giovedì 11 maggio 2023
L’Europa abbaia a Pechino
Che farsene della Cina? Posta in Europa, la domanda è di una Lilliput che signorialmente guarda al mondo gigantesco di Brobdingnag. O come il cane che abbaia alla luna. Tanto più che l’Europa se la pone perché gli Stati Uniti le impongono di porsela. Non impongono, la consigliano, la suggeriscono, la gestiscono, con interventi quotidiani, diretti e indiretti, di centri studi, esperti, specialisti, giornali e giornalisti fidati. Su nessuna base convincente: perché fare la guerra alla Cina? Boh. Ma l’Europa diligente vi si appresta. Anche se, peggio ancora, al modo europeo: se la pone in Germania per fregare la Francia, e viceversa - e ora stanno col fiato sospeso, dicono, fingono, contro l’Italia: cosa farà Meloni, che aspetta a denunciare le intese con Pechino?
Tiro sui servizi inglesi
“Sono
stato a Mosca solo due volte”, è l’incipit del § 17 delle memorie di Le Carré,
“Tiro al piccione”: “la prima nel 1987quando grazie a Mikhail Gorbaciov la vita
dell’Unione Sovietica stava finendo, e tutti eccetto la Cia lo sapevano”. Lo
scrittore famoso per la guerra fredda visita la Russia alla fine della corsa, e
alla prima o seconda frase spregia la Cia.
Lo
scrittore emerito dei romanzi di spionaggio non sopporta le agenzie di
spionaggio. Più che altro, Le Carré fa in queste tarde memorie i conti con i
suoi diavoli interiori. Con i servizi segreti, che pure ha scelto di servire, a
25 anni, probabilmente il candidato più giovane, assunto in quanto germanista –
insegnava tedesco a Eton, fu assegnato a Vienna e a Bonn - prima di decidere
che poteva sopravvivere senza servire, da scrittore. E con il padre. Con questi
forse più che con l’MI 5 e l’MI 6 e della Cia, insolentiti anche nei romanzi. Anche
se, ritiene e spiega al primo capitolo, lo spionaggio è il cuore e il beniamino
della vita inglese: “In Gran Bretagna i nostri servizi segreti sono sempre, per
il bene e per il male, il centro spirituale della nostra élite politica,
sociale e industriale”. Ci sono anche molti giornalisti spie, americani e
inglesi.
“Storie
dalla mia vita” è il sottotitolo. Una scelta, insomma. Soprattutto di storie
spiacevoli, seppure riprese con garbo, e più profusamente di storie legate ai romanzi.
Come ne ha avuto l’idea, e come le ha indagate e approfondite. “Teatro del
reale” ricorre nei titoli di vari capitoli, in Cambogia per “La Talpa” e “Il
giardiniere tenace”, con Arafat e l’Olp per “La tamburina”, la Russia di
Gorbaciov, con Sacharov, per “La casa Russia”, la Russia dei gangster e dei ladri
(vori) per “La passione del suo
tempo”, “Single&Single”, “Il nostro traditore tipo”. E così via.
I
primi ricordi sono sui contorni, gli appigli, i personaggi reali, le
motivazioni delle sue prime spy stories,
quelle che hanno creato il marchio “Le Carré”, “La spia che venne dal freddo”,
“Lo specchio delle spie”, “Una piccola città in Germania”. Con Smiley, il
personaggio “rivelatore”ella miseria dello spionaggio. Sono i ricordi più
sentiti, o meglio raccontati. Con gli anni passati a Bonn segretario
d’ambasciata e poi a Berlino, sempre come spia, ma con compiti ridicoli e
ridicolmente portati a termine.
Il riesame è sconsolato del duello anglo-russo. In
casa, con i casi celebri delle spie inglesi doppiogiochiste. Compresa una
coppia di virtuosi comunisti, che controllano i compagni contro la imminente
invasione sovietica - Londra ha sempre bisogno di un nemico continentale: la
Francia a lungo, poi la Germana, ora, da ottanta anni, la Russia. Ma prevalentemente in ambito germanico, Vienna, Berlino,
anche Bonn. Complice il Bnd, il servizio tedesco di controspionaggio – sul
servizio Le Carrè inserisce un pezzo di storia, spiegando come e con quali
personaggi, tutti nazisti, si è costitutio e ha agito (ma questo, i tanti
nazisti professi in auge nella Repubblica Federale è un tema di molti capitoli, di molti
ricordi). Compreso, per “La Tamburina”, l’incontro a lungo ricercato, in una
prigioen israeliana ignota ai pià, “Villa Brigitte”, di una bionda, formosa e
stupida Brigitte, terrorista tedesca della Banda Baader-Meinhof, di poca
utilità per la creazione di Charlie, la “tamburina” indomita di tutte le
rivoluzioni.
Molto meno, se non niente, Brigitte ha suggerito a Le Carré rispetto a quanto gli ha apportato per Charlie, la “tamburina”, la sorellastra, la sua propria sorella, Charlotte Cornwell – Le Carré è all’anagrafe David Cornwell. Poi sfortunata interprete del film che dal romanzo fu tratto. Sfortunata per il fallimento registico: “David, ho fottuto il tuo film”, gli confessa George Roy Hill, il regista di “Butch Cassidy”, da Le Carré fortemente voluto con la produzione. Più che alla sorella, solo qui ricordata, molti accenni sono al padre, inviso: un superficiale rovinafamiglie, specialista di truffe, specie a danno di amici. A Mosca è ricordato anche il fratello Rupert, che era già stato corrispondente, italianista, del “Financial Times” a Roma.
Ricordi, scritti quasi di malavoglia. Anche se di situazione e personaggi tutti per qualche motivo bizzarri e unici. Particolarmente acidi quelli iniziali, di materiali poi rifusi nelle prime stories”, dei servizi inglesi, specialmente inetti (ma la cosa riguarda l’MI 5, la intelligence interna, che Le Carré mostra tanto incapace quanto boriosa, mentre ha stima dell’MI 6, il servizio di controspionaggio, al quale è passato dopo un apprendistato all’MI5 – che è quello che gestisce ora in buna misura la nostra guerra in Ucraina, per l’informazione, e per la formazione e l’armamento della difesa ucraina).
Più scoraggiante che brillante. A parte pochi personaggi
e ambienti. Un Cossiga ultravero, ciclotimico e democristiano (non interessato
a persone non di potere, e quindi allo stesso scrittore che i suoi diplomatici
gli avevano invitato), col corteggio quirinalizio di Sua Eccellenza il
Presidente. Martin Ritt. Richard Burton. Alec Guiness. Bernard Pivot, il
ritratto più disteso. I discussi Murdoch e Robert Maxwell. Altri che per qualche aspetto ricorda ancora con piacere,
tra essi soprattutto la dimenticata Yvette Pierpaoli, con Sacharov. E bizzarramente con Arafat, che
è tutto l’opposto, o Le Carré lo ricorda come tale, di quanto si ritiene:
appassionato, semplice, diretto, niente del capoterrorista. “Ho cercato di fare del mondo segreto che un tempo conoscevo
un palcoscenico per i mondi più ampi in cui viviamo” è il modesto proposito.
Il capitolo
finale è una lunga, drammatica, evocazione del padre filibustiere e della madre
assente, si direbbe tragica per molti aspetti, ma riesce inossidabilmente
inglese - understated? fatua.
John
Le Carré, Tiro al piccione,
Mondadori, pp. 320, ril. € 20
mercoledì 10 maggio 2023
Guerre latine, poco serie
La guerra della Spagna, e della Francia, all’Italia
è un film grottsco di Gianni Zanasi, “WAR – La guerra desiderata”, presentato
qualche mese fa alla Festa del Cinema di Roma. Da ridere, ma con qualche verità.
Un progetto del 2019 contro l’idea di guerra, e realizzato dopo il covid, tre
anni dopo, nel clima della guerra europea, della guerra in Ucraina. Prendeva
cioè l’idea di guerra nella sua maggiore implausibilità. Ma non è così,
evidentemente. Non tra le nazioni latine.
Le “nazioni latine” sono tema
riprovevole per i media e molta opinine pubblica nell’Europa che conta, che si
chiami Nord Europa o Europa tedescofila. Ma è tema evidentemente di qualche
fondamento.
La superficialità delle politiche
in Francia e in Spagna nei confronti dell’Italia si giustificano con ragioni politiche:
sinistre contro destre. Ma le critiche francesi vengono da un partito che non
si sa cosa sia se non che non è di sinistra, quello del presidente Macron. No, è
che i latini non hanno un concetto dell’opportunità – della convenienza: parlano
come gli viene.
Dal punto di vista politico le
critiche oggi da Parigi e da Madrid, teoricamente da sinistra contro Meloni, invece
la rafforzano. Funzionano come palle alzate all’avversario nel tennis per uno smash, un pallonetto per una schiacciata. Mettono anche in imbarazzo le opposizioni in Italia: le critiche del Pd alle politiche del lavoro di Meloni devono essere sospese - come già sono state sospese quelle alle politichee della immigrazione.
I Popolari Ue verso Meloni
Si va
sempre più a un’alleanza tra Popolari europei e Destra conservatrice alle
prossime europee – come questo sito anticipava, da segnali inequivocabili
http://www.antiit.com/2023/02/il-grande-centro-si-aggrappa-meloni.html
I Popolari, che oggi governano la Ue in alleanza con i Socialisti, si sono fatti
i conti, e puntano a restare al governo della Ue, in Parlamento e in Commissione,
con la Destra conservatrice. Che Meloni rappresenta in proprio, come capo del
governo di destra in Italia, e anche come presidente dei Conservatori europei. Il
capogruppo dei Popolari al Parlamento europeo, Manfred Weber, da subito in
contatto con Meloni, ieri lo ha detto in aula a Strasburgo.
Weber
ha parlato dopo il cancelliere Scholz, che governa ora in Germania senza i
Popolari (i cristiano-democratici e i cristiano-sociali, Cdu-Csu). Punta quindi
a una rivincita politica in Germania partendo da Bruxelles. Ma perché dà per
scontato che, con lo spostamento dell’Italia, il Ppe sarà in grado di governare
con i Conservatori dopo il voto europeo fra un anno. Meloni ha molto spazio in Europa.
Più lavoro, meno qualificato
Continua
la carenza di manodopera in Italia, come altrove in Europa e negli Stati Uniti.
Soprattutto nei servizi alla persona e all’accoglienza – attività sanitarie e
alberghiere. Mentre continua, negli Stati Uniiti e ora anche in Europa, la
riduzione del personale del settore high-tech.
Amazon,
che ha ridotto il personale di 18 mila unità a fine 2022, ha in corso altri
tagli per 9 mila dipendenti.
Meta-Facebook procede cn 10mila tagli, in aggiunta ai 10 mila di fine
2022. Google ne anunicia 12 mila, Ericsson 8 mila. Twitter con Elon Musk alla
prorpeità, quindi in sei mesi, si è ridotta da 8 mila a 1.500 dipendenti.
Accenture ha avviato il licenziamento di 19 mila unità.
In
Italia Sky sta riducendo il personale di 1.200 unità, Vodafone di 1000 unità.
La libertà come arma - o la corruzione del potere
È
il 1947, il Senato degli Stati Uniti discute una legge contro i linciaggi ma
non la approva. Alla cantante jazz Billie Holiday, che ha in repertorio
“Strange Fruits”, una canzone che può essere interpretata contro i linciaggi,
“Strange F ruits”, è intimato di non cantarla in pubblico. Lei lo fa, e l’Fbi
la incastra per possesso e consumo di stupefacenti, e sospetto comunismo, con condanna
a un anno di prigione. Dopo lo scandalo Billie eviterà di cantare “Strange
Fruits”. Mentre si fa sapere che l’innamorato con con cui aveva preso la cocaina
era dell’Fbi.
Un
film dello squallore. Non un legal thriller, mozzafiato. Ma nemmeno
una denuncia. Della grande corruzione, per esempio, della politica americana.
Della giustizia del West – prova a difenderti. Piccoli manager, piccoli mariti
e innamorati, per lo più anche loro neri come Billie Holiday, che quindi si
penserebbero automaticamente vittime ma colludono sempre con gli sbirri, a perseguitare
gli innocenti, e nemmeno si possono dire venduti, non lo fanno per soldi. Un
mondo senza dignità, nel nome della libertà. Sconcertante.
Lee
Daniels, Gli Stati Uniti contro Billie
Holiday, Sky Cinema
martedì 9 maggio 2023
Problemi di base privatistici - 747
spock
Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto - tassista romano?
spock@antiit.eu
L’africano di Pietro il Grande
“Esperimento
in prosa” è il sottotitolo. Il primo tentativo di romanzo di Puškin. E il primo
di tante incompiute – eccetto “La figlia
del capitano” - e tuttavia per molti aspetti opere finite, un po’ come i nonfiniti
di Michelangelo: racconti frammentari che pure tengono.
Il
progetto era di un “Otello” russo all’epoca di Pietro il Grande, della
modernizzazione (europeizzazione) della Russia. Ne rimane un ritratto dello
zar, di vita semplice e di volontà irriducibile, che il rinnovamento volle radicale,
anche violento, e sempre e solo
monocratico. Delineato attraverso le vicende di uno dei dei suoi più stretti
confidenti, Ibrahim, un africano, ex schiavo nativo del Camerun, comprato
bambino a Costantinopoli dall’ambasciatore
russo, l’uomo d’affari serbo Raguzinsky, che
gliene fece dono. La zar rimase colpito dal brio e l’intelligenza del ragazzo
e lo fece consacrare suo figlioccio, curandone personalmente l’istruzione. In
questo abbozzo di romanzo ha fatto un’esperienza di anni a Parigi, per acquisire
gli usi di mondo e l’arte militare, ha combattuto per i francesi in Spagna, ha una
relazione intima con una contessa, e ritorna
a Pietroburgo, a ventisette anni, per la delusione d’amore – la sua relazione
non potendo andare oltre la clandestinità. Fuori Pietroburgo è atteso alla
posta dallo zar Pietro, che ha saputo del suo ritorno. A corte si ritrova
privilegiato tra i privilegiati. E lo zar in persona s’incarica d’imporlo come
marito e genero in una famiglia di Bojardi.
Il
“negro di Pietro il Grande” è il bisnonno africano di Puškin per la parte
materna, Abram Petrovic (come fosse figlio di Pietro, n.d.r.) Gannibal – nome che
si è dato in memoria di Annibale. Che fu di fatto nelle grazie di Pietro il
Grande, divenendone un generale – del Genio, si direbbe oggi, specialista di fortificazioni.
A Parigi fu notato da Voltaire, “la tela scura dell’illuminismo russo” –
procurerà a Diderot, cinquant’anni dopo, l’invito a Pietroburgo alla corte di Caterina
II. È il romanzo di questa ascendenza che Puškin, di famiglia di antica
nobiltà, molto anteriore a quella degli zar, e di forte snobismo, avrebbe
voluto scrivere, l’eredità di Gannibal essendosi trasferita ai suoi tratti somatici,
per più aspetti negroidi.
Un
romanzo, un progetto di romanzo, a specchio. Dapprima il contrasto tra Parigi e
la Russia: una vita ricca a Parigi, lustra di scandali amorosi e finanziari, e
la vasta fabbrica fangosa che era la Russia. Con pochi usi di mondo, ma con un
netto contrasto, voluto dallo zar, tra il russo, che i bojardi parlavano, l’antica
nobiltà, e il francese che lo zar novellamente imponeva a corte. L’abbigliamento
tradizionale dei boiardi, il caffettano, un camicione ampio, lungo fino ai
piedi, e i nuovi abiti “alla francese”, da indossare nelle cerimonie dette
“assemblee”, sorta di balli, a corte e fuori, che Pietro il Grande volle per
immettere anche le donne nella società. Di due giovani mandati a Parigi,
Korsakov al rientro è vanitoso e vantone, sa di essere diprezzato dai bojardi e
li dispezza. Gannibal invece no, li rispetta, e quindi viene accettato e rispettato.
Ed è il ruolo che Puškin voleva, di un’innovazione che non cancellasse la tradizione.
E fa risolvere allo zar con l’oganizzazione del matrimonio del suo figlioccio
africano in una grande famiglia tradizionale. Adolescente a disagio in collegio,
dove veniva anche deriso per i tratti somatici, se ne fa una ragione: il
bisnonno è anche se stesso.
Tra
i tanti romanzi non finiti, di questo Puškin non era insoddisfatto. Ne pubblicò
i due capitoli centrali. Una delle ipotesi sul nonfinito è che Puškin vi temeva
se stesso, il suo possibile degrado a Otello, nella storia tumultuosa del
matrimonio con la giovane, bella, e incostante moglie. Ma siamo nel 1828, è
ancora presto per la gelosia che lo avrebbe portato alla morte, in duello, dieci
anni dopo – il matrimonio con Natal’ja Gončarova sarà nel 1831. Quel che è certo
è che Puškin visse sempre a pieno la sua condizione di mulatto (“octoron” in
inglese, ottavino). Per la carnagione olivastra e i capelli crespi – al liceo
era, in alternativa, “il francese” per i modi ricercati, e “la scimmia”. E per
la gelosia – che legava all’Otello di Shakespeare, quasi fosse una condizione
antropologica.
Si
scherzava va molto a S an Pietroburgo sule origini africane di Puškin. Il romanzo
potrebbe essere stato interrotto alla pubblicazione nell’agosto del 1830, sul
periodico “L’ape del Nord”, di una lettera semiseria di Faddey Bulgarin, che
diceva l’avo di Puškin comprato a Istanbul per una bottiglia di rum. Puškin
reagì nervosamente. Ma era pur sempre il “nome allegro” che Blok sentirà ancora
risuonare, uno che portava “con allegria e gentilezza il suo fardello” – al pettegolezzo
di Bulgarin rispose con orgoglio nei versi “La mia genealogia”.
Alexander
Puškin, Il negro di Pietro il Grande, ebook
domenica 7 maggio 2023
Secondi pensieri - 514
zeulig
Corpo – Pitagora lo vuole la tomba
dell’anima. Ma senza non c’è anima.
Non
solo il sesso, in quanto eros, attività spirituale, richiede un corpo, ma
nessuna attività intellettuale, spirituale, è concepibile – concepita senza i
sensi.
Heidegger – Un passatista,
poetico e filosofico. Tanto pù radicale quanto più è profondo. Un parallelo con
Donoso Cortés, su tutte le questioni che il filosofo della conservazione ha
percorso, la storia, la società, la politica, la nazionalità (il “popolo”), lo vedrebe
ben più radicato, ben più radicalmente – Donoso Cortés può ancora essere un
liberale.
È
– può essere – il “filosofo della transizione”, intesa transizione ecologica, al più verde o al più umano. Ma allora
la transizione è una rete passatista - inevitabilmente del “quanto stavamo
meglio quando stavamo peggio”.
Natura - Mai tanto riverita quanto più
la si trasgredisce – s’intende della natura buona, dell’equilibrio ambientale.
La si trasgredisce e anzi si vuole annullarla, ci si prova, la tendenza è quella, della ricerca, dello sviluppo
scientifico. Nei suoi meccanismi più gelosi, “naturali”: maternità,
procreazione, sesso, intelligenza, sensibilità. O portando all’eccesso la trasgressione
ormai decennale e secolare, del “consumo” del territorio, dell’ambiente (acqua,
aria, terra). Nei grandi progetti (infrastrutturali) come nei comportamenti
minimi, quotidiani. La mobilità automobilistica
o individuale, anzitutto, la più grande distruttrice dell’ambiente –
anche nella forma che ora vi vuole imporre al mercato, per obbligarlo a
comprare, dell’auto elettrica. La moltiplicazione inverosimile delle plastiche, per “valorizzare” (mettere a frutto, guadagnarci
sopra) il petrolio. O, andando ai comportamenti minimi, lo sperpero pauroso di
materiali, carta, plastiche, vetri, dell’industria degli imballaggi, che
produce più scarti di quanta merce trasporta, in quantità, volumi e peso se non
in valore.
Si
sa della scienza che è una lettura della natura, ma anche, nelle applicazioni
pratiche, nella sottospecie della tecnologia, la sua domatrice e
trasformatrice.
“Naturale”
fu a lungo sinonimo di umano, nella filosofia, nel diritto. Come opposto a un
ordinamento critico, intellettuale, su scala teologica, o di morale “superiore”
– religiosa. In Giordano Bruno e in Bernardino Telesio, ma anche in sinceri
credenti come Campanella - e probabilmente lo stesso Galileo, che scrisse molto
ma evitò la filosofia.
Ma,
seppure non dichiarata, senza appelli alla natura, la stessa via era stata un
secolo prima di Erasmo e di Machiavelli. Di una naturalezza come laicità –
quella che sarà chiamata laicità. Che separa il divino dall’mano, e insieme li
raccorda, e la natura vede non come generante ma come ambiente.
In
Bruno d’altra parte, l’ateologia finisce in una divinizzazione della natura che
nulla ha di laico, e quindi di scientifico – è antimoderna, antiscientifica. Lo
storico della filosofia Fulvio Papi ha potuto sostenere che “esistono
incontrovertibilmente in Bruno aspetti irriducibili alla prospettiva della
modernità”, a partire dal rifiuto del cristianesimo: “Bruno vedeva la divinità
della natura, mentre noi la consideriamo essenzialmente come una risorsa”. Da
esplorare e da migliorare (lo stesso in Frances Yates, che Bruno legge come un
filosofo medievale, comunque legato a tradizioni o credenze vecchie).
Post – Tutto è post da
qualche tempo – dall’età dell’Acquario, ormai un quarto di secolo, abbondante?
Ma non è un “fatto” astrologico, non per divagazione. Seriosamente:
postmoderno, postumano, posterità, postnaturale…. È un progresso, sia pure del
mercato, dei liberi tutti, o un regresso? Come un ritorno al grembo materno –
anche se è in corso pure la post-maternità.
Postumano – È piuttosto un
postnatura: è l’uomo che si fa la sua “natura”, artificiale.
Oppure
è Giordano Bruno. Che la “sostanza dell’anima”, insomma l’intelligenza, vuole comune
a tutti gli esseri, “animati” e non, all’uomo come alle piante – che però sono
oggi già animate, quindi diciamo dall’uomo ai minerali (in attesa che si animizzino
i minerali, come è giusto, nche loro rientrano nel darwinismo ambientale o
fisico). La razionalità in radice non è prerogativa umana. Non essendoci
“essenza specifica”, nella natura stessa dell’“anima”, per l’anima umana, per
la razionalità. L’uomo crede in un dato specifico, o in un dio, che gli
attribuisce il suo dominio sulla natura, dice Bruno. Ma questo con tutta
evidenza non c’è.
Non
c’è in effetti nessun istinto nell’uomo, dall’amore alla violenza,
all’autodistruttivià, che non sia comune agli altri esseri, animati e non. Ma
saperlo? L’uomo di Bruno ha sviluppato i suoi poteri in parte per caso in parte
– forse anche essenzialmente – per un migliore uso che ha saputo fare delle sue
capacità. In particolare con l’uso della mano. E questo è meno persuasivo di
qualsiasi anima speciale, metafisica o divina, di qualsiasi destino.
Tecnologia – È la scienza
applicata – la mano di Bruno. Non più dispersiva, inappropriata, pericolosa,
della ricerca scientifica, pura - solo più costosa. Condannata dal solito Heidegger
passatista, ma è il cuore della scienza, è la ricerca applicata, la ricerca che
dà risultati, che era ben indirizzata, se ha trovato quello che cercava.
È la
civiltà –la storia.
Transizione – Si sbandiera
come suo asse l’auto elettrica. Che invece è solo una “novità” in catalogo. Un modo per vendere più auto,
addirittura rinnovare tutto il parco auto mondiale – imponendone il rinnovo,. Un affare senza precedenti, frutto
di un’idea semplice – si trascura che l’ecologia è partita da Nixon, nel 1969,
finanziata dai grandi gruppi industriali americani, e segnatamente da quelli
della mobilità, la Esso e le altre compagnie petrolifere, le più inquinanti.
L’inquinamento dell’aria, e quindi dell’acqua (siccità\alluvioni), è della circolazione
automobilistica, non dell’allevamento, o dell’agricoltura.
È la
mobilità la nemica dell’ambiente. Cioè il movimento, il cambiamento, anche il rapporto
umano: ne sono facilitati. Il movimento\cambiamento è parte della psiche, è un
bisogno personale ed è il motore della civiltà (tecnologia), ma il veicolo
individuale, che ne sarebbe la massima espressione, è poi il “miglior” killer
dell’ambiente, e quindi del futuro – della libertà (oltre che essere
statisticamente il maggior killer in senso proprio, o uno dei maggiori).
Un altro concetto trending, sessuale oltre che ambientale, e personale (psicologica). Come è sempre stato, ma ora si vuole mainstream, condizione normale e non più personale, occasionale, di un mondo (realtà) instabile.
zeulig@antiit.eu
Le guerre stellari - AI - che piegarono l’Urss
Le
“guerre stellari” di Reagan venivano lanciate 40 anni fa. Una Strategic Defense
Initiative, presto definita ironicamente dal senatore Ted Kennedy “le guerre
stellari di Reagan”: un sistema di raggi laser, raggi cosmici, sensori
satellitari, per prevenire un attacco nucleare con missili balistici (a lunga
gittata). Un gruppo di scienziati, tra essi Carl Sagan e il Nobel per la Fisica
Bethe, si disse preoccupato dagli sviluppi della strategia “stellare”: “Se
affrontiamo questo rischioso passaggio, raggiungeremo la terra promessa dove le
armi nucleari sono ‘impotenti e obsolete’? Ovviamente no. Avremmo una difesa di
stupefacente complessità, sotto il controlo totale di un programma
computerizzato le cui proporzioni sfidano ogni descrizione, e la cui efficienza
resterà un mistero profondo fino al momento tragico in cui sarà chiamato a
rispondere”. Una prima applicazione di intelligenza artificiale, piuttosto pericolosa.
Il
cuore della Sdi finì per essere non il sistema di sensori e satelliti
automatizzato ma lo schieramento degli “euromissili”. Una questione più vecchia
di Reagan, aperta dal cancelliere tedesco Schmidt, col supporto del presidente
francese Giscard d’Estaing, in un vertice a quattro nel gennaio 1979 alla
Guadalupa, col primo ministro inglese Callaghan e il presidente americano Carter,
di collegare la difesa antimissilistica americana con quella europea. L’Europa
era minacciata dallo schieramento dei missili a lunga gitata russi Ss-20 nei paesi
dell’Est. Gli Stati Uniti sarebbero sceci in guerra in caso di attacco a un
paese europeo? L’Europa doveva dotarsi di missili americani analoghi ai
sovietici SS-20: missili Cruise e Pershing.
Col
passaggio dalla presidenza Carter alla presidenza Reagan, la proposta di
Schmidt prese corpo. Ma il cancelliere a questo punto avanzò una “clasusola di
non esclusività”: la Germania avrebbe
accettato gli euromissili sul suo territorio se altri paesi dell’Europa
continentale li accettavano. Per altri intendendo l’Italia.
Ci
furono perplessità all’epoca in Europa. E specialmente in Italia, alimentate
dal Pci e dalla Dc. Cossiga, presidente del consiglio, era propenso a fare il
primo passo. Ma l’estensione della guera fredda, avviata dal Breznev con
l’installazone degli SS-20 in Europa orientale era temuta. Una prima breccia fu
aperta dall’Olanda. Ma di più contò, subito dopo, la decisione italiana di
accettare lo schieramento degli euromissili, presa da Craxi, presidente del
consiglio, d’accordo con Cossiga, che nel 1985 succedeva al socialista Pertini
al Quirinale. Il varco aperto da Craxi nella Nato europea fu decisivio, e
subito dopo Mosca si arrese. Poi fu la “perestrojka” e il collasso dell’Urss,
dell’impero russo comunista.
Una
ricorrenza storica, nel senso che ha cambiato la storia, passata sotto silenzio. Forse eprché potrebbe indurre
a una similitudine con la strategia attuale – questa nom dichiarata – di
rovesciare “Cuba 1962”, di portare i missili Nato sotto il Cremlino.
The
Union of Progressive Scientists, Reagan’s
Star Wars, “New York Review of Books”, 26 aprile 1984, free online
sabato 6 maggio 2023
Ombre - 666
“la
Repubblica” da Monaco di Baviera, al congresso
del Ppe, i Popolari europei : “A sostegno di un’alleanza tra il Ppe e Fdi ci
sono i geci, i croati e i bulgari. Contro, invece, sono schierati i paesi del
«nord» Europa, Belgio, Olanda e Lussemburgo, con portoghesi e polacchi”.
Tacendo che a favore è il Ppe tedesco, che decide – con quello spagnolo, che è
il secondo più importante.
“L’Onu
e le ong non aiutano?”, chiede Francesca Borri al governatore di Dara-i-Suf in
Afghanistan – montagna arida, a quel che si vede dal reportage anche fotografico
della giornalista sul “Venerdì di Repubblica”. “Ogni tanto compaiono con un progetto
pronto. Dici che la priorità è l’acqua potabile,
ti rispondono che i fondi sono per insegnare alle vedove a confezionare marmellata
biologica”. Gli aiuti umanitari servono agli umanitari.
Ma
non è tutto, il governatore sa altro: “Degli aiuti americani due terzi sono
finiti in profitti per le imprese americane”, così Borri sintetizza il
proseguimento del colloquio. Si sa da molti anni – i primi studi furono di P.T.
(Peter Thomas) Bauer, l’economista ungherese della London School of Economics
nel 1965-66, in seminari con Angela Davis – che la bilancia delle partite correnti
dei paesi donatori è sempre a favore dei donatori stessi, che una parte dell’aiuto
lo spendono in casa, per stipendi e merci, e l’aiuto utilizzano per posizioni
privilegiate nei paesi beneficiari, per compravendite di merci e servizi, e per
le stesse gratuità. Ma vige sempre la favola degli aiuti, che al meglio aiuta i
cooperanti – più spesso le cooperanti, anime buone.
Spiega
Al Bano in poche parole a Cazzullo sul “Corriere della sera” il “mistero” della
scomparsa della figlia Ylenia nel Mississippi, su cui si scrivono da decenni le cose più
inverosimili. Studiava molto, imparava molto, ma in America s’incapricciò del
mondo homeless, del vagabondaggio,
droga compresa. Disintossicazioni, ricadute. La scomparsa. L’ultima persona che l’ha vista in vita, un
guardiano che la rimproverò di non stare seduta in riva al fiume, spiegò ad Al
Bano: “Disse «io appartengo alle acque» e si tuffò nel fiume, nuotando a
farfalla”. Era lei, conclude Al Bano: “Ylenia diceva quella frase da bambina,
prima di tuffarsi, e nuotava a farfalla”.
Il
Grande Inviato del giornalismo italiano fa due pagine del “Corriere della sera”
con Al Bano. Che è simpatico ma è un cantante,
in età. Non cerca un generale o un boiardo russo anti-Putin, come avrebbe
fatto il Grande Inviato qualche anno fa. Nemmeno uno scienziato politico americano che
gli spieghi come la Nato, cioè l’Europa, debba assediare Putin, cioè la Russia.
O anche solo un pubblicitario, che spieghi le “notizie di guerra” con cui ci assedia.
“Il
potere? Fa perdere il senso della realtà”: Obama a Berlino incanta gli spettatori. Che
hanno pagato da 80 a 3 mila euro (ticket compressivo di un selfie) per ascoltarlo. A beneficio di una fondazione,
naturalmente.
L’ex
ministro Paolo Cirino Pomicino è confinato alla rubrica delle lettere dal
“Corriere della sera” per dire due verità dopo la sentenza della Cassazione che
ha ridicolizzato lo Stato-Mafia. Che il giudice di Palermo Guido, che ha coordinato
l’arresto di Messina Denaro, si rifiutò all’epoca di sottoscrivere il rinvio a giudizio “per la
trattativa ritenendolo poco meno che una commedia dell’arte”. E soprattutto che quando Ciancimino accettò di
parlare alla commissione parlamentare Antimafia, allora presieduta da Violante,
la Procura di Palermo lo arrestò, “qualche giorno prima dell’audizione” -
“Ciancimino capì e non parlò più, né fu più convocato”. Pericolo scampato? Da
chi?
L’arbitro
di Bologna-Juventus che fa dirigere la partita dal Var perché non ha il
televisore in campo, o ce l’ha ma non gli funziona, conferma che nel calcio non
c’è gioco, ma (un po’ di) potere: il residuo del democristianesimo dei
Lotito-Galliani, e del loro protegé Gravina .
La
cosa sembra incomprensibile perché si accredita alla Juventus un grande potere.
Che invece non ha – la Famiglia è poco democristiana. Una partita diretta in
cabina di regia si doveva ancora vedere. Come se in cabina si vedesse meglio
che in campo, mentre si vede quello che si vuole. Ma niente è impossibile a questo potere non tanto
occulto.
“Perché
nel nostro Paese”, ruggisce Landini alla manifestazione del Primo Magio, criticando la politica restrittiva
delle immigrazioni, “sono più i giovani che debbono abbandonare per cercare lavoro
all’estero che gli immigrati che
vogliono stabilirvisi”. Cioè?
Ci
sarà la logica “landiniana”. In un famoso convegno a Venezia sull’energia nucleare, Donat Cattin, un ministro che voleva assolutamente le centrali
nucleari, enucleò una “logica paparelliana”, secondo la quale “saremmo tutti
morti e non lo sappiamo”. Un sindacalista di nome Paparella (anche lui Cgil), per
opporsi alle centrali, aveva argomentato che ogni essere produce la sua parte di
radiazioni – intendendo: in concentrazioni non pericolose.
Ruggeri,
il cantante, è di destra? Lui pensa di essere di sinistra, confida a Renato Franco
sul “Corriere della sera”. Ma: “Vengo da un mondo nel quale c’era una dittatura,
al liceo dominavano i comunisti, le Br erano i compagni che sbagliavano, stavo
in una scuola in cui assemblea e professori applaudirono l’uccisione di
Calabresi”. Si capisce perché è una storia che non si fa.
Appena
riconfermato all’Eni, Descalzi per prima cosa lancia un buy-back, il riacquisto di azioni proprie, dell’Eni. Per aumentare
la capitalizzazione di Borsa e illustrare
il titolo. Come già aveva fatto Enel – che in Borsa era in caduta libera da un
paio d’anni, benché privilegiata dalla crisi internazionale delle materie prime
e dell’energia. Ma soprattutto si segnalano le banche, Unicredit in testa, per
questa tecnica. Un’azienda non è più indifferente alle logiche di Borsa, alle
altalene? È questione d’immagine. E di sostanza? Per il (piccolo) trading una (piccola) manna sicura.
Fuoco
e fiamme in Francia per un aumento dell’età pensionabile di due anni. In Italia
il balzo fu di sette anni. Quello di Macron viene definito “gravoso” dagli
stessi giornali “montiani” di dieci anni fa, del balzo di sette anni, “Corriere
della sera” e “la Repubblica”.
Il figlio della regina, della regina Elisabetta – a Bagheria
C’è
“Il figlio della regina”, è siculo ma è lui, figlio della regina Elisabetta, e
fa le stesse cose – “è un lupo nottambulo”. “Francisi e taliani” pari sono,
come oggi, litigando. C’è un mondo variegato, per lo più di poveracci, che non
fanno le cose dei romanzi ma quelle di vita ordinaria. Il fattorino di banca,
sette figli, trasferito solennemente da Palermo a Milano. Il “maresciallo di
carrriera nella fanteria,\ congedato per alienazione mentale,\ aveva
fatto la prima e la seconda guerra mondiale”, con dodici medaglie. Su una tela di
“sicilitudine” diversa, velenosa, di chiacchiere vuote e nessuna compassione - qual è di fatto, si può attestare. Un “Invito a cena”
con sospetto di cannibalismo.
“Racconti
in versi” è il sottotitolo. In lingua, di versi sciolti, al ritmo teatrale. Con
un’appendice in siculo e in lingua, di ballatette cantabili, in ottonari e
settenari rimati. Un tentativo di Ignazio Buttitta di uscire dal cliché del cantastorie vernacolare. Con una nota e un
poemetto dallo stesso titolo del libro, per dire il desiderio: “La mia vita
vorrei scriverla cantando”. Limitandosi poi a evocare la balia che lo inchiodò
alla preghiera notturna. Fino alla prima amante, “una vecchia bigotta,
visionaria”.
Racconti
fantasiosi, ma di aneddoti reali, singolari. Con la prefazione di Roberto Roversi,
che però conferma Buttitta e lo consacra
teatrante: il libro “è molto spettacolare,
l’attore è sempre in scena, adattando la voce, fingendosi diverso”, one man’s band, “ma è lui, lì, con la
sua (bella) faccia che ride, ruumoroso, sapiente”. E in conclusione l’elogio, in lingua, del
paese – “c’è un paese straordinario in Sicilia.\ è Bghneria, il paese di Renato
Guttuso.\ Eccelle in tutti i campi”.
La
ballata, in siculo e in lingua, “I fratelli Cervi” introduce una nota di
Zavattini, che racconta, nemmeno per scusarsene, come non sia mai andato a
trovare papà Cervi, siamo nel 1968, anche se “Campegine dista una ventina di
chilometri dal mio paese, basta salire in una delle tante auto” - o
dell’inutilità delle prefazioni (“le prefazioni sono un vizio”, lui stesso premette).
Ignazio
Buttitta, La paglia bruciata,
Universale Feltrinelli, p. 165b pp.vv.
venerdì 5 maggio 2023
Baruffe lepeniste - Darmanin vuole fare Meloni
Gérald Moussa Darmanin, pupillo del
presidente Macron, parte del suo partito En Marche, ora Renaissance, fin dalla
creazione nel 2016, è in corsa per la successione a Macron. E in questa aspettativa
deve dimostrarsi muscoloso - quello che non sa essere in Francia, con le tante
violenze di piazza.
Da un buon quarto di secolo le presidenziali
in Francia si decidono al secondo turno: tutti contro uno. L’uno sono i Le Pen,
il padre e poi la figlia. Tutti sono tutti gli altri. Vince chi al primo turno
rimane in gara contro i Le Pen. Dopodiché il gioco è fatto: al secondo turno
avrà i voti di tutti, contro Le Pen.
Il copione è ora in discussione perché
all’ultima applicazione, a giugno, Macron ha rischiato al primo turno, vincendo
di poco il ballottaggio, benché presidente uscente, contro Mélenchon, della
nuova sinistra. Contro questa sinistra non più ingessata (socialista) e anzi piazzaiola, Darmanin deve quindi provare a scavare un po’ nel voto della
destra moderata, i Républicains ex gollisti, e meglio ancora nella destra
lepenista, stanca di fare l’opposizione.
Di fatto Darmanin vorrebbe essere
Meloni: rubare voti alla Lega-Le Pen.
I prigionieri in Germania non erano resistenti
Si fa confusione sui 600 mila italiani,
militari e non, che finirono in Germania dopo l’8 settembre, in larga parte
prigionieri di guerra, oppure al lavoro forzato, da renitenti alla leva. Erano
per lo più addetti ai lavori in agricoltura, per sopperire alla mancanza di
manodopera tedesca, tutta ai fronti di
guerra, compresi gli adolescenti.
La scelta dopo l’occupazione per gli
italiani adulti era o combattere o prigionieri in Germania. Per un italiano era
una non scelta – si contano quelli che si arruolarono. In Ucraina e in Croazia
invece la Germania aveva trovato una risposta larga, con arruolamenti sia nella
Wehrmacht sia nelle SS combattenti.
La Repubblica Federale ha poi pagato a
questi combattenti le pensioni di guerra. Anche nella forma reversibile, a mogli e figli.
Appalti, fisco, abusi (225)
Non si
riesce a riformare il. “codice degli appalti”, quello che fa durare le opere
pubbliche venti e trenta anni, e spesso le lascia incompiute. Il suo pilastro,
il “massimo ribasso”, è una stupidaggine –subito dopo l’assegnazione si fa
causa, la prima di tante, con Tar, Consiglio di Stato, e ritorno – per
ricominciare subito dopo, dopo la prima tranche.
È evidente che il giuridicismo non funziona. Perché allora non si cambia?
Perché ci prospera la burocrazia. Ci prospera in senso lato, con beneficio
economico oltre che di potere – il potere si esercita per interessi privati e privatissimi.
Curioso
che in tante revisioni della spesa pubblica, per esempio di Cottarelli, che pure
ha pensato e pensa di se stesso come un presidente del consiglio in
aspettativa, non si rilevi questa che è la falla più grossa dei conti pubblici:
le opere, gli appalti, il “codice” degli appalti. Di furfanterie alimentate
dalla legge - dal giuridicismo, dal leguleismo.
Dovendo
fare benzina in autostrada, capita che le stazioni di servizio fai-da-te addebitano
l’ammontare massimo utilizzato prima o dopo il personale utilizzo. Poi, il giorno
successivo lo cancellino, cancellino l’anomalia. Ma non del tutto. Con
l’ammontare massimo ne addebitano infatti uno modesto, 18-20 euro. E questo non
lo cancellano. Costringendo, oltre che alla perdita dei 18-20 euro, a cambiare
carta – una procedura faticosa e lunga. Si clonano le carte con una frequenza
spaventosa alle stazioni di servizio. Sono extra
legem?
Il “primo russo” era africano, un po’
Il
“primo russo” di Dostoevskij era africano – mezzo africano: Puškin. In un brillante
saggio sul primo romanzo (incompiuto) di Puškin, “Il negro di Pietro il Gande”,
la giovane slavista afroamericbana della Penn State University analizza sentimenti
e risentimenti del lignaggio africano di Puškin. Il suo bisnonno materno
essendo stato un ragazzo africano del lago Ciad, sponda odierno Camerun,
vittima di una razzia, cresciuto alla corte di Pietro il Grande, da questi personalmente
accudito, come figlioccio, ed elevato socialmente, col grado di generale, e un
matrimonio nella vecchia nobiltà dei bojari.
Jennifer
Wilson, The First Russian, “The New
York Review of Books”, 22 settembre 2022, free online
giovedì 4 maggio 2023
Cronache dell’altro mondo – democratiche (231)
Biden è il candidato di Wall
Street, l’America ricca vota di nuovo per il presidente. Partita la campagna
per le primarie democratiche, in vista delle presidenziali 2024, il fondo spese
del presidente ha già in cassa cospicui contributi.
Tra i più sostanziosi quelli di:
Reid Hoffman, co-fondatore di LinkedIn, patrimonio valutato in 2 miliardi di dollari; Alexander Soros,
trentasettenne figlio di George Soros; Haim Saban, il centesimo uomo più ricco
del mondo secondo la classifica “Forbes”, patrimonio 2,9 miliardi, un
israeliano nato ad Alessandria d’Egitto naturalizzato americano, musicista e
imprenditore tv; Jeffrey Katzenberg, cofondatore di Dream Works, 1 miliardo;
Charles Myers, fondatore di Signum Global Advisors, 1 miliardo; Donald Sussman,
dello hedge fund Paloma - che paragona Biden a Franklin D. Roosevelt.
Biden è il candidato preferito
degli ambienti finanziari. Alle passate presidenziali, almeno trenta grandi
finanziatori della sua campagna avevano attività finanziarie, secondo
un’inchiesta della Cnn – avevano “legami con Wall Street”, virtualmente “tutte
le grandi istituzioni di Wall Street”.
L’amore povero e ricco, tra i ghiacci
Una storia d’amore, delicatissima. Malgrado la disgrazia cupa, incombente. Tra spiriti semplici. In un mondo di solitudini. Una campagna aspra, una comunità quasi primitiva. Nonché, sottotraccia, ma più notevole per essere opera di una scrittrice, il fantasma della virago, la donna americana, il cuore duro, distruttore.
Un racconto lungo, longform, che a ragione in più edizioni si ripropone. Questa è la prima del dopoguerra, periodicamente ristampata, nella traduzione di Greti Ducci, Bur 1963, che tiene banco dunque da sessant’anni.
La
sorpresa di questo racconto lungo è il tono West, da epica povera del West. Di
una scrittrice molto italianata e molto francesizzata. In un New England che si
conosce come la parte più classica e più europea degli Stati Uniti, più colta e
anche più turistica, di lusso, ed è invece anche agreste, montuosa, tutta granito
d’estate, “un paesaggio squallido e triste”, dal “terribile clima”, ghiaccio
d’inverno, ed era come abbandonata, isolata, ancora un secolo fa. Un racconto a cui Wharton teneva, che ha dotato di una introduzione.
Edith
Wharton, Ethan Frome, Bur, pp. 149 €
10
mercoledì 3 maggio 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (524)
Giuseppe Leuzzi
“Romanziere
del Sud” lo scrittore americano Tom Wolfe, che faceva il gusto negli anni
1960-1970 (specie con la formula del
“new journalism” da lui coniata, la cronaca raccontata, che avrà autori celebri,
Truman Capote, Gay Talese) diceva di scrittori di forte realismo, alla
Faulkner. Alla Alvaro, diremmo, Domenico Rea, Scotellaro, per il poco che ha
potuto scrivere. Non Sciascia, realista con dispiacere – secondo questo criterio
non è un “romanziere del Sud”.
Più che agli scrittori, la definizione
di Wolfe calza alle scrittrici, Carson McCullers, Flannery O’Connor, Alice
Walker, Harper Lee, Eudora Welty. In Italia a Deledda – oggi a Murgia, Di
Pietrantonio? Non con la stessa pietas –
amore (accettazione) di se stesse.
Sudismi\sadismi
Delle lettere al giornale “la Repubblica” sceglie
quella del solito siciliano che si lamenta della Salerno-Reggio Calabria, tutta
cantieri a suo dire, code etc. Mentre non è vero, è forse la migliore
autostrada da qualche tempo in Italia. I cantieri sono limitati al tratto
Cosenza-Altilia Grimaldi, nella valle stretta del Savuto, 30km,. che il
rifacimento della Salerno-Reggio vent’anni fa aveva trascurato. Andare in
Sicilia è lungo, ma che dire, p. es., della Firenze-Roma? Il Meridione è un complesso,
d’inferiorità.
Sui siti dei media calabresi la retata europea dei
narcotrafficanti scattata oggi si dice che ruoti attorno al porto di Gioia
Tauro. Mentre ruota attorno al porto di Anversa. I comunicati ufficiali lo
specificano, ma il riflesso condizionato, o la pigrizia, dice Gioia Tauro.
Il Sud non esiste
Sembra
impossibile, che si sia fatto un processo lungo vent’anni, che ha posto sotto
accusa i Carabinieri e lo Stato in generale (perfino la presidenza della Repubblica)
sulle accuse di un “papello” del figlio di Ciancimino, un pluricondannato per
mafia, detto “papello” perché non documentato: una divagazione (si spera non
dettata, a scambio con i “benefici di legge” dei “collaboratori di giustizia”).
Ma si è fatto. E ancora c’è gente, soprattutto giornalisti e giudici, che non
ci credono veramente, ma dicono di credere, che lo Stato si vendetta alla mafia.
E
non è un atto ostile del Nord contro il Sud. Lo Stato-mafia è invenzione del
Sud a suo carico. Per la carriera di pochi, tra Palermo e Napoli: una decina di
giudici e giudichesse, che tuttora ne ricavano ricche comparsate in tv, un paio
di giornalisti tournés scrittori, e qualche editore milanese lieto di tanto
scandalo.
Un
Sud violento, in questo caso. Della mafia come affare. E non per cinismo, non
solo: soprattutto per spregio, cosa non si fa per piacere a “Milano”. Il Sud,
al meglio, “non esiste, si direbbe a Roma.
Si è profeti oltralpe
Si
esegue in tarda prima italiana a Roma, al Parco della Musica con l’orchestra di
Santa Cecilia, il “Vangelo
eterno”, il poemetto del poeta ceco Jaroslav
Vrchlický musicato da Leoš Janaček. Sul Terzo Regno
di Gioacchino da Fiore Il Monaco profeta si ritrova “qui, sulla rupe scoscesa
in Calabria,\ dove i lupi nelle caverne ululano\ sfidando I venti”. Ma poi la
Calabria è il luogo che gli allarga la vista: “Ho abbassato gli occhi\ dagli
altri cieli di Calabria\ verso l’oscurità del mondo…”.
Il “Vangelo
eterno” è del 1914, testo e musica, della paura della Guerra. Gioacchino è
figura della speranza ben diffusa nella cultura tedesca, cui Praga all’epoca
ancora aderiva. E perdura la Calabria come nome mitico, di una natura naturans.
Gioacchino si
può pensare come uno dei tanti suoi conterranei che fanno fortuna altrove – e solo
altrove, quasi un destino. Di lui, persona pia e mente eccelsa, lo studioso
dell “Apocalisse”di san Giovanni, e del
tempo della storia (che ribalta) di sant’Agostino, profeta del Terzo Tempo,
quello dello Spirito, dopo quello del Figlio e quello del Padre – un mondo di
purezza e libertà, il tempo dell’amore, e quindi di maggiore grazia divina (i
temi degli ultimi due papi, Benedetto XVI e Francesco) - nessuno si è incaricato
di promuovere la beatificazione. Ci ha pensato nel 2001, a distanza di quasi un
millennio, l’arcivescovo di Cosenza mons. Agostino, ma in questi venti anni non
un passo avanti è stato fatto.
Milano in buona coscienza
È
– più che volersi? – diversa? L’archivista e storico Fausto Fonzi cinquant’anni
fa, prima di Bossi, prospettava in un voluminoso saggio, di quasi seicento
pagine, “Crispi e lo ‘Stato di Milano’”. Milano come Stato, che fece guerra a Crispi tra il 1893 e
il 1896, a una politica militarista ed espansionistica, nel nome del
moderatismo, e la vinse – o piuttosto non vinse Menelik, a Adua?
Anche
Giorgio Rumi, pacioso storico cattolico, ha “una alterità lobarda” nella
raccolta “Perché la storia. Itinerari di ricerca”.
Finzi
accredita a Milano anche la nascita dei aprtiti democratici dell’era che sarà
chiamata di Giolitti – fino a Mussolini nel 1922: il socialismo riformista di
Turati e la democrazia cristiana di
Meda. Ma il socialismo italiano era stato napoletano, siciliano, genovese, prima
e più che milanese. E lo stesso i cattolici in politica contro il “non possumus”,
quelli del conte Gentiloni, uno dei “cattolici del papa”, marca di Ancona.
Torna
a onore della città dirsi buona socialista (rifornista) e buona popolare o
democristiana. Di ripudiare la violenza. Di volere la democrazia, uguale per
tutti. Ma di propriamemte milanese nella storia politica c’è la Lega, con l’autonomia
differenziata oggi come già col celodurismo di Bossi, portato da Milano 1, il
terrorismo rosso, nel ricordo di Gaetano Bresci?, Mussolini, la giustizia sommaria
o politica. Senza contre la Borsa “parco buoi”.
Oggi come 150
anni fa
“La Calabria è
essenzialmente il paese delle rovine: la fisionomia geologica del suo
territorio, i monumenti degli uomini e dei secoli fan risaltare in ogni passo
le tracce di questa caratteristica malaugurata. Nelle sue contrade giacciono
seppellite sotto a frantumi d’ogni genere la Magna Grecia con tutte le sue
città, leggi, scienze, arti, scuole, istituzioni; il medio evo con tutt’i suoi
castelli feudali, vizi e virtù, diplomi e titolo di gloria e di vitupero; l’età
moderna con tutte le opere novelle del suo risorgimento, stabilimenti
religiosi, accademie, arti. Il popolo calabrese che vive su tante macerie, non
è esso stesso che una vasta rovina! […] Sembra che tutt’i grandi agenti di
distruzione si siano data la posta per rappresentare le scene del loro dramma
sanguinoso: le guerre intestine dell’antiche repubbliche; il sistema di
universale assorbimento della vecchia Roma; le scorrerie di tanti barbari,
Goti, Saraceni, Turchi, Pirati, e di altri popoli più moderni ancora, non meno
prodighi di sventure, dispensate però come tesori di carezze affettuose: e poi
il tempo che lentamente corrode; i tremuoti spaventevoli così spesso disastrosi
e funesti; le più scarmigliate passioni e le più apate [sic!], malattie di
contagio e di effetti tristissimi, come l’ira fremente dei partiti, e la rabbia
municipale, la torpida ignavia, e il gelido indifferentismo, il melenso egoismo
e il turpe guadagno, il vertiginoso delirio delle false dottrine, e il
capriccio delle novità e della goffa imitazione, tutto concorse…”
Da “Poliorama
Pittoresco 1857-58”, p. 114 – ripreso da Vito Teti, “Il senso dei luoghi”.
Calabria
Nella serie di guide fotografiche SIME
la Calabria figura in copertina come Terra Incognita. In effetti, soprattutto
ai calabresi.
Ha il record
italiano degli omicidi (dati del quinquennio 2016-2020): quasi uno (0,96) per
centomila abitanti. Una ventina l’anno. Senza essere specialmente facinorosa,
non come in contesto urbano – il parcheggio, il vicino di casa, l’ubriachezza
(specie quella giovanile, delle cronache di Roma, Milano, Napoli). È perché si
possiedono trope armi, denunciate e non.
Di fatto, c’è un
che di brutale, accanto alla mitezza. Si legge con raccapriccio la vicenda del
ragazzo Davide Ferrario, ridottto im coma vegetativo, cioè praticamente ammazzato,
a pugni, da una famiglia di Crotone - da una famiglia Passalacqua, madre,
fratello, figlio, figlia. Anche per la stupidità – la violenza è spesso stupida. Ma sia il Comune
che la Provincia sono parte civile.
Cresce e matura
solo in Calabria, e in un punto specifico, Villa San Giovanni-Villa San Giuseppe, l’anona o chirimoya . Che ricorre curiosamente nella cronaca
della Conquista (spagnola dell’America Latina) di Ah NakukPech, signore di
ChacXulub Chen, da cui la cronaca prende il nome. Una storia “indigena” della
Conquista, riferita al Chiapas, in Messico al confine col Guatemala: “Il 1519
fu il primo anno che vennero gli spagnoli qui”, tra Cozumel e Chichén Itzà:
“Quell’anno giunsero a Chichén i mangiatori di anone”. I locali non le
mangiavano?
Ha avuto, come è
inevitabile, vicende storiche varie nei secoli. Ma con un marchio bimillenario.
Nell’impero romano quello dei Bruzi infidi e violenti. Nel Medio Evo dei “fustigatori
di Cristo”. Nel Sei-Settecento di “popolo di Giuda”. Come annotava lo storico
Umberto Caldora sessant’anni fa, in apertura di “Calabria Napoleonica”: “Se i Bruzi della Calabria antica, infatti, erano visti come
ribelli e infidi dai Romani, essi verranno ritenuti addirittura fustigatori di
Cristo nel Medioevo. Se in età controriformista e barocca la Calabria sarà per
i missionari gesuiti una parte significativa delle Indie di quaggiù,
la cultura spagnola del tempo giungerà a identificare Giuda come calabrese”.
Reggio Calabria esce da un
dodicennio di amministrazione controllata dopo un periodo di spese incontrollate
con sindaci di destra, Scopelliti e Arena – quest’ultimo dichiarato decaduto
per sospetto di mafia. Falcomatà figlio, di famiglia già Ds e poi Pd, saldamente
legato (a suo tempo) a Renzi presidente giovane del consiglio, è riuscito a
evitare il dissesto (fallimento) e affrontare un difficile risanamento. Ora il
Comune può nuovamente programmare il suo futuro, ma si parla solo di liti, tra
assessori e ex assessori al bilancio, dello stesso partito (Pd): la città può attendere.
Non è facile fare il sindaco
a Reggio? Giuseppe Falcomatà, figlio d’arte (il padre Italo è stato il sindaco
della Primavera di Reggio – c’era perfino la scala mobile tra i diversi piani
della città, a gradoni sullo Stretto - a cavaliere del Duemila), è lui stesso inibito,
condannato in primo grado un anno fa per abuso d’ufficio, avendo ceduto un
albergo storico confiscato a un imprenditore amico. Doveva aprire un’asta –
elementare, ma ci vuole un po’ di senno.
Sui siti dei media calabresi la retata europea dei narcotrafficanti scattata oggi si dice che ruoti attorno al porto di Gioia Tauro. Mentre ruota attorno al porto di Anversa. I comunicati ufficiali lo specificano, ma il riflesso condizionato, o la pigrizia, dice Gioia Tauro.
leuzzi@antiit.eu
Quando la virago faceva paura
Il
romanzo della vita “suburbana”, il genere che avrebbe dominato la narrativa
americana negli anni 1960 e oltre, in libreria e al cinema: la vita di coppia,
la casa nuova, la community, le liti,
l’alcol, i figli sperduti o perduti. Una narrativa socio-urbanistica. Ma con
grandi ambizioni nel caso di Dick, che parte dall’alto: “Io sono fatto di
acqua” è l’incipit, “non ve ne potete accorgere perché faccio in modo che non
esca fuori. Anche i miei amici sono fatti di acqua…” - ancora meglio l’incipit
che sarebbe stato cassato, il “paradosso del cretese”, o del mentitore:
“Lasciate che vi racconti tutto di me. La prima cosa è: sono un bugiardo
patologico”.
Chi
parla è Jack, uno dei tre personaggi portanti del romanzo. Il principale si rivelerà
Fay, sorella di Jack, che anch’essa parla in prima. In terza invece suo marito
Charley. Fay cresce a dismisura, soda, tosta, vorace, capricciosissima. Con un
che di autobiografico, se a Fay si sovrappone Anne, la moglie pro tempore
di Dick, la terza, sposata nel 1959 e divorziata sei anni dopo, dopo anni di
liti, a romanzo ormai finito. Con l’autore nella doppia veste dell’artista
inconcludente (Jack) e del marito servizievole e oltraggiato (Charley).
Scrivendo le memorie dei suoi anni con lo scrittore, “Search for Philip K.
Dick”, nel 1996, l’ex moglie Anne Rubinstein parlerà come Fay: il romanzo è stato
concepito dopo un intenso rapporto fisico. È il romanzo, anche, della virago temutissima, la donna americana.
Un
romanzo degli esordi, di un Dick trentatreenne indeciso tra la fantascienza e
la narrativa di caratteri. Molto semplice e molto svelto. Uno dei migliori del
genere, borghese suburbano, se non il migliore – anche se il genere conta
calibri come Salinger, Mailer, e naturalmente Philip Roth. Il più scopertamente
critico, beffardo - insieme con il contemporaneo, e altrettanto sfortunato,
Richard Yates, “Revolutionary Road”: le “Confessioni” sono uscite a distanza di
anni, in edizione minima, semisconosciuta, e sono state riprese in chiave di
opera omnia nel revival Dick di fine Novecento,.
Philip
K. Dick, Confessioni di un artista di
merda, Fanucci, remainders, pp. 231 € 8
martedì 2 maggio 2023
Letture - 519
letterautore
Bicenzone
–
Sono le cambiali in dialetto napoletano,
in alcuni testi lievi dell’abate Galiani, l’economista. Derivato, secondo Antonio Altamura,
specialista del dialetto napoletano (“una lingua”), dai “tempi in cui
giungevano (a Napoli) da Besançon i primi avvisi di tratte e cambiali per merci
acquistate in Francia”.
Colonie – Hanno generato
serie fantastiche di francobolli: grandi, colorati, esotici. Pondichéry e Chandernagor,
Zanzibar, con lo yacht Hohenzollern, come il kaiser, Trinidad&Tobago ancora con
la faccetta della regina Elisabetta.
Crasso – Viene da Crasso,
come non pensarci, Marco Licinio Crasso, l’uomo più ricco della Roma repubblicana,
e probabilmente della storia, se il suo patrimonio poteva essere valutato da Plinio
il Vecchio in 200 milioni di sesterzi, oggi qualche trilione di dollari. Il nome
prende il senso comune
dal desiderio dell’arcimilionario romano di ulteriormente arricchirsi con le
prede di guerra, nonché
di nobilitarsi militarmente, che lo portò nel 53 a.C., a sessant’anni, a proporsi
per la “pacificazione”
della Siria. Una vittoria militare gli avrebbe meritato il “trionfo”, il segno
di massima
distinzione aristocratica – suo padre, console, l’aveva ottenuto per meriti militari.
Dalla Siria,
dove si distinse per il primo saccheggio del tempio di Gerusalemme, pensò di conquistare
la Partia - più o meno l’attuale Persia. E gli finì male: il suo
interprete-guida tra i
Parti
lo fece perdere nel deserto, lui e le sue legioni, girando in tondo, finché, stremati, non divennero
preda facile. La sua testa fu mandata al locale signorotto, che gli versò oro
fuso in gola, pronunciando la solita frase famosa: “Saziati di ciò che bramavi in vita”.
Destra-sinistra
–
La sessuofobia le accomunava, accomunava le estreme, non molto tempo fa, ancora nell’ultimo
Novecento. Racconta Ruggeri, il cantante,
a Renato Franco sul “Corriere della sera”: “Ricordo una volta in tram, avevo un
album di David Bowie, venni fermato da alcuni «compagni» che mio chiesero:
«Perché ascolti quel frocio qualunquista?». In quegli anni la sinistra era
omofoba, oggi non lo ricorda più nessuno ma era così”.
Mamma
mia - “Grazie all’albumn e alla franchise
(licenza. N.d.r.) Mamma mia, gli Abba sono stati in grado di dominare l’industria
della musica”, è il blurb promozionale
del docufilm sul gruppo svedese.
Manomorta – Anche l’appropriazione
dei beni pubblici, questo esercizio fondamentale della cosiddetta borghesia, in
Italia viene da Crasso, il corrotto-corruttore per antonomasia, al punto che
nessuno vi faceva caso. Di famiglia illustre, ebbe padre e fratello maggiore trucidati
dai partigiani di Cinna nella guerra
civile dell’87 a.C.. Quando Cinna a sua volta fu trucidato e Silla vecchi tornò
in campo, Crasso dalla Spagna dov’era esiliato armò una legione per
ricongiungersi con lui a Roma. Nella lunga marcia si appropriò personalmente di
gran parte del bottino di guerra. Ottenne un successo militare nella battaglia
di Porta Colline, fuori Roma (contro truppe avversarie composte soprattutto da
Sanniti), quello che chiuse la guerra avviata da Silla, e nelle proscrizioni
susseguenti si attribuì la cura degli espropri. Che fece a vantaggio suo e dei
suoi amici.
La fortuna era già considerevole ma non
gli bastò. E a Roma inventò i “pompieri”: gli incendi nella città di legno
erano giornalieri, i suoi uomini intervenivano, e se il padrone dell’immobile
acconsentiva a cedergliene la proprietà, intervenivano, altrimenti se ne
stavano a guardare, applaudendo al fuoco
divoratore.
Fu console, più volte. Quando la sua
ricchezza fu minacciata dalla rivolta “di sinistra”, di Spartaco, organizzò una
repressione radicale. E nel 60 si prese il. potere politico, promuovendo il triumvirato
con Pompeo e Cesare. Si fece proconsole nella grassa Siria, dove saccheggiò il
tempio di Gerusalemme. E nel 53 puntò a estendere le depredazione nei confinanti
territori dei Parti, parte del moderno Iran, dove fus comfitto e ucciso.
(Curiosamente, anche il ricchissimo
Crasso ebbe il suo processo per una questione di donne, non una minorenne, nel
suo caso, né una sex worker, ma una
vestale, accusatrice ancora più insidiosa, che lo denunciò per molestie: Crasso
di difese asserendo che, per quanto lo riguardava, la vestale era sempre
vergine, e che lui solo un contatto aveva avuto, per comprarne i beni a buon
prezzo).
Manzoni
–
Si dà il romanzo storico come diffuso e dominante nei suoi anni formativi,
sull’onda del successo di Walter Scott a partire da “Waverley”, 1814. E molti
si lanciarono nel genere. Puškin per esempio ci provò in tutti modi, anche se spesso non portò a termine le
ricerche - e i racconti a esse legati. Ma è anche vero che la storiografia, il modo
di fare storia, era nel primo Ottocento
molto discusso. Anche per effetto delle sue trasposizioni romanzate.
Si vuole che “la sventurata rispose”, la
storia della ”Monaca di Monza”, l’abbia tratta da un fatto di cronaca – un’importante
mostra è stata allestita su questo alla Villa reale di Monza. Alla Stendhal - da
cui però Manzoni era alieno. Un precedente analogo, anche se i particolari sono
diversi, è invece il romanzo dell’inglese Aphra Benn, “Storia di una monaca” – un
romanzo del secondo Seicento, ancora noto a fine Settecento-primo Ottocento.
Otto
cilindri –
Si volevano a otto cilindri le macchine americane gran turismo ancora negli
anni 1970, dopo la crisi del petrolio. Mentre le grandi macchine europee, Rolls
Royce, Mercedes, spiega Jack, uno dei personaggi del romanzo “suburbano” di
Philp K. Dick, “Confessioni di un artista di merda”, andavano a sei cilindri.
Proust
– Si
potrebbe dire un benpensante. L’omosessualità che praticava nei bordelli (arrivando
a fornire, a uno di questi da lui particolarmente apprezzato, il mobilio di maman, l’odiosamata), e anche nella “Ricerca” nel personaggio
femminilizzato di Albertine, ridicolizza nel barone Charlus.
E si profonde, e la testimonia nella
“Ricerca” e in altri scritti, nella pietà religiosa, cristiana, cattolica.
Sull’omosessualità, maschile e femminile,
punterà la pubblicità, come novità della sua narrazione, prude, scandalosa, per promuovere le vendite. Ma sarà nel 1926, quando lui era morto da un pezzo.
Russia
–
Si è voluta anche scandinava, invece che slava - vuole essere tutto ma non sa che? Nel primo Ottocento, digerita la
modernizzazione, o “germanizzazione”, del paese a opera di Pietro il Grande a
fine Seicento (Pietro era anche quello che aveva sconfitto infine gli Svedesi),
discusse se le origini della cultura russa andavano ricercate nel mondo slavo o
in quello scandinavo. L’argomento è ancora trattato da Puškin nel tìracconto “La
storia del villaggio di Goriukhno”.
Russia-Germania - I bojari
(boiardi) che Pietro il Grande obbligò all’europeizzazione, ne parlavano come di
una “germanizzazione”. Nel grande pranzo della famiglia di bojari al cap. 4 del
romanzo incompiuto di Puškin, “Il negro di Pietro il Grande” – la famiglia dove
il bisavolo africano dello scrittore verrà accasato dallo zar – si critica la
modernizzazione forzata di un personaggio, reduce peraltro dalla Francia, con i
“meeesyou, le mamzel e i pardò”, e come “non il primo e non l’ultimo a tornare
alla santa Russia dal quelle terre tedesche senzadio come un completo buffone”.
La modernizzazione di Pietro il Grande guardava a Parigi quanto ai modi in
società e al linguaggio (all’Italia per l’architettura e le arti figurative), e
alla Germania (con Olanda) per le tecniche industriali e di costruzione.
Due generazioni più tardi, quando in effetti
molti tedeschi, fino a un paio di milioni, si stabilirono in Russia, aderendo ai piani di ripopolazione di
Caterina II, si trattava per lo più di contadini, emigranti per bisogno (gli
emigranti “economici” di oggi) – sceglievano la Russia invece delle Americhe, o
delle colonie: i tedeschi del Volga, i tedeschi del mar Nero o di Crimea, i
tedeschi di Bessarabia (poi Romania, poi Ucraina e Moldavia). Grandi masse che
nel secondo Ottocento-primo Novecento riemigrarono verso il Nord America, e
verso il Paraguay. Ma una robusta minoranza è rimasta in Russia: circa 600 mila
russi si definivano di etnia tedesca all’ultimo censimento, e quasi tre milioni
tedescofoni.
Selfie
–
Fanno parte dello storytelling personale,
inteso come auto-narrazione, auto-rappresentazione. È l’esito di uno studio
dell’università di Tubinga, di un gruppo di lavoro guidato da Zachary Niese.
Pubblicato sulla rivista “Social Psychologic and Personality Science”: le foto scattate
da altri ci ricordano un momento della nostra vita, le foto fatte dalla nostra
prospettiva personale aiutano invece a ricostruire le sensazioni provate
durante un evento.
Un’estensione dell’autobiografia, intesa
come autocelebrazione. La diaristica minore che prolifera come gramigna - e
sembra esaurire tutta la letteratura: non c’è altra editoria, evidentemente non
ci sono altri lettori, solo gente che si specchia negli eventi minimi, comuni. E
che è all’origine della decadenza della letteratura – non ci sono più linguaggi
ma rappresentazioni (autorappresentazioni di preferenza). Sul principio dell’onanismo.
letterautore@antiit.eu
Botticelli oggi andrebbe sui social media
La
discussa pubblicità del governo per promuovere il turismo, con la creazione dell’account
“Venere” in cui la Venere di Botticelli è rimodernata come una Instagram
Influencer, non sorprende il collaboratore della rivista per Tecnologia e Cultura.
L’immagine “rimodernata” della Venere di Botticelli è parte di una campagna
pubblicitaria da nove milioni di euro, che forse sono troppi, e ha sorpreso
molti italiani come “una modesta caricatura del patrimonio culturale”
dell’Italia. Ma, “dal punto di vista mitologico la cosa non è del tutto impropria:
che altro potrebbe fare la dea della bellezza, il desiderio, la prosperità oggi
se non moltiplicare i likes sui social media?”
Kyle
Chayka, Italy’s Newest Influencer,
“The New Yorker”, free online
lunedì 1 maggio 2023
Problemi di base da corsa - 746
spock
Ferrari fa festa - è arrivata terza?
Ferrari corre per il
terzo e quarto posto – c’è un campionato Ferrari a parte?
Tutte più veloci della Ferrari, le Red Bull, che sono una
marca di bevande, e l’Aston Martin d’annata con cui il re d’Inghilterra va a
incoronarsi?
Ferrari perde le gare e moltiplica gli utili: c’è un nesso?
O non sarà Ferrari il marchio di spumante invece che l’auto
da corsa?
Ma Ferrari corre in pista o in Borsa?
Fino a quando Ferrari abuserà del nome dell’ingegnere delle
macchine da corsa che l’inventò?
spock@antiit.eu
La prima monaca di Monza
“The
History of tyhe Nun” è il titolo originale. Con un sottotitolo che dice tutto: “The
Fair Vow-breaker”, la bella che ruppe i voti. La ribelle Aphra Benn, romanziera
polemica, la primissima romanziera moderna, fa la moralista. L’edizione
italiana presenta il racconto come denuncia della “repressione del desiderio
femminile”. Che sarebbe nelle corde della
“scostumata” Benn. Ma qui il racconto costruisce in chiave moralista: il
desiderio viene punito per sua colpa.
La
prima pagina è di perorazione femminista, quale ci si attende dall’autrice: ”Senza
dubbio, le donne sono per natura più costanti
e giuste degli uomini, e se i loro primi amanti non insegnassero loro il trucco
dello scambio sarebbero colombe, che non abbandonerebbero mai il loro compagno,
e, come le mogli indiane, salterebbero
vive nelle tombe dei loro amanti deceduti, per farsi seppellire presto con loro”.
La
seconda è però una perorazione contro lo spergiuro, quale sarebbe infrangere i
voti. Soprattutto quelli monacali, “sacri”: “Potrei da sola, a mia sola
conoscenza, dare un centinaio di esempi delle conseguenze fatali della violazione dei voti sacri”. Sembra uno spoiler,
un’anticipazione del plot, ma il
racconto non per questo perde mordente, il ritmo e gli incastri tengono – è semplice,
oltre che breve, poco accade, ma memorabile
L’intento
è edificatorio. Essendo stata a sua volta “designata come umile novizia in una
casa di devozione”, la narratrice si rende conto che la scelta dei voti dovrebbe essere fatta
in età adulta. Con cognizione di causa. E non per un “disegno dei genitori”. Non potendo “fare le leggi, né modificare gli
usi”, conclude, si affida allora alla penna. Ma parliamo di monasteri ricchi per
persone ricche e belle, con parlatorio privato, anche se dietro una grata.
Un racconto gotico in chiave
realistica, di vita ordinaria. Una giovane giglio di purezza e angelo di
bellezza, crescita in convento, da un padre amorevolissimo e da una zia badessa
ricchissima, ammiratissima da migliori giovani di Fiandra, finisce per
avere, senza sua colpa, due mariti. Una storia lenta, ripetitiva, per tre quarti del racconto, che assume nelle
ultime pagine ritmi velocissimi e drammaticissimi. Un po’ schematici –
schematizzati, non raccontati, non sviluppati: lo stesso canovaccio è in
Manzoni molto più drammatico (curioso che la somiglianza dei due racconti non
sia stata rilevata). Ma di un noir prima
del noir, ben prima.
Una autrice che si viene rivalutando. Come prima scrittrice professionale inglese
(una delle prime, in realtà), nel secondo Seicento. E come donna di liberi
costumi, con amanti di ambo i sessi – per questo celebrata da Vita
Ssckville-West, con una biografia romanzata, “The Incomparable Astrea”, e da
Virginia Woolf, che la ricorda brevemente in “Una stanza tutta per sé”:- il
prototipo del genere queer in voga, o
del no gender. In realtà donna determinata, che altre ritualità
semmai ha introdotto tra i letterati inglesi. Figlia di un barbiere e di una
levatrice, finita non si sa come nel Suriname, allora inglese, contestato agli
olandesi. Stuartiana convinta, nell’età della Restaurazione, di Carlo II (ora
si incorona il terzo Carlo….). Nata Aphra Johnson, prese il nome da un marito
Johan Benn di cui altro non si sa – forse mercante olandese incontrato nel Suriname.
Prima
di diventare famosa come poetessa, romanziera e drammaturga ha una vita di sua
invenzione, posteriore. Compreso probabilmente il passaggio come novizia in convento, spinta da genitori per definizione ricchi e potenti. Ma in Suriname c’è stata, ha scritto da lì molte
lettere, conservate. Carlo Il l’avrebbe mandata
spia a Anversa, contro gli olandesi, nome d’arte Agente 160, oppure Astrea, durante
la Seconda Guerra Anglo-Olandese – primo autore inglese a volersi spia, moda
perpetuata fino agli anni 1970. Salvo tornare a Londra dopo pochi mesi, a sue
spese. E finire in prigione per debiti, malgrado la protezione regale,
asserita. Probabilmente cattolica per molti indizi, tra essi l’attaccamento agli
Stuart. Fu attiva anche in politica, tra i Tories, a Westminster, oltre che
fertile scrittrice. Tutto in 49 anni di vita.
Il
suo nome è stato perpetuato a lungo solo per il romanzo “Oroonoko”, il primo romanzo europeo moderno, e il
primo (e a lungo l’unico) storicamente fondato. Molto “contemporaneo” anche questo: il romanzo di un principe africano ridotto in schiavitù, nel Suriname.
Aphra
Benn, La monaca, Lorenzo dei Medici
Press, pp. 80 € 14
domenica 30 aprile 2023
Problemi di base - 745
spock
“Nessuno può guardare nell’anima di un altro”, Hannah
Arendt?
“Il vero miracolo è lo spirito”, id.?
“Il male non conosce pietà”, Svetlana Aleksievič?
“Si possono insegnare la menzogna e il male tanto quanto la
verità”, id.?
Il calo delle nascite è “una perdita di speranza
nell’avvenire”, papa Francesco?
“Poche coppie sono infelici come quelle troppo orgogliose per ammettere la propria infelicità”, P.D.James?
spock@antiit.eu
La moneta sarà digitale, meglio unifomarla
L’età
della cartamoneta è al tramonto, la moneta sarà digitale. C’è stata l’era della
carta moneta, dal primo Settecento (dalla “bolla” di Law), c’è, ci sarà presto,
è in corso il passaggio, la moneta digitale. Si dice digitale delle banche
centrali, si dice crypto delle monete pirvate. Il tonfo recente delle
criptovalute ha lasciato gli investtori colpiti dalle perdite e sicuramente in
dubbio. Ma il futuro della moneta è sicuramente digitale. C’è solo un dubbio: come
sarà? “.
Il
problema è che “non tutte le forme di moneta digitale si riveleranno praticabili”.
Ci saranno quindi altri crolli. Il nuovo mercato va regolato. È quello che si
sta facendo. Ma con un problema ulteriore: ogni autorità monetaria sta procedendo
indipendentemente, e l’esito saranno probabilmente monete digitali o sistemi di
pagamento di tipo diverso. Il che rallenterà la transizione e la renderà
confusa.
Si
dovrebbe arrivare all’inevitabile uniformizzazione dei regolamenti prima. Con
grossi risparmi e forti benefici per tutti.
Gita
Bhatt, Reimagining money in the age of
crypto and central bank digital currency, Imf “F&D, Fince and
Development”, settembre 2022, free online
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