domenica 17 settembre 2023
Ombre - 685
Von
der Leyen e Metsola per affrontare il problema migranti, socialisti per
l’impossibile via libera. Mai fare accordi con i governanti africani è il mantra
di Borrell e Iratxe Garcia, i due spagnoli che capeggiano l’uno la politica
estera Ue e l’altra il partito Socialista al Parlamento europeo. Che dalla
Spagna vengano lezioni di democrazia sembra difficile. Ma trovano eco immediata
in Elly Schlein, oca giuliva: mai fare accordi con i “dittatori” africani.
Anche se l’unico, e funzionante, è stato fatto da Minniti, del (vecchio?) Pd,
il partito che pare sia di Schlein.
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L'occhio di Marx su Silicon Valley - con l'Ia torna il lavoro
L’industria tecnologica o
Silicon Valley è un posto dove “il denaro gener a denaro con una facilità che
che avrebbe fatto piangere Andrew Carnegie”. In una forma di capitalismo di
“carattere nevrotico”, che con una mano patrocina e finanzia partiti e politiche
progressiste e con l’altra preserva e impone “una struttura sociale profondamente
iniqua”. Per un difetto di origine. “Internet
è un caso particolarmente forte di un’industrtia basata sull’innovazione finanziata
dal governo. Ci sono voluti miliardi di dollari di denaro pubblico e decadi di gestione
pubblica per creare la rete. Quando la nuova infrastruttura cominciò a funzionare,
i privati se ne sono appropriti, destinandola a un uso puramente commerciale. “Ora
subiano le conseguenze di quella decisione. Un internet dominato dal profitto
viola la nostra privacy, amplifica la propaganda estremista, e intensifica
varie specie di ineguaglianze sociali”.
Anche dal punto di vista
industriale, è un settore che ha creato poche strutture solide. Il costo
crescente del denaro per effetto dell’inflazione, e il rallentamento conseguente
dell’economia, anche per effetto del covid, hanno ridimensionato le valutazioni,
e ridotto i margini: “Centinaia di migliaia di operatori del settore sono stati
licenziati”. Era un settore peraltro presto diventato maturo. La via d’uscita
delle criptomonete si è presto sgonfiata. Lo stesso il metaverso. Ora si punta
al rilancio con l’intelligenza artificiale, ChatGPT, Midjourney, etc. Che potrebbe
avere, quest’ultima, un impatto socialmente positivo: “È importante notare che l’IA
generativa è una tecnologia ad alto impiego di manodopera”.
Tarnoff, un economista che ha
cominciato a lavorare proprio nella Silicon Valley, nella tech industry, recensisce
due libri sulla storia del settore, ma con una vasta esperienza critica pregressa
– è autore di numerose pubblicazioni socio-storiche, ultimo “Internet for the
People”.
Marx che c’entra? Ha insegnato
che la storia “ha una struttura”. Che non è “una sequenza puramente casuale di
eventi che possono essere espressi come la somma di scelte individuali”. Ci
sono anche limiti e vincoli. Specie quelli
economici, di “come la società produce le cose di la rete ha bisogno”. Un “approccio
materialista” che torna specialmente utile nell’industria tecnologica, la quale
non si mitizza nelle figure di questo o quell’innovatore, Steve Jobs o Mark
Zuckerberg, ma è fatta di idee, mezzi, strutture, e fallimenti.
Ben Tarnoff, A Marx for all seasons, “The New York
Review of Books”. 21 settembre
sabato 16 settembre 2023
Cronache dell’altro mondo – sindacali (247)
Tre americani su quattro
sostengono lo scipero proclamato dal sindacato Uaw, United
Auto Workers, secondo due sondaggi
indipendenti, Gallup e Morning Consult.
È il primo sciopero in contemporanea
contro i tre grandi fabbricanti americani di automobili, General Motors,
Ford e Chrysler-Stellantis. Non contro i
fabbricanti giapponesi, sudcoreani e tedeschi in America.
Uaw sciopera per una piattaforma
rivendicativa così composta: aumento della paga del 46 per cento; miglioramenti
dell’assicurazione medica e pensionistca; ricalcolo degli adeguamenti
automatici della scala mobile; abolizione delle gabbie salariali per i lavoratori
anziani o principianti; settimana lavorativa di 32 ore pagata per 40 ore.
Il sondaggio Morning Consult dà
due americani su tre a favore dello sciopero. Anche nella parte riguardante l’orario
di lavoro, 32 ore a settimana pagate come 40.
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New York in broccolinese
Un racconto curioso del 1935, pubblicato
dalla rivista il 15 giugno 1935, riproposto per la ricorrenza della morte di
Wolfe, il 15 settembre 1938. Curioso perché è uno scherzo, linguistico: scritto
come era il parlato di Brooklyn novant’anni fa, italo-americano, in “broccolinese”.
Tre persone si ritrovano in attesa
del treno a scambiarsi informazioni su indirizzi e destinazioni in Brooklyn, e
ne nasce una babele. Da cui la considerazione finale, che Brooklyn è troppo
grande o profonda perché uno possa conoscerla. Il racconto è nel linguaggio,
scritto come è parlato, e cioè nell’inglese parlato dagli italo- americani.
Il linguaggio parlato nella
narrativa non era una novità, la lezione di Verga era già in uso per gli
afroamericani, o per gli americani del Sud – in Faulkner per ambedue le
categorie. È un unicum questo dell’italo-americano.
Non detto, i tre non si qualificano, ma i riferimenti topografici che li
angustiano sono ai qaurteri che gli italo-americani abitavano a Brooklyn, e che
ancora oggi abitano.
All’epoca Little Italy era
dominante a Brooklyn. Da qualche decennio la città è “gentrificata”, ristrutturata
per intellettuali e ricchi, con quartieri trendy,
di locali alla moda, negozi e ristoranti di lusso, ma è stata a lungo la città
satellite popolare di New York. Gli italo-americani mantengono una presenza
ancora larga, come residenti, non più animatori, nel quartiere di Bensonhurst,
e nella prospiciente Staten Island.
Tom Wolfe, Only the Dead know Brooklyn, “The New Yorker”, free
online
venerdì 15 settembre 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto
Giuseppe Leuzzi
Nicola Gratteri, nove anni fa ministro in petto del governo Renzi, segretario
del Pd, viene portato alla Procura di Napoli dal centro-destra unito, contro il
Pd. Destra e sinistra al Sud sono solo indicazioni.
Frequenti i nomi di origine,
che si conservano, anche se, probabilmente, solo per inerzia anagrafica, burocratica,
un nome è per sempre: i Lombardo, i Piemontese, i Napolitano, I Pugliese e i Calabrese
in Calabria e in Sicilia, i Palmisano, Stillitano, Gallico, Siciliano in
Calabria.
Insieme con la Versilia e la Romagna
il Sud ebbe nel dopoguerra un boom
turistico. D’avanguardia: Club Mediterranée a Cefalù, club Valtur a Nicotera,
in Calabria, a Taormina il treno delle svedesi. Un turismo promozionato bene,
con motivi d’attrazione, preso sovrastato dalla burocrazia, dal disordine,
dalla sporcizia, dalle fogne, dalle selve di non-finiti. I club hanno chiuso,
Taormina vive di turismo mordi e fuggi – con un po’ di zibibbo, in bottigliette
falliche. Si discuteva in quegli anni dello sviluppo del Terzo mondo, di
tecniche di accelerazione dello sviluppo. Al Sud certamente non è possibile: si
può violentare, forse, una società composita, recente, non una tradizione.
Come si distrusse il risparmio
Non manca Corrado Alvaro di
rivendicare , da buon “intellettuale della Magna Grecia”, il passato glorioso.
Ma senza arabeschi, come “la più realistica tradizione del mondo”. E arpionato
a una solida, ancorché breve, fulminante, sintesi storica dell’unità. Lo fa in
“Memoria e vita”, lo scritto redatto nel 1942, in ricordo del padre,
all’interno di una pubblicazione commemorativa che intitolò “Il viaggio”,
titolo di un poemetto d’occasione, con la raccolta “Poesie in grigioverde” e
altre liriche – il padre lo avrebbe voluto “poeta”, come scrittore non lo
considerava.
La madre dello scrittore era
di una famiglia di pastori, che erano i ricchi del paese. “Il nostro era un
paese di pastori, più che di contadini, e aveva tutto l’Aspromonte pei suoi
armenti, ricco, prospero”. La famiglia
della madre non voleva accettare il pretendente: “Quando si presentò mio padre,
fu combattuto da tutto il parentado. Era un uomo a stipendio (era maestro,
n.d.r.), e perciò considerato un cattivo partito”.
Su questa notizia Alvaro fa
una digressione: “Coloro i quali pensano all’Italia meridionale come a una
contrada che ha per ideale di vivere a spese dello Stato, riflettano a come è
nata tale disposizione. Non è qui il luogo per tracciare quella storia
dolorosa, né per dire come la nostra parte di meridionali nel miliardo annuo
che fruttava l’emigrazione, assorbita dalle grandi banche attraverso il sistema
delle piccole banche locali, adoperato per fondare la grande industria, e non
precisamente da noi, fu alla fine distrutto attraverso le piccole banche che
fallirono puntualmente travolgendo tanta economia meridionale faticosamente
conquistata. Priva d’industrie, rovinata, divenuta un terreno di sfruttamento
dell’industria non locale, al livello di poco più che una colonia, si capisce
che la sola speranza fu il pane dello Stato. Dico queste cose brevemente per i
signorini che reputano l’Italia meridionale economicamente e intellettualmente
una contrada di moretti convertiti, dimenticando quanto sudore di sangue essa
diede, e quando al pensiero italiano di veramente sostanziale, nell’orbita
universale, da Vico a questa parte, fuori della retorica provinciale che
tuttavia ebbe il tempo di guastare la più realistica tradizione del mondo”.
Le piccole banche “fallirono
puntualmente", per non onorare i depositi.
Il matrimonio dei genitori
di Alvaro si faceva nel 1894: ancora trent’anni buoni dopo l’unità il “posto”
non era a premio. Il “posto” di Checco Zalone (“Quo vado?”) è un esito
dell’unità, dell’impoverimento dopo l’unificazione.
La questione pastorale – 2
Nel 1895, quando i genitori
di Corrado Alvaro si sposarono, i pastori erano i signori del paese, San Luca: “I pastori
e i loro anziani e capi abitavano una contrada alta detta il Petto. Erano
ricchi, avendo “tutto l’Aspromonte” per i loro armenti – “le sorelle di mia
madre furono date per l’appunto a pastori ricchi” (la famiglia della madre era
di pastori).
Corrado Avaro lo ricorda nel
1942, nel memoriale in morte del padre, “Memoria e vita”. Ma già qualche anno prima, nel
racconto “La cavalla nera” (apre la raccolta “Settantacinque racconti”, la
sezione “Incontri d’amore”…), scherzosamente ma con severità, registrava un
cambio radicale d’identità dei suoi concittadini, ora reputati emeriti ladroni.
Quando i potamesi sbarcano in città (Potamia era il nome del paese fino al
terremoto del 1592 che lo distrusse: fu ricostruito a valle, verso la costa,
e chiamato col nome del santo protettore, la cui statua era rimata illesa nel
sisma, ed era stata trasportata via dai paesani), “strilli, grida, richiami; si
chiudono le porte e i cancelli di legno, si ritira la biancheria” messa ad
asciugare, “si ritirano i sacchi dalle soglie delle botteghe…”. Con la sottolineatura:
“Perché chiamarli ladri? Non hanno il senso della proprietà”. Sono pastori,
abituati a prendersi ciò che vedono: “Non sono gente cattiva, i potamesi sono
religiosi e fedeli, ma soltanto non distinguono tra la roba loro e quella degli
altri…. Un potamese che andò a Napoli , credeva che le fioraie per la strada
regalassero i fiori ai passanti”.
In pochi anni, chiusi i boschi e gli alpeggi dal demanio e dai latifondisti, i
pastori che facevano la nobiltà del paese sono diventati abigeatari e violenti.
I potamesi, spiega il protagonista del racconto a un suo compare, che come lui
ha lasciato il paese molti anni prima, non pensano a quello che sarà – non hanno
il futuro, i potamesi come tutti i pastori: rubano gli armenti e “non ci
pensano, né ai carabinieri né all’arresto. Sono potamesi e i potamesi non
pensano mai a quello che verrà”. Con l’omertà: “Sono bravi, troveremo la
montagna deserta”, si dice il narratore, ”e siccome sono tutti d’accordo i
potamesi, nessuno ci dirà di aver veduto un armento. O ci dirà di averlo
veduto da tutt’altra parte. E poi si avvertono tra di loro, e l’armento si
sposta di qua e di là”.
(fine)
La quarta mafia
Una quarta mafia si è provato
qualche decennio fa a impiantarla in Puglia, chiamandola Sacra Corona Unita o
qualcosa del genere. Non ha funzionato – si basava sul contrabbando, da ultimo
di albanesi, che però se la cavano da soli. Ora è a Foggia.
Questo sito ha rilevato un
mese fa una serie di iniziative di Foggia, delle istituzioni e dell’ambiente, per
schivare la maschera del malaffare. Coprendosi col Kilometro Zero, polo tecnologico leader nazionale nel campo delle fonti di energia rinnovabili, e col Gargano, la Foresta Umbra, i
pomodori, il grano, la bellezza e la produzione. Ma niente. “La Lettura” del
“Corriere della sera” la incorona “capitale della mafia”. A Foggia, spiega, “si respira
lo stesso clima della Sicilia di tanti anni fa” - che era invece di guerra,
terroristica, e comunque senza paragoni: “Il 6 agosto 2018 «La Lettura» andò in
Puglia per raccontare l’emersione furiosa di una nuova delinquenza in un diffuso
disinteresse generale. Siamo tornati per vedere come stanno le cose. Male. Al
punto che si respira lo stesso clima della Sicilia di tanti ani fa. «La mafia
non esiste». Foggia 2023 come Palermo 1960”. Nel 2018 con tre articoli di
Gianni Santucci, “La guerra di Foggia”, “La Gomorra del Gargano”, “Pioggia di bombe”,
oggi con uno ampio di Alessandra Coppola, con il colonnello dei Carabinieri Miulli e il capo della Dda Roberto
Rossi, e un’intervista di Santucci con lo scrittore Piernicola Silvis, ex
questore di Foggia, foggiano.
È così che nasce una mafia,
basta chiamarla. La società può fare tutto quello che vuole per sfuggire alla
condanna, non c’è scampo. Manca solo il nome. Anche la cupola.
Cronache della differenza: Puglia
Raffaele De Giorgi, sessantenne di Squinzano,
commissario tecnico della nazionale di pallavolo ora in finale al Mondiale, già
parte della “generazione dei fenomeni” della pallavolo nazionale, tre volte
campione mondiale, una volta campione europeo, é per tutti Fefé. Oggi non
sarebbe più possibile, il diminutivo per raddoppio, come Fofò per Alfonso, Mimì
per Domenico o Domenica, Cecé per Vincenzo, Pepé per Giuseppe, Sasà per
Saverio, Totò per Antonio. Ninì per Antonino… - resistono Ciccio per Francesco e Gigi per Luigi ma sono italiano. Il Sud non
esiste nemmeno più nell’onomastica.
Uno non fa in tempo a nominare Foggia, la sua campagna per
l’onorabilità, che “la Repubblica” c’inzuppa il pane. Foggia dà un premio ad Alain Elkann - un
premio letterario. Che però non ha pubblicato nulla di recente, il premio è al
nome, sperando che i giornali del figlio diano una mano al rilancio? È probabile
- le strategie di marketing devono anzitutto sorprendere il committente. Ma lo
scrittore in viaggio verso Foggia s’è messo di malumore. Il grande nodo
ferroviario della Puglia, verso Napoli e verso Bologna-Milano ha ridotto a
bivio provinciale (via Casera, Benevento). E i suoi giovani compagni di viaggio
a trogloditi. Su “la Repubblica”.
Il “treno per Foggia” di Alain Elkann ha avuto il
merito per Paola Sacchi, su “Start Magazine”, di riportare alla memoria lontane
vacanze, da ragazza, partendo da Orvieto, con “maman”, col padre in attesa. Foggia
non è Orvieto, ma “è stata bombardata”. Ma l’hotel Vicolella, ai bordi del Gargano
che cominciava a spuntare nel turismo internazionale, è ancora un ricordo
lieto. E poi, nota, i ragazzi ciarlanti che distraevano Elkann dalla lettura viaggiavano
in prima classe.
Cicerone parla del Salento,
ora opimo, come di un paese perso, al di fuori di ogni commercio con il resto
del mondo, e lo apparenta al montuoso, impraticabile, Bruzio. Nell’orazione
“Pro Roscio Amerino” compiange “coloro che abitano fra i salentini o i bruzi,
da dove posso ricevere notizie appena tre volte l’anno”.
Già in questo, e negli anni
di Cicerone, Salento e Calabria erano appaiati: per la mancanza di vie di comunicazione,
o perché recalcitranti alla latinizzazione? O fuori dal perimetro commerciale
gli interessi con la Grecia fermandosi a Brindisi, e con la Sicilia intrattenuti
via mare? La grecità perdurante nelle due regioni potrebbe essere stata
trascurata per la sua scarsa incidenza nell’economia dell’impero – la Sicilia,
granaio di Roma, fu latinizzata subito.
leuzzi@antiit.eu
Lo stupro avvelena gli affetti
Il racconto del titolo, che
chiude la raccolta, è una variazione sul tema dell’amore nel matrimonio, tra la
moglie sola in città, insidiata dal Direttore Generale, e il marito che la
città non ama (la città è Roma) e vive in provincia - l’inizio di un romanzo che
poi non fu scritto? L’amore nel matrimonio è il tema anche del romanzo breve
che apre la raccolta, “I nemici” - subito dopo un flash d’avvio, “Frontiera”,
una variazione sul mondo alpino subito dopo la guerra, dove il confine si sposta
con gli eventi. La vita immaginata dalla sposa giovane come al cinema. Compreso
il desiderio di avventura, che una notte le costa lo stupro. La stuprata si deve
uccidere, secondo il vecchio “codice di onore”?, dopodiché il marito si vendicherà
e la vendicherà sull’aggressore. Ma niente avviene: il marito salva disperatamente
la moglie che si è buttata dalla finestra, e all’aggressore riserva solo
disprezzo, un fallito, un miserabile. Nemici diventano i coniugi, indissolubilmente
legati, e non dalla lege, l’uno immaginandosi dell’altro una parola o un gesto
che potrebbe ma non verrà: “Così Teresa e Leoni impararono ad essere nemici, d’una
inimicizia tranquilla e sicura come un amore, piena di abnegazione, di slanci
improvvisi, di lacrime solitarie. Era un legame indissolubile come l’amore”.
Nel mezzo il rimpianto: “Come compagni di viaggio li legava il fatto di essersi veduti
logorare lentamente, un lieve logorio che avvertivano soltanto loro, come ognuno
lo avverte su un oggetto prezioso che egli possiede. Amavano qualcuno scomparso
nei loro anni…”.
Un
altro piccolo tesoro dello scrittore dimenticato. Aneddoti semplici, ma sempre
sapidi. Bizzarri anche, strani, ma sempre realisti. Di una scrittura gradevole,
piena di colori e odori, ogni immagine un quadro composito. Semplice, senza
preziosismi: di linguaggio ricco ma di costrutti semplici. Racconti ordinari e scintillanti.
Di prima del diluvio, quando uno scrittore, uno maschio, poteva e sapeva entrare
nel mondo femminile, specie quello complesso della prima giovinezza. Temi anche
di mondi desueti. Il ragazzo che fa la realtà. Il ragazzo povero che non sa di
esserlo e illumina il vicolo. La pietà religiosa. La fantasia infantile. I
turbamenti adolescenziali. Il ricco sempre bislacco.
Corrado
Alvaro, La moglie e i quaranta racconti,
Bompiani, pp. 499 pp.vv.
giovedì 14 settembre 2023
L’immigrazione non è questione di polizia
“L’immigrazione
al centro del dibattito politico”, apriva ieri “Le Monde”, un titolo a tutta
pagina, a caratteri di scatola. Il presidente della Repubblica Macron ha annunciato
una revisione delle leggi in materia. L’immigrazione in Francia, che da più
tempo, sono quasi due secoli, e su scala incomparabilmente maggiore degli altri
paesi europei ha sperimentato l’immigrazione di massa, l’esodo dall’Africa è
un fatto che va studiato e risolto. Lo stesso giorno, o il giorno dopo, che la
Germania, altro paese a forte e sperimentata immigrazione, notifica all’Italia,
in tutta amicizia, che non riceverà più immigrati cui la burocrazia italiana
abbia riconosciuto l’asilo politico o per motivi umanitari.
Il
sottinteso del no tedesco, e della stretta che si annuncia in Francia, è che l’Italia,
come paese di primo approdo, non è affidabile. Non solo nella concessione dell’asilo.
I migranti economici, che sono la stragrande maggioranza, non vengono espulsi, per
le lungaggini giudiziarie (i giudici dell’immigrazione sono come quelli degli affitti
bloccati, che per venticinque o trent’anni non hanno mai aperto un dossier). E
la vigilanza sugli indesiderati è lasca, cioè assente: una volta sbarcati in
Italia, c’è libertà di movimento per tutta l’Europa oltralpe.
L’immigrazione
è un problema serio. In Italia sotterrato sotto le cronache isteriche da
Lampedusa, dell’hotspot, che non si sa cosa sia, che passa da 10 a 10 mila immigrati
in un giorno – e degli inevitabili naufragi, veri o presunti. O sotto i blocchi alle
navi di soccorso ong – divieto che i trafficanti pronti bypassano mandando
direttamente a Lampedusa flotte di barchini, invece dei comodi trasbordi sulle
navi ong al limite delle acque territoriali libiche o tunisine.
Non si conosce l’Africa,
che sta a un passo, e che pure molti europei frequentano. La politica è
ignorante. La diplomazia inerte. La stampa d’informazione non si fa più. E gli
studiosi si danno a occupazioni comode, repertoriare le specie floreali o animali, le tribù e le "lingue", anche i tesori scomparsi dell’Ashanti – l’Africa non rifiuta mai una storia che
vi piaccia. Un mondo dove non ci sono, o sono rari, i regimi politici elettivi,
e dove sono elettivi sono a partito più o meno unico, senza libertà di espressione. Dove la corruzione e, tra virgolette, normale. Tutta l’Africa, più o meno, è eleggibile per l’asilo, ma allora questo non è più
un criterio.
Non ci dice nulla
dell’Africa nemmeno la chiesa, e questo è assurdo. Perché la chiesa sa tutto dai
vescovi, che in Africa ha numerosi, e dalle sue organizzazioni umanitarie, ex missionarie.
Fare le anime belle e proclamare l’obbligo di accoglienza certamente non basta
più a salvare l’anima - l’accoglienza è un business, per quanto miserevole. E non fa più buona impressione.
Non si conosce
nulla, dopo un quarto di secolo, del traffico, che è organizzato. Sia in Africa,
nell’arruolamento e nelle lunghe traversate fino al Mediterraneo, e poi negli
imbarchi, sia in Italia. Dove molti sbarcati possono dileguarsi. Né i servizi
italiani né quelli di altri paesi dopo un quarto di secolo di tratta dei
migranti hanno provato a fare luce.
Dopo
l’hotspot di Lampedusa la frase fatta è il deficit demografico. Che c’è, ma non
si colma a caso. I flussi si programmano, impossibile non è: lo ha fatto la
Germania, con i turchi e gli ex jugoslavi prima, poi con i siriani, gli
iracheni e gli iraniani. L’Italia ha avuto i filippini, i rumeni, gli albanesi,
i marocchini, le ucraine. Ma forse non lo sa nemmeno, non ci fa caso. Si è
fatta una legge striminzita, vent'anni fa, la Bossi Fini, una legge di polizia,
che non le garantisce nessun apporto utile, e quello utile, per esempio i nati
in Italia e scolarizzati, li rifiuta – con la polizia non si governa l’immigrazione,
come si fa a pensarlo?
A Bruxelles e
Strasburgo è perfino peggio. Una settimana fa il “ministro degli Esteri” Josep
Borrell ha scritto al suo collega per l’Allargamento e la Politica di Vicinato
Vàrhelyi contro i “documenti d’intesa” singoli a protezione dall’immigrazione selvaggia con
i Paesi nordafricani, perché il regolamento dice che vanno ratificati dalla
Commissione Ue in seduta plenaria e all’unanimità. In chiaro: non dare i 100
milioni promessi al “dittatore della Tunisia” con il memorandum sottoscritto a
Tunisi da Meloni, von der Leyen e il premier olandese Mark Rutte. Borrell è un
catalano di nazionalità argentina, quindi può non sapere: ma qualcuno gli avrà
detto che in Africa è impossibile non trovare “dittatori”.
Borrell pretende di
parlare da socialista, e in questo senso ha ragione – spiega perché i socialisti,
che un tempo sapevano come va il mondo, gestiscono ora in Europa la scomparsa,
la propria. Martedì Iratxe Garcia, capogruppo dei Socialisti e Democratici al
Parlamento europeo, ha chiesto la sospensione immediata dell’accordo – “esternalizzare
la gestione della migrazione è un errore politico”. Come se si potesse “internalizzarla”.
Il giorno dopo centinaia di “barchini” dalla Tunisia hanno depositato a
Lampedusa diecimila migranti. Così Elly Schlein ha potuto commentare: “Pagare i
dittatori per tentare di bloccare i flussi non blocca i flussi” - la solita battuta da social. I socialisti governano a Bruxelles e a Strasburgo con i Popolari, si capisce che i popolari cerchino un accordo con i conservatori - con Meloni (Orban è un popolare).
Problemi di base cazzulliani - 768
spock
“La sinistra italiana è l’unica forza politica al mondo che
vuole tassare di più i suoi elettori”, Aldo Cazzullo?
“Nel nostro paese ci sono ancora molti fascisti e moltissimi
che del fascismo non hanno un’opinione negativa”, id.?
“Che Marine Le Pen diventi presidente di Francia resta improbabile.
Anche se non più impossibile”, id.?
“Che Alternative für Deutschland vada al governo in
Germania è assolutamente da escludere”, id.?
“I governi perdono sempre
i referendum, è accaduto pure a De Gaulle e a Pinochet”, id.?
spock@antiit.eu
Destra e sinistra stile Ottocento
Un dibattito che si apre con una
curiosa notazione di De Masi, il curatore del volume: “Per la prima volta nell’Italia repubblicana,
tre partiti di destra hanno vinto le elezioni, stanno testando le loro
strategie e governando”. E Berlusconi? Trascurato è pure il mondo - non una
novità nella cultura italiana, ma qui è dirimente. In teoria non manca: alla
prima riga della presentazione, prima di cancellare Berlusconi, De Masi guarda al mondo, ma in
questi termini: “A livello internazionale, dopo più di trent’anni, una nuova
guerra fredda distanzia nuovamente l’Occidente dall’Oriente e rende
conflittuali i reciproci rapporti”. L’Occidente? Una riflessione sul concetto
sarebbe stata necessaria, parlando di destra e sinistra. Non c’è altro Occidente
che quello americano. E qui manca: manca l’imperialismo americano, che pure è manifesto. Da
ultimo con le propaggini islamiche, che poi si sono ribellate (Khomeini, Al
Qaeda, il Gis, e le “primavere arabe” o della Fratellanza Mussulmana) – nonché delle
“rivoluzioni colorate”, in Ucraina (arancione), Georgia (delle rose), Kirghizistan (dei tulipani). O la nuova guerra fredda in Ucraina, dopo quella contro il sovietismo, che
fu l’ultimo respiro dell’Europa. Mentre la riedizione nel
conflitto ucraino sanziona l’eclisse “storica” successiva dell’Europa, tecnologica, commerciale , militare
e, con la fine del socialismo, anche politica.
Manca pure l’economia. Cose anche semplici. È di destra il referendum sulla scala
mobile, che abbatté l’inflazione dal 23 al 3 per cento e difese i salari e i
vitalizi? È di sinistra la politica economica produttivistica di Biden? O la tassazione del risparmio, come è d’uso in
Italia? O, a proposito dell’assente Berlusconi, la riforma delle pensioni del
1994, il famoso “scalone”, che il presidente Scalfaro sabotò con tutto il governo,
che avrebbe allentato considerevolmente il nodo scorsoio del debito pubblico
(la riforma che ora tanta Macron) era di destra o di sinistra? È di sinistra il
rigore fiscale su retribuzioni e vitalizi, specie in tempi d’inflazione, e lo stillicidio
di “patrimonialine” sulla casa e sul risparmio? È di destra o di sinistra una
politica che riduce le risorse per le rendite e le amplia per la produzione? Ma
anche teoricamente: Marx sopravvive, fallito il combattentismo della “classe”,
dello Stato dei lavoratori, per il residuo hegelismo, cioè per il liberalismo
, che bene o male lo animava nel profondo, un’idea di liberazione e di libertà.
Il
libro nasce alla Scuola di cittadinanza del “Fatto Quotidiano”. La quale ha
promosso in tema un ciclo d’incontri settimanali, dal 29 gennaio al 2 aprile, in
un cinema centrale di Roma, il Farnese, ad accesso libero, ognuno articolato su
due “relatori di alto profilo”, che presentavano una relazione di trenta
minuti, e poi la discutevano con il pubblico per altrettanti minuti. E come è inevitabile
in questi forum, la materia finisce per trovare tutti d’accordo. De Masi, che
chiude la pubblicazione in parallelo con Veneziani, fa la storia della
felicità, da Eraclito a Valéry, Koyré, George Braque e Juan Gris, gli scontenti
del mondo qual è. Per poi trovarsi d’accordo col correlatore, corifero degli intellettuali
di destra – l’unica differenza è che De Masi è ottimista e Veneziani pessimista.
Sono più i punti interrogativi trascurati
che quelli a cui gli interventi rispondono. Che poi sono tre e tre: Dio,
Patria, Famiglia, e Libertà, Uguaglianza, Felicità. Che peraltro suonano, e
sono, categorie obsolete - ottocentesche.
Domenico De Masi (a cura di), Destra e sinistra, PaperFIRST-Il Fatto
Quotidiano, pp. 206 € 14
mercoledì 13 settembre 2023
Problemi di base di sostanza - 767
spock
Ai tempi di Maradona il
doping non esisteva – “Faceva uso di sostanze e io lo sapevo. Sono andato tante
volte a casa sua perché non si presentava al campo. Dormiva e stava ridotto
male, ma poi gli bastava un po’ di recupero e ci faceva vincere le partite
anche se non si era allenato”, Corrado Ferlaino?
E l’antidoping?
E ai tempi di Lance Armstrong?
Perché si è voluto colpire Schwazer quando si fece seguire
da Sandro Donati, artefice dell’antidoping, in Italia e nell’atletica mondiale?
Il Napoli di Maradona aveva una licenza speciale?
E la nazionale argentina, quella della mano de Dios?
spock@antiit.eu
La scoperta dell’Aspromonte
Un
cumenda brianzolo si avventura in Calabria perché deve consultare per una decisione
importante il fratello musicista, sperso nell’Aspromonte con la sua band. Il fratello
si nega, e il cumenda si convince che è stato rapito, che presto gli arriverà
la richiesta di riscatto. Partono le ricerche
– con i Forestali, altra specialità calabrese.
Un’idea
di Tonino Perna, il primo presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte, 2000-2005.
Che dà l’occasione dieci anni fa a Hedi Krissane, già attore e documentarista
di nome, di cimentarsi nel film a soggetto. Per un racconto soprattutto naturalistico
e vedutistico: una sorta di scandaglio o anagrafe dell’Aspromonte, che cominciava
a uscire allora dalle tenebre del terribilismo.
Hedi Krissane, Aspromonte,
youtube, dvd, PrimeVideo
martedì 12 settembre 2023
Le cento scemenze della burocrazia Ue
Dunque,
cento e più richieste d’informazioni al governo italiano da Bruxelles sulla
vendita di Ita a Lufthansa. Richieste preliminari, prima ancora di avviare l’indagine
antitrust. Richieste tutte sciocche, E qualcuna assurda. Tanto da far pensare a
un boicottaggio della odiata Vestager e della sua direzione Concorrenza.
Può
darsi. Tutto a Bruxelles può darsi, la logica è poca – ma, quando mai Bruxelles
ha contestato o contrastato la Germania?
Si
mette anche la questione Ita-Lufthansa sul piano politico, uno scontro o una
vendetta contro il governo romano di centro-destra. O viceversa, del governo romano
di centrodestra che sfiducia Gentiloni, il commissario italiano a Bruxelles che
“non difende l’Italia”. Può darsi anche questo. Anzi, questo sicuramente avviene
– questo, cioè che il governo di Roma critica il commissario italiano: Gentiloni
è esponente di primissimo piano del Pd.
Ma
di fatto i “cento e più” quesiti sciocchi e preliminari sono la rappresentazione
finalmente in chiaro della commedia di Bruxelles. Che è una burocrazia. Cioè un
potere pavido, che si difende – non sapendo e non potendo decidere – con la
moltiplicazione dell’arcano.
Sono
stai scritti repertori gustosi, in Inghilterra, in Germania, in Francia, sulle
scemenze di Bruxelles. Solo in Italia la maestra di scuola, è qui lo scandalo.
Ecobusiness
Sul “Corriere della sera” Paolo Artemi può proporre una Bmw I 7, “Berlina completamente elettrica”, del peso di tre tonnellate, e costo da 150 mila euro – “a partire da”.
Si moltiplicano i volumi
delle automobili, anche di piccola e piccolissima cilindrata, e il peso. Per
consumare più combustile e creare più inquinamento? Su dice per la sicurezza.
Forse per la propria, ma il peso e l’ingombro sono una minaccia per tutti gli
altri. Bisognerebbe allora avere la patente di camionista, e gli stessi limiti
di velocità - pick-up e suv per uso urbano sembrano una follia, e lo sono.
Si punta a una
macchina nuova per tutti: elettrica. Un’idea geniale - o demoniaca se
l’automobile è l’inquinatore massimo: obbligare il mondo, un miliardo, due
miliardi di individui, a comprare una macchina nuova. Il “tutto elettrico” è solo una sostituzione del parco
automobili. Sarà sempre auto, con polveri e particolato, e il consumo del
territorio, per strade e parcheggi – e di energie, alla guida veloce, alla ricerca
del parcheggio, un esercizio di usura. Un business santificato, pagato, perfino,
dallo Stato.
La donna al potere, tirannica
Un film forte, si va di corsa. Ma Cate Blanchett, già antipatica
di suo, fa un’antipaticissima maestra – o si dice ancora maestro? –
d’orchestra, la prossima prima donna (ma si vuole donna?) sul podio dei Berliner
Philarmoniker, Lydia Tàr. Donna in carriera e quindi tirannica come tutti. Per
di più essendo una donna americana, quella che un tempo si poteva dire virago. Anche
se il personaggio dovrebbe essere europeo, germanico. Egoista con tutti, anche
con le compagne e amanti.
La trama è troppo complicata,
non si può semplificare. Basti dire che è una successione di atti d’imperio, in
amore e nel lavoro. Blanchett, femminista capofila, già coppa Volpi e Golden
Globe per questo film, è probabile prossimo Oscar. Ma fa di tutto, col regista,
per dire - è la prima volta che Hollywood osa, sempre canonica, conformista -
che le donne in carriera non sono diverse. Cioè non sono donne? Cioè, il
femminismo non le vuole donne?
Le sue vittime e antagoniste
sono donne per lo più, pure loro. Una prefigurazione sinistra. Anche le
famiglie al femminile non sono diverse – non c’è il femminicidio ma perché non
si sa come chiamarlo. Malgrado tre ore di tentativi per provarci, per esorcizzare il demonismo.
Todd Field, Tàr, Sky Cinema
lunedì 11 settembre 2023
Problemi di base - 766
spock
“Se uno si ricorda tutto, non perdona mai”, Michela Murgia?
“La buona memoria è nemica della serenità, così come a
volte lo è la verità”, id?
“Se sai sei, se non sai sarai di qualcun altro”, don
Lorenzo Milani?
“Non è perché muore che l’uomo è finito”, Simone
de Beauvoir?
“Nessun genitore sano di mente opera per far crescere un
figlio inquieto e teso”, Maria Pia Veladiano?
“Se un ragazzo non impara dalla strada è
perché non ha la facoltà di imparare”, R- L. Stevenson.?
spock@antiit.eu
Un paese di pastori nel primo Novecento, e il padre di Alvaro
Nel 1942, in ricordo del padre
venuto a morire che aveva costruito per lui “un futuro da
poeta”, e quindi non ne apprezzava l’opera, benché di successo, Corrado Alvaro mise
assieme un volume, con le “Poesie in
grigioverde (1914-1916)”, già pubblicate nel 1917, più 25 liriche sparse degli
anni successive, 1917-1921, di persone e cose di famiglia e di paese, e il
poemetto dell’anno precedente che dà il
titolo al volume. Ma, soprattutto, assortì la raccolta di un lungo ricordo del
padre, “Memoria e vita”, con la famiglia, la madre, il nonno materno, i
fratelli, le sorelle, la conformazione e gli usi del paese. Memoria è vita, si
direbbe: il ricordo è affettuoso e riconoscente, malgrado la burberia di
facciata, per l’uomo invadente.
Un documento anzi perfino commovente
di rispetto filiale. Il matrimonio dei genitori era stato una mésalliance: la famiglia della madre,
pastori, quindi ricchi secondo il catalogo censuario locale, assolutamente non
voleva il piccolo dipendente pubblico. Il matrimonio si fece – “quando io
nacqui mia madre aveva sedici anni”. Ma il nonno materno, alto, enigmatico,
ammise poche volte alla sua presenza il nipotino Corrado, senza mai confidenza.
Il padre passò la vita a farsi perdonare. Dopo morto, “scoprimmo che mia madre
non sapeva quasi dove fossero le cose di cui disponeva la casa, poiché il
marito ne aveva tenuto l’ordine per
quarantasei anni, cercando di non darle un solo pensiero né una cura molesta”.
Una memoria accurata anche della
vita di paese, San Luca, sospeso tra la Montagna (Aspromonte) e il mare, estremamente
interessante dal punto di vista storico. Una testimonianza a futura memoria e
una sorta di indagine antropologica sul campo. Di un paese, un mondo, all’alba
del Novecento. Degli adulti e dei ragazzi.
Il padre apre la scuola che
non c’era – per imparare a leggere si è dovuto trasferire da uno zio, “che
aveva una scuoletta”, sull’altro versante aspromontano, sul Tirreno. I fratelli
del padre tutti emigrati, negli Stati Uniti e in Australia. Il pranzo di san
Giuseppe, dei ricchi per i poveri. E il Carnevale, con l’inversione dei ruoli, tra
i padroni ricchi e i poveri. La passeggiata serale di mano col babbo sull’aia vuota. La povertà della casa, che
pure si voleva distinta. La povertà: “Non avevamo medici, né farmacisti, né
avvocati”. “Senza botteghe”, altro che “un’osteria e un negozio di manufatti,
tenuti da forestieri, gente di Amalfi” – anche qui gli amalfitani, nella
miseria, come nell’opulenta Gioia Tauro sul versante opposto dell’Aspromonte.
Il pane non si comprava, né i generi alimentari: “Ognuno aveva le sue provviste
annuali d’ogni cosa che serve al vivere. Era una vergogna comperare il pane, il
segno della vera povertà”. I tre figli maschi mandati a fare gli studi in collegio
dai gesuiti a Mondragone, con varia artifci per riuscire a pagare la retta.
Una ventina di pagine, questo
memoriale, ancora sorprendenti, ogni riga sapida. Vivo anche delle dinamiche
paesane, tra rispetto e invidie, tra ricchezza (anomala: pastorale) e povertà.
E per la caratterizzazione variamente articolata del padre, oltre che della
vita di paese. Uno che “faceva tutto lui”, specie nei confronti dei figli, come
della moglie. E scrivendo le lettere per tutti gli emigrati, era a conoscenza
di tutti i fatti e segreti del paese. Un padre fisicamente gemello del figlio,
e caratterialmente all’opposto, onnipresente, determinato, apodittico.
Anne-Christine
Faitrop-Porta, che si è assunta la
fatica di recuperare editi e inediti di Alvaro, fa precedere “Memoria e vita” e
le raccolte poetiche da una introduzione ampia, su due temi: “Corrado Alvaro poeta”,
e la Calabria, “paradiso terrestre dell’infanzia” dello scrittore. Che lo dice in “Memoria e vita”: “Avevo passato dieci anni in quel mucchio di
case presso il fiume, sulla balza aspra circondata di colli dolcissimi digradanti
verso il mare. I primi dieci anni della mia vita, e pure essi furono i miei
più vasti e lunghi e popolati. Il paese era gramo e povero in confronto alla
ricchezza del mondo, e a me pareva il più ricco e il più vario” - un paese che allora contava novecento abitanti. Correda poi
“Il viaggio”, come organizzato da Alvaro , di altre liriche sparse, 62, e sei
prose poetiche, da lei recuperate su varie pubblicazioni.
L’edizione si completa con una bibliografia delle antologie scolastiche curate da Alvaro,
per ragioni “alimentari”, da lei con qualche difficoltà archivistica
ricostruita, e con una bibliografia critica abbastanza nutrita.
Corrado
Alvaro, Il viaggio, Falzea, pp, 315
€ 18
domenica 10 settembre 2023
Ombre - 684
Il
“Corriere della sera” pubblica in testata i messaggi di solidarietà al Marocco
di Macron, di Scholz, e di Blinken (si vede che Biden se ne è dimenticato). Niente
di Mattarella o Meloni. Provincialismo? Sì. Ma anche stupidità?
650
milioni ai procuratori del calcio nel 2023, una cifra enorme, di 200 milioni
superiore al 2022. Solo per trattare il prezzo del cartellino, il valore del
calciatore alla compravendita. Il 10 per cento di tutto il “valore” delle
compravendite di calciatori nella stagione. Difficile non pensare che le
direzioni sportive dei club che questo business favoriscono non ne siano parte,
a Parigi, in Inghilterra e altrove.
È
in Inghilterra, calcio degli sceicchi, che più di tutti si spende per i
procuratori - in realtà mediatori (i procuratori veri fanno la parte umile,
scrivono i contratti, i codicilli, le clausole). Poi, quest’anno, in Arabia
Saudita, da sempre paradiso dei mediatori d’affari – un tempo si pagavano anche
in oro, non remoto.
Abigail
Disney, l’ereditiera supermiliardaria americana che vuole i ricchi tassati,
“magnifica traditrice” per “Il Venerdì di Repubblica” che la magnifica, ce l’ha
con Elon Musk. Ma solo per i razzi: “Non ho niente contro le gigantesche
aspirazioni di Musk. Ma avete visto la forma fallocratica dei suoi razzi?”,
chiede. Li voleva concavi?
Si
può dire la guerra in Ucraina l’ultima, ennesima, guerra fra cristiani: l’Europa
e la cristianità si affossano insieme. Con la nomina del nuovo titolare della Difesa,
l’Ucraina è difesa da un presidente ebreo e da un ministro della guerra
mussulmano.
Ora
si capisce la missione del papa in Mongolia: per parlare da vicino alla Cina.
Il papa è convinto che Xi si può convertire, con la buona parola? Un buon uomo,
di buone intenzioni?
Una
seconda missione via Mongolia è possibile: la conferenza stampa al ritorno, in
un viaggio lugo mezza giornata. L’aereo papale viaggia con i giornalisti.
Questa
è una buona cosa: non ci sono altre occasioni per la gita a Chiasso dei
giornalisti. Che pure sarebbe necessaria. Solo che quelli del papa sembrano di
sacrestia: sanno poco o nulla del paese che vanno a visitare e comunque non gli
interessa, devono solo fare la domandina alla conferenza stampa di ritorno, che
hanno rimuginato per qualche giorno. E hanno ragione di lamentare il carico di lavoro:
venti ore, o ventiquattro, di volo sono tante, senza contare i cambiamenti di
fuso orario, per fare una domandina al papa.
Vannacci
spia dei russi, questa è bella. Perché no? Solo lui? Perché ha detto la verità
sui proiettili a grappolo, e a uranio? Ma è tutto qui quello che sanno i
servizi di intelligence? Che costano
tanto.
A
proposito di Vannacci, che ne denunziò l’uso nelle guerre ex jugoslave, non si
dice che gli Stati Uniti forniscono all’Ucraina soprattutto bombe a grappolo e
proiettili a uranio impoverito. Cioè armi di difesa d’attacco, e antiuomo.
È
singolare anche che fra i cento e più statì che ritengono queste proiettili illegali
non ci siano, oltre gli Stati Unitil, né l’Ucraina né la Russia.
La
Cassazione dice che il processo della Procura di Torino alla Juventus non si
poteva fare, e semmai va rifatto, se la Procura di Roma lo ritiene fondato. Ma
intanto il presidente del calcio Gravina e il suo giudice sportivo Chiné hanno
condannato lo stesso club a una penale di svariati milioni – di decine di
milioni. Ora, il calcio non è una cosa seria – Gravina? Chiné? entrambi poi al
guinzaglio di Lotito… Ma i giudici di Torino, che dell’inchiesta hanno fatto
mercimonio, tra illazioni, anticipazioni, indiscrezioni, pilotate?
E
dunque la Ue è il secondo maggiore importatore di gas russo, dopo la Cina. In
forma liquefatta. Non è un segreto, ne dà notizia il “Financial Ties” sulle
cifre uffciiali . E non è opera di Stati un po’ canaglia, tipo l’Ungheria: la
Ue importa il gas liquefatto russo. Dopo aver bloccato con le sanzioni e
interrotto con i sabotaggi le importazioni via tubo. Molto meno care. Le
sanzioni si sa che costano di più ai sanzionatori che ai sanzionati, ma qui sembra
che ci sia un mercato, che la Ue abbia favorito una borsa nera del gas.
L’ex
ministro del Tesoro Gualtieri, ora sindaco di Roma, che ha lanciato il Superbonus,
si difende dicendo: l’ultima finanziaria “da me varata, a fine 2020, prevedeva
un debito al 151,1 per cento del pil. Oggi siamo al142,1, quasi dieci punti in
meno”. No, Gualtieri ministro, l gennaio 2019, eredita un debito pari al 134,4
per cento. Nei due anni in cui è stato ministro il debito è salito al 155 per
cento – esattamente al 154,8 per cento del pil. È disceso di dieci punti nei
due anni successivi, dei governi Draghi e Meloni.
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Inviati speciali nel destino - giallo filosofico
La
premiata ditta si è presa una vacanza in Grecia, nell’estate del 1974, “inviata
speciale” di Indro Montanelli direttore del “Giornale”, per scoprire il mistero
dell’esistenza. E dopo varie peripezie, sull’Orient Express, come vuole
Agatha Christie, e poi a Micene e Delfi, come vuole la tradizione
mistico-turistica, ha prodotto un feuilleton
estivo, a puntate sul quotidiano. Avendo sventato in partenza la corruzione di Cefis e
Fanfani, che se li volevano comprare, come compravano tutto.
A Micene la coppia di detective speciali ha trovato “una densità di Fato da tagliarsi col coltello”, tra
assassinii, stupri, incesti, Eschilo non sapeva più che inventarsi. A Delfi si
procede in fila, tanti sono i turisti dell’oracolo, per ritrovarsi in cima tra
maghi e fattucchiere, tante bancarelle, col “biglietto della fortuna” – ma senza
il pappagallo che lo peschi. Nel mezzo c’è la vacanza “tutto compreso”, eccetto
gli extra – che sono tutto. Il telefono dell’epoca, che metteva in comunicazione
a caso – uno chiamava la zia e gli rispondeva l’Enel. E un serie di novità estive,
inventate dalla concorrenza - la missione segreta naturalmente pullula di spie.
La Francia di Giscard d’Estaing ha adottato un ministero per la Qualità della
Vita, che copre un ministero per il Vero Scopo della Vita. In Italia hanno
istituito un Ente per la Ricerca Filosofica – “con 18.00 dipendenti, ma ogni
Regione strilla per avere un suo istituto autonomo, dice che a Napoli l’esistenza
la concepiscono diversamente che a Milano”. La Fiat “ha messo d’urgenza nelle
buste paga un acconto sulla nuova indennità
metafisica”. I comunisti “chiedono che venga sottratta all’iniziativa
privata ogni manovra speculativa sul cosidetto destino”… E altre amenità.
Dal
campo trincerato ad Atene dell’Intourist, tra i turisti sovietici ivi detenuti una
Ludmila Petrovna si fa strada tra le baracche al filo spinato, e mentre viene
colpita a morte dalla torre di guardia lancia agli inviati l’estremo appello
messo a punto dal suo gruppo di dissidenti metafisici: “Ma chi ce l’ha fatto
fare?”. Ogni paio di pagine una sorpresina, come vuole il romanzo a puntate sul
quotidiano. Compreso un compagno d’avventura inviato speciale del “Times” – per
mettere “Il Giornale” di Montanelli allo stesso livello.
Una
divagazione, leggera e curiosa – filosofica di fatto. F&L passeranno per
quelli che hanno fatto il giallo filosofico.
Non tanto qui, dove si scherza, non ci sono disquisizioni, né situazioni di
fatto metafisiche, ma nei titoli maggiori.
Futtero&Lucentini,
Il significato dell’esistenza, edd.
vv., pp. 127 pp.vv.
sabato 9 settembre 2023
Secondi pensieri - 522
zeulig
Confine –Ridotto a segno tipografico, è la nozione
probabilmente più curiosa dell’essere umano,
dell’essere in generale. Che per essere ha bisogno di un confine – di un
limite, di una delimitazione-definizione. Dovrebbe essere estraneo alla concezione
del mondo come a sé stante, da big bang a big bang, qualcosa che si moltiplica -
s’incrementa o semplicemente muta - senza sosta, avendo l’illimitatezza come
suo distintivo, il vecchio panteismo, e invece è ad esso connaturato.
Kant
distingue tra limite e confine. Si possono superare i confini, questo è il
proprio degli esseri viventi, specie degli umani, che lavorano al progresso –
miglioramento degli assetti “naturali” (preordinati, precedenti). Ma nella creatività, la sperimentazione di nuovi
possibili, è necessario che vi siano dei limiti. Che i possibili cioè siano
delimitati da presupposti – che non siano distruttivi, che non siano violenti o
immorali.
Heidegger
argomenta al contrario, che nel limite l’essere prende senso. Ma è un sofisma:
non si vede perché l’essere dovrebbe essere limitato, oppure limitarsi. In questa
direzione semmai prende senso come spazio di libertà, come inveramento della
nozione di libertà. Che non può essere illimitata e anzi il confine o il limite
lo necessita, altrimenti è distruttiva. Cioè il contrario della libertà, che
non si vuole aggressiva – la libertà è relativa, in rapporto ad altre entità.
Il concetto
del possibile è un’esercitazione ininterrotta, e il fondamento dello sviluppo
umano – delle conoscenze, delle possibilità. Un confine elastico, teoricamente
all’infinito, ma necessario, per il bisogno di una continua revisione-riscontro.
Ogni previsione è un’esercitazione del possibile, cioè dei limiti della realtà.
La
limitatezza si direbbe semmai il fondamento del creato, di un mondo nato e non
auto propulsivo. Nato, per autocombustione o per direttiva, con delle regole,
fisiche, fisiologiche, logiche. Un caso sono, da cinquant’anni a questa parte,
le tante analisi sui limiti necessari alla crescita economica e sui limiti
(vincoli) della natura: non tutto è permesso, non tutto è possibile. Il limite
incorporando nel nuovo concetto della sostenibilità. Ma sempre c’è stato un
calcolo del possibile. Prova ne sia, in sociopolitica ma anche in logica, l’esigenza
di limiti per un governo corretto del mondo – limiti al potere. L’esigenza della
legge, che è il governo dei limiti - misura e sanzione del possibile.
È un
esercizio di fine tuning. Di conoscenza
o comprensione dei fenomeni e di giudizio critico – di decisioni accorte, di mezzi
cioè indirizzati al fine voluto, una scelta tra varie opzioni, più o meno
limitate. È la misura. Di cui si rileva la mansione oggi con facilità, nella
contemporaneità, tra mercato (“arricchitevi”, accumulate) , consumi, e diritti.
Che si presenta come una forma, un’epoca, di iperindividualismo, ed è invece
grettezza, limitatezza, per mancanza di senso del limite – il limite,
paradossalmente, acuisce l’intelligenza del mondo, la disposizione e la
capacità di comprendere.
Libertà – Funziona come la conoscenza in Kant, limitata.
La mente organizza attraverso le categorie l’esperienza sensoriale, ma la
classificazione è necessariamente limitata (come la scienza), non permette di
conoscere il reale in se stesso – il reale è il nostro reale, a mano a mano che la percezione del reale a sé stante
procede.
“Le
forme elementari della vita religiosa” di Durkheim vede la libertà sorgere con
i tabù, con i limiti alla disponibilità perfino alla conoscenza (analisi).
Tabù-limiti che Simmel può dire condizionanti per l’esistenza di una società,
in quanto la caratterizza e insieme la delimita, la contorna. All’esterno ma
anche all’interno, come funzionamento – molta sociologia è stata all’opera in
tal senso, da Max Weber a Talcott Parsons.
In epoca di presunta massima libertà il
“Corriere della sera”-Milano sente il bisogno di una tre giorni di riflessioni e
spettacoli in tema. Partendo da un supplemento di ben 56 pagine di giornale.
Dove però non sembra ci sia molto. Barbara Stefanelli apre ammonendo che “in
tempi di incertezza ci si illude di poter essere liberi in solitudine. E invece
la libertà si definisce insieme nel confronto”. Ma le storie del festival sono
di solitudini orgogliose, e di successi più o meno artistici, compresi gli-le
influencer, che invece sono pressioni commerciali camuffate –adeguate alla comunicazione
via social.
Mefistofele
– “Come
l’etimologia stessa suggerisce è il Portatore di Luce, il benefattore dell’intelligenza
e del sapere”, Quirino Principe, “La musica è una cura senza farmaci”,
intervista con Antonio Gnoli sul “Robinson” 19 agosto – “Lucifero ha insegnato
a disobbedire a chi ci vietava di cogliere i frutti della conoscenza”. Bene, si
sapeva. Lucifero “ha anche altri nomi: Dioniso, Prometeo, Thot”. Bene anche
questo. Ma, chiede Principe al suo
intervistatore, “Le sembra giusto che Dio ci privi del nostro diritto alla pur
minima parvenza di felicità concedendoci in cambio soltanto una beata ebetudine
nell’al di là”? Una “parvenza di felicità” quale sarebbe la conoscenza.
Ma è Dio, o il Dio della Bibbia? Ha altri nomi,
altri modi di essere.
Specchio – Come
spettacolo, spectaculum, e
speculazione? “C’è molta affinità tra lo spectaculum e lo speculum”, Quirino Principe
nell’intervista succitata: “L’essere rappresentato in uno spettacolo è affine
alle forme che ci appaiono in uno specchio, e ciascuna di quelle forme è una
parvenza, un fantasma, uno spectrum”.
zeulig@antiit.eu
Alvaro fa i conti con San Luca
Uno scrittore non più in
edizione, ed è un peccato. Questi racconti, per lo più veloci (di quando le
“terze pagine” dei quotidiani gratificavano gli scrittori, oltre che di
notorietà, di che vivere senza profondersi in altri mestieri), per lo più di
adolescenti o ricordi dell’adolescenza-prima giovinezza, racconti “di formazione”,
quasi mai drammatici, sebbene di aspettative spesso frustrate, sono curiosamente
vivi a distanza di generazioni, e di mutatissimi contesti. Su tematiche insieme
lievi e pesanti, e caratteristicamente indefinibili, non sistematizzabili: i rapporti
uomo-donna, com’era d’uso, ma anche i rapporti adolescenti-adulti, e l’amicizia,
un tempo fortissima e oggi dimenticata.
Si inizia con un gustoso controelogio
del paese di origine, San Luca, che per una serie di circostanze non volute caratterizza
Alvaro come autore, lo scrittore forse più cosmopolita del Novecento, prima di
Arbasino, legando alle radici. “La cavalla nera”, l’unico racconto lungo, che
apre la raccolta, anzi ne apre la sezione “Incontri d’amore”, è un non benevolo,
un po’ satirico, ritratto dei potamiesi. Potamia è l’antico San Luca, un paese
devastato da un terribile terremoto nel 1592, poi ricostruito a valle, verso la
costa, col nome nuovo del santo protettore, la cui statua restò incolume nel
sisma, ed era stata portata via dai sopravvissuti. Quando arrivano i potamiesi in
città si chiudono le porte, si chiudono i cancelli, si chiudono i fondaci: i
potamiesi non sono cattivi, ma non hanno il senso del tuo e del mio - le loro
donne in compenso sono “dure e forti”, “ghiotte e curiose”, “e sono proprio
belle” (la “donna del Sud”?).
Corrado Alvaro, 75 racconti, Bompiani, pp. 533, ill.,
ril., pp.vv.
venerdì 8 settembre 2023
L’inflazione che non c’è
La frutta costa, è costata questa
estate, due volte il prezzo dell’anno scorso, anche due volte e mezza. I pomodori,
introvabili (quelli di stagione) nel loro mese, agost, una volta e mezza-due.
Tutto costa molto di più - la benzina si sa, e le bollette, tutti i generi di
prima necessità, e tutti i servizi, dal bar alla trattoria. Ben più del pallido
6-7-8 per cento di carovita che l’Istat s’ingegna di certificare. E l’effetto si
vede nel pil, che ha già denunciato un calo nel secondo trimestre, e un altro
calo si prevede registrerà nel trimestre in corso. Senza altro motivo che il calo
dei consumi. Le esportazioni tirano, l’Italia vanta un surplus record fra i paesi
industriali. La produzione pure, al netto del quasi abbandono delle fabbriche
italiane da parte della ex Fiat. I consumi si sono ridotti e continuano a
ridursi.
Perché non se ne parla? Perché
non si adottano politiche di rilancio dei consumi – che non siano le grida di prezzi
bloccati? Perché non in Italia (uno sguardo comparato sugli altri paesi, dagli Stati
Uniti in giù, rivela un dibatito quotidiano, attivo, su inflazione, cause e
rimedi)?
Un po’ è l’indigenza dell’opinione
pubblica, dei mezzi d’informazione. Ma soptrattuto pesa l’indigenza del
dibattito politico. In senso alto, dei sindacati oltre che dei partiti, e degli
intellettuali, gli economisti, gli opinionisti: è come se l’Italia vivesse nell’acquario.
Se il giudice è irresponsabile
Si prenda per un attimo il calcio
sul serio. La Cassazioe dice che un certo processo a una squadra di calcio, la
Juventus, intentato a Torino, con tanto di condanna “morale” col semplice rinvio
a giudizio, non esiste. È stata fatta erroneamente,Torino non ne aveva la competenza.
Semmai andrà rifatta in altra sede – a Roma. L’istrittoria torinese intanto ha
azionato, oltre la condanna “morale”, il sospetto resta, una pesante condanna
del cosidetto tribunale sportivo, che ha valso al club incriminato la perdita
di 50-80 milioni – un bilancio.
Del tribunale sperotivo è inutile
parlare – si sa, sono ammucchiate di politicanteria romana. Della Cassazione
no, invece bisogna parlarne: la sentenza è importante e perfino incredibile. Sia
per quanto è successo prima della sentenza, sia per quanto dovrebbe ma non
succede dopo. Una Procura che non aveva titolo, di tifosi di una squadra rivale
di quella incriminata, supportata e forse azionata da una sollecita Guardia di
Finanza (di cui però non si può parlare), s’inventa un’istruttoria su cui non aveva competenza, e
promuove un giudizio – assortito da accorti annunci e preannunci, indiscrezioni,
anticipazioni, da parte degli inquirenti - con condanna preliminare, senza cioè
nessuna sentenza. Ma questa Procura non viene sanzionata in nessun modo – della
Finanza nom si può dire, non si sa.
La giustizia è al di sopra della
legge? O anche questo non si può dire – la giustizia fa capo a Mattarella, e il
capo dello Stato è intoccabile? Perché nessuno lo dice – a parte l’infaticabile
Alessandro Barbano, che con Zazzaroni fa il “Corriere dello Sport”.
Nostalgia del Pci
Ma c’era una volta il partito
Comunista in Italia? E cosa faceva? L’ennesimo film (prima o dopo Moretti?) di
ex Pci che un po’ si consolano e un po’ si negano.
Neri Marcoré, militante Pci, al funerale di Berlinguer
nel 1984 è vittima di un incidente e resta in coma per 31 anni. Quando si
risveglia, non si raccapezza. Le inevitabili gags però non divertono. Forse non c’è abbastanza distacco.
Veltroni, un comunista puro e duro da ragazzo
(dirigeva la proscrizione dei giornalisti), è stato il primo allo scioglimento
del Pci a proclamarsi non comunista e anzi buon cristiano, con pellegrinaggi a
Dossetti, La Pira e tutti gli altri santi. Fino a fondare nel 2006 il Pd, come partito
delle anime buone – benché del compromesso, anche se storico.
Un film nostalgico. E non si
capisce di che, se il partito della nostalgia si è sciolto quando si è sciolta
l’Unione Sovietica. Dopo aver fatto molti danni, soprattutto a Roma – ma anche
in Centro Italia (Bologna e Ancona si governavano bene anche col papa, Firenze comunista
dopo La Pira è stata un abominio di rendite urbane – il Pci ha avuto un ruolo,
benefico, da Napoli in giù, ma presto ci aveva rinunciato). Il settarismo, per
quanto buonista, è indefettibile.
Walter Veltroni, Quando, Sky Cinema Uno
giovedì 7 settembre 2023
Della Russia con rispetto
Succede di incontrare, in città durante
l’anno e in estate negli spostamenti, al mare o in campagna o in montagna, in
casa o da amici o anche nei locali, clienti o serventi, donne per lo più e
uomini che in qualche modo si penserebbero astiosi verso la Russia, di
provenienza moldava, georgiana, bulgara, bielorussa etc, insomma dell’Est. Che
invece sono riservate, tutte. Perfino qualche ucraina. Con un fondo di rispetto
verso la Russia. Partecipi forse di quello che qualcuno ha anche detto,
qualcuna per la verità, ma giovane, e quindi si penserebbe senza memoria
storica: “Con la Russia si stava meglio”. Cioè col sistema sovietico, della
sanità, la scuola, il lavoro e un futuro garantiti. Mentre ora c’è la
possibilità d’inebriarsi alla luce del mercato, ma poi c’è tanta fatica. E
questa dura, mentre il mercato ha stufato.
Si è liquidato senza appello –
senza riesame - il sovietismo, la rivoluzione “socialista”. È vero che il
mercato produce più merci, ma è anche vero che è aggressivo, ogni giorno. E
questo pesa. Il riserbo è comprensibile: è gente che ha dovuto emigrare per
sopravvivere alle promesse care del mercato e mantenere la famiglia, figli,
genitori, vivere soli, imparare lingue straniere (il russo serve ancora come
lingua comune), lavorare a ore, molte ore al giorno. È comunque curiosa la
reticenza sulla Russia, che niente e nessuno obbliga a rispettare.
Il nazionalismo nei confronti
dell’imperialismo russo ha molte frecce. Ma la memoria sovietica non è ingrata,
o dell’impero russo pre-sovietico nel suo insieme. Comprese le assurdità dello
stalinismo, peraltro analizzate e digerite – il sovietismo non era il nazismo,
per la questione ebraica ma non solo: per la questione ebraica come di tutte le
nazionalità, rispettate e anzi promosse.
Il vero parlato dei semplici, uno spasso
Un racconto fuori tema, o fuori schema – si direbbe eccezionale. È la storia del tuttofare un po’ scemo di una casa d’appuntamenti a Roma, che racconta le sue giornate. Come e quando fa la spesa per la signora e per le ragazze, o le accompagna con gli “auti” agli appuntamenti, un paio di volte alle Acque Albule, per cui nell’attesa visita la villa Adriana, che gli apre un garbuglio di deduzioni su ciò che è e ciò che non è (fra attribuzioni, ricostruzioni, descrizioni del libro, la guida, subito poi smentite o ridotte a ipotesi), e ha un idillio all’ospedale con una delle ragazze, che si è “sparata” quando l’amica con cui conviveva l’ha lasciata. La storia di un linguaggio ordinario, così come si pratica giorno per giorno, fratto, ripetitivo, mugugnato per lo più, scurrile senza esserlo.
La vita quotidiana del “Professore”, un semplice, al servizio di donne non più complicate di lui, in una casa di via Sallustiana, zona Trinità dei Monti, la bellezza nel suo fulgore. Ma senza slanci, di bellezza o signorilità, o ricchezza: il mondo grigio della piccola gente. Della prostituzione che non è, non si riconosce, non se ne parla. Nella lingua di tutti i giorni: un romanesco in cui ognuno si riconosce - che non è quello contemporaneo di Pasolini, e neppure di Gadda, e nemmeno del Belli, anche lui erudito, molto.
L’edizione Avagliano, una ripresa quasi filologica, è seguita da una nota al testo corposa, di Domenico Scarpa – un omaggio “a Franco Lucentini per i suoi ottant’anni”, nel 2000. Che lo vuole un racconto “tragicamente comico”. Tragicamente? Ma è vero che il risvolto alla prima edizione rimandava a Beckett, alle “monologanti larve di un Beckett”. Scarpa fa grande caso della filosofia che sta dietro il binomio F&L, e specie dietro Lucentini – di cui sottolinea una sorta di ruolo-guida all’interno della “ditta”, per un fondo filosofico costante. Dal suo proprio “Compagni sconosciuti” alle coproduzioni “L’idraulico non verrà”, “A che punto è la notte”. “La cosa in sé”, “L’amante senza fissa dimora”, “Enigma in luogo di mare” – e va aggiunto “Il significato dell’esistenza”. Basandosi soprattutto sui versi di “L’idraulico non verrà”, la parte di Lucentini, le tredici stanze di un Libro I di un poema intitolato “Epigrafica e metafisica”. Un poema di cui non si hanno i libri successivi, ma d’impostazione chiara, per Scarpa, da “Lucrezio trasognato”, col disordine crescente e la morte termica dell’universo. “Ritroveremo questa desolata visione del mondo”, insiste Scarpa, “nelle teorie gnostiche sulle quali è impalcato il romanzo più ambizioso di F&L, ‘A che punto è la notte’” - e qui bisognerebbe citare, con la gnosi, Evola più che Lucrezio, una sorta di esoterismo ragionato. Ma questo “Notizie dagli scavi“ non sembra collimare, se non per il titolo. Bisogna dirlo un racconto-romanzo sfuggito di mano, di vita propria, indipendente e contro l’autore, contro il progetto? Ma Lucentini è forse più di Fruttero lieve, anche nella filosofia - e malgrado il suicidio finale.
È il racconto - “romanzo” lo vuole l’edizione Scarpa-Avagliano – più fortunato di Lucentini. Nel 1964, in prima edizione, titolava una ripresa Feltrinelli di tre racconti, con “I compagni sconosciuti”, già uscito nei “Gettoni” Einaudi, e “La porta”, già pubblicato su “Nuovi Argomenti”. La stessa raccolta è stata ripubblicata nel 1973 da Mondadori, dove F&L erano passati intanto a lavorare, con una lunga prefazione di Fruttero, intitolata “Ritratto dell’artista come anima bella” – una “vita di Plutarco” secondo Citati, di cui lo stesso Fruttero racconterà le peripezie su “La Stampa”, 2 ottobre 1973 (“La prefazione”, occhiello “F. senz L.”).
Nella breve premessa alla prima edizione, 1964, Lucentini parlava di “un filo di autobiografia ideale”. Di una malinconia che c’è, anche molto evidente, negli altri due racconti, ma non in questo, dove si ride: difficile immettervi il racconto del titolo, questo, se non per il gusto mistilinguistico. Qui primario, ridotto alla balbuzie essenziale, ma per questo tanto più pregnante. Scarpa ci vede un progetto filosofico, “una metafisica”, del “professore che intuisce la vanità delle nozioni di tempo e di realtà, e ne approfitta per cominciare a vivere”. Ma è difficile leggere il racconto in questa chiave. E poi, che gusto ci sarebbe?
È comunque un hapax della letteratura, e della letteratura come linguaggio: la testimonianza-scoperta della lingua vera dei poveri veri, di spirito. In anni di sperimentazione linguistica d’invenzione, una sorta di contro-sperimentazione, del sensibile o significativo inarticolato. Di uno scrittore che di linguaggi viveva, scout letterario a Parigi delle letterature di tutta Europa, ferrato traduttore da sette lingue. Ma ai margini del mainstream letterario, mancando di impegno politico, o della piccola socialità romana. Una situazione e un personaggio tanto ovvi quanto eccezionali, per questa lingua “smozzicata”, parlata senza futuro. Con una ironica pubblicità occulta a “Urania” e al “Giallo Mondadori” che F&L in quegli anni curavano.
Franco Lucentini, Notizie dagli scavi, Avagliano, pp. 109 € 7,20
Oscar, pp. 96 € 11
mercoledì 6 settembre 2023
Basta indebolire la Russia, serve contro la Cina
Il cosiddetto Occidente, cioè gli
Stati Uniti, vuole “la pace in Ucraina”, cioè una qualche forma di armistizio,
perché voleva e vuole la Russia indebolita, ma non molto. La vuole isolata
politicamente ed economicamente, quindi nel bisogno, ma non indebolita
militarmente. Il “nemico” dell’Occidente-Usa in questa fase e per i prossimi
decenni è la Cina. Già dalla fine della presidenza Trump, con le iniziative
fatte assumere alla speaker parlamentare
Pelosi. Il nuovo “gioco” kiplinghiano è chiaro alla Farnesina e in Europa,
anche se non si dice.
L’obiettivo della offensiva di
pace è di non rendere la Russia vassalla della Cina. E in qualche modo anzi
ravvivarne le storiche rivalità, in Centro-Asia, nelle vaste repubbliche
post-sovietiche, e nel Pacifico.
Gli Stati Uniti hanno molte
concessioni da fare per portare la Russia a una trattativa, data l’ampiezza
delle sanzioni comminate, e a cui hanno convinto o costretto gli alleati. Non
esclusa una revisione della condanna di Putin da parte della Corte penale
internazionale dell’Aja – che gli Stati Uniti hanno voluto e praticamente
imposto, anche se non riconoscono la Corte (si dà per scontata la permanenza di
Putin al potere a Mosca). Il governo americano può scongelare gli immensi fondi
russi investiti in titoli americani o in deposito presso le banche della
Federal Reserve, bloccati dall’inizio della guerra. E può consentire l’esportazione
immediata di granaglie, in attesa di liberare le esportazioni di gas e petrolio,
e di minerali pregiati.
L’obiettivo che ora si presenta
come “opzione di pace” era manifesto da tempo, perfino dichiarato. Da circa
trent’anni. Al Pentagono, al Dipartimento di Stato e nella pubblicistica.
Dimostrare la debolezza militare della Russia, già manifesta in Afghanistan e in
Cecenia, al netto dell’arsenale nucleare. Scartata l’opportunità di “armare” i
nemici storici della Russia, Polonia e Romania, paesi forti e poco
controllabili, si è puntato sulla
Georgia e sull’Ucraina. La Georgia per la vecchia ostilità, di secoli, l’Ucraina
perché malleabile, data la corruzione diffusa . Due colpi di Stato anti-russi,
sotto apparenze civili, di piazza, sono stati organizzati e finanziati in
Ucraina, dagli Stati Uniti e dalla Germania (a vantaggio di élites che poi sono finite in carcere o
a processo per corruzione).
La prima reazione russa, con l’invasione
e l’annessione della Crimea, è stata risolta con accordi, patrocinati dall’“Occidente”,
mai attuati. Mentre un’altra area di frizione si apriva, contro i russi del Donbass.
L’armistizio che si cerca d’imporre
in Ucraina - di fatto all’Ucraina, con una parte del paese occupata dalla
Russia - non può essere l’avvio di un negoziato di pace: nessun governo ucraino
può, dopo un anno e mezzo di guerra di resistenza, accettare lo status quo. Ma
serve ad avviare il “disgelo” con la Russia, anche con Putin al governo.
Il debito di Nessuno
L’ex ministro del Tesoro Gualtieri,
quello dei bonus edilizi a gogò, si giustifica oggi su “la Repubblica”: il
Superbonus era a tempo, doveva essere bloccato a fine 2021, etc. Il sindaco ora di Roma si vorrebbe Nessuno, eroe omerico furbo a fronte di un ciclope di scarsa vista. Ma inteviene
tardi, e forse giusto perché il danno è di giorno in giorno più grave: ha compromesso
la finanza pubblica, rendendo vani gli sforzi italiani di contenimento della
spesa. Le stime del Fondo Monetario Internazionale, anteriori al bubbone, sui
saldi strutturali del bilancio pubblico 2023 fra i paesi del G 7 davano
l’Italia, con un – 3,8 per cento, in posizione migliore di Francia, Regno
Unito, Giappone e Stati Uniti – e addirittura, unico paese fra i sette, con un
attivo nel saldo primario.
Questi bonus sono stati opera di
governi di sinistra e di destra, con i 5 Stelle e col Pd governando la Lega e Forza Italia. Ma
Gualtieri, tardivo e leguleio, non fuga l’idea di un “partito nascosto” del
debito. Dello spendiamo, e arrangiatevi. A cuor leggero: da una parte impegnando
i condominii (in teoria tutti i condominii d’Italia) in costose ristrutturazioni,
mentre dall’altra le banche, non avendo nessun obbligo di scontare il
superbonus lo hanno scontato finché ci hanno guadagnato facile, poi hanno
chiuso (hanno potuto chiudere) lo sportello. Senza scandalo.
Tutto ciò fa parte della dialettica
politica. Dell’incapacità politica, se si vuole, che il pubblico può sanzionare,
ne ha lo strumento, nel voto ogni pochi mesi. Ma il problema è anche di chi non
ha saputo o voluto opporsi alla spesa pubblica in debito, nella Funzione
Pubblica e nelle istituzioni: da quando si fa spesa senza copertura e senza
controlli?
Su tutti, è un problema anche il
silenzio dei media: non un’indagine, un commento, una spiegazione in mancanza di
altro, di cosa è successo e sta succedendo. Succede nei media come nelle mafie,
dove non si sente, non si vede, non si parla: titoli a iosa su Giorgetti, il Tesoro,
la Ragioneria, i costruttori, e mai una spiegazione, un’analisi, una censura.
Solo perché la slavina è stata avviata dal governo Draghi.
Come fare debito extrabilancio, in Germania
“L’indebitamento
netto effettivo, compresi i fondi speciali (Sondervermögen),
è molto superiore all’indebitamento netto indicato nel bilancio”: la Corte dei
Conti tedesca scopre infine, dopo un decennio, come la Germania fa debito senza
parere. Il governo tedesco chiama fondi speciali, fuori bilancio, le spese per
investimenti di scopo, come il clima, la trasformazione energetica, il riarmo.
E si tratta di ben 869 miliardi, di cui 522 di “debito potenziale” alla fine
dell’anno scorso.
L’indebitamento
“speciale” è di fatto quello che l’Italia chiede da qualche anno a Bruxelles.
Invano. Ma non per un deficit di formulazione giuridica. Perché la Ue va effettivamente
a due velocità: quella della Germania e dei paesi satelliti, e quella degli
altri, aggiustabile, al livello basso.
Fino
a una dozzina d’anni fa, alla crisi del debito e al rischio implosione
dell’euro, la Germania faceva liberamente debito non contabilizzato attraverso
il Kreditanstalt für Wierderaufbau, una banca per la ricostruzione, che essendo
di diritto privato benché di proprietà pubblica si poteva assumere molti debiti
extra bilancio statale - benché ultimamente ridimensionata, aveva un attivo
l’anno scorso di ben 555 miliardi (la Cdp è stata tardivamente rimodellata,
vent’anni fa, sull’esempio tedesco).
Il papa in Mongolia con vista Cina
Un viaggio sfibrante, di una
ventina d’ore, con un jet lag pesante,
di sei-sette ore, per una visita di tre giorni, a una comunità di fedeli che non
riempie una chiesa, e poi si è capito perché: per esprimere “rispetto e
ammirazione per la Cina”. Perché non dirlo da Roma? Perché Ulan Bator è una
finestra sulla Cina? Non lo è, ci sono alcune migliaia di km., e molta storia
avversa, tra la capitale mongola e Pechino.
Certo, non si può escludere un
fenomeno di “fata morgana”, di Pechino trasportata dalle nubi ai piedi di Ulan
Bator, capitale di montagna. Un miracolo, il papa deve credere ai miracoli. Ma
i trascorsi non sono buoni tra i due paesi, e anzi da un secolo la Mongolia
vive all’ombra della Russia, per difendersi dalla Cina – oltre che dal
Giappone. Cosa che naturalmente il papa sa.
E allora? Forse fa più effetto
pregiare la Cina, la Cina di Xi, dall’Asia, da un gentiluomo quasi novantenne
che si fa mezza giornata d’aereo fresco come un giovincello? Forse, ma senza
forse, il papa sottovaluta il comunismo in Cina. Siccome fa affari, penserà che
la Cina di Xi sia uno dei tanti Paesi capitalisti. A cui il comunismo dà
un’anima.
Il candore con cui Francesco ha
spiegato che nomina i suoi vescovi e gestisce le sue parrocchie d’accordo col
governo, come un tempo si faceva con le monarchie europee, pratica deprecabile
e abbandonata da tempo, dice che è così. Anzi peggio, se è vero, come il papa
dice, che ministri del culto e organizzatori cattolici si formano in Italia
scelti e inviati dal governo comunista.
Se sono donne non le vogliamo
Molti maschietti eccellenti sono
stati contattati per allenare la nazionale di calcio femminile. Tutti hanno
detto di no. È curioso. Non deve essere un bell’ambientino.
Curioso anche alla nazionale
femminile di pallavolo, dove Paola Egonu si nega, per la seconda volta in due
anni. Questa volta perché in concorrenza con Ekaterina Antropova. Egonu e
Antropova si direbbero le Rivera e Mazzola del volley, ma anche qui è in
discussione la panchina dell’allenatore.
Almeno nello sport si direbbe che
maschio e femmina ancora fanno la differenza. Anche per il concomitante
scandalo in Spagna, dove la vittoria della nazionale femminile di calcio al
Mondiale è stata offuscata da dimissioni, sanzioni e polemiche dopo il bacio
di un dirigente federale a una calciatrice: tutti schierati con l’atleta, ma a
disagio.
Si direbbe aria di revanscismo.
Il festival del cinema di Venezia s’illustra ospitando con molto glamour tre vecchietti, Roman Polanski,
Woody Allen e Luc Besson. Besson per la verità è solo sessantacinquenne, ma
tutt’e tre hanno trascorsi o sono sotto accusa per molestie e\o violenze
sessuali, a danno di donne.
L’educazione sentimentale di Alvaro, cosmopolita
Quattro
racconti lunghi, la misura più congeniale ad Alvaro, pubblicati nel 1934. “L’uomo
nel labirinto” (titolo poi rubato da Carrisi), successivamente edito spesso a parte,
è un quasi romanzo: è la storia di un giovane meridionale smobilitato dopo la Grande
Guerra a disagio nella Grande Città. Deluso. timoroso di non farcela. Una storia
poi comune, di migrazione interna, di disadattamento, tra speranze sempre rinnovate
e delusioni: la difficoltà per il provinciale di inserirsi.
Gli
altri tre racconti formano o svolgono una sorta di “educazione sentimentale”
alla Flaubert, vaga e solipsistica, anche poco drammatica. “Tra di noi, su quella
spiaggia, accadeva qualche cosa, ma esisteva senza parole e senza possibilità
di spiegazioni”: “Il mare”, il racconto del titolo, è di un mondo misto,
italiano e straniero, ricco e oovero, intelletuale e manuale, che era di Capri
e sarà di Positano. Con la bella Hélène che s’imbarca alla fine col fedele
pescatore che è il suo amore, lasciando i poeti con la febbre.
“Solitudine”
e “L’ultima delle mille e una notte” ambientano le relazioni, sempre vaghe,
incerte, onnivore ma limitate, a Berlino e a Parigi, dove Alvaro fu nel
dopoguerra corrispondente. Una storia di amore intellettuale a Berlino, di
sesso senza parole malgrado i tanti discorsi, e forse senz’anima. E della
voglia di vivere, tra Parigi e Istanbul, che meglio viene in affari – l’amore,
il matrimonio, il protagonista avventuriero e truffatore vive di facciata.
Le tracce di questi racconti sono lievi: accennate, ipotizzate. Come sarà di tutta la narrativa di
Alvaro, dopo la rudezza di “Gente in Aspromonte”. E cosmopolite, senza
esotismi o idiotismi. A Istanbul, altra esperienza di lavoro giornalistico di
Alvaro (ne aveva tratto un libro, “Viaggio in Turchia”, Treves, 1932), il racconto
assume un ritmo comico. Un ritmo e una fantasia che non riemergono altrove nei
tantissimi scritti di Alvaro e invece funzionano: si diventa ricchi perché
Kemal Atatürk ha decretato la fine del fez, con conseguente tassonomia e
filosofia del cappello.
Corrado
Alvaro, Il mare, Rubbettino, pp.
194, ril. € 6
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