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lunedì 29 aprile 2019

Mamma mia suona bene


Favola mediterranea - greca di ambientazione, italiana di riferimenti - a Broadway come musical e poi californiana. Nel precedente “Mamma mia” con Meryl Streep. In questo “prequel-sequel” senza  Streep. Ma ugualmente calamitante, malgrado l’insulsa storia.
Una ragazza americana nel viaggio sabbatico tra il liceo e l’università si innamora di tre uomini molto diversi e di un’isola nel Mediterraneo. Qui è ancora peggio: si rifà la storia dei tre, con in più la figlia che vuole realizzare il sogno della madre, un albergo sull’isola, e invita all’apertura i suoi tre possibili padre, insieme con le amiche del cuore della madre al liceo, I loro ricordi, I loro amori, eccetera.
Ma in un’ora è mezza molte più canzoni, molto più sontuose, che in un festival di Sanremo. E tanto ritmo, specie dell’indiavolata Lily James, cantante e ballerina acrobatica, che fa Streep ragazza avventurosa in sabbatico. Un musical che Catherine Johnson ha scritto sulle canzoni degli Abba, cinquant’anni fa o poco meno, a partire da “Mamma mia” - qui c’è anche “Fernando”, altro grande successo, che non c’era nel primo film.
Ol Parker, Mamma mia! Ci risiamo



domenica 28 aprile 2019

La scoperta della Germania

La Germania non è più quella, spiega  Sergio Fabbrini sul “Sole 24 Ore”: lo dicono gli americani, lo ha detto Soros, bistratta la Francia. E “il nuovo partito nazionalista, Alternative für Deutschland, ha conquistato un terzo dei seggi al Bundestag nelle elezioni del 2017”. No, ne ha conquistato un terzo di un terzo, o poco più, il 12,6 per cento. Ma è vero che Afd è solo la punta di un iceberg.
Più vero è che il mutamento non è di oggi. Oggi è solo detto, mentre prima era fattuale e non propagandato, l’antinazionalismo avendo in Germania ancora forza censoria. Ed era probabilmente inevitabile: la Germania unita, senza più i russi a Berlino, russi allora temuti, è un altro animale che la Germania di Bonn. Quella con cui gli studiosi sono cresciuti, e che ha portato all’Unione Europea, fino all’euro. Ed è probabilmente più Germania, più intrinsecamente tedesca (continentale, centripeta), quella di Bonn dovendosi ritenere una parentesi. Ancorché in armonia col ’48 tedesco, il 1848, che fu una primavera democratica tedesca, protagonisti Marx, Wagner, eccetera, messa presto a tacere dalla reazione, e poi dal germanesimo, dal primato.
Una sintesi ne era però stata fatta, e detta:
“L’Europa ha vissuto ricca dopo la guerra per trenta anni senza la Germania, mai così prospera. Finché non ha sentito il bisogno della follia tedesca. E ora è senza futuro. Sì, è vittima degli inverni demografici, specie l’Italia - ma pure la Germania è una Schrumpfnation, un paese che si restringe. Dei debiti, della sanità e le pensioni insostenibili, e della globalizzazione: non più competitiva, rassegnata, implodente. Ma anche della Germania, che sa come l’Europa si annienti con le sue stesse armi, protervia e inquietudine.
“Nell’autodifesa che ritenne necessaria da germanofilo, nel ‘44, Croce sancisce nel titolo e nel testo un “dissidio spirituale della Germania con l’Europa”. Per la mancata latinizzazione e non solo. Di un’egemonia che non vuole associare ma asservire: “Nominor quia leo” - il dissidio lo sanciva già nel ’32 «Lo spirito tedesco in pericolo», studio e titolo di Curtius il latinista: non è che non si vedesse. La Germania qualche lezione nei trent’anni di guerra fredda l’ha imparata. Ma il fondo riemerge, ora che l’Europa non ha federatore esterno, non più Stalin e neppure gli Usa, che la globalizzazione proietta sul Pacifico. A Bonn molto pesava la Germania romanizzata, da Augusta a Colonia, di qua dal limes - esso stesso luogo di “paesaggi meravigliosi, resti di grande valore storico, vini sublimi”, Giorgio Pasquali notava. Su Berlino pesa  l’Ostelbien, di là dell’Elba.
………..
“La Germania dopo il Muro è un’altra. Non avendo più la temuta Russia, non ritiene di doversi schiacciare sull’Europa e l’Occidente, come faceva Bonn. L’ha pure detto, in più modi, ma l’Europa non ascolta” (G.Leuzzi, “Gentile Germania”, 2014).
Un mutamento che non appare difficile da individuare. Non fosse la Germania, così vicina, così lontana.

Secondi pensieri - 383

zeulig


Complotto – Ci fu una teologia del sospetto, del gesuita siciliano Sorge e altri illustri isolani, sulle tracce della triade filosofica del “sospetto”, Marx.-ietzsche-Freud, c’è ora una psicologia del complottismo. Che la mente vuole portata “naturalmente” al sospetto – “la nostra mente cerca le streghe”, Matteo Motterlini. Questo può essere, la mente rifugge dal complotto, perché lo teme. Ma ritenendolo possibile lo avvera. In entrambe le maniere: il complotto si avvera, le poche volte che c’è e si avvera, perché è temuto. Ma agisce – incute timore, frena, reprime, oppure espone, manda all’avventura - anche le molte volte che non si avvera perché non c’è. 

Depressione – Sotto forma di malinconia sta per compiere il millennio. Su una deriva per lo più letteraria, riguardante i poeti. Ma anche apologetica, di molti santi. Con esiti sorprendenti sulla sessualità (dei santi) e sulla follia (dei poeti).
A partire dal Trecento, sulla base del trattato “Della malinconia”, diffuso pastiche greco-arabo messo assieme da Costantino l’Africano qualche tempo dopo il Mille, il rapporto ascesi- continenza-follia era divenuto saggezza corrente: Robert Bur­ton lo codificherà giocosamente nell’“Anatomia della malinco­nia”, seducendo John Ford, il commediografo, Sartre tristemen­te nella “Nausea”, che in origine s’intitolava “Mélancholie”, Moravia al suo modo insofferente nella “Noia”, fino alla sintesi operata da Marco Masini, il cantautore, “Malinconoia”. Su tracce diverse — la scissione tra spazio e tempo che è inerente alla nostra co­noscenza e la rende menzognera — muove l’altro riferimento d’obbligo, la “Melencolia” di Diirer, come ha dimostrato Giancar­lo Bizzi.
“I religiosi degni di rispetto, digiunando di giorno e vigilando di notte, soffrono di una riduzione del sangue, che si trasforma in bile gialla e poi, per effetto di una lenta umidificazione, in bile nera, che genera la malattia melanconica”, afferma Co­stantino, e conclude: “Il coito aiuta a guarire la malinconia”. Costantino, segretario dell’avventuroso Roberto il Guiscardo, il normanno che voleva conquistare l’impero d’Oriente con le sue armate apulo-calabresi, mutato in medico della scuola salernitana, non faceva che rovesciare la sentenza più ubiqua di tutta l’antichità: “Meglio pazzo che libidinoso”. L’esercitazio­ne era divenuta corrente a partire da Ippocrate e le bili.
La critica è perplessa, ma Baudelaire dovrebbe allo spleen che l’attanagliava (“Mélancholie” è il titolo di un poemetto in prosa che non ebbe la forza di scrivere) la sua natura femminea, a giudizio del fedelissimo Nadar. Djuna Barnes, esteta e fricatrice, lettrice appassionata di Burton, non è d’accordo, e nel suo “Ladies Almanack” parla di “anatomia e malinconia”. Che è il tema del cristiano “Ritratto della malinco­nia” di Romano Guardini: “Il cuore della malinconia è l’eros: desiderio d’amore e di bellezza”.
Lo specialista Erasmo vi aveva invece accostato “l’apparente follia dei santi”, da lui specialmente indagata. Il professore tedesco R. v. Krafft-Ebing, volendo dargli credito, esperto peraltro massimo di questi fenomeni, legò i tre fondamenti stabilendo una cor­relazione stretta “fra il sentimento religioso e quello (sic!) ses­suale, anche in campo decisamente psico-patologico”, per “la parentela spesso appurata fra religione, libidine e crudeltà”.

È che, secondo Aristotele, la malinconia è la base di tutti i carat­teri. Le familiari lettere di san Paolo ne sono la teologia. Prima che il Settecento la riducesse a ipocondria, e con lo stress del mondo moderno tracimasse nella malattia sociale della depres­sione. Il primo straripamento è avvenuto nel Cinquecen­to, quando la malinconia divenne sinonimo di follia, strego­neria, genio. Agrippa d’Aubignè poneva la malinconia sotto Sa­turno, per l’autorità degli antichi. Rudolf e Margot Wittkover, e Klibansky, Panofsky, Saxl, ricondurranno a Saturno gli artisti.
A questo punto, oltre al solito Aristotele, “l’uomo di genio è malinconico”, è sull’autorità di Platone che si stabilisce la disposizione dei malinconici alla scienza e all’eccellenza. Starobinski, che ha studiato la malinconia da giovane all’uni­versità, in “L’artista come saltimbanco” equipara la buffone­ria alla malinconia, in “La malinconia allo specchio” trova le­gami assai specifici tra malinconia e letteratura, e ha pure indagato i nessi tra malinconia e reazione.
Forse pesa l’ottica dell’epoca, che rivede il passato al gusto del momento. Perché, spiega Antonio Socci, “dalla «Summa Theologica», dove Tomma­so raccoglie tutta la tradizione, si apprende che l’opposto dell’acedia non è affatto la sollicitudo (ogni sorta di attivismo), ma il gaudium (godimento)”. Evagrio Pontico, cui si deve la classificazione dei vizi capitali, ne aveva individuati otto, ai sette ora canonici aggiungendo la tristezza, l’acedia - l’acedia, malamente tradotta in accidia o ignavia, non è la poltroneria ma la tristezza, e resta peccato mortale. Il vero motto di san Benedetto, nel VI secolo, quando l’Europa era un deserto, è: “Ora et labora et lege et noli contristari in laetitia pacis”.
Anche la questione erotica s’imbriglia con quella creativa. Si forma un triangolo interattivo malinconia-creatività (santità)-eros, e non per i noti tecnicismi fisiologici. L’incrocio, ger­minato anch’esso nel Cinquecento a opera di Jacques Ferrand con la “Malinconia erotica”, rivisitata da Umberto Saba come Ma­linconia amorosa, è meglio individuato nel classico “Vita sexualis” di Mori Ogai, l’antropologo nipponico delle forme di vita euro­pee: “Per gli scrittori come per i poeti il desiderio sessuale svol­ge un ruolo affatto singolare. La questione è legata al problema degli uomini di genio quale la espone Cesare Lombroso e alla conseguente teoria di Möbius e della sua scuola, in base alla quale i poeti famosi e i filosofi senza eccezione sono dei malati mentali”. Paul Julius Möbius è nella storia per aver sancito, nello studio dallo stesso titolo, l’inferiorità mentale della donna.
(continua)

Dio – È uno capriccioso, più che un creatore? Così insinua Pavese spìnoziano - senza saperlo? - nei “Dialoghi con Leucò” (“Gli uomini”): “Un tempo le cose accadevano. Di ogni cosa veniva la fine, ed era un tutto che viveva. Adesso invece c’è una legge e c’è una mente”.
Viene con la creazione anche l’immortalità – sempre Pavese: “Lui s’è fatto immortale e con lui noi suoi servi”. Per questo capriccioso anche negli argomentazioni: “Non sarebbe signore se la legge che ha fatto non potesse interromperla. Ma l’interrompe poi davvero?”.

Uguaglianza – Un certo laicismo-ugualitarismo è distruttivo, specie in pedagogia. Isolare un figlio, deprivarlo della religione, del quartiere (comunità), della socialità (tribù) è come imporre la povertà perché la ricchezza è disuguaglianza.

zeulig@antiit.eu

Jimi (Hendrix) e il sogno dell’Europa


Il classico “Torna a casa, Lassie” rivisto sulla divisione di Cipro, tra repubblica greca e zona d’occupazione turca. Intitolato a Jimi Hendrix – il chitarrista la produzione tedesca ha diviso equanime fra il titolo italiano e quello originale, “Smuggling Hendrix” – per un’accennata vocazione musicale  del protagonista parlante. Un ragazzo non più giovane, che si appresta alla fuga in Olanda, lasciando i debiti a Nicosia, quando il fidato Jimi attraversa il confine con la parte dell’isola occupata dalla Turchia e non può più essere riportato di qua, i regolamenti europei tassativi escludendo animali o piante provenienti da aree che non applicano i regolamenti sanitari europei. Le persone possono vagare liberamente da una parte all’altra, gli animali no, il divieto è rigido.
Freddamente, quasi alla Tati, tra una ex moglie di cui nessuno capisce le turbe, e amici turchi incapaci, un apologo sorridente sulla divisione. In luoghi inanimati – abbandonati, in rovina, desertici. Tra gente che non sa che cosa la divisione è e non se ne cura. Se non per la miseria invadente – e il sogno dell’“Europa”.
Marios Piperides, Torna a casa, Jimi!

sabato 27 aprile 2019

Problemi di base in più - 483

spock


Più – rime difficili
Ma si legge di meno o di più
Con i social e la rete? Di più
Si legge di fatto molto di più
Non si fa più che leggere
- e per questo anzi più non si parla -
Giusto il giornale non si legge più
Di politici pieno ai più invisi
Chiusi come sono nel palazzo
Di cui non frega a nessuno un c.

spock@antiit.eu

La litania del lutto

Valduga perpetua la sua strana poesia realistica di fantasmi – le memorie di Raboni, il grande amore, morto quindici anni fa. Sempre in quartine ma qui – nella città natale (“ogni estate a Belluno\ per almeno due mesi.\ Ma non frega a nessuno… \Né a me né ai bellunesi…”)? – meno fluenti (ispirate) che altrove, più costruite. Con rime anche “così” “così”, oppure “sì”. A rifare spesso Da Ponte conterraneo, il “Don Giovanni”. Consolandosi con Ripellino e Holan, “è solo il poetico a distruggere la poesia”: “È l’impoetico la mia poetica\ il poetico ammazza la poesia” - e  l’impoetico no?
Ma l’artiglio bernesco non si fa addomesticare. Con se stessa: “Io mi concedo qualche libertà,\ io mi edifico sulle mie rovine”. Benché chiusa su “Retecapri: tre canali\ che danno vecchi film in bianco e nero”. O all’osservatorio piatto del caffè in piazza. Con l’acufene dopo il morbo di Crohn. A macerarsi quando “gli handicappati salgono sul furgone:\ tre Down, un paraplegico, un idiota…\ Che vergogna la mia disperazione!” E col mondo: il Pd, il giornale, ahi, “i pezzi culturali”, radio 5 - “su radio 5 una pubblicità!”, oh scandalo. Ma sapendo della propria ipocondria – anche se non nella sua interezza (l’ipocondria è l’egoismo totale). E un finale drammatico: un ritorno all’adolescenza, alla vita senza maschera. Traumatico, sotto l’apparente scorrevolezza, tra “chi ignora e chi invece ha nel cuore\ la comunione dei vivi e dei morti”, citando da Raboni, “Quare tristis” – “la comunione dei vivi e de morti\ è senso e storia dell’animo umano”.
Le quartine sono annotate. Seguite da una petizione al sindaco di Milano perché apra un Centro culturale intitolato a Raboni nella sua città, nel vecchio Lazzaretto. E da un saggio sulla “lingua piana” di Raboni, riproposto dall’antologia che Crocetti e il “Corriere della sera” ne avevano proposto nel giugno del 2012. Ma sapendo di tesserne la litania: “È in questi anni del dopo-Giovanni\ che ho imparato a gridare senza suono”.
Patrizia Valduga, Belluno. Andantino e grande fuga, pp. 128 € 14,50

venerdì 26 aprile 2019

La Liberazione di Bossi - Berlusconi prequel

Venticinque anni fa, per il 25 aprile 1994, si poteva scrivere:
“Bossi che sposta Berlusconi a destra, celebrando la Liberazione con la sinistra e schiacciandolo sui neofascisti, lui che ce l’ha più duro di tutti, fa sorridere. Ma è nella sua logica.
“Il fatto in sé non è importante. In poco più di un paio di settimane dal voto Bossi si è assicurato un numero incredibile di parlamentari, incredibile di fronte alla modesta percentuale di voti raccolti,  grazie al gioco delle “desistenze”, degli accordi pre-elettoral con Berlusconi e con gli stessi ex fascisti. Si è venduto bene, ha venduto il poco della Lega a molto. Ma la sua ambizione, quella di prendere i voti del Centro, ora di Berlusconi, resta intatta.
“Bossi ha vinto con Berlusconi ma in realtà ha perso. Voleva occupare il Centro, e invece il Centro glielo ha preso Berlusconi. E ora non sa cosa fare. Cioè lo sa, è nato cinico: spostare Berlusconi a destra, schiacciarlo su Fini, sui “fascisti”. e prendersi il corpaccione del voto moderato. Non subito. Dopo la messe di parlamentari, non si priverà del piacere di fare il ministro, anzi il vice-capo del governo – chi non lo farebbe? Ma il suo disegno resta scalzare Berlusconi, spingerlo su posizioni “estremiste”.
“Non sarà facile. Si dice Berlusconi una sorpresa. Ma, e se nulla fosse cambiato? Berlusconi non è Craxi, è Andreotti, il tessitore. Il suo partito è l’ex Dc, Bossi e Fini sono i soliti partitini di contorno rompicoglioni, cercatori di poltrone. La vecchia Dc di cui si tenta la ricostituzione, da Leoluca Orlando a Casini, sarebbe l’ennesima ruota di scorta: il grosso è berlusconiano.
“Berlusconi si può dire anzi un super-Andreotti, essendo riuscito a scongelare tutto il voto di destra, cosa che ad Andreotti non era riuscita. Questa novità non è da poco. E forse ha già qualche compromesso, sotterraneo, con la Quercia o le sue fronde. Questo può non essere vero, un accordo Berlusconi-ex Pci, per le Riforme o per la Patria,  ma è sicuramente il pensiero del capo della Lega. Che non è un bollito, non vuole fare il comprimario, e si ritiene solo all’inizio dell’ascesa.
“Bossi non lo dice ma schiuma rabbia: Berlusconi è stato un fulmine inatteso per lui più che forse per lo stesso Occhetto, l’ex Pci con la sua sicumera. Una rabbia inversamente proporzionale all’acume. Se Occhetto ha sbagliato di pochi percenti, Bossi ha sbagliato di molto. Tanto più che lui frequentava Berlusconi, e sapeva quindi che voto voleva intercettare. Un voto che s’intercetta con la vaselina, non con la “menate”, questo lo capisce anche un bambino.
“Ma Bossi non ritiene di avere sbagliato – i Bossi non sbagliano. Né qualcuno gliene chiede ragione - la Lega è Bossi. Ma gliela farà pagare: Berlusconi dovrà temere Bossi, più che Occhetto e i media.
“Già oggi Bossi se ne è smarcato. Profittando della dabbenaggine dell’ex Pci e delle sue organizzazioni ausiliari: celebrare la Liberazione come un fattore di divisione,  la Liberazione cosa nostra mafiosetta – molto bossiana, si può anche dire”.

Ombre - 460

Un sondaggio Swg, società demoscopica vicina al Pd, dà tre italiani su quattro preoccupati dei possibili sbarchi di immigrati dalla Libia  in conseguenza della guerra in atto. In Libia non ci sono 800 mila migranti pronti a invadere l’Italia, come ha minacciato il presidente Serraj – 800 mila sono i lavoratori stranieri in Libia. Ma Serraj ha mirato giusto, per ottenere l’appoggio dell’Italia contro Haftar: l’immigrazione è – è ritenuta – in Italia una minaccia. L’italiano non recepisce altro messaggio che la paura.

“Salvini fascista\ sei il primo della lista”. Un spot gratuito nel giorno della Liberazione – Salvni potrebbe esserselo fatto da sé – ed efficace. Benché stagionato, anzi proprio per questo: c’è sempre “il comunismo in agguato”.

Interviste a pioggia a Di Maio, sul “Corriere dela sera”, su “la Repubblica”, su “Di martedì” e il resto de La 7, e altre testate pro-Pd. A preferenza di Salvini, l’altro vice-presidente.
Giornalismo non è: l’uomo è da poco, parla a caricatore, ed è superinflazionato, ogni giorno è dappertutto. C’è qualche business in corso? È voglia di salire sul carro? Sì, di portarlo all’alleanza col Pd. Accomunare due perdenti, per accelerarne la fine?

Siri-Arata è sempre più un caso di telefonate. Fatte e non fatte. O pubblicate ma non agli atti – quella, per esempio, in cui Arata dice il sottosegretario Siri un corrotto al suo servizio. Le intercettazioni in effetti si prestano a tutto, anche a dirigere le indagini, di un corrotto per esempio contro un concorrente. Degli affaristi del fotovoltaico, per esempio, contro quelli dell’eolico.

Le intercettazioni sono comunque falsificabili, per esempio quella a Napoli a carico del padre di Renzi. È strano che l’opinione “corretta “e “impegnata” (onesta, veritiera) si basi su di esse. Dovrebbe diffidarne: sono uno strumento sbirresco.

“Borghesi e istruiti” i kamikaze di Colombo. Tra essi i “figli di uno dei maggiori commercianti mondiali di spezie, con studi in Inghilterra e in Australia. Non c’entra il colonialismo né la questione sociale – sono cattivo perché sono povero. Forse nello Sri Lanka c’è quella politica, della maggioranza cingalese, buddista, contro la minoranza tamil, mussulmana. Ma è una politica a base religiosa. L’odio è proprio e solo religioso, perché non accettare la verità.

Da tre settimane Haftar marcia su Tripoli. Sembra il maresciallo Graziani - ne ha pure la figura, massiccia, quadrata. Il quale voleva arrivare a Suez in un paio di giorni, come con la corriera, ma si fermò a Alamein.

Haftar dice che bombarda l’aeroporto di Tripoli, e invece bombarda l’aeroporto dismesso di Tripoli, da alcuni decenni, che non riesce poi a occupare. Sembra un fantoccio. E si sa anche di chi: Macron, Sisi (Egitto), Mohammed bin Salman (Arabia Saudita – gli Emirati non contano). Ma della sua marcia e dei suoi danti causa non sappiamo niente: è così difficile fare informazione? Alla frontiera Sud dell’Italia.

Il Napoli continua a macinare sconfitte ma i tifosi in curva celebrano la vittoria un anno fa contro la Juventus – la tredicesima in venti anni e sessanta incontri. Non conta organizzarsi, giocare, vincere, conta l’odio. 
Governare è anche facile: basta dare un osso da azzannare, uno qualsiasi. Nel caso è la testata un anno fa di Koulibaly - che nei dodici mesi successivi tanti danni ha inflitto al Napoli.

Al centro dei debiti di Roma da passare allo Stato ci sono i boc, i bot comunali, sottoscritti da speedy gonzales Veltroni nel 2004: 1,4 miliardi, che costano 2,2 di interessi. Un affare troppo grossolano per essere un errore. Ma non solo l’intrallazzo, nemmeno l’errore viene contestato al buonista Veltroni. Non dalla Corte dei Conti. Non dalla Procura. Non dai media.

Si tenta al contrario di far risalire lo stato fallimentare del Campidoglio a Rutelli. Che si difende con le date e le cifre. Ma la sua risposta ottiene poche righe, quanto è necessario “ai sensi dell’art. 8”. C’è evidentemente qualcosa di marcio nel Pd, considerando che i media vi hanno il loro punto di riferimento.   

Pasqua di sangue per i cristiani in chiesa a Colombo. Ma il papa non si emoziona come tutti: a mezzogiorno legge la sua solita mezza paginetta d’invito alla pace, aggiungendo la condanna dei “mercanti d’armi”. Un fatto che commuove il mondo, indipendentemente dalla fede.

Subito dopo la notizia degli eccidi a Colombo, l’ufficio stampa del Vaticano fa rilevare che il papa in viaggio a Colombo tre anni fa aveva invitato il governo – la maggioranza buddista – a mettere su un piano di parità le minoranze – cioè i tamil musulmani. Il dialogo delle fedi è un dogma? Freddo.

La strage di Colombo segue a quelle del Cairo un  anno prima, di Peshawar due anni prima, ogni anno una strage. Negli altri casi contro i cristiani. In quali di quei paesi i cristiani comandano e fanno un torto agli islamici?

Su 250 milioni di cristiani che vivono in paesi a maggioranza non cristiana, quattromila sono stati uccisi nel solo 2018.
I cristiani erano un milione in Iraq sotto il cattivissimo Saddam Hussein, ora sono 70 mila. Col governo liberamente eletto, sunnita-sciita.

Incredibile Tombolini, l’ex arbitro, che alla “Domenica sportiva” nega due rigori evidenti alla Roma in Inter-Roma, forse per essere interista, oppure solo amico dell’arbitro Guida. Che Tombolini elogia molto. Senza che nessuno fra i conduttori e gli esperti lo corregga, se non con qualche ironia. Tutto si può dire, tutto il peggio. Non solo sui social, alla Rai.

I misfatti di Inter-Roma avvengono nel silenzio, anche questa volta, del designatore Rizzoli. Neanche un parola, neanche fuori schermo, sull’arbitraggio che ha falsato la partita: Milano non si disturba.

L’America trionfa nella stupidità

Padre inesistente, madre folle, marito incapace, a sua volta dotato di amici stupidi e criminali, ma bella e fortunata, la sola in grado di fare il triplo axel nel pattinaggio artistico – Tonya è la pattinatrice Tonya Harding. Specialità che si è trovata a coltivare per l’ambizione della madre, donna violenta.
Il racconto dell’altra America, ignorante più che povera. E violent: tutti si picchiano. Ma alla fine dotata di un linea di umanità. Anche perché conosce la legge e le dà valore.
Un racconto dolente più che cattivo. Senza essere pietoso: Tonya finisce sul ring, per fare un po di soldi, maciullata dai pugni e maciullatrice, poi sposa tranquilla e madre.
Uno degli ultimi film, originali e ben fatti, della Miramax. Un racconto alla Altman, di un’America incapace e autodistruttiva. Che però l’America sa raccontare. Senza moralismi, e anche senza colpa: la favola dell’America innocente sa trionfare anche nella stupidità.
Craig Gillespie, Tonya

giovedì 25 aprile 2019

Letture - 382

letterautore


Atridi – La classica Grecia ha un panteon sanguinario. In esso, benché tutto crudelissimo, gli Atridi riescono perfino a distinguersi, secondo Pavese perfido, per l’influsso di Artemide “arcadica e marina”. Nel paragrafo a loro dedicato nei “Dialoghi con Leucò”, “In famglia”, Pavese fa dire a Castore in stringente sintesi: “È una famiglia che in passato si mangiavano fra di loro. Cominciando da Tantalo, che ha imbandito il figliolo…”. O dal “sacrificio dell’atride Ifigenia, tentato dal padre”.

Entusiasta – È “Dio in noi” nell’etimo greco costruito da Madame de Staël. E da Lord Shaftesbury, il Sociable Enthu­siast autore della “Lettera sull'entusiasmo”, fautore della libertà di scherzo sotto il titolo “Sensus Communis”, nipote dell’omonimo Lord Cancelliere feroce antipapista —, un Dio che non è tragi­co, non è ingiusto, non è vendicativo, e si compiace della fran­chezza.

È anche il fanatico – il settario. Monsignor Knox ha posto sotto il titolo “Enthusiasm”, “termine trito, peggiorativo, normalmente malinteso”, il suo ponderoso studio sulle sette, quel fenomeno per cui “un ecces­so di carità” minaccia l’unità, quando una cricca, un’élite di uo­mini e (più importanti) di donne cristiane si prefiggono di vive­re una vita meno mondana dei loro vicini, di essere più ricettivi all'indirizzo (sentito personalmente, vi assicureranno) dello Spirito Santo”.
Lo studio di Knox, che entusiasmò i prelati del Concilio Vaticano II, deriva da John Locke, segretario del Lord Shaftesbury cancelliere: una lettura deviata del termine, vicina al fa­natismo. L’ambivalenza è riprodotta anche da Kant - di cui Herder diceva che fu “lo Shaftesbury della Germania” - nel periodo in cui Kant professa­va lo stile popolare, ma che nella sua anglofilia volle evidente­mente far posto anche a Locke.
Madame de Staël, che su que­sto tema conclude la bibbia del romanticismo, “Della Germania”, la vede dall’altro lato: “Il genio e l’immaginazione hanno anch’essi bisogno che si curi un po’ la loro felicità in questo mon­do. L’entusiasmo ci fa sentire l’interesse e la bellezza di ogni cosa. Inebria l’animo di felicità e lo rafforza nella disgrazia. Gli scrittori senza entusiasmo non conoscono, della carriera lettera­ria, che le critiche, le rivalità, le gelosie”. Con qualche contrad­dizione: sarebbe un connotato tedesco — “l’entusiasmo (è) la qualità veramente distintiva della lingua germanica” — portato dallo spirito di sistema. E almeno una controindicazione: “Por­ta in generale alla tendenza contemplativa che nuoce all’azione: i tedeschi ne sono una prova”.

Eroi – “Hanno tutti avuto guai dalle donne”, nota Pavese nei “Dialoghi con Leucò” (“Gli Argonauti”), ed è vero. Dall’“Iliade” in qua, per non dire delle tragedie. E forse è il segreto di Penelope, della qualche attrattiva che mantiene benché non per avvenenza o fascino: per essere paciosa, non iraconda, non minacciosa.

Filippo de Filippi – Chi era costui? Gertrude Bell lo cita come persona conosciuta scrivendo all’amica Valentine Chirol il 6 febbraio 1913: “Ho abbandonato il piano Asia Centrale e l’ho scritto a Filippi”. Georgina Howell, in “A woman in Arabia”, un abbozzo di biografia di G. Bell, definisce De Filippi così, con “Nature” e la “Encyclopedia Britannica: “Cavaliere Filippo de Filippi, autore di molte pubblicazioni in italiano, inglese, tedesco, aveva invitato Gertrude a unirsi a lui nella spedizione scientifica al Karakorum nel 1913-1914. Nel 1928 divenne segretario generale dell’International Geographical Union”.
Il Dizionario degli italiani Treccani non lo cita, benché De Filippi ne sia stato redattore, per la parte viaggi e avventure. Il “cavaliere” c’è invece in wikipedia in inglese – molto accorciato nella versione italiana. Fu medico, professore alle università di Bologna e Genova, e poi geografo, altrettanto professionale e accademico, scalatore, esploratore. Fu cavaliere nell’ordinamento inglese: a Londra aveva sposato nel 1901, a 32 anni, la poetessa Caroline Fitzgerald, e a Londra ritornò nel 1917, a dirigere per due anni l’ufficio italiano di propaganda e informazione.  Già famoso come scalatore alpino, nel 1897 aveva organizzato col duca degli Abruzzi una spedizione in Alaska, dove scalarono per primi il Saint Elias. Nel 1903 aveva esplorato il Turkestan, passando per il Caucaso. Scrisse di una spedizione, cui non aveva preso parte, del duca degli Abruzzi sui monti Ruwenzori, alla frontiera tra Uganda e Congo. Nel 1909 col duca degli Abruzzi esplorò la catena del Karakorum. La spedizione cui di riferisce Gertrude Bell è del 1913-14, nell’Asia Centrale, Baltistan, Ladakh e Xinjiang: De Flipi ne ricavò un’opera in 17 volumi, su tutti gli aspetti della regione, etnologici, antropologici, topografici, geologici. In particolare, la spedizione determinò che il ghiaccio Rimo è stato lo spartiacque dell’Asia Centrale.

Greco – È stato a lungo sinonimo di levantino – ingegnoso, imbroglione. Anche in ambienti colti. Di Teseo che, “di ritorno da Creta, finse di dimenticare sull’albero le nere vele segno di lutto, e così suo padre credendolo morto si precipitò in mare e gli lasciò il regno”, Pavese dice (“Dialoghi con Leucò”): “Ciò è molto greco”.

Primo Levi – Sua madre e la madre di Vittorio Foa erano cugine. Nel 1942, ricorda Anna Foa in “La famiglia F.”, quando in carcere ebbe dai suoi la notizia della morte del padre di Primo, Vittorio Foa scrisse loro di Primo e della sua sorella Anna Maria, “i cugini botticelliani, angeli senza ali, coi soliti incerti confini tra l’angelicità e la mediocrità. Esiste un fondato sospetto che nel paradiso terrestre gli angeli  andassero a quattro gambe… Ricordo Anna Maria bambina, era riconoscibile una doppia possibilità di sviluppo: o in una inverosimile scialbezza o in una singolarissima spirituale originalità: le probabilità sembravano allora addensarsi sulla prima ipotesi. Il ragazzo era allora troppo timido, ma sono passati tanti anni. Per Anna Maria si realizzò la  seconda ipotesi”. Uscito dal carcere un anno dopo, a fine agosto 1943, Foa corteggiò Anna Maria vivacemente. Poi si legò con Lisa Giua, staffetta partigiana. Ma per gli ottanta anni di Anna Maria le manderà ottanta rose rosse.

Meschino – Meglio ancora alla siciliana, mischin(u), molto usato da Camilleri, è letteralmente arabo, del Nord Africa e del Levante. In questa pronuncia Gertrude Bell lo rileva in un episodio di “The Desert and the Sown”, il viaggio in Siria e in Palestina, con la corretta definizione: “Una parola che copre ogni forma di leggero disprezzo, da quella che si applica alla povertà onesta, fino a, attraverso la stupidità, i primi stadi di debolezza mentale”.
Ora in disuso – eccetto che nel “Giudice meschino”, il trittico thriller di Mimmo Gangemi.

Migranti – In “Profezia”, la poesia a forma di croce, del “Libro della croce” (poi nella raccolta  “Poesia in forma di rosa”), Pasolini profetizza gli sbarchi dalla Libia. Nel quadro di “Alì dagli occhi azzurri”, la storia che poi svilupperà e che gli è stata raccontata, spiega nella dedica di “Profezia”, da Sartre. “La grazia del sapere\ è un vento che cambia corso, nel cielo. Soffia ora forse dall’Africa”, Pasolini a un certo punto riflette, dopo avere messo “il contadino calabrese” in sintonia e in urto con “l’operaio di Milano”. E poi decide per il vento del Sud, si direbbe: “Alì dagli Occhi Azzurri\ uno dei tanti figli di figli,\ scenderà da Algeri, su navi\ a vela e a remi. Saranno\ con lui migliaia di uomini\ coi corpicini e gi occhi\ di poveri cani dei padri\ sulle barche varate nei Regn della Fame. Porteranno con sé i bambini…..\ Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,\ a milioni, vestiti di stracci\ asiatici, e di camice americane.\ Subito i Calabresi diranno\ da malandrini a malandrini: «Ecco i vecchi fratelli,\ coi figli e il pane e formaggio»!\ Da Crotone o Palmi saliranno\ a Napoli, e da lì a Barcellona,\ a Salonicco e a Marsiglia,\  nelle Città della Malavita.\ Anime e angeli, topi e pidocchi,\ col germe della Storia Antica,\ voleranno davanti alle willaye”.   

Occidente – “Per gi antichi l’Occidente – si pensi all’ «Odissea» - era il paese dei morti”, C. Pavese, “Dialoghi con Leucò”.

Odisseo – È l’uomo solo. Non ha amici né compagni all’assedio di Troia, dove pure è un re. E nel lungo ritorno non ha affetti né interessi, se non, alla fine, per un cane, il figlio e la moglie.

letterautore@antiit.eu

Bambini alla discarica

Un racconto morale, sulla necessità per i genitori di prendersi cura dei figli. Con un lieto fine. Ma ossessivo, perfino violento. Di infanzie abbandonate di periferia, in una periferia del mondo, come in una discarica, da una discarica all’altra, tra senzatettto, sans papiers o immigrati clandestini, rifugiati di varie guerre, si menziona la Siria, bambine date in sposa e violate a undici anni, piccolo furti, piccolo trucchi, e trafficanti di adozioni e di documenti.
Labaki fa tirare alla fine una morale in tribunale, dove il protagonista, forse dodicenne forse quindicenne, condannato per aver accoltellato il marito stupratore della sorellina data in matrimonio, trascina i genitori: vuole fargli causa perché lo hanno messo al mondo. Ma l’apologo, insistito, è crudo. Con alcuni non detti anche ingiusti. L’ambiente cristiano – non si vedono barbe né veli. Che però nel mondo arabo non è alla barbarie che si vede nel film, stupidità, ignoranza. Beirut - il luogo non è detto ma si sa che è la capitale libanese. In estrema povertà, ma Beirut non è una città di 2-3 milioni di abitanti sulla quale gravitano altrettanti rifugiati, siriani, palestinesi e di altrove, la metà della popolazione del Libano? E non è crudele con gli immigrati, o meno che altri apesi più ricchi e meno affollati. Il contesto non è necessario? Sì, in un’opera d’arte. In un apologo. In una denuncia.
Un favolello amaro. L’impressione che Labaki lascia è della zingara che chiede l’elemosina col lattante in braccio addormentato tra gli stracci: di una forzatura. Tra pietà e ripulsa. Lavorando con i bambini è facile, ma è anche giusto?
Nadine Labaki, Cafarnao


mercoledì 24 aprile 2019

La giustizia politica è buona e fa bene - Cronache dell’altro mondo (34)

“Robert Mueller ha intralciato la sua propria indagine tanto quanto Trump”, “The Nation”. Se non è zuppa è pan bagnato. Un giudice che non condanna è un complice, logica ferrea. In questo caso un corrotto e un corruttore: chissà dove questo giudice ha preso i soldi o le convenienze di cui fare mercimonio, e che gliene viene, ma questo non importa, l’americano ci crede.
S’interrogano il partito Democratico, specie le donne neo-elette alla Camera dei Rappresentanti, in pose da modelle, e i media nella quasi totalità, sulla convenienza di mandare Trump a giudizio per “ostruzione alla giustizia” (in Italia “intralcio alla giustizia”, art. 377 c.p.: “Chiunque offre o promette denaro o altra utilità alla persona chiamata a rendere dichiarazioni davanti all’autorità giudiziaria”, testimoni, consulenti, esperti…) sulla base del rapporto del Procuratore speciale per il Russiagate, Mueller. Non sulla possibilità, sulla convenienza. Si interrogano non sull’evidenza che il rapporto Mueller possa dare di intralcio alla gustizia. No: s’interrogano se la messa in stato d’accusa di Trump abbia l’effetto di indebolirlo politicamente oppure, al contrario, di mobilitare i suoi elettori, se ne ha. Non se ne discute in sede politica, si sa come la politica funziona, tra i ricatti, ma di pubblica opinione, come un argomento etico, di giustizia morale.
Perfino peggiore è la soluzione: la cosa migliore, si dice, si dice liberamente, sarebbe di mettere Trump sotto accusa in prossimità del voto voto presidenziale di novembre 2010. Che il presidente degli Stati Uniti abbia commesso un delitto, o non l’abbia commesso, è cosa secondaria. La giustizia politica è il peggiore dei misfatti di regime, si definisca questo pure democratico. Ma in America si reputa normale e anche doverosa – è il “cioccolatte” Perugina del cav. grand’uff. duce Mussolini, che era buono e faceva bene.
Chiede il “New Yorker”, rivista culturale di gran nome, se gli influencer, “da Shakespeare a Instagram”, non ci abbiano “per secoli costretti ad ammettere una scomoda verità. Non siamo interamente auto-determinati né autocentrati”. Bella scoperta – qualcuno al “New Yorker” pensava di esserlo?
E Instagram come Shakespeare?

La Cina tra noi

In occasione della visita di Xi a Roma, e dell’accordo sul piano cinese di investimenti infrastrutturali, detti alla Marco Polo della Via della Seta, la Germania e la Francia hanno lamentato pubblicamente la condotta italiana, come quella che ha minato la posizione europea. Ma in realtà l’Italia viene molto dietro la Germania, la Gran Bretagna, la stessa Francia, l’Olanda, il Belgio, negli affari con la Cina.
In Italia, in occasione della visita di Xi, si sono contati 168 investimenti cinesi, per un totale di 13 miliardi, per un fatturato complessivo analogo, di 13 miliardi. Ma, all’infuori di Pirelli (un investimento da 7,3 miliardi), i maggiori investimenti sono stati nell’Inter e, sfortunato, nel Milan. Il resto è poca cosa: piccole aziende, o piccole quote, non dirimenti, in Fca, Tim, Enel, Generali, Ansaldo Energia, Terna, Cdp Reti, Berio, Krizia, Esaote.
In Gran Bretagna gli investimenti sono stati 227, in Germania 225. In Francia, Olanda e Belgio gli investimenti sono stati dello stesso ordine di quelli in Italia, rispettivamente 89, 82 e 78. Ma di grande portata: il porto di Rotterdam e quello di Zeebrugge. Più i porti del Pireo, di Bilbao e di Valencia. In Gran Bretagna l’interesse cinese è sull’aeroporto di Heathrow, in Germania su quello di Francoforte.
In totale, la Cina ha effettuato 678 investimenti in Europa, 360 dei quali con l’acquisizione del controllo o della totalità dell’impresa.

La semiologia tribale dell’odio

Si può dire anche, a proposito della semiologia tribale del professor Grasso
che essa è, in questa epoca social, un test-case da semiologia dello hater – l’odiatore mediatico. Non si vede altra ragione della sua intemperanza contro Caressa, per una partita che non ha visto.
Il cronista sportivo di Sky deve tenere alti gli ascolti, che in una partita Juventus-Ajax sono inevitabilmente juventini. Gli stessi che Sky ha sponsorizzato per anni. E poi ha provato a recuperare uno per uno, dopo la batosta di Calciopoli – salvo, fatta la retata con l’esclusiva Champions quest’anno, passare le partite di cartello di questa squadra a Dazn, piattaforma creata apposta, per un altro abbonamento (di questo non un cenno dal semiologo tv: troppo volgare, il business è volgare?). Dunque, non è con Caressa che ce l’ha, e non solleva un problema di deontologia cronachistica: parla male del cronista per (non poter) parlare male della Juventus, da torinista.
Il professore sembra uno di quei tifosi della Roma – il romanista è il “tifoso deluso” tipo – writer compulsivo che si consola sui muri e i portoni con “Magica Roma!”, dopo aver scritto sul cassonetto “Sede Juventus”. Uno che crede che la sua squadra non vince, specie con la Juventus, da tempo immemorabile, una sola vittoria in venticinque anni di derby, perché gli arbitri non glielo consentono, non perché non fa gol - una specie di Simone Inzaghi della semiologia.

Come (non) si perseguivano i rapimenti di persona

“Aveva infranto le regole tribali ed era stato messo ai margini”. O come (non) funzionano le questure. A Perugia dove Aurelio Zen, che in polizia pensava di fare il poliziotto, è stato mandato nella solita missione-punizione per un capriccio di sottogoverno. Un giallo anomalo, le colpe accumulandosi dalla parte degli inquirenti. Con in più, siamo in Umbria, il Pci – il romanzo è del 1988, è la vigilia, ma il Pci non se ne è accorto, fa manifesti,  agita i giudici, dirige le indagini.
Un giallo a scatole cinesi. Su un rapimento di persona. Non escluso il falso rapimento alla Sindona. Che s’impone probabile più che possibile, dato che le polizie non fanno indagini ma attaccano il chiodo, dove vuole il padrone. Tanto più per un rapimento, affare di denari e danarosi, finto o vero che sia – chi ha i soldi paghi.
I topi non fanno il nido, ma nelle polizie ci riescono. Ci voleva un autore non italiano per dire quello che tutti sanno, che l’apparato repressivo italiano non ha nulla delle polizie di tutto il mondo, del concetto di polizia.  Burocrati al meglio, piccoli, l’uno contro l’altro armati. “Nove sequestri di persona su dieci non venivano comunque risolti”, le famiglie pagavano e la cosa finiva lì. Un disservizio servito dalla “informazione” giudiziaria, dai topi di questura: “Le rivalità all’interno delle questure generalmente assicurano che un evento destinato a danneggiare la reputazione di qualcuno sia riportato dalla stampa locale”.
Non un “nido” in realtà, ma un “ammasso di topi”, come spiega il testo a un certo punto. Un viluppo di topi che s’intrecciano con le code, vivendo in spazi ristretti, al punto di non potersi divincolare, e così formano una unica mostruosa “creatura”. Ci voleva uno straniero pure per raccontare le tecniche e le tattiche dei rapimenti di persona, che hanno flagellato l’Italia impunemente per un trentennio buono a fine Novecento, a decine, centinaia, ogni anno. In una sorta di condivisione universale del crimine - “I criminali hanno le stesse aspirazioni delle altre persone. Ecco perché diventano criminali”.

L’ammasso o nido di topi, o “re dei topi”, “Focus” tende a escludere, “poiché non se ne sono trovati mai”, ma a Perugia sì? Il romanzo è anche di di Perugia non amata, “razza di bevitori”, stupratori, assassini. Attorno alla non amata università per stranieri, tra ragazze nordiche disorientate, già allora, molto prima di Meredith Kercher, e barbuti khomeinisti. Una città inesistente, se non per intrighi di bassa politica. Dalle biblioteche arcigne. Un disdegno esteso ad Assisi e ai francescani – al francescanesimo di plastica e cattivo gusto.
Michael Dibdin. Nido di topi, Passigli, remainders, pp. 334, ril. € 7,75

martedì 23 aprile 2019

Il mondo com'è (372)

astolfo


Armeni – Il massacro degli armeni, popolazione cattolica, in Turchia divenne parte dela secna politica turca nell’instabilità introdotta nel regime ottomano dai Giovani Turchi, il movimento liberale costituzionale turco che nel 1908 riuscirà a imporsi al sultano Abdul Hamid II. Dapprima in una sorta di free for all, di licenza dall’ordine e la legge, poi in reazione al movimento liberale, con l’appoggio delle autorità militari. Nel’autunno del 1907 nelle città di Konya, Mersin, Adana, pogrom s’improvvisarono violenti, con l’assassinio di centinaia di armeni. Il vice-console inglese a Konya, Doughty-Wylie, un tenente colonnello eroe di guerra in Sud Africa (guerra boera) e in Cina (ribellione di Tientsin), raccolse una posse di militari turchi per pacificare le folle inferocite – fu per questo decorato, da re Edoardo e dal sultano.
Ma era stato il sultano, lo steso Abdul Hamid II, a indicare negli armeni i nemici del popolo, fin dal suo accesso al trono, nel 1876. Promuovendo poi, negli anni 1890, una serie di pogrom sanguinosi, con diecine di migliaia di morti, forse duecentomila. Con il costituzionalismo restaurato dai Giovani Turchi, la comunità armena, forte in Cilicia, cominciò a organizzarsi politicamente. Ma il colpo di coda del sultano l’anno seguente, col sostegno dei generali, portò alla distruzione della comunità di Adana, con almeno 20 mila morti accertati, e forse 30 mila – più un migliaio di assiri. Per mano della popolazione più che dei militari.  

Femminismo contro femminista – Il suffragio femminile, di cui furono avvocate radicali in Inghilterra a cavaliere del 1900 le suffragette di Emmeline e Christabel Pankhurst, queste fino al terrorismo, e le suffragiste, trovò resistenze anche tra femministe convinte come Florence Nightingale e Getrude Bell. Il suffragio femminile in sé, non il suffragio universale, come da lì a poco si comincerà a richiedere.
La limitazione era argomentata sulla base delle leggi vigenti, in materia di proprietà, e sul principio del voto responsabile. A questo presupposto obbedivano le leggi che legavano il voto al censo: la presunzione era che il censo garantisse un minimo di acculturazione, necessario per esprimere un voto libero e motivato. Su questo presupposto il voto era stato gradualmente esteso in Inghilterra dal 1832, dal primo Reform Bill, al 1884 da mezzo milione a cinque milioni di elettori. Un quarto della popolazione maschile del reame.
Le leggi sulla proprietà passavano i beni della donna al marito in caso di matrimonio. Essendo tre quarti della popolazione maschile, o lavoratrice, esclusa dal voto, l’argomento era inoltre che non si poteva duplicare la platea elettorale estendendo il voto alle donne, sempre nell’ottica del voto con conoscenza di causa e responsabile. Anche il voto limitato alle donne non sposate allo stesso modo che agli uomini, sulla base del censo, veniva contestato: si sarebbe aperta la strada a persone non necessariamente responsabili, quali casalinghe nubili o vedove, e donne autonome ma di poca virtù.
Due donne eminenti, molto intraprendenti in proprio, Florence Nightingale e Gertrude Bell, di famiglie importanti - la prima di grandi proprietari terrieri, la seconda di grandi industriali – ma liberali, lettori di John Stuart Mill, convinti dell’uguaglianza di genere, si dichiararono contro il voto alle donne. Inferma e ritirata la seconda parte della sua vita, Florence Nightingale (chiamata Florence perché nacque con i genitori in vacanza a Firenze; la sorella minore, che nascerà a Napoli, sarà chiamata Parthenope) rifiutò di sottoscrivere i manifesti di Pankhurst e anche le attività più limitate delle suffragiste. Gertrude Bell, che successivamente nel Medio Oriente ottomano e post-ottomano sarà personalità estremamente libera con incarichi da statista, aderì alla Anti-Suffrage League promossa nel 1909 da una ventina di “pairesses”, nobildonne mogli di membri della camera dei Lord, e fu probabilmente l’attivista principale dietro la raccolta di 250 mila firme contro il voto alle donne che la Lega riuscì a produrre all’esordio.

Germania – Fu dominante per un secolo, dalla Restaurazione post-napoleonica a dopo la prima guerra mondiale, alla repubblica di Weimar. Nella cultura prima che - e più che - nella politica. “Epoca fulgidissima”, attesta Croce nella “Storia d’Europa nel secolo decimonono” e nell’articolo-saggio “La Germania che abbiamo amata”, 1936. Ma non predestinata, aggiunge, né opera specifica della Germania, o solo del popolo tedesco, “tanto è vero che passò” – “passò come l’Ellade di Pericle, l’Italia del Rinascimento, la Francia di Luigi XIV”, ma passò. Esito anche di una certa dipendenza, nota lo steso germanofilo Croce, ricevendosi questa idea della Germania guida come “pia credulità e superstizione che tutto quello che i tedeschi continuavano a scrivere avesse una serietà e una profondità che non si ritrovava nei libri delle altre lingue”.

Populismo – È di sinistra più – e prima – che di destra. Di molti movimenti popolari russi a fine Ottocento. E degli analoghi americani tra fine Ottocento e primo Novecento. Anti-establishment e anche anarcoidi, anti-Stato. Lo è stato in Europa di recente, prima che deflagrasse a destra con la Lega in Italia e movimenti analoghi in Olanda, Inghilterra, Spagna, Grecia: con i primi anni del governo greco di Tsipras, quelli del suo ministro delle Finanze Varoufakis.

Populismo monetario – Viene da sinistra la Moderna teoria monetaria, Mmt l’acronico americano, ossia la spesa pubblica senza limiti, per i poveri e per investimenti, o  del debito\spesa senza limiti, se non l’autonoma decisione dello Stato. La moneta considerando solo uno strumento politico.
La teoria è di origine americana. Ma è stata proposta per ora solo in Europa. Dal ministro delle Finanze del primo governo Tsipras, all’epoca della quasi insolvenza, Yannis Varoufakis. Che era a sua volta consigliato da James K. Galbraith, un economista dell’università del Texas, figlio del Galbraith della “società affluente” e del complesso militare-industriale, nonché ambasciatore in India. Con Galbraith Varoufakis era arrivato, nel momento più duro della tratativa con Bruxelles e col Fondo monetario internazionale, a ipotizzare una moneta parallela all’euro, la “nuova dracma”, con la quale alleviare i tagli drastici della spesa imposti dagli accordi internazionali. Posizioni analoghe, di deficit spending a domanda, sostennero alcuni consiglieri di Sanders nella campagna per le primarie democratiche che perse contro Hillary Clinton nel 2016, e da alcuni esponenti nuovi del partito Democratico Usa, specie dalla neo deputata Alexandria Ocasio-Cortez – la partigiana del tacco 12.
Elaborata in Germana sul finire dell’Ottocento da Georg Friedrich Knapp, un economista cosiddetto “padre” della “scuola cartalista”, in opposizione alla “scuola metallista”, della moneta stampata a volontà dallo Stato per i suoi bisogni, senza alcuni limite sterno, di riserve auree o altrimenti metalliche a cui rapportarsi, la teoria fu presa sul serio nella fase in quel secolo di prolungata deflazione. Di debolezza dell’economia, dei consumi, della produzione. Ebbe una ripresa subito dopo il  crac del 1929. Poi è stata accantonata.
Di poco peso ora in Europa, è invece al centro del dibattito negli Stati Uniti. Sempre a opera della sinistra politica, che oppone la Mmt alla politica “di destra” delle riduzioni fiscali. Sia da parte dei politici democratici al carro di Sanders sia, paradossalmente, da parte degli economisti di sinistra suoi critici. Tra essi l’economista premio Nobel Paul Krugman, due ex capoeconomisti del Fondo monetario internazionale, Kenneth Rogoff e (ai tempi dell’austerità stringentissima, sull’Italia, la Grecia, eccetera) Olivier Blanchard, e Larry Summers, l’economista che fu ministro del Tesoro di Clinton, rettore di Harvard, capoeconmista di Obama. Che non sponsorizzano apertamente la Mmt, anzi la dicono superficiale, ma le danno il merito di opporsi ai “bisbetici del deficit” (Krugman), ai “fondamentalisti dell’austerità” (Summers).

Westminster – Ovestmistero? Il romanziere Dominique Fernandez trae questa dizione da Benvenuto Cellini, nella parte dei “Ricordi” in cui rifiuta l’invito a Londra dello scultore Pietro Torrigiano, che cercava un aiuto per i tanti lavori che il re d’Inghilterra Enrico VIII gli commissionava – da ultimo un sarcofago per se stesso. Torrigiano, dice Cellini nel romanzo di Fernandez “La société du mystère”, era venuto a Firenze per convincerlo ad “arricchire di sculture in bronzo quella tomba, nell’abbazia di Ovestmistero, dove interrano i loro re”. L’abbazia essendo benedettina l’inferenza Cellini-Fernandez si pensa solida - brutto servizio U. Eco ha fatto a san Benedetto col “Nome della rosa”.

astofo@antiit.eu