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venerdì 14 settembre 2018

Draghi ritrova la parola, contro l'Italia

“Danni dalle parole del governo”: ritrova la parola Draghi, dopo averla smarrita per alcuni anni, a partire da quando parlò lui stesso. Nell’estate del 2011, attraverso le confidenze al gruppo l’Espresso-la Repubblica, che hanno affossato l’Italia, forse definitivamente.  A rimorchio della Deutsche Bank dell’avventuroso Ackermann. Con la coda del ministro delle Finanze tedesco Schäuble e del presidente della Bundesbank Weidmann, che a settimane alterne, per un anno buono, hanno stimolato “i mercati”, sempre contro l’Italia – Draghi allora taceva.
Draghi, in uscita dalla Bce, è candidato da Lor Signori, come si chiamavano nelle prime repubbliche, a guidare l’Italia, e quindi fa l’anti-governo. Non potrebbe, ma pazienza, è il male minore fra i suoi tanti. Draghi è quello che ha affossato l’Italia nel 2011, sottoscrivendo la lettera minatoria del suo predecessore Trichet al governo Berlusconi-Tremonti, e rendendola pubblica, attraverso indiscrezioni mirate. Ed è lo stesso che, purtroppo patrocinato dal presidente Ciampi, ha condotto l’Italia alla rovinosa partecipazione a un euro inteso come supermarco. Con un cambio lira-euro penalizzante, e anzi assassino. Senza avere prima consolidato il debito. Forte di coefficienti euro rigidi, il 60 per cento del pil eccetera.
Draghi è ora famoso, e benemerito, perché, quando l’America spingeva per fargli scoppiare l’euro in mano, ha disposto l’estrema difesa. Che era poi nient’altro che il “quantitative easing” disposto dalla Federal Reserve e dalla Bank of England cinque anni prima, con la tempestività necessaria che l’ortodossia tedesca ha impedito in Europa.
Ha del resto salvato i debiti (l’euro) dopo aver salvato le banche tedesche con la “grande Bertha”, come la dissero grati i consiglieri economici della cancelliera Merkel, una cannonata: un gigantesco prestito a tre anni a bassissimo costo a tutte le banche, ma mirato ad avvantaggiare le banche tedesche, olandesi, belghe e austriache. È la prima cosa che Draghi ha fatto subito dopo il suo insediamento l’1 novembre 2011, quando il debito italiano era a quota 500, o 600. Fu solo un anno dopo che intervenne con altrettanta determinazione a salvare l’euro. Creando, e annunciandolo irrevocabile, lo strumento nuovo delle Omt, Outright Monetary Transactions, operazioni monetarie di acquisto senza limiti di titoli di Stato di paesi membri in caso di attacco contro gli stessi, quindi contro l’euro. Lo fece quando la minaccia ai Btp si era dissolta. Ma lo fece bene: senza formalità, sul mercato secondario come un qualsiasi operatore, con la stessa prontezza.
L’uomo cioè i mezzi ce li ha, non è uno sprovveduto. Non è innocente. E non parla a vanvera. È anche l’uomo di Goldman Sachs. E del “Britannia”, il panfilo della regina Elisabetta sul quale fu decisa venticinque anni fa la privatizzazione dell’ingente patrimonio statale italiano.. È l’uomo del famoso “vincolo esterno”, di un’Italia da tenere al guinzaglio – di chi?


















Donne che si fanno gli uomini

Un mondo desueto. Come il titolo, come il francese del titolo.  Ma già lo diceva Henry James un secolo prima, nel 1884, nella citazione che Acton pone in esergo: “L’aria consueta in cui sbocciano questi particolari fiori della fantasia è un’aria che abbiamo cessato di respirare quasi del tutto”. Quella degli angloamericani in Europa, a Firenze o a Parigi. Qui siano al 1982, “Racconti fiorentini” è il sottotitolo.
L’abbandono viene da lontano, spiega Acton nel prologo. Dall’abbattimento delle mura che proteggevano la città dagli elementi. L’abbattimento ha scatenato “la feroce tramontana”: “Firenze era “soggiorno invernale, specialmente prediletto da ufficiali anglo-indiani e pubblici funzionari a riposo”, mentre “oggi può essere la più calda e la più fredda delle città italiane”. Ma non c’erano solo ufficiali e funzionati. Firenze era una città di belle e grandi librerie, e quindi di grandi lettori. Uno dei racconti è dedicato a Pino Orioli: “A Firenze ho ancora da scoprire una libreria paragonabile a quella di Pino Orioli dopo che lui ci ha lasciati”.
L’ambiente anglofiorentino era anche di grandi ricchi, come Acton rimarca sottotraccia in questi racconti – compresi lui stesso e la sua famiglia, bisogna aggiungere, paterna e materna (lui vivrà da scapolo), di ricchi collezionisti. E di grandi artisti: ci hanno soggiornato H. James, Edith Wharton, D.H.Lawrence, Vernon Lee, Aldous Huxley, Isadora Duncan, Bernard Berenson, Norman Douglas, Osbert Sitwell tra i tanti. Di alcuni di essi Acton traccia nel prologo rapide silhouettes. Le memorie di O. Sitwell segnalando come specialmente interessanti, per la comunità dei mercati e collezionisti d’arte, e per gli anglofiorentini in genere.
Una scelta dalla raccolta “The Soul’s Gymnasium”, di racconti queer, di quando ancora, nel 1984, il genere non era “liberato”, aggressivo. Racconti di spensierata ricchezza, appena rimproverata. Di persone e storie quindi eccessive, bizzarre. Ma tutte, curiosamente, di donne che si inventano gli uomini - sul genere devoto-divoratore. Donne naturalmente americane – la mamma di Acton lo era. 
Harold Acton, Fin de siècle Passigli, remainders, pp. 133 € 4,13

giovedì 13 settembre 2018

Macron alla Farnesina, la Libia a Parigi


L’ambasciatore a Tripoli Perrone dà un’intervista a una tv locale, ai primi di agosto. in arabo. Nulla di speciale, le solite profferte di amicizia, giusto per irrobustire la solidarietà manifestando la conoscenza dell’arabo. Macron se ne avvede e contrattacca. Avverte Haftar, che non se n’era accorto, manifestazioni sono organizzate a Bengasi e Tobruk, sparute ma minacciose. Il 12 agosto Haftar critica personalmente Perrone. A fine agosto la newsletter francese “Africa Intelligence” annuncia che “l’Italia sacrifica l’ambasciatore Perrone al generale Haftar”.  Detto e fatto – forse la traduzione della newsletter è stata lenta alla Farnesina: l’ambasciatore italiano a Tripoli è ora sfiduciato, dal ministro degli Esteri del suo paese.
Tutto chiaro. Manca il ministro italiano, Moavero Milanesi. Che non si sa chi è, ma fa il ministro degli Esteri al governo. È lui che dichiara Perrone persona non grata a Tripoli. Entrerà per questo negli annali diplomatici, ma questo non è il più importante: l’avventura di Macron in Libia sembrava senza sbocchi, ma Moavero gli ha steso un tappeto.
Questo Haftar è un generale di Gheddafi, uno che si vuole terribile e già “eletto”. Per anni si è proposto a Roma e al Cairo come uomo forte in Libia. Gli americani, credendo di giocare alla democrazia, hanno scelto un civile, e Haftar se l’è presa. Ha insistitito ancora con Roma, poi, eletto Macron, ha trovato breccia a Parigi: su di lui il presidente francese in cerca d’avventura punta per prendersi il petrolio della Libia invece dei legittimi operatori.
A Moavero Milanesi, il ministro degli Esteri italiano, non hanno forse spiegato che non si fanno affari con i libici battendosi il petto. Diciamo che è un innocente. Si era già spaventato nei giorni scorsi, quando gli hanno fatto credere che c’era la guerra a Tripoli e in ogni dove – mentre l’Eni pompava tranquillamente il petrolio.
Il curioso è che la posizione francese è fatta propria da “Il Fatto Quotidiano” e altri giornali minori.


A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (375)

Giuseppe Leuzzi


“Gli inglesi battono il caporalato” a Foggia, titola il “Corriere della sera”, nella “terra dei pomodori”. Dove però il caporalato non c’è, spiega il capo del’azienda inglese a Foggia, Princes Italia (un gruppo terzista, lavora per i marchi), incidentalmente: “Fatta 100 la raccolta di pomodoro in provincia di Foggia, non più del 10 per cento può avvalersi dello sfruttamento dei braccianti, perché il 90 per cento della raccolta è già meccanizzato”. Torme di inviati, per gli incidenti d’auto di cui sono rimasti vittime braccianti immigrati, e niente: il Sud è già detto.

I Catalani sono ricordati al Sud, specie in Calabria e in Sicilia, per la violenza. Al soldo degli Aragonesi nella guerra contro gli Angioini nel Trecento, “i mercenari catalani, gli Almugaveri”, furono “tristemente noti per le razzie e gli atti di banditismo frequentemente compiuti a danno della popolazione” - Giuseppe Caridi, “La Calabria nella storia del Mezzogiorno”.

Yasmina Khadra, lo scrittore franco-algerino, è nato a a Kenadsa, nel Grande Sud dell’Algeria, e ci ha passato i primi anni. Ma il Grande Sud gli viene rivelato, già giovane scrittore, da un americano, Robert Clark

“È bello avere il più bel paese del mondo, ma poi bisogna meritarselo”, Brahim Loob, scrittore algerino.

I Normanni si sono impadroniti del Sud chiamati dai Longobardi e dai Bizantini, che il Sud governavano.

Palermo si arricchisce di architetture e decorazioni arabe non durante l’emirato ma dopo la sua sconfitta. Sotto i Normanni e poi sotto Federico II di Svevia: la Cubba, la Zisa, la Cappella Palatina, le tante opere musive di Monreale e altrove.

La Germania è lontana, dal Mediterraneo
Ottone II, imperatore del Sacro Romano Impero, padrone di fatto anche di Bisanzio in Italia per avere sposato Teofane, figlia del governatore costantinopolitano, muove con grande esercito contro gli arabi per sloggiarli e viene sconfitto a Reggio, nel 982. Viene sconfitto dopo avere vinto: quando aveva giù ucciso l’emiro e messo in fuga le truppe avversarie. Già allora la Germania non ci sapeva fare.
Col Sud Italia è andata alla Germania un po’ meglio, per il mezzo secolo o poco più fino alla morte di Federico II di Svevia. Ma non si sa se per il sangue germanico o per quello normanno-siculo. Suo nonno, il Barbarossa, ci aveva puntato, facendo sposare a Enrico VI, suo figlio ed erede, la zia Costanza Altavilla, zia di Guglielmo II il Buono, l’ultimo dei re normanni di Palermo, alla quale  sarebbe toccato il Regno. Federico II perderà, più o meno, tute le guerre contro i Comuni e i principati italiani. Ma sarà onorato a Palermo, munifico protettore delle lettere e le arti, rispettato nel Mediterraneo islamico.

Il fisco degressivo
Il catasto onciario, una sorta di odierno “studio di settore”, che individuava il reddito minimo da tassare per le varie attività, adottato nel 1742 dal Regno delle Due Sicilie, dava molto credito ai lavoratori manuali – o sgravava i professionisti? L’imponibile annuo era di 12 once per braccianti, pastori e altri salariati, pagati fra 1,5 e 2 carlini al giorno. Di 24 per massari (padroni di greggi), artigiani e mercanti. Di 16 per i professionisti.
L’oncia, moneta nominale, valeva 6 ducati, o 60 carlini. Poiché i braccianti erano pagati fra 1,5 e 2 carlini al giorno, si presumeva che lavorassero tutto l’anno, senza pause.
Le greggi valevano più degli immobili. Questi si capitalizzavano su un reddito annuo calcolato al 5 per cento, quelli al 10.

Odio-di-sé
Investire in un museo “degno della Magna Grecia invece che nell’Ilva è la ricetta del vice-presidente del consiglio Di Maio per Taranto. Che il museo ce l’ha ormai da 131 anni, pieno di cose, e anche molto conosciuto.
L’ignoranza di Di Maio ci sta: i 5 Stelle se ne pregiano, e credono che il turismo sia il paradiso terrestre. Ma è anche vero che a nessuno il Sud è tanto sconosciuto quanto ai meridionali. 

La falsa “Lettera scritta da Andrea Camilleri”, “lettera aperta al giornalista di «la Repubblica Francesco Merlo»”, una lettera sfottò, messa in rete a novembre del 20011 e rilanciata l’altra settimana, in effetti riporta con brutte sensazioni il video di Merlo all’indomani dell’alluvione di Genova e della frana di Saponara (Messina) nel luglio del 2011. Di compassione forzata, di fatto un abuso, sulla famigliola vittima in Sicilia nella casa sommersa dalla frana, non abusiva e costruita a regola d’arte. Mentre si piangevano con sincera calore le vittime di Genova, di case abusive sul greto di un torrente, anzi sul torrente.
Sconsideratezza? Astio personale, di fronte alla morte? Che senso ha, non uno buono?
Poiché Merlo è comunque di origini siciliane, e di queste origini fa buon uso per premi e cittadinanze onorarie, quella sconsideratezza non è che una forma inconsulta di odio-di-sé, abitudinario, da riflesso condizionato, se si esercita anche sulla morte.

Il Regno felice
Il movimento autonomista siciliano che ha scritto otto anni fa la falsa lettera di Camilleri, e ora l’ha rimessa in circolo, ripete nella stessa l’elenco canonico delle “supremazie” del Regno delle Due Sicilie in Italia e in Europa. Lo Stato più industrializzato, dopo Gran Bretagna e Francia, all’Esposizione di Parigi nel 1856. La più grande industria metalmeccanica continentale, dopo la Francia. “C’erano industrie tessili, distillerie, cartiere, estrattive. Il primo mezzo navale a vapore del Mediterraneo (una goletta) fu costruito nelle Due Sicilie e fu anche il primo al mondo a navigare per mare. La prima nave italiana che arrivò nel 1854, dopo 26 giorni di navigazione, a New York, era meridionale - si chiamava “Sicilia”. Il cantiere di Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il primo d’Italia per grandezza e importanza. La bilancia commerciale con gli Stati Uniti era fortemente in attivo e il volume degli scambi era quasi il quintuplo del Piemonte”.
Un tasso di sconto bassissimo, il più basso d’Italia. Grazie a un credito solido degli attivi bancari e demaniali. Tasse poche, tre o quattro, e pressione fiscale minima.
Il che è vero, anche se non del tutto. Che però si giudica negativamente a fronte delle arretrate condizioni economiche e sociali delle masse, stanti l’abolizione tardiva, col regno napoleonico, degli statuti e le strutture baronali, feudali.
Ma, anche qui, il Regno non era l’ultimo della classe. Era stato anzi il primo. Con una modernizzazione dello Stato unica in Europa nel primo Settecento – chiusa l’infelice parentesi asburgica, che invece altrove si vuole privilegiare. Che mise la museruola ai baroni, anche se non poté sradicarli. Con l’apporto di intellettuali di prim’ordine, di rilievo europeo in un’Italia allora in apnea: Galiani, Genovesi, Filangieri, Grimaldi, Galanti, Tanucci. Che innovò le rappresentanze, i processi decisionali, il diritto del lavoro, il regime delle concessioni e gli investimenti. Compresa la tassazione della manomorta, fino ad allora ancora esente – come dice il nome, significando beni ecclesiastici.
Si poteva fare meglio – l’unità.

Milano
Epidemia di polmonite nel bresciano, con alcuni morti. “Le cause? Possono restare un’incognita”. Con centinaia di casi di salmonellosi. Proteggersi anche a costo di negare, Manzoni non ha inventato nulla.

Le polmoniti del bresciano sono provocate da un evidente focolaio locale d’infezione, uno sversamento probabile di sostanze proibite, che infettano all’inalazione. Ma subito si trova un capro espiatorio assolutorio: “Epidemie favorite dalla globalizzazione”. Bisogna credersi.

Commozione per il rientro di Berlusconi nel calcio. Molta, da lacrime infine dopo tanti insulti. E di Galliani. Che salvano il Monza e vogliono portarlo alla Champions League. Perché no, auspicabile, tutto è possibile. Nessun accenno all’acquisto di una bara fiscale - serve a pagare meno tasse.

La “riqualificazione” dei Navigli è un’operazione immobiliare, la riapertura dei canali. Forte dell’ideologia del recupero, dell’ambiente, dell’acqua. Una speculazione come si vuole oggi, ecologica. I residenti si oppongono. Però non se ne parla: non c’è opposizione possibile.

Debutta con Bonvesin de la Riva, che tutto di essa fa magnifico, “De Magnalibus urbis Mediolani”. E forse ci credeva anche, anche lui.

Ha al centro una piazza senz’anima, che però il Duomo, imponente, assorbiva, in una sorta di gotico, della memoria del gotico, cancellando i brutti palazzi intorno. Se non che, per fare soldi, una palmizio falso gli è stato imposto davanti: denaro e falsa sensibilità – perché le palme senza radici? fanno ecologico.

Censiti da “Avviso Pubblico” 537 atti intimidatori nei confronti degli amministratori locali. Sono sicuramente troppi. Ma sono molti?
Gli atti intimidatori sono meridionali: il “profilo tipo” di “Avviso pubblico” che li censisce è l’auto bruciata sotto casa al sindaco di un comune meridionale medio-piccolo, con popolazione fino a 50 mila abitanti. Ma ora, dice “Avviso Pubblico”, “il fenomeno coinvolge tutte le regioni italiane”: nel 2017, dopo Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Sardegna viene la Lombardia, con 28 casi registrati.

Gli atti intimidatori in Lombardia possono anche essere opera di meridionali immigrati, è vero. Ma ci fu un’epoca, lunga secoli, in cui Lombardi emigravano al Sud, specie in Sicilia e in Calabria, l’onomastica e la toponomastica lo attestano. Non erano mafiosi. Ma nessuno li voleva tali.


La Regione Veneto di Zaia ha elaborato un codice delle Autonomie, in ben venticinque capitoli, la Lombardia dell’altro leghista Fontana corre subito alla rincorsa. E vuole arrivare prima: il suo codice delle autonomie non è riuscita ad allungarlo di più di quindici punti ma produce dichiarazioni e convegni per dirlo migliore. Nessun dubbio.


Anche per l’Olimpiade invernale, la Lombardia si è tirata indietro dalla joint-venture col Veneto per Cortina – e con Torino: La Lombardia vuole fare da sola. Salvo poi proporsi per la parte proficua del business, gli impianti nuovi.

leuzzi@antiit.eu

















Il tedesco non è liberale

Jünger pubblicista non manca un fatto di cronaca, e scrive in continuo, per “Standarte” e altre pubblicazioni di destra. Vede già le debolezze della repubblica di Weimar. Che vuole molto e può poco. Che non sa riassorbire le spinte nazionalistiche, anche armate. Né fare fronte all’oltranzismo nemico, della Francia soprattutto.
Il giovane scrittore già affermato con l’epopea grigia della guerra non ha ancora idee precise, ma già risponde a quello che è forse il sentito intimo tedesco: di un nazionalismo non aggressivo, né reazionario, anzi a suo modo rivoluzionario. La rivoluzione conservatrice è nozione ardua, eppure tiene – ed è forse il collante giusto per la Germania. Della Germania si attendeva in quegli anni, a partire dalla Novemberrevolution del 1918, la rivoluzione rossa mancata di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, ma Jünger sapeva che non era possibile, non era nelle corde del tedesco. Lo slogan liberale, lo slogan umanitario sono appunto slogan per il tedesco (“Lo slogan liberale”, 12 giugno 1927, “Arminius”): “Di fronte allo slogan liberale il tedesco si pone nel tipico atteggiamento del semierudito. Se fosse incolto, lo assumerebbe del tutto acriticamente. Se fosse profondamente colto lo riconoscerebbe nel suo senso autentico”. Lui si ferma a metà, e allora “gli capita quel che capita al selvaggio con l’acquavite: procura un’ebbrezza cattiva”. Non è una novità. E non era allora una veduta eccentrica. Ma lui ci arriva da solo, per intuito, senza studi speciali di sociologia politica, e questo la fa probabilmente più vera.
Il meno avventuroso dei tre tomi di scritti politici (giornalistici per lo più) di Jünger tra il 1919 e il 1933. Fino all’avvento di Hitler. Che da un certo punto di vista era il tradimento della “rivoluzione cn servitrice”.  Ma la “curiosità da entomologo” di Jünger, che Federico Fellini rivendicava, agisce anche nelle acque morte degli anni senza storia.  
Ernst Jünger, Scritti politici e di guerra. II vol. 1926-1928, Libreria Editrice Goriziana, pp. 346 € 21 


mercoledì 12 settembre 2018

Che bello, la mafia a Roma


La Corte d’appello del giudice Tortora, che condanna per mafia gli accusati dell’inchiesta “Mafia Capitale”, suscita entusiasmo. La sindaca Raggi dice la città “devastata dalla mafia”. Che interesse ha Roma a farsi insignire città mafiosa? Nessuno evidente mente. Ma molto business antimafia può germinarne.
Subito si intervista qualche associazione della “legalità”, che vive dei fondi antimafia. Che discetta di mafia invadente, ma non sa nominare che i Casamonica. Famiglia nota a Roma da almeno mezzo secolo. Come i Di Silvio e gli Spada di Ostia. Che saranno pure mafiosi ma sono anzitutto sinti, o rom, insomma i vecchi zingari.
Claudio Tortora, lo stesso giudice, l’anno scorso non aveva ritenuto mafioso il clan di Ostia Fasciani, che sul litorale  invece era, ed è, una presenza mafiosa: tangenti, esclusive, minacce, “avvertimenti”, e droga. Il giudice distingueva tra mafia propriamente detta, quella della legge, e”mafia”.
Oggi allora cosa è cambiato? Che sotto accusa, invece dei maneschi Fasciani, c’è una cooperativa sociale. E questo bisogna che non si dica. La cooperativa 28 giugno, di ex detenuti, è stata creata a fini di reinserimento da Chiara Ingrao e altri politici nel quadro della Lega Coop, ex Pci, ed è stata favorita in moti appalti – lo Stato appalta il sociale, un torta enorme. Su qualcuno dei quali ha pagato sfioramenti e tangenti. Commovente l’assoluzione piena della segretaria di Bucci, non sapeva e non vedeva niente, una compagna
La cooperativa 28 giugno del resto non faceva nulla di diverso dalle altre cooperative o ong che lavorano come appaltatori pubblici. Ma ha dato fastidio. Dov’è la mafia, in chi si procurava gli appalti o in chi condanna?
Ma il problema è nella legge. “Concorso esterno”, “associazione”, “di tipo”, sono categoria incerte.  Varate nel presupposto cje dichiarare mafioso tutto il mondo fosse di aiuto alla lotta alle mafie,. Mentre ne è l’ombrello.

Appalti, fisco, abusi (126)


Siate beneficiari di una polizza vita con Intesa SanPaolo Vita, l’assicurazione vi chiederà una serie di documenti. Con molte specifiche che nulla hanno a che vedere con l’obbligo di “individuare gli effettivi aventi diritto”. E con questa clausola aggiuntiva, sottolineata, in neretto: “Ci riserviamo, se necessario, di chiederle altra documentazione”. Non è mafia, è la prima banca dell’Italia.

Protesta dei concessionari balneari, dopo le serrate dei negozianti al dettaglio e dei mercati rionali, contro il governo che da da un decennio evita di dare certezza al settore, cioè di delibare accortamente in Italia la famigerata direttiva Bolkestein, al solito adottata a Bruxelles senza che l’Italia lo sapesse. Tutti altrove si sono premuniti contro la liberalizzazione selvaggia, l’Italia no. E non costa niente. A spese degli investimenti necessari, per esempio per ammodernare gli stabilimenti balneari.

La direttiva Bolkestein, che fece beare Bersani e altri Pd al governo, è la tipica direttiva liberalizzatrice negli interessi dei monopoli. Allora della grande distribuzione. Un esito evidente, dopo la chiusura di mezzo milione di esercizi commerciali. Mascherato allora in Italia con la liberalizzaizone dei calciatori tesserabili. Di furbizia doppia, cioè.

La pressione fiscale è aumentata nei venti anni dal 1997 al 2017 del 65 per cento . di 198 miliardi, da 304 a 509. Non per effetto della crescita del pil, sostanzialmente invariato. Né dell’inflazione, che è cresciuta della metà.

Si può vendere olio d’oliva extra-vergine con solo il 4 per cento di olio d’olio d’aoliva? Un bracvo chimico può farlo con i regolamenti Ue in mano.
Si spiega così l’olio extra-vergine che non unge, un miracolo.

Ulisse a teatro

Guidorizzi, specialista in remake omerici, nonché padre di un figlio Ulisse, al quale dedica questo volume, si cimenta con la riscrittura dell’“Odissea”. Sceneggiandola in forma teatrale, dove ognuno dei personaggi recita se stesso.
Avendo letto tre rifacimenti dell’“Odissea” in poco tempo, di Citati e Malerba prima di questo, l’esercizio non sembra migliore - più fantasioso, innovativo a ogni lettura – dell’originale. Sono esercitazioni sul chi era chi, e cosa ha voluto dire questo o quello, Omero compreso. Non in forma filologica, ma partecipata e quasi vissuta dai riscrittori. Come dire: Ulisse siamo noi.
Resta l’interesse per il personaggio: la curiosità per tanto interesse. Siamo tanti Uisse? Alla deriva, può essere, anzi senz’altro. Furbi e fortunati, come no, “l’ultimo degli eroi” saremo pure noi. Ma tornati da quale guerra?
Giulio Guidorizzi, Ulisse. L’ultimo degli eroi, Einaudi, pp.195 € 14

martedì 11 settembre 2018

Recessione (72)


L’indice di fiducia degli italiani diminuisce di quattro punti nel secondo trimestre, accentuando la flessione del primo trimestre, a quota 62 (Conference Board Global Consumer Confidence Survery, condotta da Nielsen).

Il dato italiano è in linea con la diminuzione dell’indice mondiale della fiducia, di 2 punti. Ma l’indice mondiale siferma a quota 104, quasi il doppio dell’indice italiano.

L’indice italiano è in controtendenza rispetto all’andamento della fiducia dei consumatori in Europa, che si rafforza globalmente – tenendo conto dei paesi deboli come l’Italia - di un punto, a quota 87.

In Europa si registrano aumenti nazionali della fiducia elevati in alcuni apesi: di 6 punti in Grecia, a quota 67, e in Slovenia, a quota 87, di 7 punti in Estonia, di 5 in Irlanda e in Gran Bretagna, rispettivamente a quota 108 e 101.

Un giovane (18-34 anni) dl Sud deve cercare occupazione al Nord o all’estero.

Meno di due occupati su tre, dipendenti pubblici compresi, ha un contratto a tempo indeterminato.


Gli arabi in Calabria non ci sono stati, ma ci sono

Gli arabi arrivarono presto in Italia. Le prime scorrerie in Sicilia sono del 652, Maometto era morto da appena vent’anni, nell’Arabia remota. Pochi anni dopo l’arrivo nel Mediterraneo, a Antiochia nel 636, ad Alessandria nel 640. In Spagna arriveranno più tardi, nel 711, con tribù berbere del Nord Africa da poco islamizzate. In Francia, malgrado la sconfitta celebrata di Poitiers nel 632, arrivano fino ad Avignone due anni più tardi, e poi, nel 740, al saccheggio della Bretagna. Gli arabi non conquistavano per rimanere, ma per razziare. È solo per questo che l’Europa non è diventata islamica? Lojacono, arabista, è ostensibilmente filoislamico, ma non nasconde le cose.
È Eufemio, un colonnello bizantino poco capace e per questo spodestato del comando, che pressa l’emirato di Keiruan in Tunisia a occupare la Sicilia. E l’isola sarà presto occupata. Per la Calabria è diverso. Non ci sono invasioni ma scorrerie. Alcune a scopo di occupazione. Ma allora di aree ridotte, occupazioni isolate. Di Amantea per quarant’anni – e poi per settanta. Ancora meno Santa Severina, sullo Jonio. Ancora meno Tropea, anch’essa a due riprese, che però non interessava molto. E Cosenza, città longobarda, per diciott’anni, con Reggio, città invece ambita, capitale bizantina del Sud, per qualche anno a partire dal 952.
Ma le tracce resteranno a lungo: a Amantea e a Santa Severina si scrive in arabo ancora nel secolo XII. Una costante di questa continua bascula bizantini-arabi nei secoli IX e X essendo la dispersione dei vinti nel contado, non la loro eliminazione. Per di più la Calabria, terra allora d’immigrazione, poiché era facile nascondervisi, essendo sparsamente popolata, accoglierà molti mussulmani in rotta dalla Sicilia, per le continue guerre intestine, e poi cacciati dai Normanni. Una sorta di occupazione al rovescio.
Le tracce restano così numerose. Nel vocabolario, soprattutto nell’onomastica e nella toponomastica. Lojacono non fa una vera storia degli arabi in Calabria – forse le fonti fanno difetto, locali o arabe. Racconta la storia come è stata raccontata da Michele Amari un secolo e mezzo fa, e circostanziata nel volume “Gli Arabi in Italia”, di Gabrieli e Scerrato quarant’anni fa. Con la consueta, non critica, rivalutazione del mondo arabo – in voga in Occidente più che nella storiografia araba. Specie sul lato tolleranza, il fondamento della democrazia. Una credenza introdotta da Amari, ripresa da Cardini, Feniello, e la storiografia ebraica. Per la realtà basta chiedere ai greci, o anche ai tanti slavi, e perfino agli albanesi, oltre che agli armeni. Anche se sotto i turchi e non gli arabi, ma il regime islamico era lo stesso. O ai cristiani oggi in Pakistan o ai bahai nel khomeinismo.
La ricostruzione è per questo confusa: “Il successo militare del Jihad al Asgar (il “piccolo Jihad”, la piccola guerra santa, n.d.r.) … non si spiegherebbe se non con la partecipazione attiva a questo movimento espansionistico di una buona parte delle popolazioni soggiogate”. Felici quindi di essere soggiogate? Sì, per “la forza propulsiva del messaggio coranico”. Poi, due pagine più in là, si dice che “si fugge verso l’interno sperando di trovare salvezza”, le popolazioni invase fuggono. E subito dopo si dà conto di “repressioni spietate, squartamenti, decapitazioni e massacri di ogni tipo”.
Lojacono ha però qualcosa di più. Il saggio-sunto arricchisce con numerosi repertori, che fanno il pregio di questa “Storia”: compilazioni a prima vista attendibili, di golosa lettura. Della terminologia araba, quella ufficiale, ancora in uso nel dialetto. Dei nomi. Dei toponimi. Del vocabolario, con sottosezioni per gli animali, la gastronomia, le professioni, i verbi, la botanica, gli oggetti d’uso, l’agricoltura, le misure. E qua e là con brevi biografie di santi important poi dimenticati, Nilo, Elia da Enna, Elia da Melicuccà, Simone di Calabria, Luca di Melicuccà. Con un’appendice sui residui materiali: coppe, monete, armi, eccetera. Come dire che gli arabi in Calabria non ci sono stati, ma ci sono.
Antonio Maurizio Lojacono, Storia degli Arabi in Calabria, Città del Sole, pp. 29 € 13

lunedì 10 settembre 2018

Il mondo com'è (352)

astolfo


Algoritmo – Viene da – è deformazione di – Al Kwarizmi, come è noto, illustre matematico persiano del secolo Nono, il cui trattato in arabo, scritto verso l’825, introduce i numeri arabi, e lo zero, fino ad allora non concepito. Ma non per caso: Al Kwarizmi aveva curato la traduzione in arabo delle opere matematiche dell’epoca greco-ellenistica, nonché del’antica Persia, di Babilonia, dell’India. Un cratere lunare ha il suo nome. Gerolamo Cardano, “Ars Magna”, lo dirà il creatore dell’algebra – anche “algebra” deriva dall’arabo e significherebbe “completare” o “ripristinare”, che è una delle due operazioni descritte da Al Kwarizmi nel libro per risolvere le equazioni di secondo grado.
“Algoritmi de numero Indorum” è titolo della tarda traduzione latina, di Gerardo di Cremona, seconda metà del secolo XII. In precedenza Roberto di Chester ne aveva freso una sin tesi in altino, pubblicandola a Segovia nel 1145, “Liber algebrae et almucabala”. Il titolo originale, “Al Kirab al-Mukhtasar fi Hisab al-Jabr wa’l-Muqabalah”, contiene la parola algebra, che entrerà nell’uso comune, pur avendo in arabo il significato specifico di “riduzione” o “completamento”, intendendo la trasposizione dei termini sottratti da un membro all’altro dell’equazione. L’“al muqabalah”, che ha senso simile, di “riduzione” o “equilibrio”, di cancellazione dei termini simili che compaiano in entrambi gli elementi di un’operazione, è caduta in disuso.

Misogallismo – C’è una curiosa tradizione italiana anti-francese. Che risale ai primordi dell’Italia, del vagheggiamento di un’Italia unita. C’è in Dante, che pure stava per scrivere nella lingua dei trovatori, come il suo maestro Brunetto Latini. C’è forte in Petrarca, che pure fu, a suo agio e innamorato, in Avignone e in Provenza. C’è nella pubblicistica narrativa e storica del Quattro-Cinquecento, qui già con qualche motivo: la politica, le guerre, le invasioni.  Specie di Machiavelli, che fu ambasciatore inascoltato in Francia, e Guicciardini. E poi, in  reazione all’antitalianismo, nella Francia di Caterina dei Medici, che pure salvò la dinastia francese e probabilmente la stessa Francia. Molto misogallismo alimenterà la rivoluzione del 1789, e non fra i reazionari – a parte il giovanissimo Leopardi dell’Orazione agli Italiani”, 1815, contro Murat e per il papa, sotto l’influenza del padre conte Monaldo. Dubiterà della rivoluzione, degli effetti della rivoluzione, lo sesso francofilissimo Manzoni. Il culmine si era raggiunto col “Misogallo” di Alfieri, in piena rivoluzione dell’Ottantanove.
“L’antifrancesismo è tema ricorrente nei rapporti culturali fra Italia e Francia, come lo è il suo corrispondente speculare, l’antiitalianismo. Già in Dante, autore per certo impregnato di cultura francese, la polemica contro la monarchia francese – d’ordine eminentemente politico, dato lo stretto legame tra la Francia, gli angioini d’Italia e la parte guelfa avversa a Dante – è talmente forte da suscitare ripulse e moti di antiitalianismo oltralpe, soprattutto a causa di un immaginario ingiurioso creato (o diffuso) da Dante, come quello fondato sulla leggenda di Ugo Capeto, figlio di un beccaio di Parigi” – Saverio Ieva, nello studio dell’“Orazione agl’Italiani” di Leopardi.
Più forte è lo scontro sul piano culturale, e sempre reciprocato. Con Petrarca, sempre Ieva, “nasce e si sviluppa una querelle sul primato culturale delle due nazioni che informerà i dibattiti letterari fra Italia e Francia fino al Cinquecento, e porrà le basi per ulteriori dispute circa una lettura (e valutazione) parallela delle due letterature, che ancora all’inizio dell’Ottocento fornirà argomento di discussioni”.
Si parte da lontano: “In una lettera del 1368 a Urbano V, per esaltare il primato della cultura letteraria italiana, Petrarca aveva affermato « oratores et poetae extra Italiam non quaerantur»”.Non si riferiva alla Francia. Ma “questa frase suscitò in Francia forti polemiche: tra il 1369 e il 1370 Jean de Hesdin componeva e diffondeva un’apologia antipetrarchesca, «Contra Franciscum Petrarcam epistola»”. Petrarca ne aveva notizia a gennaio, e l’1 marzo datava da Padova una risposta sui toni dell’invettiva, “Invectiva contra eum qui maledixit Italiae”. La disputa continua per tutto il Trecento, e sarà ripresa all’inizio del Cinquecento. Ma già, con la discesa di Carlo VIII, era stata superata in asprezza dalla querelle politica.

Usa far credito alla Francia di Napoleone III dell’unità d’Italia. Ma anche questo è dubbio. Macron e Sarkozy in Libia non sono una novità: niente viene di buono all’Italia dalla Francia. Ma forse anche agli altri europei, inglesi, tedeschi, spagnoli, olandesi, possono porsi la domanda. La Francia è stata solamente buona con gli Stati Uniti – con i quali fa invece continuamente litiga in questo dopoguerra: due terzi degli attuali Stati Uniti sono stati ceduto alle colonie inglesi dell’Est a titolo quasi gratuito dalla Francia. In funzione antinglese. Si può anche dire che non c’è saggezza nella politica francese, non negli ultimi secoli.

A proposito del Leopardi diciassettenne della “Orazione”, Saverio Ieva, “Amor di patria e misogallismo nel giovane Leopardi”, nota: “La spedizione di Murat (negli Stati del papa, n.d.r., per una Italia unita sotto il suo scettro) e il proclama di Rimini suscitarono reazioni contrastanti. Ad esempio, nel caso di Manzoni riscontriamo l’adesione entusiastica della canzone incompiuta “Il Proclama di Rimini”. Ma anche in Manzoni possiamo notare incertezze e oscillazioni di schieramento : un anno prima egli aveva, nel frammento “Aprile 1814”, celebrato la caduta del napoleonico Regno d’Italia, esprimendo speranza nella restaurazione ad opera degli Austriaci che avevano promesso leggi liberali. L’esecrazione della Rivoluzione dell’Ottantanove, l’odio per Napoleone, l’avversione per i Francesi – unitamente all’ideologia legittimista, che ha acquistato forza durante l’epoca napoleonica – caratterizzano invece tutta una serie di prese di posizione lealiste nei confronti dei governi ancien régime. Fra queste, nel caso dell’impresa fallita di Murat, abbiamo l’orazione “Agl’Italiani”, scritta a Recanati fra il 19 maggio e il 18 giugno 1815” .

Razziali, leggi – Sottovalutate nel loro significato, e nella possibile portata, a lungo, anche dall’antifascismo – da Nenni per esempio. Mentre non erano estemporanee. Non dettate dalla volontà di compiacere il neo alleato Hitler, dopo la lite sull’Anschluss, l’annessione dell’Austria, incontrato sul fronte franchista in Spagna, e sodale poi contro le sanzioni. Non solo da quello. Furono la parte culminante degli Anni del Consenso. E con una ragione specifica nella logica o pratica del potere di Mussolini, che si rafforzava con l’idea del nemico. Suscitandone quando non se ne presentavano. 
Con le leggi razziali Mussolini tentò la creazione di un nemico interno. E ci riuscì. Perfino più di quanto immaginasse o volesse. A giudicare dal trattamento delle denunce. Che furono copiose. Franzinelli, nella ricerca d’archivio sui “Delatori”, si è imbattuto in miriadi di denunce di ebrei e supposti ebrei. Qualcuna anche firmata, la risposta popolare all’odio implicito nelle leggi razziali fu ampia. Tale che la polizia politica e lo stesso Mussolini dovettero impegnarsi a limitarla – v. ai capp. VI e VII, questo specialmente, i capitoli centrali dei “Delatori”.
Si denuncerà dopo l’8 settembre anche per la taglia, che veniva pagata a chi denunciava un ebreo. Si denunciava prima, a partire dal 1939, anche per entrare in possesso dei beni sequestrati. Dal 1940 le case sequestrate vennero date agli italiani “ariani” colpiti dai bombardamenti alleati.
Le leggi furono seguite da circolari e regolamenti di attuazione, con disposizioni minute. Il tutto inteso contro i non appartenenti alla “razza ariana”, ma essenzialmente contro gli ebrei. Che efrano in tutto 47 mila, di cui però circa diecimila erano stranieri, in gran parte provenienti da Germania e Austria, gente che confidava di trovare in Italia una destinazione sicura.
Malgrado il profluvio di limitazioni, non ci fa tra gli ebrei la percezione di un pericolo. L’assurdità dei vincoli fece pensare a una mossa opportunistica di Mussolini per avvicinare Hitler, che poi sarebbe stata trascurata. Molti intrapresero una via d'uscita individuale, chiedendo la “discriminazione” dalle leggi (discriminatorie), per meriti fascisti, o patriottici (merito di guerra). Qualcuno si fece battezzare.
Il regime mise in pratica le discriminazioni, quelle razziali, ma non la persecuzione. Anche nelle aree occupate dalle truppe italiane, in Francia, in Grecia, in Dalmazia, non attuò la deportazione e non la consentì. Fino all’8 settembre.
Le leggi furono sottostimate anche dall’antifascismo militante. Mentre non suscitarono nessuna reazione nella società civile. Le scuole cacciarono gli allievi ebrei senza porsi alcun problema, né i presidi né gli insegnanti. Tutti i posti liberati nello Stato e nelle università, un migliaio solo nelle università, furono occupati senza problemi da candidati “ariani”.

astolfo@antiit.eu

Camilleri si ricorda goliarda


Camilleri si racconta alla pronipote Matilda. Col solito piglio narrativo, ma anche con la solita aneddotica, non una novità per i suoi lettori. Se non che qui accentua fastidioso il politicamente corretto di cui si ammanta, rappresentandosi  ragazzo antimussoliniano davanti al principe ereditario in visita - benché sempre fascista, impegnato nei Littoriali. Montalbano approverebbe?
È una buona lezione per immortalarsi nel ricordo della pronipote, di simpatia, e di capacità creativa? Questo forse sì, ma a condizione di ritenere la politica goliardica. 
Andrea Camilleri, Ora dimmi di te, Bompiani, pp. 112 € 14

domenica 9 settembre 2018

Il populismo viene da sinistra, l'antipolitica


Si criticava la partitocrazia all’universita Cesare Alfieri di Firenze nei primi anni 1960, su input del presidente socialista (socialdemocratico) Saragat. Scalfari pubblicava il suo primo “Autunno della Repubblica” nel 1969. Da tempo promotore, attraverso “L’Espresso” da lui fondato, del governo dei tecnici o dei saggi, contro “Roma ladrona”, suo brevetto. Che riproporrà con “la Repubblica” – candidando insistentemente Visentini, che in privato chiamava “l’avvocato dei ricchi”. Il populismo italiano ha radici altolocate e parte da lontano. Il colpo definitivo in questo indirizzo lo darà la questione morale di Berlinguer negli anni 1980, che aprì i cancelli della politica ai giudici.
Viene da sinistra, da lungo tempo, e ha i toni incontestabili del governo dei migliori, il populismo italiano. Che è becero nei tweet di Salvini, ma solo perché è la moda, il linguaggio di moda. Il populismo è ben allineato e coperto con i grandi giornali e con le “ragioni della sinistra” antipolitica. Anche nella supplenza dei giudici – che ora Salvini paga perché ha tentato di mettersi  fuori del partito dell’antipolitica.
Si può anche dire che è questo il nodo della sinistra in Italia, ora introvabile.

Ombre - 431

“L’Espresso” si fa forte del solito teorico della “postdemocrazia”, Colin Crouch, e scopre che “i nazionalisti del Vecchio Continente sono al servizio di un disegno ispirato da Trump e Putin: distruggere la Ue”.
Sarà vero? Ma qualcosa manca, la ‘ndrangheta: Salvini non è stato eletto in Calabria?

Santifica “L’Espresso” il “compagno Fico”, con un ritratto caravaggesco, e le gesta da movimentista. Compreso temere le mani in tasca, da presidente della Camera all’anniversario della strage di Capaci, mentre si suona l’inno di Mameli, e i militari sbattono i tacchi sull’attenti. Sarà un po’ sordo?

Una ex spia inglese, che si fa chiamare “Tom Shore”, scrive un libro per dire come nel 1989, infiltrato a Berlino Est, sventò un complotto per uccidere Gorbaciov. Un complotto del Cremlino: del Politburo del partito Comunista Sovietico, e del Kgb, il servizio segreto di Mosca, contro il loro presidente. Il “Guardian” e “la Repubblica” se la bevono. Hanno lettori che credono alle spie? Sono legati all’editore del libro?

“Tom Shore” spiega anche che le manifestazioni dei riformatori tedesco orientali erano spiate da un maggiore del Kgb. “Nulla faceva pensare che un giorno quell’agente sovietico sarebbe diventato uno degli uomini più potenti del pianeta. Il suo nome era Putin”. Pensa tu.

Lucetta Scaraffia, storica femminista collaboratrice con Benedetto XVI dell’ Osservatore Roma”, unica donna invitata al sinodo dei vescovi due anni fa, si trovò “confinata all’ultimo banco”, dice a Stefano Lorenzetto sul “Corriere della sera”: “L’ultimo di una trentina di file”. Il progresso è regresso nel pontificato di papa Francesco?

Il sinodo era riunito per aggiornarsi sulla. “Accanto a me”, ricorda ancora Scaraffia, quindi in trentesima fila, testimoni muti, “alcuni coniugi invitati dal Vaticano. Poveri, con 12 figli, felici… Buoni e finti. Coppie ammaestrate, con il marito a comandare”. La chiesa di Roma effettivamente è un miracolo, tanto è imbranata – clericale. La chiesa è colta, eccetto che in teologia? E avvertita, al passo con i tempi? Anche fisicamente, si mostra fuori del tempo: grassoccia, untuosa, lingua di legno.

“La televisione è come una spugna: raccoglie tutto ciò che c’è sul pavimento. E quando la spremi esce il succo della società”, Pippo Baudo. Che la televisione è spazzatura?

Si fa fatica a seguire dove va, o è, il Pd, tanti sono i reportages, i commenti, le notizie sul partito che ingombrano i giornali. Sarà un partito di giornalisti?

Il governo insabbia la webtax, accusa Maurizio Martina sul “Corriere della sera”. E uno capisce perché gli elettori del Pd scappano. La webtax essendo stata insabbiata proprio dal partito di Martina. Con la solita furbizia, alla Camera votando una legge diversa da quella del Senato. Dopo avere dimezzato le aliquote, dal 6 al 3 per cento. E aver limitato la tassazione alla web industry nazionale escludendo il big business, Google, Facebook, Apple, Amazon – che è già esattore dell’industria nazionale.

In realtà la webtax, che non può essere che europea, la insabbia Angela Merkel, Con continui rinvii – lei non dice mai no. La tassa non è esosa – è un tassa solo di nome. È Merkel che l’ha voluta dimezzata, l 3 per cento degli utili. Perché no? per acquisire meriti con i big del web.

La Uefa, Union of European Football Associations, fa parite la sua nuova Nations League da Astana, capitale del Kazakistan. Il Kazakistan è diventato Europa? O paga più soldi per le partite?

Destra e sinistra unite, Obama in testa che nell’occasione fa il Grande Rientro,  nel nome di McCain. Al funerale di McCain, e quindi pace. Ma nessuno, neanche nell’estrema sinistra, “The Nation” e altrove, che abbia ricordato McCain candidato nel 2008 alla presidenza con  Sarah Palin, ultrà pre-Trump. Ammiratore di Pinochet. Sostenitore puro e duro di Reagan, deregolamentatore massimo. Sostenitore dei “contras” in Nicaragua, una guerra dei servizi americani. Quello che non voleva il Martin Luther King Day.  

“Astraendo dai costi di transizione – che tutti considerano ingenti – quali sono per l’Italia i vantaggi di restare nell’euro nel lungo periodo?”. Ineffabile Lucrezia Reichlin sul “Corriere della sera”. Una doppio “a parte”, come si diceva in teatro, una quisquilia, come direbbe Totò. Mentre Keynes ha fermamente assicurato, da tempo, che nel lungo periodo saremo tutti morti.

Cambiando il governo si scopre che il giudice Casson, non essendo stato rieletto senator e del Pd, era rientrato in magistratura a Parigi, “magistrato di collegamento a Parigi”. In vacanza cioè nella ville lumière pagato dallo Stato. Non si finisce di stupirsi.