giovedì 8 maggio 2025
© dei principati arabi sul Medio Oriente
Gaza, Iran, Houthi, e ora la Siria, gli “sceiccati” della penisola arabica si pongono al centro delle convulsioni di tutto il Medio Oriente, dalla Libia all’Afghanistan. In funzione pacificatoria, e quindi per la loro stessa sopravvivenza, di Stati patrimoniali (Max Weber), cioè di proprietà privata, come nel feudalesimo. Ma con risultati inattesi. Erano sceiccati in senso proprio, di capitribù, ancora quarant’anni fa, e al di fuori del Grande Gioco, prima della guerra del Golfo. Hanno avviato una diplomazia di pace per tutto il Medio Oriente, con risultati positivi.
Il nazionalismo buono
In discussione oggi, anche se l’internazionalismo è morto da un secolo, con Stalin, per il dilagare in Occidente come già in Oriente (India, Cina, lo stesso Giappone) del sovranismo, il nazionalismo, l’analisi del nazionalismo, non ha fatto passi avanti da quello che Gramsci in carcere ne scriveva nel 1930 circa (vi si introducono dei capoversi per facilitarne la lettura):
“[Nazionalismo e particolarismo.] Julien Benda. Un suo articolo nelle
«Nouvelles Littéraires» del 2 novembre 1929: Comment un écrivain sert-il l’universel?
è un corollario del libro «Il tradimento degli intellettuali». Accenna a un’opera
recente, «Esprit und Geïst» del Wechssler, in cui si cerca di dimostrare la
nazionalità del pensiero e di spiegare che il Geist tedesco è ben diverso dall’esprit
francese; invita i tedeschi a non dimenticare questo particolarismo del loro
cervello e tuttavia pensa di lavorare all’unione dei popoli in virtú di un
pensiero di André Gide, secondo cui si serve meglio l’interesse generale quanto
piú si è particolari.
“Il Benda ricorda il manifesto dei 54 scrittori francesi pubblicato nel
«Figaro» del 19 luglio 1919, «Manifeste du parti de l’Intelligence» in cui si
diceva: «N’est-ce pas en se nationalisant qu’une littérature prend une
signification plus universelle, un intérêt plus humainement général?». Per il
Benda è giusto che l’universale si serve meglio quanto piú si è particolari. Ma
una cosa è essere particolari, altra cosa predicare il particolarismo. Qui è l’equivoco
del nazionalismo, che in base a questo equivoco pretende spesso di essere il
vero universalista, il vero pacifista. Nazionale, cioè, è diverso da
nazionalista. Goethe era «nazionale» tedesco, Stendhal «nazionale» francese, ma
né l’uno né l’altro nazionalista.
“Un’idea non è efficace se non è espressa in qualche modo,
artisticamente, cioè particolarmente. Ma uno spirito è particolare in quanto
nazionale? La nazionalità è una particolarità primaria; ma il grande scrittore
si particolarizza ancora tra i suoi connazionali e questa seconda
«particolarità» non è il prolungamento della prima. Renan, in quanto Renan non
è affatto una conseguenza necessaria dello spirito francese; egli è, per
rapporto a questo spirito, un evento originale, arbitrario, imprevedibile (come
dice Bergson). E tuttavia Renan resta francese, come l’uomo, pur essendo uomo,
rimane un mammifero; ma il suo valore, come per l’uomo, è appunto nella sua
differenza dal gruppo donde è nato. Ciò appunto non vogliono i nazionalisti,
per i quali il valore dei grandi intellettuali, dei maestri, consiste nella
loro somiglianza con lo spirito del loro gruppo, nella loro fedeltà, nella loro
puntualità ad esprimere questo spirito (che d’altronde viene definito come lo
spirito dei grandi intellettuali, dei maestri per cui si finisce sempre con
l'aver ragione).
“Perché tanti scrittori moderni ci tengono tanto all’«anima nazionale»
che dicono di rappresentare? È utile, per chi non ha personalità, decretare che
l’essenziale è di essere nazionali. Max Nordau scrive di un tale che esclamò:
«Dite che io non sono niente. Ebbene: sono pur qualche cosa: sono un
contemporaneo!». Cosí molti dicono di essere scrittori francesissimi ecc. (in
questo modo si costituisce una gerarchia e una organizzazione di fatto e questo
è l’essenziale di tutta la quistione: il Benda, come il Croce, esamina la
quistione degli intellettuali astraendo dalla situazione di classe degli
intellettuali stessi e dalla loro funzione, che si è venuta precisando con l’enorme
diffusione del libro e della stampa periodica). Ma se questa posizione è
spiegabile per i mediocri, come spiegarla nelle grandi personalità? (forse la
spiegazione è coordinata: le grandi personalità dirigono i mediocri e ne
partecipano necessariamente certi pregiudizi pratici che non sono di danno alle
loro opere).
“Wagner (cfr. l’Ecce homo di
Nietzsche) sapeva ciò che faceva affermando che la sua arte era l’espressione
del genio tedesco, invitando cosí tutta una razza ad applaudire se stessa nelle
sue opere. Ma in
molti il Benda vede come ragione del fatto la credenza che lo spirito è buono
nella misura in cui adotta una certa maniera collettiva di pensare e cattivo in
quanto cerca di individuarsi. Quando Barrès scriveva: «C’est le rôle des
maîtres de justifier les habitudes et préjugés qui sont ceux de la France, de
manière à préparer pour le mieux nos enfants à prendre leur rang dans la
procession nationale», egli intendeva appunto che il suo dovere e quello dei
pensatori francesi degni di questo nome, era di entrare, anch’essi, in questa
processione.
“Questa tendenza ha avuto effetti disastrosi nella letteratura
(insincerità). In politica: questa tendenza alla distinzione nazionale ha fatto
sí che la guerra, invece di essere semplicemente politica, è diventata una
guerra di anime nazionali, con i suoi caratteri di profondità passionale e di
ferocia. Il Benda conclude osservando che tutto questo lavorio per mantenere la
nazionalizzazione dello spirito significa che lo spirito europeo sta nascendo e
che è nel seno dello spirito europeo che l’artista dovrà individualizzarsi se
vuol servire l'universale. (La guerra appunto ha dimostrato che questi
atteggiamenti nazionalistici non erano casuali o dovuti a cause intellettuali –
errori logici, ecc. –: essi erano e sono legati a un determinato periodo
storico in cui solo l'unione di tutti gli elementi nazionali può essere una
condizione di vittoria. La lotta intellettuale, se condotta senza una lotta
reale che tenda a capovolgere questa situazione, è sterile. È vero che lo
spirito europeo sta nascendo e non solamente europeo, ma appunto ciò inasprisce
il carattere nazionale degli intellettuali, specialmente dello strato piú
elevato)”.
(A. Gramsci, “Quaderni del carcere”, Quaderno 3 (XX) § (2))
Verità e pregiudizio
Viviamo di “bias di conferma”, di propensione
alla conferma – di pregiudizi. Crediamo quello che sappiamo – che presumiamo di
sapere. Quando ci siamo formati un’opinione, di noi stessi e degli altri, ma anche
degli eventi, quella è la (nostra) verità, e non cambia. Non facilmente. Un “fatto”
di cui non si tiene abbastanza conto, nell’informazione e nell’analisi
politica. Che è diventato quasi fisico, si può aggiungere, materiale, con la “rete”,
per la natura incontrollabile della rete stessa, la libertà che ne fa il
pregio, e con google (i blogger, i social, la disinformazione).
Recensendo tre libri usciti otto anni fa (non
tradotti in Italia), di due coppie di psicologi, “The Enigma of Reason” di Hugo
Mercier e Dan Serber, “The Knowledge Illusion: Why We Never Think Alone”, di
Steven Sloman e Philip Fernbach, e “Denying to the Grave:Why We Ignore the
Facts That Will S av Us”, di Jack e Sara Gorman, l’autrice, premio Pulitzer per
la saggistica divulgativa, rafforza le loro conclusioni con gli studi analoghi
effettuati mezzo secolo prima all’università di Stanford. Con due ricerche, nel
1975 e “qualche anno dopo” (nel 1980, n.d.r.: Anderson, C.A., Lepper, M.R.,
& Ross, L., “The perseverance of social theories: The role of explanation in the persistence of
discredited information”).
Nei due esperimenti di Stanford agli studenti
veniva posto un dilemma con una doppia verità. Poi si stabiliva chi si era
approssimato a quella giusta. Poi si rivelava che tutto era una messinsecna,
che non c’era una vera graduatoria di chi aveva indovinato la verità e di chi
non c’era riuscito. E si invitavano gli studenti a rivedere le loro conclusioni
e a motivarle. La maggior parte confermavano la risposta precedente.
Agli
studenti “furono presentate coppie di biglietti di suicidio. In ogni coppia, un
biglietto era stato scritto da una persona a caso, l’altro da una persona che
si era successivamente tolta la vita. Agli studenti fu chiesto di distinguere i
biglietti autentici da quelli falsi”. Alcuni ci indovinarono, fno a 24 casi su
25. Altri “identificarono la nota autentica solo in dieci casi”. Si rivelò
allora che metà degli appunti erano “autentici - autentici – erano stati
ottenuti dall'ufficio del medico legale della contea di Los Angeles”, ma che “i
punteggi erano fittizi”. Si è spiegato
che “che il vero scopo dell'esercitazione era valutare le loro risposte
al pensiero di avere ragione o torto”. E si chiese “agli
studenti di stimare quanti biglietti di suicidio avessero effettivamente
categorizzato correttamente e quanti, secondo loro, uno studente medio avrebbe
indovinato”. L'esito fu che i “migliori” si confermavano migliori, i “peggiori”
peggiori. Anche se era un altro tipo di giudizio che veniva richiesto. “Una
volta formate”, osservarono seccamente i ricercatori, “le impressioni sono
straordinariamente perseveranti”.
Elizabeth Kolbert, Why
Facts don’t Change Our Minds, “The New Yorker” 19 febbraio 2017, free
online (leggibile col traduttore google)
mercoledì 7 maggio 2025
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (592)
Giuseppe Leuzzi
“1,7 milioni le imprese attive nel Mezzogiorno a fine
2024. Pari a un terzo del totale nazionale”. Giusto: un terzo della
popolazione, un terzo delle “imprese” in Camera di Commercio. Quanto fatturato
non si dice – un decimo, anche meno.
L’ingegno non manca, né l’iniziativa.
Mancano i capitali, il contesto (la storia), la rete, produttiva e commerciale.
E lo Stato, comprese le Regioni: sicurezza, burocrazia, promozione.
“Le superragazze
di Conegliano, loro anche la Champions del volley: le venete hanno vinto anche
scudetto, Coppa Italia, Supercopa e Mondiale”. Una squadra che non ha nulla di
Veneto, solo i soldi: tutte straniere. Uniche due italiane Monica De Cescenzo, Sorrento,
e Cristina Chirichella, Napoli.
Si ordina un hamburger, da consegnare
a 25 km. di distanza, con un rider, per 3,20 euro lordi, 50 km. andata e
ritorno. Senza vergogna. Succede a Portoguraro e non fa scandalo.
Prestipino e De Gennaro, grandi
carriere sul fronte antimafia, vanno sotto processo per concorso esterno in associazione
mafiosa. Un reato di cui chiunque può essere gravato, all’umore del più piccolo
Procuratore della Repubblica, anche solo per averne scritto o scherzato su. Per
un’opera, il Ponte sullo Stretto, al di sopra di ogni mafia, essendo solo in
mente Dei – sotto forma di Salvini.
Anche se – Scarpinato, 5
Stelle – c’è pure un “Dio mafioso”. Dalle stelle si vedrà meglio.
Gaetano Livrea, rettore a
Messina, 1975-1983, il primo dopo il rettore a vita Pugliatti, giurista, musicologo,
letterato, amico di Quasimodo e di La Pira, si cita per aver rifiutato la
laurea honoris causa a Sciascia, con questa motivazione: “Il grado di
elevatezza intellettuale, morale e artistico-letteraria di Sciascia, è tale che
da un simile riconoscimento nessuna convenienza o beneficio, nell’ambito
spirituale, potrà ricavarne la di Lui superiore personalità”.
Che è molto “meridionale”, lo humour
bizzarro. Ma Livrea era triestino.
Se la libertà
viene dal Sud, con le “masse”
L’idea libertaria dell’Italia,
socialista, repubblicana, matura al Sud, anzi in Calabria. Nelle “masse”
contadine del 1799 che fanno la guerra per gli usi civici, per le terre comuni.
Nel “moto insurrezionale” del 1844 “a Cosenza, e il sacrificio dei fratelli Bandiera,
che sperarono di abbattere i Borboni partendo dalla Calabria”, G. Galasso, “Calabria,
paese e gente difficile”, 79 – “l’impresa doveva riuscire a Garibaldi partendo
dalla Sicilia sedici anni dopo”. E, si
può aggiungere, ebbe l’ultimo sfogo con l’occupazione delle terre in Calabria, tra
il 1945 e il 1949.
In un lungo saggio del 1984,
contributo agli scritti in memoria di Francesco Compagna, “Vecchi e nuovi termini
della questione meridionale” (ora ripubblicato in “Calabria, paese e gente difficile”),
Giuseppe Galasso dà una diversa lettura anche del movimento massista del cardinale
Ruffo nel 1799 – che pure portò alla caduta della Repubblica giacobina a Napoli.
Al § “Jacquerie, banditismo, emarginazione”, lo storico ricorda che “la lotta del
potere costituito contro i banditi esige a volte vere e proprie campagne,” militari
e di opinione. Ma, ha già premesso, “il banditismo esprime il disagio di una
civiltà contadina polarizzata da tensioni violentissime e senza possibilità di mediazione”.
In Calabria, dove il
banditismo “fu uno dei più violenti”, “all’epoca di Masaniello” e nel 1799 “le
masse contadine calabresi fecero il loro grande, ultimo sforzo per estirpare
gli abusi del regime feudale, e per ripristinare ed ampliare la sfera dei
diritti delle comunità”. È in questa ottica che paradossalmente nel 1799 i
contadini delle “bande del cardinale Ruffo, che insorsero contro i Francesi e
la Repubblica Napoletana”, con particolare ferocia, in Calabria e a Napoli, “si
mossero a sostegno della posizione feudale e lottarono duramente contro i «patrioti»
giacobini, che sostenevano la soppressione del feudalesimo”. La ragione era la
stessa che nel 1647-48, delle rivolte di Masaniello.
Lo storico, che ha indagato i
due movimenti, sa il perché dell’apparente contraddizione: “Tra l’atteggiamento
contadino del 1647-48 e quello del 1799 corre una profonda analogia. In
entrambi i casi i contadini lottarono, infatti, per gli usi civici, per le
terre comuni, per i diritti assicurati alle popolazioni nel quadro del regime esistente.
Ai tempi d Masaniello la lotta era stata soprattutto contro le usurpazioni
feudali. Nel 1979 faceva paura l’affermazione incondizionata del principio della
proprietà privata della terra, che avrebbe privato le comunità rurali e i loro
membri dei complementi indispensabili alle loro magre economie familiari. Nei «borghesi»
e nei non pochi «aristocratici» che si erano schierati per la Repubblica e per
l’abolizione del feudalesimo i contadini vedevano i pericolosi demolitori delle
poche garanzie tradizionali del loro stato di cui avessero nozione”.
Sia nel 1647-48 che nel 1799
essi si batterono, inoltre, per un alleviamento del carico fiscale del quale erano
pesantemente gravati, e la materiale impossibilità in cui si trovò la Repubblica
di fare alcunché al riguardo decise in gran parte il loro atteggiamento”.
Si potrebbe anche risalire a due
secoli prima di Masaniello. Nel secondo Quattrocento Alfonso d’Aragona, Alfonso
V poi I, suo figlio Ferdinando I, detto Ferrante, e poi, dopo il flagello Carlo
VIII, il secondo figlio di “don Ferrante”, Federico I, per fiaccare la feudalità,
oltre a invitare nel Regni i combattenti albanesi, crearono una robusta rete di
Comuni demaniali. Subito dopo la congiura dei baroni quasi tutti i paesi ottennero
in Calabria la demanialità. Durò poco, nel primo Cinquecento
Ferdinando III, smaltita la paura, si riprese quasi tutte le concessioni. Ma
incontrò forti resistenze, quasi ovunque, specie a Santa Severina, Catanzaro, Monteleone
(Vibo Valentia), Stilo.
Il “massismo”, si direbbe con
altro linguaggio, fu una rivolta di classe.
(continua)
Intellettuali
siciliani
Erano poca cosa al tempo di
Gramsci in carcere, un secolo fa, poco meno. Questa la nota (raccolta ne “Gli
intellettuali”) che li concerne:
“Intellettuali siciliani.
Rivalità fra Palermo e Catania per contendersi il primato intellettuale
dell'isola. – Catania chiamata l’Atene siciliana, anzi la «sicula Atene». –
Celebrità di Catania: Domenico Tempio, poeta licenzioso, la cui attività viene
dopo il terremoto del 1693 che distrusse Catania (Antonio Prestinenza collega
il tono licenzioso del poeta al fatto del terremoto: morte – vita– distruzione
– fecondità). – Vincenzo Bellini, contrapposto al Tempio per la sua melanconia
romantica. Mario Rapisardi è la gloria moderna di Catania. Garibaldi gli
scrive: «All’avanguardia del progresso noi vi seguiremo» e Victor Hugo: «Vous
êtes un précurseur». – Rapisardi-Garibaldi Victor Hugo. – Polemica
Carducci-Rapisardi. – Rapisardi-De Felice (il primo maggio De Felice conduceva
il corteo sotto il portone di Rapisardi). – Popolarismo socialista mescolato
col culto superstizioso di Sant’Agata: quando Rapisardi in punto di morte si
volle che rientrasse nella Chiesa: «Tal visse Argante e tal morí qual visse»
disse Rapisardi. – Accanto al Rapisardi: Verga, Capuana, De Roberto, che però
non considerati «sicilianissimi», anche perché legati alle correnti
continentali e amici del Carducci – Catania e l’Abruzzo nella letteratura
italiana dell'Ottocento.
L’ultima frase è curiosa, ma si
sa che Gramsci sa sempre di cosa parla. Rapisardi che mopolizza tutto è la
Sicilia. Verga, Capuana, De Roberto?
Manca Pirandello. Perché autore
romano, internazionale? Ma scriveva, commedie e novelle, anche in siciliano.
Perché si era solennemente iscritto al fascismo all’assassinio di Matteotti?
Vedi Napoli e poi
muori
Un (doppio) errore materiale
in Giuseppe Galasso, “Calabria, paese e gente difficile”, p. 135 (“si ricordi
sempre Creuzé de Lasseur, che ancora nel 1906 proclamava: «L’Europa
finisce a Napoli, e vi finisce anche assai male»”) riporta alla memoria un
viaggiatore di cui s’è persa la traccia, che a suo tempo fu una sorta di gemello
in tutto, se non un esempio, di Stendhal, carriera amministrativa (modesta) con
Napoleone compresa. Autore anche lui di un “Viaggio d’Italia e Sicilia” – che
fu il motivo della sua precoce disgrazia presso Napoleone, il quale per Napoli
progettava un regno familiare, il primo. L’unico “Viaggio in Italia” che non si
ripubblica, anche se a lui si deve il leitmotiv della futura “questione
meridionale”: “L’Europa finisce a Napoli, e vi finisce anche assai male. La Calabria, la Sicilia,
tutto il resto è Africa”.
Auguste Creuzé de Lesser era
stato segretario di legazione a Parma, ed era deputato quando fece il viaggio. Fu
cacciato dall’amministrazione quando pubblicò il “Viaggio”, e riemerse con la
Restaurazione, prefetto e poi barone. Nell’intervallo visse agiatamente con le
commedie, di cui fu prolifico.
Che c’entra Stendhal? Era un
italianofilo, anche lui. Poeta nella vena di Giovenale e di Alessandro Tassoni
– che imitò e tradusse. Autore di romanzi in versi – sui cavalieri della Tavola
Rotonda (il primo, “La Table Ronde”, è di 50 mila versi). Soprattutto fertile
autore di teatro, l’invidia di Stendhal.
Il ritratto che ne fa il
Larousse, tratto da “un contemporaneo”, è molto lusinghiero: “Questo amabile
scrittore, nota un contemporaneo, ha ottenuto e conservò sempre un nome onorevole.
Una giocondità piena di franchezza e di vivacità, una originalità non meno
vera, uno spirito indipendente e piccante insieme, che non polemizza mai sulla
parola altrui, ciò che gli inglesi chiamano humour, una semplicità forse
troppo spesso trascurata, ma ancora più spesso elegante e graziosa, questi i
tratti caratteristici del suo talento, e questo talento sa spesso anche
elevarsi a belle e felici ispirazioni”.
Un autoritratto? Ma è
dimenticato, bisogna dire, anche in Francia. Il Sud non porta bene - Stendhal se l’inventò, doveva scriverne epr
guadagnare ma si tenne a distanza, e poco.
La Calabria d’un
fiato
Fenomenale sintesi della
Calabria, a ogni riguardo esatta, fa Ulderico Nisticò, grecista di Soverato, ,
in “Controstoria della Calabria”, 41. Nell’anno Mille, quando si configurava,
come oggi:
“La nostra terra ha preso
ormai il nome di Calabria, e nessuno più ricorda né Elleni né Bruzi, e tantomeno
i remotissimi Itali, Enotri e Siculi. È una terra del tutto nuova, e vi si
aggiungono soldati e coloni da ogni luogo dell’impero (bizantino, n.d.r.); ma
anche da ogni luogo musulmano e del Mediterraneo.
“Quanto alla lingua, quella greca
bizantina è ufficiale e veicolare, e da questa derivano, con molti termini, le
strutture del dialetto della Calabria meridionale; ma non mancano sacche di latinità
e, secondo il Rohlfs, di grecità classica; mentre proprio l’espansione verso
Nord, e l’aver compreso tra i confini del catepanato anche le genti di lingua
latina della Puglia e della Basilicata, favoriscono la penetrazione di questa
lingua, ormai il volgare, nei territori di più antica grecità”.
Cronache della differenza: Puglia
“Ariano di Puglia
è un paese di Lucania che tiene ancora d’Irpinia, vale a dire della Campania” -
Antonio Baldini, “L’Italia di Bonincontro”. Oggi è Ariano
Irpino – dal 1930, dopo la divertita incursione che vi fece lo scrittore. Ma
era nei secoli Ariano di Puglia.
Ancora Baldini su Ariano: “Il
garibaldino Antonio Binda, di passaggio per Ariano, annotava: «Non so se si
debba all’aria finissima o alle sue eccellenti acque la floridezza e robustezza
di queste ragazze, ché, anche le più civili, di 14 anni al petto pronunciatissimo
si giudicherebbero di 19 o 20 almeno”.
Ariano di Puglia e d’Irpinia vive tutta nella memoria di un suo P.P.P.
monumenti, strade, scuole. Di Pietro Paolo Parzanese, di memoria evidentemente grata
– anche se la sua poesia, secondo il malizioso Baldini, “s’impigliò nelle
scuole elementari, non giunse mai al popolo”.
Fu a lungo Langobardia, con capitale
Bari – per due secoli, a cavaliere del Mille. Con un territorio esteso a tutta
la Puglia, compreso il Salento. Fatto noto ma che si trascura. Dall’876, quando
Bari, indebolita dalle guerre fra potentati longobardi, chiese l’aiuto di Otranto,
contro i Saraceni. Otranto si unì a Bari, e il gastaldo longobardo di Bari prese
a governare giurando fedeltà all’imperatore bizantino – protetto dalle truppe
imperiali, tra esse i mercenari variaghi, altra tribù germanica.
Era la Puglia dei
miracoli già un secolo fa, quando Baldini vi fece il sul viaggio. Padre Pio già
famoso anche se giovane - ma fortissimamente muto. Un sindacalista monco che dà
i numeri del lotto - Italia impazzita. E
i preti: il “prete pugliese” Baldini trova speciale, garantito nella sua
libertà, di pensiero e di costumi, dalla marginalità: “trascurato da tutti i regimi
passati…nel Risorgimento il prete pugliese poté essere schiettamente liberale e
la sottana non dargli fastidi”.
Per liberale
Baldini intende massone.
“Per via di Foggia”.
A San Giovani Rotondo Baldini va a conoscere padre Pio, giovanissimo. “Gli dicemmo
che venivo da Roma via Foggia. Quel nome di Roma non parve interessarlo affatto”.
“Da Foggia? Quanto tempo ci avete messo?” - è l’unica frase che il giovane
frate, riservatissimo, dirà.
Si riproduce il
“per via di Foggia” delle reclute che si smarrivano con la “bassa” militare. Per
tornare a casa in licenza o al congedo, da Napoli, da Roma, da Casarsa, capitava
che facessero il giro largo - se sbagliavano treno dovevano sempre andare
avanti, non potevano tornare indietro. “Foggia”
come una Finisterre, in capo al mondo.
“Ricordo che Cavour nel 1847”, si legge in Giuseppe
Galasso, “Calabria, pase e gente difficile”, 111, “calcolava il valore di tutte
le esportazioni dall’Italia «considerata come un solo Paese» in 500 milioni di
lire piemontesi, di cui 300 dovuti alla seta, quasi tutta del Nord, e 100 all’olio,
quasi tutto meridionale”. E aggiunge: “Ma si sa pure che il grande centro
oleario napoletano era in Puglia, dove
il porto di Gallipoli costituiva il polo di esportazione di quel prodotto,
richiestissimo anche per uso industriale, come per il sapone di
Marsiglia”.
La Puglia fa tuttora, con la
Calabria, oltre i due terzi dell’olio d’oliva prodotto in Italia, con le
coltivazioni e le rese più pregiate, e la quasi totalità delle esportazioni. M
la fiera dell’Olio Evo, “Olio Capitale”, si tiene a Trieste.
Bari un tempo era un polo fieristico
– la Milano del Sud. Ancora a fine Novecento si proponeva come la “piattaforma”
italiana, europea, verso la ricchissima penisola arabica – dove l’affare più
piccolo sarà poi di miliardi. Ora punta sul turismo. Sulle navi da crociera, sul
piccolo commercio.
La
Puglia è la prima regione in Italia per la produzione di elettricità fa fonte
eolica e la seconda da pannelli solari. Un business ricco, anche se per
pochi. Ma da massimo “consumo del territorio”. Meglio le rendite dell’applicazione,
anche se a un costo per gli altri, per tutti?
Di solito questi “investimenti” in rendite pubbliche
si giustificano con l’occupazione, che però in questi settori non c’è.
Con “Gerri” sono una dozzina le serie tv ambientate in
Puglia. Con gran risalto di bellezze naturali, anche dei corpi, e se c’ un
delitto senza la cupola mafiosa. Dopo la Sicilia, location predestinata
per vari motivi (scrittori, storia, monumenti, tradizione tardoottocentesca del
Gran Turismo, a Taormina, Siracusa, Palermo). Un’estensione del “modulo hawaiano”,
dell’economia vacanziera?
Avviandosi la Puglia sulle orme della Sicilia, monumenti-spiagge-cucina,
si tentò di gravarla di una quarta mafia, spentosi il contrabbando. Ma non ci
sono riusciti.
leuzzi@antiit.eu
Il Carnevale di Irène, tra cinema a madre (“odiosa”)
Il racconto del titolo, quello analogo, “La
sinfonia dI Parigi”, e il “Natale”, le tre storie più importanti, storie d’amore,
sono pensate per il cinema – “trattamentoni”. Le altre pure, ma meno articolate:
suggestioni, atmosphere, scenette. Non scritte, buttate giù - “soggetti”. A un
certo punto, mentre contemporaneamente si avviava a scrivere i romanzi e i racconti
meglio riusciti, Irène puntava sul cinema, come mezzo espressivo più rapido e
più proficuo. S’inventa quindi personaggi, soprattutto ragazze, e situazioni che
avrebbero dovuto farla ricca con poco. Il tocco c’è sempre, ma sono prose pr lo
più svagate.
Quelle iniziali, le quattro storie di “Nonoche”,
danno il tono della raccolta: Nonoche e l’amica Louloute sono due ragazze
svagate e un po’ tonte, ma simpatiche come i diminutivi vogliono dire, all’avventura
in città, in cerca di un uomo ricco - ruoli comici. C’è una festa di fine anno,
di ragazze ricche e sbracate, in casa, con la mamma attempata, per strada, nei
bar, invidiate dalle prostitute. E molte scene, frammenti, più che racconti. “La
Njanja”, la tata russa, da anni attende una forte nevicata su Parigi. Un’altra
tata bussa alla porta di una coppia che si veste litigando per il cenone di Natale
per ricordare i bambini, che “vi aspettano da ore per appendere le calze al
camino”.
I racconti di Nonoche, in forma
di “dialoghi comici” con l’amica Louloute, altrettanto sgallettata, furono
pubblicati sulle riviste satiriche “Fantasio” e “Le rire”. I “Nonoche”, brevi
dialoghi tutto pepe, sono cinque. I quattro qui pubblicati sono di Irène
diciottenne, quando, approdata infine a Parigi attraverso mille peripezie dalla
Russia rivoluzionaria, frequentò per un periodo la Sorbona: “Dalla
chiaroveggente”, “Al Louvre”, “In villeggiatura”, “Al cinema”. È una vena
comica ignota ai critici. E anche ai biografi, Philipponnat e Lienhardt. Una
lievità che dà una luce nuova alla sua opera, e anche alla tragedia personale,
nella guerra e l’antisemitismo. Nonoche è un personaggio alla Colette, senza il
sussiego. Con qualcosa in anticipo su dadaismo e surrealismo, e molto in
anticipo su Queneau e Boris Vian.
In appendice una prosa diversa. Un racconto
mai scritto, anche se molto pensato, “I giardini di Tauride”, su un tema più
nelle corde della scrittrice, l’’emigrazione, l’ebraismo. Un progetto del 1934,
mentre scriveva “Il vino della solitudine”. Un testo che, più per la storia, si
legge per le note dell’autrice su se stessa, le riflessioni sui personaggi, i
caratteri, le espressioni che le si impongono.
Usando come titolo una di queste riflessioni,
“Forse un amante sarebbe di troppo?”, Teresa Lussone, che ha lunga
dimestichezza con l’eredità Némirovski e ha curato la raccolta, la spiega in
appendice. Irtène se lo chiede a proposito della “madre-tipo” di cui ha deciso
di scrivere (“non appena trovo una madre odiosa, acida, detestabile, sto subito meglio!”): “Forse, in un libro breve, un amante sarebbe di troppo?” – non graverà
la madre, nei tanti racconti “odiosi” che ne farà, di un amante.
Irène Némirovsky, Il Carnevale di Nizza
e altri racconti, Adelphi, pp. 310 € 19
martedì 6 maggio 2025
I papi italiani fecero il Risorgimento - f.to Gramsci
“Perché ad un certo punto la maggioranza dei cardinali fu composta di
italiani e i papi furono sempre scelti tra italiani? Questo fatto ha una certa
importanza nello sviluppo intellettuale nazionale italiano e qualcuno potrebbe
anche vedere in esso l’origine del Risorgimento. Esso certamente fu dovuto a
necessità interna di difesa e sviluppo della Chiesa e della sua indipendenza di
fronte alle grandi monarchie straniere europee, tuttavia la sua importanza nei
riflessi italiani non è perciò diminuita. Se positivamente il Risorgimento può
dirsi incominci con l'inizio delle lotte tra Stato e Chiesa, cioè con la
rivendicazione di un potere governativo puramente laico, quindi col regalismo e
il giurisdizionalismo (onde l'importanza del Giannone), negativamente è anche
certo che le necessità di difesa della sua indipendenza portarono la Chiesa a
cercare sempre piú in Italia la base della sua supremazia e negli italiani il
personale del suo apparato organizzativo” – Antonio Gramsci, “Gli intellettuali”,
p. 28.
Il papa ora non è più “italiano”. È finita la carica risorgimentale – l’Italia
non ha più nemici, non conta? Oppure è cambiata l’ottica della chiesa, col
Concilio Vaticano II – per un “risorgimento” del mondo?
Cronache dell’altro mondo – immigratorie (340)
Oggi come cent’anni fa New York esercita un’attrazione gravitazionale.
La gente arriva da tutto il mondo per “fare arte, soldi, guai, l’amore, un nome.
E ci rimane perché non può immaginare alcun altrove.
A New York City un’economia sommersa facilita ai nuovi arrivati la ricerca
di un posto per dormire. Talvolta solo un letto e una tenda.
Nel Queens, al primo piano di un edificio in East Elmhurst, dodici
immigrati condividono un appartamento. Quattro camere, ognuna occupata da una coppia
giovane, che paga da 800 a 1.100 dollari al mese. Una delle coppie condivide la
stanza con la figlia di cinque ani e lo zio della moglie. Nella stretta entrata
tende da doccia chiudono una quinta “stanza” con due letti affiancati stretti, occupati
da due uomini. Una piccola cucina è l’unica area in comune. In assenza di
privacy, dopo avere schiacciato gli scarafaggi.
A New York, “uno dei mercati degli affitti più cari degli Stati Uniti”,
sistemazioni ultraaffollate cme questa in East Elmhurst sono diffuse a variate.
Specialmente nei sobborghi.
Negli ultimi anni la maggior parte degli immigrati sono venuti dal
Venezuela, la Colombia e l’Ecuador.
(“The New Yorker”)
Il papa arriva a sorpresa
Il racconto di come si
sceglie un papa, che è un atto cerimoniale e tuttavia aperto - ambiguo e sofferto.
Questo è particolare perché attuale, essendo aperto il conclave di fatto da
tempo, dall’inizio della crisi respiratoria di papa Bergoglio. Ma il canovaccio
è quello: i favoriti non convincono, le sorprese si sgonfiano ad horas. Naturalmente
non senza un intrigo, o due. E la scelta sarà naturalmente a sorpresa.
Più attuale, e sorprendente
di fatto, doppiamente, risulta il film a chi avesse letto il romanzo di Robert
Harris da cui è tratto, pubblicato a metà 2016 – quindi scritto, si presume, da
qualche mese o anno. Muore un papa umorale come sarà Francesco, che fa e disfa,
più spesso in solitario e in privato. Un accostamento cui lo lo stesso Harris poteva
già invitare, protestando il contrario, nell’avvertenza: “Il defunto Santo
Padre descritto in ‘Conclave’ non intende essere il ritratto dell’attuale
papa”. Poco dopo, mentre descrive la Casa Santa Marta, precisando del papa
defunto: “Dopotutto, un eccesso di semplicità era anch’esso una forma di
ostentazione, e il compiacimento per la propria umiltà un peccato”.
Un grande capitale, insomma,
di informazione e di giudizio, mette in campo Harris a ridosso di appena un anno
o due di pontificato bergogliano – ma è, si sa, il miglior conoscitore e narratore
della romanità, antica e contemporanea. La seconda sorpresa è invece epocale,
uscendo il film in epoca trumpiana: quanta differenza da un’epoca DEI
trionfante – diversità, equità, inclusione - al suo rigetto o abbandono. In appena
otto anni.
Il film, affidato al
tedesco Berger, superpremiato due anni fa agli Oscar per “Niente di nuovo sul fronte
occidentale”, altro adattamento di romanzo famoso, dà corpo con le immagini
pagina per pagina, si può dire, al romanzo. Aiutato da un cast scelto con
fine appropriatezza: chissà come sono i veri cardinali, ma Ralph Fiennes nel
ruolo principale, Stanley Tucci, Castellitto padre, John Lightgow, e gli altri
innumerevoli comprimari sembrano tutti, ognuno per il suo verso, porporati nati
– non sapremmo immaginarli diversi.
Qualcosa del film - gli ambienti, le caratterizzazioni - rinvia irresistibilmente all’“Habemus papam” di Nanni Moretti. L’unico film sul Vaticano, il conclave, il papa, che non è stat riesumato in questi giorni.
Edward Berger, Conclave
lunedì 5 maggio 2025
Ombre - 773
“Conclave,
nuovi veleni su Parolin e Tagle. Ma ci sarebbe un motivo politico: i due cardinali
sostengono il dialogo con la Cina”. Che è l’oggetto di tutte le offensive
americane, di intelligence ed economiche (dazi). Singolare che questo
fatto così evidente della politica americana non sia recepito. Perfino
dichiarato sul piano economico: è la Cina che deve rivalutare (l’euro lo ha già
fatto, abbondantemente, lo yen finirà per accodarsi), rispettare i brevetti, e
non praticare il dumping – non così a man bassa come ha fatto e fa.
È singolare
come la giustizia, sia sportiva che ordinaria, sottovaluti le mafie dei tifosi Inter,
con assassinii, almeno tre, e ferimenti vari. Mentre sono sensibilissime, con
processi “gridati” prima di essere celebrati, e condanne sostanziose della (sostanzialmente)
inappellabile giustizia sportiva, nel caso di un altro club, la Juventus – che
pure ha fatto di tutto per combattere il bagarinaggio e altri soprusi. Una ragione
non si trova. Se non che la giustizia non sente ragioni?
Molte le
“notizie” e le valutazioni su Mps, Mediobanca, Generali, Unicredit, Bpm, ma
tutte col preambolo “operazioni di mercato”, non un solo accenno all’evidenza:
all’entrata brusca del governo nelle partite bancarie. A fini di potere. Spingendo
al passaggio di Mediobanca-Generali sotto Mps, cioè sotto il Tesoro, con la
fusione poi alla pari di Mps così gonfiata con Bpm. Anche nei media non meloniani,
di Cairo, di Elkann.
Viene da pensarci
oggi che si scorre su “Milano Finanza” l’unica lettura finora apparsa dell’evidenza
– peraltro molto rispettosa per il ministro leghista Giorgetti (ma con la
pubblicazione delle assurde condizioni che ha imposto a Unicredit).
Meglio,
qualcosa si era letto qualche giorno fa: “Meloni fuori dal salotto. La contromossa di
Mediobanca su Generali spiazza Mps e il governo, che non
gradisce”. Il primo accenno – accenno - al vero senso delle manovre Giorgetti-Mps.
Dopo due mesi. E virato sul gossip – è “normale” che un partito si faccia una
banca, e che banca.
Il regista
russo-americano Lockshin spiega, per il lancio del suo film in Italia, che “Il
maestro e Margherita” che ha tratto da Bulgakov
“è uscito nei cinema russi il 25 gennaio 2024 diventando un caso
clamoroso: 2,3 milioni di rubli (circa 25 milioni di euro) di incasso”. Dopodiché
pretende: “Così ho beffato Putin”. Il povero Putin, certo, che non ha nemmeno
un vigile urbano di sbirro. Non ce la raccontano giusta, e si sa. Ma perché
scrivere scemenze?
“Parata,
Mosca minaccia Kiev” e la prima del “Corriere della sera” il 4 maggio. Il 3
maggio Zelensky ha dichiarato: “Non garantisco la sicurezza dei leader alla parata
di Mosca” – alla celebrazione della vittoria nel 1945. Zelensky si è fatto russo,
moscovita?
Ha fatto perdere
i conservatori in Canada, da sicuri vincenti, e quelli in Australia, farà ora perdere
la dilagante Alternative für Deutschland in Germania? La coppia Trump-Vance si
è dimostrata un fattore Blitz perla sinistra, vincente a piene mani ovunque
era in declino. C’è un’ideologia – come sempre perdente – anche di destra.
Ma l’India
ha già abolito la digital service tax su Google&co,
che aveva introdotto dieci anni fa. Riconoscendo l’obiezione di Trump alla doppia
tassazione delle web communities. Canada e Gran Bretagna ci ripensano, anche
se f ano la voce grossa. La Germania, che diceva di starci pensando, l’ha esclusa
dal programma di governo. Resta la tassa in Francia, 700 milioni, e in Italia,
400. E in Canada, che l’ha introdotta un anno fa - un 3 per cento sugli utili
dei ricavi eccedenti 20 milioni di dollari. Il Giappone non ci ha mai pensato e
non ci pensa. La minaccia dei dazi comincia a mostrare i suoi veri effetti.
Mentre in
America Google è sotto indagata per monopolio.
“Sono cresciuto
con due miti”, Adriano Olivetti e “un mito cittadino: Vittorio Ghidella,
l’ultimo grande ingegnere della Fiat che aveva la primazia in Europa nelle auto
piccole e medie. Un conoscitore unico della fabbrica, degli uomini, dei processi
industriali. A Torino eravamo tutti innamorati di Ghidella. Poi, in Fiat, con
la prevalenza di Cesare Romiti, gli Agnelli hanno scelto una cosa diversa dalla
fabbrica”, Massimo Perotti sul “Sole 24 Ore”. Semplice, no? La storia è semplice.
La storia
come fatta sul “Sole” manca però un’altra cosa semplice e essenziale: la Fiat
che sceglieva di non fare automobili non consentì l’entrata in Italia di altri
costruttori. Il cuore del made in Italy, per l’industria, per l’occupazione (tuttora
il pil industriale soffre da anni perché “non c’è più la Fiat”), chiuso per
interessi di famiglia.
“Le statistiche
sulle violenze ai bambini sono impressionanti”, rifletteva papa Bergoglio nel
2014 con Ferruccio de Bortoli nella più informativa delle sue tante interviste
(ripresa nel fascicolo di “7”, “Papa Bergoglio, le immagini, le parole”), “ma
mostrano anche con chiarezza che la grande maggioranza degli abusi avviene in
ambiente familiare e di vicinato. La
Chiesa cattolica è forse l’unica istituzione pubblica ad essersi mossa con trasparenza
e responsabilità. Nessun altro ha fatto di più. Eppure la Chiesa è la sola ad
essere attaccata”. I protestanti – io e il mio Dio - non fanno prigionieri,
specie se “puri” (puritani). Altro che dialogo.
Si legge
con sgomento l’editoriale di Massimo Giannini su “la Repubblica
https://www.repubblica.it/economia/rubriche/circo-massimo/2025/03/24/news/l_ex_ilva_agli_azeri_il_made_in_italy_svende_un_altro_pezzo_di_industria-424077604/
Le
caffettiere le diamo a cinesi, l’acciaio agli azeri? Ma poi viene da ridere. Dove
si parla di una “cordata europea” che invece il governo non avrebbe filato –
per populismo? S i può scrivere di tutto, anche di cose solide come l’acciaio.
La scienza
si dice che vada con l’ignoranza. Non necessariamente. Il saputello è però
sicuramente indigesto. Si spiega così che “la Repubblica” sia scesa da 600 mila
copie a 60 mila? Per il giornalismo di quelli che sanno tutto, decidono tutto,
risolvono tutto, eccetto quello di cui si devono occupare – nel caso, informare
i lettori. Basta la parola, come nella vecchia) pubblicità.
Napoli è sempre Napoli con James Franco
Un
veterano delle tre gradi guerre americane, la seconda, la Corea e il Vietnam, ha
lasciato a Napoli nel 1945 un figlio. Che dopo una ventina d’anni le poste
bizzose gli ricordano, consegnando infine un vecchissimo telegramma della Croce
Rossa, passato atravwerso gli uffici dei Veterani, che gli notificava la morte
della madre del bambino, e il desiderio del bambino, ora ragazzo, di
conoscerlo. In crisi con la mglie e con la vita, come tutti reduci dalle guerre,
Joe decide di partire. Napoli è cambiata, ma non molto (il nostro eroe è “Joe”
anche se si chiama Dean), e col figlio ritrovato va incontro a molte peripezie,
dal contrabbando alle coltellate. E al cancello di partenza in aeroporto per
mettersi in salvo in America, ci ripensa, e rimane.
Una
trama semplice, con un solo significato, nemmeno tanto originale: Napoli val bene
una coltellata. Anche se è, senza sbavature,
cioè senza novità, “napoli”, tutto il colore ammonticchiato. Un “veterano”, un
reduce di tre guerre senza più stimoli, nemeno dall’alcol, si rigenera nell’affetto.
E i pericoli gli fanno da stimolo. Ma il racconto è superbo.
Il
film è stato danneggiato dal fatto che tra inglese e napoletano stretto va
visto con i sottotitoli, ma fa passare due ore senza mai una caduta d’attenzione.
Un miracolo di James Franco, che, dimesso, sempre un passo indietro, un “veterano”
che?, ha un’espressione per ogni inquadratura, in un esercizio naturalissimo ma
moltiplicato, apparentemente inesauribile, di minuti gesti, sguardi, pause,
ombre.
E
con lui, o col regista, tutt il cast funziona – uno si dimentica la
napoletanità, o napolitudine: Giulia Ercolini, la “salvatrice” dello spaesato “Joe”,
entraîneuse e traffichina (sa perfino fargli ritrovare il figlio), Giada
Savi, la ragazza innamorata del 1945, Francesco di Napoli, il figli ritrovato,
in quattro o cinque personalità diverse, Aniello Arena, il patrigno camorrista,
nella migliore arte della caratterizzazione.
Claudio Giovannesi,
Hey Joe, Sky Cinema
domenica 4 maggio 2025
Secondi pensieri - 560
zeulig
Ateismo – Di
logica particolare – controvertibile: una professione di fede contro qualcosa
che si nega.
Attualità –
Una retorica che confonde la storia. Attualità di un detto, una riflessione, un
gesto, un personaggio, un evento. L’attualità del classico. Che vuol dire la vivenza
– reviviscenza, significanza – al di là e fuori del tempo. Una forma di verità
anche, ma fuori contesto, l’ieri, l’oggi.
Si sottintende della storia come insieme
di permanenze-persistenze, quasi de moduli. Che può essere un criterio cognitivo
ma non la storia, l sua verità.
Ragione –
C’è anche quella della “sragione”. La scorge don Chisciotte, il Cavaliere dalla triste
figura, quando si addentra col fido scudiero en lad entranas de Sierra Morena
a caccia di avventure, e vede nelle rocce fortilizi, torrioni, gabbioni, trincee
- la razón de la sinrazón” che sarà un titolo di Pérez Galdós.
Dell’immaginazione, della follia, della
natura.
Spiritismo –
Dilaga ‘n coppa alle epoche razionaliste – volutamente (dichiaratamente)
tali: Rinascimento, Illuminismo, Positivismo. Non come reazione, però, anzi con
pretese di esserne sviluppo o filiazione. In che misura ne è coda?
Una coda positivista fino alla psicoanalisi (psicologia) nel
suo complesso. Di qualche utilità terapeutica, ma occasionale – e rischiosa. Ma
come tutti i moti spiritualisti, misticismo compreso, autosuggestiva.
Suicidio - David Foster Wallace, un omone di un metro e novanta, quarterback al football, quello che le becca di più, forte, robusto anche nella scrittura, riconosciuto e anzi celebrato, curiosone, analista attento, meticoloso, si uccide impiccandosi nella stessa casa in cui abitano la moglie e i due cani che adorava – faceva tutto con loro, scriveva, giocava, scherzava, curiosava per il mondo, che era il suo modo di vivere la letteratura, legata alle cose, alla quotidianeità, e scambiava moine e carezze. Ma aveva dentro “la Cosa Cattiva che ti divora”, era stato anche ricoverato, all’apparenza senza conseguenze, ma un po’ lo sapeva, “forse come a tutti i Wasp da bambino mi è mancato l’affetto”. L’ansia lo ha sempre divorato, da ragazzo, da adulto, da studente, da recensore, da scrittore di successo e premiato. A volte basta poco. Qualcuno fra i suoi followers ha arguito-argomentato che “il suicidio è fottutamente straziante, il risultato di un dolore interiore letteralmente peggiore della morte”.
Per Aristotele è un delitto contro la polis
– un danno alla società (sarà l’argomento anche di san Tommaso d’Aquino). Fino
al Settecento, quando gli illuminati lo decretarono nell’ordine naturale delle
cose.
Shakespeare ne fa materia di ben 32
drammi. A uno dei malcapitati, Amleto, facendo valutare una mezza dozzina di
opportunità, di cause propedeutiche: “Non sopportare le frustate e gli insulti
del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce
dell’amore respinto, i ritardi-traccheggiamenti-indugi della legge, la
tracotanza dei grandi, i calci in faccia (??) che il merito paziente riceve
dalla mediocrità”.
Poi via via il suicidio è stato
depenalizzato. Fino al catechismo del papa Woytila, nel 1992, che lo prevede,
possibile. Legalmente, è stato depenalizzato per ultimo in Inghilterra, solo nel
1961.
Ma resta sempre il reato di “istigazione”
o “favoreggiamento”.
Il suicidio è contagioso? Una delle più
forti predisposizioni al suicidio è conoscere, frequentare, un suicida.
Non sembra, anche da esperienza
personale, ma così dicono i terapeuti.
Timone agli Ateniesi: “Ateniesi, sono
già parecchi quelli che si sono impiccati al mio fico. Io devo abbatterlo. Perciò
chi vuole appendersi si affretti!”.
Philip Mainländer, alla fine
dell’Ottocento, sale sulla pila di copie fresche di stampa del suo unico libro,
“Filosofia della redenzione”, e si lascia penzolare da una fune. Leggendo
Leopardi a Napoli, ne aveva ricavato che “il non essere è meglio dell’essere” –
che invece è un inno all’essere e la vita (non era un buon lettore?).
Piace anche morire in coppia. Kleist
non fu il primo, solo il più famoso, in antico usava così – lui fu speciale in
questo, che lo fece presto, di 34 anni, in un’epoca, il 1811, in cui il modo
era in armi contro Napoleone, e trovò lei, malata di cancro terminale, solo
entusiasta all’idea: banchettarono prima entusiasti, e lei pregò il marito nelle
ultime volontà di seppellirla accanto al poeta: non un tradimento, un sonno
interminabile di romantica felicità.
Morire in coppia adesso è più facile. E
su appuntamento. Ci sono agenzie per questo, benché sotterranee, di anime gemelli,
di fratelli. Un gentiluomo della Norvegia ne ha trovato uno in Nuova Zelanda,
ha preso l’aereo, lo ha raggiunto, e insieme si sono lanciati da una una scogliera.
Un uomo e una donna hanno preso camere separate contigue in albergo su un lago,
e insieme sono stati trovati, ammanettati, annegati.
Tra i siti la gara è tra il Golden Gate
a San Francisco e la foresta Aokihahara in Giappone, ai piedi del monte Fuji,
sito preferito dai giapponesi, che adorano finire in gruppo (si perdono nella
foresta?).
E vale anche qui l’effetto annuncio? Il maggior numero di
suicidi, in Europa e in America, si sarebbe registrato nel Settecento, quando
venivano regolarmente registrati, come ogni altro evento pubblico, sui
giornali.
Verità – Non c’è evidenza incontestabile.
Il quadro indiziario deve restare aperto il più possibile.
zeulig@antiit.eu
La vita in autunno, colorata
Due amiche per la
vita – avendo da giovani “fatto la vita” – passano le giornate tranquille in Borgogna,
dove si sono ritirate, benché in situazioni difficili. L’una col figlio
scemotto in galera per piccoli furti, l’altra con la figlia in carriera a
Parigi irritata e ostile, benché da lei sempre accudita. La figlia morirà poi,
cadendo dal balcone, nella casa che la madre le ha comprato, e la cosa potrebbe
essere sospetta. Ma delle due amiche si occuperà sempre con dedizione l’ex
carcerato.
Una storia come
tante, senza storia. In filigrana, anche se non voluto, un conflitto generazionale,
tra chi si è fatto, anni 1960-1970, anche se con mezzi non convenzioali, e chi
ha tutto avuto ma non sa di nulla e non si pone nemeno il problema di che e
come vivere.
Dice tutto il
titolo originale, “Quand vient l’automne”. Un film autunnale, i colori, l’abbigliamento,
i modi anche di dire, i problemi, che non sono mai decisi, gravi, neanche la
morte, e l’età dei protagonisti – delle protagoniste.
Le attempate
Hélène Vincent e Josiane Balasko, che Ozon come Ozpetek preferisce per le sue
storie e sa rendere pregnanti, di leggerezza e robustezza, animano in minuti
gesti, sguardi, accenti, molto professionali, al limite della cancellazione, la
quieta trama.
François Ozon, Sotto
le foglie
sabato 3 maggio 2025
Letture - 577
letterautore
Adolescenti – La “morte
degli adolescenti” Gioacchino Lanza Tomasi, storico dell’opera lirica, trova
aver “prodotto tra i passi più alti di ogni letteratura e di ogni teatro musicale”
– “Lampedusa e la Spagna”, p. 88: “Varianti del tema biblico della figlia di
Jephte, storie dove il patetico estremo si manifesta come rito sacrificale della
gioventù minacciata”.
Dialetto – “L’Italia è un
Paese unico in Europa per quel patrimonio linguistico inestimabile che sono i
dialetti – purché non vengano usati come marche identitarie, destinati alla
tutela di un territorio” - Giuseppe Battiston.
Dolore
– Ha mille forme, e applicazioni. Una classificazione
quasi interminabile ne fa Guido Biasco, da direttore scientifico dell’Accademia
bolognese di Scienze Palliative, introducendo la conferenza di Eco “Riflessioni su dolore”: “Il dolore del
fisico e il dolore dell’anima, il dolore percepito e il dolore provocato, la
sofferenza come viatico per la redenzione, il dolore desiderato, il dolore dell’amore
perduto, il compiacimento del dolore altrui e il dolore per i propri difetti, la
raffigurazione del dolore e la descrizione del male, il dolore come generatore di energie dello spirito, il dolore come
strada per la conoscenza e la conoscenza del dolore come mezzo di sopportazione,
la cultura e il controllo dei sintomi”.
Duemila –“Se facciamo sbrigativamente
un bilancio dei primi venticinque anni del Duemila, la cosa che sorprende di
più è l’esiguità, la povertà culturale e intellettuale”, Alfonso Berardinelli,
“Il Foglio quotidiano”, sabato 26: “Il tempo attuale è soprattutto un rumore
informativo e informatico che non sembra richiedere più un perché”.
Don Giovanni - Tirso de Molina,
“L’ingannatore di Siviglia”, Lanza Tomasi dice che per Tomasi di Lampedusa era
“il padre di tutti i donjuanes” – “Lampedusa e la Spagna”, 89.
Editing – È la fine
della scrittura? Ed Dorn, il poeta, è quello che ha fatto emergere, e poi
rivalutato, Lucia Berlin. Un racconto non gli è piaciuto, “El Tim”. Glielo ha
rinviato, con ipotesi di riscrittura. Berlin
non dice niente per un po’, poi gli scrive: “Ricordi il racconto «El Tìm»,
senza più il «lieto» fine, o il caso problematico? Nessuna rivista (sul centinaio)
l’ha voluto, , dicevano che era troppo delicato, il «problema» cattolico – la monaca infoiata,
suppongo – e la scorsa settimana una rivista cattolica l’ha comprata per 150 bigliettoni.
Questa volta senza angosce o agitazioni “creative»”.
Fratelli Bandiera – “Dimenticati
– dell’epos risorgimentale resiste solo Garibaldi - i fratelli Bandiera sono
stati dei Garibaldi sfortunati”. Ritrovandosi nel 1931 presso Cosenza, “il funesto
vallone di Rovito che vide falciata quell’eroica primizia, una strada infossata,
all’occasione torrente”, che “un gran salice piangente ombreggia” – e sarà
morto anche quello, come tutti i salici – ma che “pioggia più feconda non
penetrò mai terra italiana”, Antonio Baldini (“Italia di Bonincontro”, p. 218)
li ricorda: “Intunicati di nero e a piedi scalzi marciano al supplizio i
fratelli Bandiera con gli altri sette e cantano a voce spiegata il coro della ‘Donna
Caritea’. Non meno di tre scariche di fucileria occorrono per far tacere quel
canto. Emilio cade alla prima, Attilio alla seconda”.
“Donna Caritea regina di Spagna” è un soggetto che fu musicato due volte
nel primo Ottocento, da Carlo Coccia e da Mercadante. Il riferimento è al coro
dell’opera di Mercadante al primo atto, “Aspra del militar bench’è la vita”, col
verso “Chi per la patria muor, vissuto è assai”, subito diffuso tra gli ambienti
carbonari, e poi per tutto il Risorgimento – in adattamento: il testo del libretto
era “Chi per la gloria muor….”.
Gattopardo – Per un “errore” si sa che propendeva Gioacchino Lanza Tomasi, il figlio adottivo dei Tomasi di
Lampedusa, per il titolo del romanzo - la parola dialettale in uno in Sicilia per leopardo. Errore in senso improprio, spiega in “Lampedusa e la Spagna”, perché “per Lampedusa la lingua astratta poteva anche
essere popolare, meglio ancora doveva essere popolare per poter mimare i
sentimenti comuni”.
Lady Chatterley – Era in
Shakespeare, nella “stregata Titania” del “Sogno di una notte di mezza estate”,
che finisce per innamorarsi di un “rude mechanical” - che sarebbe manichino, ma
rende l’idea? Ramie Targoff, “Le sorelle di Shakespeare”, p.42, non ne fa l’ipotesi,
ma l’accostamento rende naturale col racconto
degli intrattenimenti organizzati a Woodstock a fine estate 1575, da Sir Henry
Lee, un affarista elevato a dignitario dalla “vergine” regina per il
divertimento della stessa – a completamento della pausa estiva, summer regress:
la corte si muoveva in progress, in varie località del regno e in
diversi ambienti, anche se tutti altolocati, e soprattutto ricchi, dove veniva
ricevuta e intrattenuta con grandi spettacoli.
Longobardi – Il popolo
dalle “lunghe barbe”, langbart, che la Lega celebra(va), è nominato per
la prima volta di sfuggita da Tacito, fra le tribù germaniche con cui i Romani
combatterono negli anni di Augusto. Poalo Diacono, che ne ha fatto la storia in
sei “libri” dopo la loro fine per opera di Carlo Magno, li chiama Winnili,
sotto il soprannome tricologico, originari della Scania, passati in Germania,
nella regione della Scoringa, sul Baltico. Scontratisi coi Vandali li vinsero
con questa procedura: si allearono a Odino, il loro Dio, il quale allora spinse
sua moglie Gambara, sacerdotessa di Freya, a rivolgersi alla dea. Freya consigliò
di schierare anche le donne, con i capelli sciolti. La mattina fece in modo che
Odino si voltasse dalla parte dei Winnili, e ovviamente chiedesse: “Ma chi sono
queste lunghe barbe?” Al che la dea, furba, disse: “Hai dato loro il nome, dagli
anche la vittoria”. E così i Winnili si fecero Longobardi.
Lucio Piccolo di Calanovella – “Oltre a essere notevole poeta, era un personaggio eminentemente poetico”,
Gioacchino Lanza Tomasi, “Lampedusa e la Spagna”, p.58. Di conversazione
“sempre pronta all’iperbole… era un’antologia poetica vivente, poteva declamare
a memoria migliaia di versi, anche in lingue di cui non conosceva affatto la
fonetica, quali i testi persiani di Firdusi”. In questo caso aveva un metodo: “Dato
che non aveva mai incontrato nessun persiano, e quindi non aveva mai praticato la
conversazione in quella lingua, aveva inventato una propria pronuncia, in linea
con la libertà con cui imparava tutto”. Da una trascrizione fonetica dei
ghirigori dell’arabo-persiano?
Modestia e umiltà – “La
modestia e l’umiltà non sono affatto la stessa cosa”, Lucia Berlin scrive a
Helene e Ed Dorns nel novembre del 1960 (da New York, dove vive infelice, in una
topaia, lasciata sola dal compagno jazzista per il quale si trasferita a New
York”: “Non voglio la modestia, anzi proprio non mi piace. L’umiltà implica
rispetto per qualcos’altro”.
Spagna - La “leggenda
nera” (Inquisizione, oscurantismo) Lanza Tomasi trova, attribuendone la paternità
a Tomasi di Lampedusa (“Lampedusa e la Spagna”), “orchestrata dai profughi
fiamminghi in Inghilterra ai tempi della repressione del duca di Alba nelle
Fiandre”. D’impatto peraltro limitato: “Soltanto la Russia e l’Italia erano
rimaste attaccate alla teoria della leggenda”. Mentre el Siglo de Oro si
trovava avere “rappresentato un antefatto culturale per le maggiori letterature
europee, inglese, francese o tedesca”.
Storia
falsa – Luciano
Canfora, filologo, storico, se ne può dire lo specialista – un cacciatore,
proficuo, di storie false. “Il testamento di Lenin” che ora ripubblica è trecento
e più pagine per dimostrare che Stalin falsificò il testamento di Lenin a suo favore.
Dopo avere indagato, con acribia, il dubbio comunismo di Concetto Marchesi,
l’assassinio di Gentile, il massimo papirologo Goffredo Coppola, finito con
Mussolini a piazzale Loreto, specialista di tanti complotti nell’Atene della
(presunta) democrazia. Sempre volendosi comunista, e sempre polemizzando contro
chi non si vuole comunista. Non sovietizzante, non classista, e nemmeno
marxista – Canfora non si pone nemmeno il problema di sapere chi è Marx. O dell’impoliticità
dell’impegno, come usava dire?
letterautore@anti.it
Tomasi di Lampedusa – Uno
stratega, lo dice Gioacchino Lanza Tomasi, “Lampedusa e la Spagna”: “Stratega clausewitziano”,
“ammiratore incondizionato di Napoleone”, “fin da bambino aveva coltivato la
conoscenza della strategia napoleonica ed era in grado di ricostruire le
manovre salienti di tutte le battaglie del tempo”.
letterautore@antiit.eu
Quante specie di dolori
La conoscenza del dolore
è, dovrebbe essere, parte dell’alfabetizzazione, è la conclusione: “La
conoscenza, vorrei dire la cultura, alza la soglia della sofferenza”. Al termine
di una conferenza – lectio magistralis - tenuta da Eco nel 2014 a Bologna,
all’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa: sapere perché si soffre. Un’altra applicazione della
passione classificatoria di Eco. Applicata, come è negli scopi dell’Accademia,
non tanto o non solo alla malattia, e “in un contesto semiologico, storico,
filosofino”, non medico.
Eco parte da Esiodo, dai
mali sulla terra, passa per le teorie musulmane sui rimedi ai dolori d’amore, e
si dilunga sul cristianesimo, che fa sue le pene del Cristo, nella trattatistica,
nella preghiera, nelle immagini. Per Aristotele “il saggio cerca di
raggiungere l’assenza del dolore, non il piacere”, per il cristiano il dolore è
lo strumento della redenzione. Con estesa casistica.
Con Remo Bodei, poi, Eco
esamina il dolore che fa il romanticismo. Da Hölderlin, e naturalmente Leopardi,
fino a Schopenhauer, “per cui la stessa filosofia nasce dalla cognizione del
dolore” – e a Nietzsche, id. A Dostoevskij, “I Demoni”, a Proust, al solito lucido
Pavese del diario.
Nel Romanticismo è anche il
dolore per la propria bruttezza – esemplare, anche se fuori periodo, quello di Sartre
bambino ne “Le parole". Col Romanticismo anche la Schadenfreude, il gusto
per il dolore degli altri. Fino alla “Poesia cimiteriale”. E, in parallelo, la
letteratura “gotica” e il cinema alla Tarantino.
Umberto Eco, Riflessioni
sul dolore, La nave di Teseo, pp. 61 € 8
venerdì 2 maggio 2025
Il dottor Chiné, accusatore e giudice
C’è un luogo
della giustizia italiana specialmente ingiusto – sfacciatamente, come una sfida,
un ludibrio della giustizia. Satanico anzi, sotto forme democristiane, di sacrestia:
quella della giustizia sportiva, da quando è gestita dal dottor Chiné. Di malefatte
innumerevoli: l’ultima il Primo Maggio, con l’assoluzione dell’Inter dalle evidenti, conclamate,
ammesse, intese con le “curve” mafiose del “tifo organizzato”. Mafiose in senso
proprio, assassine (due omicidi tra bande rivali, più molti feriti, in agguati
al tifo avversario), oltre che estorsive (in primis della società, col bagarinaggio,
e dei tifosi, col bagarinaggio e i posteggi).
Nel giorno
e nell’ora della massima disattenzione - il giorno che sarà senza giornali, all’ora
della pennichella dopo la scampagnata - il dottor Chiné sanziona Inzaghi e Çalhanoğlu,
che hanno “dialogato” con i mafiosi delle “curve”, cosa proibitissima, a un
giorno di “inibizione”. Cioè a niente.
Tutto
normale, Inzaghi e Çalhanoğlu sono al di sopra di ogni sospetto? Ma qualche
anno fa lo stesso inflisse
alla Juventus, ai suoi dirigenti, l’inibizione di un anno da ogni attività, 20
mila euro di multa e due partite a porte chiuse. A un club che, a differenza
dell’Inter, si era attivato in proprio, a scoprire e denunciare i mafiosi del
tifo, e durante il procedimento aveva fornito le pezze d’appoggio della loro condanna. Uno scandalo. Ma il
dottor Chiné è al di sopra di ogni sospetto.
È solo la
vecchia Dc, del potere indivisibile? Il dottor Giuseppe Chiné è un giudice amministrativo
del Consiglio di Stato. Da cinque anni a capo dela Procura della Figc, la
Federazione Gioco Calcio. Dove si è distinto per due o tre condanne della Juventus.
Della sola Juventus, per ipotesi di reato contestati dalla giustizia ordinaria
anche ad altri club – per le plusvalenze oltre che per le “curve”.
Il dottor
Chiné è procuratore e giudice nello stesso tempo, come piace ai giudici italiani.
Ma a Chiné in modo particolare, per una questione di potere. Prima che alla
Figc era stato capo di gabinetto alla Sanità col governo Gentiloni, cioè di Lorenzin,
poi capo di Gabinetto all’Istruzione col primo governo Conte, cioè di Busetti.
Una carriera sfolgorante, considerato che all’epoca di tutte queste nomine non
aveva cinquant’anni.
Lorezin,
Busetti, Gravina (il presidente della Figc che lo ha nominato): vecchia Dc,
residua, per questo tanto più intollerante? Ma un altro record del dottor Chiné
è che probabilmente è l’unico espatriato calabrese di successo che non è
indagato per mafia - pensa tu. E questo apre un’altra quinta, venendo il dottore
dalla Locride, dove la massoneria è talmente forte che s’è impossessata dell’ospedale,
dopo un paio di omicidi eccellenti, per mandarlo in rovina, e ha fatto cacciare
per mafia monsignor Bragantini, il vescovo anti-mafia più onesto e provvido di
tutto il Sud. La Dc in Calabria non ha demeritato, le massonerie invece sì.
Ecobusiness
Non si dice, si aspetta che il tempo passi per disattivare la curiosità, ma il black-out della penisola iberica è stato
causato dalle rinnovabili, dai pannelli solari. Per troppo avidità. Potenza in
eccesso sulla portata della rete è stata immessa in rete per non perdere il
sovraccarico momentaneo di produzione elettrica, per l’insolazione improvvisamente
elevata. In assenza di controlli, oppure eludendoli.
Le energie alternative allo stato
attuale, prima della fusione, si confermano distruttive dell’ambiente: acqua, terre,
inquinamento sonoro, paesaggio. E più care. Il tutto a beneficio dei produttori,
a spese del contribuente-utente – che da un decennio paga un’ingente “tassa di
scopo”, sotto le denominazioni “oneri di sistema”, “trasporto e contatore”.
Ma tutta la transizione si manifesta
ora unicamente un progetto industriale, a beneficio degli interessi costituiti,
non a salvaguardia dell’ambiente, della natura. A partire dall’auto elettrica, che
si vende al doppio - acquisto, consumi, durata. Con un peso e un ingombro doppio
- consumo di materiali, di spazio (parcheggi, carreggiate). Vita breve. Riciclo
altamente inquinante.
La liberazione del bambino
La generazione americana dei baby-boomers, dei nati, in quantità, subito dopo la guerra, e quella italiana successiva al boom economico, degli anni 1960, sono state cresciute col manuale del Dr. Spock. Una pediatria nuova, cha aggiornava Montessori portandola al livello, e alle capacità, delle famiglie, delle madri. Per un’infanzia e un’adolescenza trasformate, da fasciature, superabbigliamento, clausure, in una cura sorvegliata sì, ma per la libertà del pargolo, fisica e mentale. Senza più gli autoritarismi della famiglia tradizionale, ma con cura specifica per ogni figlio\a. Anche mentale e culturale, come si fa per quella fisica, materiale.
Oggi
dimenticato (l’ultima edizione italiana è di vent’anni fa) ma non sostituito
adeguatamente, se ne vedono i pregi in negativo, nelle sorti delle due-tre ultime
generazioni, preda di una sorta di nemesi della libertà, che i ragazzi e perfino i bambini ha portato al silente e servile mattatoio dei cellulari, le
cuffie, la playstation onanistica. All’isolamento e all’inattaccabilità, nel
senso dell’incapacità di parlare, articolarsi, pensarsi. Esprimersi.
Durante
la guerra Pocket Book commissionò al pediatra dr. Benjamin Spock una guida per la
cura dei bambini. Il dr. Spock, giù campione olimpico di canottaggio, nel 1924,
si era intanto arruolato in Marina, e il manuale vide la luce solo nel 1946, “Common Sense Book
of Baby and Child Care”. Ma in tempo per il boom postbellico delle nascite.
Che vide moltiplicarsi all’improvviso il numero dei genitori insperti, bisognosi
di istruzioni su come comportarsi, dal pannolino al ruttino postprandiale, alle
più variate indisposizioni. Un manuale perfeto per le nuove generazioni, di consultazione
agevole, di soluzioni pratiche. Tutte all’insegna della naturalezza, della
praticità, fino alla facilità, delle prime cure e dell’allevamento del bambino.
In
America il “Baby and Chilad Care” ebbe sei edizioni, per una vendita di 45 milioni
di copie. Pubblicato in italiano nel
1962, da Longanesi, con il titolo “Il bambino. Come si cura e come si
alleva”, ebbe anche in Italia largo successo per una quindicina d’anni, per due
generazioni.
Ann
Hulbert, Dr. Spock’s Baby, “The New Yorker”
giovedì 1 maggio 2025
Problemi di base bugiardi - 857
spock
“Ingannare significa umiliare, ciò spiega la menzogna
spesso gratuita delle donne e degli schiavi”, A. Koyrè?
“Si è sempre
mentito, a se stessi e agli altri”, id.?
Anche per
difendersi, è “è l’arma preferita degli inferiori e dei deboli”, id?
“La menzogna è
un’arma”, id.?
È soprattutto l’arma
del più debole, id.?
“Per il gruppo
segreto è condizione d’esistenza”, id.?
spock@antiit.eu
