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Giuseppe Leuzzi
“Cristo non è a Eboli, dove si è fermato?”, si
chiedeva un mese fa sul “Crrire dela sera” Paolo Di Stefano. Turbato forse dal
parricidio opera di uno squilibrato, ma allargando l’obiettivo: “Ora non voglio
demonizzare Eboli, ma la slavina di brte notizie proveniente da quella città-simbolo
fa pensare, appunto, che il «dolore terrestre» di cui scriveva Levi non è più confinato
in una «terra oscura» ma si è diffuso un po’ ovunque”. La «terra oscura»
riacquista legittimità? Nel crimine comune?
Schiavone, “Sandokan”, “Il re
dei Casalesi”, che ora si pente, dopo 26 anni al 41 bis, a suo tempo il
superriecrcato numero uno, fu catturato, dice il vicequestore che lo catturò,
nella sua casa, a Casal di Principe, dove viveva con la moglie e i figli
piccoli.
Si prepara una serie Netflix
in costume, in cui i briganti del Sud sono donne: una contadina malsposata, la
moglie ammazzasette di un capobrigante, e una risorgimentale socialista.
Dacché la “donna del Sud” è uscita
dal cliché lombardo-veneto, se ne fa l’avamposto del femminismo. Ma la
“cosa” è più complessa – la donna del Sud anzitutto è madre.
Sudismi\sadismi
L’Inter ha, fa sapere, spiega con lunghe dichiarazioni, un
problema di mafia nella sua curva allo stadio. Di ‘ndrangheta specificamente. Di un paio di
calabresi criminali (ma non incriminati) che vanno allo stadio. Per vendere droga? No. Per corrompere i
calciatori? No. Per rivendersi i biglietti? Forse. Non sono i soli, anzi - saranno due delle
miriadi di topi nel formaggio. Ma non c’è crimine se non c’è mafia.
Ricordando
in consiglio comunale Miran Hrovatin, il fotoreporter ucciso trent’anni fa a Mogadiscio,
il presidente del consiglio, Francesco di Paola Panteca, ne avrebbe sbagliato
nome e sesso,
parlando di Miriam, uccisa. È quello che sul “Corriere della sera” si precipita a denunciare il superleghista
Stella – sull’autorità, non dichiarata, di una consigliera grillina, Richetti,
e di una consigliera
grillina trombata alle elezioni, Danielis. Una satira di Panteca, miserabile “brindisino d’origine”
– di cui storpia il nome di battesimo, chiamandolo “Francesco Di Paola (nome)
Panteca (cognome)”.
Se non che, come “brindisino”, o comunque di madre sicuramente meridionale, se
lo ha voluto
battezzato come Francesco di Paola, non il san Francesco per antonomasia, quello
di Assisi, Panteca
avrà la pronuncia larga, consonantica e vocalica, tra betacismi, palatalizzazioni
e rotacismi
- il cosiddetto “napoletano” della Linguistica.
Ma
peggio Panteca ha fatto rispondendo agli sberleffi grillini, questa volta
per iscritto: “Io sono a Trieste
dal 1979. E conoscevo personalmente Miran Hrovatin. L’ho conosciuto come fotografo
a Sgonico
dove svolgevo il mio lavoro di attività lavorativa”. Cioè con una pezza
peggiore del buco, per dirla
alla Stella, il “lavoro di attività lavorativa” invece che investigativa, da luogotenente della Finanza.
Condanna irreversibile.
Questo Panteca
deve avere sugli ottant’anni, se nel 1979 lo mandarono a Sgonigo, col grado di luogotenente,
il secondo più alto degli ispettori di Finanza, subito sopra il maresciallo. Ha sprecato
i due terzi della
sua vita.
La
mafia, eccola qua
La
realtà dei fatti sui Capriati di Bari smentisce l’allegra versione del
presidente della Regione Puglia
Emiliano. Sui suoi contatti ravvicinati con la famiglia del capoclan di Bari
Vecchia, Antonio Capriati,
“Tonino”, oggi 67nne. Uno che al processo – ai processi, a cavaliere del 2000 –
si presentava
in camicia bianca,
cravatta, occhiali da vista a goccia, anticipando la tendenza, e onde di parrucchiere, come un
professionista perbene. Da tempo in carcere, e dal 2008 definitivamente all’ergastolo, in
cattività ha continuato a gestire gli affari: estorsioni, usura, stupefacenti.
Attraverso il nipote Raffaele
detto “Lello”, figlio del fratello Sabino, 39 anni, ora assassinato da cosche
rivali. Un altro nipote, Domenico, era stato assassinato nel 2018, a 49 anni. In
precedenza altri due nipoti, collaterali, Filippo e Pietro, avevano assunto la
gestione del
clan,
moltiplicandone le ramificazioni nella provincia di Bari, e fino in Basilicata.
Arrestati nel 2018, di
aprile, e condannati i due nipoti, il clan aveva continuato a prosperare. Una
retata a settembre
ha portato a sessanta arresti, parte di una struttura “verticistica e gerarchizzata”
- con 600 mila euro
in contanti in capo al membro del clan che gestiva le slot machines.
Un clan
di “impuniti”, in un certo senso – nel senso romano della parola. E di
assassini. Non di mammolette,
come s’immaginava ascoltando Emiliano. Nei giorni in cui il presidente della
Regione Puglia, ex giudice antimafia, pubblico accusatore di Tonino in Tribunale, raccontava il
suo aneddoto
pacioso, un altro nipote, Vincent, figlio di una sorella di Tonino, Elisabeth o
Elisabetta,che ritroveremo,
si passava il tempo inneggiando sui social allo zio ergastolano.
Non sono
i Capriati la famiglia tutto sommato innocua che Emiliano, non un semplice, già
giudice antimafia,
già sindaco di Bari, già concorrente pure alla segreteria del Pd, lascia intendere
con la storiella
che lo ha portato sulle prime pagine. Raccontata a una manifestazione indetta
dal Pd in solidarietà
col sindaco in carica, Decaro, la cui giunta è stata messa sotto inchiesta dal ministero dell’Interno. Qualche
anno dopo l’incontro ravvicinato e risolutivo da lui raccontato con una sorella
del boss, nel 2001, ci
fu una faida tra i Capriati e i concorrenti Strisciuglio, con molti morti, tra
cui un ragazzo ucciso per
errore, a sedici anni, Michele Fazio. “Lello”, ora assassinato, si è fatto
sedici anni di carcere
per “concorso” nell’assassinio del ragazzo Fazio – era stato scarcerato un anno
e mezzo fa.
Scarcerato,
coincidenza, con due cugini figli di Tonino, Giuseppe detto “Ciccio” e Francesco
detto “Ceschetto”,
e con un suo proprio figlio, Sabino (in onore del nonno, fratello di Tonino). Il giovanissimo
Sabino era in carcere da due anni per traffico di droga. Giuseppe detto “Ciccio”
anche lui si
era fatto due anni, per scommesse illegali. Francesco detto “Ceschetto”, 46
anni, usciva dopo diciassette
anni di carcere. Per traffico di droga e di armi. Un boss di suo, a Valenzano, sposato
con Marina
Stramaglia, oggi 42nne, figlia ed erede del locale boss, Michelangelo, assassinato
da un concorrente
nel 2009 – una morte di cui la figlia aveva organizzato la vendetta. In
carcere, “Ciccio” ha
potuto concepire con Marina un erede.
Anche le
donne fanno parte del malaffare nel clan Capriati. Nel 2011, al termine della solita
lunga sequela
di giudizi, la Cassazione ne condannò dieci per associazione mafiosa. Tra esse
la principale era la moglie dello stesso Antonio Capriati, Maria Faraone: gestiva l’usura e il pizzo. Inoltre,
erano una
cosca, i Capriati, non piccola: al processo conclusosi in Cassazione a maggio
del 2011, il clan risultava
controllare (pizzo obbligatorio) Bari Vecchia, parte del Rione Murattiano, e
Modugno.
Non c’è
limite, insomma, né di articolazione familiare né di generazione, alla propensione
dei Capriati
al crimine. E di Antonio Capriati si ricorda che ancora nel 2004, nei dodici giorni
di libertà che godette
tra un processo e l’altro, impose un’estorsione a un concessionario di auto:
una Y 10 da regalare
alla figlia per i diciotto anni.
Questa
la tela di fondo. Su cui non c’è giustificazione che tenga. Compresa la premura
di una sorella
di Tonino, Ida, che con l’aiuto del Tg 1 ha provato ad accreditare la versione
di un Emiliano un po’
svanito – “non è mai stato qui”. Brutta politica, nella migliore delle ipotesi
politichicchia.
Ma l’aneddoto
di Emiliano, che ha messo in difficoltà il suo (ex?) figlioccio politico e ora
sindaco di Bari,
Decaro, non va per questo liquidata, come imprudenza, o impudenza. Che cosa
ha detto Emiliano? Secondo la versione più attendibile, quella cui si attiene
la Commissione
parlamentare antimafia, questo: “Un giorno sento bussare alla porta, Decaro
entra, bianco
come un cencio, e mi dice che era stato a piazza san Pietro e uno gli aveva
messo una pistola dietro la
schiena perché lui stava facendo i sopralluoghi per la ztl di Bari Vecchia. Lo
presi, in due andammo
a casa della sorella di Antonio Capriati, che era il boss di quel quartiere, e
andai a dirle che
questo ingegnere è assessore mio e deve lavorare, perché c’è il pericolo che
qui i bambini possano
essere investiti dalle macchine. Quindi, gli ho detto, se ha bisogno di bere,
se ha bisogno di assistenza,
te lo affido”. “Le” ho detto sarebbe stato più preciso, ma la sostanza c’è:
Emiliano, allora sindaco
di bari, ex giudice antimafia, di fronte a una minaccia mafiosa non denuncia ma
si accorda – sa anche
che le donne in quel clan contano, non è scontato.
Questa è
l’apparenza della cosa. Lo scandalo conseguente è in sintonia con l’antimafia
che ci Governa.
Dopodiché si scopre che Antonio Capriati è in carcere da trent’anni e più.
La questione
è politica – compresa la curiosa sbadatezza dei cronisti, che glissano su molte
cose che pure sono
nei loro archivi se non nella memoria, per cui merita ricostruire la vicenda
nel contesto. Ma sul
piano del costume, e anche del diritto, Emiliano dice una cosa giusta, che non si
vede perché non si
applica: l’arresto e la condanna dei mafiosi, come di qualsiasi altro criminale.
Subito, dopo il delitto. E la prevenzione del delitto, se se ne ha il sospetto.
Si parla
di mafie come se fossero quella siciliana di fine Novecento. Una storia che ha dell’incredibile:
due uomini da nulla, Riina dopo Liggio, che con con una banda di stupidi, per quanto sadici,
per quarant’anni hanno compiuto violenze incredibili, assassinando centinaia e
forse migliaia
di persone, compresi un centinaio di alti rappresentanti dello Stato, giudici, parlamentari, politici,
sindacalisti, commissari di Polizia, questori, maggiori e colonnelli dei Carabinieri,
generali.
Un
passato recente spaventoso, a guardarlo in retrospettiva, opera di bande di
nessuna qualità, si è saputo dopo
che sono stati catturati - in larga parte, purtroppo, pentiti, “collaboratori”
e “testimoni di giustizia”…
Il crimine si combatte subito e direttamente, senza teorizzare, la politica o
la società.
Le “famiglie”?
Sì, sono complicate. Prendiamo le Capriati che si sono fatte il selfie con l’ignaro Decaro
alla festa patronale. Annalisa Milzi, la giovane della foto, nipote collaterale
di “Tonino”, sposata
con Tonino Cortone, “una vita dedicata alla scrittura di libri sulla storia di
Bari e sulle sue icone
religiose” (Nicolò Delvecchio, “Corriere della sera”). Sua madre Isabella Capriati,
sorella di “Tonino”,
sposata Milzi, può dire: “Io lavoro da 50 anni e ho sempre fatto le cose per
bene”. L’altro suo
figlio, Vincent, è quello che sui selfie con Decaro, fratello di Annalisa, celebra sui social lo “zio Tonino”,
e si proclama “sempre al tuo fianco”. Nella famiglia Capriati erano undici, tra
fratelli e sorelle.
leuzzi@antiit.eu
Una grande mostra, ricca di immagini. Con foto, manoscritti, libri, articoli
di giornale, filmati, documentari, e i reperti commemorativi (quadri, sculture,
ceramiche, perfino brani musicali). Specialmente interessante nelle due sezioni
“Matteotti giovane”, nel Polesine, e “Sequestro e morte”, i due anni 1924-1926
che segnarono la rottura radicale di Mussolini con la Costituzione, e le leggi
speciali contro i partiti e la libertà di opinione.
Una storia nota, ma “vederla” fa ancora impressione. Che sia potuto succedere,
che l’Italia vi si sia immersa senza resistenze.
Un grande mostra, promossa dal Campidoglio, curata dallo storico Luca
Canali. In begli ambienti, spaziosi e anche luminosi. Ma vuota, o quasi –
mentre la mostra accanto, sulla calligrafia giapponese del Settecento, in ambienti
angusti e bui, scoppia di pubblico. La democrazia non ama discutersi? La “gente”
vuole solo svagarsi?
Luca Canali (a cura di), Giacomo Matteotti.
Vita e morte di un padre della Democrazia, Museo di
Roma a palazzo Braschi
L’Ucraina non capitola. E comunque non ha
un maresciallo Pétain, quello che il nemico lo aveva sconfitto nel 1918, per fare
un armistizio, per quanto criticabile – una pace, per quanto temporanea e non
libera, non del tutto. Se c’era, Zelensky ha provveduto ad eliminarlo, nelle “liquidazioni”
vecchio stile cui periodicamente procede.
Per fare un armistizio, soprattutto in una
guerra che si è provocata, e che è in larga misura perduta, ci vuole uno che se
ne assuma la responsabilità. E che sia anche una garanzia, di libertà e di
integrità, per quanto concordata, e quindi accordata. Le altre condizioni ci
sono. L’odio dei russi in Ucraina non è così radicale come l’Occidente è stato
portato a credere, malgrado le distruzioni e i lutti della guerra. Né la Russia
può pretendere che un terzo dell’Ucraina sia suo “territorio nazionale”. Ma per
sapere tutte queste cose bisogna trattare. E il Pétain ucraino non c’è, non si
vede.
Di Pétain si potrebbe anche
argomentare che, accettando l’armistizio, ha tenuto un largo pezzo della Francia
intatto, per la riscossa. Ma, certo, in Ucraina nessuno sbarco è previsto.
L’Ucraina “diverrà un membro della Nato. È questione di quando, non di se”,
afferma il segretario dell’Alleanza Atlantica Stoltenberg. Nomen omen?
Perché allora la Nato ha perso la guerra.
La Nato è impotente. Ha portato l’Ucraina a sfidare la Russia, e
ora si limita a fare “la faccia feroce” – era questo uno dei canoni della tecnica
militare borbonica detta dell’ammuìna, del fare finta: “Facite ‘a faccia
feroce!”
Gli Stati Uniti
non sono minimamente interessati a una guerra contro la Russia. Aiutano l’Ucraina
quanto basta per rinnovare i propri arsenali – e tenere l’Europa in guerra. E l’Europa
è al solito “vorrei ma non posso”. Ora si parla di difesa europea, e già
parlarne sembra rivoluzionario. Ma sul niente: non ci sono, e non ci saranno in
tempi prevedibili, eserciti, comandi e piani militari integrati, una strategia
europea. Per ora c’è l’assurdo che la
Ue, una quasi nullità in termini di potenza militare, ha speso per la difesa 240
miliardi nel 2022 (e 286 miliardi nel 2023), contro gli 80 circa della Russia,
che è una superpotenza militare ed è in guerra. Macron, poi, è il tipo dell’“armiamoci
e partite”- è bellicoso solo per non cadere nel vuoto al voto europeo tra due
mesi, è un presidente che nessuno si fila.
La strategia
americana è evoluta - ma forse solo si precisa - verso uno stallo. Che sarebbe
un po’ un cappio attorno all’Europa, anche se di questo non si discute. Volendo
razionalizzare, è come se gli Stati Uniti avessero condotto l’Europa a uno
stato di tensione permanente, ineliminabile in tempi prevedibili. Aleggia
ancora il “fuck the Eu”, il vaffa alla Ue, dieci anni fa, prima della crisi di
Crimea, della vicesegretaria del dipartimento di Stato di Obama (e di Biden,
allora vice di Obama), al suo ambasciatore a Kiev, che le opponeva le riserve
europee sul rischio di precipitare le cose in Ucraina contro la Russia. E
l’avvertimento (pubblicato da wikileaks) dell’ambasciatore americano a Mosca
nel 2008, Wiliam J. Burns, che l’1 febbraio di quell’anno mandava a Washington
un’analisi allarmata con questo titolo: “Nyet
significa nyet. Le linee rosse
della Russia all’espansione della Nato”. Nel testo specificando che l’Ucraina
nella Nato era ipotesi irricevibile a Mosca. Burns è il capo della Cia della
presidenza Biden.
La Russia non è un
nemico americano. Non c’è paura, non è più la Russia che minacciava la proprietà,
non interessa all’opinione. Sui media la guerra c’è poco o niente – le cronache,
rare e distanti, per lo più sceneggiano confidenze dei vari servizi di intelligence. Sui social è assente. La guerra non c’è neanche nella campagna
elettorale. In Congresso c’è stallo sui finanziamenti. Ma non perché i
Repubblicani mettono in difficoltà la presidenza Biden: molti Repubblicani sono
a favore, molti Democratici sono contro.
Imperturbato Gualtieri, oggi sindaco di
Roma, prosegue dal Campidoglio la frenesia spendereccia che lo contraddistinse
al ministero dell’Economia. Oggi per i mile o duemila appaltatori romani, grazie
ai fondi speciali per il giubileo (essere sindaci di Roma al quarto di secolo è
una pacchia, paga tutto lo Stato). Quando fu all’Economia col miracolo del superbonus,
che secondo gli ultimi calcoli del suo ex ministero costerà 200 miliardi. Un’enormità,
anche Paperone si sarebbe spaventato. Di cui avrà beneficiato il 4 per cenrto
delle abitazioni civii. Un gigantesco privilegio.
L’ex ministro ora sindaco fa come se
niente fosse. Ma nessuno gliene chiede conto. I suoi amici fanno sapere che la
colpa è della Ragioneria Generale, che non ha calcolato il costo del bonus. Ma
la Ragioneria le obiezioni le aveva fatte. Qualcun altro rovescia le responsabiltà
sugli uffici legislativi del ministero dell’Economia. E qui la colpa è
evidente: la tecnica legislativa collaudata si cautela sempre con un plafond,
raggiunto il quale la norma che aziona la spesa cessa di validità. Mentre qui
si sono spalancate le porte. Non un errore, troppo marchiano – un limite alla
fine è stato posto, il termine temporale, ma congegnando la norma in modo che
il termine dovesse slittare.
Ma Gualtieri è come se non ne sapesse
nulla. Come non ne sa nulla l’allora sottosegretario grillino alla presidenza
del consiglio, suo interfaccia per la supermiliardaria regalia miliardaria, Lorenzo
Fraccaro. Che oggi, trombato alle elezioni, mette a frutto, anche lui, il superbonus:
fa il consulente per sanare i danni prodotti dalla sua, e di Gualtieri, legge. Da
libero professionista, in primari studi tributari. Un “campo largo” di bonus.
Centinaia di migliaia di persone a Gaza sono alla fame, “un disastro
opera dell’uomo, con radici nella storia d’Israele di usare il cibo come un’arma”.
L’articolo ripercorre la serie di annunci israeliani dopo il 7 ottobre di voler
ridurre Gaza alla fame. Non è una novità, è la politica israeliana di
occupazione dei territori palestinesi, argomentano gli autori, con la somministrazione
delle forniture di acqua e elettricità, e il controllo dei mercati e gli
approvvigionamenti. Contraria al diritto internazionale. Specificamente allo Statuto
di Roma – l’atto con cui il 17 luglio 1998 fu creata la Corte Penale Internazionale,
in vigore dall’1luglio 2002”: lo Statuto definisce “un crimine contro il
diritto internazionale «l’utilizzo della fame dei civili come metodo di guerra»”.
Haddad è una giovane avvocata palestinese specializzata in diritti umani.
Gordon, oggi sessantenne, israeliano di terza generazione, è stato parà da soldato
di leva, mutilato di guerra nel 1985, alla fine dei tre anni di invasione del
Libano. Nel 1999, a 35 anni, si è addottorato in Diritto Internazionale, e lo
ha insegna all’università Ben Gurion, direttore di Dipartimento, ordinario dal
2015. Ma da un quindicennio sostenitore del boicottaggio di Israele, che
ritiene “un regime di apartheid”, per i diritti umani contro le politiche dei
governi Netanyahu.
Un articolo polemico. Gordon è anche l’autore, insieme con Nicola Perugini,
di due libri radicali sui diritti umanitari: “The Human Right to Dominate” e “Human
Shields”, contro il diritto al dominio, e contro l’uso militare dei civili. Ma la
sostanza dell’articolo-denuncia è confermata dal bombardamento ieri a Gaza del
convoglio che trasportava beni di conforto per i profughi. Che non è stato un
incidente, ma un’azione di guerra, programmata e gestita a lungo, in situazioni
diverse, per scoraggiare le organizzazioni umanitarie.
Questo è anche il parere, per la guerra in corso, del demografo Stefano
Della Pergola, direttore emerito del dipartimento di Studi ebraici all’università
di Gerusalemme, (intervista sul “Corriere della sera”, 2 aprile: “Israele sa
distruggere, ma non sa che fare dopo”.
Neve Gordon e Muna Haddad, The Road to Famine
in Gaza, “New York Review of Books” 1 aprile 2024
zeulig
Destra e sinistra – La superiorità, culturale, mentale, perfino
economica (di stili di vita), che connota la sinistra, e il disprezzo
dell’avversario, Walter Benjamin stigmtizza(va) nel 1931, nella
recensione-stroncatura dei “tre grossi volumi” delle poesie di Erich Kästner –
“Malinconia di sinistra. Sul nuovo libro di poesie di Erich Kästner”:
“l’ironia”, “l’impertinenza”, “la grottesca sottovalutazione dell’avversario” dice “un fenomeno di disgregazione borghese”.
Specifica anche analiticamente come. In sintesi: “I pubblicisti del tipo di
Kästner, Mehring o Tucholsky, i radicali di sinistra, sono la mimetizzazione
proletaria della borghesia in sfacelo. La loro funzione è quella di creare, dal
punto di vista politico, non partiti ma cricche, da quello letterario non
scuole ma mode, da quello economico non produttori ma agenti”. Consumatori si
sarebbe detto successivamente, di “vacanze intelligenti” e seconde case o
“castelli in campagna” per il week-end.
W.Benjamin li individuava nel protagonismo culturale, sprezzante: “Da quindici
anni in qua questi intellettuali di sinistra sono stati ininterrottamente gli
agenti di tutte le congiunture culturli, dall’attivisno all’espressionismo fino
alla Nuova Oggettività. Ma il loro significato politico si riduceva a
convertire riflessi rivoluzionari, nella misura in cui apparivano nella
borghesia, in oggetti di distrazione, di divertimento, di consumo”.
Bobbio, che si ripropone, andrebbe contestato
lapalissianamente: la libertà è il fondamento della democarzia, ma siamo liberi
in quanto non siamo uguali. Siamo liberi anzi in quanto siamo diversi,
assolutamente diversi gli uni dagli altri. Liberi vogliamo essere non per
essere uguali ma differenti, per poter essere noi stessi e non altri, sudditi,
succubi o gregari. L’uguaglianza si
direbbe il fondamento inverso, delle civiltà e delle politiche di massa, dei
totalitarisimi – era spietata l’uguaglianza sotto Stalin se non sotto Mussolini.
Una contraddizione, anzi un contrasto, che si risolve
in un quadro societario, comunitario, che sappia superare la contraddizione –
la “fratellanza” che la Rivoluzione aggiunge a libertà e uguaglianza.
L’uguaglianza può ben essere di destra, dittatoriale,
totalitaria.
Fascismo – È risorgimentale. Mussolini lo era. Nelle celebrazioni del centocinquantenario
dell’unità, solo An ricordava Mazzini, al Gianicolo. E il Risorgimento anch’esso
voleva un’Italia unita per essere potente, prima fra le nazioni. Nel mito di
Roma, come recita anche l’“Inno” di Mameli: “Dov’è la vittoria? Le porga la
chioma che schiava di Roma Iddio la creò”.
Intellettuale –
Nasce, come si sa, con l’illuminismo. Nel quale però doveva avere e mostrare
radici culturali salde. S’impone e degenera con i media, con la “riflessione”
qui e ora.
Malinconia –
Quella dell’intellettuale W. Benjamin dice effetto della stitichezza -
“Malinconia dell’intellettuale”: “Da sempre la stitichezza si è accompagnata
con la malinconia”. O non ne è la causa? La disappetenza, l’inerzia, l’immobilità,
l’isolamento – non uscire di casa, niente aria, niente moto, o altrimenti con
dispetto.
Nazione –
È un concetto di sinistra, all’origine. I paesi o i popoli che si liberavano
dell’Impero, “sacro” e “romano”. Di culture anche, che si affermavano fuori o
contro quella decidua se non morta di una latinità perenta – delle lingue,
delle leggi, delle sensibilità. Delineando dei quadri o contorni contestabili,
ma nell’insieme coesi, o convergenti.
(Non) per questo
benefica, non del, tutto: è la rottura dell’unità, di Astraea, della giustizia
universale. E l’idea di popolo o di patria non implica libertà e tolleranza, la
coesione vuole impositiva. E bellicosa.
Ha fatto più guerre, e più micidiali, la nazione che non le tirannidi o
l’0impero. La nazione è divisiva. Lo è stata nella storia, e forse non può
essere altrimenti, lo è per natura, dopo aver praticato le giaculatorie di
buona volontà.
Opinione pubblica –
È il fulcro e il. crogiolo della democrazia, una comunità d’intenti, una
unione. Tocqueville lo spiega nel discorso di ammissione all’Accademia di
Francia, quando criticò l’Illuminismo in quanto individualistico – in polemica
con l’intellettuale, il “chierico” di J. Benda un secolo dopo, il “maestro
estraneo”: “La nuova filosofia, sottomettendo al solo tribunale della ragione
individuale tutte le credenze, aveva reso le intelligenze più indipendenti, più
fiere, più attive, ma le aveva isolate”. Esponendole al rischio “che il potere
finisse per dominarle tutte. Non perché aveva con sé l’opinione pubblica, ma
perché l’opinione pubblica non esisteva più”.
Oggi, nell’eclisse
dell’intellettuale, è però perfino più facile dissolverla. Per l’uso distorto
del suo luogo proprio e fondamento, la discussione pubblica attraverso i media.
Sotto la ferocia squisita del potere che si nega, quello dell’apparato repressivo
giudiziario. La disaffezione elettorale ne è la manifestazione evidente – e le
oscillazioni dei votanti residui.
Stupidità
– Oltre che della manualistica (Jean Paul, il più attinente, Musil, Flaubert et
al.), è ricorrente ne breve scritto di Walter Benjamin intitolato “Malinconia
dell’intellettuale”, la recensione-stroncatura delle poesie di Erich Kästner raccolte
“in tre grossi volumi”, nel 1931. Eccezionalmente virulenta - specie per un
mite: Kästner è colpevole di “stupidità tormentata”. Definita come “l’ultima delle
metamorfosi che la malinconia ha subito nel corso di duemila anni”. Effetto di
un sinistrismo stitico: “Il brontolio che si ode in questi versi ha più della
flatulenza che della sovversione”.
zeulig@antiit.eu
Alla multirazzialità sia arriva facile, per immigrazione e per incroci di
copia. Ma gestirla non è facile, in una famiglia latina e non quella anglosassone
da manuale. Dove cioè la famiglia c’è, e conta. La serie francese è al terzo
capitolo, vuol dire che il tema è comune, anche se si ride.
Quattro figlie significano quattro generi, che nel caso sono di diversa
provenienza: un africano, un algerino, un cinese e un ebreo. E quando per i
quarant’anni di matrimonio degli amati genitori le quattro figlie decidono di coinvolgere
nella festa i suoceri - solo i suoceri, non le cognate e i cognati, con i nipoti
acquisiti - equivoci e bizzarrie non si contano. Fra consuoceri, e fra genitori
e figli.
La serie è ottimista – tutto si risolve. Ma che fatica: si fa festa all’ultimo
minuto, giusto per essere sopravvissuti.
Philippe de Chauviron, Riunione di
famiglia - Non sposate le mie figlie, 3, Sky Cinema
letterautore
Dostoevskij – Reazionario – anarchico
reazionario? La prova decisiva si troverebbe in Nina Berberova (“Il quaderno
nero”, o. 45), che ne mette in rilievo la diffidenza o contrarietà contro la
civiltà: “Dostoevskij scrive (nei “Ricordi del sottosuolo”) che la civiltà non
porta nulla di nuovo, complica solo le cose. La civiltà non è che una
complicazione della vita, l’esistenza a un piano si trasforma in esistenza a
più piani. Poi su questo edificio cominciano a sorgere torrette e balconcini di
ogni genere e le dépendances si riempiono di mezzanini. Questo gotico-rococò
fasullo diventa improvvisamente un intralcio”.
Giuramento fascista – “Durante
il fascismo il nonno voleva evitare di giurare”, ricorda sul “Corriere della sera”
Roberto Einaudi, nipote di Luigi, l’economista poi presidente della Repubblica:
“Ma è stato persuaso a farlo da Benedetto Croce. Gli disse che se avesse
rifiutato avrebbe lasciato il posto a un fascista, costringendo i giovani a imparare
da una persona non libera. Croce gli consigliò di fare uno spergiuro mentale al
momento del giuramento”.
Gogol’ – È in Ucraina
- Gogol’ ha vissuto fino ai vent’anni a Kiev, suo padre era un drammaturgo
ucraino, di lingua russa - l’origine della grande narrativa russa, e del “mito”
di Pietroburgo? In Gogol’ più che in Puškin, suo coetaneo e amico? È quel che si
legge nei materiali che accompagnano la riedizione Adelphi delle “Memorie di un
pazzo”.
“Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’”, è frase famosa di Dostoevskij,
per dire che la narrativa russa è cominciata con Gogol’ – “Il cappotto” è un
suo racconto, parte della raccolta “Racconti di Pietroburgo”.
“Gogol’ è Martedì nel romanzo di Chesterston «L’uomo che fu Giovedì»” -
Nina Berberova, “Il quaderno nero”, 129 (dove trova l’equivalente russo di
personalità e personaggi letterari europei).
Italiano – “L’aggettivo
«italiano» nel mondo musicale del Settecento…. era sinonimo del più aggiornato
e pregiato stile internazionale, le cui caratteristiche, maturate nelle scuole,
nei teatri e nelle chiese del Bel Paese, erano valuta di corso continentale,
fatte proprie da schiere di compositori nati al di là delle Alpi, che spesso
attraversavano per compiere il loro apprendistato a Roma, Napoli, Milano. Non a
caso, tra i principali artefici dell’opera italiana del Settecento si contano
Händel, Gluck e Mozart” – Raffaele Mellace, “Il Sole 24 Ore Domenica”.
Letto matrimoniale – Nina Berberova,
donna indipendente, russa per una vita apolide, ne fa l’elogio impromptu un
giorno di dicembre 1940, nella sua casa di Longchêne vicino Parigi: “La stessa
camera, lo stesso letto, la stessa coperta. Chi non capisce questo, non capisce
niente in fatto di matrimonio. Se si ha paura di questo, allora è inutile
sposarsi. Durante il giorno la vita talvolta divide, raffredda, fa vacillare,
lacera qualcosa. La notte tutto si ricompatta. Un corpo sostiene l’altro con il
suo tepore (se non con il calore)” – (“Il quaderno nero”, pp. 48-49).
Malinconia di sinistra – È il titolo di una recensione di Walter Benjamin, nel 1931, alla raccolta
di poesie del “ribellista” Erich Kästner. Donatella Di Cesare vi si è appellata
in una intervista con Francesca Sforza su “La Stampa” come ispirazione del suo
epicedio in morte di Barbara Balzerani, una delle brigatiste più feroci: “La
tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con
malinconia un addio alla compagna Luna”. Ma la “malinconia” di Benjamin era una stroncatura, il mite
critico la stigmatizzava feroce – anche lui, per una volta: come di “un nichilismo”
piccolo borghese, un “tipo particolare di disperazione: la stupidità tormentata”,
“un fenomeno di disgregazione borghese”. Ne tratta a lungo, sempre arrabbiato.
In particolare spiega: “L’odio che essa proclama contro la piccola borghesia ha
a sua volta un accento piccolo borghese”, come da linguaggio, rivelatore.
Penitenza ecclesiastica – Era pena sostitutiva in Russia ancora nel secondo Ottocento, analoga a
quella attuale ai servizi sociali. Nel racconto di Tolstoj “Il diavolo”, il
protagonista, colpevole della morte dell’amante, viene condannato in assise alla
“penitenza ecclesiastica”. “Le giurie popolari erano state istituite da poco
tempo, pertanto gli venne riconosciuta una temporanea infermità mentale e la
condanna si ridusse alla penitenza ecclesiastica. Era stato in carcere per nove
mesi, e al monastero rimase un mese soltanto”.
Primavera – È stagione di
grandi racconti, fa notare un lettore, Fabio Fiaschi, sul “Robinson”. Del “Maestro
e Margherita” di Bulgakov, dell’“Ulisse” di Joyce, delle fantasie della Bovary
di Flaubert, del Werther di Goethe, dell’Anna Karenina di Tolstoj, e dell’Aschenbach,
forse del giovane Tadzio, di Thomas Mann, “La morte a Venezia. Nonché di Alda
Merini, nata un 21 marzo.
Ma in poesia è tema comune. Di Leopardi naturalmente, come di Pascoli. Di
Ungaretti, di Pavese. E Shakespeare, Dickinson, Wordsworth, Neruda. Perfino di
Oscar Wilde: “Una volta era sempre primavera nel mio cuore”, lamenta del “De
Profundis”
Repubblica romana - “Una preziosa
ma effimera Repubblica animata da patrioti liguri”, Aldo Cazzullo.
Roma ha però “custodito di più la memoria del Risorgimento” di più che Milano,
“dal teatro al cinema, da Rugantino al film di Magni”.
Russia – In letteratura
è ridotta a “Tolstoevskij”. S’indigna per questo Nina Berberova, “Il quaderno
nero”, p. 129: “Cosa succederebbe se in Francia tutta la critica
storico-letteraria si aggirasse intorno a Flaubalzac, come da noi intorno a ‘Tolstoevskij’?”.
È qui che s’indigna per la riduzione di Gogol’ a “Martedì nel romanzo di
Chesterston ‘L’uomo che fu giovedì’”. E per gli apparentamenti: “Majakovskij è
Kipling. Puškin è insieme Pope, Coleridge e Byron”.
Shakespeare – Giovanna d’Arco
fa santa nell’“Enrico VI” – che la chiesa invece santificherà solo il 18 aprile
1909, papa Pio X. “Virgin from her tender infancy, Chaste and immaculate in
very Thought” Shakespeare la fa nelle parole dei francesi, del “delfino”
Charles, mentre gli inglesi poi ne diranno male. Con partecipazione: “Sweet
virgin”, “Divinest creature, Astraea’s Daughter…. Glorious prophetess”. Il Delfino
profetizza pure che sostituirà san Dionigi quale protettore della Francia: “No
longer on Saint Denis will we cry,/ but Joan la Pucelle shall be France’s
saint”.
“Ci sono tanti nemici in Shakespeare”, nota Gertrude Stein, che si
professa cultrice della sua opera, nei due anni che passò a Londra nel 1910-11,
e dopo –“Le guerre che ho visto”, 47.
Tolstoj – “L’Omero del
mondo cristiano”, Gianlorenzo Pacini, postfazione a “Il Diavolo e altri
racconti” – per “l’olimpica serenità con cui tutti i lati della vita vengono
accettati e descritti… congiunta con senso di umana partecipazione”.
Nichilista secondo Gor’kij, nel saggio “Lev Tolstoj”. Nela sua ultima fase,
la sua predicazione Gor’kij dice “il più profondo e feroce nichilismo”. Era un
aspetto della Russia urbana del tempo di Tolstoj.
letterautore@antiit.eu
La più grande e solida democrazia del
mondo ha la più elevata concentrazione della ricchezza: un terzo della
ricchezza americana - il 30 per vento per l’esattezza - è posseduto dall’1 per cento
della popolazione. Due terzi della ricchezza - il 67 per cento - sono posseduti
dal 10 epr cento della popolazione (Federal Reserve Usa, “Monetary Policy Report”,
marzo 2024))
P.S. “La Lettura” dà all’1 per cento più
ricco degli Usa, nell’ultimo grafico Visual Data (24 marzo), solo il 20 per cento
della ricchezza. Ma su dati anteriori che risentivano del rallentamento covid.
Nei grafici “La
Lettura” la quota del reddito nazionale detenuta dall’1 per cento più ricco della
popolazione è massima nell’ex Terzo Mondo: Messico 26,8 per cento, Perù 25,2,
Cile 23,7, Costa d’Avorio 21, Costa Rica 20,9, Libano, 20,5, Brasile 19,7,
Colombia e Sudafrica 19.3.
La Russia, l’ex
paese del comunismo, viene al terzo posto, col 23,8 per cento – la Georgia
segue, col 18,5.
La classificazione
“La Lettura”, di Federica Fragapane, non è mondiale, riguarda “una selezione
di 30 paesi”. In Europa viene prima la Danimarca, con un tasso quasi terzomondista, 18,6
per cento.
L’Italia figura nel
Visual Data della ricchezza fra i primi dieci paesi al mondo per numero di
miliardari, al sesto posto ma quasi alla pari col quinto, Hong Kong, 64 contro
66 miliardari – e prima della Gran Bretagna, decima con soli 52 superricchi.
Ukiyoe sta per “immagine fluttuante”. La calligrafia e la soggettistica
della “pittura” giapponese Kyoto in epoca Edo, tra fine Seicento e primo
Ottocento, del governo militare dei Tokugawa, con largo spazio per i piaceri
privati. In xilografie. Su carta per lo più, talvolta su seta, in rotoli, da appendere
o srotolare, grandi paraventi, e stampe in policromia. Opere di una trentina di
artista, ma soprattutto di Utamaro, Hiroshige, Hokusai e la scuola Utagawa. Di
soggetti borghesi – Tokyo era già borghese, a differenza di Kyoto, ancora
classica, imperiale: mercanti, e donne. Donne soprattutto, di varie arti, prevalentemente
erotiche, a vario titolo, anche non mercificato. Con un po’ di teatro, costumi e
maschere Nô e Kabuki. Ritornano le cineserie, qui “giapponeserie” di fatto - ma
la tecnica dell’ukiyoe veniva dalla Cina. Non nel senso della ricerca
artistica-pittorica degli anni 1950-1960, di segno, carattere, macchie, neri,
ma in senso proprio, dell’infatuazione Fine Secolo, fine Ottocento. Diafanie,
di figure stilizzate.
A Roma la mostra itinerante della collezione genovese di arte orientale
intitolata al donatore, il collezionista Edoardo Chiossone, lui stesso
incisore, è iperaffollata – forse anche perché ospitata in locali angusti, con
illuminazione da alcova e didascalie micro. Malgrado il prezzo elevato. Con
aperture straordinarie nei giorni di riposo e serali.
Ukiyoe. Il mondo fluttuante. Visioni dal Giappone, Roma, Palazzo Braschi
Analizzando dati di 20 paesi
sviluppati, l’“Economist” trova che, mentre vent’anni fa non c’era differenza tra
giovani maschi e femmine (18-29 anni) su chi si diceva liberale più che
conservatore, ora c’è una differenza di 28 punti: i giovani maschi sono più
anti-femministi dei genitori.
Sondaggi condotti in 27 paesi
europei, in Gran Bretagna, in Corea e in Cina dicono che i maschi sotto i
trent’anni sono più portati degli ultrasessantacinquenni a considerare che “il
sostegno ai diritti delle donne è andato troppo oltre”.
Le donne giovani letteralmente
“volano avanti” dei maschi negli studi – sempre secondo le analisi dell’“Economist”: “Nell’Unione Europea un buon
46 percento di esse raggiugono un diploma, contro il 35 per cento dei ragazzi,
“un gap che è raddoppiato da 2002”. All’inverso, i ragazzi superano in numero
la ragazze al “fondo della scala scolastica”: “Nei paesi ricchi, il 28 per cento
dei ragazzi non riesce a imparare a leggere a livello basico. Per le ragazze la
percentuale è il 18 per cento”.
Diminuiscono gli sportelli
bancari, di un migliaio l’anno, aumentano le retribuzioni dei manager, legate
agli utili - arriva a quasi 10 milioni il più pagato in Italia, Andrea Orcel di
Unicredit.
La banca funziona meglio
con meno dipendenti? I correntisti vengono strizzati meglio, con meno servizi?
È
anche vero che Unicredit si è rivalutata in Borsa di quasi l’80 per cento nel
2023 (superata solo da Leonardo-Finmeccanica, armamenti, grazie alle guerre),
il titolo più scambiato in Borsa, per 74 miliardi. E del 38 per cento in questi
tre mesi.
Torna al governo a
Varsavia l’“americano” ex presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, e
subito è “guerra con la Russia”. È un caso? No.
"Non mi candiderò mai e poi mai alle Europee. Né con il Pd né con
nessun altro partito”, solenne Lucia Annunziata annunciava a settembre, in
vista delle Europee otto mesi dopo. Ora che si fanno le liste, sgomita per una
candidatura “sicura”. È sempre come alle vecchie fiere, tra sensali: chi
disprezza compra.
“Style”, il magazine
maschile del “Corriere della sera”, si sfoglia con servizi e proposte del
diritto delle donne a “tradire”, e ad
“abortire con leggerezza”, delle donne “forti e terribili, potenti e temibili”,
delle donne che infransero le regole”, del queer pop, delle drag queen,
del diritto delle trans alla parità di genere, di Alba Flores, “la donna che
decretò l’inizio del matriarcato. Per
vendere roba (pubblicità commerciale e pubblicità redazionale) da
migliaia di euro al pezzo. In copertina un tailleur binario di Dolce e
Gabbana. Alla fine uno sbuffo: “La medicina dovrebbe considerare anche le
persone non binarie”. Settanta centesimi per farsi venire il bisogno urgente di
cambiare (aria, paese, giornale)?
Aumenta ogni mese la bolletta
del Superbonus, di 5-10 miliardi che paghiamo e pagheremo con le tasse. È già a
115 miliardi, buco enaurme, per dirla con padre Ubu. Ma sono soldi veri,
non da Monòpoli. Una frana, uno sfacelo.
I cui autori sono sempre protagonisti della politica, a sinistra. E si atteggiano
a mortalisti, sempre a sinistra.
Il giudice del calcio,
Mastrandrea, dice che he le offese di Acerbi a Juan Jesus, “non disconosciute dal
medesimo offendente”, tuttavia non sono certe, perché non profferite
“platealmente”, ma “con modalità tali da non essere percepite dagli altri calciatori
in campo, dagli ufficiali di gara, dai rappresentanti della Procura a bordo del
recinto di gioco”. C’è dunque una logica “mastrandreana” - o calcistica
(ipocrita)? Le “modalità tali da non essere percepite” si riterrebbero
aggravanti, di un reato “non disconosciuto dal medesimo offendente”. Ma dove li
trovano, i giudici ci vogliono togliere anche il calcio
Ma ci sono pure, nelle partite,
dei “rappresentanti della Procura a bordo del terreno di gioco”? Per vedersi la
partita gratis? Magari spesati, con trasferta e diaria, o a a piè di lista. Una
fogna senza fondo.
“Cameron Diaz di nuovo
mamma a 51 anni”. Emozione. Anche per l’età. Ma lei ha voluto il secondo
figlio, assolutamente. Il primo del resto l’ha avuto poco tempo fa, “era
diventata genitrice la prima volta nel dicembre 2019”. Con la maternità surrogata,
cioè comprata. Senza scandalo.
“Una pratica abbastanza diffusa
a Hollywood, quella delle madri surrogate: prima di Diaz, anche Kim Kardashian,
Naomi Campbell, Sarah Jessica Parker”. È
più comodo. Comprare il figlio adesso è parte della società dei diritti. Molto
democratica, per i ricchi. Fino a ieri era illegale, ma era un’epoca autoritaria.
Racconti del mondo rurale. Ignorante: il valore della cartamoneta si individuava
e designava per il colore, i “limoni”, i rossi, i turchini. Promiscuo: si
dormiva tutti nello stesso letto. Sudato e sporco. Ma con donne giovani e
forti.
Quattro racconti che sono “tutto Tolstoj”, abbracciano i suoi
cinquant’anni di attività letteraria.
Tema conduttore, si dice, il sesso. Secondo qualcuno sarebbe stata
l’ossessione di Tolstoj, già prima, molto prima, della conversione
socio-religiosa. E in questi racconti le situazioni, se non i toni, sono
boccacceschi: mariti ignari, mogli procaci e provocanti, situazioni e tutto il complesso
fisico della seduzione, sguardi, bocche, parole, mostrarsi e non mostrarsi,
invitare e beffare. Ma, a leggerli di seguito, il filo è dell’ansia o
ossessione della morte – filo che si rintraccia anche nei grandi romanzi, in
“Guerra e pace” naturalmente, in “Anna Karenina”. L’annullamento di sé nel
“Diavolo”, morti violente negli altri racconti. Senza forzature, morali o ideologiche. E anzi con leggibilità persistente, con la scrittura fluida e solida che anche in questi racconti fa il
Grande Narratore. Ma con tensione percettibile.
Il sesso qui è la contadina. Giovane, i piedi scalzi, le scarpe in mano,
la gonna tirata su sui polpacci solidi, lo sguardo vispo, la battuta pronta, si
direbbe un modello di seduzione. Ma era un mondo di fango e fieno. E Tolstoj
era un altro, il barin snob se non ricco, non il moralista della vecchiaia.
La sua contadina è il suo “andare verso il popolo”, da giovane e meno giovane, nobile
e padrone di campagne, nella “possessione” inevitabile. Anche se, pare, un
figlio con una contadina l’ha fatto. Oltre ai tredici con la giovane moglie, di
32 anni minore (Tolstoj ragazzo era innamorato della madre di lei, che gli
passava un anno o due), e “Il Diavolo”, benché tornito e ritornito, si tenne
chiuso nel cassetto.
Una raccolta forse casuale. Insieme col racconto più famoso, quello lungo del
titolo, uno dei primi racconti di Tolstoj, “Tre morti”, e due altri racconti
lunghi, “Idillio”, non finito, nel senso di non licenziato, anch’esso postumo,
e “Il divino e l’umano” - titolato anche “Altre tre morti”. Qui peraltro niente Boccaccio, solo morte, per terrorismo - un racconto che si potrebbe leggere ambientato in Italia un secolo dopo, tal quale, variando solo i nomi (il terrorismo non ha varianti?).
Lev Nikolaevič Tolstoj, Il diavolo e altri
racconti, e\o pp. 185 € 10
“Alcuni decenni fa Butler era
probabilmente famosa fuori dell’università per la loro prosa farcita di gerghi che
per qualsiasi cosa tentassero di dire….”.
(The Atlantic”, celebrativo).
Ma (Judith() Butler “era” una,
probabilmente famosa, perché non si capiva che cosa dicesse, che poi diventa “essi”,
“loro” – per un lungo articolo. Si è moltiplicata a un certo punto? Vuole il
plurale majestatis? Si è impappinata la recensora? Certo, chiamarsi al
plurale intimorisce.
Un tentativo di emulare Scorsese, Gangs of New York. Sempre in
costume, qualche anno dopo Scorsese, siamo attorno al 1880, quando i malviventi
si chiamavano apaches. Ma qui al femminile, una donna contro tutti – una
a cui hanno ucciso il fratello quando lei era bambina, e che per l’omicidio del
fratello è stata accusata e condannata.
È piaciuto agli amanti del genere – pulp. Ma in nessun momento
prende. Né nell’infanzia né in carcere, né nella vendetta, per quanto ingegnosa.
Niente al confronto di “Gangs of New York” - voluto da Harvey Weinstein, girato
a Cinecittà, con la ricostruzione di una New York d’epoca, certo, con Di Caprio,
Day-Lewis, Cameron Diaz, Liam Neeson…
Romain Quirot, Gangs of Paris, Sky Cinema, Now
spock
“La stupidità
è frutto di un cuore maligno”, Kant.
“Non è vero,
la malvagità nasce dalla mancanza di pensiero”, H. Arendt?
“Se la stupidità non somigliasse tanto al progresso, al
talento, alla speranza e al miglioramento che a malapena possiamo distinguerla,
nessuno vorrebbe essere stupido”, Musil?
“”Io, la stupidità, prendo ora questo ora quell’aspetto rispettabile per
mostrarmi agli uomini al meglio…. Giacché ognuno apprezza la stupidità che più
somiglia alla sua”, Jean Paul?
“La stupidità è l’essere superiori.
L’innamorato lo è continuamente. “È stupido – dice - e
tuttavia è vero””, R. Barthes?
O non sarà la condizione umana, tra stupore e
stolidità - da cui cerchiamo di uscire, anche con la stupidità propriamente
intesa?
spock@antiit.eu
Il “debito totale” (privato e pubblico)
americano era al 140 per cento del pil negli anni tra il 1960 e il 1980. È più
che raddoppiato da allora, al 300 per cento del pil.
Nemmeno la Grande Recessione del 2008 –
che è stata per molti aspetti l’esito di un indebitamento eccessivo – ha rallentato
la corsa all’indebitamento.
L’indebitamento cresce per finanziare i
consumi più che l’investimento. Quindi è destinato a generare altro debito, con
effetto moltiplicatore.
Il superciclo del debito è comune agli
Stati Uniti e a un gruppo ristretto di altri paesi, compresa la Cina, che mimano
le politiche debitorie dei paesi industrializzati, essenzialmente l’America. Si
produce un eccesso di risparmio in conseguenza della crescente concentrazione
della ricchezza – la quota della ricchezza nazionale in mano ai superricchi,
all’1 per cento della popolazione.
(Imf, “F&D Finance and Development”
marzo 2024 – Atif Mian, “Breaking the Debt Supercycle”).
Sulla Sicilia dei clichés, la mafia, i gelati (con le granite), le
amicizie mortali, qui con l’aggiunta tediosa della cucina palermitana, una
siciliana dal vero. Una cioè che fa e disfa e non uggiola. Al lavoro, da
vice-questore, e a letto, di giorno e di notte. Anzi, insonne e irrequieta. E di
passaggio anche qualche siciliano vero, bello ma non concupibile, perché virilmente
gay.
Con qualche errore, ma marginale. Non c’è confidenza coi subordinati, non
in Sicilia. Non c’è un rapporto padre-figlia così tenero, e uno madre-figlia così
acido, dopo che il padre è stato assassinato, coi soliti metodi, vili, della mafia
(il rapporto conflittuale madre-figlia è delle famiglie “normali”, non tra
vedove e orfane).
La serie inscena i gialli di Cristina Cassar Scalia, di Noto, quindi
neutra nella lite continua di Palermo con Catania, l’altra capitale, ma oculista
nel tempo libero a Aci Castello, cioè a Catania. Giusy Buscemi, “Vanina”, è di
Mazara del Vallo, quindi “occidentale”, quasi palermitana, eroina catanese per
caso, e da estranea. Ma la serie è prodotta da Carlo Degli Esposti, ed è il suo
omaggio a Catania, dopo lo strabiliante successo a cui ha portato il Montalbano,
eroe occidentale dell’isola. Le sue serie hanno il pregio di utilizzare i caratteristi,
attori veri, cioè di scuola, e locali, che danno veracità e vivacità alla
(solita) storia.
Davide Marengo, Vanina – Un
vicequestore a Catania, Canale 5, Infinity
Trump ha 91 processi penali pendenti, in
tribunali federali o statali.
Nell’ultima causa discussa, a New York,
in corte d’Appello, la cauzione che doveva pagare in attesa del giudizio in un causa per false dichiarazioni in bilancio (valori patrimoniali gonfiati che hanno
consentito prestiti e assicurazioni a tassi inferiori, con danno per la
concorrenza) è stata ridotta da mezzo miliardo di dollari (464 milioni) a 175.
Da pagare comunque entro dieci giorni.
La corte d’Appello che ha ridotto la
cauzione (una provvisionale in realtà) è detta dai media pro-affari. Ma è
composta da magistrati legati al partito Democratico, solo più sensibile ai contanti,
alle provvisionali liquide, che consentano di evitare il giro affaristico di intermediari
e liquidatori cui è necessario ricorrere nel caso di collaterali difficilmente
esigibili.
È Democratico, candidato dal partito ed
eletto senza concorrenti a fine 2015, il giudice della Corte Suprema del Primo Distretto
Giudiziario di New York, monocratico, che ha fissato la cauzione di 464
milioni, Arthur Engoron.
Il giudice Engoron si è pronunciato su un
caso promosso dalla Procuratrice capo dello Stato di New York, Letitia
James, Democratica. Da gennaio 2019 Procuratore Generale, prima afro-americana
e prima donna nell’incarico. Avviata all’attività giudiziaria col governatore Mario
Cuomo, poi lei stessa candidata a governatore, ma sconfitta alle primarie. La carriera
è decollata nel 2003, al Consiglio giudiziario di New York, 35mo Distretto.
Anche qui James aveva concorso senza fortuna, battuta da un altro Democratico,
James Davis, un poliziotto, anche lui afroamericano. Questo nel novembre 2001. Nel luglio 2003, quando partiva la
campagna per la rielezione, Davis fu assassinato da un rivale politico, democratico, afroamericano, Othniel Askew, e James
ebbe così via libera.
Le cento, o trecento, o seicento, obiezioni
dell’Antitrust di Bruxelles alla fusione Ita-Lufthansa non sono da ridere,
anche se lo sono. Non sono burocratismo, sono la semplice volontà di non consentire
il salvataggio dell’Ita ex Alitalia. Con la ridicola ragione che Ita-Lufthanaa
sarebbe un monopolio. I cosiddetti burocrati di Ita, che poi sono uno solo, la
commissaria all’anti-monoplio Vestager, fanno di Ita, che è falilta tre o quattro
volte, una sorta di Superman, o Superwoman, del trasporto aereo. Nei voli
interni – dove è surclassata dalle low cost. In quelli europei, idem.
E in quelli, perfino, intercontinentali, che ha dovuto tagliare radicalmente, per
arginare le perdite.
Da qui le richieste: Ita e Lufthansa devono cedere alcune rotte ai concorrenti,
cercarseli, e poi finanziarli per qualche anno.
Non c’è da
ridere. C’è, ci sarebbe da dichiarare, che c’è la corruzione e Bruxelles. Che c’è,
lo sanno tutti, ma non si denuncia.
Si ride della
Commissione Europea, come di un branco di burocrati senza senno. Mentre la verità
è un’altra. Specie alla direzione Concorrenza. Una direzione delicata, che
richiederebbe molti audit interni e controlli incrociati. Che invece non si
fanno. Si chieda a Mario Monti, che ebbe anni difficili per farla rigare dritto,
nei cinque anni in cui poté reggerla, perché alla presidenza c’era (lo proteggeva)
Prodi.
Più assurdo
di tutti è una commissaria antitaliana – anti qualcuno o qualcosa. Ma la
commissione di Bruxelles non si pone limiti in termini di assurdità.
“Raccogliere lo sporco del tuo cane è
decoro e rispetto verso gli altri, ma gli escrementi dei cani diffondono
malattie, parassiti soprattutto, e le uova rimangono nel terreno per mesi, poi
con la pioggia finiscono nelle acque superficiali. L’uomo s’infetta attraverso
piccole scarificazioni cutanee o portando le mani alla bocca. Al mondo sono un
miliardo le persone che hanno contratto malattie da parassiti per via degli escrementi
dei cani” – Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche
Farmacologiche Mario Negri.
Una domenica si corre nella capitale l’Acea
Run Rome, una maratona, “la manifestazione sportiva più grande d’Italia”. Mezza
città chiusa, mura e rovine usate come orinatoi, pulizia straordinaria del percorso, di plastiche, lattine, cartoni.
La successiva è “domenica ecologica”.
Circolano solo le auto dei più abbienti, elettriche, ibridi, e termiche di ultima
generazione. Con effetto nullo sull’ambiente, poiché la concentrazione dei gas
non si riduce, e anzi si accentua nelle “finestre” di apertura al traffico
libero.
Milady e D’Artagnan alla caccia del collier della regina, per
salvare il re e la Francia. Un film d’azione e d’avventura, in un quadro storico
ben delineato, e drammatico: la corona di Francia in bilico, fra cattolici e
ugonotti, col rischio di separatismo di “quelli della Rochelle”, armati e animati
dalla perfida Albione, dal duca di Buckingham. Con l’infelice amore della stessa
regina di Francia, Anna d’Austria, per il duca.
Un vero Dumas, dalla narrazione irresistibile. Nulla a che vedere con la
parodia italiana alla Brancaleone di Giovanni Veronesi sei anni fa, con Favino, Papaleo,
Mastandrea, Rubini, Haber - e Margherita Buy nei panni della regina scemotta. Qui
tutti attori nel ruolo, belli e convincenti – pur tra le troppe scene alla Bud
Spencer: la Milady di Eva Green, la figlia di Marlène Jobert, la Isabelle de “I
sognatori” di Bernardo Bertolucci, e D’Artagnan, il giovane ma ben guascone
François Civil. Con un Vincent Cassel d’eccezione, un Athos grave, tormentato
dai traumi delle violenze subite, in amore, nella carriera, che attende
rassegnato la condanna alla decapitazione, per una violenza che forse non ha
commesso.
E con un appunto, a Dumas: perché dobbiamo simpatizzare per la regina - qui una eterea Vicky Krieps, dal lungo collo sottile, in attesa del collier,
o della mannaia - che è semplicemente una traditrice? Per di più confusa, e un
po’ sciocca. Dobbiamo parteggiare per gli ugonotti, che sono per l’Inghilterra?
Confusamente, come la regina? E perché contro Richelieu, che invece lavora per
salvare la Francia? Un Dumas sovversivo?
Martin Bourboulon, I tre moschettieri
– D’Artagnan, Sky Cinema
zeulig
Adattamento – È la chiave
del matrimonio – della coppia, come ora si dice. Ne tratta, e porta a sintesi,
la scrittrice Nina Berberova nelle riflessioni che registra esule a Parigi durante
la guerra (“Il quaderno nero”, pp. 84-85), riflettendo sull’innamoramento: “Solo
in seguito, grazie alla forza dell’amore, venivo a conoscere il nucleo interno
della persona. E attraverso questo amore, nato un bel giorno miracolosamente e
istantaneamente, mi adeguavo a quel nucleo interno, il che era già la felicità”.
Senza attardarsi sulle diversità, sui “tratti del carattere”, i “modi”, i “gusti”.
Tanto più che “la sensazione esteriore di «inizio» non aveva niente a che
vedere con la bellezza o l’avvenenza della persona”.
L’“adattamento”, insiste Berberova, è una felice qualità femminile: “Dentro
di me non c’era spazio per nulla di cerebrale né nella prima impressione né nel
mio «adattarmi» all’altro. Sì, l’adattamento è sempre stato una felicità
femminile. Compiango le donne che non lo conoscono. «Adattarsi» non solo non è
umiliante (chi ha inventato questa sciocchezza’), ma è una condizione
necessaria della beatitudine”.
Destra-sinistra - C’è una destra sociale. Una destra
rivoluzionaria (Nolte, Sternhell). Una destra di massa e per le masse. Destra e sinistra le
distingue solo il regime politico, se la sinistra è democratica (liberale).
Destra e sinistra
non esistono è tesi di Marto Tarchi (nella serie di dibattiti romani l’anno
scorso, alla Scuola Fo di cittadinanza, organizzati da De Masi e pubblicati in
“Destra e Sinistra”), e quindi di destra. Uno schieramento che Tarchi cerca di
evitare così: la classificazione non è fra “le linee di conflitto fondamentali
che attraversano l’epoca contemporanea”. Destra e sinistra sono concetti
“puramente convenzionali, in parte reversibili e comunque collegabili a essenze
distinte a seconda del punto di vista prospettico, degli argomenti, dei temi”.
Non esiste “una”
sinistra”, non esiste “una” destra, dice ancora Tarchi. Questo è vero. E c’è un
mimetismo, costante, destra-sinistra, uno scambio-appropriazione i valori. Più
forse della destra, quella moderna nasce mimando la sinistra (il fascismo mima
il comunismo sovietico). Ma anche della sinistra – il leader carismatico,
il decisionismo, il centralismo (burocrazia, economia).
Entrambe, “destra
e “sinistra” come caratterizzate e intese nel Novecento (le etichette oggi sono
sbiadite), sono una contestazione, o
forse una rottura, col principio
liberale. Contro l’individualismo, che è parte dell’ideologia liberale, ma
anche contro il principio liberale, della libera (mobile) espressione politica,
sia nella proposta (redazione, conformazione) sia nell’adempimento (elezioni,
parlamento, governo), fondamentalmente sempre montesquieuviana.
Fascismo – Un movimento di massa, analogo e contrario al comunismo. È un fatto
storico, del primo Novecento. Che si perpetua nelle forme attutite del
conservatorismo, della “destra sociale”.
Da un punto di vista formale, giuridico (statuale), analogo al comunismo di cui si volle il contrario e il nemico. Analogo anche,
in notevole parte, come proiezione sociale (contadini, operai, donne, infanzia).
E come militarizzazione della società, a partire dall’istruzione. Solo distinto
in materia di proprietà, di possesso. Ma l’anticomunismo si labella di
fascismo. E non c’è condanna del comunismo anche se è stato ed è tuttora un
regime politico imposto con la violenza: privazione dela libertà, controllo
sociale rigido, regime di polizia senza libertà.
Il fascismo dell’antifascismo è stato tema polemico dei
Radicali di Pannella, ma non senza riferimenti fattuali. L'antifascismo degli anni
1970 e 1980, in Italia e in Germana, fu responsabile di molti assassinii. Meno sanguinoso, ma ugualmente eversivo, è stato ed è certo giustizialismo, che si connota di sinistra ed è violento (leaks, dossier, campagne stampa).
Analogo il discorso per il neofascismo. Di un partito
a tutti gli effetti costituzionale, ma caratterizzato dalla nostalgia o culto
del fascismo, di tipo mussoliniano, totalitario. Ma non più di tanto, del sentimento: da sempre il partito che lo rappresenta,
Msi, poi An, ora Fdi, è stato parte attiva dell’attività parlamentare e politica
della Repubblica, costituzionale. Nel 1955 contribuì all’elezione del presidente della
Repubblica Gronchi. Due anni più tardi sostenne il governo monocolore Dc di
Adone Zoli. L’anno successivo, 1958, votò a Palermo, alla Regione Sicilia, la Giunta
Milazzo, un Dc di sinistra che faceva maggioranza, contro il suo partito, con
il Pci, il Psi e il partito monarchico. Nel 1959 sostenne il secondo governo
Segni, monocolore Dc. L’anno dopo il governo Tambroni, sempre monocolore democristiano. Nel
1962 fece eleggere Segni presidente della repubblica. Nel 1972 fece eleggere presidente Leone, e sostenne il primo governo Andreotti. Da 1994 è costantemente un partito
di governo, nelle alternanze fra destra e sinistra, costituzionale.
Individualismo – In fondo, p.es. in questa congiuntura storica, è
quello di Hobbes, homo homini lupus. Il trademark del mercato -
del Millennio. Della speculazione – stato di guerra permanente. Delle guerre economiche. Delle tante guerre come sempre insensate.
Libertà – È il proprio
dell’uomo. Ed è la cultura. La natura non ha in sé, e non può inventarselo, il
suo fine ultimo. O ragione d’essere. Questa le viene dall’uomo attraverso
l’esercizio della libertà. Dalla formazione del giudizio. Dalla cultura. Che è
la natura umana - “Solo la cultura può essere lo scopo ultimo che si ha motivo
di attribuire alla natura rispetto al genere umano (non la propria felicità
sulla terra o il suo essere semplicemente il principale strumento per istituire
ordine e accordo nella natura, priva altrimenti di ragione)” (Kant, “Critica del
giudizio” nell’edizione Einaudi, p. 264). La cultura non come esito dell’educazione
ma come “tensione della natura conforme a scopi verso un perfezionamento che ci rende recettivi a scopi più alti di
quelli che la natura stessa può fornire” (p. 266).
Elettra
Stimilli, “Filosofia dei mezzi”, 79, fa
di questo Kant il paradigma del “fardello dell’uomo bianco”, dell’“occidentale”
che si concepisce “signore della natura” come già Kant l’ha concepito (ib.
263). E lo è. Ma l’imperialismo va ancora analizzato nella sua complessità, che
non è lo sfruttamento delle risorse o lo squallore del colonialismo –
prescindendo da Hegel, dal suo recluso occidentalismo (europeismo).
Tolleranza
–
È una virtù, ed è un fatto storico, legale. Che si articola in accettazioni e
in divieti. P.es. sono intolleranti oggi molte minoranze, che si vogliono, e
sono, dovrebbero essere, i primi beneficiari della tolleranza. Gli islamici e
islamisti nei paesi non islamici, in Europa e in America, che nelle patrie
islamiche sono radicalmente intolleranti verso altre confessioni religiose, e
verso altri ordinamenti politici e costituzionali - verso la libertà, di opinione
e politica, verso le loro stesse donne, verso confessioni islamiche diverse dalla
propria. O molte “minoranze" (gruppi di opinione) femministe. O degli afroamericani che praticano
e impongono la woke culture, e la critical race theory.
Verginità –
La scrittrice russa Nina Berberova la vuole mostruosa: “La cosa peggiore è la
verginità. Qualcosa di mostruoso, che suscita disgusto, ripugnanza, ribrezzo.
Non aprirsi mai a nessuno è assolutamente contro natura” (“Quaderno nero”,
dicembre 1940, p. 46 dell’edizione italiana). Verginità come stato d’animo, non
– non solo – come astinenza sessuale.
zeulig@antiit.eu
Non c’è in Italia una grande tradizione di letteratura di viaggio, niente
di comparabile a quella inglese, o francese o tedesca. Ma di essa la più
rilevante è probabilmente quella femminile, di viaggiatrici-scritrici.
Calmasini parte da Cristina di Belgioioso, un personaggio non pienamente
apprezzato nelle sue tante sfaccettature, tra esse quella del “Viaggio in Oriente”,
intrapreso nel 1849 per sfuggire alla repressione dopo la Repubblica Romana, con
la nutrice e la figlioletta, fino nella Turchia profonda, Ankara, dove creò un’azienda
agricola. Da lì inoltrandosi in un lunghissimo viaggio, a cavallo, fino a
Gersulemme, per la prima comunione della figlia.
Calmasini analizza di fatto solo tre testi. Il racconto del Sud America
di Gina Lonborso, medico , figlia di Cesare, che accompagnò nel 1907, portandosi
dietro il figlio di quattro anni, Leo, il marito Guglielmo Ferrero in una serie
di conferenza sui suoi studi in tema di “Grandezza e decadenza di Roma”. Un
viaggio di cinque mesi, in Argentina, Uruguay e Brasile. Poi circostanziato in
“Nell’America Meridionale (Brasile, Uruguay, Argentina)”. Da medico, quindi tra
strutture sanitarie, educative, criminali. Con due temi ricorrenti: il ruolo
civilizzatore dell’emigrante, e l’anti-femminismo, del femminismo inteso in senso
moderno, di rivalsa. Un viaggio quasi professionale, ma rilevantissimo nella
parte femminista-antifemminista. L’ultimo capitolo, si evince dagli estratti
del saggio, ,“La questione della donna nell’Argentina”, è scandalizzato: la
donna vi è “mascolinizzata”, giacchè esercita, esercitava già un secolo fa,
tutte le “professioni maschili”, medico, chirurgo, odontoiatra, antropologo in
particolare, e lo fa senza andare incontro a nessun ostacolo, né durante gli
studi né a carriera avviata.
Il terzo testo che Calmasini esamina è la raccolta di corrispondenze di viaggio di Anna
Maria Ortese, essenzialmente dall’Italia, e in Italia da posti di mare (Ortese
era di famiglia di gente di mare, perse due fratelli in mare da ragazza) “senza
mare”, con incursioni fuori, anche in Russia, a Mosca e Stalingrado, e in
Inghilterra e Francia. Una raccolta da lei stessa proposta per trent’anni, e
finalmente pubblicata in memoriam. Di mondi visti sempre attraverso la
“lente scura”, il titolo che poi è stato dato alla raccolta dal curatore Luca
Clerici, di “malinconie e protesta”.
Ortese viaggia smarrita. Un po’ perché non può prendere l’aereo. Di più perché
lo spaesamento la smarrisce: “Le prime ore nella stanza d’albergo di una città
straniera, o perlomeno sconosciuta, non sono allegre”, c’è un “primo momento di
sconforto”: nelle sue corrispondenze, spiega il curatore della “Lente Oscura”,
Luca Clerici, “non ritrae il mondo, ma l’immagine del mondo che la sua anima
rispecchia”. Al contrario di Cristina di Belgioioso, un’esploratrice gagliarda
della diversità, senza paura e senza preclusioni.
Il testo-madre in materia è il volumone “Spazi, segni, parole: percorsi di
viaggiatrici italiane”, ricostituiti dieci anni fa da Federica Frediani,
Ricciarda Ricossa e Luisa Rossi, coordinate da Luca Clerici.
Tatiana Calmasini, Viaggiatrici
italiane fra Ottocento e Novecento, academia.edu
spock
Il pessimismo
è di destra o di sinistra?
E il popolo?
“Il pessimismo
è un lusso che i poveri non possono permettersi”, Miguel Benasayag?
“Non esiste
felicità senza libertà”, Pepe Mujica?
La democrazia
è come la civiltà, vagante?
“Tradizione è custodire
il fuoco, non adorare le ceneri”, Gustav Mahler?
spock@antiit.eu
Un Aristofane pensieroso più che ilare, preoccupato nel 421 a.C., quando
presentò la commedia, dalla guerra senza fine tra Atene e Sparta. Dall’assurdità
della guerra, quando non è un atto di difesa: uomini si armano di tutto punto e
vanno a uccidere altri uomini, che nemmeno conoscono, o a farsi uccidere, e non
sanno perché. Non rinuncia alle battute, ai feroci repartees, ma in un
quadro malinconico. Tanto più che gli dei hanno abbandonato l’Olimpo, e gli
umani non sanno a chi rivolgersi. Tra una Pace muta e una Guerra fiammeggiante.
Con una novità, un’anticipazione del sociale. Trigeo, l’uomo della strada
che ha deciso di porre fine alla guerra, cerca inizialmente l’aiuto degli dei. Ma
nell’Olimpo trova solo gli sberleffi di Ermes. La guerra gli si presenta allora
qual è, una follia umana. Finirà, tra alterne vicende, per indirizzarsi alle persone,
ai greci, a tutti i greci, perché si uniscano a porre fine all’eccidio. Fra tutti
i greci saranno i più poveri e sguarniti, i contadini, a recepire il suo messaggio.
La pace è in terra – e per questo è difficile?
Non una novità- Anche in tempi recenti, nei settanta-ottant’anni, tre generazioni,
in cui l’Europa per la prima volta non si è fatta la guerra. Non una novità
anche sulla scena. Vincenzo Zingaro riprende il suo adattamento di trent’anni
fa, con la Compagnia Castalia, che anima un Centro Stabile del Classico. Con Rocco
Militano, oggi come allora, ex di Peter
Brook, Grotowsky, Julian Beck, Eugenio Barba, e le Irene Catroppa, la Pace,
Laura De Angelis, la Guerra.
Con le maschere dello studio di Carboni, cui faceva capo Fellini per i trucchi
e gli effetti speciali.
Aristofane, La pace, Teatro Arcobaleno Roma,
“Sistema sanitario
nazionale, fine dell’indipendenza energetica, fine delle auto a combustione, censura
di massa sulla libera opinione. Queste idee pericolose della sinistra Americana
vengono dai burocrati di Bruxelles”: fa la pubblicità sui giornali un sito americano,
eu-us forum, centrato sui veleni che vengono dall’Europa e insidiano il
benessere americano – “le politiche Ue distruggeranno gli Usa”. Europa infetta, Occidente un po’ diviso.
I principi reali inglesi
si devono difendere dai tabloid più che dalle gravi malattie di cui sono
vittime. Cioè dai giornali popolari. Che a sentire i commenti dell’uomo e della
donna della strada sono disprezzati. Ma sono “popolari” perché vendono (scemenze),
milioni di copie ogni giorno, quando non scrive libri, decine di milioni.
Alla manifestazione di
solidarietà per Decaro, il sindaco di Bari, il presidente della Regione Puglia Emiliano,
un giudice in aspettativa, racconta di quando Decaro, suo assessore (Emiliano
era allora il sindaco) fu minacciato per la definizione della ztl, e lui portò
Decaro dalla famiglia del “boss di quel quartiere”, per dire che era un suo
uomo e andava rispettato: “Questo ingegnere è assessore mio e deve lavorare…”.
Un processo per la casa
Tulliani a Montecarlo dopo quattordici anni? Con la richiesta di nove anni di carcere
per Fini e consorte?
Andando in pensione il giudice
Salvini, che una vita ha speso sulle “trame”, dalla morte di Mattei a piazza
Fontana, senza esito, “lascia 300 processi mai fissati” - 297 per l’esattezza,
tra cui 40 da “codice rosso”, cioè violenze sessuali e tentati omicidi. Tutto meglio
che “lavorare”?
Lo
stesso fa a Prato il giudice Tescaroli, che da trent’anni si occupa d’incolpare
Berlusconi e Dell’Utri delle stragi di mafia del 1993, a Firenze, Milano, Roma,
“per indebolire il governo Ciampi”, e favorire, diffondendo “il panico e la paura tra i
cittadini”, il lancio di Forza Italia. Passa le giornate tra ingiunzioni,
perquisizioni, sequestri, dichiarazioni, quando non scrive libri, e mai il
processo.
Il
giudice Tescaroli fa ammuìna, si direbbe, se non fosse veneto. Quanto basta per
uscire ogni due mesi sul giornale, a opera di giornalista fidato. Ma continua a
farsi pagare da noi, e a impegnare una gip, per quanto volenterosa, e un po’ di
polizia giudiziaria.
Le missioni militari all’estero
costano 1,4 miliardi l’anno. Per fare che, per le trasferte dei militari, che
al ritorno si possono comprare casa? Si potrebbe prevedere una paga raddoppiata
o triplicata per i militari, senza le spese di vettovagliamento,
accantonamento, armamento, un risparmio considerevole.
Il regista Garrone spiega
come si vince un Oscar. Non è difficile, c sono dele tecniche. Ma anzitutto
bisogna avere un distributore influente negli Usa. I successi italiani, dal
debole “Mediterraneo” a “La grande bellezza” erano stati procurati dalla
Miramax, da Harvey Weinstein – recordman di Oscar.
La Maratona di Roma domenica
si è immortalata lunedì con le foto di chi faceva pipì contro le Mura Aureliane
e dei rifiuti sparsi lungo il percorso, cartoni, plastiche, lattine, ma in
quantità. Acea Run Rome la pubblicità di Roma Capitale glorifica come la manifestazione sportiva più grande in Italia. Ma si corre per liberarsi dei rifiuti più che delle tossine.
Questa volta la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan ha esagerato. O hanno
esagerato i personaggi del cinema che si sono prestati alla loro caricatura: Valeria
Golino e Valeria Bruni Tedeschi, Gabriele Muccino invadente, un inverosimile
Gian Marco Tognazzi, gonfiato come un otre. E tutti purtroppo sparano a
raffica, impedendo l’effetto. Comico? Più disperante: sembra che il cinema italiano,
di cui naturalmente si vuole “la salvezza”, non sappia come si ride – con misura. Si ride con Emanuela Fanelli, la pericolosa attrice Luana Pericoli che si fa il suo biopic, strepitosa. Ottima anche Sara Lazzaro in un ruolo brillante, segretaria imbranata e risolutiva, finalmente libera dai patemi interminabili dei cinque o sei anni della serie Doc. Ma è poco.
Peccato. Salvare il cinema italiano, e firmare contratti per un film di
cui nessuno sa niente erano aneddoti forti. Ma le “due Valerie”
e Muccino ci possono poco. Anche le storie personali dei soci dell’agenzia, che
irrobustivano di sorprese la prima serie, si perdono nella furia.
Luca Ribuoli, Call My Agent
Italia – 2, Sky