giovedì 6 luglio 2023
Eco minimo
Riproposto con una copertina
lieve, si rilegge come una cappa: ancora dieci anni fa divertiva, ora non più.
Perso lo smalto, il brio, e più nei “pezzi” famosi, la fenomenologia di Mike
Bongiorno (“il valore della mediocrità”), l’elogio di Franti, il cattivo del
libro “Cuore”.
mercoledì 5 luglio 2023
Problemi di base nomadici 2 - 755
spock
“I sentieri si costruiscono viaggiando”,
Kafka?
O si distruggono?
Si viaggia perché si ritorna – per raccontarsela?
Il viaggio è’ un racconto?
Il vero viaggio è senza meta?
È come uscire all’aria, meglio se in un
paesaggio diverso, con un’aria diversa?
spock@antiit.eu
Se gli Stati Uniti fossero stati un Canada
“E
se è stato un errore fin dall’inizio? La Dichiarazione d’Indipendenza, la
Rivoluzione Americana, la creazione degli Stati Uniti d’America – se tutto
questo fosse stato un’idea terribile, se le ingiustizie e la follia della vita
americana dopo d’allora non sono malgrado le virtù dei Padri Fondatori ma a
causa loro? La Rivoluzione, si potrebbe continuare, fu un innecessario e
brutale attacco di panico degli schiavisti contro il chiacchiericcio
dell’Illuminismo, creando un paese che è sempre stato segnato da violenza e
scontri e demagogia. Si guardi a nord al Canada, oppure al Sud all’Australia e
si vedranno differenti possibilità di evoluzione pacifica lontani
dall’Inghilterra, da paesi normali e uniti, più giusti e meno sanguinari”.
Gopnik
sa che “la Rivoluzione è il nostro ultimo baluardo”. Ma sa che la storia
successiva non è
stata
esemplare. Un’ipotesi non provocatoria, questa che la rivista ripropone per la
festa
dell’Indipendenza.
Ipotizzata da un vecchio saggio,del 2017, del suo scrittore di punta. Che è di
famiglia
ebraica, americano di origine e poi di attività, ma cresciuto in Canada negli
anni degli studi
superiori
e dell’università. La sua non è però una provocazione, ma la lettura-recensione
di tre libri
di
storia, loro sì rivoluzionari, sulla “rivoluzione” americana, sulla guerra d’Indipendenza.
I tre libri,
non
tradotti in italiano, sono: Justin du Rivage, “Revolution against Empire”
(Yale), Holger Hoock,
“Scars of Independence” (Crown), e Jonathan Israel, “The
Expanding Blaze”. Le prime due ricerche
Eversive. La terza invece in linea, patriottica, ma lungo
la linea tracciata quarant’anni fa dal decano
degli storici americani,GordonWood, “The Radicalism of the
American Revolution”: malgrado
brutalità e ipocrisie, quella americana fu una rivoluzione
nel senso che sradicò millenni di teorie e
pratiche di poteri ereditari, divini, più o meno assoluti.
Gli studi di Du Rivage (ricercatore a Yale) e di Hoock,
professore a Pittsburgh, specialisti di storia inglese, sono piuttosto sul lato
britannico della questione indipendenza, fra Whigs Radicali e Riformatori
Autoritari, del No Taxation without
Representation radicale contro il Taxation
NoTiranny - titolo del libello
commissionato a Samuel Johnson, in qualità di saggio, nel 1775 per
controbattere le richesite americane.
Tutt’e tre le pubblicazioni concordano che la Rivoluzione
fu brutale, molto più di quanto il mito della stessa riconosca. “Pagina dopo
pagina,”, spiega Gopnik, “il lettore sbianca alla lettura di massacri e
contro-massacri, di frustate e stupri, di baionette inastate conficcate nei
corpi a più riprese, di gare a impiccagioni e assassini. L’effetto è più allucinante
per l’ambientazione: questi orrori si producono non in Polonia o in Algeria ma
in quelle che ora sono le aree di sosta lungo l’autostrada I-9, in Connecticut
e New Jersey, in un tempo che ancora immaginiamo di cappelli a tre corni e del
clip-clop di carrozze hollywoodyane su strade acciottolate”. E convergono nella
conclusione che un allentamento, invece che un distacco radicale, del legame
con la Gran Bretagna avrebbe accelerato l’abolizione della schiavitù, evitando
la guerra civile, e avrebbe ridotto, se non impedito,la caccia ai nativi
americani, sotto le varie insegne via via adottate.
Hoock richiama “The Patriot”, il film sulla Rivoluzione di
Mel Gibson, pur non apprezzando il senso politico dell’attore-regista, come il
quadro più veritiero della Guerra d’Indipendenza – analogo al film “La Passione
di Cristo” dello steso Gibson: i nostri miti favoriti sono imbevuti di
violenza, di sangue.
Adam
Gopnik, We could have been Canada,
“The New Yorker”, 15 maggio 2017, free online
martedì 4 luglio 2023
Problemi di base nomadici - 754
spock
“Viaggiare è affascinante solo a posteriori”, Paul Theroux?
“La strada è la vita”, Jack Kerouac?
“Si viaggia non cambiare luogo, ma idea”,
H.Taine?
“La vita
è un viaggio e chi viaggia vive due volte”, Omar Khayyaam?
“I veri viaggiatori partono per partire e
basta”, Baudelaire?
“Viaggiare è come innamorarsi, il mondo
si fa nuovo”, Jan Myrdal?
spock@antiit.eu
Non si abbatte il diverso
Non è un referendum, ma 50 mila donatori in Francia per il poliziotto killer e solo 12 mila per il ragazzo da lui ucciso riflettono le proporzioni in Francia fra “francesi francesi”, che si sentono francesi a quattro quarti, compresi gli italiani e gli spagnoli immigrati anteguerra, e i francesi recenti, immigrati di seconda generazione, africani – maghrebimi, subsahariani. Questi animati dal risentimento per il passato coloniale della Francia, quelli risentiti dal risentimento - le colonie sono finite in Algeria, quindi sessanta anni fa.
Che i 50 mila siano stati
organizzati politicamente non conta. Anche i 12 mila lo sono stati.
Non è nemmeno una questione
reddituale, o di posizione sociale, residenziale. Tra le città e la campagna di
una volta (le jacqueries”), tra
periferie e centri urbani, tra poveri e ricchi. Ma di “differenza”. Che non è razziale
o di colore, però lo è: finisce per esserlo nella divisione attuale. Gli italiani
“ritals” non erano discriminati dal Fronte Popolare nel 1936 per il colore,
questa differenza non c’era. Ma c’era.
Ci vogliono generazioni per
“assorbire” il diverso. Anche senza colpe (prevenzioni) specifiche – coloniali, politiche,
di colore, razziali. Non si abbatte il diverso. Non con la pistola, ma neanche
con le buone parole.
Come vincere la malinconia, da sradicati
Scherzi,
“Il poeta dimenticato”. Ricordi familiari, “Primo amore”, la moglie “Elena”
invece che Vera, “la figlia” invece del figlio Dmitri. La passione per i
lepidotteri, “L’Aureliano”, e un po’ ovunque. Memorie pietroburghesi
disseminate qua e là: le automobili col muso, silenziose (le prime erano
elettriche), gli abiti a trenta bottoni,
i tram a cavallo - “il tempo è il riflusso” (“Mademoiselle O”). Traversie da
russi apolidi: commissariats,
domande, domande per spiegare le domande, e attese - “L’atreplice”, “Quadro di conversazione, 1945”. I
vaneggiamenti dell’amore: “Una bellezza russa”, “Primavera a Fial’ta”, il
crudele “Che una volta in Aleppo…”, l’amorevole “Segni e simboli”. Il grande
stomaco russo: i generali, i pogrom, “Scena dalla vita di un doppio mostro”. E
più spesso il nulla. Il viaggio vinto alla lotteria, tra emigrati, con compagni
sconosciuti (“Nuvola, lago, castello”,…), la vita degli émigrés, povera e furfantesca (“L’assistente del produttore”), Lancillotto
nello spazio, tra le stelle (“Lance”).
Racconti
piani, in genere senza finale (sorpresa). Molta ironia, sparsa con leggerezza
ma incomprimbile - “l’era
dell’Identificazione e Tabulazione”, “lo
Zio Sam e i suoi Rooseveltiani occhi blu”, il mondo vissuto da specie
transeunti. Il russo nato nell’affluenza e il potere, tra saloni, dacie,
governanti e viaggi “in Europa”, Wiesbaden a cinque anni, Biarritz a dieci, finito
ramingo e quasi indigente, orfano di padre
assassinato, vittima delle burocrazie, specialmente feroci con i sans papiers, a caccia perpetua di un
impiego decente, si salva con lo sguardo distaccato. Perseguitato (protetto?)
dalla memoria sempre e ovunque. E quindi dalla Russia, in qualche modo. Compassionevole.
Anche con i generali – quelli oggi di Putin non sono un’invenzione: grassi,
lenti, abulici. La realtà-irrealtà. Tanto precisa, circostanziata, datata,
quanto indefinita. Che il personaggio femminile, diverso, inattingibile,
esemplifica e moltiplica. Uno psicologo (o un neurologo?) direbbe: come vincere
la malinconia, da esuli volontari oppure ostracizzati, comunque sradicati.
Temi
crepuscolari, a parte qualche brio d’ironia, che è il fondo di Nabokov.
Talvolta per questo sorprendenti. Si fa negazionismo in salotto a New Yorl nel
1945 (“Hiltler era buono e bravo”….). Una White Warriors Union, nell’edizione
anglo-americana, la banda poco poco affidabile russi Bianchi, antisovietici
emigrati, scimmiotta la WWI americana, l’internazionale dei lavoratori. Nella
Russia attanagliata dalle rivoluzioni si vendono per strada “Le avventutre del
marchese de Sade” e le “Memorie di un’Amazzone”. Non manca l’amato Cechov del
Nabokov professore - dopo Puškin:
“L’erompente dama di Cechov che moriva per essere descritta”. E della
Germania, da russo fuoriuscito accolto per molti anni a Berlino, profetizza che
“con tutti i suoi molti neri peccati, rimane lo zimbello del mondo”. Il mondo variegato dei tanti
russi (siamo alla terza ondata in un secolo) cittadini del mondo.
Nabokov
manca ancora di un’edizione critica. Gli slavisti non se ne occupano, gli
americanisti nemmeno. Si pubblica quello che il figlio Dmitri ha curato – e in
molti casi ha tradotto, da cantante d’opera italianista. Difficile quindi
“sistemare” la raccolta nell’opera sua.
Sono
racconti scritti prevalentemente in inglese. O tradotti in inglese dallo stesso
Nabokov per la pubblicazione in libri e raccolte. Tre racconti erano stati scritti
originariamente in russo: “L’Aureliano”, Primavera a Fi’alta” e “Nuvola,
castello, lago”. Uno, “Mademoiselle O.”, era stato scritto in francese. Solo
“Mademoiselle O.” e “Primo amore”, avvertiva Nabokov in precedenti edizioni dei
racconti in America, “sono (eccetto che per i nomi cambiati) rispondenti in
ogni dettaglio alla vita dell’autore come la ricorda”.
Sarà
stato un problema per i traduttori, Franca Pece, Anna Raffetto, Ugo Tessitore.
E per l’editore: tradurre Nabokov dall’inglese, dalle traduzioni-adattamenti in
anglo-americano, o anche dal russo, e dal francese? La traduzione è l’attività
che ha maggiormente occupato lo stesso Nabokov, più probabilmente della caccia
e la cura delle farfalle. Uno scrittore che si può dire traduttore, dell’“Onegin” di Puškin tutta la vita, e nella
seconda vita dei suoi innumerevoli racconti e romanzi in anglo-americano.
Come
in “Lolita” e gli altri titoli famosi, anche nei racconti la frase è sempre
elaborata. Queste traduzioni attutiscono l’elaboratezza, gli “originali”
americani curati e licenziati da Nabokov al contrario la accentuano. Per il
vocabolario, preciso ma poco colloquiale, e frasi brevi che invece di
semplificare complicano, divagano – sembrano divagare alla prima lettura. Una
accuratezza-divagatezza si direbbe alla Henry James, quasi una parodia. Ma
fuori tempo e forse per questo legnose? È il problema che Edmund Wilson aveva
sollevato sul Nabokov “americano” – un’osservazione che ruppe un’amicizia.
Vladimir Nabokov, Una bellezza russa e altri racconti, Adelphi, pp. 758 € 38
lunedì 3 luglio 2023
Cronache dell’altro mondo – bideniane (238)
Scende in campo Obama per
sostenere la riconferma di Biden tra i Democratici alle primarie per il voto
presideniale del 2024. Una novità nella storia costituzionale di fatto degli
Stati Uniti – gli ex presidenti si astengono dalla politica attiva.
L’iniziativa dopo un
sondaggio che dà un Democratico su tre orientato alle primarie in favore di
Robert F. Kennedy.
Il sondaggio, condotto tra
il 20 e il 22 giugno, in un momento quindi non sfavorevole a Biden, ha
impensierito la Casa Bianca e la direzione del partito Democratico.
Una maggioranza larga di
Democratici si è espressa contro Kennedy. Il 38 per cento si è dichiarato
contro, e il 18 per cento “molto contrario” a Kennedy. Il 36,5 per cento a lui
favorevole implica però che presto o tardi Biden dovrebbe confrontarsi con lui
in un dibattito pubblico. Con la certezza, in questo caso, di perdere il
confronto, dati i recenti vuoti di memoria e la lentezza di riflessi del presidente.
Quando Petrucci cacciò Gentile
È amareggiato l’ex
calciatore Gentile, l’anti-Maradona del Mondiale di Spagna1982, dopo la fine
brusca dell’Europeo di calcilo Under 21, che da allenatore di quella nazionale
aveva avuto molti successi ma fu liquidato dal presidednete Gianni Petrucci
perché non “in linea” – sapeva troppo di
Juvents? Non era abbastanza di parrocchia (democristiana).
Gentile avev vinto il vincibile,
l’Europeo e la qualificazione all’Olimpiade, con l’unica medaglia vinta dal
calcio italano in quei giochi- un bronzo, ma dopo avev dovuto affrontare in
semifinale l’Argentina di Tevez, che
segnò in quattro partite otto gol.
Gentile doveva perfino
succedere a Lippi, dopo il Mondiale vinto nel 2006. O forse anche prima, Petrucci
da tempo tramava contro Lippi - che gli rifiutò il saluto nei festeggiamenti
della vittoria. Era evidentemente già in atto la Tagentopoli calcistica
(juventina) del colonnelo Auricchio e
dei giudici napoletani di grande carriera Narducci e Beatrice, con l’emerito
Giadomenico Lepore, la “tangentopoli” del calcio senza tangenti - si discusse
solo di una cena, che doveva essere stata il prezzo della corruzione perché di
pesce… (molto napoletana, la motivazione), ma poi si accertò che nemmeno una
cena c’era stata. Il potere è senza vergogna, Gentile giustamente ha atteso
quindici anni per lamentarsi.
Se la Liberazione fu opera della mafia
Un
prequel di “La mafia uccide solo d’estate”, e una delusione. Qui la mafia
decide la guerra: nel1943: abbatte Hitler, con Mussolini, e governa gli Alleati.
Una delusione dopo la brillante evocazione di Rocco Chinnici, il capo della
Procura di Palermo col quale Falcone si era formato.
Peggio
a vedere il film spiegato dallo stesso Diliberto.
Un
giovane siciliano che vive in America deve tornare nell’isola per chiedere
in sposala ragazza di cui è innamorato.
Per tornare in Sicilia ha un mezzo semplice : arruolarsi. Si arruola in America e sbarca, sicuro, in Sicilia – dove è
libero di girovagare alla ricerca del futuro suocero? Sì, perché in Sicilia
comanda la mafia, e si sa che l’Operaziome Husky, lo sbarco alleato in Sicilia,
è cosa di mafia.
E
non è tutto. “Volevamo fare un film sui partigiani”, ha spiegato Pif. Ambientato
in Sicilia, dove i partigiani però non ci sono stati: “Il progetto (con la
Rai, n.d.r.) era di fare un film sui partigiani, tema spinosissimo, lo sappiamo
tutti. Ora, i partigiani in Sicilia non ci sono mai stati. E cosa c’è stato al
posto loro? Ecco la nostra domanda di base. Invece dei partigiani noi abbiamo avuto la mafia”. Da non credere, la mafia “liberatrice”. Non per ridere, non si ride
Pif
è del 1970 o di poco dopo: l’aria era così tossica quando cresceva?
Pif,
In guerra per amore, Netflix (abb.),
Amazon Prime, Google Play per view.
domenica 2 luglio 2023
Ombre - 674
“La Ferrari a 48 millesimi dalla Red Bull”.
Quarantatotto millesimi: che senso ha a 300 km\h?
Dieci giornate di squalifica a Mourinho, allenatore della Roma, per avere litigato con Serra, un arbitro quarto uomo in Roma-Cremonese che lo aveva insultato, e radiazione di Serra dagli arbitri. Il primo caso nella storia in cui entrambi i litiganti sono colpevoli, gravemente. Ma la giustizia sportiva non è seria, non fa testo.
Dieci giornate di squalifica a Mourinho, allenatore della Roma, per avere litigato con Serra, un arbitro quarto uomo in Roma-Cremonese che lo aveva insultato, e radiazione di Serra dagli arbitri. Il primo caso nella storia in cui entrambi i litiganti sono colpevoli, gravemente. Ma la giustizia sportiva non è seria, non fa testo.
“Non c’è posto per i cristiani nelle terre del
cristianesimo”, Marco Ventura se ne accorge infine su “la Lettura”. Senza infamia - il papa, per esempio,
ancora non lo sa. Ma non ci spiega come mai. “I contesti e i processi sono diversi”, si limita a dire. Per esempio, tra
ebrei e mussulmani?
“Italia in declino”, annuncia “la Repubblica” in prima
pagina. Il giorno in cui fa quattro pagine sulla “Francia in fiamme”. Mentre si comunica che in
Germania la produzione è in calo e l’inflazione è in rialzo – in controtendenza sul resto
dell’Europa. Il quotidiano ex di Scalfari fa l’amico del giaguaro?
“Non c’è posto per i cristiani nelle terre del cristianesimo”, Marco Ventura se ne accorge infine su “la Lettura”. Senza infamia - il papa, per esempio, ancora non lo sa. Ma non ci spiega come mai. “I contesti e i processi sono diversi”, si limita a dire. Per esempio, tra ebrei e mussulmani?
