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martedì 9 settembre 2025

Brutale è il film, per lo spettatore

Nel confuso dopoguerra l’architetto Läsló Tóth, ungherese, ebreo, sopravvissuto a Buchenwald, riesce a raggiungere gli Stati Uniti, rientrando in un programma trumaniano di 300mila visti, mentre sua moglie Erzsébet, altrettanto titolata, laureata a Oxford, giornalista famosa, anch’essa ungherese ed ebrea, sopravvissuta a Dachau, no. Anche perché deve vigilare su una nipote che ha qualche problema comportamentale. Gli scriverà con costanza, finché a metà film non lo raggiungerà. Lui intanto è diventato celebre anche negli Stati Uniti come architetto. Sponsorizato da un ricco americano appassionato di architettura. Ma parla sempre un pessimo inglese, e sempre resta un po’ estraneo. Erzsébet, la moglie, sorprende tutti quando lo raggiunge, per la spigliatezza, la padronanza dell’inglese, l’uso di mondo, etc. Ma ha sviluppato una precoce osteoporosi, per malnutrizione.
Un film premiatissimo, trionfatore a tutti i premi in America, ma una tortura per lo spettatore – cui non lascia nulla di trionfale, memorabile semmai per lo squallore, di scenografie, di dialoghi, di recitazione.
Il titolo viene dal “brutalismo”, una corrente architettonica tra le due guerre di tipo ingegneristico, che privilegiava l’uso del cemento, a vista – un po’ come i palazzetti di Nervi, che era appunto un ingegnere, e la sua stazione Termini a Roma (oggi nei cubi e parallelogrammi di Zaha Hadid, anche a Roma). Tóth ne è un virtuoso. Anche il Centro Comunitario, la cui progettazione e costruzione è al centro del film, lo è, attraente. Ma resta inanimato, come il film – anche perché recita, deve recitare, come un manichino. Il deus ex machina, un miliardario americano che promuove e risolve tutto, e i suoi familiari sono del tutto improbabili, inanimati, anche come personaggi antipatici – si limitano a parlare di seguito, come a “buttare la battuta” davanti all’obiettivo, ininterrottamente. La moglie appena reduce dal viaggio transatlantico pretende di far godere il marito ritrovato anche se non può reggere l’amplesso. Un cugino Attila, di grande aiuto i primi tempi in America, poi scompare, reo di essersi battezzato. Un quadro, una serie di quadri, della vita come viene, tal quale, senza pause, senza nulla di non detto. Senza nulla, alla fine, di significante. Italia compresa. A Carrara - il bianco Italia ci vuole in architettura - 
Läsló viene violentato, niente di meno, da uno dei suoi benefattori americani. A Venezia viene celebrato alla Biennale Architettura.

Quattro ore di minuzie e nessuno slancio. Con un Adrien Brody, che troneggia in ogni scena, anche lui superpremiato, non si sa se in quanto “reduce della Shoah” o in quanto attore, ma con una sola espressione: inespressivo – del tipo “fate la faccia triste”.

Brady Corbet, The Brutalist, Sky Cinema

lunedì 8 settembre 2025

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (605)

Giuseppe Leuzzi


Negli ultimi cinquant’anni, calcolava Libera nel 2015, ci sono state 291 vittime della ‘ndrangheta. Di queste, almeno 200 negli ultimi 25 anni. Il crimine si è moltiplicato con la moltiplicazione dell’antimafia.
Nel 90 per cento dei casi, continua l’indagine di Libera, gli assassini non hanno avuto un nome. Mafia in franchigia.
 
Sullo speciale “Le parole di Camilleri” che la redazione palermitana di “la Repubblica” ha confezionato giovedì 4 settembre in omaggio allo scrittore per i cento anni dalla nascita, Emanuele Lauria nota che Camilleri “ha ridato luce all’isola, dopo gli anni del lutto”. La Sicilia di Sciascia è monocroma e triste, quella di Camilleri, senza mancare d’impegno civico, è colorata e piena di sé – guarda al futuro.
Il Sud tutto, non soltanto la Sicilia, è attanagliato in una (auto)narrazione distruttiva.
 
“Dal portone uscirono il prete, un chierico che reggeva il Crocfisso, due chierichetti”, così Giovanni Russo racconta il funerale di Corrado Avaro in “Nella terra estrema, p. 123. La bara viene caricata “su un semlice carro”, che si avvia lento, “dietro al quale si allineano, vestiti di nero, i parenti venuti da San Luca….  Il corteo si avviò verso la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. Il tratto è lungo quanto il corso di un piccolo paese calabrese. Passava per piazza di Spagna un funerale meridionale”.
 
“L’invidia è il peccato mortale delle regioni povere”, annotava Corrado Alvaro nel 1942 ne “Il mare”, la raccolta di scritti vari in cui riflette anche sul rapporto col padre, il ruolo del padre nella famiglia, l’astio che la sua volontà ferrea di fare crescere socialmente i figli gli procurò: “Di questa lotta continua non dirò molto; basti che quando un mio fratello, il secondo di noi, morì, i nostri nemici fecero festa perché uno era caduto”.
“Nei migliori” l’invidia “diventa emulazione, ambizione, sprone alla conquista”, al Sud no.
 
Meridionale, anche se Alvaro non lo dice, la figura del padre, tirate le somme: “Compiuta l’opera (i figli agli studi, n.d.r.), mio padre fu come disoccupato, non avendo altro scopo per sacrificarsi, e avendo preso, del sacrificio, i modi più commoventi, la sua dignità”. Il padre che “esiste” solo per i figli.
 
Dopo tanti clamori sull’assegnazione dei fondi europei Pnrr (“ce li danno, non ce li danno”), “Il  Sole 24 Ore” scopre che cinque ministeri non hanno speso quasi niente - fra il 10 e il 20 per cento dei fondi assegnati. La burocrazia è in Italia del tutto inefficiente, si sa, e improduttiva, o anti-produttiva. Ma l’inerzia è più rilevante in capitoli di spesa che presumono il Sud come destinatario principale. Le politiche sociali (specialmente “i progetti centrali sul lavoro come il programma Gol, Garanzia occupabilità lavoratori”, ancora “al decollo”) al primo posto, impegnato il 10 per cento, poco più. Ma anche la salute, l’agricoltura, il turismo, la cultura. Questa volta non mancano i capitali, manca la volontà – o l’intelligenza.
 
Si profilano alle Regionali, come a ogni elezione, liti aspre fra concorrenti della stessa area dello stesso  partito per le candidature. È fisologico. Ma al Sud – in questo caso in Puglia e in Campania – le liti si segnalano per lo squallore. In Puglia litigano i tre leader della sinistra, e a destra “i fedelissimi di Gemmato e quelli di Fitto” - che saranno chi? In Campania non c’è offesa che si risparmi tra il candidato di sinistra Fico e il competitor De Luca jr.. La politica non è il forte del Sud. Che di politica, bassa, vive.

Si litiga anche in Toscana, a destra, nella Lega, tra l’ex generale Vannacci e i vecchi del partito. Ma il linguaggio, se non altro, è colorito - si litiga all’aperto.
 
L’anima di Milano
Istintivamente, si è portati a considerare Milano, il centro degli affari, come una città imprenditoriale, attenta al suo, contraria a ingerenze e intromissioni, soprattutto, in epoca contemporanea, statali, politiche, di bottega, e schierata per la libertà, per il mercato quale migliore regolatore degli affari – più produttivo e anche più giusto. Invece no, è la città di san Carlo Borromeo (il “lavorerio”) e di Manzoni (la Provvidenza). Curiosamente passiva più che attiva: nella coscienza di sé, nella difesa di sé, e nel progetto del mondo, anche se ogni mattina si alza presto e non manca al lavoro.
Se ne trovano esempi a ogni giro di storia. In quella recente: la deindustrializzazione, la finanziarizzazione, l’indusria leggera – fashion, design, marketing, e ogni forma di promozione, dalla tradizione fieristica all’informazione e ai social (influencer etc.), e perfino la Nuova Urbanistica. Una città che fa, ma come spettatrice. È fatta più che fare, bizzarro modo di essere una capitale di impresa.

È così che ora accetta passiva, senza nemeno una domanda, l’intrusione dello Stato nel suo risparmio – che è poi, si può dire, la “ricchezza della nazione”: Generali e Mediobanca. Che Roma si è presa senza generare un solo mugugno. Anche se a opera di un ministro leghista.
È il leghismo a Milano più forte dei soldi? Non può essere - troppo stupido. Ma qualche pensierino va fatto. Perché non c’è solo Roma alla conquista di Milano. Un presidio di milanesità come Bpm, l’ex Popolare Milano, è destinato con la stessa operazione a essere fagocitato da Roma – se non, altro esito bizzarro, regalato ai francesi del Crédit Agricole. In questo caso, Milano aveva l’opportunità di creare, tra Bpm e Unicredit, un’altra superbanca ambrosiana, in grado di competere con le major europee e anche americane (per risparmio, gestione, investimenti, profitti etc., e anche, perché no, potere economico), e non ha reagito al niet di Roma.
Oppure c’è Roma e non c’è Milano – in fondo, di ambrosiano è rimasto solo il rito, che per di più non si esercita.
 
Ma le radici fanno bene o male
Il leghismo l’ha diffuso al Nord, specie nel Veneto e in Lombardia. Ma il culto delle radici nasce al Sud, come sicilitudine e napoletanità – con l’aggiunta ora, per mimetismo\parassitismo, della calabresità (ancora più vaga). Non necessariamente. I pugliesi, p.es. ne fanno a meno – anche nel Salento, che pure ha una sua diversità.
Il culto nasce per la verità col bestseller americano “Radici” cinquant’anni fa – come “moda”, anche se non senza radici…. Se non che non si capisce se è un bene oppure un male. Anche perché, alla fine, è sempre una invenzione delle radici – quando la storia non si è fatta via via, si inventa.
In qualche caso sono un fatto storico. La Sardegna, p.es., si può giustificare, ha una storia a sé, lunga anche e complicata. Ma gli altri, che ne hano viste tante, di dominazioni e invasioni, a quali radici si aggrappano, che siano più vere o sincere di altre?
Capita di leggere, su “La Lettura”, a proposito della scrittrice cingalese Nedeesha Uyngoda, che “le radici perdute non si ritrovano ma si reinventano” (Marzia Fontana). O “le radici si salvano se si ferma la strada che sale fra i monti”, a proposito del secondo libro di Alice Zanotti, su “una comunità isolata del Friuli (che) teme l’irrompere della modernità” – una comunità vera, che è  Montefosca, una frazione al confine tra Friuli e Slovenia.
Più spesso il culto delle radici è connesso al nostos, al ritorno o alla nostalgia del ritorno. Non quindi alla stanzialità che si vuole immutabile, ma a un incrocio o a una comparazione di esperienze. Un ritorno che non può che essere una delusione, a meno di non chiudere gli occhi sulla realtà. Che dopo una generazione o due non può essere la stessa di prima - nemmeno nel linguaggio, che pure è la componente più resistente o duratura.
 
Cronache della differenza: Milano
Il risparmio gestito, la fonte ormai della ricchezza della città, che va per accumulo più che per inziativa, viene nazionalizzato, benché dalla lombardisssima Lega, e la città non solo non protesta, ma nemmeno se ne accorge. È ricca ormai contro ogni merito – giusto perché il denaro genera denaro?
 
Non prendere partito fra Bpm e Unicredit ci può stare, sono gruppi milanesi, anche di mondi è parti diverse - e anche se insieme avrebbero potuto fare un Campione Nazionale, alla pari con le grandi banche europee e americane. Ma abbandonare Mediobanca (con Generali), con cui avevano cominciato a fare congrui investimenti, per uno scassato Mps, questo è curioso. Per un’operazione, poi, politica, dichiaramente. Il mercato made in Milano ha altre filosofie?
 
Un bambino di sei anni vaga per i marciapiedi. Sale su un autobus o tram, scende, vaga ancora per i marciapiedi, entra in una stazione, sale su un treno, scende a Desio, la prima fermata?, è investito da un’auto, e allora è soccorso. Perché era peruviano? Il Grande Cuore di Milano è distratto.
 
Un metropolita “vescovo di strada” di papa Francesco, che impone biglietti d’ingresso alle chiese, anche al Duomo, che dirne? Forse è solo un incapace, inadatto al ruolo. Ma chi decide è la Curia, che resta ben milanese.
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Gianni Mura elenca così, il 23 maggio 2013, l’Inter del “triplete”: “Moratti, Mourinho e Milito, le tre M come Milano”. Una città che si ama – faceva quattro M con Mussolini.
 
Berlusconi “se n’è andato due anni fa in una città di cui non è mai stato veramente cittadino, essendo in essenza più brianzolo, più romano, perfino più napoletano” – Michele Masneri, “Uomini, miti e cose. Il decennio che sconvolse Milano” (“il Foglio”).
 
Federico Monzino, piccolo ricattatore di Bova, è sempre rispettosamente definito “un imprenditore”. E dopo una settimana si dice anche il perché: è “noto negli ambienti vip, è l’utimo erede di una delle famiglie più influenti di Miano, fondatrice del colosso Standa”, etc. etc. Altrove sarebbe stata un’aggravante – sai che risate - a Milano una (forte) attenuante.
 
Nel capoluogo lombardo e lombardista “il 40 per cento delle case sopra il milione”. Come dire: case inaccessibili ai oomuni mortali. Basta questo, questa “urbanistica” schiacciata sull’immobiliare, a giustificare il processo aperto dalla Procura. I prezzi massimi a mq erano elevatissimi già nel 2020, a 18 mila euro, ma ora sono a 27 mila – non quelli del “Quadrilatero”, quelli ora sono a 40 mila. Roba da Dubai, da sceiccato.
 
Dettaglio non irrilevante nella nuova “urbanistica” ambrosiana, dell’intemerato Sala – che voleva fare il suo personale partito a sinistra, per il popolo ovviamente. Lo incenerisce Fubini sul “Corriere della sera”: “Tasse ai minimi per i milionari e case a prezzi record: il 40 per cento delle vendite sopra il milione”.

“Milano sott’odio”, può prontamene titolare “Il Foglio”, a cappello di un’inchiesta condotta da Masneri sulla nuova “urbanistica”: “Le fasi dell’odio contro Milano sono molteplici e cambiano velocemente": dell’io percepito, della corazza che il milanese si costituisce a riparo. Questa è proprio milanese: passare per assediato (vittima, martire), mente assedia (colpisce, distrugge).
 
Troppi miliardari domiciliati, lamenta Milano dopo l’inchiesta giudiziaria sull’urbanistica. Ma sono solo 182, il numero più piccolo fra le 15 città dell’“Occidente” che si sono elette paradiso fiscale dei ricchi – solo Osaka ne ha meno, 128. Milano è penultima anche per i “superricchi”, con soli 17 sopra il bilione di dollari – Osaka ne ha 12. Ma è vero che ne ha approfittato per alzare i prezzi delle case a livelli stratosferici.
 
“Nella globalizzazione vincono i poli urbani che attraggono” conoscenze e capitali, spiega Fubini, per l’“effetto agglomerazione” studiato dal Nobel Krugman: “Succede quando una città assorbe cervelli e risorse dal resto del Paese o del mondo: San Francisco per il digitale, Londra per la finanza o il biotech, Milano per l’Italia”. Ecco dov’è il problema: un polo che attrae senza una cosa da fare.
 
Il lombardo Arbasino trent’anni fa, pur vivendo a Roma, sconsolato ne parlava – “trasecolato per l’ammirazione” nei giardini in Iran, “curatissimi e affollatissimi”: “Non sa cosa dice, chi parla di ‘Terzo Mondo’ a proposito di giardini pubblici pieni di spacciatori e di vandali, fenomeno soprattutto italiano e spiccatamente lombardo” (“Passeggiando tre i draghi addormentati”, p. 122).
“Striscia la notizia” si fa un dovere da tempo di documentare questa e quella piazza di spaccio, nei parchi, nei sottoscala, e nei giardinetti all’incrocio. A Milano e dintorni.
 
Si estrada dagli Emirati un albanese, Fatjon Gjonai, che l’Italia accusa di traffico di stupefacenti, legato alla curva del Milan, ed è questo è tutto quello che il “Corriere della sera” scrive: “Ritenuto socio di Luca Lucci, capo ultra della curva sud del Milan”, sospettato di tentato omicidio nel 2019. Niente di più, la città si protegge: soprattutto niente scandalo, come nelle migliori famiglie, quando usavano.

leuzzi@antiit.eu

Il dramma accanto

Un’amicizia ritrovata, tra donne di successo, che si sono anche scambiato qualche uomo, quando una delle due è colpita da un tumore. Contro il quale combatte, e non combatte. Ricordi e flashback infiorettano il ritrovamento.
Un film sulla buona morte. Una sorta di film da camera, tra due attrici che si danno il cambio sullo schermo. Con nomi importanti, Tilda Swinton e Julianne Moore, e di mestiere. Ma niente spontaneità: il modo di recitazione, freddo, e le inquadrature tipiche di Almodovar, quasi fisse, da fumetto (o fotoromanzo), non fanno entrare lo spettatore nel dramma.
Sempre caratteristicamente, il dramma s’inframezza di epidermiche saggezze. Nevica, “fiocchi di neve rosa: qualcosa di buono nel cambiamento climatico c’è”. La moribonda ha (anche) avuto una figlia, che però “non c’è”. La tesi: il cancro basta confrontarlo, non è invincibile – basta morire prima che ci pensi il cancro. 

Presentato alla Mostra di Venezia 2024, quella dove il regista ha avuto il Leone alla carriera.
Pedro Almodovar, La stanza accanto, Sky Cinema



 


domenica 7 settembre 2025

Ombre - 790

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Cento Camilleri – con amnesie

Per i cento anni della nascita dello scrittore una lunga rievocazione. Da parte di chi lo ha conosciuto o frequentato nei suoi lunghi anni di attività artistica – tutto proiettato quindi su Roma. Dapprima come regista di teatro, insegnante alla “Silvio D’Amico”, e produttore radio-televisivo Rai (qualche migliaio di produzioni, tra esse “Tutto Eduardo”, e il Maigret di Gino Cervi), poi come scrittore – debuttò ai settant’anni. Testimonianze molto animate, soprattutto quelle di Fiorello. Con notevoli materiali d’archivio, foto e qualche intervistina, a vari intervistatori e con lo stesso Fiorello per strada, e interventi comunque preziosi, solo indirettamente legati a Camilleri, di Sciascia e di Elvira Sellerio.
Molto si insiste sull’invenzione del linguaggio. Poco sull’invenzione in immagine di Montalbano, che è quella che ha “fatto” il personaggio e il linguaggio. Anzi, il regista Sironi e il produttore Degli Esposti, che lo hanno letteralmente inventato e nutrito, più dei libri, sono solo nominati di sfuggita in un elenco. Minimo il rilievo a Francesco Bruno, altro creatore, in quanto sceneggiatore di tutti gli episodi, del Montalbano televisivo. Che è quello che conta – è stato anche, e continua a essere, una miniera per la Rai.
Francesco Zippel, Camilleri 100, Rai 1, Raiplay

sabato 6 settembre 2025

L’Italia non ha più voglia di lavorare

Chi può si cerca un lavoro all’estero, dove guadagna il doppio, e anche il triplo. Chi non può vivacchia. L’Italia, improvvisamente virtuosa sui conti pubblici (non era difficile, dopo dopo l’economia grillina, roba da manicomio), continua a essere quello che è ormai da tre decenni, un paese in fase di deindustrializzazione. Apparentemente no, è sempre il secondo paese manufatturiero dietro la Germania. Nei fatti è in declino: la produzione industriale è in calo da tre anni, gli investimenti, già deboli, sono in contrazione, la produttività è quindi sempre più debole,  ormai d a trent’anni, gli investimenti stranieri che ne erano il fulcro evitano ora l’Italia, per la bassa produttività, la troppa sindacalizzazione, e la burocrazia (spaventosamente) inetta – quando non è cattiva, i giudici insindacabili.
Nessuno sembra preoccuparsi – nemmeno la Confindustria. Ma non si riesce a trovare un acquirente, nemmeno gratis, per la siderurgia. Stellantis ha dimezzato in due anni l’attività Fiat, e si appresta a uscire dall'I
talia, dove produceva due milioni e mezzo di vetture e ora solo 250 mila (il marchio resiste all’estero, in Serbia, Polonia, ora anche in Marocco e nella riottosa Algeria, negli Usa e in Sud America).

L’industria langue perché l’economia ristagna, si dice. La Ue, gestita da Merkel, la signora “troppo poco tropo tardi”, non si è ripresa dopo la crisi bancaria, e l’Italia ne paga le conseguenze. No, la crisi bancaria è di 18 anni fa. E nella Ue c’è chi va male, la Germania, a cui l’Italia si è legata troppo, e c’è chi va bene.
Oggi si fa l’esempio della Spagna. La Spagna un avviamento commerciale e un apparato produttivo meno ampio e meno aggiornato di quello italiano, in tanti comparti, ma nell’ultimo decennio, 2015-2024, ha attratto quasi il doppio dell’Italia di investimenti diretti esteri, 304 miliardi contro 191.
C’è chi ha voglia di lavorare e chi no. E sempre più si diverte anzi a dividersi le spoglie, il meccanismo del successo grillino - che ancora domina le campagne elettorali regionali, in Toscana, in Calabria e anche nelle Marche.

La scomparsa dell’amore

La-la-Land è lo stato di euforia fantastica, di chi vive in un mondo di fantasia. Nel film è una storia d’amore reale, come ne avvengono. Semplice, senza drammatizzazioni, e sempre riacceso, fra un musicista jazz e un’aspirante attrice. I due fanno carriera, aiutandosi reciprocamente, poi si perdono di vista (gli impegni artistici allontanano), vivranno ognuno la sua vita, e quando si incontrano per caso si sorridono. Una storia dunque non a lieto fine ma a lieto svolgimento. Dell’amore in quanto tale, oltre la vita quotidiana, le occorrenze, gli impegni, le difficoltà. Una storia alluscita scontata, vivacizzata da Chazelle con canti e balli.
Riproposto dopo appena otto anni, si segue curiosamente come una storia d’antan, remota. Una storia d’amore, cantata anche e ballata? La più scontata, tra un lui e una lei? Non se ne possono più fare, evidentemente – non c’è pubblico, o non c’è editoria-produzione per storie del genere, straight, classiche. Anzi, non c’è more possibile (convincente) e spontaneo, c’è solo il coltello.
Anche gli interpreti sembrano di un altro mondo. Specie lei Emma Stone, diventata un manichino, inespressiva, faccino piatto, occhi esorbitati, per le fantasie meccaniciste del regista Lanthimos. Lui, Ryan Goslin, f a il manichino, in “Blade Runner 2049” e in “Barbie”.  
Damien Chazelle, La la Land, Sky Cinema

Il mondo com'è (486)

astolfo


Karl Ditters von Dittersdorf – Il musicista “vittima” di Mozart, forse più di Salieri.
Autore di 110 sinfonie  - “cui se ne devono aggiungere altre 90 secondo il catalogo pubblicato da Helen Geyer” (Alfredo Di Pietro). Tra esse dodici ispirate alle “Metamorfosi” di Ovidio, delle quali solo sei sopravvivono, composte nel 1786. Nonché di 32 opere e Singspiel, di cui si scriveva anche i libretti. Oggi poco ricordato anche in area germanica, fu musicista fertile e ammirato a Vienna, che era la sua città. Ma presto era diventata la Vienna di Mozart. Col quale si produsse nell’evento che meglio lo ricorda: come secondo violino in quartetto con Franz Joseph Haydn primo violino), Mozart (viola) e Vaňhal (violoncello), il 12 febbraio del 1785, per tre dei sei quartetti di Mozart dedicati a Haydn. Una formazione messa assieme l’anno prima, sempre a Vienna, sempre in onore di F.J-Haydn, dal compositore inglese Stephen Storace.
Sempre nel 1784, dopo Storace anche Mozart aveva dato una festa per Haydn, per celebrarne l’ingresso nella massoneria. Con un quartetto e un programma di cui però con si conosce la composizione.
Anche in Italia von Dittersrdorf fu presto oscurato da Mozart tredicenne, al suo primo viaggio, 1769, già ammiratissimo. Avviato a Vienna al contrappunto e composizione da Giuseppe Bonno (il compositore figlio di un italiano al servizio della corte imperiale – battezzato col padrinaggio dell’imperatore Giuseppe I), nel 1763, a venticinque anni, era stato in tournée in Italia, virtuoso del violino, accompagnato al piano da Christoph Willibald Gluck. Sei anni dopo, nel 1769, Mozart al suo primo viaggio in Italia, chaperonato dal padre, pianista inventivo oltre che virtuoso, ne cacellò il ricordo.
Si consolerà con le decorazioni. Nel 1773 ottenne dall’imperatrice Maria Teresa un titolo nobiliare, da cui il “von”, e dal papa nello stesso anno l’Ordine dello Speron d’Oro.
Finì male, per avere litigato con gli ultimi datori di lavoro. Nel 1769 si era impiegato presso il principe-vescovo di Breslavia (oggi Wroclaw, in Polonia), che lo destinò al castello di Jánsky Vrch a Javornik. Nel 1794, dopo venticinque anni di servizio, litigò col direttore del castello e ne fu espulso. Due anni dopo fu accolto da un barone con Stillfried in Boemia. Ma senza grandi favori. Morirà in miseria, di gotta, nel 1799.
Due anni dopo la morte fu pubblicata a Lipsia, allora la capitale dell’editoria europea  -l’autobiografia, “Lebenbeschreibung”, che avrebbe dettato al figlio - e che ora ne alimenta un piccolo revival, cronachistico se non musicale, con la traduzione in italiano, dopo quella francese e quella inglese.
Una sua opera comica, “Doktor und Apotheker”, dottore e farmacista, 1786, avrebbe “surclassato Mozart e «Le nozze di Figaro»”, con 72 riprese a Venna nei dodici anni successivi, fino alla sua morte, contro le 38 di del capolavoro di Mozart. Ma è vero che succedevano all’epoca cose strane, anche divertenti. Dittersdorf ha il ricordo del castrato Nicolini, il più famoso dell’epoca (in napoletano Nicolò Francesco Leonardo Grimaldi, noto come Cavalier Nicolino, Nicolino, Nicolini), molto attivo a Londra, che venne scambiato da un mendicante cieco per una battona di strada. O il pappagallo di Vittoria Tesi, la grande contralto del Settecento, “la Fiorentina” o “la Moretta” (di padre africano), talmente bene addestrato che la Inquisizione se ne insospettì e lo esaminò a fondo, alla ricerca dell’incantesimo. Che se non è vero è ben trovato: c’era già la rivoluzione in mezza Europa, ma ancora si pensava settecentesco, pettegolo e ilare.
 
Loris Malaguzzi – Il pedagogista creatore del “Reggio Emilia Approach” negli anni 1960 (una metodologia basata sulla pratica, teorizzata successivamente, ma più col metodo seminariale che ex cathedra)), la metodologia didattica prevalente nei giardini d’infanzia della città.
La metodologia di Malaguzzi si basa su forme in parte già adottate, altre da adottare: il lavoro collegiale e relazionale (coordinamento) di tutto il personale, la presenza quotidiana di più educatori e insegnanti con i bambini (non più la maestra-vicemamma), e poi un atelier per le più diverse pratiche, dal ricamo alla ceramica, compresa la cucina, il coinvolgimento dei genitori. E con un approccio ambientale radicato. Per una scuola “luogo di ricerca, apprendimento, ricognizione e riflessione dove stiano bene bambini, insegnanti e famiglie”. Con una documentazione minuta di questi primi anni dello sviluppo, disegni, collages, allestimenti, foto, video - che in effetti è per ogni bambino, a distanza di tempo, sempre sorprendente. Sulla base di un principio pedagogico semplice: 1) l’apprendimento è migliore quando è attivo, non passivo, 2) l’apprendimento deve essere radicato nel mondo naturale, 3) l’ambiente deve essere parte integrante del curriculum.
 
Il brigante Spadolino – “Il bosco di Baccano (lungo la via Cassia, “fra il tredicesimo e il ventesimo miglio da Roma”, n.d.r. – è da questo toponimo che deriva la parola di senso comune) fu rifugio di molti ricercati. La fine la racconta Antonio Baldini “L’Italia di Bonincontro”, 87: “Ultimo «re della foresta» di Baccano fu il famoso brigante S padolino, catturato con una falsa promessa di condono dai soldati francesi e fucilato nel 1807. Il processo fu fatto dalla Corte militare francese, che a quei giorni risiedeva nella Cancelleria di Roma, e durò otto giorni filati con l’interrogatorio di quattrocento testimoni. S padolino e otto de’ suoi fidi ebbero la condanna a morte. La bella amica del capobanda s’ebbe quattro anni di carcere. Durante il processo Spadolino riconobbe in un gendarme di fianco alla gabbia un suo ex-saltamacchia. Scoppiò a ridere. Non avrei mai creduto, disse, che il governo francese reclutasse a questo modo la sua gendarmeria! Andò a morte facendo per la strada l’occhiolino alle ragazze e giunto sul luogo dell’esecuzione disse agli amici: «Via, è più che giusto. L’abbiamo bene tormentato questo povero popolo!». Cinque o sei anni dopo la selva fu tutta sradicata”.
 
Sticotti – “Gli Sticotti” sono una famiglia, più generazioni, di attori italiani, detti “comici”, famosi nel Settecento per rappresentare la commedia dell’arte italiana in giro per l’Europa - di più a Londra e a Parigi (Claudio Meldolesi ha dedicato loro una monografia) E per teorizzare a metà Settecento, come aveva già fatto un altro illustre teatrante italiano una generazione prima, Luigi Riccoboni, l’arte del teatro. Della recitazione più che della messinscena.
Luigi Riccoboni, “Dell’arte rappresentativa”, aveva impostato nel 1728 il dibattito: contro lo stile francese,  ricercato, propone la sincerità interiore, un’identificazione dell’attore nel personaggio. La proposta è ripresa nel 1749 a Parigi da Pierre Rémond de Sainte-Albine, che dà alle stampe un saggio intitolato  “L’attore”: l’attore dev’essere tutto sensibilità, sentimento e “fuoco”. Ideale sarebbe anche l’adesione fisica dell’attore al personaggio, la voce, l’emotività – un pubblico dotato  di “gusto e discernimento” non può accontentarsi  di una mimesi meccanica: l’attore dev’essere un “creatore” e non un “riproduttore”, per quanto fedele al testo.
L’anno dopo, nel 1750, Saint-Albin viene tradotto, in libero adattamento, a Londra, “L’attore o un trattato sull’arte di recitare”. Senza indicazione dell’autore, ma opera di  Aaron Hill. E riedito cinque anni dopo, sempre in forma anonima, ma modificata sostanzialmente. A Londra il tema era giù materia di discussione dal 1744, dalla pubblicazione del saggio di Garrick “Breve trattato sulla  recitazione”. Anche Garrick era dell’idea che l’attore non debba imitare il vissuto, i modi di essere, ma debba “assimilare” il personaggio, “nutrirle”, col “calore geniale” della propria “idea”.
Nel dibattito si era intanto infilato Riccoboni jr., Antoine-François Valentin, pubblicando nel 1750 a Parigi una breve “Arte teatrale” dall’assunto molto moderno: come il padre, vuole in teatro naturalezza, ma di più ritiene importanti l’elaborazione e la padronanza di proprie tecniche espressive: l’attore è tanto più “naturale” quanto più è consapevole  e utilizza i propri mezzi espressivi.
A questo punto, 1769, Antonio Sticotti traduce in francese un libro attribuito a Aaron Hill, “Garrick ou les acteurs anglais – che non era di fatto che un adattamento in inglese dell’opera di Sainte-Albin. Che Diderot è incaricato da Grimm di recensire per la sua “Correspondance littéraire”. Diderot, che aveva nutrito ambizioni di autore teatrale, e aveva visto Garrick in scena a Parigi qualche anno prima, ci prende gusto, e la recensione elabora, nel 1770, nel subito famoso “Paradosso sull’attore”. In forma di dialogo, dialogando con un “secondo interlocutore”, che è poi Antonio Sticotti (Sainte-Albin) – Sticotti era dell’idea di “Aaron Hill”-Sainte-Albin. Un testo seminale per molti aspetti, che faceva piazza pulita del “teatro classico” in Francia, il cui nucleo è riassunto dal Primo Interlocutore (Diderot) in questi termini: “Il punto importante, sul quale abbiamo opinioni del tutto opposte il vostro autore (Sticotti, adattatore di Sainte-Albine via “Aaron Hill”), e io sono le qualità prime di un grande attore. Io pretendo da lui molto giudizio; voglio in quest’uomo uno spettatore freddo e tranquillo; ne esigo, di conseguenza, capacità di penetrazione e nessuna sensibilità; l’arte di imitare tutto, che è lo stesso, una eguale attitudine a ogni specie di caratteri e di ruoli”.

asolfo@antiit.eu

giovedì 4 settembre 2025

A Pechino un revival, sovietico

Al tirare delle somme a Tianjin nn si è creato un fronte politico, tanto meno economico. Il vertice Sco - che non ha un vertice e nemmeno un programma, è solo una riunione informale, quando la Cina ha bisogno di diffondere qualche immagine di visitatori illustri – era solo di facciata. Un prologo mediatico alla vera scena, la parata militare a Pechino  vecchia Urss, presieduta da tre leader vecchia Urss, Xi, Putin e Kim. Con la scusa degli ottant’anni della vittoria contro l’invasore Giappone -  senza menzionare Hiroshima, né le “tempeste di fuoco” del generale incendiario Curtis Le May, tutto made in America.
La scena, godibile a volontà in rete, è una comica dei tempi di Stalin e Mao. Che erano nemici ma facevano finta di no. Molta storia è passata da allora, e le differenze, anche ostilità reciproche, si sono accentuate. E così, Russia, Cina e Nord Corea non hanno più nulla in comune. Ma la nostalgia sì.
Senza il duplice abbraccio e il bacio in bocca, e con vestiti di sartoria, ma i tre leader si esibiscono come si faceva col cerimoniale sovietico. Con le stesse latenze anche, visibili seppure non dette – riserve, timori.  
L’unica novità è che il presidente Xi ha i piedi piatti. Che lasci circolare le immagini in cui cammina a papero – e l’occhio vi si affissa, è calamitato dai piedi. Qualcosa è cambiato, non controlla proprio tutto?
E il dubbio viene: vecchia Urss non sarà anche il sorpasso economico?

Cronache dell’altro mondo – afrotrumpiane (357)

Neri, giovani e belli, ragazze e ragazzi vestiti di bianco, agitano e promuovono il movimento trumpiano a Washington, il movimento MAGA, make America great again. Qualche giorno dopo che Trump ha affidato ai riservisti dell’esercito, alla Guardia Nazionale, i controlli di polizia contro la malvivenza diffusa nella capitale.
La capitale è la città americana probabilmente più afro di tutti gli Stati Uniti, la metà o poco meno della popolazione essendo da sempre di origine afro - e il sindaco, oggi un sindaca.
Gli afrotrumpiani forse non sono molti, ma sono giovani, entusiasti, e fanno scena. Molto attivi dopo che Trump ha affidato la città alla Guardia Nazionale.  Alla quale la sindaca, benché Democratica, non ha obiettato.

Problemi di base invidiosi - 879

spock
L’invidia ha conseguenze?
 
Con e senza il malocchio?
 
Purché sia manifesta - senza scambio di fluidi, basta saperlo?
 
Parte l’invidia come una freccetta, una fucilata, una cannonata, un missile?
 
O non colpirà piuttosto a caso, come una bomba d’aereo’
 
L’invidia consuma, dice la Bibbia, ma chi?

spock@antiit.eu

L’intellettualità filosovietica, che delusione

Un Céline poco più che quarantenne e ancora uomo di mondo, a caccia di ballerine, protrude ingrigito e incattivito in copertina. Bazza ninacciosa, riportino sulla fronte, su fondo rosso, un demonio in grigio. Per il primo di una sulfurea quadrilogia di pamphlet, di cui i tre successivi sono ancora sotto censura di fatto – d’opinione – per antisemitismo. Una riedizione, dopo quarant’anni: lo stesso editore aveva osato nel 1982, unico in Europa, pubblicare questo “Mea Culpa” (insieme con l’ultimo dei quattro pamphlet, “Le belle bandiere” - tradotto “La bella rogna”: la denuncia dell’esercito francese che si era subito arreso, per colpa degli ufficiali, e degli “ebrei").
Raboni – di cui la riedizione conserva l’introduzione - avviava con l’impervio Céline la sua sfida di traduttore dal francese. Con Céline usciva l’1 gennaio 1982, il 1983 era l’anno di Proust, della “Ricerca”. Con questo Céline il problema non era però tanto di linguaggio, il pamphlet è anche breve, una cinquantina di pagine, ma il tema era delicato: la delusione. Céline era stato, lo stesso ano 1936 in cui poi ne scrisse, in Unione Sovietica, per spendervi i diritti d’autore (non pagabili all’estero) maturati col “Viaggio”. E lì aveva trovato una dittatura, anche violenta, e non la rivoluzione di cui tanto aveva sentito e letto. Da qui la delusione, prima sofferta poi corrucciata, come se non il mondo sovietico ma l’intellettualità, cui era approdato, con qualche degnazione, da un paio d’anni appena, si fosse illusa o avesse illuso. La scoperta della cattiva coscienza, artefatta. Un primo sbocco contro la letteratura “impegnata”.
Su questo aspetto la riedizione fornisce, a cura di Antonietta Sanna, notizie e dati dei rapporti di Céline, un outsider e quasi un franco narratore nella scena parigina, con Sartre e altri letterati-intellettuali engagés, della letteratura filosovietica.
Louis-Ferdinand Céline. Mea culpa, Guanda, pp. 77 € 10

mercoledì 3 settembre 2025

Non si arresta la deriva tedesca – Merz a scuola da Meloni

Merz non fa il “volenteroso” e fa come Meloni, si collega. Mentre annacqua il piano di riarmo anti-russo. E fa proprie la cautele sull’immigrazione, sul diritto d’asilo. Al punto da sfilarsi su tre fronti ormai, compresa Ursula von der Leyen, che è la Germania a Brucelles – niente di meno, e cosa non da poco – ma è stata eletta a sinistra.
Il balzo di Alternative für Deutschland, il partito di destra nato su posizioni liberali e oggi estremista, al primo posto nei sondaggi è un campanello d’allarme non si saprebbe dire quanto nefasto per la Cdu-Csu: i Popolari, la Dc tedesca, la loro funzione politica primaria nell’ormai lungo dopoguerra è stata sempre quella di arginare e disinnescare le pulsioni estremiste – dopo Hitler, la Germania non si fida di se stessa.
Su tutti i dossier sensibili, immigrati, Ucraina, Trump, la posizione del governo Merz è stata fin dall’inizio allineata su quella prudente di Meloni. In Germania, in  Europa, con la Russia e con Ttrump. Nom si dice, per ovvi motivi, ma è così. Se non Merz, il capo dei Popolari europei, il tedesco Manfred Weber, è in contatto costante con Meloni, di cui apprezza tute le politiche (bilancio, immigrazione, Trump, Putin).
La cosa è evidente, e anche notata. In Germania ma non in Italia. Si dice perché Meloni è di destra. No, perché non si capisce. Non si capisce l’urgenza, estrema, che ha la Germania di recuperare sull’estrema destra montante. Un partito che è rapidamente diventato il primo partito, è un Salvini al quadrato – e molto più conseguente: su Russia, immigrazione, Bruxelles.
Merz si è reso conto rapidamente dei limiti della Germania, politici - e ancora, da un paio d’anni,  anche economici. Il governo Merz è nato col compito di fare da argine non solo, ma di riassorbire  la deriva verso Afd. Che non si valuta abbastanza, ma è enorme, e mostruosa.

Parigi radicaleggia

Forse è il colpo di coda di una presidenza nata trionfale e presto sotto scacco, su tutti i fronti. Ma non è il solito vorrei ma non posso, è la Francia che sempre radicaleggia a vuoto,  almeno dal secondo Napoleone (ma anche il primo….), dal 1870, quando pensò bene di sfidare la Germania, quasi fosse al tempo di Napoleone a cavallo per la Prussia, a meraviglia del filosofo Hegel. Una sorta di acne adolescenziale - che il presidente Macron esemplifica anche fisicamente – di sfogo permanente.
Parigi ha un piano per tutto. Contro l’Italia – Libia, debito, fisco. Contro la Russia. Contro Trump – armiamoci e partite, io salvo i vini. Adesso vuole confiscare e nazionalizzare i depositi dello Stato russo all’estero. Che è contro il diritto internazionale, e nonsi è fatto nemmeno nella seconda guerra. E lo propone perché sono in titoli Usa e, evidentemente, tedeschi – furbo, lui. Poi vuole ìnondare di soldati l’Ucraina, ma i suoi insieme con quelli inglesi e quelli tedeschi. Una forza, a furia di ridurre, peacekeeping . ma di quale pace?   

Cronache dell’altro mondo – propagandistiche (356)

Un’offensiva è stata lanciata per migliorare l’immagine dei Democratici, finanziando con 8 mila dollari al mese gli influencer che si accordano per rilancia le linee del partito. Uniche condizioni: tenere riservato il collegamento e accettare restrizioni ai loro messaggi.
Il relativo contratto circola redatto da Chorus, il braccio non profit di una piattaforma liberal  di influencer marketing.
Gli influencer nella chat promossa da Chorus hanno collettivamente almeno 13 milioni di follower sulle varie piattaforme. Ma ultimamente il gruppo non ha fatto molti progressi.
Per anni, i Democratici hanno provato a lavorare con gli influencer. Nel 2024 la Casa Bianca del presidente Biden ruppe i rapporti con numerosi preminenti creatori di contenuti dopo le loro, lievi, critiche all’amministrazione  sulle sue politiche in tema di cambiamento climatico, Covid, Gaza, e la chiusura di TikTok. Influencer che criticarono Kamala Harris da sinistra, come Hasan Ikewr, furono anche loro tenuti fuori dalla campagna elettorale. I Repubblicani, al contrario, hanno costruito la loro forte presenza in rete passando sopra a critiche anche sostanziali di Trump.
Il Chours Creator Incubator Programme è stato fondato da un potente gruppo di dark money progressista chiamato The Sixteen Thirty Fund. Il programma è decollato il mese scorso (luglio, n.d.r.), e ai creatori di contenuti contattati fu detto che puntava a reclutare “oltre” 90 influencer.
(“Wired”)

 

Giallo d’estate, esile

Un giallo estivo, esile, per una serie di incontri gay, maschili e femminili, innocenti cioè ordinari – al più si fa l’adorazione dell’eterno “ragazzo bruno col ciuffo” (c’è anche un “grazioso ragazzo biondo di Amburgo”, sempre col ciuffo – qui siamo a Zurigo), e si fanno anche feste per “due tizi nuovi, tizi giovani”. Con una cagnolina Lulu che innamora tutti, quasi come i ragazzi biondi col ciuffo. E ragazze che vanno, senza farci caso, anche con ragazze. Il mondo come si vorrebbe, promiscuo.
Sempre quell’“universo claustrofobico e irrazionale nel quale si entra, ogni volta, con un senso di pericolo personale”, che Graham Greene trovava nei racconti di Patricia. Qui per 300 fittissime lunghe pagine, di 41 righe, che raccontano ripetendoli gli eventi quotidiani. Niente succede, non di eccezionale, rispetto agli eventi della vita quotidiana. Se nno il ricordo, emergente, di un ragazzo giovane e bello che è stato ucciso a coltellate un anno prima, di notte in un vivolo all’uscita dal cinema, forse in una colluttazione con uno scippatoere. Ma per un’elaborazione del lutto molto superficiale, giusto un’ombra qua e là, in mezzo al dragaggio costante, di giovani belli, e di una ragaza. Negli intervalli della giornaliera messa in ordine, della casa e dell’ufficio. 
C’è una cattiva. Una donna piccola, brutta, zoppa, e forse non inoffensiva, una sarta con laboratorio, nel quale dà lavoro a quattro apprendiste, che prende il caffè nel bar frequentato anche dai froci,  e li odia. E li perseguita? La “cattiva” - volitiva in realtà, e fattuale - è una ebrea polacca: un bersaglio doppio. È l’unica libertà che Highsmith si prende, nel 1993.
Molto dettagliato, ma mai accelerato, a sviluppi lenti e per lo più a vuoto – l’unica suspense è il  nome dell’autrice. Ma di lettura lieve e svelta. Il titolo originale peraltro non mentiva: “Small g. A Summer Idyll”, dove la piccola “g.” sta per gay, ed è piccola per indicare un bar o ritrovo dove “è possibile” incontrare gay, non esclusivo cioè.
Sopravvalutato, forse per essere l’ultimo racconto dell’autrice (morirà qualche mese dopo, per un tumore pregresso), scrittrice peraltro seriosa, che non giocava sul pettegolezzo e lo scandalo. Si legge come una sfida all’ordinario, al non-evento.
Curiosa, senza un motivo preciso, l’eco risuona a ogni pagina di Pasolini, forse per essere stato il primo che ha sdoganato l’attrazione gay nella narrativa mainstream – o sono le trepidazioni gay non romanzabili, solo di gesti fisici?
P
atricia Highsmith, Idilli d’estate, Bompiani, pp. 301 € 6

martedì 2 settembre 2025

Paura e cattiva coscienza dell'Europa

È bastato un vertice Sco, non il primo, la consultazione periodica di politica mondiale immaginata e organizzata dalla Cina, e sembra che il mondo sia andato in tilt. Nella stampa italiana perlomeno, e anche in quella europea – non in quella americana.
La Shangai Cooperation Organization è stata creata, come foro di discussione, non ha un’agenda e non decide nulla, quasi un quarto di secolo fa: il 14 giugno 2001 vide riuniti a Shangai i capintesta della Cina con mezza ex Unione Sovietica: Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Si è poi allargata, e ristretta, sempre informalmente, e quest’anno ha avuto la partecipazione, benché critica (molto), di India e Corea del Nord. Per una photo-opportunity, un colpo di teatro - la Cina ama 
il teatro. Ma viene presentata (non si presenta da sé) come il mondo non occidentale che prende il controllo del mondo.

Questo non vuol essere e non è – non può, i motivi sono tanti che è inutile  elencarli. Ma si vuole che sia. In Europa, in Italia. Al netto dell’avversione contro Trump, che avrebbe distrutto l’unità dell’Occidente (ma ancora paga la “difesa dell’Occidente”, non l’ha smobilitata), perché tanta paura? Come si fa a pensare la Russia un soldato della Cina? Per quale guerra? Non economica. Non politica. Non militare, figurarsi.
Questa paura è un altro segnale (se ne lanciano anche per i Brics, quando con Russia e Cina si siede a parlare anche il Brasile - con l'Arabia Saudita....) della cattiva coscienza dell’Europa. Che dovrebbe cominciare a ragionare – a essere – in proprio, e non sa e non vuole. L’asse renano? I “volenterosi”? E il federalismo?

Lo straordinario potere di Renzi

Uscito rottamato dal voto popolare dopo avere rottamato mezza politica di sinistra, Renzi torna a pontificare da quale tempo, a giorni alterni, sui media della stessa sinistra. Con interviste sdraiate più che sedute, in genere sotto forma di “J’accuse”. Di che cosa non si sa. Lui si ritiene sempre grande rottamatore, ora di governi. E quindi si esercita su Meloni.
Questo è in carattere. Ma perché farne una bandiera? Scontato anche che i media di Elkann e Cairo lo pompino: sono per il non-governo, di destra o di sinistra che sia. Nel nome del mitico Centro – che naturalmente sarebbe la Dc, ma noi non siamo Dc, lo siamo? No, il governo deve fare poco e durare poco.
Dunque Renzi uguale a se stesso, dodici anni dopo. Ma come farne una bandiera? Uno che, oltre a essere fallito come politico, si è reso anche ridicolo, tanto quanto ben pagato, testimonial del Rinascimento saudita – “l’Arabia Saudita come Firenze”…. È anche agitatore anti-giudici che però si avvale, p.es.in Calabria, di giudici cresciuti sotto la sua alla, dalla Procura di Cosenza fino a Gratteri.   

Povera Calabria, un pozzo senza fondo

Nel 1908 un aristocratico austriaco, 34nne, molto azzimato, benché frequentatore occasionale di poeti e artisti, non però di bohème – anzi: Rilke, Wedekind, Wassermann tra gli altri – nonché romanziere già di fama, decide di fare, da solo, il viaggio lungo la costa adriatica dell’Italia (l’Adriatico era anche un mare austriaco), da Venezia fino a Bari, e poi tagliare per Taranto fino in Calabria. Decide di fare un tour della Calabria. E ne ha già pronto il racconto appena tornato, racconti di cose viste e di conversazioni occasionali, con gente e di fatti ordinari. Un testo subito pronto. Senonché il terremoto del 28 dicembre potrebbe farne saltare la pubblicazione. Van Oestéren rimedia con una postfazione, nella quale si scusa “per il tono allegro e noncurante con cui talora racconta quello che gli è capitato”. E aggiunge due appendici sul terremoto del 1783:  le relazioni del cavaliere Du Fay, e quella di lord William Hamilton, l’ambasciatore inglese presso il re delle Due Sicilie.
Un tono leggero, dunque. Come le persone che incontra, gente qualunque – compresi i primi emigrati di ritorno. Sui fatti minimi della vita di ogni giorno. Col limite della poca conoscenza dell’italiano, e nulla del dialetto. Pochi anni dopo il suo racconto dovrà confrontarsi con quello di Norman Douglas, più sapido, e la “Povera Calabria” cade  nel limbo. Ma Douglas è svelto di lingua (i suoi aneddoti hanno soprattutto la forza del linguaggio). E preferirà muoversi a piedi, al più a dorso di mulo. Mentre Oestéren usa tutti i mezzi possibili, per fare presto: treno, carrozza, diligenza postale, mulo, cavallo. Attratto da che? Dal pericolo forse, perdurando la nomea della Calabria dei briganti. Oppure dalla natura. Di questa ha immagini grate. E si congeda con le parole celebri di lord Hamilton, “Addio, bella Calabria”.
Molta sporcizia, negli alberghi e le osterie, molto dialetto, incomprensibile (ma significante), figuranti ordinari, vetturini per lo più e osti, unici punti di interesse tre o quattro gite fuori dai soliti percorsi dei viaggiatori. Al Montalto in Aspromonte. A Serra San Bruno, la Certosa e anche il paese, pulito come la Svizzera - 
(“La pulizia del convento, un unicum nell’Italia meridionale” (le Serre opina siano la Svizzera della Calabria, le uniche vallate e prominenze senza vista mare). E a Soriano la scoperta del convento di san Domenico, le gigantesche rovine post-terremoto 1783 del maestoso convento (una visita dettagliata, attraverso vari sotterfugi - del convento solo ora si è fato un restauro conservativo, dopo oltre un secolo dalla scoperta di van Ostéren). Altri punti di interesse, gli scorci naturalistici. E l’ottimismo, malgrado tutto: la Calabria certo è povera, ma von Ostéren buon illuminista ritiene che con l’istruzione tutto si risolverà.

L’unica opera tradotta di un autore austrotedesco (si spostò poi a Berlino) narratore ragguardevole.  Nella collana per ogni aspetto anch’essa notevole: traduzioni, curatela, grafica, prezzo, “Viaggio in Caabria”, curata da Vittorio Cappelli, una cinquantina di titoli, tutti curiosamente per qualche aspetto interessanti. Si direbbe la Calabria un pozzo senza fondo.
Friedrich Werner von Oestéren, Povera Calabria, Rubbettino, pp. 187, ril. € 7,90

lunedì 1 settembre 2025

Letture - 589

letterautore


Budella
– Sono povertà e sacrificio nell’eloquio napoletano. “Troppi vi han che tiran le carrozze colle budella”, dove budella sta per il popolino, l’espressione si ritrova nelle “Lezioni di commercio o sia di economia civile” di Antonio Genovesi (1803, 13 nota a): “L’illustre Giambattista Vico, uno dei fu’ miei maestri, uomo d’immortal fama per la sua  Scienza nuova, soleva assai lepidamente dire che troppi vi han che tiran la carrozza colle budella”.
 
Céline-Sartre – Prima delle deprecazioni postbelliche,  di Sartre contro Céline, “pagato dai nazisti”, e di Céline contro la “tenia ghignante filosofante Tartre”, Sartre aveva letto e ammirato Céline. Ancora nel 1938, quando già Celine aveva pubblicato due dei suoi quattro libelli reazionari, e antisemiti, “Mea culpa” e “Bagatelle per un massacro”, ancora nel 1938 Céline non era il sulfureo fascista antisemita delle future polemiche di Sartre. Il filosofo apriva quell’anno il suo primo e più celebre romanzo, “La nausea”, riscrittissimo, controllatissimo, con una citazione di Céline presa proprio da “La chiesa”, la “farsa” del 1926 che è il primo sfogo anti-ebraico di Céline: “È un giovane senza importanza collettiva, è soltanto un individuo”.
 
Celti – Ora dimenticati – da tempo. Ma sono alla prima riga del “De Bello Gallico”, dove Galli, spiega Cesare, è il latino per Celti: “Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur”, tutta la Gallia è divisa in tre parti, una delle quali abitano i Belgi, un’altra gli Aquitani, la terza quelli che nella loro lingua si chiamano Celti, nella nostra Galli”.   
 
Critico – È il critico che “fa” l’Autore? Lo scopre – lo inventa: lo legge, con cura, lo rilegge, ne rileva i motivi e le tecniche, lo segue nella sua “produzione”, lo inquadra nelle storie, civili, politiche, sociali, letterarie, di ricerca, di ispirazione, nelle radici, nei piani. Lo (ri)spiega Gabriele Pedullà sul “Sole 24 Ore Domenica” 24 agosto, in un ricordo divertito del padre Walter, lettore attentissimo a ogni virgola o tournure del linguaggio, che aveva i suoi “autori preferiti” a cui non concedeva tregua, il poeta Pagliarani, Malerba, D’Arrigo, Bonaviri (“noto per aver mancato il premio Nobel per la Letteratura”, dice l’IA ).
“Era un periodo in cui tutti i narratori importanti avevano dei critici di riferimento, che li consigliavano e nei momenti di scoramento li rincuoravano, aiutandoli anche psicologicamente”.
 
Delfino – Il familiare cetaceo giocherellone, folletto di tante favole e parchi marini, meta di escursioni con tuta e gommone anche sfiancanti, è “mosciame” in “Horcynus Orca”, il romanzone-metaromanzo di Stefano D’Arrigo. La parte cioè del pesce conservato (essiccato) al grado infimo della commestibilità. Che i pescatori dello Stretto considerano (consideravano, quando c’erano pescatori) poco e male. Al meglio un folletto, ma non divertente, poiché lacera(va) le reti e strazia(va) pesci spada e tonni, quindi una disgrazia. 
 
Femminismo – È di Pavese, l’autore di molti personaggi femminili, ma nel senso del timore della donna? Nadia Terranova, a cui è confidata la presentazione dell’ultima edizione Einaudi de “Il mestiere di vivere”, lo dice “terrorizzato dalle donne che ama, donne che infestano la sua letteratura con le loro assenze e anche con le improvvise apparizioni, donne di cui non si fida perché da un momento all’altro potranno metterlo in scacco, donne da cui si mette in guardia da solo”. E ricorda, in ordine inverso al legame storico,  Bianca Garufi, Fernanda Pivano, Tina Pizzardo. E non sarebbero anche le sorelle Dowlings – e Romilda Bollati, benché adolescente?
Pavese, semplicemente, restò traumatizzato al rientro dal confino, quando scoprì che Tina Pizzardo, alla cui leggerezza doveva il confino (a lui fortemente indigesto, non avendo temperamento politico, bellicoso), dove si era fatto coraggio con l’immagine di lei, semplicemente lo rifiutava perché “non lo amava” - senza pietà (una che di sé – nelle memorie “Senza pensarci due volte” – scriverà: “Donna libera e disinibita, piena di vita e di socialità, anche volubile, che aveva bisogno di legami con più uomini contemporaneamente”).
 
G piccolo – “Una delle guide di Zurigo aveva classificato Jacob’s (un bar, n.d.r.) così - con una «g minuscola» - intendendo che vi si poteva trovare, benché non elusivamente, clientela gay” –
Patricia Highsmith, “Idilli d’estate”, 1994.
 
Nazionalpopolare – Detto di Pippo Baudo in senso spregiativo: Si dice termine gramsciano ma fu l’appellativo con cui il presidente Rai nel 1987, Enrico Manca, un socialista della corrente filo-Pci, lo bocciava. Baudo si costrinse ad abbandonare la Rai (“rimettendoci una ventina di milioni”, come poi dirà, per non aver voluto far valere la giusta causa), per la Mediaset di Berlusconi – dove fu osteggiato da tutti, eccetto Mike Bongiorno. L’unanimità del cordoglio è tardiva.
 
‘Nduja – È l’andouille francese“le andouilettes sono salsicce di trippa di maiale”, Gianni Mura, “Giallo  su giallo”, p. 32 - a Spilinga rese digeribili col peperoncino: “Da Troyes a Vitre, a Guéméné-sur-Scorff rivendicano di esserne la culla. Si trovano in tutta la Francia, una volta ne ho mangiate di buone anche in Savoia. Ho bisogno di appesantirmi e di dormire”.
 
Oinops pontos - Si ripubblica “Il mare colore del vino” di Sciascia che perpetua l’erronea traduzione di Omero. Il cui mare non è “colore del vino” ma “si vede come il vino”, cioè spumeggia – come una volta spumeggiavano i vini nella fermentazione.
La traduzione è perfino semplice: pontos è il mare, oinops è un composto, di vino e la radice di visione-vedere. Quindi la traduzione è: il mare che si vede (si agita, spumeggia) come il vino.
 
Salò – Ebbe il più gran numero di adesioni di giovani che poi sarebbero diventati vedettes dello spettacolo, teatro, cinema, musica, fumetto. Specie di giovani, che alla chiamata alle armi rispondevano a Salò invece che alla Resistenza. Dei più noti si è sempre saputo, Fo e Albertazzi – rimasti simpaticamente amici poi tutta la vita, benché professando fedi politiche opposte. Seguiti da Walter Chiari, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, poi a lungo coppia di comici alla Rai, Carlo Dapporto, Tino Carraro. E Mastroianni, Amedeo Nazzari, Wanda Osiris, Salvo Randone, Enrico Maria Salerno. E  Marco Ferreri. E  Hugo Pratt.
Si moltiplicano i siti che documentano l’adesione anche di intellettuali, Dino Buzzati per esempio,  forse anche Concetto Marchesi poi professo comunista, Gianni Granzotto, lo stesso Spadolini, almeno fino al 1944. Angelo Del Boca, futuro storico delle malefatte del colonialismo. Il cronista sportivo poi famoso alla Rai Enrico Ameri. I musicisti Gorni Kramer, Cinico Angelini, molto popolare alla radio negli anni 1850-1960,
 
Scrittura – Intervistato da Ganni Riotta su Radio 3 il 12 giugno 1986, Tondelli, a proposito delle tre antologie di scrittori debuttanti che ha curato, tra il 1986 e il 1990: “Da molte parti si dà per morta la pratica della  scrittura a favore di altri tipi di linguaggio, il linguaggio televisivo, quello dell’immagine. Invece questi ragazzi esistono: c’è una grande parte che scrive”.
Saranno molti di più successivamente, col proliferare delle scuole di scrittura. Ma probabilmente avrebbero posto un problema a Tondelli: non si impara a scrivere per “non scrivere” – per dare  parole ai “generi”, seriali, d’immagine.
 
Ma non è salvifica. Lo stesso Tondelli annota, a margine di Testori, “Traduzione della prima lettera ai Corinti” (una glossa recuperata da padre Antonio Spadaro “lavorando sulla sua libreria personale”, di Tondelli -. “Robinson” 31 agosto): “Ho sempre pensato che la scrittura avrebbe potuto, magari in anni e col lavoro, «salvare» la mia storia in un canto epico. La letteratura non salva, mai. L’unica cosa che salva è l’Amore, la fede e la caduta della Grazia”.
È un “bisogno” estetico.

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Se la guerra è colpa degli ebrei

Il primo dei libelli antisemiti, 1937. Subito tradotto in italiano, ma con ampi tagli dell’editore Corbaccio, e anche della censura, in commercio fino al 1945. Proibito in Francia nel dopoguerra e mai più riedito - nel 2017 Gallimard ne annunciò la ripubblicazione, su autorizzazione della vedova di Céline, Lucette Almanzor, ma la polemica che seguì sconsigliò la stampa. In Italia era stato ritradotto - dopo averie edizioni pirata tra il 1965 e il 1976 - nel 1981 da Pontiggia per Guanda, integrale. Ma ritirato dalle librerie dopo soli tre mesi, per un’azione penale intentata dal legale della vedova di Céline.
La guerra, che nel 1937 sembrava fuori dall’orizzonte, era invece già un incubo per Céline. Che se la prende (anche) con gli ebrei, non sapendo con chi prendersela. La guerra era il suo incubo, avendola visuta in trincea nel 1914, con una ferita anche grave. La guerra è sporcizia, sangue, sofferenza, morte. Il tutto in una cornice narrativa, di sezioni dissociate, intervallate dai soggetti di tre balletti, “La nascita di una fata”, “Paul canaglia. Virginie coraggiosa” e “Van Bagaden”. Il demone del mercato editoriale, perduto dopo gli anni folgoranti del “Viaggio”, non è estraneo alla ricerca di effettacci, per un succés de scandale. Emmanuel Mounier, che recensì il libello subito nella sua rivista “Esprit”, sottolineò puntigliosamente le fonti di una trentina di passi: due opuscoli “dello stesso genere di quelli che si vendono all’uscita dei metrò, con le liste degli ultimi numeri del Lotto e le illustrazioni pornografiche”, e “Israele, il suo passato, il suo avvenire” di H. de Vries Heekelingen, antisemita blando del filone “gli ebrei in Israele”.
Una nota di Giancarlo Pontiggia, che da traduttore ha dotato Céline di una perfetta reincarnazione in italiano, una sorta di miracolo, vuole lo scrittore pericoloso, se lo è, non per l’astio anticomunista e antisemita dei pamphlet ma “per il voluto attacco che muove alla cultura umanistica”. Che ne farebbe la modernità, “anzi il punto di svolta verso la piena modernità novecentesca, che si esprime – com’è noto – nella rinuncia a un pensiero strutturato”. Un Céline anche molto Kristeva, “I poteri dell’orrore” – l’evisceramento da cui aborriva, filosofico, di solidissima genealogia: con Céline qui “danziamo, sotto quel cielo crollato (Nietzsche); come vorremmo danzare (Heidegger); ecco come davvero danziamo (Céline)…”.
Se non che Céline potrà essere tutto ma non anti-umanista. Céline finisce anti-umanista dichiarato per essere impreparato ad affrontare la realtà, che è sempre anti-umana: è un “buonuomo”, il medico dei poveri, uno incapace di una sola cattiva azione, anche minima, che la guerra ha sconvolto, e sconvolge dopo gli anni felici della “scrittura”. Perché lui l’ha vissuta dal di dentro. E perché la guerra si riapprossima inesorabile, ogni avvertimento o contrasto è inefficace e ridicolo.
Anti-umanista semmai per formazione, intrappolato nell’autodidattismo – fino al commaraggio da portiera, da signora mia, così pieno di verità sempre assolute.

Una riedizione in commercio è stata approntata dalle editrice della letteratura di destra, di Evola, tutto Faurisson, i discorsi alla radio antisemiti di Pound, Hitler, etc..
Louis-Ferdinand Céline, Bagatelle per un massacro, Guanda, pp. 306 pp. vv.

Omnia Veritas, pp. 386 €25

domenica 31 agosto 2025

Ombre - 789

Non c’è giudice americano che faccia la fronda a Trump, e quindi ora ce ne sono moltissimi, che non venga registrato dai giornali italiani. Mentre in America non hanno rilievo – fanno parte della “dialettica” politica. La giustizia è sopravvalutata da noi? No, è uno strumento di potere molto più potente.  
 
Si pubblicano le fotine dei sei capi di Stato invitati da Xi a Pechino come quelli da album delle figurine. Una cosa, insomma, poco seria. Senza dire che è un G 7 alternativo, e a connotazione  molto forte, l’Eurasia. E poi, tre di loro non sono anche pilastri dell’Occidente, India, Turchia e Pakistan? Una robetta, forse, non è.

Per la serie “Gialli Italiani” Massimo Lugli rievoca sul “Foglio” l’assassinio della contessa Alberica Filo della Torre a Roma, in casa sua, in camera sua. Una caso semplice (era stato il maggiordomo licenziato) su cui invece è stato montato un “caso mediatico”, con sospetti su tutti. “Gli inquirenti volavano alto con l’immaginazione”, invece di lavorare: “Vent’anni di indizi trascurati, reperti  dimenticati, intercettazioni mai ascoltate, elementi sottovalutati”. Era l’anno dopo il delitto, sempre irrisolto, di via Poma. È difficile difendere i giudici.

“Ieri Donald è comparso con la nipote Kai, smentendo le fake news sulla sua morte” – riferito senza ironia. Come delle giudici Democratiche che si divertono a lanciare freccette contro Trump (il Donald della “notizia”) postando sui social fototessere lusinghiere – immagini di capigliature, raramente di occhi. Prese tremendamente sul serio, come tante Perseo. La Great America ha anche un lato leggero, l’Europa non più – non capisce?

 
Non ci si crederebbe ma i governanti tedeschi si fanno pagare le spese per fitness, beauty, e viaggi privati, per cifre considerevoli: la beauty del cancelliere Merz (soprattutto abbronzatura) è costata 12.500 euro in un trimestre, quella della ministra dell’Industria Reiche 19.264,76 euro. L’ex ministra degli Esteri Bearbock, presidente o segretaria dei Verdi, quindi anticonsumista, benché pingue e un po’ trascurata, si è fatta pagare 137 mila per un anno di “stilista personale”. Senza scandalo. Neanche uno sberleffo.
 
“Costa come Koopmeiners” uno che poi si è dimostrato un flop, “con uno stipendio inferiore solo a Vlahovic”, che è lo scandalo del campionato italiano, può ironizzare la “Gazzetta dello Sport” della rincorsa della Juventus di Elkann a un calciatore di cui il Paris Saint-Germain tenta di liberarsi da tempo, Kolo Muani. Che di fatto costerebbe non ”come” ma “più” del fallimentare Koopmeiners, 60 milioni – e vuole otto milioni, netti, a stagione. Tutto quello che Elkann tocca muore. Eccetto le fortune personali.
 
Si fa poco scandalo dell’immobiliare fiorentino – un caso analogo in tutto, anche le date, alla Nuova Urbanistica sotto accusa a Milano – perché le cubature gigantesche in deroga (156 appartamenti di lusso invece della vecchia sala dei concerti e del Maggio Musicale) sono state autorizzate da Renzi sindaco, e poi dal suo delfino Nardella, perché si vuole Renzi candidato a grandi cose, anche se senza voti. Il ”cubo nero” fiorentino serve giusto a evitarci la pagina quotidiana di Renzi che pontifica – ha abbattuto alcuni governi, ma con questo il giochetto non gli riesce.
 
Oppure non si dice per rispetto all’architetto del cubo, benché di lusso, Fuksas? Che non è senza difese: non si può fare nulla di nuovo a Firenze, è subito “scempio”. Lo skyline però non ha un valore, anche architettonico, anche immobiliare?
 
Trump e Putin  contro l’Europa”, il candido Mario Monti al “Corriere della sera”. Sempre la solfa vittimista: l’Europa è bella, brava , buona, gli altri tutti cattivi. E forse anche un po’imbe(ci)lle? Dopo essersi fatta “mantenere” dagli Usa militarmente per quasi ottant’anni. Per poi andare a sfidare la Russia in Ucraina, “per la democrazia”, col battaglione Azov. Monti è il tipico europeo, un intellettuale introspettivo, armato di sue verità.
 
Pizzaballa - benché in tenuta sacerdotale - contro Netanyahu, si penserebbe: non c’è partita. E invece no: Israele sbaglia a puntare la chiesa, che è rimasta la sua sola, per quanto stanca, difesa, a causa dei trascorsi. Ora, fra le tre religioni di Abramo, la partita potrebbe farsi 2-1, lo schieramento millenario – al di sopra delle massonerie, più o meno laicali e\o finanziarie.
 
L’ultimo “ordine esecutivo”di Trump, il divieto di bruciare la bandiera, è risentito in America come un’intrusione sulla libertà di espressione. In Italia è un reato, previsto dal codice penale, senza scandalo per nessuno.
Oppure sì, ne fanno scandalo i media dei belli-e-buoni, compresi quelli di Riffeser. Perché ormai nessuno ha nemmeno un’infarinatura di diritto?
 
Le Ong della rotta Misurata-Lampedusa vogliono insistentemente che l’Italia rompa i rapporti con la Libia. Il che non è possibile, e non è auspicabile. Sarebbe anche contrario agli interessi umanitari delle stesse ong (vogliono che i cosiddetti migranti del mercato degli schiavi partano liberamente, “all’avventura”?). E dunque? Stupidità non è.
 
Che il vescovo di Milano chieda un’intervista al “Corriere della sera” per giustificare la Nuova Urbanistica, affaristica se mai ce n’è stata una, cioè per assolvere i maneggioni, passi. Ma che il sindaco, il suo partito, la giunta comunale, il consiglio stesso non facciano nemmeno una discussione, anche solo per dirsi nel giusto, questo non dovrebbe preoccupare? Il silenzio della politica a Milano è sordido: a tratti si vuole la città dell’illuminismo (ma giusto per rubare la primazia a Napoli), mentre è ben la città dei Bava Beccaris, Mussolini, Brigate Rosse, e sempre dell’Opera del Duomo.
 
Urla razziste a Liverpool contro un calciatore del Bournemouth, Semenyo. Partita sospesa per qualche minuto, intervento della polizia, fermo dell’urlatore, scandalo. Poi si scopre che a urlare è stato un disabile iu sedia a rotelle, e niente si è più saputo. Succedeva a Ferragosto. Mentre sarebbe stato (molto) interessante analizzare la cosa. Il politicamente corretto è proprio un ottundimento del cervello – poi si dice che siamo caduti in un’epoca MAGA, trumpiana.

Sempre al di sotto delle (proprie) aspettative

“La forza della bassa autostima può essere così enorme e inspiegabile da risultare quasi mitica”. In forma di aneddoti, una serie quasi esilarante di casi e di esperienze, personali e viste o vissute da vicino, in cui l’incertezza di sé, spesso inspiegabile, diventa traumatica.
Non disperante: “Il solipsismo della bassa autostima è una delle meraviglie della psiche umana”.
Vivian Gornick, Always inadeguate, “The New Torker”, 17 agosto (leggibile anche in traduzione, Sempre inadeguati)