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lunedì 15 dicembre 2014

La scoperta dell’antipolitica

astolfo

È tema invernale, verrebbe da dire risalendo alla periodicità dell’antipolitica su questo sito. Ma è ben reale, non una metereopatia. “La politica di questi tempi non c’è”, dice Benigni sbarcando a Roma per “I dieci comandamenti”, ma anche questo non è vero.
Il presidente Napolitano la fa risalire a “Mani Pulite”, l’aggressione dei giudici alla politica: scrivendo al “Corriere della sera” oggi, in risposta ai rilievi di Galli della Loggia ieri, richiama – come già in precedenti suoi scritti – la lettera a lui indirizzata dal deputato socialista Moroni , che con essa prendeva congedo dalla vita. Con l’insofferenza all’aggressione, senza peraltro difesa possibile.
“Mani Pulite” certamente c’entra, la campagna del duo Borrelli-Di Pietro, con la complicità di molti  giudici milanesi, Tarantola in testa. Ma c’entra anche la presidenza della Repubblica, di Scalfaro e dello stesso Napolitano, coi loro governi del presidente, più spesso di origine extraparlamentare, i ministri graditi – tutti più o meno fallimentari - e quelli sgraditi, gli scioglimenti a piacere delle Camere, i moniti a ripetizione, i gradimenti, i veti, le consultazioni chilometriche, i preincarichi, gli incarichi esplorativi. L’apice di questa connivenza se ne può dire il falso avviso di reato fatto recapitare nel 1994 a Berlusconi da Borrelli e Scalfaro, sul giornale di Milano, il “Corriere della sera”, per bloccare la riforma delle pensioni - che sarà fatta vent’anni, quasi, più tardi, a costi ormai proibitivi, su impulso e per volontà di un altro presidente, Napolitano.
Dopodiché, l’antipolitica non si può restringere alla lettera del povero Moroni. È anzi pratica costante e diversificata. A opera dei corpi politici elitistici, non elettivi: i media e i loro padroni, gli interessi costituiti, le istituzioni non elettive. Tra esse il Quirinale settennale, un’anomalia nel panorama costituzionale mondiale - che nessuna riforma si propone di correggere. Una buona legge dev’essere buona politica, prima che proceduralmente corretta. Il Quirinale e la Corte Costituzionale, la cui composizione peraltro – e quindi il suo orientamento – è quirinalizia, si surrogano un potere che la Costituzione non dà loro, se si sovrappongono al legislatore.
Come l’antimafia
Come l’antimafia, l’antipolitica è specchio del suo oggetto. Deformante, anche se sembra impossibile: è la passione eccessiva, invadente, opportunistica, violenta, applicata alla politica. È una politica, deteriore.
S’intende per antipolitica l’insoddisfazione verso la politica, la disaffezione, e perfino la lotta contro. Ma in questa chiave è una forma della politica. Questo è in Italia evidente nei movimenti più antipolitici, quello di Di Pietro, del comico Grillo, e della giustizia politica – il “partito” dei giudici. È invece, propriamente, un aspetto della più generale concezione della politica come guerra civile, di tutti contro tutti. Che fu delle ideologie escatologiche e permane come arma politica.
Moralmente – psicologicamente – è una forma di misantropia, di narcisismo deviato: tutto è marcio non per un criterio di legge ma all’“infuori di me”. Politicamente è antidemocratica. La politica, per quanto corrotta, per quanto totalitaria, passione esclusiva, è sempre democratica  – purché non tirannica. Ma  sempre è anche un aggiustamento, la scelta del male minore, al meglio una riparazione. Sia essa la guerra, che può essere necessaria, come dice Orwell, “ma non può essere né buona né sensata”, o l’appalto delle fognature. Per questo l’antipolitica è sospetta. La politica è debole e arrendevole all’antipolitica per effetto della democrazia. Forse malintesa, ma è la democrazia che ha indebolito la funzione principale della politica, di coagulo rispetto al dissenso – la capacità di scelta e di leadership. Sia perché la politica è ideologica (massimalista, assolutista), e sia perché è riduttiva (minimalista), sfiancandosi nell’assorbimento di ogni forma di dissenso. Che naturalmente è sempre di massa, anche se marginale: in democrazia ogni fenomeno è di massa.
Ma antidemocratica è sempre l’antipolitica: intellettuale, elitaria o professionale - il governo dei tecnici. È sempre stata la leva dell’assolutismo in politica: è giudice insindacabile. Emerge tra Cinque e Seicento con l’uso di Tacito (moralista si spera sincero e ineccepibile) contro Machiavelli, da parte di gesuiti e protestanti insieme, risolvendo la politica nel potere e stroncando per lungo tempo l’autonomia del politico (diritti di libertà, diritti di possesso, patti).
Con la Repubblica, l’antipolitica è diventata una specialità italiana. Dapprima in ceti ristretti, liberalradicali, poi come protesta di massa. L’Italia liberale non ha mai amato i partiti politici, ma più nella Repubblica. Sempre a opera degli stessi, i liberali, che al fondo sono anarchici – talvolta “repubblicani”, cioè del Pri, un partito, a volte radicali, e da ultimo, come sembra, Democratici. I liberali “non esistono” in Italia, ma per questo si pretendono “assolutisti”: non si è mai abbastanza liberali né liberi. Da qui l’invocazione del “tecnico” della politica. Un equivoco, che si trasforma in fucina dell’antipartito, dell’antipolitica, dell’antidemocrazia.
Il tecnico platonico
È lo stesso equivoco della “società civile”, quella dell’“Italia paese di merda”. Che non ha alcun titolo per dirlo, volendosi essa ammanicata e superiore. Avida. In piccolo certo, ma diffusamente. L’inchiesta romana individua solo un rivolo in un mare. E caratteristicamente si vuole restringere a due imprenditori ex carcerati, mentre ne è pregna la società civile, del partito degli appalti, gravido di architetti e ingegneri, dei dottori, commercialisti e medici, delle segreterie degli stessi censori pontifica tori, delle loro fondazioni, delle loro onlus.
Il tecnico è la personificazione del governo platonico degli intellettuali. E dell’insofferenza di una storia senza stacchi. Senza cambiamento. Senza nemmeno processi o tagli netti nella guerra civile che pure c’è stata, solo vendette. Del trasformismo fin dall’inizio con Rattazzi. Di una liberazione che fu solo militare, opera degli Alleati. Di una Resistenza che fu politica e non militare, un adattamento alla sconfitta e all’8 settembre, e anzi accentuò i caratteri perversi, la vendetta, la faida, la violenza sregolata.
L’antipolitica è una politica. La politica dell’antipolitica è già in Salvemini, in “Cocò all’università di Napoli o la scuola della mala vita”, il saggio satirico col quale inaugurò la collaborazione a “La Voce “di Papini e Prezzolini il 31 dicembre 1908 (ma i temi della satira sono già tutti nelle “Lettere meridionali” di Pasquale Villari del 1862). “L’azione politica degli spostati ha una grandissima importanza nella società moderne, perché, non avendo nulla da fare, fanno per tutto il giorno della politica: sono giornalisti, libellisti, galoppini  elettorali, conferenzieri, propagandisti”. E, sempre non avendo nulla da fare, fanno subito carriera, ci tentano, atteggiandosi a “capipopolo” e “guardiani dei segreti”. Gli “spostati”, termine che avrebbe fatto fortuna nella redazione americana, “misfits”, Salvemini dice “il cosiddetto proletariato dell’intelligenza”, e intende quelli che vogliono tutto subito ma non sanno che.
Quando Napolitano reagì infastidito a Della Valle, che faceva una campagna pubblicitaria contro i politici, disse una cosa giusta: “Si impreca contro la politica ma la politica siamo tutti noi”. L’antipolitica è una politica, estremamente insidiosa. La più brutta perché perversa: si finge infatti perseguitata mentre è la politica dei padroni: imprenditori, mercanti, professori, vescovi.
La decadenza, l'ignoranza
Guardando oltralpe, è anche il segno dell’epoca, perlomeno in Europa. È il segno dell’Europa, in Germania, in Olanda, in Gran Bretagna, Francia, della sua “decadenza”. È una deriva anzi di un dibattito ormai vecchio di quarant’anni, nel seno della Trilaterale del capitale. Della democrazia ingovernabile e della ricostituzione del potere – questione peraltro inafferrabile: la politica non è il potere, il potere è una sua espressione, sempre labile.
Anche la storia si fa nel segno dell’antipolitica. Quella dell’Italia nel centocinquantenario, per esempio, tre anni fa. O del Sud da due o tre decenni. O della Libia, per dire, e degli altri paesi confinanti. L’antipolitica è anche l’esito di un’incultura, e di un analfabetismo di ritorno, specie nei media. Non sappiamo più cosa succede nemmeno a Chiasso o a Capodistria – e a Passariano del Friuli non sanno più nulla di Roma. Non siamo interessati, una forma d’ignoranza caratteristica delle fasi depressive: la chiusura in se stessi, una chiusura confusa in un se stesso confuso. Neppure alle guerre di sterminio dei nostri vicini arabi. Nulla sappiamo di come sono arrivati dalla Libia 50 mila clandestini quest’anno, e nula naturalmente dei 3.600 morti sui gommoni (i morti noti). Niente sembra interessre a nessuno, se non dosi sempre più massicce di indiscrezioni, scandali, intercettazioni r buchi della serratura. Succede alla “Domenica Sportiva” come alle cronache giudiziarie, alla cronaca nera, alla cronaca rosa, mentre altre cronache, gli esteri, la cultura, sono cancellate. Analogamente con la cronaca politica, che un solo modulo ha: abbattere Craxi, abbattere Berlsuconi, abbattere Prodi, ora abbattere Renzi - e anche Grillo, a favore di Salvini…
All’ignoranza conduce anche la prova del nove: il rifiuto impolitico della politica non è “intelligente”, nemmeno nella forma dell’opportunismo. Neppure nel nome dell’umanitarismo, della giustizia, e delle tante innovazioni che si vorrebbero beneauguranti (eu-) e sono assassine: eugenetica, eutanasia, eunomia, e l’eucrasia chimica. È l’incapacità d’immedesimarsi, di suscitare identità, legami. E l’inutilità intellettuale – dell’opinione comune (pubblica) e dei maîtres-à-penser. La sterilità: del saperne di più, della perfezione, dell’albagia.
È la trovata migliore – più vasta, più furba – del disusato totalitarismo. I capi sono capetti, e tuttavia ancora maestri, guide, padroni. E fuori del potere nulla, solo buoni sentimenti e buona coscienza.
La politica di scorta
Ma più propriamente parliamo dell’Italia. L’antipolitica è la politica dell’Italia da circa vent’anni: gestita da interessi più o meno dichiarati contro la politica classica dei partiti che fa riferimento alle elezioni periodiche. Gestita da molti magistrati e dai grandi giornali, padronali. E da una sinistra confusa (autolesionista): “organizzare” cinque o sei cortei a Roma attorno al Parlamento attorno ai voti di fiducia, portandovi come massa d’urto i disoccupati napoletani, o i veterosindacalisti in gita premio a Roma, è un disegno, anche se controproducente.
In nessun paese al mondo, Afghanistan  escluso, e forse l’Iraq, la politica necessita di tante scorte al suo personale, anche minore, anche non più attivo. Qualunque ministro o ex ministro, o sottosegretario, o parlamentare, e molti ex parlamentari, i presidenti di Regione e delle Province, i sindaci, gli assessori, molte spesso anche solo ex, si aggirano tra guardie pubbliche e private. Senza nessuna minaccia terroristica organizzata, giusto per la diffusa ostilità alla politica che la Rai, l’Ansa, i giornali, i telegiornali e i talk show diffondono a dosi ogni giorno massicce, costanti.
Fuori tempo
E se l’antipolitica avesse fatto il suo tempo? Tutto lo indica, dopo vent’anni inconcludenti. E del resto, se molte politiche sono deboli, altre sono forti, dei cristiano-democratici merkeliani per esempio, o della Russia di Putin. Se era il segno di un’epoca, del mercato (il consumismo, la disattenzione, il marketing) ha fallito. O allora l’epoca non è del mercato. Ma lo è, il consumismo è ben vivo e durevole, è l’antipolitica italiana che non è niente.
Fa ancora senso rivedere nella memoria gli streaming di Bersani, segretario e leader del Pd, vittorioso alle elezioni, che contratta il governo con una Lombardi per conto di Grillo. Non con Grillo, che si rifiutava. Con una che rideva, il cui unico precedente in carriera era il neo fascismo - il genere fasciocomunista che tanto piace agli (ex) Pci, ma questo è un altro argomento. Fa senso per Bersani, onest’uomo, ma più per Grillo. Che poteva fare il Reagan della situazione, il centromediano e il centravanti, e forse anche l’arbitro: un comico che in un’elezione diventa il secondo partito e a cui subito la presidenza della Repubblica e il presidente del consiglio incaricato offrono il governo. E si rifiuta – destinandosi allo sgonfiamento. Un’antipolitica che, se non ha fatto il suo tempo, è solo un pernacchio.
La vecchia politica si era anchilosata al morso stretto di giganteschi apparati di partito, nazionali e locali (i federali…). I segretari di partito contavano più dei capi di governo, e i segretari di federazione ben più dei parlamentari e dei ministri espressi localmente. L’ha sostituita la politica dei talk show. Un teatrino sorridente, ghignante, beato di sé, sempre dal lato giusto della faccia, ma ripetitivo, inconcludente, e anche insulso, di attori di terz’ordine. Agli ordini di piccoli mattatori di cui il prototipo e il principe è Santoro, che non è il mignolo di un Gassmann o di un Sordi. Tutti peraltro fatti con lo stampino, Fazio, Floris, Santoro, Lerner – mentre Vespa è relegato verso la mezzanotte, e gli altri all’alba. Per non dire dei loro comici, stupefacenti: tutti da centralismo democratico, ma di tipo brezneviano, se la Rai li mandasse al mercato andrebbero a ruba, come il berretto verde con la stella rossa del presidente Mao. Il loro pubblico è lo stesso, che ogni sera trasmigra da un condottiero all’altro: erano quattro-cinque milioni, quanto bastavano a far pesare l’auditel, ora sono dimezzati, e questo è tutto. Sono fra il 5 e il 10 per cento degli elettori, ma non spostano, cioè sono sempre gli stessi – buona parte sono peraltro di destra, stanno lì per indignarsi. E da qualche tempo forse nemmeno votano, giocano agli indignados.
I segni di stanchezza, se non di un rovesciamento, sono numerosi. La legge elettorale che si tenta rimette al centro i partiti. Che però non sanno essere altro che centralismo democratico, malgrado le primarie. Come correttivo si ripropone la preferenza, per salvare qualcosa dell’uninominale, della scelta diretta del rappresentante parlamentare col voto. Ma più potrebbe pesare la rivolta generazionale. Mentre si “vede” sempre più il bluff dell’informazione, in questi anni al di sotto di ogni minima deontologia: si vede nel calo persistente delle vendite prima che della credibilità.    
L’opinione pubblica finita a Milano
L’antipolitica contrabbanda la fine (l’abbattimento) dell’opinione pubblica. È il segno della rivoluzione italiana in corso dal 1992, che è in realtà una controrivoluzione e per molti aspetti (le carcerazioni di massa, la dissoluzione dei Parlamenti) un vero e proprio golpe, in senso tecnico: l’aggiramento, la negazione di ogni spazio alla sfera pubblica della politica. Quello che l’inglese sinteticamente chiama l’opinione pubblica perché sommariamente s’identifica con la libertà di stampa. La libertà di stampa in Italia si applica a circonvenire l’opinione. A deviarla, a comprimerla, a svuotarla quando si fosse formata, nel nome di niente – una falsa questione morale, una agitata cioè da uomini di potere oscuri, editori, giudici, sbirri. Che si attegiano a destra pura, e a sinistra altrettanto pura - il fasciocomunismo non è una invenzione.
Senza reazione, bisogna dire: né di massa né d’élite. La classe dirigente c’è, è anzi troppo solida in italia, ma non si agita per non avere voce – ce l’ha a suo modo, prescindendo dall’opinione. Oppure si può dire l’opinione all’ora di Milano. Dove l’antipolitica è nata e si radica. Nacque con la Lega, col patrocinio di Milano 1, la crema della nazione, ed è forse il proprio della borghesia, la sua inclinazione naturale. L’opinione pubblica è nata ed è borghese, ma non in Italia, dove presto ha tralignato. Sotto le vesti dell’antipartitismo: l’antipolitica viene dalla cultura liberale, laica (azionista, repubblicana), degli anni Cinquanta e Sessanta, man mano che, restando fortemente minoritaria, fu esclusa dalla politica nazionale. Un rifiuto di cui già il “Corriere” di Panfilo Gentile e Libero Lenti era il veicolo, fino alla direzione dello stesso appassionato politico Spadolini a fine anni Sessanta: l’esecrazione della politica è comune alla borghesia lombarda.
Il potere politico (democratico) è un nucleo impermeabile alla cultura europea del Novecento, alla cultura liberale. Non alla migliore cultura liberale: a Einaudi, andando a ritroso, Tocqueville, Montesquieu, Grozio, Hobbes, Machiavelli. Ma sì, totalmente impervio, ai laici italiani, da Salvemini a Scalfari, e al “Corriere della sera”. Che è quanto di più estraneo al liberalismo.
(continua)

Letture - 196

letterautore

Dante – Ritorna islamico con l’attualità? Carlo Ossola lo ripropone – ripropone Asín Palacios, “Dante e l’islam” - con una nuova prefazione che non aggiunge nulla, e non chiarisce i problemi posti dalla precedente (http://www.antiit.com/2012/02/linferno-di-maometto-per-dante.html)
“Ogni volta che il Macedone è alle porte risorge la domanda sulla giustificazione dell’otium filosofico e letterario, e ogni volta Diogene cade nella tentazione di lasciarsi andare all’attivismo”, spiegava Ranuccio Bianchi Bandinelli, antichista, compagno, e interprete di Hitler nella trionfale visita in Italia, tra Roma e Firenze, del maggio 1938.

È diventato un “fatto” popolare, di divismo, con i recital di Benigni, in tv e sulle piazze. E nuove edizioni, oltre che studi e simposi, anche in fumetti, in docufilm e in film, si preparano l’anno venturo per i 750 anni della nascita. Ma già dieci anni fa, il 2005, era stato un anno incongruamente dantesco. Senza alcuna ricorrenza, cioè. Anzi, doppiamente incongruo: il revival venne sull’onda del patriottismo che il presidente Ciampi aveva riproposto con largo consenso – la via migliore per superare gli odi politici. La “Divina Commedia” divenne un gadget per le vendite di “Repubblica” e “Panorama”, giornali peraltro tra i più diffusi. Si serializzò perfino l’“Enciclopedia Dantesca”, molto erudita e perfino illeggibile. L’Agenda Letteraria Scheiwiller fu proposta su Dante. Si misero in cantiere, per le prossime celebrazioni della nascita, nuove edizioni critiche della “Commedia” e delle “Rime”. Si può dire il “paese profondo”, che resiste alla dissoluzione. Certamente il revival risponde a un bisogno di identità.

Gelosia – È l’unica forma di passione in Prosut, nella “Ricerca”, nella lunga storia di Albertine. Non ritracciabile nella biografia, ma come e come biblica sì, sia pure senza rimandi testuali: è il Dio di Mosè che si vuole “geloso”.

Leopardi – Paesano e cittadino, lo  rappresenta C.Alvaro, “Itienrario italiano”, p. 289. Cittadino per essere paesano, marchigiano. Da qui “uel fuggire la propria terra” e il “rimpiangerla di continuo, e tornarvi, e ripartire”. All’ombra urbana, cosmopolita, del papato, evidentemente, Nei suoi luoghi Alvaro non ci trova “un solo accento popolaresco”, a differenza dal contiguo Abruzzo – d della Romagna? “Ci si sente la Marca papale, le fortune maturate discretamente all’ombra della Chiesa, che hanno radunato nelle vecchie case i vecchi libri, i vecchi mobili, i vecchi orgogli, e le vecchie tirannie familiari”. È ui il mistero del “ragazzo solitario”, che, “chiuso nella sua stanza, nella biblioteca sotto gli occhi dl padre severo che lo sorvegliava dal suo tavolo”, venne a capo di “molti segreti del mondo grande che non aveva ancora visitato, e del mondo avvenire”. Il suo “pittoresco” è “la sua intimità, il suo rapporto stretto con la sua terra”. È per questo che la sua poesia – come la sua filosofia – ha il rilievo fermo di un mondo fermo”.

Libertinismo – Come libido di libri? È l’ipotesi di Abnousse Shalmani, al centro (p. 174) del suo “Khomeini, Sade e io”, sulla vita a Teheran e Parigi oppressa dai “barbuti” e dall’esilio e liberata dalle letture, fino a Sade: “Mi sembra evidente che la lettura assidua della letteratura libertina abbia creato, tra l’oggetto libro e me, una relazione carnale che mi ha profondamente segnata, abbastaza perché divenissi incapace di vivere senza libri, senza la presenza fisica dei libri”..
E ancora: “Il libro è divenuto indispensabile alla mia sopravvivenza solo quando si è fatto carne”. E viceversa: “Vivere circondata di libri è essenziale al mio equilibrio. Di nuovo, non ridete: non avete letto la letteratura libertina, non sapete ancora di cosa sono capaci i rivoluzionari del secolo dei Lumi quando si tratta di trasformare le parole in carne e la carne in parole”.

Oriente – Ha origini letterarie. Nella storia voluta da Augusto per battere Marc’Antonio nel suo bunker orientale, tra Siria e Egitto. E nella sua riscoperta nel Cinquecento, da Postel in poi.

È creazione occidentale, Said, “Orientalismo”, sfondava una porta aperta. Lo diceva già E.M.Forster circa nel 1935, che “l’Oriente è tornato a Oriente passando per i sobborghi londinesi, e durante quella deviazione è diventato ridicolo”. Sobborghi di Londra e di Parigi, le capitali della letteratura. Nerval un secolo prima si lasciava snervare dal Ramadan, “sarebbe impossibile dare un’idea dei piaceri di Costantinopoli durante il Ramadan”, al punto da uccidersi. Per un decennio aveva elaborato le ventotto notti insonni, fra cibo, fumo e donne, del mese del digiuno, con “Le donne del Cairo”, “Le donne del Libano” e “Il viaggio in Oriente”. Ma chi ha vissuto il Ramadan sa che fuoco d’immaginazione ci vuole per bearsene. Pure Loti aveva celebrato questi piaceri, ma onesto parlava di Stambul e non di Costantinopoli, dopo essersi corazzato di solitudine e silenzi. L’Oriente non esiste, la dolcezza di vivere, l’informalità, la passione segreta. L’Oriente è polvere, sporcizia e povertà. Non migliore dell’Occidente - e perché dovrebbe? Invenzione del turismo, per il bisogno di svago dell’uomo bianco affardellato. Dopo aver creato se stesso, l’Occidente non ne poté più, e guardò a Oriente. Più si definisce – si restringe – più l’Occidente s’inventa mondi diversi.

In base alla teoria delle lingue russoviana l’occidentale è sceso dall’albero più tardi, e per questo parla ancora gesticolando, mentre l’Oriente è invece grave e breve. E ha linguaggi ricchi di tropi: figure, metafore, parabole, similitudini e comparazioni. “Giudicare gli orientali dai loro libri”, assicura Rousseau, “è come dipingere un uomo dal suo cadavere”.
Loti, scrittore “squisito” per lo squisito Mallarmé, precursore pure in questo (è lo scrittore che insegnò a scrivere a Gide e a Proust), per fumare s’inventò l’Oriente.

Potere – Si può dire che connoti le lettere italiane, ne è il segno. Rispetto al mondo anglosassone per esempio. O alla stessa Francia, su cui da alcuni secoli l’intelligenza italiana si conforma. Che ha lunga e rispettabilissima linea di letterati e pensatori immuni al potere, e anzi ostili: Simone Weil e Camus, o Flaubert e Maupassant, perfino Zola, e lo stesso politicante Victor Hugo. Come la grande letteratura russa, Puškin compreso – con l’eccezione di Gogol’. Simone Weil (“Écrits historiques”, 54) ne fa un segno distintivo della tradizione francese: “La Francia ha avuto molti spiriti di prim’ordine che non sono stati né i servitori né gli adoratori della forza. Dal XIV al XVII secolo, Vilon, Rabelais, La Boétie, Montaigne, Maurice Scève, Agrippa d’Aubigné, Théophile (de Viau), Retz, Descartes, Pascal, così diversi e di reputazione disuguale, hanno avuto questo in comune oltre il genio”.
Da noi invece “tutti quanti” vi si conformano: Leopardi, Manzoni, Carducci, Moravia, Ungaretti, Quasimodo, Montale, lo stesso Gadda. Il futurismo, Bontempelli, Sciascia. Più in là Dante, Petrarca, l’Aretino, Tasso, lo stesso Belli. E i tanti scrittori contemporanei, obbligati a vivere della Rai, cioè dei partiti, e dei giornali, cioè delle banche e dei partiti, nonché dei premi, le congreghe, le cordate, cioè di nuovo fei partiti, i grandi collettori dei fondi pubblici.
Ne sono fuori Palazzeschi, Luzi, chi altro? Pasolini naturalmente, Calvino. Ai loro tempi Berni forse, benché servitore di prelati, e l’Ariosto, benché funzionario pubblico, un prefetto dei tempi.

Croce, Gramsci, Gentile ne hanno fatto professione. Col Marx lenitivo del dopoguerra campo di macerie, il pensiero debole, il realismo. Fa eccezione Vico.

Roma – S’inabissa in Germania a fine Settecento. Sradicata dalla filosofia e la filologia da letterati e pensatori pastori o figli di pastori, o allievi di teologia, in facoltà di teologia che divennero definitivamente antiromane nel momento in cui abbandonarono il latino. Roma è stata rifiutata più che condannata, e senza esame. L’antiromanità e il fantomatico grecismo saranno presto il verbo dell’università, fino a Heidegger – che però era cattolico di formazione, figlio di sacrestano e chierichetto – e Sloterdijk.

Vendite – Si vende molto Craxi, “Io parlo, e continuerò a parlare”, la sua contesa con Berlinguer e l’infido Borrelli, anche nelle librerie Feltrinelli. Ma non se ne parla. Mentre si parla e si scrive molto di Togliatti, risuscitato per il cinquantenario della morte dall’operoso Canfora tra i classici del Pensiero Occidentale, e dall’editore Feltrinelli nella vecchia biografia politica di Bocca, 1973, che invece non si vendono. È vero che i Togliatti costano – e la summa filosofica ha 2.400 pagine.

letterautore@antiit.eu 

In macerie l’America di Ginsberg

Dunque si ripubblica, forse perché è il monumento che Ginsberg voleva eretto a se stesso. Ma niente si salva – la rilettura della rilettura, un anno e mezzo fa su questo sito, non aiuta: i cinquemila versi scorrono come acqua.
È un bel libro, impreziosito dall’originale. È anche una memoria grata, degli anni roventi, come bisogna dire, che preparavano il 1968 – che negli Usa fu il 1967: vagabondaggi mitici, sul mitico Volkswagen, tra mitiche sbronze, mitiche fumate, parlando al mitico registratore Uher, regalato dal  mitico Bob Dylan. Un rifacimento in versi di Kerouac, “Sulla strada”, 1957, e un anticipo di “Easy Rider, di Peter Fonda e Dennis Hopper, 1969, .ma stinto.
La caduta in oggetto è quella cronica dell’America. Tornata all’ordine del giorno, ma stantia di un secolo, quasi. Di caduta, fine, fallimento, scoppio inducono a parlare forse i sensi di colpa puritani. Forse un furbo (diplomatico) essere-non essere. Ma è genere che non emoziona. A parte il fatto che non si vede dove, né come. Inerti pure il sesso e il Budda, temi più propriamente ginsberghiani, altrove vivi.
Si stenta a fare l’estratto di Ginsberg, chi è stato e cosa ha fatto. Per lui in senso inverso a Pasolini, che ne fu presto la copia, di vita e di programma: di Pasolini si presume troppo, di Ginsberg niente. Senza peraltro “stringere” niente, neppure nel caso di Pasolini dietro il culto. Mentre entrambi ci guadagnerebbero a essere riportati fuori dall’eloquenza, alla vena esistenziale, un po’ ribelle un po’ decadente, psicologicamente più confacente. Per la poesia civile andrebbero misurati su Pound, cui entrambi si rifanno. Giusto per capire perché. Perché non funziona – quella di Pound, per dirne una, è “lavorata” enormemente.
Allen Ginsberg, La caduta dell’America, con orig. a fronte, Il Saggiatore, pp. 544 € 29

domenica 14 dicembre 2014

L'affare del gas russo rubato

L’Eni, che dopo aver guadagnato l’inguadagnabile in quarant’anni di maggior importatore del gas russo, si proponeva a suo distributore in Europa, con Gazprom naturalmente, è accantonato. A vantaggio di altri operatori, tedeschi, olandesi e francesi. È tutto qui l’abbandono del South Stream, il gasdotto via Mar Nero, in tutti i suoi riflessi, e  suoi protagonisti palesi: Bruxelles, cioè la Germania, la Bulgaria (la Bulgaria!), gli Usa, e da ultimo Putin, cioè Gazprom, che ha cancellato l’opera. L’Eni, cioè, l’Italia, ha fallito l’occasione, e Gazprom gioca da sola, con la galassia germanica.
Come sempre avviene quando il gioco in campo internazionale si fa duro, l’Italia viene accantonata. Gioca di minuetto, in una rete di pace o negli interstizi dei conflitti, quando questi dormono. Quando si acuiscono, ai primi scossoni della bestia viene disarcionata. In questo caso si vede perché ci ha provato a lungo e con insistenza.
Lo dice Medvedev, l’ex presidente russo ora primo ministro, controfigura di Putin, ma non per questo non è vero: l’abbandono di South Stream, il gasdotto dalla Russia all’Italia via Mar Nero, è causato dal fatto che la Bulgaria, sotto pressione da parte degli Usa e della Ue, ne ha bloccato la costruzione. È vero tutto, e si sa anche il perché.
La Bulgaria. Due anni fa ci aveva provato Napolitano. Che ricevette a Roma al suo primo viaggio all’estero il neo presidente Rosen Plevneliev, e subito poi ricambiò la visita. Renzi ci ha provato sei mesi fa subito dopo la vittoria alle Europee. Al primo vertice Ue a Bruxelles, due giorni dopo il successo elettorale, aveva incontrato chi fra tutti? Il primo ministro bulgaro Plamen Oresharski. Per sottolineare “l’importanza dei temi energetici e la valenza del progetto South Stream nella prospettiva della sicurezza e dell’indipendenza energetica del Continente europeo”. Ma niente da fare, Plevneliev e Oresharski si presero l’appoggio dell’Italia per l’ingresso della Bulgaria nel perimetro di Schengen (libertà di emigrazione), e non diedero il gas. Dieci giorni dopo l’incontro di Bruxelles, Oreschalski bloccò la costruzione del South Stream nelle acque e sul territorio della Bulgaria. Putin, dichiarando il progetto morto, ha solo preso atto del no della Bulgaria.
Molto pretestuosa la ragione del no: Bruxelles accusava la Bulgaria di aver dato gli appalti a ditte esclusivamente bulgare, senza bandi aperti a tutti come prevedono le normative europee. In realtà Sofia è d’accordo con Bruxelles – che è quanto dire la Germania. Che possono dare così ragione a metà agli Usa.
Gli Usa sono infatti apertamente contro gli accordi europei per il gas russo. In alternativa hanno elaborato un progetto di importazione dall’Azerbaigian, il “Nabucco”, che però è solo una fantasia della Cia – il gas dell’Azerbaigian e il progetto.  La Germania, che si era anch’essa incuneata nei nuovi progetti di esportazione del gas russo, in un Nord Stream dapprima e poi anche nel South Stream, ha realizzato il primo e si messa a spingere contro il secondo. Il Nord Stream, che porta il gas dalla Russia allo smistamento via Germania attraverso il Baltico, è stata firmato nel 2005, due anni prima del South Stream, e subito realizzato, nel silenzio degli Usa: già nel 2011 era in attività, benché abbia comportato il più lungo tratto sottomarino del mondo per condotte di grosso diametro 1.220 km.
Sotto la sicurezza degli approvvigionamenti, che vuol dire tutto e niente, c’è di mezzo chi fa affari con la Russia. Qual è il partner che dà più garanzie. Qual è il partner che si arricchisce di più. Il primo accordo occidentale per il gas russo fu voluto e sottoscritto dall’Eni. E fu concluso nel 1968, prima e dopo – malgrado – l’invasione di Praga. 

Il malocchio di Khomeini

L’autrice è una che si denudava da bambina a scuola per indispettire le maestre bacchettone di Khomeini. Perché lei è nata a Teheran, sotto Khomeini, e questo l’ha segnata. Anzi, è nata prima dell’avvento di Khomeini, nel 1977: due anni appena, ma bastanti ad acquisirla a un altro Iran, e questo è il problema.
Non è il solo, altri problemi sono qui posti, con l’esilio essendo Abnousse finita a otto anni in ristrettezze materiali, e in una mezza periferia parigina di gente da poco, razzista comunque, anche quando si vuole antirazzista, e di chiusi orizzonti. Da cui lo snobismo di un’antica cultura e di una famiglia intellettuale non la protegge. Ma soprattutto si espone, in filigrana sul fondo limaccioso dell’ira, la rabbia e la forza dell’esilio. Della mutilazione che per nessuna colpa i “barbuti” e le “cornacchie” di Khomeini impongono alle iraniane. Impongono grazie a un fondamentalismo anche femminile – per una volta qui si attesta la verità: a opera di insegnanti, bidelle, guardiane, e mogli, madri, figlie, con gli uomini assenti.
Una resa dei conti col khomeinismo, principalmente. E con la famiglia, con gli amici, con se stessa. Anche con la famiglia propria, disadattata più che avventurosa, e con le zie, con lo zio, col nonno materno manolesta – respinto da Abnousse dodicenne con una ginocchiata. Con una tradizione culturale che è una gabbia più che una protezione. È questo, in controluce, il dramma dell’Iran, più che la colpa dei “barbuti”: la remissività di una cultura antica e vigorosa, di tremila anni di filosofia, poesia, urbanità, che si cancella. Sotto “un regime politico”, aggiunge l’autrice, “che non è parte della nostra cultura”. Questo non è vero. E non è un male. Ma il khomeinismo lo è: oscurantista e violento.
Cancellare Dio per cancellare i “barbuti”
Non è Montesquieu rovesciato: è il racconto di una persiana a Parigi, ma non di una saggia. È uno sfogo più che un racconto, in forma di selfie, come usa. Debordante. Disinibito ma incontinente e volentieri becero, un pamphlet interminabile alla Fallaci. E tuttavia non si può non essere con lei: la cancellazione della donna a opera del falso imam è abominio. I lunghi insistiti capitoli iniziali sono un diario beffardo dell’ottusità, e dell’amorfo conformismo nel quale una nazione antica e ottanta milioni di persone sono state precitate e si tengono, ormai da quasi mezzo secolo – “l’infagottamento di Teheran”, più stridente nella nevrotica capitale. Di fulminea perspicacia dove la rabbia è sbollita: bastano otto righe per spiegare le “sciocchezze” scritte da Foucault a favore di Khomeini (mette l’Iran tra i paesi coloniali…).
Il problema è la libertà, che l’Iran cercava sotto lo scià inetto. Un bisogno di cui Khomeini si è fatto scudo per imporre al paese la sua barbarie. Già allora, andrebbe aggiunto, con l’aiuto decisivo -  come per tutte le avventure successive e fino ad oggi dei “barbuti” nel Medio Oriente e Nord Africa - della Cia e gli altri servizi segreti occidentali.
E Sade, in questo Iran? Viene in coda, scoperto in progressione erotica: dopo la “cattiva” madame Merteuil dei “Legami pericolosi”, dopo Pierre Louÿs, e dopo “Teresa filosofa” e gli altri libertini del Settecento. Al culmine di un percorso di liberazione mentale più che corporea. Una scrittura “sinistra, equivoca e maculata”, in cui però la giovanissima Abnousse si tuffa senza paura per una luce che v’intravvede. Di cui fa subito tesoro in esergo: francesi ancora uno sforzo, la religione che vi propongono è empietà, artificio di preti.
Il marchese va in argomento per una volta dritto al punto, e Abnousse cresciuta, cultrice della materia, non se lo lascia sfuggire, così riassumendolo: “Tutte le religioni limitano la donna nel nome di Dio e per rispetto verso di Lui”. Essendo arrivata con Sade alla scoperta di sé con la scoperta della donna. Del corpo della donna come bastione della libertà, del proprio corpo. Si vuole atea per aver rovesciato la sessuofobia della chiesa, ma più per avere scoperta questa prima irrinunciabile difesa. Con Sade viene ricordata Laura. Ma non Petrarca: Abnousse è troppo arrabbiata.
I conti vengono qui fatti con tutti, in realtà, non solo coi “barbuti” di Khomeini: la guerra, le donne, in Persia e in Francia, le zie, il razzismo, l’antirazzismo, Liane de Pougy, meglio la Belle Otéro, Zidane e i Bleus (la Nazionale di Francia), Le Pen padre, con rispetto, Le Pen figlia, Dio naturalmente, gli immigrati retrogradi, sfrontati, violenti, i piccoli francesi rosiconi - dopo avere accolto e naturalizzato per secoli mezzo mondo, questo Abnousse se l’è perduto. Dalla parte volentieri del torto forse per dare più richiamo all’argomento, alla materia dell’argomento. Che è l’occhio: la malia, la fobia dell’occhio.
L’occhio malocchio
L’awra, l’atto di cavare l’occhio”, è tutto ciò che è osceno e va coperto: dalla parte alta del petto alle ginocchia per l’uomo e tutto il corpo per la donna. Ma è poi l’occhio-malocchio: “L’occhio diviene il nemico numero uno. Il malocchio è in tutti gli occhi”. Un libertinismo femminile avocando come arma di liberazione.
Il lungo sfogo Shalmani tesse come una filosofia del velo - la parola non è eccessiva: complicata. Tragicomica. Troppi casi ha visto di ritorno al velo, perfino in Francia, perfino a Parigi, tra i suoi amici e nella stessa università. Non c’è un cammino della redenzione, si salva chi vuole.
Nell’edizione originale l’autrice campeggia in copertina per la bellezza – imponente nella capigliatura, che la “teologia” islamica, anche quella laica di Bani Sadr purtroppo, vuole celata. Ma ha argomenti, e con questi soprattutto si batte. L’editore Grasset definisce il libro “gioioso pamphlet”, o giocoso, e tale è al fondo. Ma scaglia frecce acuminate.
Quella di cui resta di dare conto è l’Iran, di cui l’autrice non vuole avere memoria – troppe sofferenze. Per chi di quel paese ha una propria memoria, la personalità di Abnousse se non il suo libro sono ancora una consolazione, nel deserto indotto dal khomeinismo. Le sofferenze dell’essere persiana sono sociali, il razzismo a Parigi non escluso, psicologiche, personali e familiari. Ma “Khomeini, Sade e io” le vuole anche storiche, la storia facendo svanire sotto il khomeinismo. E come è possibile?
Di questa cancellazione peraltro Abnousse è vittima e artefice, tre millenni di una delle culture più ricche del pianeta riducendo al “Ta’zieh” sciita, il poema del sacrificio, e al “Ta’zieh” di Kiarostami a Parigi. Forse perché lei stessa è Nuovo Cinema Iraniano, alla Kiarostami, nelle sue due prove di regia, gli episodi di “Paris, la métisse”, 2005, e “La Dictionnaire”, 2009, in cui privilegia la bambina, che col padre impara il francese e la vita leggendo “I Miserabili” e i grandi libri delle parole. Ma assurdo: una come lei non è nata nel nulla, e non per caso.
Abnousse Shalmani, Khomeini, de Sade e io, Rizzoli, pp. 318 € 18 

sabato 13 dicembre 2014

Stupidario economico

L'agenzia di rating Standard and Poor’s declassa l’Italia dopo le riforme a BBB-,  un livello prima del rischio di insolvenza. Oggi peggio di ieri e di avant’ieri?

Il livello BBB- della S and P’s è quello che la stessa attribuisce alla Bulgaria e alla Romania.

S and P’s degrada poi anche le assicurazioni italiane. Ma di Generali, che retrocede da A- a BBB+, migliora la prospettiva, da negativa a stabile. Attribuendo alla compagnia “un profilo di business molto forte e un più che adeguato profilo di rischio finanziario”.

Tutte (quasi) spazzature le assicurazioni italiane per S and P’s. Eccetto la consociata italiana della tedesca Allianz. La Allianz Spa S and P’s valuta molto meglio delle altre, A-, benché abbia bilanci peggiori. Peccato che l’inchiesta su S and P’s sia finita a Trani.

Le assicurazioni vanno declassate in conseguenza del declassamento del debito italiano, spiega S and P’s. Anche Generali, che genera il 73 per ceto dei suoi attivi all’estero.

Secondo l’Osservatorio permanente giovani-editori, nella classifica mondiale della competitività economica, “stilata su 60 paesi in base anche all’educazione finanziaria nelle scuole”, l’Italia è al 44° posto. Gli italiani non sanno fare i conti, la scuola non glielo insegna.

Medaglioni di vuoti

La simpatia di Fernanda Pivano c’è sempre, contagiosa, ma i personaggi schedati no: una raccolta di aneddoti curiosamente anestetizzati. Forse per questo il progetto, del 1947, era stato abbandonato (qui i vecchi testi sono integrati da appunti successivi).
Ci sono tutti quanti (molto Piovene o Guttuso, c’è Moravia, e americani in quantità), e non c’è nessuno. Non si ricorda niente, a parte Moravia che rompe i bicchieri. È come se il secondo Novecento, specie quello italiano, fosse vuoto. A meno che l’operosa Fernanda non incontrasse le persone sbagliate.
Fernanda Pivano, Medaglioni, Skira, pp. 160 € 15,50

venerdì 12 dicembre 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (229)

Giuseppe Leuzzi

“Bisognava bruciare incensi speciali contro il malocchio per ogni occasione felice che si festeggiava, quando la famiglia si riuniva per una nascita o un matrimonio. Il malocchio – l’occhio del’invidia, l’occhio della cattiveria – era dappertutto e bisognava premunirsi senza sosta. La lotta contro l’«occhio» era permanente”. Nell’Iran di campagna, e anche a Teheran una metropoli, ancora negli anni 1980. (Abnousse Shalmani, “Khomeini, de Sade e io”, p. 43).

La processione sale a Nord
La processione, proibita per l’Assunta in paese, dove si è sempre fatta e un vuoto si apre, si instaura nel quartiere a Roma per l’Immacolata. Col freddo ma non importa. Coi canti, la banda e i fuochi d’artificio. Senza nemmeno i vigili urbani, gli automobilisti volentieri cedono il passo. A opera di preti bergamaschi, a loro è affidata la parrocchia. Non di Bergamo, della Val Brembana, o della Val Camonica. Che vorranno ricreare tra i palazzoni del quartiere un po’ della bellezza dei luoghi natii, ma non senza merito. O non sarà che il Nord è più superstizioso, come opinerebbe il vescovo di Locri, o di Oppido?
La festa è costata poco, questo è vero, pochissimo. Anche se i fuochi artificio sono stati più nutriti e colorati che in paese.

Il Sud è a Est
Volendo,  il problema Nord-Sud, in Italia e in Europa, si può dire un problema di Occidente-Oriente. Avendo da militare imparato pur una cosa, che l’Italia non va tanto da Nord a Sud quanto da Ovest a Est, e così l’Europa: Milano-Venezia, Trieste-Napoli, Bari-Salerno, o Parigi-Praga, Praga-Palermo, Atene-Varsavia, chi sta più a Ovest o più a Nord non è così ovvio - da militare, volendo fare l’ufficiale, bisognava passare un esame, e quello di geografia si faceva con i quiz.
L’Italia è iscritta in un quadrato: dal Gross Klochner a Capo Passero, Pantelleria inclusa, ci sono altrettanti gradi, primi e secondi che fra Bardonecchia e Capo d’Otranto, e Cagliari sta sotto Cosenza. L’Italia non è pendula e molle, come Churchill insinuava, e non potrebbe nemmeno, essendo femmina: è sdraiata. È tanto sdraiata che appesa, ma si sa, la posa longitudinale è languida.

Calabria
“Dove la terra è difficile, la gente cerca il mare. È la storia della Liguria”. È la storia di Corrado Alvaro, “Itinerario italiano”, 114. Il movimento è stato inverso in Calabria: dunque la terra non vi è arcigna? Sarà la “testa” che manca.

Polsi come festa di musica e balli è più vividamente descritta da Francesco Perri, “Emigranti”, alle pp. 94 segg.

Le carditane sono le più graziose e migliori danzatrici in Perri, pp. 206 e 219-220

Perri, autore-attore del suo “Emigranti”, il romanzo del 1927 che anticipò l’Aspromonte di Alvaro,  dice i suoi compaesani in procinto di occupare le terre “gente d’ordine”. Di seguito aggiungendo: “Come tutti del resto in Calabria. La Calabria è il paese classico dei briganti, ma in nessuna regione d’Italia si ha tanto rispetto, o almeno tanta paura, dei poteri costituiti” Ma non, piuttosto, per la riserva anarcoide?

Ma, poi, anche Rocco Bléfari, il segnato di “Emigranti”, ha una resipiscenza, sotto forma di skaz col suo autore: L’anima calabrese è piena di contrasti. Profondamente, e quasi direi violentemente, buona, ha delle singolari aridità. Tutti i buoni frutti del cuore, dalla ospitalità alla fedeltà, dalla devozione al sentimento della famiglia, dalla resistenza al dolore all’abnegazione, all’eroismo, in essa fioriscono spesso con un profumo di poesia soavissimo. Eppure la vita dei Calabresi è triste, dolorosa, angusta. Come il paesaggio, che, pur avendo tanti elementi di bellezza, non sembra bello, o la sua grazia vela di una profonda e dolorosa malinconia”.

La polizia borbonica imputava ai liberali e patrioti a Napoli “deliri di testa calabrese”. Un brand, dall’abate Gioacchino da Fiore al Campanella.

Fu fortissimo nel regno di Napoli soprattutto in Calabria, tra il 1820 e il 1848, e in Calabria tra i religiosi, l’impegno per la libertà politica e il progresso sociale. Molti religiosi furono per questo massoni, i più noti Padula, Conìa, Leuzzi, Frisina.

Il brigante” al servizio del “galantuomo” è, prima che al processo Stato-mafia, o del bandito Giuliano, di “Antonello capobrigante calabrese”, 1850 circa, dell’abate Padula. Non un dato di fatto ma un ribellismo antiautorirtaio e inconcludente. Un beffardo, anarcoide, odio di classe, che in Calabria ha esentato da una critica reale, e tuttora esime dal lavorare.

“Sono pochi i paesi d’Italia che abbiano conosciuto meglio della Calabria l’ingiustizia, il sopruso, la violenza; eppure, forse per ciò, questa regione tiene al sommo del suo carattere il senso del diritto e del torto, e l’attitudine a giudicare, distinguere, spartire giusto e ingiusto. Guardate i suoi campioni: Gioacchino da Fiore, Francesco da Paola, Tommaso Campanella: non trovate che torri di giustizia e castelli di utopia”. Corrado Alvaro, calabrese antipatizzante, sempre ritorna alle origini – qui in “Itinerario italiano”.

Paul-Louis Courier è quello che meglio ha capito la Calabria, nota Alvaro in “Itinrario italiano”. È vero. Nel 1807. Da militare anti-Borboni e anti-Inglesi. Sotto le imboscate dei massisti. Non ci voleva dunque un grande sforzo, solo un po’ d’intelligenza e attenzione.
È vero anche che la Calabria è ferma a due secoli fa.

leuzzi@antiit.eu

Il sesso in testa, freddo

Il sesso è tema costante di Moravia, più spesso nella forma dell’iniziazione dell’adolescente. Con un che, anch’esso costante, di meccanico. Non di meccanica fisiologica, degli ormoni o della pubertà, ma di libresco. Di un vissuto come dietro una guida: scritta, critica. Arida: fra i racconti meno vivaci.
La fisiologia e anche la passione non dovevano essere ignote a Moravia, almeno in teoria, stante il gran numero di vittime del suo fascino giovanile. E poi, in età matura, del suo gusto tirabaci dell’abbigliamento, del richiamo remoto sotto le sopracciglia cespugliose, dell’inseminazione magnetica, specie delle dame in età. Nonché di marito, ogni volta, di una più giovane. Vittima si direbbe tipica di quella vague des passions che Chateaubriand denuncia come “male morale” nel “Genio del cristianesimo” - che oggi si ripubblica, evidentemente non a caso: “Lo stato d’animo che precede lo sviluppo delle passioni, quando le nostre facoltà, giovani, attive, integre, ma chiuse, si sono solamente esercitate su stesse, senza scopo e senza oggetto”. O non lo precede, ristagna, in una sorta di onanismo, di compiacimento inesausto.
Il segreto forse l’ha carpito Fernanda Pivano nelle note che fa risalire al 1946, di Moravia a 39 anni, nella raccolta “Medaglioni” - un ritratto più incisivo, se vero, del “Bambino Alberto” di Dacia Maraini. Di un uomo distratto, sempre, in qualsiasi situazione. Introverso al massimo, sotto la socialità esasperata - Moravia lavorava al mattino, dal pomeriggio era sempre fuori, l’autore di “forte produttività e vasto presenzialismo” che inquietava Arbasino, e i romani naturalmente. Che tutto guarda e misura in rapporto a sé, inquieto, irritato, dopo pochi minuti di attenzione.
Il ritratto d Pivano vuole essere cattivo. Ma è freddo anche “L’amore coniugale” moraviano, dopo gli apprendistati. E le promesse di amplesso di questa raccolta. Come sono meccaniche le sue femmes revoltées degli anni tardi – e mogli giovani: la golosa Beatrice Cenci del dramma, la demi-vierge Desideria della “Vita interiore”, o Alice, la vergine di programma del dramma “Voltati, parlami”. Non una mancanza, non fosse che Moravia presenta l’iniziazione al sesso come l’iniziazione alla vita. A una vita spenta?
Alberto Moravia, La villa del venerdì, Bompiani, pp. 228 € 7,80

giovedì 11 dicembre 2014

Vero o falso - 16

Gli Usa hanno voluto il petrolio a 100 dollari per indebolire la Cina. Vero.

Gli Usa hanno voluto il petrolio a 100 dollari per indebolire la Cina ma hanno colpito l’Europa. Vero.

O volevano colpire l’Europa? È possibile.

L’Arabia Saudita ha finanziato il fondamentalismo wahabita-salafita in Usa, Nord Africa e Medio Oriente? Vero

L’Arabia Saudita, gli Usa, la Francia e la Gran Bretagna hanno finanziato e armato l’Isis in Siria? Vero

Il “respingimento” degli immigrati irregolari è stato introdotto da Napolitano quando era ministro dell’Interno. Vero – la legge Turco-Napolitano, n. 40, del 6 marzo 1998, introduce l’espulsione da parte del prefetto degli immigrati clandestini non aventi diritto d’asilo.

Moratti ha licenziato 21 allenatori in vent’anni. Vero – ne ha licenziati 19, un paio più volte.

Bisogna bere due litri di acqua al giorno. Falso – e anche pericoloso.

Il mondo com'è (198)

astolfo

Colpa – Si può dire il segno della Germania, il senso di colpa, il pentimento oscuro, se il “Tannhäuser”  è la sua opera eponima, Wagner è la nazione. Anche se rifiuta la Colpa storica - la cancella, ma per non doverla rifiutare: non la elabora, la rimuove.
La colpa risale a Lutero e all’antiromanità. Non c’è altra origine. Prima la Germania era libera, sarcastica, tragica, mangiona, mistica. Lutero tolse ai tedeschi la grandezza, sia pure illusoria, della  romanità, ai governanti e ai suoi vagabondi, i clerici vagantes, che erano numerosi. Prima i suoi re crescevano e vivevano nel mito di Roma, e la cultura era libera – la letteratura, la filosofia, la pittura. Tale rimarrà per il suo più proficuo filone, fino a Händel, Goethe e lo stesso antilatino Thomas Mann. Ma sommersi da un marea avversa: pietista, revanscista, sorda. Specie la filosofia, che si coltivava nelle facoltà di filosofia, e fece di tutto per aggirare lo scoglio, fino a inventarsi la Germania greca di Heidegger e l’ariogermanesimo.

È speculare in Germania al problema della disinvoltura – anch’esso creato dal rifiuto di Roma. Jünger segnò come “data memorabile nel progresso della disinvoltura” il giorno in cui mise una virgola invece del punto esclamativo in una lettera. Il tedesco non sa ridere: difetta di disinvoltura. Questo è un tema della letteratura tedesca sui tedeschi, dal tempo di Goethe e forse prima. Anche se non qualche torto, alle donne tedesche se non agli uomini: prima - prima di Goethe - ci sono molte evidenze di naturalezza muliebre, al limite della disinvoltura. Della monaca Rosvita per esempio, la prima commediografa dell’Europa “volgare”. Della monaca Ildegarda, badessa, mistica, musica, poetessa, che la chiesa non santificò perché ne ebbe paura. Dell’arcitruffatrice e vagabonda, nonché futura madre, Coraggio.
Il complesso della disinvoltura s’è diffuso tra i nobili e i colti col viaggio in Italia, a partire dal Settecento. E nella massa con la Colpa: il tedesco si vergogna, sa che deve vergognarsi, ma non si ritiene colpevole.

Marx – Che analisi avrebbe fatto, che “Capitale” avrebbe scritto, con le teorie filosofiche e le “leggi” economiche connesse, fuori di Londra e Manchester? Lui con Engels. Senza le Trade Unions che furono all’origine e costituirono il nerbo della Prima Internazionale. E senza Engels, naturalmente, filologo e imprenditore.

“L’appello ai principi immateriali è il rifugio della filosofia pigra”, questo lo diceva già Kant visionario. Che però ammoniva: “Il materialismo, se ben si considera, uccide tutto”. I comunisti sono con Marx finora le sole vittime del Diamat, il materialismo storico. Al cui gioco vince il capitale, quintessenza della materia. Lo spiegava negli anni 1930 anche Arthur Rosenberg, l’antichista apostata: “La concezione materialistica della storia è l’applicazione della critica dialettica a tutti i fenomeni del vivere umano. Tutti i valori, in ogni campo, sono pesati e riscontrati troppo lievi. Ma il fatto di confutarli nei libri non basta a bandire dal mondo lo Stato e la legge borghese del salario. Gli oggetti dell’analisi non diventano chimere per il fatto di essere criticati: non viene abolita l’aria perché il chimico scopre gli elementi da cui essa è costituita. La polizia dello Stato borghese e la cassaforte del capitalista sono amare realtà”.
Il problema di Marx è, si suole dire, il marxismo-leninismo, di cui non ha colpa, l’ideologia. Ma l’ideologia ha la forza dell’immaginario - Althusser avrà ben vissuto anche se solo per dirlo. Dei facitori di parole, i demagoghi, i buoni scrittori anche, e Marx lo è in grado eccellente. La buona scrittura sarà onesta ma per interna coerenza, sul metro della sfuggente verità un po’ simula sempre. Marx, che fu capopartito, lo sapeva, una parola ben detta vale più d’ogni verità, e lo sapevano le sue vittime, che le storie del socialismo faticano a redimere: c’è una verità della fede indigesta a ogni logica.
A monte tuttavia pesa il materialismo dialettico, che confonde la realtà con la dialettica. Mentre una distinzione c’è. Marx distingueva proprio questo: le contraddizioni capitalistiche sono dialettiche ma non reali, meno che mai inevitabili. Una scemenza, riconosciuta pure da Lucio Colletti: “Una filosofia che pretende uno status superiore a quello della scienza è una filosofia edificante, cioè una forma scarsamente mascherata di religione”. Mentre tutti vedevano al mercato più merci e meno care, più grano, più viaggi, più atomiche, più medicine, più minigonne, e più cura. “Meglio liberi che ricchi”, dice von Hayek, liberale Nobel tardivo, ipocrita forse precoce. Ma c’è di peggio: la libertà produce più ricchezza – e l’ingiustizia è più o meno uguale. La ricchezza certo non è tutto. Ma è niente?

Oriente – Lo inventò, con l’Occidente, la propaganda di Augusto, che per combattere i belli e vincenti Antonio e Cleopatra, nei quali rinasceva la coppia da Cleopatra formata con Cesare, comandò le batterie pesanti di poeti e retori, d’intrighi e dissolutezze. Una moderna campagna d’intossicazione, o il genere del dossier, già sperimentato con successo da Cicerone contro Catilina, altro esempio di virtù. L’Oriente dunque viene da Occidente.
È concetto relativo. La Cina e gli altri continenti asiatici, e così del resto gli Usa e il Brasile, hanno un Oriente e un Occidente, anzi ne hanno più di uno. Il concetto è europeo, di un continente cioè piccolo. Ma forse del’Europa dovrà imparare.

Spagna – La guerra civile fu perduta dalla Repubblica più che vinta da Franco. A Barcellona e anche a Madrid. È la verità evidente della guerra di Spagna che si tace, anche nella nuova storiografia spagnola. Fu perduta perché la Repubblica combatteva una guerra civile al suo interno, fra le sue diverse componenti, repubblicana, socialista, comunista, trozkista, anarchica. Che :1) ne indebolì lo schieramento e la manovra nella guerra civile nazionale; 2) la espose agli attacchi di Franco, benché erratici e compositi , ingigantendone lo schieramento – lo schieramento franchista non veniva da lontano, benché sostenuto da Hitler e Mussolini, fu improvvisato. La Repubblica non poteva combattere su due fronti. Di cui uno di sostanziali “quinte colonne”, se non disfattiste.
Le divisioni nella Repubblica non furono l’effetto di cecità politica – dello “stalinismo”. Lo stalinismo – Stalin, la Terza Internazionale – praticava all’epoca la politica dei Fronti popolari, delle alleanze tattiche con le democrazie borghesi, della solidarietà antimperialista. Era l’Internazionale di Willi Münzenberg che nelle “politiche della solidarietà” eccelleva. Che però, per un motivo preciso che non sappiamo, Stalin non volle applicata in Spagna, non all’interno dello schieramento classista. Togliatti, che rappresentava Stalin in Spagna e quindi ne sapeva il perché, non l’ha mai spiegato. I suoi storici non si pongono nemmeno il problema di colmare il buco di memoria.

La distruzione della memoria era cominciata al tempo di Münzenberg, a fine anni 1930. Di “Omaggio alla Catalogna” di Orwell, che spiegava le distruzioni di Togliatti in Spagna, Münzenberg bloccò subito la diffusione col discredito: dopo dieci anni non si erano ancora vendute le 1.500 copie della tiratura, benché da quasi un quinquennio Orwell fosse già autore acclamato della “Fattoria degli animali” (ma la stessa “Fattoria” si era dovuta pubblicare alla macchia, T.S. Eliot, il poeta conservatore direttore editoriale della casa editrice, aveva dubbi sulla “posizione politica” di Orwell). Con Koestler Münzenberg ci era riuscito integralmente: di “Buio a mezzogiorno”, sui gulag e i processi staliniani, aveva comprato e distrutto la tiratura.

astolfo@antiit.eu 

I sogni son desideri

I sogni inseguono la realtà, nelle sue pieghe anche incognite. Un piede fermacarte può così sparire dalla scrivania, per ricongiungersi forse alla gamba della principessa a cui era stato sottratto, nella mummificazione – le morte mummie sono principesse.
Una conferma che i generi letterari sono etnici? L’autore di “Capitan Fracassa” e “Madamigella di e Maupin” sviluppò il gusto per le mummie, in questo e in altri racconti, per rifare E.T.A. Hoffmann in francese, nel momento in cui rifiutava il romanticismo, di cui era stato animatore e teorico. Ma non fa paura, anzi lui stesso sembra sorriderne. Gli elenchi invece sono precisi, minuziosi, delle cose viste e visibili: solo gli oggetti vivono. il futuro stile “Maisons & Jardins”, trattandosi per lo più di drappeggi, fioriere, trumeaux, porcellane, quadrerie – un anticipo del nouveau roman: il romanzo francese si vuole antiromanzo
Théophile Gautier, Il piede della mummia, Armando, pp. 63 € 4

mercoledì 10 dicembre 2014

Problemi di base - 207

spock

Perché il cane non si picchia e il bambino sì?

Perché l’odio è inestinguibile, e l’amore no?

L’odio è una ricarica di energia: positiva?

Perché la generosità costa e l’odio no?

Perché solo il Nord è razzista?

Perché solo il bianco è razzista? 

Perché la pace chiama la guerra?

Perché odiare il presepe? ai non credenti piace

spock@antiit.eu

L'amore dell'Oriente

Tra le grate di un harem, che una circassa dagli occhi verdi buca, e la vita libera dell’amore, tra una guerra che avvicina e una che allontana, l’apprendistato erotico di un ufficiale della Marina francese, attento alla meteorologia. Attorno al 1880, quindi con molte tele di fondo e quadri di genere, mobilio per lo più, e abbigliamento. Tra Salonicco e Stambul, in una Turchia che l’ufficiale, la Marina e lo scrittore privilegiano nel conflitto con la Russia. Anche per i ritrovi che offre di adolescenti disponibili – maschi. Una storia dunque con tutti i sapori dell’esotismo, una mistica che imperverserà fino a Kessel e Lawrence d’Arabia.
In questo suo primo romanzo il futuro normatore dell’orientalismo, il ventinovenne Viaud-“Loti”,  celebra anche la democrazia “tutta islamica” delle frequentazioni miste. Al punto da far opinare ai Goncourt nel “Diario” e a Barthes - che l’aveva in antipatia - nel “Grado zero della scrittura” che Aziyadé sia un bel giovane. Ma è ben una donna – reale anche, si chiamava Hatidjé. E Loti è uno che, in giro spesso con la Marina, ovunque si sposava, dal Giappone ai Paesi Baschi, e qualche volta faceva figli.
No, la “colpa” di Loti è l’invenzione dell’Oriente, dopo il fumato Nerval. Tanto più che ad Aziyadé, che poi si porterà dietro nella bara, fa assicurare dal suo tenente di vascello: “Ti giuro, Aziyadé‚ che lascerei tutto senza rimorso: posizione, nome, paese, amici. Ma vedi, ho una vecchia madre”.
Già edizione di culto Franco Maria Ricci nel 1971, consigliato probabilmente da Borges, o da Giovanni Mariotti, il racconto è ritradotto e presentato per Leone da Luigi Marfé, con ampi riferimenti ai suoi continui successi. È vero. Ma c’è anche da dire che Loti e scrittore “squisito” per Mallarmé, e ha insegnato a scrivere a Proust - e a Gide, che aveva due anni più di Proust.
Pierre Loti, Aziyadé, Leone, pp. 217 € 12
Asterios, pp. 224 € 15

martedì 9 dicembre 2014

Ombre - 247

Niente spettacolo per la prima della Scala su Rai 5, il foyer è stato attentamente evitato dalle telecamere. Niente gioielli né modelli unici, era pieno di scorte e guardaspalle. Dove ci sono le Autorità si fa il vuoto. 

Effetto Marino immediato nelle cronache romane allineate al Pd: oggetto ogni giorno di due e tre campagna demolitorie, con gli arresti è diventato un pilastro di aurorità e saggezza. La museruola c’era prima o è stata indossata dopo?

“Ecco dove colpisce il «disallineamento regolamentare»” tra le banche tedesche e le italiane, Andrea Greco e Andrea Tarquini spiegano, senza ironia, su “Affari & Finanza”: “1.Nei ristrutturati, considerati in bonis in Germania e con un vincolo di permanenza nella classe dei crediti deteriorati che in Italia è invece di due anni; 2) (Ne)i criteri di calcolo del valore delle garanzie, sempre al fair value in Italia, al loro valore nominale nel caso di garanzie immobiliari in Germania”. Da antologia.
Ma non è un indovinello. Tutto pur di non dire che la Germania può barare. All’ombra di Draghi, benedicente.

Greco e Tarquini scoprono finalmente che le banche tedesche sono un colabrodo. Specie le regionali e le casse di risparmio. Qualche anno fa sarebbe stato meglio, anche per apprestare le difese sullo spread (era possibile:  è tutto scritto in “Gentile Germania”, pp 126-128). Non si può fare informazione se non in termini di Italia-Germania, di scontri fra tifoserie?

“Sto male, aiuto!”, adiafora twitta e “il Messaggero” sornione raccoglie: “Ho appena saputo che Carminati aveva un negozio ai Parioli”, dove lei ha comprato una maglietta. I Parioli vogliono essere puri.

La cosa più affliggente dello scandalo romano è il classismo democrat. Le cronache dei giornali democrat.
Le cronache rendono anche evidente, nel disprezzo esibito per i due ex carcerati Buzzi e Carmianti, che il classismo è una forma di compensazione.

Un’inchiesta, Mafia Capitale, che, non fosse per i due compagni di Palermo Pignatone e Prestipino, I Procuratori della Repubblica che sanno come usare le parole, avrebbe dovuto chiamarsi Mafia Democratica.

Nella vecchia e nuova inchiesta sugli sperperi dei consiglieri regionali, la Guardia di Finanza ha dovuto portare le carte dei consiglieri Pd a Rieti, per fare aprire un procedimento.

Un giorno le intercettazioni a Roma nominano Gasbarra, il giorno dopo Bettini. Ma non c’è par condicio fra i due capi del Pd romano, il popolare (democristiano) e il diessino (repubblico-comunista). Di Gasbarra gli inquirenti registrano, accanto all’intercettazione, la smentita. Al nome di Bettini accompagnano invece una dettagliata biografia. Non dicono: ecco l’uomo dei traffici, ma lo dicono, come no.
Sarà questa mafia di Pignatone una faida politica democristiana – democratica ma cristiana?

Il video della cattura di Carminati in Smart, che si sa disarmato, con moglie e figlio, su una stradina di campagna che sembra stretta apposta, da parte di uno squadrone di Carabinieri con antiproiettili e mitra, è uno spot per chi? Carminati ne esce gentiluomo.
La regia anche sa poco di rubato, nelle riprese, gli stacchi, il montaggio, e anzi di ciak ripetuti.

Pignatone e Prestipino, espulsi da Palermo, si sono trovati insieme a Reggio Calabria, e da una paio d’anni infine a Roma. Sono la parte della Procura di Palermo che lavora volentieri con i Ros Carabinieri. Mentre la Procura vincente i Ros li manda sotto processo. Il discorso della mafia è lungo.

Niente più Natale a Londra, scrivono i giornali, solo Buone Feste e Buone Vacanze. Si è passati da Merry Christmas al Xmas, e al niente.


Il 26 settembre Lotito irride al dirigente della Juventus Marotta, che è strabico: “Il suo problema è che con un occhio gioca al biliardo e con l’altro segna i punti”. Bella uscita, benché feroce. Se non che Marotta pretende scuse, non per lo strabismo ma per l’offesa alla sua onestà. Nessuna scusa. Allora chiede alla Fgci di potersi querelare. Niente. Insiste. Niente. Fino al 4 dicembre, quando il presidente della Fgci Tavecchio spiega che Lotito è già stato “punito” - con una multa di pochi euro. Perché tanto ritardo? Perché la multa andava comminata il 3 dicembre, giornata mondiale dei disabili. Iù che gaffeurs, Tavecchio e Lotito altrove si direbbero gaglioffi.

Dice l’ex ministro della Giustizia Flick all’“Espresso”: Con Mani Pulite si rubava soprattutto per fare politica. Oggi è il contrario, molti fanno politica per trovare occasioni di rubare”. L’allora avvocato Flick autore nel 1992 del bon mot: “Mani Pulite per i magistrati, tasche piene per gli avvocati”.

Metà dello scandalo romano era già sull’“Espresso” tre mesi prima, la metà dei “fasciomafiosi”. La censura sull’altra metà è del settimanale, o del suo ufficiale informatore?

“Hai idea di quanto ci guadagno sugli immigrati?, dice Carminati, o Buzzi: “La droga rende meno”. Ci voleva una superindagine per scoprirlo? Dopo vent’anni di “politica degli immigrati”, dai primi barconi albanesi. Cose che sanno anche i bambini.