domenica 16 luglio 2023
La destra gattopardesca
Si può dire della destra italiana, al governo ormai da quasi trent’anni, oggi addirittura senza rivali, che è quella del “Gattopardo”, più che della “sindrome Fini”. Del “Gattopardo” a parti rovesciate. Che invitata dal principe Salina, un inetto che si finge saggio, tutto rosari, buffi e gelati squagliati, si presenta col berretto in mano. E anzi se ne sposa l’erede, bellimbusto senz’arte, per locupletarlo, chiedendo scusa e quasi perdono. Una destra che, pur portata con insistenza dall’elettorato, si batte sempre il petto, “non sum dignus”.
Ombre - 676
“Vladimir
e io”, l’ennesima gaffe di Biden, a Vilnius a conclusione del vertice Nato, che
ha interpellato il presidente ucraino, amichevolmente, con la declinazione
russa del nome invece di quella ucraina, Wolodimir, piace pensarla come voluta
– in fondo Biden leggeva da qualche gobbo. È come “rimettere a posto” l’Ucraina. Nel senso: ci
serve, facciano quello che noi diciamo. Che è la verità dei fatti – e
dell’imperialismo americano, piuttosto brusco.
Esce
sul “Corriere della sera”, compressa in poche righe, la corrispondenza più
interessante dell’inviato Cremonesi dal fronte ucraino: “L’Ucraina si svuota:
da 52 milioni a meno di 30”. In parte per la guerra, ma su una fuga consistente
prima: gli ucraini erano 52 milioni nel 1991, all’indipendenza, 42 milioni prima della guerra, e si sono
ridotti a 29 milioni dopo. Chiunque abbia
incontrato ucraini (ucraine per lo più) emigrati prima della guerra ha
avuto un solo motivo dell’espatrio: la corruzione (“non ci sono leggi, non c’è
diritto, tutto si fa per i ricchi e potenti”).
Alla
p. 139 di “Libra”, il romanzo dell’assassinio Kennedy di Don Delillo, che
mescola realtà e finzione, l’ideatore del complotto, Walter “Win” Everett, ha
iniziato alla Cia con “demolizioni subacquee in Puertorico e nella North Carolina”.
Everett è inventato, le pratiche Cia sono quelle emerse in tanti processi. In che
guerra siamo in Ucraina – dove il primo contrattacco è stato il sabotaggio del gasdotto
sottomarino Russia-Germania?
Una
causa per diffamazione è stata vinta, dopo quattro anni ma è stata vinta,
dall’ex calciatore della Roma De Rossi. Contro “la Repubblica”, il giornale dei
giudici. Non c’è più religione? Ma “la Repubblica” ha potuto non pubblicare la
notizia.
Roberto Napoletano invece, l’ex
direttore del “Sole 24 Ore”, da quattro anni in lite con l’editrice, la Consob
e alcuni azionisti e dipendenti, si vede riconosciuto dall’ex proprietà un
indennizzo di 200 mila, a transazione della causa civile per danni che gli era
stata improvvidamente intentata – per falsificazione dei dati di diffusione.
Dopo che il processo penale con gli sessi attori, più la Consob, era stato
dichiarato senza fondamento dalla corte d’Appello di Roma.
Pende ancora su Napoletano la condanna a
due anni e sei mesi del Tribunale di Milano, giudice Flores Tanga, pronta a
scaricare sul giornalista le “false comunicazioni sociali” e la “manipolazione
del mercato” che invece ovviamente sono responsabilità dell’editrice. In Appello,
sempre a Milano, la Procuratrice Celestina Gravina ha chiesto tre mesi fa la conferma
del giudizio di primo grado. Come farà ora la corte d’Appello a darle ragione?
In alcuni casi i giudici agiscono
prontamente contro i giornalisti.
Elon
Musk ha deciso che ogni utente di Twitter non pagante potrà visualizzare solo
600 tweet al gioeno. Chi ha detto che non si legge più? Si legge semmai troppo
– si legge soltanto, si lavora, si fa sport, si fa l’amore molto meno: 600 tweet
per 280 caratteri fanno mezzo libro.
“Se
ne devono andare, devono tornare al loro paese”, il ministro britannico dell’Interno
Jenckins non si nasconde – dopo aver fatto cancellare da un centro di
accoglienza un “murale” distensivo, con Minnie e Paperino. La politica di deportazioni
in Ruanda, o a Sant'Elena, ancora, in attesa che le pratiche di rimpatrio coatto siano perfezionate,
non lasciava peraltro dubbi. Deportazione è ben peggio del resoingimento, è la Cayenna. Un governo ben più fascista che quello ungherese o
polacco, che almeno non deportano nessuno. Anche se i giornali italiani non lo
dicono (questione di logge?).
Janet
Yellen, ministra del Tesoro di Biden, va a Pechino e assicura: “ll business con
la Cina va oltre
i contrasti politici”. E allora, solo l'Italia deve reciderli? Chi lo chiede,
se non lo chiede l’America? Troppa stupidità nei media sulla politica estera,
non da ignoranza.
“Stiamo
usando una quantità spropositata di risorse fianziarie, che dovrebbero servire
ad aiutare gli americani poveri, per combattere una guerra per procura contro
la Russi”. Non ha remore la scrittrice Alice Walker, democratica convinta, a
criticare la presidenza Biden, parlando con Marco Bruna su “La lettura” dell’altra
domenica. In America le cose si dicono
“Kiev
assicura: non useremo le bombe a grappolo sul suolo russo”. E dove allora?
Giornalismo? Stupidità? La guerra purtroppo è brutta.
Margherita Cassano, Prima
Presidente della Corte di Cassazione, prima presidente donna, è sdegnata sul “Sole
24 Ore” dell’altra domenica sulla separazione delle carriere dei giudici:
“Valori e doti sono comuni a entrambe le carriere”. Come no.
Arrivare al vertice della
magistratura non dev’essere facile. Ma si vede che Cassano si vede vivere
integralmente nel mondo delle fiabe.
“Vince
Ferrai quando Verstappen e Perez litigano”, celia il general manager di Ferrari
Vasseur su “La Nazione”. Invece, il giorno dopo litigano i ferraristi, Leclerc
e Sainz, e la Ferrari si fa sorpassare da McLaren, oltre che dalla imbattibile
Red Bull. Ci vuole intelligenza anche a 300 all’ora.
Si
fa sempre riferimento, quando il governo o il Parlamento vuole regolare le
intercettazioni, la diffusione delle intercettazioni, all’America, Francia,
Germania, Gran Bretagna, e anche Spagna perché no, cone se fossero la cuccagna delle
intercettazioni, In Gran Bretagna la diffusione di materiale intercettato non
autorizzata è punta con un anno di prigione e un multa illimitata. In Francia
le intercettazioni devono essere disposte da un giudice e non dal pm. In
Germania l’intercettazione è ammessa per sospetto di reati gravi all’esterno, all’interno
per reati gravissimi – può essere presa dalla Procura ma un giudice deve
confermarla entro tre giorni. Negli Stati Uniti si fanno
duemila intercettazioni l’anno, poco più, in Italia “circa 120 mila”.
Il Novecento liberato, nel marmo
“Avventure artistiche tra le due guerre” è il sottotitolo
anodino della mostra – “cda Sironi a Carrà, da Martini a Melotti” il blurb promozionale. Una grande mostra,
che si giustifica col fatto che Carrara nel “secolo breve” del Novecento ebbe
un lungo periodo di vitaltà artistica, per botteghe locali e per artisti in
visita. Una mostra che in realtà libera artisti e opera occultate, come usa
ancora per gran parte del Novecento, dalla falsa dialettica fascismo-antifascismo.
Ci sono Lorenzo Viani e Soffici, ma ci sono anche, con l’astrattismo di Alberto
Viani, il solido Novecentismo dei tanti monumenti, a Carducci come ai Caduti.“Dal Liberty di
Leonardo Bistolfi”, che ebbe a lungo bottega a Carrara ed è un po’ la star della
mostra, “al Novecento di Arturo Msrtini”, spiega il programma del curatore.
Una mostra, a Carrara, finalmemte libera dagli equivoci
politici. Sono anni, quelli tra le due guerre, rivendica il curator Bertozzi (già
curatore del Palazzo Ducale di Massa, dove stabilì una feconda collaborazione
con l’Ermitage di San Pietroburgo, dal 2015 curatore di palazzo Cucchiari, con
molto Canova ma anche con Fattori, Lega e Signorini , e naturalmente molto marmot)
in cui “scaturiscono incontri inconsueti e contaminazioni impreviste, come quando nel Monumento allaVittoria
di Bolzano il disinvolto eclettiamo di Marcello Piacentini resce a far
convivere le forme di Libero Andreotti con quelle di Arturo Dazzi, e quele di Pietro
Canonca con quelle di Artuto Wildt” – un gigante di Wildt campeggia nel
manifesto e in copertina al catalogo.
Massimo Bertozzi (a cura di), Novecento a Carrara, Palazzo Cucchiari, Carrara
sabato 15 luglio 2023
La sindrome Fini, o della destra impresentabile
È curioso vedere come le destre
al governo, pur non avendo praticamente opposizione, e pur sapendo che gli
scandali sono politici (quanti non ne hanno praticato loro, con manette e
sarcasmi?), stiano sempre in guardia e sulla difensiva. Sempre dietro il panno
rosso che “la Repubblica”, ora un po’ supplita da “Il Fatto quotidiano”, gli
agita ogni giorno sotto il naso – non grandi cose: il Pnrr (il Pnrr?), il salario
minimo che nessuno vuole, la riforma della giustizia che tutti vogliono, le
intemperanze di Larussa, i debiti di Santanché. Sempre in affanno. E sempre a
caccia di un’intervistina con la stessa “la Repubblica”, anche se pochi ormai
la leggono – erano le destre il maggior numero di lettori del quotidiano al tempo
di Scalfari.
Si direbbe che effettivamente le
destre mancano di legittimazione culturale. Ai loro stessi occhi. Di eletti, se
non di elettori, tra i quali si troverà qualcuno che pensa e capisce liberale. Che
abbiano connaturata una sindrome Fini, del “salotto buono” in cui infilarsi.
Sembra in affanno la stessa
presidente del consiglio, che pure mostra esperienza e capacità di gestione internazionale,
di personaggi, eventi, politiche, culture, quello che una volta faceva lo statista.
Una personalità inconsueta nella politica dell’Italia repubblicana. Sempre in
affanno quando sta a Roma, con dichiarazioni quotidiane, e anche bi-quotidiane.
Cioè di precisazione. Cioè di navigazione in un’acqua che non sente la sua.
Parla in lingua con i suoi grandi interlocutori, e conosce i dossier, ma nell’intimo
si sente inadeguata?
Kennedy non deve morire – il Grande Complotto americano
Un
gruppo di uomini ex – più o meno: demansionati – della Cia dopo la fallita
invasione di Cuba nel 1962 vuole rifarsi con un fallito attentato a Kennedy, a
Miami, capitale dei cubani negli Usa, da poter imputare a Castro, per dare poi
una “vera lezione ai comunisti”. Cioè per invadere Cuba e cacciare Castro,
senza i tentennamenti (“tradimenti”) dello stesso Kennedy. Per questo occorre “un
cecchino con le credenziali”, capace di colpire il marciapiedi, la scorta, la berlina presidenziale
che procede a passo d’uomo, ma evitando il presidente. E che sia
stato comunista, e quindi da labellare castrista: Lee Oswald.
Una
storia vera, una delle più verosimili dell’attentato a Kennedy. Andato poi
male. “Noi non colpiremo Kennedy, noi lo mancheremo”, è la chiave del piano,
architettato da Walter “Wim” Everett, Cia in disgrazia. L’attentato a Kennedy come “un colpo al cuore del nostro governo”, tale da costringerlo ad annientare
Cuba. Sarà la “soluzione elegante” che gli scienziati vogliono ai problemi per
dirli risolti. Tale da costringere lo stesso Kennedy, cui i
congiurati imputano il fallimento della Baia dei Porci – il luogo di Cuba dove
gli anticastristi, e gli americani di supporto, furono annientati o fatti
prigionieri.
La
prima delle tre storie canoniche sull’attentato, pubblicata nel 1988. Più verosimile delle
altre due, “Un caso ancora aperto” (“The Story that won’t go Away”), il film di
Oliver Stone, 1991, e “American Tabloid” di James Ellroy, 1995. Il più
persuasivo e il meglio articolato, meglio caratterizzato oltre che documentato –
con testimonianze, si suppone, documentali, legali, mediatiche, ricordi,
incidenti, manie. Un po’ di tutti i personaggi, ma specialmente di Lee Oswald, seguito
passo passo - questa è la sua unica forse, comunque migliore, biografia. Anche di
Everett, il filo conduttore della storia, lo spessore è notevole. E di molte
spie storiche, spesso doppiogiochiste, anche triplogiochiste. Per la notazione,
anch’essa a inizio racconto, sulla triste arte dello spionaggio: “È così che
andremo a finire, pensò”, pensa Everett, spia e golpista, “a spiare noi
stessi”.
Sappiamo
dall’inizio la trama. E sappiamo dalla cronaca come è finita male. Non è quindi
un thriller. Eppure si fa leggere,
scorrevolissimo, e tutto quanto è fitto, senza saltare: scene, dialoghi,
antefatti, e documenti, dichiarazioni, testimonianze. Anche se un indice dei personaggi,
essendo la narrazione frammentata nei tempi e nelle vicende, avrebbe aiutato –
chi è chi. Come pure qualche nota esplicativa – sull’U-2 per esempio, sul quale
si esercita e nasce la particolare “intelligenza” di Lee Oswald, e il suo
rilievo per i servizi segreti, russi e quindi americani.
Il
romanzo procede per più rivoli, ma è, si vuole, la storia di un fatto preciso,
l’attentato a Kennedy, finito col suo assassinio. Non si vuole un romanzo
storico, corale, di una società e un’epoca. Sotto questo aspetto è solo un
racconto dell’oscenità dello spionaggio, del “mondo della Cia”, specie in quegli
anni. E tuttavia, pur essendo un racconto circostanziato, di un fatto preciso,
senza elucubrazioni sociologiche o sociopolitiche, è un romanzo della storia
come complotto, che pure dovrebbe contestare. C’è in America una complottomania,
vecchia ormai di mezzo secolo, dall’attentato a Kennedy, di cui ora si fa colpa
alla destra reazionaria, ma che nasce a sinistra, come qui con Delillo (al tempo del film su Kennedy anche Stone era a sinistra) - senza peraltro mai incidere,
perlomeno riflettere, sui veri crimini
americani. A differenza per esempio che in Italia, dove a partire da piazza
Fontana, sei anni dopo Kennedy, la storia si è sicuramente annebbiata, ma pure
molti punti oscuri si è riusciti a chiarire, e comunque la stagione dei
complotti, del terrorismo invasivo, di destra, di sinistra, di Stato, è durato
una dozzina d’anni, una parentesi, non un modo di pensare e forse di essere - o senza forse.
Don
Delillo, Libra, “Corriere della
sera”, p. 429 € 8,90
venerdì 14 luglio 2023
Appalti, fisco, abusi (230)
Quattro chiamate la mattina,
tra fisso e cellulare, e quattro chiamate il pomeriggio. Da numeri semrpe
diversi. Che il cellulare per fortuna sgama, ma il fisso no. Senza rimedio. Il
Garante della Privacy, che pure costa una ventina di milioni l’anno, che ci sta
a fare?
Sotto tiro sono i numeri
dei titolari di contratti telefonici, luce e gas. C’è un mercato di questi
numeri? Si possono utilizzare a fini commerciali, impunemente?
Via Girolamo
Induno e largo Ascianghi a Roma sono non più di cento metri di strada urbana,
che connettono viale Trastevere con Porta Portese e i lungotevere. Sono chiusi
da sei mesi per ripavimentazione, senza che un solo colpo di piccone sia stato
dato. L’impresa riteneva di aver vinto l’appalto per la bitumazione, mentre i
regolamenti urbani danno ancora il tratto selciato a sampietrini. Controversia, chiarimenti, ma l’impresa
non ha tolto il blocco. Altri sei mesi minimo di chiusura, se la questione sarà
risolta. Con danno per due soli esercizi, due cinema, il Troisi e il Nuovo Sacher
(che tra l’altro dovrebbero stare a cuore all’amministrazione Pd), ma per i
mezzi pubblici sì: in alternativa fanno una deviazione di un paio di km., sia
all’andata che al ritorno, con gli ovvi inconvenienti (consumi, smog, traffico,
ritardi).
Il
governo patriottico Meloni dà a un fondo anglo-lussemburghese, Cvc Capital
Partners, il lucrativo business della
formazione in continuo della Pubblica
Amminstrazione. A tre università online, Pegaso, San Raffaele Roma e Mercatorum,
del gruppo Multiversity, del fondo Cvc, Un appalto molto ambito – molto lucrativo.
Il patriottismo online è cosmopolita?
Le
stesse università fanno man bassa dei Prin, gli assegni di ricerca del ministero
dell’Università: sedici nel 2022, per tre milioni. Non granché come prin, meno
di 200 mila euro a progetto – il vero prin è più consistente, e vuole la mobilitazione
di più centri di ricerca. Ma non sono da buttare.
Dandosi la guerra per vinta,
almeno sul piano dell’energia, sono tornati in bolletta gli odiosissimi oneri
di sistema e il trasporto. Due “tasse di scopo” senza scopo, a favore di Terna,
e degli imprenditori (facili) di pale eoliche - i pali della luce, per esempio
nella ricchissima Versilia, sono spesso ancora di legno, e qualche volta in mezzo
alla strada, con qualche filo penzoloni. Mentre non si sa quale “sistema” di energia pulita
stiamo finanziando. Due
tasse di scopo per finanziare due rendite.
La liberazione nell'armadio
Il
14 luglio usava celebrare la presa della Bastiglia. Il “Corriere della sera” lo
celebra on la serializzazione di “Armocromoe” e “Forme”, in collaborazione con
Yamamay, “due bestseller di Rossella Migliarino”. Che si presenta come “imprenditrice,
autrice ed esperta di immagine”, fondatrice dell’Italian Image Institute, per
consulenti d’immagine e professionisti del settore”.
La
liberazione dunque attraverso il corpo, l’immagine del corpo. A partire dall’abbigliamento,
dai colori con cui ci vestiamo. Applicata a Elly Schlein, la segretaria del Pd
che questa pratica ha imposto su “Vogue”, sembrerebbe contropducente -
ancorché, forse, veritiera (presentarsi, propagandarsi, in grigio?). E duqnue
bisogna crederci, la rivoluzione è fede.
Armocromia
la Crusca registra come armonizzazione dei colori. A partire dal 2011, da un
Neve Cosmesi Forum, in cui qualcuno affermava che è “sfruttatissima nello star
system hollywoodiano, sin dai tempi dei primi film a colori”. E con “altro
significato” nel 2000, in un articolo estivo sulla “Stampa”, Sezione Costume,
il 29 luglio, a firma Antonella Amapane, “Erotismo a tavola, l’estate è
servita”: “Potenza del colore. Ovvero armocromia, rìti del nuovo millennio che
molti applicano maniacalmente, nel guardaroba scegliendo i colori degli abiti
in base alla loro influenza sul(la) propria psiche e su quella degli altri”.
Oggi più ambiziosa: “I colori e la loro armonia sono da sempre un componente essenziale
dell’arte, della bellezza e della stessa quotidianità”. Obiezioni?
Rossella
Migliaccio, Armocromia e Forme, Corriere della sera, pp. 70,
gratuito col quotidiano
giovedì 13 luglio 2023
Il mondo com'è (464)
astolfo
Elisa
Chimenti – Una signora di Napoli, dove nacque nel 1883, la
prima di quattro sorelle, che visse in Marocco una vita, a Tangeri, fino al
1969, dove scrisse molto e aprì una cuola italiana, la prima in Africa. Riscoperta
recentemente, il 5 aprile, da Natascia Festa sul “Corriere della sera-Corriere
del Mezzogiorno” l’edizione napoletana. Poliglotta, scrisse però in francese, e
per questo forse è stata dimenticata – non una menzione alla morte, pur in
epoca molto attenta alla cultura, e a Tangeri. Era anche stata nominata
Cavaliere al Merito dal presidente Gronchi con decreto 30 maggio 1957. E nel
Palazzo delle Istituzioni Italiane a Tangeri, che tuttora esiste, una sala le
era stata dedicata in vita, “Elisa Chimenti”. Che tuttora ospita una Fondation
Méditerranéenne Elisa Chimenti.
Il padre medico,
Rosario Ruben, garibaldino, si era stabilito con la famiglia a Tunisi quando
Elisa aveva un anno. Ultima di sei figli, un fratello e un fratellastro di nome
Roberto, e tre sorelle, Mara Ester, Mara Giulia e Mara Dina. Alcuni anni dopo la
famiglia si sposta a Tangeri, in Marocco. Qui il padre si lega alle origini ebraiche, e fa
educare Elisa alla Alliance israélite della città. Dove l’insegnamento è tenuto
in francese, in arabo e in ebraico. Elisa cresce così cosmopolita e poliglotta –
si vuole che conoscesse e parlasse speditamente ben quindici lingue, di cui
buona parte dialetti araco-berberi, oltre a francese, tedesco, spagnolo, portoghese
(non l’inglese). Col padre, medico di corte del sultano del Marocco, Muley
Hassan I, frequenta la miglior società marocchina, ma anche le tribù berbere
dell’Atlante, della Montagna: segue il padre nelle visite periodiche tra le
popolazioni più povere, come interprete e per l’auscultazione delle donne.
Una vita divenuta più romanzesca alla morte del
padre, nel 1907. Elisa è mandata a proseguire gli studi in Germania, a Lipsia.
Qui pubblica i suoi due primi romanzi, “Meine Lieder” nel 1911 e “Taitouma” nel
1913. Nel 1912 si è anche sposata, con un conte polacco naturalizzato tedesco, Fritz
Dombrowskij, ma il matrimonio finisce presto: il conte ha crisi di follia e
tenta anche di strangolarla - successivamente si legherà a Si Ahmed Fekhardji, algerino,
interprete di corte, senza sposarlo. Nel
1914 è di nuovo a Tangeri, dove fonda con la madre una scuola italiana.
Multiculturale e multireligiosa. Finanziata dal 1924 dal governo italiano, da
Mussolini. Che però successivamente impone un suo direttore. Elisa resiste, e resiste
anche alle pressioni per prendere la tessera del fascio. Nel 1928 è licenziata,
Riprenderà la direzione della scuola alla caduta del fascismo, nel 1943. Chiederà
allo Stato italiano e otterrà un risarcimento per la “nazionalizzazione” della
scuola negli anni di Mussolini, per la somma di 30 mila franchi francesi – che però
non verrà mai pagata. Vivrà di giornalismo e di scrittura, soprattutto di cose
marocchine, storiche o etniche. È morta, a Tangeri, il 7 settembre 1969.
Mara Pia Tamburlini, udinese, insegnante all’estero,
anche a Tangeri, e cura l’archivio di Elisa Chimenti, per l’“Enciclopedia delle donne” ne fa un ritratto
lusinghiero, di “scrittrice eclettica e feconda, imprenditrice ante litteram,
antropologa, ecologa, poliglotta, studiosa delle differenti culture e credenze
presenti nel nord del Marocco – cristiana, musulmana, ebraica, animista”. Un
solo suo romanzo,”Al cuore dell’harem”, risulta tradotto, nel 2000.
Sacagaweha – Una squaw Shoshona, “moglie “ di un trapper franco-canadese, un cacciatore
di animali da pelliccia, si può dire la scopritrice dell’America, del wild West.
La
via verso il West fu aperta negli Stati Uniti nel 1804, dopo l’acquisto della
Louisiana dalla Francia, dalla spedizoione (Meriwether) Lewis e (William)
Clark. Che non conoscevano i luoghi verso cui si indirizzavano né le lingue
delle tribù che andavano a incontrare, lungo il Missouri e attraverso le
Montagne Rocciose, gli Shoshona, gli Hidatsa, i Mandan. Si appoggiarono quindi
a un avventuriero francese di nome Larocque. Dal quale però presto ricevettero
richieste eccessive. Assunsero allora come guida-interprete un aiuto di Larocque, Toussaint Charbonneau,
un francese del Québec, trafficante in pelli di discendenza mista, francese e
irochese, che aveva anche il pregio di due mogli, Otter Woman e Sacagaweha,
“donna uccello” – entrambe donne Shoshona, prese prigioniere dagli Hidatsa, in
una incursione contro gli Shoshona. “Mogli” incontrate o rapite nell’odierna Washburn, in North Dakota. Lo
assunsero in qualità di interprete. Charbonneau aveva lavorato per altre
spedizioni, ma era nota solo la brutalità: mentre lavorava per la North West
Company come trapper, venne registrato
nei diari della compagnia per essere stato accoltellato da una donna Saulteaux,
di cui aveva stuprato la figlia.
Presto anche Charbonneau decadde nelle
grazie di Lewis e Calrk, classificato come “un uomo di nessun merito”.
Litigioso anche con le “mogli”, tanto che dovette essere rimproverato ufficialmente
dopo un diverbio con Sakagawea. Delle due donne indiane Sakagawea divenne di
fatto la vera interprete, e anzi la direttrice della spedizione: conosceva molti
luoghi e molte persone, sapeva muoversi ta la varie lingue tribali. Salvò carte
e documenti dal rovesciamento di una baca male manovrata da Charbonneau. Salvò
molte situazioni tese con le tribù che incontravano. Alla fine della spedizione
cedette la sua cintura di “grani blu” (turchesi) n cambio di una invidiatissima
pelliccia di foca che la spedizione volle portare indietro come regalo per il
presidente Jefferson.
Una donna oggi centrale negli studi
storici, misconosciuta fino a recente. Sempre riferita da Clark nei diari come “moglie
di Charbonneaux”, “donna indiana” o “squar” (non squaw). Il rapporto era ufficialmente mantenuto con Charbonneaux. Che
risulta pagato al termine della spedizione, nell’agosto 1806, dopo19 mesi, 500
dollari, più un cavallo e un alloggio. Ma nei diari dello stesso Clark, durante
la spedizione e dopo, non c’è che lei. Ora accreditata dagli storici della parte
migliore del lavoro della spedizione, un percorso di migliaia di miglia, dal
Nord Dakota al Pacifico: era il cardine dei contatti con i nativi americani,
risultò l’unico membro della spedizione in grado di spiegare tutti i fatti naturali,
vegetazione, fauna, ambienti, che incontravano, i passaggi da lei individuati e utilizzati per
attraversare le Montagne Rocciose sono quelli rimasti poi in uso. È una delle personalità più
onorate, con statuee e monumenti di ogni tipo dalla National Americam Woman
Suffrage Association.
Fratelli Vivaldi
– Ugolino e Vadino (Guido) Vivaldi, genovesi, navigatori, sono ricordati da
Fabio Genovesi in “Oro puro”, il romanzo della scoperta dell’America, come
precursori di Cristoforo Colombo. Della teoria che navigando verso Occidente si
raggiungesse l’Estremo Oriente, l’India e il Cathay, la Cina, con le loro
ricchezze. E della pratica: i due fratelli si avventurarono oltre “le colonne
d’Ercole”, e se ne persero la traccia.
Precursori
già due secoli prima, perché partirono nel 1291. Partirono con due galee,
“Allegranza” e “Sant’Antonio”. Finanziati da mercanti e patrizi genovesi, tra
essi un Doria, Tedisio. Una spedizione, come da contratto, “ad partes Indiae per
mare oceanum”. Con l’intento però non di arrivare in Oriente navigando verso
Ovest ma di arrivarci circumnavigando l’Africa - la rotta che seguitranno
Bartolomeo Diaz e Vasco da Gama due secoli dopo. Sono dati per dispersi nelle
cronache successive, dopo capo Juby,
dove oggi finisce il Marocco, al confine con la Mauritania. La loro fine,
personale e della spedizione, è controversa. Una delle spedizioni organizzate
per la ricerca, quella di Lanzerotto Malucello una ventina d’anni dopo, accertò
che le galee avevano toccato le Canarie, e poi proseguito, fino alla foce del
fiume Gambia (Senegal). Dove una delle due galee fece naufragio.La missione
proseguì, nel racconto dei nativi, caricando equipaggio e viveri sull’altra
galea. Nel 1455 Antoniotto Usodimare, anche lui genovese, scriveva di avere
incontrato nei pressi del Gambia “un giovane della nostra stirpe”, che capiva e
parlava genovese, qualificandosi discendente dai superstiti della spedizione
Vivandi.
Franco
Prosperi, regista cinematografico di documentari naturalistici, ideatore con
Gualtiero Jacopetti del cinema detto Mondo
movie, di formazione zoologo (ittiologo) ed etnologo, animatore di molte
spedizioni etnologiche della Società Geografica Italiana, in una di queste, nel
1950, trovò e fotografò, incisa su una roccia lungo il corso dello Zambesi, al
confine con la Rhodesia-Zimbabwe, in un tratto poi sommerso con la costruzione
della diga di Kariba, la scritta “V.V. ad 1294”, che dedusse essere di Vadino
Vivaldi.
Il
progetto dei Vivaldi rientrava nella ricerca di una via commerciale verso
l’Oriente dopo l’interruzione della via terrestre, con la caduta di San
Giovanni d’Acri e delle altre piazzeforti cristiane nel Levante.
astolfo@antiit.eu
L’amore tra fiaba e tragedia
Una fiaba, la figlia del castellano innamorata del
figlio del mugnaio, in abiti moderni. Con tanta natura, in ambito urbano. La
“ricetta” di Hamsun, delle sue prose semplici ma suggestive. Il racconto di un
amore, che di più scontato, per quanto contrastato? Ma sempre sorprendente – un racconto
“sull’amore”, avverte in nota Luca Taglianetti, che lo ha recuperato e ne ha
curato la traduzione, ma senza filosofie. Un racconto degli attimi fatali,
delle sliding doors in continuo, delle
parole che tradiscono gli umori, e viceversa. Tra le stagioni, le erbe, i fiori,
i colori, gli odori, gli alberi, ilmare, il postale, i laghi. E la città,
quando proprio ci dev’essere, in sottofondo, in sordina.
“Un unico canto ininterrotto alla gioia, alla
felicità”, si dice il figlio del mugnaio poi diventato scrittore, di successo,
nell’ultimo suo libro. Peccato che il risvolto sminuisca la sorpresa della
lettura, anticipando il finale.
Victoria, il nome che aveva dato alla castellana,
Hamsun chiamerà tre anni dopo la sua unica figlia. Peccato maggiore è che “l’infausta
adesione al nazismo in vecchiaia”, come avverte l’editore, faccia velo alla
lettura di questo sempre sorprendente scrittore.
Knut Hamsun, Victoria,
Lindau, pp. 128 € 13
mercoledì 12 luglio 2023
Problemi di base amorosi - 756
spock
“Già, che cos’è l’amore? Un vento che
sussurra tra le rose”, K. Hamsun, “Victoria”?
“No, una gialla fosforescenza nel
sangue”, id.?
“Una musica infernale che fa danzare
persino il cuore dei vecchi”, id.?
“La margherita che si apre tuta al giungere
della notte, l’anemone che si chiude a un soffio e muore se solo sfiorato”,
id.?
“È una notte d’estate con in cielo stelle
e profumi sulla terra”?, id.?
spock@antiit.eu
Il Mozart nero
La
vita e le opere di Joseph Boulogne Chvalier de Saint-Georges, figlio naturale
di un piantatore francese della Guadalupe e della schiava senegalese Nanon. Compositore e violinista in Francia
negli anni di Maria Antonietta e Luigi XVI. Un film alla Milos Forman, “Amadeus”,
con personaggi sempre su di tono, e colonna musicale vertiginosa, in un Settecento senza pregiudizi.
Si
ricompone la storia. Dopo il memorialista nero, sempre del Settecento, Olaudah
Equiano, il “Mozart nero”. Che però non fu un fiore unico: negli stessi anni
operavano l’afrobritannico George Augustus Polgreen Bridgetower, dedicatario della
“Sonata a Kreutzer” di Beethoven, e il poeta e attivista, oltre che compositore,
Ignatius Sancho, anch’egli afro-britannico.
Stephen
Williams, Chevalier, streaming Disney +
martedì 11 luglio 2023
Secondi pensieri - 518
zeulig
Corpo
-
Il grande rimosso del pensiero “occidentale” – in questo caso aggettivazione
appropriata. Si dice partito da Cartesio.
Il dualismo corpo-anima, in realtà l’uomo animale nel senso
unicamente dell’anima, è ben anteriore. Di Platone e non solo. Della coscienza o
anima come distinta dal corpo, di altra natura. Che Cartesio invece voleva localizzata
nel corpo, nella ghiandola pineale, un punto esatto alla base del cervello.
Si dice anche cancellato dalla religione. Dalla religione
cristiana? Partendo da sant’Agostino. Ma allora dopo i padri della chiesa, che
invece ce l’avevano ben presente. E fino al contemporaneo san Girolamo -
contemporaneo di Agostino. Che comunque nelle “Confessioni” ne fa buon conto.
Fake
–
È l’ansia, lo spettro agitato della contemporaneità. Che si ripropone in
successione, pena una riflessione che potrebbe scacciarla (sanarla). Delle fake news un mese o un anno fa come ora
della AI o IA, intelligenza artificiale: un’ansia stagionale, di periodicità
sempre più breve.
Una delle tante espressioni del
bisogno di novità, di incostanza, d’irrealtà piuttosto che di “realtà” – e
quindi di “verità”, di stabilità, sicurezza.
Se ne parla, lo-la si propone, lol-a
si soffre, come se fosse una novità. La novità è la voglia (tentazione,
pretesa, sotto forma di paura) di ritenerla una novità. E di volerla abolire.
Della “verità” come opposta al fake.
Oggi è la normalità – e dunque non più fake? L’informazione è sempre stata
delicata, un esercizio sul filo del rasoio, dire la verità, non di parte, non
di questo o quel testimone, di questo o quel partecipante, protagonista, interessato oppure non. Il giornalismo è sempre
stato un fine tuning, un’opera di sorveglianza
e di bulino. Ora il campo è occupato dagli informatori e dallo storytelling – dal “ve la racconto meglio”,
e tanto più suasivo tanto più vero.
I social – facebook per primo – che dovevano socializzare
ci hanno resi più isolati. “Come la campagna per unire il mondo si è risolta in
un sondaggio individuale”, a fini commerciali, è tema già di qualche anno.
Fake news alla fine è
solo il vezzo o moda di portare a galla il limo, le stupidaggini, le insensatezze,
magari colorate, dando loro status di informazione o di formazione. Ci sono sempre
state, si chiamavano conversazioni da bar o da treno, solo che ora prendono status
di opinione pubblica. Cosa è cambiato allora? Il tentativo sciocco (perdente) dei
media, giornali e radio-tv, di restare a galla sulla rete evidenziandone ogni palpito.
Non avendo saputo, non cercando di sapere, come esorcizzarle.
Non
è neanche vero che ora le chiacchiere da bar fanno rete. Cioè, non la fanno
diversamente da come la facevano prima, con altri mezzi di comunicazione. Che i
black blok d’Europa si riuniscano a Genova attraverso la rete quello è un altro
fatto, di cui la rete è solo un canale, uno dei tanti. O che si organizzino
attraverso la rete rave party
con migliaia e decine di migliaia di partecipanti di mezza Europa. Questo è un
commercio, una forma di servizio commerciale. Si vive di fake news in quanto i media
se ne fanno eco e tramite. I media hanno status di informazione e formazione
dell’opinione pubblica: è attraverso i media che gli sciocchezzai fanno
ultimamene opinione – perlomeno in Occidente, nel mondo che conosciamo.
Le
chiacchiere da bar o da treno restavano al bar o al treno. In rete diventano mondiali,
galleggiano in una sorta di fluido osmotico universale. È internet, allora, la
rete, la minaccia? No, è l’esito di un modo di recepire la rete, magnificandone
i lati inconsistenti o oscuri: lasciate a se stesse le fake news rimarrebbero
isolate, al gruppo, anche di migliaia o di milioni di followers. Rilanciate e commentate, diventano parte del discorso –
dell’informazione, dell’opinione pubblica.
Fede
–
“Anche profonda, la fede non è mai intera. Bisogna sostenerla senza posa o,
almeno, impedirsi di rovinarla” – J. P. Sartre, “Le parole”, p. 161. Sartre si
riferiva probabilmente, benché evocando la fanciullezza, alla fede politica -
di cui a sessant’anni, l’età de “Le parole”, si riteneva peraltro vittima – non
avendo avuto un’educazione religiosa.
È incostante, va rinnovata. Nelle
dottrina cristiana la fede è “atto di fede”
Immagini – Sono il fondamento
e la sostanza della creatività (immaginazione, fantasia, inventiva). Artistica
come religiosa.
Questo è un legame che pone E. Jünger,
in avvio al tardo zibaldone di riflessioni che intitola “La forbice”: “Non può
darsi alcun culto senza immagini”. Sia pure, aggiunge, solo una pietra nel
deserto (allusione all’islam).
È un dato di fatto. E c’è una
persistenza del culto: “Davanti a una statua sottratta alle macerie sentiamo:
qui ha abitato un dio. Anche se non conosciamo il santuario, e nemmeno il suo nome, ne avvertiamo il senso nascosto,
che fu ignoto allo stesso artista. Vive nell’opera d’arte una fede, sopravvive a
tutti i dogmi”.
Vi si lega il “numinoso”, argomenta
Quirino Principe commentando Jünger, “che pone fuori gioco il divino, essendo
un mistero inattaccabile a qualsiasi fede e a qualsiasi rivelazione e reden zione”.
Numinoso non è il paganesimo?
Immortalità
–
Dovrebbe variare con la navigazione spaziale, argomenta Nabokov nel suo racconto
di fantascienza “Lance”: “Nel profondo della mente umana il concetto di di
morire è sinonimo a quello di lasciare la terra. Sfuggire alla gravità significa
trascendere la tomba (“grave” in
inglese, da cui l’accostamento a “gravity”, n.d.r.), e un uomo che si ritrovi
su un altro pianeta non ha in effetti mezzo di provare a se stesso che non è
morto – che il vecchio ingenuo mito non si è prodotto”. La morte sarebbe una
finzione, cerimoniale?
Progresso
–
Un misirizzi. Inaffondabile, in qualsiasi mare, per qualunque vento ostile –
oggi l’ambientalismo, ieri Heidegger, la capanna, il montanaro, il carro. Cos’altro
è il pensiero, la riflessione filmica, pensata e ripensata,
rivista, rifatta, cioè in progress?
Progresso – scientifico, tecnico,
etico, perfino logico - come processo di verità (tensione a), scoperta.
Storia
-
L’“archeopizza” di
Pompei chiuderà il dibattito su chi ha inventato la pizza? Sicuramente no – la
pizza, anche “archeo”, potrebbe essere cinese, perché no (per ora è
“americana”). La storia può inventarsi quello che vuole. La “carbonara” non l’hanno
inventata a Roma soldati americani durante la liberazione, notori buongustai? Diventa
così anche un piatto americano, senza danno per nessuno.
zeulig@antiit.eu
