C’è l’attacco sincrono del terrorista duro e puro. Anche se dal mare e non dal cielo, e contro Israele e non contro gli Usa. E c’è il detonatore nascosto nelle scarpe di una donna, nel tacco. C’è anche, alla fine, la sorpresa della sorpresa che fa il successo da un decennio del giallo d’azione, il tradimento del tradimento, eccetera. E rende giustizia a questo scrittore eccezionale, per conoscenza degli ambienti (conosceva perfino gli intrighi di Milano) e capacità di fabulazione, la cui lettura il politicamente corretto ci aveva limitato a suo tempo a “Topkapi”, per il film. Uno scrittore a lungo semiclandestino. Non per altro, l’uomo era ben orientato, ma per non essere un compagnuccio della parrocchietta.
Eric Ambler, Il levantino, Adelphi, pp.250, €12,50
giovedì 24 aprile 2008
Vargas si diverte, il lettore meno
Il ritornello è semplice, nel delirio della vendetta: “Victor, malasorte, il domani è alle porte”. Ma come parlare, si chiede in “L’uomo dai cerchi blu” il commissario Adamsberg, “a ragione e diritto” (à tort et à travers”). Nella stessa opera enunciando un’ancora inesistente “metafisica del reale”.
A opera dello “spalatore di nuvole” Jean-Baptiste Adamsberg (Venusberg?). Che è san Giovanni Battista della Montagna di Adamo. Tante delle stelle che si vedono sul tavolo-acquario della protagonista sono morte da tempo: il vice di Adamsberg non ha idea di “dove si fermi l’universo, e soprattutto in che consista”.
“L’uomo dai cerchi azzurri” è il primo romanzo di Adamsberg. “Fred Vargas”vi inaugura la ricetta di due parti d’irreale, di metafisico nel senso di De Chirico, e una di degrado urbano alla Simenon, di gente senza destino – il delitto dei miti, la persecuzione del caso, l’ira dei buoni, il male ovunque. Ma è più brava in letteratura, nel metatesto, che nel plot. Lento, anche macchinoso e inerte, se uno non ama le storie di testa – la gioiosa ricercatrice di medievistica e zooarcheologia che si comincia a intravedere in foto per i cinquant’anni non avrà scelto lo pseudonimo Fred per freddo?
Fred Vargas, L’uomo dai cerchi azzurri, Einaudi, pp.238, €15,5.
A opera dello “spalatore di nuvole” Jean-Baptiste Adamsberg (Venusberg?). Che è san Giovanni Battista della Montagna di Adamo. Tante delle stelle che si vedono sul tavolo-acquario della protagonista sono morte da tempo: il vice di Adamsberg non ha idea di “dove si fermi l’universo, e soprattutto in che consista”.
“L’uomo dai cerchi azzurri” è il primo romanzo di Adamsberg. “Fred Vargas”vi inaugura la ricetta di due parti d’irreale, di metafisico nel senso di De Chirico, e una di degrado urbano alla Simenon, di gente senza destino – il delitto dei miti, la persecuzione del caso, l’ira dei buoni, il male ovunque. Ma è più brava in letteratura, nel metatesto, che nel plot. Lento, anche macchinoso e inerte, se uno non ama le storie di testa – la gioiosa ricercatrice di medievistica e zooarcheologia che si comincia a intravedere in foto per i cinquant’anni non avrà scelto lo pseudonimo Fred per freddo?
Fred Vargas, L’uomo dai cerchi azzurri, Einaudi, pp.238, €15,5.
Il "raiume" dell'informazione
Le Camere si sono già riunite, e sono nell’impasse sulla nomina dei presidenti. Berlusconi anzi ha già fatto il governo, è andato dal presidente della Repubblica a presentargli i ministri. Anzi, di più, ha già governato e i risultati non sono buoni. La Ue dice no all'Alitalia, Berlusconi dice no alla Ue - l'Italia entrerò in guerra? Bruxelles contesta pure il bilancio del governo. Mentre il Fmi preannuncia una missione d'indagine - fra sei mesi. Poi ci sarebbe la Pirelli Bicocca, la fabbrica di Cofferati, che si vota delegati di base di destra, ma di questo non si parla.
A dieci giorni dalle elezioni le carte sono talmente imbrogliate che, se uno non sta attento, pensa di essere alla fine della legislatura e di dover votare di nuovo. Se uno cioè non si libera dei venticinque giornali radio della Rai, ripetitivi, ad alzo zero, e sui dodici o tredici telegiornali, sempre della Rai. Non si sa invece, non si riesce a sapere, chi ha vinto le elezioni e come, perché. Cosa quindi dovrà fare il governo, che dobbiamo attenderci, e come e perché chi non ha votato Berlusconi è così nettamente fuori dal mainstream dell’Italia.
Su Berlusconi la fabbrica Rai è instancabile. Ha messo le ronde armate, ha chiuso le frontiere, ha espulso i rumeni, ha venduto la Roma a Soros e l’Alitalia a un suo amico, ha liberato i mafiosi, li ha decretati eroi, sta riscrivendo i libri di storia. L’ufficio politico del Tg 1 è talmente inventivo, diciassette veltroniani e otto casiniani, che lo stesso direttore Riotta ha problemi a tenere loro dietro. Infettando i grandi giornali, di cui la Rai da tempo fa l’agenda. Con un’evidente egemonia. Una sorta, benché sappia di francesismo, di malefico “raiume” dell’informazione.
A dieci giorni dalle elezioni le carte sono talmente imbrogliate che, se uno non sta attento, pensa di essere alla fine della legislatura e di dover votare di nuovo. Se uno cioè non si libera dei venticinque giornali radio della Rai, ripetitivi, ad alzo zero, e sui dodici o tredici telegiornali, sempre della Rai. Non si sa invece, non si riesce a sapere, chi ha vinto le elezioni e come, perché. Cosa quindi dovrà fare il governo, che dobbiamo attenderci, e come e perché chi non ha votato Berlusconi è così nettamente fuori dal mainstream dell’Italia.
Su Berlusconi la fabbrica Rai è instancabile. Ha messo le ronde armate, ha chiuso le frontiere, ha espulso i rumeni, ha venduto la Roma a Soros e l’Alitalia a un suo amico, ha liberato i mafiosi, li ha decretati eroi, sta riscrivendo i libri di storia. L’ufficio politico del Tg 1 è talmente inventivo, diciassette veltroniani e otto casiniani, che lo stesso direttore Riotta ha problemi a tenere loro dietro. Infettando i grandi giornali, di cui la Rai da tempo fa l’agenda. Con un’evidente egemonia. Una sorta, benché sappia di francesismo, di malefico “raiume” dell’informazione.
Con Berlusconi Mosca nella Wto
La Russia non ha più interesse ad aspettare fuori della Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, dove gli Stati Uniti di Bush l’hanno relegata – uno dei pochissimi paesi che ne è fuori. L’appartenenza alla Wto comporta degli obblighi liberoscambistici. Ma Putin, ora che ha rimesso le mani sulle banche e le grandi industrie delle materie prime depredate dai boiardi della desovietizzazione, non li teme più. E anzi cerca attivamente una parità di trattamento: l’ingresso nella Wto facilita anche gli investimenti russi all’estero, le esportazioni di manufatti, le lavorazioni per conto. Il governo Berlusconi dovrebbe agevolare la trattativa, sulla quale a Bruxelles permane la generale incomprensibile riserva sulla Russia di Putin, per assecondare la confusa riserva della cancelliera tedesca Merkel se non l’aggressività di Bush.
La Wto subito è stato uno degli argomenti dell’urgente visita dello stesso Putin a Berlusconi subito dopo le elezioni. Dove si è parlato poco o nulla di Aeroflot e Alitalia. Anche se il presidente russo si è riconosciuto in debito con l’Italia. L’integrazione fra Gazprom e Eni prosegue con beneficio del colosso russo, che si appresta a entrare col gruppo italiano in aree dove questo ha da tempo un’influenza: subito in Libia, domani forse in Venezuela e in Qatar. Più vaga la possibilità di un rientro della Russia con l’Eni anche in Centro Asia, a partire dal Kazakistan, dalla messa in opera del giacimento di Kashagan. Ma la semplice ipotesi colma già le ambizioni oggi di Gazprom e del Cremlino.
Il fatto è, noto alla diplomazia italiana, e sicuramente agli atti di quella del Cremlino, che non si può fare a meno della Russia volendo operare nel'immenso serbatoio di risorse che è il Centro Asia. Dove molte repubbliche di tipo "sovietico" sono sorte dall'Unione Sovietica, che talvolta fanno dell'antirussimo l'unica ragione d'essere dei monocrati. Ma non c'è altra possibilità, volendo operare in quelle immense aree, in una ottica di sviluppo, che portare i capataz locali alla ragione, e cioè alla collaborazione con la Russia. Senza la quale non hanno sbocchi. Queste cose l'Italia le sa anche per essersi ingolfata con l'Onu, e cioè con gli Usa, nella guerra in Afghanistan, che non si può vincere, e anzi si sta perdendo, senza la sponda sovietica - l'unica sponda contro il terrorismo islamico, qaedista e talebano, è il Pakistan, ed è infido.
La Wto subito è stato uno degli argomenti dell’urgente visita dello stesso Putin a Berlusconi subito dopo le elezioni. Dove si è parlato poco o nulla di Aeroflot e Alitalia. Anche se il presidente russo si è riconosciuto in debito con l’Italia. L’integrazione fra Gazprom e Eni prosegue con beneficio del colosso russo, che si appresta a entrare col gruppo italiano in aree dove questo ha da tempo un’influenza: subito in Libia, domani forse in Venezuela e in Qatar. Più vaga la possibilità di un rientro della Russia con l’Eni anche in Centro Asia, a partire dal Kazakistan, dalla messa in opera del giacimento di Kashagan. Ma la semplice ipotesi colma già le ambizioni oggi di Gazprom e del Cremlino.
Il fatto è, noto alla diplomazia italiana, e sicuramente agli atti di quella del Cremlino, che non si può fare a meno della Russia volendo operare nel'immenso serbatoio di risorse che è il Centro Asia. Dove molte repubbliche di tipo "sovietico" sono sorte dall'Unione Sovietica, che talvolta fanno dell'antirussimo l'unica ragione d'essere dei monocrati. Ma non c'è altra possibilità, volendo operare in quelle immense aree, in una ottica di sviluppo, che portare i capataz locali alla ragione, e cioè alla collaborazione con la Russia. Senza la quale non hanno sbocchi. Queste cose l'Italia le sa anche per essersi ingolfata con l'Onu, e cioè con gli Usa, nella guerra in Afghanistan, che non si può vincere, e anzi si sta perdendo, senza la sponda sovietica - l'unica sponda contro il terrorismo islamico, qaedista e talebano, è il Pakistan, ed è infido.
La Russia è il miglior mercato
La Russia è il sesto mercato estero dell’Italia. E quello dove l’interscambio più cresce da quasi un decennio, dopo la svalutazione del rublo, in media di oltre il 20 cento l’anno. Per effetto del caro petrolio naturalmente, che per l’Italia si riflette sul gas, di cui la Russia è la maggiore fornitrice. Ma anche per la crescita delle esportazioni, a ritmi vicini al 30 per cento l’anno. A opera del comparto macchine utensili, e abbigliamento-casa.
Nel 2007 la Russia è stata il sesto partner commerciale dell’Italia, dopo la Germania, in ordine, la Francia, la Spagna, gli Usa e la Cina, alla pari con la Gran Bretagna. Le esportazioni sono cresciute nell’anno del 25,6 per cento, le importazioni di un più normale 5,6 per cento, malgrado il caro petrolio. A gennaio sono cresciute del 29,6 per cento, rispetto alla crescita media pur considerevole di tutte le esportazioni, dell’11,4 per cento. Gli scambi dovrebbero accrescersi ancora di più con l’inevitabile ingresso della Russia nella Wto, l’organizzazione mondiale del commercio.
Nel 2007 la Russia è stata il sesto partner commerciale dell’Italia, dopo la Germania, in ordine, la Francia, la Spagna, gli Usa e la Cina, alla pari con la Gran Bretagna. Le esportazioni sono cresciute nell’anno del 25,6 per cento, le importazioni di un più normale 5,6 per cento, malgrado il caro petrolio. A gennaio sono cresciute del 29,6 per cento, rispetto alla crescita media pur considerevole di tutte le esportazioni, dell’11,4 per cento. Gli scambi dovrebbero accrescersi ancora di più con l’inevitabile ingresso della Russia nella Wto, l’organizzazione mondiale del commercio.
Az come la Sme: ora lo spezzatino e i giudici
Il caso Alitalia ripete quello della Sme, la holding alimentare. Una vendita maldestra, oggi come allora. Da parte dello stesso soggetto, Romano Prodi. Una vendita in perdita: per Alitalia come per la Sme il compratore aveva garantita una dote. Contro le due operazioni uno stesso personaggio, Berlusconi, monta una cordata. La quale non c’è, oggi come allora: ci sono imprenditori che si dichiarano disponibili per l’amore della patria, ma non cacciano un soldo. Oggi come allora la vendita e le cordate hanno favorite facili speculazioni di Borsa. Nel nome dell’italianità dell’azienda: anche Sme doveva diventare un campione nazionale, sull'esempio del gruppo Kraft o Danone - la stessa ideologia poi usata per gonfiare all’inverosimile di debiti Parmalat.
Su questi presupposti gli sviluppi dovrebbero essere la parcellizzazione di Alitalia (lo spezzatino), e un’infinita storia giudiziaria. La Sme fu parcellizzata con beneficio dei compratori - è questo il senso e il fine delle cordate. Chi comprò rivendette a caro prezzo, tra essi in particolare un certo Lamiranda, di cui si sa solo che era amico di Prodi, Unilever, di cui Prodi era consulente, e Cagnotti, per l’arbitraggio della Banca di Roma di Geronzi. La lunga storia giudiziaria ha avuto a protagonista Berlusconi. Senza aver mai sfiorato la vendita di Prodi, a trattativa privata e a premio, a Carlo De Benedetti, su cui pure molto si è scritto. Né gli evidenti casi di aggiotaggio, anch’essi documentati, in Borsa e sui giornali.
Su questi presupposti gli sviluppi dovrebbero essere la parcellizzazione di Alitalia (lo spezzatino), e un’infinita storia giudiziaria. La Sme fu parcellizzata con beneficio dei compratori - è questo il senso e il fine delle cordate. Chi comprò rivendette a caro prezzo, tra essi in particolare un certo Lamiranda, di cui si sa solo che era amico di Prodi, Unilever, di cui Prodi era consulente, e Cagnotti, per l’arbitraggio della Banca di Roma di Geronzi. La lunga storia giudiziaria ha avuto a protagonista Berlusconi. Senza aver mai sfiorato la vendita di Prodi, a trattativa privata e a premio, a Carlo De Benedetti, su cui pure molto si è scritto. Né gli evidenti casi di aggiotaggio, anch’essi documentati, in Borsa e sui giornali.
mercoledì 16 aprile 2008
Con Berlusconi Blair alla Ue
Una delle prime telefonate di congratulazioni a Berlusconi è arrivata da Tony Blair: l’ex premier, che ambisce alla presidenza del consiglio dell’Unione Europea, è col suo amico italiano praticamente certo di ottenerla. La carica è prevista dal nuovo Trattato dell’Unione, che entrerà in vigore a gennaio, e configura una sorte di vero governo europeo.
Il governo italiano è la chiave per sbloccare la contrapposizione tra socialisti e popolari che rischiava di bloccare la nomina di Blair. Il fronte di centro destra gli aveva contrapposto una serie di nomi, i primi ministri del Lussemburgo, della Danimarca e dell’Irlanda, Juncker, Rasmussen e Ahern, e il presidente in carica della Commissione, Barroso. La contrapposizione avrebbe dovuto sbloccarsi, nei calcoli del governo tedesco, con la nomina dell’ex ministro degli Esteri di Berlino, Joschka Fischer, Verde e quindi accettabile dai due schieramenti. Ma la vittoria di Berlusconi torna a far pendere la bilancia a favore di Blair. La considerazione è stata fatta dallo stesso ambasciatore della Germania, Michael Steiner. La cancelliera Angela Merkel sta studiando come tornare a essere determinante, ma la partita sembra già giocata.
Quello di Berlusconi è ora il partito più forte tra i Popolari europei. Ai quali ha dato un impulso straordinario per la misura della sua vittoria elettorale. Dati i personali rapporti tra i due personaggi, e la disponibilità, di cui Berlusconi si fa una bandiera, di candidare anche personalità di schieramenti avversi, come Bonino e Amato, si dà per scontato che Berlusconi sosterrà Blair. E anzi, si dice, lo candiderà in proprio.
Contro Blair gioca il fatto di rappresentare un paese non fondatore dell’Ue, che resta fuori dell’euro e di Schengen. Ma anche gli altri candidati hanno dei punti deboli. La Daminarca è anch’essa fuori dell’euro. Il Lussemburgo è uno Stato minimo, e ora sotto contestazione come paradiso fiscale. Ahern è stato rinviato a giudizio per concussione quando era ministro delle Finanze quindici anni fa, e per questo lascerà la guida del governo il prossimo 6 maggio. Barroso, in carica come presidente della Commissione, non sarebbe una buona scelta in quanto il Trattato di Lisbona intende innovare. Blair d’altra parte, può far valere il solido impegno personale quale mezzo per europeizzare definitivamente la Gran Bretagna.
Il governo italiano è la chiave per sbloccare la contrapposizione tra socialisti e popolari che rischiava di bloccare la nomina di Blair. Il fronte di centro destra gli aveva contrapposto una serie di nomi, i primi ministri del Lussemburgo, della Danimarca e dell’Irlanda, Juncker, Rasmussen e Ahern, e il presidente in carica della Commissione, Barroso. La contrapposizione avrebbe dovuto sbloccarsi, nei calcoli del governo tedesco, con la nomina dell’ex ministro degli Esteri di Berlino, Joschka Fischer, Verde e quindi accettabile dai due schieramenti. Ma la vittoria di Berlusconi torna a far pendere la bilancia a favore di Blair. La considerazione è stata fatta dallo stesso ambasciatore della Germania, Michael Steiner. La cancelliera Angela Merkel sta studiando come tornare a essere determinante, ma la partita sembra già giocata.
Quello di Berlusconi è ora il partito più forte tra i Popolari europei. Ai quali ha dato un impulso straordinario per la misura della sua vittoria elettorale. Dati i personali rapporti tra i due personaggi, e la disponibilità, di cui Berlusconi si fa una bandiera, di candidare anche personalità di schieramenti avversi, come Bonino e Amato, si dà per scontato che Berlusconi sosterrà Blair. E anzi, si dice, lo candiderà in proprio.
Contro Blair gioca il fatto di rappresentare un paese non fondatore dell’Ue, che resta fuori dell’euro e di Schengen. Ma anche gli altri candidati hanno dei punti deboli. La Daminarca è anch’essa fuori dell’euro. Il Lussemburgo è uno Stato minimo, e ora sotto contestazione come paradiso fiscale. Ahern è stato rinviato a giudizio per concussione quando era ministro delle Finanze quindici anni fa, e per questo lascerà la guida del governo il prossimo 6 maggio. Barroso, in carica come presidente della Commissione, non sarebbe una buona scelta in quanto il Trattato di Lisbona intende innovare. Blair d’altra parte, può far valere il solido impegno personale quale mezzo per europeizzare definitivamente la Gran Bretagna.
Come si batte Berlusconi? Coi botti
Si chiedono già i conti ai vincitori. Perché non danno una Camera a Veltroni? Dove prendono i soldi per abolire l’Ici? E il bollo auto? E il bonus bebè? E la detassazione degli straordinari? L'aumento delle pensioni minime? L’aumento ai dipendenti pubblici? L'assunzione dei precari? E toglieranno l'Ici prima casa anche alla villa con piscina? E a chi venderanno l’Alitalia? Che faranno con la Lega? Che ha già fatto la secessione. Veltroni farà il temibile governo ombra, che tanti altri hanno fatto prima di lui senza traccia nella memoria, Berlusconi che fa? La “cassa infernale” si è subito messa in moto.
Si chiama cassa infernale nella pirotecnica napoletana il susseguirsi di botti sempre più rapidi e potenti che conclude lo spettacolo, ma nell’opinione italiana ormai precede qualsiasi altro spettacolo. Il modello Rai-Repubblica, “confessa i tuoi peccati”, di preti che, loro, non peccano ma sono lì per estorcere confessioni, si è subito messo in moto. Un sacerdozio allargato alle beghine e ai begardi, le maestrine d'Italia così attente alle ragioni del Cuore, del libro "Cuore", e le rosybindi e i franceschini che dicono amen all’inarrestabile sir uolter, che pure nella sconfitta continua a parlare inglese, nell’inconfondibile tono piatto dell’uomo in trance. Confortato dal mago Piepoli, da ultimo con la crescita in città", ma partito urbano. Adesso aspettiamo Abu Omar, le veline, le corna, e le barzellette, quelle dell’“Economist” comprese, e ri ricatti delle banche d’affari in gara sul “Financial Times".
Dice: è la libertà, la stampa dev'essere critica. Bene. E perché non si chiede come mai Berlusconi vince le elezioni con nove punti di distacco. Le vince anche senza la Lega. Le vince anzi con quattordici punti di distacco (quelli dell’Udc votano contro Veltroni, solo il loro capo si può illudere del contrario, impegnato com’è ad assistere alla poppata dei bambini - assistere alla poppata?). Le vince coi voti degli operai e dei pensionati, mentre sir Uolter ha i soldi e la stima dei ricchi - ne ha la stima ma non il voto, i ricchi implacabili confessano di aver votato Casini: i Fiat, i Pirelli, e Rovati, il consigliere più stretto di Prodi (in cuor loro tremando per Berlusconi, per via della detassazione e dell'Irap). E perderà ma per ora vince pure a Roma, dopo otto anni di feste bianche e strade rotte, e quattro o cinque elezioni passate trionfalmente al primo turno, facendo tremare il “modello Bettini”. È su questo che la politica si sta affannando in queste ore, la possibile crisi del modello dei buoni affari, lasciando ai media il “dovere della critica”.
Si chiama cassa infernale nella pirotecnica napoletana il susseguirsi di botti sempre più rapidi e potenti che conclude lo spettacolo, ma nell’opinione italiana ormai precede qualsiasi altro spettacolo. Il modello Rai-Repubblica, “confessa i tuoi peccati”, di preti che, loro, non peccano ma sono lì per estorcere confessioni, si è subito messo in moto. Un sacerdozio allargato alle beghine e ai begardi, le maestrine d'Italia così attente alle ragioni del Cuore, del libro "Cuore", e le rosybindi e i franceschini che dicono amen all’inarrestabile sir uolter, che pure nella sconfitta continua a parlare inglese, nell’inconfondibile tono piatto dell’uomo in trance. Confortato dal mago Piepoli, da ultimo con la crescita in città", ma partito urbano. Adesso aspettiamo Abu Omar, le veline, le corna, e le barzellette, quelle dell’“Economist” comprese, e ri ricatti delle banche d’affari in gara sul “Financial Times".
Dice: è la libertà, la stampa dev'essere critica. Bene. E perché non si chiede come mai Berlusconi vince le elezioni con nove punti di distacco. Le vince anche senza la Lega. Le vince anzi con quattordici punti di distacco (quelli dell’Udc votano contro Veltroni, solo il loro capo si può illudere del contrario, impegnato com’è ad assistere alla poppata dei bambini - assistere alla poppata?). Le vince coi voti degli operai e dei pensionati, mentre sir Uolter ha i soldi e la stima dei ricchi - ne ha la stima ma non il voto, i ricchi implacabili confessano di aver votato Casini: i Fiat, i Pirelli, e Rovati, il consigliere più stretto di Prodi (in cuor loro tremando per Berlusconi, per via della detassazione e dell'Irap). E perderà ma per ora vince pure a Roma, dopo otto anni di feste bianche e strade rotte, e quattro o cinque elezioni passate trionfalmente al primo turno, facendo tremare il “modello Bettini”. È su questo che la politica si sta affannando in queste ore, la possibile crisi del modello dei buoni affari, lasciando ai media il “dovere della critica”.
Il Partito Dolori
Molti prodiani hanno votato Casini e non lo nascondono: gli ex Dc della Margherita non sanno che faranno. Sono usciti dimezzati al Sud e al Nord rispetto alla consistenza che avevano nella Margherita, e il motivo a loro avviso è uno solo: il centralismo di Veltroni. A Nord soprattutto i beghini del Pd rosicano, avendo dovuto fare posto a due nullità come Calearo e Colaninno jr., che non hanno portato un solo voto, per le smanie di rinnovamento del Capo. Il risentimento è anche degli indipendenti, Soru, Illy, Cacciari, lo stesso Chiamparino, che pensavano di avere un ruolo e dare un contributo, per essere stati sopravanzati dai Calearo. Si aspetta il secondo turno delle amministrative e poi si vedrà, da Bologna già giungono segnali precisi. Ma se Berlusconi dovesse accedere a qualche nomina bipartisan, con esponendi cioè del Pd, il dissidio potrebbe emergere prima.
Il secondo turno è decisivo a Roma: se Rutelli non ce la facesse salterebbe il modello Roma, o modello Bettini, che regola le grandi città (gli appalti, il credito, il lavoro), e gli amici sono molto sensibili agli assetti di potere. Il modello è quello sintetizzato dall’Avvocato Agnelli in clima compromissorio: solo la sinistra garantisce gli affari. Ma se Roma lo rifiutasse, allora da Bologna il segnale è chiaro: rimescolare le carte in un congresso del Pd, e rimettere in circolo Casini per il partito del Centro. Prodi si smarca da Veltroni ma non dal Pd, ha preso gusto a sentirsi capo-partito, e non dalle questioni di potere.
Il Pd ha tenuto ma solo sulla sinistra politica. E al centro geografico - non tutto: nel Lazio solo a Roma, anche se non abbastanza. Il partito Democratico al debutto sarà, come vuole Veltroni, l’unica realtà della sinistra, ma al suo interno alcuni ex Ds e molti ex Dc hanno il magone: non sanno che faranno, ma oscillano tra l’abbandono e la rivolta. Questi ultimi in particolare: in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania, hanno perduto posizioni consolidate, a favore dei veltroniani e di Casini. Al Nord e al Sud, pur annichilando la sinistra, il Pd ha raccolto meno che nelle passate elezioni. Il dato è certo e il motivo è semplice: molti ex compagni dall’Appennino in su hanno preferito la Lega, mentre da Rieti in giù molti ex amici, risentiti dalla mano dura di Veltroni, “il comunista”, hanno votato Casini o Berlusconi.
Il secondo turno è decisivo a Roma: se Rutelli non ce la facesse salterebbe il modello Roma, o modello Bettini, che regola le grandi città (gli appalti, il credito, il lavoro), e gli amici sono molto sensibili agli assetti di potere. Il modello è quello sintetizzato dall’Avvocato Agnelli in clima compromissorio: solo la sinistra garantisce gli affari. Ma se Roma lo rifiutasse, allora da Bologna il segnale è chiaro: rimescolare le carte in un congresso del Pd, e rimettere in circolo Casini per il partito del Centro. Prodi si smarca da Veltroni ma non dal Pd, ha preso gusto a sentirsi capo-partito, e non dalle questioni di potere.
Il Pd ha tenuto ma solo sulla sinistra politica. E al centro geografico - non tutto: nel Lazio solo a Roma, anche se non abbastanza. Il partito Democratico al debutto sarà, come vuole Veltroni, l’unica realtà della sinistra, ma al suo interno alcuni ex Ds e molti ex Dc hanno il magone: non sanno che faranno, ma oscillano tra l’abbandono e la rivolta. Questi ultimi in particolare: in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania, hanno perduto posizioni consolidate, a favore dei veltroniani e di Casini. Al Nord e al Sud, pur annichilando la sinistra, il Pd ha raccolto meno che nelle passate elezioni. Il dato è certo e il motivo è semplice: molti ex compagni dall’Appennino in su hanno preferito la Lega, mentre da Rieti in giù molti ex amici, risentiti dalla mano dura di Veltroni, “il comunista”, hanno votato Casini o Berlusconi.
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lunedì 14 aprile 2008
L"inesauribile letizia" di Rosa Luxemburg
Il 28 giugno 1916 Rosa Luxemburg fu arrestata con Karl Liebknecht dopo uno sciopero, proibito in guerra, e condannata a due anni di carcere. In carcere scrisse articoli, compreso il famoso “La Rivoluzione Russa”, sul rischio di una dittatura boscevica in Russia, e il “Pamphlet Junius”, con l’alternativa “socialismo o barbarie”. In carcere scrisse anche alla sorella di Liebknecht, Sonja. Fra le tante una lettera sulla sofferenza degli animali, che Karl Kraus pubblicherà due anni dopo, dopo la morte di Rosa, e Marco Rispoli ripresenta in questo aureo libretto, insieme con l’articolo di Kraus, e altri pezzi sulla sofferenza animale di Kafka, Canetti e Joseph Roth.
Un po’ di compassione per gli animali, dunque. Ma è anche una maniera per Rosa Luxemburg, una figura sommersa anch’essa dalla caduta del Muro, di tornare all’attenzione. La bizzarria è che, nella traduzione di Rispoli, la lettera della Luxemburg sembra un capolavoro, al confronto degli altri contributi, Kafka compreso. In grazia, direbbe lei, della “mia inesauribile letizia interna”. Riesce ad amare anche la notte: “La profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare”. In più della riconosciuta sensibilità politica: una cosa giusta la rivoluzione in Russia l’ha fatta, “ha ripulito l’aria dai miasmi” e dai pogrom. In Germania invece: “Riesco piuttosto a immaginarmi dei pogrom… in Germania”. Sembra una cosa fuori del mondo, ma: “Di certo vi è l’atmosfera giusta, fatta di bassezza, vigliaccheria, reazione e ottusità”.
Di Rosa Luxemburg si parla ancora per la vicenda umana. Uscita di prigione, Rosa si oppose nel 1918 alla sollevazione Spartachista, che riteneva avventata, e alla formazione del Partito Comunista perché prematura. All’alba della Rivolta di Gennaio, il 15 gennaio 1919, venne rapita e assassinata, a colpi di canna da fucile, dice Kraus, insieme con Liebknecht, dai soldati dei Freikorps, agli ordini del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert. L’operazione ha un risvolto romanzesco che non va taciuto. Il rapimento fu reso possibile grazie al pedinamento di Wilhelm Pieck, il futuro presidente della Germania Est. Ma Pieck, preso assieme agli altri, fu rilasciato. Da qui l’ipotesi che Rosa Luxemburg e Liebknecht siano stati “venduti” ai Freikorps da Karl Radek, il capo del comunismo tedesco, in sintonia con Lenin.
Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione, Adelphi, pp.65, €5,50
Un po’ di compassione per gli animali, dunque. Ma è anche una maniera per Rosa Luxemburg, una figura sommersa anch’essa dalla caduta del Muro, di tornare all’attenzione. La bizzarria è che, nella traduzione di Rispoli, la lettera della Luxemburg sembra un capolavoro, al confronto degli altri contributi, Kafka compreso. In grazia, direbbe lei, della “mia inesauribile letizia interna”. Riesce ad amare anche la notte: “La profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare”. In più della riconosciuta sensibilità politica: una cosa giusta la rivoluzione in Russia l’ha fatta, “ha ripulito l’aria dai miasmi” e dai pogrom. In Germania invece: “Riesco piuttosto a immaginarmi dei pogrom… in Germania”. Sembra una cosa fuori del mondo, ma: “Di certo vi è l’atmosfera giusta, fatta di bassezza, vigliaccheria, reazione e ottusità”.
Di Rosa Luxemburg si parla ancora per la vicenda umana. Uscita di prigione, Rosa si oppose nel 1918 alla sollevazione Spartachista, che riteneva avventata, e alla formazione del Partito Comunista perché prematura. All’alba della Rivolta di Gennaio, il 15 gennaio 1919, venne rapita e assassinata, a colpi di canna da fucile, dice Kraus, insieme con Liebknecht, dai soldati dei Freikorps, agli ordini del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert. L’operazione ha un risvolto romanzesco che non va taciuto. Il rapimento fu reso possibile grazie al pedinamento di Wilhelm Pieck, il futuro presidente della Germania Est. Ma Pieck, preso assieme agli altri, fu rilasciato. Da qui l’ipotesi che Rosa Luxemburg e Liebknecht siano stati “venduti” ai Freikorps da Karl Radek, il capo del comunismo tedesco, in sintonia con Lenin.
Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione, Adelphi, pp.65, €5,50
Venezia e l'amore che non si dice(va)
Lontano cugino di Pasolini, più giovane di lui di sette anni, Naldini è stato compagno di scorribande del poeta, e poi appassionato suo curatore e biografo. Insieme, dirà, avevano in comune “la risata completamente muta”. Escluso dall’eredità, anche letteraria, Naldini ha riacquistato con lentezza una sua autonomia di scrittura, allontanandosi anche fisicamente dagli ambienti che la presenza massiccia di Pasolini ingombra. La sua cifra è ora quella della sessualità libera del più giovane Tony Duvert, che l’ha preceduto anche fisicamente in Nord Africa, dove l’amore dei ragazzi è (si suppone) libero. Nella prima narrativa, “Come non ci si difende dai ricordi”, di due anni fa, Pasolini è sempre presente, ma già con un certo distacco. La fuga a Roma di Pier Paolo e della madre Susanna, per abbandonare il padre Carlo Alberto, vi è già un racconto. O Parise che fa la pennichella in albergo a Milano sporcaccione tra le lenzuola. Di altri veneti ci sono ottimi ritratti, Bartolo Cattafi, Biagio Marin, e di Vittorio Sereni. E di Guido Pasolini, il fratello minore di Pier Paolo, coraggioso, pugnace, anche in difesa del fratello, e figlio mal amato. Liberamente di Pier Paolo Naldini vi tratteggia la sessualità brutale, rozza (un primo moto di distacco l’aveva avuto col contributo a “Desiderio di Pasolini”, la collettanea pubblicata nel 1990 da Stefano Casi sull’omosessualità “non accettata” del poeta).
Sulla stessa vena Naldini tratteggia in questa brochure, sotto forma di “lettere non spedite”, una serie di personaggi visto o incontrati a Venezia all’epoca dei suoi studi negli anni 1950. Ancora con timidezza, ma sapendo già narrare di se stesso. Direttamente e sotto le specie di De Pisis, dell’inevitabile De Pisis, e a sorpresa di Frederick Rolfe, il Baron Corvo ultimamente scomparso dagli scaffali ma gran protagonista di quella Venezia.
Nico Naldini, Il nobile Von., Manni, pp.47
Sulla stessa vena Naldini tratteggia in questa brochure, sotto forma di “lettere non spedite”, una serie di personaggi visto o incontrati a Venezia all’epoca dei suoi studi negli anni 1950. Ancora con timidezza, ma sapendo già narrare di se stesso. Direttamente e sotto le specie di De Pisis, dell’inevitabile De Pisis, e a sorpresa di Frederick Rolfe, il Baron Corvo ultimamente scomparso dagli scaffali ma gran protagonista di quella Venezia.
Nico Naldini, Il nobile Von., Manni, pp.47
"Nessuno è mai morto per il capitalismo"
L’eugenetica (bisogna non nascere? bisogna morire?), l’evoluzione, lo statuto dei lavoratori, negli anni 1920. E la prevedibile serie di battute. “Indossava gli occhiali scientifici più avanzati e più potenti chiudendo gli occhi”. “Il tiranno non governa con la sola forza, anzi governa soprattutto con la parola”. “Una vera rivoluzione ha tutti i colori dell’aurora, o della fine del mondo”. Con Chesterston non ci si annoia, anche in questa "Utopia degli usurai" rimasta così a lungo inedita in Italia.
Chesterston è in Italia vittima di se stesso, un anticonfomista ridotto a pedagogo e a moralista per essere cattolico. Bompiani ripubblica tal quali le vecchie Edizioni Paoline di Gian Dàuli, di cinquant'anni fa. Che ripetevano quelle Alpes, dello stesso Gian Dàuli, di ottant'anni fa. Ciò malgrado "L'osteria volante", con la sua alleanza segreta tra i potentati economici occidentali e i cattivi dell'islam, resta godibile. Anzi è forse di lettura più brllante in questa epoca complottarda.
Chesterston è una lettura sempre speciale: richiede che si entri in un linguaggio diverso, un modo di rappresentare il mondo diverso, benché rispettoso della grammatica e della sintassi. Enrico Ghezzi, che riedita il romanzo, evoca la "concretezza fantastica dell'astratto". E' il principio anarchico applicato alla stessa scrittura, e per questo imprevedibile. E' la cifra anche di Conan Doyle, depurata delle melensaggini e le lungaggini, e la fortuna di Sherlock Holmes, l'approccio irrispettoso, verbalmente violento: lo scherzo è lo scarto.
"L'utopia degli usurai" rende fruibili alcuni degli sketch giornalistici sui quali la fama di Chesterston si è costituita, ma la cui conoscenza è limitata in Italia alla raccolta "Ortodossia". Quelli scritti per il “Daily Herald”, il quotidiano socialista, dopo una lunga militanza col "Daily Mail”, abbandonato per il rifiuto di condannare la corruzione del partito liberale al governo. Il creatore di Padre Brown vi scrive da destra le cose di sinistra. Gli articoli, riveduti dall’autore e postillati riccamente, sono confluiti in un libro per il pubblico americano. Con effetti sorprendenti: la Società degli usurai è il socialismo burocratico... Ma soprattutto con un senso vivo della realtà, per tanti aspetti ritornante, come si vede dall’indice, senza il gossip, l’acquario, il velinaggio: una boccata di realtà col denaro, l’avidità e lo sfruttamento, e con le verità che non si dicono: “Nessuno è mai morto per il capitalismo”. C’è un fondo di anarchia in ogni conservatore.
G.K.Chesterston, L’utopia degli usurai, excelsior 1881, pp.260, € 15,50
L'osteria volante, Bompiani, pp. 322, € 8,40
Chesterston è in Italia vittima di se stesso, un anticonfomista ridotto a pedagogo e a moralista per essere cattolico. Bompiani ripubblica tal quali le vecchie Edizioni Paoline di Gian Dàuli, di cinquant'anni fa. Che ripetevano quelle Alpes, dello stesso Gian Dàuli, di ottant'anni fa. Ciò malgrado "L'osteria volante", con la sua alleanza segreta tra i potentati economici occidentali e i cattivi dell'islam, resta godibile. Anzi è forse di lettura più brllante in questa epoca complottarda.
Chesterston è una lettura sempre speciale: richiede che si entri in un linguaggio diverso, un modo di rappresentare il mondo diverso, benché rispettoso della grammatica e della sintassi. Enrico Ghezzi, che riedita il romanzo, evoca la "concretezza fantastica dell'astratto". E' il principio anarchico applicato alla stessa scrittura, e per questo imprevedibile. E' la cifra anche di Conan Doyle, depurata delle melensaggini e le lungaggini, e la fortuna di Sherlock Holmes, l'approccio irrispettoso, verbalmente violento: lo scherzo è lo scarto.
"L'utopia degli usurai" rende fruibili alcuni degli sketch giornalistici sui quali la fama di Chesterston si è costituita, ma la cui conoscenza è limitata in Italia alla raccolta "Ortodossia". Quelli scritti per il “Daily Herald”, il quotidiano socialista, dopo una lunga militanza col "Daily Mail”, abbandonato per il rifiuto di condannare la corruzione del partito liberale al governo. Il creatore di Padre Brown vi scrive da destra le cose di sinistra. Gli articoli, riveduti dall’autore e postillati riccamente, sono confluiti in un libro per il pubblico americano. Con effetti sorprendenti: la Società degli usurai è il socialismo burocratico... Ma soprattutto con un senso vivo della realtà, per tanti aspetti ritornante, come si vede dall’indice, senza il gossip, l’acquario, il velinaggio: una boccata di realtà col denaro, l’avidità e lo sfruttamento, e con le verità che non si dicono: “Nessuno è mai morto per il capitalismo”. C’è un fondo di anarchia in ogni conservatore.
G.K.Chesterston, L’utopia degli usurai, excelsior 1881, pp.260, € 15,50
L'osteria volante, Bompiani, pp. 322, € 8,40
Montalbano s'impegna ma non ne ha voglia
L’aneddoto del “Campo del vasaio”, l’ultimo Montalbano, è magro (è evangelico). Benché sublimi la vendetta, passione perdurante nell’età dell'acquario. E l’autore si sorpassa, a grande velocità – è a un libro al mese. Non ha più “gana” di Montalbano, e neppure dei romanzi storici. Perfino Caravaggio gli resta al di sotto del ricchissimo personaggio quale fu Caravaggio, anche in un ottimo libro del suo editore, quello che lo ha lanciato, Sellerio, su Caravaggio in Sicilia (non c’è neppure Caravaggio a Messina, dove ha lavorato a lungo tra molte ombre, c’è Caravaggio a Palermo, che non c’era). Ma tutto quello che non può più ingurgitare, di whisky e pesce di giornata, lo divora come scrittore civile, di se stesso, e del profumo di donna, nei romanzi "francesi" e nella favola della sirena Maruzza bene in carne.
Montalbano stesso è stanco. Non ha sorprese, non incontra più straordinari personaggi, non apre insomma la Sicilia trascendentale come soleva. Lui dichiaratamente non ha “gana”, neanche di menù succulenti. È sempre sostenuto con brio da Salvatore Silvano Nigro, ma niente. Per inventarsi qualcosa il suo scrittore preferito Camilleri deve traviargli l’impalpabile vice Augello, figurarsi. Mentre lui, l’eroe del “vaffa” ante litteram, se stesso fantasmizza quale cavaliere della Resistenza, a Mussolini, agli americani, alla mafia e a Berlusconi, che chiama lo stronzo e contro il quale si voleva pure dimettere, in un precedente romanzo.
Può essere l’età. Ma, conoscendola, è la Sicilia che s’è ripresa Montalbano-Camilleri, la Sicilia del cliché. Da sfottente, scorbutico, geniale, come un vero siciliano, il personaggio è diventato col suo autore il siciliano obbligato, e il bozzettismo dilaga, come già ne “Il re di Girgenti”, nella “Biografia del figlio cambiato”, e ora in "Maruzza Musumeci". Che va avanti per due terzi come un promettente racconto gotico (riesce perfino la scena di sesso, che la ricetta del libro che si vende vuole a un terzo della narrazione, e altrove in Camilleri è sempre impacciata), ma poi inciampa nei fascisti e la guerra, contro cui tutti siamo. Entrambi sembra che vogliano dare ragione a Calvino, quando rimproverava a Sciascia una Sicilia risaputa: “Questa Sicilia è la società meno misteriosa del mondo: ormai in Sicilia tutto è limpido, cristallino: le più tormentose passioni, i più oscuri interessi, psicologie, pettegolezzi, delitti, non hanno più segreti”.
Montalbano è, era, il tipico fascistone, con la fidanzata, gli amici, i subordinati, i superiori, duro e anarchico. Simpatico, e anche giusto, ma non comunista come si professa, non nel senso degli appelli e la mobilitazione permanente. Nei suoi romanzi tutto finora si è svolto nel segno di questa figura, molto meridionale, di una parte del meridione. Sono del fascistone i cliché che fanno Montalbano consolatorio. I luoghi comuni: tutto è bello in Sicilia, gli sbirri sono un po’ scemi (in basso e in alto, i piantoni e i questori), la politica è bugiarda e ladra, la mafia strana, le donne infide, e c’è pure la svedese, facile. Il lieto fine. I ruoli notabilari. L’immutabilità soddisfatta. Tutto peraltro realistico. Molto. Sicuramente più del tutto mafioso, e più produttivo. Ma in un quadro di compiaciuta stabilità. Che questo Montalbano abbia stufato il suo scrittore preferito, Camilleri, è possibile: lo scrittore ora si diverte con la vena civile. Aveva smentito Calvino, che sempre a Sciascia, a proposito di “A ciascuno il suo”, aveva stabilito “l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano”. Ora non più – Calvino ha sempre ragione, per un autore della vena civile.
La vena civile è l’improbabile Resistenza. Da tempo Montalbano ha virato al politicamente corretto, tratta gli incidenti sul lavoro, la tratta degli immigrati e dei bambini, la Lega, l’omosessualità latente di Catarella, oltre alla gamma rituale degli antiberlusconismi. Anche Camilleri autobiografizza l’impegno, è quasi convinto di aver fatto la Resistenza, e ne è alfiere, contro la mafia e contro naturalmente Berlusconi. In compagnia di altri personaggi implausibili, Paolo Flores, Di Pietro, Travaglio, etc. Come in un quasiasi articolo di giornale.
L’impegno contro la mafia Camilleri sente stranamente alla Biagi. Stranamente per un siciliano, poiché magnifica Provenzano nei suoi pizzini. “Voi non sapete” è un libro contro la mafia, ma Provenzano sarà lusingato da un libro sui suoi pizzini. Non è il primo o il solo, bisogna darne atto a Camilleri. Ma Provenzano sarà lusingato in questa antologia mondadoriana del suo ruolo di prim’attore, in un libro di successo, orchestrato dal più grande siciliano sulla terra – Camilleri, che è uomo di teatro, lo sa. Una furbata editoriale ma non solo, poiché la firma l’autore più amato dagli italiani.
È un libro fastidioso. Volgare e indisponente. Provenzano è, col suo capo Riina, uno dei delinquenti più sanguinosi della storia mondiale. Ma qui è come La Fontaine, come lord Brummel. C’è perfino la mafia buona, quella “vecchia”. E il Capo della procura antimafia che vi certifica l’“assoluta sofferenza” di Provenzano ogni volta che ha dovuto ordinare un crimine, cioè ogni giorno – “dovuto”? Questa pubblicistica, che non è storia, non è antimafia, non è giustizia, ma fa tesoro della curiosità morbosa, non è niente di diverso dalla biografia di un pedofilo, uno stupratore, ogni altro delinquente abietto. Il mafioso ha un cervello semplificato: è rozzo. E nessun altro “significato” di cui valga la pena fare l’analisi. Provenzano è più notevole degli altri solo perché ha al suo attivo una quarantina di killeraggi. E quarantatré anni di finta latitanza, di cui non viene chiamato a rendere conto. Camilleri fa la semiotica dei suoi pizzini, gli appunti sgangherati con cui comunicava coi suoi affiliati. Come di un linguaggio superiore, analizzato con la stessa cura che si dedicherebbe a un’opera letteraria. Finendo per magnificare la mafia anche nel suo aspetto meno magnificabile, l’inarticolazione verbale, per analfabetismo o incapacità di argomentare - di uno che pure ha un figlio professore all'università di italiano, si vede che il crimine è incorreggibile. Una grande tristezza.
Si può aggiungere che Berlusconi, che Camilleri ultimamente chiama Berluscazzoni, è con Mondadori il suo editore principale. Che molto investe sullo scrittore e coraggiosamente ne valorizza ogni parola, compresi gli scarti, per tutti i lettori, dai Miti ai Meridiani che lo consacrano, ai Cd, ai Dvd, e al nuovo filone dei romanzi francesi, o dell’odor di femmina. E porrebbe un problema, a ogni resistente: come mai questo cazzone prende due voti su tre in Sicilia, da tempo ormai immemorabile. Ma non si può pretendere da Montalbano la soluzione di ogni rebus.
“Il tailleur grigio” è, come “La pensione Eva”, e la stessa favola di "Maruzza Musumeci", il sesso riportato al quotidiano. Di nuovo, nella formula del romanzo francese o di moeurs, c’è il colore: il rosa dell’adulterio è virato al nero – da qui il grigio del romanzo mondadoriano? Il romanzo francese in Italia è invenzione ormai secolare, tra Marco Praga, "La biondina", Ada Negri e Umberto Notari, o Guido da Verona, o Pitigrilli - se misurato sul Verga fiorentino anzi più che secolare, sono passati quasi centocinquant’anni. Anche se nobilitata quale letteratura Fine Secolo, di orizzontali, leonesse, allumeuses e altrettali finezze, e i Fine Secolo ormai sono due. Mentre la donna fatale resta nel novero di Hoffmann, o della letteratura delle androidi, che parte un po' prima, dalle "Misantrofile" di Révéroni de Saint-Cyr. E la sirena nel repertorio mediterraneo, fino all'Idrusa di Otranto che essa molto ricorda. Di diverso c’è, anche qui, l’italiano siculizzato di Montalbano, con cui Camilleri si racconta ora di preferenze le storie che va scrivendo - anche lei è diversa, benché l'aneddoto non sia nuovo, le corna in Sicilia: una moglie “Barbie”, che si anima in prossimità della morte di lui.
Questo italiano dialettizzato, con cui Camilleri raccoglie miriadi di lettori, sarà un fenomeno importante. Con tutto Bossi la Padania non ha avuto un ritorno di letteratura “nazionale”, né la Lombardia, né il Veneto. La Sicilia invece sì. Perché la Sicilia è una nazione, anche senza un Bossi. Anche di numero: tra siciliani dell’isola e siciliani del continente, per non contare quelli dei cinque continenti, fanno bene un popolo. I lombardi probabilmente sono di più, ma non esistono – si dice per dire: non esistono in letteratura. A parte quelli che sono siciliani. O pugliesi, o napoletani. La vera carica leghista – identitaria – è siciliana. Nel bene e nel male.
Nel bene la guida è Camilleri scrittore, che del dialetto ha elaborato una forma intermedia. Portando agli altri lettori, che sono pur sempre la maggioranza, un lessico comprensibile o, dove non lo è, subito tradotto, con la naturalezza teatrale, della scrittura parlata, introducendo cadenze nuove e sorprendenti. “Maruzza” è dialettale nel senso che Montalbano ha da tempo dimenticato, della specialità del tempo e del luogo, della caratterizzazione dei personaggi e delle cose. Con i profumi della terra, la terribilità del mare, per i terragni e non solo, le fantasie di un mondo senza parole. Perfino il “lavoro dei campi” Camilleri riesce a vivificare, la rimonda degli alberi, la bonifica del terreno, l’architettura del necessario. Si diverte anche, e fa divertire, colloquiando per proverbi (quanti proverbi sulle donne!), o magicamente in greco, con versi dell’“Odissea”, senza forzature.
Ma è una lingua d'autore e non un linguaggio - a meno che non sia quello borghese, della borghesia professionale, agrigentina, palermitana: contemporanea del leghismo ma ante Lega, è la lingua, questo italiano farcito di dialetto, delle borghesie meridionali dei medici, i farmacisti, e i baroni, per definizione nostalgici (le baronie siciliane, e più quelle imaginarie, desiderate, sono all'origine del più gran numero di memorie familiari, il genere dominante del tardo Novecento, che si prolunga in questo millennio, in italiano, francese, inglese e frange tedesche). Ma nemmeno questo si può dire del camillerismo.
La speciale lingua di Camilleri non è realistica, di personaggi e ceti che dicono l’italiano ma pensano in dialetto. Né è storica come avrebbe potuto, se Camilleri ha conquistato Milano meglio di Bossi. Prima di diventare insignificante, per incontinenza, è stata il siculo italianizzato alla D'Arrigo. Sì, ed è degno di nota: il siculo di Montalbano è quello del dimenticato autore di "Horcynus Horca", di cui ripete strutture sintattiche, fonemi e idiotismi, più che di Verga, e per niente di Pirandello, che pure è conterraneo di Camilleri, con analogo contrappunto umoristico di idioletti. Una lingua di fantasia, evcativa, sapiente anche, tra persone e vicende che alla lettura (e nei film del geniale Sironi) si presentano archetipiche, stagliate nel mito. Ma artificiosa.
Con un tocco giocoso che può giocare per antifrasi. Sorprendente cioè, lieve com'è e riderella, se i dialetti meridionali sono quelli di Corrado Alvaro, “piagati e grondanti sangue”. Un calco giocoso del terribilismo di Verga, di Pirandello, dei poeti dialettali, e delle cronache - che è anch’esso un calco, di maniera, la maniera della scrittura sociale. Ma liberatorio, meglio ancora che gli ambienti e le storie, per una volta non di mafia (Alvaro dice la lingua del Sud, “la parola magra e disadorna, acuta e dsperata, vestita di pelli e nutrita di locuste”, legata alla Passione, di Cristo).
Montalbano sarà stato l’altra Sicilia che a Calvino sfuggiva, questa quintessenza della nostra civiltà che sopravvive al genere mafioso, al genere editoriale, forse per caso.
Andrea Camilleri, Il campo del vasaio, Sellerio, pp. 285 €12
Voi non sapete, Mondadori, pp.216, € 17
Il colore del sole, Mondadori, pp.111, con 12 foto a colori, €6
Il tailleur grigio, Mondadori, pp.144, €16,50
Maruzza Musumeci, Sellerio, pp. 155, €10
Montalbano stesso è stanco. Non ha sorprese, non incontra più straordinari personaggi, non apre insomma la Sicilia trascendentale come soleva. Lui dichiaratamente non ha “gana”, neanche di menù succulenti. È sempre sostenuto con brio da Salvatore Silvano Nigro, ma niente. Per inventarsi qualcosa il suo scrittore preferito Camilleri deve traviargli l’impalpabile vice Augello, figurarsi. Mentre lui, l’eroe del “vaffa” ante litteram, se stesso fantasmizza quale cavaliere della Resistenza, a Mussolini, agli americani, alla mafia e a Berlusconi, che chiama lo stronzo e contro il quale si voleva pure dimettere, in un precedente romanzo.
Può essere l’età. Ma, conoscendola, è la Sicilia che s’è ripresa Montalbano-Camilleri, la Sicilia del cliché. Da sfottente, scorbutico, geniale, come un vero siciliano, il personaggio è diventato col suo autore il siciliano obbligato, e il bozzettismo dilaga, come già ne “Il re di Girgenti”, nella “Biografia del figlio cambiato”, e ora in "Maruzza Musumeci". Che va avanti per due terzi come un promettente racconto gotico (riesce perfino la scena di sesso, che la ricetta del libro che si vende vuole a un terzo della narrazione, e altrove in Camilleri è sempre impacciata), ma poi inciampa nei fascisti e la guerra, contro cui tutti siamo. Entrambi sembra che vogliano dare ragione a Calvino, quando rimproverava a Sciascia una Sicilia risaputa: “Questa Sicilia è la società meno misteriosa del mondo: ormai in Sicilia tutto è limpido, cristallino: le più tormentose passioni, i più oscuri interessi, psicologie, pettegolezzi, delitti, non hanno più segreti”.
Montalbano è, era, il tipico fascistone, con la fidanzata, gli amici, i subordinati, i superiori, duro e anarchico. Simpatico, e anche giusto, ma non comunista come si professa, non nel senso degli appelli e la mobilitazione permanente. Nei suoi romanzi tutto finora si è svolto nel segno di questa figura, molto meridionale, di una parte del meridione. Sono del fascistone i cliché che fanno Montalbano consolatorio. I luoghi comuni: tutto è bello in Sicilia, gli sbirri sono un po’ scemi (in basso e in alto, i piantoni e i questori), la politica è bugiarda e ladra, la mafia strana, le donne infide, e c’è pure la svedese, facile. Il lieto fine. I ruoli notabilari. L’immutabilità soddisfatta. Tutto peraltro realistico. Molto. Sicuramente più del tutto mafioso, e più produttivo. Ma in un quadro di compiaciuta stabilità. Che questo Montalbano abbia stufato il suo scrittore preferito, Camilleri, è possibile: lo scrittore ora si diverte con la vena civile. Aveva smentito Calvino, che sempre a Sciascia, a proposito di “A ciascuno il suo”, aveva stabilito “l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano”. Ora non più – Calvino ha sempre ragione, per un autore della vena civile.
La vena civile è l’improbabile Resistenza. Da tempo Montalbano ha virato al politicamente corretto, tratta gli incidenti sul lavoro, la tratta degli immigrati e dei bambini, la Lega, l’omosessualità latente di Catarella, oltre alla gamma rituale degli antiberlusconismi. Anche Camilleri autobiografizza l’impegno, è quasi convinto di aver fatto la Resistenza, e ne è alfiere, contro la mafia e contro naturalmente Berlusconi. In compagnia di altri personaggi implausibili, Paolo Flores, Di Pietro, Travaglio, etc. Come in un quasiasi articolo di giornale.
L’impegno contro la mafia Camilleri sente stranamente alla Biagi. Stranamente per un siciliano, poiché magnifica Provenzano nei suoi pizzini. “Voi non sapete” è un libro contro la mafia, ma Provenzano sarà lusingato da un libro sui suoi pizzini. Non è il primo o il solo, bisogna darne atto a Camilleri. Ma Provenzano sarà lusingato in questa antologia mondadoriana del suo ruolo di prim’attore, in un libro di successo, orchestrato dal più grande siciliano sulla terra – Camilleri, che è uomo di teatro, lo sa. Una furbata editoriale ma non solo, poiché la firma l’autore più amato dagli italiani.
È un libro fastidioso. Volgare e indisponente. Provenzano è, col suo capo Riina, uno dei delinquenti più sanguinosi della storia mondiale. Ma qui è come La Fontaine, come lord Brummel. C’è perfino la mafia buona, quella “vecchia”. E il Capo della procura antimafia che vi certifica l’“assoluta sofferenza” di Provenzano ogni volta che ha dovuto ordinare un crimine, cioè ogni giorno – “dovuto”? Questa pubblicistica, che non è storia, non è antimafia, non è giustizia, ma fa tesoro della curiosità morbosa, non è niente di diverso dalla biografia di un pedofilo, uno stupratore, ogni altro delinquente abietto. Il mafioso ha un cervello semplificato: è rozzo. E nessun altro “significato” di cui valga la pena fare l’analisi. Provenzano è più notevole degli altri solo perché ha al suo attivo una quarantina di killeraggi. E quarantatré anni di finta latitanza, di cui non viene chiamato a rendere conto. Camilleri fa la semiotica dei suoi pizzini, gli appunti sgangherati con cui comunicava coi suoi affiliati. Come di un linguaggio superiore, analizzato con la stessa cura che si dedicherebbe a un’opera letteraria. Finendo per magnificare la mafia anche nel suo aspetto meno magnificabile, l’inarticolazione verbale, per analfabetismo o incapacità di argomentare - di uno che pure ha un figlio professore all'università di italiano, si vede che il crimine è incorreggibile. Una grande tristezza.
Si può aggiungere che Berlusconi, che Camilleri ultimamente chiama Berluscazzoni, è con Mondadori il suo editore principale. Che molto investe sullo scrittore e coraggiosamente ne valorizza ogni parola, compresi gli scarti, per tutti i lettori, dai Miti ai Meridiani che lo consacrano, ai Cd, ai Dvd, e al nuovo filone dei romanzi francesi, o dell’odor di femmina. E porrebbe un problema, a ogni resistente: come mai questo cazzone prende due voti su tre in Sicilia, da tempo ormai immemorabile. Ma non si può pretendere da Montalbano la soluzione di ogni rebus.
“Il tailleur grigio” è, come “La pensione Eva”, e la stessa favola di "Maruzza Musumeci", il sesso riportato al quotidiano. Di nuovo, nella formula del romanzo francese o di moeurs, c’è il colore: il rosa dell’adulterio è virato al nero – da qui il grigio del romanzo mondadoriano? Il romanzo francese in Italia è invenzione ormai secolare, tra Marco Praga, "La biondina", Ada Negri e Umberto Notari, o Guido da Verona, o Pitigrilli - se misurato sul Verga fiorentino anzi più che secolare, sono passati quasi centocinquant’anni. Anche se nobilitata quale letteratura Fine Secolo, di orizzontali, leonesse, allumeuses e altrettali finezze, e i Fine Secolo ormai sono due. Mentre la donna fatale resta nel novero di Hoffmann, o della letteratura delle androidi, che parte un po' prima, dalle "Misantrofile" di Révéroni de Saint-Cyr. E la sirena nel repertorio mediterraneo, fino all'Idrusa di Otranto che essa molto ricorda. Di diverso c’è, anche qui, l’italiano siculizzato di Montalbano, con cui Camilleri si racconta ora di preferenze le storie che va scrivendo - anche lei è diversa, benché l'aneddoto non sia nuovo, le corna in Sicilia: una moglie “Barbie”, che si anima in prossimità della morte di lui.
Questo italiano dialettizzato, con cui Camilleri raccoglie miriadi di lettori, sarà un fenomeno importante. Con tutto Bossi la Padania non ha avuto un ritorno di letteratura “nazionale”, né la Lombardia, né il Veneto. La Sicilia invece sì. Perché la Sicilia è una nazione, anche senza un Bossi. Anche di numero: tra siciliani dell’isola e siciliani del continente, per non contare quelli dei cinque continenti, fanno bene un popolo. I lombardi probabilmente sono di più, ma non esistono – si dice per dire: non esistono in letteratura. A parte quelli che sono siciliani. O pugliesi, o napoletani. La vera carica leghista – identitaria – è siciliana. Nel bene e nel male.
Nel bene la guida è Camilleri scrittore, che del dialetto ha elaborato una forma intermedia. Portando agli altri lettori, che sono pur sempre la maggioranza, un lessico comprensibile o, dove non lo è, subito tradotto, con la naturalezza teatrale, della scrittura parlata, introducendo cadenze nuove e sorprendenti. “Maruzza” è dialettale nel senso che Montalbano ha da tempo dimenticato, della specialità del tempo e del luogo, della caratterizzazione dei personaggi e delle cose. Con i profumi della terra, la terribilità del mare, per i terragni e non solo, le fantasie di un mondo senza parole. Perfino il “lavoro dei campi” Camilleri riesce a vivificare, la rimonda degli alberi, la bonifica del terreno, l’architettura del necessario. Si diverte anche, e fa divertire, colloquiando per proverbi (quanti proverbi sulle donne!), o magicamente in greco, con versi dell’“Odissea”, senza forzature.
Ma è una lingua d'autore e non un linguaggio - a meno che non sia quello borghese, della borghesia professionale, agrigentina, palermitana: contemporanea del leghismo ma ante Lega, è la lingua, questo italiano farcito di dialetto, delle borghesie meridionali dei medici, i farmacisti, e i baroni, per definizione nostalgici (le baronie siciliane, e più quelle imaginarie, desiderate, sono all'origine del più gran numero di memorie familiari, il genere dominante del tardo Novecento, che si prolunga in questo millennio, in italiano, francese, inglese e frange tedesche). Ma nemmeno questo si può dire del camillerismo.
La speciale lingua di Camilleri non è realistica, di personaggi e ceti che dicono l’italiano ma pensano in dialetto. Né è storica come avrebbe potuto, se Camilleri ha conquistato Milano meglio di Bossi. Prima di diventare insignificante, per incontinenza, è stata il siculo italianizzato alla D'Arrigo. Sì, ed è degno di nota: il siculo di Montalbano è quello del dimenticato autore di "Horcynus Horca", di cui ripete strutture sintattiche, fonemi e idiotismi, più che di Verga, e per niente di Pirandello, che pure è conterraneo di Camilleri, con analogo contrappunto umoristico di idioletti. Una lingua di fantasia, evcativa, sapiente anche, tra persone e vicende che alla lettura (e nei film del geniale Sironi) si presentano archetipiche, stagliate nel mito. Ma artificiosa.
Con un tocco giocoso che può giocare per antifrasi. Sorprendente cioè, lieve com'è e riderella, se i dialetti meridionali sono quelli di Corrado Alvaro, “piagati e grondanti sangue”. Un calco giocoso del terribilismo di Verga, di Pirandello, dei poeti dialettali, e delle cronache - che è anch’esso un calco, di maniera, la maniera della scrittura sociale. Ma liberatorio, meglio ancora che gli ambienti e le storie, per una volta non di mafia (Alvaro dice la lingua del Sud, “la parola magra e disadorna, acuta e dsperata, vestita di pelli e nutrita di locuste”, legata alla Passione, di Cristo).
Montalbano sarà stato l’altra Sicilia che a Calvino sfuggiva, questa quintessenza della nostra civiltà che sopravvive al genere mafioso, al genere editoriale, forse per caso.
Andrea Camilleri, Il campo del vasaio, Sellerio, pp. 285 €12
Voi non sapete, Mondadori, pp.216, € 17
Il colore del sole, Mondadori, pp.111, con 12 foto a colori, €6
Il tailleur grigio, Mondadori, pp.144, €16,50
Maruzza Musumeci, Sellerio, pp. 155, €10
La giustizia è potere
Il giudice Boccassini rifiuta la Procura di Verona perché non è assortita della Dda, la procura distrettuale antimafia. Forse che non potrebbe per questo perseguire la mafia? No, il Procuratore uscente Papalia ha ben meritato, oltre che per avere liberato il generale Dozier e bloccato la deriva terroristica della Lega, senza lasciare alcun delitto impunito (ai Ris), per aver estirpato ogni traffico di droga e altre appendici mafiose dalla città. Che forse non è tanto mafiosa da meritarsi una Dda. Ilde Boccassini non vuole Verona perché non le dà abbastanza lustro, questo è tutto.
La vicenda caratterizza soprattutto l’antimafia, che si è ridotta a essere esattamente quello che Sciascia paventava venti anni fa. Ma conferma anche che non c’è alcuno spirito di servizio, né quindi di verità, nella giustizia, solo un fatto di potere. Il Csm non punirà Ilde Boccassini per il rifiuto, ma le troverà una Procura con l’antimafia. L’antimafia serve al magistrato inquirente perché ha più mezzi e meno vincoli. Non per prendere i ladri, gli estortori, gli incendiari, gli spacciatori, che sono delinquenti contro la proprietà, materia familiare e privata. Per quello comunque basterebbero i carabinieri, non c’è bisogno della Dda. Questa serve per controllare il resto della società, alcuni politici, alcuni imprenditori, alcuni giornalisti, alcune società di calcio.
La vicenda caratterizza soprattutto l’antimafia, che si è ridotta a essere esattamente quello che Sciascia paventava venti anni fa. Ma conferma anche che non c’è alcuno spirito di servizio, né quindi di verità, nella giustizia, solo un fatto di potere. Il Csm non punirà Ilde Boccassini per il rifiuto, ma le troverà una Procura con l’antimafia. L’antimafia serve al magistrato inquirente perché ha più mezzi e meno vincoli. Non per prendere i ladri, gli estortori, gli incendiari, gli spacciatori, che sono delinquenti contro la proprietà, materia familiare e privata. Per quello comunque basterebbero i carabinieri, non c’è bisogno della Dda. Questa serve per controllare il resto della società, alcuni politici, alcuni imprenditori, alcuni giornalisti, alcune società di calcio.
La debolezza dell'euro forte
Almunia ha finalmente scoperto che l’euro a due volte il dollaro “non rispetta più i fondamentali dell’economia”. E anzi teme la “combinazione” tra il deficit Usa e i surplus asiatici. Non si finisce di stupirsi dell’Europa di Bruxelles. Sarà il commissario un compagno no global travestito? Ma non ha più l’età per negare la realtà. No, Almunia ha perfino scoperto che lo yuan cinese si nasconde troppo dietro il dollaro – una questione che per altri è vecchia di sei-sette anni. No, è che Bruxelles è proprio un altro mondo: chiuso, cupo, borioso, inerte.
Il dollaro che passa da 0,83 a 1,60 nella presidenza Bush. Il prezzo del petrolio che, nella stessa presidenza, non ha politicamente alcuna logica, se non quella monetaria: sfiancare l’euro, elevandolo a valori stratosferici. I tre quarti dell’economia mondiale che prosperano col dollaro, mentre incensano farisaicamente la fortezza euro. Il peggio di tutto è Almunia o l’Europa, che pretendono dall’America e dalla Cina una rivalutazione. Pretendono cioè che gli Usa e la Cina se le taglino. Altrimenti… Altrimenti che?
Il dollaro che passa da 0,83 a 1,60 nella presidenza Bush. Il prezzo del petrolio che, nella stessa presidenza, non ha politicamente alcuna logica, se non quella monetaria: sfiancare l’euro, elevandolo a valori stratosferici. I tre quarti dell’economia mondiale che prosperano col dollaro, mentre incensano farisaicamente la fortezza euro. Il peggio di tutto è Almunia o l’Europa, che pretendono dall’America e dalla Cina una rivalutazione. Pretendono cioè che gli Usa e la Cina se le taglino. Altrimenti… Altrimenti che?
La corruzione del calcio
Si piangono le Domeniche sportive, nel mentre che se ne celebra la storia: nessuno più le vede. E la colpa si dà alla tv a pagamento, che invece langue. Mentre è della cialtroneria, del calcio consegnato ai legulei – compresi, anche qui, i magistrati: dove non s’infileranno? Quelli delle mosse, o delle moviole: il difensore è in linea? c'è luce tra le gambre? e il pestone è davanti o di dietro? o ha toccato prima la palla? Nell’apparentemente rinverginita Calciopoli, dopo la riconquista del potere sportivo da parte della vecchia Dc, Petrucci, Abete, Matarrese, con i moralisti del tipo Borrelli e Guidirossi – ricordate la vergogna della celebrazione romana del Mondiale di Germania? Quella della squadra in essa intrappolata si toccava con mano in televisione.
Il calcio del resto è quello che è, che la Roma ben simboleggia opposta al Manchester United. Le uniche due squadre che avevano una gestione legale, Juventus e Fiorentina, sono state colpite nell’onore, e si rifanno strada a fatica in questo mondo supercorrotto. Dove l’Inter stravince con bilanci talmente aggrovigliati da lasciare a bocca aperta più dei gol di Ibrahimovic, dopo aver distrutto una diecina di grandi atleti italiani, Cannavaro, Pirlo, Toldo, Materazzi eccetera, con un presidente che liberamente dà dello “stronzo!” all’arbitro, per alcuni secondi di recupero in più, o in meno. Molti soldi del resto non ci sono e bisogna arrabbattarsi. La Roma e la Lazio non possono spendere un euro, il nuovo padrone Profumo non lo consente. Gli altri vivacchiano, sperando di fare il colpo nei vivai sudamericani e africani. Visto da fuori, fa paura. Ma i giornalisti sportivi, che dovrebbero essere le vittime delle Domeniche senza pubblico, se la godono allegri: per loro il calcio è un optional?
Il calcio del resto è quello che è, che la Roma ben simboleggia opposta al Manchester United. Le uniche due squadre che avevano una gestione legale, Juventus e Fiorentina, sono state colpite nell’onore, e si rifanno strada a fatica in questo mondo supercorrotto. Dove l’Inter stravince con bilanci talmente aggrovigliati da lasciare a bocca aperta più dei gol di Ibrahimovic, dopo aver distrutto una diecina di grandi atleti italiani, Cannavaro, Pirlo, Toldo, Materazzi eccetera, con un presidente che liberamente dà dello “stronzo!” all’arbitro, per alcuni secondi di recupero in più, o in meno. Molti soldi del resto non ci sono e bisogna arrabbattarsi. La Roma e la Lazio non possono spendere un euro, il nuovo padrone Profumo non lo consente. Gli altri vivacchiano, sperando di fare il colpo nei vivai sudamericani e africani. Visto da fuori, fa paura. Ma i giornalisti sportivi, che dovrebbero essere le vittime delle Domeniche senza pubblico, se la godono allegri: per loro il calcio è un optional?
L'anti-politica è politica furba
L’anti-politica di Grillo è politica. Promuove la raccolta di voti, le candidature, le liste. È politica furba, come quella di Di Pietro, furbo dichiarato. È politichicchia, che tutti gli altri vuole maneggioni e corrotti mentre Grillo – e Di Pietro – vuole equo, intelligente, sempre, uno che ha tutte le soluzioni, che per definizione sono le migliori e anzi definitive. È una furbizia che si rivolge peraltro ai furbi, a tutti quelli che non sanno di che parlano ma si vogliono più onesti, intelligenti, capaci, e anzi risolutivi.
L’anti-politica è - dovrebbe essere - la via del distacco. Una superiore serenità di fronte agli affari e alla storia. Una sorte di zen socratico, la saggezza di chi sa di non sapere. Perciò senza albagia, e senza disprezzo della politica, come di ogni altra azione umana. Questa naturalmente è filosofia. Ma l’anti-politica di Grillo è disgustosa anche senza filosofia. O no, è malinconica. È il segno di dove una cultura – un’epoca, una storia – debole può condurre, una democrazia malintesa, un’informazione ridotta al gossip, gestita dalle veline, pagata dalla audience. E una politica dell’immagine.
L’anti-politica è - dovrebbe essere - la via del distacco. Una superiore serenità di fronte agli affari e alla storia. Una sorte di zen socratico, la saggezza di chi sa di non sapere. Perciò senza albagia, e senza disprezzo della politica, come di ogni altra azione umana. Questa naturalmente è filosofia. Ma l’anti-politica di Grillo è disgustosa anche senza filosofia. O no, è malinconica. È il segno di dove una cultura – un’epoca, una storia – debole può condurre, una democrazia malintesa, un’informazione ridotta al gossip, gestita dalle veline, pagata dalla audience. E una politica dell’immagine.
mercoledì 9 aprile 2008
Niente paura, le elezioni le perde Veltroni
Niente paura, le elezioni le perde solo Veltroni: non c’è rassegnazione in Prodi, c’è una malcelata soddisfazione. Di vedere Veltroni andare incontro alla disfatta, e con lui l’ex Pci, che stava monopolizzando il Partito democratico, di cui il Professore è l’ideatore e si ritiene l’interprete. Le elezioni improvvise ribaltano la prospettiva del Pd, da iniziativa vincente a sicuro sconfitto, e a chi vive di solo potere la cosa non piace più - non c'è compassione tra le persone pie. Il silenzio dei Dc in questa pazzesca campagna elettorale - suicida - è fragoroso. Non c’è amore tra le due componenti del Pd, e anzi c’è rancore. I residui Dc sono coscienti di dovere alla disciplina ex Pci , al senso di gruppo e di appartenenza del residuo centralismo democratico, il posto in Parlamento in gran numero, molti di più di quando c'era la Dc. Ma sospettano sempre.
“Strane elezioni, senza battaglia” titola il professor Sartori. È stata una campagna elettorale assurda, come la caduta del governo che l’ha generata, una vera commedia degli equivoci. Una campagna debole, se si vuole, da età dell’acquario o del gossip, dello shopping, della happy hour. C’è stato di peggio, se Cicciolina è stata deputato della Repubblica, primo eletto dei radicali a Roma. Ma era un caso. Ora la commedia dilaga. A quattro giorni dalle elezioni non si saprebbe dire per chi si vota: la politica non si trova, nemmeno a cercarla nelle pieghe, è un deserto, seppure popolate di belle ragazze. È dunque una campagna irripetibile, e va ricordata. Ma per il Pd.
Uno dei due schieramenti corre per perdere, il partito di Veltroni. Che si immolaa una causa persa, come già Rutelli nel 2001, ma ora con tutta la sua neonata creatura. Non senza hIumour, seppure involontario. La capolista a Roma Marianna Madia, presentata personalmente da Veltroni, dichiara: “Ho una straordinaria inesperienza politica”. Mentre il suo capo rifiuta i socialisti, che bene o male valgono uno e forse due milioni di voti. Con l’effetto che, se i socialisti non ce la fanno da soli, martedì l’Italia sarà il solo paese europeo a non avere rappresentanza nell’Internazionale. Non contento,Veltroni li diffama da Vespa affabile, e il soviet della Rai impedisce loro di difendersi, Annunziata, Santoro, Riotta.
Veltroni solo si è alleati i diepietristi, che ormai sono un partito di antipatizzanti. E non si libera del Pd campano: si proclama nuovo e radicale e si tiene gli assurdi, se non corrotti, amministratori di Napoli e dintorni. Capolista a Napoli è le seconda bellezza Pina Picierno, una demitiana scelta per non candidare De Mita. Picierno si è laureata con una tesi sullo stile oratorio del politico irpino. Il quale, escluso dalle liste, si è offeso e minaccia di rifondare la Dc. Non si accontenta del risarcimento, la candidatura, nel Pd, del figlio Giuseppe, ex addetto stampa della Lazio, la squadra di calcio, nonché proprietario di una Ferrari.
Perché Prodi lo vuole dannato, ognuno lo può capire, seppure a malincuore. Ma Veltroni, perché vuole perdere? Per dimostrare di essere la sola sinistra di governo? Ma dopo la sconfitta il Pd si sfascerà. Con la generosa Madia, e la dottoressa Picierno, e altre pupille analoghe, il Pd non può fare nemmeno l’opposizione. Forse Veltroni, pur antipatizzante socialista, non conosce i democristiani, la metà del suo partito. Il modello Bettini, o modello Roma, non è esportabile: nella capitale i Dc marciano perché è la sola maniera per loro di partecipare comunque agli affari, non così in Sicilia, Veneto, Lombardia, Impania, Toscana, Calabria.
Avremo avuto un candidato progressista che si atteggia a baronetto inglese in America, la testa nel Connecticut i piedi nel Tennessee. E il programma intitola “Yes, we can”, che non dice nulla a nessuno. Credendosi ancora nel Pci di Togliatti: nomina le puledre senatrici, e i vecchi politicanti mette in berlina - senza sapere che sono democristiani e non picisti, e gliela faranno pagare, senz’altro.
Non è la sola stranezza della campagna elettorale. Che sarà ricordata come la campagna Longanesi. “Italia, in piedi!”, suona Veltroni, “Rialzati Italia!”, risponde Berlusconi. Mentre Firenze lancia lo slogan “Mendicanti in piedi!” Il titolo di Longanesi cui tutto si ispira fa “In piedi e seduti”, è più comodo. Baccini e Tabacci formano un partito. Che ha subito adesioni montezemoliane, di quelli che non hanno mai lavorato, della Rai e dei giornali di Lor Signori. Sembrano la novità della stagione, l’ennesimo partito anti Berlusconi nella vasta area di centro. Per un paio di giorni, poi scompaiono. Senza spiegazioni, senza curiosità. Pare siano tornati con Casini. Casini non vuole la concorrenza di Pizza, Amato lo accontenta.
Mauro Ceruti, buon cattolico, preside di Scienza della formazione a Bergamo, responsabile dell’Area Sapere del Pd, sarà un cascame di linguaggio sovietico?, si proclama grande scienziato, e sostiene la propria candidatura con un manifesto scritto da lui stesso a cui noti intellettuali europei avrebbero apposto la firma. È la sindrome Verdiglione? Anche lui si faceva sponsorizzare da intellettuali d'oltralpe. Calearo, il paraindustriale padovano punta di diamante dell’imprendoria democratica, nonché sicuro deputato, si augura che l’Alitalia fallisca. Caldarola, che non ha fatto i tre mandati, ma presiede l’associazione parlamentare Amici d’Israele, non è candidato per essere amico d’Israele. Anche Umberto Ranieri. A favore del Pd solo l’“Economist” e il temibile Scalfari. L’“Economist” preannuncia che darà le pagelle ai candidati italiani. Fa un convegno per preannunciare la sua classifica – pagato dal Pd? Scalfari predice alla Annunziata che Veltroni vincerà: “Ho acquisito la sensazione che c’è un trend secondo cui gli indecisi in maggioranza, attorno al 40-45 per cento, si stanno orientando verso il Pd”.
Non ci sono argomenti, in questa improvvisata campagna elettorale, se non ridire le scemenze che Berlusconi mette in circolo per occupare gli spazi: Ciarrapico dà scandalo, che prenderà, forse, i voti di Fiuggi, Bossi che imbraccia il fucile, le donne che è meglio che siano belle, i presidenti della Repubblica che sono tutti di sinistra – questo è vero. Dopo quindici anni Veltroni scopre la delegificazione di Urbani e Tremonti, e promette di cancellare il primo giorno di governo cinquemila leggi inutili. È un passo indietro rispetto al vecchio Pci, che arrivava alle cose con dieci anni di ritardo. Ma soprattutto è intempestivo: negli stessi giorni di marzo mezza Italia, quella governata dal Pd, è stata angosciata dalle bollette. Acqua, gas, luce, telefono, tutti vogliono avere certificazioni catastali accuratissime, minacciando pene di duemila euro e oltre (bruscolini evidentemente, per Visco che le ha imposte…). Non una certificazione per tutte, ma ognuna una sua certificazione specifica, l’acqua per esempio può chiedere il foglio e la particella, l’elettricità invece, o il gas, vuole il foglio e il mappale – saranno la stessa cosa?
Dal 27 marzo bisogna inoltre disporre, all’improvviso, di una certificazione di sicurezza di tutto, la luce, il gas, il televisore, l’acqua, il water, il condizionatore, le chiusure automatiche, il parafulmine. In proprio e come condominio. A opera di un apposito ordine di tecnici che ancora dev’essere istituito. A un costo di qualche migliaio di euro, oltre a molte giornate di patemi. Una trovata del buon Bersani, fiore all’occhiello, liberalizzatore e delegificatore, di Veltroni. Fino ad ora uno pensava: saranno comunisti, come li vuole Berlusconi, ma non sono scemi. Ora si capisce perché lavorano per Berlusconi.
Alle passate elezioni, appena due anni fa, c’erano sui banchi delle Feltrinelli più di cinquanta, forse sessanta, libri anti Berlusconi. Sono scomparsi. Il genere è in disuso? È il riflesso togliattiano del Pd, gli ex diessini, che si apprestano alla Grande Coalizione? Ci sono invece, non nella stessa proporzione, una diecina, i libri sulle caste, che sono i pilastri della sinistra: la casta politica capostipite, e quella dei giudici, dei sindacati, dei giornalisti, degli speculatori - non dei banchieri, quella stranamente manca, anche se molti scrittori di denuncia devono loro lo stipendio.
“Strane elezioni, senza battaglia” titola il professor Sartori. È stata una campagna elettorale assurda, come la caduta del governo che l’ha generata, una vera commedia degli equivoci. Una campagna debole, se si vuole, da età dell’acquario o del gossip, dello shopping, della happy hour. C’è stato di peggio, se Cicciolina è stata deputato della Repubblica, primo eletto dei radicali a Roma. Ma era un caso. Ora la commedia dilaga. A quattro giorni dalle elezioni non si saprebbe dire per chi si vota: la politica non si trova, nemmeno a cercarla nelle pieghe, è un deserto, seppure popolate di belle ragazze. È dunque una campagna irripetibile, e va ricordata. Ma per il Pd.
Uno dei due schieramenti corre per perdere, il partito di Veltroni. Che si immolaa una causa persa, come già Rutelli nel 2001, ma ora con tutta la sua neonata creatura. Non senza hIumour, seppure involontario. La capolista a Roma Marianna Madia, presentata personalmente da Veltroni, dichiara: “Ho una straordinaria inesperienza politica”. Mentre il suo capo rifiuta i socialisti, che bene o male valgono uno e forse due milioni di voti. Con l’effetto che, se i socialisti non ce la fanno da soli, martedì l’Italia sarà il solo paese europeo a non avere rappresentanza nell’Internazionale. Non contento,Veltroni li diffama da Vespa affabile, e il soviet della Rai impedisce loro di difendersi, Annunziata, Santoro, Riotta.
Veltroni solo si è alleati i diepietristi, che ormai sono un partito di antipatizzanti. E non si libera del Pd campano: si proclama nuovo e radicale e si tiene gli assurdi, se non corrotti, amministratori di Napoli e dintorni. Capolista a Napoli è le seconda bellezza Pina Picierno, una demitiana scelta per non candidare De Mita. Picierno si è laureata con una tesi sullo stile oratorio del politico irpino. Il quale, escluso dalle liste, si è offeso e minaccia di rifondare la Dc. Non si accontenta del risarcimento, la candidatura, nel Pd, del figlio Giuseppe, ex addetto stampa della Lazio, la squadra di calcio, nonché proprietario di una Ferrari.
Perché Prodi lo vuole dannato, ognuno lo può capire, seppure a malincuore. Ma Veltroni, perché vuole perdere? Per dimostrare di essere la sola sinistra di governo? Ma dopo la sconfitta il Pd si sfascerà. Con la generosa Madia, e la dottoressa Picierno, e altre pupille analoghe, il Pd non può fare nemmeno l’opposizione. Forse Veltroni, pur antipatizzante socialista, non conosce i democristiani, la metà del suo partito. Il modello Bettini, o modello Roma, non è esportabile: nella capitale i Dc marciano perché è la sola maniera per loro di partecipare comunque agli affari, non così in Sicilia, Veneto, Lombardia, Impania, Toscana, Calabria.
Avremo avuto un candidato progressista che si atteggia a baronetto inglese in America, la testa nel Connecticut i piedi nel Tennessee. E il programma intitola “Yes, we can”, che non dice nulla a nessuno. Credendosi ancora nel Pci di Togliatti: nomina le puledre senatrici, e i vecchi politicanti mette in berlina - senza sapere che sono democristiani e non picisti, e gliela faranno pagare, senz’altro.
Non è la sola stranezza della campagna elettorale. Che sarà ricordata come la campagna Longanesi. “Italia, in piedi!”, suona Veltroni, “Rialzati Italia!”, risponde Berlusconi. Mentre Firenze lancia lo slogan “Mendicanti in piedi!” Il titolo di Longanesi cui tutto si ispira fa “In piedi e seduti”, è più comodo. Baccini e Tabacci formano un partito. Che ha subito adesioni montezemoliane, di quelli che non hanno mai lavorato, della Rai e dei giornali di Lor Signori. Sembrano la novità della stagione, l’ennesimo partito anti Berlusconi nella vasta area di centro. Per un paio di giorni, poi scompaiono. Senza spiegazioni, senza curiosità. Pare siano tornati con Casini. Casini non vuole la concorrenza di Pizza, Amato lo accontenta.
Mauro Ceruti, buon cattolico, preside di Scienza della formazione a Bergamo, responsabile dell’Area Sapere del Pd, sarà un cascame di linguaggio sovietico?, si proclama grande scienziato, e sostiene la propria candidatura con un manifesto scritto da lui stesso a cui noti intellettuali europei avrebbero apposto la firma. È la sindrome Verdiglione? Anche lui si faceva sponsorizzare da intellettuali d'oltralpe. Calearo, il paraindustriale padovano punta di diamante dell’imprendoria democratica, nonché sicuro deputato, si augura che l’Alitalia fallisca. Caldarola, che non ha fatto i tre mandati, ma presiede l’associazione parlamentare Amici d’Israele, non è candidato per essere amico d’Israele. Anche Umberto Ranieri. A favore del Pd solo l’“Economist” e il temibile Scalfari. L’“Economist” preannuncia che darà le pagelle ai candidati italiani. Fa un convegno per preannunciare la sua classifica – pagato dal Pd? Scalfari predice alla Annunziata che Veltroni vincerà: “Ho acquisito la sensazione che c’è un trend secondo cui gli indecisi in maggioranza, attorno al 40-45 per cento, si stanno orientando verso il Pd”.
Non ci sono argomenti, in questa improvvisata campagna elettorale, se non ridire le scemenze che Berlusconi mette in circolo per occupare gli spazi: Ciarrapico dà scandalo, che prenderà, forse, i voti di Fiuggi, Bossi che imbraccia il fucile, le donne che è meglio che siano belle, i presidenti della Repubblica che sono tutti di sinistra – questo è vero. Dopo quindici anni Veltroni scopre la delegificazione di Urbani e Tremonti, e promette di cancellare il primo giorno di governo cinquemila leggi inutili. È un passo indietro rispetto al vecchio Pci, che arrivava alle cose con dieci anni di ritardo. Ma soprattutto è intempestivo: negli stessi giorni di marzo mezza Italia, quella governata dal Pd, è stata angosciata dalle bollette. Acqua, gas, luce, telefono, tutti vogliono avere certificazioni catastali accuratissime, minacciando pene di duemila euro e oltre (bruscolini evidentemente, per Visco che le ha imposte…). Non una certificazione per tutte, ma ognuna una sua certificazione specifica, l’acqua per esempio può chiedere il foglio e la particella, l’elettricità invece, o il gas, vuole il foglio e il mappale – saranno la stessa cosa?
Dal 27 marzo bisogna inoltre disporre, all’improvviso, di una certificazione di sicurezza di tutto, la luce, il gas, il televisore, l’acqua, il water, il condizionatore, le chiusure automatiche, il parafulmine. In proprio e come condominio. A opera di un apposito ordine di tecnici che ancora dev’essere istituito. A un costo di qualche migliaio di euro, oltre a molte giornate di patemi. Una trovata del buon Bersani, fiore all’occhiello, liberalizzatore e delegificatore, di Veltroni. Fino ad ora uno pensava: saranno comunisti, come li vuole Berlusconi, ma non sono scemi. Ora si capisce perché lavorano per Berlusconi.
Alle passate elezioni, appena due anni fa, c’erano sui banchi delle Feltrinelli più di cinquanta, forse sessanta, libri anti Berlusconi. Sono scomparsi. Il genere è in disuso? È il riflesso togliattiano del Pd, gli ex diessini, che si apprestano alla Grande Coalizione? Ci sono invece, non nella stessa proporzione, una diecina, i libri sulle caste, che sono i pilastri della sinistra: la casta politica capostipite, e quella dei giudici, dei sindacati, dei giornalisti, degli speculatori - non dei banchieri, quella stranamente manca, anche se molti scrittori di denuncia devono loro lo stipendio.
Il dollaro è sempre re
Le banche online offrono conti correnti in dollari, ai residenti italiani. Conti non remunerati, in una valuta sempre più debole, che tuttavia proliferano. Per fare trading su Wall Street, beninteso, ma non solo: si comprano dollari perché presto si apprezzeranno. Nel complesso gli investitori privati diffidano: all’ultima asta, il 12 marzo, le Treasury Notes Usa non hanno trovato acquirenti privati.
Un anno prima l’afflusso netto degli investitori privati era stato di 466 miliardi di dollari. E nel quarto trimestre del 2007 ancora di 195 miliardi. La decisa flessione dei tassi imposta dalla Fed per sostenere l’economia e allentare la crisi di Borsa e dei mutui ha reso gli investimenti non più convenienti. La Fed ha portato il tasso base in otto mesi, da aluglio 2007, dal 5,25 al 2,25 nominale attuale. Ma i rendimenti di bond e notes sono una cosa, il dollaro un’altra. Malgrado tutto. Malgrado la recessione in atto, e la politica dei bassi tassi, il dollaro rimane re. Nella facile aspettativa che conviene rimpinzarsene perché il guadagno è sicuro, già a breve termine.
I fondamentali dell’economia internazionale non sono stati scalfiti dalla crisi. La recessione americana sarà di breve durata e di lieve entità grazie alla tenuta del sistema globale. Che va sempre avanti a tassi sostenuti. E coincide col dollaro. Mario Margiocco ha documentato sul “Sole” di domenica la tenuta della globalizzazione, o del sistema dollaro: i fondi sovrani comprano dollari, le banche centrali asiatiche e latinoamericane pure. Le banche centrali e i fondi sovrani acquistano dollari al ritmo di 70-80 miliardi di dollari ogni mese, quindi 900 nel corso di questo 2008 pure infelice. Le banche centrali avevano a fine 2007 riserve per l’equivalente di 6,4 biliardi di dollari, quattro volte le riserve di dieci prima. Di cui 4 biliardi, il 64 per cento, in dollari, e in euro solo l’equivalente di 1,66 biliardi di dollari. Ancora nel 2007, a crisi finanziaria aperta, le nuove riserve delle banche centrali, pari a 1,33 biliardi di dollari, erano denominate in dollari per circa un biliardo.
Il resto del mondo non condivide la rigida politica malthusiana dell’Europa. Che peraltro non contrasta l’inflazione e anzi la aggrava. L’inflazione da Stato. Della burocrazia invadente e …… Della rigidità monetaria che da Maastricht regola l’Europa. Una camicia di forza che non protegge l’Europa dall’inflazione, che è molto superiore a quella registrata compiacentemente da Eurostat, e anzi è una della sue cause, col petrolio e il caro lavoro.
Un anno prima l’afflusso netto degli investitori privati era stato di 466 miliardi di dollari. E nel quarto trimestre del 2007 ancora di 195 miliardi. La decisa flessione dei tassi imposta dalla Fed per sostenere l’economia e allentare la crisi di Borsa e dei mutui ha reso gli investimenti non più convenienti. La Fed ha portato il tasso base in otto mesi, da aluglio 2007, dal 5,25 al 2,25 nominale attuale. Ma i rendimenti di bond e notes sono una cosa, il dollaro un’altra. Malgrado tutto. Malgrado la recessione in atto, e la politica dei bassi tassi, il dollaro rimane re. Nella facile aspettativa che conviene rimpinzarsene perché il guadagno è sicuro, già a breve termine.
I fondamentali dell’economia internazionale non sono stati scalfiti dalla crisi. La recessione americana sarà di breve durata e di lieve entità grazie alla tenuta del sistema globale. Che va sempre avanti a tassi sostenuti. E coincide col dollaro. Mario Margiocco ha documentato sul “Sole” di domenica la tenuta della globalizzazione, o del sistema dollaro: i fondi sovrani comprano dollari, le banche centrali asiatiche e latinoamericane pure. Le banche centrali e i fondi sovrani acquistano dollari al ritmo di 70-80 miliardi di dollari ogni mese, quindi 900 nel corso di questo 2008 pure infelice. Le banche centrali avevano a fine 2007 riserve per l’equivalente di 6,4 biliardi di dollari, quattro volte le riserve di dieci prima. Di cui 4 biliardi, il 64 per cento, in dollari, e in euro solo l’equivalente di 1,66 biliardi di dollari. Ancora nel 2007, a crisi finanziaria aperta, le nuove riserve delle banche centrali, pari a 1,33 biliardi di dollari, erano denominate in dollari per circa un biliardo.
Il resto del mondo non condivide la rigida politica malthusiana dell’Europa. Che peraltro non contrasta l’inflazione e anzi la aggrava. L’inflazione da Stato. Della burocrazia invadente e …… Della rigidità monetaria che da Maastricht regola l’Europa. Una camicia di forza che non protegge l’Europa dall’inflazione, che è molto superiore a quella registrata compiacentemente da Eurostat, e anzi è una della sue cause, col petrolio e il caro lavoro.
Petrolio a 60, dollaro a 1,30, dopo Bush
Dopo le presidenziali e l’uscita di Bush il barile di petrolio dimezzerà di prezzo, attorno ai 60 dollari. Mentre il dollaro dimezzerà la penalizzazione sull’euro, salendo verso quota 130. Cominciano a corroborarsi di cifre e analisi fra i centri studi Usa le ipotesi politiche sull’andamento dei mercati energetico e monetario dopo l’uscita di scena di George W.Bush, o del partito dei texani, dei petrolieri. La triplice confluenza sul caro-petrolio che ha caratterizzato la seconda presidenza Bush, una produzione limitata di greggio Opec, la speculazione a termine, e la rincorsa dei paesi Opec sul dollaro debole, dovrebbe cessare col 2008. Questa politica, a beneficio dell’industria americana dell’energia (e di Putin, il nemico\amico di Bush, che vende il petrolio e gas con contratti a medio-lungo termine, a prezzi denominati in dollari, ma con indici in euro), colpirà nel prosieguo dell’anno l’economia americana diventando infine insostenibile.
Questo lo schema che sottende le diverse analisi. Il sistema globale creato dagli Usa continuerà a finanziare l’economia americana, ma il caro energia provoca inflazione, la recessione in corso indebolirà ulteriormente il dollaro, e l’afflusso degli investimenti privati dall’estero scenderà verso lo zero. Dando per scontato il superamento della crisi finanziaria dei mutui, la Fed tornerà nel secondo semestre ai tassi alti, il dollaro si rafforzerà, i capitali privati riaffluiranno, insomma una spirale al consolidamento si avvierà. Compresa la stabilizzazione dei prezzi folli dell’energia.
Questo lo schema che sottende le diverse analisi. Il sistema globale creato dagli Usa continuerà a finanziare l’economia americana, ma il caro energia provoca inflazione, la recessione in corso indebolirà ulteriormente il dollaro, e l’afflusso degli investimenti privati dall’estero scenderà verso lo zero. Dando per scontato il superamento della crisi finanziaria dei mutui, la Fed tornerà nel secondo semestre ai tassi alti, il dollaro si rafforzerà, i capitali privati riaffluiranno, insomma una spirale al consolidamento si avvierà. Compresa la stabilizzazione dei prezzi folli dell’energia.
domenica 6 aprile 2008
Riotta verso "la Repubblica"
Nel prevedibile rimescolamento degli incarichi alla Rai dopo le elezioni, la via d’uscita di Riotta è verso “Repubblica” e non più verso il “Corriere”. Il “Corriere” è stato il giornale in cui Riotta è cresciuto e alla cui direzione sembrava predestinato, anche per la dichiarata stanchezza dell’attuale direttore Mieli. Ma anche la Rcs si sta preparando al dopo-elezioni, e la versatilità di Mieli, che comunque si garantisce con un ottimo giornalismo, è ritenuto un asset di cui non privarsi. Nella sua gestione del Tg 1 Riotta invece ha stabilito ottimi rapporti con Carlo De Benedetti, il proprietario di “Repubblica”. Che ama in vecchiaia il suo mestiere di editore più che di padrone. Intende esercitarne il ruolo, come ha già dimostrato portando un personaggio della qualità di Scalfari fuori dal giornale. E sta cercando un rinnovamento della formula, che faccia uscire il quotidiano romano fuori dalla fossilizzazione veltroniana.
In questo quadrio De Benedetti ha avuto con i suoi collaboratori parole di elogio per il direttore del Tg1. Riotta è stato portato alla Rai da Prodi, e De Benedetti anche politicamente vuole ristabilire il suo asse privilegiato col presidente uscente del consiglio. E' un momento di stanca per i grandi quotidiani della sinistra, in calo di vendite e perfino di diffusione. Di cui gli editori hanno il sospetto che la colpa sia della loro eccessiva politicizzazione, e del politicamente corretto che condiziona anche lealtre parti del giornale. Da qui la ricerca di una "nuova generazione" di direttori.
In questo quadrio De Benedetti ha avuto con i suoi collaboratori parole di elogio per il direttore del Tg1. Riotta è stato portato alla Rai da Prodi, e De Benedetti anche politicamente vuole ristabilire il suo asse privilegiato col presidente uscente del consiglio. E' un momento di stanca per i grandi quotidiani della sinistra, in calo di vendite e perfino di diffusione. Di cui gli editori hanno il sospetto che la colpa sia della loro eccessiva politicizzazione, e del politicamente corretto che condiziona anche lealtre parti del giornale. Da qui la ricerca di una "nuova generazione" di direttori.
Profumo di uscita
Le Fondazioni del Nord padrone di Unicredit non sono contente di Profumo. Non è una novità: sempre le Fondazioni si sono lamentate del loro amministratore delegato. Delle cui capacità però non hanno mai potuto privarsi. Dopo la fusione con la tedesca Hvb la posizione di Profumo sembra perfino inattaccabile, poiché è il referente unico dell’intera operazione. E tuttavia sono in molti a ritenere la sua più che decennale esperienza a Unicredit conclusa. Le sue posizioni politiche, tra Bertinotti e D’Alema, contrastano con quelle dei suoi soci, e questo è il motivo principale di contrasto. Anche perché sono esibite, quasi che il manager pensasse a un futuro politico. Ma tornano pure le vecchie contestazioni. Profuno non sa valorizzare le partecipazioni importanti nell’establishment finanziario, da Mediobanca a Generali e al “Corriere”. La sua continua espansione non produce le ricche cedole che sarebbero possibili. Uncredit starebbe perdendo il radicamento nel territorio delle diverse banche acquisite, nel retail no, ma nel segmento affari sì, che è il più redditizio, ed è praticamente assente dal credto al consumo, altro lucroso segmento. A Profumo viene addebitata anche l’unica operazione intra moenia dal punto di vista politico, dell’ortodossia confessionale: l’acquisto di Capitalia-Banca di Roma, di difficile digestione. Dopo le elezioni il problema Banco di Sicilia si riaprirà, con Lombardo alla presidenza dell’isola, e Profumo ha già mostrato di non saper capire o circuire le esigenze territoaili del Banco stesso. Ci sono perfino i nomi dei manager che potrebbero prenderne il posto: Pietro Modiano, che è stato a lungo direttore generale di Unicredit, e Matteo Arpe, l’ex ad di Capitalia.
Il socialismo degli speculatori
Quali che siano le perdite finali delle banche Usa, di Ubs e delle banche inglesi alla fine dei conti, 50 o 500 miliardi, sono già il settore più assistito dalla finanza pubblica, sia in Inghilterra che negli Usa. Il finanziamento pubblico alla speculazione era ancora da vedere nella storia, ma questo è ora successo, e di più, secondo tutti i pareri, succederà. Cambiata è sicuramente l’ottica: in altra epoca si sarebbe detto “senza vergogna”, ora si dice “proteggere il mercato”. Da se stesso. Coi soldi dei contribuenti: la finanza è l’onore del mondo e bisogna pagare.
Socializzare le perdite si diceva un tempo – i finanzieri dicevano – con orrore, oggi lo slogan è “socializzare la speculazione”. In Inghilterra si è arrivati a socializzare le perdite della Northern Rock, lasciando agli azionisti la polpa buona della stessa banca. La crisi del 2007-2008 non sarà stata un altro ’29 perché i consumi malgrado tutto non sono crollati e non c’è disoccupazione. E questo grazie alla globalizzazione, che peraltro certa sinistra erige a suo nemico. Allo sviluppo dell’Asia, immenso continente dalla Turchia all’Indonesia, con i suoi fondi sovrani che ritengono loro dovere salvare la stessa globalizzazione. Mentre va sotto silenzio la doppia catastrofe, del liberalismo fiducioso nella mano provvidenziale di Adam Smith, e del socialismo che il mito assistenziale e redistributivo argomentava nel nome dell’uguaglianza. A meno che la Provvidenza di Smith con sia l’uguaglianza dei profittatori. Ma è un’epoca senza argomenti, non c’è neppure da ridere.
Socializzare le perdite si diceva un tempo – i finanzieri dicevano – con orrore, oggi lo slogan è “socializzare la speculazione”. In Inghilterra si è arrivati a socializzare le perdite della Northern Rock, lasciando agli azionisti la polpa buona della stessa banca. La crisi del 2007-2008 non sarà stata un altro ’29 perché i consumi malgrado tutto non sono crollati e non c’è disoccupazione. E questo grazie alla globalizzazione, che peraltro certa sinistra erige a suo nemico. Allo sviluppo dell’Asia, immenso continente dalla Turchia all’Indonesia, con i suoi fondi sovrani che ritengono loro dovere salvare la stessa globalizzazione. Mentre va sotto silenzio la doppia catastrofe, del liberalismo fiducioso nella mano provvidenziale di Adam Smith, e del socialismo che il mito assistenziale e redistributivo argomentava nel nome dell’uguaglianza. A meno che la Provvidenza di Smith con sia l’uguaglianza dei profittatori. Ma è un’epoca senza argomenti, non c’è neppure da ridere.
venerdì 4 aprile 2008
Az, il sindacato suicida per Uolter
Ha messo il sindacato a nudo, e ha aperto una falla che potrebbe travolgerlo per molti anni: il soggetto è il sindacato stesso. La sciocca mossa di Epifani, il leader della Cgil, e della Cisl dell’anti-Prodi Bonanni, a favore di sir Uolter ha scatenato la giusta ira di un’azienda che dal sindacato è stata ridotta in macerie. L’Alitalia è potenzialmente ricchissima, ma se deve mantenere la sede a Roma mentre opera da Milano, o se deve avere tre steward in volo invece di uno, non può che perdere un milione di euro al giorno. Questo Air France lo sa, e ora Spinetta scenderà a prendersene le macerie, invocato come un santo. Ma non finirà con l’ovvia cessione di Az a Af, compratore unico, e per molti aspetti anche benemerito.
Un sindacato che si è sempre disinteressato delle condizioni del lavoro, perfino della sicurezza. Che non sa fare i contratti del pubblico impiego quando al governo c’è il vecchio compromesso storico. Che si muove su Az solo quando Berlusconi interviene, per tamponarlo in qualche modo a favore di Veltroni. E non sa fare altro che immettere Fintecna, cioè il carrozzone politico vecchio stampo, nella proprietà di Az. È un sindacato che il vetero giornalismo che ci governa difende già con affanno, i padroni non hanno più argomenti in suo favore. È profezia doverosa che, dopo Az, non rappresenterà più nessuno. Nemmeno più i pensionati, che da un quindicennio erano diventati il suo pilastro, ma ai quali non riesce a dare più nemmeno il carovita. Gli restano i pensionabili, coloro che vogliono andare in pensione a 57 o 58 anni, ma sono sempre meno. Sotto i trent’anni non ci sono più iscritti al sindacato, solo pochi operai, alcune diecine di migliaia in tutto.
Un sindacato che si è sempre disinteressato delle condizioni del lavoro, perfino della sicurezza. Che non sa fare i contratti del pubblico impiego quando al governo c’è il vecchio compromesso storico. Che si muove su Az solo quando Berlusconi interviene, per tamponarlo in qualche modo a favore di Veltroni. E non sa fare altro che immettere Fintecna, cioè il carrozzone politico vecchio stampo, nella proprietà di Az. È un sindacato che il vetero giornalismo che ci governa difende già con affanno, i padroni non hanno più argomenti in suo favore. È profezia doverosa che, dopo Az, non rappresenterà più nessuno. Nemmeno più i pensionati, che da un quindicennio erano diventati il suo pilastro, ma ai quali non riesce a dare più nemmeno il carovita. Gli restano i pensionabili, coloro che vogliono andare in pensione a 57 o 58 anni, ma sono sempre meno. Sotto i trent’anni non ci sono più iscritti al sindacato, solo pochi operai, alcune diecine di migliaia in tutto.
mercoledì 2 aprile 2008
Radio Tirana risorge a "Report"
Ottimo giornalismo televisivo, d’immagini, personaggi, ambienti, a “Report” di domenica su Rai Tre. Anche l’argomento era appassionante: dove sono finiti i soldi della 488, la legge che per un quindicennio ha favorito gli investimenti al Sud. Parlavano corrotti e moralisti, a riprova che al Sud non c’è omertà, ma semmai il contrario, troppe parole al vento. Si vedevano fabbriche mai entrate in funzione. Fisionomie marcate segnavano le immagini come in una commedia dell’arte, tanto più per essere reali e non inventate. Sembrava il giornalismo di “Samarcanda”, così raro nelle nostre tv. Perfino una semplice manifestazione elettorale in Sicilia, con Cuffaro e Mannino protagonisti, di quelle che si fanno ogni giorno a diecine, sembrava cinema del miglior Kusturica. Il tutto imbalsamato nell’ortodossia picista, che si dice togliattiana ma è puro sovietismo. Declamato nel tono stentoreo di radio Tirana, di cui la produttrice e speakerina del programma è figurazione attendibile. Puro cinema di Ejzenštejn. Non fosse stato per la povera piaggeria che caratterizza la rete.
Tutto è stato messo in conto alla Calabria, e al trapanese: l’incapacità, lo spreco, la cottuttela. Senza specificare che sono due aree limitate rispetto alla proiezione della 488. Senza specificare che gli sprechi sono una quota di nemmeno il 5 per cento delle risorse della 488. Senza mai riconoscere il coraggio civico degli interlocutori. Accuratamente tenendo fuori amministratori e imprenditori compagni. L’eccellente informatore di Trapani è nettissimo sulle responsabilità politiche, ma “Report” solo indaga su Cuffaro, che non c’entra. Con pistolotto finale della fiera conduttrice, e voce finalmente cantante, in omaggio all’eccellente ministro Bersani, che tanta ignominia ha cancellato – ha cancellato la 488, niente sussidi al Sud. Settanta, ottanta, anni dopo Stalin tutto ciò è sembrato povero, anzi indigente. Ma a distanza di qualche giorno anche il quadro si riscatta: questa Rai Tre, giù mummificata, sarà un’eccellente riserva di fonti per la storia.
Tutto è stato messo in conto alla Calabria, e al trapanese: l’incapacità, lo spreco, la cottuttela. Senza specificare che sono due aree limitate rispetto alla proiezione della 488. Senza specificare che gli sprechi sono una quota di nemmeno il 5 per cento delle risorse della 488. Senza mai riconoscere il coraggio civico degli interlocutori. Accuratamente tenendo fuori amministratori e imprenditori compagni. L’eccellente informatore di Trapani è nettissimo sulle responsabilità politiche, ma “Report” solo indaga su Cuffaro, che non c’entra. Con pistolotto finale della fiera conduttrice, e voce finalmente cantante, in omaggio all’eccellente ministro Bersani, che tanta ignominia ha cancellato – ha cancellato la 488, niente sussidi al Sud. Settanta, ottanta, anni dopo Stalin tutto ciò è sembrato povero, anzi indigente. Ma a distanza di qualche giorno anche il quadro si riscatta: questa Rai Tre, giù mummificata, sarà un’eccellente riserva di fonti per la storia.
Az tra corruzione e speculazione
Quando bisognerà spiegare l’Italia di fine millennio, lo storico del futuro avrà in Alitalia l’exemplum e la prova. Il candidato dell’opposizione in queste elezioni aveva nella gestione di Alitalia un siluro perfetto contro il governo, il cui capo è all’origine di tutte le disavventure della compagnia: l’aumento di capitale irrisorio del 1996, il siluramento del buon manager Cempella per sostituirlo con l’incompetente Mengozzi, e poi, attraverso l’opposizione, col suo altro poulain Cimoli, la vendita con una finta asta che ha allontanato ogni compratore, eccetto quello predestinato, Air France. E invece il capo dell’opposizione che fa? Propone una cordata d’acquisto che non c’è. Una cordata che, coi soldi che dovrebbe mettere, si sarebbe potuta comprare tutta Air France, spiega Giovanni Colonna sul “Manifesto” (“con 1,6 miliardi di euro di capitale di rischio si può ottenere un prestito da qualsiasi banca nel mondo e, oggi, una somma del genere, 2,6 miliardi, è sufficiente a comprare sul mercato la maggioranza delle azioni Air France…”). Nelle more, il capo dell’opposizione scatena una piccola speculazione al rialzo – piccola per modo di dire, sono stati messi da parte in due giorni un centinaio di milioni.
Bene, si dirà: quell’uomo è un affarista, e non poteva fare che questo. Ma la Consob e la magistratura, che sono pagate per vigilare contro la speculazione, che è un reato, non si sono mosse. E il capo dell’opposizione, che è anche un furbo, non avrà pensato di poter meglio vincere le elezioni non attaccando il capo del governo? Per assurdo che sia, spera di vincere le elezioni col sostegno, certo surrettizio, di quet’uomo, che pure sostiene il partito avverso, e anzi in certo modo ne è il capo. Perché anche il capo del governo dimissionario vuole avere un futuro, quale capo dello Stato.
Meno contorta, anzi ordinaria amministrazione, ma non meno singolare, la vicenda della cordata "nazionale" messa su da Intesa. Dall'amministratore delegato della prima banca, Passera. Mentreil presidente Salza non solo si tira fuori: "Inutile tirarci per la giacchetta, peggio, contare sl nostro slenzio-assenso". Ma è del netto parere che non si può fare una cordata per salvare Malpensa: "Sono convinto che l'Italia possa avere un solo hub, e questo è Fiumicino".
La corruzione non manca. Ma, in tanta incompetenza, è marginale. C’è il Mengozzi che diventa consulente del compratore unico Air France, lo stesso che è amico del capo del governo ed era amministratore di Alitalia. C’è il ministro delegato alla vendita che s’intrattiene in colloqui riservati col compratore unico Air France. C’è il capo della Cisl Bonanni, amico del capo del governo, che lo accusa nientemeno che di interesse privato nella vendita.
Poi c’è Milano. Malpensa è l’opera pubblica più costosa e inutile dell’Italia, trent’anni di denaro pubblico versato nel pozzo, ma Milano vuole che sia un grande aeroporto, uno dei più grandi d’Europa. Non per il conforto dei milanesi, che scappano a prendere l’aereo ovunque eccetto che a Malpensa, ma perché Milano è Milano. Con corteo di banchieri, opinionisti, grandi giornali, e con un supporto elettorale sempre consistente dei milanesi stessi – il leghismo è uno stato d’animo, come il razzismo. Inutile rimproverare ai condottieri di Malpensa, alla Regione, alle provincie di Milano e di Varese, ai sindaci delle due città, che in dodici ani non hanno saputo nemmeno fare un'autostrada e una linea ferroviaria diretta con Malpensa. Farci arrivare il gas è stata opera titanica: i comuni attraversati hanno imposto ogni sorta di taglia.
E poi c'è il sindacato. Che scopre Alitalia dopo che l'ha scoperta Berlusconi. Se ne occupa solo per bilanciare Berlusconi, facendo qualcosa per il partito Democratico. E propone la proprietà di Fintecna, l'ultimo carrozzone politico rimasto. Non sembra vero, ma lo è.
Bene, si dirà: quell’uomo è un affarista, e non poteva fare che questo. Ma la Consob e la magistratura, che sono pagate per vigilare contro la speculazione, che è un reato, non si sono mosse. E il capo dell’opposizione, che è anche un furbo, non avrà pensato di poter meglio vincere le elezioni non attaccando il capo del governo? Per assurdo che sia, spera di vincere le elezioni col sostegno, certo surrettizio, di quet’uomo, che pure sostiene il partito avverso, e anzi in certo modo ne è il capo. Perché anche il capo del governo dimissionario vuole avere un futuro, quale capo dello Stato.
Meno contorta, anzi ordinaria amministrazione, ma non meno singolare, la vicenda della cordata "nazionale" messa su da Intesa. Dall'amministratore delegato della prima banca, Passera. Mentreil presidente Salza non solo si tira fuori: "Inutile tirarci per la giacchetta, peggio, contare sl nostro slenzio-assenso". Ma è del netto parere che non si può fare una cordata per salvare Malpensa: "Sono convinto che l'Italia possa avere un solo hub, e questo è Fiumicino".
La corruzione non manca. Ma, in tanta incompetenza, è marginale. C’è il Mengozzi che diventa consulente del compratore unico Air France, lo stesso che è amico del capo del governo ed era amministratore di Alitalia. C’è il ministro delegato alla vendita che s’intrattiene in colloqui riservati col compratore unico Air France. C’è il capo della Cisl Bonanni, amico del capo del governo, che lo accusa nientemeno che di interesse privato nella vendita.
Poi c’è Milano. Malpensa è l’opera pubblica più costosa e inutile dell’Italia, trent’anni di denaro pubblico versato nel pozzo, ma Milano vuole che sia un grande aeroporto, uno dei più grandi d’Europa. Non per il conforto dei milanesi, che scappano a prendere l’aereo ovunque eccetto che a Malpensa, ma perché Milano è Milano. Con corteo di banchieri, opinionisti, grandi giornali, e con un supporto elettorale sempre consistente dei milanesi stessi – il leghismo è uno stato d’animo, come il razzismo. Inutile rimproverare ai condottieri di Malpensa, alla Regione, alle provincie di Milano e di Varese, ai sindaci delle due città, che in dodici ani non hanno saputo nemmeno fare un'autostrada e una linea ferroviaria diretta con Malpensa. Farci arrivare il gas è stata opera titanica: i comuni attraversati hanno imposto ogni sorta di taglia.
E poi c'è il sindacato. Che scopre Alitalia dopo che l'ha scoperta Berlusconi. Se ne occupa solo per bilanciare Berlusconi, facendo qualcosa per il partito Democratico. E propone la proprietà di Fintecna, l'ultimo carrozzone politico rimasto. Non sembra vero, ma lo è.
mercoledì 19 marzo 2008
"Corriere" razzista tra Gioia e Malpensa
Non ci ha mandato Antonio Stella ma con Erika Dellacasa il “Corriere della sera” oggi non è da meno. Il porto di Gioia è mafioso. Cioè, non è mafioso ma vorrebbe esserlo. Cioè, non vorrebbe esserlo ma potrebbe. L’interlocutrice Cecilia Eckelmann Battistello è spalla più che volenterosa: come ogni sei mesi da tre anni a questa parte, denuncia che imbarcherà le sue gru e se ne andrà. Anche se ha preso tanto traffico per fine 2007 e tutto il 2008, malgrado l’apertura del terminale concorrente di Porto Said, che non riesce a gestirlo, neanche su tre turni, da qualche mese si fa la fila davanti al porto, e stallie e controstallie fioccano. Questo non lo dice, ma, manager accorta, la signora Battistello non nasconde al “Corriere” che intende raddoppiare Gioia Tauro entro il 2012. Malgrado la mafia ovviamente.
Questo è il problema: alla Contship-Eurogate della signora Battistello il porto terminale più grande del Mediterraneo non basta, vuole una nuova banchina subito, e la vuole tutta per sé. Ma questo non interessa al giornale di Milano. Milano, giustamente severa, vuole sapere della mafia. E la Battistello fa i fuochi d’artificio d’ordinanza: “Quando negli anni Novanta hanno tentato di estorcerci un dollaro e mezzo a container abbiamo fatto denuncia”. Negli anni cioè in cui il porto apriva. E un dollaro e mezzo era il margine per il trasporto e il trans-shipment messi assieme. Senza contare che a Gioia e in Calabria non c’è un’organizzazione in grado di pretendere un pizzo di un dollaro e mezzo, e neanche di mezzo dollaro. Si può raccontare di tutto, evidentemente, ai giornalisti. Ma bisogna che siano compiacenti. E il “Corriere della sera” assolutamente non può accettare che il porto di Gioia funzioni, abbia sempre funzionato, con gran guadagno della Contiship, di Eurogate, e di ogni altro operatore. Se non c’era la signora Battistello. Che in Africa, dice con giubilo a Dellacasa, si troverebbe meglio.
“Cebi”, Cecilia Battistello, detta “Sibi”, all’inglese, non è antipatica. Bella ragazza veneta, con residenza a Cipro prima di sposare il signor Eckelmann proprietario di Eurokai-Eurogate-Contship, primo gruppo di shipping europeo, con nove mlioni di container movimentati l’anno (la metà a Gioia Tauro… ), è l’erede del furbissimo Ravano, l’imprenditore genovese dei container che quindici anni fa si prese l’esclusiva di Gioia Tauro. Del porto di Gioia, che è costato un terzo, in soldi pubblici, del trentennale ludibrio di Malpensa. Del “Corriere” invece non si sa che dire, se non denunciarme il razzismo.
Si veda anche la vicenda Malpensa. Per la quale lo stesso “Corriere” chiede in paginate il rilancio, cioè più soldi pubblici. Malpensa che, nomen omen, dopo avere inghiottito senza profitto una diecina di migliaia vecchi miliardi, per di più ha portato al fallimento una primaria azienda quale l’Alitalia. Come se, abbandonato da Alitalia, ci fosse la coda al terminale milanese di altre linee aeree… S’immagini una Malpensa, ancorché piccola, attorno a Reggio Calabria. Che, abbandonata da Alitalia, nessuna compagnia volesse usare come scalo, neppure alle tariffe da saldo di Malpensa. Sulla prima del “Corriere della sera” Gian Antonio Stella ne avrebbe fatto ripetuto ludibrio. Dellacasa non ne ha la statura, ma è ben avviata. Si vede dal piccolo capolavoro che imbastisce con la signora Battistello a proposito delle dogane, da cui sempre vengono i problemi agli operatori, anche a Gioia. Si accenna a “traffici” di cui sarebbero responsabili, ma di passata, senza infierire, perché la dogane possono venire sempre utili. E poi non sono calabresi come la mafia.
Si fatica a vedere il mite Paolo Mieli a capo di una banda di razzisti. Ma forse, per il solo fatto di stare a Milano, il “Corriere della sera” non può sottrarsi: i razzisti producono razzismo.
Questo è il problema: alla Contship-Eurogate della signora Battistello il porto terminale più grande del Mediterraneo non basta, vuole una nuova banchina subito, e la vuole tutta per sé. Ma questo non interessa al giornale di Milano. Milano, giustamente severa, vuole sapere della mafia. E la Battistello fa i fuochi d’artificio d’ordinanza: “Quando negli anni Novanta hanno tentato di estorcerci un dollaro e mezzo a container abbiamo fatto denuncia”. Negli anni cioè in cui il porto apriva. E un dollaro e mezzo era il margine per il trasporto e il trans-shipment messi assieme. Senza contare che a Gioia e in Calabria non c’è un’organizzazione in grado di pretendere un pizzo di un dollaro e mezzo, e neanche di mezzo dollaro. Si può raccontare di tutto, evidentemente, ai giornalisti. Ma bisogna che siano compiacenti. E il “Corriere della sera” assolutamente non può accettare che il porto di Gioia funzioni, abbia sempre funzionato, con gran guadagno della Contiship, di Eurogate, e di ogni altro operatore. Se non c’era la signora Battistello. Che in Africa, dice con giubilo a Dellacasa, si troverebbe meglio.
“Cebi”, Cecilia Battistello, detta “Sibi”, all’inglese, non è antipatica. Bella ragazza veneta, con residenza a Cipro prima di sposare il signor Eckelmann proprietario di Eurokai-Eurogate-Contship, primo gruppo di shipping europeo, con nove mlioni di container movimentati l’anno (la metà a Gioia Tauro… ), è l’erede del furbissimo Ravano, l’imprenditore genovese dei container che quindici anni fa si prese l’esclusiva di Gioia Tauro. Del porto di Gioia, che è costato un terzo, in soldi pubblici, del trentennale ludibrio di Malpensa. Del “Corriere” invece non si sa che dire, se non denunciarme il razzismo.
Si veda anche la vicenda Malpensa. Per la quale lo stesso “Corriere” chiede in paginate il rilancio, cioè più soldi pubblici. Malpensa che, nomen omen, dopo avere inghiottito senza profitto una diecina di migliaia vecchi miliardi, per di più ha portato al fallimento una primaria azienda quale l’Alitalia. Come se, abbandonato da Alitalia, ci fosse la coda al terminale milanese di altre linee aeree… S’immagini una Malpensa, ancorché piccola, attorno a Reggio Calabria. Che, abbandonata da Alitalia, nessuna compagnia volesse usare come scalo, neppure alle tariffe da saldo di Malpensa. Sulla prima del “Corriere della sera” Gian Antonio Stella ne avrebbe fatto ripetuto ludibrio. Dellacasa non ne ha la statura, ma è ben avviata. Si vede dal piccolo capolavoro che imbastisce con la signora Battistello a proposito delle dogane, da cui sempre vengono i problemi agli operatori, anche a Gioia. Si accenna a “traffici” di cui sarebbero responsabili, ma di passata, senza infierire, perché la dogane possono venire sempre utili. E poi non sono calabresi come la mafia.
Si fatica a vedere il mite Paolo Mieli a capo di una banda di razzisti. Ma forse, per il solo fatto di stare a Milano, il “Corriere della sera” non può sottrarsi: i razzisti producono razzismo.
martedì 18 marzo 2008
L'euromuro della stolida Europa
S’immagini l’euro a 0,80 sul dollaro, o alla pari, come sembrava destinato, invece che a 1,60 qual è oggi, staremo peggio o staremmo meglio? Non potremmo stare peggio: l’euro caro è il pilastro principale della tendenza al rialzo delle materie prime, agricole e minerali, in atto ormai da quasi un lustro. Nonché dell’inflazione, che il paniere Eurostat non riesce più a nascondere. La Fortezza Europa si vuole protetta, ma il Muro sarà stata l’ultima sua devastante ideologia. Quello di Berlino, quello di Gerusalemme, per il teutonismo ebraico indefettibile, quello di Zanonato e altri strateghi nordici, e quello dell’euro. Che ora vale due volte il dollaro, ma senza alcun buon motivo. Il Muro è certo meno peggio del lager, quello dell’euro poi è autolesionista, ma quanti danni.
L’euro che vale il doppio del dollaro (aveva debuttato a 0,80 pochi anni fa, ricordate?) dovrebbe proteggere l’Europa dall’inflazione, questo vuole la stolida ideologia tedesca, e invece non fa che moltiplicarla. Quella domestica per ovvi motivi: agricoltori, allevatori, mediatori agroindustriali, per quanto potenti, industriali della meccanica, dell’abbigliamento, dell’elettrotecnica, di tutti i comparti di consumo, per rincorrere condizioni di produzione sempre più onerose, in un mercato sempre più ristretto, per la contrazione dei consumi e delle esportazioni. Ritorna lo schema anni Settanta, quando prezzi e salari si rincorrevano lungo la scala mobile. Oggi prezzi e produzione si rincorrono a causa dell’inafferrabile e caro euro.
Ma il caro euro è anche all’origine di buona parte dell’inflazione da importazione da cui dovrebbe proteggere l’Europa: petrolio, granaglie, metalli, preziosi. A motivo del caro-denaro che esso ingenera e protegge. E per agire da comodo piedistallo alla speculazione al rialzo sulle materie prime, tante sono le ricchezze che essa ha accumulato in cinque anni contro le stolide certezze di Trichet & co.. E quando, dopo i quattro anni di magra seguiti all’infausto decollo dell’euro, un minimo di ripresa del lavoro e della produzione, e quindi del reddito e dei consumi, si è manifestato, l’ha spento come se fosse un focolaio infetto. Il masochismo dell’euromuro è evidente se si guarda alle condizioni della produzione: quale area economica si sega da sé dal “mondo”? Dal mercato nordamericano cioè, che è sempre un buon terzo del mercato mondiale, e da quelli asiatici, del petrolio compreso, che sono legati a quello americano?
Gli speculatori che l’euromuro arricchisce lasciano volentieri la loro liquidità in euro, ma giusto per lucrare il cinque per cento e più, i tanti fondi sovrani che i produttori esportatori di materie prime hanno dovuto mettere su per gestire una così enorme liquidità. Si tengono liquidi in euro, pronti a scappare, capitalizzando una forza che ritengono pretestuosa, improduttiva, e probabilmente intenibile. Non comprano, non investono, dove c’erano – in Borsa – scappano via, cedole e capitali, tenendosi sempre ben stretti malgrado tuoni e tempeste all’area del dollaro, dove si fa la vera ricchezza, si investe, si produce, si consuma. Si denominano in dollari, ne fanno incetta per le loro banche centrali, investono in dollari, almeno per il 90 per cento del totale, gli investimenti eurovestiti si contano.
La politica della Bce è una non inconscia politica di tagliarseli. Per orgoglio, certo. Per stupidità: la spesa per interessi sul debito pubblico, oggi la peggiore aggravante del debito italiano, è passata dal 4 per cento del pil del 2005 al 5 per cento nel 2007, con un aumento in un solo anno di 17 miliardi in più sacrificati all’euromuro, che sono andati per oltre la metà nelle tasche dei fondi esteri e dei fondi sovrani. Per impotenza anche, malgrado la superbia, se il raddoppio di valore nominale rispetto al dollaro impoverisce e non arricchisce l’Europa. Una politica di vecchi dispettosi, che quando hanno detto male degli Usa, svolto il compitino dei loro nonni, e creato dei cordoni sanitari, si dicono grandi statisti e soddisfatti. Che l’Asia, un terzo dell’umanità, si stia portando d’un colpo al livello dell’Occidente non possono capirlo, la globalizzazione basta deprecarla, e tutto finisce – non siamo europei per niente.
L’euro che vale il doppio del dollaro (aveva debuttato a 0,80 pochi anni fa, ricordate?) dovrebbe proteggere l’Europa dall’inflazione, questo vuole la stolida ideologia tedesca, e invece non fa che moltiplicarla. Quella domestica per ovvi motivi: agricoltori, allevatori, mediatori agroindustriali, per quanto potenti, industriali della meccanica, dell’abbigliamento, dell’elettrotecnica, di tutti i comparti di consumo, per rincorrere condizioni di produzione sempre più onerose, in un mercato sempre più ristretto, per la contrazione dei consumi e delle esportazioni. Ritorna lo schema anni Settanta, quando prezzi e salari si rincorrevano lungo la scala mobile. Oggi prezzi e produzione si rincorrono a causa dell’inafferrabile e caro euro.
Ma il caro euro è anche all’origine di buona parte dell’inflazione da importazione da cui dovrebbe proteggere l’Europa: petrolio, granaglie, metalli, preziosi. A motivo del caro-denaro che esso ingenera e protegge. E per agire da comodo piedistallo alla speculazione al rialzo sulle materie prime, tante sono le ricchezze che essa ha accumulato in cinque anni contro le stolide certezze di Trichet & co.. E quando, dopo i quattro anni di magra seguiti all’infausto decollo dell’euro, un minimo di ripresa del lavoro e della produzione, e quindi del reddito e dei consumi, si è manifestato, l’ha spento come se fosse un focolaio infetto. Il masochismo dell’euromuro è evidente se si guarda alle condizioni della produzione: quale area economica si sega da sé dal “mondo”? Dal mercato nordamericano cioè, che è sempre un buon terzo del mercato mondiale, e da quelli asiatici, del petrolio compreso, che sono legati a quello americano?
Gli speculatori che l’euromuro arricchisce lasciano volentieri la loro liquidità in euro, ma giusto per lucrare il cinque per cento e più, i tanti fondi sovrani che i produttori esportatori di materie prime hanno dovuto mettere su per gestire una così enorme liquidità. Si tengono liquidi in euro, pronti a scappare, capitalizzando una forza che ritengono pretestuosa, improduttiva, e probabilmente intenibile. Non comprano, non investono, dove c’erano – in Borsa – scappano via, cedole e capitali, tenendosi sempre ben stretti malgrado tuoni e tempeste all’area del dollaro, dove si fa la vera ricchezza, si investe, si produce, si consuma. Si denominano in dollari, ne fanno incetta per le loro banche centrali, investono in dollari, almeno per il 90 per cento del totale, gli investimenti eurovestiti si contano.
La politica della Bce è una non inconscia politica di tagliarseli. Per orgoglio, certo. Per stupidità: la spesa per interessi sul debito pubblico, oggi la peggiore aggravante del debito italiano, è passata dal 4 per cento del pil del 2005 al 5 per cento nel 2007, con un aumento in un solo anno di 17 miliardi in più sacrificati all’euromuro, che sono andati per oltre la metà nelle tasche dei fondi esteri e dei fondi sovrani. Per impotenza anche, malgrado la superbia, se il raddoppio di valore nominale rispetto al dollaro impoverisce e non arricchisce l’Europa. Una politica di vecchi dispettosi, che quando hanno detto male degli Usa, svolto il compitino dei loro nonni, e creato dei cordoni sanitari, si dicono grandi statisti e soddisfatti. Che l’Asia, un terzo dell’umanità, si stia portando d’un colpo al livello dell’Occidente non possono capirlo, la globalizzazione basta deprecarla, e tutto finisce – non siamo europei per niente.
lunedì 17 marzo 2008
I troppi buchi della Trimestrale di cassa
Spulciando nella ex Trimestrale di cassa si vede netto che il governo Prodi ha meritato di cadere.
Ha incrementato di due punti del pil la pressione fiscale, di ben trenta miliardi cioè. Un drenaggio di risorse enorme. Per presentare il compitino a Bruxelles, al plauso del compiacente Almunia. E per aumentare la spesa. La spesa corrente improduttiva, o “politica”, non gli investimenti. Che anzi ha bloccato o diluito, quei pochi che erano stati avviati. Quella spesa che è il buco nero dell’Italia. Figurativamente, è stato come togliere il fieno al puledro scalpitante, se l’Italia lo è ancora, per darlo al porco, che se ne serve solo per avvoltolarcisi.
La premessa del ministro Tommaso Padoa Schioppa denuncia i limiti dell’ideologia della Banca d’Italia, puro equilibrismo senza la saggezza di Ciampi (e di Fazio). Con bugie evidenti: “Il peso (del fisco) sul contribuente leale non è aumentato”, mentre tutti abbiamo pagato fra mille e duemila euro l’anno più. O: “Le risorse finanziarie per alcune infrastrutture chiave sono state ricostituite”, mentre invece sono state ridotte o addirittura cancellate, dalla Salerno-Rc alla variante di valico Firenze-Bologna, al passante di Mestre, e naturalmente al traforo alpino della Tav e al Ponte di Messina.”Nel 2008 l’economia rallenta ma i conti tengono e migliorano”, mentre le tabelle della stessa Relazione mostrano che non ci sono margini per ulteriori incrementi fiscali, destinati anzi a essere assorbiti dalle spese già approvate. E che il deficit anzi è già sul 2,6-2,8 per cento del pil, insomma è al fatidico tre per cento del Patto di stabilità europeo: si sa già che l’avanzo a dicembre è inferiore di tre miliardi rispetto ai 15 che la Trimestrale registra, per effetto del caro euro che rende più oneroso il debito, e in questo primo trimestre è per lo stesso motivo inferiore di quattro e forse cinque miliardi.
Sul primo punto la stessa Relazione smentisce il ministro: “Il carico fiscale su chi adempie in pieno al dovere di contribuente è anormalmente alto”. Gli aumenti delle entrate fiscali sono imputati in tabella alle imposte dirette e agli oneri sociali. Dell’aumento del gettito erariale nel 2007, stimato in 27,2 miliardi, meno di un quinto, 5,3 miliardi, viene imputato alle misure antievasione\elusione. E ancora, di questa quota è da sapere quanta sarà incassata veramente: il miglioramento è “prima dell’eliminazione dell’anticipo dei concessionari della riscossione”. I casi di Roma, dove le ondate di “cartelle pazze” si susseguono, da un milione di cartelle a ondata, fanno presupporre un sicuro flop.
Eredità gravosa
Al nuovo governo Padoa Schioppa lascia allegro un compito gravosissimo: ridurre nei tre anni 2009-2011 di mezzo punto del pil all’anno la spesa ordinaria, venti miliardi nei tre anni, per appianare il bilancio. E di ben un punto di pil l’anno, 40 miliardi nei tre anni, se si vuole cominciare a sgravare il reddito fisso e le imprese degli insostenibili oneri fiscali e parafiscali. “Nel complesso, la politica di bilancio dovrà recuperare risorse nel trienni 2009-2011 per un ammontare che si situa tra i 20 e i 30 miliardi”. Al netto dell’eventuale finanziamento di sgravi fiscali. Il “risanamento” che Padoa Schioppa vanta lascia insomma un’eredità ben gravosa.
Più in generale, Prodi ha preso l’Italia in una situazione di forte espansione nel 2006, e la lascia ferma quest’anno. Il pil è cresciuto del’1,8 per cento nel 2006, ma solo dell’1,5, invece del 2 previsto, nel 2007. E quest’anno sarà a zero o meno di zero. Per effetto, dice la Relazione, della crisi finanziaria e della recessione Usa. Ma nel 2007 gli Usa sono cresciuti del 2,2 per cento, e quest’anno di altrettanto crescerà la Germania, con la quale l’economia italiana è simbiotica - mentre la recessione Usa deve ancora manifestarsi, nel 2008 la crescita vi sarà dell’1,3-1,5 per cento. Le esportazioni, che nel 2006 crebbero del 6,2 per cento, quest’anno dimezzeranno la crescita. Il costo del lavoro ha avuto nel 2009 il più basso incremento in un decennio. Gli investimenti fissi lordi, cresciuti del 2,9 per cento del pil nel 2006, nel 2007 sono aumentati di poco più di un punto e quest’anno, forse, di poco più di mezzo punto. Gli impegni di spesa e i pagamenti sono caduti del 40-45 per cento fra il 2005 e il 2006.
La spesa corrente invece è aumentata del 3,4 per cento nel biennio 2006-2007. Quasi il doppio degli aumenti salariali. Ma senza gli incrementi salariali dovuti ai dipendenti pubblici: molti contratti “sono da finalizzare nel 2008, anno in cui si prevede quindi un netto aumento” della spesa... Altri oneri in arrivo sono gli artificiosi rinvii contabili di alcune spese sociali (il bonus per gli incaponenti, le assunzioni differite di duecentomila precari, etc.).
Ha incrementato di due punti del pil la pressione fiscale, di ben trenta miliardi cioè. Un drenaggio di risorse enorme. Per presentare il compitino a Bruxelles, al plauso del compiacente Almunia. E per aumentare la spesa. La spesa corrente improduttiva, o “politica”, non gli investimenti. Che anzi ha bloccato o diluito, quei pochi che erano stati avviati. Quella spesa che è il buco nero dell’Italia. Figurativamente, è stato come togliere il fieno al puledro scalpitante, se l’Italia lo è ancora, per darlo al porco, che se ne serve solo per avvoltolarcisi.
La premessa del ministro Tommaso Padoa Schioppa denuncia i limiti dell’ideologia della Banca d’Italia, puro equilibrismo senza la saggezza di Ciampi (e di Fazio). Con bugie evidenti: “Il peso (del fisco) sul contribuente leale non è aumentato”, mentre tutti abbiamo pagato fra mille e duemila euro l’anno più. O: “Le risorse finanziarie per alcune infrastrutture chiave sono state ricostituite”, mentre invece sono state ridotte o addirittura cancellate, dalla Salerno-Rc alla variante di valico Firenze-Bologna, al passante di Mestre, e naturalmente al traforo alpino della Tav e al Ponte di Messina.”Nel 2008 l’economia rallenta ma i conti tengono e migliorano”, mentre le tabelle della stessa Relazione mostrano che non ci sono margini per ulteriori incrementi fiscali, destinati anzi a essere assorbiti dalle spese già approvate. E che il deficit anzi è già sul 2,6-2,8 per cento del pil, insomma è al fatidico tre per cento del Patto di stabilità europeo: si sa già che l’avanzo a dicembre è inferiore di tre miliardi rispetto ai 15 che la Trimestrale registra, per effetto del caro euro che rende più oneroso il debito, e in questo primo trimestre è per lo stesso motivo inferiore di quattro e forse cinque miliardi.
Sul primo punto la stessa Relazione smentisce il ministro: “Il carico fiscale su chi adempie in pieno al dovere di contribuente è anormalmente alto”. Gli aumenti delle entrate fiscali sono imputati in tabella alle imposte dirette e agli oneri sociali. Dell’aumento del gettito erariale nel 2007, stimato in 27,2 miliardi, meno di un quinto, 5,3 miliardi, viene imputato alle misure antievasione\elusione. E ancora, di questa quota è da sapere quanta sarà incassata veramente: il miglioramento è “prima dell’eliminazione dell’anticipo dei concessionari della riscossione”. I casi di Roma, dove le ondate di “cartelle pazze” si susseguono, da un milione di cartelle a ondata, fanno presupporre un sicuro flop.
Eredità gravosa
Al nuovo governo Padoa Schioppa lascia allegro un compito gravosissimo: ridurre nei tre anni 2009-2011 di mezzo punto del pil all’anno la spesa ordinaria, venti miliardi nei tre anni, per appianare il bilancio. E di ben un punto di pil l’anno, 40 miliardi nei tre anni, se si vuole cominciare a sgravare il reddito fisso e le imprese degli insostenibili oneri fiscali e parafiscali. “Nel complesso, la politica di bilancio dovrà recuperare risorse nel trienni 2009-2011 per un ammontare che si situa tra i 20 e i 30 miliardi”. Al netto dell’eventuale finanziamento di sgravi fiscali. Il “risanamento” che Padoa Schioppa vanta lascia insomma un’eredità ben gravosa.
Più in generale, Prodi ha preso l’Italia in una situazione di forte espansione nel 2006, e la lascia ferma quest’anno. Il pil è cresciuto del’1,8 per cento nel 2006, ma solo dell’1,5, invece del 2 previsto, nel 2007. E quest’anno sarà a zero o meno di zero. Per effetto, dice la Relazione, della crisi finanziaria e della recessione Usa. Ma nel 2007 gli Usa sono cresciuti del 2,2 per cento, e quest’anno di altrettanto crescerà la Germania, con la quale l’economia italiana è simbiotica - mentre la recessione Usa deve ancora manifestarsi, nel 2008 la crescita vi sarà dell’1,3-1,5 per cento. Le esportazioni, che nel 2006 crebbero del 6,2 per cento, quest’anno dimezzeranno la crescita. Il costo del lavoro ha avuto nel 2009 il più basso incremento in un decennio. Gli investimenti fissi lordi, cresciuti del 2,9 per cento del pil nel 2006, nel 2007 sono aumentati di poco più di un punto e quest’anno, forse, di poco più di mezzo punto. Gli impegni di spesa e i pagamenti sono caduti del 40-45 per cento fra il 2005 e il 2006.
La spesa corrente invece è aumentata del 3,4 per cento nel biennio 2006-2007. Quasi il doppio degli aumenti salariali. Ma senza gli incrementi salariali dovuti ai dipendenti pubblici: molti contratti “sono da finalizzare nel 2008, anno in cui si prevede quindi un netto aumento” della spesa... Altri oneri in arrivo sono gli artificiosi rinvii contabili di alcune spese sociali (il bonus per gli incaponenti, le assunzioni differite di duecentomila precari, etc.).
I borghesi del Pd sono più borghesi
Montezemolo col doppiopetto e la magrezza, Marchionne col pullover, Della Valle con gli scamosciati, Casini col sape e pepe, e perfino gli ex giovani Marzotto di un famoso saggio di Sergio Bologna, che quarant’anni fa aspettavano le operaie all’uscita per prenderle in Ferrari: è una gara tra i big della borghesia, tutti democratici, a dare lezioni di stile a Berlusconi. Quello straccione miliardario. È normale, la borghesia è normativa (totalitaria?), e quindi magisteriale: è il suo proprio dare agli altri lezioni di buona educazione, agli altri borghesi – c’è per questo qualcosa di marcio in Proust, o delle vecchie zie, ed era il bello della classe operaia, che non era tenuta a subirle. Ma fa senso che a Maestro di buone maniere si elevi Veltroni, la cui campagna elettorale è fare le pulci al Berlusconi del giorno prima: un giorno Ciarrapico, il giorno dopo la Bella Precaria, il giorno successivo il Libano, e il quarto giorno la sua Bella Sfigata, che vuole sia Sharon Stone mentre sembra casalinga. E magari ha dei consulenti pagati che non gli fanno notare che così fa campagna per Berlusconi. O pensa che gli italiani votano contro Berlusconi. Gli italiani per bene, s’intende. Perfino la Bella Precaria è più furba – non per nulla è di ottima famiglia, Veltroni ne è solo un affittuario.
La Fortuna va pilotata, come la Formula Uno
Come Moggi azzeccava i guardialinee, così l’Uefa ha azzeccato gli accoppiamenti in Champions League. In modo che la finale sia tra il Barcellona e il Chelsea, o la vincente di Arsenal-Liverpool. Non c’era altra alternativa e quindi è stato facile per gli ignoti scommettitori azzeccarli a loro volta. Si dirà: ma non è tutto sorteggiato? Certo, siamo svizzeri. Solo che, nessun antico l’avrà detto, ma è ben noto che la Fortuna e come la Formula Uno, va pilotata.
Il Barcellona e la Spagna da un paio d'anni non si divertono più, mentre Liverpool e Manchester hanno avuto tante soddisfazioni – l’Arsenal è giovane, si rifarà. La Roma non conta perché l’Italia ha già avuto troppo, anche se solo per merito del Milan. E poi la Spagna in finale è il Sud America alla tv. La Svizzera, insomma, non è Moggi: è anzi la Giustizia, avveduta, corretta, provvida, anche se non è uguale per tutti – che c’entra la giustizia uguale per tutti? è un sofisma.
Il Barcellona e la Spagna da un paio d'anni non si divertono più, mentre Liverpool e Manchester hanno avuto tante soddisfazioni – l’Arsenal è giovane, si rifarà. La Roma non conta perché l’Italia ha già avuto troppo, anche se solo per merito del Milan. E poi la Spagna in finale è il Sud America alla tv. La Svizzera, insomma, non è Moggi: è anzi la Giustizia, avveduta, corretta, provvida, anche se non è uguale per tutti – che c’entra la giustizia uguale per tutti? è un sofisma.
venerdì 14 marzo 2008
Il mondo com'è (7)
astolfo
Antiamericanismo – Era fascista all’origine, nazionalista, reazionario. È passato a sinistra con la Guerra Fredda. Finita l’Urss, resta a sinistra, e anche a destra, a coprire il vuoto.
È europeo e latinoamericano. È quindi pregno d’invidia: in nessun’altra parte del mondo si desidera così tanto “emigrare” negli Usa, identificarvisi.
Un giovane nero e una donna che si contendono la presidenza - poiché la presidenza andrà ai Democratici. Due Democratici. Ce ne sarebbe abbastanza per ogni tipo di sinistra per suscitare entusiasmo, e pure invidia. Non per le arcigne sinistre in Italia, che fanno il tifo per i kamikaze e, sotto sotto, per Osama. E più tra i cattolici e i fascisti. Si dovrebbe dedurne a contrariis che quella americana è una vera democrazia.
Non si dà altro criterio in materia di antiamericanismo. In Iraq non furono criticati i bombardamenti, anzi la guerra lampo suscitò curiosità e apprezzamento. I kamikaze invece, benché fondamentalisti islamici, e perfino sunniti anti-sciiti, sono eretti a guerriglieri, partigiani di non si sa quale Resistenza, fronte di libertà. La Resistenza è un fronte di libertà, ma il paradigma della Resistenza si è attorcigliato in Italia fino a significare il contrario, un impegno assolutistico e dittatoriale.
Arabi (la guerra civile degli -) - Una storia, ancorché breve, presuppone delle peculiarità, di qualsiasi soggetto o fenomeno, e gli arabi non si sottraggono. Sono anzi oggi ben caratterizzati: cos’è “arabo”? Il petrolio, carissimo e sporco. La donna velata, muta, ignorante. Il terrorista, tagliagole, killer di indifesi, sugli aerei, a Fiumicino, alle Torri Gemelle, a Atocha, a Londra, prima di essere kamikaze, fanatizzato o prezzolato. L’immigrato spacciatore e stupratore, prima del “rumeno”. Il groom senza nome, “mohammed”, delle prime vacanze italiane a buon mercato, in Tunisia, Marocco, Mar Rosso, nell’esotico di cui non si sa il nome. Insomma, tutta o quasi la nostra realtà. Ma le peculiarità della storia politica degli arabi non sono quelle che l'attualità fa valere. Eccone alcune.
Vendetta
Nella guerra per l’indipendenza algerina, fra il 1954 e il 1960-62, si sono contati sei-settecentomila morti. I morti francesi sono stati 35 mila: 28.500 militari, 2.800 civili uccisi e 3.150 scomparsi dopo il cessate il fuoco. Degli oltre seicentomila morti algerini, 141 mila risultano combattenti del fronte di liberazione, più trentamila civili morti o dispersi per effetto della guerra. Gli altri quattro-cinquecentomila morti sono vittime delle vendette dopo il cessate il fuoco il 19 marzo 1962, e fino alla costituzione del nuovo Stato indipendente a fine anno, in Algeria e altrove, in Marocco, in Tunisia, in Francia: algerini dell’esercito francese, con i loro familiari, concorrenti del Fln, berberi. In città e nelle campagne isolate, dove forse la vendetta fu più feroce.
“Yasmina Khadra”, pseudonimo del colonnello Moulessehoul, il giallista che è stato colonnello dell’esercito algerino, lo spiega in “La parte del morto”: “Appena i soldati francesi ebbero cominciato a evacuare il paese, le violenze sono ricominciate ancora più feroci. Intere famiglie venivano braccate giorno e notte dai sedicenti liberatori. I fellaga erano scatenati, davano alle fiamme le case e i campi degli sconfitti, le esecuzioni sommarie si trasformarono in stragi inaudite”. La notte tra il 12 e il 13 agosto 1962, alla fine del Ramadhan, molti algerini furono mutilati e trascinati per i villaggi prima di essere decapitati. E in alcune zone si ricorda ancora il fenomeno dei disparus, intere famiglie scomparse di notte. Ma senza che nessuno, ancora quarant’anni dopo la fine della guerra, sappia o si chieda come. Almeno duecentomila morti si sono contati in Algeria nei dodici anni di guerra civile 1992-2004 contro l'islam radicale.
Cifre analoghe si registrano in Iraq a cinque anni dalla guerra imposta da Bush. A perpetuazione di una serie di soprusi politici, che ha visto prima le vendette sugli uomini di Saddam, poi la riscossa dei vinti, e su tutti il terrorismo islamico, di Al Qaeda, dei salafiti, della Shura e di altri gruppi. I morti in Iraq da marzo 2003, dalla fine della breve guerra e dall’inizio dell’occupazione americana, sono fra mezzo milione e un milione. Si tratta di stime di vari organismi, l’università John Hopkins, l’Onu, la Croce Rossa, basate su rilevazioni rapsodiche, e tuttavia non contestate. Ai morti degli attentati registrati dal governo legale bisogna in ogni caso aggiungere una serie di vendette private, statistiscamente non rilevate, per una cifra media di morti non inferiore al centinaio al giorno. I morti americani delle truppe d’occupazione erano a settembre 3.500, e potrebbero ora avvicinarsi ai quattromila.
Tribalismo
L’eccidio si è aggravato in Iraq per la persistente componente tribale, fortissima tra i sunniti. Anche se essi sono paradossalmente i gruppi egemoni nella parte urbanizzata del paese, attorno a Baghdad. L’Iraq è, insieme all’Afghanistan e alla penisola arabica, l’area ancora più fortemente tribalizzata del Medio oriente.
Sono fuori dalle vendette sistematiche in Iraq il Nord curdo, dove la famiglia Talebani “regna” dagli anni 1960. E il sud, che è in totalità sciita. Il centro del paese, a nord di Baghdad, è sunnita e tribale. E così pure l’Ovest, la provincia di Anbar, grande quasi come metà dell’Italia ma desertica e scarsamente popolata, alla frontiera con la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita, dove circa due milioni di abitanti possiedono venti milioni di armi, una cinquantina ogni maschio adulto, con i centri diventati famosi per gli attentati di Falluja, Haditha e la capitale Ramadi.
La pacificazione tentata dal generale Petraeus è in pratica una mediazione tribale: la tela continuamente ricostituita dei favori da pagare a questo quel gruppo tribale per ottenerne il sostegno, nel cosiddetto “triangolo della morte” a nord-est di Baghdad, e nell’Anbar.
Il fondamentalismo come questione morale
Antiamericanismo – Era fascista all’origine, nazionalista, reazionario. È passato a sinistra con la Guerra Fredda. Finita l’Urss, resta a sinistra, e anche a destra, a coprire il vuoto.
È europeo e latinoamericano. È quindi pregno d’invidia: in nessun’altra parte del mondo si desidera così tanto “emigrare” negli Usa, identificarvisi.
Un giovane nero e una donna che si contendono la presidenza - poiché la presidenza andrà ai Democratici. Due Democratici. Ce ne sarebbe abbastanza per ogni tipo di sinistra per suscitare entusiasmo, e pure invidia. Non per le arcigne sinistre in Italia, che fanno il tifo per i kamikaze e, sotto sotto, per Osama. E più tra i cattolici e i fascisti. Si dovrebbe dedurne a contrariis che quella americana è una vera democrazia.
Non si dà altro criterio in materia di antiamericanismo. In Iraq non furono criticati i bombardamenti, anzi la guerra lampo suscitò curiosità e apprezzamento. I kamikaze invece, benché fondamentalisti islamici, e perfino sunniti anti-sciiti, sono eretti a guerriglieri, partigiani di non si sa quale Resistenza, fronte di libertà. La Resistenza è un fronte di libertà, ma il paradigma della Resistenza si è attorcigliato in Italia fino a significare il contrario, un impegno assolutistico e dittatoriale.
Arabi (la guerra civile degli -) - Una storia, ancorché breve, presuppone delle peculiarità, di qualsiasi soggetto o fenomeno, e gli arabi non si sottraggono. Sono anzi oggi ben caratterizzati: cos’è “arabo”? Il petrolio, carissimo e sporco. La donna velata, muta, ignorante. Il terrorista, tagliagole, killer di indifesi, sugli aerei, a Fiumicino, alle Torri Gemelle, a Atocha, a Londra, prima di essere kamikaze, fanatizzato o prezzolato. L’immigrato spacciatore e stupratore, prima del “rumeno”. Il groom senza nome, “mohammed”, delle prime vacanze italiane a buon mercato, in Tunisia, Marocco, Mar Rosso, nell’esotico di cui non si sa il nome. Insomma, tutta o quasi la nostra realtà. Ma le peculiarità della storia politica degli arabi non sono quelle che l'attualità fa valere. Eccone alcune.
Vendetta
Nella guerra per l’indipendenza algerina, fra il 1954 e il 1960-62, si sono contati sei-settecentomila morti. I morti francesi sono stati 35 mila: 28.500 militari, 2.800 civili uccisi e 3.150 scomparsi dopo il cessate il fuoco. Degli oltre seicentomila morti algerini, 141 mila risultano combattenti del fronte di liberazione, più trentamila civili morti o dispersi per effetto della guerra. Gli altri quattro-cinquecentomila morti sono vittime delle vendette dopo il cessate il fuoco il 19 marzo 1962, e fino alla costituzione del nuovo Stato indipendente a fine anno, in Algeria e altrove, in Marocco, in Tunisia, in Francia: algerini dell’esercito francese, con i loro familiari, concorrenti del Fln, berberi. In città e nelle campagne isolate, dove forse la vendetta fu più feroce.
“Yasmina Khadra”, pseudonimo del colonnello Moulessehoul, il giallista che è stato colonnello dell’esercito algerino, lo spiega in “La parte del morto”: “Appena i soldati francesi ebbero cominciato a evacuare il paese, le violenze sono ricominciate ancora più feroci. Intere famiglie venivano braccate giorno e notte dai sedicenti liberatori. I fellaga erano scatenati, davano alle fiamme le case e i campi degli sconfitti, le esecuzioni sommarie si trasformarono in stragi inaudite”. La notte tra il 12 e il 13 agosto 1962, alla fine del Ramadhan, molti algerini furono mutilati e trascinati per i villaggi prima di essere decapitati. E in alcune zone si ricorda ancora il fenomeno dei disparus, intere famiglie scomparse di notte. Ma senza che nessuno, ancora quarant’anni dopo la fine della guerra, sappia o si chieda come. Almeno duecentomila morti si sono contati in Algeria nei dodici anni di guerra civile 1992-2004 contro l'islam radicale.
Cifre analoghe si registrano in Iraq a cinque anni dalla guerra imposta da Bush. A perpetuazione di una serie di soprusi politici, che ha visto prima le vendette sugli uomini di Saddam, poi la riscossa dei vinti, e su tutti il terrorismo islamico, di Al Qaeda, dei salafiti, della Shura e di altri gruppi. I morti in Iraq da marzo 2003, dalla fine della breve guerra e dall’inizio dell’occupazione americana, sono fra mezzo milione e un milione. Si tratta di stime di vari organismi, l’università John Hopkins, l’Onu, la Croce Rossa, basate su rilevazioni rapsodiche, e tuttavia non contestate. Ai morti degli attentati registrati dal governo legale bisogna in ogni caso aggiungere una serie di vendette private, statistiscamente non rilevate, per una cifra media di morti non inferiore al centinaio al giorno. I morti americani delle truppe d’occupazione erano a settembre 3.500, e potrebbero ora avvicinarsi ai quattromila.
Tribalismo
L’eccidio si è aggravato in Iraq per la persistente componente tribale, fortissima tra i sunniti. Anche se essi sono paradossalmente i gruppi egemoni nella parte urbanizzata del paese, attorno a Baghdad. L’Iraq è, insieme all’Afghanistan e alla penisola arabica, l’area ancora più fortemente tribalizzata del Medio oriente.
Sono fuori dalle vendette sistematiche in Iraq il Nord curdo, dove la famiglia Talebani “regna” dagli anni 1960. E il sud, che è in totalità sciita. Il centro del paese, a nord di Baghdad, è sunnita e tribale. E così pure l’Ovest, la provincia di Anbar, grande quasi come metà dell’Italia ma desertica e scarsamente popolata, alla frontiera con la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita, dove circa due milioni di abitanti possiedono venti milioni di armi, una cinquantina ogni maschio adulto, con i centri diventati famosi per gli attentati di Falluja, Haditha e la capitale Ramadi.
La pacificazione tentata dal generale Petraeus è in pratica una mediazione tribale: la tela continuamente ricostituita dei favori da pagare a questo quel gruppo tribale per ottenerne il sostegno, nel cosiddetto “triangolo della morte” a nord-est di Baghdad, e nell’Anbar.
Il fondamentalismo come questione morale
Il radicalismo islamico è una reviviscenza, all’interno di un processo di occidentalizzazione avviato negli anni Cinquanta con la decolonizzazione e il nasserismo in tutto il mondo arabo. Chi ha conosciuto Il Cairo fino agli anni Ottanta, o anche solo la Tunisia di Burghiba, confidenti, curiose, vivaci, fatica a riconoscerle nella realtà attuale. Per non dire di Beirut, per la cui rovina sono bastati gli intrighi del regime siriano. Ma chi conosce anche un poco la storia degli arabi sa che il grigiore e la tristezza attuali, se fanno tendenza, non faranno epoca.
Il radicalismo è periodico, altri casi di fondamentalismo islamico trasceso in terrorismo si registrano periodicamente nella storia araba. Su un fondo di crudeltà, per la persistenza dell’isolamento cupo del nomadismo e del deserto nella cultura metropolitana, o disadattamento. Il capo degli Hezbolah del Libano che si vanta di avere in casa teste e mani di soldati israeliani non è inventato dal Mossad. Il purismo islamico si associa alla crudeltà dal tempo del Vecchio della Montagna, nel Duecento, una storia mitica che è molto reale.
Il radicalismo islamico viene recepito come anticristiano. Non del tutto a torto, negli innumerevoli attentati in Pakistan, negli attentati isolati ma sempre più frequenti in Turchia, e nei casi del Libano, dell’Iraq, e prossimamente dell’Egitto. In Libano e Iraq le comunità eredi del cattolicesimo siriaco, anteriore all’islamizzazione, i maroniti e i caldei, sono oggetto di restrizioni e di assassinii. In Libano, dove avevano una posizione finanziaria dominante, i cristiani sono il bersaglio comune delle due potenze arabe che se ne contendono la leadership, la Siria e l’Arabia Saudita. In Egitto i copti, che pure sono una minoranza sostanziosa nelle città, e si ritengono i primi egiziani, si sentono sempre meno al sicuro nella nuova ondata islamica. Ma il radicalismo religioso è primariamente un fatto di politica interna, se si può presumere una politica interna al mondo arabo, che è frazionato e distinto.
L’islam radicale è nemico dei governi arabi che collaborano con Israele, e dei “governi corrotti”. È in superficie un movimento purista analogo a quelli in corso in tanti paesi occidentali, Italia in primo luogo, in cui la questione morale è agitata come clava politica. Ma nel gergo dei radicali dell’islam sono corrotti i regimi che non aiutano finanziariamente e logisticamente il terrorismo. Da qui le collusioni accertate dei servizi segreti pakistani, giordani, sauditi, con i talebani, i salafiti, i wahabiti, Al Qaeda, per comprare l’immunità. E quelle presumibili della Siria degli Assad e della Libia di Gheddafi, come già dell’Iraq di Saddam e degli Emirati del Golfo, anch’essi immuni al terrorismo. È una lotta alla corruzione che resta sempre terroristica, e di clan, di gruppi, perfino di mafie.
L’Occidente all’orizzonte
Il radicalismo è periodico, altri casi di fondamentalismo islamico trasceso in terrorismo si registrano periodicamente nella storia araba. Su un fondo di crudeltà, per la persistenza dell’isolamento cupo del nomadismo e del deserto nella cultura metropolitana, o disadattamento. Il capo degli Hezbolah del Libano che si vanta di avere in casa teste e mani di soldati israeliani non è inventato dal Mossad. Il purismo islamico si associa alla crudeltà dal tempo del Vecchio della Montagna, nel Duecento, una storia mitica che è molto reale.
Il radicalismo islamico viene recepito come anticristiano. Non del tutto a torto, negli innumerevoli attentati in Pakistan, negli attentati isolati ma sempre più frequenti in Turchia, e nei casi del Libano, dell’Iraq, e prossimamente dell’Egitto. In Libano e Iraq le comunità eredi del cattolicesimo siriaco, anteriore all’islamizzazione, i maroniti e i caldei, sono oggetto di restrizioni e di assassinii. In Libano, dove avevano una posizione finanziaria dominante, i cristiani sono il bersaglio comune delle due potenze arabe che se ne contendono la leadership, la Siria e l’Arabia Saudita. In Egitto i copti, che pure sono una minoranza sostanziosa nelle città, e si ritengono i primi egiziani, si sentono sempre meno al sicuro nella nuova ondata islamica. Ma il radicalismo religioso è primariamente un fatto di politica interna, se si può presumere una politica interna al mondo arabo, che è frazionato e distinto.
L’islam radicale è nemico dei governi arabi che collaborano con Israele, e dei “governi corrotti”. È in superficie un movimento purista analogo a quelli in corso in tanti paesi occidentali, Italia in primo luogo, in cui la questione morale è agitata come clava politica. Ma nel gergo dei radicali dell’islam sono corrotti i regimi che non aiutano finanziariamente e logisticamente il terrorismo. Da qui le collusioni accertate dei servizi segreti pakistani, giordani, sauditi, con i talebani, i salafiti, i wahabiti, Al Qaeda, per comprare l’immunità. E quelle presumibili della Siria degli Assad e della Libia di Gheddafi, come già dell’Iraq di Saddam e degli Emirati del Golfo, anch’essi immuni al terrorismo. È una lotta alla corruzione che resta sempre terroristica, e di clan, di gruppi, perfino di mafie.
L’Occidente all’orizzonte
Malgrado tutto, il fondamentalismo nella sua accezione terrorista è nemico sopratutto degli arabi, così è risentito. La gente osannante che nelle piazze brucia soldati amerivani in effigie è sempre esigua, sospettata, e referente di organizzazioni palestinesi o iraniane. Il militantismo islamico attuale, compreso il khomeinismo, è stato promosso all’origine e poi aiutato dagli Stati Uniti nel quadro del contenimento anti-Urss. Ciò avveniva negli anni 1970-80, in Pakistan, in Afghanistan e nella stessa Algeria. Esso rientra tuttora, malgrado i talebani e l’11 settembre, nell’elenco dei buoni del dipartimento di Stato. E a sua volta non contesta, a una sommatoria, il ruolo sovrano degli Usa. Contesta l’integrazione del mondo arabo nel sistema occidentale. Ma in questo senso è più antieuropeo.
La storia degli arabi è sempre stata intrecciata con quella europea, dal tempo della Conquista. L’intreccio è stato culturale, politico, economico. Dal Duecento, dal tempo di Federico II, gli arabio e poi gli ottomani sono stati anche parte del concerto europeo, della diplomazia. Ma l’Europa, se non tutto l’Occidente, da tempo non è più all’orizzonte degli arabi, se non come partner economico, come sbocco del petrolio e della forza lavoro. Con poca stima, e nessun timore. Gli Stati Uniti al contrario, malgrado l’11 settembre, mantengono intatta l’aura di rispetto. È così dappertutto nel mondo globale, per la forza del mercato americano, che solo consente a tutti gli altri di arricchirsi, dagli Emirati alla Cina. Il mondo arabo, in più, riconosce e rispetta la forza.
La percezione che se ne ha in Italia e in Europa è ancora coloniale. O post-coloniale, che è la stessa cosa, lo schema sovietico dell’antimperialismo nella Guerra Fredda. Il mondo arabo invece, Osama compreso, cadute le comode barriere del non-allineamento e dell’antimperialismo, ha subito riconosciuto la forza dove si trova. Il rapporto non è facile, la modernizzazione non lo è: tra l’Europa e l’Asia, gli arabi sono sempre divisi tra l’occidentalizzazione e il deserto. Con casi accertati di schizofrenia anche clinica, per esempio negli anni 1970 dopo il primo boom del petrolio. Nel 1974 i fratelli propri del re saudita Abdullah, compreso il principe ereditario Sultan, da sempre ministro della Difesa e uomo forte, bivaccavano a Montecarlo con l’intento dichiarato di sbancare il casino con i rilanci. La tipica famiglia dell’establishment arabo, dall’Algeria all’Iraq, è quella di Osama: adolescente con fratelli, sorelle e cugini liberamente ai parties familiari e in discoteca, a Ginevra o Londra, fratelli che sono tuttora membri rispettati del gotha finanziario svizzero, un figlio di vent’anni che è stato già terrorista e vuole vivere a Londra con una moglie di cinquanta. O l’emiro del Qatar, che ha cacciato suo padre con un colpo di Stato, ha fondato Al Jazira, ha promosso un boom immobiliare, e lo vende frequentando le prime della Scala con una bellissima moglie. Ma la dissociazione non annebbia le scelte di fondo.
Guantanamo – La tentazione di rinchiudere i nemici di guerra in condizioni di durezza e senza salvaguardie, escludendo anche la Croce rossa, è vecchia in America, ben prima di Osama e Saddam. Il morgentavismo era questo, la dottrina di Henry Morgenthau, il ministro del tesoro Usa nella seconda guerra mondiale: internare in massa i capi nazisti e liquidare i “criminali di guerra” elencati in una lista. Ezra Pound fu uno degli internati, in una gabbia all’aperto a Pisa. È la procedura di guerra ai pellirosse.
Media – Sono la verità perché la fanno. Nel linguaggio soprattutto, e nella moda, la politica, buona parte dell’economia, la giustizia. Ma una verità che si vuole falsa: supponente, stonata, calcolatrice, scopertamente basata sul gioco delle influenze, più spesso di un semplice padrone. È la verità della pubblicità. Non devastante forse, ma demoralizzante: nulla a che vedere naturalmente con la democrazia, che vuole verità e lealtà, se questa è l'opinione pubblica, allora l'opinione pubblica non è più democratica. Lo svolgimento del compito è anche scomposto, per la ovvia cattiva coscienza: nessuno è mai morto per il capitalismo, per i soldi solo si diventa puttane, astiose.
Questi media fanno anche a gara a rendere obsoleti gli apocalittici, che al confronto della realtà sembrano angioletti, con la distruzione che giornalmente viene operata, dalla volgarità, la banalità, la violenza, di linguaggio, di gesti, dei “diritti”, la vera, vuota stupidità. Adorno e Benjamin, che temevano di averne detto troppo male, resterebbero senza parole. Altro che la Bomba e il buco dell’ozono, le moderne democrazie dell’irrilevanza sono devastanti. È così che finisce una umanità, a meno di un prossimo Medio Evo.
Occidente – È il Nord.
Eccetto che in America: il West, dice Borgese, è un po’ Mezzogiorno e un po’ Oriente.
Olocausto – Se ne legge sempre con interesse la letteratura, malgrado l’orrore, e benché sia necessariamente ripetitiva. È ricostituente. Ha l’effetto di sollevare dalla beghe e i soprusi di ogni giorno, affettivi, di lavoro, fiscali, perfino di mafia, e delle mafie politiche.
Resta sempre l’orrore, certo secondario, di vedere come venga sfruttato a fini di parte, più spesso politici o di carriera. Come l’Aids in Africa, o la “fame”. Ma quello è l’orrore della bontà, dello sfruttamento della bontà..
11 settembre - Fa epoca perché è una guerra vinta in un’ora. Contro la maggiore potenza mondiale. Senza missili né atomiche. Con perdite minime: Osama è imprendibile, gli Usa si sono imbarcati nella guerra a mezzo mondo senza effetto. Con spese da capogiro, con perdite enormi in uomini e materiali, senza effetto. Il bilancio militare americano è quest’anno di 500 miliardi di dollari, più 200 miliardi per l’Iraq e l’Afghanista, il doppio che nella Guerra Fredda.
È un esempio di guerriglia elevata a guerra per la sola potenza dell’idea: armare i kamikaze di aerei. L’arte militare la dirà la guerra perfetta.
È Davide contro Golia. È, a suo modo, un esercizio terribile di libertà.
astolfo@gmail.com
La storia degli arabi è sempre stata intrecciata con quella europea, dal tempo della Conquista. L’intreccio è stato culturale, politico, economico. Dal Duecento, dal tempo di Federico II, gli arabio e poi gli ottomani sono stati anche parte del concerto europeo, della diplomazia. Ma l’Europa, se non tutto l’Occidente, da tempo non è più all’orizzonte degli arabi, se non come partner economico, come sbocco del petrolio e della forza lavoro. Con poca stima, e nessun timore. Gli Stati Uniti al contrario, malgrado l’11 settembre, mantengono intatta l’aura di rispetto. È così dappertutto nel mondo globale, per la forza del mercato americano, che solo consente a tutti gli altri di arricchirsi, dagli Emirati alla Cina. Il mondo arabo, in più, riconosce e rispetta la forza.
La percezione che se ne ha in Italia e in Europa è ancora coloniale. O post-coloniale, che è la stessa cosa, lo schema sovietico dell’antimperialismo nella Guerra Fredda. Il mondo arabo invece, Osama compreso, cadute le comode barriere del non-allineamento e dell’antimperialismo, ha subito riconosciuto la forza dove si trova. Il rapporto non è facile, la modernizzazione non lo è: tra l’Europa e l’Asia, gli arabi sono sempre divisi tra l’occidentalizzazione e il deserto. Con casi accertati di schizofrenia anche clinica, per esempio negli anni 1970 dopo il primo boom del petrolio. Nel 1974 i fratelli propri del re saudita Abdullah, compreso il principe ereditario Sultan, da sempre ministro della Difesa e uomo forte, bivaccavano a Montecarlo con l’intento dichiarato di sbancare il casino con i rilanci. La tipica famiglia dell’establishment arabo, dall’Algeria all’Iraq, è quella di Osama: adolescente con fratelli, sorelle e cugini liberamente ai parties familiari e in discoteca, a Ginevra o Londra, fratelli che sono tuttora membri rispettati del gotha finanziario svizzero, un figlio di vent’anni che è stato già terrorista e vuole vivere a Londra con una moglie di cinquanta. O l’emiro del Qatar, che ha cacciato suo padre con un colpo di Stato, ha fondato Al Jazira, ha promosso un boom immobiliare, e lo vende frequentando le prime della Scala con una bellissima moglie. Ma la dissociazione non annebbia le scelte di fondo.
Guantanamo – La tentazione di rinchiudere i nemici di guerra in condizioni di durezza e senza salvaguardie, escludendo anche la Croce rossa, è vecchia in America, ben prima di Osama e Saddam. Il morgentavismo era questo, la dottrina di Henry Morgenthau, il ministro del tesoro Usa nella seconda guerra mondiale: internare in massa i capi nazisti e liquidare i “criminali di guerra” elencati in una lista. Ezra Pound fu uno degli internati, in una gabbia all’aperto a Pisa. È la procedura di guerra ai pellirosse.
Media – Sono la verità perché la fanno. Nel linguaggio soprattutto, e nella moda, la politica, buona parte dell’economia, la giustizia. Ma una verità che si vuole falsa: supponente, stonata, calcolatrice, scopertamente basata sul gioco delle influenze, più spesso di un semplice padrone. È la verità della pubblicità. Non devastante forse, ma demoralizzante: nulla a che vedere naturalmente con la democrazia, che vuole verità e lealtà, se questa è l'opinione pubblica, allora l'opinione pubblica non è più democratica. Lo svolgimento del compito è anche scomposto, per la ovvia cattiva coscienza: nessuno è mai morto per il capitalismo, per i soldi solo si diventa puttane, astiose.
Questi media fanno anche a gara a rendere obsoleti gli apocalittici, che al confronto della realtà sembrano angioletti, con la distruzione che giornalmente viene operata, dalla volgarità, la banalità, la violenza, di linguaggio, di gesti, dei “diritti”, la vera, vuota stupidità. Adorno e Benjamin, che temevano di averne detto troppo male, resterebbero senza parole. Altro che la Bomba e il buco dell’ozono, le moderne democrazie dell’irrilevanza sono devastanti. È così che finisce una umanità, a meno di un prossimo Medio Evo.
Occidente – È il Nord.
Eccetto che in America: il West, dice Borgese, è un po’ Mezzogiorno e un po’ Oriente.
Olocausto – Se ne legge sempre con interesse la letteratura, malgrado l’orrore, e benché sia necessariamente ripetitiva. È ricostituente. Ha l’effetto di sollevare dalla beghe e i soprusi di ogni giorno, affettivi, di lavoro, fiscali, perfino di mafia, e delle mafie politiche.
Resta sempre l’orrore, certo secondario, di vedere come venga sfruttato a fini di parte, più spesso politici o di carriera. Come l’Aids in Africa, o la “fame”. Ma quello è l’orrore della bontà, dello sfruttamento della bontà..
11 settembre - Fa epoca perché è una guerra vinta in un’ora. Contro la maggiore potenza mondiale. Senza missili né atomiche. Con perdite minime: Osama è imprendibile, gli Usa si sono imbarcati nella guerra a mezzo mondo senza effetto. Con spese da capogiro, con perdite enormi in uomini e materiali, senza effetto. Il bilancio militare americano è quest’anno di 500 miliardi di dollari, più 200 miliardi per l’Iraq e l’Afghanista, il doppio che nella Guerra Fredda.
È un esempio di guerriglia elevata a guerra per la sola potenza dell’idea: armare i kamikaze di aerei. L’arte militare la dirà la guerra perfetta.
È Davide contro Golia. È, a suo modo, un esercizio terribile di libertà.
astolfo@gmail.com
mercoledì 12 marzo 2008
Le mani di Milano sul foot-ball
Questo si poteva leggere su Anti.it giovedì 27 settembre 2007
Mancini è per Moratti un servo di casa
Quando l’Inter vince e quando perde sempre si discute di Mancini. Che di quella squadra, di trentasei nazionali di tutto il mondo, è in fondo solo l’allenatore. Mancini, l’uomo più pagato del calcio, più di Totti per dire, o di chi fa venti e trenta gol a campionato, viene detto sempre sul punto di essere licenziato: o perché non vince, o perché il gioco non è bello, o perché, se vince sempre, non fa giocare questo e quello. Cattiveria dei giornalisti? Può darsi. Ma una ragione c’è, ed è che il suo patron Moratti lo considera, più o meno, un servo di casa. Ora che ha vinto, dice: “Non dubitavo che Mancini avrebbe raddrizzato le cose”. Quando alternativamente gli chiedono se lo manderà via per prendere Mourinho, non rifiuta la domanda, ma risponde: “Ha un contratto con noi, intendiamo rispettarlo”. Mai un segno di stima, se non di amicizia. Né di rispetto professionale. L’Inter è il feudo del “giovane” Moratti, che ancora non ha scoperto che la storia ha girato millennio. Il suo superpagato Mancini non è il dio del calcio italiano, ma s’immagina ogni mattina come un qualsiasi vassallo, col ciuffo ribelle e le ottime camicie bianche, prono a ricevere interdetto i voleri del feudatario, in una Milano ignota e un po’ ostile.
Ciò avveniva dopo che l'Inter aveva perso una Supercoppa con la Roma, che non lpaveva neanche festeggiata. Questo si può aggiungere, copo che Mancini in tv ha lanciato il suo uppercut alla società, la squadra, la città, i tifosi:
Tutto ciò è ben Milano. Epitomizza l’Italia milanese di questi anni, molta boria e poco ingegno. Non si discute di un club che ha rovinato e scartato un’ottima nazionale: Toldo, Pasquale, Grosso, Cannavaro, Materazzi, Pirlo, Cristiano Zanetti, Morfeo, Semioli, Vieri, Corradi, allenatore Lippi. Di un bilancio ignoto, anche se benedetto dalla nobile Procura milanese, che si presume pagato di tasca propria dal patron. Del quale si sapeva in anticipo anche che sarebbe stato assolto dal collocamento bidone in Borsa della sua Saras due anni e mezzo fa - la Procura partenopea di Milano sa chi perseguire (anche questo di poteva leggere su Anti.it, il 27 settembre). Né si discute del commercio dei calciatori estero su estero, meglio se cari, le provvigioni sono più alte. In passato questa è stata una delle vie per lasciare soldi all’estero, una quota delle provvigioni ai procuratori. Si sono comprati giocatori in serie ovunque nel mondo, mai utilizzati. Ci fu chi comprò intere squadre di calcio, in Francia, Spagna, Grecia, per meglio ampliare la riserva. Questo non è naturalmente il caso dell’Inter, né di Moratti. Anche gli arbitraggi a favore e, quest’anno, quelli dichiaratamente contro, notevolissima novità nella pur variegata panoplia della corruzione italiana, non sono stati fatti, come tutti sanno, per favorire l’Inter. Che solo deve vincere in Italia, poiché fuori le perde tutte. E Mancini in fondo chi è? Uno che ha vinto le coppe e le supercoppe che nessuno vuole, e un campionato da cui i compari avevano provveduto a estromettere la Juventus, il Milan, la Fiorentina, e i banchieri la Roma.
In fondo sono solo partite di calcio. Di solido ci sono i 250 milioni di euro di finanziamenti pubblici che ingrassano, nella Sardegna del virtuoso Soru, la Saras. Che può così fare tanti profitti da pagarsi, a Milano, l’Inter. Con la quale scardinare il foot-ball, l’unica cosa che ancora non era milanese, non tutta.
Mancini è per Moratti un servo di casa
Quando l’Inter vince e quando perde sempre si discute di Mancini. Che di quella squadra, di trentasei nazionali di tutto il mondo, è in fondo solo l’allenatore. Mancini, l’uomo più pagato del calcio, più di Totti per dire, o di chi fa venti e trenta gol a campionato, viene detto sempre sul punto di essere licenziato: o perché non vince, o perché il gioco non è bello, o perché, se vince sempre, non fa giocare questo e quello. Cattiveria dei giornalisti? Può darsi. Ma una ragione c’è, ed è che il suo patron Moratti lo considera, più o meno, un servo di casa. Ora che ha vinto, dice: “Non dubitavo che Mancini avrebbe raddrizzato le cose”. Quando alternativamente gli chiedono se lo manderà via per prendere Mourinho, non rifiuta la domanda, ma risponde: “Ha un contratto con noi, intendiamo rispettarlo”. Mai un segno di stima, se non di amicizia. Né di rispetto professionale. L’Inter è il feudo del “giovane” Moratti, che ancora non ha scoperto che la storia ha girato millennio. Il suo superpagato Mancini non è il dio del calcio italiano, ma s’immagina ogni mattina come un qualsiasi vassallo, col ciuffo ribelle e le ottime camicie bianche, prono a ricevere interdetto i voleri del feudatario, in una Milano ignota e un po’ ostile.
Ciò avveniva dopo che l'Inter aveva perso una Supercoppa con la Roma, che non lpaveva neanche festeggiata. Questo si può aggiungere, copo che Mancini in tv ha lanciato il suo uppercut alla società, la squadra, la città, i tifosi:
Tutto ciò è ben Milano. Epitomizza l’Italia milanese di questi anni, molta boria e poco ingegno. Non si discute di un club che ha rovinato e scartato un’ottima nazionale: Toldo, Pasquale, Grosso, Cannavaro, Materazzi, Pirlo, Cristiano Zanetti, Morfeo, Semioli, Vieri, Corradi, allenatore Lippi. Di un bilancio ignoto, anche se benedetto dalla nobile Procura milanese, che si presume pagato di tasca propria dal patron. Del quale si sapeva in anticipo anche che sarebbe stato assolto dal collocamento bidone in Borsa della sua Saras due anni e mezzo fa - la Procura partenopea di Milano sa chi perseguire (anche questo di poteva leggere su Anti.it, il 27 settembre). Né si discute del commercio dei calciatori estero su estero, meglio se cari, le provvigioni sono più alte. In passato questa è stata una delle vie per lasciare soldi all’estero, una quota delle provvigioni ai procuratori. Si sono comprati giocatori in serie ovunque nel mondo, mai utilizzati. Ci fu chi comprò intere squadre di calcio, in Francia, Spagna, Grecia, per meglio ampliare la riserva. Questo non è naturalmente il caso dell’Inter, né di Moratti. Anche gli arbitraggi a favore e, quest’anno, quelli dichiaratamente contro, notevolissima novità nella pur variegata panoplia della corruzione italiana, non sono stati fatti, come tutti sanno, per favorire l’Inter. Che solo deve vincere in Italia, poiché fuori le perde tutte. E Mancini in fondo chi è? Uno che ha vinto le coppe e le supercoppe che nessuno vuole, e un campionato da cui i compari avevano provveduto a estromettere la Juventus, il Milan, la Fiorentina, e i banchieri la Roma.
In fondo sono solo partite di calcio. Di solido ci sono i 250 milioni di euro di finanziamenti pubblici che ingrassano, nella Sardegna del virtuoso Soru, la Saras. Che può così fare tanti profitti da pagarsi, a Milano, l’Inter. Con la quale scardinare il foot-ball, l’unica cosa che ancora non era milanese, non tutta.
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