleva Moro in prigione. E nel 1983, quando l’inflazione superò il 20 per cento, aizzando Berlinguer contro Craxi – la manovra antistabilizzatrice allora fallì per l’inatteso successo del referendum contro la scala mobile, ma Craxi la pagò qualche anno più tardi.
Se ne portano varie ragioni. Ma una sola non ha controindicazioni, che si tace. Proviamo a esporla.
Il debito spagnolo, si dice, è la metà di quello italiano, o poco più della metà, in rapporto al pil, dunque è più gestibile. Ma il debito spagnolo negli ultimi quattro anni, quelli della crisi finanziaria, è cresciuto, quello italiano è rimasto più o meno stabile, in rapporto al pil. La Spagna ha due grandi banchi, che fanno funzione di cassa dello Stato. Ma anche l’Italia ha due grandi banche. Senza contare che i banchi spagnoli, se si guardasse alla solidità del loro attivo, sarebbero due grandi buchi – l’attivo è legato a un immobiliare che ristagna da prima della crisi finanziaria. Rajoy ha annunciato tagli alle spese, si dice ancora, e non aumenti di entrate: ha cioè annunciato una manovra antirecessiva. Questo è vero. Ma la Spagna ha un’economia bloccata da tempo, e una disoccupazione doppia di quella italiana.
No, la chiave è la debolezza del governo, Non di questo o quel governo, ma della funzione di governo in Italia. Di cui è riflesso l’antipolitica, cioè le forze che il governo vogliono debole. Dapprima nelle forme golpiste di Scalfaro e Borrelli, poi in quelle della faziosità accentuata e tramutata in odio. Di cui si fatica a vedere l’origine e la natura se non nel “governo attraverso la crisi” che è la costante della storia della Repubblica dal centro-sinistra in poi. Degli interessi costituiti, pochi ma abbastanza forti da condizionare l’opinione pubblica: sono infatti gli stessi, imprenditori e banchieri, che dell’opinione pubblica sono padroni in senso proprio, in quanto editori e quasi benefattori.
Andreotti lo ha detto e lo ha scritto, l’ultimo rappresentante della politica: governare è solo possibile “attraverso la crisi”. L’impossibile riforma dell’esecutivo ne è una riprova: in un sistema elettorale che stato reindirizzato sul plebiscitarismo, l’investitura diretta di un capo, ai Comuni, alle Province, alle Regioni, questo è impossibile per il governo. L’Italia resta un’eccezione fra le democrazie: non solo i paesi anglosassoni, ma la Germania, la Francia, la Spagna, i paesi scandinavi, tutte le democrazie hanno un governo che governa, l’Italia non può. I padroni dei giornali e i loro esperti sociologi politici, l’ineffabile decano Sartori per primo, non hanno altra funzione da trent’anni a questa parte che silurare ogni tentativo di ridare autonomia al politico. Ora impegnati a sgretolare l’uninominale e il bipartitismo, che approssimano quella soluzione.
L’odio è più evidente a Milano, tra Lega, Berlusconi e antiberlusconismo. E la Curia: l’odio è anche ecclesiastico a Milano. Dove è più evidente il nessun contenuto di classismo nell’odio, quali che siano le intemperanze di questo o quel giudice, gente poco avvezza a lavorare, e quindi a riflettere, o di giustizia sociale. Ogni forma di governo dev’essere resa impossibile, questa e l’unica verità. Di Berlusconi come di Prodi e di ogni altro. E questa è la novità di Monti: che il professore milanese lo sa, è per questo che traccheggia.
Tanta albagia sembra al punto in cui siamo suicida, un muoia Sansone con tutti i filistei. Ma l’antipolitica ci è abituata, ad allentare la corda della faziosità sterile per poi tirarla di fronte al burrone. Successe nel 1975-76, quando l’Italia non ebbe più un dollaro di riserva, e si voleva Moro in prigione. E nel 1983, quando l’inflazione superò il 20 per cento, aizzando Berlinguer contro Craxi – la manovra antistabilizzatrice allora fallì per l’inatteso successo del referendum contro la scala mobile, ma Craxi la pagò qualche anno più tardi.
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