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giovedì 29 gennaio 2009

Ombre - 13

La Procura e il Gip di Roma, che tra l’altro è una donna, lasciano libero uno stupratore, dicendo: “È la legge”. La Corte di Appello e il Tar di Milano invece dicono che Eluana deve morire, ciò che la legge espressamente vieta, appellandosi alla ragionevolezza. La questione morale è la stessa questione morale, dei tutori inflessibili della pubblica moralità. Senza equilibrio, senza rettitudine. L’ubriachezza e la droga, che le legge dice aggravanti, la Procura e il Gip a Roma considerano invece attenuanti.

Dei Casamonica e dei Tredicine, clan del sottobosco affaristico di Roma, si dice in questura e nei giornali che sono abruzzesi. Il politicamente corretto non consente di dire che sono (ex) nomadi. Ma possono essere indifferentemente abruzzesi. Il politicamente corretto è scorretto.

De Magistris giudice di Napoli sancisce che Rutelli è in combutta con Romeo, l’imprenditore di cui convalida l’arresto, con quello che è a tutti gli effetti un primo giudizio di condanna. Ma Rutelli presiede a Roma il Comitato per i servizi d’informazione, che deve giudicare (condannare) l’operato di De Magistris procuratore della Repubblica, che fece intercettare mezza Italia.
Essendoci Napoli di mezzo, si sa che è tutto teatro. Ma, ritornello, la questione morale è la questione morale stessa.

Ahmadinejad è di origini ebraiche, denuncia a Teheran un politico moderato. Nell’abiezione non ci sono limiti, essendo essa sempre, di qualsiasi natura, un falso concetto: non si toccava mai il fondo nell’“arianesimo”, o la purezza della razza, e nel sovietismo fino a ieri, e oggi nell’antisemtisimo, e nella questione morale – i cui campioni, uno a uno, e le cui argomentazioni aprono sempre nuovi abissi.

Fare la guerra al Brasile per Battisti è opera dei pupi. È però vero che alcuni dei brasiliani che vogliono Battisti un martire della libertà sono stati rifugiati politici rispettati, e anzi ospiti privilegiati, anche se non cantavano, in Italia durante la dittatura militare. Più o meno negli stessi anni di piombo. Neppure un Lula in stato alterato potrà sostenere che i due esili hanno la stessa natura. Ma potrebbero essere collegati, anche questo è vero.

Battisti, un killer freddo, è patrocinato dalle sorelle Bruni, le esiliate d’Italia, protetto da Lula, il presidente compagno del Brasile, sostenuto dai giornali impegnati, si sente tra le righe, manovrato dai servizi francesi, che sempre hanno manovrato contro i cugini transalpini, e contro nessun altro in Europa, in alcuni casi anche scopertamente, Enrico Mattei, Oas, Cabinda, Ustica, il centro studi Hypérion del capo brigatista Moretti. Battisti si atteggia al genere Tarantino, o camorra napoletana, del killer che sghignazza mentre spara, deprecato ma evidentemente condiviso.
Dove sono i confini della barbarie, sia pure tra “noi e loro”, bene e male, legge e crimine? Grosse falle si dovrebbero aprire nel discorso delle mafie.

Ci vorranno tre giudici per ogni decisione – escluse, forse, le multe. Una “riforma” che “la Repubblica” definisce “magistratura depotenziata”. Ma moltiplicherà per tre il numero dei magistrati, e l’incubo.

Capita d’incontrare nella stessa giornata cinque amici, a vario titolo compagni, contenti di aver visto nei telegiornali di Arte e Al Jazeera la manifestazione dei clandestini a Lampedusa come prima notizia e il governo italiano accusato di razzismo. Il dispiacere per l’uso degli africani della politicantaglia italiana, dopo lo sfruttamento dei negrieri libici, si raddoppia per la perfidia del giornalismo, impunita, e si triplica per lo smarrimento di ogni lume critico. È la barbarie?

“Veltroni s’adegua! Con i baffi alla Fiorello spera in un posto a Sky anche lui”. Vincino scherza, ma che la politica della sinistra sia fatta da Murdoch, e alla Murdoch, è incredibilmente vero.

“Rai, revocata nomina di Villari. Passo indietro dei partiti”, titola “Repubblica”. O non è al contrario?
Si dice anche che la rimozione del presidente della Commissione Rai è anticostituzionale e non ha precedenti. Questo non è vero: il presidente della Repubblica Leone fu rimosso per un accordo tra la Dc e il Pci (Leone evitò gentilmente la fatica ai due partiti dimettendosi). La novità è che ora si trovano costituzionalisti che lo dicano, un po’ di democrazia nel compromesso che ci governa è entrata.

Un goal in fuorigioco e un rigore negato alla Roma: un altro regalo all’Inter degli “arbitri giovani” di Gussoni e Collina. Errori, certo. A senso unico, certo. Ma perché la “Gazzetta dello Sport” non ne parla, che pure fa tanta moviola, e “Repubblica” e il “Corriere” solo nella cronaca di Roma?,

“Il principe e il burino”. Gioca molto su questi archetipi l’editore Ciarrapico, ora senatore, con Madron sul “Sole” di domenica 18. Senza spiegare che la storia è invece tutta Banca di Roma. Come peraltro si sa. Di due imprenditori non molto capaci, o fortunati, di cui la banca ha organizzato a più riprese il salvataggio e il rilancio. Fino all’epoca Geronzi, il sorridente deus ex machina del nuovo business romano, particolarmente attento all’editoria, e al lodo Mondadori. Nella famosa mediazione per la casa editrice fra De Benedetti e Berlusconi, Ciarrapico era in realtà Geronzi – che nel 1994 compirà l’opera salvando Berlusconi dai debiti che ne minacciavano il fallimento.

Dopo Villari presidente di qualcosa alla Rai, due giornalisti che litigano in tv, Annunziata e Santoro. È tutta qui l’Italia che uno vorrebbe impegnata, democratica, di sinistra. I due giornalisti sono importanti, pezzi grossi della televisione, ma che hanno mai fatto, di cui ci si ricordi? E cosa rappresentano, a parte le protezioni politiche – non si può dire nemmeno appartenenze, le rifiutano?

C’erano abbastanza prove per arrestare Del Turco sei mesi fa. Ma non abbastanza per fare ora il processo. La vera questione morale è la stessa questione morale, dei tutori inflessibili della pubblica moralità.

Niente avventura, divertimento, atletismo, solo interminabili pagliettismi su fuori gioco di un millimetro, e chi ha spinto chi. Per un esercizio di vera furbizia: basta far vedere venti volte il fuori gioco di una squadra e una o mai quello dell’avversaria e il giudizio è fatto. Ai tempi della Juventus imbattibile di Capello Calciopoli era già nelle cronache di Sky, di Canessa e Bergomi, un romanista e un interista: non c’era favore alla Juventus che non si rivedesse venti volte, non c’era torto che si rivedesse mai.
Con Sky, tv a pagamento, una risposta c’è: non pagare le partite. Con le tv pubbliche gli spettatori sono indifesi e violentati. Da gente che non è stupida, è più furba.

Berlusconi vuole Fiat a Canossa

La crisi e il regime
La Fiat è infine scesa a Roma, Marchionne ha rotto il folle stallo, dove però Berlusconi non si è fatto trovare. Marchionne era peraltro accompagnato da Montezemolo, che è quanto di più indigesto si può presentare a Berlusconi. La commedia degli equivoci, tra i forti “antiberlusconiani di centro” di Torino, degli Elkann con Montezemolo, e il governo si perpetua. Mentre nessuno compra macchine in attesa che il governo vari gli incentivi. L’auto perderà non si sa se sessantamila o trecentomila posti di lavoro. E comunque ha già affossato la produzione industriale e tutti gli indici. Sembra di sognare.
Viene dal capo il rinvio del pacchetto anticrisi per l’auto. Che si farà in ritardo sugli altri paesi europei, e dopo che le vendite di gennaio si saranno dimezzate rispetto a quelle, già non alte, di un anno fa, e anche febbraio sarà stato compromesso. Con cifre peraltro irrisorie, da social card, quando la Germania di Angela Merkel ha stanziato già un mese fa 1,5 miliardi per i soli acquisti di auto nuove - nel quadro di un pacchetto di stimolo di cinquanta miliardi. Tanta tempestività per le banche, e per la contrattualità, intervento l’uno sostanzioso l’altro complesso, e completo attendismo invece per misure di poco costo per lo Stato e sperimentate da dodici anni: non c’è un ordine, ma Tremonti e Scajola sanno che Berlusconi vuole ridurre tutti i margini di redditività che la Fiat si era conquistati per una volta sul mercato. Il gruppo italiano è ora solo un terzo, meno di un terzo, del mercato dell’auto, dalla componentistica all’assistenza, ma il difficile rapporto Fiat-Berlusconi ha fatto a farà perdere ancora tempo prezioso.
Berlusconi si è scelto distintamente un ruolo politico, e non parla di affari, non in pubblico. Anche della crisi si limita a sottolineare gli aspetti politici, di fiducia, ma sa tutto e decide per tutti. Nella crisi sa naturalmente che non può non intervenire. Parla di giustizia, di federalismo, di Rai, di intercettazioni, ma pensa e opera sui fatti della crisi, ora in particolare su quelli della meccanica. Un’altra Alitalia, moltiplicata per dieci o cento, non va con la sua natura piaciona, oltre che con i voti. Ma si prende la sua piccola vendetta, al coperto della Lega, che "assolutamente" non vuole aiuti a Torino. Non ha ricevuto Marchionne. Alla riunione per gli aiuti all’auto mercoledì ha fatto convocare cani e porci eccetto la Fiat. E l’ha fatta chiudere con un rinvio. Finirà tardi e male, per nessun altro motivo che la politica. Non un orientamento politico diverso dall’altro, ma una ripicca, di gruppi e persone per il potere. In questo il regime c’è, eccome.

Raiume, l'Italia piagnona di Bernabei

Radio Uno sabato mattina, nella trasmissione che supplisce “Radio anch’io”, dà voce ai problemi degli ascoltatori sulle novità che li riguardano, la social card, il digitale terrestre, eccetera. Ma non fornisce le soluzioni ai problemi che si manifestano, con le solite spiegazioni e i consigli dei responsabili, gli esperti, i sottosegretari, eccetera, dà solo voce alle lamentele. Che tutte hanno ragione, anche quelle palesemente superficiali, irritate, pregiudiziali, faziose. È l’ideologia Rai, un tempo si sarebbe detto della piccola borghesia: il mugugno ha ragione. L’ha inventata Bernabei, l’inventore della Rai, e da cinquant’anni governa l’Italia.
È questa ideologia, il raiume, che rende il paese ingovernabile, depresso, anarcoide, la vera opposizione di ogni governo. È una tradizione. Uno scrittore inglese ha scoperto che la lagna è comune all’Europa di oggi, scrivendoci sopra un brillante “Il potere della lagna”. Col sottotitolo: “Perché viviamo in una società paranoica”. Ma il fondo è ben più remoto e solido in Italia, che confluì nel piagnonismo e tuttora fa di Gerolamo Savonarola, personaggio per molti aspetti infame, un eroe e un santo.
Di Ettore Bernabei è già stato detto che è l’uomo che ha creato la lingua e il linguaggio della Repubblica, attraverso la televisione. Ma non si è detto abbastanza. Il linguaggio che tiene l’Italia nell’ansia, e quindi nel bisogno, ecco il controllo. Il toscano-lombardo che Manzoni vagheggiava, Bernabei se ne può dire l’esecutore testamentario, con la stessa ideologia: i poveri sono anche poveri di spirito. Muoiono più spesso degli altri, e vivono senza un raggio di luce. Parlano ma non capiscono. Inoltre, sono tutti buoni. Con lo stesso abuso dell’ironia, e le freddure nella bocca sbagliata.
Bernabei è anche noto per avere inventato le quote di partito e le carature, incarnando egli stesso il “sistema”, quello che sarà la “lottizzazione”, o occupazione del potere: portato alla Rai da Fanfani per la comune ascendenza toscana, dopo essere stato il segretario di Andreotti, di Fanfani arcinemico.

mercoledì 28 gennaio 2009

L'opinione pubblica in epoca plebiscitaria (1)

(Il testo che segue, sulla sostituzione della “tecnica” alla “politica” in regime plebiscitario, si leggeva nel 1932, al § 74, di “Der Arbeiter” di Ernst Jünger)

Bisogna rifarsi qui al modo in cui i Parlamenti cessano di essere organi del concetto borghese di libertà e istituti di formazione dell’opinione, per convertirsi in unità di lavoro. Conversione il cui senso equivale a trasformare degli organi sociali in organi esecutivi. Bisogna qui rifarsi alla padronanza della tecnica del plebiscito che si compie in uno spazio in cui non soltanto il concetto di popolo ma anche le alternative emerse in argomento hanno rivestito un carattere molto equivoco. Bisogna inoltre rifarsi alla sostituzione del dibattito sociale e politico con l’argomento tecnico, che corrisponde alla sostituzione del ceto politico con gli esperti. In questo contesto si situa anche il prosciugamento della palude della libertà di opinione che è oggi la stampa liberale. Qui, ancora una volta, bisogna riconoscere che le tecniche sono molto più importanti dei singoli che producono l’opinione all’interno delle tecniche stesse. La macchina, il cui funzionamento assorbe a elevata andatura questa opinione, è infinitamente più pulita, la precisione e la rapidità con le quali non importa che giornale di partito giunge ai suoi lettori sono infinitamente più significative di tutte le differenza di partito immaginabili. È una potenza, ma una potenza di cui l’individuo borghese non sa più servirsi, e che utilizza, per difetto di legittimazione, come un perpetuum mobile della libera opinione.
Si comincia infine a vedere che un’umanità molto uniforme è qui all’opera e che il fenomeno degli scontri di opinione deve connotarsi come uno spettacolo che l’individuo borghese rappresenta ripartendo i ruoli. Tutte persone radicali, cioè noiose, il cui tipo comune d’alimentazione consiste senza eccezioni nel monetizzare i fatti in opinioni. Il loro stile comune si definisce come un entusiasmo ingenuo scatenato da non importa che punto di vista, non importa quale prospettiva, di cui essi abbiano l’esclusiva – e dunque come il sentimento di un vissuto unico nella sua forma più svalutata.
Quello che abbiamo detto del teatro vale anche per i giornali; diventa sempre più difficile distinguerne gli elementi, che siano i commenti e gli annunci, la critica e le notizie, la parte politica e lo svago. Qui tutto si vuole individuale al massimo e destinato al massimo all’uso della massa.
L’indipendenza cui si appella la stampa presenta ovunque la stessa natura, ovunque s’incontri quella rivendicazione. Consiste nell’indipendenza dell’individuo borghese nei confronti dello Stato: la formula secondo cui la stampa costituisce un nuovo grande potere appartiene al vocabolario dell’Ottocento. Correlativamente, si vedono sorgere grandi affaires in cui il giornalista trascina lo Stato alla sbarra della ragione e della virtù, e dunque, in ogni affaire, alla sbarra della verità e della giustizia. Assistiamo anche qui a un’offensiva sottile che prende una forma difensiva, e lo Stato liberale, che non è che un’apparenza, soccombe con tanta più certezza a questa offensiva in quanto essa si svolge al tribunale dei suoi principi fondamentali. Il quadro non sarebbe completo se non si vedesse simultaneamente la relazione che esiste tra la libertà di opinione e l’interesse. Si conoscono perfettamente i legami tra questo genere d’indipendenza e la corruzione. Che, spinta a conseguenze estreme, non disdegna sussidi estranei, intellettuali e finanziari.
(continua)

Si vince a Kabul solo con Mosca

Il neo presidente Obama ha forse ripreso il senso della realtà nei confronti della Russia. Se non altro per il motivo che chi ha interessi in Centro Asia ha solo una strada per avere successo, passare da Mosca. Lo sa l’Eni, che su questo si batte da anni con i soci americani, per poter sfruttare l’enorme giacimento di petrolio scoperto a Kashagan nel Kazakistan. I due gruppi americani, Exxon e Conoco-Phillips, sono stati a lungo gruppi bizzarramente ancorati a preclusioni ideologiche e ciechi alla geopolitica. Lo sa Israele, che si dovrà confrontare con la bomba iraniana, se Mosca non nega il grilletto. Lo sa da tempo l’amministrazione americana, con i suoi alleati che, sotto la bandiera dell’Onu, stanno combattendo nei loro fortini la guerra perduta in Afghanistan. Con la loro inettitudine travolgendo le forze vive dell’Afghanistan liberato dai talebani sanguinari. Tra essi l’Italia. Che però ha sempre detto, a differenza degli Stati Uniti e degli altri alleati europei, che la guerra non si poteva combattere senza un corridoio di rifornimenti russo.
Non ci sono solo le regole d’ingaggio “protettive” a impedire alle forze Onu il mantenimento della legalità in Afghanistan, tenendole chiuse nelle loro basi. Qualsiasi risposta ai talebani è pregiudicata dal fatto che i rifornimenti arrivano col contagocce. E anzi un calcolo è stato fatto che tra Peshawar, in Pakistan, e Kabul si perdono in pochi chilometri la metà dei rifornimenti. Si perdono, cioè, appropriati dai talebani e dai qaedisti. In questo soprattutto la presidenza Bush sarà stata colpevole, che avrebbe potuto chiudere le guerre in Iraq e in Afghanistan con un successo, e fugato quindi ogni critica, anche umanitaria - nulla è più giusto della vittoria: non avere voluto la collaborazione della Russia nella crociata, o difesa che sia, contro il terrorismo islamico.

martedì 27 gennaio 2009

L'Espresso: la crisi c'è, Murdoch (ancora) no

Il gruppo editoriale di Carlo De Benedetti va incontro a una ristrutturazione. In vista di una cessione, forse in compartecipazione. Si spiega così il forte rimbalzo del titolo in Borsa, a un riesame dell’annuncio di Carlo De Benedetti di lasciare le cariche, adducendo la questione di età in forma giovanile.
Lascia tutto, De Benedetti, ma in pratica solo il gruppo Espresso-Repubblica, dove la sua presenza era effettiva. Mantenendo i poteri di nomina dei direttori dei giornali, per garantire la continuità della linea politica, tenendola al riparo dei mutamenti previsti nella proprietà. Non ci sono compratori manifesti, o anche possibili, se non il solito Murdoch, e tuttavia degli approcci ci sarebbero stati da parte di Carlo De Benedetti in persona.
Esiste almeno un progetto per Murdoch nel gruppo editoriale e L’Espresso-Repubblica in Sky, al posto di Telecom. Ma non si sono registrati incontri o fatti sostanziali su questa strada. L’ipotesi invece che si fa con più credito è che il gruppo subisca uno scossone, in grado di coprire la crisi in corso e quella incombente, di copie e di pubblicità, con forti tagli dei costi. Scossone per il quale la divisione fra management e poteri di nomina si ritiene la migliore. È anche un fatto, inoltre, che i De Benedetti cercano soci o compratori per il gruppo editoriale. La redditività è a zero, e sarà negativa, e i figli di Carlo De Benedetti, che non hanno la passione politica del padre, sono ansiosi di capitalizzare adesso.
Su Murdoch però non ci sono novità, solo il fatto che sarebbe l’unico in grado di rilevare il gruppo L’Espresso. Resta inoltre da capire se un imprenditore televisivo, che è comunque un concessionario dello Stato, anche se per la tv criptata, possa possedere giornali. Dal lato De Benedetti invece ci sono più certezze. Viene esclusa l’ipotesi di uno scambio di partecipazioni, con L’Espresso in Sky, magari al posto di Telecom. I figli De Benedetti non hanno l’esperienza, e comunque non avrebbero le risorse, per imbarcarsi nella tv a pagamento, un settore ancora a forte investimento. E non intenderebbero rassegnarvisi a una partecipazione passiva, puramente finanziaria. Ma la cessione comunque si farà: l’editoria non è da un paio d’anni, e non sarà per qualche anno, un affare, con la pubblicità stagnante o in calo, con i rinnovi contrattuali in ritardo da sei anni, e nell’attesa di un riassetto del mercato che difenda i giornali dall’assalto della free press e dei nuovi media.

Strade piene di sogni, verso la guerra

C’è voglia di divagare, una nota insolita in Jünger. Che passa a Karlsruhe, quando inizia lo sfondamento della Francia, un mesetto allegro, come non succede mai nei suoi libri, con belle signore e ragazze facili. E pomeriggi lievi con la divorziata madame Cécile a Bourges, in conversazioni futili tra le rovine dell’occupazione. Per una “calma della salamandra” impensata anche per questo scrittore riflessivo, tra le consuete “cacce sottili” o “cacce al tesoro” di insetti, e le passeggiate, a piedi e a cavallo. È in certo senso “il libro”, ben esplicito, di un autore che si vorrebbe indecifrabile: è un letterato e un esteta, le sue cacce entomologiche comprese.
Jünger vi si rappresenta in un “diario”, genere che nella prefazione alla riedizione del 1979 troverà non a sorpresa dilagante, ma che già quarant’anni prima la catastrofe incombente predilige e quasi impone. Il diario lo accompagna nei quindici mesi in cui la guerra si prepara e la disfatta della Francia si realizza, eventi drammatici e tuttavia di sfondo, remoti. Anche materialmente: a Laon, dove trova “la raffinatezza nella gioia di vivere quale non si conosceva più da tempo in Germania”, tra le cattedrali, le cantine e gli archivi, trova anche le carte delle origini della Francia colpevolmente abbandonate. E questa è la traccia maggiore della guerra nel diario, insieme con le masse di sfollati e i villaggi abbandonati all’ora del pranzo, con le tavole apparecchiate. La guerra personale del capitano di fanteria Jünger si svolge nelle aree contigue al fronte, e in quelle “romane” del vino, la Mosella e la Champagne, e viene fermata in un ampio semicerchio che chiude Parigi a Est, a mezza giornata di marcia dalla capitale, tra Soissons e Bourges.
La traduzione di Alessandra Iadicicco rende la lettura dell’irto Jünger specialmente scorrevole, ed è il merito maggiore di questa edizione. Che completa il ciclo delle “Strahlungen”, irradiazioni, sei diari di guerra, per il resto già pubblicati da Longanesi una quarantina d’anni fa, e riediti da Guanda nel 1993, sempre nella vecchia traduzione di Henry Furst. Un completamento che avrebbe meritato miglior cura (un cenno sull’autore e sul libro, delle note ai nomi, il magister di Segesta, Friedrich-Georg, Spinelli, Paul Gerhardt, solo di kniébolo si spiega che era Hitler, e anche un itinerario sarebbe stato utile). “Giardini e strade”, che copre il periodo dal 3 aprile 1939 al 24 luglio 1940, si pubblica separatamente perché è stato concepito separatamente. Era già pubblicato nel 1941, e tradotto in francese nel 1942, mentre le altre cinque parti del diario sono state concepite successivamente, coprono l’occupazione a Parigi e la sconfitta, e sono state pubblicate nel 1948, dopo la riabilitazione dello scrittore.
Le altre parti hanno caratteristiche diverse, il genere “mosconi” che fa tanta letteratura di Parigi. Sono una galleria di personaggi, indiscrezioni, pettegolezzi, e di cenni sempre paradossali, per forza di cose non diaristici, ai fatti importanti – il paradosso è sempre pieno del senno di poi. “Giardini e strade” è diario più verosimile, anche per i tempi di pubblicazione. Jünger lo concepisce e lo realizza come presa di possesso di sé. Delle propria identità, di quello che è o vorrebbe essere, nel momento in cui la pace crolla apertamente, per una guerra incondizionata, quindi comunque devastante. È anche un diario del più puro caratteristico. Un Jünger d’annata, come spesso egli stesso dice in queste pagine delle cantine abbandonate dai francesi sfollati. In realtà un libro scritto con molta economia, non solo per la censura. Non a caso, forse, “Giardini e strade” le grandi catene librarie collocano nel comparto Filosofia, non si legge come una Sabine Meyer, di cui è meglio non sapere nulla. Il viaggio è soprattutto nel ricordo. Nella Grande guerra, che sarà stata l’esperienza di vita di Jünger. Con dispendio della Marna, talvolta a sproposito – il “ponte sulla Marna” di Chatillon, per esempio, che dovrebbe essere semmai sul Loing, o sul canale di Briare, incongruenza che la traduttrice risolve la traduzione a “il grande ponte” – anche se non c’è un grande ponte a Chatillon-Coligny.
È questo anche uno dei primi testi di cui la materia si vogliono i sogni, esumati e elaborati nel diario, o uno di quelli che più estesamente vi ricorre. In funzione non terapeutica ma profetica, nell’ambiguità generale della mobilitazione di Jünger nella Guerra Totale e Finale. I sogni sono parte importante dei “Diari” di Jünger. Della nonna paterna in particolare, con la quale ha fatto per anni “sogni strani”, raccontati nella raccolta "Nelle case dei morti”). I sogni si collegano a uno dei temi jüngeriani, il Regno delle Madri: la preminenza delle figure femminili (la madre, la nonna, la bisnonna) che lo inquieta: “Evoca l’antica Gaia, che non è sempre molto rassicurante”. Si sa: “Il campo delle madri si dispiega su un vasto orizzonte, dalle Erinni alla Santa vergine – e sempre si ritrova il serpente”. Ma sono la parte inerte del libro.
Qui bisogna intendersi sulla natura del sogno, il cui stimolo non supera la mattinata. Il sogno raccontato di Baudelaire. E quello analitico del surrealismo. Non il sogno premonitore o profetico dei santuari greci e della Bibbia. Sia i sogni che i racconti dei sogni non hanno proprietà affabulatoria. Non riescono, con tutta l’estro di Baudelaire e di Freud, a prendere vita - o a causa di Freud. La casuale rilettura in contemporanea di “L’insostenibile leggerezza” di Kundera, un altro falso diario in cui si fanno molti sogni, ne esaspera l’inconsistenza e l’irrilevanza, anche a fini evocativi, d’immaginazione. Inerte è lettura dei sogni imperante, peraltro, da una parte e dall’altra: da parte di chi i sogni li legge con Freud, e di chi, ancora, con Artemidoro, e la vaga scienza delle costellazioni e congiunzioni astrali come si sottintende in Jünger.
Qualcosa si può aggiungere al non detto di questa edizione. La prefazione all’edizione del 1979 accentua il tono anti-hitleriano di “Giardini e strade”: “All’epoca, mi dilettavo a comporre un certo genere d’immagini a doppio senso per far comprendere la situazione ad alcuni uomini – o a quelli che intendevano restare tali”. Tono che invece non c’è, e non ci poteva essere. Kniébolo per esempio non c’è nella prima edizione del 1941. Il libro non fu riedito in guerra, perché Jünger non volle omettere la citazione del salmo 73, “Perché i giusti soffrono” (di cui sta facendo spreco a motivo della crisi), e questo è più plausibile – anche se a fine 1942 si pubblicavano pochi libri, eccetto quelli per le truppe, la carta era già preziosa. E tuttavia la prefazione è importante per definire la posizione dei rivoluzionari conservatori alla Jünger nel nazismo e nella guerra.
Il mistero della Resistenza tedesca, che fu la più ampia e la meglio organizzata fra tutti gli antitotalitarismi in Europa, “è la poesia”, spiega Jünger nel 1979. Che può sembrare di parte, e anzi una mozione degli affetti, ma non lo è. Si può sorridere, ma poi la “natura artista” della Resistenza militare tedesca, di Speidel, di almeno uno degli Stulpnagel, è vera, è concreta. Ci voleva un Silla, aggiunge Jünger: “Senza un Silla qualsiasi attacco alla democrazia plebiscitaria avrebbe avuto necessariamente come conseguenza un rafforzamento dell’abiezione”. Dove inquietante è non tanto la pezza giustificativa, perché non abbiamo abbattuto Hitler, quanto l’accenno alla “democrazia plebiscitaria”, cioè al legame non più tanto segreto tra totalitarismo e democrazia. Questo Jünger sarà importante nella scoperta della Resistenza che la Germania viene compiendo, ora che non ha più paura di Stalin e i suoi epigoni. Il Silla di Jünger era peraltro Rommel, e allora è proprio vero, la Resistenza tedesca era del genere “artista” - il meglio che si può dire di Rommel è che era un farfallone. È una strana guerra, drôle de guerre, anche quella dei tedeschi alla Jünger. Che, sebbene nazionalisti e conservatori, la temono e la avversano. Ma, sebbene abbiano posizioni pubbliche e anche militari, la avversano in privato.
Jünger è stato denazificato dopo la sconfitta. Ma solo per essere amico di Carl Schmitt. Nella sua sterminata produzione non ha un rigo di antisemitismo, o di oltranzismo nazionalistico. A differenza, per dire, di Thomas Mann. Sarà l’autore sul quale ricostruire l’identità della Germania durante e dopo Hitler. Anche per la questione della pavidità, o prudenza che sia
Ernst Jünger, Giardini e strade, Guanda, pp. 210, € 18,50

Dell'inutilità delle esumazioni

Ottima cura di Francesco M. Cataluccio, con introduzione e note brevi e esaurienti, non ci sono in libreria molti testi così curati. Ma per una “singolare opera”, dice lo stesso Cataluccio, e irrimediabilmente datata, buona per i cultori della materia, il Novecento in Polonia. Anche se è piuttosto letteratura parigina scritta, in polacco, a Buenos Aires. Con gli umori acidi, a volta a volta, contro Parigi, Beethoven, la stessa Polonia, Borges. Con l’insistenza nota sul Dolore, che però è anche il dolore, si scopre negli appunti di questi anni, per il mancato premio internazionale degli Editori (peraltro ottenuto successivamente). Sull’annotazione “più intelligente, più stupido” il curatore dice che “si gioca il principale problema del nostro tempo, che domina tutto l’episteme occidentale”, e questo è tutto, qualsiasi cosa voglia dire. Un’esumazione certo indolore, e forse inutile.
La parte più interessante, “Diario Parigi-Berlino”, era stata già pubblicata, dallo stesso Cataluccio, con identica cura, nel 1985. Come peraltro il diario nel suo insieme, anche se privilegiando altri anni, dal 1953 al 1961, pubblicato in due parti nel 1970 e nel 1972 dallo stesso editore, per la cura di Riccardo Landau. La parte “Sur Dante”, estrapolata nel 1968 da l’Age de l’Homme, e subito tradotta, che all’epoca fece scandalo, sa oggi di adolescenziale. Ungaretti protestò, ricorda Cataluccio, con una veemente lettera a Dominique de Roux, che collazionava testi per uno dei volumoni dei Cahiers de l’Herne dedicato a Gombrowicz. E si esprimeva, possiamo aggiungere, in questi termini: “ll libro su Dante del polacco è pura cretineria. È assurdo aver pubblicato una cosa simile. Ho fatto a pezzi e ho gettato al diavolo questo scritto stupido, stupido come nessun altro”. Ma Gombrowicz non era stato da meno, per il quale la Commedia era “opera sempliciotta, scadente, noiosa, fiacca”. Tutto, certo, si può dire.
Lo slavista Marinelli fa l’ipotesi, nel saggio “Riaggiustamento o legittimazione? Canone “europeo” e letterature “minori””, che Gombrowicz, polacco in esilio, dunque doppiamente polacco secondo i suoi editori, in realtà sia antidantista per essere antinazionalista: “Gombrowicz scrittore, finissimo letterato e intellettuale di grandi idee e grandi passioni, è ben lontano da qualsivoglia sciovinismo e provincialismo, e infatti mette in opera un'inaudita strategia di demolizione anche e soprattutto nei confronti del canone “nazionale” e – tacciandolo di ”Omero di seconda categoria” e “scrittore secondario di prim'ordine” – proprio nei confronti di quell'Henryk Sienkiewicz che non a caso, anche in favore di una certa “polonità”, nel 1905 aveva avuto il premio Nobel per il romanzo Quo vadis?. La posizione anarchica e integralmente anticanonica di Gombrowicz nasce ovviamente da tutta la sua costruzione concettuale su quella che lo scrittore polacco chiama la “Forma””.
Ma, poi, il Dante di Gombrowicz è solo un’interrogazione, ginnasiale: “O, Divina Commedia, cosa sei dunque?Opera maldestra del piccolo Dante?Immensa opera del grande Dante?Opera mostruosa del perfido Dante?Recitazione retorica del bugiardo Dante?Vuoto rituale dell'epoca dantesca?Fuoco d'artificio? Fuoco vero?Irrealtà?O forse l'intreccio difficile e complesso tra la realtà e l'irrealtà?Spiegaci, o Pellegrino, come dobbiamo fare per giungere a te?” E si risponde con un’altra domanda, seppure non in forma interrogativa: “Nella nostra convivenza con i morti l'unico elemento anormale è che essa sia così normale. Diciamo: visse, morì, scrisse “La Divina Commedia”, e ora me la leggo io”. Le sfide all’epoca che Gombrowicz pone, poneva, sono piuttosto nell’umore: le cose che dice si applicano a se stesso. C’è da interrogarsi sull’utilità dei diari letterari. Ma non della funzione, proprio dell’utilità pratica.
Witold Gombrowicz, Diario (1959-1969), Feltrinelli, pp. 448, € 35

mercoledì 21 gennaio 2009

Berlusconi perde quota, con Alitalia

Quello che non hanno potuto ottomila, o novemila, giudici, Prodi, D’Alema, Rutelli, Veltroni, e i magnaccioni televisivi, lo potrebbe Alitalia. Il passaggio di Alitalia alla “razza padana” fa perdere Berlusconi, e non di poco. Gia dalle elezioni europee. Sembra incredibile, eppure l’allarme è diffuso. E il malumore. I sondaggi non lo rilevano, ma le antenne periferiche di Bossi e Fini, e della stessa (ex) Forza Italia, sì. E del resto il caso non scandalizza gli opinionisti: l’opinione pubblica si forma per percezioni di senso più che per le cose, e i momenti, anche grandi, iniziano smottamenti, poco impercettibili. Il calo di popolarità di Berlusconi, che i sondaggi rilevano ma non collegano ad Alitalia, potrebbe essere lo smottamento premonitore.
La privatizzazione di Alitalia così come voluta da Berlusconi ha lasciato insoddisfatti tutti gli operatori del settore aereo, a Milano e a Roma, di Alitalia e di Air One, di Adr e della Sea, e dell’indotto, molto dubbiosi che non si potesse fare meglio. E inferociti gli azionisti, i cui titoli sono stati cassati, dopo averne impedito d’autorità la negoziazione. Sono alcune centinaia di migliaia di elettori. La convinzione sarebbe peraltro generale che Berlusconi ha voluto solo ingraziarsi la “razza padana”, gli speculatori che hanno già depredato Telecom.
Il problema “che fine fanno le azioni Alitalia” non è d’altra parte semplice, o minore, come è sembrato al commissario di Alitalia Fantozzi e al suo ministro Tremonti. Associazioni si vanno formando di piccoli azionisti che potrebbero rinfocolare i malumori. L’intento, per ora confuso, di queste associazioni è di chiamare in causa il governo e la Consob. Su quali basi e con quali scopi è stato deciso d’impedire agli azionisti di negoziare i loro titoli? Questo il quesito cui si tenta di trovare riscontro nei codici per un ricorso giudiziario. Sin dal 5 giugno, come uno dei primi atti del nuovo governo, anche se la decisione formalmente è della Consob. Il presupposto è un’intesa a monte tra il governo e la cordata Colaninno per liquidare senza corrispettivo i risparmiatori.

Un millennio senza autori

Dopo i settantenni i quarantenni. Anche Cortellessa, principe della generazione, raccoglie il suo Novecento – “una prima serie”. I suoi autori sono gli stessi, i poeti, Montale, Fortini, Zanzotto, Giuliani, Sanguineti, e i narratori, Savinio, Landolfi, Gadda, Calvino, Manganelli, Celati. Con la solita trascuratezza: sempre è il Novecento che socraticamente vediamo esagerato, nelle politiche di programma e i piani quinquennali, dal Futurismo al Politecnico, ai Novissimi e al Guppo 63, e prosaicamente attendato al lavoro della terra, Manzoni magnificando e Verga, che sono l’essenza anche del bernabeismo o raismo e della Dc, le diane della Repubblica, ma orfano dei nonni Pirandello (Bontempelli, Svevo, Montale, Landolfi, Quasimodo, Sciascia) e D’Annunzio (Gadda, Alvaro, Luzi, Pasolini, Calvino) nella prima parte, degli americani liberatori dall’altra, rimasta sterile, dai Gettoni nati morti alla scuole Holden di scrittura, a dispense.
Con una novità, però. Seppure senza radici, Cortellessa guarda i suoi autori con un suo specchio particolare, quali “autori critici”. Molti critici del Novecento sono grandi scrittori, in tutte le lingue e le letterature, da Benjamin a Sklovskij, Barthes, Debenedetti (e Citati, Magris, Pedullà), e molti scrittori sono anche critici. Lo sono sempre stati, si può dire, ma nel Novecento, il secolo delle poetiche e dei fabbri (alla Pound), in modo speciale. Cortellessa ne indaga, attraverso le loro confessioni, gli stilemi, i calchi, i rimandi, l’esercizio critico, sui quali essi si sono a loro volta formati. Da qui il concetto di libro segreto. Che è un po’ quello di D’annunzio, il cassetto, l’opificio, il laboratorio, ma è anche diverso: questo di Cortellessa analizza come gli scrittori del Novecento si sono posti riguardo alle loro radici e ai maestri, più o meno riconosciuti. Un esercizio che spera evidentemente proficuo.
Il Novecento è insomma una miniera inesauribile. Ma proietta sui giovani critici, ancorché autori, un’ombra: di che stiamo parlando? Non c’è materia per i contemporaneisti. Se non, appunto, ancora il Novecento. Quando già un decimo del nuovo secolo è trascorso senza traccia. E gli autori del 2008 sono i settantenni (sempre Magris, Citati, Pedullà). Senza contare che il Novecento s’è fermato al 1980 o poco più – al primo Tondelli, all’ultimo Tabucchi prima che entrasse nella clandestinità antiberlsuconiana.
La giovane critica ferma al Novecento
Muoiono in tanti dopo Nietzsche e Dio. L’autore, il romanzo più volte, e la letteratura, che la scrittura sostituisce, cioè la critica. Ma di che? Nonché il testo, lo stile, una storia, un personaggio, che incida e si ricordi, non c’è l’autore. Ci sono molti libri finalmente nei giornali, anche nei supplementi pubblicitari, ma non ci sono autori o libri per i critici. Che la contemporaneità ritrovano nel Novecento. Forse il Duemila non si può quindi scrivere. Ma ci può essere un secolo non secolo? O non è questo materia di critica?
Bisogna essere indulgenti. I critici si parlano tra di loro, si becchettano, e per questo sono irritanti – parlano di metodo, di metodo del metodo, e di non metodo. Ma visti da fuori sono uccelli in gabbia, diversi, anche speciali, o macachi, roba da zoo, specie in estinzione o in ibernazione da proteggere. Perché non hanno più materia. Hanno ancora una funzione, posti all’università e nei giornali, ma non i libri. Il libro, che infine ha conquistato spazio nei giornali, fa ora a meno dei critici. Gli editori vogliono tirature minime di ventimila copie, più le traduzioni obbligate (i diritti dei best-seller comportano pacchetti di diritti) e si occupano di marketing: buone confezioni, buone presentazioni, anticipazioni, promo, e un uso anche ingegnoso degli incentivi alle vendite (concorsi a premi, sconti a termine, buoni sconto, vendite in blocco). Il critico può farne parte, per prefazioni, anticipazioni, presentazioni, con premi e regali.
Non manca il rispetto ance in questa editoria per il critico: ogni best-seller è preceduto da un dittico ditirambico di un critico - viene dopo la presentazione ai librai e una settimana prima dell’uscita del libro. Ma niente di memorabile, degli ultimi venti anni, anche trenta, niente resta. Non c’è niente da scrivere di Camilleri e Saviano, i più venduti di ogni tempo, e anche di Baricco. Perfino zero, a parte il Montalbano del cinema, nel genere giallo dominante, né in Italia né fuori: non un Chandler, un Hammett, una Millar, neppure uno Scerbanenco. Il libro segreto dei critici è ora il libro degli altri critici. Che, per quanto ben scritto, non è consolazione.
Andrea Cortellessa, Libri segreti. Autori critici del Novecento italiano, Le Lettere, pp.460, € 38

martedì 20 gennaio 2009

Obama potrebbe

Il candidato più improbabile, eletto con voto minoritario, è il presidente degli Stati uniti che esordisce con più entusiasmo e più speranze, e questo potrebbe aiutare alcune soluzioni. La realtà è difficile, il peggio della crisi non è passato e le guerre aperte sono quasi perdute. In Afghanistan e in Iraq, con contorno di Iran, Pakistan, Palestina e terrorismo islamico. Ma, come il neo presidente ha detto, l’America ha conosciuto momenti più difficili: alle crisi bisogna solo dare soluzioni. Nel suo caso l'ottimismo potrebbe pagare. E in un ceto senso anche l'inevitabile multiculturalismo.
Il peggio della crisi sono i derivati in agguato, la montagna di operazioni che potrebbero tradursi in debito insostenibile. L’outsider Obama è il presidente migliore per un taglio netto col mondo opaco della finanza (la bad bank di Tremonti). Ma potrebbe farcela entro l’anno. Il crollo di Wall Street il giorno del suo insediamento è beneaugurate. Obama sarà sicuramente il presidente che sconfigge la crisi, poiché ha quattro anni davanti a sé.
In Iraq la pacificazione è ancora possibile, alla sola condizione che ci sia una iniziativa politica. Per la quale non mancano a Obama forti alleati, l’Arabia Saudita e l’Egitto. Ma la chiave più importante dovrebbe essere la Palestina, dove la pace attesa da sessanta anni è solo tardiva. Obama porterà Israele a un negoziato serio di pace: non può evitarlo dopo la guerra di Gaza, e dopo le elezioni potrebbe volerlo lo stesso governo israeliano. Un accordo in Palestina disinnescherebbe molti veleni. L’oltranzismo in Iran e Pakistan ne uscirebbe fortemente ridimensionato.
Obama potrebbe soprattutto, a differenza di Bush, uscire dalla logica errata e improduttiva della geopolitica. E questo proprio in virtù del multiculturalismo che inevitabilmente ne caratterizzrà la presidenza, e di indeblimento del ruolo relativo degli Stati Uniti ("non c'è nessun centro"). Non c’è nessuna ragione, per l’America e per l’Occidente, per controllare direttamente l’Arco della Crisi, da Beirut a Islamabad. Il petrolio non ha nessun valore se non è esportato, e così il gas. Il ruolo marginalissimo dei paesi produttori nel mercato del petrolio degli anni di Bush ne è conferma. Ci sono tre Asie, e questa la meno importante per l’economia globale.

La Fiat torna mondiale

Marchionne aveva dunque ragioni ottime per stare fuori Torino e fuori azienda: l'acquisto della Chrysler è certamente di capitale importanza come ha detto. Dopo il risanamento di Fiat Auto, Marchionne può fare un secondo miracolo.
Pochi dubbi che l’accordo si perfezioni, alcune sue novità vanno sottolineate:
1) Fiat conferma la sua proiezione mondiale. In Brasile. In India con i Tata. E soprattutto, ora, negli Stati Uniti, il mercato più grande e più ricco. A cinque anni da quando vendeva Fiat Auto alla General Motors, si presenta acquirente e salvatore a Detroit.
2) Non è la rana che voleva farsi re: quando l’Avvocato Agnelli rilevò Valletta al comando, la Fiat era il quarto costruttore automobilistico mondiale, dopo le tre grandi Usa.
3) Fiat ha una lunga, e la più proficua, esperienza del mercato americano, con Cnh, la parte del gruppo che non è Fiat Auto.
4) La scelta internazionale è una scelta di puro mercato. La Fiat conferma il nuovo corso slegato dal ruolo di azienda nazionale, e dal tradizionale ruolo politico. Dopo quasi mezzo secolo di gestione eminentemente politica, con un manager che era soprattutto un mediatore politico, Cesare Romiti.
5) Fiat si muove in controtendenza rispetto a quello che si presenta come il nuovo assetto economico mondiale, che vede i governi condizionare i mercati, fino a dichiararsi non interessata alle misure che il governo e Bruxelles potranno prendere.
6) Chrysler è una sorta di Alitalia, un’azienda praticamente fallita. Ma questo è dopo la lunga agonia un asset: la ristrutturazione che è fallita a manager pure di qualità, e alla Mercedes, può a questo punto riuscire.
7) Si tratta della unione di due debolezze, il fondo Cerberus che ha rilevato il titolo per mera speculazione e un gruppo automobilistico che non ha nessuna esperienza del mercato Usa. Ma parte con realismo: introdurre negli Usa i modelli a basso consumo e basse emissioni che danno accesso ai colossali aiuti finanziari già varati dal Congresso.
8) Chrysler ha marchi, modelli, e organizzazione commerciale. Le sinergie sono potenzialmente strabilianti.
9) Con Chrysler dopo la cura Mercedes Fiat può entrare nei segmenti di gamma alta, più remunerativi.
10) John Elkann è stato parte dell’accordo, da tempo praticamente stabile a New York. Marchionne non è solo, la proprietà non è fatua né sprovveduta.

Un altro Sud, texano e felice

Un libro che è la felicità dell’essere. E per le foto più che per il testo. Di un Sud che Lomax, l’etmomusicologo che nel 1954 ne registrò per la prima e ultima volta i canti popolari, vive e non “scopre”. Che ne sarebbe stato della “questione meridionale” se gli interlocutori fossero stati tanti Lomax, non necessariamente texani come lui?.
Con un saggio che spiega tutto di Goffredo Plastino, etnomusicologo italiano, allievo di Carpitella (di cui non nasconde la relazione ambigua con Lomax), in cattedra... a Newcastle.
Alan Lomax, L’anno più felice della mia vita, Saggiatore, pp.240, € 29

Pippi Calzelunghe, pulp

Nel secondo volume della trilogia del Millennio si arriva a pagina 260 senza novità. E questa è già una chiave: il lettore di gialli è masochista. Peggio ancora al clou delle settecento a passa pagine: il pezzo forte è infatti essere stato sparato all’anca, alla schiena e “due centimetri sopra l’occhio destro”, nonché sepolto sotto mezzo metro di terra, e riuscire ad accoppare lo sparatore a colpi di ascia, dopo aver messo fuori combattimento la Cosa, un gigante di due metri per due che non sente il dolore. Il giallo dunque dev’essere inverosimile, sempre alla Sherlock Holmes, e un po’ cazzabubblo.
Attorno a una Pippi Calzelunghe più incasinata e casinista, all’epoca dei piercing, gli sballi, gli stupri in famiglia e il lesbismo, le pistole elettriche.
Il terzo volume non sposta, non un’impressione durevole, un personaggio, una situazione, un posto, un volto, Larsson non è Dickens. Un affollamento dei peggiori detriti di nessun effetto, a parte la noia. Preceduto al solito dal furbo omaggio alle donne, che sono quelle che comprano i romanzi.
Le malversazioni alla Cepol, la polizia europea, diretta dall’ex capo della polizia di Stoccolma, Ulf Göransson, sembrano dire realistico il trittico. Ma la sua è una storia d’ogni luogo, la Svezia vi è fondale opaco, a parte la promiscuità sessuale. Specie d’inverno: non c’è ghiaccio né buio. La trilogia del Millennio è l’ubiqua cronaca aggressiva, alla “Gomorra”, droga, abusi, sui figli, i minori, le donne, gli immigrati, della realtà che supera l’invenzione, e il colore è la pirateria informatica. Sempre corretto, è insipido: i diritti umani non si prestano all’affabulazione? E' il fumetto, il pulp alla Tarantino. Ma tutto inferiore, malgrado tutto, ai killer veri, quali si ascoltano nelle intercettazioni ambientali dei carabinieri.
Un decimo del millennio è ormai passato ma non se ne vede traccia, neppure in traduzione.
Di notevole resterà in questa speciale trilogia del Millennio la creazione del best-seller. Non scadenzato, non di autore, alla Sherlock Holmes o alla Montalbano, ma seriale, impilato come i cubetti del lego, e venduto subito, in due settimane, a milioni. Anche se lo schema è trito: l’arruolamento di un critico (Fofi, Pacchiano), le prevendita in massa alle catene librarie, gli echi di stampa, l’appiglio della cronaca. E il presupposto che nessuno legga il libro - se qualcuno lo legge, Fruttero, si fa capire che è rincoglionito. Tutto allora eccezionale, ma in questo senso: tradurre, stampare e vendere tremila pagine, in milioni di copie, subito, prima che se ne accorgano, questi sono primati.
Stieg Larsson, La ragazza che giocava con il fuoco, Marsilio, pp. 754, € 21,50
La regina dei castelli di carta, Marsilio, pp. 857, €21,50

La Calabria, tenacia e indolenza

La Calabria è un eden, se solo si lavorasse con ingegno e applicazione. Ripubblicato come curiosità locale, questa “Nota storica sulla Calabria” acquisisce, grazie a una superba introduzione di Saverio Napolitano, diritto di attualità per questa semplice verità, seppure all’apparenza semplicistica: non c’è nessun motivo, non c’era allora, benché l’autore vi fosse in guerra coi briganti, perché la Calabria restasse due secoli dopo la regione più povera, e per molti aspetti più arretrata, dell’Europa occidentale.
De Rivarol, nipote del pamphlettista, partecipò alla guerra del 1809 contro gli inglesi e i loro alleati calabresi, “massisti” e briganti, e ne scrisse a caldo, nel 1817. “La Calabria, un tempo patria delle arti, dove i sapienti della Grecia avevano le loro scuole e che era abitata dal popolo più colto d’Europa, è oggi l’asilo dell’ignoranza e della superstizione”: figlio cadetto di un maresciallo, il venticinquenne ufficialetto era un uomo colto nell’accozzaglia napoleonica, portato quindi a focalizzare certi aspetti nella storia di un popolo. Ma senza retorica, come Napolitano sottolinea, e anzi con tratto quasi scientista. Nelle poche pagine della sua “Nota” presenta un quadro ancora vivo, c’è una sottile dotazione di psicologia sociale in questo militare di second’ordine. Non era del resto l’unico, l’occhio coevo del più famoso Courier testimonia la felice impronta dell’illuminismo sulla cultura francese del primo Ottocento.
Napolitano mette a fuoco l’assenza di pregiudizio, pur nel quadro del “pittoresco-brigantesco” di genere, tra i militari e gli storici del Decennio franco-murattiano. La “Nota” è parte della larga pubblicistica sulle guerre napoleoniche, sia di parte francese che inglese – sono straniere le fonti sulla Calabria del secondo Settecento e del primo Ottocento. Tutta virata sul pittoresco. Ma mai “meridionalistica” – prevenuta, ostile, sanzionatrice. De Rivarol rileva dei calabresi l’indolenza, insieme con la tenacia, quasi un contemporaneo della disillusione in corso. Dotati di spiritualità e capacità dialettica, e ciò per il clima caldo e l’aria ossigenata delle montagne, i calabresi diventano sottili e diffidenti come per natura, sintetizza Napoletano, e quindi finiscono adulatori e falsi.
La “Nota” si legge anche per i particolari. Ci sono i Bruzi, gli schiavi lucani ribelli di Strabone, nomadi, bilingui (greco e osco), sostenitori di Annibale. E le origini dei normanni. C’è Seminara, dove il D’Aubigny vince nel 1495, ed è sconfitto nel 1503 - Seminara, che pii riceverà Carlo V, è la prova fisica della decomposizione moderna e contemporanea della regione. C’è la Repubblica Partenopea, “la Repubblica paradossale che si chiamò Partenopea, spregevole parodia della nostra anarchia”. Ci sono le donne dei briganti, più terribili dei mariti. Manca la carta dettagliata di cui si parla, disegnata dallo Zannoni, che sarebbe stata utile.
Auguste de Rivarol, Nota storica sulla Calabria, Rubbettino, pp.96, €7,90

lunedì 19 gennaio 2009

L'ambasciatore e l'affare Kakà

L’affare Kakà non è isolato. C’è di più che una semplice transazione calcistica, nell’offerta dello sceicco Mansur Al Nahyan. C’è un quadro diplomatico attorno alla cessione del fuoriclasse, e una ragnatela di affari ben più consistenti in attesa di consolidarsi. Di cui i segnali sono molti e univoci. La decisione di Berluconi di privarsi di Kakà, a pochi mesi dal rifiuto deciso opposto ad Abramovich (dopo avergli imposto un Ferragosto sardo col cantante Apicella…), che anche lui non si poneva limiti di spesa. La lunga vacanza del Milan a Dubai. La visita improvvisa e senza scopo di Fini domenica nell’emirato. L’intesa attività di Franco Dionisi, che è stato per due anni ambasciatore a Abu Dhabi. Che è probabilmente il perno della rete.
Nella logica negoziale degli emiri degli ex Trucial States, Kakà appare d’altronde il pegno che la parte araba paga per avere in cambio un vero buon affare. In questa logica le parti insomma si rovesciano: non è Berlusconi che si ingrazia Mansur Al Nahyan, vendendogli Kakà, ma l’inverso. Gli arabi del Golfo praticano nel negozio la logica onesta del baratto: ci dev’essere un utile per entrambe le parti. Inoltre, non avendo forza contrattuale militare né politica, praticano soprattutto la lealtà. Con rispetto per i paesi europei ai quali si sono legati, e per l’Italia non meno che per la Germania o la Gran Bretagna. Non si fanno sgarbi, ma accordi condivisi.
Tutto questo si sa e si dice alla Farnesina. Cosa abbia in mente Mansur invece non si sa, o non si dice. Ma gli emirologi hanno pochi dubbi: vuole poter entrare in buone industrie. Con la piccola quota della Ferrari ci ha preso gusto: il 5 per cento della casa automobilistica gli ha infatti propiziato dalla Fifa un inedito Gran Premio degli Emirati, che ripaga in abbondanza l’investimento. Per altre iniziative l’Eni è citazione d’obbligo, ma forse Saipem è più interessante. E l’elettronica, si dice anche, sebbene sia un settore delicato, confinando con la difesa e gli armamenti: Finmeccanica e Galileo.
Dionisi è un diplomatico particolare. Attivo in politica, molto attivo nella Figc, la federazione gioco calcio, l’Ufficio Indagini e alla Commissione per la riforma, specialista del Medio Oriente, dopo essere stato a lungo a Beirut, e della diplomazia degli affari, il poco più che quarantenne ambasciatore è stato a Palazzo Ghigi col precedente governo Berlusconi, coordinatore del G8 di Genova. Legato a Berlusconi e poi a Fini, vice-presidente del consiglio e ministro degli Esteri. Da giovane è stato consulente dell’editore del gruppo AdnKronos, Pippo Marra, della cui amicizia si fregia nel curriculum ufficiale. La partita di Kakà non è isolata, questo è certo.

Oro nero e poesia negli Emirati

Il sangue si raggela in camera, dove il ministro s’introduce col seguito – il ministro è poeta, quindi senza pudore. È la reazione che si dice di raggelamento, la paura dell’imprevisto. Anche se il ministro non interrompe un’intimità, l’albergo è l’Imperial, vero k. und k., königlich u. kaiserlich, regio e pure imperiale, le camere sanno di cacanica muffa, per stucchi e tendaggi, pur preziosi e rinnovati. Né la città è scena sbagliata, dacché Spengler l’ha espulsa dal Deutschtum relegandola alla latinità – “Vienna è una creazione dello spirito spagnolo”. Ultima sede dell’impero, scelta a capitale dai paesi del petrolio, per radicare la loro natura di nuovi arrivati nei grandi affari.
Il ministro è bianco e grigio, i colori dell’aria, in tinta con le losanghe dell’albergo, di marmo freddo. Ha l’occhio vivido, muove il rosario a velocità ultrasonica e dalla porta va diretto sul letto. Si tira su il saio, gesto osceno che gli arabi fanno forse di necessità, piegandolo sull’inguine. E parla ispirato, a nessuno in particolare, ma il suo arabo che nessuno capisce suona minaccioso. La poesia è onorata nel suo polveroso paese, che appena ieri era uno dei Trucial States, staterelli della tregua “Estremamente popolare” dice la “Britannica”, del genere nabati, un’ode che s’improvvisa, l’emiro vuole farla alla televisione. Il segretario tira fuori da una cartella dei fogli fotocopiati e spillati e li porge: sono poesie, tradotte in inglese, a conferma che il ministro è poeta. Non si sa se offrire il whisky, se è opportuno. La conversazione langue, malgrado i tentativi di portarla sulla poesia araba, di cui nessuno peraltro sa nulla - il ministro si annette tranquillo Omar Khayyam.
Tace pure Pasquale, che ha voluto l’incontro, e ora guarda da sott’insù beffardo. Sarà la sua vendetta, per essere stato estromesso definitivamente dall’Ente – è a Vienna alla conferenza dell’Opec in qualità di broker indipendente, mediatore d’affari. Un tentativo di conversazione sulle strategie dell’Opec è caduto nel nulla. Finché un secondo stiracchiato tentativo, un accenno ai piani di sviluppo degli Emirati, non viene interrotto brusco dal ministro, col quale, tirato imperiosamente per il braccio, un convegno a due si stabilisce infine nel bagno. Dagli ampi saloni alla camera e al bagno, sembra di entrare telescopicamente in un incubo che si chiude soffocante, a imbuto, senza uscita. Ma un ghigno presto scioglie tutto, in bagno il ministro è rapido. E chiaro. Noi cerchiamo petrolio, lui ha petrolio, vuole per sé il sette per cento. Sul suo sette per cento, che oggi è un dollaro a barile, lascia per noi dieci cents, il dieci per cento del sette per cento:
- In contanti, in conto fiduciario, in valori, anything anywhere. - L’ha detto, è contento di sé, la visita termina altrettanto bruscamente.
E non si può rifiutare, il petrolio è poco, il petrolio è caro. Ma noi chi? La storia a volte avviene prima ancora di essere congegnata, i suoi nodi sono marinari, solidi e solubili, basta tirare un capo per sgrovigliarli. Ma non è finita, un lungo silenzio è seguito. Si potrebbe fare della filosofia, sul mondo che si ribalta, sulla penuria che è solo corruzione e denaro, sulla mission sovrastata dal business, ma chi dubita che gli affari siano mai stati fatti in altro modo? E allora a che si deve il turbamento? A Pasquale, che ha armato la trappola? Ma il suo allontanamento è solo l’esito dell’inutilità del negoziatore, o stratega: non ci sono più progetti, investimenti, aiuti, sviluppo, ci sono provvigioni. È l’incertezza dell’affare fatto? Da chi? E con chi? E come, in un bagno? Non c’è neppure stata la stretta di mano dei contadini al mercato, negli Emirati sono educati all’inglese, a distanza. La reazione è di panico per il noto difetto biologico, la resistenza innata al commercio.
Cessato l’impulso, è subentrata un’ambivalenza, nel sentirsi in mano, in contanti, in lingotti, in conto fiduciario, quel dieci per cento del sette per cento, tra la sensazione di volare e quella di affogare. Non sapendo al momento, né tuttora, che cifra faccia, magari è irrisoria, ma è gratuita, non implica sforzo, sacrificio, costanza, e porta stima perfino, e gratitudine, dei consumatori, dei cittadini. Anche un solo centesimo di dollaro al barile, moltiplicato per tutti i barili di una superpetroliera, dovrebbe fare una discreta somma, ma non è il guadagno che toglie il fiato. Hanno carica lussuriosa gli affari, pulsa non soltanto nel cuore ma sulla vista, il tatto, l’udito, perfino in bocca. Pulsa sgomenti se non si è avidi.
(L’aneddoto è estratto da Astolfo, Vorrei andarmene ma non so dove, romanzo in via di pubblicazione)

Il calcio orrido dei soldi

Non si fa, eccezionalmente, dietrologia dietro la cessione di Kakà. E questo può piacere al lettore. Ma purtroppo non se ne fa per la sudditanza estrema dei giornalisti sportivi ai potenti – quando infieriscono su Moggi è perché Moggi è brutto e malvestito, non sa neanche parlare, e conta meno di un ufficiale dei carabinieri. La chiave è l’ossequio, la prosternazione, l’adorazione, all’idea della squadra tutte stelle. Perché è l’idea di squadra dei potenti.
Non a una squadra, questa o quella, tutte stelle, che abbia deliziato i tifosi, i nostri cronisti sono prosternati. Questa squadra non c’è. Ma all’idea dell’opulenza, che più soldi si mettono e più il calcio è bello, dei palloni sgonfiati del Chelsea e Real Madrid. E di nessun altro, perché questa idea di calcio opulento ha avuto due soli applicazioni, il Chelsea del boiardo russo Abramovich, ricco delle miniere di Stato, e il Real Madrid degli inverosimili immobiliaristi spagnoli – in qualsiasi altro ordinamento, anche in Botswana, solo po’ meno spaccone cioè, sarebbero tutti in galera. O meglio ne ha avuti quattro, poiché l’Inter dei Moratti ha questa ambizione, l’accozzaglia più assurda da una diecina d’anni di superingaggi, e indigesta, e l’ultimo Milan, Milano non può essere di meno, in spacconeria, a nessuno.
Queste squadre non vincono, e non divertono. Neppure i miliardari. Se i miliardari le costruiscono è per le loro strategie finanziarie e fiscali, perché li fanno in qualche modo guadagnare. Che c’entra il calcio? Può fare piacere che ci siano dei soldi nello sport, ma che c’entrano con l’atletismo, la classe, il brio? Nel calcio poi, che è sport di squadra – il cui bello è essere gioco di squadra. Il calcio i soldi lo hanno soffocato più che promosso, e si vede in Inghilterra, Spagna e Italia. Al confronto con il cacio africano, o sudamericano, o francese, olandese, così pieni di talenti sempre nuovi.
I risultati del calcio ricco sono debiti e strafottenza. Non c’è nemmeno la soddisfazione dei soldi, non per i calciatori che ne sarebbero protagonisti: di fronte al capriccio di boiardi e petrolieri si vedono ovunque giocatori ingrigiti e spenti, troppi anche finiti male, Vieri, Ronaldo, Adriano. Squadre che “vincono” quando gli altri sono fuori gara. O, in Italia, con i De Marco e i Rosetti. L’allenatore “vincente” dell’Inter, Mancini, non lo cerca nessuno. Di una Inter che ha distrutto, letteralmente, un ottima buona nazionale, per nessun motivo se non la instabilità del padrone: Toldo, Pasquale, Grosso, Cannavaro, Materazzi, Pirlo, Cristiano Zanetti, Morfeo, Semioli, Vieri, Corradi, allenatore Lippi.

venerdì 16 gennaio 2009

Dopo Di Meo, Marchionne

Anche Marchionne è più spesso oltralpe che a Torino. Dove certo non ha molto da fare, con le fabbriche chiuse. E l‘impossibilità di negoziare una via d’uscita alla crisi col governo, come fanno i suoi omologhi in Europa e in America. Ma alla Fiat si fiutano novità: la posizione di tecnico va stretta all’amministratore delegato, che non lo ha detto a nessuno, non è suo costume, ma è palesemente distaccato. Fa il compitino, ma non trova soluzioni, e non le cerca.
Il malessere non è solo di Marchionne. Altri manager giovani hanno condiviso l’inquietudine di Di Meo, anche se l’uscita di quest’ultimo sembra averli quietati, favorendo il movimento delle carriere. La fuga del delfino designato, di appena quarant’anni, per un futuro incerto in Germania, è solo conferma del disagio del management. Altre avances a Marchionne non si conoscono. Si può immaginare che non saranno nell’auto, poiché lui stesso ha escluso di poter ripetere l’esperienza di Fiat. Ma era un manager finanziario, le opportunità non gli mancheranno. Si sa che aveva una posizione riservata all’Ubs, l’Unione di banche svizzere, che aveva rifiutato. Ma, alla sua maniera diretta e semplice, non è più molto legato a Fiat Auto.
Si può capire. Marchionne ha fatto il miracolo di riportare Fiat Auto sul mercato, con conti eccezionali, e con un’ottima immagine commerciale, e non intende fare ora da perdente. Il distacco di Marchionne sarebbe partito a dicembre, quando una sua quasi ovvia richiesta di intervento pubblico per il mercato dell’auto fu rimandata da Tremonti seccamente a Bruxelles. I contatti politici non sono di competenza sua, ma della presidenza, Montezemolo e Elkann. Il risultato è che la Fiat è isolata, e a Marchionne questo non piace: questo lo avrebbe anche detto, in più occasioni in azienda.

Perché la Fiat non parla al governo

Il crollo della produzione industriale è (quasi) per intero il crollo del mercato dell’automobile. Della componentistica, che lavora per mezza Europa, e di Fiat Auto. Ma il governo non parla con la Fiat. Marchionne ci ha provato, Tremonti ribatte: decideremo con l’Europa. Cioè non faremo niente. L’Europa infatti ha deciso, ognuno per sé. La Germania soprattutto, dove la Opel è stata salvata con molti miliardi già due mesi fa. Anche gli altri paesi a forte industria meccanica hanno preso misure di alleggerimento degli oneri e di incentivazione del mercato: Francia, Spagna, Gran Bretagna. L’Italia si è limitata al rifinanziamento della cassa integrazione, per tutti i comparti. La preoccupazione è stata massima per le banche, zero per la meccanica, che pure fa ancora l’industria nazionale.
La disattenzione esibita non ha altro motivo che l’astio vicendevole tra Berlusconi e i torinesi, Elkann e Montezemolo. Non siamo ancora al ludibrio dell’inverno del 2002, quando Berlusconi, in occasione della crisi allora proprio del gruppo Fiat, oltre che viaggiare in Audi, agitò la nazionalizzazione della Fiat, e l’immancabile cordata dello squallido capitalismo padano. Ma le posizioni sono divaricate oggi come allora. La Fiat è sempre dichiaratamente per il Pd, coi suoi giornali a Torino e a Milano, e si è impegnata alle ultime elezioni con un paio di formazioni politiche a raccogliere voti al centro, la minaccia più temibile per Berlusconi. In più, oggi gli interlocutori sembrano caratterialmente irriducibili. Non tanto Montezemolo, che è un piccolo Berlusconi per vantoneria, quanto Elkann.
John Elkann si è impegnato a tenere il gruppo fuori del potere e dentro il mercato. L’esperimento tentato con la Juventus gli è andato male, perché la politica, se non la fai tu, te la fanno gli altri. Ma lui mostra di crederci ancora. In realtà non evita il potere, nel momento in cui prende posizione in politica. Inoltre, il ritorno al mercato, pur con tanti buoni esiti, oggi non basta. Ovunque il mercato dell’auto è protetto e rinazionalizzato, di fatto se non di diritto. Elkann avrebbe bisogno di Berlusconi, ma non lo può soffrire. E viceversa.
A fronte della sofferenza di tutto il comparto meccanico, con l’estesa componentistica, il fin de non recevoir del governo è agghiacciante. Tanto più per un governo di destra, che si penserebbe affannato a sostenere padroncini e piccoli imprenditori. E poi, non si rischia una crisi sociale dirompente? Ma il pelo sullo stomaco di Berlusconi è robusto almeno quanto quello dei suoi comprimari in affari. O forse è vero al contrario un famoso detto dell’Avvocato Agnelli, che ci vuole un governo di destra per fare le cose di sinistra – nazionalizzare la Fiat.

Contro Draghi la riforma della Banca d'Italia

Rispetto ai fasti di ancora tre-quattro anni fa, la Banca d’Italia sembra una piazzaforte abbandonata. Tanto più desolata quanto è immensa, in una scenografia materiale da vecchio splendore. E piccina: immersa in una fronda costante al governo. Per nessun motivo, se non le ambizioni dei suoi governatori. Quella di Fazio, da destra, ha perduto il governatore. Ora da sinistra ci riprova Draghi: non c’è settimana che il governatore non si produca in una qualche puntura di spillo al governo. L’annuncio ogni mese che il debito è peggiorato, anche se non può essere altrimenti. L’insufficienza delle misure per contrastare la crisi. Le previsioni sempre negative. Ora sulla produzione e sul pil complessivo.
Il governo dal canto suo ha escluso Draghi da ogni ruolo nel pacchetto di stabilizzazione delle banche. E le previsioni economiche di Draghi Tremonti liquida come “congetture”. Ma sa che non sono asettiche, poiché incidono sulle aspettative. Ponendosi diametralmente all’opposto della politica della fiducia di Berlusconi. Dovrà quindi inventarsi qualcosa per smentire il catastrofismo della Banca d’Italia, in un certo senso la contesa è appassionante.
Ma è anche vero che si discute solo per ambizioni personali. E che la Banca d’Italia, dopo la Bce, l’incriminazione di Fazio e la riforma del sistema di nomina, non è più che una delle tante Authority. È una gara sbagliata, quella col governo, che la Banca perderà sicuramente, sacrificandosi per fare una piattaforma politica a Draghi. Il disegno di lasciare alla Banca solo la Vigilanza, facendola pagare alle banche vigilate, e di liquidare il resto (tesoreria, studi) e sempre lì, e non irragionevole: che bisogno c’è di pagare un organismo così costoso?

I regali Alitalia alla banda padana

C’è tutta la razza padana, di cui a questo punto Berlusconi è parte a pieno titolo, nella conclusione della vicenda Alitalia. Una grande azienda, centrale nel campo dei servizi, smantellata a favore della solita congrega di affaristi, e con una buona dose di furfanteria. Senza risolvere nessuno dei problemi della stessa azienda, giusto per vendere a caro prezzo, a favore degli amici, fra quattro anni la munifica rotta Milano-Roma. Dopo aver svenduto i migliori asset Alitalia agli amici, a tutto beneficio degli acquirenti, senza nessun rientro per i conti aziendali. E anzi gravando lo Stato di tre miliardi di passività. Liquidando senza un centesimo i vecchi azionisti, Stato compreso.
Una vicenda che ha dell’incredibile se non fosse vera. E che non è circoscritta, Alitalia è solo il caso pià faosi di tanti: solo paradigmatico della miseria dell’Italia padana, lo squallore della politica, la strafottenza dell’affarismo.
Non si è risolto il problema Milano, che ha portato l’Alitalia in dieci anni al fallimento. Gli accessi a Malpensa, la diversa destinazione di Linate e Malpensa (dieci anni fa il ministro di sinistra Burlando mandava Alitalia a Malpensa, e il sindaco di destra Albertini impediva il trasferimento dei voli da Linate a Malpensa). Né i cosiddetti acquirenti hanno messo un euro per colmare l’altra debolezza di Alitalia, la capitalizzazione. Che ha reso vetusto il parco macchine, e imposto il dimezzamento della rete. Uno aspetta ogni giorno di sapere che un minimo di virtù è stato esercitato nell’operazione, ma niente. Menefreghismo totale, tra l’altro, per i piccoli azionisti Alitalia, che per un governo di destra è immorale - il comunista Bertinotti qualcosa gli avrebbe lasciato.
È il trionfo dell’affarismo più sfrontato, di una banda di profittatori che emergono come gli avvoltoi a ogni punto di crisi. La politica si nasconde dietro il fallimento della compagnia. E non trova parole nemmeno per il dimezzamento della occupazione diretta, diecimila posti in meno a Roma, di qualità, e la quasi totale cancellazione dell'indotto, dalla meccanica al catering: da Alemanno nemmeno una parola. Ma è la sinistra che di questa banda di profittatori è stata mallevatrice, a lungo e con convinzione prima di Berlusconi. Furono Bersani e D’Alema, quando i “padani” fecero il primo assalto, lasciando Telecom un colabrodo, a santificarli come razza di imprenditori. Dieci anni e tanti guasti, e ancora spadroneggiano.

La stella di Berlusconi

Si può allora riscrivere la storia di Berlusconi in questo modo: che non gliene va male una. Aveva un Milan pieno di vice-Kakà, e trova uno che gli dà cento milioni per risolvergli il problema. E Ronaldinho, Shevcenko, Beckham, tutti (ex) campioni che ha preso a niente e che ora, senza l’ingombro del fantastico Kakà, potranno intanto giocare, e magari tornare quello che erano,virtuosi e forti campioni. Quando si dice la buona stella. Come in politica. Si è preso senza dare nulla in cambio cinque milioni di voti fascisti che nessuno voleva. Si è liberato di Casini e ha aumentato i voti e i seggi. Ha un’opposizione che più divisa, faziosa e incapace non si può, Controlla da quindici anni un paese che è sempre di sinistra ma lo vota – un po’ questo paese si astiene, un po’ si divide e un po’ è depresso, e il risultato è sempre per lui.
Kakà ora avrebbe l’occasione per impartire per la delizia degli italiani una lezione di politica, oltre che di bel calcio, una lezione semplice. Trattare con lo sceicco un ingaggio triplicato e poi andare da Berlusconi col cuore in mano e dire : “Non voglio partire, per la metà resto”. Vedremmo infine Berlusconi e i suoi gioiosi dirigenti costernati. A brigante brigante e mezzo, si diceva: in affari bisogna parlare di affari, in politica di politica - non di ingiurie né di supponenza. Ma non vedremo quella scena, c’è da giurarci.
Che Berlusconi sia una uomo fortunato probabilmente è stato detto, e lui stesso se lo dirà, ma qui è diverso, proprio non riesce a sbagliare. Un riccastro trimalcionesco che riesce simpatico ai più. Un piazzista che racconta le barsellette. Un venditore di pubblicità che diventa uno statista. Un comunicatore così povero, e anzi indigesto, che diventa il re e anzi l’imperatore della comunicazione. Alla quale detta temi, tempi, modi. Ora si libera di Kakà, giocatore bello e buono, che tutti amano, come Abramo che immolava il figlio Isacco, creando un mito che resterà per sempre e farà la sua squadra di nuovo grande, nella simpatia e nel voto se non sul campo, ricevendo in più un grosso premio, in denaro. Se Dio c’è, sicuramente è con lui, ecco il segreto di Berlusconi.

giovedì 15 gennaio 2009

Ombre - 12

Al processo di Napoli alla Juventus, che la magistratura (come i lettori di questo sito sanno) vorrebbe rimandare, le parti civili chiedono di produrre intercettazioni fresche tra Moggi e “Libero”, il giornale. Dunque chiunque può adesso intercettare le telefonate dei suoi nemici? O è una provocazione, per favorire una legge che abolisca le intercettazioni (basterebbe vedere chi sono le parti civili)?
Ma può essere peggio, che qualche inquirente fa intercettazioni a piacimento, non richieste dalle Procure, e le piazza a destra e a manca.

Il capo dell’Italia dei valori, custode intransigente della moralità, va dai giudici dello scandalo di Napoli. Per dare via libera, dice, alle indagini su suo figlio: “Non vogliamo che ci siano eccezioni”, dice, “per i congiunti, anche stretti”. Perché, per altri sono possibili eccezioni?
Ma forse è millantato credito.

A vedere Moggi in tv si capisce che doveva andare sotto processo, è il brutto-sporco-cattivo fatto persona. Di fronte a un Galliani, a un avvocato Rossi, di sartoria, perfetti, padroni.
Se Moggi ha poteri occulti devono essere magici. Se ha retto tanti anni contro lo sguardo da basilisco di un Galliani, un Guido Rossi (“azzardatevi….”).

Valeva la pena fare l’una di notte per ascoltare a “Porta a porta” Moggi che parla. Davanti a un parterre di tre juventini illustri, giornalisti politici, Vespa, Mughini e Caprarica, e tre massimi giornalisti sportivi, Beha, Galeazzi e Cucci. Valeva la pena per avere una conferma netta a una temuta paranoia: i giornalisti sportivi stanno affondando il calcio.
Moggi è quello che è, non sa barare. Sarà stato un buon direttore sportivo, se ha fatto vincere le squadre per le quali ha lavorato. Ma “fa” il furbo, che per un furbo è il più grosso limite. Beha, Galeazzi e Cucci, pur in forma, evitano di dire quello che meglio di tutti sanno. Che la giustizia sportiva è il vero sistema di potere, quella straordinaria di Rossi-Borrelli fu poi dichiaratamente di parte. L’argomento è emerso più volte ma loro sempre lo hanno evitato.

L’Unione atei di Genova fa pubblicità sugli autobus urbani per dire che Dio non esiste. Non convegni o pubblicazioni, ma un investimento. Lo spiega un signore dell’Unione ai Caterpillar di Radio Due: i soldi spesi, alcune diecine di migliaia di euro, servono a incrementare le adesioni alla nostra associazione. Dunque, atei che fanno proselitismo. L’ateismo come religione, non laico: l’Unione di Genova punta iscrivere dieci milioni di atei solo in Italia.

Migliaia di articoli su Alitalia, in genere molto critici con questo o con quello, ma non uno su Malpensa, che ha portato l’Alitalia al fallimento, che stiamo pagando. All’incapacità della Regione Lombardia e del Comune di Milano di infrastrutturare lo scalo – partire da Malpensa è moltiplicare il viaggio per due. Alla scandalo delle autonomie come le intende la Lega di Milano, anzi di Varese: le continue liti tra Milano e Varese, e all’interno delle due province di ogni amministrazione locale contro gli affidatari degli appalti e dei servizi. Al centro dell’Europa. Per costruire l’hub europeo dell’Italia.

Il “Corriere della sera” ha uno specialista, Gian Antonio Stella, in storie del Sud. Oniriche, selvagge, sempre di sprechi e corruzione. Sprechi ci sono analoghi nel lago di Como, per dire, dove un porto turistico sprofonda. Nessuna notizia. O un garage di due piani, sempre sul lago, si accartoccia perché il pilastro che lo reggeva era friabile. Nessuna notizia. Né c’è un articolo del valente scrittore su Malpensa, scandalo europeo. A Curno, cioè a Bergamo, la nuova scuola media, costata sei milioni, non è agibile: i corridoi e le uscite non sono in regola con le norme di sicurezza. Ma Stella latita.

Lo stesso effetto scenografico dell’11 settembre, la stessa cura dei tempi, dell’immagine: piazza Duomo a Milano occupata dai sederi islamici resterà negli annali
Indelebile. Fin quando il Duomo non dovesse diventare moschea - Santa Sofia lo è diventata.
La sfida dell’islam all’Occidente, o alla cristianità, fa solo ridere, abbiamo missili per ammazzarli tutti. Loro possono solo tagliare le gole, e far saltare i bambini coi kamikaze. Il terrorismo e un’arma senza senso, non politico né militare, ma questo islam non ha senso. È però vero che tante chiese sono state nel tempo trasformate in moschee, mentre non ci sono moschee trasformate in chiese. Questo per dire della tolleranza.

Non c’è ombra di Tejero in Spagna. Meglio: non ci può essere in Spagna che un Tejero, un testimone poco vispo del passato. Ma vedendo la ministra delle Forze Armate irridere le stesse, con la pancia e senza la pancia, non si sa che pensarne. O se non è il cado d’invidiarla, d’invidiare la Spagna: il capo di stato maggiore che la ministra irride è vestito in costume del Settecento, con le gale, i colori pastello, e lo spadino.

Il professore ex senatore Pasquino, persona stimabile, uno dei pochi ex Pci non faziosi, dice al “Corriere della sera”: i politici lascino lavorare “in pace” i magistrati, e permettano che la giustizia faccia il suo corso. Ma Pasquino è di professione un politologo, uno scienziato della politica. E uno che dice “in pace”, serena, la “giustizia” italiana, che politologo è?
Una cosa giusta però Pasquino, seppure stolidamente, la dice. Qualcuno accusa i giudici di complotto? “Tiri fuori allora le intercettazioni telefoniche dei magistrati che lo organizzavano, altrimenti stia zitto”. Giusto, perché non ci sono intercettazioni sul vaniloquio e il turpiloquio dei magistrati, che non avrebbe pari nel gossip?

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (29)

Giuseppe Leuzzi
Milano
Alti lamenti a Milano di “governo ladro”, perché ha nevicato e i milanesi si sono sporcate le scarpe. Ma c’è voluto Giorgio Bocca di Cuneo, che a novant’anni ha trovato il coraggio di criticarli, per riderne un po’, a denti stretti. È infelice l’Italia di Milano. Perché i milanesi sono infelici, che ci governano. Sembrerà irreale questa Italia da un trentennio milanese. Presto, perché si sta sciogliendo come poltiglia di neve. Con la maggioranza silenziosa, cioè dei morti. E gli inverosimili Bossi e Berlusconi che ci comandano. I suoi inverecondi giudici. Trent’anni di Malpensa e diecine di miliardi scomparsi, compresa l’Alitalia. Con l’ideologia del lusso e dello spreco. Mafiosissima nel calcio e alla Scala. Inaffidabile e piena di se stessa, che inflessibile stringe il cappio sulla povera penisola, con le sue banche arcigne e l’editoria frou-frou – tocca compatirli i milanesi, con le loro disgrazie (oltre alle scarpe sporche ci sono stati i ritardi nei voli), perché non abbiamo altri giornali e altri libri.

Bocca ha prosperato a Milano sul Sud. Come del resto molti siciliani. C’è un corteggio di libri siciliani sulla Sicilia, alcuni accorti, altri semplicemente infamanti, che fanno la fortuna della Rizzoli e della Mondadori, le case editrici più grandi d’Italia, milanesi ovviamente.

“La vita di Eadweard Muybridge”, il fotografo, raccontano le biografie, “fu segnata da un drammatico evento che lo fece allontanare dall’attività fotografica. Nel 1874, quando viveva nella Baia di San Francisco, Muybridge scoprì che la moglie aveva un amante, il sindaco Harry Larkyns. Il 17 ottobre dello stesso anno gli sparò uccidendolo. Venne processato, ma fu assolto perché l’omicidio fu giudicato “giustificato”.
Il “delitto d’onore” aveva confini ampi, dunque.
Il compositore Philip Glass ci ha scritto sopra un’opera, “The Photographer”.

“Un commerciante indica in aula i suoi estortori: è la prima volta”, titola il “Corriere della sera” in prima pagina il 10 gennaio. Non è vero. È la prima volta, probabilmente, che gli estortori sono condannati, se lo saranno.
Il pizzo è come lo stupro, un delitto che non piace ai carabinieri e ai giudici. Fino a ieri considerato un reato contro il patrimonio, insomma contro chi è “ricco”, che se paga vuol dire che può pagare. Non si ricorda un’indagine (intercettazioni ambientali, controlli telefonici, pedinamenti) per questioni di pizzo, sempre è stata la parola delle vittime contro gli estortori, davanti agli occhi vitrei degli inquirenti.

Per battere il pizzo basterebbe un’assicurazione di Stato. Il linguaggio del pizzo sono gli “avvertimenti” o “dispetti”: bombe, incendi dimostrativi, furti, tiri a vuoto. Con lo scopo di terrorizzare le vittime. Ma con l’effetto non secondario di moltiplicare i premi assicurativi, quando non di annullare le polizze.
Il pizzo costa meno di una polizza triplicata o anche solo raddoppiata. E offre più servizi. La malavita del pizzo, la più invasiva, si moltiplica come tutte sulla base dell’impunità di fatto. Ma nello specifico su questo semplice calcolo delle convenienze. Lo Stato, se vuole combatterlo, basterebbe che garantisse, oltre l’incolumità, un costo sopportabile per chi rifiuta di pagare, il costo dell’assicurazione normale, senza rischio speciale.
L’assicurazione dello stato avrebbe due effetti, Di risparmio sulla spesa per le varie associazioni regionali, provinciali e cittadine contro il pizzo e i loro sterili convegni. Di sintonizzazione delle forze della repressione, giudici compresi, sulla natura sociale e pubblica dei delitti contro la proprietà - come sa bene chi è taglieggiato, o a fini di estorsione è stato perfino rapito, i delitti contro la proprietà sono ritenuti dalle istituzioni privati, e anzi personali.
L’assicurazione obbligatoria, si sa, moltiplica il crimine invece di dissuaderlo. La stagione dei rapimenti di persona si allungò e si allargò quando i Lloyds offrirono delle assicurazioni. Finì, invece, quando fu disposto il blocco dei beni dei rapiti e dei familiari. Un rischio suppletivo, d’incentivazione del pizzo, è peraltro proprio nell’assicurazione calmierata, offerta dallo Stato a sconto o comunque a prezzo normale, ognuno lo vede. Ma l’assicurazione obbligatoria renderebbe obbligatori anche la prevenzione e il perseguimento delle vessazioni.

Un terzo della malavita è in Italia di immigrati. Ma non ci sono immigrati delinquenti in Calabria e in Sicilia: niente spaccio, furti, minacce, estorsioni.

Si aprono negozi cinesi anche a Reggio Calabria e in provincia. Con le solite chincaglierie in vetrina e l’abbigliamento povero. Sono gli unici esercizi commerciali nuovi non soggetti alle intimidazioni d’uso, vetri rotti, bombe, gomme tagliate, incendi.

La signora W.P.W. è un’americana italianofila. Vive bene cioè in Italia e male in America. Ma per allevare il figlio all’adolescenza ha scelto l’America. Dove ha pagato per un discreto college, non ottimo, diecimila dollari l’anno. E poi per una discreta università, non dell’Ivy League, cinquantamila dollari l’anno. Che non aveva, per cui si è indebitata, e avendo un’età e non un’attività, ha dovuto accendere delle ipoteche. Riducendosi ad abitare in campagna, in clima semiartico d’inverno, con frequenti interruzioni di acqua, luce e riscaldamento. Per problemi insorti di neurochirurgia ha dovuto pagare un’assicurazione medica sempre più cara. Per cure non risolutive, e scadenzate, non frequenti. Tutto ciò che in Italia avrebbe potuto avere più o meno gratuitamente, a qualità più o meno eguale, se non migliore, per esempio per la sanità.
Non per razzismo, evidentemente. Né per calcolo. Per la percezione delle cose: l’America certo non è l’Italia. È la percezione che regola il giudizio e il calcolo, anche se l’immagine che inglobiamo è non più vera, e forse falsa, residuale, comunque non uniforme. È difficile scrollarsi di dosso un’immagine che ci piace, ci ha lusingato. Così come un’immagine negativa o depressiva. Per questo il Sud arranca: non c’è inversione di tendenza possibile se non c’è un mutamento d’immagine, un evento, una rivoluzione, un miracolo.

Sudismi\sadismi. Il “Corriere della sera” ha uno specialista, Gian Antonio Stella, in storie del Sud. Oniriche, selvagge, sempre di sprechi e corruzione. Sprechi ci sono analoghi nel lago di Como, dove un porto turistico sprofonda. Nessuna notizia. O un garage di due piani, sempre sul lago, si accartoccia perché il pilastro che lo reggeva era friabile. Nessuna notizia. Né c’è un articolo del valente scrittore su Malpensa, scandalo europeo. A Curno, cioè a Bergamo, la nuova scuola media, costata sei milioni, non è agibile: i corridoi e le uscite non sono in regola con le norme di sicurezza. Ma Stella latita. Il colore non mancherebbe: i bambini di Curno, anche se non possono usare la scuola nuova, vanno comunque in gita scolastica, con bei pullman favoriti dal comune, al locale Centro commerciale, ad ammirare un mosaico di caramelle, che raffigura il logo del centro commerciale.
Stella, è evidente, ha ottimi referenti a Palermo, che gli preparano storie irresistibili. Chicche che evidentemente nessuno gli prepara a Lecco, o Como, o Bergamo, i siciliani ancora non vi hanno esportato la ricetta.

mercoledì 14 gennaio 2009

L'amica monaca di Berlusconi a Istanbul

Emine Erdogan invita a Istanbul le first ladies arabe per una giornata della pace in Palestina. “Il Sole” la immortala domenica in prima pagina con soggolo monacale. La moglie del primo ministro turco era famosa per ordinare esclusivi foulards Yves Saint-Laurent a mo’ di chador. Anche nella foto esibisce un mantello appositamente disegnato, col ricamo “Peace”. Ma con la testa fasciata da una sorta di passamontagna. La attorniano la regina Rania di Giordania, Asmaa al Assad, moglie del presidente siriano, e Mozah Nasser al-Missned del Qatar. Tutte belle, brillanti, capelli al vento. Compresa Mozah, che, benché seconda moglie di un emiro che ne ha tre, ha voluto il suo nome accanto a quello del marito e mantiene una sua attività imprenditoriale.
Emine tenta invece col marito di fare della Turchia uno stato islamico. Il primo ministro Erdogan ha fatto eleggere un presidente islamico, con una moglie velata. E Emine si è subito velata. Insieme col marito ha tentato di eliminare il divieto di portare il velo all’università. Con manovre anche scorrette: la Corte costituzionale ha condannato la coppia tre mesi fa per aver fatto del velo all’università “un tema politico centrale col risultato di fomentare divisioni sociali”. Impiegando a questo scopo, sottolinea la Corte, il finanziamento pubblico dei partiti.
Non sarebbe il primo caso della storia fermata dall’islam reazionario negli ultimi decenni, dall’Iran a tutto il Nord Africa. L’islam tribale degli emiri della penisola arabica si apre, le repubbliche urbane e un tempo moderne, impegnate alla giustizia, sociale e economica, e alla buona vicinanza col mondo, si chiudono su una improbabile sharia. A opera di governanti più furbi che radicali, i quali credono con le piccole concessioni di farsi padroni delle moschee, mentre inevitabilmente aprono la stada al clericalismo. Ma tanta saggezza dei coniugi Erdogan è il baluardo di Berlusconi nel mondo islamico.

Le masse islamiche si vogliono governate

Per protestare contro la guerra a Gaza, le “masse” islamiche hanno marciato sabato 3 gennaio 2009 in tutte le città italiane, e a Milano e Bologna hanno pregato bocconi in piazza del Duomo e sul sagrato di San Petronio. Per due foto che sono un piccolo 11 Settembre, hanno fatto il giro del mondo e resteranno negli annali. Con organizzazione perfetta, senza spintoni e senza incidenti. Ma dopo avere bruciato le bandiere di Israele, che in Italia è reato.
Abdelhamid Shaari, “imam” di Milano, si è poi detto sicuro che la preghiera è nata “dal caso”, e ha chiesto scusa al cardinale. Non ha titoli Shaari, non che si sappia, imam può dirsi chiunque, anche chi sa solo le formule della preghiera e i riti in cui si esprime. Ma è un terrorista pentito e quindi ha fatto testo. Beffardo, l’“imam” ha potuto posare cardinalizio a fronte dell’ingenuo cardinale di Milano, con la scusa di chiedergli scusa.
Poi, una settimana dopo, la stessa occupazione si è riprodotta al centro di Milano, questa volta in piazza della Repubblica, per avere sullo sfondo delle “masse” piegate nella preghiera il grattacielo Pirelli. Ma questo è il nodo del rapporto con gli islamici, che in tutti i paesi europei sono il secondo gruppo religioso. E, in prevalenza arabi, anche il secondo gruppo etnico, checché arabo voglia dire. Che non c’è lealtà, gli islamici non ritengono di dover essere leali in questi stessi paesi europei, dove peraltro sono ospiti recenti.
Il fatto è emerso in Germania, dove gli islamici turchi sono presenti da più tempo e in più gran numero, pienamente integrati a scuola, nella sanità e nelle abitazioni, nel senso che hanno avuto un trattamento preferenziale. Al quale hanno risposto con la stessa insolenza. La Germania è ora l’avversario più determinato all’entrata della Turchia nella Ue. Analogo atteggiamento dei magrebini in Francia è stato cortocircuitato tre anni da Sarkozy quand’era ministro dell’Interno. Si è sgonfiato, ma tuttora determina un’ondata xenofoba in un paese che pure è stato sempre il più ospitale in Europa: i pettegolezzi orrendi contro la ministra Rachida Dati nascono dal solo fatto che è di famiglia algerina. La piena integrazione degli islamici in Gran Bretagna è ferma dagli attentati alla metropolitana di Londra, che hanno determinato l’abbandono del multiculturalismo come insegna politica.
Che gli islamici vadano trattati in punta di bastone, perché praticano la taqyiah, la dissimulazione, e non saranno mai leali, è vecchia scienza coloniale. Che evidentemente non è superata. Le democrazie contemporanee, anche non multicuturali, e il deficit demografico europeo non consentono più le politiche del bastone. Ma l’irenismo non è una soluzione. Nell’interesse delle stesse masse arab. e sradicate in Italia e in Europa, altrimenti preda degli “imam” alla Shaari, di ogni intrigante politico

lunedì 12 gennaio 2009

Non sapremo la verità delle bombe

“Chi sa parli, finché è ancora in vita”. Macabro, ma è un invito solo necessario, questo di un assessore di Alemanno. Rivolto a chi sa la verità delle bombe e ha impedito in tutti i processi che la verità venisse a galla. A Milano e a Roma, sui treni, a piazza Fontana, a piazza della Loggia. Alcune migliaia, con moltissime vittime, anche a voler attribuire l’abbattimento del Dc 9 a Ustica a un errore dei servizi francesi, e la stazione di Bologna a un errore dei palestinesi.
Di Piazza Fontana, che ha innescato il terrorismo brigatista, questo è l’anno del quarantennale, e come dice l’assessore non c’è più molto tempo per chi sa di dire la verità. Un libro del 1970, “La strage di Stato”, fatto scrivere da uno dei vari servizi segreti a un giornalista di sinistra, dimostrava che le bombe e molti “incidenti” erano manovrati dall’alto. Oggi si tende a non crederlo, accreditando il libro alla provocazione. Ma quella è l’opinione di Cossiga e Andreotti, protagonisti dell’epoca, anche se dicono di non sapere - e la stessa provocazione, se ci fu, dove si mette?
Cossiga fa il pazzo, ma in una brillante intervista al “Corriere della sera” domenica sa essere saggio. Alla domanda: “Al tempo delle stragi, né lei né Andreotti sapevate qualcosa?” risponde: “Io no. Forse qualcuno più su di me sì. Ma non Andreotti”. E aggiunge: “Il massimo esperto di servizi nella Dc era Moro”. L’ex presidente minimizza: “Comunque, ogni strage ha un segno diverso, e quasi tutte avvennero per errore”. Ma anche solo mettere migliaia di bombe nella banche, le piazze e i treni non è robetta. Mentre è stato costante per oltre trent’anni il depistamento di ogni indagine. Non questa o quella, tutte. In ogni grado di giudizio. Con avvocati, e forse anche giudici, legati ai servizi. Comunque, l'ex presidente della Repubblica Cossiga dice di sapere, anche se non tutto.
Andreotti, che Cossiga vorrebbe fuori dai segreti, anche lui dichiara di sapere. Dicendo che non parlerà mai, che si porterà in paradiso alcuni segreti. È perfino ovvio. Andreotti sapeva del Piano Solo nel 1968, quando scoppiò lo scandalo Sifar: era ministro della Difesa. Alle elezioni dello stesso anno il partito Socialista lo accusò di avere diffuso informative dei servizi segreti che ne discreditavano alcuni influenti esponenti. Nel 1974 Andreotti era ancora ministro della Difesa, quando montò un durissimo attacco contro i servizi segreti di Moro, con l’arresto del generale Miceli. Il 3 agosto 1979, lasciando le consegne al suo successore a Palazzo Chigi, lo stesso Cossiga, gli preannunciava lo scandalo Eni-Petromin che sarebbe scoppiato quattro mesi dopo.
Moro aveva rifatto i servizi segreti dopo il Piano Solo, con uomini di sua fiducia, l’ammiraglio Henke, il generale Miceli, e li controllò per una diecina d’anni. Dopo l’arresto di Miceli, li controllò indirettamente, collocando alla Difesa il politico non politico Gui, che forse pagherà per questo con varie informative malevole e l’incriminazione per le tangenti Lockheed. Nel 1968 Moro fu giudicato severamente da Scalfari per la copertura del Piano Solo.
Moro è uno “più su” di Cossiga. Gli altri “più su” possibili non ci sono più: i presidenti della Repubblica Saragat e Leone, e il presidente del consiglio Rumor. Ma c’è ancora Colombo, che con Moro e Rumor condivise in quegli anni la guida del governo. E ci sono gli ex ministri dell’Interno Rognoni e Scalfaro, onesti broker della Repubblica. Volendo, insomma, si potrebbe sapere.
Ma Rognoni ha già detto tutto, cioè niente, vent’anni fa nel libro “Intervista sul terrorismo”. È ovvio quindi scommettere che non ci sarà la verità sulle bombe e il terrorismo dal 1969 in poi. Meglio: c’è stato un regolamento di conti, anche feroce, tra chi sapeva, ma non per la verità. Anche ai superstiti la verità non dice nulla, da Andreotti e Cossiga giù fino agli uomini di mano, i Bertoli, Concutelli, Tuti, gli esecutori presi all’opera. Prevale la vulgata del colonnello Buonaventura, che il terrorismo fu colpa di Sofri, accettata peraltro dallo stesso Sofri, e non c’è ragione per uno sciogliete le fila di chi sa - ha deciso o copre.

Alle fonti del gas russo

Assegno in bocca
È stato un riposo, Dickinson compresa, dalla dura mattinata. Ogni incarico, piccolo o grande, avendo l’effetto di schiudere l’ansia. Per il complesso del primo della classe, cresciuto alla scuola baudelairiana dell’ozio, che teme di aver fatto poco - e più quando dev’essere quello che non è. Per un bisogno di accettazione, lo stesso che porta alle frequenti interrogazioni di se stesso - ai dialoghi col proprio thumòs, direbbe Omero, col proprio intimo. E per essere arrivato, o averlo temuto, in ritardo. Ma senza lasciare il tempo di prendere fiato Arcangelo è apparso, attendeva mimetizzato per non creare imbarazzo. Nel luogo che è il barocco della Repubblica, stiracchiato, popolare, ma tenace, di mezze passioni e mezzi tradimenti, e di sangue sieroso, scrofole di pus improsciugabile, fra divisori di legno ripassati sul cinerino, genere conventuale, che inducono allo scalone. In cima al quale è apparso l’Arcangelo, che per essere stato magistrato è noto nel palazzo quale Eccellenza.
È stato l’inizio di un lungo viaggio per gli ampi corridoi del piano d’onore, riportati all’originario decoro di specchi e dorature. Fino a trovare il segretario in attesa, sereno di nome e di fatto: fisicamente ingombrante, le forti spalle e la nuca rilanciate e ingrandite da una specchiera incorniciata in sinuose volute, che parla di petto, sonoro, con gioconda cadenza veneta, e guarda con simpatia: i politici sanno essere curiosi. Non fu la sola sorpresa. Arcangelo ha esposto la questione del gas russo. Il gigante ha ascoltato in piedi, quasi fosse di passaggio, venuto giusto per gli ospiti, per la grande questione del gas, con aria di casualità e insieme d’intimità, e senza commenti, sostituiti da un giro per i saloni, ad ammirare i mobili, le quadrerie e gli stucchi, salutando questo e quello, chiacchierando volubile. Lo sguardo si è fatto attento al congedo. Poi Arcangelo, che aveva dimenticato la borsa, risalì su.
- Ha il nimbo quadrato che nei mosaici bizantini hanno i viventi – ridacchiò al ritorno del testone nello specchio: - La democrazia sarà cristiana o non sarà, diceva Leone XIII. – E si è accompagnato all’uscita.
Non sono cose eccezionali. I Beatles, che avevano scoperto l’India dopo il presidente Saragat, il quale voleva sfamarla, prendendone signoria con equipaggio di belle donne, Maria de Lourdes “Mia” Farrow, Prudence Farrow, Marisa Berenson e altre groupies, per meditare alle fonti del Gange, alle pendici dell’Himalaya, e di molti giornalisti in incognito, la lasciano con strepito. Si dice al seguito delle signore, stufe della corte dello yogi: le groupies sono cattoliche, e poi nell’India dell’Occidente non si scopa. Il Maharishi Maheshi Yogi è in realtà un uomo d’affari, e dai Beatles che apprezza, e dice “figli di Dio e salvatori dell’umanità”, voleva una quota dei diritti. Per un Movimento di Rigenerazione.
Arcangelo è un signore composto e complice, che ha fatto svanire l’imbarazzo per la Lambretta, che non si avviasse, che bruciasse olio, che sparasse fumi, e per l’evidente incuria, cioè sporcizia - seppure bicolore, la U150 è solida, ma avrà i suoi anni, il fumo non è più neanche azzurrognolo: ha preso le pendenze giuste, e si è divertito. È stato solo l’inizio di un faticoso week-end. Sereno è a Madrid l’uomo che detiene le chiavi delle case. Ma, aveva detto Arcangelo prima dell’incontro:
- Lo chiamano assegno in bocca, non si parla col presidente se non si passa da lui. – Spiegando che è l’uso: - Usava nell’antica Roma.
Sempre rapido, con la parlata gorgogliante, quasi una risata, il segretario aveva presentato i due visitatori agli ospiti che stava intrattenendo, un giornalista e l’ambasciatore sovietico:
- L’ho intercettato nella visita quotidiana alle Botteghe Oscure.
L’ambasciatore si è mostrato divertito. Rispondendo con vigore alla stretta di mano, ha accennato all’integrazione:
- Italia, Europa, Mondo – ha detto soltanto. È l’argomento di cui è sembrato opportuno caricare la nota su Tjumen, retorico ma non falso: il gas russo è utile all’Italia, fa il gioco dell’Europa, allenta le tensioni.
Il momento non è facile, il segretario ha lasciato palazzo Chigi per piazza del Gesù perché il presidente non è più certo di voler stare al governo. Il giornalista ha celiato sui socialisti, che fanno da sponda agli americani per alzare il prezzo del gas, il prezzo politico, argomento già sentito da Lupo. Il segretario è stato di altro parere, malgrado la presenza dell’ambasciatore, o proprio per questo:
- Più gas da Mosca, più caro, più soldi ai compagni.
Non è mancata Praga. Arcangelo ha raccontato:
- Nel 649 l’imperatore Costante II inviò in Italia un nuovo esarca, Olimpio, con queste istruzioni: imporre un “tipo”, cioè una professione di fede, che esige il silenzio sull’argomento del dissenso.
- Ma per una buona ragione - interloquì l’ambasciatore, - bloccare il monotelismo, una delle più violente contese teologiche del secolo, allora l’ideologia era teologia. - L’ambasciatore esibiva un solitario a spilla da cravatta, americani e sovietici usano ancora le spille da cravatta.
- Sunt superis sua jura, i potenti si fanno le leggi – ha detto Arcangelo ai piedi della scala, prima di risalire a prendersi la borsa: - Buon segno, vuol dire che l’ambasciatore è uno che conta. I capi sovietici vivono in un lusso che non immaginiamo. – E montando sulla Lambretta ha sospirato: - Togliatti non è morto, i comunisti sono colti e spietati.
(Il gas russo, che ogni anno è materia di controversia internazionale, è anche materia romanzata, con qualche proprietà esilarante, di più episodi di Astolfo, La gioia del giorno, editore Lampi di stampa. pp. 624, € 24,10, di cui pubblichiamo un estratto).

Se Gesù non è cristiano

Libro di fine Ottocento, un anno dopo l'“Anticristo” di Nietzsche, che apparve nel 1895. Quando i cristiani si interrogavano sul rapporto tra il Gesù della storia e il Cristo della fede. E l’ebraismo scopriva Gesù, se era il caso di appropriarsene dopo averlo per secoli dileggiato. Nel quadro della riscoperta dell’ebraismo.
È un testo esemplare della mimesi, la figura narrativa da allora ricorrente, per cui ognuno è un altro. Della narrazione matrioska, in cui ogni storia ne contiene un’altra, magari contraria. Lou Salomé non è banale. Ma qui cavalca, da psicologa, il tempo, la psicologia ingegnosamente applicando alla religione. Rovesciando cioè il dato psicologico spicciolo, o fisiognomico e caratteriale, che era l’essenza dell’antisemitismo. La religione risolvendo nel ridicolo: “Deve avere qualcosa di semplice e di infantile e deve, nelle sue estasi, serbare qualcosa di primitivo e di naturale”. Detto di una fede che fu anche perseguitata e poi combattente. E dell’uomo più complicato della storia.
Lou argomenta che Gesù è, fu, la quintessenza dell’ebraismo. Porta anche pezze d’appoggio. “Io sono venuto a voi nell’amore e non ne sacrificio” è Osea, e altri profeti della Bibbia. Molte massime di Hillel, contemporaneo di Gesù, trova nel “Discorso della montagna” di Matteo. Ma la tesi si commenta da sola. “Figlio di Dio” ricorre, sia nei “Salmi” che nei “Profeti”, come attributo del monarca, annota sospettosa. Solo scindendo la missione religiosa da quella politica, spiega, è stato possibile elevare Gesù “a salvatore metafisico del mondo intero”, sradicandolo dal giudaismo - senza spiegare chi l’ha sradicato dal giudaismo. Per concludere, anche lei, che Gesù è incompatibile con la chiesa. Angelino aggiunge che la chiesa è sincrestistica: è ellenistica (platonica, aristotelica) e romana - ma è anche palesemente buddista (la nascita increata, i miracoli, i discepoli, i vangeli orali, le reliquie, i monaci, il battesimo nelle acque, la confessione collettiva), bramanica, e zoroastriana, nelle procedure, nei riti. Tutto si può dire, non leggendo i Vangeli. In quanto revisione, la storia non storia che non cessa di saziare, questa non fa nemmeno scandalo, c'è di peggio. Ma, agudeza per agudeza, che vuole dire cristiano senza Gesù? È vero peraltro che i cristiani sono sotto assedio.
Il Cristo che innamorà Rilke
Non mancano tratti della consueta finezza: “Dio è originariamente una creazione dell’uomo che, proprio nella fede ebraica, si capovolge nella tesi secondo cui l’uomo è una creatura di Dio, in cui l’amore filiale per il proprio padre è, al tempo stesso, l’amore paterno per il proprio figlio”. L’uomo riscoprendo, spiega Carlo Angelino, che il saggio ripubblica, come l’“essere in cammino verso Dio” dell’eretico Taziano. Non l’ animal rationale di Aristotele, la patristica, la scolastica, l’uomo non è un animale, essendo stato da Dio creato “a sua immagine e somiglianza”. Come la divinità, creatura dell’uomo, diventa il suo creatore, è l’essenza dell’ebraismo, e di Gesù.
La pubblicazione di “Gesù l’ebreo” valse a Lou l’attenzione di Rilke ventenne, che, entusiasta del "mit der gigantischen Wucht einer heiligen Überzeugung so meisterhaft klar ausgesprochen“, la magistrale espressione dell’impeto di una santa convinzione, le inviò una serie anonima di lettere e poesie, e l’anno dopo andò a trovarla, facendosi presentare da Jakob Wassermann. Aprendo l’unica stagione di amore vero forse che si conosca di entrambi i soggetti.
Lou Salomé, Gesù l’ebreo, il melangolo, pp.46, € 8

Il santo piacere della chiacchiera

Va per accumulo, specie nelle invocazioni e le preghiere, per ripetizione. E usa giochi di parole, antitesi, immagini ardite. Sant'Agostino è pur sempre un filologo, un mercante di chiacchiere.
Se questo si collega alla sua teoria del piacere, una contraddizione emerge. “I piaceri molto spesso vanno stimolati”, dice, VIII, 3-5. Se è così, Agostino “stimola”, crea, il piacere del Dio ritrovato, usando proprio i mezzi dell’aborrito “mercato delle chiacchiere”. Ma è il suo lato più fresco, quello che lo tiene fuori dal bigottismo strisciante: l’irrisolta questione della sensualità, dell’uso dei sensi.
Sant’Agostino, Le Confessioni