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giovedì 24 novembre 2022

Il mercato dell’immigrazione

Il film “Princess” ripropone per uno specifico aspetto, la prostituzione, il mercato dell’immigrazione, di cui questo sito ha più volte spiegato l’organizzazione. Con le evidenti, benché segrete, connivenze in Italia. Anche, perché no, le mafie esistono per questo, sotto la forma dei “diritti”, dell’incitamento libertario e umanitario ad aprire le porte. Questo “segreto” è palese nella tratta nigeriana delle prostitute, di cui nel film. In argomento è utile rileggere quanto il sito diceva il 25 marzo 2018:

Nigeriane – L’illegalità dell’immigrazione è italiana? Le nigeriane in Italia, si potrebbero dirle un mistero, o farne un mistery, ma risaputo. Anche semplice: chi le porta in Italia, legalmente, chi le sfrutta? Col corollario che le colpe, o i reati, dell’immigrazione illegale sono dell’Italia. Prevalentemente, di organizzazioni e controlli compiacenti italiani.

“La Lettura” indaga con Teresa Ciabatti a Castelvolturno nel casertano, “25 mila italiani e 25 mila immigrati”, l’ampio mondo delle nigeriane in Italia. Delle prostitute nigeriane. Del traffico nigeriano di prostitute, “qualcuna di dodici anni”. È una scoperta, non è mai troppo tardi. Ma c’è di più: le nigeriane sono la chiave, ancora irrisolta, dell’immigrazione illegale in Italia. Da un paese cioè non confinante e anzi remoto. Da un’epoca anche remota, quando non c’era il traffico degli esseri umani a basso costo e profitti stratosferici attraverso il Mediterraneo, e dalla Nigeria bisognava arrivare in aereo o nave, e con un visto, impossibile sottrarsi alle polizie di frontiera.  

C’era il treno delle nigeriane (“delle puttane”) sulla Roma-Genova già negli ani 1970. Un vagone riservato, più o meno, che a Livorno si riempiva di prostitute alle sette di sera, destinazione la Versilia, da Viareggio a Lido di Pietrasanta, Forte dei Marmi (un noto bistrot canagliesco del lungomare ha conservato il soprannome “Mangia e fotti”: una banca) e Massa Centro. E alle tre di notte prendevano il treno inverso, sempre in gruppo, in vagone praticamente riservato. Niente di clandestino. Una logistica complessa, e nei decenni imperturbata. C’erano le “nigeriane” negli anni 1980 disseminate per la pineta di Castelporziano contigue alla tenuta del Presidente della Repubblica, con rigida suddivisione territoriale, stabilita dalla “madama” che ce le portava la mattina, e a ore prestabilite le riuniva per conciliaboli evidentemente di indirizzo, o per collettare le entrate. Quando Pertini aprì al pubblico buona parte della spiaggia, i sette km. dei “cancelli”, diventarono una parte del panorama.

Le virgolette sono d’obbligo per “le nigeriane”, perché intanto il business si era esteso dalla Nigeria ai paesi confinanti. A opera delle “madam”, che in Nigeria sta per imprenditrici: donne di grande energia e disinvoltura: appena fuori dal poto di Lagos e dagli aeroporti internazionali, nessun affare, piccolo e grande, sfugge alle “madam” nigeriane. In età e anche giovani. In “La gioia del giorno”, così Astolfo ricorda la figura della “madam” già negli anni 1970, uscendo dall’aeroporto di Lagos: “Nella fila lenta di macchine che vanno in città, lunga dieci chilometri, o venti, solo incedono i camioncini delle madam. Cigolando, fumigando, i cassoni pieni, di uomini e donne seduti stretti con le mani sulle ginocchia, scivolano sul bordo, fanno un pezzo fuori strada, poi risalgono sull’asfalto, sorpassando imperiose le macchine senza balestre che restano a sudare ferme nell’afa equatoriale sotto lo smog, e suonare il clackson.

“Altre donne domatrici si trovano in Africa, non quelle voluttuose dei romanzi dell’Ottocento, ma donne d’affari, la regina Vittoria non è riuscita a ingabbiarle nell’antropologia della schiava tribale. Il corpo delle matrone reso più massiccio dai paludamenti, la voce rauca che emette unicamente un suono, una cifra, lo stecco mobile tra i denti mentre sogguarda il cliente con le palpebre scese, per calcolarne la tariffa. Che non è quanto il cliente può dare, per censo, abiti, lingua, ma quanto è disposto a dare. La madam dirà una cifra che per lei è alta ma fa sentire il cliente contento, oltre che protetto. Il denaro deve avere proprietà terapeutiche nella magia yoruba, una causa da aggiungere alle origini del capitalismo”. Il privilegiato in taxi, o in auto aziendale”, continua Astolfo, “non ha questo piacere, è preso e riportato da mezzi che beneficiano dell’extraterritorialità, avendo pagato in anticipo, in abbonamento, il fee o bakhshish dovuto ai vari gradi di autorità. Ma ogni madam con cui incrocia lo sguardo dietro il finestrino gli fa il calcolo mentalmente di ogni altro affare possibile, compravendite, cambi, affitti, le ambitissime licenze commerciali, o solo marchette.

“Il mercato inizia a Lagos all’aeroporto, sporco e ingorgato, ma con proposte di convenienza, quindi di efficienza. Si danno in albergo molti ricevimenti, per uomini grassi, l’aria sudata o affannata sotto le cravatte sgargianti, che passano da un ricevimento all’altro, per il potere, che è chiacchiera. Le donne, anche le mogli, sono invece padrone severe del mercato, per i soldi”.

Le madam avevano e hanno molti commerci a Lagos e altrove, in Nigeria e fuori. Nigeriani erano i primi pusher di droghe sui marciapiedi in Italia. Tutta gente quindi con passaporto e visto di ingresso. Nella distrazione continuata e totale.

Solo un anno fa, e solo sul “New Yorker”, il fenomeno delle nigeriane in Italia è stato investigato, da un giornalista americano. Che ha trovato agenzie di reclutamento in più città della Nigeria. Un’attività dichiarata. Con tariffe scaglionate per vari tipi di “ingresso in Italia”. Compreso quello a basso costo, la rotta del Sahara e della Libia, senza visto.

Fenomeno analogo, se non criminale come la prostituzione, è stato ed è – oggi un po’ ridotto – quello dei “vu cumprà”. Torme di piccoli ambulanti del Nord Africa e del Bangladesh arruolati, con l’offa del banco al mercatino. Organizzati, suddivisi, collocati ognuno in una sua area. Oppure, da alcuni anni, quello dei giovani africani del Ghana e del Senegal, della diffusa e potente setta religiosa dei murinid, postati ogni giorno a migliaia come mendicanti attorno ai bar, le edicole, sui marciapiedi, portati e ripresi a turno, con cellulare.

L’inferno alle porte di Roma, freddo

Una spettacolare sociologia sul campo, delle prostitute nigeriane in Italia, a Roma, sulla strada di Castelporziano, appena fuori della tenuta presidenziale. Di De Paolis regista e sceneggiatore alla sua seconda prova - la prima fu cinque anni fa “Cuori puri”, sull’impegno di verginità della ragazza col fidanzato. Con qualche ruolo del Piam, Progetto Integrazione Accoglienza Migranti.

Chi va in stagione al mare ai “Cancelli”, alla spiaggia di Castelporziano che Pertini decretò di uso pubblico, suddivisa in nove o dieci entrate (“cancelli”) venendo da Roma, da Castelfusano, attraversa la forra esterna alla tenuta presidenziale punteggiata a tutte le ore da queste ninfe “nigeriane” (ma la più parte lo sono di nazionalità: fanno parte di un traffico ormai cinquantennale – ci sono agenzie di reclutamento stabili, con insegna pubblica, specie a Benin-City - e fino a qualche anno fa semi-ufficiale). De Paolis ha messo una debuttante esplosiva, Glory Kevin, nei panni di una di esse a diciott’anni, e le fa rivivere le giornate in forma di auto-fiction, dei suoi disparati incontri, andati ad effetto o falliti, e il film non ha un attimo di pausa - anche se la materia, la prostituzione, è ripetitiva. Ci sono le piccole scene di prostituzione, ma di essa c’è soprattutto la vera materia, il denaro – money, money, money è la parola più usata. E poi tutta la vita ai margini. Il riposo, lo svago e le liti, tra sexy worker, come bisogna chiamarle, il rito festivo in chiesa e il Dio onnipresente, le famiglie rapaci in Africa, che sempre domandano money, i money-changer ladroni, la madama o “padrona” che delle ragazze domina il corpo e anche la mente, l’incertezza di ogni rapporto, anche il più banale, la marginalità estrema – anche il bosco fuori Castelporziano è brutto.

Glory Kevin – brava di suo o ben diretta - regge tutto il film. Col supporto di alcune caratterizzazioni, i cosiddetti “tipi umani”: il riccone strafatto, l’anziano disappetente portato dal figlio, il fissato mezzo matto, quello che ci prova e non gli viene. E l’unico altro personaggio della storia, Lino Musella: il giovane solitario, che va in cerca di funghi, porta a passeggio la cagnetta, dà da mangiare ai piccioni, e prende Glory per un angelo.

Roberto De Paolis, Princess

mercoledì 23 novembre 2022

A Sud del Sud - Il Sud visto da sotto (509)

Giuseppe Leuzzi

La Lega vuole assolutamente il Ponte sullo Stretto. Di Venezia? Di Udine? Di Ponte di Legno? No, di Messina. Per affondare meglio la Sicilia, e la Calabria insieme?

Però. Conte, il succedaneo di Grillo ai 5 Stelle, che ha a cuore i giovani, il Sud, il reddito di cittadinanza, e nel mirino la Lega, che si ribellò al suo governo, perché non organizza una gita obbligatoria degli italiani allo Stretto di Messina che la Lega vuole abbrutire? Anche una gita di corsa, una giornata, con arrivo all’alba e partenza al buio, quando lo Stretto si circonda di luminarie, sfavillanti sulle omeriche acque – che con la stagione viene già alle quattro, le cinque.

È una proposta modesta, ma Salvini ne uscirebbe con le ossa rotte – si dice per dire (che vorrà dire?).

La Fabbrica del Ponte – o il miracolo della moltiplicazione

“Santo Cipriano mio dell’Aspromonte, come guardasti il monte guarda il ponte”. Nella bibbia mitica (1.300 pagine, di 40 righe, di 80 battute) che Giuseppe Occhiato ha lasciato e ora si pubblica, “Oga Magoga”, l’eroina Brandoria, sotto minaccia, prende a “recitare precipitosamente formule su formule, carmi e ciarmi, uno scongiuro appresso all’altro”. Culminando con l’invito: “Santo Cipriano mio dell’Aspromonte, come guardasti il monte guarda il ponte”. Ed è un guaio, perché ora come ora san Cipriano dell’Aspromonte, seppure è esistito, non esiste più, mentre il ponte, che tanto avrebbe bisogno di uno sguardo salvifico, miracoloso, sì. Perlomeno, si dice che sì, il Ponte c’è.

È però anche vero che qualche miracolo, anche in assenza di santi, si è già prodotto, a opera del Ponte stesso. Che dunque è da dire miracoloso?

Attorno all’Opera o Fabbrica del Ponte, quali sono in uso per i miracoli dell’architettura: il manufatto è ancora di là da venire, ma l’Opera del Ponte è attiva e industriosa, da quasi mezzo secolo ormai. Ritoccando e rifacendo, in assenza del manufatto, studi, disegni e progetti, del Ponte sopra il mare, sotto il mare, sospeso, su piloni, a campata unica, con tiranti, con mare forza 9, e terremoto magnitudo 10 – perché no, sulla carta tutto è possibile. Solo il traffico non è stato calcolato: non si sa quanti siciliani decideranno di passare il week-end in Calabria, poiché di questo si tratta, oppure di farsi un viaggetto di qualche migliaio di chilometri in macchina fino a Roma o addirittura a Milano, a Chiasso, al Brennero – a Ventimiglia no, la Francia non permette.

Da quando Pietro Ciucci, il suo primo e massimo fautore nei vent’anni da direttore generale dell’Iri e poi presidente della Stretto di Messina Co., se ne è occupato, fino a dieci anni fa, un miliardo e due il Ponte l’ha già generato. Non sprecato, si sa che la grazia divina è generosa, non del tutto:  molti architetti, ingegneri, geometri, e persone d’affari se ne sono giovati – si continua a dire uomini d’affari, ma non ce n’è più motivo. E i primi appaltatori, che ora vogliono la metà di quella somma, 600 milioni, come indennizzo con penale, per non aver fatto nulla.

Gioia Tauro no, il Ponte sì

Il governo tedesco ha ceduto una quota del terminale container di Amburgo alla società statale cinese Cosco. Contro le pressioni, anche vigorose, degli Stati Uniti. Le ragioni di sicurezza accantonando all’esigenza del porto di sostenere la concorrenza di Rotterdam e Anversa. In Italia si tenta in tutti i modi di cortocircuitare il portocontainer di Gioia Tauro, che è in concorrenza con Barcellona e Marsiglia. Tenta di boicottarlo il governo – almeno nell’edizione Draghi. Per quale motivo? Per nessun motivo – non è che boicottando Gioia Tauro si avvantaggia Genova, o Trieste, o Livorno, o La Spezia, o Napoli. Semplicemente, così: per non collegarlo all’autostrada e alla ferrovia – collegarlo decentemente, non con le “bretelle” attuali. Una spesa minima.

In compenso, si offre alla Calabria il ponte sullo Stretto. Di cui la Calabria non ha nessuna necessità, e semmai molto da temere, per il paesaggio, che è un patrimonio, e per l’inquinamento. Forse ne hanno bisogno i siciliani, ma non ne sono convinti: non ci tengono specialmente, se non come un lusso in più fra i tanti di cui l’isola è depositaria - tanto più che il danno al paesaggio lo farebbe alla Calabria, seppellendola nella migliore delle ipotesi sotto le polveri, da luogo delle sirene trasformandola in luogo mefitico di passaggio. Quello che, si parva licet, l’Austria cara al cuore della Lega si rimprovera dopo avere accettato l’autostrada del Brennero, un incubo che ha desertificato la valle, e ha fatto del Tirolo il luogo di passaggio dello spazio comune industriale Lombardo\Veneto-Baviera.

Questo nell’ipotesi che il Ponte non solo si cominci ma si finisca. Cosa impossibile: allo stato attuale delle opere pubbliche in Italia non basta una legislatura per avviare un progetto e poi completarlo. Sono più le opere non finite e abbandonate a metà, montagne di euro spese per avere deturpazioni, scheletri di acciaio e cemento armato - per esempio dentro e attorno a Roma. Si inizia, e poi non si finisce. Si inizia distruggendo, si prendono i primi soldi, e si scappa, al coperto di varianti e di tribunali amministrativi. Lo Stretto, che oggi si guarda come un mi’rāg del profeta Maometto, una visione, un paradiso, sarà ridotto a una discarica. Forse per questo la Lega lo vuole assolutamente.    

Sicilia

“Un milione di siciliani lontani dall’isola”, “Il cuore freddo di Catania”, verso l’ennesimo sbarco di ong tedesche. Non c’è giorno in cui l’isola non meriti titoli killer. Non autocritici o a fin di bene, poiché si ripetono sempre cuopi e anzi neri, ma un un approccio, una forma mentis. Di buono nell’isola ci sono solo gli spettacoli e le arti – compresa ultimamente la cucina d’autore – ma solo se di amici e compagni di cordata, o di avvedute pr.

Non si saprebbe non apprezzare l’autocritica. Se non è denigrazione – o anche solo un complesso, l’ex complesso di inferiorità.

Per l’apertura della stagione lirica al Massimo di Palermo si pubblica la foto del sindaco Lagalla con l’ex direttore artistico Marco Betta e il sovrintendente Francesco Giambrone. Lagalla sovrasta gli alti due di tutta la testa: ci sono giganti anche in Sicilia.

Lagalla è un medico, Dc, portato da Dell’Utri e Cuffaro, due condannati per mafia. Anche Giambrone è medico. Non si può dire che l’isola non abbia continuità – resilienza?

Ha tradizioni recenti di rispetto, per la stagione d’oro dei “leoni di Sicilia”, come ora si vuole chiamarli, ma poi per tutto il primo Novecento. Un conservatorio che era un laboratorio musicale di prim’ordine, in Italia e fuori. Un’accademia di belle arti che attirava giovani da tutta Europa. Un’interlocuzione costante dei letterati con Roma e con Milano. È nel dopoguerra che si è imbastardita, fino a infognarsi nella mafia e le “sicilitudini”.

Sciascia, che è grande scrittore, e anche ricercatore storico, non è quello che più di tutti ha ridotto la Sicilia a “un caso” - si è fatto un monumento sulla Sicilia? La Sicilia di Pirandello e di De Roberto, che pure era molto più overa, e forse altrettanto mafiosa, era molto più ricca di quella che Sciascia ha configurato.

Cateno De Luca ha subito una decina d’inchieste giudiziarie, due arresti, e da sindaco di Messina un processo con la richiesta di tre anni di carcere, ma non è mai stato condananto. Errori giudiziari non possono essere, sono troppi.

Ma la città di De Luca, Messina, quella sì, ha cambiato natura. Aveva un’università ricca di bei nomi. Serviva la Calabria, per l’università e i commerci – a partire dalle “bagnarote” che contrabbandavano il sale sui ferry-boat. Aveva un porto attivo, per il Nord Europa e per le marinerie Nato. Era una piccola metropoli. Ora non più, è una provincia qualunque, e senza carattere – una provincia “babba” si sarebbe detto un tempo in siciliano. Era governata dalle grandi famiglie, Aldisio, Stagno D’Alcontres, Bonaccorsi, Pulejo. Ora De Luca, Pd anomalo – come il De Luca campano: sarà il nome?

Si trovano nella “lingua” di Camilleri alcune parole che non usano in siciliano ma sì in calabrese – catoju, basso, etc. . Non è meraviglia, la Calabria è stata latinizzata via Sicilia, e i dialetti neolatini di entrambe le regioni dunque si somigliano. Ma è un caso raro, probabilmente unico, nella letteratura siciliana, un’insorgenza calabrese, per un qualsiasi motivo: al là dallo Stretto c’è “il continente”.

Camilleri ha anche, tra le comparse e le location non isolane, ricorrenti riferimenti alla Calabria: Gioia Tauro, Cosenza, amici vecchi e nuovi di Montalbano, calabresi finiti male in Sicilia. È un caso unico fra i narratori isolani: la distanza tra Calabria e Sicilia è curiosamente considerevole. Un tempo Messina era l’università della Calabria, e conseguentemente la casa dei tanti, prolungati, fuori corso. Da qualche decennio non più, l’estraneità è totale.

Attorno allo Stretto, un tempo mare comune, resta tra i paesi dei Peloritani, le montagne di Messina, il miraggio in autunno dei porcini dell’Aspromonte, e d’inverno per gli sciatori a Messina delle piste di Gambarie invece che dell’Etna. Niente di più. Messina è pure stata per secoli fedele praticante del santuario di Polsi, all’interno dell’Aspromonte, della Madonna della Montagna – il luogo di culto di più antica continuità in Europa.

Jünger ne fa la terra dell’eroico e del tirannico, sfacciata, un po’ – “Terra sarda”, 151-2. Al termine di una vacanza in Sardegna, maggio 1954, annotando: “Malgrado la molteplicità delle testimonianze, trovo che qui la storia mostri il suo volto con maggiore discrezione che in Sicilia, dove l’eroico e il tirannico lasciano di sé possenti tracce”. Nei luoghi e nelle persone: “La differenza è inconfondibile, anche nel carattere delle persone. Paragonata alla Sicilia, la Sardegna è una retrovia, un teatro di provincia”.

Trecentomila siciliani, su una popolazione di cinque milioni, non sanno leggere né scrivere. La Sicilia è anche all’ultimo posto per percentuale di laureati sulla popolazione attiva, tra i 25 e i 64 anni, non arrivano al 15 per cento. Praticando la Sicilia, invece, non si direbbe.

È la primavera per antonomasia per Proust, colorata (azzurro) e profumata. Proust se lo dice a Parigi, al passaggio della stagione, che non può tardare (alle prime righe di “Vacanze di Pasqua”, “Le Figaro”, 25 marzo 1913): “Siamo a Parigi, è inverno, e tuttavia, mentre si dorme ancora a metà, si sente che comincia una mattinata primaverile e siciliana”.

leuzzi@antiit.eu

Gli interessi degli Stati Uniti non sono quelli dell’Europa

A 94 anni il decano, probabilmente, della Spd, il partito socialista tedesco, già al governo, all’Economia e agli Esteri, nonché sindaco di Amburgo, dice quello che pensa, non isolato però in Germania. Anzi, dice il non detto della politica europea: gli interessi degli Stati Uniti possono non essere, e sempre più spesso non sono, quelli dell’Europa. Una politica estera basata sui valori (idee, principi) è un malinteso e può portare a brutte fini. La linea dura contro la Russia può essere negli interessi degli Stati Uniti, della loro bilancia strategica mondiale, ma va contro l’Europa, la sua geografia e la sua storia, e i suoi interessi. Così pure nei confronti della Cina: la politica di potenza degli Stati Uniti è in questa fase rischiosa, e compromette il futuro della Unione Europea.

Poco citato, e non tradotto, è stato il libro di lettura in Germania nei primi mesi dell’anno. È uscito a gennaio, un mese prima dell’invasione dell’Ucraina, che però non sembra averlo obsoletizzato. Il sottotitolo è anche ambizioso: “Orientierung für deutsche und europäische Politik in Zeiten globaler Umbrücke”, in tempo di rivolgimenti globali. Un libro diretto, “senza fronzoli”, lo vuole Dohnanyi nell’introduzione. “Ho scritto questo libro anche come amico sincero e ammiratore degli Stati Uniti, cui ho molto da ringraziare per i settant’anni della reciproca conoscenza e amicizia”.

La ragione del libro è la sicurezza dell’Europa, la sua politica estera, di difesa e commerciale, del tutto inadeguata in questo tempo di “rivolgimenti”. Un’aggiunta alla premessa, alla seconda edizione con la guerra imminente, ricorda: “Gia a fine novembre 2021”, licenziando il libro, “scrivevo che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato avrebbe comportato grossi pericoli”. Ora è confortato nello stesso assunto da Samuel Charap, lo scienziato politico della Rand Corporation, una personalità e un’azienda influenti negli Usa, anche nell’intelligence.

Klaus von Dohnanyi, Nationale Interessen, Siedler, pp. 238, ril. € 22

martedì 22 novembre 2022

Problemi di base pratici - 724

spock

Ci sono più germi nei cibi trattati con le mani o in quelli trattati coi i guanti?

La crescenza, nella sua confezione di carta plastificata, è esposta in una cassetta di plastica, che si vende dentro una scatola di plastica: è infettiva? è radioattiva?

Se dobbiamo fare tutti i queer, chi li fa i figli (la pensione, le cure, il funerale)?

Come faranno i russi, che hanno il genere anche nel cognome, a chiamarsi senza genere?

Perché la banca è così esosa? 

Perché la banca è così inefficiente?

 

Perché internet è la patria dei truffatori?

spock@antiit.eu

Che fatica il fantasy

Max rivuole il fratello Beo, scienziato, inventore una macchina del tempo, morto sul lavoro. Si ritroveranno in un giardino delle Esperidi (Sutri? Malta?). Dopo molte avventure.

Un fantasy. Un viaggio nel tempo. Tra giochi di ruolo e videogiochi. Un po’ Bud Spencer un po’ samurai.  Con “colpo grosso” finale. Il cattivo è il fascismo. Con due cattivissimi Scalera e Gifuni. Nel mezzo una “Bella Ciao” ritmata, da un complessino fascista, al caffè delle camicie nere, entusiaste, tutti “partigiani”, cioè di parte, con frenetici saluti romani. Un paio di inseguimenti. Un po' di lesbismo. Per il resto poco divertente.

In guerra con gli altri network, Sky prova a ringiovanire il pubblico.

Ludovico Di Martino, I viaggiatori, Sky Cinema

lunedì 21 novembre 2022

Letture - 504

letterautore

Barrès – Proust lo elegge a vero autore del “Genio del cristianesimo”, la celebre opera di Chateaubriand, e non ironicamente. “L’ammirevole autore del vero ‘Genio del cristianesimo’, voglio dire Maurice Barrès” porta di rinforzo, nell’incipit di un articolo sul “Figaro” del 3 settembre 1912 in difesa delle cattedrali, “La chiesa del villaggio”, nella contestazione del cosiddetto “progetto Briand”, Proust lo chiama così, ossia l’intenzione del governo radicalsocialista francese, nell’ennesima lite con “Roma”, col futuro stato del Vaticano, di non finanziare più il recupero-restauro e il mantenimento delle grand cattedrali storiche. Proust, lo scrittore del Novecento che forse più di ogni altro ha “raccontato” la chiesa, da esperto di preghiere, canti, riti, ricorrenze, e perfino da devoto, era naturalmente contrario, delle cattedrali facendo anzi il segno distintivo della Francia, della storia, della cultura, dell’arte francesi. Il richiamo a Barrès in questa difesa è curioso in quanto Prost era da tempo su sponde opposte, dal caso Dreyfus, nel quale Barrès si era distinto per l’antisemitismo, sprezzante, in aggiunta all’antiparlamentarismo di cui si faceva il fiore all’occhiello. Ma Barrès frequentava alcuni dei salotti cari a Proust. La sua amante di lungo periodo, la contessa Anna de Noailles, Proust aveva eletto qualche anno rima, sempre su “Le Figaro”, a genio poetico del nuovo secolo. Entrambi collaboravano alla “Revue Blanche”, la rivista alora d maggior prestigio (Mallarmé, Verlaine, Péguy, Jarry, Claudel, Gide, Apollinaire, Jean Lorrain, tanti bei nomi vi collaborarono). L’ultimo libro di Barrès, “Gréco ou le secret de Tolède”, con molte riproduzioni, una novità per la Francia, era dedicato al conte di Montesquiou, per il quale Proust aveva un’affezione forse non finta – e al saggio Proust si rifarà, alle sue riproduzioni, per parlare del Greco nella “Ricerca”.  

Carlyle – “Il san Tommaso di Chelsea”, lo elegge Conan Doyle nel suo primissimo romanzo, “Il racconto di John Smith” - cioè di se stesso, una sorta di autobiografia da giovane. Santo per essere stato ferito da indiscrezioni e malevolenze dopo la morte: “Di tutti i tristi casi letterari”, dice lo Smith-Conan Doyle, creati dai “mosconi della letteratura”, “gli attacchi alla memoria del grand’uomo quando la terra era ancora fresca sulla sua tomba fu uno per me i più destabilizzanti”. Era avvenuto che lo storico James Anthony Foude, un amico cui Carlyle aveva affidato la sua corrispondenza e le sue carte alla morte, ne aveva scritto una biografia che lo metteva in cattiva luce, nei rapporti familiari e nel carattere.

Dante – Non c’era scandalo nel “Dante islamico” per Asίn Palacios, lo studioso spagnolo cui si fa ascendere la discendenza. Si volle Dante improvvisamente islamico per il sesto centenario, nel 1921 - a ridosso del revival dell’ispanoislamismo del primo Novecento, anche questo influiva - col grosso tomo “Escatologia islamica nella Divina Commedia”, pubblicata nel 1919, un lavoro di recupero delle fonti opera del sacerdote, filologo e arabista spagnolo Miguel Asίn Palacios. Ma lo studioso non si poneva in questa linea. Che Dante sapesse di Maometto e dell’islam, lui che sapeva tutto ed era curioso di tutto, era per Asìn Palacios solo comprensibile. Mentre l’escatologia musulmana c’entra perché non c’entra: c’era troppa distanza e diversità, anche in quel mare Mediterraneo allora unitario. E d’altra parte il mondo non è cominciato con Maometto, il mondo islamico – tutta la poesia dell’amore cortese è contenuta in quella araba dei secoli dall’VIII all’XImo, la quale era contenuta nell’ellenismo, con variazioni certo. E non è finito con Maometto.

Iniziando i raffronti, Asίn Palacios stesso, inavvertitamente, diceva la differenza incolmabile tra Dante e Maometto: tutto uguale, insomma simile, se non che l’inferno di Maometto è “riservato esclusivamente agli infedeli”.

Duemila – Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, lo profetizzava nel 1883, nel suo primo romanzo, come l’età della cultura e dell’arte: un’epoca in cui le notizia di nera sarebbero state di questo tipo: “Brutale attacco su un Virgilio in bodoni”, o elsevier.

Firenze – È il nome per eccellenza, nella teoria di Proust dei “nomi” come distinti dalle “parole”, evocativo cioè, di un mondo, un’epoca, una cultura, dei colori, dei sapori, che assume in una prosa “giovanile” (in realtà del 1913, su “Le Figaro” del 25 marzo), “Vacanze di Pasqua”. A proposito di un viaggio in famiglia per Pasqua, proprio a Firenze, promesso dal padre e poi non effettuato – la Pasqua era fredda - ma vissuto da Proust lo stesso.

Charles Gide - Economista in cattedra, zio di André, s’impegnò, benché ugonotto, contro il cosiddetto progetto Briand (che Proust chiama “progetto Briand”), 1912, contro le chiese antiche, cattedrali comprese. Suo fratello maggiore Paul, il padre di André, giurista, con cattedra a Parigi, studioso della “condizione privata della donna nel diritto antico e moderno”, soprattutto nel diritto romano, era morto a 48 anni, nel 1880.

Pettegolezzo – È irresistibile, una tentazione, argomenta Conan Doyle all’inizio del suo primo romanzo, “Il racconto di John Smith”: “Una persona abbia cinquanta delle più nobili virtù e un solo piccolo vizio, incontinente il critico moscone si avventerà su questo” – “Addison era uno stimabile uomo di buon cuore - «ma un ubriacone», ronza il moscone. Burns era generoso e di mente nobile - «ma un dissoluto» ronza il moscone. Coleridge ci ha lasciato parole che respirano l’intimo spirito della virtù - «Oppio! Oppio!» sussurra il moscone”.

Queer - Michela Murgia non solo intitola “God save the Queer” la sua geniale, perfino comprensibile, teologia (“catechismo femminista”), ma usa anche una terminazione neutra (schwa? sembra un 3), per camuffare alcune volte il genere, che non sia maschile o femminile. Avrebbe divertito molto Arbasino, il re del queer, che ne fu lo scopritore per l’Italia e poi lo specialista, e si presume il praticante – Murgia l’ha scampata bella.   

Sicilia – È la primavera per antonomasia per Proust, colorata (azzurro) e profumata. Se lo dice a Parigi, al passaggio della stagione, che non può tardare (alle prime righe di “Vacanze di Pasqua”, “Le Figaro”, 25 marzo 1913): “Siamo a Parigi, è inverno, e tuttavia, mentre si dorme ancora a metà, si sente che comincia una mattinata primaverile e siciliana”.

letterautore@antiit.eu

Orgasmo freddo

Un’insegnante di religione, pensionata, da poco vedova, madre di due figli adulti che non vede e non stima, vuole provare un orgasmo. Ha per questo fatto ricorso a un toyboy, col quale s’intrattiene, entrambi coperti da pseudonimi, in un luogo neutro, un albergo.

Un’idea pruriginosa, per un’ora e mezzo di conversazione, su tutto e niente, al chiuso, in una stanza grigia, con una sensazione di freddo. Una commediola da salotto, non salace, nemmeno scorretta. Che si conclude col nudo, frontale e posteriore, della sessantenne Emma Thompson. Uno scherzo dell’australiana regista, una buontempona?  

Sophie Hyde, Il piacere è tutto mio

domenica 20 novembre 2022

La Germania fa da sé

La Germania fa da sé? Nei rapporti con la Cina come già con la Russia, prima dell’attacco all’Ucraina? Nella difesa? Nella politica energetica e industriale? Nella politica?

Molte cose dicono di sì: i 100 miliardi stanziati dal cancelliere Scholz per la difesa tedesca, i 200 miliardi per il settore energia, il viaggio in Cina. Contro le linee strategiche appena enunciate da Biden, “New National Strategy”. Senza previe consultazioni europee – anzi mostrando di considerare la Francia e Macron una nuisance, con gli inutili vertici, le consultazioni, le telefonate. L’annosa questione del nuovo carro armato in sostituzione dei vecchi Leopard, passati all’Ucraina, risolta di botto con l’avvio autonomo senza più la Francia dopo anni di discussioni, del nuovo modello “Panther”. È cambiato anche il linguaggio: prima ogni interesse della Germania si presentava nell’interesse dell’Europa, ora si aprla di “interesse nazionale nell’ambito europeo”.

Il cambiamento c’è, ma non da ora. Ora è anche espresso, palese. Prima, con i cancellierati di Schrōder e Merkel - successivi a Kohl, il cancelliere che aveva realizzati la riunificazione d’accordo con Mitterrand e con la Russia – aveva mantenuto il linguaggio della Repubblica Federale di Bonn. Ora l’assertiveness è manifesta.

Non è però un fare da sé. La Germania ha presenti i limiti – e i vantaggi – dell’integrazione nel quadro europeo e atlantico. Ma questi limiti li discute. E al loro interno cerca il massimo vantaggio senza più false retoriche.

La novità totale è proprio del linguaggio. La “questione tedesca” che si annullava nella retorica europea è ora posta in termini nazionali. A differenza degli altri paesi europei, anche della Francia, che era la più restia a questa retorica, la Germania da qualche tempo, dal passaggio da Merkel a Scholz, si interroga su questi limiti. Tre pubblicazioni notevoli, che denunciano gli interessi americani come non convergenti, e anzi a scapito dell’Europa e della Germania, sono diventati best-seller, “Nationale Interesse”, uscito il 17 gennaio 2022, “Die scheinheilige Supermacht: Warum wir aus dem Schatten der USA heraustreten müssen”, Michael Lüders (18 marzo 2021), perché dobbiamo uscire dalla ombra degli Stati Uniti, e “Die transatlantische Illusion: Die neue Weltordnung und wie wir uns darin behaupten können”, 19 aprile 2022, la illusione transatlantica, a opera di autori non nazionalisti, rispettivamente Klaus von Dohnanyi, il decano dei socialdemocratici, già ministro federale e sindaco di Amburgo, un saggista rispettato a sinistra, Michael Lüders, e Josef Braml, americanista, segretario del gruppo tedesco della Commissione Trilaterale, membro dell’Aspen Institute e altre organizzazioni atlantiche.

La bella morte è brutta

La trama e il film sono semplici: un uomo vittima di ictus chiede alla figlia amorevole di farlo morire. Segue l’inevitabile sconcerto della figlia, delle figlie, l’uomo ha due figlie, della cugina che vive a New York, dell’ultimo amante – l’uomo è omosessuale, lo è sempre stato, anche quando si sposava. E poi la prassi d’uso: il notaio, l’avvocato, vari medici, la Svizzera, la polizia, il giudice. Ma con un punto interrogativo.

Il film è molto ozoniano, di vita quotidiana, semplice, vissuta. E naturalmente, si pensa, un manifesto per la morte volontaria, come è d’uso – un film contro non sarebbe stato prodotto. Ma, sempre ozonianamente (Ozon ha scritto soggetto e sceneggiatura, oltre che dirigere le riprese e fare il montaggio), il padre è un egoista tirannico, con le figlie e con i partner (con la moglie sempre, che ha ridotto a una larva, come ora con l’ultimo amante), solo interessato alle opere d’arte che traffica, forse con qualche sospetto di bancarotta. Ed è ebreo. Il messaggio non è edificante – tanto più per essere, nella sua semplicità, coinvolgente: non per la retorica omosessuale, non per quella ebraica. 

François Ozon, È andato tutto bene

sabato 19 novembre 2022

Ombre - 632

Di Maio è stato indicato a Bruxelles come plenipotenziario Ue nel Golfo Persico da Draghi dimissionario – nel Golfo Persico, affollato di nemici, per trovare il gas…. E come è stato possibile, da parte di un governo così efficientista? O era un governo di fratellanza?

Non c’è solo Draghi nella nomina di Di Maio, c’è anche Borrell, il commissario Ue agli Esteri. È solo questione di logge?

“Quello che è avvenuto nel Pd in questi due mesi è sconcertante. Tutti i responsabili della gestione di questo decennio sono gli stessi che in questi giorni si agitano per strategia congressuali. È semplicemente vergognoso”: “la Repubblica” lo fa dire all’eretico De Luca, il presidente della Regione Campania, come “parere di minoranza”? O non c’è altri, all’interno del Pd, che lo pensi?

Tremila euro d’investimento nel terz’ultimo e penultimo aumento di capitale Mps si liquidano per € 2,52, avendo pagato € 5,33 di commissioni.

Banche e carte di credito, che vogliono dai fornitori di merci e servizi che utilizzano il por una commissione, a loro volta fanno pagare anticipatamente la carta di credito agli utenti, e ai fornitori fanno pagare anche l’uso del pos, da 50 euro l’anno in su. Si dice che il pos serve a contro le mafie? Quali?

Un lettore di “la Repubblica” si meraviglia, e il giornale gli dà ragione, che un pubblico ministero abbia chiesto l’assoluzione in uno dei processi a carico di Berlusconi – accusato, dice il lettore, di “corruzione in atti giudiziari insieme col cantastorie Apicella”.

Non si è mai processato Berlusconi, nei tantissimi a suo carico, per l’assunzione nei suoi telegiornali, Tg 5 e Tg 4, delle “figlie” di personaggi importanti – compresi Berlinguer, Scalfari, e altri nemici dichiarati. Alle quali, peraltro, non solo ha assicurato un regolare contratto giornalistico, un’eccezione in queste seconde e terze repubbliche, ma ha insegnato a lavorare. Nessuna ipotesi di voto di scambio in questi casi?

Due notizie lo stesso giorno sullo stesso giornale. “16 mila. Tanti gli addetti che mancano nelle telecomunicazioni: il Pnrr italiano rischia di fermarsi per carenza di manodopera (fonte: Open Fiber)”. E: 1.600 le matricole al corso di laurea in Psicologia all’università romana di Tor Vergata, che ha eliminato il numero chiuso, tanti che non sanno dove fargli lezione, forse in dei container. Per fare che? L’insegnante di sostegno - se vinceranno il concorso. Non c’è fame di lavoro. Perché non c’è bisogno?

“I femminicidi attuali si collocano sula scia del maschilismo fascista”, Mirella Serri. Anche quelli? Tutto è in Italia fascismo, dopo ottant’anni? Un fascismo che è durato vent’anni.

La Cina compra 250 aerei Atr, che si costruiscono a Pomigliano d’Arco. Il presidente cinese Xi Jinping ha preso l’impegno con Giorgia Meloni a Bali. Ma la cosa non fa notizia nei media italiani.

Le liti della sedia fra Borrell e von der Leyen, ridicole, sono il quadro dell’Unione Europea, ridicola. Unita solo quando ebbe paura del covid, e poi a briglia sciolta. Così risentita dappertutto, eccetto che in Italia, in odio al governo. Senza contare che Macron fa finta di dare calci all’Italia perché ne ha presi tanti da Scholz. Il quale, novella sibilla calva, fa il tedesco e non dà conto a nessuno. 

L’incredibile caso del superarbitro D’Onofrio, capo della Procura degli arbitri di calcio, premio Lo Bello come “dirigente particolarmente distintosi”, nominato e premiato dopo il carcere e la condanna come falso medico militare e spacciatore europeo di hashish e marijuana, in libertà vigilata, si liquida in poche righe. Era qualcuno che “non si poteva” licenziare?

A lato, ma non tanto, ci sono le scommesse, che rendono molto di più e non comportano spostamenti rischiosi come le droghe.

Montesano fan della Decima Mas, come a dire fascista ultrà, è stato candidato Pds, cioè il Pci alla prima uscita elettorale col nome nuovo, eletto anche. Questo si dimentica nelle cronache, scandalizzate, dell’esibizione.

Fascismo? Ipocrisia? Inavvertenza? Il caso Montesano si può anche pensare, come è probabile, come scandalo pubblicitario: alla vigilia della sua eliminazione come personaggio, si organizza col comico la messinscena. La non comica Lucarelli la fotografa e la mette in rete. E la pubblicità è gratuita per la Rai, per dure, tre e quattro giorni. Fino a oggi, sabato, che la trasmissione va in onda.

La guerra in Ucraina venticinque anni fa

Venticinque anni fa l’ex consigliere per la sicurezza del presidente Carter anticipava la guerra dell’Ucraina. In un lungo, 404 pagine, e denso saggio, tradotto per Longanesi da Mario Baccianini, spiegava, come da sottotitolo, “Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana”. Il “mondo” era allora, 1997, essenzialmente la Russia, con la Cina in subordine, e Brzezisnki vedeva tre possibili assetti futuri, “nell’arco di una generazione” - cioè a oggi, preciso all’anno e al mese, se una generazione prende venticinque anni. E la più probabile, quella che lui auspicava, era l’abbattimento definitivo della tradizione imperiale russa con la cooptazione dell’Ucraina nella Nato e nella Unione Europea. La Russia, spiegava, ha “un interesse vitale” all’Ucraina, che deve essere bloccato. E dice anche come. In Europa legando Kiev alla Ue e alla Nato. In Asia centrale con la islamizzazione, una forte presenza turca, e una rete di gasdotti verso la grande consumatrice Europa. In Asia orientale col rafforzamento strategico del Giappone – in un’ottica di “convergenza strategica” con la Cina.

Tutte cose che si sono fatte, eccetto la “convergenza strategica” del Giappone con la Cina. Era questo anche, nell’ottica di Brzezisnki, l’esito che meglio avrebbe sostenuto la supremazia americana. Sull’Ucraina era stato ancora più chiaro nel 1993, nel corso di una polemica contro la proposta della Partnership for Peace, di cui si discuteva per l’Europa dopo la caduta del Muro: “La crescente propensione degli Stati Uniti ad assegnare un’alta priorità ai rapporti con questo paese e ad aiutarlo a difendere la sua nuova indipendenza viene vista da molti a Mosca, filo-occidentali compresi, come una politica contraria agli interessi vitali della Russia, che mira a reintegrare col tempo l’Ucraina nel suo campo: un obiettivo che rimane ancora un articolo di fede per molti esponenti dell’élite politica russa”.

Lo scienziato politico ex consigliere di Carter si muove nel quadro della geopolitica di Halford Mackinder, il geografo e politico inglese che nei primi anni del Novecento individuava il centro del potere mondiale nello heartland euroasiatico – “The Geographical Pivot of History”.

Per la Russia le opzioni post-sovietiche erano tre, argomentava Brzezinski: la cooperazione con “i paesi vicini”, un progetto euroasiatico con le altre semi-potenze dell’area, Iran e Cina (la Cina allora non era considerata una potenza), l’avvicinamento all’Europa. La prima ipotesi, una riedizione dell’Unione Sovietica, Brzezinski vedeva già di scarso interesse economico e preclusa dai nazionalismi. Della terza opzione considerava poco plausibili una “collusione russo-tedesca” o “un’intesa franco-russa”. La vedeva invece eccellente e realizzabile sotto forma di adesione della Russia all’Unione Europea, ma dopo la perdita dell’Ucraina: in un primo momento l’Ucraina acquista status pieno, economico e politico, di indipendenza nella Ue, e solo dopo la Russia potrà avvicinarsi.

Di rilievo anche la subordinata Russia con Cina e Iran: seppure considerata non decisiva, prende molte parole di Brzezinski. Questa ipotesi lo studioso considerava improbabile. Ma possibile, e minacciosa, se per un caso di “miopia”, scrive, gli Stati Uniti si fossero avventurati congiuntamente contro la Cina e contro l’Iran. Di questa coalizione, Russia-Cina-Iran, fa l’unico scenario pericoloso – tanto più se a guida cinese. Avvertendo: “Al fine di scongiurare tale eventualità gli Stati Uniti dovranno dare prova di tutta la loro abilità geostrategica, contemporaneamente sui perimetri occidentale, orientale e meridionale dell’Eurasia”.

In sintesi gli Stati Uniti devono: 1) mantenere salda l’alleanza atlantica con l’Europa, allargata a includere l’Ucraina; 2) lavorare al contempo per consentire alla Russia non più imperiale, senza l’Ucraina, un avvicinamento alla Ue e quindi all’asse atlantico; 3) evitare che il “pivot geografico della storia” passi a un’alleanza Russia-Cina-Iran.

Successivamente, dopo la crisi di Crimea e l’annessione russa, Brzezinski si pronuncerà per la “finlandizzazione” dell’Ucraina. Aderendo in pratica all’argomento post-sovietico di Kissinger, che ha sempre sostenuto l’esigenza di legare la Russia all’Occidente, sulla base del riconoscimento dei suoi interessi di potenza. Per capire meglio l’assunto dell’ex consigliere del presidente Carter va ricordato che Kissinger e Brzezinki sono stati sempre in urto, sin dai primi anni 1970, quando l’ex segretario di Stato di Nixon e Ford ebbe i primi incarichi politici e propose il multilateralismo come strategia, una bilancia dei poteri mondiali, piuttosto che l’“eccezionalismo” americano o “democratico" - imperiale, solitario.     

A metà 2016, in un “Epilogo” aggiunto alla riedizione “aggiornata” in tascabile della “Grande scacchiera”, Brzezisnki ribaltava la sua proposta iniziale – memore della sua preoccupazione per un eventuale asse Russia-Iran-Cina? “Di fronte a una struttura globale in evoluzione”, scriveva, a seguito dell’emergere della potenza cinese, “l’America deve lavorare ad attirare la Russia in un Occidente allargato e simultaneamente perseguire una visione geopolitica di lungo termine che includa cooperazione tra Stati Uniti, Cina e Russia”. Ma i presidenti non lo ascoltavano più, Trump, Biden.

Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera, Longanesi, pp. 404 pp.vv.

venerdì 18 novembre 2022

Se il terrorismo non c'è stato

“Esterno notte”, lo sceneggiato di Bellocchio sul rapimento e l’assassinio di Moro, ben drammatizzato e molto pubblicizzato, dal festival di Venezia in poi per due mesi, ha raccolto la metà degli spettatori medi di Rai 1 in prima serata: 3,3 milioni lunedì, con i primi due episodi, con una quota (share) infima rispetto si 24-25 milioni di spettatori alla tv in quelle ore, 2,7 milioni nelle puntate successive – alla pari col trito “Grande Fratello”.

Non sono piaciuti il personaggio, l’argomento (terrorismo), i comprimari che tengono la scena nei sei episodi, Cossiga, Paolo VI, i mediatori, Faranda e Morucci, Andreotti e la Dc, la moglie di Moro? La spiegazione è a monte: il rifiuto, poiché di rifiuto si tratta, non è della presentazione o narrazione dello sceneggiato, è la scelta di non sintonizzarsi sulla proposta. Se non da parte di un pubblico limitato – lo share normalmente della terza rete Rai.

Non piace la storia, non dice niente la vicenda narrata, per un terzo buono degli spettatori adulti del tutto nuova? Il terrorismo non fa spettacolo - diversamente dalla banda della Magliana, o dalle Gomorra? Non piace rivangare il passato recente, politico, minaccioso, il rischio corso, di un terrorismo rozzo e vuoto che ha fatto centinaia di morti e migliaia di feriti, a nessun fine? È l’Italia della “brava gente”, che non s’è mai fatto colpa del fascismo, delle guerre inflitte a chi capitava a tiro, figurarsi del terrorismo – se non fruire dei benefici di legge? 

No, non piace la memoria: del fascismo come del terrorismo, che pure è vicenda recente e non divisiva – sinistra e destra unite nelle bombe come nella P 38. Nel pubblico in generale, ma più forse nell’opinione pubblica, nei media. In contemporanea con l’evocazione della strage di via Fani e l’assassinio di Moro da tutte la parti si legge che chi non si è ribellato non è mai stato giovane, saggezza variamente attribuita a Allende o Cioran.

Com'era brutta l'infanzia, in Normandia

È il racconto dei primi anni della scrittrice in Normandia, in un paese di campagna tra Le Havre e Rouen, nella campagna sulla riva destra della Senna detta “il paese di Caux”. Del padre che cucina e cura la bambina, della madre che fa il commercio e tiene i conti, della loro attività di droghieri-merciai-baristi, della scuola religiosa, del paese, della prima formazione della scrittrice, autodidatta, per limiti sociali e anche di formazione, in un orizzonte limitato. Con un curioso effetto boomerang, non voluto o all’opposto del senso del racconto: dell’ininfluenza dell’ambiente, familiare e sociale, nella crescita, nella formazione - non in senso deterministico, e anzi, più spesso, incidente come molla al cambiamento.

Nel romanzo, del 1997, Ernaux, autrice ormai affermata dopo il successo de “Gli anni”, prova anche a definire il suo metodo di scrittura: “Essere etnologa di me stessa”. Evitando, sembrerebbe, l’invenzione, seppure come gioco di memoria: “Naturalmente niente racconto, che produrrebbe una realtà invece di cercarla. Non accontentarmi neanche di fissare e trascrivere le immagini del ricordo ma trattarle come documenti che si spiegheranno sottoponendoli ad approcci differenti”.

Il racconto gioca in realtà con la memoria, che evoca nel fulminante incipit: “Mio padre voleva uccidere mia madre una domenica di giugno, all’inizio del pomeriggio”. Anche se la confida ai reperti: cartoline illustrate, fotografie, copertine di “Confidenze” e riviste femminili, i luoghi, che rivisita, il quotidiano “Paris Normandie”, il messale portatile o libro di preghiere che ogni buona donna, le ragazze comprese, dovevano avere la domenica in chiesa. Anche la scuola in collegio dalle suore, che frequenta da esterna, un privilegio, il capitolo più “etnologico”, riprende e spiega da un punto di vista preciso, del rifiuto – in nota, l’unica del racconto, spiega come si fa il segno della croce, come si faceva in un mondo o in un tempo dimenticati. E non sa, apparentemente, che è quella che era – non è una scrittrice parigina, per esempio, i suoi fatti privati, per esempio, le sue malattie, le sue parentele, racconta al modo campagnolo.

Resta un manuale della vita in provincia a metà Novecento – in Nomandia come, per dire, in Calabria. Che Ernaux vuole negativa, di “inafferrabile pesantezza, impressione di chiusura”, tale che ne appesantisce tuttora i sogni: “Le parole che io ritrovo sono opache, pietre impossibili da spostare”. L’aneddoto del padre casalingo e servizievole d’improvviso minaccioso serve a fissare un anno, un’età, 12 anni, e il mondo attorno. “A giugno del 1952”, il giorno dell’incipit, a dodici anni, “non ero mai uscita dal territorio che si nomina in modo vago ma compreso da tutti, là da noi, il paese di Caux”. Ma Rouen, dove pure la futura scrittrice si è recata qualche volta con la madre per gli acquisti, non è, non era, una sonnolenta cittadina di provincia - è uno dei luoghi che hanno formato Ruskin, il grande esteta inglese delle cattedrali (e di Venezia) (“per tutta la mia vita, il mio pensiero ha gravitato attorno a tre centri, Rouen, Ginevra e Pisa…. Rouen, Ginevra e Pisa hanno formato la mia vita”, etc.). Una Normandia controcorrente, contro le cartoline illustrate che se ne fanno dopo Proust?

Annie Ernaux, La vergogna, L’Orma, pp. 128 € 15


giovedì 17 novembre 2022

Problemi di base - 723

spock

“Il pessimismo non è che realismo con un nome diverso”, Woody Allen?

 

“Se il nulla esiste, cosa si intende con la parola nulla”, Philip K. Dick?

 

“Anche la vita di un contabile può essere drammatica”, A.C.Doyle?

 

“Alcuni vogliono, ma i più sono soltanto voluti”, Nietzsche?

 

“Chi controlla il passato controlla il futuro”, Orwell?

“Chi controlla il presente controlla il passato”, Orwell?

spock@antiit.eu 

Alle origini del mito Marlowe

Il primo romanzo di Chandler, l’inizio della sua seconda vita, o terza, o quarta: dopo il militare, mezzo britannico e mezzo americano nell’esercito canadese, il matrimonio con Cissy, il grande amore, ma di 18 anni più grande, e l’alcol. Tornato sobrio ripartì con la scrittura, d’invenzione invece che giornalistica, e alla vigilia della guerra debuttò infine riconosciuto con questo che è il primo caso di Philip Marlowe – la prima invenzione di un detective presto famoso dopo Sherlock Holmes (i detective precedenti di Chandler, nei racconti sparsi in rivista, si chiamavano Carmady, Mallory e Delmas).
Un racconto oggi scolastico: Chandler esordiva dopo un periodo difficile, di inoperosità, crisi coniugale, alcol. Scrive cose del tipo: “Indossava un vestito marrone ben stirato e c’era una perla nera sulla sua cravatta. Aveva le lunghe dita nervose di un uomo dal cervello rapido. Si mostrava pronto per una lotta”. Oppure: si può diventare “stranieri”, nascondendosi in un’altra città, ai margini, con nomi falsi, ignoti ai più, ma prima o poi si finisce per ritornare in sé “nel sistema fiscale”. Ma Marlowe, alla sua prima apparizione, fa centro, e diventa subito un mito – soprattutto al cinema, impersonato da una lunga serie di star, Dick Powell, Humphrey Bogart, Robert Montgomery, Elliott Gould, Robert Mitchum, Steve Martin, e specchiato dal Jack Nicholson di Polanski, “Chinatown”, fino al “Grande Lebowski” dei fratelli Coen, che gli dedicano un cameo.
Raymond Chandler, Il grande sonno, Adelphi, pp. 261 € 19

mercoledì 16 novembre 2022

I sette livelli di sicurezza

Ci incontriamo spesso con la signora D., vicina di casa, con la quale si vede condividiamo gli orari. Io un po’ più in ritardo di lei, poiché mi capita di averla davanti alla posta, dal giornalaio, dal tabaccaio, dove entrambi facciamo le ricariche, dal fruttivendolo e dal macellaio, che condividiamo, e al bar. E ogni volta, anche più volte nella stessa mattinata, lei entra in crisi al momento di pagare: apre la borsa, e dentro la borsa cerca in sette scomparti. Cioè non è detto, è da supporre: fa sette ricerche, girandosi di qua e di là, sollevando la borsa, abbassandola, piegandosi per andare a fondo, aprendo e chiudendo, s’intuisce, degli scomparti o dei borsellini, e al settimo tentativo trova, la moneta se si tratta di spiccioli, oppure i biglietti di banca con cui deve pagare.

Non propriamente in crisi, anche questo non si può dire, non si sa. Alla fine, quando ha terminato la settemplice operazione, si rigira con l’espressione di sempre, tranquilla, e un cenno d’intesa.

Pirandello incontra divertito i suoi personaggi

Un capolavoro di semplicità. Per un Pirandello umanizzato, e la famosa funzione catartica del teatro vissuta. “Rappresentata” naturalmente, sempre messa in scena è, ma “dal vivo”, senza birignao: lo spettatore ne esce divertito e sollevato.

Pirandello, tornato occasionalmente al paese natale, fa la conoscenza dei due impresari di pompe funebri, dovendo seppellire la sua vecchia balia, appena deceduta, alla quale lo legano molte memorie. Un’impresa non facile. Pirandello è Toni Servillo, un po’ sconcertato. Gli impresari sono Ficarra e Picone. La questione della sepoltura è il lato comico del film, ma misurato.

Nelle pieghe della difficile sepoltura i due impresari coltivano un lato ludico, il teatro, provando e riprovando con i paesani una commedia. Altro lato comico, sempre misurato. Cui Pirandello assiste talvolta, divertito.

Assisterà anche alla rappresentazione. Che finisce a putiferio, qualche spettatore sentendosi ridicolizzato in scena. Pirandello ne è turbato.   

Andò, regista di ricerca, di film e documentari “d’arte”, qui sceglie la cifra semplice, “realista”: l’ambientazione agreste di Avati, Olmi, ma al naturale (spontaneo), senza ghirigori o artifici. E umanizza Pirandello, proprio mentre partorisce ed elabora quella che è ritenuta la più cerebrale delle sue commedie, la ribellione dei personaggi. La “cifra” della naturalezza questa volta della mano di Andò si vede alla scena finale, per contrasto con la contestazione cerimoniale, borghese, urbana, del pubblico del Valle qualche tempo dopo ai “Sei personaggi” al debutto.

Inconsciamente, forse, è un rinvio di Pirandello, il più cosmopolita degli scrittori del Novecento, al paese. Anche per il dramma “cerebrale” dei “Sei personaggi” come per i tanti suoi racconti e romanzi d’ambiente. “Prendeva fatti successi da noi e li metteva sulla carta che erano una stampa e una figura con le storie nostre, macari un poco trasformate dalla sua fantasia”, argomenta un personaggio di Camilleri. Del più cosmopolita degli autori del Novecento, che si può leggere anche in chiave “italiana” e cosmopolita, senza conoscere la Sicilia. Ma, se è come il notabile di Camilleri discetta, la “sicilitudine” è ingrediente gustoso ancora per i molti.

Roberto Andò. La stranezza

martedì 15 novembre 2022

Problemi di base bancari bis - 722

spock

Perché il commerciante deve pagare una commissione alle banche per ogni vendita che effettua?

 

Perché il consumatore deve pagare questa commissione, che il commerciante gli gira?

 

Si chiamano criptovalute per dire che sono false?

 

Si vuole il futuro senza cartamoneta, dopo che si è abbandonato l’oro, l’argento e il bronzo, per poter imbrogliare meglio?

 

Perché la moneta deve essere sempre il diavolo – c’è nella Bibbia?

 

La finanza è creativa, di malaffare?

spock@antiit.eu

La vera storia dell’Italia negli anni 1970

Un film-romanzo storico. Il primo in mezzo secolo ormai. Non solo del tema a soggetto - il rapimento, il processo, la condanna, e l’assassinio di Moro, dopo l’eccidio di via Fani - ma di un mondo, un’epoca. Non detta ma rappresentata, plasticamente in immagini: apodittica. Di anni terribili: bastano i rapidi accenni alle violenze alla Sapienza, di mestieranti del bau-bau, brutti e cattivi, dei cortei con le spranghe di ferro e le devastazioni, delle “masse” Cgil immemori degli eventi. Senza le smancerie di rito per il Pci, e per Moro santino del Pci. Questo per la verità: un atto di coraggio di Bellocchio, che comunque già da un paio di film vuole narrare la “vera storia”.
Ma più conta, pesa, prende, la resa tecnica o estetica. L’atmosfera carceraria, notturna, grigia, poco promettente, che Bellocchio ha impresso ai vari episodi: le direzioni Dc, i ministeri, le notti, di Moro, di Cossiga, le incomprensioni familiari, le insonnie, la lezione alla Sapienza, i colloqui con lo “specialista” americano di rapimenti. Accentuata dalle nevrosi di Cossiga e del papa Paolo VI, che hanno la scena nella prima puntata.
Con la solitudine, anche, del potere, della politica, nella mediocrità generale. E dell’uomo potente negli affetti, in casa, con i figli, con la moglie. Con aneddoti anche sorprendenti o non noti, ma armonizzati in un quadro di eccezionale forza. Basta la giornata di Moro, che apre ai comunisti, parlandone alla direzione Dc, con gli americani via Cossiga, col papa dopo la messa, nei giardini vaticani, accompagnato e protetto dal maresciallo Leonardi, e la sera a casa,solo, si fa l’uovo al tegamino, si apparecchia, cena su un tavolinetto, ancora col cappotto, e per addormentarsi cerca un contatto umano, mettendo il nipotino nel letto.  
Manca bizzarramente – ma succede lo stesso anche allo storico Gotor – la semplice notazione, pure molto efficace alla narrazione, che la stessa Dc che volle Moro morto pochi mesi dopo negoziò con le stesse Br la liberazione di Ciro Cirillo, l’assessore campano. Che invece non sarebbe stato ucciso: bisognava evitare che, liberato senza il concorso Dc, poi se ne vendicasse dicendo quello che sapeva. È vero che Berlinguer voleva Moro morto, anche lui. Ma è pure vero che la Dc se ne è sempre fregata di Berlinguer, specie nei governi che andava facendo con lui, per i suoi voti.  
Marco Bellocchio, Effetto notte, Rai 1

lunedì 14 novembre 2022

Letture - 503

letterautore

Camilleri – “Autore di oltre 100 libri” (wikipedia), ha aspettato dieci anni, malgrado il patrocinio di letterati e editori importanti, Niccolò Gallo, Troisi, Scaglia, la pubblicazione del suo primo romanzo, “La forza delle cose”, di cui infine si incarico un editore a pagamento, Lalli, nel 1978 – quado ne aveva 53. E ancora altri sei per accedere a Sellerio, tramite Sciascia.

Chef – Sono le nuove star, i nuovi eroi del decennio. “la Repubblica” ne incorona venti con una pagina ciascuno, illustrata, nel settimanale “I piaceri del gusto”. E quattordici con mezza pagina. Trentaquattro.

Conan Doyle – Il suo primo racconto di successo, pubblicato da una rivista importante, “The Cornhil”, il periodico letterario più rispettato all’epoca a Londra, ma anonimo, come era l’uso, “Habakuk Jephson’s Statement”, fu attribuito a Stevenson. Il che, se non lo “lanciò”, come sperava, avendo deciso di lasciare la professione medica per la scrittura, lo rese felice: Stevenson e Poe erano i suoi grandi scrittori.

Duce – È parola ricorrente nell’italiano di Fine Secolo, per leader. Ricorre anche nel caso di Mussolini, allora ventenne, espulso da Ginevra in quanto indesiderato, socialista. Il giornale romano “La Tribuna” registrò il 18 aprile 1904 la notizia che il cantone di Ginevra aveva espulso “il socialista italiano Mussolini, romagnolo, che era da qualche tempo il grande duce della locale sezione socialista italiana”.

Hemingway -Il segreto della sua scrittura Chandler dice in “Addio, mia amata”: ripetere quello che dice l’interlocutore, finché “c’è da pensare che qualcosa sotto ci dev’essere”. “Hemingway” è il nome usato da un personaggio di “Addio, mia amata” perché parla come Hemingway dialoga nei suoi racconti.

Manzoni – Risuscita col centenario: Giulio Vigini conta nella sua rubrica “Il numero” 500 edizioni in commercio delle opere, testi integrali e antologie, manzoniane o in parte manzoniane, e 618 di saggi concernenti il personaggio e le opere.  E ancora mancano sei mesi ai centocinquant’anni della morte, il 23 maggio 2023. Ma anche in tempi normali era seguitissimo: a inizio 2022 erano 368 le edizioni delle opere e 368 i saggi critici in circolazione.

Pirandello – “Pirandello scriveva come scriveva perché aveva la moglie pazza”, Camilleri fa argomentare all’avvocato del circolo paesano dei notabili ne “Il corso delle cose”. E all’obiezione che scriveva anche prima della pazzia della moglie, insiste: “Prendeva fatti successi da noi e li metteva sulla carte” – storia “macari un poco trasformate dalla sua fantasia”, che era poca.

Plagio – A lungo desueto, se non per le cause milionarie (miliardarie) sui diritti d’autore di questo o quell’accordo di canzone di successo, ritorna in ambito di creatività artistica in Iran. In un processo insidioso a carico del regista Asghar Farhadi, due Oscar, già sotto pressione da parte del regime politico per la libertà di espressione. Una sua ex allieva, Azadeh Masihzadeh, gli ha fatto causa perché, a suo dire, il suo ultimo film, “Un eroe”, ricalca il documentario-fine corso da lei girato nel 2014, per una scuola dove Farhadi insegnava. E ha ottenuto molta attenzione dal “New Yorker”, che ha messo in rete il suo reportage anche in farsì.

Analoga lamentela ha sollevato un altro allievo di Farhadi, che però non gli ha fatto causa.

Farhadi è famoso per la caratterizzazione spesso duplice delle persone ordinarie, miti e violente, buone e cattive, che arrivano anche ad atti di violenza o inganno con un senso morale “ragionevole”. “Un eroe” è il racconto di un uomo che trova un ricco portafogli e si intestardisce a renderlo a chi l’ha perso, finendo per darlo a una donna che si finge la titolare ma forse non lo è. In tutto il suo documentario di fine corso, afferma Masihzadeh, eccetto che per la location, da lei situata nella sua città, Shiraz. Un documentario, afferma, anche molto visto, in vari festival – compresa la Festa del cinema di Roma. Un soggetto che Farhadi dice di avere sceneggiato in contemporanea, basandosi il plot su un’idea che lui aveva portato come esempio al workshop.

Puškin - In revival in America per essere il pronipote di un africano. Si ripubblica, specie i racconti ma anche le poesie, sotto il titolo del racconto che lui stesso tracciò del bisnonno, “L’africano di Pietro il Grande” – un racconto lungo, con molti dettagli, ma rimasto incompiuto.

Sally Rooney – “Sally Rooney, il portavoce del mistero dei giovani”: il supplemento culturale di un quotidiano dedica due pagine alla scrittrice irlandese (“il” portavoce, alla Meloni, e non “la” portavoce?). Con un florilegio di citazioni. Tipo: “Stiamo sempre facendo qualcosa, non ti pare? È la vita in sostanza”, “Marianne pensa, e non per la prima volta, che la crudeltà non ferisce soltanto la vittima, ma anche chi la perpetra”, “So bene che questa non è la vita che immaginavi per me. Non è nemmeno la vita che avevo immaginato per me stessa”. Il culmine, e titolone, è: “Il XX secolo è una lunga domanda cui abbiamo dato una risposta sbagliata”. Un mistero senza mistero? O è Liala?

Stevenson – È il “doppio” in persona: “Dai suoi primi giorni in Scozia fino all’ultimo capitolo della sua vita inscenato a Samoa, è lecito pensare che c’erano almeno due Stevenson: il rispettabile e il bohémien, l’uomo di successo e il delinquente, l’uomo di lettere e l’hippie prototipico”, Karl Miller, “The two Stevensons”, “The New York Review of Books”, 29 maggio 1975.

TikTok – “Raddoppio di views, esplode Bok Tok: in sei mesi le visualizzazioni del canale di TikTok dedicato ai libri sono passate in Italia da 562 milioni e 1,3 miliardi”. Ma la vendita dei libri le statistiche dicono: il social sostituisce il libro, basta avere qualche argomento per dire la propria -anche in tema di libri, cioè di lavori lenti, lunghi e faticosi.  

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Il senso della lingua di Camilleri

Una “ripresa” importante, anche per non addict di Camilleri. Il titolo è alta filosofia – Merleau-Ponty, “Senso e non senso”: “…. Il corso delle cose è sinuoso…”. Lo svolgimento è di Camilleri apprendista, di se stesso. E non è granché, va detto sbito.
Il primo romanzo, che lui data aprile 1967-dicembre 1968, vent’anni o più prima di Montalbano. Passato per diversi grandi autori e editori, Dante Troisi, Niccolò Gallo, Nino Palumbo, Franco Scaglia, Sergio Amidei, a nessun effetto. Finché non se ne fece uno sceneggiato Rai in tre puntate, “La mano sugli occhi”, regista Pino Passalacqua, e l’editore a pagamento Lalli consentì a pubblicarlo a condizione di figurare come editore nei titoli di coda. E siamo a settembre 1978. Pubblicato senza nessuna eco.
Il romanzo è stato recuperato dopo “Il birraio di Preston”, che fu un successo. Ma non siamo ancora a Montalbano. C’è un maresciallo dei Carabinieri, Corbo, ma non ne è la copia. Altri ingredienti già ci sono. L’incubo. Il circolo dei notabili – calco che sarà poi costante in Camilleri dell’impareggiabile primo fortunato Sciascia, “Le parrocchie di Regalpetra”: l’avvocato, il dottore, l’ingegnere, il ragioniere, i discettatori, a tempo perso. C’è una prima geografia di luoghi per qualche verso riconoscibili. Ma non c’è la squadra dei soliti noti, Mimì, Fazio, Catarella, Adelina, il dottor Pasquano, che fa correre la narrazione. E non c’è neanche il gusto semplice, e ardito, del plot: molte divagazioni non si seguono, oltre che rallentare la lettura.
Quello che è importante del libro è la nota finale. In cui Camilleri spiega la formazione del suo linguaggio. Come una sua lingua interna, pensata sintatticamente in italiano ma parlata con i ritmi e i suoni suoi personali, della lingua in cui era nato e cresciuto, storpiata semmai dalla lontananza e dalla discontinua frequenza.
Un primo romanzo dedicato all’amato e rispettato padre.
Andrea Camilleri, Il corso delle cose, “la Repubblica”, pp. 143 € 8,90

domenica 13 novembre 2022

Le ong nella tratta dei migranti

“A bordo di queste navi non ci sono naufraghi ma migranti: le persone sono salite a bordo in acque intenazionali trasbordando da altre unità navali di collegamento, e la nave che li ha presi in carico è attrezzata ed equipaggiata per ospitarli e provvedere a tute le loro esigenze di accoglienza”. Il ministro dell’Interno, e anche la presidente Meloni, spiegano così il traffico di migranti. Ma allora le ong non sono parte del traffico stesso? Non sono perseguibili penalmente?

C’è molto di bizzarro nella posizione italiana, di destra o di sinistra non importa, sul traffico di migranti dall’Africa. Ma anche dalla Turchia, che, altra bizzarria, sempre si dimentica: sulla costa jonica calabrese sbarcano giornalmente centinaia di migranti proveniente dalla Turchia, che pure l’Europa paga, un miliardo l’anno, perché vigili contro il traffico di clandestini. Perché non perseguire penalmente le ong, se sono parte del traffico? Perché nessuna Procura apre un’indagine? Perché il governo non le denuncia? Perché mancano le prove? Non c’è una foto dei trasbordi? Non c’è una testimonianza? Sentiamo tanti sos accorati, registrati dalle forze italiane di pattugliamento, aeree e navali, non c’è nessun segnale di intesa fra le ong e i trafficanti?

In mancanza di una denuncia, lo Stato italiano, di destra come già di sinistra, è di fatto colluso. Doppiamente. Dicendo no a questa o quella nave ong, una tra le dozzine, fa solo il gioco del traffico di migranti: aumenta il sostengo delle anime candide, e i loro contributi, alle casse delle ong.

Le oche dell’Eliseo e la caccia allo straniero

Lo schiamazzo delle oche dell’Eliseo contro la disumanità dell’Italia fa da singolare contrasto con la morte, all’aeroporto di Parigi, di un profugo iraniano che la Francia ha tenuto prigioniero nello stesso aeroporto per venti anni, perché sprovvisto di documenti. Una vicenda talmente grottesca, oltre che violenta, che Spielberg vent’anni fa ne aveva fatto un film di successo, “Terminal”.

Lo schiamazzo fa contrasto anche col ghetto di Calais, che è durato invece dieci anni, dove gli africani, afghani, iraniani e altri, decine di migliaia, a tatti anche centinaia, venivano tenuti a pane e acqua in quanto rei di non andarsene in Gran Bretagna. O con le fucilate sulle Alpi Marittime a nord di Ventimiglia contro gli africani trattati disumanamente dall’Italia che volevano e vogliono passare in Francia.  Di che far arrossire perfino il partito francese in Italia, che pure è robusto, onusto di medaglie e incarichi – non avevano capito, qualche intervistatrice e qualche sociologo ancora non capiscono, che la Francia non vuole immigrati.

Prima delle vaiasse di Macron, di che la Francia accusava Italia – la Francia sempre si vuole maestra di qualcosa? Di essere troppo buona con questi “migranti di merda”. Di non respingerli, di non rimandarli a casa, di non ingabbiarli. Senza stare a controllare se hanno diritto allo status di rifugiato o se non sono migranti “economici”.

Si dice la clarté francese, ma che significa migrante “economico”? Per fame? Per bisogno? Che ha speso poco per evitare il naufragio?

Ma qui non c’entra la clarté, non si ragiona. Qui è il deep state che in Francia, la Francia “repubblicana”, laica, fraterna, è sempre al comando, senza confronti, nemmeno in Inghilterra, che lo ha inventato e lo pratica, con i socialisti Mitterrand e Hollande, ultimamente, come col “gollista” Sarkozy - quello che venne utile per fare guerra all’Italia sui conti e con la Libia, e poi hanno deciso di condannare in Tribunale, ripetutamente, a pene incrementali, come fanno le mafie.

Si chiama in causa Tajani, cioè il ministero degli Esteri, per questa ennesima “crisi con la Francia”, ma è alla fratellanza che bisogna fare capo per fare luce. Anche ai legami del repubblicano Macron con la Comunità di sant’Egidio, e con il papa argentino.

Londra batte Napoli

Dennis MacShane, ministro per gli Affari europei dei governi Blair, nota Sergio Romano sul “Corriere della sera”, calcola che i parlamentari britannici con doppio passaporto, anche irlandese, che erano 47 nel 2016, prima della Brexit, sono diventati 227 nel 2021, e già 321 quest’anno. Col passaporto irlandese hanno in Europa le stesse facilitazioni di un cittadino europeo. Romano ne elenca alcune: libera circolazione, senza visto, protezione sanitaria, protezione pensionistica, protezione diplomatica, Erasmus per i familiari, apertura privilegiata di un conto corrente, contratto telefonico di favore, immediato e a sconto.

Lo stesso, si può aggiungere, delle università. Le università britanniche erano le maggiori percettrici dei fondi europei per la ricerca. Al modo americano, si erano attrezzate con appositi uffici di studio delle regolamentazioni, e presentavano dossier burocraticamente perfetti. Furbizia? Efficienza? La stessa “efficienza” dimostrano dopo la Brexit: associano ai progetti una università europea, nel nome della quale il progetto viene presentato, e rimangono tuttora i maggiori percettori di fondi europei per la ricerca. Londra si fa un baffo di Napoli.uest’ammnno.quest’anno uest’anno. ques

Cronache dell’altro mondo – trumpiane (231)

La valanga Repubblicana nel voto di medio termine non c’è stata a causa dei candidati MAGA, sponsorizzati dall’ex presidente Trump.

I suoi candidati al Senato hanno reso possibile la vittoria del candidato Democratico in stati chiave, dati per persi nei sondaggi e nelle opinioni: Arizona, Pennsylvania, Georgia e Nevada.

Due candidati a governatore associati con Trump, Doug Mastriano in Pennsylvania e Tim Michels in Wisconsin, hanno fatto campagna sulla “frode elettorale” al voto presidenziale del 2020: hanno perso.

In Michigan e Nevada i candidati repubblicani a segretario di Stato, la carica che sovrintende alle elezioni, hanno fato campagna sulla “frode elettorale” nel 2020: hanno perso.

In Florida il governatore DeSantis, probabile rivale di Trump alle primarie per le presidenziali 2024, ha vinto con un vantaggio di 20 punti percentuali.

(“The Economist”, “The Trump Effect”)

A Crotone con passione

Un viaggiatore appassionato di Catanzaro. Ha viaggiato da Napoli sul battello per Messina via Paola: “È più di un anno che mi è venuta l’idea di Paola”. E di san Francesco, di cui ora si è perduta la memoria, come di tutti i santi, che a lungo fu grande taumaturgo? Che grazia cercava Gissing? Forse solo un po’ di compagnia, di promiscuità.

Un libro di viaggio, del suo “unico viaggio” (in realtà ne ha fatti altri, è morto sui Pirenei francesi, ma solo di questo ha scritto), da cultore della classicità, a volte bizzarro per i suoi entusiasmi. Ma Gissing era narratore apprezzato a Londra, oltre che fertile, e rispettato, dai contemporanei Fine Secolo e fino a Virginia Woolf. Era anche abile disegnatore, e questa edizione ne riproduce alcuni schizzi.

Fece il viaggio in realtà sulle tracce di Edward Lear cinquant’anni prima, altro scrittore-illustratore – più fortunato di lui negli incontri e le minute occorrenze, o più faceto. Molto racconta la sporcizia e la povertà, ma non ne viene respinto. Che fa la gente qui?” “C’è miseria”, è un dialogo che ha avuto “in un paesino tra Roma e Napoli”. A Cosenza nota una delle lapidi del costruendo teatro Garibaldi, tutta maiuscole: “20 settembre 1870\ Questa data politica\ dice finita la teocrazia\ negli ordinamenti civili\ Il dì che la dirà finita\ moralmente\ sarà la data umana”. Crotone trova “luogo di grande salubrità”: a Napoli s’è imbarcato per la Calabria dopo aver fatto testamento, ma Crotone lo commuove - il nome, la storia. Squillace, il paese di Cassiodoro e del suo Vivarium, il cenobio biblico con biblioteca, che ci ha conservato la cultura classica, è invece solo “il più brutto e repulsivo agglomerato di case che mai incontrassi”. A Taranto trova con sorpresa la cattedrale dedicata a un santo irlandese, san Cataldo. Ma non ci trova “il murice prezioso per la sua porpora, la porpora di Taranto, seconda per fama solo alla porpora di Tiro”.

Al canto intraudito, accompagnato da un organetto, riflette sull’Italia, la cui musica tutto fa perdonare: “Vi si ricorda di tutto quello che hanno sofferto e di tutto quello che sono riusciti a fare malgrado i torti ricevuti”, le invasioni, le distruzioni, le servitù. Ma, alla sommatoria, il classicista si fa quasi contemporaneo: “È un paese stanco e pieno di rimpianti, che guarda sempre indietro, verso le cose del passato, banale nella vita precedente e incapace di sperare sinceramente nel futuro”.

Gissing fu romanziere prolifico, molto amato in patria, innovatore e quasi contestatore contro il conservatorismo vittoriano. In questo suo unico libro di viaggio corona il sogno della Magna Grecia. Che, tra delusioni e incidenti vari, in qualche modo salva. È uno, nota di se stesso, che come i personaggi di “Erewhon” di Butler – palindromo per nowhere, in nessun posto – attraversa la vita guardando all’indietro. Tra i prediletti, oltre che di V. Woolf, si dice di Flaiano, oppure di Fellini – di chi ha tratto da questo “Mar Jonio” il “Paparazzo” della Dolce Vita.

George Gissing, Verso il mar Jonio, Exorma, pp. 336 euro 21.