domenica 23 luglio 2023
Ombre - 677
C’è
la calura, ci sono i tifoni, ci sono gli incendi, c’è la guerra naturalmente, e
c’è il marito di Giorgia Meloni, Giambruno. In quinta pagina sul “Corriere della
sera”. Che avrà fatto Giambruno, giornalista, conduttore di un programma tv: un
adulterio, un tentato femminicidio? Niente, non sente molto caldo – negli studi
tv hanno l’aria condizionata. Forse sarà un negazionista?
Sottoscrizione per Barbie (Mattel) al cinema
Barbie
ha pensieri di morte, di piedi piatti, di cellulite. Insieme con Ken decidono
che un bagno nel mondo reale può far bene. Se non che Ken, del mondo reale,
scopre e adotta il patriarcato. Di ritono a Barbieland è la disperazione,
Barbie si isola, sempre più, anche se comincia a fare amiche. Quando ha deciso
che tutto è finito e non c’è più speranza, la sua “mamma”, la creatrice di Barbie
(e di Mattel), Ruth Handler, tedesca, vecchia ormai, dopo sessant’anni di
Barbie, due mastectomie e un metro e mezzo di altezza, le spiega che la vita ha
un altro senso, e Barbie scopre la ginecologa. Con rimando inquietante alla Germania di Hitler, quando Ruth era bambina, di dolicocefale bionde.
Una
figurazione pop, alla Andy Warhol, di personaggi stagliati senza chiaroscuri, pastello
invece che a olio. Con movenze da cartone animato. Con un tentativo di commedia
musicale, presto abbandonato. E visi poco espressivi, se non per la figurazione
iniziale – a Ken nemmeno Ryan Gosling riesce a dare anima. Per una non-storia
di due ore - un lungo spot pubblicitario anche per altri marchi (la Barbie diventata donna esibisce le birkenstock).
In
America è un delirio, incassi record. Anche di critica – ““Barbie” è brillante,
bello, e divertente da morire” lo decreta l’altezzoso “New Yorker”. Allo
spettatore l’ardua sentenza. Quello che si vede è una promozione gigante di
Mattel, il gruppo dei giocattoli che con Barbie ha fatto fortuna, una sorta di universale
crowdfunding. Dopo un investimento di 145 milioni di dollari per la produzione (e non si vede perché, ne bastavano e avanzavano 14,5), e 100 per la promozione, durata un anno - un anno. Sapessero in America cosa barbina significa a Firenze.
Greta
Gerwig, Barbie
sabato 22 luglio 2023
Le guerre della Francia all’Italia
Si tiene
a Roma una conferenza sul Mediterarneo, a cui partecipano tutti. Eccetto la
Francia. Per nessun motivo specifico. E il pensiero va alla storia. Che vede
l’Italia legata alla Francia in tutto quello che fa i suoi punti deboli, la
cultura burocratico-giuridica (poco si è diversificato, forse solol
l’Antitrust, costruito sull’esempio della Germania Federale), e la Costituzione
modellata per la aprteb politica (palamento e governo) sulla Quarta Repubblica.
E sempre trattata ostilmente dalla Francia.
L’unico torto dell’Italia alla Francia
è la guerra di Mussolini nel1940 – risolta peraltro con l’occupazione benevola
di parte del Sud, molto libera rispetto a Vichy, per esempio nella protezione
degli ebrei. A fronte di ua storia millenaria di invasioni e soprusi. A partire da Carlo Magno, dai Normanni, dagli Angioini
– quelli dei Vespri Siciliani. Con l’invasione di Carlo VIII, con cui la
sifilide dilagò e cominciarono le ruberie di oggetti d’arte e altri tesori, e
le successive “guerre italiane”, di Luigi
XII e altri. Ruberie che Napoleone portò a vertici vertiginosi.
Anche nel Risorgimento si deve
alla Francia la fine della Repubblica Romana e la protezione dello Stato della
Chiesa - sarebbe stata un’altra Italia con Roma subito dentro. L’armistizio di
Villafranca, un voltafaccia di Napoleone III l’11-12 luglio 1859, dopo le vittorie di Palestro e Solferino, a fine maggio e a fine giugno, e il susseguente
trattato di pace di Zurigo del 10 novembre, lasciavano all’Austria il Veneto e le città
lombarde di Mantva e Peschiera, capisaldi del “Quadrilaero”, e Modena, Parma,
Toscana e le Romagne (con Bologna e Ferrara) ai vecchi sovrani – nela prospettiva
di un’Italia confederata presieduta dal papa.
L’unità si farà un anno dopo con
i Mille, cioè con l’Inghilterra. Un’unità seguita da varie guerre economiche da
parte francese, e dalla spinta forzosa verso gli Imperi centrali. Da ultimo, per
farla breve, la guerra pretestuosa voluta dalla Francia contro la Libia nel 2011,
per aprire una ferita nel fianco meridionale dell’Italia: non si dice, ma quella
guerra non aveva e non ha avuto altro effetto. Per non dire della politica sprezzante delle acquisizioni: la Francia può comprare tutto in Italia, banche, assicurazioni, telefoni, moda, cantieri, anche la Fiat, senza pagarla, a scambio azioni, nessuna acquisizione italiana è andata a buon fine - ha fatto eccezione Luxottica con Essilor, ma facendosi francese.
L’Italia di Zaki
Patrick Zaki rifiuta il volo di Stato.
Potrebbe dire per non profittare dell’Italia. Fa invece dire, o lascia dire, per
non dover ringraziare il governo.
Va bene anche così, fa quello che
vuole. Ma si può ora anche dire che il suo è stato ed è un modo di stare a fronte
del Paese di accoglienza che si fa solo con l’Italia. Ha creato un problema fra
l’Italia e l’Egitto (che peraltro ne hanno di veramente gravi, l’assassinio di Regeni)
con una fake news sulla persecuzione dei Copti. Si dice: la libertà di espressione. Ma non si può giocare su una convivenza religiosa, pacifica.
Si tralasci pure questo, l’oggetto
del suo processo. Ma Zaki è uno che dopo avere impegnato diplomazia e interessi
dell’Italia per un suo (non) problema, ora non vuole essere riconoscente. Questo
succede solo con un Paese come l’Italia: poteva anche scusarsi e ringraziare,
non il governo, l’Italia. Lui no, sa poco o nulla dell’Italia e non intende
imparare, nemmeno la lingua.
L’Italia del resto lo ha
proclamato cittadino, con voto parlamentare. E lo ha addottorato, non sappiamo per
quali studi, a pieni voti - in che lingua, massonica? Una ventina di città lo vogliono cittadino onorario. Lo avremo presto parlamentare - in inglese?
L’emigrazione è un’avventura – dei forti
È
il terzo volume della serie che che Hervé “Baru” Barulea, figlio di immigrati,
maestro riconosciuto del fumetto di scuola franco-belga, dedica agli immigrati
italiani in Francia. Una storia “eterna” in Francia da un secolo a questa parte,
e sempre violenta, oggi con gli africani come un secolo fa con gli italiani.
Un
fumetto “storico”, che Baru ha costruito su una documentazione solida, di
eventi e personaggi. In chiave naturalmente di protesta e di riscatto – la
serie, di tre volumi, nell’originale reca il titolo “Bella ciao”.
I
personaggi sono “veri”. In situazioni “vere” – la siderurgia e le miniere belgo-lorenesi.
Con il loro carico di oppressione e di morte, e di un prolungato isolamento. Nel caso dei suoi
nonni, attesta Baru, fu un’insistita richiesta di tornare alle origini nelle Marche,
per esservi sepolti. Desiderio che non fu possibile esaudire, neanche questo.
Una
storia però non rivendicazionista o asfittica: ci sono le tragedie e c’è la
nostalgia, ma c’è anche l’orgoglio dell’integrazione, della patria acquisita,
in guerra e oltre. E ci sono ricette, banchetti, feste, canzoni, familiari e di
ogni occasione, tra parenti vicini e lontani. Baru, del esto, per quanto legato
ai noni paterni e all’Italia, non sa l’italiano:
il padre, figlio di emigrati dalle Marche, aveva sposato una bretone, e la
saldatura si è presto fatta.
Il
curioso, nota Baru in un’intervista che accompagna la pubblicazione, è che “il prezzo pagato dagli immigrati
italiani per mimetizzarsi nella società francese è la negazione della violenza che è stata
loro inflitta”. Nell’immigrazione, come negli altri paradigmi della storia dei popoli, tante ferite si
producono, che poi si ricuciono – e l’emigrazione è un ferita dei forti
(determinati, caparbi, avventurosi).
Baru,
A caro prezzo, Oblomov, p. 136, ll.
€ 22
venerdì 21 luglio 2023
Problemi di base amorosi ter - 758
spock
“L’amore è la prima parola di Dio, il
primo pensiero che veleggiò per la sua mente”, K. Hamsun, “Victoria”?
“Quando Dio disse: «Sia fatta la luce!»,
l'amore fu”, id.?
“L’amore fu l’origine del mondo e il suo
dominatore”, id.?
“Ma tutte le sue strade sono piene di
fiori e di sangue, di fiori e di sangue”, id.?
“Invecchiare non significa solo
rimuovere: è anche rinnovare”, id.?
spock@antiit.eu
Voltaire giornalista
Una
proposta di testi leggeri di Voltaire. Nel presupposto, come diceva Valéry, che
molto lo aveva in confidenza, che dopo i sessant’anni ancora dice qualcosa.
Dopo i sessant’anni suoi, di Voltaire. Che prima invece era stato autore di un’abbondante
produzione di tragedie in cinque atti, in versi, e di storie prolisse.
I
titoli dei “pezzulli” sono invoglianti: “Dell’orribile pericolo della lettura”,
“Siate conformisti”, “Donne, siate sottoposte ai vostri mariti”, “Fino a che punto
bisogna ingannare il popolo”, “Dialogo del cappone e della pollastra, “Le tribolazioni
dei poveri letterati(gens de lettres)”.
Con le ennesime caricature dei grandi nemici, Legrand de Pompignan, e Jean
Fréron (“Le pauvre Diable”) - “vermicello del culo di Desfontaines”, altro critico
avverso a Voltaire.
Oggi
forse impubblicabile, troppo “scorretto”. Il precetto delle donne andrebbe a segno: è di san Paolo e non di Maometto. Quello del titolo è invece
di un populista patriottardo, quale se ne trovavano a destra e a sinistra in
Francia dieci anni fa, quando la raccolta è stata pubblicata: un’invettiva contro
Maometto e l’islam, che vogliono l’ignoranza. Ma ce n’è anche per i secoli bui,
l’undicesimo, impegnato in un “disputa degli stercoristi”, di un’Europa incolta e ignorante, che per
curarsi doveva andare dai mussulmani. Contro i gesuiti, naturalmente, qui
impegnati a imporre l’“amore puro”. Contro gli stupidi e la stupidità. E contro
la guerra: contro la guerra sempre, dal primo all’ultimo scritto, tanto è
insensata – “più se ne ammazzano, e più se ne presentano”. La guerra è anche
ridicola: “È ridicolo credere che Romolo abbia celebrato dei giochi in un
miserabile villaggio fra tre montagne pelate, e abbia invitato a questi giochi
trecento ragazze del vicinato per rapirle”, “Carlo Magno fece la guerra trent’anni
ai poveri Sassoni per un tributo di 500 vacche”.
Ma
non si ride con Voltaire. Anche sorridere, si fa poco: la sua sferza è
insistita, prolissa, ripetitiva. Risentita più che ironica. Al meglio, quando non
c’è motivo personale, è Gramellini nel suo diaio delle bêtise – uno strano effetto: Voltaire giornalista?
Voltaire,
De l’horrible danger de la lecture,
Flammarion, p. 183 € 6
giovedì 20 luglio 2023
Letture - 526
letterautore
Sibilla Aleramo – Lo pseudonimo è anagramma di
“amorale” nella presentazione che Silvio Raffo alla riedizione delle poesie di
Aleramo, da lui curate vent’anni fa. La biografia, pur ampia, di René de Ceccaty
si era limitata a delinearne il carattere impetuoso, da virago. Partendo naturalmente
d all’episodio che ne segnò la vita, il rapporto (subito? consentaneo?) a 15
anni con un dipendente del padre, col quale un anno si sarebbe sposata, pur non
essendone rimasta incinta.
Cinema
- Decretandolo
arte del Novecento, “non più parte delle nostre vite”, Cazzullo fa sul
“Corriere della sera” questa lista memorabile del secolo del cinema: “Io direi:
Stanley Kubrik, Peter Weir, Ridley Scott, John Madden, Christopher Nolan”. Pur
premettendo: “Ognuno ha la sua classifica”. Ma non si è perso il meglio?
Fantascienza-gialli
– Vladimir Nabokov, che non amava i due generi,
ne sintetizza così le debolezze (in un
racconto fantascientifico, “Lance”…. – il suo unico): “La stessa specie di tristemente
pedestre scrittura, con tonnellate di dialoghi e quintali di calcolato humour”.
Una scrittura di clichés: “I clichés, si capisce, sono mascherati;
essenzialmente sono gli stessi attraverso tutta la materia di lettura a buon
mercato, che attraversa l’universo o il tinello”.
Incipit
–
Sono l’unico, si può dire, riferimento letterario delle residue critiche novellistiche
nei media. Esito probabilmente dei passaggi al giornalismo dei redsttori editoriali.
D’Orrico, joker della narrativa per i periodici del “Corriere dela sera” ne fa
la celebrazione sull’ultima “Lettura” bocciando i cinque finalisti del premio
Strega, con due 3, due 4, e un “quasi sei” – a Maria Grazia Calandrone, “”Dove
non mi ha portata”: “Di mia madre, ho soltanto due foto in bianco e nero” (“quella
virgola strangola la frase”). All’opposto, quali incipit magistrali, “anni luce
lontani”, D’Orrico propone Ammanniti, premio Strega 2007 (“Come Dio comanda”):
“- Svegliati, svegliati, cazzo!”. E Volponi, Strega 1965 (“La macchina
mondiale”): “Il mio pensiero e la mia memoria, le lacerazioni che si producono
all’interno, nel tracciato della mia macchina e nell’accensione dei diversi
commutatori, mi tengono anche vicino alle cose e ai fatti che camminano intorno
a me”, e cosi via per altre quattro righe. “Questi sì che sono incipit che
stregano”, commenta D’Orrico. Ma non si capisce se scherza.
Impazienza
–
“Per impazienza Orfeo perse E uridice”, J. P. Sartre, “Le parole”, 189. Ma non
solo Orfeo: “Per impazienza”, continua il filosofo, “mi sono perso spesso. Sviato
dall’inattività, mi capitava di ritornare alla mia follia quando avrei dovuto
ignorarla, metterla da parte e fissare l’attenzione sulle cose esterne”. Sartre
si riferisce a periodi in cui la noia lo dominava, lo scarso o nessun
interesse.
Italiano
–
Ritorna in musica, in ambiti e aree quanto di più lontano dall’Italia, storia e
cultura - mentre i musicisti italiani prendono
nomi quanto di più remoto dall’italiano, dalla declinazione e dal senso. Sul
solco degli Abba, il gruppo svedese, il cui maggior successo è “Mamma mia”, da
un paio d’anni cresce “Amapiano”, la house
music, o musica dance, sudafricana
– la “danza del futuro”. Che si fa strada da un paio d’anni, lieve e sensibile
come il nome: un mix tra l’house
sudafricana e il rhytm and blues
– “il battito del cuore dei giovani”.
Paul
Nizan –
È mefistofelico, per il suo grande amico Sartre. Infine a scuola, passati i
dieci anni, alla media del liceo Heny IV di Parigi come esterno, Sartre, figlio
e nipote fino ad allora solitario,
scopre la vita in comune dei ragazzi, con grandi spassi e grandi
amicizie. In particolare con il bello e buono e bravo della classe, di nome
Bénard. Che però, come nei migliori romanzi con i quali Sartre aveva convissuto,
“alla fine dell’inverno morì”. Il cordoglio non fu di facciata. Fino al giorno
in cui in classe, durante la lezione di latino, “la porta si aprì, Bénard
entrò, scortato dal bidello, salutò Durry, il professore, e si sedette. Riconoscemmo
tutti i suoi occhiali di ferro, la sciarpa, il naso un po’ adunco, l’aria di
pulcino freddoloso”. Il professore chiede al nuovo venuto di presentarsi.
“Bénard rispose che era semi-convittore, figlio di ingegnere, e che si chiamava
Paul-Yves Nizan”. Sartre non demorde, e alla prima ricreazione ci fa amicizia. Senonché
“un dettaglio minimo fece presentire che
non avevo da fare con Bénard ma con col suo simulacro satanico: Nizan era
strabico” - ma non lo era anche Sartre?
I due diventeranno veramente amici, spiega
subito Sartre, molti anni dopo, all’Ècole Normale, “dopo una lunga
separazione”, ma anticipa i problemi di questa amicizia, in una lunga pagina: “Era
troppo tardi per tenerne conto”, del diavolo nello sguardo, “avevo amato in
questo viso l’incarnazione del Bene, finii per amarlo per se stesso. Ero preso
in trappola, la mia propensione per la virtù mi aveva condotto ad amare il Diavolo”.
Un diavolo particolare: “A dire la verità, lo pseudo Bénard non era molto
cattivo: viveva, ecco; aveva tutta le qualità del suo sosia, ma appannate. In
lui, il riserbo di Bénard virava alla dissimulazione: sconvolto da emozioni
violente e passive,non gridava ma l’abbiamo visto sbiancare di colera,
balbettare.; quello che prendevamo per dolcezza non era che paralisi momentanea;
non era la verità che si esprimeva dalla sua bocca ma una specie di oggettività
cinica e leggera che ci metteva a disagio, perché non ne avevamo l’abitudine e,
benché adorasse beninteso i genitori, era l’unico a parlarne con ironia”.
Pasolini
–
Rimandato in quinta, benché fosse alunno diligente e bravo (“lodevole” in tutte
le materie). Perché in casa parlavano in dialetto? Si spiega anche la prima poesia
in friulano.
Paternità
–
Nel memoir “Le parole” Sartre, inizialmente
sicuro che il padre assente, all’interno della sua “famiglia” allargata che era
materna, essendo morto subito dopo averlo generato, fosse la causa del suo Superìo
di fanciullo solitario e isolato – uno che ha vissuto di libri, alla maniera di
don Chisciotte. Poi ci ripensa, è la sua mancanza che lo isola: “Un padre mi avrebbe
liberato di alcune ostinazioni durevoli: facendo dei suoi umori miei principi,
della sua ignoranza il mio sapere, dei suoi rancori il mio orgoglio, delle sue
manie la mia legge, mi avrebbe abitato; questo rispettabile locatario mi
avrebbe dato del rispetto per me stesso”.
Roma
–
Ogni quartiere è un altro, ogni pochi anni: la geografia urbana muta
costantemente, rapidamente – a differenza dei paesi, che invece perpetuano i
caratteri. I Parioli fascisti sono da una generazione ormai saldamente Pd.
Trastevere dei ladroni ancora trent’anni fa è un quartiere ora intellettuale e
quasi culturale – non fosse che di notte diventa una mangiatoia. San Lorenzo, a
lungo ribollente di ogni “alternativa”, di teatro off, di musica pop e di
sballo, strapieno di giovani (studenti fuori sede), è ora smorto, sembra vuoto –
orfano e muto. Il Pigneto, modesta
immigrazione calabrese, di artigiani, è da trent’anni il quartiere off-off, il più in. Garbatella, tranquillo quartiere (“mussoliniano”) di piccola borghesia,
scoperto dai “Cesaroni” in tv, cresce esponenzialmente, nell’immobiliare e nella
gastronomia - già da anni, ben prima di Meloni.
letterautore@antiit.eu
Troisi ricomincia da sé
Due
ore di cinema documentario ma vispe come un film a soggetto. Grazie alle scene
dei film di Troisi che lo animano, e alle testimonianze. Specie quella, poco o
nient’affatto abituale, di Anna Pavignano, la scrittrice torinese che fu per un
tempo la compagna di Troisi, e la coautrice dei suoi fim migliori, “Ricomincio
da tre” (1981), “Scusate il ritardo” (1983), “Le vie del Signore sono finite”
(1987), “Pensavo fosse amore… invece era un calesse” (1991), “Il Postino”
(1994). Che dà ragione dei personaggi femminili fuori cliché dei film di Troisi. E poi c’è Troisi, la sua faccia e le sue
battute.
Per
questo aspetto, del Troisi-che-non-vuole “fare il napoletano”, particolarmente
rinfrescante in questo momennto di napoletanitudine
invadente, tra scudetto, il ministro Sangiuliano, e il ritono dei turisti. Di
Troisi che a Firenze vuole essere in vacanza, “partenopeo e… parte fiorentino”.
Curiosamente, Troisi riesce ancora a bilanciare Martone, anche lui in vena di
napoletanitudine – con l’insistito incongruo assunto che nel Golfo nacque in
quegli anni una nouvelle vague
cinematografica italiana, e da Napoli si espanse nel vasto mondo.
Non
è la sola incongruenza. Martone, che pure è uomo di teatro, sa cioè che
l’improvvisazione non paga, insiste sulla semplicità e naturalezza della
comicità di Troisi. Come se fosse un attore di strada fortunato. Mentre ogni
mimica, ogni pausa, ogni parola della “semplicità” e “naturalezza” è opera
d’arte, va coltivata, costruita, provagta, azzardata.
Funziona
invece l’altra idea di Martone: legare la filmografia di Troisi, benché
limitata, all’opera di di Truffaut. Come
un lungo racconto, a episodi, di se stesso e del mondo verso se stesso. Che è
comunque ipotesi vera, e àncora Troisi saldamente, fuori dal cabaret, dalle
battute, nella comicità classica. La
vera Napoli si penserebbe questa, troppo scafata per non essere misurata.
Mario
Martone, Laggiù qualcuno mi ama, Sky Cinema Due, Sky Documentaries, Now
mercoledì 19 luglio 2023
Problemi di base amorosi bis - 757
spock
“L’amore può rovinare un uomo,
risollevarlo, e marchiarlo a fuoco di nuovo”, K. Hamsun, “Victoria”?
“Può amare oggi me, domani te, e un altro
la notte dopo, tanto è incostante”, id.?
“Ma può anche resistere come un sigillo
indistruttibile e fiammeggiare inestinguibile fino all’ora della morte, tanto è
eterno”, id.?
“Quindi, com’è l’amore?”, id.?
“Ahimè, l’amore rende il cuore dell’uomo
una fungaia, un giardino lussureggiante e insolente, dove crescono impudenti funghi
misteriosi”, id.?
“No, non è neppure questo, è tutt’altro,
nulla al mondo gli somiglia”, id.?
spock@antiit.eu
Diavoli, o angeli
Il racconto di un sogno. Di una visita o smarrimento
nella cattedrale di Autun, “la nostra cattedrale”. O più facilmente la lettura
in sogno di un “testo-guida” alla cattedrale e al suo celeberrimo portate, “la
ricca opera dell’abate Denis Grivot, Maestro di Cappella della Cattedrale di Autun”
- da cui i riferimenti alla “nostra
cattedrale”. Di una poetessa, narratrice e critica letteraria italiana attiva
in Francia, collaboratrice di “Critique”, la rivista di Bataille poi diretta da
Jean Piel, dei “Temps Modernes” di Sartre e De Beauvoir, e infine di Deleuze e
Guattari, della loro rivista “Chimères” (“rivista delle schizoanalisi”). Un
racconto scrtto in italiano, unico libro mai pubblicato dalla scrittrice – a
opera di Jacqueline Risset, la poetessa traduttrice della “Divina Commedia” in francese, francesista allora,
vent’anni fa, influente alla Sapienza.
Una forma di scrittura in automatico, quale si è
tentata in Francia per mezzo secolo, dai surrealisti a Sollers e Guattari. Per associazioni
di immagini. Per immagini insorgenti, accostate anche se non correlate - non necessariamente in sogno: accostate anche a occhi aperti, in forma di sogno. Di cui
è paradigma, fra le tante immagini-storie insorgenti, la morte casuale di
Caino, personaggio pure tanto conseguente, dopo essere stato dimenticato dalla
Bibbia. Caino muore vecchissimo “di centinaia e centinaia di anni”, quando un
giovane Tubalcaino, figlio di “uno dei suoi innumerevoli discendenti di nome
Lameche”, che, “vecchio e cieco continuava ad andare a caccia”, indirizza
l’arco del padre verso qualcosa che si muove tra le foglie fitte, e la freccia
trapassa il collo di Caino.
La visione-racconto di un sacro molto profano. Nell’“opera-guida”
e nel portale di Gislebertus – 29
blocchi di pietra calcarea, scolpiti indipendentemente, prima di essere
giustapposti. Forse i diavoli sono il male, come vuole l’“opera-guida”. O forse
no, come dicono le fiabe, quelle di Esopo, tradotte da Fedro, “due schiavi”,
che Agostino vorrà materia cristiana. O forse è un “intatto, disperato,
fatale dismemorarsi davanti ai prati in fiore
e agli ori del Paradiso del Beato Angelico”,
nel pur “gelido convento di San Marco a Firenze”. Un altro mondo, anch’esso
cristiano.
Antonella Santacroce, Diavoli e dannati, Sellerio, pp.77 €
martedì 18 luglio 2023
A Sud del Sud -. il Sud visto da sotto (531)
Giuseppe Leuzzi
La scoperta del Sud
Emanuele Farneti, già “Vogue
Italia”, direttore di “d”, il femminile di “Repubblica”, può dedicare l’ultimo
numero al Sud. Partendo da una lunga serie di constatazioni. Lo scudetto del
Napoli, il traffico aeroportuale che “cresce a doppia cifra”, “i neologismi (Salentoshire, Notoshire), e il lungo
boom immobiliare. Le sfilate di moda. Le popstar internazionali che cantano
canzoni di idoli locali. Ci son i set
in cui si girano i prossimoì blockbuster.
Le startup. Le basi spaziali. I matrimoni dei vip. Le masserie che aspettano il
G7. Gli innumrevoli nuovi luoghi dove dormire, mangiare, ballare”. Insomma, non
è detto.
In più ci sono i festival,
gli eventi letterari, i teatri, greci e di strada, i buen retiro di stelle e vip, anche simpatici. Quindi, anzi, non si
vede perché il Sud sia sempre sud. Nomi e eventi si moltiplicano, Dior, Gucci, Dolce
& Gabbana, Madonna, Mick Jagger. E i luoghi sono indubbiamente del Sud, anche
se qualche manager e imprenditore viene da Milano.
Resta da dire che la “scoperta del Sud” è opera,
episodica, di giornali inglesi, e americani. Il “Guardian”, il “Wall Street
Journal”, il “New York Times”. Che hanno bisogno di diversificare le mete
turistiche – i lettori vogliono novità. Uno ha consigliato un anno la cucina calabrese
(sic!), un altro la Sicilia, un altro il Cilento. Il Salento lo hanno scoperto
gli inglesi, come residenza alternativa alla costosa (burocratica, censoria)
Toscana. La Sicilia i produttori di “White Lotus”, la serie che ci ha portato
Mick Jagger e tutti quanti – un’idea di Barbara Salabé
quando gestiva Hbo-Warner Bros Europa.
E
che la scoperta non è nuova, veramente. La scoperta del Sud era uno dei pezzi
forti del “Grand Tour”, dei viaggi inglesi, tedeschi
e francesi avventurosi, nel Sette-Ottocento. Di avventure per lo più
immaginarie. Più spesso delle signore, giovani o in età, per la penna delle quali
il Sud diventava luogo obbligato di azzardo, con i briganti e senza – “ci
volevano rapire i briganti, però…”. Forse il problema del Sud è proprio la scoperta,
essere stato scoperto - essersi lasciato scoprire. Nel Sei-Settecento, anche
nel primo Ottocento, a Napoli e Palermo
si facevano incontri e si tenevano conversazioni come a Parigi o a Vienna –
Berlino ancora “non c’era”, Londra aspettava Dickens, pagandosi qualche musico
tedesco bisognoso. Le scoperte si fanno a danno degli indigeni, li cancellano.
Restanza
e abbandonologia
Restanza (Vito Teti) e
abbandonologia (Carmen Pellegrino), il “Sud floreale” di “d” non manca di agudezas, anzi ne abbonda.
L’abbandonologia è una
scoperta. Doppia: si scopre che esiste da tempo, è scienza canonica. E già un
mestiere, “abbandologo”, registrato dalla Treccani tra i neologismi. Conio di Carmen
Pellegrino, sia la parola che il mestiere. Di cui Treccani dà questo ritratto, tra i riferimenti del termine: “Giovane, molto bella, vive a Napoli. Scrive i suoi
post su facebook, sono drammatici oppure evocativi. Racconta di luoghi mai
visti, galleggiano nella sua stranissima percezione del mondo…”.
Teti, antropologo, con ottime
ragioni. Che ha esposto nel lungo saggio dal titolo “La restanza”, qui censito.
Sullo speciale “d” le sintetizza così, in polemica con i piani di
ripopolamento, di Badolato, o Riace: “Vendere le case dei borghi a un euro
significa non capire che, per la gente che le abitava, erano axis mundi, luogo degli affetti
familiari e del succedersi delle generazioni, rifugio e sicurezza… Anche a voler
sovolare sul concetto di casa-mondo, la casa a un euro è un espediente che
nasconde il desiderio di cancellare il paese come comunità e di fondare un
non-luogo senza relazioni… Restare è una scelta, e deve avere delle forti
motivazioni sociali e antropologiche”.
E se le motivazioni non ci
sono? Non molte? O la demografia, soprattutto, fa difetto? Restare così, in astratto,
senza abitanti, senza vicini di casa, qualcuno con cui scambiare qualche parola?
Fare la guardia al bidone? Anche solo a voler salvare la memoria – che di per
sé non è sensato: per chi, per che? Incrostare la memoria non ha senso, se non
c’è chi memorizzi compartecipando, combinando. Anche col silenzio, il
“traudire” di Praz, la “stanza accanto” di Vernon Lee.
Le case dei borghi a un
euro in Abruzzo o in Sabina hanno salvato molti paesi. Nel senso che permettono
loro di sopravvivere, con poche differenza peraltro – il “carattere” rimane, e
i servizi, dalla spazzatura alla rìstorazione e alla sanità e socialità. Li
hanno ripopolati, quindi hanno riattivato strade, servizi, ambulatori, perfino
ospedali. Il territorio è
rifiorito, più verde, meglio servito, più contento di se stesso. I luoghi si
rigenerano, sennò che storia sarebbe
Ma la mafia non si spia
“Le
intercettazioni con i trojan sono poche e indirizzate contro le mafie”, titola “Il
Sole 24 Ore”. Dando i numeri sugli ascolti forniti dal governo. Che, attesta il
giornale, “sono solo il 3 per cento del totale”, del totale degli ascolti, delle intercettazioni.
Anche se “il confronto con gli altri paesi
attesta la centralità dello strumento investigativo”. Trojan è il virus
informatico che opera come il cavallo di Troia, senza che la persona spiata se
ne possa accorgere.
“Se
il totale delle intercettazioni nel 2021 totalizza 94.886 «bersagli (il che non
equivale ad altrettanti indagati, visto il più che probabile possesso di più di
un’utenza da parte della medesima persona), quelle effettuate col virus
informatico sono 2.896”.
Le
intercettazioni, con trojan o senza, sono poche, sono molte? Sono molte. In Gran Bretagna
sono nell’ordine delle migliaia, e la diffusione di materiale intercettato non
autorizzata è punita con un anno di carcere e una multa illimitata. In Francia
le intercettazioni sono disposte da un giudice e non dal pm. In Germania
l’intercettazione è ammessa per “sospetto di reati gravi” all’esterno
dell’abittazione\ufficio, all’interno per reati “gravissimi” – può essere presa
dalla Procura ma un giudice deve confermarla entro tre giorni. Negli Stati
Uniti si fanno duemila intercettazioni l’anno, poco più. Ma soprattutto è
curiosa in Italia la distribuzione dei trojan, quelli del 2021, come
documentata dal “Sole”.
Il “numero dei bersagli per distretto”
nel 2021 è stato di 40 a Palermo, e di 220 a Brescia. Numeri come uno se li
aspetta, riferendosi alle mafie, sono quelli di Napoli, che capeggia
incontestata anche questa classifica, con ben 563 “bersagli” nel 2021. Seguita
da Reggio Calabria con 264, e da Catania con 209. Ma Reggio Calabria va di pari passo con Roma, 263 “bersagli”, che ha una popolazione di oltre dieci volte quella
del distretto giudiziario reggino. Mentre Catanzaro, dove la Dda, la procura
antimafia, è diretta del terribile Gratteri, con migliaia di carcerazioni l’anno,
è la meno “bersagliata”, 12 trojan in tutto – veramente all’ultimo posto viene
Trento, con zero “bersagli”, ma Catanzaro è subito sopra. Cosenza dev’essere
immune dalle mafie, non figura nella distribuzione dei “bersagli”. Come la pur
disastrata, nelle cronache, Foggia. Torino invece e Bologna sono tra le città
più pericolose, con 139 e 134 trojan.
Il Brancati cancellato
Si parla di Brancati solo
nelle lettere al direttore. Lorenzo Catania, che evidenzia il contrasto tra la
professione di fascismo dello scrittore, in udienza nel 1931 da Mussolini, e i romanzi
che in quegli anni veniva pubblicando e lo avevano reso celebre, “per ridicolizzare
il mito della virilità propugnato con enfasi dal regime e la stupidità del suo
attivismo”, trova spazio solo nelle lettere al direttore, un po’ compresso
(tagliato), del “Corriere della sera”.
Lorenzo Catania vorrebbe anche
correggere una svista nelle crono-biografie redatte per le “opere complete”,
Bompiani dapprima e poi Mondadori, che danno Brancati in visita da Croce nel
1947, con Sandro De Feo, “per
«riparazione» della visita effettuata nel 1931 a Mussolini”. Mentre Croce, nei
“Taccuini di guerra” riediti vent’anni fa annota semplicemente, 29 novembre 1945:
“Visita del De Feo e di V. Brancati e conversazione”.
Di più Brancati non merita.
Puglia
“Bruciare ulivi e idee
scientifiche”, Paolo Bricco può intitolare sul “Sole 24 Ore Domenica” lo
sterminio degli ulivi secolari in Puglia
a causa del virus xylella. Per lo più nel civilissimo Salento. Per ignoranza –
basandosi sulla ricerca di Daniele Rielli, “Il fuoco in visibile. Storia umana
di un disastro naturale”: 21 milioni di ulivi sacrificati secondo il Cnr, 22
milioni secondo la Coldiretti.
A causa di sciocche “narrazioni”
complottiste e negazioniste. Non si crederebbe, poiché per moltissimi è stato
un danno grave e gravissimo, ma è quello che è avvenuto. Del tipo: è l’Europa
che vulole tagliarli, “probabilmente per sostituirli con ulivi transgenici della
multinazionale Monsanto”. Per cui non si è fatto quello che si doveva fare, o
altrimenti in ritardo.
Convinti che “esperti contadini”,
direbbe Bricco, “erano in grado di curare gli ulivi secolari con metodi naturali
e antichi e ciononostante l’Europa voleva tagliarli” (Monsanto) erano i
magistrati. Bricco e “Il Sole” non osano colpevolizzarli, ma registrano che “il
pattern degli interrogatori” degli esperti
non cambia mai, è costruito attorno all’ipotesi che la xylella è endemica, e
quindi non c’è da preoccuparsi. Scrive Rielli: “I magistrati ricordano che lo
Stato li paga per fare le domande, ma leggendo la trascrizione mi chiedo quanto
stiano poi anche ad ascoltare le risposte”. Bell’affare.
Gli stessi giudici che
volevano la chiusura del siderurgico di Taranto ora sono in pensiero che non
arrivino all’impianto i soldi previsti dal Pnrr. Che l’impianto debba chiudere.
Gli stessi giudici, non sono cambiati. In
questo senso sì, la Puglia può ambire a essere Milano.
Mostre e festival a Vieste. La
cucina a Rodi. Monte Sant’Angelo e la Foresta Umbra, primissima riserva naturale.
Rilanciare il mare del Gargano, che era stato scoperto dall’Eni sessanta o
settant’anni fa - sulla traccia Aga Khan-Porto Cervo. Fare molto terzo settore, delle anime pie, coi soldi del Comune,
della Provicia. Creare una o due “buone notizie”, al mese se non a settimana.
Aprire il palazzo o museo Arbore. Si agita Foggia, l’ex Tavoliere d’Italia, per
non annegare quale “grande Rosarno”, sfruttatrice degli immigrati e mafiosa.
Con molte speranze appese al film che vi ha girato Omar Sy, l’attore francese,
“Pins and Needles”, con 500 comparse locali, dei Fossi d’Arcadia, sui monti
Dauni. Cosa (non) bisogna fare per sopravvivere. E sempre la Federazione
Calcio trova un motivo per non ammettere il Foggia in serie B, in corsa per la
A, che pure ha avuto un passato
illustre, del miglior Zeman.
Presiede la Federazione
Calcio, in questi anni di purgatorio del Calcio Foggia 1920, Gabriele Gravina,
che è pugliese. Ma è di Castellaneta, Taranto. Che è dire un altro mondo da
Foggia. Il tribalismo esiste per escludere, oltre che per includere.
Sempre parlando di Foggia in
cerca di rispettabilità, si dà per scontato che la Puglia è la capitale del
caporalato. Mentre non lo è – non più che altre regioni, anche la Liguria e il
Veneto o il piacentino, fiori, pesche e pomodori. È però certamente il luogo
dove il caporalato viene denunciato.
Il Salento, viceversa, ha
fatto un balzo al vertice, economico e di stima, ricercato. Malcom Pagani, che
pure non deve avere molti anni, se lo ricorda polveroso e remoto, “un avamposto
estremo, una Gibiltera italiana, un confine quasi metafisico”. Fino a Bari ok,
poi la “lunga Marcia”: “A Bari si scendeva e iniziava un altro viaggio. Una
volta a Lecce, poi, le Ferrovie dello Stato, oggi come allora, cedevano lo
scettro alle Ferrovie Sud Est”, che arrivavano quando potevano – immortalate vent’anni
fa nel film di culto ”Italian Sud-Est”. La storia si fa.
“L’immagine internazionale
della regione è profondamente cambiata”, può sintetizzare i suoi reportage la rivista “d”: “A partire dai
nomi con cui è conosciuta: Pugliawood, Murgia Valley, Silicon d’Itria, Grottangeles”. Con commento: “Nell’eterno
derby tra il barese e il leccese, da tempo ha vinto un terzo incomodo,
l’inglese”. Casa di Helen Mirren, Francis Ford Coppola, Dépardieu, Meryl
Streep, Malkovich, forse Clooney. Le sfilate “storiche”, scenografiche, di Dior,
Gucci, Dolce & Gabbana. E le faraonate dell’“Apulian
Wedding”, per miliardari.
leuzzi@antiit.eu
Cipputi, o la saggezza dell’impiccato
“Animo
Cipputi “ era la prima raccolta di Altan, nel 1977: “Il compromesso storico in
116 vignette”. Questo volume, il catalogo della mosta organizzata a Bologna dallo
stesso Altan
con la Fondazione Mast, presenta “un racconto
di 50 anni di lavoro in Italia”, con 227 opere, di cui 201 vignette originali e
26 stampe digitali. Di spirito ovvio e insieme “profondo”, durevole: vero.
Le vignette di Altan sono semplici, si sa. Uguali a
se stesse. E sorprendenti, ognuna innovativa – sorprendenti nell’ovvietà. Cipputi
già deluso o in età, bocca rientrata mento sporgente, occhiali, uomo
d’esperienza. E la sua spalla Bersazzi egualmente renfrogné, bocca a luna calante, bazza, e in età, ma censorio, e col
naso a proboscide, da pinocchio saggio. Ma ognuna innovativa, sorprendente per
senso comune. Corredata di vignetta anch’essa semplice, ma fulminante.
Semplice: “Più la Fiat va bene, più ci paga!”, “E più ci paga, più va male”.
Delusa. “Guarda che un sacco di bella gente non va a votare!” “Beati loro”.
Scherzosa: “Dice che per una vita non abbiamo capito niente”, “Siamo stati troppo
spensierati, Bersazzi”.
Altan è come un direttore di giornale che ogni
mattina facesse la ramanzina ai suoi giornalisti
sui fatti del giorno, come se avessero mancato l’essenziale, andando semplice e
diretto al nocciolo delle questioni. Ma senza spirito punitivo o correttivo,
piuttosto rassegnato. La realtà infatti è spiacevole – è fatta per deludere.
Questa rassegna di cinquant’anni sono anche di un fallimento,
politico, sociale, culturale. Di chi pure sa la verità delle cose, ma non conta.
La saggezza, si direbbe, dell’impiccato.
Cosimo Torlo, (a cura di), Animo, Cipputi, LiberArte, p. 148, ill. € 20
lunedì 17 luglio 2023
Che lingua parla Meloni
È curioso che la presidente del
consiglio parli inglese e spagnolo senza accento, da anglo-americana e da
castigliana, e il francese con errori minimi ma sempre di buona pronuncia, il
che da solo le ha dato spessore in pochi mesi nella scena internazionale, e
quando parla agli italiani accentui le nasalità della Garbatella, che la
diminuiscono.
Sarà uan strategia comunicativa –
avrà anche Meloni una sua politica dell’immagine, come Elly Schlein con i
colori grigio topo? È possibile che non riesca
a parlare italiano senza le nasalità? Che suonano male anche a Roma.
Si dice romanesco, infatti, ma il
romanesco ha molte declinazioni. Caterina Guzzanti, che ora Pilar Fogliati riprende,
ne aveva rubricate una ventina, e a sentirle, alla radio, in effetti erano
diverse - da qui lo spasso.
A Roma ci sono almeno
quattro dialetti: a Trastevere e San Lorenzo, al Flaminio-Parioli, a San
Basilio-Tiburtino Terzo, e a Testaccio-Garbatella. Più uno bastardo nelle aree
a forte concentrazione d’immigrati abruzzesi o calabresi. Il romanesco è
diverso, è di un umorismo garbato. Un non romano può rendersene conto con gli
scrittori che hanno adoperato il romanesco, Gadda e Pasolini. Quello di borgata
di Pasolini, fricchettone, accentuato, bozzettistico, è già inespressivo, da
tempo. Regge il romanesco di Gadda, che è quello mediato dalla tv, del
Flaminio-Parioli adattato a San Giovanni (Merulana), tra professionisti,
compresi gli impiegati di concetto e le loro mogli.
Quello nasale di Testaccio-Garbatella
(era quello del Mattatoio, che però è da mo’ che non ci sta più) sarà pure
simpatico a qualcuno, ma è poco affidabile, quasi una mascherata. Volendo
“andare verso il popolo” (era un racconto di Moravia, finiva male) tanto meglio
il trasteverino, è anche quello dei poeti.
Sotto analisi
Il
linguaggio dello studio del terapista filtra nella conversazione quotidana. Stranamente
ogni nuovo libro o show tv riguarda ferite psicologiche dei personaggi. Bizzarri
trattamenti e regimi di auto-miglioramento rifioriscono con le stagioni. E
niente, sempre titoli di angoscie e solitudini, spcialmente tra gli adoleecenti.
Forse la nostra fissazione con la psicoanalisi è un sintomo oltre che un cura.
Un
numero speciale, digitale, su questi e altri temi, composto da vari articoli e
saggi già pubblicati sull’uso e il ruolo della psicoanalisi. Con spunti anche
critici, o divertenti. “Il genitore di un adolescente è un collettore di
rifiuti emotivi” è un altro tema. “Crescendo nella casa di Freud” è il racconto
del figlio di due psicoterapeuti, che anche a casa si comportavano come a
studio. “Il Mdma ridenominato” è l’ecstasy – a lungo proposta come supporto nelle
terapie di Post-Traumatic Stress Disorder. Gli incerti del transfert (“Are you my mother?”),
“Che fare col panico climatico”, le socio-dinamiche del cruciverba
alleggeriscono la raccolta.
Al
fondo “La professione impossibile”, sulla difficoltà della psicoterapia. Con la
persistenza di Freud, “smascherato più e più volte” ma non eliminabile.
The Therapy
Issue,
“The New Yorker” 16 luglio, digital edition, free online
domenica 16 luglio 2023
La destra gattopardesca
Si può dire della destra italiana,
al governo ormai da quasi trent’anni, oggi addirittura senza rivali, che è
quella del “Gattopardo”, più che della “sindrome Fini”. Del “Gattopardo” a
parti rovesciate. Che invitata dal principe Salina, un inetto che si finge
saggio, tutto rosari, buffi e gelati squagliati, si presenta col berretto in
mano. E anzi se ne sposa l’erede, bellimbusto senz’arte, per locupletarlo,
chiedendo scusa e quasi perdono. Una destra che, pur portata con insistenza
dall’elettorato, si batte sempre il petto, “non sum dignus”.
La legittimazione non finisce mai,
come nel “Gattopardo”. Di fronte ai Salina di oggi, giornali che recitano il
rosario e quindi nessuno più legge.
Il timore reverenziale per i
giornali si direbbe buona cosa. Per l’opinione,
diciamo, bisogna rispettare le opinioni. Come lo era il rispetto per il principe, vecchio, mille anni o quanti erano
di storia. Ma sapendo che che è solo un fatto di garbo, di buona creanza. Invece
è un complesso d’inferiorità. Che non è una buona cosa, neanche per la sinistra.
Una destra evidentemente
operosa, se viene sempre votata. Ma, poi, sempre complessata. E per quanto convitata
con le dovute forme al potere, sempre fuori posto. Sempre a dire scemenze – invece
di limitarsi a non mangiare il gelato squagliato, se proprio non può fare a meno
di andare al “palazzo”, a dire il rosario
eccetera. La legittimazione nn finisce mai, ma per colpa di chi?
Ombre - 676
“Vladimir
e io”, l’ennesima gaffe di Biden, a Vilnius a conclusione del vertice Nato, che
ha interpellato il presidente ucraino, amichevolmente, con la declinazione
russa del nome invece di quella ucraina, Wolodimir, piace pensarla come voluta
– in fondo Biden leggeva da qualche gobbo. È come “rimettere a posto” l’Ucraina. Nel senso: ci
serve, facciano quello che noi diciamo. Che è la verità dei fatti – e
dell’imperialismo americano, piuttosto brusco.
Esce
sul “Corriere della sera”, compressa in poche righe, la corrispondenza più
interessante dell’inviato Cremonesi dal fronte ucraino: “L’Ucraina si svuota:
da 52 milioni a meno di 30”. In parte per la guerra, ma su una fuga consistente
prima: gli ucraini erano 52 milioni nel 1991, all’indipendenza, 42 milioni prima della guerra, e si sono
ridotti a 29 milioni dopo. Chiunque abbia
incontrato ucraini (ucraine per lo più) emigrati prima della guerra ha
avuto un solo motivo dell’espatrio: la corruzione (“non ci sono leggi, non c’è
diritto, tutto si fa per i ricchi e potenti”).
Alla
p. 139 di “Libra”, il romanzo dell’assassinio Kennedy di Don Delillo, che
mescola realtà e finzione, l’ideatore del complotto, Walter “Win” Everett, ha
iniziato alla Cia con “demolizioni subacquee in Puertorico e nella North Carolina”.
Everett è inventato, le pratiche Cia sono quelle emerse in tanti processi. In che
guerra siamo in Ucraina – dove il primo contrattacco è stato il sabotaggio del gasdotto
sottomarino Russia-Germania?
Una
causa per diffamazione è stata vinta, dopo quattro anni ma è stata vinta,
dall’ex calciatore della Roma De Rossi. Contro “la Repubblica”, il giornale dei
giudici. Non c’è più religione? Ma “la Repubblica” ha potuto non pubblicare la
notizia.
Roberto Napoletano invece, l’ex
direttore del “Sole 24 Ore”, da quattro anni in lite con l’editrice, la Consob
e alcuni azionisti e dipendenti, si vede riconosciuto dall’ex proprietà un
indennizzo di 200 mila, a transazione della causa civile per danni che gli era
stata improvvidamente intentata – per falsificazione dei dati di diffusione.
Dopo che il processo penale con gli sessi attori, più la Consob, era stato
dichiarato senza fondamento dalla corte d’Appello di Roma.
Pende ancora su Napoletano la condanna a
due anni e sei mesi del Tribunale di Milano, giudice Flores Tanga, pronta a
scaricare sul giornalista le “false comunicazioni sociali” e la “manipolazione
del mercato” che invece ovviamente sono responsabilità dell’editrice. In Appello,
sempre a Milano, la Procuratrice Celestina Gravina ha chiesto tre mesi fa la conferma
del giudizio di primo grado. Come farà ora la corte d’Appello a darle ragione?
In alcuni casi i giudici agiscono
prontamente contro i giornalisti.
Elon
Musk ha deciso che ogni utente di Twitter non pagante potrà visualizzare solo
600 tweet al gioeno. Chi ha detto che non si legge più? Si legge semmai troppo
– si legge soltanto, si lavora, si fa sport, si fa l’amore molto meno: 600 tweet
per 280 caratteri fanno mezzo libro.
“Se
ne devono andare, devono tornare al loro paese”, il ministro britannico dell’Interno
Jenckins non si nasconde – dopo aver fatto cancellare da un centro di
accoglienza un “murale” distensivo, con Minnie e Paperino. La politica di deportazioni
in Ruanda, o a Sant'Elena, ancora, in attesa che le pratiche di rimpatrio coatto siano perfezionate,
non lasciava peraltro dubbi. Deportazione è ben peggio del resoingimento, è la Cayenna. Un governo ben più fascista che quello ungherese o
polacco, che almeno non deportano nessuno. Anche se i giornali italiani non lo
dicono (questione di logge?).
Janet
Yellen, ministra del Tesoro di Biden, va a Pechino e assicura: “ll business con
la Cina va oltre
i contrasti politici”. E allora, solo l'Italia deve reciderli? Chi lo chiede,
se non lo chiede l’America? Troppa stupidità nei media sulla politica estera,
non da ignoranza.
“Stiamo
usando una quantità spropositata di risorse fianziarie, che dovrebbero servire
ad aiutare gli americani poveri, per combattere una guerra per procura contro
la Russi”. Non ha remore la scrittrice Alice Walker, democratica convinta, a
criticare la presidenza Biden, parlando con Marco Bruna su “La lettura” dell’altra
domenica. In America le cose si dicono
“Kiev
assicura: non useremo le bombe a grappolo sul suolo russo”. E dove allora?
Giornalismo? Stupidità? La guerra purtroppo è brutta.
Margherita Cassano, Prima
Presidente della Corte di Cassazione, prima presidente donna, è sdegnata sul “Sole
24 Ore” dell’altra domenica sulla separazione delle carriere dei giudici:
“Valori e doti sono comuni a entrambe le carriere”. Come no.
Arrivare al vertice della
magistratura non dev’essere facile. Ma si vede che Cassano si vede vivere
integralmente nel mondo delle fiabe.
“Vince
Ferrai quando Verstappen e Perez litigano”, celia il general manager di Ferrari
Vasseur su “La Nazione”. Invece, il giorno dopo litigano i ferraristi, Leclerc
e Sainz, e la Ferrari si fa sorpassare da McLaren, oltre che dalla imbattibile
Red Bull. Ci vuole intelligenza anche a 300 all’ora.
Si
fa sempre riferimento, quando il governo o il Parlamento vuole regolare le
intercettazioni, la diffusione delle intercettazioni, all’America, Francia,
Germania, Gran Bretagna, e anche Spagna perché no, cone se fossero la cuccagna delle
intercettazioni, In Gran Bretagna la diffusione di materiale intercettato non
autorizzata è punta con un anno di prigione e un multa illimitata. In Francia
le intercettazioni devono essere disposte da un giudice e non dal pm. In
Germania l’intercettazione è ammessa per sospetto di reati gravi all’esterno, all’interno
per reati gravissimi – può essere presa dalla Procura ma un giudice deve
confermarla entro tre giorni. Negli Stati Uniti si fanno
duemila intercettazioni l’anno, poco più, in Italia “circa 120 mila”.
Il Novecento liberato, nel marmo
“Avventure artistiche tra le due guerre” è il sottotitolo
anodino della mostra – “cda Sironi a Carrà, da Martini a Melotti” il blurb promozionale. Una grande mostra,
che si giustifica col fatto che Carrara nel “secolo breve” del Novecento ebbe
un lungo periodo di vitaltà artistica, per botteghe locali e per artisti in
visita. Una mostra che in realtà libera artisti e opera occultate, come usa
ancora per gran parte del Novecento, dalla falsa dialettica fascismo-antifascismo.
Ci sono Lorenzo Viani e Soffici, ma ci sono anche, con l’astrattismo di Alberto
Viani, il solido Novecentismo dei tanti monumenti, a Carducci come ai Caduti.“Dal Liberty di
Leonardo Bistolfi”, che ebbe a lungo bottega a Carrara ed è un po’ la star della
mostra, “al Novecento di Arturo Msrtini”, spiega il programma del curatore.
Una mostra, a Carrara, finalmemte libera dagli equivoci
politici. Sono anni, quelli tra le due guerre, rivendica il curator Bertozzi (già
curatore del Palazzo Ducale di Massa, dove stabilì una feconda collaborazione
con l’Ermitage di San Pietroburgo, dal 2015 curatore di palazzo Cucchiari, con
molto Canova ma anche con Fattori, Lega e Signorini , e naturalmente molto marmot)
in cui “scaturiscono incontri inconsueti e contaminazioni impreviste, come quando nel Monumento allaVittoria
di Bolzano il disinvolto eclettiamo di Marcello Piacentini resce a far
convivere le forme di Libero Andreotti con quelle di Arturo Dazzi, e quele di Pietro
Canonca con quelle di Artuto Wildt” – un gigante di Wildt campeggia nel
manifesto e in copertina al catalogo.
Massimo Bertozzi (a cura di), Novecento a Carrara, Palazzo Cucchiari, Carrara
sabato 15 luglio 2023
La sindrome Fini, o della destra impresentabile
È curioso vedere come le destre
al governo, pur non avendo praticamente opposizione, e pur sapendo che gli
scandali sono politici (quanti non ne hanno praticato loro, con manette e
sarcasmi?), stiano sempre in guardia e sulla difensiva. Sempre dietro il panno
rosso che “la Repubblica”, ora un po’ supplita da “Il Fatto quotidiano”, gli
agita ogni giorno sotto il naso – non grandi cose: il Pnrr (il Pnrr?), il salario
minimo che nessuno vuole, la riforma della giustizia che tutti vogliono, le
intemperanze di Larussa, i debiti di Santanché. Sempre in affanno. E sempre a
caccia di un’intervistina con la stessa “la Repubblica”, anche se pochi ormai
la leggono – erano le destre il maggior numero di lettori del quotidiano al tempo
di Scalfari.
Si direbbe che effettivamente le
destre mancano di legittimazione culturale. Ai loro stessi occhi. Di eletti, se
non di elettori, tra i quali si troverà qualcuno che pensa e capisce liberale. Che
abbiano connaturata una sindrome Fini, del “salotto buono” in cui infilarsi.
Sembra in affanno la stessa
presidente del consiglio, che pure mostra esperienza e capacità di gestione internazionale,
di personaggi, eventi, politiche, culture, quello che una volta faceva lo statista.
Una personalità inconsueta nella politica dell’Italia repubblicana. Sempre in
affanno quando sta a Roma, con dichiarazioni quotidiane, e anche bi-quotidiane.
Cioè di precisazione. Cioè di navigazione in un’acqua che non sente la sua.
Parla in lingua con i suoi grandi interlocutori, e conosce i dossier, ma nell’intimo
si sente inadeguata?
Kennedy non deve morire – il Grande Complotto americano
Un
gruppo di uomini ex – più o meno: demansionati – della Cia dopo la fallita
invasione di Cuba nel 1962 vuole rifarsi con un fallito attentato a Kennedy, a
Miami, capitale dei cubani negli Usa, da poter imputare a Castro, per dare poi
una “vera lezione ai comunisti”. Cioè per invadere Cuba e cacciare Castro,
senza i tentennamenti (“tradimenti”) dello stesso Kennedy. Per questo occorre “un
cecchino con le credenziali”, capace di colpire il marciapiedi, la scorta, la berlina presidenziale
che procede a passo d’uomo, ma evitando il presidente. E che sia
stato comunista, e quindi da labellare castrista: Lee Oswald.
Una
storia vera, una delle più verosimili dell’attentato a Kennedy. Andato poi
male. “Noi non colpiremo Kennedy, noi lo mancheremo”, è la chiave del piano,
architettato da Walter “Wim” Everett, Cia in disgrazia. L’attentato a Kennedy come “un colpo al cuore del nostro governo”, tale da costringerlo ad annientare
Cuba. Sarà la “soluzione elegante” che gli scienziati vogliono ai problemi per
dirli risolti. Tale da costringere lo stesso Kennedy, cui i
congiurati imputano il fallimento della Baia dei Porci – il luogo di Cuba dove
gli anticastristi, e gli americani di supporto, furono annientati o fatti
prigionieri.
La
prima delle tre storie canoniche sull’attentato, pubblicata nel 1988. Più verosimile delle
altre due, “Un caso ancora aperto” (“The Story that won’t go Away”), il film di
Oliver Stone, 1991, e “American Tabloid” di James Ellroy, 1995. Il più
persuasivo e il meglio articolato, meglio caratterizzato oltre che documentato –
con testimonianze, si suppone, documentali, legali, mediatiche, ricordi,
incidenti, manie. Un po’ di tutti i personaggi, ma specialmente di Lee Oswald, seguito
passo passo - questa è la sua unica forse, comunque migliore, biografia. Anche di
Everett, il filo conduttore della storia, lo spessore è notevole. E di molte
spie storiche, spesso doppiogiochiste, anche triplogiochiste. Per la notazione,
anch’essa a inizio racconto, sulla triste arte dello spionaggio: “È così che
andremo a finire, pensò”, pensa Everett, spia e golpista, “a spiare noi
stessi”.
Sappiamo
dall’inizio la trama. E sappiamo dalla cronaca come è finita male. Non è quindi
un thriller. Eppure si fa leggere,
scorrevolissimo, e tutto quanto è fitto, senza saltare: scene, dialoghi,
antefatti, e documenti, dichiarazioni, testimonianze. Anche se un indice dei personaggi,
essendo la narrazione frammentata nei tempi e nelle vicende, avrebbe aiutato –
chi è chi. Come pure qualche nota esplicativa – sull’U-2 per esempio, sul quale
si esercita e nasce la particolare “intelligenza” di Lee Oswald, e il suo
rilievo per i servizi segreti, russi e quindi americani.
Il
romanzo procede per più rivoli, ma è, si vuole, la storia di un fatto preciso,
l’attentato a Kennedy, finito col suo assassinio. Non si vuole un romanzo
storico, corale, di una società e un’epoca. Sotto questo aspetto è solo un
racconto dell’oscenità dello spionaggio, del “mondo della Cia”, specie in quegli
anni. E tuttavia, pur essendo un racconto circostanziato, di un fatto preciso,
senza elucubrazioni sociologiche o sociopolitiche, è un romanzo della storia
come complotto, che pure dovrebbe contestare. C’è in America una complottomania,
vecchia ormai di mezzo secolo, dall’attentato a Kennedy, di cui ora si fa colpa
alla destra reazionaria, ma che nasce a sinistra, come qui con Delillo (al tempo del film su Kennedy anche Stone era a sinistra) - senza peraltro mai incidere,
perlomeno riflettere, sui veri crimini
americani. A differenza per esempio che in Italia, dove a partire da piazza
Fontana, sei anni dopo Kennedy, la storia si è sicuramente annebbiata, ma pure
molti punti oscuri si è riusciti a chiarire, e comunque la stagione dei
complotti, del terrorismo invasivo, di destra, di sinistra, di Stato, è durato
una dozzina d’anni, una parentesi, non un modo di pensare e forse di essere - o senza forse.
Don
Delillo, Libra, “Corriere della
sera”, p. 429 € 8,90
venerdì 14 luglio 2023
Appalti, fisco, abusi (230)
Quattro chiamate la mattina,
tra fisso e cellulare, e quattro chiamate il pomeriggio. Da numeri semrpe
diversi. Che il cellulare per fortuna sgama, ma il fisso no. Senza rimedio. Il
Garante della Privacy, che pure costa una ventina di milioni l’anno, che ci sta
a fare?
Sotto tiro sono i numeri
dei titolari di contratti telefonici, luce e gas. C’è un mercato di questi
numeri? Si possono utilizzare a fini commerciali, impunemente?
Via Girolamo
Induno e largo Ascianghi a Roma sono non più di cento metri di strada urbana,
che connettono viale Trastevere con Porta Portese e i lungotevere. Sono chiusi
da sei mesi per ripavimentazione, senza che un solo colpo di piccone sia stato
dato. L’impresa riteneva di aver vinto l’appalto per la bitumazione, mentre i
regolamenti urbani danno ancora il tratto selciato a sampietrini. Controversia, chiarimenti, ma l’impresa
non ha tolto il blocco. Altri sei mesi minimo di chiusura, se la questione sarà
risolta. Con danno per due soli esercizi, due cinema, il Troisi e il Nuovo Sacher
(che tra l’altro dovrebbero stare a cuore all’amministrazione Pd), ma per i
mezzi pubblici sì: in alternativa fanno una deviazione di un paio di km., sia
all’andata che al ritorno, con gli ovvi inconvenienti (consumi, smog, traffico,
ritardi).
Il
governo patriottico Meloni dà a un fondo anglo-lussemburghese, Cvc Capital
Partners, il lucrativo business della
formazione in continuo della Pubblica
Amminstrazione. A tre università online, Pegaso, San Raffaele Roma e Mercatorum,
del gruppo Multiversity, del fondo Cvc, Un appalto molto ambito – molto lucrativo.
Il patriottismo online è cosmopolita?
Le
stesse università fanno man bassa dei Prin, gli assegni di ricerca del ministero
dell’Università: sedici nel 2022, per tre milioni. Non granché come prin, meno
di 200 mila euro a progetto – il vero prin è più consistente, e vuole la mobilitazione
di più centri di ricerca. Ma non sono da buttare.
Dandosi la guerra per vinta,
almeno sul piano dell’energia, sono tornati in bolletta gli odiosissimi oneri
di sistema e il trasporto. Due “tasse di scopo” senza scopo, a favore di Terna,
e degli imprenditori (facili) di pale eoliche - i pali della luce, per esempio
nella ricchissima Versilia, sono spesso ancora di legno, e qualche volta in mezzo
alla strada, con qualche filo penzoloni. Mentre non si sa quale “sistema” di energia pulita
stiamo finanziando. Due
tasse di scopo per finanziare due rendite.
La liberazione nell'armadio
Il
14 luglio usava celebrare la presa della Bastiglia. Il “Corriere della sera” lo
celebra on la serializzazione di “Armocromoe” e “Forme”, in collaborazione con
Yamamay, “due bestseller di Rossella Migliarino”. Che si presenta come “imprenditrice,
autrice ed esperta di immagine”, fondatrice dell’Italian Image Institute, per
consulenti d’immagine e professionisti del settore”.
La
liberazione dunque attraverso il corpo, l’immagine del corpo. A partire dall’abbigliamento,
dai colori con cui ci vestiamo. Applicata a Elly Schlein, la segretaria del Pd
che questa pratica ha imposto su “Vogue”, sembrerebbe contropducente -
ancorché, forse, veritiera (presentarsi, propagandarsi, in grigio?). E duqnue
bisogna crederci, la rivoluzione è fede.
Armocromia
la Crusca registra come armonizzazione dei colori. A partire dal 2011, da un
Neve Cosmesi Forum, in cui qualcuno affermava che è “sfruttatissima nello star
system hollywoodiano, sin dai tempi dei primi film a colori”. E con “altro
significato” nel 2000, in un articolo estivo sulla “Stampa”, Sezione Costume,
il 29 luglio, a firma Antonella Amapane, “Erotismo a tavola, l’estate è
servita”: “Potenza del colore. Ovvero armocromia, rìti del nuovo millennio che
molti applicano maniacalmente, nel guardaroba scegliendo i colori degli abiti
in base alla loro influenza sul(la) propria psiche e su quella degli altri”.
Oggi più ambiziosa: “I colori e la loro armonia sono da sempre un componente essenziale
dell’arte, della bellezza e della stessa quotidianità”. Obiezioni?
Rossella
Migliaccio, Armocromia e Forme, Corriere della sera, pp. 70,
gratuito col quotidiano
giovedì 13 luglio 2023
Il mondo com'è (464)
astolfo
Elisa
Chimenti – Una signora di Napoli, dove nacque nel 1883, la
prima di quattro sorelle, che visse in Marocco una vita, a Tangeri, fino al
1969, dove scrisse molto e aprì una cuola italiana, la prima in Africa. Riscoperta
recentemente, il 5 aprile, da Natascia Festa sul “Corriere della sera-Corriere
del Mezzogiorno” l’edizione napoletana. Poliglotta, scrisse però in francese, e
per questo forse è stata dimenticata – non una menzione alla morte, pur in
epoca molto attenta alla cultura, e a Tangeri. Era anche stata nominata
Cavaliere al Merito dal presidente Gronchi con decreto 30 maggio 1957. E nel
Palazzo delle Istituzioni Italiane a Tangeri, che tuttora esiste, una sala le
era stata dedicata in vita, “Elisa Chimenti”. Che tuttora ospita una Fondation
Méditerranéenne Elisa Chimenti.
Il padre medico,
Rosario Ruben, garibaldino, si era stabilito con la famiglia a Tunisi quando
Elisa aveva un anno. Ultima di sei figli, un fratello e un fratellastro di nome
Roberto, e tre sorelle, Mara Ester, Mara Giulia e Mara Dina. Alcuni anni dopo la
famiglia si sposta a Tangeri, in Marocco. Qui il padre si lega alle origini ebraiche, e fa
educare Elisa alla Alliance israélite della città. Dove l’insegnamento è tenuto
in francese, in arabo e in ebraico. Elisa cresce così cosmopolita e poliglotta –
si vuole che conoscesse e parlasse speditamente ben quindici lingue, di cui
buona parte dialetti araco-berberi, oltre a francese, tedesco, spagnolo, portoghese
(non l’inglese). Col padre, medico di corte del sultano del Marocco, Muley
Hassan I, frequenta la miglior società marocchina, ma anche le tribù berbere
dell’Atlante, della Montagna: segue il padre nelle visite periodiche tra le
popolazioni più povere, come interprete e per l’auscultazione delle donne.
Una vita divenuta più romanzesca alla morte del
padre, nel 1907. Elisa è mandata a proseguire gli studi in Germania, a Lipsia.
Qui pubblica i suoi due primi romanzi, “Meine Lieder” nel 1911 e “Taitouma” nel
1913. Nel 1912 si è anche sposata, con un conte polacco naturalizzato tedesco, Fritz
Dombrowskij, ma il matrimonio finisce presto: il conte ha crisi di follia e
tenta anche di strangolarla - successivamente si legherà a Si Ahmed Fekhardji, algerino,
interprete di corte, senza sposarlo. Nel
1914 è di nuovo a Tangeri, dove fonda con la madre una scuola italiana.
Multiculturale e multireligiosa. Finanziata dal 1924 dal governo italiano, da
Mussolini. Che però successivamente impone un suo direttore. Elisa resiste, e resiste
anche alle pressioni per prendere la tessera del fascio. Nel 1928 è licenziata,
Riprenderà la direzione della scuola alla caduta del fascismo, nel 1943. Chiederà
allo Stato italiano e otterrà un risarcimento per la “nazionalizzazione” della
scuola negli anni di Mussolini, per la somma di 30 mila franchi francesi – che però
non verrà mai pagata. Vivrà di giornalismo e di scrittura, soprattutto di cose
marocchine, storiche o etniche. È morta, a Tangeri, il 7 settembre 1969.
Mara Pia Tamburlini, udinese, insegnante all’estero,
anche a Tangeri, e cura l’archivio di Elisa Chimenti, per l’“Enciclopedia delle donne” ne fa un ritratto
lusinghiero, di “scrittrice eclettica e feconda, imprenditrice ante litteram,
antropologa, ecologa, poliglotta, studiosa delle differenti culture e credenze
presenti nel nord del Marocco – cristiana, musulmana, ebraica, animista”. Un
solo suo romanzo,”Al cuore dell’harem”, risulta tradotto, nel 2000.
Sacagaweha – Una squaw Shoshona, “moglie “ di un trapper franco-canadese, un cacciatore
di animali da pelliccia, si può dire la scopritrice dell’America, del wild West.
La
via verso il West fu aperta negli Stati Uniti nel 1804, dopo l’acquisto della
Louisiana dalla Francia, dalla spedizoione (Meriwether) Lewis e (William)
Clark. Che non conoscevano i luoghi verso cui si indirizzavano né le lingue
delle tribù che andavano a incontrare, lungo il Missouri e attraverso le
Montagne Rocciose, gli Shoshona, gli Hidatsa, i Mandan. Si appoggiarono quindi
a un avventuriero francese di nome Larocque. Dal quale però presto ricevettero
richieste eccessive. Assunsero allora come guida-interprete un aiuto di Larocque, Toussaint Charbonneau,
un francese del Québec, trafficante in pelli di discendenza mista, francese e
irochese, che aveva anche il pregio di due mogli, Otter Woman e Sacagaweha,
“donna uccello” – entrambe donne Shoshona, prese prigioniere dagli Hidatsa, in
una incursione contro gli Shoshona. “Mogli” incontrate o rapite nell’odierna Washburn, in North Dakota. Lo
assunsero in qualità di interprete. Charbonneau aveva lavorato per altre
spedizioni, ma era nota solo la brutalità: mentre lavorava per la North West
Company come trapper, venne registrato
nei diari della compagnia per essere stato accoltellato da una donna Saulteaux,
di cui aveva stuprato la figlia.
Presto anche Charbonneau decadde nelle
grazie di Lewis e Calrk, classificato come “un uomo di nessun merito”.
Litigioso anche con le “mogli”, tanto che dovette essere rimproverato ufficialmente
dopo un diverbio con Sakagawea. Delle due donne indiane Sakagawea divenne di
fatto la vera interprete, e anzi la direttrice della spedizione: conosceva molti
luoghi e molte persone, sapeva muoversi ta la varie lingue tribali. Salvò carte
e documenti dal rovesciamento di una baca male manovrata da Charbonneau. Salvò
molte situazioni tese con le tribù che incontravano. Alla fine della spedizione
cedette la sua cintura di “grani blu” (turchesi) n cambio di una invidiatissima
pelliccia di foca che la spedizione volle portare indietro come regalo per il
presidente Jefferson.
Una donna oggi centrale negli studi
storici, misconosciuta fino a recente. Sempre riferita da Clark nei diari come “moglie
di Charbonneaux”, “donna indiana” o “squar” (non squaw). Il rapporto era ufficialmente mantenuto con Charbonneaux. Che
risulta pagato al termine della spedizione, nell’agosto 1806, dopo19 mesi, 500
dollari, più un cavallo e un alloggio. Ma nei diari dello stesso Clark, durante
la spedizione e dopo, non c’è che lei. Ora accreditata dagli storici della parte
migliore del lavoro della spedizione, un percorso di migliaia di miglia, dal
Nord Dakota al Pacifico: era il cardine dei contatti con i nativi americani,
risultò l’unico membro della spedizione in grado di spiegare tutti i fatti naturali,
vegetazione, fauna, ambienti, che incontravano, i passaggi da lei individuati e utilizzati per
attraversare le Montagne Rocciose sono quelli rimasti poi in uso. È una delle personalità più
onorate, con statuee e monumenti di ogni tipo dalla National Americam Woman
Suffrage Association.
Fratelli Vivaldi
– Ugolino e Vadino (Guido) Vivaldi, genovesi, navigatori, sono ricordati da
Fabio Genovesi in “Oro puro”, il romanzo della scoperta dell’America, come
precursori di Cristoforo Colombo. Della teoria che navigando verso Occidente si
raggiungesse l’Estremo Oriente, l’India e il Cathay, la Cina, con le loro
ricchezze. E della pratica: i due fratelli si avventurarono oltre “le colonne
d’Ercole”, e se ne persero la traccia.
Precursori
già due secoli prima, perché partirono nel 1291. Partirono con due galee,
“Allegranza” e “Sant’Antonio”. Finanziati da mercanti e patrizi genovesi, tra
essi un Doria, Tedisio. Una spedizione, come da contratto, “ad partes Indiae per
mare oceanum”. Con l’intento però non di arrivare in Oriente navigando verso
Ovest ma di arrivarci circumnavigando l’Africa - la rotta che seguitranno
Bartolomeo Diaz e Vasco da Gama due secoli dopo. Sono dati per dispersi nelle
cronache successive, dopo capo Juby,
dove oggi finisce il Marocco, al confine con la Mauritania. La loro fine,
personale e della spedizione, è controversa. Una delle spedizioni organizzate
per la ricerca, quella di Lanzerotto Malucello una ventina d’anni dopo, accertò
che le galee avevano toccato le Canarie, e poi proseguito, fino alla foce del
fiume Gambia (Senegal). Dove una delle due galee fece naufragio.La missione
proseguì, nel racconto dei nativi, caricando equipaggio e viveri sull’altra
galea. Nel 1455 Antoniotto Usodimare, anche lui genovese, scriveva di avere
incontrato nei pressi del Gambia “un giovane della nostra stirpe”, che capiva e
parlava genovese, qualificandosi discendente dai superstiti della spedizione
Vivandi.
Franco
Prosperi, regista cinematografico di documentari naturalistici, ideatore con
Gualtiero Jacopetti del cinema detto Mondo
movie, di formazione zoologo (ittiologo) ed etnologo, animatore di molte
spedizioni etnologiche della Società Geografica Italiana, in una di queste, nel
1950, trovò e fotografò, incisa su una roccia lungo il corso dello Zambesi, al
confine con la Rhodesia-Zimbabwe, in un tratto poi sommerso con la costruzione
della diga di Kariba, la scritta “V.V. ad 1294”, che dedusse essere di Vadino
Vivaldi.
Il
progetto dei Vivaldi rientrava nella ricerca di una via commerciale verso
l’Oriente dopo l’interruzione della via terrestre, con la caduta di San
Giovanni d’Acri e delle altre piazzeforti cristiane nel Levante.
astolfo@antiit.eu
