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lunedì 2 febbraio 2015

Il cannone di Draghi è sempre tedesco

Il QE di Draghi è meglio di niente. Ma non solo è in ritardo ed è lento e macchinoso: non cambia nulla nei diversi pesi e le diverse misure, in campo monetario e bancario, che alimentano la crisi e hanno creato uno squilibrio ormai permanente tra paesi forti e paesi deboli – tra essi l’Italia.
Intanto, non è un quantitative easing. Non è l’immissione di liquidità nel mercato attraverso l’acquisto di titoli pubblici senza interesse. È la sostituzione della Banca d’Italia ai fondi e le banche estere che vogliano disfarsi dei titoli italiani, alle condizioni di prezzo che essi fisseranno. E nient’altro. Non accresce la liquidità. Non diminuisce il costo per l’emittente, per lo Stato. È una misura a favore del mercato: banche, fondi, altri operatori.
Non solo. È elaborata in modo da fissare, se non accrescere, le disparità nazionali a favore del debito meglio considerato, quello tedesco. Ne istituzionalizza, poco meno, le disparità ai livelli attuali – mentre lo spread aveva tutte le premesse per dimezzasi, se non ridursi ai 40-50 punti che sono fisiologici.
Lo stesso debito favorisce secondariamente con la provvista di cento miliardi per l’acquisto di titoli del Fondo salva Stati (ex, Efsf). Come controassicurazione per il caso in cui qualche paese, leggi la Grecia, dovesse far saltare il Fondo stesso non ripagando il debito con esso contratto - il Fondo è stato sottoscritto dai paesi Ue pro quota, secondo le quote di bilancio, quindi con la Germania in testa.

Problemi di base - 213

spock

Perché il servo sarebbe innocente?

E il padrone colpevole?

Perché ci sono padroni e servi?

Perché la giustizia equilibra i piatti? Tra accusatore e accusato, per esempio

Ma allora, perché i giudici perseguitano alcuni e non perseguitano altri?

Ci sono padroni e servi anche nella giustizia?

Perché Napolitano e Monti si asservirono a Angela Merkel e Tsipras da solo la denuda?

Ma Renzi ha vinto o se li è tagliati?

spock@antiit.eu

Stupidario arbitrale

“Non abbiamo eletto un nostro supporter, un nostro tifoso, abbiamo eletto un arbitro”: Matteo Renzi di Mattarella. L’arbitro eletto.

Garcia:  “L’arbitro era a pochi metri, bisogna avere fiducia negli arbitri”, per un rigore inesistente che gli ha fischiato a favore. Mentre per un rigore contro: “Decide l'arbitro, ma stasera ha deciso sempre in un senso”. L’arbitro di comodo.

L’allenatore del Napoli Benitez non commenta gli arbitraggi. Solo per la Juventus fa eccezione: “Dall’anno scorso ho imparato «ci può stare», sempre così con la Juventus».  L’arbitro rivelazione: prima dell’anno scorso doveva diventare allenatore della Juventus.

Il “Corriere della sera” dà 4 all’arbitro Russo di Roma-Empoli: “Sbaglia tutto quello che può sbagliare un arbitro, escluso il rigore dell’Empoli”. Per non dire dell’espulsione “arbitraria” di un giocatore dell’Empoli, per dare (almeno) il pareggio alla Roma?

L’arbitro è arbitrario, come si sa. Specie l’arbitro dell’arbitro.

Quando l’Africa aveva una storia

Sono armi di punta e da taglio, ma quando la storia dell’Africa è stata interrotta, nel Cinquecento, usava ancora così. C’è comunque una lavorazione elaborata del ferro. E lancieri bardati a cavallo, entrambi protetti, cavaliere e cavallo, da “armature di maglia d ferro di vari modelli e diverse fatture, oppure…da un’armatura in tessuto di cotone, imbottito di kapok e trapuntato”.
Queste mostra sulle “armi africane antiche” era stata molti anni fa un tentativo del Museo Pigorini di estrarre dalla polvere alcuni dei suoi tanti tesori ammassati – solo di armi, ha “oltre 4 mila reperti”. Finito nel nulla, e ora i bookshop Civita ne regalano la brochure-catalogo. L’Italia ha nel frattempo accolto due-tre milioni di africani sub-sahariani, somali, eritrei, senegalesi, nigeriani, ghanaiani etc., due terzi dei quali li ha naturalizzati, ma non pensa che la cosa possa interessare, parlare del’Africa, della storia dell’Africa. Non solo il Pigorini. L’Istituto Italo-Africano – museo e biblioteca – si è fermato a cinquant’anni fa, alla decolonizzazione. Fuso peraltro, per risparmiare le spese di portierato?, con l’Ismeo, l’Istituto per il Medio e Estremo Oriente - cheora vanno entrambi in liquidazione.
Lo splendore del guerriero, “Le armi africane antiche del museo Pigorini”, pp. 25 ill. € 2

domenica 1 febbraio 2015

Secondi pensieri - 204

zeulig

Confessione – È genere romantico, data dalle “Confessioni” di Rosseau, ed è una forma di narrativa. In precedenza era di altra natura, con effetti incisivi sulla riflessione. Quelle di S. Agostino fanno parte dell’esperienza religiosa, dove l’introspezione è necessaria. Montaigne si guarda poco, e sempre come reperto, in forma analitica, critica.
Il proliferare contemporaneo del genere, fino alla forma istantanea del selfie, è prova che la contemporaneità è sempre romantica. Magari in fine di ciclo: alla fine i movimenti sono scomposti. 

Globalizzazione – Ha scosso tutte le sociologie delle religioni, e del capitalismo, di cui la Germania ci ha afflitto per oltre un secolo, Max Weber, Sombart, Simmel – nel quadro, si può aggiungere, di una religione intesa asfitticamente, da Marx come da Durkheim (entrambi nati in famiglie ebraiche), e dallo stesso Weber. La globalizzazione, cioè l’apertura dell’“Occidente”, la più grande area di produzione e consumo del mondo, alle importazioni libere: niente di più.
Sombart, e in fondo lo stesso Marx prima e Simmel dopo, riconducevano il capitalismo – ne facevano colpa – all’ebraismo (Bibbia compresa, dove non se ne trova una virgola). Max Weber all’“etica protestante”. In un primo tempo (“L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”) al pietismo nell’ambito del luteranesimo – il luteranesimo vicino alla pratica e alla sensibilità cattoliche. In un secondo momento (“Le sette protestanti e lo spirito del capitalismo”) al calvinismo, meglio ancora nella sua derivata puritana.
Molte pagine lo stesso Weber ha consacrato alla “mentalità” religiosa cinese, indiana, giapponese etc., confessando però di saperne poco: il confucianesimo è burocrazia, l’induismo sacerdozio, etc. Nell’introduzione alla raccolta weberiana “La sociologia della religione” dieci anni fa lo stesso ordinatore, Pietro Rossi, era in dubbio: “Se in un determinato ambito storico la religione si è rivelata la premessa indispensabile della specifica mentalità del capitalismo moderno, è lecito presumere che altrove essa abbia esercitato una funzione analoga oppure, al contrario, abbia impedito l’affermarsi di forme di economia capitalistica”. Cioè: chi se ne frega?   

Innocenza – È vittima da ultimo – da un buon quarto di secolo – della trasparenza. Che in questa età della trasparenza significa solo il denudamento dell’individuo per lasciarlo inerme al mercato, un’operazione commerciale subdola: lo sfruttamento dell’innocenza. Il problema è: quanto consenzienti?
Ma non solo. Si prenda la pretesa trasparenza dello Stato, della politica, delle banche, della coppia, della comunicazione, della giustizia.  Non c’è nulla di più segreto di questa trasparenza: artefatta,  ambigua, traditrice. Di meno sincero, amorevole, non aggressivo, del dirsi tutto. Di meno vero delle intercettazioni, selettive e manipolate. Di più oscuro della comunicazione.
Avviene quando le cose non avvengono ma sono fatte avvenire. Se non nel fatto, nella loro presentazione e significanza.  L’agente (le cause, i moventi, i modi) è l’ermeneuta della cosa, e quindi ne è la sostanza. Anche nella forma volgare dei “cui prodest”.
Non ci sono cose vergini: conoscenze, confidenze, trasparenze, intercettazioni (anche di uno sguardo, una pausa, una bugia a fin di bene, una trascuranza, una nota sbagliata). Ma è diverso il caso in cui ci si appropria della verginità.  Mai la privacy è stata così calpestata come in questa epoca di trasparenza, di autorità garanti, di informazione libera per tutti, universale, istantanea. Anche per una voglia di esibirsi - denudarsi, esporsi – liberata e nobilitata. È una merce. Materia d affari, anche nella giustizia.

Letteratura – È teatrale, sempre. Per natura, quindi? Nel senso che è appoggiata, atteggiata. Anche quando si vuole senza stile – è lo stile del non stile. La narrazione è un calco, la buona narrazione un calco sapiente, ed è sempre una rappresentazione, un teatrino senza scene, luci, costumi. L’azione, anche la meno elaborata o approfondita, incide, scuote, Sofocle e Sade no. Anche la filosofia incide direttamente sulla realtà, il pensiero. La parola non è sempre inerme – la stessa politica è parola. Letteratura però non si dà se non trasfigurando la realtà, gli eventi. 
Questo spiega in buona misura l’inattendibilità o inaffidabilità dell’intellettuale, al fondo sempre un letterato, nella vita politica e pratica, dell’uomo della parola. 

Psicoanalisi  - È un’estensione, storicamente e geneticamente, del positivismo. Un’espansione enorme, per l’intimidazione che legalizza. Pena il rifiuto dela verità, nientemeno. Ogni persona perbene è un delinquente potenziale  - molti santi lo furono di fatto. Ergo. Ma bisogna sublimare? Oppure no, è un tradimento della verità della cosa? Quanti, soprattutto donne, avrebbe potuto uccidere Freud? Magari con competenza, giusto per sé.

Puritanesimo – “Solo l’etica razionale puritana orientata in senso ultramondano ha realizzato compiutamente e coerentemente il razionalismo economico intramondano”. Ciò Weber definisce “un paradosso” nella sua contestabile “Sociologia delle religioni”, mentre ne rileva tutti i presupposti per evidenziare l’appropriazione del divino a scopo di commercio – l’etica “razionale” che “coerentemente” fa divini i propri interessi  (“il razionalismo economico intramondano”).

Religione – Se ne accetti l’analisi d Max Weber, come della mondanizzazione della divinità. Come apparato, stregonesco. Anche mistica, e aperta alla (succube della) grazia, ma un’organizzazione del sovrumano a immagine e uso del mondo. I non credenti allora sono anch’essi a loro modo religiosi. Dialetticamente, e nell’uso del tempo, del pensiero, della parola. L’areligiosità è agnostica, di un agnosticismo di fatto, irriflesso. Il “vivere come bestie” di Dante, che non necessariamente è “bruto”.

Speranza – Non è mai stato un grande tema fuori del biblismo – l’attesa. Benché sia sempre una virtù teologale. O comunque derisoriamente. “La speranza è in fondo – diceva l’Antico”, il tratto più celebre è di D’Annunzio, “Il sudore di sangue”. La cosa più notevole è cioè un rifacimento del detto “la speranza è l’ultima a morire”.

zeulig@antiit.eu

Stupidario Panda

Il presidente Mattarella va al Quirinale in Panda. Uscendo dalla Consulta, dove risiede, che è di fronte - c’è solo da attraversare via Settembre, non larga, sulle strisce.

Mattarella è andato in Panda anche alle Fosse Ardeatine. Questo è un bel percorso, seppure con autista. Difficile però soprattutto per le auto di scorta, che bisogna tagliare a ogni inquadratura per non guastare il raccoglimento agreste.

I Vigili di Roma hanno fatto la guerra al sindaco Marino multandogli la Panda – la Panda Rossa. Parcheggia nell’area riservata ai senatori, scrivevano nelle multe. Ma era il sindaco che aveva riservato l’aera a senatori. È più abusiva la Panda o l’area riservata?

O non sarà una pubblicità gratuita per la Fiat? Ne avrebbe bisogno. “Abbiamo la migliore Panda mai progettata ma i suoi acquirenti sono quelli che non possono più spendere”, lamentava Marchionne non molti mesi fa: “Un investimento sbagliato”. Per la Panda aveva puntato su Pomigliano, a prezzo di gravi liti con Landini, con referendum contro, investendo 800 milioni.

Il papa invece ha pubblicizzato una vecchia R 4 – memore degli anni ruggenti? Allora Marchionne gli ha regalato una Panda. Anche gli operai di Pomigiano, facendo voti che le vendite riprendano. 

Lawrence sapienziale e nero

Due chicche per amatori: un racconto chassidico riscritto , “L’uomo che non muore”, e uno nero o dell’orrore, “Mercurio”. Il titolo della raccolta viene dal terzo racconto, “Sole”, che ha molta reputazione ma è il cliché del Sud dionisiaco – inarticolato (contadino) e basso ventre. Non lo si dice abbastanza: il mito mediterraneo è per Lawrence il mito del selvaggio: l’anima vaga in cerca di amore è donna, borghese, anglosassone, il maschio è muto, bruto, working class e italiano.
“L’uomo che non muore” mette in scena due “veri saggi” della vecchia Spagna, Mosé Maimonide, ebreo, e Aristotele, “un cristiano della comunità greca”. Che disputano e gareggiano a chi sarà immortale. “Mercurio” è l’orrore quotidiano, una grandinata in montagna.  
D.H.Lawrence, Sotto il sole d’Italia, Elliot, pp. 71 € 9

sabato 31 gennaio 2015

Letture - 202

letterautore

Conan Doyle – Ha, ancora a fine Ottocento, evidente soprattutto nelle storie di Sherlock Holmes, il vecchio stile conversativo che la letteratura si portava dietro dal Rinascimento, prolisso e pieno di preamboli. Evidente a contrasto con la rapidità che si richiede al giallo. Che invece Sherlock Holmes in vari modi interpreta: misterioso il giusto, e poi uno che pensa, parla e fa fulmineo, muovendosi come un ninja  e quasi ubiquo. Anche perché la velocità connotava il Fine Secolo, nei trasporti, nelle comunicazioni. Conan Doyle il medico scozzese è uomo del suo tempo, ma si voleva scrittore come aveva imparato a leggere.

D’Annunzio – Anglodipendente più che francofilo. Mario Praz lo riconduce alla poesia, la saggistica e la sensibilità inglesi, tracciandone gli echi e i calchi. Soprattutto nella introduzione alla raccolta, cinquant’anni fa, di “Poesie, Teatro, Prose” per i classici Ricciardi. Con un’infinità di riferimenti, nella filiera decadente, a Pater-Swinburne, ma anche a Shelley (e Keats) e a Whitman. Per letture dirette o mediate da Adolfo de Bosis, Enrico Nencioni e altri letterati suoi amici. E più dalla pubblicistica francese, il “Diario” dei fratelli Goncourt, e alcune traduzioni – che Praz identifica come fonti per i comuni errori.

Debito – Usava tra i letterati e artisti indebitarsi. Fino a D’Annunzio era quasi una regola. Poi tutto è cambiato, e anche l’artista si vuole uno regolare, in pace col fisco e gli amici. In economia il debito è durato più a lungo. Fino a Keynes, si può dire – che per l’Italia significa ani 1970-1980. È da poco che è demonizzato. Il problema sono i creditori. Che normalmente vogliono prolungare il debito. La Germania è una novità, che vuoe che glielo paghiamo tutto subito.
Rabelais ne fa l’elogio, ai capitoli Terzo e Quarto del “Terzo Libro”: Panurge, a cui Gargantua rimprovera di avere mangiato il suo grano in germoglio, si lancia in un “Elogio dei debiti”. “Ma”, gli chiede Pantagruele, “quando ne sarete fuori?”. “Alle calende greche”, risponde Panurge, “Dio me ne guardi di non averne. Non troverei allora più nessuno che mi presti un denaro. Chi la sera non lascia levito, al mattino non potrà fare il pane. Dobbiate sempre qualcosa a qualcuno”.
Rabelais trasse l’idea dal Berni, ha scoperto Giovanni Macchia per molteplici indizi – nell’introduzione alla traduzione di Augusto Frassineti, 1970. Uno dei “capitoli” di Francesco Berni (“Capitoli e sonetti burleschi”), Il XXVI, è “In lode del debito”: chi s’indebita vive bene, e senza faticare. Ma il canone l’aveva meglio stabilito prima, al cap. XXI (“Capitolo primo della peste – A messer Pietr Buffet cuoco”): “Accatta e fa’ pur debito, se sai,\ Che non è creditor che ti molesti”.
Rabelais ne fa il motore dell’armonia dell’universo: il debito è la Grande Anima del Tutto. Ne farà l’elogio anche Charles Lamb, in uno di “Saggi d’Elia”: “La specie umana è composta di due razze d’uomini, gli uomini che prendono a prestito, e gli uomini che danno a prestito… L’infinita superiorità dei primi, che io decido di chiamare la gran razza, traspare dalle loro figure, dal portamento, e da un certo senso istintivo di superiorità”.  

Elezioni – Comprare i voti, come alle primarie del Pd, si faceva già al tempo di Poe, che probabilmente ne morì. L’autunno 1849 era tempo di elezioni. L’uso era di irretire possibili elettori convogliandoli in locali detti coops, pollaio, stalla. Poe fu probabilmente uno dei polli di queste bevute elettorali, alle quali non resse. Fu trovato la sera del 3 ottobre abbandonato per terra in una pozza sotto la pioggia. Ricoverato, morì quattro giorni dopo in ospedale di delirium tremens.

Pasolini – Ma ce n’è uno anche reazionario e inappetibile. Col protagonismo strapaese, molto malapartiano – accorto, opportunista, giornalistico (ma non beffardo). Nel 1968, per esempio, in cui non fece solo che schierarsi con la Celere. Superfiale a volte, disinvolto: “Il Terzo mondo, fuori dalla retorica, è stupido”, poetava. Per il motivo “che la comodità allontana dalla natura,\dove il modello di comportamento è dato dai sublimi asinelli,\dove i vecchi vanno a sedere scoperto,\e quanto ai ragazzi il loro unico ideale è essere servizievoli”. In Siria? Mostruosamente falso – il sesso vi sarebbe “solo funzionale, il modello del coito è quello dell’asino”.

Bisogna volere bene ai poeti, ma il panflettista sconcerta. Figlio di un padre che amava la madre “senza reciprocità”. Con una esistenza quindi posticcia, come il friulano appreso per poetare, o il romanesco. Ero comunista, voleva si dicesse nel suo coccodrillo, perché ero conservatore. Jan Palach non gli piacque, lui che piangeva su ogni destino. Era andato a Praga, e inaugurava la rubrica su “Tempo” – erede proprio di Malaparte - al tempo dell’invasione e non ne ha fatto cenno. O si può dire di lui quello che “non sa nulla, ma lo sa meglio”, come si diceva a Praga?
Non si sa che pensarne, di uno che scrive: “Dopo Venezia, Bologna è la città più bella d’Italia, oggi a Bologna c’è il congresso del partito Comunista... Soltanto a Natale e Pasqua c’è nei gesti della gente tanta letizia e ansia di qualcosa che si riconferma come nuovo”. A Natale e Pasqua però “la letizia è sciocca”, a Bologna “buona e sincera”.
L’assassinio del fratello imputava ai “fascisti di sinistra”, il comodo scarico dell’ipocrisia.

Proust - ”Molto di Proust c’era già nel “Fanciullo nella casa” di Walter Pater, nota Mario Praz, in uno degli articoli che dedica a Vernon Lee in “Il patto col serpente”. Praz insiste molto sull’incidenza di Pater nella sensibilità e la stessa opera di Proust..

Roma – Ha  istruito e ispirato mezza pittura europea. Secondo Diderot la migliore: “Le più belle composizioni dei pittori, le più rare sculture degli statuari, le più semplici, le meglio disegnate, quelle che hanno il più bel carattere, il colore più vigoroso e più severo, sono state fatte a Roma, o al ritorno da Roma”.

Sogno – Prima di Freud e del surrealismo, i sogni erano una macchina da letteratura, per essere carichi di mistero, anche quelli beati. Di contorni spesso, ma sempre di una sostanza che s’intende “più” del reale, dell’immaginazione quotidiana. Se non altro per essere differente, di proporzioni, di forme, di combinazioni.
Il caso più noto è quello di Stevenson, nei ricordi della moglie: “Nelle ore piccole del mattino fui svegliata da grida d’orrore di Louis. Pensando che avesse un incubo lo svegliai”. Era vero, era il sogno dello “Strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde”. Che però non fu scritto come nel sogno. Stevenosn si arrabbiò con la moglie: “Perché mi hai svegliato? Stavo sognando un bellissimo racconto da far accapponare la pelle”. E per tre giorni si concentrò a scrivere di furia il racconto, come lo ricostruiva nel sogno. Ma non funzionava: lo lesse alla moglie, che non ne fu impressionata, e allora o bruciò. Poi lo riscrissi con calma nella forma attuale.

Se ne è sempre fatto l’elogio, in poesia e anche in prosa – Dante certo, a partire dalla “Vita Nuova”, e un’infinità di altri autori, se non tutti. Ma di più nel romanticismo, che ne teorizzò variamente la funzione creativa. La “camera oscura” della mente chiama il sogno De Quincey, il “mangiatore d’oppio inglese”. Che lo associa all’oppio per una doppia funzione “creativa”: sognare con l’oppio. Ma lui non ci riuscì, i suoi “Suspiria” sono frammenti non notevoli. Anche Poe: “Eureka” non è il suo miglior racconto. Coleridge pretese di avere composto “Kubla Khan” con visioni di sogno sotto l’effetto dell’oppio – poi gli studiosi hanno scoperto che assemblava, migliorava, “visioni” scritte da altri. Una visione tra oppio e sogno che ha fatto epoca è di Baudelaire – ne parla Calasso, “La folie Baudelaire”. Ann Radcliffe s’ingozzava la sera di cibi pesanti per favorire gli incubi. Allo steso effetto Füssli, il pittore,  si nutriva di carne cruda.

letterautore@antiit.eu 

Un crescendo di Insignificanze - europee

Molta pietas, sul filo zen-san Giovanni della Croce (“per avere quello che non possiedi, devi fare la strada della privazione”, etc.), nessun guizzo del “folletto filosofo”. Il migliore è il disegno in copertina. Oppure no, qualche guizzo c’è. Le mutandine dell’Angelo Azzurro Marlene Dietrich tanto più intelligenti del “Discorso del Rettorato!” del barbagianni Heidegger, il “muso” di Ceronetti. La liberazione dalla Bellezza nell’arte: “Grazie, Paul, per averci liberati dalle catene della bellezza femminile obbligatoria nell’arte! Madame Cézanne era una donna tra il brutto e l’insignificante”, e o sposo ha potuto dare “lo stesso epso di realtà formale di una Natura Morta di mele”.
Anche la  deriva dell’Europa. Non più verso “malvagi poteri totalitari”. No, “si andrà di degenerazione in degenerazioni, di legalità in legalità formali incurabilmente amorfe, rive di linfa, di sfinimenti in sfinimenti di ogni principio, in un crescendo di Insignificanze”. 
Ma alla fine poco rimane, il massimario è genere arduo 
Guido Ceronetti, L’occhio del barbagianni, Adelphi, pp. 60 € 7

Un Renzi lungo tre legislature

Sette anni, presiederà a due elezioni, non creerà problemi a Renzi, nemmeno convocandolo a giorni alterni come usava Napolitano, anzi ne sarà lo scudo. S’inaugura con Mattarella l’era Renzi, che durerà almeno quindici anni, i due-tre che mancano alle elezioni, e le due legislature successive.
L’economia potrebbe aiutare, tornando infine a crescere in qualche modo. Di più aiuterà la connessione europea, che Renzi è riuscito in breve a capovolgere in favore dell’Italia, dopo cinque anni di isolamento. Grazie anche alla Grecia, che ha votato l’estrema sinistra di Tsipras. E presto probabilmente grazie anche alla Spagna, che voetrà socialista, o anche Podemos, due partiti che guardano molto a Renzi. Il passo decisivo comunque Renzi l’ha già fatto catturando Angela Merkel.
I due guidano i due schieramenti maggiori e opposti in Europa, il popolare e il socialista-progressista. Ma è come se comandassero la stessa barca. Il partito della Merkel in Italia è rappresentato da Berlusconi, ma l’unico legame è con Renzi. Unisce i due la rottamazione, che era di Merkel prima che di Renzi. E la necessità di rilanciare l’economia, che a questo punto è anche di Merkel. Senza pagare troppo per il problema Grecia.
Ma più di tutti conta il successo per il Quirinale. Al primo voto utile. Ancora più che quello delle Europee. Si prenda il primo caso, la legge elettorale. Con uno specialista in materia al Quirinale, la fronda interna si è castrata: potrà criticare la legge di Renzi ma con giudizio. 

Un Pd sbiancato

Torna la Dc, non c’è dubbio, il tono dei commenti degli ex Dc non è provocatorio, è un fatto. Rifatta: il Pd non si chiama e non si chiamerà cristiano ma sarà democratico in quel senso lì.
Non sarà un partito (cristiano) democratico anni Cinquanta, ma un partito “popolare” e di potere sì. Basta vedere il sollievo e gli osanna dei vecchi brand, la Rai, le gazzette, le banche, gli ex enti pubblici ora campioni nazionali, la Confindustria. Non c’è altro Pd, giusto la filiera Sinistre Dc-Popolari-Margherita-Ulivo. La filiera è Non farà referendum contro il divorzio, ma non si sbraccerà sui diritti civili, che infatti ha già accantonato. Forse farà anche qualche legge, ma sarà ferocemente diviso in correnti, per meglio gestire il potere anche negli interstizi.
C’è molto di già visto in questa congiuntura del partito di Renzi. Se ne sono accorti quelli dell’Ncd che non erano Dc: Di Girolamo e Sacconi. Che a questo punto però sono fuori dalla politica, irrecuperabili anche da Berlusconi, se dovesse riuscirgli l’ennesima rimonta.
Nonché i Casini, Cesa, Alfano, Schifani, tutti i vecchi Dc curricolari, svaniscono, e forse scompaiono, anche le alternativa muscolari a Renzi tra centro e destra: Berlusconi naturalmente, Passera, Della Valle, Monti. “Tornerà, tornerà”, dice Renzi di Berlusconi, al patto del Nazareno, come a dire “stai sereno”: che altro può fare (oltre a fingere di fare lo statista)? E questo è proprio democristianese doc.

venerdì 30 gennaio 2015

La seconda guerra europea all’Italia

Dopo l’attacco al debito italiano l’attacco al sistema bancario? Sì, è l’evidenza. Per la tempistica: i “giorni della merla” della politica e del governo, impegnati nell’elezione presidenziale. Per le dimensioni e il coordinamento dell’attacco a Mps.
L’obiettivo minimo è fare del Monte dei Paschi una preda facile, di nessun prezzo. Dopo aver terremotato le banche italiane, in Borsa, nel patrimonio, nella fiducia dei risparmiatori e investitori, per i tanti vincoli che hanno con Mps. Non è lo stesso che l’attacco al debito, che poi si scoprì innescato da Deutsche Bank, le poste da movimentare sono minori, ma dimezzare il titolo in tre giorni non ha altro senso: far fallire una banca italiana, la terza più grande banca.
Fallire propriamente no, non si può, ma terremotare Mps e il sistema bancario si: 1) L’attacco al Monte dei Paschi c’è, concentrato, organizzato: in tre giorni è stato vanificato l’aumento di capitale per il quale era stato organizzato il collocamento, che ora dovrà essere raddoppiato. 2) Passa da Londra ma viene dall’eurozona, non da mani americane, cinesi o arabe. 3) È stato propiziato da Francoforte, dall’allegra gestione della vigilanza bancaria europea al suo debutto, parziale e pettegola.
L’attacco al debito fu avviato e alimentato a febbraio 2011 da Deutsche Bank, si scoprì a cose fatte. L’attacco alle banche si sa già che è stato innescato da Francoforte, dalla vigilanza Bce. I criteri di analisi della vigilanza bancaria devono essere uniformi, e la discrezione assoluta. A Francoforte è al contrario, tutto si fa sapere, molto più del necessario e anche del giusto – a partire dagli stress test, gestiti come un mercato delle vacche, o una sorta di asta olandese, al ribasso. Non è per caso che l’offensiva è partita dopo che la banca italiana ha spiegato i suoi progetti a Francoforte, alla vigilanza Bce, che ha fatto sapere di non esserne convinta.  

Tre forni per le elezioni

Un governo con Alfano, una maggioranza parlamentare con Berlusconi, e una presidenza della Repubblica con Vendola. Renzi vuole battere Andreotti anche in questo, giocando con tre forni invece di due – o era al contrario, giocavano coi due forni i nemici di Andreotti, i socialisti? La cosa sarebbe sorprendente se gli riuscisse.
Renzi, anche qui, è in linea con la contemporaneità. Angela Merkel, la maestra di tutti, ha governato con i Verdi (sinistra), con i Liberali( destra), e ora da qualche tempo con i Socialdemocratici (sinistra). Ma non con tutti insieme. O Renzi ha fatto confusione?
Forse Renzi vuole soltanto sbugiardare tutti gli altri, il centro, la destra e la sinistra. E non ha tutti i torti. Ma poi deve scegliere. Cioè andare alle elezioni.

Ombre - 253

“Quirinale: Napolitano vota accompagnato dagli applausi”. Ma non c’è nessun Mattarella allo scrutinio. Anche Napolitano vota scheda bianca?
O non avrà votato Emma Bonino?

Al mare, al caffè, in sala d’attesa dal dottore, anche sulla metro, nei rari momenti in cui non è piena, s’incontra solo gente che legge “Il Fatto quotidiano”. Che però dichiara una diffusione di 30-40 mila lettori. “Il Fatto” è una giornale che si legge in pubblico? O i suoi lettori li incontro tutti io? E votano Magalli al Quirinale.

Banner ad in apertura di Repubblica.it: “Vola con Emirates in business class a partire da € 1.774”. Il pubblico di “Repubblica” è un altro mondo? Beh, c’è anche l’economy, “a partire da € 446”.

“38 ispettori da Bruxelles per verificare i conti italiani”. La gita a Roma piace sempre, anche ai burocrati come ai sindacati. Del resto è tutta spesata.

Si moltiplicano gli Anni Giudiziari a Roma, ogni presidente vuole il suo. Che i penalisti quest’anno disertano, definendoli “riti vuoti” – in effetti di tipo e animus fascisti. E affermano che i problemi non sono quelli che i presidenti snocciolano ogni anno. Cosa che tutti sanno.

Sfilano gli ermellini per l’apertura dell’anno giudiziario, la prima di una serie, e mezzo quartiere Prati a Roma è off limits: auto rimosse, divieti di fermata, squadroni di Polizia a ogni angolo. Peggio di un G 7.

Il presidente di Milano Canzio ruba la scena a Palermo, assolvendo con onore Giorgio Napolitano da ogni sospetto. Poi dice che la mafia domina Milano.
Ma il presidente Canzio conosce Milano?

Non c’è inaugurazione di anno giudiziario in cui non si attacchi con ferocia Renzi, segretario del partito Democratico, e il suo governo. I presidenti delle inaugurazioni sono tutti fascisti? No, hanno paura che Renzi gli metta il massimale alle retribuzioni. Magari il tetto dei 220 mila euro che ha imposto agli altri dirigenti pubblici.

Nessuno dei fortunati autori della “casta” ha mai messo in discussione le retribuzioni dei giudici. Dai 680 mila euro del presidente della Consulta – tre volte l’appannaggio del presidente della Repubblica - in giù. Più tutti i benefits: alloggi di servizio, con servitù, “collaboratori” (attendenti), autisti, auto blu, telefoni etc. Sono quelli della “casta” figli e nipoti di giudici? Ne hanno paura? Ne sono complici.

Un anno e mezzo di appalti al Comune di Roma, da quando c’è Marino, senza gara d’appalto. Ma non s’è saputo. Si vede che a un certo punto le intercettazioni si sono inceppate.

È argomento dell’Uaar, Unione Atei e degli Agnostici Razionalisti, ma è vero che il terzo settore è opaco, opacissimo. Nessun dato delle entrate e delle uscite, né online né nei bilanci depositati. Il “volontariato” lavora con gli enti pubblici – ne spende i soldi, miliardi, in convenzione o appalto – ma senza darne conto.

L’inchiesta Mafia Capitale, che riguarda il terzo settore a  Roma, è stata deviata su Carminati e Buzzi, perché ex carcerati. Tutti contenti, Pignatone e Prestipino in testa che hanno avviato il comodo filone della mafia romana, perché così non si parla del volontariato. Di cui Buzzi era un protagonista.
Buzzi era il referente della Lega delle Cooperative a Roma, il più efficiente.

Mafia, certo. Un’inchiesta sulla corruzione spicciola a Roma tutta Pd, peraltro benefica poiché mirata a far lavorare carcerati, tossici e altri che altrimenti non potrebbero, la Procura di Roma ha trasformato in un serie di “avvertimenti” ad Alemanno.  Cioè alla destra. Con coro quotidiano unanime.

Lo sceicco Fellini

Un ricco volume di serial tv, e incontri con registi (Solanas, Loach, Olmi, Wenders), con Storaro e con Piovani, per amatori e non. Con un’accattivante “felliniana”: le interviste con Jean Gili, che insegna cinema a Parigi, della rivista “Positif”, disegni, tratti dal “Libro dei sogni”, qualche curiosità. La parte migliore. Malgrado le solite scemenze (coinvolto pure Gianni Canova: argomenta che Fellini profetizzò il berlusconismo – non il sindacalismo asfittico?).
La cosa migliore di questa parte migliore è di Gianfranco Angelucci, che fa la lista delle donne del vitellone . Che però dovrà aggiornare, Anita Ekberg non ne ha lasciato morendo un buon ricordo: “Apparentemente gentile”, aveva confidato a Emilia Costantini, “in realtà un despota. In privato era un disastro… non aveva rispetto delle donne” - era solo “affamato di sesso” e di “prestazioni particolari”.
Fellini, il cinema, le donne, “Micromega”, dicembre 2014, pp. 215 € 15

giovedì 29 gennaio 2015

Il mondo com'è (203)

astolfo

Cina - È stata preparata all’ipercapitalismo, che esercita al meglio, dal comunismo. Che ha scardinato in breve, in quarant’anni, sia la tradizione vetusta, nella quale affondavano le masse nelle campagne, sia la modernizzazione indolente (passiva, succube, viziosa, drogata) nella quale affondavano le città. Il maoismo ha mobilitato i cinesi, restituendoli al fondo al loro incessante inesausto attivismo o individualismo,  nel mentre che li strappava all’accettazione servile - rassegnata perché quasi obbligatoriamente povera - della modernità.
È forse la nazione più in linea col suo substrato psicologico, se esistono le psicologie nazionali. Come un’immensa Napoli – che anch’essa s’immagina refrattaria alle frantumazioni dell’io – che un despota avesse liberato dei vecchi stracci e dei tanti banditi di strada, e dell’indolenza con cui ritiene di farsi perdonare dalla modernità. I vizi e le debolezze superando d’impeto grazie all’arricchimento, alla produzione, all’applicazione inventiva.

Civile – Si dice della guerra quando è incivile.
Si dice anche della società quando è eletta - gerarchica. All’origine della nozione, l’ “Enciclopedia” la sanciva coma la società non religiosa, fuori da “fanatismo e superstizione”.

Germania – È il paese col quale l’Italia ha avuto in passato meno pendenze. È anzi il paese insieme col quale l’Italia ha sempre prosperato.
Pupilla degli occhi degli imperatori del Sacro romano impero, da Carlo Magno agli Ottoni e a Federico Barbarossa. Ha avuto con l’Italia due guerre ultimamente di cui una penosa, ma le colpe sono condivise. Il Barbarossa venne cinque volte in Italia, ma per le insistenze italiane, di Como soprattutto, Lodi, Pavia, Mantova, Ferrara, in odio a Milano, della stessa Milano a un certo punto, e delle repubbliche marinare Pisa e Genova, nonché del papa Anastasio IV. E solo da ultimo con un vero esercito, forse per dare lustro alla Lega Lombarda a Legnano – e confermare l’assioma che nessun generale tedesco ha mai vinto o può vincere una guerra (se l’ha vinta è per colpa degli sconfitti).

La Germania non ha mai invaso l’Italia, a differenza di Spagna e Francia. Mai un Sacco di Roma come quello del cattolicissimo Carlo V. La memoria è sempre per ogni aspetto positiva degli Hohenstaufen al Sud,  il compianto unanime che con loro sarebbe stata un’altra Italia.

Islam – Non ha liberato il mondo di riferimento, non l’ha energizzato. Non l’ha reso omogeneo per valori, cultura, mentalità, al contrario del cristianesimo, che è uno anche giuridicamente e socialmente, attraverso riti e culti stringenti fin nelle foreste dell’Amazzonia. L’islam è più mondi e anzi quasi isole, dalla Nigeria all’Afghanistan e all’Indonesia. Nulla di più diverso, come mentalità, cultura, tradizione, società, che l’Iran e l’Afghanistan, che pure hanno in comune una frontiera mobile di quasi mille Km., e sono da sempre ugualmente islamizzati. O tra l’Iran e i vicini arabi. Mondi agli antipodi benché confinanti, le donne totalmente ma anche gli uomini, anarcoidi gli uni, vecchi pastori, urbani gli altri, la tribù contro la nazione, il deserto contro la città, e nello stesso sentimento religioso e la relativa ritualità.

Aveva impoverito – che è quasi impossibile - l’Afghanistan, in pochi anni prima della guerra Usa. Non ha migliorato l’Iran. Ha bloccato e deviato lo sviluppo di metà abbondante del mondo arabo. Negli ultimi quarant’anni tutte le basi per lo sviluppo che erano state approntate dall’Afghanistan fino alla Tunisia - istruzione, formazione, comunicazioni, commerci, qualità della produzione, diritto civile - sono state distrutte o sterilizzate. Ora prova a distruggerle in Nigeria, anche se è islamico un terzo soltanto della popolazione. In Algeria il cammino è stato interrotto dall’islam per un lungo periodo con gravi danni. A danno più spesso della popolazione islamica, per esempio in Libano e in Siria.
Non contesta, e in qualche modo garantisce, la feudalità – gli “Stati patrimoniali” direbbe Max Weber: nella penisola arabica e nei sultanati oceanici. Accontentandosi della subordinazione della donna, chiude gli occhi su altre gravi trasgressioni alla legge coranica. Mentre ha distrutto e distrugge i regimi democratici, sia pure fascisti.

La legge islamica è sempre stata in vigore in Afghanistan. Che è il paese forse più povero della terra.

Le guerre cristiane, anche folli come le ultime due, parlano lo stesso linguaggio e si ritengono guerre “civili”, intestine. Sono invece irriducibili, da sempre, i rapporti tra l’Iran e i vicini. Tra il Bangladesh ultimamente  e il Pakistan. O tra il Pakistan e l’Afghanistan, che si dividono l’etnia  più forte, i pashtun, che è la sola – con i curdi – senza un proprio Stato. Nonché all’interno dell’Afghanistan, della Libia, dell’Irak, perfino della Siria, fra le tribù.

Lega Lombarda – La si vorrebbe agli inizi della storia d’Italia, ma fu una Lega a nessun effetto. Di potentati locali occasionalmente alleati invece che nemici, quali erano di solito.

Marx - Era e rimase un borghese, il diavolo ne avrà preso possesso, anche quando dalla rivoluzione passò al materialismo e al proletariato. Fu protagonista del Quarantotto, col suo giornale, la “Neue Rheinische Zeitung”, sostenendo la guerra tedesca contro la Russia, la Danimarca, e i polacchi austriaci. Compagno e mallevadore - già autore a ragione celebrato del “Lohengrin” - quel Wagner che proclamava “il tedesco è conservatore”, e “solo l’assolutismo è”, grazie a Dio, “tedesco”: nasce indefettibilmente romantico, il suo borghese sta tra il romantico e il filisteo, che è  il borghese non romantico.
Poi fu un emigrato. Arrivò al socialismo critico non dai bisogni del proletariato, che non conosceva, ma da se stesso, giovane, tedesco, intellettuale del Marzo ’48, eretico per esigenze di ruolo, il condottiero che, aperto un varco, ci erige sopra il suo castello, da hegeliano, e da hegeliano rovesciato il castello lo fa al quadrato. Che non è apostasia, non c’era il marxismo all’epoca, ma un modo d’essere, non antipatico. Marx sarebbe stato in guerra coi suoi esegeti, li avrebbe spernacchiati, usava così: lui non ha colpa di questo chiacchiericcio che cela le cose, parlava e scriveva diretto. È Cristo, anche se non lo sa, è evangelico – se era ebreo, s’è convertito: per il dovere del paradiso in terra, della giustizia. Un Cristo laico, per la fregnaccia del Diamat. La classe resta vaga, su cui ha scritto migliaia di pagine - ma non sarà una goliardata?

Il vecchio “Che dice Marx?” o “Il vero Marx” era cosa sovietica. Dei Soviet in quanto eredi di Lenin. Solo Lenin aveva letto Marx, alcune brossure di Marx, e lo ha applicato: Marx voleva un partito di tiratori scelti. Intellettuali, ma abili a infilarsi tra le pieghe della storia, a mimetizzarsi e scardinarla, imprendibili ninja. Per fare ciò che invece non c’è scritto in Marx, solo Colletti e Althusser a un certo punto l’hanno saputo: la dittatura del proletariato.

astolfo@antiit.eu

Viva Calipari abbasso tutti gli altri

È un omaggio a Nicola Calipari, a dieci anni dalla morte: con lui Polo, all’epoca direttore del “Manifesto”, collaborò per organizzare la liberazione di Giuliana Sgrena, rapita a Baghdad il 4 febbraio 2005. È anche l’unico libro che celebra Calipari, e questo lo salva. Ma scontatamente querimonioso: Nicola Calipari sì, i servizi segreti no. I “calipariani” sì, in qualche modo, gli altri no; i “calipariani” sono stati dispersi; dopo Calipari “il Servizio verrà travolto” dagli scandali Nigergate, Abu Omar, Telecom Pirelli; dopo Calipari i servizi hanno perso i contatti nel Medio Oriente. Pur continuando a salvare altre vittime di rapimenti? Da ultimo le due ragazze, avventate come Giuliana Sgrena con contatti fasulli.
Uno, con queste letture, è tentato perfino di difendere i servizi, per natura indifendibili. Troppi si fanno belli, anche in famiglia, con Calipari. Il Nigergate, il rapimento di Abu Omar e le intercettazioni Pirelli Telecom si facevano mentre Calipari era in servizio e in attività. Un’occasione perduta. A volte si dubita perfino che Polo abbia frequentato come dice Calipari, non in “una vicenda piena di segreti”.
Nicola Calipari è un onest’uomo. Scout cattolico e capo-scout, come Renzi, a Reggio Calabria, la sua città, dirigente di Polizia a Roma, distaccato al Sismi, il servizio segreto militare, da soli due anni e mezzo quando è stato ucciso in Irak a un posto di blocco americano. Trasportava in macchina Giuliana Sgrena, giornalista del “Manifesto”, che era stata rapita un mese prima rapita in Irak a scopo di riscatto.
Gabriele Polo, Il mese più lungo, Marsilio, pp. 188 € 18

mercoledì 28 gennaio 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (233)

Giuseppe Leuzzi

Il Sud ha insegnato l’insalata e le altre crudità a Milano. Alla Svizzera. A Londra e fino alla Scozia. E agli Stati Uniti d’America. Georges Simenon ha un ispirato capitolo conclusivo alle sue scorribande per gli Usa dopo il 1946 (“L’Amérique en auto”), intitolato “L’odore dell’America”, che è un inno all’Italia, e al Sud. Gli italiani hanno insegnato agli americani il crudo e anche il cotto: “praticamente”, dice, hanno insegnato agli americani a mangiare. Venendo anche dal Piemonte e dalla Toscana, ma soprattutto da Napoli, da Palermo e dalle Puglie. “Hanno introdotto in Florida e in California l’arancio e il carciofo, piantato, lungo tutta la costa del Pacifico, vigne con cui fare il vino” – due industrie che in pochi decenni (Simenon scriveva nel 1951) avrebbero reso rinomata l’America anche n cucina.

L’Europa dichiara guerra a Putin, il Sud la paga. Arance, mandarini, limoni e kiwi, tutto l’arsenale delle vitamine C, è rimasto questo inverno in gran parte attaccato agli alberi.

La mafia a Milano
A Palermo i giudici del processo Stato-mafia hanno disertato l’inaugurazione dell’anno giudiziario.
La mafia si è trasferita altrove?
È quello che sostiene il presidente della Corte d’Appello di Milano, il più alto magistrato in città, Giovanni Canzio: “La mafia si è preso il Nord, distruttiva come la metastasi di un cancro”, e la metastasi è soprattutto diffusa a Milano e dintorni. La cosa è difficile da concepire, forse il presidente non conosce Milano.
Di Milano non c’è da meravigliarsi, è sempre al città degli untori. Ma Canzio non è il solo. Da Reggio Calabria il Procuratore Capo Cafiero de Raho assicura che la ‘ndrangheta ha il monopolio della cocaina, e che Gioia Tauro è il suo porto, il porto della ‘ndrangheta. Cafiero de Raho, napoletano, forse non conosce il porto e Gioia Tauro. Ma, dopo che la cocaina è uscita dal “suo” porto, come fa la ‘ndrangheta a mandarla in tutta Europa, per corriere?
E la ‘ndrangheta cos’è, un corpo solido? O non tanti piccoli, visibili e individuabili, delinquenti, coalizzati in gruppi o famiglie, in concorrenza tra di loro? I giudici devono averne un’idea di riflesso: ai delinquenti pensano come a un corpo costituito ferreo, una specie di Csm – quando c’era il comunismo si diceva un’impresa (con più verità: la concorrenza nelle mafie è spietata).

Calabria
“Forse non c’è fortuna in una penisola”, è uno dei finali alternativi che Hemingway scrisse e poi cassò per “Addio alle armi”, il romanzo (americano) della Grande Guerra italiana. Il mare non difende ma isola. Peggio nella penisola della penisola. “Vedi Napoli e poi muori è una buona idea”, dice il paragrafo cassato: “Forse non c’è fortuna in una penisola”. Dove si è soli, e senza riparo, esposti.
Il finale alternativo, uno di 47 censiti, proprio questo dice, dopo che “tutti” sono morti nel romanzo in vario modo, gli amici e l’innamorata: “Forse non sei mai stato solo. Forse non sai cosa significa essere solo… Vedi Napoli”, etc.

Scompare dal governo Maria Carmela Lanzetta, che nessuno sapeva fosse ministro – era agli Affari Regionali. Ma scompare in modo ancora più strano: si dimette per fare l’assessore regionale in Calabria, e poi rinuncia. Rinuncia perché tra gli altri assessori ce n’è uno indagato per voto di scambio: i carabinieri trovarono i suoi volantini elettorali in casa di un mafioso.

“Paura di altri attentati?”, chiede Goffredo Buccini all’ex ministro Lanzetta, che da sindaco di Monasterace ebbe la macchina incendiata. “”No”, è la risposta: “Ma in Calabria, sa?, c’è qualcosa di peggio: la fatica di vivere ogni giorno”.

Il nome i greci diedero alla regione come della bella abbondanza. Una regione di sperperatori? O di pentiti, se se ne spogliano con determinazione. Ma senza essere francescani. Per stupidità allora, per quale ragione?

Il consiglio regionale Calabria, eletto a fine novembre, si è preso alcune settimane di ferie prima di riunirsi a metà gennaio. I vecchi consiglieri rieletti non lavoravano da un anno circa, da quando il consiglio era stato nei fatti commissariato. E i nuovi sono già stanchi?

Malgrado abbia una solida maggioranza, il vecchio comunista democrat Oliverio, presidente della Regione, non riesce a varare una giunta. L’ha limitata a quattro o cinque assessorati, e niente. Poi dice che il calabrese è testardo

I “Pre-Italici” della collana Scheiwiller ne fanno una sorta di caput Italiae. La quale deve il nome a Italo, re degli Itali, “uomini delle montagne”, gli Enotri che abitavano la Calabria. Italo che era nipote di Minosse, re di Creta, etc. Ma è la regione che ha meno il culto della storia. Cioè meno storia.

“Il viaggio a Crotone: scoprire la Calabria dall’antichità ai giorni nostri”, è tema di un colloquio di studi a Ginevra l’anno scorso. E di un progetto di ricerca dell’archeologo classico svizzero Lorenz Baumer.

È vero che Minosse era un pastore. Anche Zaleuco di Locri. Ma non è una diminuzione: Minosse fu grande legislatore, Zaleuco pure, pastori erano i capivillaggio, pastori non di fede ma di animali domestici. È quindi un peccato, i calabresi non sono nemmeno pastori?
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Francesco Caruso diventa professore all’università di Catanzaro senza nessun titolo scientifico. Forse perché era deputato di Rifondazione. Sicuramente perché è un personaggio, e darà lustro, si pensa, all’università di Catanzaro. Dopo i due anni alla Camera – nel 2008 naufragò con Rifondazione – aveva trovato impiego al Parco Nazionale del Gran Sasso.

Il personaggio in Calabria deve essere anche non calabrese: radicale è il rifiuto di se stessi. Caruso dev’essere stato scelto anche perché è napoletano.
  
Il mafioso come un ladro, terrorista
Il delitto perfetto vuole l’occultamento del cadavere: se non c’è il morto non c’è l’assassino. La mafia invece vuole i suoi morti esposti, che si sappia, e per questo si fa anche terribilista. Il suo “delitto perfetto” è incutere il terrore.
Non a fini politici, è naturale, non gliene frega nulla ai Riina di cosa pensa la gente e di come convincerla meglio. Purché li tema. Con venature: da chi impone le stragi (Riina) a chi non uccide (‘ndrangheta – gli ammazzamenti sono vendette intestine).
Perché la gente debba temere i mafiosi, anche questa domanda ha una risposta semplice: l’arricchimento. Il mafioso è un ladro assassino. Non è un ladro tanto per sopravvivere, o per cleptomania. È un accumulatore, e il patrimonio accumula allargando le sue trincee di violenza. Nella guerra tradizionale cecchini e mitraglieri si proteggevano con sacchi di sabbia, cavalli di frisia, trincee e muri di mattoni. Il mafioso è un cecchino mobile, e si allarga col fuoco di sbarramento. Per sbarramento l’arte militare intende le cannonate, ma qualsiasi arma, anche solo una tanica di benzina, è un cannone per il mafioso, poiché affronta gente inerme e indifesa.
La lotta alla mafia per questo è stata sterile. Perché pensa di poter proteggere la vita senza proteggere la proprietà. – il lavoro onesto, il guadagno. Mentre avviene al contrario, che la mafia usa la violenza alla persona, senza limiti in realtà, per il possesso, per allargare il suo possesso.
Un mafioso è un ladro terrorista. Un capomafia naturalmente, gli altri sono sicari.

leuzzi@antiit.eu 

L’amore desolato

“Chi sa, d’altronde, se si sarebbero conosciuti ancora tra un’ora, tra una mezzora”. Una storia d’amour fou come una parusia: un evento continuato, ripetuto, e tuttavia sorprendente. Tra due solitudini, certo - sono la precondizione dell’amore pazzo. Con i silenzi, le attese, la separazione.
Il set è Manhattan, di notte. Lui è in età, uno sradicato: un grande attore a Parigi abbandonato dalla moglie per un attore giovane la metà dei suoi anni. Lei, la sconosciuta, è l’amante perfetta, sempre presente, che ha già visto e sa tutto e niente scoraggia, nemmeno l’età – “un uomo in queste cose non ha età”. Lui sa che lei mente. Ma a metà, “per deformazione, per esagerazione, o per omissione”, e come per diminuirsi: “Se le rimproverava qualcosa era d’infangarsi ai suoi propri occhi con una sfrontatezza che rasentava la sfida”.
Un tour de force di abilità, una sfida riuscita. Intrapreso da Simenon, e rapidamente concluso, al Québec a fine 1945, sull’impressione delle poche ora passate a Manhattan arrivando dall’Europa. Ma non è lui lo sbandato della storia, sebbene gli attribuisca la sua stessa età, 48 anni – se non di rimpallo: Simenon era molto distaccato dalle false accuse di collaborazionismo che l’avevano ostracizzato in Nord America. È una vicenda senza eventi, solo sensazioni.
È una storia, al fondo, di donna fatale, e un po’ anche di dark lady, ma si svolge con le parole, a mano a mano che viene scritta. Senza eventi, o esteriori deus ex machina. Gli umori sono espressione delle parole, che si dicono o non si dicono. Con un grand’angolo sbieco, deformante. È attraverso la riflessione-confessione-esposizione di lui, un po’ visto dall’esterno un po’ dall’interno, che la vicenda si grana, in tempo reale, vissuta mentre viene raccontata. L’autore è nella pelle di lui, della sorpresa, dell’amore, dell’incertezza. Ma non è lui che conduce il gioco: “Lei lo sapeva. Lei sapeva tutto”.
Come diversivo alla sua propria vicenda umana non c’è male: è forse il miglior romanzo di Simenon - unico sicuramente: è una storia d’amore.
Georges Simenon, Tre camere a Manhattan, Adelphi, pp. 181 € 12

Detti male detti - organici

Dagli organi di stampa
“Non c’è una destra degna di questo nome”, lamenta Cristina Comencini con Vittorio Zincone su “Sette”. Appellandosi a Berlinguer: “A volte per fare la rivoluzione bisogna essere conservatori”. Rivoluzionaria volendosi anche ai Parioli. Di organicità gramsciana? Che non si sa cos’è, ma è la legge ferrea dell’impegno.

Berlinguer non ha detto “a volte per fare la rivoluzione bisogna essere conservatori” – lui diceva poco. Ma il mercato è più organico di Gramsci, si appropria di tutto.

L’Inps (istituto) è sorpresa dalla nomina
L’Eni (ente) è esposta ai ricatti
L’Enel (ente) è invitata a disfarsi di Endesa
L’organicità è qui materna?

“Il Campidoglio assicura: presto il piano”. Forte? Organico?

I giudici del Riesame della Mafia Capitale: “La partecipazione di Buzzi nell’associazione criminale di cui si è tracciato il profilo è assolutamente pacifica”. Dunque, questo Buzzi non è organico. Ma pacifico?