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giovedì 26 gennaio 2012

Letture - 84

letterautore

Calvino – “La molle Luna” è una “cosmicomica” inedita, pubblicata un anno dopo la raccolta, su “La Fiera Letteraria” del 27 gennaio 1966. Sulla Luna satellite della Terra che a un certo punto si sfilaccia e bombarda il suo pianeta. Una cosmicomica fredda, come tutto il filone fantascientifico di Calvino: troppo poco sf per i cultori, molto meno coinvolgente degli “abusatori del genere”, alla Ballard.
Una comparazione con Queneau naturalmente non è possibile, ma quanta creatività reale, di fantasia e linguaggio, nello scrittore francese e nell’Oulipo, di cui pure Calvino si dilettava. Al meglio Calvino è un narratore “storico”, per la vena politica che lo ingombrava. Benché sempre su toni non drammatici, poco coinvolgenti. Anche la trilogia fiabesca è di testa.

Dante – È narratore. Teodolinda Barolini, “La Commedia senza Dio. Dante e la creazione di una realtà virtuale” (in originale “The Undivine Comedy. Detheologizing Dante”) prende in parola le pretese di Dante alla verità profetica e, senza intaccare le sue ambizioni e preoccupazioni teologiche, smonta l’ermeneutica che lo stesso Dante ci ha costruito sopra. In termini psicanalitici le sue sovradeterminazioni. Una sorta di sala degli specchi che ne “determina” la lettura. La studiosa di Princeton ne estrae le tecniche della narratività della “Commedia”, il segreto dell’attrazione sempre rinnovata.
Senza gli strumenti linguistici, è quello che fanno i più recenti traduttori della “Commedia”, e in francese Jacqueline Risset, proponendo la “Commedia” tal quale, senza gli apparati. Già Risset aveva proposto un limpido “Dante scrittore” nel 1986.
Dante ha del resto esordito con un romanzo autobiografico, a meno di trent’anni, la “Vita Nuova”.
Si può cioè anche dire il protonarratore italiano, la “Vita nova” costituendo il modello per cui il romanzo italiano sarà asfittico. Un modello tanto più impositivo in quanto è riuscito. Autobiografico già dall’adolescenza, e ben scritto, anche se non rima, forzatamente minimalistico e sentimentale, tutto centrato sull’amore, indirizzato quindi a un segmento dl pubblico, quello femminile. Dante è Dante, ma – o per ciò stesso - il tema resterà imposto dello sdolcinamento di sé, l’infinita autocommiserazione, l’ipocondria.
Barolini e Risset voglino Dante narratore con la “Divina commedia”, ma questa ha agito in Europa. In Italia, trascurata la “Commedia” da Petrarca, il modello è la “Vita nova”.

Della umana commedia si vuole artefice, protagonista e critico (giudice). Dante e Shakespeare, l’incongruo parallelo delle storie comparate della letteratura e di Harold Bloom, viene buono in questo senso. Tra il Superego dantesco e l’effacement del Bardo, un Superautore di cui si dubita l’esistenza. Lo stesso Bloom lo dice: “Shakespeare è ciascuno e nessuno, Dante è Dante” – Shakespeare “ciascuno e nessuno”?

Profeta e messia del suo (nuovo) mondo. Un altro, dopo la Bibbia e i Vangeli, dice d’acchito Borsellino, “Ritratto di Dante”: “L’io dantesco, vale a dire la coscienza della sua individualità, s’impone con un rilievo che non ha confronti nella letteratura mondiale”. Per un’ambizione senza confronti: “Dante si fa giudice di se stesso, degli altri, del potere religioso e politico”, perché si è assunto un compito radicale: “Dante ha conferito alla sua poesia il valore di una terza «scrittura», di un terzo testamento, dopo il vecchio e il nuovo della Bibbia, per di più esteso a tutti gli aspetti della società umana, civile oltre che religiosa”.

Fiaba – È cerebrale. Ma vuole ingenuità.
È cerebrale anche la più bislacca: è costruita per essere bislacca, per quest’altra verità. La “morfologia della fiaba” lascia presupporre un accumulo occasionale. Ma si tratta pur sempre della fiaba registrata, contestualizzata, decostruita – tutte le raccolte di fiabe devono esserlo.

Pasolini – “La passione secondo san Matteo” Gianroberto Scarcia dice “opera comica” (“Poesia dell’islam”). Coerentemente, le tante tragedie scritte o filmate, mitiche, leggendarie, sacre, inclusi “Teorema” e perfino “Salò”, sarebbero un non-Pasolini. Che non può essere. Il classico e il mitico sono una via di fuga dal mondo, ostentata. Sono forzature, logiche e passionali – artificiose. Ma nel culto dell’immagine. Come per i grandi pittori: il senso è nella pittura e non nel soggetto, che viene con la contemporaneità, secondo domanda (mercato) – quanti soggetti sacri non sono opera di bari, ubriaconi, assassini, stupratori.

Nell’intervista (postuma) in tv con Biagi, per la trasmissione “Terza B, facciamo l’appello”, Pasolini si nega: “La tv è un medium di massa. E il medium di massa non può che mortificarci o alienarci”. Però ci va. Per dire che in tv non si è liberi di dire, ma l’essenziale l’ha detto. A meno che non sia una delle sue (troppe) attitudes, da modesta reincarnazione del vituperato D’Annunzio: il poeta ha fatto dei Caroselli, non per soldi.
Lo stesso Biagi fa una puntata falsa della sua trasmissione. Poiché gli ex compagni di classe sono quelli del liceo di Bologna, e Biagi sa che il ricordo non può essere genuino, tutti sapendo che il ragazzo Pasolini “indicò” il compagno di liceo e amico personale Sergio Telmon alla polizia fascista. Non per la proverbiale “ipocrisia”galantomistica di Biagi. Pasolini ha sempre vissuto questa ambiguità, non traumaticamente.
“Nel luglio del 1971 sarebbe dovuta andare in onda una puntata di «Terza B: facciamo l’appello», trasmissione di Enzo Biagi”, è uno degli ultimi ricordi di Italo Moscati, scritto per il sito Pasolini.net: “Ma fu sospesa per una vicenda giudiziaria che coinvolse Pasolini nella sua qualità di direttore responsabile di «Lotta Continua». Sarà presentata quattro anni dopo, il 3 novembre 1975, all’indomani del suo assassinio”. Per l’ovvio mercato del lutto. La prima battuta di Pasolini fu, ricorda Moscati (ma l’intervista è su tutti i siti) che ritrovare i compagni non era gradevole, che la situazione creata nello studio era “brutta, falsa”.

Pound – “Il Silenzio è la Voce di Dio”, Mary de Rachewiltz ricorda che il priore di san Giorgio Maggiore sottolineò al funerale di Pound. La stessa Mary ha spiegato che il silenzio di Pound era anche un modo, secondo la legge americana (non rispondendo, cioè), di professarsi innocente.

Sogni - Un primo uso letterario è in Dante da Maiano, che a interpretare un sogni invita Dante Alighieri e altri poeti giovani. Ai quali sottoponeva il suo sogno come “visione”. Tutto costruito cioè, il sogno e, ovviamente, le letture degli amici.

Traduzione - È l’incrocio delle culture, quindi la valvola della cultura stessa, che chiusa deperisce. È recezione di un altro nel proprio, e a questo fine addomestica – può addomesticare – l’originale. Il maggior traduttore italiano è anche ottimo, benché trascurato, poeta: Foscolo. Come romantico, per imporre il suo vero, e come nazionalista ossia vero “traduttore”, sensale tra le culture.

Se ne parla molto, in fondo, perché Croce ha detto la traduzione impossibile. Ma aveva ragione anche lui. Ridurla a veicolo di comunicazione gli dà ragione doppiamente.
È assimilazione. L’opera straniera ha necessariamente una sua estraneità linguistica, in più della personalità dell’autore.
Il linguista Gianfranco Folena nel 1973, “Volgarizzare e tradurre”, Carlo Carena classicista e George Steiner “Dopo Babele”, 1975, hanno sistemato la questione richiamandosi a san Gerolamo, patrono della categoria: senso da senso e non parola per parola. Ma riconoscevano che dagli anni 1940, cioè dall’avvento della linguistica in materia, la questione era stata molto complicata. Con che risultato? Linguisticamente non si può tradurre “Aprile è il più crudele dei mesi” nel Sud-Est asiatico, dove aprile è la stagione dei monsoni, non nel senso di T.S.Eliot, o “Il Principe” in swahili: la mediazione culturale è ineliminabile.

Vent’anni fa si teneva un convengo a Trieste in cui i traduttori venivano chiamati “traslocatori di parole” (“In difesa dei traslocatori di parole”).

letterautore@antiit.eu

mercoledì 25 gennaio 2012

Il terremoto di Bertolaso

Scriveva questo sito domenica: “Breve, chiara lettera di Bertolaso al “Corriere della sera” su quanto non è stato fatto per prevenire il naufragio dalla “Concordia” e poi per rimediare. A quando la prossima incolpazione - che fanno i giudici, dormono?”. Presto fatto, ieri i giudici dell’Aquila hanno provveduto. L’incolpazione è semplice: Bertolaso ha provocato il terremoto.
Non l’hanno fatto subito perché lunedì i magistrati non lavorano.
E chi ha fatto il terremoto a Milano? Questo Bertolaso, bisogna tenerlo d’occhio.

Pound catto-confuciano

L’introduzione di Mary de Rachewiltz, sette paginette mozzafiato, molto poundiane, rendono impossibile ogni ragionamento critico sul filo conduttore di Colombo, di un “cattolicesimo pagano” in Pound. Anzi, di un “miglior” cattolicesimo sradicato dalla Bibbia e dall’ebraismo e radicato nel politeismo greco-romano. Con l’ausilio di Harold Bloom, del suo “Gesù e Yahvé, e dell’intervista ad Amy Rosenthal con cui Bloom lo presentò al pubblico italiano, sul “Foglio” del 24 dicembre 2005 (“Jahvé contro Jahvé”). Nonché dei tre saggi del filosofo polacco Tadeusz Zieliński raccolti nel 1924 in Francia sotto il titolo “La sibylle : trois essais sur la religion antique et le Christianisme” – una rielaborazione della tesi che Zieliński aveva elaborato a cavallo del secolo, pubblicate a Firenze prima della guerra col titolo “L’antico e noi. Otto letture”, a cura della Società italiana per la diffusione e l’incoraggiamento degli studi classici. Ma prima ancora, andrebbe forse aggiunto, di Marcione, a quanto è possibile arguire dalle ricostruzioni degli eresiarchi e dalla notevolissima, benché non tradotta, interpretazione di Adolf von Harnack, il teologo editore del Codice Purpureo dei Vangeli di Rossano, “Marcion: Das Evangelium vom fremden Gott. Eine Monographie zur Geschichte der Grundlegung der katholischen Kirche”.
Anche il Silenzio del Poeta per quasi trent’anni dopo la guerra Mary riporta, con le parole del priore di San Giorgio Maggiore all’interramento, alla “Voce di Dio”. Pound crebbe con la Bibbia, Mary ricorda ancora opportunamente, la cui pratica era estensiva in famiglia e per tradizione paterna. Ma dal 1906, a 21 anni, borsista a Madrid per la tesi su Lope de Vega che non finirà, visse a contatto col cattolicesimo. E il cattolicesimo poi confonderà, annota la stessa Mary de Rachewiltz nell’intervista che chiude il volume, nel suo specialissimo panteismo confuciano: “Di neo paganesimo si può parlare in quanto Pound non credeva che Dio (“il Dio vero”) fosse monopolio di un popolo o di una religione soltanto. E non riteneva necessario – anzi era contrario agli dei e agli idoli”.
Il “cattolicesimo pagano” in Pound Colombo media da Caterina Ricciardi, che su questa commistione collazionò vent’anni fa gli articoli di Pound per la pagina culturale del “Meridiano di Roma”, nella raccolta intitolata “Idee fondamentali”. E l’ha poi rielaborata nel recente “Ezra Pound. Ghiande di luce”. Colombo la consolida di molteplici tracce. La conoscenza, anche di prima mano, che Pound aveva della patristica e della filosofia medievale, da Scoto Eriugena ai Catari e a Duns Scoto e Riccardo di San Vittore. Una distinta propensione al neoplatonismo e alla gnosi, compreso il ritorno agli “idoli” di Gemisto Pletone. La dottrina sociale della chiesa, molto attenta all’interesse abusivo e all’usura, al feticcio denaro, che entusiasmò Pound per tutti gli anni 1930 e dopo. L’immedesimazione con i fenomeni naturali, della sessualità umana, della fertilità della terra – che attirò a lui, tra gli altri, Pasolini.
In Zieliński, da cui Pound avrebbe mediato negli anni 1920 l’ascendenza pagana del cristianesimo, Colombo s’è imbattuto in uno dei primi “Radiodiscorsi” bellici di Pound all’Eiar, poi Rai – di cui egli stesso ha proposto una scelta nel 1998. In appendice Colombo propone il quadro sinottico della dottrina dell’amore di Riccardo di San Vittore, che Pound s’era costruito in latino e in inglese, e alcuni “inediti”: le sue lettere in italiano a mons. Pietro Pisani e a don Tullio Calcagno, e “Un appunto confuciano per padre Vath”, il cappellano cattolico del capo d’internamento militare di Pisa, che gli aveva dato in lettura il “Catholic Prayer Book” d’ordinanza”. Qui Pound sintetizza con chiarezza il suo catto-confuciansimo.
Andrea Colombo, Il Dio di Ezra Pound, Edizioni Ares pp. 168 € 14

martedì 24 gennaio 2012

L’iperromanzo è falso del pentitismo

Si vuole “una grottesca e paradossale epopea degli anni della contestazione”, ma solo dice, dopo vent’anni (pubblicato nel 1990, tradotto nel 1991), che il romanzesco (iper o postmoderno) è maniera. Il brio è zavorrato dall’indignazione. Per il Sessantotto? Contro? È la stessa cosa. Ma la stessa tecnica tende a spegnerlo. E se Brock Vond facesse a sua volta il doppio gioco? Per Mosca, per Spectre? E Mosca e Spectre in realtà lavorassero per il diavolo Nixon? Il gioco non può non chiudersi, e quindi ci vorrebbe una storia, non soltanto personaggi e ambienti, per quanto sorprendenti. Senza contare le deboli polemiche: Usa = Thanatoia, r ‘n r = Vomitones, passioni = uniformi e ordine “segreto”.
È il limite è del concetto stesso d’iperromanzo. Pychon ha inventiva e scrittura (e cultura) straordinarie, e non bastano: le sorprese non bastano – non bastano mai. Ma c’è anche un fondo dannunziano, ricercato e quindi doppiamente artificioso cioè, sia nella revulsione che nel modo di esprimerla: è tale l’impegno sulle parole e le frasi nuove che uno ci si perde – il lettore e l’autore.È una sceneggiatura. A grande budget, on effetti speciali (ninja) e masse. Da coproduzione: ‘è l’Italia, il Giappone, il Messico. Italiano è anche come romanzo del pentitismo, col gioco di lusinghe, ricatti, compromessi. Che dovrebbero storicizzarlo ma non ce la fanno.
Thomas Pynchon, Vineland

Il mondo com'è - 81

astolfo

Corruzione - Il maggiore scandalo della Repubblica prima di Mani Pulite (vicenda peraltro da esplorare nei suoi veri connotati) fu l’affare Eni-Petromin. Avvenne al tempo del secondo shock petrolifero, 1978, vigente ancora il compromesso storico. Quello che il presidente dell’Eni Mazzanti e il direttore per l’Estero Sarchi vantarono come un accordo straordinario, per avere per la prima volta infranto il monopolio americano in Arabia Saudita, seppure con un accordo commerciale, in una situazione di mercato estremamente difficile per i consumatori, si ribaltò a loro danno nelle more di un’inchiesta parlamentare e della gogna mediatica. Anche se nessuna prova fu portata a loro colpa.
Per l’acquisto Mazzanti s’era impegnato a pagare una tangente (mediazione d’affari) del 7 per cento a un uomo d’affari iraniano per conto dei principi sauditi - la percentuale maggiore, l’1,50 per cento, andava al principe ereditario Fahd. La mediazione internazionale fu ritenuta accettabile, seppure non corretta e onerosa, dall’inchiesta parlamentare. Mazzanti sostenne che l’accordo era comunque proficuo per l’Eni e per l’Italia. Ma i socialisti insinuarono il dubbio che parte della provvigione fosse rifluita in Italia a beneficio del presidente del consiglio Andreotti.
Lo scandalo era stato sollevato sotterraneamente da Bisaglia, astro montante della terza generazione Dc, contro Andreotti, attraverso ministri e giornalisti a lui vicini. Il segretario del Psi Craxi, il tesoriere Formica, e il vicepresidente dell’Eni Di Donna lo fecero lievitare politicamente. Per logorare il compromesso storico del moralista Berlinguer, che dopo pochi mesi entrò in crisi.

La questione morale non può essere parziale e mirata. Questo tipo di “questione morale” è anzi la questione morale italiana. La lotta alla corruzione è l’esercizio della giustizia: dev’essere uguale per tutti. Se si indagano solo due procuratori di calcio quando tutti i procuratori compiono continuamente illeciti, non si fa la lotta alla corruzione ma la si alimenta. Lo stesso se si indaga un partito, o alcuni partiti, per delitti che tutti i partiti commettono. O un imprenditore del latte, poniamo, per frode alla Ue, quando tutti i produttori di latte frodano la Ue. Sembra semplice buonsenso e invece non è così: la lotta alla corruzione si propone essa stessa come corruttrice, solo più forte di quella che combatte.
Mani Pulite puntò il Caf e lo distrusse, metà Dc, il Psi, il Psdi, il Pri e il Pli. Lasciando fuori dalle indagini l’altra metà Dc e il Pci, anche se erano incorsi negli stessi reati, di finanziamento illecito alla politica e di traffico delle influenze – con l’aggravante riconosciuta per il Pci di finanziamento illecito da parte di potenza straniera. Ha successivamente puntato Berlusconi, che si è preso i voti del Caf. Berlusconi ha resistito alle indagini a senso unico, il cui effetto è quindi un ulteriore discredito della giustizia, della lotta alla corruzione.

Italia - “Siamo un Paese di ex, ricorda Mario Isnenghi inaugurando una piccola e densa rivista di storia online («S-Nodi», 1, 2007, www.scriptaweb.it). Ex borbonici nell’Italia liberale. Ex socialisti in camicia nera. Ex fascisti con la tessera del partito comunista. Fenomeni innovativi ma anche penosi. Dopo tutto, l’ex-ismo è un tragitto psicologico difficile, la stanchezza del naufragio, la delusione intima dell’errore. Scorie tossiche. Prendiamo la Seconda Repubblica, che dell’apostasia ha fatto quasi una religione. Alleanza nazionale spegne la fiamma del rimpianto, Rifondazione riavvolge la bandiera rossa, il Partito democratico (in un sol colpo) sotterra falce, martello e Balena Bianca. Dovrebbero essere svolte epocali e assomigliano invece a un cambio di casacca stanco, reticente, furtivo. Forse perché, da noi, le grandi cesure avvengono in un contesto di rigida continuità delle élite che sfiora il camaleontismo. Prodi, Berlusconi, Fini, Veltroni hanno sulle proprie spalle - nelle ossa - troppe stagioni della storia italiana. Sono ex”.
Si potrebbe aggiornare così, con questo nuovo lemma di Paolo Macry sul “Corriere della sera” (12 gennaio 2008), l’antologia “La questione morale. Perché siamo Italiani”, che David Bidussa ha dedicato cinque anni fa a quanti si sono prodotti sul carattere degli Italiani. È un sport nazionale.
Le generalizzazioni sono sempre infedeli, lo diceva Croce ma ognuno lo vede – gli “italiani” per esempio, che vuole dire? E tuttavia servono, oltre che divertire.

Mani Pulite – Non è stata ancora metabolizzata la violenza di Mani Pulite. Che in ogni altro ordinamento avrebbe configurato un golpe: incriminazioni indiscriminate, da parte di un solo gip, Italo Ghitti, che professava di non leggere gli atti, atti d’accusa redatti al ciclostilo, incriminazioni notificate via giornali, due parlamenti sciolti arbitrariamente in due anni. In Italia invece si è chiamata “rivoluzione”. Confermando, nel particolarissimo significato che la rivoluzione ha nella cultura fasciocomunista, il suo carattere sovversivo. Nella fattispecie golpista – la rivoluzione resta sempre un fatto popolare.

François Furet liquidò l’operazione all’epoca come “processo di disaggregazione della Repubblica italiana e della sua autorità”. È più che mai veridica la lunga, e trascuratissima, intervista che lo storico della Rivoluzione francese diede al corrispondente del “Corriere della sera” a Parigi Ulderico Munzi, pubblicata il 10 marzo 1993. Sintetizzata, a microfoni spenti, con la battuta: “Questo paragone è un abuso, dove sono giacobini e sanculotti? Io vedo solo le Leghe”.
In dettaglio lo storico spiega: “Cosa vi salta in testa di dire che la classe politica ha perso la sua legittimità? Non l’ha mai avuta, questa legittimità. O, perlomeno, era molto debole. La politica italiana, in un certo senso, è sempre stata oligarchica. Il suo discorso è sempre stato esoterico, il suo linguaggio è sempre stato in codice e quindi sospetto. In sostanza, non ha mai avuto robuste radici popolari”.
Rivoluzione? “È un abuso. Rivoluzione vuol dire sostituzione di un potere a un altro. Non è soltanto un fenomeno di decomposizione e d’implosione del potere esistente. E dov' è la nuova ideologia rivoluzionaria? Siamo seri. Per parlare di Ancien Régime bisogna averne uno nuovo… C'è qualcuno in Italia che pensa che ci possa essere un ordine diverso da quello democratico? No. Dunque, non buttiamo al vento la parola rivoluzione e usiamo piuttosto termini appropriati. Parliamo, cioè, di un processo di disaggregazione della Repubblica italiana e delle sue autorità”.
Non è la prima volta, aggiunge Furet. Ora ci sono due fati nuovi. Uno è “il peso della fine del comunismo che era depositario di uno straordinario capitale di fiducia nelle classi popolari. C’è un vuoto”. L’altro è che “l’Italia vive una crisi costituzionale…. È la sola democrazia moderna senza potere esecutivo”. Ma questo non dà automaticamente avvio a una palingenesi, ribadisce sbrigativo lo storico all’intervistatore: “Mi ascolti. Mussolini nacque dalla debolezza popolare del giolittismo. La Repubblica italiana di De Gasperi era riuscita a trovare una relativa legittimità attraverso i due grandi partiti di massa che erano la Democrazia cristiana e il Partito comunista”. Relativa perché i due pilastri erano bacati: “Il primo era debolmente democratico in quanto era legato alla religione. Nell’uomo democratico la religione dev’essere un fatto privato. Il secondo costituiva una menzogna nella democrazia moderna, cioè i comunisti mentivano nella loro visione dell'’avvenire italiano. Questi ultimi hanno perso, oggi, persino la loro identità, e la Democrazia cristiana è in preda a una crisi. Cosa si può pretendere in un Paese che non ha un dispositivo salvatore come quello dell’elezione dell’esecutivo a suffragio universale?... Gli italiani cambino le loro istituzioni. La rivoluzione non esce fuori dal cappello a cilindro dei prestigiatori”.
Furet dice anche “pericolosa” la supplenza dei giudici. E rischioso, in generale, il momento storico per la democrazia: “La democrazia, con la fine del comunismo, è diventata universale e rappresenta l’avvenire dell’umanità. Ma ciò accade proprio nel momento in cui persino le democrazie più antiche fanno udire scricchiolii preoccupanti. Solženicyn dice che il comunismo muore e la democrazia si ammala. Pensi alla tirannia dell’opinione pubblica manipolata dai mass media, alla depoliticizzazione delle masse, al cinismo dilagante. Non sono caratteristiche solo italiane”. E dunque, il futuro dell’Italia? “il fascismo è disprezzato dall’opinione pubblica, anzi direi che e' disonorato. E poi non vedo dei Mussolini. L’Italia affonda in una sorta di anomia, nella mancanza di rispetto delle leggi e dell’autorità pubblica”.

Occidente – Mar d’Occidente è il Mediterraneo nella letteratura islamica – persiana, turca, centroasiatica.

astolfo@antiit.eu

lunedì 23 gennaio 2012

Problemi di base - 88

spock

Ma il prefetto Gabrielli ci fa o ci è?

Cavare i vangeli da Marco, Matteo, Luca, dallo stesso Giovanni, non è prova sufficiente di Dio?

Se Dio è “una malattia” (Caproni), il diavolo sarà tutto salute?

Se il caso è inconcepibile, perché la nascita è concezione?

Incomprensibile la nascita, sicura è solo la morte? E come è possibile, benché sicura?

Se “ogni società è edificata su un poema” (Octavio Paz), su quale poema sconclusionato è fondata l’Italia?

Se nascere è una disgrazia, nascere italiano allora?

spock@antiit.eu

Adolescente in copia per Millar e McCullers

Straordinaria identità di canovaccio, tra la Priscilla della scrittrice canadese (titolo originale: “It’s all in the family”) e la Frankie Addams di Carson McCullers: gli amori, la provincia, il suburbio , l’assetto familiare (ragazzini con mamie nera), e il tempo di due giorni, con l’attesa o “sospensione”. Più caratteristica, questa, della scrittrice georgiana. Mentre Millar ha più maestria nei dialoghi, anche nei soliloqui. Di due testi quasi contemporanei, uno pubblicato nel 1946 e uno nel 1948. Straordinaria anche la rilettura quasi contemporanea dei due testi.
Carson McCullers, Invito a nozze
Margaret Millar, La deliziosa Priscilla

domenica 22 gennaio 2012

Thomas Mann, l’elezione nell’abiezione

“Ho l’impressione come se non dovesse avvenire più nulla” – dalla prefazione 1953: la migliore letteratura contemporanea è “un ricapitolare ed evocare ancora una volta il mito occidentale – prima che cada la notte”. Questo è vero, la guerra aveva lasciato più macerie che voglia di fare. Si festeggiò la liberazione, ma furono orgasmi solitari e rapidi. C’è però un fondo decadente nel grande affrescatore Thomas Mann: una borghesia minata (l’ultimo dei Buddenbrook ne recide l’albero genealogico), un’umanità incestuosa e cinica, l’estetismo odiosamato (Kröger, Aschenbach, Faustus, l’Impolitico, Fratello Hitler..), la religiosità di maniera (Giuseppe, l’Eletto) – l’ancoraggio è più solido, meno morbido, nel lirico Heinrich Mann. Cosa significa allora vedere in un uomo così introverso, preso di sé, il testimone dell’epoca? 
Thomas Mann. L’Eletto

Ombre - 116

Anche sotto gli austriaci, notava nel 1846 Cristina di Belgiojoso nei suoi “Studi intorno alla storia della Lombardia”, a Milano s’insegnava ai giovani che la politica è “un vizio depravante, al par del gioco, della crapula, della lussuria”.

È sempre “Repubblica” contro “Corriere della sera”, ma a ruoli invertiti. “la Repubblica”, di proprietà del finanziare De Benedetti, ammonisce, con argomenti e anche con asprezza, contro il predominio della finanza nella congiuntura mondiale, il lettore del “Corriere della sera” non ne sa nulla, benché il direttore del giornale sia un ottimo economista. Potenza di Bazoli? I banchieri di Dio sempre sono insidiosi.

Avremo le farmacie come le banche, una ogni pochi passi. Per la gioia di chi ha pianterreni da affittare. Ma pagheremo le medicine più care come le banche liberalizzate?

Lo slogan delle liberalizzazioni è: “Costi minori servizi migliori”. Ma non così è stato in Gran Bretagna, patria di questa ideologia e pratica: tutto è in sterline enormemente caro, e la qualità è scadente, dell’alimentazione come dell’abbigliamento, della sanità e dell’informazione. La cancellazione delle licenze e l’orario senza limiti sono stati adottati in Gran Bretagna su spinta e nell’interesse della grande distribuzione – così hanno in effetti un senso.

Saremo dunque più inglesi, ma a quale buon fine? Trovare il giornale uscendo dalla metropolitana non serve ( già ce lo troviamo del resto, da quanto sono arrivati i primi asiatici, quarant’anni fa), perché noi abbiamo il nostro giornale, e non uno qualsiasi.
Fra i tanti “scandali” dei britannici old fashion in Italia sono sempre stati il droghiere di fiducia e il bar sotto casa (oltre all’orario spezzato, con la pausa dall’una alle quattro). Un delirio economico, lamentavano, che moltiplica i prezzi. Non è vero – la ragione è un’altra: oltre Manica il concetto di pane fresco non esiste.

Il settore meno efficiente in Italia è senza dubbio quello bancario. Alla pari dell’amministrazione pubblica. Con ricadute perniciose, entrambi, sugli investimenti e la produttività. Ma sono gli unici settori cui Monti non mette mano. Che almeno uno, quello bancario, conosce meglio di chiunque altro. O proprio perché lo conosce?

Breve, chiara lettera di Bertolaso al “Corriere della sera” su quanto non è stato fatto per prevenire il naufragio dalla “Concordia” e poi per rimediare. A quando la prossima incolpazione - che fanno i giudici, dormono?

Nella tragedia della nave crociera quanta miseria del giornalismo. Invadente e superficiale. Provinciale, gretto, brutale, e compiaciuto. Razzista. Il comandante che abbandona la nave. L’ammutinamento. La droga. La “moldava”. L’assedio al capitano-eroe. Sky Tg 24, ripetitivo ogni mezzora, con la stesa faccia che ripete con le stesse parole la stessa fandonia, rende questa rappresentazione grottesca. Non è informazione. Ma che spettacolo è?

La “moldava”, l’“ucraina”, la “romena”, la “polacca” sono, andando a ritroso nelle varie ondate immigratorie di colf e badanti, i fantasmi delle spose piccolo borghesi e dei loro figli. Come di avventuriere, sfascia matrimoni e peggio, il nome è la cosa. Sono i giornalisti piccolo borghesi? Lo sono.

Si squaglia la Sicilia governata da un personaggio incredibile, Raffaele Lombardo, capofila della destra, con una giunta di sinistra, ma non ne sappiamo nulla. Paghiamo frutta e verdura il doppio perché la Sicilia è ferma, ma niente, di Lombardo adesso che è democratico non si parla. Poi dice che (non) c’è la censura.

C’era lo spread, differenziale, nel dizionario degli affari di Rachel Epstein e Nina Liebman del 1987, “Biz Speak”. Non c’era default, il fallimento. Non c’erano allora fallimenti? C’erano. Ma non erano una cosa da anestetizzare, per non disturbare il conduttore – il “mercato”.

Mons. Bregantini ricorda (“Lettere dalla Calabria”, 21), la tesi di Pirenne, lo storico belga, che lega il feudalesimo alla chiusura dell’Europa, alla rottura dell’unità del Mediterraneo: “Se il Mediterraneo resta un mare aperto, anche l’Europa si apre e cresce. Se quel mare si chiude e si spezza, anche l’Europa si frammenta e si feudalizza”. È ciò che sta avvenendo per altri versi, e non si saprebbe dargli torto - allo storico, al vescovo.

Succede l’inverosimile, lo spread, la Merkel, la Merkel con Sarkozy, coppia comica irresistibile, l'incredibile Passera, il ministro delle banche, l'incredibile Fornero. Oltre alle navi di quattromila persone prtate al naufragio in trenta metri d’acqua. Ma Crozza, Litizzetto e perfino Benigni, laureato all’università di Calabria, vogliono farci ridere con Rotondi, Rotondi?, col figlio di Bossi, e con l’ombra di Berlusconi. Comici? Democratici?

sabato 21 gennaio 2012

Troppo brava, Cristina esclusa dal centocinquantenario

La “primavera” del 2011 ha portato alla riproposta di quest’unica testimonianza di e su uno dei personaggi di migliore intelligenza, teorica e pratica, nella “primavera” italiana. Tra Milano, dove avviò una vera e propria “città del sole” a Locate di Triulzi, nei possedimenti di famiglia, e Parigi, dove mediò, finanziò, e fece avanzare gli studi e i programmi sansimoniani e furieristi, amica apprezzata e corrispondente dei migliori spiriti europei, a partire dai vecchi Chateaubriand e Lafayette e compresi Heine, l’amico di una vita, che di lei diceva “una bellezza assetata di verità”, e Liszt. La mente più libera e morale del suo mondo e dell’Italia tutta.
Avversata per lo spirito indipendente e l’ intelligenza, dai benpensanti Mamiani e Manzoni più che dalla polizia austriaca, seppe coniugare il cattolicesimo con la libertà, e più con l’indispensabile uguaglianza. Non solo con le opere ma anche con testi che ancora si fanno leggere – di cui questa antologia, limitata ai moti del 1848, è solo un invitante assaggio, grazie anche alla lunga e circostanziata introduzione del curatore, Sandro Bortone. Qui è pubblicato in appendice anche il pacato saggio “Della presente condizione della donna”.
Famosa al matrimonio, a sedici anni, come la più ricca ereditiera d’Italia, su Cristina Trivulzio fu costruita agevolmente cattiva fama, dopo la separazione, ad appena quattro anni dalla cerimonia nuziale, dal libertino marito Emilio di Belgiojoso. Per la sua attiva partecipazione, ventenne, ai moti carbonari in mezza Europa. Fu punto di riferimento dei migliori spiriti del Risorgimento, per un decennio a Parigi negli anni 1830, dove tenne casa aperta per i fuoriusciti, e poi a Locate. Fu finanziatrice, editrice, direttrice e redattrice di giornali, “La démocratie pacifique” e “La Gazzetta Italia”, poi “Ausonio”, a Parigi, il “Nazionale” a Napoli, “Il Crociato” a Milano. Fu studiosa e editrice di Vico,del cristianesimo delle origini fino al Medio Evo, del sansimonismo e del furierismo, delle condizioni politiche e sociali della Lombardia. Specialmente illuminante sulla situazione dei contadini nella bassa Lombardia. Nonché autrice, nell’esilio in Turchia dopo il 1848, di una serie di ritratti romanzati di vita locale, “Scènes de vie turque”, che Luciana Tufani sta infine editando, . La parte migliore forse della tanta, troppa, Italia risorgimentale rimossa nelle celebrazioni de di una serie di reportages di vita socialeel centocinquantenario.
Non è una novità, gli scritti sula 1848 a Milano erano stai già esclusi dalle celebrazioni cinquantenarie del 1848. Benché fossero stati riscoperti dal giovane Salvemini e poi, a inizio Novecento, ripubblicati dal repubblicano Arcangelo Ghisleri. Mentre faranno bella mostra nel 1971 nell’antologia francese “Les révolutions de 1848”, accanto ai testi di Marx, Proudhon e Blanqui. Erano usciti del resto, subito dopo i fatti, nella parigina “Revue des deux Mondes” - la stessa che pubblicherà i testi narrativi e i reportages dalla Turchia, immuni, fu subito notato, dall’orientalismo di maniera.
Cristina di Belgiojoso, Il 1848 a Milano e Venezia, Feltrinelli, pp.185 € 8

Secondi pensieri - (88)

zeulig

Amore – “Conquistare l’Amore (si fa) con l’amore senza misura” scrive Hadewijch d’Anversa, la poetessa del movimento delle beghine nel Duecento. Cioè delle donne che rinunciavano al principe azzurro e al matrimonio.

“Penso inoltre che sia molto meglio essere vittima dell’amore, piuttosto che vivere senza di esso”, scrive Susette Gontard, “Diotima”, all’amato Hölderlin il 31 ottobre 1799. Una concezione romantica, ma anche utilitaristica. Ragionevole?

Corpo - Nel pensare corrente (sanitario, estetico, funzionale) è il corpo-macchina, un organismo complesso ma al fondo meccanico, prevedibile e ora, grazie ai trapianti, pure scomponibile. Il corpo scientista è quello dell’Uomo di vetro presentato alla II Internazionale dell’Igiene di Dresda nell’state del 1930, un modello costruito con materiali trasparenti . Il modello di una lettura del corpo umano come “cosa”, come materiale inerte seppure vivente.

Il corpo, secondo Platone, è il sema dell’anima, ne è il segno e la tomba. E dev’essere vero, se l’escatologia della resurrezione vuole che le anime si ricongiungano ai corpi: ci sono dunque dei corpi senz’anima.
Il corpo è la prova di Dio secondo Locke: non ne sapremo mai abbastanza per affermare che Dio non può infondere sentimento e pensiero nella cosa chiamata materia.
Campanella arguto, che solo chiedeva cibo e vino, ai preti che lo torturavano, inquieti di “tanta preoccupazione del corpo”, rispose: “L’anima è immortale”.

È la filosofia per questo sterile, che è senza corpo – senza amore? Tra la filosofia tedesca, parole di parole, che ha cancellato il corpo e ogni altra fisicità, e la muta America, che parla solo col sesso, il quale appunto non parla.
Per l’orfismo il corpo è tomba e prigione dell’anima.
Lo stesso per la chiesa: “Memento quia pulvis es et in pulvere reverteris”, ricordati che sei polvere, l’unico materialismo è questo della chiesa, sotto l’apparente rifiuto del corpo. Che pure il divino sempre esprime in figure leggiadre. Ma l’unità è cristiana, di anima e corpo – dopo che aristotelica, ma sacramentata. Ugo da San Vittore, per esempio, è un estimatore: “Habent corpora omnia visibilia ad invisibilia bona similitudinem”, i corpi visibili rinviano ai beni invisibili.
È pesato a lungo il corpo, triste tabù semita, non riequilibrato in questo caso da Platone. Finché all’improvviso non è tornata l’armonia con sant’Agostino, per cui il corpo è l’anima, nudo. Il corpo nudo è antico incanto teologico, padri della Chiesa inclusi, dall’“Exameron” ambrosiano a Lattanzio, Cassiodoro e al Venerabile Beda, prima che estetico – sfuma se tutti i corpi sono nudi. Il mistero del corpo, della Passione e Resurrezione di Cristo, è centrale per il cristiano.

Il corpo libero è finito in celluloide, o peggio digitalizzato, e non c’è misura all’improsatura - nel Seicento erano licenziose le favole di La Fontaine.

Il gregge è il corpo del pastore, ne è l’estensione, il formicaio lo è delle formiche, l’alveare delle a-pi: ne estende il corpo e la mente, per i pascoli e oltre, nella lunga giornata senza tempo, nella transumanza. La fabbrica lo è dell’operaio, l’azienda dell’impiegato, il lavoro del lavoratore. I corpo è ora essenzialmente sociale.

Il corpo è lo spirito è di san Paolo prima di Berkeley. Debole se lo spirito è debole.

Dio – Non esistendo, è per questo difficile da rappresentarsi e concepire. A meno che non sia tutto in queste operazioni. Ma allora sarebbe pura esistenza?

È complicato, è il meno che si possa dire. L’eretica Guglielmina la Boema, che Dio sostenne essere femmina e se stessa incarnazione dello Spirito Santo, è sepolta e onorata nell’abbazia di Chiaravalle fuori Pavia. Con licenza, certo, del papa del tempo, che furbo si cautelava. Perché chissà, Dio è complicato, più delle donne.
Ci fu un tempo nelle Gallie in cui si battezzava “in Nomine Patri, Filiae et Spiritui Sancti”. Era per ignoranza, perché i preti non sapevano più il latino. Ma nella Bibbia a un certo punto i maschi svaniscono e contano le donne, Sara, Rebecca, Rachele, Debora, che fu profetessa e giudice, Gezabele, Ester, che chissà perché si dipinge fiamminga, senza sopracciglia e senza carattere, Anna, Elisabetta, Maria. È da una donna, Diotima, sacerdotessa di Mantinea, che Socrate apprende con Platone la dottrina dell’amore.

È per Beckett l’impossibile – Godot, il “deuccio, come “assoluta assenza di Assoluto”. Piero Boitani fa sul “Sole” domenica un breve, incisivo, excursus della convivenza di Beckett con Dante, dai suoi vent’ani fino al letto di morte, in un dialogo continuo. Nella posizione e nel ruolo di Belacqua, che per lui è “statica assenza di vita”, accucciato con la testa fra le ginocchia, negligente, pigro, impantanato nell’indecisione, che dice incomprensione (Giorgio Petrocchi invece lo trova “finissimo, pungente e un po’ malinconico…. Un artigiano”) . Uno che non si spiega il suo proprio destino, il destino di Beckett, intende dire Boitani.

Illuminismo – Si pubblicava a Napoli negli anni 1830 una rivista repubblicana, per un regime “ordinato e ragionevole”, “Le Charivari des deux Siciles”. Scritta da napoletani in francese, perché il francese, scrivevano gli autori, è “la langue qui permet le plus aisément à la parole de deguiser la pensée”. Da leggersi probabilmente in questo senso: perché il francese è una “lingua inoffensiva”, non essendo leggibile dai molti, fuori portata della censura. Il francese è diretto, e può essere violento, lo è stato con la Rivoluzione e con Napoleone. Ma è vero che l’illuminismo riesce a combinare il massimo di sovversione con un’apparenza di moderazione e anzi di ordine. Mentale, quindi sociale.

Mondo – Sta da tempo (Descartes?) per l’in sé, inafferrabile, inattaccabile. Di materia e storia, non scalfibile per incrostazioni fossilizzate. L’inconoscibile, qui e ora definitivo. Sta quindi per il male. E questo non è possibile.

Morte - “La vita non va vista dalla nascita alla morte, ma al contrario, dalla morte alla nascita”: il novizio di Serra San Bruno organizza la visita partendo dal cimitero, con questa ragione. E intende il redde rationem finale, cui tutta la vita infine si conforma. Ma apre non solo un’altra prospettiva, anche un’altra filosofia.

Santità – È volontà di fede, con intelligenza del mondo. Un’identificazione col mondo per separazione, anche critica, di rifiuto.

zeulig@antiit.eu

Le tre giustizie

Dunque era Scotti che tramava contro Mancino, due napoletani illustri. Nella lite palermitana tra la Procura e il generale Mori, nel sottoprodotto della lite che è il patto Stato-Mafia, il senatore Mancino, all’epoca ministro dell’Interno, viene coinvolto nei termini in cui Maroni ne parlava in un’intervista del 1997 al “Corriere della sera”. Nel 1994, primo ministro dell’Interno non democristiano, Maroni andò un giorno di sorpresa al Sisde, e si fece mostrare i dossier politici (in quello della Lega trovò anche la Lega Ambiente…). Il “più sorprendente” fu quello a carico di Mancino, il suo predecessore: su Mancino ministro dell’Interno e capo del Sisde. Era l’ennesimo regolamento di conti all’interno della (ex) Dc.
Avevamo tre giustizie politiche: dei giudici di destra contro i politici socialisti, dei giudici di sinistra contro le destre, e dei Dc contro i Dc. Questa era la più feroce – basti pensare ad Andreotti contro Moro. Ce le abbiamo tuttora.

venerdì 20 gennaio 2012

L’ultimo Buddenbrok, maschio molle

È il romanzo di come tutto viene portato “dolcemente” in malora dalle donne della famiglia, non più tenute a bada da un patriarca – nella terza parte è detto con violenza, al punto da eccedere nella prolissità, la narrazione non ha altra tensione interna. Rappresentazione indiretta dei guasti del femminismo immaturo, sul piano della sociologia della letteratura.
Sul piano psicologico (personale? ) è la rappresentazione di un carattere molle – buono, intelligente, inquieto: il nevrotico di oggi, prima che finisse depresso. Di un carattere femmineo? Così dice l’opinione corrente. Ma il carattere maschile è da qualche secolo sentimentale, quindi molle. Può essere questa la chiave per l’imprendibile soggetto Mann, Thomas Mann, che ha abbastanza scaltrezza per tratteggiare ben più perverse evoluzioni.
Thomas Mann, I Buddenbrook

La Germania ci ripensa, crisi avanti tutta

I toni compiaciuti sono spariti, all’improvviso è tutto e solo allarme in Germania. Che ora ha fretta di varare le misure europee anticrisi subito e non più a luglio, forse già al vertice di fine mese. La Grecia verrà salvata. Si parla apertamente di dare via libera alla Bce per calmierare i mercati nel termine immediato con la sua liquidità. Mentre si vuole accelerare, insieme con il patto fiscale, il lancio del Fondo di stabilità. E si incrementano le pressioni sugli Usa perché rafforzino il Fmi.
L’urgenza viene giustificata col fatto che il patto fiscale e il Fondo di stabilizzazione dovranno essere approvati dai Parlamenti nazionali. E senz’altro è intesa a influire sul voto del Bundestag. Ma al fondo c’è un netto peggioramento in Germania di tutti gli indici, che ha indotto all’abbandono del trionfalismo per il 3 per cento di crescita economica ottenuto nel 2011. A spese, ora si riconosce, dell’eurozona – il trionfalismo si è giovato largamente e a lungo dell’argomento “solido Nord” contro “improvvidi latini”.
La crisi dell’eurozona indebolirà le esportazioni tedesche, che già sono ferme da quattro mesi. Ci saranno chiusure con licenziamenti di lavoratori qualificati. La domanda interna, che nel 2011 ha contribuito per due terzi all’aumento record del pil, quest’anno sarà, al meglio, piatta. La componente estera, che nel 2011 ha contribuito per tre quarti di punto alla crescita del pil, avrà un impatto negativo, fra mezzo punto e un punto di pil. La crisi di Commerzbank, il secondo gruppo del paese, rivela che tutto il sistema bancario europeo va in crisi con l’eurozona.

Per tre anni la Bce ha finanziato la Germania

“Offrire un’assicurazione di prima categoria sui titoli contro il fallimento dell’Italia ci colpisce come offrire un’assicurazione sulla cristalleria al padrone di una casa prossima a un impianto nucleare che sta per collassare”. In nota, giunto alla fine del suo argomentare sul miglior esito della crisi, l’economista capo della Deutsche Bank, Thomas Mayer, non si risparmiava il 26 ottobre il sarcasmo. Senza cattiveria, il suo sarcasmo era rivolto al Fondo europeo di stabilizzazione: “Né il padrone di casa né il detentore di titoli italiani si sentirebbero molto sollevati da questa assicurazione”. Il punto è, aveva argomentato l’economista, prevenire o evitare il collasso. E cioè, aveva spiegato, affrontare la “crisi nascosta” della bilancia dei pagamenti interna a Eurolandia.
La sua tesi è che lo squilibrio si è creato per la progressiva sostituzione degli Stati europei creditori, nel 2010 e 2011, al “mercato” (banche, fondi, fondi sovrani), nel finanziamento degli Stati europei debitori. Direttamente e attraverso il Fondo di stabilizzazione. È così che la posizione netta della Bundesbank nei riguardi della Bce è cresciuta nei primi nove mesi del 2011 del 124 per cento, da 326 a 450 miliardi di euro. Mentre quella dell’Italia è peggiorata del 107 per cento, da un attivo di 3,4 a un passivo di 106,9 miliardi.
Il capo economista della Deutsche Bank aveva già pubblicato a giugno uno studio sugli squilibri interni all’Europa determinati dal sistema dell’euro. Un problema identificato per primo dal presidente del Ces-Ifo di Monaco Hans-Wernes Sinn, del Centro di ricerca economica dell’Ifo, l’istituto per lo studio della congiuntura, di Monaco. Che successivamente raccolse i suoi e i contributi in materia di altri economisti in una serie di pubblicazioni online sul sito Ifo Schnelldiest, a partire dal 31 agosto. È il pensiero della “lobby Buba”, Buba per Bundesbank, una scuola di economisti più che di banchieri, e tanto brillanti, disponibili e garbati quanto demenziali. L’argomento si presenta semplice e evidente. Nei dieci anni dell’euro il credito a buon mercato ha provocato forti sbilanci interni ed esterni nell’unione monetaria. Quando la bolla è scoppiata e il finanziamento privato di questi sbilanci si è assottigliato, il sistema delle banche centrali dell’euro (Eurosistema), fu coinvolto in finanziamenti ponte per evitare la crisi. L’Eurosistema si è così esposto al rischio di default, di banche o di debiti sovrani. E ha fatto di tutto per evitarli, anche nel caso in cui c’erano “serissimi dubbi sulla solvibilità di un paese”.
C’è, cioè, nell’analisi un sordo risentimento contro le cicale, la Grecia sicuramente, la Spagna chissà, l’Italia… Senza considerare che con la Grecia sarebbero fallite le banche tedesche, quelle che più hanno profittato del falso boom ellenico. Il risentimento è rafforzato dall’argomento centrale di Mayer il 26 ottobre: gli sbilanci nei pagamenti fra i membri dell’euro “rappresentano trasferimenti reali di risorse dai paesi in attivo a quelli in passivo”. Ribadito, perché non ci siano dubbi: “In altre parole, merci, servizi e attivi sono trasferiti dai paesi creditori ai debitori a prezzi sussidiati, un sussidio misurato dagli attivi e passivi (delle banche centrali nazionali) nei confronti della Bce”. È cioè il punto di vista della Bundesbank, e non del funzionamento dell’economia. Un punto di vista nemmeno monetaristico, ma meramente contabile.
Mayer, provocatoriamente, sostiene nel supplemento del 26 ottobre che il problema si può solo risolvere inducendo i paesi creditori, cioè la Germania, ad adottare politiche inflazionistiche, che deprimano il tasso reale di cambio (in un sistema non unitario sarebbe la svalutazione), e consentano ai paesi indebitati di eliminare le passività nei confronti della Bce. Una sorta di “sentenza suicida”. Che Mayer rafforza col sarcasmo, adottando liberamente, in un testo che si vuole di studio, la contrapposizione “germanici-latini”. Altra possibilità non c’è, così argomenta il sarcasmo: “Dal punto di vista dei paesi in passivo, una politica che surriscalda i paesi creditori è l’esito migliore, che risparmia a loro i costi della deflazione. I costi dell’aggiustamento sarebbero messi in capo ai creditori sotto forma di inflazione”. Con una manovra subdola: “Poiché i costi da inflazione sono intrasparenti e distribuiti su un lungo periodo, è difficile organizzare una resistenza. Una politica di denaro facile e un tasso di cambio debole invece favoriscono questa soluzione”.
Deutsche Bank non considera bizzarramente quello che i suoi stessi studi e i suoi bollettini documentano: che la Germania è la beneficiaria della crisi di liquidità dei paesi “latini”. Una tavola costruita da Mayer per dimostrare che i Gip (Grecia, Irlanda e Portogallo), la Spagna e l’Italia sono i beneficiari dei rifinanziamenti europei tramite la Bce dimostra esattamente il contrario. I rifinanziamenti Bce sono andati per l’80-90 per cento agli “altri” paesi euro, i nordici, da metà 2007, alle prime avvisaglie della crisi, a metà 2009, e per il 60 per cento e oltre agli stessi paesi da metà 2009 a giugno 2010. Quindi per ben tre anni, quando la stessa Deutsche Bank se la vedeva brutta, e alcuni colossi austriaci, belgi, olandesi. Solo nei dodici mesi successivi i Gip sono arrivati al 50 per cento – Spagna e Italia ancora a ottobre 2011 non vanno oltre il 5 per cento l’uno. Inoltre, è questa la seconda bizzarria del computo, i Gip sono arrivati al 50 per cento degli impegni della Bce quando questi sono stati ridotti, fra i 400 e i 500 miliardi, mentre quando la Bce consolidava gli “altri” l’impegno era costantemente sopra i 700 miliardi, e in alcuni mesi sopra gli 800.

giovedì 19 gennaio 2012

La poesia è triste, del singolo, solo, scontento

Anna Maria Carpi è la scelta poetica di Alfonso Berardinelli per il 2011, che la classifica tra gli autori autobiografici. Parliamo di Saba, Bertolucci, Penna, Giudici, Cavalli. Per una ricorrente vena memoriale, dell’infanzia come fu e avrebbe potuto essere, degli amici e dei viaggi. In Russia meglio che in ogni altro posto, benché Anna Maria Carpi sia distinta germanista, l’ultima interprete di von Kleist. Altro non c’è.
È la poesia dei “singoli, soli e scontenti”, dice lei stessa tristemente, un potenziale inespresso sebbene applicato. Anna Maria non trova di meglio che invidiare anche il cieco, mendicante. E di Celan dice: “Tu non puoi, Nessuno, non esserci:\ NON e NON, se lingua è lingua,\ è uguale a SÍ”. E il triplice NON? O l’amore gioia di vivere, e la gioia di vivere amore – un gioco di parole? L’apparato gnomico e di echi colti tiene la porta aperta: “In questo forse\ sono un figlia del mio tempo\ dove nessuno basta più a nessuno”. E quindi, forse, senza Berardinelli senza colpa.
Anna Maria Carpi, L’asso nella neve, Transeuropa, pp. 124 € 10

L’Europa rifeudalizzata

È tesi non peregrina di Pirenne, lo storico belga, che l’Europa si sia rinchiusa nel feudalesimo (frammentazione, guerra di tutti contro tutti) in conseguenza della chiusura del Mediterraneo. Della frattura del Mediterraneo fra un Nord cristiano e un Sud mussulmano, nemici inconciliabili. È quello che è avvenuto nel primo decennio del millennio su altri presupposti, un Nord Europa “nordico”, nella nuova-vecchia terminologia tedesca, e un Sud Europa “latino”. Con una differenza.
Nel Medio Evo la chiusura si determinò per il bilanciamento fra i due opposti mondi, nessuno di quali fu in grado di prevalere, e ricostituire l’unità. Mentre oggi non c’è dubbio che il Nord abbia prevalso sul Sud. In parte surrettiziamente, attraverso la retorica e i regolamenti dell’Unione monetaria, in parte con la scoperta ideologia, o del “destino manifesto” – Germania “über alles” non si può più dire ma si fa. Ciononostante, la partita resta come impattata. In un bilanciamento delle forze e nella reciproca chiusura, anche se non dichiarata.
Bisognerà aggiornare la dottrina di Pirenne? La rifeudalizzazione come segno della pax germanica? Della costante incapacità tedesca di assumere un ruolo imperiale, se non nel senso del gretto tribalismo.

La bufala tedesca

Molto si perdona alla Germania, per non si sa quale motivo. E anzi s’immortala, sotto la voce eccellenza tecnica, se non la primazia: chimica, meccanica, elettronica. Mentre ci alluviona di bufale. Ultimo il famoso termometro al gallio che non misura niente, non va né su né giù. Roba che la Cina, per dire, non si sogna nemmeno. Dopo il sacco ormai colmo di additivi e coloranti per il cibo, di cui ci fa ingozzare dalla serva Commissione di Bruxelles, velenosissimi. Si veda la mozzarella blu, il conservante di cui più non si parla. Le imitazioni di caciotte, salami, formaggi. O l’enchiridia coli nell’insalata, il detergente che fece epidemia – non dichiarata – di morti. Oltre alle innumeri specialità medicinali, e macchine e pratiche ortopediche e salutiste di nessuna utilità, quando non nocive come l’aspirina.
Per molti anni nel dopoguerra i tedeschi giravano i mercati con la cassettina a tracolla. Con mutilazioni vere o presunte. A spacciare unguenti miracolosi. Pelapatate, affetta pomodori e altri ritrovati metallurgici che si rompevano al primo tentativo a casa. E le famose lamette Sollingen, che tante facce hanno deturpato. Mentre primarie ditte alpine spacciavano come lana cenci di Prato. A lungo il gillette è stato buono, finché è rimasto inglese. Da quando l’ha preso la multinazionale Procter and Gamble, che fa fabbricare le lame in Germania, ogni sicurezza è finita. Per non dire delle supercar micidiali, pesanti, ingombranti, ingestibili. Col privilegio di regolamenti comunitari di comodo per emissioni e pesantezza. Dopo aver portato al fallimento la Chrysler, che la Fiat – la Fiat – ha in pochi mesi reso lustra e efficiente.
La Germania ha molti nemici. Che la dicono arrogante, e questo non è da dimostrare, la prima metà del Novecento basta e avanza. Ma l’arroganza della Germania legano alla stupidità. Mentre la sua forza è proprio la stupidità, ma degli altri.

La scomparsa della Bce

L’inabissamento, concetto purtroppo in cima alle cronache, sembra essere la dottrina della Bce di Mario Draghi. Vecchi e nuovi membri del board della Banca centrale europea sono frastornati dal brusco mutamento di natura che il nuovo presidente ha impresso alla istituzione rispetto ai predecessori e fondatori, il francese Trichet e l’olandese Duisenberg. Con passione, con acume: l’ovvio obiettivo di entrambi essendo l’“interpretazione” della Bce, la sua “costruzione”, come banca centrale europea in senso sostanziale.
La concezione opposta ora prevale nel board vero e proprio, il direttivo per gli affari correnti: quella della Bundesbank. La presenza tedesca vi è ridotta, ma lo stesso Draghi e il suo capo economista, il belga Praet, sono i garanti della sua ortodossia. Draghi ha riportato la Bce, come vuole l’opinione oggi prevalente in Germania e patrocinata dalla cancelliera Merkel, a banca delle banche. Un organismo quasi tecnico. Senza idee, e soprattutto senza iniziative, di politica monetaria. Se non quella, possibilmente perniciosa se accenderà la speculazione, e insieme le spinte inflazionisiche, di insufflare liquidità alle banche. Per impieghi reali che invece latitano. Dato che “il cavallo non beve”, la Germania di Merkel non vuole. Che sembra un circolo vizioso ma non lo è.
La crisi non è chiusa ma l’evidenza s’impone: dalla Bce non è venuto alcun richiamo alle banche della crisi, Société Générale, Dexia, Hsbc, Bnp Paribas, Commerzbank, Crédit Agricole. Niente nemmeno lontanamente paragonabile ai richiami e le imposizioni alla Grecia – e all’Italia. A questi stessi soggetti sbiancati Draghi ha aperto ora la liquidità. Draghi ha imposto all’Italia, con Trichet è vero, per conto della Germania il taglio delle pensioni, l’aumento del 15-20 per cento delle tasse e delle tariffe essenziali (benzina, luce, gas, acqua), più l’Iva al 23 per cento su tutti i prodotti, e non ne ha alleviato di un solo punto base il supercosto dell’indebitamento, il famoso spread.

mercoledì 18 gennaio 2012

La bellezza è la migliore antimafia

Per sei mesi, da luglio 2007 a gennaio 2008, l’allora vescovo di Locri mons. Bregantini, da sempre aduso a un suo personale diario, ne tenne uno in pubblico. Ogni settimana sul “Quotidiano di Calabria”, al lunedì, sotto la testatina augurale “Buona settimana” pubblicava un breve “fondo”. Testi di riflessione quindi, ma anche di giornalismo. Di reportage da e su una terra – si dice un mondo, quasi fosse inafferrabile – che sfugge se stessa. Avviluppata nelle corde sempre più strette degli stereotipi, nei quali si adagia. La necessità è evidente, nota infine il vescovo, “di ripulirla da facili incrostazioni. Ripulirla, in primo luogo, agli occhi degli stessi suoi abitanti”. Dalla esperienza di vent’anni in Calabria, prima a Crotone, parroco e cappellano al carcere, poi vescovo a Locri, mons. Bregantini estrae la lezione della mitezza. Non per artificio retorico, non per antifrasi: proprio la dolcezza, sotto la scorza di diffidenza, senza riserve. Non è la sola verità.
La raccolta è curata dalla poetessa e scrittrice Ida Nucera. Che interpola ai fondini apparsi sul “Quotidiano” lettere, omelie e altri testi sull’esperienza di mons. Bregantini in Calabria. Sotto un esergo di De André, “Il sogno di Maria”: “Volammo davvero sopra le case, oltre i cancelli, gli orti, le strade, poi scivolammo tra valli fiorite, dove all’ulivo si abbraccia la vite”. E di Hélène Grimaud: “Ciò che conta è la maniera in cui il suo sguardo illuminerà i miei paesaggi e come questa luce riuscirà a scacciare ciò che ieri, per me, era ancora in ombra. Così ci rivedremo spesso”, che è l’addio di Bregantini alla Calabria, il modo come intende la sua lunga relazione (la Locride “io sento come sposa amata e attesa”).
Bregantini non è un vescovo qualsiasi. Nei dodici anni di Locri ha lasciato più di un’impronta indelebile, nella diocesi e nella Calabria tutta, di intelligenza, fervore, capacità di fare. In materia, è inevitabile, di ‘ndrangheta. Ma in una dimensione spirituale eccezionale. Di comprensione e di azione, di “pensare il futuro”, il cambiamento, e soprattutto di dotarlo di strumenti, che si apprezza a ogni nuovo evento di più. La raccolta è piena di verità vigorose, certamente ricostituenti finché Bregantini poté esercitare in Calabria: “Speranza è soprattutto questo, vincere la propria paura”, con “gli uomini d’amore” come opposti agli “uomini d’onore”, la semplice inversione del poeta Cataldo Perri – gli uomini dell’ancora e non dell’ormai. Con parole sempre semplici, e tuttora rivoluzionarie: “Il sogno fatto segno” e “le ferite trasformate in feritoie”. Anche ovvie, quelle di Chesterston: “Il mondo perisce non per mancanza di meraviglie, ma per mancanza di meraviglia”. Ma, quella fondamentale, non tanto: “Il gusto del bello è la miglior forma di antimafia”.
È il tema del secondo libro che ora si pubblica, una testimonianza autobiografica raccolta da Chiara Santomiero, “Non possiamo tacere. Le parole e la bellezza per vincere la mafia”. E una modesta, serena, brillante antropologia del Sud. All’insegna di un precetto semplice: “Occorre salvaguardare e incrementare la bellezza”. Con realismo: “Al Sud i fatti valgono molto più delle parole. Le forme, i modi, lo stile nell’approccio”. La violenza della mafia è esibita: bisogna combatterla con lo stesso meccanismo – un prete specialmente contro l’appropriazione della religiosità popolare. Esterrefatto dalle faide, ne è tuttavia analista acuto. “Si uccidono tra di loro” non è una soluzione, dice: “Dentro ogni uccisione c’è uno strazio”, un vuoto di angosce. Nella famiglia, nella comunità. E, purtroppo, “sono le donne a decidere la spirale del sangue”: gli “affari” sono maschili, le faide femminili. Bregantini ha anche una risposta all’interrogativo che ognuno si pone quando arriva la prima volta in Calabria: “Perché le case non sono finite”?
Il vescovo trentino è uno che non si lava le mani. Ogni volta che ho potuto, dice, mi sono recato nelle case di mafiosi, per evitare il male, per tentare una pace nelle faide. Come Gesù si recò in casa del peccatore Zaccheo. Molto paolino, missionario, ma non c’è altro modo d’essere per un prete nel disastro del Sud. Con le idee comunque chiare: “Il Sud è zavorra o risorsa?”, chiede. Sapendo che la risposta è un sola. Ma a condizione, aggiunge, che si circoscrivano, se non si eliminano, le “tante zone grigie, dense di corruzione, di disoccupazione, di lentezza amministrativa”. E per farlo “siamo chiamati a «sporcarci le mani»”. Con la convinzione cioè che una nuova pastorale sia necessaria alla chiesa, dinamica, di attacco – “un ripensamento globale delle modalità pastorali con le quali la chiesa deve rapportarsi alla mafia e ai mafiosi”. Bregantini è il vescovo che scomunicò gli ‘ndranghetisti, e mai sua iniziativa, dice, suscitò tante reazioni nelle famiglie mafiose come questa.
Sotto traccia nei due libri è l’allontanamento improvviso del celebrato vescovo da Locri, promosso arcivescovo ma in realtà rimosso. Bregantini lo accenna più volte, e in “Non possiamo tacere” ricorda di aver vinto una causa contro chi lo accostava a Rocco Antonio Gioffré, un boss di Seminara. Ricorda anche che “per alcuni il mio trasferimento dalla diocesi di Locri a Campobasso era misterioso e pareva essersi tinto di «giallo». Ida Nucera menziona “la vicenda dello scorso settembre”. Mons. Bregantini ebbe notizia della nuova destinazione a novembre. A settembre risale invece un’intercettazione, disposta dalla Procura di Palmi su una famiglia mafiosa di Seminara, del Giuffré in questione, in cui si fa un accenno al presule.
Bregantini sarebbe insomma stato rimosso perché parlava coi mafiosi. Recandosi a trovarli nelle loro stesse case. Nelle fasi più efferate della faida di San Luca, trasferita anche in Germania con l’eccidio di Duisburg, il vescovo di Locri si attivò molto, con l’aiuto di don Pino Strangio, parroco di San Luca e priore del santuario di Polsi, presso le famiglie coinvolte. Con le donne e anche con gli uomini. Fu per questo implicato nelle intercettazioni di Domenico Gioffré, figlio del boss di Seminara Rocco Gioffré. Il 17 settembre 2007, conversando con un amico in macchina, Domenico Gioffré si diceva sorpresissimo che il giorno prima, a una cerimonia in chiesa a San Luca per la pace tra le famiglie della faida, “don Pino il prete” (il parroco di San Luca, n.d.r.) avesse ringraziato Rocco Gioffré e “tutta Seminara” per la promessa di fine della lunghissima faida. Il vescovo compare nella trascrizione in questi termini: “Poi è uscito don Pino il prete, e il vescovo brigantino…”, con la minuscola e la deformazione.
Le trascrizioni saranno depositate al processo contro Gioffré a metà novembre. Ma intanto, due settimane prima, Bregantini era stato trasferito a Campobasso. Per proteggerlo dallo scandalo? Certo, Domenico Gioffré relaziona l’amico preciso. E, soprattutto, parla in italiano dove normalmente nessuno lo parla. Sa pure di shalom – il parroco aveva detto shalom nell’omelia. Come che sia, l’allontanamento fu una forma non larvata di epurazione. Per un atto giudiziario che, nell’ipotesi più benigna, fu espressione di anticlericalismo. Ma Bregantini fu atteso il giorno della partenza da una spessa folla sulla strada da Locri fino Siderno e oltre, dieci chilometri.
A una delle tante giornate della legalità di cui l’Aspromonte pullula era capitato lo stesso anno, prima della pace mafiosa di San Luca, di sentir criticare “l’impero economico del vescovo”. Detto da un magistrato, o da un funzionario di Prefettura, il tipo di personaggi che siede a queste feste. L’antimafia può essere insidiosa.
L’“impero economico” era suonato bizzarro: attribuibile a un momento di malumore, o a pregiudizi massonici, la massoneria si vuole attiva e ancora anticlericale a Reggio Calabria. Ma, in genere, non fa outing ai convegni. Anche la celebrazione del premio Alvaro a fine novembre a San Luca, fra giurati e autorità locali, fu quell’anno nervosa, quasi spazientita.
GianCarlo Maria Bregantini-Ida Nucera, Lettere dalla Calabria, Città del Sole, pp.167 € 15
Giancarlo Bregantini, con Chiara Sottomiero, Non possiamo tacere. Le parole e la bellezza per vincere la mafia, Piemme, pp. 193 €14,50

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (114)

Giuseppe Leuzzi

Secondo la storica americana, di origine triestina, Clara Lovett, “The Democratic Movement in Italy, 1830-1876”, una buona metà dei democratici meridionali al momento dell’unificazione e dopo provenivano dalla “classe agraria”.
Pubblicato a Harvard nel 1982, il libro non è tradotto.

“Dal Seicento la pratica di castrare i bambini prima della muta della voce si diffuse in modo incontenibile”, spiega Cecilia Bartoli a “Repubblica” il 12 gennaio; “In migliaia subirono l’atroce mutilazione, quasi tutti provenienti da famiglie povere del Sud”. C’era già il Sud nel Seicento?

“Molti (castrati) morivano d’infezione, pochissimi emergevano”, continua la celebre cantante: “I talenti erano coltivati a Napoli, città culturalmente centrale, con ben quattro conservatori”. Venezia ne aveva quattro solo femminili, in aggiunta cioè ai maschili. Il Sud va riscoperto, anche nei lati buoni.

Sud
“Grandi idealisti e cattivi politici” Croce disse gli artefici della Rivoluzione Napoletana del 1799. Per quanto eccellenti: Cuoco, Russo, Pagano, Cirillo, Fonseca Pimentel. Allievi di una generazione ineguagliabile di cervelli all’università di Napoli: Genovesi, Filangieri, Gravina, Giannone, Capasso, Galiani, Galanti, Palmieri, per tacere di Vico. Che Marta Petrusewicz chiama col vecchio desueto nome di intellighentsia (“Come il Meridione divenne una Questione”). A ragione: questo è l’intellettualità al Sud, una intellighentsia, una sorta di nomenklatura che accumula altre incrostazioni e non libera.
Il problema principale del Sud, e quello all’origine della stessa Questione Meridionale come “rappresentazione costruita”, direbbe Petrusewicz, è l’intellettualità autoreferente, slegata dalla società che pure la esprime e ad essa ostile. L’analisi, la critica e il progetto restano insocievoli e decontestualizzati. Tra intellettualità e società si ricostituisce costante una frattura che non può che degenerare in reciproca diffidenza. Con generalizzazioni infedeli e sterili - il “feudalesimo” è la più resistente e la meno proficua, anzi deviante.

L’odio-di-sé meridionale
“Se ami il Sud”, dice il vescovo mons. Giancarlo Bregantini in “Non possiamo tacere”, 149, “e cominci a guardarlo in una prospettiva di fiducia e di speranza, lentamente ne apprezzi tutta la bellezza, ne cogli i valori, la positività”. Senza rispetto di se stessi non c’è modo d’essere. E: “Capisci una cosa banale: i valori del Nord sono di un tipo, quelli del Sud sono di un altro genere. Non c’è un più e un meno”. La meridianità dei vescovi è più semplice – evidente, pratica - di quella del filosofo Cassano.
Bregantini ha scoperto il Sud sedicenne un’estate a Ógnina, il mare di Catania. L’estate del 1968. Ógnina sospende tutti i catanesi alla nostalgia. Il ragazzo Bregantini vi arriva volontario, con altri coetanei da Trento, per aiutare a costruire una chiesa durante le vacanze. Ma Ógnina e Catania lo atterriscono: Ogni aspetto di quel nuovo ambiente mi pareva minaccioso”, ricorda, “pieno di pericoli”.
Uno del Sud è felice di essere in Toscana, nel Veneto. Anche in luoghi brutti o trascurati. Anche se viaggia per piacere. Sempre a suo agio. Uno del Nord può apprezzare questa o questa veduta o un monumento di Napoli o Palermo, ma vi è sempre a disagio. È l’effetto dell’emigrazione? Ma anche il Veneto emigrava in massa. È la mancanza di pregiudizio – tutta la capacità di pregiudizio il meridionale concentra sul Meridione.

Scrisse Corrado Alvaro in uno dei suoi ultimi articoli, per scherzo ma non tanto, della borghesia in Calabria che essa era nata nella guerra con la borsanera. Che in Calabria non si poteva (se non contro la corruttela dell’ammasso obbligatorio), non essendoci città in Calabria e non essendoci mai stata carenza di approvvigionamenti.
La borghesia è certo un problema in Calabria, pavida, corrotta, etc. Come in tutta l’Italia. Dove essa a lungo è stata comodamente adagiata sull’appropriazione della manomorta ecclesiastica, big business, più che sulla sagacia, l’iniziativa, la costanza. E quella professionale lo è ancora, “giudice il padre giudice il figlio, primario il padre primario il figlio, professore il padre professore il figlio….”, che poi si erge a coscienza “civile” della nazione.
Grande borghese, anche se senza maiuscole, era il padre non amato dello stesso scrittore, che ha “fatto” quattro ottimi figli, sono stati la sua “industria”, tutti protagonisti nella loro realtà, uscendo dal fango di “Gente in Aspromonte”.

Milano
Claudio Abbado vuole novemila, o novantamila, alberi piantati per l’Expo 2015. Ha un precedente in Molise e in Abruzzo, dove i confessori davano questo per penitenza ai parrocchiani, di piantare alberi invece di dire giaculatorie.
Scavare un pozzo, piantare un albero è anche la buona azione di ogni mussulmano.

San Babila fu fatto rimuovere dalla basilica di Dafne, presso Antiochia, dall’imperatore Giuliano per restaurarvi senza complessi il culto di Apollo. Ma la rimozione, secondo Kavafis, portò alla rovina del tempio di Apollo, e alla sincope di Giuliano. Il santo è vendicativo?
(Non è però quello di Milano. Che se ne è appropriata nel tardo Cinquecento, immaginando che i resti del santo fossero stati rubati e traslati da Matilde di Canossa. Il santo di Milano (di Cremona) è uno dei primi preti locali, giustiziato nel 94 nella persecuzione di Domiziano.

Vi guarda dietro le spalle un milanese mentre vi parla, mentalmente vi misura, e per questo talvolta si irrita, o si entusiasma, con vostra sorpresa: sta perdendo il suo tempo oppure sta puntando bene. Per una questione d’impiego del tempo, probabilmente: il desiderio di efficienza rende terribilmente soggetti all’ansia del tempo. Oppure per una vecchia diffidenza. Uno ha l’impressione spesso a Milano di essere in Sicilia, la luce in meno. Dove si viene ugualmente valutati. Anche se con stile diverso, chiacchierone, amichevole, smodato.
Non per mettere Milano al livello della Sicilia. Ma uno solitamente si attende al più un semplice moto di curiosità. Quando ci si incontra a Parigi, per esempio, a Londra, a New York, le capitali della fretta.

Gaetano Salvemini insegnante di liceo a Lodi ha scritto tre saggi diminutivi sul Risorgimento milanese, fatto di accortezze e convenienze, dei nobili e dei borghesi. Che raccolse in un libro, che ora si ripubblica. Dunque fu possibile: insegnare in un liceo a Lodi e scrivere a Milano su Milano, criticamente.

È curioso come l’antipolitica “unisca” i giornali milanesi, di sinistra e di destra: il “Corriere della sera”, “Il Giornale”, “Libero”. Anche “Il Fatto quotidiano”, giornale vedetta dell’antipolitica, che si fa a Roma, è molto milanese.

“Milano è maschio”, è il capitolo centrale delle “Storie dei Lombardi” di Gianni Brera. Che così comincia: “Per la femmina Italia – madre dei vitelli – sono femmine tutte le città. Sia questo dunque il primo doveroso atto d’amore, di riaffermare la maschilità di Milano”. Non ci sono pii gesta molto maschili nel prosieguo, a parte le efferatezze, molte peraltro a opera di donne. Ma si capisce che l’Italia, dacché esiste, sia sempre improsata da Milano: Milano sta lì per quello.

leuzzi@antiit.eu

martedì 17 gennaio 2012

Il pazzo Jakobson fa savio Hölderlin

Testi sparsi collazionati da Jakobson in una monografia su Hölderlin folle e poeta. Concentrati sul suo ultimo componimento, “Die Aussischt”, la veduta. Con un bombardamento di sciarade, anagrammi, acrostici, tutto l’armamentario dell’enigmistica, e ricorrenze, ripetizioni, arsi, cesure, tali da annichilire il poeta, malgrado la profusa compassione, e il lettore. Non manca lo shifter, il commutatore. E Scardanelli, il nome di Hölderlin da pazzo, non sarà Sganarello? Con un effetto – insidia della rappresentazione – bizzarro: il linguista sembra il pazzo, il pazzo semplice e diretto.
Roman Jakobson, Hölderlin. L’arte della parola

Letture - 83

letterautore 
Dante – Un connotato del romanticismo è l’affezione per l’Italia. Ma per Dante più che per Petrarca. Per i sottintesi politici del romanticismo. Per il patriottismo. Per il repubblicanesimo – per la libertà repubblicana. E anche per il senso di una vita oltre la vita, la missione del poeta. C’è anche un Dante africano. È la novità del 2011, ed è uno dei contributi più interessanti del revival di Dante in lingua inglese nel 2011. Che ha registrato anche l’edizione digitale delle “edizioni” di Dante di Petrocchi (1966-67) e Federico Sanguineti (2001), un’attraente biografia di A.N.Wilson, “Dante in love”, nuove traduzioni dell’intera “Commedia” negli usa, del “Purgatorio” e del “Paradiso” in Gran Bretagna, il collettaneo “Dante and Italy in British Romanticism”. Il Dante africano è il ribelle. Lo studio sulla ricezione afro-americana di Dante e la “Commedia”, “Freedom Reader” di Dennis Looney, traccia tutti i riferimenti, sia letterari sia mediatici, dal 1860 alla contemporaneità. Dante è il “ribelle”: Looney lo dice un marker duplice, in quanto segna l’ammissione alla cultura europea e, insieme, una forma di rigetto. Prima che il poeta, Dante è l’esiliato, il critico dell’autorità politica e religiosa, e il protagonista di un viaggio che lo libera. È il classico più tradotto in inglese. È un moderno, argomenta David Robey sul “Times Literary Supplement” del 7 ottobre 2011, “Zoom to Dante”, per il linguaggio e lo stile, più che per i contenuti. E per questo attrae così tanti traduttori, non tutti “specialisti di italiano”: “la forma stilistica e linguistica della «Commedia».è unica, e per questo singolarmente difficile da tradurre”. Una sfida: ”Non è tanto il metro o lo schema ritmico in sé che rende arduo il compito del traduttore; è l’uso peculiare che Dante fa di essi. Il verso in terza rima si accoppia a una sintassi il cui flusso fortemente ritmico dipende da ricorrenti cesure di clausola alla fine del verso e cesure di frase alla fine della terzina.” E non è tutto. “Le rime sono raramente ovvie o facili e di solito legano parole di variati tipi grammaticali o semantici”, alla ricerca dell’effetto sorpresa: “Le parole in rima sono spesso rare, talvolta inventate; possono prendere la forma di inconsuete metafore, e coinvolgere vigorosi, anche violenti giri di frase. Lo stile di Dante è energico, conciso, chiaro e concreto, ma si consente una considerevole licenza stilistica e linguistica”. C’è pure l’inevitabile “Dante è un altro” nel revival inglese. È “Dante in Purgatory” di Jeremy Tambling, sugli “stati d’animo” nel “Purgatorio”. Una lettura post-strutturalista, o derrideana, di Dante, che Tambling ha avviato vent’anni fa con “Dante and Difference”. Tambling “scopre” anche in Dante molti significati impliciti nel testo, la duplicità delle emozioni, la frammentazione del sé, l’eccesso di significante. Un esempio di eccesso vede nella luminosità del Paradiso, che evoca l’idea del latte materno. Hölderlin – La schizofrenia catatonica da cui fu colpito per più della metà della sua vita comporta la perdita della capacità dialogica, di rapportarsi agli altri, per chiudersi nel monologhismo, abitualmente senza senso. Ma nelle poesie della follia Hölderlin-Scardanelli mostra una costante capacità di esprimersi, e quindi di comunicare. Scrive in bella grafia, sempre pulita, senza ricopiature e senza cancellature. Testi esatti dal punto di vista lessicale e grammaticale. E anche della sintassi poetica. Con mano ferma. Con gli emistichi segnati. E non una parola fuori luogo, o un segno d’interpunzione. Dopo che per settimane non aveva detto una sola parola sensata. Il linguaggio della poesia attraversa la follia? Italia - Un paese di trecento generazioni. Per venti anni, fa seimila anni di storia - per venticinque anni a generazione la storia è di 7.500 anni. O di duecento generazioni? Per venticinque anni l’una, farebbe comunque cinquemila anni. Joel Elias Spingarn, il grande comparativista americano, nella sua “History of Literary Criticism in the Renaissance” (1899, a ventiquattro anni) trovava nell’italiano tutti i termini della critica in Europa. Corrispondente di Croce, citato da Gentile nei suoi “Studi sul Rinascimento”, Spingarn è rimasto inedito in Italia (eccetto che per la corrispondenza con Croce, un volumetto pubblicato dieci anni fa). Professore per un decennio alla Columbia, tentò la politica nel partito Repubblicano e poi nel partito Progressista, autore sfortunato di una mozione contro la discriminazione razziale. Cofondatore della casa editrice Harcourt Court nel 1919, era stato in guerra volontario, col grado di maggiore. Leopardi, nel “Discorso”. Riprende più volte il tema della “società stretta” che manca all’Italia. Che poi si dirà della “classe dirigente”, o delle élites. Se “ogni società è edificata su un poema” (Octavio Paz, “Los hijos del limo”, 91), su quale poema sconclusionato è fondata l’Italia? Questa domanda retorica d’obbligo è anche la risposta: certo che l’Italia è fondata su un poema, ma l’essenza di questo “poema” è di dirsi che l’Italia non è fondata su un poema, non è fondata, non è. Per non aver fatto mai la rivoluzione, rifatto le teste ai padroni. Per un residuo di Kulturkampf, per non aver fatto la Riforma e cacciato il papa. Per essere ancora troppo composita. Per non aver fatto l’esame di coscienza dopo la caduta del Muro. Sui motivi anche, che pure sono evidenti, la risposta d’obbligo si vuole sconclusionata. Uno sconosciuto Flonsel ha a Parigi nel dottor Burney, p. 372, dunque nel secondo Settecento, “una biblioteca tutta italiana, ventimila volumi”. Ma “non è mai stato in Italia, tutti questi libri li ha raccolti in Francia”. Ancora Burney: “Mi donò una sua pubblicazione, e un’altra con dedica di Goldoni mi spedì per posta”. Romanzo verità – È un genere, specifico. Ma tutto il romanzo ne beneficia. U. Eco, “Dire quasi la stesa cosa”, p. 19, ricorda che ai romanzi si concede, “per millenario accordo, la sospensione dell’incredulità”. Con riflessi sullo stesso concetto di verità - sulla verità della verità. Come modalità di ricezione e come forza di proposizione, la verità si può dire racchiusa nel concetto oggi privilegiato di “narrazione”. È un romanzo ben articolato, appassionante, sorprendente, a condizione che sia ben costruito. Traduzione – Quella dei poeti è “deperibile”. Più di altre traduzioni legate alla sensibilità del mercato. Barbara Lanati faceva l’esempio, ad un convegno a Bergamo nel 1988, di Emily Dickinson, per la quale in meno di vent’anni la traduzione, che prima privilegiava un’interpretazione “clinica” della poetessa, s’era spostata sul lato religioso e mistico. È inevitabile, essendo la traduzione una lettura, legata alla sensibilità della lettura, che è eminentemente storica. Quella dei poeti è un adattamento. Più corposo, e quindi deperibile, della traduzione prosastica, di romanzo, filosofia, storia. È “dire quasi la stessa cosa” per U. Eco, che ci ha dedicato da ultimo il volume dallo stesso titolo. Dove quasi può essere niente e tutto (“la Terra è quasi come Marte….”). Eco che ora ripropone “Il nome della rosa” riscritto. Quasi riscritto, rivisto. Per dire che la retorica è inutile, sia pure accresciuta nella semiologia? Un’infiorettatura e un divertimento. Una scienza fatta per gioco. “La traduzione implica due messaggi equivalenti in due codici diversi”, avrebbe detto Jakobson, “Saggi di linguistica generale”, 58. Confermando la semiologia quale scienza della denominazione, senza pedagogia. La traduzione era per Seferis una “prova di resistenza” della sua propria lingua. In questo senso egli stesso la esercitava saltuariamente, per sperimentare fino a che punto poteva “dilatare” la lingua greca, e la sua propria “lingua”, riuscendo ad assorbire altri linguaggi. Della traduzione in francese dell’“Inferno” operata da Jacqueline Risset venticinque anni fa si è potuto dire che era “più comprensibile” dell’italiano. Senza tradire l’originale - una traduzione, notava Antonio Porta (“Corriere della sera” 6 marzo 1988) “che ha sorpreso un po’ tutti”. letterautore@antiit.eu

lunedì 16 gennaio 2012

La crisi colpisce la Germania

Primo e secondo trimestre in recessione, anno 2012 a crescita piatta. Esportazioni in contrazione, consumi in contrazione, investimenti fermi, la crisi dell’euro ha cominciato a ripercuotersi sulla Germania. La finanza tedesca gode ancora della massima fiducia dei mercati. Non tanto per l’indebitamento pubblico, il cui reale ammontare è contestato (la Germania non contabilizza molte poste), quanto per il ridotto indebitamento privato, o esposizione a rischio delle banche, grazie ai prezzi da sempre contenuti del mercato immobiliare. Ma le esportazioni sono da dicembre in calo. Che incidono per oltre un quarto sul pil tedesco. Mentre si è appiattita la curva degli investimenti. Nell’ultimo quadrimestre 2011 molti settori produttivi hanno registrato una crescente capacità inutilizzata.
Il ristagno tedesco viene ricondotto alla crisi dell’eurozona, alle rigide manovre che si sono rese necessarie. Il 60 per cento delle esportazioni tedesche va nella Ue, il 45 per cento nei paesi dell’euro.

Il gruppo Fiat sarà Chrysler-Peugeot

L’apporto principale della Fiat sarà il suo amministratore delegato Marchionne. Per il resto, dovesse la trattativa con Peugeot andare a buon fine (più esattamente: decollare, una trattativa non è in corso, Peugeot spende Fiat-Chrysler come nome dello schermo), il gruppo italiano sarebbe sempre più straniero, con un ruolo ridotto e in contrazione per i marchi Fiat veri e propri. In relazione alla contrazione del mercato italiano, e della quota Fiat in questo mercato, che è il maggiore del gruppo torinese, e alle contestate condizioni della produzione in Italia.
Il gruppo francese ha problemi di produzione in Francia ancora più ardui di quelli della Fiat, avendo delocalizzato poco. E per questo cerca un accordo internazionale. Ma apporterebbe alla joint-venture o fusione una larga fetta del mercato europeo, con 3,5 milioni di auto vendute. Le sue entrature nel mercato cinese, quello in maggiore spansione. E alla Chrysler, ipoteticamente, che ne è alla ricerca per un mercato americano sempre più “verde”, la sua tecnologia ibrido, molto avanzata (Peugeot-Citroen accoppiano l’elettrico alla motorizzazione a gasolio).

Problemi di base - 87

spock

Venerdì 13, a cento anni dal “Titanic”, con Marte in trigono su Plutone, perché l’affondamento della “Concordia” non sarebbe un complotto?

Tra libertà e destino c’è una strada oppure un muro?

E il destino, comincia dall’inizio oppure dalla fine?

Se l’inimmaginabile è ben immaginabile, perché l’Europa vi è tanto attratta?

O non sarà Angela l’Anticrista?

Rotelli s’è preso finalmente il San Raffaele, a quando don Verzé santo?

“Senza di noi non ci sarebbero sogni” (Wysława Szymborska), e senza i cani, i gatti?

spock@antiit.eu

domenica 15 gennaio 2012

Guerra alle agenzie canaglia?

C’è chi vede nelle nove degradazioni di S&P, di cui alcune doppie, tra esse quella dell’Italia, la conferma di un assalto all’euro. O di una capacità di giudizio sopravvalutata – di un ruolo sopravvalutato. È possibile. Un’affidabilità del debito italiano portata al livello di quello del Kazachstan o della Colombia è evidente che non ha senso.
La sindrome del “complotto” questa volta non è italiana. Bruxelles ne parla apertamente. Denuncia un attacco concentrato sull’euro, una offensiva a tappeto che isola la Germania e i suoi tre satelliti. E blatera d’inverosimili guerre diplomatiche che la vedono barattare i sostegno agli Usa sull’Iran contro una remissione delle agenzie di rating, leggi gli stessi Usa, del debito europeo. Come se Obama fosse il patrono, e non l’avversario, delle stesse agenzie. Parlano le aurorità europee che non hanno fato nulla in quindici ormai lunghissimi mesi per recidere il bubbone del debito pubblico insolvente, e per cerare condizioni per una ripresa dell’economia in Europa. Gli Usa hanno inventato gli Stati canaglia. L’Europa vorrebbe inventare le Agenzie canaglia, una Spectre della finanza che governa sotterraneamente il mondo. Niente meno di questo.
Non è questo però il giudizio della stampa anglosassone. Né della Germania di Angela Merkel. Perché, c’è anche da dire questo, il giudizio di S & P non è sbagliato: la manovra di Monti è recessiva – potrà salvare i conti pubblici contabilmente, ma non economicamente. Detto in parole semplici: noi sappiamo che pagheremo comunque i nostri debiti, ma dove prenderemo i soldi se la ricchezza diminuisce? Il dato Istat incombente sul pil trimestrale peserà più della retrocessione di S & P.

S & P lo scoglio dell’Italia

Da domani è come se l’Italia ripartisse da zero. Anzi da meno due. I venti o quaranta miliardi di maggiori entrate della manovra Monti non basteranno a pagare i tassi d’interesse su Bot e Btp che necessariamente dovranno tornare a crescere. Mentre prestiti e obbligazioni per le imprese e le stesse banche verranno a costare di iù. Paragonare l’Italia alla nave che si è incagliata al Giglio è improprio, il debito almeno non fa morti, ma il fatto è quello.
La doppia degradazione dell’Italia, la tripla in un mese, col collocamento del debito nella fascia B, la esclude automaticamente dagli investimenti delle banche e dei fondi. I grandi operatori dovranno anzi affrettarsi a liquidare le residue posizioni in titoli italiani, soprattutto a lungo termine, che vengono ad appesantire sempre più l’attivo. Il Btp, ora contabilizzato a due terzi del valore facciale alla scadenza, potrebbe dimezzarsi. Il costo delle nuove emissioni schizzare ben oltre la temuta soglia del 7 per cento.

Il Sud tradito dai suoi chierici

Si finisce con l’inizio, con un “tuttavia”: “Tuttavia, la pesante presenza nella storia dell’Italia unita di un pregiudizio anti-meridionale non può essere messa in dubbio”. Con una vasta bibliografia aggiornata agli anni dopo il 1980. Sui presupposti già avanzati da Giarrizzo: la Questione Meridionale è una questione politica, la libertà del Sud è dal meridionalismo.
Gli assunti della studiosa in prefazione al libro sono già la verità: “La Questione Meridionale richiede un contesto italiano, reale o immaginario”, e la Questione Meridionale è tante questioni meridionali, l’arretratezza, la mafia eccetera, reali, circostanziate. Qui si parla della questione “parlata”, la “rappresentazione costruita”, dagli stessi esuli meridionali (“il fascismo, nel bandire l’uso dello stesso termine di «Questione Meridionale», giunse più vicino a coglierne il carattere linguistico”... ). Rappresentazioni del Sud prima e dopo il Quarantotto è il sottotitolo del libro.
Il libro è in realtà una vindication del primato culturale del regno di Napoli, o comunque della sua non arretratezza, nei decenni successivi a Napoleone e prima dell’unità – “curvato” in fine nel senso del titolo. Una scena di grandissima modernità. L’associazionismo era diffuso e influente, economico, agrario. Le università private erano di elevatissimo livello. Molte le pubblicazioni scientifico-tecniche, anch’essi diffuse, lette, commentate. Il “Giornale del Regno delle due Sicilie”, governativo, di divulgazione scientifica e tecnica, veniva ripreso da importanti giornali straieri. Si piantavano alberi ovunque - in Abruzzo e Molise i parroci li davano in penitenza ai peccatori in confessione, piantare alberi invece che dire giaculatorie. C’era un Collegio universitario Italo Greco a San Demetrio Corone. C’era un giornale tecnico-scientifico italo-albanese nel crotonese, e uno italo-maltese nell’isola. In Calabria c’erano quattro teatri d’opera, con stagione lunghe otto mesi, e una diecina di opere ogni anno in cartellone. La piaga fu il protezionismo, o la vecchia concezione annonaria dell’economia, oggi si direbbe autarchia, che con tutto il modernismo degli studi sempre afflisse i vari governi di Napoli. Ed è questa ambivalenza che ne fa uno studio prezioso, l’ininfluenza dell’opinione sul potere e lo stato delle cose.
C’è molto in questo libro, prima che venisse “curvato” nel senso che vuole il titolo . C’è anche un ritratto conciso e veridico di Ferdinando IV. Mentre sir John Acton è liquidato come avventuriero. E tante altre vicende poco note - Petrusewicz ha letto per noi una vastissima bibliografia, che arricchisce il volume. Ma, soprattutto, c’è l’uso del vecchio termine di intellighentsia per l’élite intellettuale – che Petrusewicz recupera in fine, cioè licenziando il libro, dopo la galoppata sui primati morali e civili del Regno borbonico. È la parola giusta, poiché recepisce alterigia e nomenklatura insieme, per l’ineffettualità, se non fu nocività, dei “grandi idealisti e cattivi politici” (Croce) di cui Petrusewicz fa il censimento. Che culminerà nello “spergiuro” di Ferdinando II, dopo tanta modernizzazione, nel corso del 1848. Il distacco, e quasi il disprezzo, dell’intellettualità verso il suo mondo, il mondo contadino, terragno, incolto che pure l’ha espressa. Che è come dire l’incapacità della borghesia, di cui quella intellettualità, tutta post-manomorta, era – è – l’espressione.
Marta Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione

venerdì 13 gennaio 2012

L’Ue lavora per la Germania

La Germania ha costantemente, da quattro anni, un attivo nei conti con l’estero che si può ritenere il passivo, anch’esso costante da alcuni anni, dei suoi maggiori partner europei: Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna. La bilancia dei pagamenti è costantemente in forte attivo per la Germania, e in forte passivo per i suoi partner europei. A metà 2011 l’attivo tedesco ammontava a 46 miliardi di dollari, a fronte dei quali l’Italia registrava un passivo di 21 miliardi, la Francia di 17, la Spagna di 16, la Gran Bretagna di 12 (e la Grecia di 8).
La bilancia dei pagamenti registra il movimento merci e capitali da e per l’estero. È l’indicatore migliore dello stato di salute di un’economia. I raffronti sono stati dismessi in sede europea dopo l’unificazione monetaria. Mentre invece fotografano il quadro di almeno due Europe fortemente diversificate. Una delle quali, con la Germania, in costante attivo e quindi non interessata a un intervento anticrisi: Olanda, Danimarca, Svezia, Belgio.
La relazione tra l’attivo tedesco e il passivo dei maggiori partner europei non è lineare – non nelle statistiche generali che l’Ocse rende pubbliche. L’attivo tedesco si può presumere alimentato anche dal forte sbilancio americano (117 miliardi a metà 2011). Mentre il passivo può doversi alla Cina o, per esempio per l’Italia, ai paesi del petrolio. I movimenti, inoltre, sono per lo più determinati da condizioni di produzione e da aspettative fondate. E tuttavia, per una parte che può non essere piccola sul versante aspettative, essi possono essere azionati artificiosamente. La politica prettamente mercantilistica – indirizzata a trarre un vantaggio nazionale a spese delle altre nazioni – del governo Merkel-Liberali è più che provata nei confronti della Grecia. Verso la quale il gabinetto della cancelliera ha assunto un atteggiamento severissimo: niente salvataggio senza rigore. Ma dopo aver imposto alla Grecia, sia al conservatore Karamanlis nel 2009, a crisi già aperta, sia al socialista Papandreou a marzo, con la Grecia sotto pressione per tagli e tasse, una spesa militare, innecessaria e gravosa, di quattro miliardi di euro, per sottomarini e carri armati. Ma il tema è meglio analizzato in linee generali.
La materia fu dibattuta due anni fa sul “Financial Times”. Il quotidiano attribuì alla Germania la responsabilità di buona parte della crisi dell’euro, per effetto del suo “modello economico orientato all’esportazione”, cou un pesante surplus nei confronti dell’Europa latina e balcanica. Ignorando “il fatto che l’Europa nel suo complesso deve diventare più competitiva”. Il portavoce del governo tedesco, Ulrich Wilhelm, si limitò a negare che le esportazioni tedesche fosse competitive grazie a pratiche scorrette, interventi pubblici, svalutazioni surrettizie, dumping salariale. Ma non contestò l’assunto principale: che la Germania usa l’unione monetaria come area di conquista.

Gattopardo a Milano

“Da Milano si vede l’Italia”, pare abbia detto Salvemini. Ha comunque cercato di vederci subito chiaro: da neo laureato, nominato al liceo di Lodi, lesse con sorpresa Cattaneo, ollaborò alla “Critica sociale”, la rivista socialista di Milano, e impiegò il tempo libero in uno studio della città. Dei partiti a Milano, dopo Napoleone e fino all’unità. Scoprendo un sostanziale opportunismo, nell’italianità invocata sotto il “dominio austriaco”, e in quella avviata dopo le Cinque Giornate. Con l’accantonamento della mente e l’anima delle Cinque Giornate stesse, Carlo Cattaneo, per un’unità gattopardesca.
Gaetano Salvemini, I partiti politici milanesi nel secolo XIX, con un saggio di Arturo Colombo, Mursia, pp. 196 € 15

Pound e Ginsberg (e Montale) uniti nella poesia

Non c’è molto di Ezra Pound nella poesia beat e nella beat generation, a parte la devozione sempre professata di Allen Ginsberg. Che adorava il personaggio (da ebreo spiegandogli: “L’antisemitismo è il vostro andare a farvi fottere”) e ne apprezzava il rinnovamento del linguaggio: le “immagini verbali”, la scrittura onesta nella poesia americana. Manca dopo la guerra il senso della storia, e malgrado tutto la stessa passione civile. Mentre c’è l’ebbrezza artificiale, da alcol e droghe, e da sesso cosiddetto libero. Ma quanta pervicace passione dell’ex giovane Tesauro per la poesia: non ci sono riserve per lui fra Pound e Ginsberg.
La breve prefazione di Anna K. Valerio – ora bionda paladina di Franco Freda - è densa d’intelligenza. Per il silenzio in poesia, e i due momenti della vita e delle opere di Pound nella “sinestesia luce-suono-vita, buio-silenzio-nulla”. E per – sorpresa - il poundismo accentuato di Montale.
Alessandro Tesauro, Pound beat

Ombre - 115

Togliere l'adeguamento al costo della vita ai pensionati, peraltro minimo, nessun fascista l'avrebbe fatto. Non lo fa neppure la signora Merkel, residuato del comunismo sovietico. Non si può dire nemmeno che lo fa Napolitano, buon ex comunista, che a questo punto si vede che non conta niente. Lo ha fatto Fornero, “monaca” devota del “prete” Bazoli.

La democrazia salvata da una legge elettorale. Solo in Italia è democratica questa stupidaggine. Dove è servita peraltro dai migliori studiosi della politica. È il segno più sicuro del basso livello a cui il paese è sprofondato. A opera dei suoi intellettuali più che delle masse – oggi le masse sono “incivili” per il politicamente corretto: corrotte, evasore, ladre.

Non ci sono statistiche europee sulle bilance dei pagamenti fra i paesi membri. Quasi che l’Italia fosse la Germania.
Questa Unione europea, monetaria, falsifica la statistica, e questo ne spiega la natura. Non ci sono per esempio statistiche sull’inflazione, se non ampiamente addomesticate: chi non ricorda quando i prezzi raddoppiarono dieci anni fa, per gli alimentari, l’abbigliamento, le tariffe, la benzina, e l’Eurostat dava l’inflazione inesistente?

“Perché no la Fornero in lacrime?” chiedono a Paola Cortellesi al lancio del nuovo “Zelig”, la trasmissione satirica di Mediaset. “Quelle lacrime erano sincere”, risponde la comica: “Da cittadina le ho apprezzate”. Ma questo lo diceva di sé, delle sue canzoni, dei suoi inviti a cena, già Berlusconi. Sarà stato un comico anche lui?

Senza Berlusconi al governo il suo partito incassa vittorie in serie: la stretta alle pensioni, la stretta agli statali (auto blu), il no alla carcerazione, il no a Di Pietro. Merito del Pdl? Non può essere, il Pdl è inerte. Demerito della (ex) opposizione.

Monti è “il simbolo dell’élite che ha ripreso tutto in mano”, plaudono gli specialisti della comunicazione Carlo Freccero e Aldo Grasso. Da sinistra. Freccero aggiunge, per non essere frainteso: “Siamo passati dalla maggioranza all’élite. Colpo di scena straordinario”.

L’Autorità Garante della concorrenza e del mercato non trova di meglio che denunciare la sponsorizzazione di Della Valle ai lavori per il Colosseo. Come se ci fosse una gara a regalare 28 milioni per il Colosseo.
L’Autorità fu costituita con autorevolezza ed efficienza da un gentiluomo siciliano, Saya. Ora ci prende in giro con un siciliano rampante, Pitruzzella. Uno che con la stessa disinvoltura è passato attraverso tutti i gruppi ex Dc, da Cuffaro a Lombardo.

De Magistris manda a Rotterdam l’immondezza di Napoli, a 112 euro la tonnellata, invece dei 160 e 170 che Napoli finora pagava alle Regioni Puglia e Liguria. Due regioni di sinistra.
Lo smaltimento dell’immondizia di Napoli costa 112 euro a tonnellata, più il lavoro per confezionare la balla. Nessuna Corte dei Conti ha nulla da dire?
L’immondizia di Napoli va a Rotterdam per essere bruciata in un termovalorizzatore. Cosa che per la virtuosa Napoli “non s’ha da fa’”.

Pitruzzella, quello dell’Autorità Garante, decreta che le liberalizzazioni di Monti valgono 21 miliardi, un punto e mezzo di pil: “Siamo a una svolta storica”. Per la grande distribuzione? Le liberalizzazioni di Monti, come si sa, attaccano i piccoli operatori per conto dei grandi gruppi. Col plauso delle “associazioni di consumatori” che i grandi gruppi foraggiano. Ma ora anche dell’Autorità per la concorrenza di Pitruzzella.
Come fa a dire che 21 miliardi passano dai tassisti, farmacisti, giornalai e pizzicagnoli ai consumatori? Se nessuno compra più giornali… Perché l’Autorità non concorre al risparmio generale cancellandosi?

Era partito nella primavera del 2009 con la serie “Il futuro del capitalismo”. Dicendosi, e dicendoci: “Il pendolo tornerà indietro”. Finisce in questo inizio 2012 con la serie “Il capitalismo in crisi”. È il tema di molte analisi e indagini tematiche disposte dal “Financial Times”. Non è un buon segno.

L’opposizione dev’essere unanime, tamburellante, con giornali, giudici, e opinionisti Rai tutti in coro all’unisono. Oppure non ci dev’essere, nemmeno per il folklore. E così della Lega sappiamo tutti gli investimenti dell’ultimo mese.
Dice: prima non investiva? Sì. E allora? Allora, ora fa l’opposizione. Dice: ma non c’è il giornalismo investigativo? E come no, al “Secolo XIX”.
C’è la Spectre e c’è, purtroppo, l’area – una volta li chiamavano i fiancheggiatori, quelli che si mobilitano gratis. O sono tutte spie pagate, da chi?

mercoledì 11 gennaio 2012

La Germania irreale di Angela Merkel

“Ciò che è razionale, è reale; ciò che è reale, è razionale”, Hegel avrebbe detto nella prefazione alla “Filosofia del diritto” – per chi ha avuto la ventura di non leggerla nella vecchia incomprensibile edizione Laterza. Insensato. Hegel stesso ci torna su in un appunto del suo ultimo corso di Filosofia del diritto. Precisando: “Ciò che è reale è razionale, ma non tutto ciò che esiste è reale”. Che sembra altrettanto insensato, e in assoluto lo è, ma non nella storia. Ci sono tante irrealtà che ingombrano l’esistente, specie in politica e negli affari.
Trent’anni prima lo stesso Hegel ne portava ampi esempi a proposito del suo paese, nella “Costituzione della Germania”, 1799-1802. Quando rilevava la sopravvivenza di troppe incrostazioni spente: dopo l’‘89, per esempio, e Napoleone sul Reno, “nessuno attribuisce più un valore a qualcosa che sia fondato solo sull’autorità”. Mentre il diritto “deve essere attinto alla ragione”, non nei privilegi e le caste, “tutti i diritti particolari sono impugnati dal concetto di diritto”. Una lezione che la Germania di Angela Merkel tornata a Berlino mostra abbondantemente di avere dimenticato.