Maria Teresa Meli scopre che il partito Democratico scheda i giornalisti. Niente a che vedere, precisa, con “certe pratiche della polizia”. Niente vizi sessuali, per dire, abusi di alcol o droghe. “Semplicemente”, dice, dei “rappresentanti della stampa” si specificano “le tendenza politiche”. Una cosa più fastidiosa che pericolosa, e che tuttavia riporta all’antico vizio del Pci, dice la giornalista. E porta a inquadrare le cronache politiche in un’ottica Amico\Nemico, di pregiudizio.
È vero, il vizio è vecchio, da Terza Internazionale. Ma ne ha sempre le perversioni, seppure alleviate dai vaccini intanto intercorsi, prima e dopo la caduta del Muro. L’ottica Amico\Nemico è viva e perversa, e non innocua come dice Meli, per almeno due motivi. Uno è che non si parla con certi giornalisti e anzi si considerano nemici a priori. Non c’è vera informazione, e anzi non c’è dialettica con l’informazione, ma solo degli ordini dati, a cui i cronisti si devono conformare – e a cui evidentemente si conformano, almeno una parte di essi, gli “amici”. I cronisti si devono conformare, e anche i giornali: Maria Tersa Meli questa notizia per tanti aspetti interessanti non l’ha potuta dare sul suo giornale, il “Corriere della sera”, ma sul supplemento femminile “Io Donna”, e non in un articolo, che avrebbe meritato, ma in un a rubrichino perduta tra le fruscianti pubblicità.
Il secondo motivo è che le informazioni (ma sono veri dossier) del Partito vengono da altri giornalisti. Dai compagni cioè di lavoro. Non si tratta della normale attività di un ufficio stampa, che parla volentieri con alcuni giornalisti e con altri no, ma della raccolta sistematica di odiose informazioni. Una raccolta non organizzata, ciò comporterebbe una struttura e un costo, e tuttavia automatica, per un riflesso condizionato che è un imprinting. Di cui non si può non vedere l’anomalia, per non dire la miseria morale.
C’è da aggiungere che con i Nemici il Partito era nel vecchio sistema spietato: non solo non ci aveva scambio, ma li isolava e li annichiliva. Cosa che naturalmente non si può imputare al buon Bersani, ma che tuttavia continua ad avvenire, alla Rai e nei grandi giornali. Inoltre si è Nemici spesso senza volerlo, il sistema è ancora autoreferente, come il vecchio Partito: i Nemici sono imprevedibili – magari uno è colpevole di aver fatto una volta un’intervista a Veltroni, oppure a D’Alema. Per Stalin erano nemici soprattutto i socialisti, mentre i capitalisti, e a lungo i nazisti, furono utili e affidabili – uno schema che, addolcito dai vaccini, sembra dominare questa Seconda Repubblica: meglio Bossi e Dini di Bertinotti, meglio Fini di Vendola.
mercoledì 27 ottobre 2010
Il best-seller si vuole di Partito?
Un legal thriller in cui non c’è nessuna trovata legale. Né suspense. Né una vicenda, trecento pagine di niente. Un avvocato cialtrone che la moglie giustamente caccia di casa, personaggi inerti, divagazioni noiose (i racchettoni odiati, il corso anti-alcool, cinque pagine, l’amica grassa, tre pagine, una collega, cinque…), e un errore giudiziario evitato casualmente. Senza che il morto – un bambino! – via abbia alcun rilievo. È il best-seller del Millennio. Per la piattezza? Per complicità – Carofiglio si premura di dirsi comunista, in corsivo?
È la storia di un caso irrisolto, ormai tipico della cronaca giudiziaria. Che a questo punto, se si vende in quaranta edizioni, è quello che piace al pubblico: l’indagine sbagliata. Per la barriera che s’è creata, se non è disprezzo, con gli sbirri e i giudici. Carofiglio, scrittore giudice, potrebbe esserne una riprova.
Gianfranco Carofiglio, Testimone inconsapevole
È la storia di un caso irrisolto, ormai tipico della cronaca giudiziaria. Che a questo punto, se si vende in quaranta edizioni, è quello che piace al pubblico: l’indagine sbagliata. Per la barriera che s’è creata, se non è disprezzo, con gli sbirri e i giudici. Carofiglio, scrittore giudice, potrebbe esserne una riprova.
Gianfranco Carofiglio, Testimone inconsapevole
martedì 26 ottobre 2010
Quando la destra si fa sinistra
Da un lato lo scalcinato Lavitola, e le carte di uno staterello scalcinato. Dall’altro il montezemolo napoletano Woodcock, la Procura di Roma e il Principato di Monaco, una serie di procuratori della Repubblica che ogni giorno riempiono le cronache con indagini su Berlusconi, i giornali “Repubblica”, “La Stampa” e il “Corriere della sera”, Bazoli, i fratelli Elkann, il Montezemolo vero, Carlo De Benedetti, un Ordine e un Sindacato dei giornalisti che non muovono ciglio quando i carabinieri, per la prima volta nella storia della Repubblica, prendono d’assalto un giornale, il “Giornale” di Berlusconi. Non c’è partita. Anche Feltri, che dal “Giornale” aveva tentato la dissidenza, mostra di accettare infine la realtà: c’è un’organizzazione molto strutturata e ramificata che produce dossier, è in grado di produrne e diffonderne anche uno al giorno, grazie alle antenne che ha nei migliori giornali, all’Ansa e nella Rai, probabilmente nello stesso “Giornale”, in grado di “uccidere” (si dice così in inglese, “kill the news”) qualsiasi notizia scomoda.
Non è una novità. Questo sito in pochi anni ha avuto una diecina d’occasioni di denunciare questo malcostume. Ma è un po’ di più che un fatto di costume, a questo punto. Per l’Ordine e la Federazione della stampa è una questione grave di (mancata) deontologia professionale, accettare supinamente che un giornale venga preso d’assalto dai carabinieri, di cui gli iscritti dovrebbero chiedere conto. Per la politica è la certificazione che le carte sono imbrogliate in questa “Seconda Repubblica”: manipolate, alterate, e ora scambiate. Con una serie di fascisti e neo fascisti anche recenti proposti a emblemi e leader della sinistra – Fini che vuole tassare i Bot al 25 per cento non è un’eccezione, anche se è talmente sciocco da imbarazzare i suoi nuovi alleati.
Anche questo fenomeno non è nuovo. Il caso classico si ebbe in Germania nei primi anni Venti, in cui i “Proscritti” del famoso libro di Ernst von Salomon che Giaime Pintor tanto amava, gli ultranazionalisti dei Corpi Liberi, terrorizzavano il paese in combutta con i primi comunisti sovietizzanti. Ma quella destra e quella sinistra unite attendevano la rivoluzione. In questa Seconda Repubblica invece la confusione è un malcostume diffuso e pacchiano, troppo disinvolto. Specie tra i giudici. Di Pietro, per intenderci, Cordova, Woodcock, De Magistris, Boccassini, e quello del pedalino rivoltato che ascese subito in Cassazione, tanti sono di destra, alcuni anche del Msi, che si riciclano a sinistra. Ora, è vero che Fini rinnova i fasti del partito di lotta e di governo, ma è semrpe lui, Fini.
L’occupazione da parte della destra è certo il segno più amaro della crisi della sinistra, aperta dal “muoia Sansone con tutti i filistei” decretato da Occhetto alla caduta del Muro. La sinistra è ora una prateria, senza argini e senza orientamenti, aperta alle scorrerie dei furbi. Di cui i giudici sono la cima dell’iceberg, o la parte manifesta. Il grosso sono gli interessi del “non governo”, o del “governo attraverso la crisi”, killer dalla mani pulite ma micidiali. Anche perché controllano e gestiscono i giornali e, come si vede, i giornalisti.
Non è una novità. Questo sito in pochi anni ha avuto una diecina d’occasioni di denunciare questo malcostume. Ma è un po’ di più che un fatto di costume, a questo punto. Per l’Ordine e la Federazione della stampa è una questione grave di (mancata) deontologia professionale, accettare supinamente che un giornale venga preso d’assalto dai carabinieri, di cui gli iscritti dovrebbero chiedere conto. Per la politica è la certificazione che le carte sono imbrogliate in questa “Seconda Repubblica”: manipolate, alterate, e ora scambiate. Con una serie di fascisti e neo fascisti anche recenti proposti a emblemi e leader della sinistra – Fini che vuole tassare i Bot al 25 per cento non è un’eccezione, anche se è talmente sciocco da imbarazzare i suoi nuovi alleati.
Anche questo fenomeno non è nuovo. Il caso classico si ebbe in Germania nei primi anni Venti, in cui i “Proscritti” del famoso libro di Ernst von Salomon che Giaime Pintor tanto amava, gli ultranazionalisti dei Corpi Liberi, terrorizzavano il paese in combutta con i primi comunisti sovietizzanti. Ma quella destra e quella sinistra unite attendevano la rivoluzione. In questa Seconda Repubblica invece la confusione è un malcostume diffuso e pacchiano, troppo disinvolto. Specie tra i giudici. Di Pietro, per intenderci, Cordova, Woodcock, De Magistris, Boccassini, e quello del pedalino rivoltato che ascese subito in Cassazione, tanti sono di destra, alcuni anche del Msi, che si riciclano a sinistra. Ora, è vero che Fini rinnova i fasti del partito di lotta e di governo, ma è semrpe lui, Fini.
L’occupazione da parte della destra è certo il segno più amaro della crisi della sinistra, aperta dal “muoia Sansone con tutti i filistei” decretato da Occhetto alla caduta del Muro. La sinistra è ora una prateria, senza argini e senza orientamenti, aperta alle scorrerie dei furbi. Di cui i giudici sono la cima dell’iceberg, o la parte manifesta. Il grosso sono gli interessi del “non governo”, o del “governo attraverso la crisi”, killer dalla mani pulite ma micidiali. Anche perché controllano e gestiscono i giornali e, come si vede, i giornalisti.
I carabinieri e il terrore a Rignano Flaminio
La scuola di Rignano Flaminio aveva un’uscita secondaria, il registro delle presenze non era accurato. Una giornata di deposizione al processo, dopo un anno di indagini, non ha estratto dal capitano dei Carabinieri Capobianco di Bracciano, che ha formulato il capo d’accusa, altre verità. Come se i registri delle presenze nelle scuole degli ottomila comuni italiani fossero tavole della legge, e l’uscita secondaria non fosse al catasto, ma un segreto degli orchi. È l’altro buco nero della giustizia italiana: la capacità, o incapacità, di indagine. Singolarmente carente anche in casi ben più tragici, soddisfacendosi solitamente di allinearsi e coprirsi con le nevrosi e le fobie del momento: per sei mesi si perseguono i pedofili, per sei gli usurai, per sei gli stupratori, per sei gli impiegati del catasto che prendono troppi caffè, e questo assolve da ogni prevenzione o repressione di specifici delitti.
Benché anche il caso di Rignano non sia lieve: tre o quattro generazioni di bambini ne resteranno marchiati a vita. Per l’impudenza di un paio di genitori, che hanno scaricato sulle maestre, e sui figli, le loro fantasie perverse. E per l’incapacità di chi ha voluto e condotto le indagini, fin dall’inizio con un intento dichiaratamente colpevolista: bisogna assolutamente che ci siano dei casi di pedofilia in ogni Procura. Di questo caso peraltro si può parlare perché non ci sarà risarcimento: i giudici e gli inquirenti non saranno chiamati a rispondere della loro vanità, le maestre saranno solo contente di liberarsi dalle loro grinfie. Né i bambini potranno mai chiederne conto ai genitori. I bambini sono sempre vittime degli adulti, naturalmente, è una dipendenza inscalfibile. Ma una vera giustizia dovrebbe ogni tanto chiederne conto agli adulti, quando peccano di leggerezza, o di perversione.
Benché anche il caso di Rignano non sia lieve: tre o quattro generazioni di bambini ne resteranno marchiati a vita. Per l’impudenza di un paio di genitori, che hanno scaricato sulle maestre, e sui figli, le loro fantasie perverse. E per l’incapacità di chi ha voluto e condotto le indagini, fin dall’inizio con un intento dichiaratamente colpevolista: bisogna assolutamente che ci siano dei casi di pedofilia in ogni Procura. Di questo caso peraltro si può parlare perché non ci sarà risarcimento: i giudici e gli inquirenti non saranno chiamati a rispondere della loro vanità, le maestre saranno solo contente di liberarsi dalle loro grinfie. Né i bambini potranno mai chiederne conto ai genitori. I bambini sono sempre vittime degli adulti, naturalmente, è una dipendenza inscalfibile. Ma una vera giustizia dovrebbe ogni tanto chiederne conto agli adulti, quando peccano di leggerezza, o di perversione.
lunedì 25 ottobre 2010
Fini a Berlino, l’impresentabile Seconda Repubblica
È lui che ha salvato la Fiat, con “i sacrifici degli italiani”. Non Marchionne, che è “un canadese” – si vede che il Canada non si è prestato al suo tour diplomatico. E ora va a Berlino a salvare le relazioni dell’Italia con la Germania, niente di meno. Occupa la scena internazionale, non sapendo fare altro oltre ai viaggi, grazie alle sudditanze diplomatiche acquisite da ministro degli Esteri, ma, seppure la rappresenta bene, rappresenta l’impresentabile Seconda Repubblica. Di piccoli opportunisti, avocatori della questione morale che calpestano a ogni passo, e incapaci più che molesti, ma per questo dannosissimi alla Repubblica, che hanno portato allo stremo. Una Repubblica che è sotto gli occhi di tutti: mediocre e cinica, e anche corrotta, che giustamente è tutta per Fini. Ne è il leader “naturale”, e in questo senso il vero erede di Andreotti cinico e baro: Fini non è altro - non ha mai saputo che cos'è, ma è proprio questo.
Si ricostruisce l'ennesima nuova faccia politica all’insegna della guerra al partito del capo o carismatico. Ma non ha fatto altro dacché esiste, quando capitanava il Fronte della gioventù neofascista. Uno che non ha mai fatto nulla in vita sua, salvo coltivare la sua immaginetta. Ora più che mai che dal Msi violento si vuole passato all’estrema sinistra. Vuole dare la casa e il voto agli immigrati, e vuole tassare i Bot al 25 per cento. Dopo aver fatto una legge spregevole, la sola cosa che ha fatto in quasi sessant’anni, contro gli immigrati, e le famiglie che ne hanno bisogno.
Fa ora visite “di Stato”, cioè a spese dello Stato, ogni tre giorni. Indifferentemente, dall’Africa a Londra, basta che comportino il diritto di comparire ai telegiornali. Che va bene poiché ci libera dall'incubo del suo fidato Bocchino ogni giorno sui tg, ma è solo espediente al culto della persona. L’ambiziosa missione a Berlino, per una fotina con la cancelliera Merkel, è d’altra parte l’unica iniziativa in due anni nella capitale tedesca del fedelissimo ambasciatore Valensise, uno che, dice il curriculum , “oltre alla lingua madre”, parla quattro lingue. Da ex ministro degli Esteri, mette a frutto i “movimenti” di diplomatici, ora impegnatissimi a cercargli interlocutori ai quali possa stringere la mano. È il tipico esercizio di potere del piccolo politicante. Come già aveva messo in moto i Procuratori Capo da lui favoriti come vicepresidente del consiglio, dall’Aquila a Firenze e Roma. Li aveva messi in moto contro i suoi amici politici, Berlusconi e soci.
Tutto questo, è vero, lo fa un grande politico andreottiano. Anzi di più: se c’è uno che impersona l’impresentabile Seconda Repubblica è lui. Più cinico, incapace e profittatore dei Casini e gli altri rottami che l’alluvione Berluusconi ha portato a galla, e dei tanti spezzoni del Pci che Prodi sempre con difficoltà e per poco è riuscito a tenere a freno. Sempre al coperto della questione morale, Uno che sposta gli ambasciatori, con la pingue cooperazione allo sviluppo. E i giudici, il napoletano Woodcok, che ha preso d’assalto Feltri e l’ha messo a tacere, il Procuratore di Roma Ferrara che aspetta l’occasione – uno sciopero dei giornalisti per la libertà d’espressione, così minacciata? – per archiviare l’inchiesta sulla casa di Montecarlo che non ha fatto. E usa la Rai per i suoi parenti, acquisiti.
Si ricostruisce l'ennesima nuova faccia politica all’insegna della guerra al partito del capo o carismatico. Ma non ha fatto altro dacché esiste, quando capitanava il Fronte della gioventù neofascista. Uno che non ha mai fatto nulla in vita sua, salvo coltivare la sua immaginetta. Ora più che mai che dal Msi violento si vuole passato all’estrema sinistra. Vuole dare la casa e il voto agli immigrati, e vuole tassare i Bot al 25 per cento. Dopo aver fatto una legge spregevole, la sola cosa che ha fatto in quasi sessant’anni, contro gli immigrati, e le famiglie che ne hanno bisogno.
Fa ora visite “di Stato”, cioè a spese dello Stato, ogni tre giorni. Indifferentemente, dall’Africa a Londra, basta che comportino il diritto di comparire ai telegiornali. Che va bene poiché ci libera dall'incubo del suo fidato Bocchino ogni giorno sui tg, ma è solo espediente al culto della persona. L’ambiziosa missione a Berlino, per una fotina con la cancelliera Merkel, è d’altra parte l’unica iniziativa in due anni nella capitale tedesca del fedelissimo ambasciatore Valensise, uno che, dice il curriculum , “oltre alla lingua madre”, parla quattro lingue. Da ex ministro degli Esteri, mette a frutto i “movimenti” di diplomatici, ora impegnatissimi a cercargli interlocutori ai quali possa stringere la mano. È il tipico esercizio di potere del piccolo politicante. Come già aveva messo in moto i Procuratori Capo da lui favoriti come vicepresidente del consiglio, dall’Aquila a Firenze e Roma. Li aveva messi in moto contro i suoi amici politici, Berlusconi e soci.
Tutto questo, è vero, lo fa un grande politico andreottiano. Anzi di più: se c’è uno che impersona l’impresentabile Seconda Repubblica è lui. Più cinico, incapace e profittatore dei Casini e gli altri rottami che l’alluvione Berluusconi ha portato a galla, e dei tanti spezzoni del Pci che Prodi sempre con difficoltà e per poco è riuscito a tenere a freno. Sempre al coperto della questione morale, Uno che sposta gli ambasciatori, con la pingue cooperazione allo sviluppo. E i giudici, il napoletano Woodcok, che ha preso d’assalto Feltri e l’ha messo a tacere, il Procuratore di Roma Ferrara che aspetta l’occasione – uno sciopero dei giornalisti per la libertà d’espressione, così minacciata? – per archiviare l’inchiesta sulla casa di Montecarlo che non ha fatto. E usa la Rai per i suoi parenti, acquisiti.
La politica che non fu salesiana
L’arbitro Trentalange ha introdotto una nota diversa alla “Domenica Sportiva”, incoraggiando i bambini a iscriversi, e le famiglie a iscrivere i bambini, ai corsi per allievi arbitri di cui è incaricato. Irriso dai burattini della trasmissione, che l’hanno subito ingaggiato a giudicare se Krasic, il solito calciatore della Juventus, non è un simulatore, da squalificare e lapidare. Nulla di eccezionale la ricetta di Trentalange, ma quanto promettente: “Farete una sana attività sportiva, senza alcun rischi per la salute. E imparerete a giudicare, presto e bene, che è la funzione più elevata che un essere umano possa esercitare”, ha detto rivolto agli aspiranti arbitri e ai genitori. “Avrete l’occasione di conoscere l’Italia viaggiando, e avrete anche i biglietti per le manifestazioni sportive”, ha aggiunto, insomma: vedrete la partita gratis. È la ricetta salesiana, Trentalange insegna in scuole salesiane, del buono che non è necessariamente il meglio o l’ottimo, ma è funzionale. E, senza vergogna, redditizio, dà insomma soddisfazioni. Un misto di uso intelligente delle risorse a disposizione e di lassismo, potrebbero dire gli intransigenti lamalfiani dell’etica italica, o “etica protestante”, e tuttavia semplice, produttivo, democratico.
È una pedagogia che molti hanno praticato, sia pure esteriormente, all’oratorio il pomeriggio, ma di cui non si parla, tanto sembra banale. E invece è socializzante, l’unica tra quelle religiose, non volendo né ascesi né intrigo. Che esercita l’understatement, “povero ma pulito”, “poco ma buono”, figura retorica che non c’è in italiano, don Bosco l’avrà trovata in campagna. E il giusto mezzo. Che in politica fa il cretino - sarà per questo che Huysmans confidava dei salesiani all’abate Mugnier: “Sono di bassissimo livello intellettuale”. E tuttavia di socialità diretta, innestata sulla pulizia, e sull’affabilità, l’umore stabile, la sprezzatura. Doti in realtà non nocive né indifferenti in politica.
La scuola, che è autoritaria, i salesiani fanno liberale, senza nemici – non le leggi Siccardi un tempo, non il comunismo poi. Con una sorta di obbligo del gruppo: ben prima della sociologia comportamentale, don Bosco non voleva lupi solitari. Lo sport elevando così a coronamento di una quieta psicologia. Le pulsioni questa pedagogia stempera in una modesta ma libera conflittualità, anche competitiva: è giusto essere buoni calciatori, attori, cantori, studenti - anche devoti, ma con sospetto.
Poiché Berlusconi ha rivendicato, tra le altre, le ascendenze salesiane, questo blog va a proscritto al “Berlusconi 4 – l’uomo del non fare”. È un capitale che Berlusconi ha dilapidato. Perfino mentre aveva, e ha, un salesiano a capo del Vaticano, il cardinale Bertone. Non semplice e fattivo, ma litigioso al chiuso con gli avvocati, tra cause che gli fanno e cause che fa o minaccia. Non propositivo ma indispettito e antagonista. Si capisce che sia rimasto vittima di nullità come Fini, Casini gli altri suoi innumerevoli beneficati.
È una pedagogia che molti hanno praticato, sia pure esteriormente, all’oratorio il pomeriggio, ma di cui non si parla, tanto sembra banale. E invece è socializzante, l’unica tra quelle religiose, non volendo né ascesi né intrigo. Che esercita l’understatement, “povero ma pulito”, “poco ma buono”, figura retorica che non c’è in italiano, don Bosco l’avrà trovata in campagna. E il giusto mezzo. Che in politica fa il cretino - sarà per questo che Huysmans confidava dei salesiani all’abate Mugnier: “Sono di bassissimo livello intellettuale”. E tuttavia di socialità diretta, innestata sulla pulizia, e sull’affabilità, l’umore stabile, la sprezzatura. Doti in realtà non nocive né indifferenti in politica.
La scuola, che è autoritaria, i salesiani fanno liberale, senza nemici – non le leggi Siccardi un tempo, non il comunismo poi. Con una sorta di obbligo del gruppo: ben prima della sociologia comportamentale, don Bosco non voleva lupi solitari. Lo sport elevando così a coronamento di una quieta psicologia. Le pulsioni questa pedagogia stempera in una modesta ma libera conflittualità, anche competitiva: è giusto essere buoni calciatori, attori, cantori, studenti - anche devoti, ma con sospetto.
Poiché Berlusconi ha rivendicato, tra le altre, le ascendenze salesiane, questo blog va a proscritto al “Berlusconi 4 – l’uomo del non fare”. È un capitale che Berlusconi ha dilapidato. Perfino mentre aveva, e ha, un salesiano a capo del Vaticano, il cardinale Bertone. Non semplice e fattivo, ma litigioso al chiuso con gli avvocati, tra cause che gli fanno e cause che fa o minaccia. Non propositivo ma indispettito e antagonista. Si capisce che sia rimasto vittima di nullità come Fini, Casini gli altri suoi innumerevoli beneficati.
Sotto il vulcano, la Fiat e i suoi padroni
Non un euro in due anni dal governo alla Fiat, ha detto Marchionne a Fazio. Anni di durissima opposizione dei padroni della Fiat, i fratelli Elkann, nei salotti e sulla “Stampa”, direttamente e tramite l’inverosimile Montezemolo. Divertendosi a magnificare Nichi Vendola e l’Italia dei diritti (“l’Italia della felicità”…) o l’Italia dei rottamatori, o il presidente Fini, che pretende di avere salvato la Fiat con i soldi degli italiani, tutte le scemenze che vanno in giro, e anzi creandone, tutto pur di mettere in difficoltà il governo. Questo come qualsiasi altro.
Marchionne, italiano cresciuto in Canada, non obietta ma non capisce – benché, anche lui, perché paga un così lauto stipendio a Montezemolo? La Fiat si sa ormai da qualche anno, potrebbe fare a meno degli stabilimenti italiani, guadagnerebbe dal cinquanta al cento per cento di più producendo in Sud America e all’Est. Resta in Italia giusto per mantenere, con l’immagine italiana, la quota di mercato, benché ridotta ormai al trenta per cento. E questo è l’unico dilemma di Marchionne. Che però per il resto, come si è visto da Fazio, non capisce bene, non con altrettanta chiarezza.
Se non le macchine, la Fiat potrebbe fare in Italia lo sviluppo tecnico: le tecnologie hanno ancora accesso ai finanziamenti pubblici. Ma non fa nemmeno questo. E il motivo può essere uno solo: la borghesia italiana non lotta per una macchina venduta in più, ma per poter “lavorare” liberamente ai suoi piccoli e grandi traffici, guadagnare senza lavorare. Da qualsiasi punto si rigiri la questione non si trova altra soluzione. Un po’ come i napoletani che vogliono solo costruire sotto il vulcano. Questi banchieri e “industriali” che rimestano in continuazione le acque per intorbidarle non hanno altro orizzonte che un po di finanza, di soldi gratis. Per i quali la “crisi continua” è opportuna. Non per altro i loro eroi soni i Montezemolo, Fini, Casini, quelli del “morto un governo se ne fa un altro”, indifferentemente tecnico, istituzionale, di solidarietà, a termine – meglio se di pensionati o giovani ruspanti come i famosi governicchi dell’onorevole Andreotti.
Marchionne, italiano cresciuto in Canada, non obietta ma non capisce – benché, anche lui, perché paga un così lauto stipendio a Montezemolo? La Fiat si sa ormai da qualche anno, potrebbe fare a meno degli stabilimenti italiani, guadagnerebbe dal cinquanta al cento per cento di più producendo in Sud America e all’Est. Resta in Italia giusto per mantenere, con l’immagine italiana, la quota di mercato, benché ridotta ormai al trenta per cento. E questo è l’unico dilemma di Marchionne. Che però per il resto, come si è visto da Fazio, non capisce bene, non con altrettanta chiarezza.
Se non le macchine, la Fiat potrebbe fare in Italia lo sviluppo tecnico: le tecnologie hanno ancora accesso ai finanziamenti pubblici. Ma non fa nemmeno questo. E il motivo può essere uno solo: la borghesia italiana non lotta per una macchina venduta in più, ma per poter “lavorare” liberamente ai suoi piccoli e grandi traffici, guadagnare senza lavorare. Da qualsiasi punto si rigiri la questione non si trova altra soluzione. Un po’ come i napoletani che vogliono solo costruire sotto il vulcano. Questi banchieri e “industriali” che rimestano in continuazione le acque per intorbidarle non hanno altro orizzonte che un po di finanza, di soldi gratis. Per i quali la “crisi continua” è opportuna. Non per altro i loro eroi soni i Montezemolo, Fini, Casini, quelli del “morto un governo se ne fa un altro”, indifferentemente tecnico, istituzionale, di solidarietà, a termine – meglio se di pensionati o giovani ruspanti come i famosi governicchi dell’onorevole Andreotti.
I Gran Premi della pioggia
Alonso è l’unica consolazione: pilota vero, scattante, audace, preciso. A Yeongam, in Corea del Sud e altrove. In una Formula Uno in cui tutto il resto è circo, la forma più sbracata di ludi circensi, quella dei gladiatori, un po’ veri e un po’ finti, e sempre atroci, con corse a trecento all’ora sotto piogge battenti al buio di primo pomeriggio. È un circo britannico, allettante e mortale per i concorrenti, come un tempo per i gladiatori, con in più il business ex impero: mettere in cascina le immense risorse dell’Asia, sia pure tra i monsoni, a prezzo di Gran Premi in cui vince la pioggia improvvisa e violenta. Dove la concorrenza è peraltro fittizia, come al wrestling modernamente e nelle altre gare truccate. Perché la Ferrari a Yeongam, come già a Valencia, ha fatto quello che poteva per non vincere (quel bullone avvitato a mano…). Mentre le Red Bull, che avevano vinto, hanno fatto di tutto per perdere. Dice: ma poi la Ferrari ha vinto. Ma quello è Alonso: la Ferrari sta vincendo contro se stessa. Ci voleva un po’ di predominio britannico, dopo i tre-quattro anni Renault-Benetton, e i tre-quattro anni Ferrari-Schumacher. L’incognita Alonso potrebbe anticipare di un anno il ciclo Ferrari.
sabato 23 ottobre 2010
Camilleri scassina-classifiche, per la letteratura?
Tra battute cretine, diecine d’“imparpagliamenti” del solito Catarella, e l’uso estensivo qui dell’“Orlando Furioso”, che questo sito non può che benedire, continua la vena prodigiosa di Camilleri-Montalbano. Che lo scrittore voleva “uccidere” e invece riproduce al ritmo di uno al mese. Di racconti, e anzi aneddoti, stiracchiati a romanzetti (questa volta resta perplesso pure l’instancabile Salvatore Silvano Nigro che firma il risvolto). Un godimento per il lettore. Una conferma della mediocrità forse del “resto da leggere”, che non c’è. La conferma felice della vena prodiga dello "squasi novantino" scrittore. Che, tra l’altro, a risarcimento delle facili battute (“Mi chiamo Ugo Foscolo”, “Per caso è nato a Zante?”), infligge al lettore non siculo-calabro in questo testo una serie sterminata di dialettismi, al limite dell’idioletto. E quindi la conferma che la letteratura può, con le chiavi false, battere i testi facili e scalare le classifiche?
Andrea Camilleri, Il sorriso di Angelica, Sellerio, pp. 259, € 14
Andrea Camilleri, Il sorriso di Angelica, Sellerio, pp. 259, € 14
Il mondo com'è - 48
astolfo
Comunismo - Yakovlev, è accertato, il collaboratore di Gorbaciov , era una spia della Cia. Ma una serie di variazioni ha aperto: perché non era Andropov, capo del Kgb e dell’Urss, l’uomo della Cia? O già Dzerzinski, il fondatore sei servizi segreti sovietici, infiltrato polacco – all’epoca la Cia non esisteva. Se non è stato Gorbaciov il vero Reagan, il ruolo grande che il mediocre attore Usa non riusciva a impersonare. Essere comunisti, e pensare che il comunismo l’ha abbattuto la Cia…
Guerra – Ormai è di liberazione, in Afghanistan e in Iraq come in Libano, nell’ex Jugoslavia, in Somalia: botte in testa per imporre la libertà. Lo si dice perché così vuole la propaganda, cui l’opinione pubblica s’è ridotta, e fin qui è una furbizia inoffensiva. Queste guerre di liberazione, però, mirano alle popolazioni. Finora, guerre mondiali comprese, le popolazioni non erano l’obiettivo primario, le guerre si facevano tra eserciti. Gli alleati hanno cambiato le cose bombardando a tappeto le città di retrovia. Ma la tremenda novità si poteva contabilizzare come una reazione alle malvagità di Hitler gli ebrei, gli zingari e gli altri esseri umani a suo avviso non puri. Ora, invece, è il meccanismo centrale della guerra: controllare, terrorizzare, anche attaccare, le popolazioni imbelli. Non solo nel carnaio libanese, o in quello jugoslavo, o somalo, ma anche dove un fronte si potrebbe stabilire, in Iraq e in Afghanistan.
È una conseguenza dell’occupazione: i liberatori s’impossessano delle città, dei nuclei più densamente popolati, e li controllano: setacciano, blandiscono, bastonano. È quando è stata liberata che Napoli, nel’ultima guerra, ha conosciuto la guerra: i bombardamenti prima, poi l fame, la borsa nera, la destituzione morale.
C’è un che d aberrante in questo: è contestabile il “diritto d’ingerenza” di cui si sta tentando l’introduzione. Se la conseguenza è fingere che dei soldati sappiano gestire l’ordine e l’economia in una città, mentre invece la occupano e controllano militarmente, questa è violenza insana.
Informazione – È sempre più un gioco da bancarottiere, a carte truccate. Quello che comunque ne tira un profitto, anche se dovesse uscire di scena, a danno dei soci e dei creditori, del pubblico. Il problema è che non siamo in alcun modo obbligati a darle credito, e invece… è questo il ruolo malefico dei media: portare la gente a credere. Credere ai bellimbusti che reggono la politica da un ventennio, i falliti e i filibustieri.
Occidente – Le aggressioni sono venute, sempre, da Oriente. Sempre, cioè per un millennio dopo che l’impero romano non ha più fatto argine, da Attila a Lepanto. Ce n’è abbastanza per segnare in perpetuo una psicologia sociale. Sono venuti da Oriente anche gli stermini di massa nel Novecento – e perfino le due guerre mondiali se la Germania, come Thomas Mann pretende, è poco occidentale, e anzi soffre l’Occidente.
Onestà – Quella del pubblico ufficiale e del manager di Stato è imprescindibile dalla sua capacità. Altrimenti, anche se non ruba, diventa colpevole (disonesto) per lo sfascio che provoca.
Dire di qualcuno che è morto povero non è una lode. San Francesco non l’avrebbe pensato così.
Pci – La sua breve storia è devastante. Non è stato e non è utopia, né materialismo scientifico, poiché non sa nulla dell’Italia né del mondo come va. È stato, è, togliattiano, partito d’ordine. E leninista, attaccato al potere anche nelle forme infime – senza, per fortuna, la spregiudicatezza di Lenin, e senza ovviamente la sua intelligenza. Ne è controprova il suo ruolo in Italia con Berlinguer e dopo, con l’incredibile Tangentopoli affossa-sinitra portata in palmo di mano e anzi ispirata da Botteghe Oscure, se non gestita a filo doppio dalle sue oscure organizzazioni. A beneficio sempre dei padroni: mai un gesto, un’iniziativa, un’idea per liberare un centimetro quadrato del Paese.
Politica – È la lotta contro i male, assidua, feroce anche. Solo questo può spiegarne l’impegno, e la forza. Lotta incerta, poiché il bene non si sa dove sia – pensare che nella Repubblica il male è stato impersonato dai vescovi, che sarebbero Cristo in terra, e dai giudici.
Prete – È Ponzio Piolato, non Cristo. Ne ha la funzione e la mentalità.
Rivoluzione – Lasciata a metà è un tradimento: abbattere senza costruire secondo le premesse. La rivoluzione francese è riuscita perché ha, come proponeva, dato diritti e poteri al ceto medio. La rivoluzione sovietica è fallita perché non ha liberato, come prometteva, i lavoratori: finito il suo potere di coercizione (stermini, purghe, gulag), che peraltro più si estende meno è efficace, si è semplicemente dissolta, una macchia nella storia.
Roma – Dunque c'è sempre meno adulterio a Roma (ce n'è di più a Milano, figurarsi..). Si può anzi dire scomparso, da tempo le cronache non lo registrano più. E se c’è è maschile, di cinquantenni che se la fanno con ragazzette, i capufficio s'immagina.
Ma c’è mai stato adulterio a Roma? Ci sono città, dice Jünger, che irradiano eros, tra esse cita Firenze e Venezia ma non Roma. Che pure è città sempre viva, e offre più nascondigli e sorprese. Sarà lo scirocco che la rende amorfa? O i preti, senza passione?
I Romani non piangevano mai. Non si commuovevano, non avevano passioni, non ne parlavano. Eccetto, naturalmente, quella del dominio. Del dominio politico poiché è dubbio che anche in guerra si eccitassero, non se ne ha notizia. Si abbuffavano, ma senza gusto. Scopavano anche molto, ma evidentemente senza piacere, perfino Catullo ne è prova – con la sfrenatezza algida dei moderni culti gay. E per questo non s’annoiavano nemmeno: s’annoia chi è sensibile.
Stalin – Il suo ruolo maggiore sarà stato di avere “creato” Hitler. Che era Hitler da almeno dieci anni, dal “Mein Kampf”, ma era valutato poco più che un cretinetti. Ma Stalin voleva dividere l’Europa ostile: impose al Pc tedesco di fare la guerra ai socialisti anche in combutta con Hitler, e a questo programma tenne fede per tutto il 1933, per otto-dieci mesi dopo l’ascesa di Hitler alla cancelleria. “Il fascismo e il social fascismo sono gemelli”, diceva Stalin dei socialisti, una battuta che fu una politica costante. E, certo, tenne bordone a Hitler, sabotando la produzione bellica in Francia, fino al 1941 – fu Hitler ad aggredire Stalin e non Stalin Hitler.
Totalitarismo – È un regime sociale, prima che una dittatura politica. Questa può aversi senza totalitarismo. E il totalitarismo può aversi senza dittatura: quello dei consumi, del tempo libero, della vita garantita.
astolfo@antiit.eu
Comunismo - Yakovlev, è accertato, il collaboratore di Gorbaciov , era una spia della Cia. Ma una serie di variazioni ha aperto: perché non era Andropov, capo del Kgb e dell’Urss, l’uomo della Cia? O già Dzerzinski, il fondatore sei servizi segreti sovietici, infiltrato polacco – all’epoca la Cia non esisteva. Se non è stato Gorbaciov il vero Reagan, il ruolo grande che il mediocre attore Usa non riusciva a impersonare. Essere comunisti, e pensare che il comunismo l’ha abbattuto la Cia…
Guerra – Ormai è di liberazione, in Afghanistan e in Iraq come in Libano, nell’ex Jugoslavia, in Somalia: botte in testa per imporre la libertà. Lo si dice perché così vuole la propaganda, cui l’opinione pubblica s’è ridotta, e fin qui è una furbizia inoffensiva. Queste guerre di liberazione, però, mirano alle popolazioni. Finora, guerre mondiali comprese, le popolazioni non erano l’obiettivo primario, le guerre si facevano tra eserciti. Gli alleati hanno cambiato le cose bombardando a tappeto le città di retrovia. Ma la tremenda novità si poteva contabilizzare come una reazione alle malvagità di Hitler gli ebrei, gli zingari e gli altri esseri umani a suo avviso non puri. Ora, invece, è il meccanismo centrale della guerra: controllare, terrorizzare, anche attaccare, le popolazioni imbelli. Non solo nel carnaio libanese, o in quello jugoslavo, o somalo, ma anche dove un fronte si potrebbe stabilire, in Iraq e in Afghanistan.
È una conseguenza dell’occupazione: i liberatori s’impossessano delle città, dei nuclei più densamente popolati, e li controllano: setacciano, blandiscono, bastonano. È quando è stata liberata che Napoli, nel’ultima guerra, ha conosciuto la guerra: i bombardamenti prima, poi l fame, la borsa nera, la destituzione morale.
C’è un che d aberrante in questo: è contestabile il “diritto d’ingerenza” di cui si sta tentando l’introduzione. Se la conseguenza è fingere che dei soldati sappiano gestire l’ordine e l’economia in una città, mentre invece la occupano e controllano militarmente, questa è violenza insana.
Informazione – È sempre più un gioco da bancarottiere, a carte truccate. Quello che comunque ne tira un profitto, anche se dovesse uscire di scena, a danno dei soci e dei creditori, del pubblico. Il problema è che non siamo in alcun modo obbligati a darle credito, e invece… è questo il ruolo malefico dei media: portare la gente a credere. Credere ai bellimbusti che reggono la politica da un ventennio, i falliti e i filibustieri.
Occidente – Le aggressioni sono venute, sempre, da Oriente. Sempre, cioè per un millennio dopo che l’impero romano non ha più fatto argine, da Attila a Lepanto. Ce n’è abbastanza per segnare in perpetuo una psicologia sociale. Sono venuti da Oriente anche gli stermini di massa nel Novecento – e perfino le due guerre mondiali se la Germania, come Thomas Mann pretende, è poco occidentale, e anzi soffre l’Occidente.
Onestà – Quella del pubblico ufficiale e del manager di Stato è imprescindibile dalla sua capacità. Altrimenti, anche se non ruba, diventa colpevole (disonesto) per lo sfascio che provoca.
Dire di qualcuno che è morto povero non è una lode. San Francesco non l’avrebbe pensato così.
Pci – La sua breve storia è devastante. Non è stato e non è utopia, né materialismo scientifico, poiché non sa nulla dell’Italia né del mondo come va. È stato, è, togliattiano, partito d’ordine. E leninista, attaccato al potere anche nelle forme infime – senza, per fortuna, la spregiudicatezza di Lenin, e senza ovviamente la sua intelligenza. Ne è controprova il suo ruolo in Italia con Berlinguer e dopo, con l’incredibile Tangentopoli affossa-sinitra portata in palmo di mano e anzi ispirata da Botteghe Oscure, se non gestita a filo doppio dalle sue oscure organizzazioni. A beneficio sempre dei padroni: mai un gesto, un’iniziativa, un’idea per liberare un centimetro quadrato del Paese.
Politica – È la lotta contro i male, assidua, feroce anche. Solo questo può spiegarne l’impegno, e la forza. Lotta incerta, poiché il bene non si sa dove sia – pensare che nella Repubblica il male è stato impersonato dai vescovi, che sarebbero Cristo in terra, e dai giudici.
Prete – È Ponzio Piolato, non Cristo. Ne ha la funzione e la mentalità.
Rivoluzione – Lasciata a metà è un tradimento: abbattere senza costruire secondo le premesse. La rivoluzione francese è riuscita perché ha, come proponeva, dato diritti e poteri al ceto medio. La rivoluzione sovietica è fallita perché non ha liberato, come prometteva, i lavoratori: finito il suo potere di coercizione (stermini, purghe, gulag), che peraltro più si estende meno è efficace, si è semplicemente dissolta, una macchia nella storia.
Roma – Dunque c'è sempre meno adulterio a Roma (ce n'è di più a Milano, figurarsi..). Si può anzi dire scomparso, da tempo le cronache non lo registrano più. E se c’è è maschile, di cinquantenni che se la fanno con ragazzette, i capufficio s'immagina.
Ma c’è mai stato adulterio a Roma? Ci sono città, dice Jünger, che irradiano eros, tra esse cita Firenze e Venezia ma non Roma. Che pure è città sempre viva, e offre più nascondigli e sorprese. Sarà lo scirocco che la rende amorfa? O i preti, senza passione?
I Romani non piangevano mai. Non si commuovevano, non avevano passioni, non ne parlavano. Eccetto, naturalmente, quella del dominio. Del dominio politico poiché è dubbio che anche in guerra si eccitassero, non se ne ha notizia. Si abbuffavano, ma senza gusto. Scopavano anche molto, ma evidentemente senza piacere, perfino Catullo ne è prova – con la sfrenatezza algida dei moderni culti gay. E per questo non s’annoiavano nemmeno: s’annoia chi è sensibile.
Stalin – Il suo ruolo maggiore sarà stato di avere “creato” Hitler. Che era Hitler da almeno dieci anni, dal “Mein Kampf”, ma era valutato poco più che un cretinetti. Ma Stalin voleva dividere l’Europa ostile: impose al Pc tedesco di fare la guerra ai socialisti anche in combutta con Hitler, e a questo programma tenne fede per tutto il 1933, per otto-dieci mesi dopo l’ascesa di Hitler alla cancelleria. “Il fascismo e il social fascismo sono gemelli”, diceva Stalin dei socialisti, una battuta che fu una politica costante. E, certo, tenne bordone a Hitler, sabotando la produzione bellica in Francia, fino al 1941 – fu Hitler ad aggredire Stalin e non Stalin Hitler.
Totalitarismo – È un regime sociale, prima che una dittatura politica. Questa può aversi senza totalitarismo. E il totalitarismo può aversi senza dittatura: quello dei consumi, del tempo libero, della vita garantita.
astolfo@antiit.eu
venerdì 22 ottobre 2010
Camusso-Montezemolo, l’Italia dei merli
Uno che non ha mai lavorato, e una che fa di mestiere la Signora No, presidiano euforici e sicuri di sé il salotto di Floris, il democratico migliorista, che presenta il suo libro beneaugurante, “Zona retrocessione”. E tutti insieme allegramente dicono peste e corna dell’Italia. Offerti in pose lusinghiere, spiritosi, simpatici, per essere tutti noi, i belli-e-buoni italiani migliori. Una speciale Italia dei Merli, che si alzano tardi, si fanno una cantatina, e si ammirano a ogni riflesso. Loro non si occupano dell’Italia che sta al 120mo posto, su 138, per la produttività del lavoro – che negli stabilimenti Fiat è un po’ più alta, ma sempre meno che in Brasile, Polonia, Turchia, e ora perfino la Serbia.
Montezemolo e Susanna Camusso, che al convegno si raccontano le barzellette, vere spiritosaggini mica le storiacce di quello lì, tanto avranno l’animo nobile quanto la supponenza e la delittuosa stupidità. Una storia insomma che finirebbe qui, se nello stesso ambiente, che si pretende di sinistra e lo è, un onesto lavoratore come Marchionne, che tenta di salvare la Fiat anche in Italia, e di salvare anche Napoli con la Fiat, non venisse sbertucciato come un padrone e un fossile. Sì, è la borghesia italiana, che è sempre stata stupida, essendo nata ladra, dalla manomorta. Ma questa borghesia è ora la sinistra politica, che dovrebbe essere il futuro del paese – la destra è la conservazione, la sinistra è la novità e il futuro. È la sinistra per la retrocessione? A beneficio di chi?
Ma, poi, questo Montezemolo non lo paga la Fiat? Forse non c’è troppo da commuoversi su Marchionne. Ma questa Fiat, è giusto che ci imbonisca di tutto e il contrario di tutto? Dobbiamo morire per i fratelli Elkann?
Montezemolo e Susanna Camusso, che al convegno si raccontano le barzellette, vere spiritosaggini mica le storiacce di quello lì, tanto avranno l’animo nobile quanto la supponenza e la delittuosa stupidità. Una storia insomma che finirebbe qui, se nello stesso ambiente, che si pretende di sinistra e lo è, un onesto lavoratore come Marchionne, che tenta di salvare la Fiat anche in Italia, e di salvare anche Napoli con la Fiat, non venisse sbertucciato come un padrone e un fossile. Sì, è la borghesia italiana, che è sempre stata stupida, essendo nata ladra, dalla manomorta. Ma questa borghesia è ora la sinistra politica, che dovrebbe essere il futuro del paese – la destra è la conservazione, la sinistra è la novità e il futuro. È la sinistra per la retrocessione? A beneficio di chi?
Ma, poi, questo Montezemolo non lo paga la Fiat? Forse non c’è troppo da commuoversi su Marchionne. Ma questa Fiat, è giusto che ci imbonisca di tutto e il contrario di tutto? Dobbiamo morire per i fratelli Elkann?
Ballard aveva scritto Napoli, nel 1975
Un grattacielo residenziale negli anni Settanta a Londra (il libro è del 1975) diventa una giungla: i residenti imbelviscono. La solita prova geniale di Ballard, che fa vivere piano l’inverosimile, con linguaggio e situazioni ordinari. Seppure concentrazionari - il mondo di Ballard è, tranquillamente, concentrazionario e misogino. Sul tema del degrado urbano, che fa tanta letteratura britannica, dopo di lui la Nobel Dorothy Lessing. Che da noi trova l’equivalente nelle cronache, Corviale, Spinaceto, Le Vele. I sogni dell’architetto stranamore. Oppure Napoli.
Rileggendo “Il condominio” si viene a ogni pagina riportati alla Napoli che ci affligge, i volti, i ragionamenti, l’imperturbabile autodistruzione, dalla televisione. È “la psicopatologia”, dice Ballard, “automaticamente «libera»”. Una “crescente sfida alla realtà delle cose”, che è l’esito di “una nuova tipologia sociale, una personalità fredda e antiemotiva”.
James Graham Ballard, Il condominio
Rileggendo “Il condominio” si viene a ogni pagina riportati alla Napoli che ci affligge, i volti, i ragionamenti, l’imperturbabile autodistruzione, dalla televisione. È “la psicopatologia”, dice Ballard, “automaticamente «libera»”. Una “crescente sfida alla realtà delle cose”, che è l’esito di “una nuova tipologia sociale, una personalità fredda e antiemotiva”.
James Graham Ballard, Il condominio
Letture - 43
letterautore
Critica – Vent’anni fa, nel 1992, Asor Rosa decretava la fine della letteratura italiana. Nel 1993 Walter Pedullà decretata la fine dell’ironia – di chi? Che malattia è? Deve avere un nome in psichiatria.
Dante – Analizzando Proust, Beckett trova l’allegoria applicata a un’allegoria, invece che a “una realtà precisa, letterale, concreta”, un di più fallimentare: “Dante, se si può dire che abbia mai fallito in chicchessia, fallisce quando descrive dei personaggi puramente allegorici, Lucifero, il Grifone del Purgatorio e l’Aquila del Paradiso, il cui significato è puramente convenzionale, estrinseco: l’allegoria fallisce allora come è sempre condannata a fallire sotto la penna del poeta. L’allegoria di Spenser crolla presto dopo pochi canti. Dante, che era un artista e non un piccolo profeta, non ha potuto impedire alla sua allegoria di scaldarsi, di galvanizzarsi in un’anagogia”
Italiano – Si può leggere Leopardi e pensare che sia Petrarca, e viceversa – o perfino Metastasio. Un critico dell’anno Diecimila, che dovesse ricostituire filologicamente l’identità che sta dietro “Muore giovane colui che al cielo è caro” avrebbe parecchi dubbi: la lingua resta immutata per cinque secoli, immutate le tematiche, gli stilemi.
Una lingua che era già formata nel Trecento, al top della costruttività e dell’espressione, dell’ampiezza espressiva, per costrutto e per vocabolario. Forse ineguagliabile quell’italiano, per vivacità (Dante, Boccaccio), per naturalezza (Petrarca), certo difficilmente migliorabile. Ma perché imbruttirlo, da Manzoni a Pasolini? È un rifiuto della buona lingua, o il problema della lingua è il riflesso di una rottura interna, no squilibrio psichico o nervoso (ipocrisia)?
L’italiano, dice Stendhal in margine al “Leuwen”, è complicato, va per particolari, e quindi è confuso. E dà l’esempio di Pietroburgo: “«Pierre le Grand bâtit Pétersbourg», dice il francese, mentre l’italiano vorrebbe esprimete tutto insieme, che «in un luogo deserto, soggetto alle inondazioni…»”. Era vero per Manzoni – anche se Manzoni resta apprezzabile come caso unico di questo linguaggio “componentistico” riuscito, e per l’Ottocento, torna a essere vero oggi, dopo il balzo verso il basso fatto dalla lingua con la televisione. Con un’aggravante. Storia e caratteri italiani hanno semrpe facilitato molta buona letteratura, da sant’Agostino in poi (lo stesso Stendhal, quando non ha modelli italiani, s’ingolfa ignobilmente, v. “Leuwen”, “Amiel”….). Mentre oggi dalla realtà italiana non si ricaverebbe una virgola buona: c’è l’intrigo, ma nell’indifferenza – solo i soldi contano, la passione è scaduta a invidia, insofferenza (nevrosi), e a un minimo desiderio porno.
L’italiano di oggi è il Codice Bernabei (o Codice Rai, o Antonelli): la lingua che si parla, e quella che si scrive nei molti campi della comunicazione (giornali, aziende, pubblicistica di costume), è quella della televisione. Dovrebbe essere diretta, cioè semplice, e invece accresce la confusione. Passa infatti attraverso reticenza, omissioni, e falsi tecnicismi (condizionale, presunto, eccetera) che la rendono incomprensibile ai più, e per gli altri una “lingua furbesca”, il nonsenso trasformandosi in eccesso di senso: partigianeria, politica, ironia, complotto.
Joyce – Strano modernista, per la “rottura” della lingua, poiché è regressivo, e anzi tradizionalista. Contro il Rinascimento (v. “Scritti italiani”, secondo la tradizione medievistica dei cattolici. Contro l’illuminismo e ogni dottrina del progresso. È qui la radice della sua diffidenza nei confronti di Pound, il suo riscrittore, o dell’ammirazione da parte di Eco?
Kafka – Nella sua famiglia, Franz, il padre ingombrante, le sorelle, i cognati, le fidanzate, la madre è inesistente. Marino Freschi e Antonia Vitale dicono che è colpa del tedesco: la madre è la lingua madre, il tedesco. Che per Kafka però, avvinto all’ebraismo, illuminato dalle radici ebraiche, diventa una gabbia insostenibile, una cosa da negare. Ma Kafka non è uno scrittore tedesco? Massimo scrittore tedesco, e non rabbino – mentre l’ebraismo che gli impone Max Brod è contestato da chi ha conosciuto entrambi, e Canetti abbandona questa traccia.
Kitsch – Perché non verrebbe da chic pronunciato alla tedesca? In fondo è uno chic deragliato, la pretesa dello chic.
Latina – La letteratura è tutta politica, da Ennio a Tibullo, Orazio, Virgilio, e perfino Persio, Marziale, Giovenale – oltre ai cosiddetti storici, Tito Livio, Tacito, o anche Cicerone. Cinque secoli di letteratura patria (e il più saldo fondamento del maschilismo dei Romani, che invece erano femministi, in diritto e nella vita corrente), a fini imperiali. Perfino Ovidio, piange perché è escluso.
I Romani non si annoiavano mai? Evidentemente avevano una passione dominante per il potere. O nemmeno quella, erano solo indifferenti, e quindi crudeli?
Lettere – Uno vorrebbe tanto essere il Boccaccio, per avere un Petrarca con cui corrispondere. Ma la frustrazione non è tanto quella di non essere un Boccaccio, quanto di non avere il Petrarca a disposizione. Non ci sono in giro persone con cui parlare in amicizia, o con rispetto, di cose diverse dal tempo, Berlusconi, il film e le vacanze.
Letteratura – Quella buona va con la ricchezza.
Quella italiana va col Tre-Quattro-Cinquecento. Quella inglese con i regni super di Elisabetta e Giacomo I. E tutti siamo ancora vittime del Settecento e Ottocento francesi, dei due secoli tedeschi, dall’ultimo quarto del Settecento all’ultimo quarto del Novecento, del marchio Usa.
Il benessere migliora le capacità espressive, o la valorizzazione di queste capacità?
Linguaggio - È la metafisica del Novecento, campo di esercitazione al buio e senza esito. In letteratura e nell’arte. La rottura col significante – l’immagine e la storia – lo imbuca in un formalismo tanto acceso quanto inconcludente, se non per il lirismo. L’effetto fanatizzante cumulativo tanto simile alla giaculatoria, al pep talk.
Meraviglioso – In letteratura si lega alla tecnica. Da sempre, da molto prima che la tecnica facesse il grande balzo, da Hoffmann (mesmerismo, magnetismo, eccetera) a Verne, Lovecraft, Bradbury. Il futuro, o l’altro, il bizzarro, il meraviglioso, è sempre la natura incoercibile – gli eventi cioè, le passioni – ma sotto la nuovissima forma umanistica, del tentativo di controllo e sfruttamento (uso razionale).
Metafora – È un piacere. E un modo di essere del linguaggio – di conoscere e dire. Ma lo riduce a enigmi, a significati cioè noti a gruppi sempre più ristretti. Questo è vero perfino per letterature indagatissime, come quella greca, che prediligeva la metafora e il discorso indiretto. Se è vero che Saffo che si butta dalla rocca di Leucade è semplicemente Saffo che s’innamora, e forse nemmeno lei, ma il suo, o la sua, committente – quanti suicidi bisogna togliere alla letteratura greca!
Sublime – Ce n’è tanto nel Settecento, che pure figura secolo razionalista, anzi illuminista. È l’illuminismo il contrario di se stesso, la ragione non laica?
Ce n’è ancora di più nel Settecento tedesco. Dove, mentre altrove è diminutivo, genere quasi marginale, “obliquo” dice il Devoto, “che sale dal basso obliquamente”, è invece Erhaben, superiore, aristocratico, eminente. I buoni tedeschi non sono mai stati complessati: tutto ciò che a loro piace diventa eccezionale.
letterautore@antiit.eu
Critica – Vent’anni fa, nel 1992, Asor Rosa decretava la fine della letteratura italiana. Nel 1993 Walter Pedullà decretata la fine dell’ironia – di chi? Che malattia è? Deve avere un nome in psichiatria.
Dante – Analizzando Proust, Beckett trova l’allegoria applicata a un’allegoria, invece che a “una realtà precisa, letterale, concreta”, un di più fallimentare: “Dante, se si può dire che abbia mai fallito in chicchessia, fallisce quando descrive dei personaggi puramente allegorici, Lucifero, il Grifone del Purgatorio e l’Aquila del Paradiso, il cui significato è puramente convenzionale, estrinseco: l’allegoria fallisce allora come è sempre condannata a fallire sotto la penna del poeta. L’allegoria di Spenser crolla presto dopo pochi canti. Dante, che era un artista e non un piccolo profeta, non ha potuto impedire alla sua allegoria di scaldarsi, di galvanizzarsi in un’anagogia”
Italiano – Si può leggere Leopardi e pensare che sia Petrarca, e viceversa – o perfino Metastasio. Un critico dell’anno Diecimila, che dovesse ricostituire filologicamente l’identità che sta dietro “Muore giovane colui che al cielo è caro” avrebbe parecchi dubbi: la lingua resta immutata per cinque secoli, immutate le tematiche, gli stilemi.
Una lingua che era già formata nel Trecento, al top della costruttività e dell’espressione, dell’ampiezza espressiva, per costrutto e per vocabolario. Forse ineguagliabile quell’italiano, per vivacità (Dante, Boccaccio), per naturalezza (Petrarca), certo difficilmente migliorabile. Ma perché imbruttirlo, da Manzoni a Pasolini? È un rifiuto della buona lingua, o il problema della lingua è il riflesso di una rottura interna, no squilibrio psichico o nervoso (ipocrisia)?
L’italiano, dice Stendhal in margine al “Leuwen”, è complicato, va per particolari, e quindi è confuso. E dà l’esempio di Pietroburgo: “«Pierre le Grand bâtit Pétersbourg», dice il francese, mentre l’italiano vorrebbe esprimete tutto insieme, che «in un luogo deserto, soggetto alle inondazioni…»”. Era vero per Manzoni – anche se Manzoni resta apprezzabile come caso unico di questo linguaggio “componentistico” riuscito, e per l’Ottocento, torna a essere vero oggi, dopo il balzo verso il basso fatto dalla lingua con la televisione. Con un’aggravante. Storia e caratteri italiani hanno semrpe facilitato molta buona letteratura, da sant’Agostino in poi (lo stesso Stendhal, quando non ha modelli italiani, s’ingolfa ignobilmente, v. “Leuwen”, “Amiel”….). Mentre oggi dalla realtà italiana non si ricaverebbe una virgola buona: c’è l’intrigo, ma nell’indifferenza – solo i soldi contano, la passione è scaduta a invidia, insofferenza (nevrosi), e a un minimo desiderio porno.
L’italiano di oggi è il Codice Bernabei (o Codice Rai, o Antonelli): la lingua che si parla, e quella che si scrive nei molti campi della comunicazione (giornali, aziende, pubblicistica di costume), è quella della televisione. Dovrebbe essere diretta, cioè semplice, e invece accresce la confusione. Passa infatti attraverso reticenza, omissioni, e falsi tecnicismi (condizionale, presunto, eccetera) che la rendono incomprensibile ai più, e per gli altri una “lingua furbesca”, il nonsenso trasformandosi in eccesso di senso: partigianeria, politica, ironia, complotto.
Joyce – Strano modernista, per la “rottura” della lingua, poiché è regressivo, e anzi tradizionalista. Contro il Rinascimento (v. “Scritti italiani”, secondo la tradizione medievistica dei cattolici. Contro l’illuminismo e ogni dottrina del progresso. È qui la radice della sua diffidenza nei confronti di Pound, il suo riscrittore, o dell’ammirazione da parte di Eco?
Kafka – Nella sua famiglia, Franz, il padre ingombrante, le sorelle, i cognati, le fidanzate, la madre è inesistente. Marino Freschi e Antonia Vitale dicono che è colpa del tedesco: la madre è la lingua madre, il tedesco. Che per Kafka però, avvinto all’ebraismo, illuminato dalle radici ebraiche, diventa una gabbia insostenibile, una cosa da negare. Ma Kafka non è uno scrittore tedesco? Massimo scrittore tedesco, e non rabbino – mentre l’ebraismo che gli impone Max Brod è contestato da chi ha conosciuto entrambi, e Canetti abbandona questa traccia.
Kitsch – Perché non verrebbe da chic pronunciato alla tedesca? In fondo è uno chic deragliato, la pretesa dello chic.
Latina – La letteratura è tutta politica, da Ennio a Tibullo, Orazio, Virgilio, e perfino Persio, Marziale, Giovenale – oltre ai cosiddetti storici, Tito Livio, Tacito, o anche Cicerone. Cinque secoli di letteratura patria (e il più saldo fondamento del maschilismo dei Romani, che invece erano femministi, in diritto e nella vita corrente), a fini imperiali. Perfino Ovidio, piange perché è escluso.
I Romani non si annoiavano mai? Evidentemente avevano una passione dominante per il potere. O nemmeno quella, erano solo indifferenti, e quindi crudeli?
Lettere – Uno vorrebbe tanto essere il Boccaccio, per avere un Petrarca con cui corrispondere. Ma la frustrazione non è tanto quella di non essere un Boccaccio, quanto di non avere il Petrarca a disposizione. Non ci sono in giro persone con cui parlare in amicizia, o con rispetto, di cose diverse dal tempo, Berlusconi, il film e le vacanze.
Letteratura – Quella buona va con la ricchezza.
Quella italiana va col Tre-Quattro-Cinquecento. Quella inglese con i regni super di Elisabetta e Giacomo I. E tutti siamo ancora vittime del Settecento e Ottocento francesi, dei due secoli tedeschi, dall’ultimo quarto del Settecento all’ultimo quarto del Novecento, del marchio Usa.
Il benessere migliora le capacità espressive, o la valorizzazione di queste capacità?
Linguaggio - È la metafisica del Novecento, campo di esercitazione al buio e senza esito. In letteratura e nell’arte. La rottura col significante – l’immagine e la storia – lo imbuca in un formalismo tanto acceso quanto inconcludente, se non per il lirismo. L’effetto fanatizzante cumulativo tanto simile alla giaculatoria, al pep talk.
Meraviglioso – In letteratura si lega alla tecnica. Da sempre, da molto prima che la tecnica facesse il grande balzo, da Hoffmann (mesmerismo, magnetismo, eccetera) a Verne, Lovecraft, Bradbury. Il futuro, o l’altro, il bizzarro, il meraviglioso, è sempre la natura incoercibile – gli eventi cioè, le passioni – ma sotto la nuovissima forma umanistica, del tentativo di controllo e sfruttamento (uso razionale).
Metafora – È un piacere. E un modo di essere del linguaggio – di conoscere e dire. Ma lo riduce a enigmi, a significati cioè noti a gruppi sempre più ristretti. Questo è vero perfino per letterature indagatissime, come quella greca, che prediligeva la metafora e il discorso indiretto. Se è vero che Saffo che si butta dalla rocca di Leucade è semplicemente Saffo che s’innamora, e forse nemmeno lei, ma il suo, o la sua, committente – quanti suicidi bisogna togliere alla letteratura greca!
Sublime – Ce n’è tanto nel Settecento, che pure figura secolo razionalista, anzi illuminista. È l’illuminismo il contrario di se stesso, la ragione non laica?
Ce n’è ancora di più nel Settecento tedesco. Dove, mentre altrove è diminutivo, genere quasi marginale, “obliquo” dice il Devoto, “che sale dal basso obliquamente”, è invece Erhaben, superiore, aristocratico, eminente. I buoni tedeschi non sono mai stati complessati: tutto ciò che a loro piace diventa eccezionale.
letterautore@antiit.eu
giovedì 21 ottobre 2010
Ombre - 65
Sara Scazzi è stata uccisa. Ed è stata uccisa a casa degli zii. Ma nessuno in questa famiglia, i genitori e i figli, ne ha rimorso. Si accusano tra di loro, poi ritrattano, poi si accusano di peggio, ma nessuno che dica un briciolo di verità, o manifesti un rimorso. Hanno tutti a lungo “bucato” i telegiornali e i talk show, con sapiente controllo di se stessi e fiuto della scena, quindi non sono una famiglia di mentecatti. Sono il male, che sempre è violento e insensibile, e solo si arrende alla violenza.
Tutti hanno potuto seguire l’incredibile commento di Cerqueti e Bagni alla partita dell’Inter. Mai un accenno agli errori dell’arbitro – tutti per l’Inter. O ai cartellini mancati contro gli interisti. Mai un replay in questi casi, da una regia superattenta. Salvatore Bagni è interista dichiarato. Ma la Rai? Non era di Berlusconi?
Visite “di Stato” ogni tre giorni per Fini. Indifferentemente, dall’Africa a Londra, basta che comportino il diritto di comparire ai telegiornali. L’ex ministro degli Esteri mette a frutto i “movimenti” di diplomatici, ora impegnatissimi a cercargli interlocutori ai quali possa stringere la mano. Come già aveva messo in moto i Procuratori Capo da lui favoriti come vicepresidente del consiglio, dall’Aquila a Firenze e Roma. Li aveva messi in moto contro i suoi amici politici, Berlusconi e soci. Poi si dice che non è un grande politico andreottiano.
Sfilano a Napoli i testimoni Del Piero, Ibrahimovic, poi magari Zidane, perché no, e tutti quanti. In un processo che la giudice non voleva fare, perché sapeva già come va a finire. Cioè con la condanna della Juventus e di tutti quanti. In primo grado. In appello invece no. Senza vergogna.
Il “Corriere della sera”, dopo aver lanciato con congruo preavviso le inchieste Rai sulle ville di Berlusconi alle Bahamas, o anche a Antigua?, fa diecine di pagine sulla banca Arner, che ha gestito l’acquisto. Facendo pubblicità a Mario Draghi, che inflessibile ha ordinato d’ispezionare la banca, e al professore avvocato della Bocconi che inflessibile la ispezionò, con tanto di foto e punti di accusa, anzi no di censura, anzi no di rinvio alle norme, sempre inflessibile. Dopodiché si paga una pagina di pubblicità della Arner, 50 o 100 mila euro, per dire che tutto è in ordine. Molto milanese.
Molto ipocrita anche. Ferruccio de Bortoli, che dirige il quotidiano, è sicuramente un gentiluomo. Ma in un giornale e in una casa editrice dove tutti hanno rubato per decenni impunemente, tutto è sempre possibile.
Fondo al vetriolo del “Corriere della sera” domenica 17 sulla farsa in Piemonte, dove si ricontano i voti ma non si sa con quale criterio, e con dubbia autorità. Dopodiché il severo, quasi giansenista, commentatore Cazzullo conclude: “La linea della palma è salita fin sulle Alpi”. Povero Piemonte, vittima della Sicilia.
Si ricontano i voti in Piemonte per invalidare la vittoria del leghista Cota. Non per verificare imbrogli, ma per far valere intrighi procedurali per cui molti che hanno votato Cota si possa dire che non lo hanno votato. È una sinistra ben sinistra, questa, ammesso che lo sia politicamente – poi si dice che la Lega vince ovunque. Ma i trucchi procedurali su cui far ricorso sono suggeriti dai giudici…
Sentendo parlare di governo tecnico, Mario Draghi attacca il governo: tre punti di disoccupazione in più, mica niente, e entrate in calo. Un attacco talmente sgraziato che neppure i nemici di Berlusconi lo cauzionano. La Banca d’Italia che attacca il governo con dati falsi: che paese è questo?
Le liti di Santoro con la Rai sono altro che operazioni pubblicitarie? Sono una delle tante soap Rai, altro che libertà d’informazione, il trionfo dell’ipocrisia.
La Rai ha i conti sfondati. Una destra che volesse effettivamente combatterla basterebbe che la lasciasse andare. E invece non passa giorno che non si applichi a sfidarla. A denunciarne da maestra di scuola la perfidia, la violenza, l’ipocrisia. È il vecchio tenersi reciproco fra Rai e Berlusconi? È l’occupazione condivisa dell’opinione pubblica, l’opinione critica.
Il cognato Tulliani ha avuto dalla Rai lo stesso contratto per docufilm che la Rai aveva preparato per Santoro. Non ha fatto i docufilm ma ha perso i soldi. Senza indignare Santoro.
La Procura di Roma lascia al principato di Monaco l’incombenza di dichiarare legale la vendita dell’appartamento al cognato Tulliani. Non c’è che dire.
Tutti hanno potuto seguire l’incredibile commento di Cerqueti e Bagni alla partita dell’Inter. Mai un accenno agli errori dell’arbitro – tutti per l’Inter. O ai cartellini mancati contro gli interisti. Mai un replay in questi casi, da una regia superattenta. Salvatore Bagni è interista dichiarato. Ma la Rai? Non era di Berlusconi?
Visite “di Stato” ogni tre giorni per Fini. Indifferentemente, dall’Africa a Londra, basta che comportino il diritto di comparire ai telegiornali. L’ex ministro degli Esteri mette a frutto i “movimenti” di diplomatici, ora impegnatissimi a cercargli interlocutori ai quali possa stringere la mano. Come già aveva messo in moto i Procuratori Capo da lui favoriti come vicepresidente del consiglio, dall’Aquila a Firenze e Roma. Li aveva messi in moto contro i suoi amici politici, Berlusconi e soci. Poi si dice che non è un grande politico andreottiano.
Sfilano a Napoli i testimoni Del Piero, Ibrahimovic, poi magari Zidane, perché no, e tutti quanti. In un processo che la giudice non voleva fare, perché sapeva già come va a finire. Cioè con la condanna della Juventus e di tutti quanti. In primo grado. In appello invece no. Senza vergogna.
Il “Corriere della sera”, dopo aver lanciato con congruo preavviso le inchieste Rai sulle ville di Berlusconi alle Bahamas, o anche a Antigua?, fa diecine di pagine sulla banca Arner, che ha gestito l’acquisto. Facendo pubblicità a Mario Draghi, che inflessibile ha ordinato d’ispezionare la banca, e al professore avvocato della Bocconi che inflessibile la ispezionò, con tanto di foto e punti di accusa, anzi no di censura, anzi no di rinvio alle norme, sempre inflessibile. Dopodiché si paga una pagina di pubblicità della Arner, 50 o 100 mila euro, per dire che tutto è in ordine. Molto milanese.
Molto ipocrita anche. Ferruccio de Bortoli, che dirige il quotidiano, è sicuramente un gentiluomo. Ma in un giornale e in una casa editrice dove tutti hanno rubato per decenni impunemente, tutto è sempre possibile.
Fondo al vetriolo del “Corriere della sera” domenica 17 sulla farsa in Piemonte, dove si ricontano i voti ma non si sa con quale criterio, e con dubbia autorità. Dopodiché il severo, quasi giansenista, commentatore Cazzullo conclude: “La linea della palma è salita fin sulle Alpi”. Povero Piemonte, vittima della Sicilia.
Si ricontano i voti in Piemonte per invalidare la vittoria del leghista Cota. Non per verificare imbrogli, ma per far valere intrighi procedurali per cui molti che hanno votato Cota si possa dire che non lo hanno votato. È una sinistra ben sinistra, questa, ammesso che lo sia politicamente – poi si dice che la Lega vince ovunque. Ma i trucchi procedurali su cui far ricorso sono suggeriti dai giudici…
Sentendo parlare di governo tecnico, Mario Draghi attacca il governo: tre punti di disoccupazione in più, mica niente, e entrate in calo. Un attacco talmente sgraziato che neppure i nemici di Berlusconi lo cauzionano. La Banca d’Italia che attacca il governo con dati falsi: che paese è questo?
Le liti di Santoro con la Rai sono altro che operazioni pubblicitarie? Sono una delle tante soap Rai, altro che libertà d’informazione, il trionfo dell’ipocrisia.
La Rai ha i conti sfondati. Una destra che volesse effettivamente combatterla basterebbe che la lasciasse andare. E invece non passa giorno che non si applichi a sfidarla. A denunciarne da maestra di scuola la perfidia, la violenza, l’ipocrisia. È il vecchio tenersi reciproco fra Rai e Berlusconi? È l’occupazione condivisa dell’opinione pubblica, l’opinione critica.
Il cognato Tulliani ha avuto dalla Rai lo stesso contratto per docufilm che la Rai aveva preparato per Santoro. Non ha fatto i docufilm ma ha perso i soldi. Senza indignare Santoro.
La Procura di Roma lascia al principato di Monaco l’incombenza di dichiarare legale la vendita dell’appartamento al cognato Tulliani. Non c’è che dire.
Il fisco sbirro di Padoa Schioppa
L’Agenzia delle Entrate richiama a frotte i lavoratori contribuenti sulla dichiarazione dei redditi del 2008. E se non hanno conservato la documentazione originale delle spese mediche gliele detrae dalle detrazioni. Con multe, mora, eccetera. Non si contesta la congruità o la validità delle detrazioni, si scommette sull’imprevidenza di chi butta via le carte: si fanno, a milioni, accertamenti su valori minimi, su chi le tasse le ha pagate, con furbizia sbirresca.
L’obbrobriosa pratica delle forze dell’ordine impegnate a chiedere i documenti in giro per le strade, preferibilmente ai galantuomini onde evitare sorprese, si estende così agli accertamenti fiscali. In sostituzione della vera indagine sugli evasori – così come il controllo dei documenti supplisce alla caccia e punizione dei delinquenti. I funzionari se ne sentono umiliati, così dicono, ma così impiegano anche il loro tempo, invece di fare controlli veri.
Dicono anche che il riscontro è stato introdotto da una leggina del 2007. È possibile, anzi sicuramente sarà così. Ma all’epoca era ministro il dotto Padoa Schioppa, nonché fustigatore emerito dei costumi pubblici. È questa la sua lotta all’evasione, un piccolo trucco per fregare il popolino? Il capo del governo all’epoca era Prodi, non nuovo a questi trucchetti. Ma Padoa Schioppa non se ne vergogna?
L’obbrobriosa pratica delle forze dell’ordine impegnate a chiedere i documenti in giro per le strade, preferibilmente ai galantuomini onde evitare sorprese, si estende così agli accertamenti fiscali. In sostituzione della vera indagine sugli evasori – così come il controllo dei documenti supplisce alla caccia e punizione dei delinquenti. I funzionari se ne sentono umiliati, così dicono, ma così impiegano anche il loro tempo, invece di fare controlli veri.
Dicono anche che il riscontro è stato introdotto da una leggina del 2007. È possibile, anzi sicuramente sarà così. Ma all’epoca era ministro il dotto Padoa Schioppa, nonché fustigatore emerito dei costumi pubblici. È questa la sua lotta all’evasione, un piccolo trucco per fregare il popolino? Il capo del governo all’epoca era Prodi, non nuovo a questi trucchetti. Ma Padoa Schioppa non se ne vergogna?
martedì 19 ottobre 2010
Il Grande Fratello è diventato Sinistro
Fa impressione vedere tanti dossier, tutti precisi, tutti col lancio concordato da sapiente regia, su fatti non illegali né di corruzione, dove anzi l'illegalità è talvolta degli stessi dossier, acclarata cioè. Come le case di Berlusconi alle Bahamas, o a Antigua, o quella venduta da Sepe a Lunardi, il riciclaggio dello Ior, il minaccioso attacco napoletano al "Giornale", le intercettazioni di "Panorama". Per non dire dello screditatissimo Ciancimino e del Centokiller teologo.
Il tipico dossier è messo insieme sempre sotto l’ombrello di un giudice – ma non necessariamente a sua opera. Che lo usa per farsi una carriera politica alla pensione, ma non necessariamente. Più spesso nelle cronache lo ha usato l’ufficiale di polizia giudiziaria, per farsi gratis la testimone d’accusa vendicativa, o la cronista giudiziaria. I giudici dei dossier agiscono normalmente di concerto e sotto un ombrello politico, in passato il tiro a quattro Milano-Palermo-Napoli-Bari, dalemiano, ora quello Firenze-Perugia-Roma-Napoli, finiano. Collazionato un certo numero di documenti, col suffragio di qualche perizia, ultimamente sempre più della Banca d’Italia, si cerca un’anticipazione, presso l’Ansa o uno dei grandi giornali. Dopodiché, prima ancora che le “carte” siano rese pubbliche, c’è un giro di dichiarazioni che occupano obbligatoriamente (par condicio) i tg: ogni partito rappresentato in Parlamento ha diritto a dire la sua. Comincia quindi lo stillicidio della carte e dei pareri: documenti, pizzini, copie certe, copie incerte, interpretazioni, “letture”, precedenti storici. Sempre verso fonte controllata o controllabile, presso l’Ansa o i grandi giornali. Finché, diventata materia dei talk show, dei libri, delle presentazioni dei libri, degli echi delle presentazioni, la “cosa” non va avanti da sola, il tempo di un’ubriacatura. Questa scansione, insieme flessibile e rigida, ripetitiva, implica che al dossieraggio lavorano molte persone e organizzazioni fuori dele istituzioni, come si suole dire, esterne all’apparato repressivo – che si deve attenere a diverse procedure.
Il dossier è tipicamente lavoro di destra. Il genere fu sviluppato nel secondo Ottocento francese, e nel primo Novecento un po’ ovunque in Europa a opera dei regimi dittatoriali o autoritari. Riguardava la vita privata e gli affari. Orwell lo immortalò nel primo dopoguerra nella versione Terza Internazionale, o staliniana, a fondo e fine politico, e tale è rimasto. I tentativi di dossier della destra, sui giornali di Berlusconi per esempio, sono tanto affannati quanto pasticciati – inoltre, sono sempre "seguiti" dallo stesso Grande Fratello, si vede nel caso di “Panorama”, mentre dell’inverso non c’è ancora un caso.
Resta da accertare il loro peso elettorale. Non per avere confezionato e confezionare dossier superbi la sinistra si è ripresa dopo l’autogolpe del 1992. È però vero che i dossier annullano il voto, lo rendono inoperante. Che è probabilmente l’esito voluto dai veri manovratori delle “carte”: il governo attraverso la crisi, cioè la crisi della funzione di governo. Quando vinse Prodi l’ultima volta, nel 2006, subito partirono (sempre da “sinistra”) dossier contro la sua persona – di cui quello sulla loggia massonica a San Marino, che pure era ridicolo, fece molte prime pagine.
Il tipico dossier è messo insieme sempre sotto l’ombrello di un giudice – ma non necessariamente a sua opera. Che lo usa per farsi una carriera politica alla pensione, ma non necessariamente. Più spesso nelle cronache lo ha usato l’ufficiale di polizia giudiziaria, per farsi gratis la testimone d’accusa vendicativa, o la cronista giudiziaria. I giudici dei dossier agiscono normalmente di concerto e sotto un ombrello politico, in passato il tiro a quattro Milano-Palermo-Napoli-Bari, dalemiano, ora quello Firenze-Perugia-Roma-Napoli, finiano. Collazionato un certo numero di documenti, col suffragio di qualche perizia, ultimamente sempre più della Banca d’Italia, si cerca un’anticipazione, presso l’Ansa o uno dei grandi giornali. Dopodiché, prima ancora che le “carte” siano rese pubbliche, c’è un giro di dichiarazioni che occupano obbligatoriamente (par condicio) i tg: ogni partito rappresentato in Parlamento ha diritto a dire la sua. Comincia quindi lo stillicidio della carte e dei pareri: documenti, pizzini, copie certe, copie incerte, interpretazioni, “letture”, precedenti storici. Sempre verso fonte controllata o controllabile, presso l’Ansa o i grandi giornali. Finché, diventata materia dei talk show, dei libri, delle presentazioni dei libri, degli echi delle presentazioni, la “cosa” non va avanti da sola, il tempo di un’ubriacatura. Questa scansione, insieme flessibile e rigida, ripetitiva, implica che al dossieraggio lavorano molte persone e organizzazioni fuori dele istituzioni, come si suole dire, esterne all’apparato repressivo – che si deve attenere a diverse procedure.
Il dossier è tipicamente lavoro di destra. Il genere fu sviluppato nel secondo Ottocento francese, e nel primo Novecento un po’ ovunque in Europa a opera dei regimi dittatoriali o autoritari. Riguardava la vita privata e gli affari. Orwell lo immortalò nel primo dopoguerra nella versione Terza Internazionale, o staliniana, a fondo e fine politico, e tale è rimasto. I tentativi di dossier della destra, sui giornali di Berlusconi per esempio, sono tanto affannati quanto pasticciati – inoltre, sono sempre "seguiti" dallo stesso Grande Fratello, si vede nel caso di “Panorama”, mentre dell’inverso non c’è ancora un caso.
Resta da accertare il loro peso elettorale. Non per avere confezionato e confezionare dossier superbi la sinistra si è ripresa dopo l’autogolpe del 1992. È però vero che i dossier annullano il voto, lo rendono inoperante. Che è probabilmente l’esito voluto dai veri manovratori delle “carte”: il governo attraverso la crisi, cioè la crisi della funzione di governo. Quando vinse Prodi l’ultima volta, nel 2006, subito partirono (sempre da “sinistra”) dossier contro la sua persona – di cui quello sulla loggia massonica a San Marino, che pure era ridicolo, fece molte prime pagine.
Berlusconi 4 – l’uomo del non fare
Ultimamente finge che niente stia succedendo, Silvio Berlusconi, ma un po’ come don Abbondio si tirava fuori dagli eventi: non vede, non sente, parla di altro. Anzi, parla solo con l'avvocato, che non fa nulla per non assomigliare all'Azzeccagarbugli. Per sei mesi non ha avuto un ministro delle Attività Produttive, poi ne ha nominato uno senza peso specifico. Da fine giugno la Consob non ha un presidente, che tocca al governo nominare. Un posto delicato in un organismo delicato, il controllo dei mercati finanziari: ma Berlusconi tentenna. “L’uomo del fare” è singolarmente inerte.
L'uomo è palesemente disorientato. Vaga solo per ville sterminate, senza familiari e senza più amici, si circonda di ragazze di nessuna attrattiva se non le facce puttanesche, si lamenta dell'ingratitudine come ogni beghino in confidenza con Dio. L'età, invece che saggezza, gli ha portato amarezza, e la moglie. Una vicenda inverosimile, questa, che peraltro è solo all'inizio. La vendetta della moglie-medea è solo all’inizio, se ne può antivedere agevolmente il percorso: dopo il governo, Berlusconi dovrà perdere l’azienda, per qualche giudice se non per errori di mercato, mentre i figli si dilanieranno. Le medee sono cattivissime, ed essere femministi o galanti, come si diceva, non aiuta, la donna è naturalmente amazzone, ama uccidere, smembrare. C'è insomma più di un fatto personale alla radice dell'incertezza e dell'incapacità dell'uomo. Ma c'è anche un sistema inefficiente di governo, paradossale per l'"uomo del fare" ma incontestabile.
Lo stallo è il segno più evidente delle divisioni nella coalizione di governo, Lega compresa, e più ancora della sterilità di un certo modo di governo, legato a un uomo e ai suoi umori. Non del carattere dell’uomo, che quando si tratta del Milan o di Mediaset o di altro affare privato sa essere anche rapido e sempre conclusivo. No, proprio del metodo di governo: di una coalizione che solo si muove se il capo si muove. Del sistema elettorale plebiscitario, costruito su un uomo, senza i contrappesi parlamentari di iniziativa e controllo (il Parlamento è jugulato: o fiducia o elezioni).
Un terreno su cui non c’è gara, una posta su cui correre da solo, l’idea non era male: la politica del fare. Realizzando infine, pensarci!, il famoso paradosso della tartaruga più veloce del veloce pie’ d’Achille. L’Italia ne ha il mito. Dal cav. Mussolini che in un’estate prosciugava le paludi pontine, dopo aver mietuto il grano, all’ing. Mattei che costruiva oleodotti in una notte – anche se il petrolio non c’era. Berlusconi stesso, si può dire, in una notte, o due, costruì ben tre tv. Ma a Roma come i romani, si può dire: Berlusconi si adegua. È così arrivato a metà di una legislatura solidissima in Parlamento e non ha fatto niente: federalismo, giusto processo, intercettazioni, tasse sul lavoro? Annunciando naturalmente imminenti riforme, che poi sono in attesa da quindici anni: fisco, giustizia, opere pubbliche. In un quadro lezioso di aggiornamenti e rinvii, ripensamenti e approfondimenti, precisazioni e miglioramenti, nel quadro delle corrette procedure democratiche, anche se con un pizzico di qui lo dico e qui lo nego, ci sono e non ci sono, e io non ho detto questo. Insomma della politica del non fare. O, come la teorizzò il sommo Andreotti, del governo attraverso la crisi. Dell’esserci e non esserci appunto, dire e non dire, e mai fare – la politica della durata, certo, si può anche metterla alla Proust.
E siamo finiti a un uomo che la moglie vitupera in piazza a giorni alterni. E che per farsi una scopata, uno che si ritiene ed è, dovrebbe essere, bello-e-buono, ricco, potente, intelligente, spiritoso, maschio, deve ricorrere a una puttana. Per giunta pettegola, collaboratrice dell’onesto sbirro della Finanza, il colonnello…(call…). Che nomina ministro due volte uno che dire incapace è fargli un complimento, l’ex funzionario savonese della Dc Scajola. Che mette giustamente al governo tante donne, ma tutte più o meno belle senza carne – si dice senz’anima, ma l’anima è la carne. Anche la Prestigiacomo, una che si tuffava con Fini (poi lui trovò l’amante già svezzata da Gaucci), e si sa che il nuoto fa bene alla salute, non si sa che abbia mai fatto al governo.
Berlusconi può non averne colpa. Ma è il fallimento del ghe pensi mì, del lombardismo. Si prenda l’università, un problema tanto semplice che non si poteva pensare che Berlusconi in persona se ne occupasse. L’ha perciò confidato a due signore, la Moratti e la Gelmini, il “la” è d’obbligo in Lombardia. Che non sanno neppure esse di che si tratta, ma essendo lombarde hanno la soluzione in pugno. Come Malpensa. Hanno preso l’università e l’hanno riformata. E poi riformata ancora. Senza nemmeno i decreti attuativi. E senza quindi effetto, eccetto quello di bloccare l’esistente, aggravando i problemi. Le due signore magari qualcosa avrebbero voluto farlo, per orgoglio, ma sono politicamente zero. La loro università sembra la media obbligatoria agli esordi, imbottita di supplenti: la sola differenza è che i supplenti venivano pagati come insegnanti, mentre i dottori in cattedra non sono pagati, e non accumulano punti per la carriera.
Letizia Moratti ha contingentato i ricercatori, pretendendo che non superassero i cinque anni di attività , ma ha fatto una legge che impedisce qualsiasi concorso. In questi dieci anni l’insegnamento universitario è stato svolto da cultori della materia, non necessariamente col dottorato. Un esito talmente assurdo che dirla incapacità è poco. Razionalizzando, bisognerebbe pensare le due ministre impegnate in realtà a scardinare l’università pubblica, e reintrodurre la selezione sociale attraverso le università private, dove si compra e si paga quello che si consuma. Può essere: è il loro mondo sociale è quello, la dignità è privata. La tecnocrate Moratti si è peraltro distinta nello scioglimento del più ricco e meglio governato centro di ricerca, l’Istituto Nazionale di fisica della Materia, gestito da troppo “comunisti”, dentro il vecchio Cnr della vecchia guardia Dc, compreso il presidente Maiani. Ma, poi, si vede Maria Stella Gelmini bloccare l’unico concorso che in dieci anni le università avevano approntato perché fulminata da un articolo di Giavazzi sul “Corriere della sera” che propone un nuovo modo di costituire le commissioni di esami. E non si può pensare che l’economista della Bocconi, distinto antiberlusconiano, o il “Corriere della sera” vogliano la morte dell’università. Ne vogliono, naturalmente, una migliore, “Milano” non è città illuminista?
Ci si interroga ancora, dopo quindici anni, sui motivi del successo di Berlusconi. Per il populismo si diceva, ma non ha funzionato. Per la politica spettacolo si dice, ma non funziona: Berlusconi in video è un flop, e anzi si danneggia. Le elezioni del 2008 e le successive hanno manifestato in modo perfino eccessivo la vera ratio del voto al centro-destra: l'attenzione verso i problemi. I problemi di oggi, non quelli di ieri: il governo della spazzatura e dei terremoti, e della globalizzazione in qualche misura, la sicurezza, di polizia e economica, contro i ladri d’appartamento e contro la speculazione, più opportunità per il lavoro autonomo, più previdenza, meglio distribuita, più certezza processuale se non normativa, e quello che rimane del welfare. Ben confezionati in un programma. Non dettagliato ma preciso, il governo del fare. Di cui a questo punto nessuno più si fida, se non per la figura del venditore. Che è, appunto, eccezionale: dell’antipolitica il re è Berlusconi. Ma la sbrigativa personalizzazione dell’esecutivo finisce anch’essa ineluttabilmente nell’inerzia. Si vedano i due casi cui il presidente del consiglio personalmente ha messo mano, la spazzatura a Napoli e la ricostruzione all’Aquila.
Nel governo precedente, del 2001, confortato da larga maggioranza, Berlusconi non fece la riforma del fisco, tante volte promessa, né quella della giustizia. Giusto la legge Biagi, dal nome dello studioso socialista che poi il governo, col sempre provvido Scajola, lasciò solo. In questa legislatura, in cui Berlusconi ha vinto tutte le elezioni, il federalismo è ancora in attesa, così come la solita riforma della giustizia. È ora a metà legislatura, e non ha prodotto niente, se non l’andirivieni parlamentare sul federalismo. Sembrava che avesse risolto il problema della spazzatura a Napoli e del terremoto dell’Aquila, e invece ne è solo offeso, che i due problemi non si siano risolti. A questo ritmo l’uomo del fare resterà negli annali come il più improduttivo in politica, nelle questioni grandi come nelle piccole. Che forse non è un male, ma certo non per il Paese.
Volendo confluire nell’opinione irridente dei belli-e-buoni della Repubblica, il sistema berlusconiano è nato in un ipermercato, dove Fini fu sdoganato, e finisce in un bordello, tra mogli amanti di lungo corso, a letto e negli affari. Ma sarebbe riduttivo, è anzi il moralismo algido meneghino, delle ben berlusconiana Milano: c’è di più di una risata. Volendo sottilizzare, lo stallo è l’esito finale, dissolutore, dello stesso sistema berlusconiano, o del consumismo. Il consumismo è certo equalizzatore e socializzante. È una moderna ideologia di redenzione, ben più viva ed efficace delle vecchie, socialiste. Con basi teoriche anche solide, e non tanto nell’utilitarismo di Bentham quanto nel nucleo stesso dell’Illuminismo: se la ragione e l’egoismo razionale sono destinati a trionfare, il consumismo è il loro veicolo naturale. Tanto più il modello è indicato per l’Italia, alla quale risolve cancellandolo un problema che non è mai stato risolto in un secolo e mezzo di storia: l’utilità, cioè l’inutilità e anzi la dannosità, della funzione pubblica. Nel consumismo lo Stato e la democrazia sono solo un servizio pubblico, come la luce e il gas: fanno osservare le leggi, a volte. Si capisce che gli italiani siano stati grati a Berlusconi di averli sollevati da questa commedia degli equivoci, limitando il loro ruolo al voto.
Ma il consumismo, poi, viaggia veloce: la soddisfazione delle insoddisfazioni va a ritmo sempre più rapido, ed è quindi condannata al disincanto, e anzi all’insofferenza, sotto forma di apatia o noia. Non potendo essere soddisfatta all’infinito, ciò non è possibile fisicamente né filosoficamente – è il problema del moto perpetuo. Così come l’antipolitica, che presto è destinata a scoprirsi vuota. Essendo improduttiva, anche delle stesse chiacchiere della tv, che non possono che finire presto ripetitive. È una forma di democrazia integrale, buona anche per gli stupidi e i violenti, ma anarcoide: incerta cioè e inaffidabile, senza più leadership possibile – i “persuasori occulti” già lo sanno, Il bisogno di novità, in sostituzione delle forme lente dell’essere, la pedagogia, la tradizione, la storia, è autodistruttivo. È un esito obbligato, senza più miracolo possibile: una umanità sazia e indifferente diventa presto paranoica. In famiglia, eh sì, e fuori. Disamorata, ostile. Ma su questo ci sarà tutto il tempo per indagare a fondo.
L'uomo è palesemente disorientato. Vaga solo per ville sterminate, senza familiari e senza più amici, si circonda di ragazze di nessuna attrattiva se non le facce puttanesche, si lamenta dell'ingratitudine come ogni beghino in confidenza con Dio. L'età, invece che saggezza, gli ha portato amarezza, e la moglie. Una vicenda inverosimile, questa, che peraltro è solo all'inizio. La vendetta della moglie-medea è solo all’inizio, se ne può antivedere agevolmente il percorso: dopo il governo, Berlusconi dovrà perdere l’azienda, per qualche giudice se non per errori di mercato, mentre i figli si dilanieranno. Le medee sono cattivissime, ed essere femministi o galanti, come si diceva, non aiuta, la donna è naturalmente amazzone, ama uccidere, smembrare. C'è insomma più di un fatto personale alla radice dell'incertezza e dell'incapacità dell'uomo. Ma c'è anche un sistema inefficiente di governo, paradossale per l'"uomo del fare" ma incontestabile.
Lo stallo è il segno più evidente delle divisioni nella coalizione di governo, Lega compresa, e più ancora della sterilità di un certo modo di governo, legato a un uomo e ai suoi umori. Non del carattere dell’uomo, che quando si tratta del Milan o di Mediaset o di altro affare privato sa essere anche rapido e sempre conclusivo. No, proprio del metodo di governo: di una coalizione che solo si muove se il capo si muove. Del sistema elettorale plebiscitario, costruito su un uomo, senza i contrappesi parlamentari di iniziativa e controllo (il Parlamento è jugulato: o fiducia o elezioni).
Un terreno su cui non c’è gara, una posta su cui correre da solo, l’idea non era male: la politica del fare. Realizzando infine, pensarci!, il famoso paradosso della tartaruga più veloce del veloce pie’ d’Achille. L’Italia ne ha il mito. Dal cav. Mussolini che in un’estate prosciugava le paludi pontine, dopo aver mietuto il grano, all’ing. Mattei che costruiva oleodotti in una notte – anche se il petrolio non c’era. Berlusconi stesso, si può dire, in una notte, o due, costruì ben tre tv. Ma a Roma come i romani, si può dire: Berlusconi si adegua. È così arrivato a metà di una legislatura solidissima in Parlamento e non ha fatto niente: federalismo, giusto processo, intercettazioni, tasse sul lavoro? Annunciando naturalmente imminenti riforme, che poi sono in attesa da quindici anni: fisco, giustizia, opere pubbliche. In un quadro lezioso di aggiornamenti e rinvii, ripensamenti e approfondimenti, precisazioni e miglioramenti, nel quadro delle corrette procedure democratiche, anche se con un pizzico di qui lo dico e qui lo nego, ci sono e non ci sono, e io non ho detto questo. Insomma della politica del non fare. O, come la teorizzò il sommo Andreotti, del governo attraverso la crisi. Dell’esserci e non esserci appunto, dire e non dire, e mai fare – la politica della durata, certo, si può anche metterla alla Proust.
E siamo finiti a un uomo che la moglie vitupera in piazza a giorni alterni. E che per farsi una scopata, uno che si ritiene ed è, dovrebbe essere, bello-e-buono, ricco, potente, intelligente, spiritoso, maschio, deve ricorrere a una puttana. Per giunta pettegola, collaboratrice dell’onesto sbirro della Finanza, il colonnello…(call…). Che nomina ministro due volte uno che dire incapace è fargli un complimento, l’ex funzionario savonese della Dc Scajola. Che mette giustamente al governo tante donne, ma tutte più o meno belle senza carne – si dice senz’anima, ma l’anima è la carne. Anche la Prestigiacomo, una che si tuffava con Fini (poi lui trovò l’amante già svezzata da Gaucci), e si sa che il nuoto fa bene alla salute, non si sa che abbia mai fatto al governo.
Berlusconi può non averne colpa. Ma è il fallimento del ghe pensi mì, del lombardismo. Si prenda l’università, un problema tanto semplice che non si poteva pensare che Berlusconi in persona se ne occupasse. L’ha perciò confidato a due signore, la Moratti e la Gelmini, il “la” è d’obbligo in Lombardia. Che non sanno neppure esse di che si tratta, ma essendo lombarde hanno la soluzione in pugno. Come Malpensa. Hanno preso l’università e l’hanno riformata. E poi riformata ancora. Senza nemmeno i decreti attuativi. E senza quindi effetto, eccetto quello di bloccare l’esistente, aggravando i problemi. Le due signore magari qualcosa avrebbero voluto farlo, per orgoglio, ma sono politicamente zero. La loro università sembra la media obbligatoria agli esordi, imbottita di supplenti: la sola differenza è che i supplenti venivano pagati come insegnanti, mentre i dottori in cattedra non sono pagati, e non accumulano punti per la carriera.
Letizia Moratti ha contingentato i ricercatori, pretendendo che non superassero i cinque anni di attività , ma ha fatto una legge che impedisce qualsiasi concorso. In questi dieci anni l’insegnamento universitario è stato svolto da cultori della materia, non necessariamente col dottorato. Un esito talmente assurdo che dirla incapacità è poco. Razionalizzando, bisognerebbe pensare le due ministre impegnate in realtà a scardinare l’università pubblica, e reintrodurre la selezione sociale attraverso le università private, dove si compra e si paga quello che si consuma. Può essere: è il loro mondo sociale è quello, la dignità è privata. La tecnocrate Moratti si è peraltro distinta nello scioglimento del più ricco e meglio governato centro di ricerca, l’Istituto Nazionale di fisica della Materia, gestito da troppo “comunisti”, dentro il vecchio Cnr della vecchia guardia Dc, compreso il presidente Maiani. Ma, poi, si vede Maria Stella Gelmini bloccare l’unico concorso che in dieci anni le università avevano approntato perché fulminata da un articolo di Giavazzi sul “Corriere della sera” che propone un nuovo modo di costituire le commissioni di esami. E non si può pensare che l’economista della Bocconi, distinto antiberlusconiano, o il “Corriere della sera” vogliano la morte dell’università. Ne vogliono, naturalmente, una migliore, “Milano” non è città illuminista?
Ci si interroga ancora, dopo quindici anni, sui motivi del successo di Berlusconi. Per il populismo si diceva, ma non ha funzionato. Per la politica spettacolo si dice, ma non funziona: Berlusconi in video è un flop, e anzi si danneggia. Le elezioni del 2008 e le successive hanno manifestato in modo perfino eccessivo la vera ratio del voto al centro-destra: l'attenzione verso i problemi. I problemi di oggi, non quelli di ieri: il governo della spazzatura e dei terremoti, e della globalizzazione in qualche misura, la sicurezza, di polizia e economica, contro i ladri d’appartamento e contro la speculazione, più opportunità per il lavoro autonomo, più previdenza, meglio distribuita, più certezza processuale se non normativa, e quello che rimane del welfare. Ben confezionati in un programma. Non dettagliato ma preciso, il governo del fare. Di cui a questo punto nessuno più si fida, se non per la figura del venditore. Che è, appunto, eccezionale: dell’antipolitica il re è Berlusconi. Ma la sbrigativa personalizzazione dell’esecutivo finisce anch’essa ineluttabilmente nell’inerzia. Si vedano i due casi cui il presidente del consiglio personalmente ha messo mano, la spazzatura a Napoli e la ricostruzione all’Aquila.
Nel governo precedente, del 2001, confortato da larga maggioranza, Berlusconi non fece la riforma del fisco, tante volte promessa, né quella della giustizia. Giusto la legge Biagi, dal nome dello studioso socialista che poi il governo, col sempre provvido Scajola, lasciò solo. In questa legislatura, in cui Berlusconi ha vinto tutte le elezioni, il federalismo è ancora in attesa, così come la solita riforma della giustizia. È ora a metà legislatura, e non ha prodotto niente, se non l’andirivieni parlamentare sul federalismo. Sembrava che avesse risolto il problema della spazzatura a Napoli e del terremoto dell’Aquila, e invece ne è solo offeso, che i due problemi non si siano risolti. A questo ritmo l’uomo del fare resterà negli annali come il più improduttivo in politica, nelle questioni grandi come nelle piccole. Che forse non è un male, ma certo non per il Paese.
Volendo confluire nell’opinione irridente dei belli-e-buoni della Repubblica, il sistema berlusconiano è nato in un ipermercato, dove Fini fu sdoganato, e finisce in un bordello, tra mogli amanti di lungo corso, a letto e negli affari. Ma sarebbe riduttivo, è anzi il moralismo algido meneghino, delle ben berlusconiana Milano: c’è di più di una risata. Volendo sottilizzare, lo stallo è l’esito finale, dissolutore, dello stesso sistema berlusconiano, o del consumismo. Il consumismo è certo equalizzatore e socializzante. È una moderna ideologia di redenzione, ben più viva ed efficace delle vecchie, socialiste. Con basi teoriche anche solide, e non tanto nell’utilitarismo di Bentham quanto nel nucleo stesso dell’Illuminismo: se la ragione e l’egoismo razionale sono destinati a trionfare, il consumismo è il loro veicolo naturale. Tanto più il modello è indicato per l’Italia, alla quale risolve cancellandolo un problema che non è mai stato risolto in un secolo e mezzo di storia: l’utilità, cioè l’inutilità e anzi la dannosità, della funzione pubblica. Nel consumismo lo Stato e la democrazia sono solo un servizio pubblico, come la luce e il gas: fanno osservare le leggi, a volte. Si capisce che gli italiani siano stati grati a Berlusconi di averli sollevati da questa commedia degli equivoci, limitando il loro ruolo al voto.
Ma il consumismo, poi, viaggia veloce: la soddisfazione delle insoddisfazioni va a ritmo sempre più rapido, ed è quindi condannata al disincanto, e anzi all’insofferenza, sotto forma di apatia o noia. Non potendo essere soddisfatta all’infinito, ciò non è possibile fisicamente né filosoficamente – è il problema del moto perpetuo. Così come l’antipolitica, che presto è destinata a scoprirsi vuota. Essendo improduttiva, anche delle stesse chiacchiere della tv, che non possono che finire presto ripetitive. È una forma di democrazia integrale, buona anche per gli stupidi e i violenti, ma anarcoide: incerta cioè e inaffidabile, senza più leadership possibile – i “persuasori occulti” già lo sanno, Il bisogno di novità, in sostituzione delle forme lente dell’essere, la pedagogia, la tradizione, la storia, è autodistruttivo. È un esito obbligato, senza più miracolo possibile: una umanità sazia e indifferente diventa presto paranoica. In famiglia, eh sì, e fuori. Disamorata, ostile. Ma su questo ci sarà tutto il tempo per indagare a fondo.
Problemi di base - 39
spock
Come si possono “ordinare” tre litri d’acqua al giorno? È una tortura, come può essere una terapia?
Che fine hanno fatto i libici in Unicredit? Non danno più fastidio alla Banca d’Italia?
Per chi lavora la Banca d’Italia? Perché dobbiamo mantenerla?
Il tempo ritrovato è vivo oppure morto?
I vitelli piangono?
I fatti sono più tosti delle opinioni.
Ma Gianni Letta, esiste?
Mani pulite a Milano?
Se non viene dall’Asia, da dove viene il caucasico? Dalla terra, come i vermi?
spock@antiit.eu
Come si possono “ordinare” tre litri d’acqua al giorno? È una tortura, come può essere una terapia?
Che fine hanno fatto i libici in Unicredit? Non danno più fastidio alla Banca d’Italia?
Per chi lavora la Banca d’Italia? Perché dobbiamo mantenerla?
Il tempo ritrovato è vivo oppure morto?
I vitelli piangono?
I fatti sono più tosti delle opinioni.
Ma Gianni Letta, esiste?
Mani pulite a Milano?
Se non viene dall’Asia, da dove viene il caucasico? Dalla terra, come i vermi?
spock@antiit.eu
Vite noiose orizzontali
È un’epoca di cui comunque resta “La traviata”. Ma che paghiamo caro, a costo di noiose ripetizione, quasi una pornografia. Senza piacere, e anzi con qualche moralismo – le cortigiane finivano bigotte. Una sorta di “grande Bèri” a Parigi, col tiro a quattro invece dell’aereo pronto. Raccontare queste vite vuote dev’essere costato a Scaraffia, narratore amabile dell’Ottocento francese (si veda qui il medaglione Baudelaire), si sente che sbadiglia: il libro è singolarmente afflittivo, benché in edizione rinnovata, per essere una serie di schede sulle donne di piacere. Come se avesse avviato l’opera, pentito, sugli echi dei memorialisti dell’epoca che, con prudenza, s’incanaglivano: Gautier, un Goncourt o tutt’e due, Hugo, Lizst (altro tardo bigotto), Banville, Barbey d’Aurevilly, Baudelaire, purtroppo, e naturalmente Musset e Flaubert, che si rifacevano al bordello, con Sainte-Beuve. Le propone “maestre del desiderio”, ma presto dubita di navigare tra “le avventure esaltate dei romanzetti d’epoca”. Un genere frequentato in Francia, poco da noi, e con ragione - la dotta bibliografia cita un solo testo italiano, “Donne di piacere”, di Valeria Palumbo, 2005, uno più curioso sarebbe stato “Le amanti celebri” di Corrado Simioni, 1965. La tristezza prevale. Quando si dice, infine, che Reynaldo Hahn, l'amante di Proust naturalmente divinizzato, è l'erede testato di una di loro, "Méry" Laurent, insieme con Victor Margueritte per conto del defunto Mallarmé, ne era cugino, si viene a radicare molto sublime nella letteratura faceta fin-de-siècle, nella mediocrità - il massimo è lo champagne nello scarpino.
Giuseppe Scaraffia, Cortigiane, Mondadori, pp. 238, € 9,50
Giuseppe Scaraffia, Cortigiane, Mondadori, pp. 238, € 9,50
L’Italia in macerie del Sessantotto
Le generazioni sono “successive”. Sono generate, lo dice il nome: ognuna è figlia della precedente, e in sé si qualifica con la successiva (quella che essa ha generato).
Si può quindi dire che l’Italia pena e vaga sotto la sferza del Sessantotto. La generazione del Sessantotto ha voluto di più e si è presa di più, i diritti, il privato prepotente, il lavoro fisso, la baby pensione, il posto senza il lavoro, e senza la qualifica, ma non lascia che macerie, la politica e l’opinione pubblica avendo ridotto a complotto, opera dei pupi, furbi. Anzi non lascia nulla alla sua generazione, si tiene quello che c’è e il resto non coltiva e non ripara.
Il Sessantotto è stato libero perché era figlio della ricostruzione. Un quarto quasi di secolo di crescita, e di aperture, interdisciplinare, di grippo, di speranza, di liberazione, per gli europei vecchi e nuovi. La vecchia Europa residuava, in Indocina, in Algeria, ancora in Vietnam. È stata una generazione di liberi. Che però ha impiantato una società chiusa. Faziosa, prepotente (“meno so più mi tocca”) già negli anni Settanta, carrierista e approfittatrice successivamente. Piena di sé, prevaricatoria, non solo nella convivenza civile (caso tipico l’università: tutto il malessere vi viene non più dallo Stato ma dagli accademici), ma perfino nella legge (giudici, diversità cattocomunista).
Era maligno il germe degli anni del viaggio a Chiasso? Oppure è vero che la libertà si coltiva lavorando, cioè realizzandola, e non bamboleggiandola?
Si può quindi dire che l’Italia pena e vaga sotto la sferza del Sessantotto. La generazione del Sessantotto ha voluto di più e si è presa di più, i diritti, il privato prepotente, il lavoro fisso, la baby pensione, il posto senza il lavoro, e senza la qualifica, ma non lascia che macerie, la politica e l’opinione pubblica avendo ridotto a complotto, opera dei pupi, furbi. Anzi non lascia nulla alla sua generazione, si tiene quello che c’è e il resto non coltiva e non ripara.
Il Sessantotto è stato libero perché era figlio della ricostruzione. Un quarto quasi di secolo di crescita, e di aperture, interdisciplinare, di grippo, di speranza, di liberazione, per gli europei vecchi e nuovi. La vecchia Europa residuava, in Indocina, in Algeria, ancora in Vietnam. È stata una generazione di liberi. Che però ha impiantato una società chiusa. Faziosa, prepotente (“meno so più mi tocca”) già negli anni Settanta, carrierista e approfittatrice successivamente. Piena di sé, prevaricatoria, non solo nella convivenza civile (caso tipico l’università: tutto il malessere vi viene non più dallo Stato ma dagli accademici), ma perfino nella legge (giudici, diversità cattocomunista).
Era maligno il germe degli anni del viaggio a Chiasso? Oppure è vero che la libertà si coltiva lavorando, cioè realizzandola, e non bamboleggiandola?
domenica 17 ottobre 2010
Breve storia del romanzo
Il romanzo è stato un tempo dei ricchi, tutto passioni, niente ananke. E l’amore adulterio, una storia tra lei e l’amante. Erano i tempi felici in cui l’uomo era ancora in diritto di avere un’amante, adulterina. E di tradirla. Poi lui deve cominciare a lavorare, con la Grande Guerra. L’adulterio regge, ma male. Poi deve lavorare anche lei, e col privilegio maschile finisce anche l’amore. Subentrano i com’eravamo (come avremmo voluto essere): le infanzie, le zie, i nonni.
Quello anglosassone è invece generalmente all male, come i film di guerra o d’azione, da Steele a Foster Wallace. Le donne ci sono ma stinte, in Conrad, Greene, Faulkner, Hemingway, Dos Passos, Steinbeck.
Quello anglosassone è invece generalmente all male, come i film di guerra o d’azione, da Steele a Foster Wallace. Le donne ci sono ma stinte, in Conrad, Greene, Faulkner, Hemingway, Dos Passos, Steinbeck.
Secondi pensieri - (55)
zeulig
Morte – Samuel Beckett, “Proust”, p. 36: “La morte guarirà molti uomini dal loro desiderio d’immortalità”. Non Beckett, però, né Proust, a cui Beckett addebita la conclusione. Non tutti quelli che hanno un amico o un parente. E nemmeno i solitari ignoti: ognuno lascia una traccia, sia pure un grano di polvere.
Platone – Sempre a caccia del sublime, costeggia quindi il ridicolo. Si potrebbe farne un arguto “Il comico in Platone”.
È l’antipolitico. È quindi anticreativo. Nel suo nome vanno bene le avanguardie, le élites, i numi, ma non la poesia né la grazia (le bellezza, che non si dice). Nemmeno l’aristocrazia dei modi, che nasce anch’essa dalla politica (conoscenza dei più, del popolo, del mondo), solo lo snobismo – non il dandysmo, che si radica in una sofferenza iniziale.
Possesso – Si radica nel “terribile diritto”? No, c’è un istinto di appropriazione ed esclusione, che il diritto semmai limita e indirizza. Ma con una contraddizione: tanto più si accresce e diffonde il benessere (il possesso). Meno l’istinto esclusivo e di proprietà vuole fare, e può fare, danni.
Razzismo – È l’isolamento che porta alla “purezza della razza”, questo si sa, è un fatto, ma non si vuole ammetterlo. Il razzismo tedesco è stato anzitutto il fallimento della loro orgogliosissima filosofia – è forse questo l’anello che mancava a Hannah Arendt, che si trovò davanti agli amati teutoni con in mano niente più che banalità.
La sua forza diabolica è che è a senso unico: Treviso può insultare la Panasonic-Reggio Calabria, Reggio non può insultare la Benetton-Treviso. Un africano non può fare la morale a un britannico.
Però gli ebrei, che si avviano a essere la sola razza pura, e anzi “una razza uno Stato”, potrebbero un giorno dire dei tedeschi che sono mezzisangue, come infatti lo sono.
Semiotica - È scienza realistica. Di un linguaggio che c’è, e anche tosto.
Sport – L’attrazione delle cronache di sport, di qualsiasi sport, anche quelli che non si sono mai praticati, e perfino quelli di cui non si conoscono le regole, in qualsiasi lingua, arabo compreso, o giapponese. Stimola il ritmo: invitante, promettente, costruttivo. È l’unico agonismo che ci è rimasto, a noi della civiltà urbana. Un antidepressivo. Lo sport è gara senza astio, non ultimativa, finita una se ne farà un’altra, e senza stanchezza, se non nel senso igienico dell’eliminazione delle tossine.
Si può riportare il gusto italiano (e ellenico, iberico, francese) per lo sport chiacchierato, come per tutte le chiacchiere, di sport e di politica, sociologia, storia, eccetera, alla tradizione urbana? La città è il luogo dell’Ersatz.
Il ruolo delle regole. Lo sport è agonismo disciplinato. Si sbatte contro l’avversario e anche, costantemente, contro le regole. Regole imposta ma anche accettate, anzi volute.
Storia – Soprattutto è inutile.
È un mattone messo sopra. Sotto il quale non germogliano erba o radici ma vermi, tortuosi, informi.
Non ha senso, non può averne. Mettendo nel conto la protostoria e la preistoria qualcosa forse dice. Ma la storia ha cinquemila anni, forse ottomila: un punto, senza un’evoluzione. E senza un mutamento, un raffronto, come può significare qualcosa? Storie sì, tante. Allora: la storia è fatta di storie. Interessa poco i destini umani. Il Novecento, che si pensa abbia rivoluzionato il mondo, è in realtà un cumulo di macerie, cioè non è niente.
Il mistero incombe perché la storia difetta. Sul mutamento prevale la conservazione. E che cosa conserva? La paura e il disgusto.
È il tempo, si sa. Non maestro di verità quindi, ma esposizione, fiera, teatro. Serve, se serve, a fare sognare. Ma non ce n’è nemmeno materia, né il tempo, non essendoci passato. La storia è un infinitesimo della molto più grande fiera dell’universo.
Il tempo è statico, il tempo umano – mentale e della specie. A meno di non ricorrere ai miti, ai genesi, ai big-bang, siamo sempre gli stessi: Dante, Origene, Platone e Pitagora, il Libro dei Morti, il Libro dei Veda, e qualcosa di analogo che ci sarà in Cina.
Umanità – Viene dal semplice, o dal complesso? Certamente cresce nei numeri. Ma si semplifica sempre più: nelle tradizioni, nelle cosmogonie(rappresentazioni, filosofie), nei somatismi, nei linguaggi. È sempre più omogenea, ripetitiva.
Se l’uomo viene dal complesso, è impossibile che abbia parentele con Adamo. Se per Adamo s’intende la prima creatura, o l’unica, di Dio. È nato da se stesso, da forme semrpe più complesse di vita, minerali, vegetali, animali.
Al più Dio, nella sua solitudine, ne avrà benedetto (e utilizzato anche, perché no, in questo gigantesco teatro che è la vita, la terra) la trasformazione. La vita, la vita umana, riflessiva, potrebbe essere per Dio un immenso (infinito per Dio stesso, dal punto di vista probabilistico, perché indeterminato) campo di esercitazione. Non necessariamente benevolo. In se stesso anzi malevolo: agnostico, e quindi cinico.
Wittgenstein – “Osservazioni”, “note”, “ricerche”: le sue elaborate opere si presentano sempre diinutive. Ciò risponde all’obiettivo del filosofo di “aprire” le forme della conoscenza. Ma da dove nasce tanto desiderio di auto cancellazione – fortissimo: aliena i propri beni, cancella la famiglia, vive e lavora all’estero, pur non apprezzando Cambridge, e neppure l’inglese? Accompagnato peraltro a un egotismo forsennato, persino violento. È la natura francescana – anche san Francesco sfuggì alla sua accorata fiducia in Dio. È il dilemma della santità francescana.
Certe cose si mostrano, ma non possono essere dette.
Il problema della logica nasce dal fatto che, da ancillare, è stata promossa a reale. Ma il reale distrugge a ogni passo questa sua realtà.
Un’altra causa del problema è la riduzione delle cose al linguaggio: niente esiste se non è detto. Che è vero in alcune realtà (letteratura, storia) ma non sempre. Chi scrive lo sa: un tramonto, un arcobaleno, una fisionomia, si possono dire in mille modi, che sono tutti costitutivi della realtà e di una logica, ma di logiche diverse. Anzi, il linguaggio è (è bello) per questo: perché è libero e creativo, anche di realtà-irrealtà.
Le idee, certo, “non sono immacolate concezioni” (Nietzsche). Ma la loro logica è interna. È la dipendenza (origine, evoluzione, significati – delle parole) che è esterna.
Wittgenstein soprattutto opera, come altri viennesi eccellenti del suo tempo (Hofmannstahl, Kafka, Kraus), di prima e dopo la guerra, contro l’insignificanza del linguaggio che si nega, vuole porre un argine. Non del linguaggio in sé, che al contrario può avere una vis fortissima, ma del suo impoverimento, attraverso la menzogna, l’ipocrisia, la viltà, l’ideologia, la scienza. Un’impotenza storica del linguaggio.
zeulig@antiit.eu
Morte – Samuel Beckett, “Proust”, p. 36: “La morte guarirà molti uomini dal loro desiderio d’immortalità”. Non Beckett, però, né Proust, a cui Beckett addebita la conclusione. Non tutti quelli che hanno un amico o un parente. E nemmeno i solitari ignoti: ognuno lascia una traccia, sia pure un grano di polvere.
Platone – Sempre a caccia del sublime, costeggia quindi il ridicolo. Si potrebbe farne un arguto “Il comico in Platone”.
È l’antipolitico. È quindi anticreativo. Nel suo nome vanno bene le avanguardie, le élites, i numi, ma non la poesia né la grazia (le bellezza, che non si dice). Nemmeno l’aristocrazia dei modi, che nasce anch’essa dalla politica (conoscenza dei più, del popolo, del mondo), solo lo snobismo – non il dandysmo, che si radica in una sofferenza iniziale.
Possesso – Si radica nel “terribile diritto”? No, c’è un istinto di appropriazione ed esclusione, che il diritto semmai limita e indirizza. Ma con una contraddizione: tanto più si accresce e diffonde il benessere (il possesso). Meno l’istinto esclusivo e di proprietà vuole fare, e può fare, danni.
Razzismo – È l’isolamento che porta alla “purezza della razza”, questo si sa, è un fatto, ma non si vuole ammetterlo. Il razzismo tedesco è stato anzitutto il fallimento della loro orgogliosissima filosofia – è forse questo l’anello che mancava a Hannah Arendt, che si trovò davanti agli amati teutoni con in mano niente più che banalità.
La sua forza diabolica è che è a senso unico: Treviso può insultare la Panasonic-Reggio Calabria, Reggio non può insultare la Benetton-Treviso. Un africano non può fare la morale a un britannico.
Però gli ebrei, che si avviano a essere la sola razza pura, e anzi “una razza uno Stato”, potrebbero un giorno dire dei tedeschi che sono mezzisangue, come infatti lo sono.
Semiotica - È scienza realistica. Di un linguaggio che c’è, e anche tosto.
Sport – L’attrazione delle cronache di sport, di qualsiasi sport, anche quelli che non si sono mai praticati, e perfino quelli di cui non si conoscono le regole, in qualsiasi lingua, arabo compreso, o giapponese. Stimola il ritmo: invitante, promettente, costruttivo. È l’unico agonismo che ci è rimasto, a noi della civiltà urbana. Un antidepressivo. Lo sport è gara senza astio, non ultimativa, finita una se ne farà un’altra, e senza stanchezza, se non nel senso igienico dell’eliminazione delle tossine.
Si può riportare il gusto italiano (e ellenico, iberico, francese) per lo sport chiacchierato, come per tutte le chiacchiere, di sport e di politica, sociologia, storia, eccetera, alla tradizione urbana? La città è il luogo dell’Ersatz.
Il ruolo delle regole. Lo sport è agonismo disciplinato. Si sbatte contro l’avversario e anche, costantemente, contro le regole. Regole imposta ma anche accettate, anzi volute.
Storia – Soprattutto è inutile.
È un mattone messo sopra. Sotto il quale non germogliano erba o radici ma vermi, tortuosi, informi.
Non ha senso, non può averne. Mettendo nel conto la protostoria e la preistoria qualcosa forse dice. Ma la storia ha cinquemila anni, forse ottomila: un punto, senza un’evoluzione. E senza un mutamento, un raffronto, come può significare qualcosa? Storie sì, tante. Allora: la storia è fatta di storie. Interessa poco i destini umani. Il Novecento, che si pensa abbia rivoluzionato il mondo, è in realtà un cumulo di macerie, cioè non è niente.
Il mistero incombe perché la storia difetta. Sul mutamento prevale la conservazione. E che cosa conserva? La paura e il disgusto.
È il tempo, si sa. Non maestro di verità quindi, ma esposizione, fiera, teatro. Serve, se serve, a fare sognare. Ma non ce n’è nemmeno materia, né il tempo, non essendoci passato. La storia è un infinitesimo della molto più grande fiera dell’universo.
Il tempo è statico, il tempo umano – mentale e della specie. A meno di non ricorrere ai miti, ai genesi, ai big-bang, siamo sempre gli stessi: Dante, Origene, Platone e Pitagora, il Libro dei Morti, il Libro dei Veda, e qualcosa di analogo che ci sarà in Cina.
Umanità – Viene dal semplice, o dal complesso? Certamente cresce nei numeri. Ma si semplifica sempre più: nelle tradizioni, nelle cosmogonie(rappresentazioni, filosofie), nei somatismi, nei linguaggi. È sempre più omogenea, ripetitiva.
Se l’uomo viene dal complesso, è impossibile che abbia parentele con Adamo. Se per Adamo s’intende la prima creatura, o l’unica, di Dio. È nato da se stesso, da forme semrpe più complesse di vita, minerali, vegetali, animali.
Al più Dio, nella sua solitudine, ne avrà benedetto (e utilizzato anche, perché no, in questo gigantesco teatro che è la vita, la terra) la trasformazione. La vita, la vita umana, riflessiva, potrebbe essere per Dio un immenso (infinito per Dio stesso, dal punto di vista probabilistico, perché indeterminato) campo di esercitazione. Non necessariamente benevolo. In se stesso anzi malevolo: agnostico, e quindi cinico.
Wittgenstein – “Osservazioni”, “note”, “ricerche”: le sue elaborate opere si presentano sempre diinutive. Ciò risponde all’obiettivo del filosofo di “aprire” le forme della conoscenza. Ma da dove nasce tanto desiderio di auto cancellazione – fortissimo: aliena i propri beni, cancella la famiglia, vive e lavora all’estero, pur non apprezzando Cambridge, e neppure l’inglese? Accompagnato peraltro a un egotismo forsennato, persino violento. È la natura francescana – anche san Francesco sfuggì alla sua accorata fiducia in Dio. È il dilemma della santità francescana.
Certe cose si mostrano, ma non possono essere dette.
Il problema della logica nasce dal fatto che, da ancillare, è stata promossa a reale. Ma il reale distrugge a ogni passo questa sua realtà.
Un’altra causa del problema è la riduzione delle cose al linguaggio: niente esiste se non è detto. Che è vero in alcune realtà (letteratura, storia) ma non sempre. Chi scrive lo sa: un tramonto, un arcobaleno, una fisionomia, si possono dire in mille modi, che sono tutti costitutivi della realtà e di una logica, ma di logiche diverse. Anzi, il linguaggio è (è bello) per questo: perché è libero e creativo, anche di realtà-irrealtà.
Le idee, certo, “non sono immacolate concezioni” (Nietzsche). Ma la loro logica è interna. È la dipendenza (origine, evoluzione, significati – delle parole) che è esterna.
Wittgenstein soprattutto opera, come altri viennesi eccellenti del suo tempo (Hofmannstahl, Kafka, Kraus), di prima e dopo la guerra, contro l’insignificanza del linguaggio che si nega, vuole porre un argine. Non del linguaggio in sé, che al contrario può avere una vis fortissima, ma del suo impoverimento, attraverso la menzogna, l’ipocrisia, la viltà, l’ideologia, la scienza. Un’impotenza storica del linguaggio.
zeulig@antiit.eu
sabato 16 ottobre 2010
L'adulterio all'epoca del lavoro, di lui
L’amore continua a essere una storia tra lei e l’amante, l’adulterio. Dei tempi felici in cui l’uomo era ancora in diritto di avere un’amante, adulterina. E di tradirla. Ma poi lui deve lavorare, e la storia finisce male. D’altra parte l’autrice aveva solo 23 anni, e due lingue diverse con cui confrontarsi. Benché già con tre vite dietro.
Irène Némirovsky all’esordio non è ancora turbata dall’esilio. Né dalla cittadinanza negata. Ma ha già il complesso dell’ebraismo.
Irène Némirovsky, Il malinteso, Adelphi, pp.190, € 12
Irène Némirovsky all’esordio non è ancora turbata dall’esilio. Né dalla cittadinanza negata. Ma ha già il complesso dell’ebraismo.
Irène Némirovsky, Il malinteso, Adelphi, pp.190, € 12
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (71)
Giuseppe Leuzzi
Pasquale Villari due delle sue “Lettere meridionali” seconda serie, al direttore dell’”Opinione” di Firenze Alessandro Dina, intitola nel 1875 “La camorra” e “La mafia”. La prima è insuperata ancora oggi. Lo storico napoletano pone l’origine della camorra nell’abolizione del feudalesimo e nell’unificazione dell’Italia. Nell’uso spregiudicato dei camorristi come gestori dell’ordine e del commercio da parte di Liborio Romano, il ministro borbonico dell’Interno passato con Garibaldi, e dei nuovi amministratori. E nell’abbandono a se stessa della plebe da parte dello stato unitario. Mentre in antico la Corte, le grandi famiglie e i conventi davano di che vivere alle masse. C’era un equilibrio, seppure non produttivo. “Un primo colpo” questo equilibrio “lo ebbe dall’abolizione del feudalismo. Le grandi fortune si divisero, incominciò la piccola proprietà, e, per le mutate leggi, una serie di interminabili litigi innanzi ai tribunali. Molto se ne avvantaggiarono il ceto degli avvocati e la borghesia; ma la plebe si trovò come abbandonata, perché le scemate fortune non potevano facilmente aiutarla, e le nuove industrie non sorgevano”. Più tardi Villari osserva: “La legge suppone che il camorrista non faccia altro che guadagnare indebitamente sul lavoro altrui. Invece esso minaccia e intimidisce, e sempre per solo guadagno; impone tasse; prende l’altrui senza pagare; ma ancora impone ad altri il commettere delitti, ne commette egli stesso, obbligando altri a dichiararsene colpevole; protegge i colpevoli contro la giustizia… L’organizzazione più perfetta della camorra trovasi nelle carceri, dove il camorrista regna. E così, spesso si crede di punirlo, quando gli si dà solo il modo di continuare meglio la sua opera”.
Della mafia molto c’è di nuovo. Ma sulle origini è Villari ancora il migliore interprete: la mafia fa capo ai paesi vicini a Palermo, segnalava nel 1875, ai Monreale e Partinico, e cioè alla Conca d’Oro e al il Golfo di Castellammare, dove non esiste grande proprietà, e la piccola proprietà è dominante. La piccola proprietà che recinge la città, chiusa tra le sue grandi famiglie, domina il paese, in accordo con gabelloti, campieri e commercianti di grano, con l’usura e la violenza. La mafia nasce nella Sicilia orientale “dalle condizioni speciali della sua agricoltura”.
La mafia e il brigantaggio sono la conseguenza di una crisi sociale acuta: è tesi della Destra liberale, anticipata da Pasquale Villari in una delle sue “Lettere meridionali” del 1875, prima che della sinistra.
“L’unità d’Italia è stata per il Mezzogiorno un disastro”: Gaetano Salvemini.
Il magistrato scrittore De Cataldo pubblica un romanzo sui traditori del Risorgimento, e nell’occasione dice a “Repubblica”, a Curzio Maltese: “(Quello con le mafie) è il patto fondante di ogni potere. Il Sud e la Sicilia in particolare sono il laboratorio del compromesso, ieri come oggi e, tempo, domani”. Prima aveva detto, a proposito del terrorismo: “Nell’attentato bombarolo di orsini a Napoleone III, che non uccise il tiranno ma provocò otto morti e centoquaranta feriti, Mazzini non c’entra nulla. Si sospetta invece che c’entrasse molto il futuro presidente del consiglio Grancesco Crispi e si sa che Cavour diede soldi a Orsini e al suo gruppo”.
“Su una tratta di quell’enorme cantiere (la Salerno-Reggio Calabria, n.d.r.) ci sono stati 120 attentati”, denuncia il ministro dell’Economia Tremonti. Non ci sono i carabinieri?
L'odio-di-sé-meridionale
Verga prima di Corrado Alvaro: l’ideologia di vinti ha disfatto il Sud, se ancora ce n’era uno. Non c’è più pathos se non vittimista. Ciò tara la gioia, e quindi la gioia di essere, di fare: il riscatto.
Dei greci della Calabria e in Terra d’Otranto, “dove si parla un dialetto, ch’è assolutamente greco”, parla lo storico Pasquale Villari in una delle sue “Lettere meridionali” nel 1861. Ma giusto perché i tedeschi ne parlano: “Il Niebuhr aveva già notato questo fatto; più tardi qualcuno dei nostri canti popolari greci fu pubblicato in Germania; e vi furono anche dei dotti i quali pretesero sostenere che quello era greco antico”. Dotti anch’essi tedeschi, questa storia non riguarda l’Italia.
Da Pasquale Villari a Rosario Romeo il Sud scompare dalla storia d’Italia. A opera soprattutto degli storici meridionali. Un’appendice, purulenta.
Alvaro è ben più dell’odio-di-sé meridionale. È lo scrittore più cosmopolita del Novecento dopo Pirandello. Cosmopolita in senso proprio, non per carrierismo culturale alla D’Annunzio, Malaparte, Calvino. E perciò poco amato: la critica, anche accademica, è singolarmente provinciale.
Il cosmopolitismo non è di per sé patente di buona scrittura. Ma è comunque un motivo d’interesse in più. Che però non ha rilievo critico, a petto dei provincialismi: regionali, dialettali, familiari, generazionali. Tutti asfittici, domestici, chiusi. Anche da parte dei cultori di Proust e dell’espressionismo tedesco.
Sicilia
Terra di vulcani e terremoti. Di magnetismo forte.
Non è mai verità. Perfino Sciascia ha vaste riserve mentali.
Sciascia è manzoniano, quindi antimeridionalista: è narratore raziocinante, costruito. Come Manzoni, è il problema del potere che lo agita, non la violenza, o la bellezza, l’amore, la natura, la morte.
Dunque il governo Lombardo ter o quater in Sicilia esiste. Che sembrerebbe impossibile e perfino inimmaginabile, eppure è stato votato. Un governo Milazzo in formato minimo, con un ex Dc poi berlusconiano screditato, incapace di una sola iniziativa di governo in due anni, indagato per mafia con qualche fondamento, che mette insieme gli scarti di quattro partitini e si fa un suo personale governicchio. I voti li porta il partito Democratico. La voglia di dissoluzione in Sicilia e al Sud degli ex comunisti non ha confini.
L'onorevole Briguglio, che segue il fondatore Fini fin dal vecchio neo fascismo, saluta incisivo il Lombardo Ter, o Quater: "La terra di Sicilia può essere il granaio di Futuro e Libertà". Lo stile, quello, non muta: è sempre quadrato, incisivo. I democratici dovranno andare a scuola di (neo?) retorica.
Cosa manca? La costanza. Fare le marmellate per un secolo e mezzo, come gli inglesi, con gli agrumi della Sicilia. Un impero Sunsweet, costruito in California sulla prugna secca, è impensabile al Sud – è faticoso già pensarci.
leuzzi@antiit.eu
Pasquale Villari due delle sue “Lettere meridionali” seconda serie, al direttore dell’”Opinione” di Firenze Alessandro Dina, intitola nel 1875 “La camorra” e “La mafia”. La prima è insuperata ancora oggi. Lo storico napoletano pone l’origine della camorra nell’abolizione del feudalesimo e nell’unificazione dell’Italia. Nell’uso spregiudicato dei camorristi come gestori dell’ordine e del commercio da parte di Liborio Romano, il ministro borbonico dell’Interno passato con Garibaldi, e dei nuovi amministratori. E nell’abbandono a se stessa della plebe da parte dello stato unitario. Mentre in antico la Corte, le grandi famiglie e i conventi davano di che vivere alle masse. C’era un equilibrio, seppure non produttivo. “Un primo colpo” questo equilibrio “lo ebbe dall’abolizione del feudalismo. Le grandi fortune si divisero, incominciò la piccola proprietà, e, per le mutate leggi, una serie di interminabili litigi innanzi ai tribunali. Molto se ne avvantaggiarono il ceto degli avvocati e la borghesia; ma la plebe si trovò come abbandonata, perché le scemate fortune non potevano facilmente aiutarla, e le nuove industrie non sorgevano”. Più tardi Villari osserva: “La legge suppone che il camorrista non faccia altro che guadagnare indebitamente sul lavoro altrui. Invece esso minaccia e intimidisce, e sempre per solo guadagno; impone tasse; prende l’altrui senza pagare; ma ancora impone ad altri il commettere delitti, ne commette egli stesso, obbligando altri a dichiararsene colpevole; protegge i colpevoli contro la giustizia… L’organizzazione più perfetta della camorra trovasi nelle carceri, dove il camorrista regna. E così, spesso si crede di punirlo, quando gli si dà solo il modo di continuare meglio la sua opera”.
Della mafia molto c’è di nuovo. Ma sulle origini è Villari ancora il migliore interprete: la mafia fa capo ai paesi vicini a Palermo, segnalava nel 1875, ai Monreale e Partinico, e cioè alla Conca d’Oro e al il Golfo di Castellammare, dove non esiste grande proprietà, e la piccola proprietà è dominante. La piccola proprietà che recinge la città, chiusa tra le sue grandi famiglie, domina il paese, in accordo con gabelloti, campieri e commercianti di grano, con l’usura e la violenza. La mafia nasce nella Sicilia orientale “dalle condizioni speciali della sua agricoltura”.
La mafia e il brigantaggio sono la conseguenza di una crisi sociale acuta: è tesi della Destra liberale, anticipata da Pasquale Villari in una delle sue “Lettere meridionali” del 1875, prima che della sinistra.
“L’unità d’Italia è stata per il Mezzogiorno un disastro”: Gaetano Salvemini.
Il magistrato scrittore De Cataldo pubblica un romanzo sui traditori del Risorgimento, e nell’occasione dice a “Repubblica”, a Curzio Maltese: “(Quello con le mafie) è il patto fondante di ogni potere. Il Sud e la Sicilia in particolare sono il laboratorio del compromesso, ieri come oggi e, tempo, domani”. Prima aveva detto, a proposito del terrorismo: “Nell’attentato bombarolo di orsini a Napoleone III, che non uccise il tiranno ma provocò otto morti e centoquaranta feriti, Mazzini non c’entra nulla. Si sospetta invece che c’entrasse molto il futuro presidente del consiglio Grancesco Crispi e si sa che Cavour diede soldi a Orsini e al suo gruppo”.
“Su una tratta di quell’enorme cantiere (la Salerno-Reggio Calabria, n.d.r.) ci sono stati 120 attentati”, denuncia il ministro dell’Economia Tremonti. Non ci sono i carabinieri?
L'odio-di-sé-meridionale
Verga prima di Corrado Alvaro: l’ideologia di vinti ha disfatto il Sud, se ancora ce n’era uno. Non c’è più pathos se non vittimista. Ciò tara la gioia, e quindi la gioia di essere, di fare: il riscatto.
Dei greci della Calabria e in Terra d’Otranto, “dove si parla un dialetto, ch’è assolutamente greco”, parla lo storico Pasquale Villari in una delle sue “Lettere meridionali” nel 1861. Ma giusto perché i tedeschi ne parlano: “Il Niebuhr aveva già notato questo fatto; più tardi qualcuno dei nostri canti popolari greci fu pubblicato in Germania; e vi furono anche dei dotti i quali pretesero sostenere che quello era greco antico”. Dotti anch’essi tedeschi, questa storia non riguarda l’Italia.
Da Pasquale Villari a Rosario Romeo il Sud scompare dalla storia d’Italia. A opera soprattutto degli storici meridionali. Un’appendice, purulenta.
Alvaro è ben più dell’odio-di-sé meridionale. È lo scrittore più cosmopolita del Novecento dopo Pirandello. Cosmopolita in senso proprio, non per carrierismo culturale alla D’Annunzio, Malaparte, Calvino. E perciò poco amato: la critica, anche accademica, è singolarmente provinciale.
Il cosmopolitismo non è di per sé patente di buona scrittura. Ma è comunque un motivo d’interesse in più. Che però non ha rilievo critico, a petto dei provincialismi: regionali, dialettali, familiari, generazionali. Tutti asfittici, domestici, chiusi. Anche da parte dei cultori di Proust e dell’espressionismo tedesco.
Sicilia
Terra di vulcani e terremoti. Di magnetismo forte.
Non è mai verità. Perfino Sciascia ha vaste riserve mentali.
Sciascia è manzoniano, quindi antimeridionalista: è narratore raziocinante, costruito. Come Manzoni, è il problema del potere che lo agita, non la violenza, o la bellezza, l’amore, la natura, la morte.
Dunque il governo Lombardo ter o quater in Sicilia esiste. Che sembrerebbe impossibile e perfino inimmaginabile, eppure è stato votato. Un governo Milazzo in formato minimo, con un ex Dc poi berlusconiano screditato, incapace di una sola iniziativa di governo in due anni, indagato per mafia con qualche fondamento, che mette insieme gli scarti di quattro partitini e si fa un suo personale governicchio. I voti li porta il partito Democratico. La voglia di dissoluzione in Sicilia e al Sud degli ex comunisti non ha confini.
L'onorevole Briguglio, che segue il fondatore Fini fin dal vecchio neo fascismo, saluta incisivo il Lombardo Ter, o Quater: "La terra di Sicilia può essere il granaio di Futuro e Libertà". Lo stile, quello, non muta: è sempre quadrato, incisivo. I democratici dovranno andare a scuola di (neo?) retorica.
Cosa manca? La costanza. Fare le marmellate per un secolo e mezzo, come gli inglesi, con gli agrumi della Sicilia. Un impero Sunsweet, costruito in California sulla prugna secca, è impensabile al Sud – è faticoso già pensarci.
leuzzi@antiit.eu
venerdì 15 ottobre 2010
Fuoco amico sul Pd e sindrome De Martino
La chiamano, suona elegante, scalata. Ma la scena è quella di un banchetto arabo, dove l’agnello è rosolato a fuoco lento, e i convitati ne spiluzzicano brandello dopo brandello, con dita gentili, che non si vorrebbero unte. La vittima di questo non innocuo banchetto è il partito Democratico. Che in termini bellici contemporanei si direbbe vittima del fuoco amico, ma non per caso né per errore, per calcolo. Tre leader divorati in un anno, Veltroni, Franceschini e Bersani. Senza contare l’autoescluso Prodi e il Dalemone. In attesa del papa straniero, il federatore, che dovrebbe essere Fini… Ogni proposta politica, mozione, iniziativa di base o parlamentare, soffocata subito nell’insignificanza. Il gioco delle autocandidature moltiplicato a subitanei picchi di ridicolo. A opera di tutti i giornali sostenitori, che è come dire, senza ingiuria per gli esimi commentatori, dei loro padroni.
“Il Pd non ha appeal (stavo per scrivere “sex appeal”)”, Scalfari su “Repubblica”. Bersani “potrebbe essere un eccellente ministro, non è un convincente capo dell’opposizione”, Michele Serra su “Repubblica”. “Il Pd è oggi un partito senza identità. Alla mercé degli incursori esterni, da Di Pietro a Vendola”, Panebianco sul “Corriere della sera”. I più feroci antiberlusconiani, il gruppo De Benedetti, il gruppo Rcs, i conduttori della Rai, di Sky, della 7, non lasciano passare giorno senza strappare un pezzo a questo Pd. Che statisticamente è impossibile che non combini nulla di buono.
Sono attacchi giornalistici. Ma il Pd non è altro che l’opinione di questi giornali. È l’altro aspetto del problema della sinistra inconsistente – un vero partito in qualche modo si farebbe rispettare. La sindrome è quella dei socialisti di De Martino, che si consideravano i migliori, avevano buona stampa, e a ogni elezione si riducevano. Fino a considerarsi essi stessi un partito d’opinione, soddisfatti di avere qualche articolo gratificante sui giornali dei padroni. Fu su questo vuoto che emerse Craxi. Della stessa sindrome soffre il Pd. Che si accontenta delle comparsate ai talk show dei tanti conduttori amici, e delle interviste di comodo. E finge di non vederne l’opera di dissoluzione.
“Il Pd non ha appeal (stavo per scrivere “sex appeal”)”, Scalfari su “Repubblica”. Bersani “potrebbe essere un eccellente ministro, non è un convincente capo dell’opposizione”, Michele Serra su “Repubblica”. “Il Pd è oggi un partito senza identità. Alla mercé degli incursori esterni, da Di Pietro a Vendola”, Panebianco sul “Corriere della sera”. I più feroci antiberlusconiani, il gruppo De Benedetti, il gruppo Rcs, i conduttori della Rai, di Sky, della 7, non lasciano passare giorno senza strappare un pezzo a questo Pd. Che statisticamente è impossibile che non combini nulla di buono.
Sono attacchi giornalistici. Ma il Pd non è altro che l’opinione di questi giornali. È l’altro aspetto del problema della sinistra inconsistente – un vero partito in qualche modo si farebbe rispettare. La sindrome è quella dei socialisti di De Martino, che si consideravano i migliori, avevano buona stampa, e a ogni elezione si riducevano. Fino a considerarsi essi stessi un partito d’opinione, soddisfatti di avere qualche articolo gratificante sui giornali dei padroni. Fu su questo vuoto che emerse Craxi. Della stessa sindrome soffre il Pd. Che si accontenta delle comparsate ai talk show dei tanti conduttori amici, e delle interviste di comodo. E finge di non vederne l’opera di dissoluzione.
Proust come Gozzano, nel deserto dei sentimenti
Nel 1930, a 24 anni, mentre studia filosofia all’École Normale Supérieure, compagno di corso di Sartre e Aron, l’italianista Beckett, che sa tutto da Dante fino a De Sanctis e D’Annunzio, dà una lettura maestra di Giotto e Giorgione (il “Concerto” e la “Tempesta”), e traduce in inglese Montale e Comisso, scrive su Proust il saggio forse più interessante, certo il più solido, ancora dopo ottant’anni. Specie sul tema della memoria: La “Ricerca” è “un monumento alla gloria della memoria involontaria”, la memoria involontaria ne è il leitmotiv. Ma in una celebrazione ambigua, giocata di fatto sull’ironia.
È una sorta di animismo che Proust pratica, di totemizzazione (Beckett lo dice un féticheur): “La sorgente, l’origine di questo “atto sacro”, gli ingredienti della comunione sono forniti dal mondo tangibile e grazie a un lampo di percezione immediata e fortuita. Il procedimento attiene quasi a un animismo intellettualizzato”. Dopodiché ritiene di poter fare “la lista dei feticci”, gli oggetti che scatenano la memoria: la madeleine naturalmente, le campane di Martinville, gli odori dei gabinetti agli Champs-Elysées, i tre alberi di Balbec, il cespuglio di biancospino presso Balbec, mentre si abbassa per sbottonare gli stivaletti, il pavé nel cortile dei Guermantes, il rumore di un cucchiaio contro il piatto, mentre si asciuga la bocca con una salvietta, il rumore di una tubazione d’acqua, “François le Champi” di George Sand. Una lista che, senza le rime, richiama Gozzano, lievemente al di qua dei baci Perugina: il potere evocativo ha un orizzonte crepuscolare. Come di chi guardasse a occhi bassi, benché immodesti, golosi.
Il tutto confluisce alle “intermittenze del cuore”, di cui in “Sodoma e Gomorra”, anch’esse molto crepuscolari. Col gusto cabalistico di scartare in continuazione, cioè a folle. Nel deserto dei sentimenti. Albertine, il personaggio più indagato, “non è un essere, è una nozione”. E questo è il tratto distintivo: non c’è l’amore in Proust. Anzi ne è escluso: “L’amore più esclusivo per una persona è sempre l’amore di un’altra cosa” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Oppure (“La prigioniera”, II). “Non si ama che ciò che non si possiede tutto intero”. Che, cabalisticamente e non, non succede mai – che vuol dire “possedere tutto intiero”? E dunque siamo condannati all’amore…E ancora (“Albertine scomparsa”): “Si desidera essere compresi perché si desidera essere amati, e si desidera essere amati perché si ama. La comprensione degli altri è indifferente, e il loro amore importuno”.
Peggio ancora per l’amicizia. Che origina in Proust, secondo Beckett, nella vigliaccheria: “L’amicizia non è soltanto priva di virtù come la conversazione, essa è per di più funesta” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Nei “Guermantes” l’amicizia è situata tra la fatica e la noia. Ma trova Proust in quello che sarà il nucleo di Sartre tredici anni dopo, “L’essere e il nulla”: “Sono condannato a vivere sempre al di là della mia esistenza, al di là dei moventi e dei motivi del mio atto”. Che però era già Bergson, certo.
Samuel Beckett, Proust
È una sorta di animismo che Proust pratica, di totemizzazione (Beckett lo dice un féticheur): “La sorgente, l’origine di questo “atto sacro”, gli ingredienti della comunione sono forniti dal mondo tangibile e grazie a un lampo di percezione immediata e fortuita. Il procedimento attiene quasi a un animismo intellettualizzato”. Dopodiché ritiene di poter fare “la lista dei feticci”, gli oggetti che scatenano la memoria: la madeleine naturalmente, le campane di Martinville, gli odori dei gabinetti agli Champs-Elysées, i tre alberi di Balbec, il cespuglio di biancospino presso Balbec, mentre si abbassa per sbottonare gli stivaletti, il pavé nel cortile dei Guermantes, il rumore di un cucchiaio contro il piatto, mentre si asciuga la bocca con una salvietta, il rumore di una tubazione d’acqua, “François le Champi” di George Sand. Una lista che, senza le rime, richiama Gozzano, lievemente al di qua dei baci Perugina: il potere evocativo ha un orizzonte crepuscolare. Come di chi guardasse a occhi bassi, benché immodesti, golosi.
Il tutto confluisce alle “intermittenze del cuore”, di cui in “Sodoma e Gomorra”, anch’esse molto crepuscolari. Col gusto cabalistico di scartare in continuazione, cioè a folle. Nel deserto dei sentimenti. Albertine, il personaggio più indagato, “non è un essere, è una nozione”. E questo è il tratto distintivo: non c’è l’amore in Proust. Anzi ne è escluso: “L’amore più esclusivo per una persona è sempre l’amore di un’altra cosa” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Oppure (“La prigioniera”, II). “Non si ama che ciò che non si possiede tutto intero”. Che, cabalisticamente e non, non succede mai – che vuol dire “possedere tutto intiero”? E dunque siamo condannati all’amore…E ancora (“Albertine scomparsa”): “Si desidera essere compresi perché si desidera essere amati, e si desidera essere amati perché si ama. La comprensione degli altri è indifferente, e il loro amore importuno”.
Peggio ancora per l’amicizia. Che origina in Proust, secondo Beckett, nella vigliaccheria: “L’amicizia non è soltanto priva di virtù come la conversazione, essa è per di più funesta” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Nei “Guermantes” l’amicizia è situata tra la fatica e la noia. Ma trova Proust in quello che sarà il nucleo di Sartre tredici anni dopo, “L’essere e il nulla”: “Sono condannato a vivere sempre al di là della mia esistenza, al di là dei moventi e dei motivi del mio atto”. Che però era già Bergson, certo.
Samuel Beckett, Proust
giovedì 14 ottobre 2010
Non governare, a colpi di riforme
L’università? L’unica speranza a questo punto, prima che le università chiudano, è che si faccia la legge. Una qualsiasi legge. E di questa legge si facciano i decreti attuativi prima che cada il governo. Non si pretendeva da Berlusconi che si occupasse dell’università. Che ha perciò confidato a due signore - e che non gli rompano le scatole, come suole dire in privato. Le due signore magari qualcosa avrebbero voluto farlo, per orgoglio, ma sono politicamente zero. Si addobbano quindi di progetti di riforma, il cui solo esito è di bloccare l’esistente, aggravando i problemi. Che per l’Università sono a questo punto di tre ordini, e insolubili: di risorse finanziarie, di didattica, e di ricerca. L’università di oggi sembra la media obbligatoria agli esordi, imbottita di supplenti: la sola differenza è che i supplenti venivano pagati come insegnanti, mentre i dottori in cattedra non sono pagati, e non accumulano punti per la carriera.
Letizia Moratti ha contingentato i ricercatori, pretendendo che non superassero i cinque anni di attività , ma ha fatto una legge che impedisce qualsiasi concorso. In questi dieci anni l’insegnamento universitario è stato svolto da cultori della materia, non necessariamente col dottorato. Un esito talmente assurdo che dirla incapacità è poco. Razionalizzando, bisognerebbe pensare le due ministre impegnate in realtà a scardinare l’università pubblica, e reintrodurre la selezione sociale attraverso le università private, dove si compra e si paga quello che si consuma. Può essere: è il loro mondo sociale è quello, la dignità è privata. La tecnocrate Moratti si è peraltro distinta nello scioglimento del più ricco e meglio governato centro di ricerca, l’Istituto Nazionale di fisica della Materia, gestito da troppo “comunisti”, dentro il vecchio Cnr della vecchia guardia Dc, compreso il presidente Maiani. Ma, poi, si vede Maria Stella Gelmini bloccare l’unico concorso che in dieci anni le università avevano approntato perché fulminata da un articolo di Giavazzi sul “Corriere della sera” che propone un nuovo modo di costituire le commissioni di esami. E non si può pensare che l’economista della Bocconi, distinto antiberlusconiano, o il “Corriere della sera” vogliano la morte dell’università. Ne vogliono, naturalmente, una migliore, “Milano” non è città illuminista?
Ma si parla dell’università come di ogni altro problema: la sanità, l’evasione fiscale, la criminalità, il lavoro, l’immigrazione. Due governi solidi di Berlusconi non hanno affrontato una sola riforma, sempre in attesa di una migliore. Prodi non si può rimproveralo alla stessa maniera, perché ha avuto maggioranze risicate e traditrici, ma anche dal suo fronte non c’è una sola riforma. Perché questi politicanti inetti, le terze file della Repubblica abbattuta da Milano, vogliono la perfezione. Le leggi infatti non si chiamano più leggi ma riforme. È il linguaggio fasullo della “rivoluzione italiana”. E le riforme non sono niente, nemmeno leggi. Se ne ricordano poche in questi quasi vent’anni di politica. Di leggi effettive, efficaci. Una di esse è la Bossi-Fini, così perniciosa per le famiglie, per gli immigrati, per le questure che non sanno gestirli (e come potrebbero? le questure si occupano dei delinquenti), per la povera Italia che induce a razzismo. Che poi era l’unico fine della legge. Magari non voluto, il che è ancora peggio. L’unica legge buona che Berlusconi può vantare è la Biagi, che regolamenta il nuovo mercato del lavoro. Legge che il suo governo si è trovato opportunisticamente ad avallare, lasciando però l’autore indifeso preda delle Br – avete mai letto di Berlusconi, o di un suo qualsiasi ministro, che promuova un convegno, intitoli una cattedra al suo nome, crei delle borse si studio Biagi?
La cultura del non fare
La “rivoluzione italiana”, o di Mani Pulite (mani pulite a Milano?), o lombarda, di Borrelli, Bossi, Berlusconi, Bazoli, Assolombarda, ha portato la politica alla non decisione in tutto, sotto pretesto della riforma. Che non si fa. Un tempo si sarebbe detto per privilegiare interessi costituiti, di questo di quel potentato, sotto le chicchiere. Può essere, ma soprattutto vige l’indifferenza. Che è incapacità. Si fanno le riforme federaliste solo per aggravare il fisco. Il ministro delle tasse Visco ha introdotto nel 1998 le addizionali Irpef, Regionali e Comunali, su tutti i redditi, con un incremento medio della tassazione dell’1,5 per cento. Un aumento analogo si propone il federalismo di Tremonti: un’addizionale dell’1,5 per cento per i redditi di 28 mila euro. Lordi. Equivalenti a un’entrata di 1.500 euro al mese. Il federalismo, alla fine di tante riforme, sarà stato un aggravio fiscale di tre punti, oltre al titolo di governatore per Formigoni e compagni.
La cultura del fare sarà ricordata per le ridicolaggini del Ponte sullo Stretto e della Tav con la Francia attraverso la valle di Susa. O del piano nucleare. Oltre alla tante Malpensa di cui Milano ha contagiato l’Italia. Il nuovo valico Firenze-Bologna, la Livorno-Civitavecchia, l’allargamento di dieci metri della Salerno-Reggio Calabria che ha già preso dodici anni e ne prenderà quindici, e forse venti. La colpa? È della mafia.
Letizia Moratti ha contingentato i ricercatori, pretendendo che non superassero i cinque anni di attività , ma ha fatto una legge che impedisce qualsiasi concorso. In questi dieci anni l’insegnamento universitario è stato svolto da cultori della materia, non necessariamente col dottorato. Un esito talmente assurdo che dirla incapacità è poco. Razionalizzando, bisognerebbe pensare le due ministre impegnate in realtà a scardinare l’università pubblica, e reintrodurre la selezione sociale attraverso le università private, dove si compra e si paga quello che si consuma. Può essere: è il loro mondo sociale è quello, la dignità è privata. La tecnocrate Moratti si è peraltro distinta nello scioglimento del più ricco e meglio governato centro di ricerca, l’Istituto Nazionale di fisica della Materia, gestito da troppo “comunisti”, dentro il vecchio Cnr della vecchia guardia Dc, compreso il presidente Maiani. Ma, poi, si vede Maria Stella Gelmini bloccare l’unico concorso che in dieci anni le università avevano approntato perché fulminata da un articolo di Giavazzi sul “Corriere della sera” che propone un nuovo modo di costituire le commissioni di esami. E non si può pensare che l’economista della Bocconi, distinto antiberlusconiano, o il “Corriere della sera” vogliano la morte dell’università. Ne vogliono, naturalmente, una migliore, “Milano” non è città illuminista?
Ma si parla dell’università come di ogni altro problema: la sanità, l’evasione fiscale, la criminalità, il lavoro, l’immigrazione. Due governi solidi di Berlusconi non hanno affrontato una sola riforma, sempre in attesa di una migliore. Prodi non si può rimproveralo alla stessa maniera, perché ha avuto maggioranze risicate e traditrici, ma anche dal suo fronte non c’è una sola riforma. Perché questi politicanti inetti, le terze file della Repubblica abbattuta da Milano, vogliono la perfezione. Le leggi infatti non si chiamano più leggi ma riforme. È il linguaggio fasullo della “rivoluzione italiana”. E le riforme non sono niente, nemmeno leggi. Se ne ricordano poche in questi quasi vent’anni di politica. Di leggi effettive, efficaci. Una di esse è la Bossi-Fini, così perniciosa per le famiglie, per gli immigrati, per le questure che non sanno gestirli (e come potrebbero? le questure si occupano dei delinquenti), per la povera Italia che induce a razzismo. Che poi era l’unico fine della legge. Magari non voluto, il che è ancora peggio. L’unica legge buona che Berlusconi può vantare è la Biagi, che regolamenta il nuovo mercato del lavoro. Legge che il suo governo si è trovato opportunisticamente ad avallare, lasciando però l’autore indifeso preda delle Br – avete mai letto di Berlusconi, o di un suo qualsiasi ministro, che promuova un convegno, intitoli una cattedra al suo nome, crei delle borse si studio Biagi?
La cultura del non fare
La “rivoluzione italiana”, o di Mani Pulite (mani pulite a Milano?), o lombarda, di Borrelli, Bossi, Berlusconi, Bazoli, Assolombarda, ha portato la politica alla non decisione in tutto, sotto pretesto della riforma. Che non si fa. Un tempo si sarebbe detto per privilegiare interessi costituiti, di questo di quel potentato, sotto le chicchiere. Può essere, ma soprattutto vige l’indifferenza. Che è incapacità. Si fanno le riforme federaliste solo per aggravare il fisco. Il ministro delle tasse Visco ha introdotto nel 1998 le addizionali Irpef, Regionali e Comunali, su tutti i redditi, con un incremento medio della tassazione dell’1,5 per cento. Un aumento analogo si propone il federalismo di Tremonti: un’addizionale dell’1,5 per cento per i redditi di 28 mila euro. Lordi. Equivalenti a un’entrata di 1.500 euro al mese. Il federalismo, alla fine di tante riforme, sarà stato un aggravio fiscale di tre punti, oltre al titolo di governatore per Formigoni e compagni.
La cultura del fare sarà ricordata per le ridicolaggini del Ponte sullo Stretto e della Tav con la Francia attraverso la valle di Susa. O del piano nucleare. Oltre alla tante Malpensa di cui Milano ha contagiato l’Italia. Il nuovo valico Firenze-Bologna, la Livorno-Civitavecchia, l’allargamento di dieci metri della Salerno-Reggio Calabria che ha già preso dodici anni e ne prenderà quindici, e forse venti. La colpa? È della mafia.
L’uomo di Mosca? Ma era Gramsci
Il Pci è Gramsci, esordisce Canfora. Mentre è, era, si sa, di Togliatti, fino alla fine, e anche dopo – lo è tuttora, anche se il Partito non esiste più, nei suoi liquidatori, i nipotini di Berlinguer. Gramsci del resto ne fu a capo per un solo anno. Dopodiché, dopo che perse la leadership con la prigione fascista, “un invalicabile baratro” si aprì col Partito (di Togliatti). Canfora, si sa, ha fatto di più, celebrando Togliatti come difensore della libertà. Mentre, se i comunisti europei avessero fatto una colossale cistka dopo la loro scomparsa politica, la ripetizione a sinistra della Norimberga americana, Togliatti sarebbe stato uno dei più certi condannati - e questa analisi ne è un esempio: l'allegro cinismo degli intellighenti, mezzo secolo dopo la morte del Migliore.
Ma l’esordio è solo un anticipo: l’uomo di Mosca nel comunismo italiano era Gramsci, intollerante e di brutto carattere, un elitista e quindi uno staliniano. Perché Gramsci era uno staliniano. Perché convinto della bontà del socialismo in un solo paese. E perché “uno dei tratti della tradizione bolscevica che resta più saldo in Gramsci è proprio l’impronta elitista”. Tradizione? Nel pieno del mutamento? Comunque, “l’intreccio fortissimo tra elitismo e bolscevismo... è la chiave di accesso più congrua al problema della collocazione di Gramsci nel solco e nel dramma politico del comunismo europeo”.
Un libro importante del grande scrittore, dove la storia e l’arguzia si fanno serve del falso perdurante. È passato inosservato ma la colpa è proterva. Fanno collana ai tre scritti brevi su Gramsci due su Giulio Cesare, prodromi alla monografia di due anni dopo, e un esilarante, questo sì, pamphlet sul revisionismo “diffuso”, la mania decostruttiva. Salvo ridicolizzare chi fa di Gramsci un “liberista” e un socialdemocratico. Lui che lo fa uno stalinista.
Luciano Canfora, Su Gramsci, Datanews, Remainders, pp.79, € 6
Ma l’esordio è solo un anticipo: l’uomo di Mosca nel comunismo italiano era Gramsci, intollerante e di brutto carattere, un elitista e quindi uno staliniano. Perché Gramsci era uno staliniano. Perché convinto della bontà del socialismo in un solo paese. E perché “uno dei tratti della tradizione bolscevica che resta più saldo in Gramsci è proprio l’impronta elitista”. Tradizione? Nel pieno del mutamento? Comunque, “l’intreccio fortissimo tra elitismo e bolscevismo... è la chiave di accesso più congrua al problema della collocazione di Gramsci nel solco e nel dramma politico del comunismo europeo”.
Un libro importante del grande scrittore, dove la storia e l’arguzia si fanno serve del falso perdurante. È passato inosservato ma la colpa è proterva. Fanno collana ai tre scritti brevi su Gramsci due su Giulio Cesare, prodromi alla monografia di due anni dopo, e un esilarante, questo sì, pamphlet sul revisionismo “diffuso”, la mania decostruttiva. Salvo ridicolizzare chi fa di Gramsci un “liberista” e un socialdemocratico. Lui che lo fa uno stalinista.
Luciano Canfora, Su Gramsci, Datanews, Remainders, pp.79, € 6
martedì 12 ottobre 2010
Secondi pensieri - (54)
zeulig
Analisi – L’incapacità di analisi, l’insensibilità, rende refrattari, e quindi durissimi: nel fascino come nell’astio, e in carriera, in famiglia, in società. È la ragione il proprio dell’uomo?
Conoscenza – Per intuito si rivela a posteriori più spesso esatta che non, basta un po’ di esercizio. Poi si “riconosce razionalmente (evento) la verità”. Molta parapsicologia è questa forma di conoscenza sensitiva, istintuale, affinata. La conoscenza, logica e psicologica, è ancora agli esordi.
Coscienza – È ciò che fa di un uomo un uomo non perché è o comanda cose elevate, ma perché è la prima forma di percezione, e quindi di linguaggio, di codice.
Cristianesimo – “Non possiamo non dirci cristiani” perché abbiamo la speranza – il segno comune col giudaismo, l’attesa. Siamo progressisti, storicisti in un certo senso. E dotati – i soli – di mentalità scientifica: la ricerca è legata alla speranza.
Se c’è un imperialismo dell’Occidente, esso non è cristiano, non si può legare alla speranza. Che è impegno e perfettibilità ma non necessariamente missione. Neanche nel senso dell’esclusione – come è invece dell’ebraismo, e questa è la grande differenza.
Che sarebbe Cristo senza la chiesa? Un qualsiasi Apollonio di Tiana. La pubblicità è l’anima del commercio. E che i copy-writers siano buoni, Giovanni, Matteo, Luca, Paolo.
Dandysmo – È sofferto. È in ciò la sua diversità dallo snobismo. Il dandysmo si radica nella conoscenza, non nel rifiuto di essa, in una piega-piaga della realtà: “So, ma ritengo, o voglio, che…”.
Debole – Il “pensiero” debole è una novità piena di precedenti. Non elevati: camp in americano, kitsch in tedesco. Camp è affollato, prezioso, un po’ Ariosto e un po’ Marino, con D’Annunzio. Kitsch è scarto, ma va da tempo in positivo, ome sorpresa e trasgressione. È il bello dell’ermeneutica volgare.
Dio - È l’uomo. Imperfetto, ma è l’unico che ci pensa, è in grado di pensarci. E poi, perché Dio dovrebbe essere perfetto (ed è impossibile che qualche uomo lo sia)? Anche lui è un’alterità.
Non ha mai goduto di grande autorità. Adamo e Eva l’hanno disobbedito subito. Per una mela, il più insignificante dei frutti, non è nemmeno dolce. Peggio hanno fatto i loro figli.
È vanesio. E anche un po’ cazzone – come l’amico che sempre ritroviamo, irritabile ma bonaccione. Ha creato il mondo per ghiribizzo, non per bisogno, né per uno scopo. Lasciandogli la libertà più piena fin dall’inizio.
È un solitario, condannato a esserlo – come ne parli, ne parli male. Con un buon equilibrio, a questo punto, ma con qualche problema di suscettibilità, e quindi di giudizio.
Filosofia – Abbandonando la natura si è velocemente, perfino voluttuosamente, infognata nei paralogismi: la filosofia è poesia, no, è narrazione, o l’assenza, l'astrazione, Edipo…. Divagazioni sostitutive (consolatorie, terapeutiche) innalzate a logica.
I fisici disprezzano i logici (filosofi) non senza ragione: questa filosofia mette in scacco la natura e sconfigge la logica. La sua unica giustificazione è la ricerca: rompere le forme di conoscenza acquisite. Chissà che, scartando dalla logica nella sensazione, nell’astrale, nel carnale, nell’eccesso, nella rinuncia (suicidio), non si aprano sentieri nuovi – più veri – alla percezione. Ma è questa una novità?
Gesù – Il suo segreto è che si sentiva un uomo come gli altri. La sua sofferenza anche, poiché non dev’essere facile scoprirsi limitato come lo sono gli uomini.
Giustizia – Se non c’è in questo mondo non c’è nell’altro: la giustizia è l’ideale razionale. Da che nascono gli ideali, le cose che non esistono e che ricorrono identiche in ogni formazione umana?
Quella politica terrorizza perché è la negazione della politica. Non perché debilita la giustizia – la giustizia non è nulla di più della legge, il resto è chimera. Ma perché ne abusa per cancellare la politica. Con la forza inattaccabile della legge cancella cioè ogni speranza, ogni possibilità di convivenza civile. Usa la legge, autoritaria, insindacabile, contro la società.
L’inquisizione, lo stalinismo, il maccarthysmo, che di più autentico, convinto, a suo modo fondato, quale giustizia è più appassionata e disinteressata, e insieme più spaventosa? Del resto i suoi stessi strumenti sono vergognosi: discrezionalità, parzialità, abuso, ricatto, tortura fisica e morale – le gogne mediatiche. Nell’impunità assicurata dalla Legge.
Mistero – Comincia dall’H2O, formula semplice, troppo per spiegare la nutrizione, il corpo, i nervi, la mente, le passioni, la formazione, la tecnica, e perfino i fenomeni semplici, di pura contrazione, quale l’attrazione sessuale. O la paura, la speranza, l’impegno.
Aggredisce le persone e anche la natura, e provoca la cultura. Si può ipotizzare uno stato di quiete prima, o al di là, delle inquietudine della cultura (opera, ricerca). Ma nei fatti questo non succede perché il mistero sempre si ripresenta, nelle forme della paura, della fobia, della reazione nervosa irriflessa.
Morte – Solo la morte è infaticabile. L’istinto a procreare (sesso) spesso si stanca.
È più continuista dello stimolo vitalòe (sessuale).
Realtà – Se non ci fosse alcuna realtà ne mondo fisico, dice bene Russell nell’“Abc della relatività”, ci sarebbero solo sogni sognati dalle diverse persone. E quindi senza nessun significato, neppure quello minimo della comunicazione – che è già un codice. Un tempo si sarebbe detto vegetare, oggi anche vegetare implica un minimo di coscienza – un codice.
Scetticismo – È razionale. È il vero razionalismo, che non è finalistico, pratico.
Sesso - È certamente un fatto materiale, organico, uno stimolo concreto. Non è spirituale. Ma cosa sarebbe lo spirito (conoscenza, comunicazione) senza lo stimolo sessuale? È l’argomento dell’anima che è il corpo.
Etimologicamente è taglio – da sectare. Discernere o discettare è dunque l’orgasmo del ragionamento. Ma non è anche l’impossibilità del ragionamento? Della sua inconclusività, l’eterna divisione, l’impossibile ricomposizione? Ma l’orgasmo non è un’impossibilità: una cosa è una cosa. Insensata è allora la genealogia delle parole, l’etimologia?
Società – Corrompe la natura, dice Rousseau, perché ci allontana dall’egualitarismo. La corrompe, dice Nietzsche, perché ci porta all’egualitarismo. Entrambi sono misfits, disadattati al fatto sociale, e si abbrancano a una natura che non ha nulla d’ingenuo né di beatifico, non ha misura.
Tempo – La favole danno sempre un anno e un giorno di tempo. E l’eroe provvede all’ultimo minuto. Per la regola del suspense, certo. E per l’elasticità del tempo, che solo nel messianismo (Bergson, Proust) diventa un agente, e un reagente.
Tolleranza – Porta all’indifferenza, e all’inerzia. Non sarà la madre della depressione, morbo dilagante in un’epoca di benessere e sicurezza?
zeulig@antiit.eu
Analisi – L’incapacità di analisi, l’insensibilità, rende refrattari, e quindi durissimi: nel fascino come nell’astio, e in carriera, in famiglia, in società. È la ragione il proprio dell’uomo?
Conoscenza – Per intuito si rivela a posteriori più spesso esatta che non, basta un po’ di esercizio. Poi si “riconosce razionalmente (evento) la verità”. Molta parapsicologia è questa forma di conoscenza sensitiva, istintuale, affinata. La conoscenza, logica e psicologica, è ancora agli esordi.
Coscienza – È ciò che fa di un uomo un uomo non perché è o comanda cose elevate, ma perché è la prima forma di percezione, e quindi di linguaggio, di codice.
Cristianesimo – “Non possiamo non dirci cristiani” perché abbiamo la speranza – il segno comune col giudaismo, l’attesa. Siamo progressisti, storicisti in un certo senso. E dotati – i soli – di mentalità scientifica: la ricerca è legata alla speranza.
Se c’è un imperialismo dell’Occidente, esso non è cristiano, non si può legare alla speranza. Che è impegno e perfettibilità ma non necessariamente missione. Neanche nel senso dell’esclusione – come è invece dell’ebraismo, e questa è la grande differenza.
Che sarebbe Cristo senza la chiesa? Un qualsiasi Apollonio di Tiana. La pubblicità è l’anima del commercio. E che i copy-writers siano buoni, Giovanni, Matteo, Luca, Paolo.
Dandysmo – È sofferto. È in ciò la sua diversità dallo snobismo. Il dandysmo si radica nella conoscenza, non nel rifiuto di essa, in una piega-piaga della realtà: “So, ma ritengo, o voglio, che…”.
Debole – Il “pensiero” debole è una novità piena di precedenti. Non elevati: camp in americano, kitsch in tedesco. Camp è affollato, prezioso, un po’ Ariosto e un po’ Marino, con D’Annunzio. Kitsch è scarto, ma va da tempo in positivo, ome sorpresa e trasgressione. È il bello dell’ermeneutica volgare.
Dio - È l’uomo. Imperfetto, ma è l’unico che ci pensa, è in grado di pensarci. E poi, perché Dio dovrebbe essere perfetto (ed è impossibile che qualche uomo lo sia)? Anche lui è un’alterità.
Non ha mai goduto di grande autorità. Adamo e Eva l’hanno disobbedito subito. Per una mela, il più insignificante dei frutti, non è nemmeno dolce. Peggio hanno fatto i loro figli.
È vanesio. E anche un po’ cazzone – come l’amico che sempre ritroviamo, irritabile ma bonaccione. Ha creato il mondo per ghiribizzo, non per bisogno, né per uno scopo. Lasciandogli la libertà più piena fin dall’inizio.
È un solitario, condannato a esserlo – come ne parli, ne parli male. Con un buon equilibrio, a questo punto, ma con qualche problema di suscettibilità, e quindi di giudizio.
Filosofia – Abbandonando la natura si è velocemente, perfino voluttuosamente, infognata nei paralogismi: la filosofia è poesia, no, è narrazione, o l’assenza, l'astrazione, Edipo…. Divagazioni sostitutive (consolatorie, terapeutiche) innalzate a logica.
I fisici disprezzano i logici (filosofi) non senza ragione: questa filosofia mette in scacco la natura e sconfigge la logica. La sua unica giustificazione è la ricerca: rompere le forme di conoscenza acquisite. Chissà che, scartando dalla logica nella sensazione, nell’astrale, nel carnale, nell’eccesso, nella rinuncia (suicidio), non si aprano sentieri nuovi – più veri – alla percezione. Ma è questa una novità?
Gesù – Il suo segreto è che si sentiva un uomo come gli altri. La sua sofferenza anche, poiché non dev’essere facile scoprirsi limitato come lo sono gli uomini.
Giustizia – Se non c’è in questo mondo non c’è nell’altro: la giustizia è l’ideale razionale. Da che nascono gli ideali, le cose che non esistono e che ricorrono identiche in ogni formazione umana?
Quella politica terrorizza perché è la negazione della politica. Non perché debilita la giustizia – la giustizia non è nulla di più della legge, il resto è chimera. Ma perché ne abusa per cancellare la politica. Con la forza inattaccabile della legge cancella cioè ogni speranza, ogni possibilità di convivenza civile. Usa la legge, autoritaria, insindacabile, contro la società.
L’inquisizione, lo stalinismo, il maccarthysmo, che di più autentico, convinto, a suo modo fondato, quale giustizia è più appassionata e disinteressata, e insieme più spaventosa? Del resto i suoi stessi strumenti sono vergognosi: discrezionalità, parzialità, abuso, ricatto, tortura fisica e morale – le gogne mediatiche. Nell’impunità assicurata dalla Legge.
Mistero – Comincia dall’H2O, formula semplice, troppo per spiegare la nutrizione, il corpo, i nervi, la mente, le passioni, la formazione, la tecnica, e perfino i fenomeni semplici, di pura contrazione, quale l’attrazione sessuale. O la paura, la speranza, l’impegno.
Aggredisce le persone e anche la natura, e provoca la cultura. Si può ipotizzare uno stato di quiete prima, o al di là, delle inquietudine della cultura (opera, ricerca). Ma nei fatti questo non succede perché il mistero sempre si ripresenta, nelle forme della paura, della fobia, della reazione nervosa irriflessa.
Morte – Solo la morte è infaticabile. L’istinto a procreare (sesso) spesso si stanca.
È più continuista dello stimolo vitalòe (sessuale).
Realtà – Se non ci fosse alcuna realtà ne mondo fisico, dice bene Russell nell’“Abc della relatività”, ci sarebbero solo sogni sognati dalle diverse persone. E quindi senza nessun significato, neppure quello minimo della comunicazione – che è già un codice. Un tempo si sarebbe detto vegetare, oggi anche vegetare implica un minimo di coscienza – un codice.
Scetticismo – È razionale. È il vero razionalismo, che non è finalistico, pratico.
Sesso - È certamente un fatto materiale, organico, uno stimolo concreto. Non è spirituale. Ma cosa sarebbe lo spirito (conoscenza, comunicazione) senza lo stimolo sessuale? È l’argomento dell’anima che è il corpo.
Etimologicamente è taglio – da sectare. Discernere o discettare è dunque l’orgasmo del ragionamento. Ma non è anche l’impossibilità del ragionamento? Della sua inconclusività, l’eterna divisione, l’impossibile ricomposizione? Ma l’orgasmo non è un’impossibilità: una cosa è una cosa. Insensata è allora la genealogia delle parole, l’etimologia?
Società – Corrompe la natura, dice Rousseau, perché ci allontana dall’egualitarismo. La corrompe, dice Nietzsche, perché ci porta all’egualitarismo. Entrambi sono misfits, disadattati al fatto sociale, e si abbrancano a una natura che non ha nulla d’ingenuo né di beatifico, non ha misura.
Tempo – La favole danno sempre un anno e un giorno di tempo. E l’eroe provvede all’ultimo minuto. Per la regola del suspense, certo. E per l’elasticità del tempo, che solo nel messianismo (Bergson, Proust) diventa un agente, e un reagente.
Tolleranza – Porta all’indifferenza, e all’inerzia. Non sarà la madre della depressione, morbo dilagante in un’epoca di benessere e sicurezza?
zeulig@antiit.eu
Carmine Abate libera il Sud
Una storia d’amore che si rincorre. Gli “anni veloci” sono quelli della prima giovinezza del protagonista che vince i 100 piani, avvicinandosi ai 10 netti. E anche - con qualche confusione di riferimenti, tra l’Olimpiade di Monaco, il rapimento di Moro e l’Olimpiade di Los Angeles (è l’effetto degli interventi redazionali?) - degli anni post-Sessantotto. Cullato dai versi e le musiche di Battisti e Rino Gaetano, che è un amico e quasi un fratello. Ma non ha tempo per il suo amore. Con echi d’autore, il quadrilatero goethiano di “Le affinità elettive”, le sicule “geometrie di sguardi”, il kafkiano lasciarsi fare negli eventi. E con una baldanzosa, benvenuta infine, padronanza dei proprio luoghi, le luci, i sapori, inconsueta nella cerebrale narrativa italiana. Sorprendente per un calabrese di Crotone.
Abate ristabilisce qui, con la stessa scioltezza con cui il suo protagonista corre i 100, cos’è Meridione. In letteratura è solitamente unidimensionale: dolorista, cupo per quanto impegnato, senza gioia nella narrazione. Senza donne, sesso, passioni, risate, ironia. Senza anche la violenza dei poveri, di beni e di spirito, l’animalismo, la superstizione, l’irresponsabilità. Abate ristabilisce allegro cosa è più Meridione: la filosofia, l’erotismo, la golosità.
Carmine Abate, Gli anni veloci, Mondadori, pp. 243, € 9
Abate ristabilisce qui, con la stessa scioltezza con cui il suo protagonista corre i 100, cos’è Meridione. In letteratura è solitamente unidimensionale: dolorista, cupo per quanto impegnato, senza gioia nella narrazione. Senza donne, sesso, passioni, risate, ironia. Senza anche la violenza dei poveri, di beni e di spirito, l’animalismo, la superstizione, l’irresponsabilità. Abate ristabilisce allegro cosa è più Meridione: la filosofia, l’erotismo, la golosità.
Carmine Abate, Gli anni veloci, Mondadori, pp. 243, € 9
lunedì 11 ottobre 2010
L'Italia, breve storia
Quando sta bene, nel senso della ricchezza, è malvagia: nell’antica Roma a partire dai Giulii e dalla trasformazione in impero, nel Rinascimento, con la Repubblica. Nel Sei-Sette-Ottocento pugnali e veneficii diminuirono grandemente . Nell’Alto e Basso Medio Evo si moriva, ma combattendo, per cause identificabili. Per essere buona (normale) dev’essere povera?
Storicamente vive di fantasmi, per effetto della tradizione retorica:
fantasmi del fascismo,
fantasmi dell’antifascismo,
fantasmi della guerra fredda,
fantasmi della Dc,
fantasmi del comunismo, la famosa Cosa, mai nata. C’è però nella gente un realismo che riduce questo storicismo posticcio a pettegolezzo. Di cui si gode, certo, ma lasciandolo fuori dalla porta.
Ha adescato all’“insabbiamento”, per la forza d’attrazione, molti straneri di qualità fino alla guerra. Poi più niente, con una o due eccezioni, peraltro disamorate, Gore Vidal, Anthony Burgess. È caduto l’interesse, storco, psicologico, culturale, proprio mentre l’Italia diventava moderna: bottegai arricchiti in viaggio per le Maldive si trovano dappertutto.
Ha realizzato ciò che sembrava impossibile, dal punto di vista teorico e pratico, la democrazia economica. Ma alla democrazia politica non riesce nemmeno ad avvicinarsi. C’è un baluardo di privilegi, o di aree di rispetto, e di inefficienza: si vuole non dover fare alcunché. Che dai gruppi tradizionalmente protetti, giudici, funzionari, banchieri, politici, giornalisti, preti, si è allargato al paese intiero. L’Italia è un residuato sovietico di tipo brezneviano. Ognuno prende qualcosa e non dà, non deve dare, in cambio nulla. Tutti però sono superattivi nel privato, in famiglia, fuori orario, il week-end. La Repubblica berlusconiana ne è la personificazione. Persone stimabili nel loro perimetro di attività che diventano inefficienti, anzi incapaci, la disfunzione è fisiologica, in quello pubblico.
È il Caf – il centrosinistra stinto di Andreotti – il peggio, o non è stato il meglio dell’Italia? Il meglio del peggio che è l’Italia, nel senso che ha governato la corruzione. Oggi è la corruzione che governa: giudici, affaristi, “compagni” protetti. Anche il personale non è granché: è mediocre a vista, sudaticcio.
Paese senza verità. Non storica né sociologica (il paese reale è muto, o meglio non ha facoltà di parlare), giudiziaria, letteraria, filosofica, ideologica. Questo non da sempre, dall’Ottocento. Causa, come si pretende, la mancata Rivoluzione? O non perché, al contrario, è l’unico paese che, senza rivoluzionarsi, è stato governato dalla borghesia? Specialmente turpe quella, vastissima e “unitaria”, a Nord e a Sud, della manomorta - grimaldello incontestabile della democrazia economica. L’Italia è vittima dei “gesuiti”, specie dei nemici dei gesuiti. Per questo diffida. E si nasconde: da cui il detto che è difficile capirla, che è invece la sua verità.
Storicamente vive di fantasmi, per effetto della tradizione retorica:
fantasmi del fascismo,
fantasmi dell’antifascismo,
fantasmi della guerra fredda,
fantasmi della Dc,
fantasmi del comunismo, la famosa Cosa, mai nata. C’è però nella gente un realismo che riduce questo storicismo posticcio a pettegolezzo. Di cui si gode, certo, ma lasciandolo fuori dalla porta.
Ha adescato all’“insabbiamento”, per la forza d’attrazione, molti straneri di qualità fino alla guerra. Poi più niente, con una o due eccezioni, peraltro disamorate, Gore Vidal, Anthony Burgess. È caduto l’interesse, storco, psicologico, culturale, proprio mentre l’Italia diventava moderna: bottegai arricchiti in viaggio per le Maldive si trovano dappertutto.
Ha realizzato ciò che sembrava impossibile, dal punto di vista teorico e pratico, la democrazia economica. Ma alla democrazia politica non riesce nemmeno ad avvicinarsi. C’è un baluardo di privilegi, o di aree di rispetto, e di inefficienza: si vuole non dover fare alcunché. Che dai gruppi tradizionalmente protetti, giudici, funzionari, banchieri, politici, giornalisti, preti, si è allargato al paese intiero. L’Italia è un residuato sovietico di tipo brezneviano. Ognuno prende qualcosa e non dà, non deve dare, in cambio nulla. Tutti però sono superattivi nel privato, in famiglia, fuori orario, il week-end. La Repubblica berlusconiana ne è la personificazione. Persone stimabili nel loro perimetro di attività che diventano inefficienti, anzi incapaci, la disfunzione è fisiologica, in quello pubblico.
È il Caf – il centrosinistra stinto di Andreotti – il peggio, o non è stato il meglio dell’Italia? Il meglio del peggio che è l’Italia, nel senso che ha governato la corruzione. Oggi è la corruzione che governa: giudici, affaristi, “compagni” protetti. Anche il personale non è granché: è mediocre a vista, sudaticcio.
Paese senza verità. Non storica né sociologica (il paese reale è muto, o meglio non ha facoltà di parlare), giudiziaria, letteraria, filosofica, ideologica. Questo non da sempre, dall’Ottocento. Causa, come si pretende, la mancata Rivoluzione? O non perché, al contrario, è l’unico paese che, senza rivoluzionarsi, è stato governato dalla borghesia? Specialmente turpe quella, vastissima e “unitaria”, a Nord e a Sud, della manomorta - grimaldello incontestabile della democrazia economica. L’Italia è vittima dei “gesuiti”, specie dei nemici dei gesuiti. Per questo diffida. E si nasconde: da cui il detto che è difficile capirla, che è invece la sua verità.
La Rossa che fu miglior spirito del Settecento
Senza religiosità nulla societas. Lo dirà anche il laicissimo Quinet, e a suo modo Robespierre. Per prima lo dice qui da Neûchatel Isabelle de Charrière, beccando Diderot. All’interlocutore ateo, che si stupisce “come una donna con un po’ d’istruzione e d’esperienza di mondo osi ancora parlare dei dieci comandamenti”, arguendo che “senza la religione la morale non verrebbe meno”, Isabelle, lo spirito più libero del Settecento, risponde: “Per verificarlo ci vorrebbero tre o quattro generazioni e un intero popolo di atei. Diderot, se è un gentiluomo, lo deve forse a una religione che, in buona fede, lui ha sostenuto fosse falsa”.
“Belle” Van Zuylen, rossa olandese sposata de Charrière a Neûchatel, fu corrispondente e amica di Constant d’Hermenches e, dopo ventisette anni, del di lui nipote Benjamin Constant, senza castrarli. “Si parla tanto delle illusioni dell’amor proprio”, diceva, “ma è ben raro, quando si è amati, che si sappia quanto”. Forse per questo Madame de Staël ha eletto Isabelle a modello di “Corinne”, il romanzo dell’Italia, quando ancora se ne pensava bene. Isabelle che a lungo ha inseguito l’opera italiana, alla Mozart, Paisiello, Cimarosa, da ultimo perfezionandosi con Nicola Zingarelli, e sarebbe stata la prima donna operista, anzi l’unica, ma sempre fu respinta dai teatri. Madame de Staël lamentava con “Belle” che i suoi romanzi non avessero finale. Ma c’è qui anche il romanzo della non necessità per una donna di sposarsi. E per un uomo.
Isabelle de Charrière, Lettere da Losanna e altri romanzi epistolari
“Belle” Van Zuylen, rossa olandese sposata de Charrière a Neûchatel, fu corrispondente e amica di Constant d’Hermenches e, dopo ventisette anni, del di lui nipote Benjamin Constant, senza castrarli. “Si parla tanto delle illusioni dell’amor proprio”, diceva, “ma è ben raro, quando si è amati, che si sappia quanto”. Forse per questo Madame de Staël ha eletto Isabelle a modello di “Corinne”, il romanzo dell’Italia, quando ancora se ne pensava bene. Isabelle che a lungo ha inseguito l’opera italiana, alla Mozart, Paisiello, Cimarosa, da ultimo perfezionandosi con Nicola Zingarelli, e sarebbe stata la prima donna operista, anzi l’unica, ma sempre fu respinta dai teatri. Madame de Staël lamentava con “Belle” che i suoi romanzi non avessero finale. Ma c’è qui anche il romanzo della non necessità per una donna di sposarsi. E per un uomo.
Isabelle de Charrière, Lettere da Losanna e altri romanzi epistolari
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