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mercoledì 18 gennaio 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (513)

Giuseppe Leuzzi

Tante cronache, rievocazioni e ricostruzioni ma nessuna ricorda che Messina Denaro ha avuto una gioventù “in” nella migliore società palermitana – fino ai trent’anni, quando dovette cominciare a nascondersi. Gigolò – oggi toyboy - con altri coetanei di ricche signore di mezza età di Palermo. Con molte amanti giovani strafiche, tra esse un’impiegata austriaca dell’Hotel Paradise Beach, di cui farà uccidere il mite gestore, che scherzava sulle sue imprese amatorie.

 
Il “pentito” Salvatore Baiardo sapeva che Messina Denaro era in cura ma in fin di vita. L’ha detto in tv, convocando Giletti - è un “pentito” socialite, che si diverte a comparire. Cosa che il primario che aveva il bandito in cura aveva dovuto dirgli. Certo, è possibile che Baiardo l’abbia saputo da qualcuno del personale ospedaliero. Ma è più probabile che lo abbia saputo dallo stesso Messina Denaro, teatrante in fin di vita, per un teatrale preannuncio, direttamente o indirettamente (il prestanome, i tanti familiari Guttadauro). Questi “pentiti” sarebbero la parte più succosa, volendo raccontare la mafia – ma non alla Enzo Biagi: da “traggediatori” senza freni.
 
“L’autonomia prova a ripartire, 1.904 giorni dopo il referendum”, titola “Il Sole 24 Ore”. Senza più. Un titolo minaccioso, senza ricordare che il referendum è stato proposto e tenuto dalle regioni Lombardia e Veneto. In effetti, non c’è altra Italia.
 
Una pittrice finlandese, bella donna ma di poco nome, si stabilisce con la famiglia a Siracusa nel mese di agosto. A ottobre se ne torna in Spagna, scandalizzata, dice, dalle scuole cui aveva iscritto i figli. Dov’è la notizia? Nella mezza pagina che il “Corriere della sera” le dedica.
Il giornale le fa anche lamentare “la vita sempre di corsa e il traffico a Siracusa”. La vita di corsa a Siracusa? Il traffico? Sembra Bonacelli in “Johnny Stecchino”, che però era fumato.
 
“Colpo ai clan di Ostia: un’armeria nei box Ater". Ater sono le case comunali. “Sequestrati 75 locali occupati abusivamente dai clan Fasciani e Spada da anni”. Da vent’anni, da trenta. Settantacinque box: ma quante case ha, avrebbe, l’Ater a Ostia?
“Scoperti” dalla Dda, nientedimeno, i 75 (settantacinque) box, “usati come basi operative e depositi per pistole e altre armi. Ritrovate pistole usate per alcuni agguati". A volte basta poco. Bastano i Carabinieri.
 
Il tifo dell’odio
“Messaggi cifrati e prestanome: patto di sangue in Europa per dare la caccia ai romanisti”, ai tifosi della Roma. Tra bergamaschi, soprattutto, i tifosi dell’Atalanta, e napoletani. Ma con code ovunque la Roma gioca: a Parigi (Paris Saint Germain), in Germania (Monaco 1860 e Borussia Dortmund), in Serbia (Stella Rossa di Belgardo), in Bulagria (Plovdiv). Con contatti personali e regole comuni. Preferibilmente: “Su e giù per lo Stivale. Vestiti di nero. Felpe con il cappuccio, anche d’estate. Bastoni, rinforzati come se fossero di ferro. Scarpe leggere, con suole scavate per i lacrimogeni” (?). Una mappa degli autogrill dove è possibile intercettare i romanisti, e nascondersi. E “codici di riconoscimento”: un gomito fuori dal finestrino, “luce accesa nel vano, viaggio al centro corsia, sportello della benzina aperto, zainetti sul cruscotto”. Tutto questo senza interesse, solo per odio. Un odio senza fondamento, solo un gol non digerito qualche anno o decennio fa.
Il male nasce e si diffonde senza ragione. E senza giustificazione – anche quando potrebbe averla. Non va analizzato, va contrastato.

La fortuna tenta il Nord
Non è il Sud a tentare la fortuna, non con la lotteria – o la fortuna non tenta il Sud. Si fa un rendiconto localizzato dei biglietti venduti della Lotteria Italia, e il Lazio, 5,9 milioni di abitanti, risulta la regione che compra più biglietti, 1.118.160, uno su sei del totale venduto. Di cui 871.430 nella capitale Roma, 2,9 milioni di abitanti – un romano su tre ci ha provato. La Campania, che si penserebbe la più proclive, viene molto dopo, con 583.840 tagliandi venduti, per una popolazione di 5,8 milioni, più o meno quella del Lazio.
Se ne sono venduti molti di più in Lombardia, 959.400, anche se va considerato che la popolazione residente vi è quasi il doppio della Campania, 10 milioni.
In Campania Napoli non fa eccezione allo scarso appeal del gioco. A Napoli e provincia, 3,1 milioni di abitanti, sono stati venduti 295.280 tagliandi, uno in media ogni dieci persone, o undici. Lo stesso più o meno a Caserta, 87.460 biglietti per 923 mila abitanti, e a Benevento, 20.120 biglietti per 280 mila abitanti. Ne sono stati venduti di più, mediamente, ad Avellino, 53.660 per 400 mila abitanti, uno ogni sette-otto persone, e a Salerno e provincia, 127.320 biglietti per 1,1 milioni di persone, uno ogni nove.


Non si può fare il Sud al Nord
“Elena Ferrante” immagina in “La figlia oscura” una “professoressa di università”, così si dichiara a chi va a riceverla, che fa una vacanza al Sud, dove incontra una famiglia che la riporta ai ricordi di giovane madre: uscita da una famiglia “oscura”, se non degradata, madre applicata di due bambine, finché, di colpo, non si mette in carriera, e soprattutto si “libera” sessualmente, si libera dal marito. Un racconto persuasivo. Al Sud – al Sud Italia. Che diventa incongruente al cinema, nell’adattamento che ne ha fatto Maggie Gyllenhaal, l’attrice che la storia ha sedotto tanto da volerne fare la regia.
Gyllenhaal ha spostato la vacanza in un’isola greca, e ancora poteva andare. Ma facendo la protagonista americana, tra americani. E tutto diventa strano, e ridicolo. La “professoressa d’università”. Lo studente bagnino d’estate, anche lui “americano in Grecia”. La “famiglia” che apre la professoressa ai ricordi, sorelle con figli, sorella maggiore con sorella minore, e relativi mariti. Che sono anche “gente brutta, non c’è da fidarsi”, secondo lo studente-bagnino. Con uno dei mariti – il capo-cosca? – che va e viene nei fine settimana. Tutte caratterizzazioni che vanno bene in una storia al Sud Italia, ma tra americani? Tra americani ci sono anche le bevute, che non vanno bene al Sud. E le coordinate geografiche – chi sa cos’è e cosa significa il Queens, o anche l’Arizona?
I luoghi hanno una personalità. Sulla quale “La figlia oscura” è costruito. Le ambiguità del Sud italiano sono difficili da trasporre in America. Suonano anche male – incomprensibili.
Ci sono – ci sono stati in passato - film americani di ambientazione southern, nelle vite, i caratteri, le atmosfere, i tempi, della Georgia, delle Carolina, dello stesso Arizona, che rimandano a tempi e modi mediterranei, del Sud Italia. Ma non, per dire, a Milano o Torino.  
 
Sicilia 
Philippe Daverio, pronipote del mazziniano e garibaldino Francesco Daverio, estremo difensore della Repubblica Romana al Gianicolo, odiava la Sicilia. Così disse in tv, a “Le Iene”, nell’ultima intervista forse prima di morire, dopo avere paragonato la forma del cannolo siciliano a quella del fucile a canne mozze: “Non amo la Sicilia”. Dieci anni prima era stato consulente del Comune di Palermo per i festeggiamenti di santa Rosalia, la patrona della città.
 
Daverio era intervistato dalla Iene per il suo ruolo poco equanime, come giurato, insieme con l’ex schermitrice Granbassi, triestina, e il divulgatore scientifico Mario Tozzi, romano, alla finale del concorso Rai “Il borgo dei borghi”, tra Palazzolo Acreide e Bobbio. Daverio e Granbassi rovesciarono il voto popolare e assegnarono la palma al “borgo” piacentino, invece che a quello siracusano.  Poi si seppe che Daverio era stato insignito della cittadinanza onoraria di Bobbio un anno prima. La Sicilia non può competere con la Lombardia. 
 
Molti che non c’entrano e non sanno dicono, per “uscire” in tv, quello che l’intervistatore gli vuole far dire: che sì, che ci vuoi fare, Messina Denaro magari procurava lavoro, un affare, un beneficio, aiutava a campare. Che non è vero e non può essere vero. Ma la Sicilia ormai vive nella bolla, alla “Truman Show”: sa parlare come la fanno parlare.
  
Salvatore Mugno, scrittore di molte storie antimafia, ha costruito quindici anni fa un falso su Messina Denaro che scrive lettere a “Svetonio” firmandosi “Alessio”, in cui parla di Toni Negri, di Jorge Amado e del Malaussène di Pennac, nonché di “assiomi”, attorno a un personaggio vero. “Svetonio” era infatti un personaggio di Castelvetrano, compaesano quindi del latitante, e noto eccentrico: Tonino Vaccarino. Il quale si diceva “professore”, ora di Filosofia, ora di Lettere, e non lo era (lo era la moglie), e aveva una spessa fedina penale. Ma aveva fatto il sindaco per un anno – e aveva una moglie. Ultimamente accreditandosi come spia dell’Aisi, il servizio di intelligence. La fantasia non difetta, ma da ultimo corrusca - a celebrazione di assassini.
 
Messina Denaro è stato uno scrittore compulsivo di lettere: i suoi “pizzini” al capomafia Provenzano erano lunghi pagine, dettagliati e prolissi. Di tale natura che Camilleri ebbe a dirlo nel 2007, nel libro “Voi non sapete”, “il latinista del gruppo”.
 
Virgilio Titone, lo storico e critico letterario, più noto come polemista sull’“Espresso”, voleva la mafia (la violenza, il raggiro) una questione di “sangue”. Se non che era anche lui di Castelvetrano.
 
Messina Denaro, latitante dal ‘93, da quando infine era stato “scoperto”, dopo una vita da beniamino dei salotti paermitani, si sa che è stato in una clinica oftalmica in Spagna, e in vacanza con gli amici ipermafiosi Graviano al Forte dei Marmi, assiduo del bagno “Rossella”.


I due Graviano si sa che sono mafiosi privilegiati. In carcere, al 41-bis, si sono potuti sposare, e anche fare dei figli, uno ciascuno. Come incentivo a parlare di Berlusconi? Che ne sarebbe della mafia senza l’antimafia?


Il padre di Matteo Messina Denaro, Francesco, mafioso accertato in più procedimenti dal giudice Borsellino, percepiva l’assegno di disoccupazione dell’Inps, e poi la pensione – fu condannato e carcerato in tarda età. Scherzando, naturalmente, non si può affermare che i Denaro si nascondessero.
 
Francesco Messina Denaro la famiglia - la moglie finché è vissuta, una Guttadauro, della dinastia dei professionisti della mafia, i figli, i nipoti - ogni anno onora sul “Giornale di Sicilia” con un necrologio molto sentito. Per un paio d’anni con estratti di Lucrezio in latino.

gleuzzi@gmail.com

Il falso, ma non troppo, Messina Denaro

“Svetonio” è il destinatario, lo scrivente “Alessio” è Matteo Messina Denaro. Un falso d’autore, pubblicato quindici ani fa da Stampa Alternativa, di cui l’autore dovrebbe essere lo scrittore Michele Magno, che ne figura il curatore. Oppure un Tonino Vaccarino, personaggio vero, lo Svetonio destinatario. Le “lettere” prendono una trentina di pagine, Salvatore Mugno provvede al resto. Una corposa introduzione e una lunga vita del personaggio, circostanziata, che si legge come un romanzo, anche se è personaggio a una sola dimensione, il sangue degli altri (una vita ripresa e ampliata nel 2011, pubblicata come biografia del mafioso latitante).
Mugno dubitava dell’autenticità delle lettere – come ogni lettore. Ma non diceva l’ovvio: che le avesse scritte il destinatario. Destinatario figurando un “professore”, forse di Filosofia, forse di Lettere, che però non lo era, lo era la moglie, ma si compiaceva di esserlo, il Vaccarino, noto eccentrico di Castelvetrano, di cui pure è stato sindaco per un anno, con una fedina penale spessa. Da ultimo qualificandosi come informatore dei servizi segreti, dell’Aisi. Da cui “Alessio”, nome con cui si firma Messina Denaro, ovvio anagramma dell’Aisi stessa. Nonché di “assioma”, termine che “Alessio” usa spesso, spesso non congruamente. Oltre che all’assioma il latitante si compiace di riferirsi a Malaussène-Pennac, Toni Negri e Jorge Amado.
Insomma, uno scherzo. Ma impiantato su un fatto: Messina Denaro è stato uno scrittore compulsivo di lettere, i suoi “pizzini” al capomafia Provenzano erano lunghi pagine, dettagliati e prolissi. Di tale natura che Camilleri ebbe a dirlo nel 2007, nel libro “Voi non sapete”, “il latinista del gruppo”. Uno scherzo però avallato da molti. Dal cronista La Licata variamente sulla “Stampa”. Massimo Onofri, da accademico, ne attestò la veridicità.  
Un dramma siculo, alla Pirandello, in cui ognuno è non si sa chi. Castelvetrano si vuole cittadina ariosa, il paese di Giovanni Gentile, centro agricolo e agroindustriale ricco, è anche comune di Selinunte. Lo stesso Mugno, buon siciliano, non si priva di evocare Cellini, Caravaggio, Stradella come precedenti in fatto di “binomio artista-criminale” – come se ci fosse qui un artista – e Villon, Genet, Gregory Corso, “fino a certi nostri autori contemporanei coinvolti in vicende omicidiarie: Massimo Carlotto, Adriano Sofri, Cesare Battisti….”. E qui è evidente che in Sicilia qualcosa non funziona.
Ma non solo in Sicilia, anche nell’antimafia, con altrettanta evidenza – La Licata e Onofri non sono stati errori casuali e isolati. 
Il ridicolo avrebbe dovuto svuotare il terribilismo della mafia. Che è terribile solo nel tiro a segno, o nel plastico, a tradimento, mai a viso aperto, per il resto è sopraffazione, furfanteria e stupidità. E sicurezza di sé, soprattutto, quasi in regime d’impunità. Il superlatitante che si dice un perseguitato, vittima della mafia, a suo modo, anche lui, è un topos ricorrente, ma in questo caso – sapienza di Mugno-Vaccarino - perfino argomentato. O “Alessio” stava trattando la resa, con i beni – una parte dei beni – in libero uso ai familiari, come già avvenuto con i familiari di Provenzano”.

La vita-romanzo di Denaro prima della lunga latitanza, ormai di venticinque anni, è semplice e fantastica. È figlio di un mafioso, conosciuto per tale, ma onorato fino ai trenta anni da tutta Palermo. È autore\mandante di almeno cinquanta omicidi,  a partire dai diciotto anni – e probabilmente dei dieci morti e 106 feriti degli attentati del 1993 sul continente, ai Georgofili e gli Uffizi, a via Palestro a Milano, a san Giovanni in Laterano e a san Giorgio al Velabro. Ma fino ai trenta sconosciuto, comunque non perseguito. A tempo perso faceva il gigolò – oggi toyboy – con altri coetanei di ricche signore di mezza età di Palermo. Con molte amanti giovani strafiche, tra esse un’impiegata austriaca dell’Hotel Paradise Beach, di cui farà uccidere il mite gestore, che scherzava sulle sue imprese amatorie.
Matteo Messina Denaro, Lettere a Svetonio

martedì 17 gennaio 2023

Letture - 509

letterautore

Baudelaire – Pessimista? Lamentoso sì, ma strumentalmente: era uno che lavorava tanto, anche alle traduzioni, e ai “salons” di pittura, nonché alla cura delle relazioni, e naturalmente poeta curato, anche se non di molti versi.  In una lontana discussione accademica all’università di Firenze, una esercitazione di francese con Nicole Milhaud, allora moglie di Nicolas Milhaud, il pittore di Pietrasanta, figlio del compositore, allora lettrice alla cattedra di Mario Luzi, si poté sostenere con vantaggio questa ipotesi: che Baudelaire “ci marciasse”. Croce, nel breve scritto “La vita, la morte, il dovere”, stabilisce che “il pessimismo è sfiducia dell’animo e avvilimento”.
 
Castiglianità
- Camus chiama così l’orgoglio, con il quale è cresciuto a Orano, benché in povertà – “che ho poi sviluppato e che mi ha molto nuociuto…. E che ho tentato invano di correggere, finché non ho capito che esiste una fatalità anche nella natura umana” (pref. a “Il diritto e il rovescio”).
 
Crimea
– Era per i russi la Tauride, “così si chiamava fino a un secolo fa”, spiega Tatiana Polomochnykh in un breve saggio su “Limes” nel 2014, “La Crimea di Puškin”. Conquistata dalla Russia nel 1783, “dopo una plurisecolare sanguinosa lotta con il Khanato di Crimea, insieme pedina politica e indocile vassallo dell’impero Ottomano”. L’annessione si fece “con una specie di referendum fra i nobili, che scelsero l’indipendenza da Costantinopoli e la successiva richiesta a Caterina II di entrare nell’impero russo”. Una “farsa, preparata mezzo secolo prima dal genocidio perpetrato dalle armate russe”. I russi dopo i cosacchi: “Così si erano comportati tutti i popoli predatori che provenivano dalla grande pianura russa”.
 
Dante
– Lo vuole “di destra” il ministro della Cultura Sangiuliano, di destra: “La destra ha cultura, una grandissima cultura: il fondatore del pensiero di destra nel nostro Paese è stato Dante Alighieri”. Per un motivo? “Per la sua visione dell’umano e delle relazioni interpersonali, e anche per la sua costruzione politica, profondamente di destra”. Scandalo politico, ma non è una novità.  Edoardo Sanguineti fece nel 1992 un “Dante reazionario”, che ora si vende a caro prezzo - mentre Federico, suo figlio, azionava e realizzava un’edizione critica della “Commedia”. Umberto Eco tra tutti inaugurava la rivista “Alfabeta” con un “Dante era un intellettuale di destra” – “pensate”, semplificava caratteristicamente, “il ritorno dell’impero mentre stavano fiorendo i liberi comuni!”. Di cui invece Dante parte dirigente, anche in uffici e ambascerie faticose e dispendiose.
Dante era ghibellino, per l’imperatore. Ma non in quanto dittatore, uomo forte, uomo solo al comando, in quanto garante dell’unità politica.
 
Genova
– “Ci sono donne a Genova di cui ho amato il sorriso per un’intera mattina” – A. Camus,  “Amore di vivere” – in “Il diritto e il rovescio”.
 
Houellebecq
– Si vuole onanista. Lo scrittore fa se stesso, nel personaggio di un medico nel film di Dubosc, “Rumba Therapy”, ed è molto riduttivo, i suoi tic provocatori riducendo a macchietta, da guitto, da “personaggio” tv. Al protagonista, cui diagnostica un male terminale, consigliando il riparo con un familiare, e l’onanismo – insistito.   8

Italia – “Entro in Italia”, nota Camus in “La morte nell’anima” (“Il diritto e il rovescio”), “terra a misura della mia anima”. Di cui annota i segni: tetti a squame, viti addossate al muro, “la biancheria stesa ad asciugare nei cortili, il disordine delle cose, la sguaiatezza degli uomini”, il cipresso, l’ulivo, “il fico polveroso”, e “le piazze ombrose” - “qui l’anima consuma le proprie rivolte”, si pacifica con se stessa, si distende, “la passione si avvia piano verso le lacrime”.
 
Machiavelli - Sintetizza “i nostri vecchi storici”, nota Croce (“La fine della civiltà”), dicendo che “le cose umane dipendono da due potenze, la Fortuna e la Virtù” – la “dualità” “dell’impeto vitale e della creatività morale, del duplice ordine delle forze, le vitali od organiche e le morali”. 
 
Russia di fuori – Molti scrittori russi sono di origine ucraina, non per caso, e ne scrissero. Non solo i “classici”: Čechov, Gogol’, Babel’, Bulgakov, Grossmann, lo scrittore dell’epopea di Stalingrado, Achmatova. E Prokof'ev.
Puškin fu felice al confino in Crimea, e ne trasse il poema erotico “La fontana di Bachčisaraj”, sui fasti e gli intrighi degli harem dei khan tartari. Sulla traccia di Puškin vi soggiornarono e ne scrissero Muravyev-Apostol, Griboedov, il giovane Gogol’.  
Anche Conrad è nato in Ucraina, ma questa è un’altra storia, tra Ucraina e Polonia, in passato piuttosto ostile. Nacque a Berdyczow, allora polacca, oggi Berdyčiv – una città ebraica allora all’80 per cento, uno shtetl, la seconda comunità ebraica nell’impero russo.
Altri grandi russi vengono dalla Georgia: Majakovskij, Kachaturian, Nina Makharova, e naturalmente Stalin.
Michail Saakashvili, il politico, nato georgiano, è stato presidente della Georgia dal 2004 al 2013, e poi per due anni governatore di Odessa, in Ucraina. In questo caso conta l’anti-russismo.
 
Terre rare – Le ritrovano oggi gli ingegneri svedesi, “il più grande giacimento europeo di terre rare”, nei luoghi e nei modi descritti da Hamsun un secolo fa in “Germogli della terra”, il romanzone che gli valse il Nobel (poi proscritto perché elevato nella guerra incongruamente a “libro nazista”). Allora senza successo – ma forse le terre oggi “rare” allora non lo erano (l’uso limitato, se non nullo, non copriva i costi di estrazione).
 
Translitterazione
 È curioso che i nomi nati in paesi colonizzati, in Africa, in Asia, con la grafia quindi francese o inglese, mantengano in italiano l’ortografia della lingua coloniale. Anche quando sono italiani magari da due generazioni, comunque nazionalizzati. Come se l’identità fosse legata a quella grafia: Soumahoro, Melaouah…


Vicenza – Il giovane Camus italianofilo ne fa la terra d’elezione, i colli dove soggiorna – i coli Berici evidentemente. Nel racconto-saggio “La morte nell’anima”, reduce dalla solitudine angosciosa di Praga. Tutto lo pacifica, e anzi lo entusiasma – come forse mai più gli avverrà, attanagliato dal nichilismo (l’assurdo): “Qui le giornate girano su se stesse, dal risveglio del giorno gonfio del grido delle galline fino a questa sera incomparabile, dolce e languida, setosa dietro i cipressi e ritmata dal canto delle cicale”. Cammina tutto il giorno: “Ogni persona che incontro, ogni odore di questa strada, ogni cosa è per me un pretesto per amare smisuratamente”. Tutto, le persone, gli odori, i mestieri, sono un organo di felicità - “Avanzo con passo lento, schiacciato da tanta ardente bellezza”, etc.….

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L’Iliade dell’imperialismo sovietico

Ce n’è anche per Roma: “Sbigottirono i Romani.\ Tempesta sul Tevere.\ Ma il Tevere,\ infuriato,\ tosò la testa al papa di Roma\ e andò da Ivan attraverso il chiarore mattutino”, andò verso la Russia conquistatrice. Nel 1919-1920, cinque anni prima del viaggio in America e dell’“Ode americana”, Majakovskij mette in marcia “Ivan”: folle, miriadi di “Ivan”, “150.0000.000” è il numero di tutti i russi e gli operai del mondo all’assalto di Chicago. Contro i quali il presidente Wilson nulla può, pur col suo sterminato arsenale – da ultimo con “l’esercito velenoso delle idee:\ democratismo,\ umanitarismo,\ un continuo andare\ di ismo in ismo!”.   
1.500 versi. Un poema lasciato inizialmente aperto da Majakovskij per aggiunte di chiunque volesse – “L’ho pubblicato in forma anonima, in modo che tutti potessero aggiungere cose e migliorarlo”. Nessuno lo ha fatto, e Majakovskij lo ha ripubblicato a suo nome. Rapportandosi all’ultimo a Omero: “È per te\ la sanginosa Iliade delle rivoluzioni!\ L’Odissea degli anni di fame”.
È il poema dell’imperialismo “rivoluzionario”, sovietico – “la Russia onnimondiale”. In versi tronchi, scattanti, militanti. Del canone futurista come raffica, emistichi sparati a mitraglia.
Un poema di un secolo fa che si legge come scritto oggi: è sempre “la Russia in marcia”. Come già, peraltro, Tocqueville profetava un altro secolo prima. È l’anticipo della guerra fredda, del bipolarismo, delle due potenze: “Tra i fatti minuti della melma quotidiana\ un fatto emerse:\ di colpo\ cessarono tutte le cose di mezzo:\ non ce ne furono più sulla terra.\ Né mezze tinte\ né sfumature,\ niente”.
Il poema non piacque a Lenin, che se ne lamentò con asprezza col suo ministro della Cultura Lunačarski: “Una sciocchezza, una stupidità, una stupidità madornale e pretenziosa”. Un poema incitatorio, senza una sola immagine. Un proclama, come amavano i futuristi. Della Russia all’assalto del mondo. E dell’America che sempre lascia perplesso il rivoluzionario poeta, anche prima del suo ammirato viaggio: “Il mondo,\ adunando il quintetto\ delle sue cinque parti,\ l’ha dotata di una potenza magica”. Ha dotato l’America. E “a Chicago\ 14 mila strade:\ raggi solari sulle piazze.\ Da ciascuna: \700 vicoli,\ lunghi un anno per un treno.\È bizzarra la vita dell’uomo a Chicago!” Con una possente immagine del presidente Wilson. Attorniato da una corte superba: Adelina Patti, Walt Whitman, Scialiapin, Meĉnikow, Longfellow.  
A cura di Sergej Kirilov. Con nove disegni di Václava Maška. In originale, con la vecchia traduzione di Ignazio Ambrogio, 1958, “corretta e integrata”.
Vladimir Majakovskij, 150.000.000, La vita Felice, pp. 147, ill. € 12

lunedì 16 gennaio 2023

Ombre - 650

Dunque, la prof delle 13 fotografie e due filmini di Renzi e Mancini in autostrada ha solo fatto da tramite. A qualcuno nei servizi in competizione con Mancini. Non è una novità: i servizi italiani sanno poco di traffici, uomini, e donne, di armi, di droghe, o di Egitto, Libia, e altri inquietanti vicini, impegnati come sono a farsi le scarpe l’uno con l’altro. Ma questa volta con copertura Pd. Di Elisabetta Belloni che appone segreti di Stato, e della Procura di Roma che aspetta diciotto mesi, sabato 24 novembre, quando il governo Meloni è definitivamente in carica, per dare seguito alla querela di Renzi contro la professoressa.  
 
“Dante era di destra”, dice il seriosissimo Sangiuliano. E subito, come previsto, sberleffi progressisti. Palla per uno smash micidiale del ministro della Cultura: tutti quanti hanno saputo e detto che Dante coltiva la nazione, coltiva la città, coltiva il popolo, mentre Edoardo Sanguineti, poeta, professore e deputato Pci, ha scritto un “Dante reazionario”, e lo stesso Umberto Eco.
Ma poi, senza essere dantisti, come non vedere, dietro la maschera tardosovietica del ministro, che si è preso per sottosegretario Sgarbi?
 
Sostengono il Pd, in questa campagna elettorale di partito, i grandi giornali dei grandi editori, con molte pagine ogni giorno, riempite di niente. C’è qualcosa che non torna nell’affidamento del Pd a Cairo e Elkann, i maggiori editori.
    
“I prezzi dei carburanti sono oggi bassissimi; non oso pensare cosa potrebbe accadere quando il prezzo del petrolio salirà, sono spaventato”. E perché? “Gli investimenti sono pochi, la produzione cala, arriveranno gli effetti dell’embargo alla Russia, ci sono problemi di raffinazione”. Davide Tabarelli dice l’ovvio, ma confinato in poche righe in taglio basso: il “dibbattito” è sulle accise, se sono 47 o 49, e se vanno fiscalizzate (“lo ha fatto Draghi”, cioè lo dice il Vangelo).
 
Tabarelli dice altre due cose note, ma trascurate, trascurabili:
1) “Il petrolio e i suoi derivati rappresentano ancor a il 90 per cento della domanda di mobilità. I biocarburanti sono appena il 3 per cento. E sull’elettrico siamo ancora indietro: tropo poco diffuso e troppo caro”.
2) “L’auto elettrica per ora è una cosa da ricchi ed è assurdo che vengano dati migliaia di euro in incentivi ai ricchi che possono permettersela”.
 
Egitto, Somalia, Nigeria, Congo, un po’ dappertutto in Africa, e Pakistan: è assordante il silenzio del papa sui massacri islamici di cristiani, per lo più cattolici, anche solo di una preghiera. Sembra quello della macchietta evangelica, del porgere l’altra guancia.
 
Un teologo cattolico americano, George Weigel, a Mastrolilli su “la Repubblica”: “È improbabile che il «dialogo» con Nerone o Diocleziano sarebbe stato efficace nell’evangelizzare il mondo romano, ed è improbabile che il «dialogo» con Xi Jinping sia efficace nell’evangelizzare la Cina del XXI secolo”.
 
Il Napoli che tante squadre ultimamente avevano imparato a bloccare, il Lille e il Villareal oltre l’Inter, l’Udinese, e perfino la Sampdoria finché ha giocato in undici, dilaga contro la difesa più robusta del campionato, la Juventus. Rinforzata per l’occasione con due attaccanti “puri”, Chiesa e Kostic. Disorientando i difensori di mestiere. Errore non è, troppo grossolano. È che bisogna diffidare di chi gioca, anche solo ai cavalli: quel 5-1 vale un tesoro.
 
I cinghiali a Roma non fanno più ridere, dato che cominciano a provocare incidenti, anche mortali. L’unico che non se ne preoccupa è il sindaco, quello che se ne dovrebbe occupare, se non altro per igiene. Ma come non detto. Poi dice che il Pd, il partito del sindaco, non prende più voti. Dovrebbe?
 
A dieci mesi della “guerra preventiva” della Russia contro l’Ucraina il “Corriere della sera” pubblica infine un parere diverso, scritto da Luciano Canfora. “La Repubblica” corre ai ripari pubblicando Jeffrey Sachs, un economista di Harvard da tempo critico di Biden, già da quando era vice di Obama, per la sua bellicosità. Canfora non suscita reazioni, è un “vecchio” professore, come si mostra nei talk-show in tv (si mostrava, dopo la guerra non lo ospita più nessuno). Contro Sachs invece si riutilizzano i commenti critici del “New York Times” e del “Wall Street Journal”. L’Italia vuol essere tutta d’un pezzo.
 
Nelle tabelle Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, i salari reali sono diminuiti in Italia del 12 per cento dal 2005 al 2020 - del 6 per cento solo nell’ultimo anno. Sono diminuiti ovunque, ma solo di uno 0,9 per cento in tutto il mondo, contando paesi come l’Italia. E del 2,4 nella Ue, che senza l’Italia forse sarebbe a zero. Poi si dice che l’Italia vota a destra, per i populisti, i nazionalisti eccetera. La democrazia è gli affari?
 
Muore a Roma il cardinale Pell, che in Australia è stato imprigionato perché accusato di pedofilia (assolto in Appello), dopo l’arrivo a Melbourne di 2,3 milioni di dollari. Arrivati dal Vaticano. Dalla segreteria di Stato, che Peel, incaricato di riformare le finanze vaticane, stava indagando.
 
I soldi per alimentare il caso Pell in Australia li mandava il cardinale Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, poi sospeso dal cardinalato dal papa? Non si può provarlo. Ma Becciu si opponeva ai controlli finanziari di cui Pell era stato incaricato. Ed era solo una piccola parte dela segreteria di Stato, che per il resto è rimasta intonsa.
 
L’inflazione fa bene alle banche. Anche se la recessione incombe. Unicredit capitalizza in Borsa quanto mai prima. Intesa, anche se ha un attivo di poco superiore a Unicredit, e anzi un utile netto inferiore, capitalizza il doppio, 58 miliardi contro 29. A costi ridotti al minimo, con le tante potature del post-2007 (dei dipendenti e della clientela) e la remunerazione zero dei conti correnti, la corsa Bce all’aumento dei tassi è tutta polpa per le banche.
L’economia è sempre più fittizia. Si dice di servizi, ma in realtà è di aspettative – labili (si creano e di distruggono a volontà).
 
Si dichiara osteria e francescana, Osteria Francescana, il ristorante probabilmente più caro al mondo, 500 euro solo per il menù degustazione. Il nome non fa il monaco.
 
Il menù francescano è celebrato senza battere ciglio, nemmeno per scherzo, dai giornali progressisti, di cui lo chef della “osteria” è personaggio e anche collaboratore. Poi si dice che il Pd non “morde”: quanta gente da 500 euro a degustazione potrà votarlo?

In viaggio col morto nel 1943, tra whisky e prostituzione

Nella rocca di Scilla, in Calabria, il manipolo di guardia contro l’invasione alleata difende la posizione come da istruzioni fino all’ultimo. Quando il tenente muore, l’attendente Calusia, alpino, bergamasco, s’ingegna di condurlo a casa, come da sua ultima volontà, “da mia madre, a palazzo Pignatelli, Monte di Dio, Napoli”. Costruisce una specie di bara, copre la salma di carbonella e di fieno, sul coperchio scrive con mano incerta l’indirizzo, la colloca su un asino sperduto che gli viene incontro, e comincia il lungo viaggio. Nel quale si accompagnerà a un’orfanella di Reggio Calabria in fuga dalle suore. E a una donna in lotta contro gli accaparratori di grano, che è il contario dell’orfanella, solida e squadrata, e quindi automaticamente “bergamasca”.
Nella collana “Inediti e ritrovati” un racconto che è un “trattamento”, un abbozzo di sceneggiatura, per un film che poi non si è fatto. Di scrittura semplice, didascalica, che però sbalza l’Italia come si riesce a immaginarla in quei mesi di sconfitta e abbandono. Specie negli incontri con i vari tipi di Alleati, inglesi, inglesi della polizia militare, americani, americani neri. Tra fame, ripari di fortuna, furti, e la borsa nera, con l’adescamento delle ragazze. Con “l’istinto della libertà”, che era stato malgardo tutto il suo proprio fin dall’adolescenza, volontario di guerra: lo celebra nelle vesti di un contadino “bergamasco”, e alpino – una documentazione fotografica inedita lo mostra in varie età, più spesso con la bustina da alpino. Col disincanto di sempre. “La guerra non l’hanno vinta gli americani, l’hanno vinta i ladri”. E con lae celebrazione, forse unica nella sua vasta narrativa, delle donne: “L’esodo femminile”, dopo la rotta e la resa, “è forse il fenomeno più interessante e significativo di quel riste periodo”, la liberazione delle donne.    
Nella vena grottesca che è la sua cifra, Malaparte mette qui molta bonomia. Un po’ ironico verso il giovane tenente Cafero, il napoletano che molto presume di sé, e di ammirata apologia della solidità “bergamasca”, fatta di devozione al tenente ma anche di senso della giustizia e di impegno, fisico e morale.
Col lieto fine, la bara giunge a destinazione. Ma con alcune sorprese. Anche qui Malaparte è sbalordito, si direbbe ossessionato, dalla tranquilla deriva morale immortalata nei racconti della “Pelle”, sotto l’occupazione Alleata.  
Curzio Malaparte, Il compagno di viaggio, Excelsior 1881, remainders, pp. 98 € 5,40

domenica 15 gennaio 2023

Secondi pensieri - 502

zeulig


Intelligenza – Camus la ipotizza venefica sulla bellezza. In un chiostro di Palma (di Maiorca), il “piccolo chiostro gotico di san Francisco”, con un pozzo, di acqua fresca, dove “il mondo perdurava, pudico, ironico e discreto (come certe forme dolci e riservate dell’amicizia femminile)”, si ritrova “inscritto per un breve istante nella durata del mondo”. E aggiunge: “E so perché allora pensavo agli occhi privi di sguardo degli Apollo dorici o ai personaggi ardenti e immobili di Giotto”. Aggiungendo in nota: “Con la comparsa del sorriso e dello sguardo iniziano la decadenza della scultura greca e la dispersone dell’arte italiana. Come se la bellezza cessasse dove comincia l’intelletto” – Amore di vivere”, racconto-saggio in “Il diritto e il rovescio”.


Ironia – “Il senso dell’ironia è una forte garanzia di libertà”, Maurice Barrès. Propria, si può pensare, e altrui. Romain Gary ne fa “una buona garanzia d’igiene mentale”.
Sainte-Beuve non l’apprezza e anzi la disprezza – la teme: “Guardiamoci dall’ironia giudicando. D i tutte le disposizioni dello spirito è la meno intelligente”.
È tema esclusivamente letterario, si direbbe dalle citazioni e dall’uso, specie in lingua tedesca, di Thomas Mann, di Musil – e in italiano dei siciliani, Pirandello, Sciascia (“Il razionalismo genera sempre il distacco dell’ironia. Perché la realtà non corrisponde alla ragione”), Tomasi di Lampedusa, Camilleri. L’unica riflessione è di Jankélévitch – dopo l’uso consigliato da Lord Shaftesbury nella “Lettera sull’entusiasmo”, come rimedio al fanatismo, specie quello religioso (e analogamente poi in Hegel, che ne fa il perno dell’aborrito idealismo di Fichte, “soggettività che riconosce se stessa come cosa suprema”). Ma non è all’origine del pensiero razionale – Socrate?


Libertà – È individuale, al fondo e nella durata (vita). È la fonte della creatività, Benedetto Croce: “La virtù creatrice si svolge in libertà” - “L’Anticristo che è in noi”. Nelle pagine in cui contesta il Behemot, la tirannia, che poi è lo Stato - ma Croce, hegeliano (poco) pentito, non può dirlo: gli ideali sono gli stessi per tutti, il vero, il bello, il bene, e solo con l’apporto di tutti e di ognuno si realizzano, il poco che se ne può realizzare.

Si può poetare, sognare, creare anche in cattività, ma con la mente libera, se non con il corpo.


Natura – È più celebrata, e più per la sua capacità di distruzione, nello storicismo integrale. È “la Forza vitale”, luogo e meccanismo della vitalità: così la intende Croce. A lungo, benché la sua propria esistenza ne sia stata condizionata, dal terremoto - ma non sempre, non alla fine, dopo la seconda guerra mondiale. Insindacabile anche nei suoi effetti nefasti: “Possiamo noi forse biasimare e condannare i modi e le operazioni con le quali si è formato e si conserva e di volta in volta si riassetta, mercé di terremoti e di eruzioni vulcaniche e d’inondazioni e di diluvî, questo globo terracqueo, senza del quale né la civiltà umana né l’uomo stesso sarebbe?” Nel saggio che intitola “La fine della civiltà”, ma ancora compassionevole, verso gli agenti della fine - tra essi la forza bruta, purché vincente: “E possiamo noi biasimare e condannare i modi con cui si formano i  grandi organismi dei popoli e dei loro Stati, che sono guerre e distruzioni e conquiste e dominazioni del più forte?”
Una sorta di panteismo naturalistico s’impone anche al liberalismo più aperto, meno astringente, meno ideologizzato, qual è quello dell’autore del “Perché non possiamo non dirci cristiani”, ma astretto al solipsismo morale, estraneo alla religione. Fino, curiosamente, al problema di oggi: “Che alle forze vitali dei popoli, da quelle che spinsero dalle preistoriche immigrazioni e alla storiche invasioni barbariche dei primi secoli dell’evo medio, e alle conquiste islamitiche, fino alle ultime a cui si è testé assistito e si assiste, sia dalla storia riconosciuto il diritto di attuarsi seminando sangue e desolazione, è cosa che non dà luogo a obiezione”.
Una sorta di panteismo naturalistico s’impone anche al liberalismo più aperto, meno astringente, meno ideologizzato, qual è quello dell’autore del “Perché non possiamo non dirci cristiani”, ma astretto al solipsismo morale, estraneo alla religione. Fino, curiosamente, al problema di oggi: “Che alle forze vitali dei popoli, da quelle che spinsero dalle preistoriche immigrazioni e alla storiche invasioni barbariche dei primi secoli dell’evo medio, e alle conquiste islamitiche, fino alle ultime a cui si è testé assistito e si assiste, sia dalla storia riconosciuto il diritto di attuarsi seminando sangue e desolazione, è cosa che non dà luogo a obiezione”.
Forze vitali, dunque, ingovernabili e incontestabili, la guerra motore della storia, lo hegeliano rimedio all’“infiacchimento dei popoli”, solo un gradino più basso della guerra igiene dell’umanità. Al “pessimista Leopardi con amaro sarcasmo” Croce oppone – continua a opporre dopo la seconda guerra mondiale che pure lo aveva terrorizzato – Hegel, “lo Hegel della possanza della natura” e “lo Hegel della potenza dello Stato”, con “la congiunta morale lezione della guerra che restaura la sanità morale dei popoli facendo sperimentare l’indifferenza verso le sussistenti determinazioni finite e salvandole così dall’impigrire e corrompersi  nella troppo lunga pace o nella pace perfetta, come il soffiare dei venti salva le acque dall’imputridire”. La guerra come il soffio dell’aria. Con la curiosa imputazione alla chiesa cattolica: “La stessa religione vieta di ribellarsi alla provvidenza del creatore del mondo, che ha creato il mondo, cioè, solo nel suo consiglio, ossia logicamente, poteva, e perciò nel crearlo ha approvato per buona l’opera sua”.
Lo stesso Croce opina per il male: “Gli stessi dolori e strazî che le azioni che essi (gli Stati, n.d.r.) perseguono arrecano alle genti umane, o l’una all’altra gente umana, sono pur la condizione senza la quale non sorgerebbero al mondo virtù, bontà, sacrificio, eroismo, libertà, tutto quanto sulla terra amiamo come celeste, veneriamo come divino, e a cui essi offrono la materia che la nuova forma idealizza e supera”. E se ci fossero dubbi: “Tutto quanto ci commuove e ci sublima nella poesia, sin dalla prima grande poesia della nostra civiltà europea, i canti omerici e le tragedie elleniche, così pieni di affanni ed errori…”.
Irrinunciabili, imprescindibili, le forze della natura vanno appropriate (secondate), confrontarle non si può – oggi, per esempio, con le immigrazioni? Una sorta di fatalismo nella libertà. Nella dottrina, e anzi nell’ideologia, della libertà.
“La guerra e la politica e l’economia” lo storicista integrale Croce considera “le leggi della forze vitali dell’uomo”. Una natura estesa.
 
Risentimento – L’artista ne è hanté, per definizione? Per Camus “due pericoli contrapposti minacciano ogni artista, il risentimento e la soddisfazione”.
È qualcosa, dice anche (senza dirlo), di analogo all’invidia, “il difetto tra noi più diffuso, vero cancro delle società e delle dottrine” – tra “noi” intellettuali. Più diffusa dell’invidia sociale: “La povertà non implica necessariamente l’invidia”, attesta sulla base dell’esperienza personale, familiare.
 
Storia - “La storia trova il suo senso nell’etica”, B. Croce, storicista assoluto pentito - “La fine della civiltà”. Che subito poi ha però “lo spettacolo della storia”?
 
“Il sole m’insegnò che la storia non è tutto”, riflette Camus nel 1958, presentando la riedizione dei suoi primi racconti-saggi, 1935-36, “Il diritto e il rovescio”: “La miseria mi impedì di credere che tutto è bene sotto il sole e nella storia: il sole mi insegnò….”.
 
Viaggio – “Un paese in cui non mi annoio è un paese che non mi insegna niente”, A. Camus, “La morte nell’anima” (in “Il diritto e il rovescio”): è una realtà “priva di fondale”. Ma subito dopo racconta di Vicenza, dove sta cinque giorni, fuori città, in collina, e non c’è momento che non ricordi con commozione, sebbene non faccia nulla tutto il giorno e nulla abbia da fare: si emoziona a un cambio impercettibile di luce, al taglio della collina, di un cipresso. Quello che intende è forse che nello spaesamento “il velo delle abitudini, la trama rassicurante delle parole e dei gesti, nei quali il cuore si assopisce pi
ano, si solleva per mostrare finalmente il volto livido dell’inquietudine. L’uomo è faccia a faccia con se stesso”. Il che, per la verità, può accadere anche nella stanza di casa.
Sta nello spaesamento il fascino del viaggio, nell’incognito, nel diverso che emerge, in una scoperta riflessa – non progettata ma immanente nello spostamento stesso, fisico, materiale. Camus stesso lo dice in altro racconto, nella stessa raccolta, “Amore di vivere”. In una diversa situazione, di piacere e non di angustia: “Sta proprio nella paura tutto il valore del viaggio. Esso distrugge in noi una specie di scenario interiore”. Perlomeno cambia le quinte.

zeulig@antiit.eu

La favola del genio e dei genitori – uniti e divisi

Da vero favolista (Fabelman) Spielberg scioglie questa volta la tensione catastrofista di cui è maestro nel racconto della vita amorevole e difficile in famgilia e tra i genitori. Il papà “ingegnere”, informatico della prima ora, geniale ma positivo (la posizione, la carriera). La madre, di quattro figli, artista incompiuta, innamorata del miglior amico del marito. Su un fondo storico per una volta non “americano” - vero, verosimile: il deserto in Arizona, l’isolamento nella California del Nord (che pure dovrebbe esseere Seattle, ma allora fuori dalla leggenda), dove non hanno mai visto una famiglia di ebrei.
Una serie di immagini tutte per qualche verso notevoli. La prima è sulla predestinazione al cinema, al primo film visto, a sei anni, alla vigilia di Natale. Che non si celebra perché la famiglia è ebrea. La nonna paterna, ebrea di New Yor, quindi sprezzante. I boy-scout e i “brevetti”: la fotografia, il salvataggio in acqua. Il liceo con i compagni dell’Alta California alti come i sequoia. Il primo amore con una ragazza che ama Gesù e lo prega. La vita solitaria col papà single, spedendo soggetti e progetti, cui enssuno risponde.
Su tutto la sua propria vocazione al primo film che vede, del dimenticato Cecil DeMille, “Lo spettacolo più grande del mondo”. Con i banditi inchiodati al passaggio a livello, che un treno manda per aria, per poi proseguire cieco alla distruzione di tutto ciò che incontra. Una passione che coltiverà ingegnoso con tutti i mezzi, i trenini da collezione, le macchine fotografiche di famiglia, anche di poco conto, la prima cinepresa. Il western con gli scout. La festa di fine anno al liceo – una celebrazione della fisicità “americana” - non della propria famiglia. L’incontro con John Ford, che lo ammette per cinque minuti, forse uno.
Un fim d’epoca con molta Storia che altrove non si trova, non al cinema. E una storia personale, familiare, semplice e emozionante. Non si ride, e non si piange, ma le tante scene, una dopo l’altra, sono tutte memorabili. È per lo spettatore come lo stesso Spielberg dice in un ringraziamento prima del film: “Noi ci siamo divertiti”.
Steven Spielberg, I Fabelmans

sabato 14 gennaio 2023

Darmanin alla guerra con l’Italia

Quattro anni, forse nove, di rapporti congelati tra Italia e Francia? Per le ambizioni presidenziali del ministro dell’Interno Gérald Moussa Darmanin, quello che he creato il caso immigrati come se l’Italia avesse invaso la Francia con gli immigrati. Una reazione ridicola che però lo proietta al ruolo cui ambisce, di spina nel fianco di Macron e presidente in petto fra quattro anni.
Darmanin intanto lavora a prendersi il ruolo di capopartito. Quello che fu di Sarkozy, un altro che aveva pesantemente capitalizzato politicamente a spese dell’Italia, a capo degli ex gollisti, ora repubblicani.
È il problema che si fa la Farnesina, e lo stesso ministro degli Esteri Tajani. Anche per l’impossibilità di parlare con la titolare del ministero francese degli Esteri, una Colonna che pure è stata a lungo ambasciatrice a Roma. È Darmanin il referente del governo, non la prima ministra Élisabeth Borne, figura stinta, che Macron ha scelto per non indebolire la propria imagine – una costante nei governi di Macron.
L’impegno filo-francese ribadito dal presidente della Repubblica Mattarella, si situa in questa incertezza: è forse in sincronia col presidente francese Macro, che però non controlla il “suo” governo.  

La guerra economica del mite Biden

La questione che l’Europa (non) pone agli Stati Uniti, sugli aiuti all’industrtia nazionale (il piano Biden di contributi e sovvenzioni per 465 miliardi di dollari), è di fatto più che un piano industriale nazionale: è l’abbandono del libero commercio. Della globalizzazione. Della World Trade Organization per la liberalizzazione del commercio, che gli stessi Stati Uniti hanno voluto e creato poco meno di trent’anni fa, nel 1995, a conclusione di un decennio di trattative internazionali, l’“Uruguay Round” - e ora li condanna.
È un abbandono deciso, organizzato, e non minacciato come nel caso dell’“elefante” Trump a fini negoziali – senza cioè (inter)rompere le regole del gioco. Il lieve saltellante Biden col sorriso, è nel pieno del progetto America First.

Da Berlino - restando Bruxelles inattiva - a Tokyo su studiano controffensiva. E a Pechino. In parallelo con la risposta militare alla Russia, che esige unità, uno scontro è in atto sul piano economico anche tra le potenze occidentali (Germania e Giappone, in parallelo, puntano anche al riarmo in proprio).

Autoritratto di Camus da giovane

La solitudine a due con “la vecchia” (la madre) appesantiva la notte, dopo che “i tram di mezzanotte si allontanavano portandosi via tutta la speranza che ci viene dagli uomini, tutte le certezze che ci dà il rumore delle città”. La vecchia, malata, sola con la figlia bisbetica, “liberata da tutto tranne che da Dio”, per essere “precipitata infine, e per sempre, nella miseria dell’uomo in Dio”. Gli anni giovanili, “quel mondo di povertà e di luce”. Gli abbandoni, dei familiari, tra familiari. La solitudine a Praga. Il risveglio di primavera sui colli Berici – e l’amore per l’Italia, come per la città in riva al mare (Orano), per il Mediterraneo. La felicità a Palma, a Ibiza. La “storia curiosa” di una donna che, gratificata di un’eredità, si compra una tomba, e della donna che stava per morire la cui figlia “la vestì per la tomba mentre era ancora viva”.  
Il libro della vita di Camus. Sono cinque racconti – lui li chiama saggi – “scritti nel 1935 e nel 1936 (allora avevo ventidue ani) e pubblicati un anno dopo, in Algeria, in pochissime copie”, volutamente poi non più ristampati. Fino al 1958 – un anno o due prima della morte, per un incidente d’auto.  Dai titoli icastici – curiosamente pirandelliani: “L’ironia”, “Fra il sì e il no”, “La morte nell’anima, “Amore di vivere”, “Il diritto e il rovescio”. Di scrittura piana, di architetture e sensibilità comuni, e tuttavia accattivanti - pregni di sensazioni, umori, e di un strana ilarità benché già in tema di assurdo. 
La prefazione alla riedizione è un autoritratto, una concisa per rivelatrice autobiografia letteraria. La piccola raccolta elegge a “suo” libro, suo proprio personale, se “ogni artista custodisce, dentro di sé, una fonte di ispirazione unica che alimenta per tutta la sua vita ciò che è e ciò che dice”. Scorrendo la vecchia edizione per la ristampa si ritrova a suo agio, nella vanità d’autore che sempre lo ha lasciato freddo, e nei gusti, le passioni semplici (malgrado “l’indifferenza profonda, che in me è una specie di infermità congenita”): “Una vecchia, una madre silenziosa, la povertà, la luce sugli ulivi in Italia, l’amore solitario e popolato, tutto ciò che ai miei occhi testimonia la verità”.
La nuova traduzione, di Yasmina Melaouah, perfetta sul piano tecnico, anzi precisa, parola per parola, costruzione per costruzione, fa curiosamente una diversa lettura rispetto all’originale: distaccata, mentre il francese di Camus nel 1935 o 1936, semplice, scolastico, è caldo, partecipe -oggi si direbbe empatico.   
Albert Camus, Il diritto e il rovescio, Bompiani, pp. 73 € 9

venerdì 13 gennaio 2023

Problemi di base crociani - 730

spock


“L’Anticristo non vive tra noi ma è in noi”, B. Croce?
 
“Il tiranno è, in certa guisa, sempre stupido”, id?
 
“Lo spirito è tutto in una volta e non si forma a pezzi”, id.?
 
“La poesia parla al nostro cuore e la storia alla nostra ragione”, id.?
 
“Il pessimismo è sfiducia dell’animo e avvilimento”, id.?

spock@antiit.eu

Fatiche dell’egomania

Un uomo solitario, mite, conduttore di scuolabus, amorevole e paterno con ogni bambino, diagnosticato di un male terminale e consigliato di cercarsi un nido per gli ultimi momenti, una compagnia, un familiare, cerca la figlia che non ha mai conosciuto. Allontanato, così si giustifica, dalla madre della ragazza con la quale l’aveva concepita. In realtà avendola abbandonata, la figlia con la madre, quando la bambina aveva dieci mesi, per “andare in America”.
Uno spunto interessante, svolto nel peggiore dei modi. Il bravo amico dei bambini s’impantana in una serie di personaggi e di pose per avvicinare la figlia, virtuosa di ballo latino e insegnante, che lo ridicolizzano, senza far ridere - lo stesso regista, nelle vesti più improbabili.. Con lo scrittore Michel Houellebecq nei panni del dottore che lo diagnostica, ancora più ridicolo nel mimo di se stesso – l’egomania può essere faticosa.
Franck Dubosc, Rumba Therapy, Sky Cinema

giovedì 12 gennaio 2023

Senza immigrati non si lavora - o mano ai sessantenni

La Fondazione Consulenti del Lavoro, cui fa capo la ministra del Lavoro Marina Calderoni, calcolava a novembre che nei quattro anni 2023-2026, a fronte di un fabbisogno di 4,3 milioni di posti di lavoro, poco meno di un terzo, 1 milione e 350 mila, resterà inevaso.
A dicembre, Unioncanere e Anpal, l’Agenzia per le politiche attive del lavoro, ha calcolato che quasi la metà, il 45 per ento, delle assunzioni previste a breve termine sarà di difficile attuazione. L’indice della difficoltà di reperimento di forza lavoro risultava raddoppiato, rispetto al 22 per cento registrato nel 2017, da un lavoratore su quattro, a due su quattro.
Per il futuro le prospettive sono peggiori, in dipendenza dall’“inverno demografico”, dalla scarsezza di nascite in Europa. Cui dovrebbe sopperire l’immigrazione. In Germania il governo calcola un fabbisogno di 400 mila nuovi immigrati l’anno, e studia come facilitarne l’assimilazione: facendo pesare, olre i ricongiungimenti familiari, l’età, l’esperienza professionale, e la conoscenza della lingua.
Una ricerca dell’Agenzia del Lavoro tedesa calcola che nel 2035 verranno a mancare sette milioni di lavoratori. Per rimediare suggerisce ultericori facilitazioni al lavoro delle donne, per ampliare la platea, soprattutto delle donne immigrate, e il rientro in attività, in determinate mansioni, degli ultrasessantenni.

L’Europa investe in Cina, gli Usa in Asia

L’Unione Europea è il maggior investitore straniero in Cina e in India, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale a fine 2021, nei settori produttivi. Per investimenti che raddoppierebbero includendo la Gran Bretagna.
Gli Stati Uniti sono il maggiore investitore in Asia in termini finanziari, di portafoglio – ma escludendo praticamente l’India (contabilizzato è un portafoglio di appena 10,6 miliardi di dollari). Per investimenti produttivi sono i primi nei paesi Asean: Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore, Thailandia).
Gli investimenti europei in Cina-Hong Kong ammontavano a fine 2021 a 273, 5 miliari di dollari (a 491, 3 con la Gran Bretagna). Quelli americani a 137,1 miliardi. Per una quota rilevante, 101,4 miliardi, gli investimenti europei erano tedeschi.
Nei paesi Asean gli investimenti americani ammontavano a 484,1 miliardi. La Ue veniva seconda con 338 miliardi (452 cumulando con la Gran Bretagna). Terzo il Giappone, con 262,3 miliardi. Quarta la Cina, con 216,5 miliardi.
Gli immobilizzi di portafoglio americani erano calcolati in 434,9 miliardi per la Cina, 575,8 miliardi per l’Asean. La Ue veniva secondo in Cina, con 256,9 miliardi (354,1 con la Gran Bretagna). E in quarta posizione nell’Asean, con 88,8 miliardi (150,1 con la Gran Bretagna), dietro la Cina (262,6 miliardi) e il Giappone (123,5).
Irrisori gli immobilizzi di portafoglio in India, anche da parte europea (5,7 miliardi, 6,6 con la Gran Bretagna). Mentre erano già robusti gli investimenti produttivi:136,5 miliardi (216,9 con la Gran Bretagna), contro i 108,6 americani.

Quando la Finlandia si dilettava di Russia

“L’avventura” di Antonioni al rovescio. Tra le brume e il gelo del Nord invece che alla luce della Sicilia. E un avvicinamento, tra un lui e una lei “incomunicabili”, invece di un allontanamento. Con calore nel gelo, invece del gelo nella calura.
Un racconto riuscito, che si rivede con tanto più piacere ora che la guerra corre anche tra Finlandia e Russia. Un film di appena ieri, il 2021, di finlandesi in Russia, che non era il nemico. Anche se il russo è un ubriacone, come tutti i russi, e ignorante – non sa nemmeno dire la sua professione, muratore? minatore? E lei invece è – si dice – archeologa, interessata a vedere i petròglifi di Murmansk, il grande porto carbonifero nel circolo polare. Una convivenza forzata, tra due solitari, che più dissimili non si potrebbe, entrambi delusi, imbranati. Coatti in vagone letto, per giorni di viaggio, e di lunghe soste, che si trasforma in intimità. Non in intimità, in corrispondenza. Di ormoni o di sinapsi, di sensazioni, complicità, semplice vicinanza. Contro venti e tempeste, lui porta lei, dopo tante peripezie, a vedersi comunque i petròglifi. Che allo spettatore sono negati, come a dire: “Ne valeva la pena, povere tracce nella tormenta polare?” In sé no, ma per la complicità che hanno creato sì. 
Consola anche pensare che regista e sceneggiatori, tutti finlandesi, del Paese più felice del mondo, si sono immedesimati, sanno far parlare i russi come i russi parlano. In russo. E il cattivo fanno finlandese, un
bohémien ladro, uno che disprezza i russi. Kuosmanen e tutta la troupe (il film è di produzione finlandese) si sono trasferiti a lavorare in Russia, senza problemi, da parte loro o dei russi, in posti remoti e congelati. Facendo della Russia più brutta e povera un capolavoro d’arte.
Juho Kuosmanen, Scompartimento n. 6 – in viaggio con il destino, Sky Cinema


mercoledì 11 gennaio 2023

La questione bancaria

L’ultimo documento ricevuto dalla banca, il 3 gennaio, “Comunicazione delle condizioni applicate in seguito a modifica bilaterale”, ha 21 pagine, in corpo 8, leggibile cioè con molta luce, in gergo avvocatesco, con una trentina di indicazioni, cioè condizioni, per pagina, e non dice che dall’1 gennaio si paga trenta centesimi al bancomat come commissione per un prelievo medio. Cioè non dice l’essenziale - a parte il fatto che la modifica è unilaterale e non “bilaterale”. Ma non è solo un difetto di comuicazione, è un modo d’essere: le banche sono entità che fanno quello che vogliono, senza alcun controllo - la Banca d’Italia essendosi ridotta a ufficio studi e anzi nemmeno più a quello - e senza rivalsa (cambiare banca è inutile).
Sull’uso a pagamento del bancomat sapevamo che l’Antitrust aveva bocciato le banche. Ma aveva bocciato la commisione, ben 1,50 euro a prelievo, che poteva anche andare contro la legge sull’usura. Dall’1 gennaio le banche fanno pagare la commissione, e niente, l’Antitrust tace, i giornali pure, i risparmiatori pagano.
Il problema di comunicazione delle banche è parte di un problema più grande. Che è triplice. Camuffato sotto le insegne ipocrite dell’antiriciclaggio, che non c’entra per nulla. Uno è l’obbligo del conto corrente, creato dal banchiere Monti, anche per i pensionati sociali – che non è mai gratuito. Ora la tariffazione dell’uso del contante, introdotta dal banchiere Draghi: una tassa a uso privato, cioè delle banche, che anch’essa si fa valere come arma contro il riciclaggio – l’ipocrisia invadente contanti = riciclaggio è un termometro della stupidità. Il terzo è l’ineffettualità del fattore umano in banca: non c’è più rapporto possibile, con gli automi sarebbe forse meglio.
Il personale non si trova – non risponde, è “occupato”. E quando si trova non sa o non vuole aiutare – è “scoglionato”. Effetto del tanto outsourcing praticato dalle banche ormai da trent’anni, delle contrazioni a catena del personale, della riduzione delle competenze o della mancata formazione, delle continue chiusure di sportelli (è come mettere il personale residuo in perpetua mobilità).
Il ridicolo, o tragico, è la crescita dei bancomat, mentre si riducono gli sportelli – si capisce ora che sono generatori di commissioni a ufo: nei sette anni dal 2015 al 2021 le banche, tra acquisizioni e fusioni hanno tagliato il numero degli sportelli (e il personale) di poco meno di un terzo (un terzo col 2022), il 28,4 per cento. E aumentato il numero degli Atm, i terminali bancomat, del 14 per vento. Una volta la banca si voleva amica, seppure cerimoniosamente, ora si fa automatica, solo un aspiratore di denaro.
 

Cronache dell’altro mondo – immigratorie (242)

I lavoratori immigrati in America sono 27 milioni, il 17,3 per cento della forza lavoro.
Nelle industrie tecnologiche la presenza di immigrati è maggiore: nella produzione di chip un terzo dei 112 mila addetti sono stranieri di recente immigrazione.
Fra gli ingegneri elettronici i nati all’estero sono al metà – in prevalenza indiani e cinesi.
C’è carenza di domanda nel mercato del lavoro, nonostante il rientro nel mercato, nel corso del 2022, di 1,7 milioni di pensionati. La disoccupazione è al 3,5 per cento (tra i bianchi al 2,7 per cento, tra i neri al 5,3), al di sotto del 5 per cento considerato il volano migliore tra offerta e domanda – anche per prevenire l’inflazione da salari.
Lo squilibrio è analogo a quello della seconda guerra mondiale.
Fra gli immigrati in attività il più gran numero è di “latinos”: 7,1 milioni dal Messico (4,5 per cento della forza lavoro), 5 milioni dal Centro America (3,2 per cento), 2,1 dal Sud America (1,3).
Elevato è anche il contingente asiatico, di lavoratori immigrai non irregolari: cinesi, coreani, giapponesi, indiani, vietnamiti assommano a 7,6 milioni (4,9 per cento)
I lavoratori immigrati dall’Europa risultano 2,6 milioni (1,7).

Fine della storia

“L’Anticristo non vive tra noi ma è in noi”. Il laicissimo Croce che si occupa dell’Anticristo? È un ritorno indietro dallo storicismo integrale. Croce ritorna su Hegel, sulla razionalità del reale, e in vecchiaia, con l’esperienza del male emersa nella guerra (dopo il terremoto omicida subìto nell’adolescenza), dal 1942, dal “Perché non possimo non dirci cristiani”, avvia un percorso autocritico che finisce nell’apocalissi, nei brevi saggi di questa raccolta.
Un apocalitticismo, va detto, di incredibile preveggenza, o finezza: “Si è fatta viva dappertutto la stringente inquietudine di una fine che si prepara, e che potrebbe nei prossimi tempi attuarsi, della civiltà o, per designarla col nome della sua rappresentante storica e del suo simbolo, della civiltà europea”. È l’attacco del primo saggio qui recuperato, “La fine della civiltà”. Che, letto con la guerra in corso al centro dell’Europa, dopo le tante condotte inutilmente in Africa e in Asia per celenrare “la fine della stroia”, e con il covid, la crisi climatica, la ccrisi economica, si legge come profetica.  
Seguono alla profezia due frasi lunghe, di corsa, senza fiato, per rifare la stroia – la storia “europea” e non “occidentale”. Contro quella che già venne detta “la fine della storia” da un alto, la caduta dell’impero romano dopo sei o sette secoli di vita. E contro l’intellettualismo, il giacobinismo, il radicalismo, ma anche contro la “pratica liberale”: nessuna ricetta è risolutiva, la Vitalità (le forze della natura), già celebrata forza animatrice dell’universo, è analizzata come incontrollabile, e anche distruttiva.

Un ritorno a Kant, rivedendo radicalmente Hegel, e ai temi morali più che logici, in qualche modo anche alla religione che pure rifiuta. Gli stessi titoli dei saggi, “Il peccato originale”, “L’Anticristo che è in noi”, ”La fine di tutte le cose”, il curatore Ilario Bertoletti che rinviare a Kant, “Il male radicale”, “La fine di tutte le cose”: “Venuto meno il necessìtarismo della storia, in Croce non solo l’etica assume le sembianze di una morale del dover essere, ma, al pari che in Kant, la filosofia per  rendere conto dell’esperienza limite del male abbisogna di concetti-limite” – dei “teologumena”, “forma particolare di pensiero metafisico”, ipotesi teologiche analizzate o vissute come fatti storici: proprio “quelle sottocategorie che per la logica dello storicismo assoluto erano erano una forma deprecabile di filosofia teologizzante” (quella dalla quale Hegel proveniva, si può aggiungere, nello Stift di Tubinga con Hölderlin e Schelling, da qui forse il rifiuto radicale).
La luga e densa postfazione del curatore è una riflessione sul passaggio di Croce in numerosi scritti degli ultimi suoi dieci anni dallo storicismo integrale a una sorta di teologia laica – “saggi fra i più teoreticamente tesi dell’ultimo Croce”. Ai teologumena. Croce, dice Bertoletti senza ironia, faceva teologia senza saperlo: “L’assolutizzazione della dialettica degli opposti, declinantesi in un calvario dello Spirito, era indice di un irriflesso teologismo”. La radice emerge con la guerra. Già nel primo saggio, 1942, “Perché non possiamo non dirci cristiani”: “Il nome di Cristo è assente”, nota Bertoletti, “ma Gesù – al pari di Paolo e di Giovanni - è posto tra i «genii della profonda azione», tra i «creatori di ethos»”.  
Benedetto Croce,
La fine della civiltà – L’Anticristo che è in noi, Morcelliana, pp. 97 € 10

martedì 10 gennaio 2023

Letture - 508

letterautore

Benedetto XVI  accademico – L’Accademia delle Scienze morali, la terza accademia del Seicento francese, aveva eletto nel 1992 come membro straniero, in successione a Andrei Sakharov, deceduto, il futuro papa Benedetto XVI. Lo elesse quando era cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio. Il massimo organo culturale della Francia “repubblicana”, laica.


Germania – Celebrando papa Ratzinger, Magris lo ricorda colto e “profondamente tedesco”, ma della Germania meridionale: “Soprattutto emergeva la radice profondamente tedesca della sua formazione e della sua cultura, quella Germania soprattutto meridionale, di Freising, di Monaco, di Regensburg, di Tübingen. Una Germania in cui mi sento di casa”, tiene a specificare il germanista Magris, “specie a Freiburg”. Dove “le cose grandi hanno bisogno di una dimensione da toccar con mano, di quell’aura «aura mozartiana»…”
 
Letti
– Uniti, nel matrimonio, o separati? Joshua Cohen, “I Netanyahu”, 80-81, ci argomenta sopra una teoria sociale, e una nazionale – tra ebrei, in America, in Germania, in Francia, in Inghilterra. “Ovviamente le famiglie più povere non hanno mai avuto alternativa”, spiega la moglie, di famiglia ricca, al marito, di famiglia povera; scommetto che è per questo che i tuoi genitori hanno sempre condiviso, e così hanno fatto i tuoi nonni. Ma i miei dormivano separati, come i loro genitori. Potevano permettersi due letti, e laggiù in Germania avevano pesino camere separate”. Poi introduce la Francia: “Credo che per loro fosse un’abitudine francese”, quindi alla moda. “Ma”, prosegue, “il ragionamento dietro era inglese, vittoriano in un certo senso, che per un ebreo tedesco non era un peggiorativo ma un complimento”. Perché dei francesi non c’era da fidarsi: “I francesi credono nella separazione in modo da poter avere degli amanti. Le donne avevano perfino stanze private, dei boudoir. Anche se un boudoir non è una stanza da letto. Può includere una stanza da letto, ma non è tanto una stanza da letto quanto una camera in cui avere relazioni clandestine e straziarsene in privato”. È diverso per gli inglesi, continua: “Gli inglesi credevano nella separazione perché condividere era pericoloso: la prossimità con un’altra persona addormentata accanto facilitava la trasmissione di malattie infettive come polmonite, influenze e raffreddori, che allora erano spesso letali”. Nonché “la possibilità di fare sesso, il che a sua volta risultava in un aumento delle gravidanze”, non essendoci contraccettivi – “anche se forse il ragionamento sull’infettività è stato inventato per occultare il ragionamento sul sesso, da parte delle donne del passato, frustrate di essere sempre incinte”.
 
“Il letto è l’opera lirica dei poveri”, il detto napoletano sembra confermare l’anamnesi di Cohen. La scienza del letto ha lunga tradizione. Benché Sterne ne lamenti l’insufficienza, non a torto – è uno dei tani temi del “Tristram Shandy”. La grammatica francese tuttora presenta al primo esercizio di lettura “le lit est une bonne chose, si l’on n’y dort pas, l’on s’y repose” - che è difficile e anche sbagliato, se non vi si dorme, vi si riposa: le lingue tradiscono. C’è il letto per il sonno e il letto di giustizia, il letto del fiume, il letto di sabbia o di calce, e ci sono gli affari di letto, genere composito.
Montaigne collega la popolazione di storpi, gobbi, deficienti rilevata nell’Orleanese con l’uso di poveri giacigli per letto. L’opposto del letto italiano studiato da Balzac, il quale attribuiva a fascioni, corregge, viti, rotelle, nonché alla secchezza del legno dovuta all’azione del sole, e alle stesse tarme, quel sentimento di musicalità che si accompagna al Bel Paese. Nei secoli delle Crociate, quando i letti nuziali restavano deserti, in teoria, per l’assenza dei mariti, l’Europa si risollevò dalla depressione demografica. La ragione sarebbe il materasso di lana, più morbido ed elastico di quello di coppi, che moltiplicò la produttività. A questo fine le regine di Spagna dormivano su quattordici materassi di lana.
La procreazione è però poco legata al letto. Il letto orientale, a sacco, senza telaio, soffice, è scomodo a fini ludici – c’erano schiave ma non ci sono meticci a Oriente. I vichinghi, che ancora un secolo fa dormivano tutti in una stanza attorno al fuoco, genitori e figli, su strette panche, vi dormivano seduti, le ginocchia contro il petto, tuttavia generavano figli robusti.
 
Matrimonio
– Consuma l’amore, secondo una lettera di Heidegger a metà degli anni 1930: “Nel matrimonio moderno e nei liberi rapporti di tipo matrimoniale è molto forte la tentazione di fondersi completamente l’uno nell’altro durante i primi tempi, di far seguire le ultime riserve dell’anima a quelle del corpo, di perdersi in una completa reciprocità. Ma questo non metterà a rischio il futuro del matrimonio?” Lo argomentava per difendersi da Hannah Arendt, o dalla moglie Elfride (che comunque il secondo figlio lo aveva fatto con un amico)?
 
Rondisti – Furono i maestri di Sciascia. Sciascia rende omaggio, presentando nel 1967 la riedizione di “Le parrocchie di Regalpetra” insieme con “Morte dell’Inquisitore”, allo scrittore siciliano dimenticato Nino Savarese, affermando di essersi formato sugli scritti dei “rondisti”: “Debbo confessare che proprio sugli scrittori ‘rondisti’ – Savarese, Cecchi, Barilli – ho imparato a scrivere”.
 
Santi – La tesi di laurea di Umberto Eco, 1955, era “Il problema estetico in San Tommaso d’Aquino” – con questo titolo pubblicata nel 1956. Quindici anni dopo Eco la pubblica con titolo “Il problema estetico in Tomaso d’Aquino”. Ancora all’università Eco era dell’Azione Cattolica, poi professo ateo.  
 
Renato Solmi – Fu licenziato nel 1963 per motivi politici da Giulio Einaudi, l’editore di cui era la colonna portante per il settore umanistico, scopritore per l’Italia e presentatore di Adorno, di cui era stato allievo, e Benjamin. Italo Calvino accenna seccamente all’evento, come di cosa minima, o scontata, nella prima lettera, o una delle prime, indirizzata alla futura moglie Esther Judith Singer, “Chichita”, il lunedì 4 novembre 1963 (pubblicata dalla figlia di Calvino, Giovanna, sul “Robinson” del 7 gennaio): “… Il tutto sullo sfondo della crisi di R.S. giunta al suo punto culminante giovedì e risolta col suo licenziamento”.
In realtà non c’era stata una “crisi di R.S.”, semplicemente Solmi veniva licenziato, insieme con Raniero Panzieri, in quanto sostenitori della pubblicazione della ricerca di Fofi, “L’immigrazione meridionale a Torino”, perché criticava anche la Cgil, il Pci, la Fiat e “La Stampa” – il libro fu poi pubblicato da Feltrinelli. A Fofi erano state richieste delle modifiche, che in parte aveva apportate. Ma buona parte del Politburo Einaudi era sempre contro, e prevalse nella decisione.
Calvino figura nel “romanzo” della Einaudi fra i sostenitori di Fofi, ma dalla lettera si evince che, nella migliore delle ipotesi, non era coinvolto, non emotivamente – e nelle ricostruzioni della vicenda è messo tra gli oppositori. Sul libro-inchiesta si erano formati in Einaudi due partiti, quello di Cantimori, contrario, e quello di Massimo Mila, favorevole, come Luca Baranelli ha raccontato nel 2013, insieme con Francesco Ciafaloni, in “Una stanza all’Einaudi”, e successivamente, in ricordo dell’amico morto, nel numero di maggio 2015 de “Lo Straniero”. Con Cantimori, il più intransigente, erano lo stesso Einaudi, e Calvino, Giulio Bollati, direttore editoriale, Daniele Ponchiroli, caporedattore, Bobbio, Franco Venturi, Corrado Vivanti, “e altri ancora”. I favorevoli erano pochi: con Mila, Vittorio Strada, giovane slavista, Raniero Panzieri, rivoluzionario animatore dei “Quaderni rossi”, lo storico dell’arte Enrico Castelnuovo, Solmi e Baranelli.
La lettera di Calvino dirada alcune nebbie che si erano sparse sulla decisione, riprese, nelle date e negli schieramenti, dalla storica dell’editrice Einaudi Luisa Mangoni, nel monumentale (mille pagine) “Pensare i libri”: giovedì 31 ottobre si era già deciso il licenziamento di Solmi. E la decisione fu in qualche modo collegiale, nota in casa editrice anche a chi non era presente all’ultima riunione redazionale, e non specialmente sofferta. Questo si può evincere anche dalle memorie di Solmi, “Autobiografia documentaria”.
Di Calvino Solmi ricorda nel memoriale fiume: “Già assurto alla fama delle patrie lettere, sono stato per oltre un anno compagno di camera in un locale d’affitto in via san Quintino” - Solmi era del tipo ottimista -generoso: ricorda Ponchiroli come “mio compagno di stanza nella redazione, gentilissimo e affettuoso nei miei confronti, e legato a me da un vincolo di amicizia sincero e profondo.”
Calvino aveva ritratto Solmi, cinque prima del suo licenziamento senza speciale emozione, nel filosofo Bensi della “Speculazione edilizia”. Del film di Rosi sullo stesso tema, “Le mani sulla città”, scrive alla stessa “Chichita” l’11 novembre (se la numerazione del “Robinson” è accurata), sulla premessa che non solo di “cosmicomiche” si sta occupando ma anche di “morale positiva e impegnata”: “Il film di Rosi «Le mani sulla città», che, come sai, è una drammatica inchiesta politica sulle grandi speculazioni edilizie a Napoli, è fatta con un rigore stilistico  e narrativo e morale tale che per l’eccitazione non sono riuscito a dormire tutta la notte”.

leterautore@antiit.eu

Come nacque Sciascia – una storia d’altri tempi

“Qui la struttura è rimasta quella antica”, Laterza scrive a Sciascia il 14 novembre 1986, “e i rapporti con gli Autori sono rimasti di amici, come in antico”. Era tre anni prima della morte dello scrittore, e la corrispondenza (il libro è del “carteggio 1955-1988”) fra editore e scrittore si era dipanata per 33 anni. Una storia d’altri tempi. Quando un autore sconosciuto, “un maestro”, di scuola, proponeva un breve scritto all’editore, che non solo lo leggeva, ma sapeva fiutarci il di più, se c’era. E insieme con lo scrittore poi ci ha costruito il suo primo libro.
Laterza aveva notato il primo abbozzo su “Nuovi Argomenti”, la rivista di Carocci e Moravia. Cui Italo Calvino, primo destinatario della prima prosa di Sciascia, in quanto direttore de “I gettoni” Einaudi, lo aveva mandato, essendo troppo corto per la collana, ma anche questo fa parte della storia. Di quando i libri si facevano: l’autore non era una casella postale, o un’agente, gli editori avevano orientamenti, oltre che conti da quadrare, e leggevano.
Un centinaio di lettere si susseguono, la prima metà delle quali sulla scrittura e la pubblicazione di “Le parrocchie di Regalpetra”. Anche perché Sciascia si dice a più riprese scontento di Einaudi, dove, in assenza di Calvino, non aveva più referenti – già nel 1964 ci trova solo “barriere burocratiche (e di burocrazia che non ha nemmeno il merito di essere ordinata)”.
Leonardo Sciascia-Vito Laterza, L’invenzione di Regalpetra, Laterza, remainders, pp. 155 € 6

lunedì 9 gennaio 2023

Ombre - 649

“Un cristiano non usa la durezza di chi giudica”, ammonisce il papa da balcone. Lo stesso che ha eletto a giudice Pignatone, un pubblico accusatore, e ha personalmente condannato vari cardinali prima che venissero condannati - nonché il segretario del papa defunto con la manageriale perfidia: “Lei conserva il posto ma da domani non venga a lavorare”.
 
“Non è un mistero che in Italia praticamente tutta l’alta burocrazia, ma anche buona parte del ceto dirigente d’impresa, abbiano simpatie per il Pd: che, negli ultimi dieci anni, è stato un autentico partito-Stato”. Detto da Alberto Mingardi, che è un liberale, non è strano, ma sul “Corriere della sera”, che sponsorizza il Pd, sì. È anche vero che le cariche pubbliche appartengono a chi vince le elezioni per una legge Bassanini, cioè Pd.
                                                                    
Siamo in una crisi del capitalismo sconcertante e c’è un problema morale serio, confida, in grande, a Beda Romano sul “Sole 24 Ore” Jacques de Larosière, già a capo del Fondo Monetario Internazionale, della Banque de France prima dell’euro, e della Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Insomma, uno che sa le cose. Come non detto.
 
Gli argomenti di de Larosière non sono da poco: il risparmio non è remunerato, “l’investimento produttivo a lungo termine è limitatissimo”, “a differenza della rivoluzione industriale, la rivoluzione ambientale non creerà nuove risorse”, il debito pubblico è spaventoso, favorito dalle banche centrali, che da guardiane se ne sono fatte promotrici, la funzione pubblica si è asservita agli affari e alla politica, tre quarti della nuova ricchezza nel Millennio sono “da imputare all’incremento dei prezzi”, solo il 23 per cento alla “creazione di nuove risorse reali”, di questo aumento ha beneficiato il 10 per cento più ricco del mondo, “salari e stipendi sono stagnanti”.
   
“Jack Ma sempre più all’angolo: ha perso il controllo di Ant Goup”, e di Alibaba, l’amazon cinese, forse di maggior successo del gruppo americano. Ha perso il controllo non per un raid di altri azionisti ma per decisione del governo, del Pcus, il partito Comunista cinese. Come non detto.
 
I consiglieri comunali Pd a Roma, buona parte di essi, minacciano di non votare il bilancio per protesta contro il sindaco Gualtieri, reo di avere fatto le nomine senza “consultarli” – condividerle. Sono gli “eletti” di Area Dem, i fiancheggiatori, e gli “zingarettiani”.
Il resto del Pd romano contesta le nomine all’ultimo respiro decise da Zingaretti in Regione prima di dimettersi.
 
A Roma peraltro, tra Regione e Comune, si moltiplicano le nomine “senza curriculum”, in previsione del voto a febbraio per la Regione. “Ecco il poltronificio elettorale” titolano le cronache romane, che pure sono pro-Pd – dopo avere fustigato nelle pagine nazionali il governo di destra perché vuole cambiare qualcuno dei “manager” nominati dal Pd in dieci anni di governo non eletto.
 
Il cardinale Joseph Zen è stato ricevuto dal papa per la prima volta dopo l’arresto subito l’anno scorso, a novant’anni, a Hong Kong dalla polizia di Pechino, con l’accusa di avere fornito assistenza legale ai dimostranti incarcerati. Zen era in permesso straordinario - cinque giorni - per partecipare al funerale di papa Ratzinger. Davvero non si capisce questo papa Francesco venuto da lontano, tanto amorevole con comunisti e massoni e tanto disattento con i suoi.
 
Roncone a san Pietro al funerale di papa Ratzinger percepisce che per i fedeli in piazza è “un autentico e grandioso papa in attività”. Mentre papa Francesco è un papa di strada?
È vero che è un gesuita che si atteggia a francescano.
 
“Il Milan, mio e di Capello, ha stupito tutti, creando un grande collettivo. Ma quel Milan c’era per il club che aveva alle spalle: con la sua storia, la sua visione, il suo stile. Il club viene prima della squadra!”. Deve dire l’ovvio Arrigo Sacchi tanto i giornalisti sono superficiali. Ma: dobbiamo rivalutare Berlusconi?
 
“A più di cinquant’anni da «Romeo e Giulietta» di Zeffirelli i protagonisti fanno causa alla Paramount per una scena osée”… Di Zeffirelli? Dopo cinquant’anni? È più che evidente che i “diritti” e la stessa “civiltà dei diritti” non sono un fatto di libertà ma di “contingency lawyers”, gli avvocati che sollecitano azioni giudiziarie senza oneri per il cliente in cambio di una percentuale dei danni eventualmente liquidati. Patrocinanti storicamente contro assicurazioni, banche e aziende, da qualche tempo contro i medici ospedalieri, e per i “diritti” quando si può agire contro qualche danaroso. 

Quanto inquina l’auto elettrica

Giocando sul duplice senso di “us”, Stati Uniti e noi americani, alcuni dati sul ritorno, con l’elettrico, della predilezione americana per le auto “dinosauro” del dopoguerra, di molti cilindri e molti metri – di prima della crisi petrolifera cinquant’anni fa. E quindi di un peggioramento dell’impatto ambientale della circolazione automobilistica, anche se elettrica.
“Quattro su cinque nuove vetture vendute negli Stati Uniti sono suv o pickup”. Le case automobilistiche puntano su “suv e pickup elettrici di grandi dimensioni”. Il peso dei suv e dei camion è aumentato mediamente del 7 e del 32 per cento nei trent’anni dal 1990 al 2021. Le batterie accrescono il peso: “la Chevrolet Silverado elettrica peserà circa 8 mila libbre, tremila più del modello a scoppio in circolazione”. Le sole batterie della GM Hummer pesano quando una Honda Civic.
Aumentano anche i volumi, specie in altezza. Moltiplicando i punti ciechi – un suv medio non può vedere niente entro i sedici piedi dal frontale. Con un consumo inutile di metalli sempre più preziosi. Specie per le grandi batterie studiate per equipaggiare i grandi volumi, che moltiplicano il fabbisogno di cobalto, litio e nickel.
“Migliorano” i rendimenti, a spese però dell’ambiente. Tutte la case automobilistiche sono impegnate a rendere più “performanti”, cioè sportivi, i modelli elettrici. Ma “l’accelerazione superveloce compromette l’efficienza delel batterie, riducendone la durata”. E può portare al raddoppio del consumo di elettricità.
Più importante di tutto, un parco automobilistico elettrico senza una diminuzione della densità di veicoli in circolazione, e senza una riduzione delle distanze percorse, risulterà non meno inquinante della odierna circolazione automobilistica. Richiederà una produzione moltiplicata di energia elettrica. L’auto elettrica ha anche effetti nocivi per volumi e peso, se non per la combustione. La GM Hummer elettrica ha più emissioni nocive per miglio di una Chevrolet Malibu. Comunque, l’automobile, anche elettrica, provocherà da sola un aumento di due gradi centigradi della temperatura globale entro il 2100, a meno di un deciso ritorno al trasporto pulblico e alla bicicletta.
David Zimmer, Electric Vehicles are bringing out the worst in Us, “The Atlantic”, free online

domenica 8 gennaio 2023

Cronache dell’altro mondo – papali (241)

In risposta alla domanda di un giornalista sui funerali di Benedetto XVI, l’addetta stampa di Biden, Karine Jean-Pierre, ha detto che gli Stati Uniti sarebbero stati rappresentati dall’ambasciatore presso la Santa Sede, “secondo i desideri dell’ultimo papa e del Vaticano” – aggiungendo: “Questo è quello che loro hanno chiesto”.
Qualche giorno dopo l’ufficio stampa del Vaticano ha voluto precisare che nella preparazione del funerale solo due inviti ufficiali erano stati estesi, alla Germania e all’Italia – rappresentate infatti dai capi di Stato e di governo. Ma in America la limitazione è stata letta, in molti ambienti cattolici oltre che repubblicani, come un rifiuto a Biden, un presidente dichiaratamente cattolico, per le tante posizioni da lui prese su questioni controverse. Ha celebrato la firma della legge sui matrimoni omosessuali issando la bandiera coi colori gay, ha voluto una quota di assunzioni alla Casa Bianca per persone transgender e queer, si sta impegnando a ripristinare per legge la pratica dell’aborto libero dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema.   

La Russia non è nella Via della Seta

Fra i tanti paesi che la Cina ha coinvolto nel piano “Nuova Via della Seta” la Russia fa eccezione: nessun investimento cinese è stato registrato in Russia nel 2022. Né prima né dopo la “operazione speciale”, la guerra all’Ucraina.
A fine 2021 gli investimenti cinesi in Russia ammontavano a due miliardi di dollari. Poco, nella scala di valori cinesi, e concentrati in quattro o cinque progetti. Di essi almeno un disinvestimento è in atto in conseguenza della guerra: Huawei lascia Mosca, e trasferisce la sede tra Kazakistan e Uzbekistan, per evitare “sanzioni secondarie” nei mercati europeo e americano.
La svolta eurasiatica di Putin, dopo la lunga preparazione con la dottrina di Alexandr Dugin, e i centri studi da lui ispirati, ha forse dato qualche risultato nelle repubbliche centroasiatiche ex sovietiche ma non con la Cina.
Gli scambi commerciali sono aumentati nel corso del 2022, con gli acquisti cinesi di petrolio russo, e anche di gas, ma non di molto. La Cina non applica le sanzioni occidentali contro la Russia, ma neppure le circonviene. Mentre diplomaticamente il nuovo ministro degli Esteri, Qin Gang, già ambasciatore a Washington, ha esordito sulla traccia del suo predecessore, limitandosi a chiedere una composizione degli interessi in guerra, con un negoziato.

I borghi non muoiono

Una ricerca antropologica alle origini vent’anni fa della nuova attenzione ai borghi abbandonati o semiabbandonati dell’entroterra italiano, della dorsale appenninica (con la prefazione di Predrag Matvejevi’ nell’edizione originale), in una con i viaggi di Paolo Rumiz.  Qui senza la documentazione fotografica della grande edizione Donzelli, nel 2004. Sulla traccia, vale la pena ripetere, aperta da Pasolini – “I borghi abbandonati degli Appennini e le Prealpi” sono già di Pasolini-Orson Welles, “La ricotta”, 1963. 
Una rivisitazione dei “paesi abbandonati” in Calabria, l’area cui Vito Teti è rimasto legato, anche nella vita accademica, antropologo all’università di Cosenza: Pentedattilo, Roghudi, “il paese più infelice del mondo”, e il Chorìo di Roghudi, Savelli, Briatico, Mileto, Oppido, Seminara, le tante baracche, ancora, del terremoto del 1908, Belforte, Soriano, Serra San Bruno, Castelmonardo, Filadelfia, i borghi dell’Angitola, Rocca e Francavilla, Maierato, Precacore-Samo, Bianco, le tre Soverato, da allora diventate una specie di Rimini del Sud, e molto Africo, Nicastrello, Capistrano, etc.. La lista è lunga. E si può dire interminabile, per alluvioni e terremoti. Ultimamente per la decrescita demografica accoppiata all’emigrazione, specie della borghesia inelelttuale: si può girovagare per i paesi dela Calabria, a qualsiasi ora di qualsiasi giorno, in totale solitudine.
Africo prende molta attenzione perché è un borgo di cui si è progettato e realizzato negli anni della Repubblica il riposizionamento (gli africoti, limitrofi del suo San Luca, Corrado Alvaro ricorda in una conferenza sulla Calabria tenuta al Lyceum di Firenze nel 2029 aggirarsi sperduti nelle campagne padane, nutriti di paglia rimasticata), lontano dal vecchio sito e di diversa ambientazione. Creando un dissidio ancora insanato tra vecchio e nuovo – che Teti ritroverà a proposito di un altro borgo, Cavallerizzo, franato e ricostruito a tempo record negli anni 2010, che ha aperto una frattura fra i vecchi abitanti, alcuni dei quali rifiutano tuttora il nuovo insediamento (ma qui la questione è probabilmente di politica).  
La lunga, lenta peregrinazione di Teti lo porta alla scoperta che, per quanto trascurati o desertificati, i paesi continuano a vivere. Vivono di senso: di storia, caratteri, lingua, devozioni (le più lente a morire, si può aggiungere), anche solo di pietra e di aria, di case, capanne, grotte, sabbia, rocce, e di alberi, venti, nuvole, acque. Sono “il luogo di una poetica”, dice Matvejevi’c. Sono un “luogo comune”, argomenta l’antropologo, ma ben vivo – “comune” nel senso di tutti: tra memoria e riappropriazione, rifiuto e compassione, realtà e fantasia. Il loro richiamo è fisico: “irriducibile elemento di identità” nella memoria di chi vi ha abitato, restano nell’abbandono di “corposa e materiale consistenza”. Si possono dire oggi, a un decennio dalle leggi Monti che li sottopongono a usurante tassazione, ancora uno dei tanti elementi caratterizzanti dell’Italia (la piazza, con la fontana e il putto, o il delfino), di cui l’Italia senza urgenza o obbligo si sbarazza, per neghittosità (stupidità).
Vito Teti,
Il senso dei luoghi, pp. 266, free online