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sabato 25 giugno 2011

Il mondo com'è - 66

astolfo

Civile – In politica ultimamente la connotazione viene opposta al potere: la società civile allo Stato, i diritti civili di Carter alle democrazie popolari. Mentre tradizionalmente, in Hobbes, in Kant, e fino a Hegel e Marx esplicitamente, civile era proprio la società politica, contrattuale, in opposizione alla naturale, primitiva, selvaggia. Ma già il primo Rousseau, nella sintesi del “Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza”, aveva rimescolato i termini: la società politica sorge, sulla base del contratto sociale, come superamento della società civile, litigiosa, divisa, e ritorno allo stato di grazia naturale. Gramsci fa grande conto della società civile, ma come fatto sociale culturale (della formazione, del consenso), in contrapposizione al politico (della coazione). L’accezione attuale, in Italia, è Marx: il luogo dove si formano i processi di conoscenza e azione, di realizzazione, la struttura sociale, mentre lo stato è un cappello che si mette in necessario. Un rovesciamento di Hegel, e anche di Rousseau.

Guerra – Non fa più notizia, come una qualsiasi altra attività burocratica, che si svolge con noi, per noi, a spese nostre, ma non ci riguarda. L’Italia ha fatto più missioni in Libia, cioè bombardamenti, che qualsiasi altro paese della coalizione Onu: lo dice il ministro Usa della difesa ma non interessa nessuno in Italia, la notizia non viene commentata e neanche diffusa – e del resto viene dagli Usa giusto come rilievo statistico. Due o tre squadriglie ogni giorni di equipaggi di cacciabombardieri indossano la tuta da combattimento, vanno a Tripoli, sganciano le bombe, fotografano il danno, rientrano, e si rimettono in libertà. Nel vuoto. Il pilota, già soggetto privilegiato della mitografia bellica, è una sorta di bellonauta da playstation, senza nemmeno un vero volto.

È scaduta anche ogni tensione etica legata alla guerra, sui limiti e lo scopo della guerra, la congruità degli ordini, la loro eticità. Forse era scaduta già mentre si celebrava Norimberga, non si è mai potuto accertare la congruità del bombardamento atomico del Giappone. Ma se ne parlava, il Giappone considerando un’anomalia in una guerra sicuramente difensiva, e in una condotta della guerra, quella anglo-americana, tutto sommato limitata benché “totale e a oltranza”. Ora l’argomento risulta strano.

Meticciato – È celebrato ormai stabilmente come incontro di culture, e quindi come arricchimento. L’elogio più celebre resta quello di Senghor nella famosa antologia della Poesia nera africana del 1948, con la prefazione di Sartre, che scrisse per l’occasione il saggio altrettanto famoso “Orfeo nero”, sul razzismo antirazzista, ma la tesi dell’incontro ha una consistente tradizione e dottrina – anche razzisticamente, come incontro di energie vitali diverse. Dopo che per secoli si era sottolineata invece la differenza, fino a stabilire una profusa classificazione, nominale e anche ordinale, degli incroci: mulatto, quarterone, ottavino.
Il fatto è però sempre stato limitato al bianco, europeo, americano, col nero. Più specificamente all’uomo bianco con la donna nera. E ultimamente non tiene conto di differenze che invece possono agire in senso inverso, di un meticciato in cui la parte “bianca” è cioè succedanea all’altra, che non necessariamente è nera. In particolare con gli anglo-indiani, dell’Ovest (West Indies) e dell’Est, e con gli anglo-pakistani, o anglo-mussulmani in genere. Un grande anglo-indiano dell’Ovest, V.S.Naipaul, premio Nobel, viene così a tenere comportamenti che nessun bianco terrebbe: sulle donne, sugli ebrei, sugli africani. Salman Rushdie, per la cui immortalità con la condanna dei “Versi satanici” è morto il suo traduttore giapponese, mentre l’editore norvegese e il traduttore italiano, Ettore Capriolo, sono stati selvaggiamente feriti, con gravi danni fisici e psicologici, non ha mai speso una parola d’interesse, se non di compassione: un’altra mentalità? Mentre a Londra l’oltranzismo degli islamici inglesi che occupava le piazze bruciando libri già venti ani fa, contro Rushdie, è arrivato a far saltare, per puro odio, la metropolitana di Londra nel 2006 con tutti i passeggeri. Una Maïwenn, regista del film “Polisse”, che per conformismo è stato premiato a Cannes – il conformismo del politicamente corretto: premiare una donna bisogna, tanto più se algerina, seppure a metà – dice a “Io Donna”: “Scusate se non mi ricordo di Riccardo Scamarcio”, col quale ha girato il film. È un’altra tipo di donna, figlia di un’attrice algerina molto bella che però per il successo ha dovuto puntare tutto sulla figlia. Questa non è “un’altra storia”, ma anche lo è.

Obama – È l’outsider per eccellenza, senza pedigree, senza passato personale, giusto giovane, magro e un po’ nero. La figura dell’outsider non è nuova nella politica americana, e riattiva d’ordinario la fiducia nell’America, nella democrazia, nell’individualismo. Mentre sono presenze irrilevanti, tanto che non si riesce a percepirne l’irrilevanza. Come mascherine sempre rinnovate, di cui un artista che fiuti i tempi sa adeguare i tratti, su un corpo immutabile.
Il presidente americano è un imperatore, si dice, seppure a termine. Ma non c’è un Napoleone nella serie ormai lunga di presidenti americani, né un Cesare, un generale che sia anche fine politico, o uno dei tantissimi, buoni e cattivi, imperatori romani: proprio per essere al’aria del tempo, il presidente americano è uno che non lascia traccia. Se osa lo uccidono: Lincoln, Kennedy, Robert Kennedy, lo stesso Reagan.
La democrazia non ha bisogno di eroi, si dice anche. Ma di governanti che governano sì. Ora dov’è il governo negli Usa? A lungo è stato nel Pentagono. In questi decenni di globalizzazione è nelle banche, innegabilmente.

astolfo@antiit.eu

venerdì 24 giugno 2011

Firenze gotica per morti gay, in serie

Un thriller gotico più che un giallo. Pieno di morti e di sangue, tra le ombre sinistre di una Firenze tanto decantata quanto incupita. Singolarmente “scorretto”, poiché molta omosessualità, di uomini e donne, fin dall’infanzia, porta sconfinata violenza. Giuttari sarà per questo popolare negli Usa e in Germania. Ma i gialli, non è bene rileggerli.
Michele Giuttari, Scarabeo

Viaggiare (in Italia) è inutile per Benjamin

Benjamin a vent’anni è narratore piatto come nelle prove della maturità, “Infanzia berlinese”, “Einbahnstrasse”. Il viaggio è come in terra incognita, dove tutto non va bene per essere diverso – ma anche gli alberghi tedeschi, di cui il diario abbonda, non sono granché.
Walter Benjamin, Il mio viaggio in Italia. Pentecoste 1912

giovedì 23 giugno 2011

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (93)

Giuseppe Leuzzi

Che fine ha fatto la Variante di Valico?
Perché si parla tanto (male) della Salerno-Reggio Calabria e per niente della Variante di Valico? Di cui pure si sa che è stata cominciata nel 1997, è costata finora tre miliardi più del previsto, è lunga appena un’ottantina di chilometri, e potrebbe essersi persa nel nulla.
Che cos’è la Variante di Valico?
E il passante di Bologna?
Perché Autostrade paga un indennizzo ai Comuni della Variante di Valico per l’incomodo, tanto che non sanno più come spenderlo, e non paga niente ai Comuni della Salerno-Rc?
Tra Bologna e Firenze devono transitare una buona metà, se non due terzi, degli italiani in marcia su gomma, per esempio gli autotrasporti. Che vedono in quel tratto saltati tutti i piani orari, per imprevisti di cui non si riesce a tenere il catalogo. Ma non se ne sente parlare. Basta invece un tratto anche breve a una sola corsia sulla Sa-Rc per imbufalire i pochi viaggiatori, siciliani per lo più con qualche calabrese. Le bestemmie sulla Sa-Rc fanno oscurare il cielo. Se il viaggiatore è un emigrato, nella civile Padania o nella civilissima Europa, le invettive riempiono i siti in rete, le lettere al direttore, e ora anche i romanzi. C’è un perché? Questi viaggiatori, benché emigrati, disprezzano se stessi – il razzismo è come la servitù, sono contagiosi.

Antimafia
La Procura di Palermo dice che Saverio Romano, un signore siciliano che è diventato ministro di Berlusconi, non è mafioso, ma “potrebbe diventarlo”. La Procura di Catania rinvia a giudizio 53 su 55 imputati di mafia, escludendo il presidente della Regione Lombardo, che nel frattempo si è messo col partito Democratico, e suo fratello. Due pesi? No, due Procure criminali: la giustizia politica è il crimine peggiore.

Milano
Pisapia proietta in piazza il suo consiglio comunale, offrendo anche il risotto. Meno male che succede a Milano, così non possiamo lamentarci.

Il “Corriere della sera” trova martedì eccessivo il neo sindaco: “Ha esagerato coi toni cupi, dipingendo Milano come una città sfiancata, frustrata e spenta”. Ma anche il giornale è entusiasta del “tifo da stadio per Guliano Pisapia, diventato in pochi giorni un’icona del civismo e della democrazia partecipata”. È democrazia partecipata il megaschermo con risotto, per “pensionati e attivisti”, come dice la cronaca. Il civismo invece lo stesso giornale lo sostanzia di “veleni e zero tolleranza per l’ex sindaco Letizia Moratti”. Cioè: piazzale Loreto non fu un caso, Milano sempre vuole dire “io non c’ero” – la capitale morale di che?

Arbasino vuole le divisioni e l’odio del vicino connaturate all’Italia, e cita nel suo amarcord di domenica sul “Corriere della sera” le tante infamie sparse da Dante su città e popolazioni. Vuole dire che Bossi è come Dante?
Ma Dante sparlava anche di Firenze: quand’è che Bossi parlerà male di Milano?

Bossi: sembra di sognare.

Spassosa, anche grazie ai refusi, lode di Bocca a Bossi l’originario – uno che voleva fare “l’elettromedico”, cioè il medico col laser, “nell’équipe del professor Zuffi a Varese” (che non è mai esistito, dicono le cronahe, né a Varese né altrove), e studia il cuore “alle altre temperature”. A Bossi cioè quando non si era messo “assieme a Berlusconi e alla sua democrazia autoritaria”, nel 1993 - ma non fu nel 1993 che Bossi si mise con Berlusconi?
Bocca incontra Bossi e ne rimane fulminato – come del resto tutta Milano 1, quella che fa i giornali, le banche e l’opinione cosiddetta pubblica: “Non è stato, come si vuol far credere, un tradimento di classe, un avventurismo politico. Semplicemente ci sono state parti della borghesia che hanno visto nella Lega, se non l’uscita, un correttivo alla politica dominante delle clientele corrotte”. Nella Lega? “Nella prima amministrazione leghista di Milano”, continua Bocca, “entrarono medici, urbanisti, sociologi”. Perché, ci fu una seconda? Né si ricordano “medici, urbanisti, sociologi” nella giunta Formentini, forse scaldavano il posto. Stavano lì, dice Bocca, per “non passare per i partiti e per i loro appetiti”. Mangiavano direttamente?

Leonardo, che Milano ha coltivato, la migliore Milano, del Milan, dell’Inter, se ne va. Senza discutere, vuole solo andarsene. Non saluta nemmeno. Milano è stupita. Ma solo Milano.
Se ne va anche Eto’o, che purtroppo non si può dire un mercenario.

“The man who screwed an entire country”, l’uomo che s’inculò un paese, è il titolo grazioso dell’“Economist” per un’inchiesta sull’Italia. Condotta da un bel giovane che il “Corriere della sera” e l’ineffabile Severgnini subito incensano. Tradotta con riverenza e pubblicizzata dall’“Internazionale”, una rivista che pure non può permettersi tanta costosa pubblicità sui quotidiani. Una cosa che l’“Economist” non oserebbe per il Botswana. Ma a Milano buggerare si conferma normale.

I referendum hanno portato alle urne tutte le regioni, anche quelle che votano per il governo, in testa gli amministratori locali: si tratta di ricostituire la piccola rendita delle forniture di acqua, così essenziale, rinegoziando appalti e concessioni. I più animosi sono stati i buoni amministratori leghisti: è proprio vero che la Lega non si perde un alito di vento. Non per nulla è, all’origine, lombarda.

Il “Corriere della sera” propone un programma di buongoverno a Pisapia sotto il titolo: “Consigli da Londra, la Milano inglese”. A firma di Severgnini, che a Londra dice di essere di casa.

Napoli
“Essendo alga all’acquario” a Napoli, la poetesa Jaqueline Risset annota in più punti ella sua raccolta “Il tempo dell’istante”. Un’esperienza che ne trasfigura la visone-.. della vita: “”Questa sera\ nel corpo d’un’alga\ all’acquario\ a Napoli\ j’ai vécu:\ vita vegetale\ ma respirando la carne dell’acqua nutriente\ respiro leggero”. È un complmento: la città ha tante materialità, aggressiva, oppressiva,ma ha (ancora9 questa immaterialità.

Si indaga Bisignani – che è quello che è e tutti conoscono, su piazza da almeno quarant’anni- per indagare in realtà Alfonso Pepe. Per vendetta, perché era un sostituto Procuratore legato al procuratore capo Cordova. Che i napoletani hanno cacciato da Napoli, perché voleva sapere troppe cose.
Si è indagato Pepe con ogni mezzo illegale. Facendolo poi accusare dallo stesso Bisignani, ossia dalla sua fidanzata Valanzano, ex collaboratrice di Pepe. Furbizia? Tricchebballachhe? No, turpitudine. Totale. Evidentemente protetta – ma si sa che questi giudici amministrano soprattutto il ricatto.

Il consiglio comunale in Galleria. A mezzogiorno, senza l’aria condizionata. Applaudito dai “pensionati e i militanti”, riferisce commosso Giangiacomo Schiavi sul “Corriere della sera”, oltre che dai turisti giapponesi. Una congregazione del genere a Napoli non si è mai raccolta, che pure sempre s’innamora alla follia dei divi, col caldo che fa a fine giugno. Nemmeno per Maradona, per dire. Milano è invidiosa anche di Napoli?
“C’è attesa, curiosità, voglia di essere coinvolti (anche nella distribuzione del risotto omaggio offerto da un ristorante in piazza san Fedele)”, attesta il “Corriere della sera” del consiglio comunale a Milano: Napoli ha da imparare.

Con De Magistris Napoli si è assicurato un forte ariete per dare la colpa “agli altri”. Il neo sindaco ha fatto in fretta a riempire la città d’immondizia. Dopodiché ne ha dato la colpa al governo.

La prima decisione della giunta De Magistris a Napoli è “termovalorizzatore mai”. Il giudice mantiene gli impegni.
Ma non si può dure che non sia previdente: l’impegno fa prendere e annunciare dal vice Caputo, che il Mattino chiama “comunista gentile”, ben voluto dai parroci. Non si sa mai che la Procura cambi, e invece del gentile procuratore Lepore ne venga un altro. Si tratta infatti di un favore alla signora Marilù Faraone Mennella, sposa dell’ex presidente della Confindustria D’Amato, che su terreni del termovalorizzatore ha in progetto una valorizzazione immobiliare plurimiliardaria, NaplEst.

Viaggiando sulla Roma-Napoli, 180 km. di autostrada vigilato dal sistema Tutor, sulla seconda corsia a 130 km. l’ora, si viene costantemente sorpassati da grandi macchine tedesche coi vetri schermati che spariscono in un baleno – a 180, a 200 km. l’ora? Sono macchine ministeriali che vanno d’urgenza? E vanno tutte a Napoli? O semplicemente non pagano le multe?

Dacché la stazione di Mergellina non è più in uso, per andare nelle isole, Capri, Ischia, bisogna scendere alla Centrale, e da lì in tassì farsi portare all’imbarco degli aliscafi. Ma Da Roma almeno un paio di trasportatori hanno prosperato imbarcando i viaggiatori su grossi pullmann che li portano direttamente agli imbarchi. Napoli è proprio infetta?

leuzzi@antiit.eu

La ventura di essere lieve in più lingue

Sono poesie scelte dalle ultime pubblicazioni di J. Risset, tradotte da lei stessa. Mantenendo il mistilinguismo che caratterizza l’originale, con inserzioni di italiano e inglese. È il privilegio del traduttore, quando di più lingue è padrone – e una gioia incontenibile, anche se rara: il caso più illustre è Joyce – cui Jacqueline Risset ha dedicato il suoi primi studi, al Joyce “italiano”, che partì dalla coda “parlata” e non tradusse ma scrisse. Risset lo pratica a ragion veduta.
Ma è felice e insieme infelice sorte, avere più culture. Infelice perché oggi isola. Invitando a disperdersi, nella moltitudine moltiplicata delle possibilità, invece che a scegliere e a investire, operosi, progettuali, determinati. Riproduce in micro la dépense primitiva, una condizione isolante nell’età dell’accumulo – del tempo senza tempo, dei punteggi per la carriera. Il mistilinguismo, che è l’approdo della condivisione delle culture, diventa un po’ palude, l’angoscia del traduttore letterato, l’abbondanza-mancanza di parole, perché chi possiede più lingue continuamente inciampa in cose “che rifiutano di lasciarsi tradurre”: Jacqueline Risset stessa lo annota, la traduttrice-creatrice della “Divina commedia” in francese, che ha vissuto questa ventura. Che è biunivoca o bidirezionale: come alcune cose in francese vanno dette in italiano, o in inglese, così traducendosi in italiano la poetessa non può privarsi di un’espressione francese.
Ma sono molti i segni di questa raccolta, operata dalla stessa autrice tra le poesie date a stampa negli ultimi venticinque anni (la sua prima raccolta risale al 1971, “Jeu”). Le variazioni sottili (trasmutazioni) dello spazio e del tempo in “Essere alla finestra a Roma”, su fatti e detti di forte impatto, etico, visivo, ne sono la cifra e la misura. Lieve è la cifra delle voce: “Voce che crede\ esser nata dal nulla\....\ voce di puro futuro”. La meraviglia di vedere in una Roma “di oriental zaffiro”, nella piscina della Nocetta, “un giovane mostro con volto di vecchio\ (che) nuota piangendo”.
L’istante del titolo, e dell’ultima raccolta antologizzata, “Les Instants”, col maiuscolo, è anche, se non di più, una presenza in realtà. Talvolta costante, perfino oppressiva, altre labile. Fuggitiva, ma così è del tempo, che fugge comunque, anche tra gli “istanti”. “Lampo”, la prima poesia di questa raccolta, del 2000, l’avvicina a un’altra lettura curiosamente contemporanea e visiva, quella dei “ricordi” sorprendenti di Jacqueline de Romilly (“Les Révelations de la mémoire”) - filosofici questi ma della stessa natura, la sorpresa.
“Les Instants” è d’altra parte tra i pochi esempi di poesia civile francese del Novecento(o bisogna già dire del Duemila) – e, dopo Pasolini, rara anche in Italia. Ma su tutto prevale la ricerca e il diletto del suono, che sovrastano anche i ricordi e le emozioni. Mallarmeano questo, indotto probabilmente dalla pratica di Jacqueline quale traduttrice, di assonanze, risonanze, dissonanze (“terre\mère, tâche\cité, le fer e le verre). Intessuto dei sogni della successiva pratica surrealista-analistica: le inversioni, i giochi di parole (infime\infame, la planète bleu-bleutée, la haute atmosphère). I sogni come dissoluzione della realtà, o meglio composizione dell’irreale, dei “concetti (che) sono nuvole” (p.25).
Della nuovissima fisica francese quella, del Nobel Charpak: “The Shape of Sound”, del poema con questo titolo dedicato a Jakobson e Gertrude Stein, è la forma della storia nel suono. E della letteratura, Jacqueline Risset ha ottimi antenati. Di Flaubert e di Proust oltre che di Mallarmé, ma anche della fisica del letterato Rouseau, testimonial inatteso pure Chateabriand: il senso, il sound, e la sua forma (la “musica”). È anche il vissuto del traduttore, le parole trasformare in parole.
Jacqueline Risset, Il tempo dell’istante, Einaudi, pp.193 € 14,50

mercoledì 22 giugno 2011

Benjamin esorcizza coi sonetti l’attrazione della morte

Un decennio sotto la soggezione di Heinle, poeta più giovane di due anni, che Walter Benjamin conobbe nella primavera del 1913 all’università di Friburgo, e dopo un anno si uccise con la fidanzata Rika Seligson per lo sconforto, pochi giorno dopo l’inizio della guerra. Benjamin ne curerà la memoria per un decennio, scrivendo sonetti, settantacinque in tutto, in tre raccolte, fino al 1925. Dieci anni di sortilegi in realtà, in funzione apotropaica. Molti di questi sonetti, soprattutto della prima raccolta di cinquanta, hanno andamento canzonettistico – i Lieder, quando non sono sull’amore, sono sulla morte. Altri vagano in affanno, incerti, concettosi
Altri sonetti qui inclusi, sono sul matrimonio con Dora Kellner, che per Walter aveva divorziato da un precedente marito, Max Pollak, ma poi ne era stata lasciata per la scultrice Jula Cohn – una infatuazione di pochi mesi: dopo i sei sonetti in suo onore Walter la lascerà per Asja Lacis (nel mentre che andava in vacanza, a Ibiza e altrove, con le provvidenze di Gretel Karplus, amica molto intima moglie del futuro curatore della sua memoria Theodor W. Adorno – se andava a San Remo, invece, stava dall’ex moglie Dora, nella sua pensione Villa Verde).
È un’edizione un po’tirata via. Un’introduzione criptica di Rolf Tiedemann spiega che “le poesie dedicate alla morte dell’amico poeta rappresentano contraffatture capovolte dei componimenti della «stella del patto» di George, ma anche del «settimo anello»”. Si tratta della raccolta “Il settimo anello”, 1907, dove Stefan George celebra a più riprese l’amore del giovane Maximilian Kronberger, e della successiva “La stella del patto”, 1914, tutta centrata su Maximin. Non era un rapporto gay, quello di George con Maximilian-Maximin, da lui avvicinato per strada sedicenne, bensì platonico, pare, di guida spirituale ed estetica. Ma quando Maximin morì, due anni dopo, il poeta a lungo non se ne dette pace. Nella seconda raccolta, sempre in onore di Maximin, George ipotizza allo scoppio della guerra una società non più militarista e materialista.
Nulla di tutto questo in Benjamin. Che era molto socievole, se non un chiacchierone, e non era malato di “cenacolite” o cenobitismo: non ambiva a circoli chiusi, eletti, né a rapporti esclusivi, ancorché platonici. Il rapporto, non lungo, non specialmente intimo, con Heinle, lo opprimerà per dieci anni per l’angoscia della sua morte, risentita come una minaccia incombente sul proprio equilibrio: leggendo la raccolta, non si trova un altro filo. Benjamin, che non scriveva poesie, diventa poeta quando Heinle si suicida. È la sua maniera di reagire allo sconforto, spiega al grande amico di una vita Gershom Scholem. E questo farà: i dieci anni di sonetti in morte di Heinle, un amico fra i tanti ma suicida “per nessun motivo”, hanno soprattutto la funzione di scongiurare un cedimento, una tentazione analoga – “la fatica lieve dell’ora della morte”. La stessa socievolezza ha in Benjamn la funzione di allontanare la malinconia. La scelta del sonetto, forma da polire, di applicazione costante più che d’invenzione, confluisce in questa lettura, come un esercizio di attenzione prolungato, un’operosità scacciaumori – sarà per questo che i sonetti sono secchi?
Di Heinle, e del rapporto con Benjamin, Tiedemann fornisce un ritratto in appendice (che debutta con un refuso: “Quando nella primavera del 1923”, che è invece il 1913). Un rapporto di pochi contatti, non sempre concordi. Benjamin ne ama le (poche) poesie che gli capita di leggere – che però non sembrano granché, almeno quelle qui riprodotte da Tiedemann. E ne patrocina un paio di volte la collaborazione a “Der Anfang”, che però gliela rifiuta. Dal ritratto di Tiedemann sembra di arguire che Heinle abbia lasciato le sue carte a Benjamin, dato che questi “nel 1933, al’inizio dell’emigrazione, dovette lasciar(l)e a Berlino”. Ma Benjamin ne parla poco, a parte i sonetti. Di una conferenza su Heinle tenuta nel dicembre 1922 a Heidelberg dice che era “un lavoro svogliato” – caduto per di più “nell’incomprensione e lo snobismo” dei frequentatori del salotto di Marianne Weber.
Walter Benjamin. Sonetti e poesie sparse, Einaudi, pp. 228, € 15

Letture - 66

letterautore

Camilleri – Esercita, ne ha quasi l’ansia, una curiosa forma di correttezza politica: la sua militanza comunista dai diciotto anni nel 1943. Nella lunga conversazione con Francesco Piccolo, che segue a “La tripla vita di Michele Sparacino”, la esercita in confronto al padre. Che invece era stato fascista, e non se ne pentiva. Nella stessa intervista spiega l’ordine maniacale con cui scrive, ogni “Montalbano” di 180 cartelle word, divise di 118 capitoli di 10 pagine l’uno, e ogni racconto di 24 cartelle, divise in 6 capitoli di 4 pagine. Ma manifesta una paura invincibile, sebbene non “corretta”, della giustizia, specie del giudizio dell’opinione comune.
Anche di De Gasperi ha una visione da compromesso storico. Lo vede che scrive il “discorso splendido” di Parigi alla conferenza di pace (“Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”) “la notte avanti, con Togliatti, Nenni, Sforza, che gli dicevano: «Leva la virgola, sposta la parola», eccetera”. E fa rivivere al padre in punto di morte la scena in era stato promosso capitano per meriti di guerra: “Era agli ordini di Emilio Lussu. Lui era Lussu, e io ero lui. Urlava: «Tenente Camilleri, non faccia il coglione, si defili!»”. Ma Lussu era tenente (di complemento), sarà promosso capitano al congedo. Ed era inquadrato in una Brigata Sassari, costituita su base regionale, di sardi in prevalenza contadini e pastori.
Nessuna commozione invece quando Alicata, funzionario Pci, “chiude” “il Politecnico”, rivista Einaudi, per ripicca contro Vittorini. Camilleri aspettava la pubblicazione di alcune sue poesie sul “Politecnico”, promessa da Vittorini, e non tenendosi dalla gioia era andato per questo a Milano. Vittorini l’aveva visto volentieri, in quanto siciliano, ed era andato con lui a passeggio e a pranzo. Una giornata insomma memorabile. Al termine della quale Vittorini dà a Camilleri “l’Unità”, con “l’articolo di Alicata”. Ed è tutto.
Un mondo, insomma, di destra. La stessa concezione che Camilleri ha del Pci e del movimento è di destra: del galantomismo, per l’ordine e il coraggio. Il che non vuol dire che lui stesso non possa essere stato del Pci fin da ragazzo, come pretende: il Pci si riconosce anche in Malaparte e Montanelli, perfino in Longanesi. È possibile. Ma, scrivendo, Camilleri privilegia di fatto la verità: la spia è nell’assenza del “tutto mafia”, l’idiozia del Pci che lo ha sradicato presto dalla Sicilia.

Conan Doyle - Ernst Bloch, in “Tracce”, 45 (“Nobile apparenza”), ne fa il testimonial del ruolo scambievole, “con violenza”, tra innocenza e salvezza e i loro opposti - o dell’eterogeneità dei fini nella storia? A proposto di una delle tante cause umanitarie nelle quali C.Doyle s’impegnò, l’affare Slater, per il riconoscimento dell’innocenza del condannato, in quanto scrittore “altrettanto famoso da qualche tempo per la sua nobiltà di giurista al servizio del diritto”. Bloch ne rileva l’impegno disinteressato (“l’umanità tutta nuda, senza alcun secondo fine, senza nemmeno delle ragioni politiche come nell’affare Dreyfus”) e oneroso (“ha consacrato sforzi, sacrifici, appelli, voci fantomatiche di ogni sorta”) per la liberazione di un innocente ai lavori forzati da oltre vent’anni. Il quale però, una volta liberato e risarcito, è irriconoscente, si fa fotografare da ricco uomo soddisfatto sui rotocalchi, e pensa agli affari suoi. Mentre a C. Doyle non resta “che la noia della moralità o il disgusto d’aver lottato per un ecce homo e vinto per un uomo d’affari”. Allora fa il conto di quanto ha speso per la liberazione di Slater e glielo manda. Slater risponde che non gli ha chiesto nulla e quindi non gli deve nulla. “E così Conan Doyle ha denunziato il suo Florestano, trascinando davanti ai tribunali colui che aveva strappato ai tribunali, per mandarlo, invece che ai lavori forzati, alla prigione per debiti”.

Tanto impegnato nella società quanto trascurato nella scrittura. Sempre trasandata, squilibrata, tirata via. Questo c’entra nel successo di S.Holmes? Altiero Spinelli, “La goccia e la roccia”, 97, deriva dall’esperienza una verità utile: “La via «razionale» dell’osservare, astrarre, scoprire concordanze, ecc., è un’ingenua sciocchezza. Il linguaggio mitico è una necessità”.

Il “metodo” di Sherlock Holmes è già in “Tristram Shandy”, VI, 5: “Vi sono mille spiragli attraverso cui l’occhio penetrante può scoprire di primo acchito l’animo di un uomo”.
L’induzione invece Bacone, “Cogitata et visa”, XIV. (p.80), riporta a Platone: “Platone è il Maestro dell’induzione. Ma ha condotto solo indagini vaghe, ricavandone forme astratte”.

Gelosia – Non c’è nelle scrittrici. Che anzi professano, e fanno professare alle loro personagge si può dire? si dirà), che non solo non praticano questa passione ma ce l’hanno in odio.

Giallo – Ha la forza, in ambiente borghese e razionale, della demiurgia. Ogni vicenda sta in piedi anche senza il detective, Sherlock Holmes, Poirot, Maigret, Marlowe, Montalbano. Ma è un altro romanzo, come ce ne sono tanti, d’amore, d’avventura, di costume, storici. Il demiurgo fa la differenza. Anche se non risolve (non più nel noir): misura gli eventi, li spurga, li devitalizza. È il dentista.

Giallo è anche “Thérèse Desqueyroux”, e “Nodo di vipere”. Perfino “I promessi sposi”: uno aspetta di vedere che fine fanno i cattivi. O “L’uomo e il mare”, o opere altrettanto statiche, liriche. Le poesie delle ninfe, gli inni omerici….La differenza è che nel giallo non c’è altro.

Pound- Kerouac alla prima pagina dei “Sotterranei” inquadra così i suoi amici e se stesso: “Sono hips intellettuali e sanno tutto su Pound”. L’inglese sarà stata nel Novecento la lingua più innovativa e espressiva in letteratura – benché semplificata nel lessico, malgrado l’incredibile innovatività che varia perfino anno per anno – con strategie espressive continuamente rivoluzionate, da Joyce a Beckett, da V. Woolf a Faulkner, da Hemingway a Burroughs e Kerouac, dalla ripresa del monologo sterniano, sia pure nella terza indiretta, (V. Woolf, Faulkner, Carson McCullers, Salinger, Foster Wallace) all’asintatticità di H. Miller, alle innumerevoli variazioni degli scrittori in inglese dei cinque continenti, dagli anglo-indiani al russo Nabokov, grazie a Pound. Prima era la lingua più stabile, perfino addormentata. Anche rispetto alle lingue e letterature ancorate per programma all’accademia, come in Italia o in Spagna. L’impulso al cambiamento fu opera (teoria e pratica) di Pound, con costanza, con sacrificio – Pound ha molto dato a T.S.Eliot, Joyce, Lowell, W.C.Wiliams, gli stessi G. Stein e Hemingway, ma non ha debiti (mentre riconosce nella corrispondenza la generosità di Yeats e Ford Madox Ford).
Pound paga la sua “follia”, come l’ha definita il tribunale Usa, antiamericana e antisemita alla radio di Mussolini dopo il 1943, ma è il rivoluzionario del Novecento, l’unico di successo. La rivoluzione del Novecento, in mezzo a tante catastrofi, la guerra di trincea, l’Olocausto, l’atomica e lo sterminato libro nero del comunismo, è quella che ha rivoluzionato il concetto stesso di catastrofe, e Pound più di altri ne è l’artefice – per “altri” intendendosi Majakovskij genialissimo, Joyce, Beckett e i tanti epigoni americani.

Molti poeti americani furono filofascisti. Oltre T.S.Eliot, Cummings, espulso dalla Francia nel 1940 per disfattismo, Lowell, grande ammiratore di Hitler, Pound, antihitleriano ma fascista.

Edward W. Said, “The Mind of Winter. Reflections on mind in exile” (“Harper’s Magazine”, settembre 1984), un breve saggio di sette pagine sulla “mente in esilio”, ne fa l’“esiliato volontario”. Chi si sradica per una maggiore libertà. Come Joyce, Beckett, Nabokov – o Dante e Petrarca, la tradizione è lunga.

Settecento – Il secolo dei lumi è singolarmente scatologico per voler essere realista (razionale): le lettere di Mozart, quelle di Voltaire, quelle della Isabelle di Borbone-Parma, e perfino del moralista Federico il Grande di Prussia. Oltre alle tante scritture pornografiche. Sade estremizza una realtà.

Versi satanici – Ricorrendo i vent’anni della fatwa di Khomeini contro i “Versi satanici”, Marco Ventura ricorda sul “Corriere della sera” il 15 giugno che per il romanzo di Rushdie fu ucciso il traduttore giapponese e furono feriti il traduttore italiano, Capriolo, e l’editore norvegese, con danni gravi, fisici e psicologici. Che Rushdie non fece nemmeno una telefonata a Capriolo. E che “migliaia di manifestanti” a Bradford e Londra cosparsero di paraffina e incendiarono i libri di Rushdie. Ma l’etnocentrismo e l’imperialismo (il fondamentalismo islamico è una forma di etnocentrismo e imperialismo) Ventura dice sempre europei. Oggi e non cent’anni fa – mondo remotissimo alla velocità attuale della storia. Del cristianesimo e non dell’islam fondamentalista. “Negli stessi anni in cui respingevano i ricorsi contro Rushdie perché offendere l’islam non è reato,”, scrive, “i giudici inglesi condannavano chi offendeva il cristianesimo e vietavano la visione di film blasfemi su santa Teresa d’Avila”. I giudici inglesi forse no. Comunque, non è possibile confondere Khomeini con l’islam.

letterautore@antiit.eu

lunedì 20 giugno 2011

Per ogni P2 una Pn vincente – o Bisignani spione di se stesso

Le cimici in casa di Bisignani, chiacchierone incontenibile, non sono una trovata degna di Woodcock. Neanche di Napoli, che è ben sottile. Sono gli sbirri spioni a cercare i Woodcock, magari dopo una spiata? Perché allora Woodcock non ci fa sentire le cimici in casa di una puttana? Magari di una escort?
Una P 4 composta di quattro persone, poi, non è una cosa convincente. Di cui due, le antenne della loggia, sbirri semplici. Giudice Woodcock, che cosa ci nasconde? Si sa come vanno queste cose: per ogni P 2 o 4 che salta c’è una P n che si impone.
A meno che Luigi Bisignani non sia la testa, oltre che la coda, del serpente. Non per la moda dell’autoattentato – quella è roba milanese. No, proprio per voler essere a capo dell’Italia dei segreti, non da ora. Per averci provato, magari anche dentro i servizi veri, sicuramente da fuori, in proprio, anzi per esserci dedicato, con costanza. Non sarà per caso che abbondano le articolesse di chi assicura “io lo conoscevo bene”. E tutte ne fanno un Talleyrand e un Fouché insieme, perfino un altro Andreotti. Oppure i giornalisti solo conoscono le anticamere delle anticamere? Più che altro s’immaginano cose – discariche, su cui ributtare le turpitudini e ripulirsi.
Luigi ha sempre avuto il gusto del protagonismo segreto, da quando aveva vent’anni e faceva il praticante all’Ansa, che si aureolava segretario o confidente di ministri, cardinali e banchieri. Poiché è ormai indubbio che c’è un Grande Orecchio che ci controlla, con un elenco e un calendario dettagliati di vittime e scandali, Gigi potrebbe avere realizzato il suo disegno giovanile, raccogliendo infine tanti nomi che contano nella sua agenda parlata, al telefono - il giudice Woodcock potrebbe in realtà entrarci poco, lui è uno che si diverte, sa stare alla superficie.

Problemi di base - 64

spock

Abbiamo salvato le acque da Mosè?

Perché le Gradi Firme, Arbasino, Citati, Turani, lasciano “la Repubblica”? Non è mica l’Inter.

Perché ciò che va bene in Germania non si può fare in Italia? La Germania è meno democratica? Il Censore Unico non lo permette?

L’Italia fa il massimo sforzo contro Tripoli per avere più case da ricostruire? Più bombe e missili da sostituire? Per non venire meno alla storia?

Obama fa la guerra a Gheddafi come Reagan la fece a Granada? E perché la tira in lungo?

Nella guerra di Sarkozy è l’Italia che soprattutto ha bombardato e bombarda la Libia. Lo dice il governo americano, ma non è una notizia in Italia: c’è un Censore Unico?

Perché le bombe intelligenti non beccano Gheddafi e la fanno finita?
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“Gheddafi usa gli stupri come un’arma di guerra”, denuncia infine Hillary Clinton. Dopo aver preso il viagra. Ora, gli stupri mancavano, anche questo sito l’aveva denunciato. Ma gli Usa perché ci governano con così poca sottigliezza?

spock@antiit.eu

domenica 19 giugno 2011

Tributo, con epicedio, a Foucault

Per i sessant’anni della Bur i primi quattro capitoli di “Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane” con cui Foucault nel 1966 si instaurava interprete del mondo. Un’opera molto settecentesca, di sapere totale, che seguita alla rivelatrice “Storia della follia nell’età classica” (1963) e anticipava la “storia della clinica” (1969). Una lettura fantastica di Velasquez, “Las Meninas”, la prosa del mondo, il “Don Chisciotte” col Cartesio delle “Regulae” e l’inizio della “rappresentazione”, e infine sotto il titolo “Parlare”, la nascita del commento e la grammatica, con l’articolazione, la designazione eccetera. Qui con una formidabile, benché breve, introduzione di Maurizio Ferraris. Che ci fa scoprire Foucault come Molière aveva edotto Monsieur Jourdain, che tutta la vita aveva parlato la prosa e non lo sapeva.
Foucault sta in mezza paginetta, spiega Ferraris, in due coup de théâtre: “L’uomo non è che un’invenzione recente («a pagina 395 dell’edizione originale», dice Ferraris, ma anche subito per la verità, alla settima pagina della prefazione dell’autore che questa edizioncina omette), una figura che non ha nemmeno due secoli, una semplice piega del nostro sapere” – nostro, di chi? E: “Come è venuto può anche andarsene, scomparire”. Va e viene per le evoluzioni dell’epistème, l’organizzazione del discorso. L’uomo insomma è un po’ suicida, come vuole l’epistème del momento.
C’è una (non voluta?) ironia nella nota di Ferraris. Che è un epicedio, seppure entusiasta. Per un fuoco d’artificio spento, già cenere, volatile: tanto ingegno in Foucault che sembra quello che è, tanto brillante (piena di sé) quanto inerte e inutile. Un testamento, già alla fioritura. Ma tutto questo succede tardi per questo libretto, dove invece Foucault cavalca pieno di sicurezze, come un cavaliere della vecchia epistème. Forte anche della sua stessa ironia – l’attacco della voluminosa ricerca è: “Questo libro nasce da un testo di Borges; dal riso che la sua lettura provoca”, ha provocato in Foucault.
I meriti di Foucault non sono da dire. A distanza colpisce pure la rilettura pionieristica del secondo Cinquecento, che è quasi tutto italiano: Cardano, Campanella, Cesalpino, Aldrovandi, Porta. Con una conclusione però da philosophe del Settecento: “Il sapere del XVImo secolo si è condannato a non conoscere mai altro che l’identico”, attraverso cataloghi, elenchi, enumerazioni, e la “categoria, fin troppo illustre, del microcosmo” – che ora è in auge proprio in Francia. E con scorciatoie mozzafiato, per il lato ripido della montagna, nel cap. centrale, “La prosa del mondo”: Dopo lo stoicismo, il sistema dei segni nel mondo occidentale era stato ternario, dato che in esso venivano riconosciuti il significante, il significato e la congiuntura (il τύγχανον in greco). A partite dal XVII secolo, in compenso, la disposizione dei segni diverrà binaria, definendosi, con Port Royal, attraverso il legame di un significante con un significato”. Alcune diecine di “cose” in sei righe. E la “cultura occidentale moderna” si caratterizza per “il fronteggiarsi di poesia e di follia”? Col supporto di un Cartesio minore, anch’egli tardo cinquecentesco, quelle delle “Regulae” – il secondo Cinquecento sarà, come vuole Foucault, ripetitivo, ma è azzardoso. Per non dire delle etimologie, puro Settecento. Foucault trae da Le Bel, “Anatomie de la langue latine”, una Roma composto da ro-, forza, e –ma, grandezza. E il rosso trova nell’abate Copineau, “Essai synthétique sur l’origine et la formation des langues” “vivo, rapido, violento allo sguardo” nel segno –r. E il rosso in greco, russo, polacco, catalano che fanno a meno della –r (o il giapponese, chissà, il cinese?). Il Settecento laborioso ha prodotto tanto, a vuoto, quasi come il secondo Cinquecento. E il secondo Novecento in Francia, bisognerà cominciare a dire. Ma l’“archeologia del sapere”, che invenzione! L’archeologia è semplice, è ciò che “sta sotto”. E “Le parole e le cose” è in fondo “l’ordine in base al quale pensiamo”. Ma bisognava pensarci, con animo sgombro.
Michel Foucault, La prosa del mondo, Bur, pp. 1658, € 4,90

Il complotto perfetto di Baldini

Il penultimo atto, previsto, calato a freddo come una mannaia, senza preavviso e senza nemmeno “ah” “oh!” o altri segni di meraviglia, è l’assunzione da parte di Franco Baldini in persona, questa volta, della direzione generale dell’As Roma. L’ultimo sarà tra quindici giorni (ma già si dice tra un mese e mezzo), il passaggio dell’As Roma al Baldini medesimo, tramite DiBenedetto o altra fantomatica cordata di copertura. Con la copertura, questa non fantomatica, di Unicredit, dove sanno che i banchieri non possono osare, rischiano una brutta fine. Sempre a opera dei soliti noti, la congrega magari non qualificata ma potente, almeno nella stampa italiana, che in passato aveva fatto balenare altre cordate di innominati russi, svizzeri o arabi. Sempre nello studio esclusivo Tonucci ai Parioli.
Con che soldi Baldini si prende la Roma è irrilevante. Già non ce ne sono molti in ballo, se non i crediti di Unicredit. E poi è certo che alla penutima o ultima ora gli appigli non mancheranno per non pagare niente: perdite e debiti sopravvenuti, patrimonio sopravvalutato, etc.: le vie sono infinite per prendersi l’As Roma, una società quotata in Borsa e già amòiamente svalutata dal suo possessore Unicredit, senza sborsare un euro.
Si conclude come previsto una delle tante operazione di destabilizzazione dell’Italia operate da Londra – la prima fu Calvi, l’ultima è ancora in corso, l’attacco alla Libia. La teoria del complotto è vera e falsa, come la teoria contraria al complotto, e dunque seguiamola fino in fondo. Londra punta sull’Italia al solito come churchilliano “membro flaccido” dell’Europa pendulo nel Mediterraneo, nella sua costante guerra di posizione per l’indebolimento della “fortezza Europa” e per l’arricchimento della City. Le cui prospettive si sono moltiplicate a dismisura con Maastricht, con l’adozione cioè di cambi fissi e immutabili nell’euro, assortiti da “criteri di adeguamento” che consentono le più sfrenate incursioni. Ciò è solo evidente per chi legge l’“Economist” e il “Financial Times”, che peraltro non dissimulano di lavorare per la City e le banche.
Come c’entra Baldini in questo complotto? Tutto c’entra, gli spioni non vanno per il sottile. E la Toscana ha molti precedenti di quinte colonne delle osservanze londinesi. Che altro titolo ha Baldini di fare il direttore generale della Nazionale inglese di calcio, la gloria della nazione? Uno che non sa nemmeno l’inglese. Prima. E dopo il disastro l’anno scorso al Mondiale del Sud Africa? Capello ci ha titolo, poiché è l’allenatore che ha vinto di più, ma Baldini? Perché Baldini è quello che ha disastrato il calcio italiano, lui e non l’arbitro fallito Nucini, e forse invidioso (testimone inattendibile al processo a Napoli): l’ha fatto con perizia, e con alleanze forti con gli ambienti più corrotti (e per questo ricattabili) del calcio. Fino a mettere fuori corso la Juventus e il Milan, che davano fastidio ai club inglesi nelle coppe – è nelle coppe che c’è il business, nei premi e le scommesse.
Di Unicredit dice tutto, della pusillanimità se non della complicità, una vendita che è stata imposta ai Sensi per fare cassa e si conclude invece senza alcun introito e anzi con un credito ulteriore a questo fantomatico DiBenedetto (cioè a Baldini?). Ribattezzato pomposamente “credito al compratore”, come se fosse gergo tecnico della grande finanza Usa – come se le banche americane prestassero soldi a chi non ne ha, ma nella colonia Italia tutto si beve.
Baldini ha lavorato da sempre alla destabilizzazione del calcio, dapprima come una talpa poi come un bulldozer. E dal 2006 si è applicato con costanza a una serie inverosimile di attacchi all’As Roma, sulle quotazioni della società in Borsa, e sulla gestione della famiglia Sensi. Con un’antenna certa, almeno una, all’interno di UniCredit, che gli teneva bordone per la inverosimili cordate – tutte comunque certificate, anche quelle senza nome, dalla fratellanza della City. E con l’ausilio determinante di quattro-giornalisti a Roma, che l’hanno sostenuto a occhi chiusi e contro ogni evidenza – il segno più certo della loro non astratta militanza: un giornalista vero si pregia di avere, ogni tanto, dei dubbi.

sabato 18 giugno 2011

Il mercato del dio anglosassone

Si razionalizza molto su questo povero mercato che governa la globalizzazione: la mano invisibile (della giustizia sociale), la produttività, i prezzi decrescenti, i consumi per tutti. Con la ciliegina democratica: non è la ricetta perfetta ma è la migliore possibile. Poi si guarda alle cose, e il panorama dietro tanta ragionevolezza è solo sperequativo, in misura perfino assurda.
Il panorama è molto semplificato, semplice da capire. Guardando alle cose politiche (e militari), monetarie, culturali. C’è il dollaro-sterlina, gli Stati Uniti d’America con l’appendice Gran Bretagna, i famosi anglosassoni vituperati da De Gaulle, con corteggio di buoni propositi: la libertà, la stabilità, la sicurezza, la difesa dei diritti umani e civili, il benessere e i consumi per tutti. E naturalmente un’etica superiore (“io e il mio dio”), comprensiva della lotta alla speculazione. Che invece è il pilastro di questo asse: utilizzare il resto del mondo come punching-ball, alle cui spalle prosperare. Un ex presidente della Federal Reserve, Paul Vocker, che dice di temere “la disintegrazione dell’euro”, come ha detto un mese fa, sa benissimo che lo dice per accelerarla.
Meno stato più mercato è peratro formula ormai nota per significare una sudditanza degli interessi pubblici o sociali a quelli dell’arricchimento.
Si prenda il rischio americano di default della finanza pubblica, che tiene la Cina e il mondo col fiato sospeso, ma l’America vive quasi in allegria, comunque dormendoci la notte. Fu il grande liberista Reagan a moltiplicarlo negli anni 1980: per diciotto volte si fece aumentare dal Congresso il tetto all’indebitamento (che negli Usa è fissato per legge…), e il debito che aveva preso al 32 per cento del pil lo lasciò dopo otto anni al 53. Gli altri liberisti repubblicani, Bush padre e figlio, lo portarono all’82 per cento. Ora con Obama – che perlomeno non è liberista, non è ipocrita, e poi ha avuto la crisi di tre anni fa - salirà al 100 per cento. Il mercato è questo.
Sul mercato il circuito operativo e di comando, che i default di tre anni fa hanno evidenziato ma che è sempre stato ed è all’opera, vede le banche Usa-Uk, coperte dai rispettivi governi, creare le crisi (le bolle: le dot.com, per le quali si crearono perfino delle Borse speciali, i futures, il credito facile, ora il credito difficile, credit crunch), nelle quali realizzare ogni volta superprofitti da capogiro. Grazie alla agenzie di rating, privatissimi organismi che decretano di volta in volta sui debiti di quali aziende e quali governi puntare per realizzare, con la spremitura finale, partite di caccia grossa. L’Italia ne ha fatto l’esperienza nel 1992 – insieme con la Gran Bretagna, che da allora si è perfettamente allineata all’asse Usa, abbandonando ogni velleità europea.
Nella realtà non succede così, non c’è un complotto. Non c’è Obama che si siede a un tavolo con la regina Elisabetta e insieme decidono dove e come colpire – anche perché: chi è Obama? Ma è così che le cose funzionano, è il modello che ci imprigiona, carcerati peraltro volontari. Il circolo del mercato del Millennio è certamente originale. Ma soprattutto per basarsi sulla convinzione. Anche sulla forza: gli Usa, con l’appendice inglese, non ammettono “scissionisti”. Ma preferiscono i buoni discorsi. Siamo così tutti convinti che sia giusto che sia giusto, che si arricchiscano le banche e i governi “anglosassoni”, anche se a nostre spese.
Il modello è la perversione mentale della piccola borghesia. Gelosa e insieme invidiosa, vogliosa di farsi, volpe, leone. Adottato in chiave internazionale: funziona, tutti servi volontari.

La principessa filosofa che Parma disconosce

Élisabeth Badinter ricostruisce una figura straordinaria di principessa filosofa. In un personaggio minimo della storia: una ragazza cresciuta a Madrid fino agli otto anni dalla nonna Isabella Farnese, nel disamore della madre Louise Élisabeth, la figlia primogenita del re di Francia Luigi XV, quindi in nove mesi beniamina a Versailles dei nonni materni e della corte, per undici anni a Parma con i neo duchi suoi genitori, e per tre anni, dai 19 ai 22, sposa di Giuseppe II, che sarà il successore della madre Maria Teresa. La quale, morendo a 22 anni, ha lasciato una serie nutrita di riflessioni, a Parma e a Vienna, sul mondo, la formazione dei giovani, la religione, i cristiani, il commercio, i prussiani. Non da bas-bleu, da intellettuale supponente: Isabelle di Borbone Parma ama la musica, che compone e esegue, al violino, il teatro, che le dà sempre da pensare, le passeggiate. Uno spirito vivace e libero di cui queste lettere alla cognata Maria-Cristina sono esempio, piene di verve e d’affetto – anche se non nel senso che il titolo promette, quelle cose non si facevano nei palazzi di Maria Teresa, suocera peraltro amorosissima, oltre che ammirata, della nuora (benché con linguaggio a volte spontaneamente escrementizio…).
La raccolta si può leggere come un saggio di ordinaria inutilità tra principesse reali, che pettegolano, delle sorelle e delle dame di corte, vanno a messa, al rosario, a caccia, a teatro, al concerto, al tavolo da gioco – non al ballo, a Vienna non si balla. Normalmente valetudinarie. Se non fosse che Isabelle stessa ne fa l’anamnesi in una delle lettere filosofiche della raccolta. E per le settanta pagine della curatrice: Élisabeth Badinter ne fa un ottimo romanzo.
Un saggio anche di storia italiana dimenticata. Élisabeth Badinter, autrice anche della biografia di Ferdinando di Parma, il fratellino della principessa, con materiali d’archivio parmensi, sarà rimasta specialista unica dei Borbone-Parma. Qui fa pure, in un inciso, un ritratto indimenticabile del filosofo Condillac, ingaggiato a Parma quale precettore di Ferdinando, fratello minore d’Isabelle e futuro duca, un maestro irascibile e incapace, malgrado il suo “Cours d’études” pedagogico in sedici volumi, che trattava il principino “a calci, a pugni e col bastone”.
Ne nasce un personaggio ancora da scoprire, che E. Badinter, avendone letto gli studi, non ha però dubbi a catalogare “principessa filosofa”. Autrice nel 1758 a Parma, a 17 anni, di tre volumi di “Remarques politiques et militaires” (il francese, lingua materna, adopera di preferenza allo spagnolo e all’italiano, poi sostituito dal tedesco, che apprenderà dopo il fidanzamento: raramente firma Isabella Maria Ludovica). E a 22 anni di un’opera pedagogica in due parti molto russoviana pur non conoscendosi allora Rousseau, “Réflexions sur l’éducation”. Altri scritti sono andati perduti nel naufragio nel 1792 di un veliero che li stava trasportando da Amsterdam, insieme con gli altri beni di Maria-Cristina, cui Maria Teresa aveva disposto fossero dati in consegna.
Isabelle, con tanta intelligenza e disponibilità d’animo, non ha buona considerazione dell’Italia – e la cosa meriterebbe un approfondimento. Nella corrispondenza il giudizio è sempre negativo, nota la curatrice. In un racconto autobiografico, diciassette pagine intitolate “Les Aventures de l’Étourderie”, annota del suo matrimonio che ha segnato la fine dell’esilio: “Lasciai l’Italia senza rimpianto”. Nelle “Riflessioni” pedagogiche Isabelle fa una serie di considerazioni negative; che E. Badinter così sintetizza: “Riconosce (agli italiani) uno spirito penetrante e l’arte di cogliere le bellezze di ognuno, ma li trova doppi e dissimulati, falsi, arrivisti (non c’è bassezza che non commettano per ottenere ciò che vogliono!), interessati, ingrati, cattivi amici e intriganti. Ammette che ci sono dei grandi sapienti (a Bologna e Padova), ma rimprovera loro di farne sfoggio”. A Maria-Cristina immalinconita dalla “sorte delle principesse” a corte (una lettera che è un trattato), per rincuorarla scrive: “Credetemi, ho vissuto undici anni in Italia e posso ben assicurarvi di essermi annoiata per quanto è possibile”. Ma ha portato con sé l’ostetrico Mariano, che è anche un ottimo medico, e il compositore Traetta, non avendo potuto portare altri famigli per espresso divieto dell’imperatrice.
Isabelle de Bourbon-Parme, a cura di Élisabeth Badinter , “Je meurs d’amour pour toi… “, Livre di poche, pp. 253, € 6

venerdì 17 giugno 2011

I due duellanti – De Benedetti vs. Berlusconi (6)

La sfida continua nei media. Anche in politica, per la verità. Con identico schema, se ci si rifà alla cosiddetta Prima Repubblica, quando gli schieramenti avevano senso. Dc con appoggio socialista Berlusconi, Dc con appoggio comunista De Benedetti. Berlusconi tra Andreotti (tenne fermo il governo contro la dimissione di cinque o sei ministri demitiani contro Berlusconi…) e Forlani, De Benedetti con De Mita - che impose a Scalfari e Caracciolo, quanto di più penitenziale per i due high tories - e Prodi.
In politica in astratto non c’è gara, De Benedetti non corre. Non personalmente. Persegue però con determinazione, da almeno trent’anni, il disegno di fare un centro-sinistra a guida centrista, che, bisogna concedergli, non è facile. È stato aiutato da Prodi in affari, nelle dismissioni Iri, e ha aiutato Prodi nelle vittorie elettorali – con un contributo che lui ritiene determinante, e probabilmente lo è stato. Ma essendo fortemente prevenuto contro gli ex Pci, D’Alema soprattutto e alla fine anche Veltroni, si trova sempre a metà strada. Una rivincita è ora dietro l’angolo, con la candidatura di Prodi alla presidenza della Repubblica fra due anni, alla quale De Benedetti è attivamente impegnato e che lo sparigliamento di Fini e Casini rende possibile – ma gli resta da convincere Bossi e, sotto sotto, anche Di Pietro.
La sfida vera tra duellanti resta però nei media. Non tanto sulla questione della proprietà. La controversia Cir-Fininvest è stata riaperta dal giudice, De Benedetti ne è rimasto sorpreso quanto Berlusconi. Col lodo Mondadori, per il quale la giustizia lombarda ora gli fa regalare 745 milioni da Berlusconi, e la successiva quotazione di Repubblica-L’Espresso in Borsa, contro il parere di Scalfari, De Benedetti s’intascò 252 milioni che invece avrebbe dovuto dare al fisco. Che ora glieli contesta e ha ottenuto di riaverli indietro. 
In materia di affari i due non si fanno fregare. La gara è sull’idea: su chi è migliore notabile - editore, padrone occhiuto di giornali e giornalisti, innovatore, padre della patria.
Berlusconi si conferma nelle ultime due consultazioni elettorali, per i Comuni e i referendum, irrimediabilmente antimedia: non capisce nemmeno i segnali evidenti. Pur facendosi forte dei suoi sondaggi. Conferma cioè che è un fenomeno politico antimediatico, e questo potrebbe addurre a suo vantaggio: che è al di fuori dell’opinione pubblica, o populismo che dir si voglia. È padrone dei media, di una parte consistente di essi, ma non li usa o non li sa usare. Per fare soldi sì ma non per fare opinione. E quando l’opinione è netta non la cavalca: si potrebbe dirlo un uomo di principi invece che un opportunista.
Particolarmente significativa è l’insensibilità che Berlusconi esibisce sulla sconfitta di Milano, che è a tutti gli effetti una catastrofe. Anche perché il sindaco e la giunta sono stati i migliori degli ultimi vent’anni. Anche Napoli è una sconfitta, che era una città già conquistata e senza difese. Berlusconi ha capitalizzato sulla voglia di cambiare, di rompere con la morsa del compromesso, e degli interessi costituiti che il compromesso difende. Ma non ha saputo cambiare, e forse non poteva perché il paese non glielo consente – che ora se ne fa beffe. Il paese che è da vent’anni nient’altro che Milano, la sua città, l’establishment di Milano, la parte “migliore”, l’arcivescovado e le banche, che ora rincorrono scopertamente l’ipotesi neoguelfa, della nuova Dc. Il re dei media è il più grande Antipatico e Antipatizzante che sia stato dato vedere in tv – non fosse per l’aspetto burla che la sua maschera sottintende ma non è vero.
È pur vero che Berlusconi re dei media lo è: lui lo pensa, lo vuole. La verità è dunque doppia. E ha un doppio fondo nascosto. Uno è che Berlusconi non fa l’opinione, ma si lascia fare dall’opinione – non fa l’agenda ma la recepisce. L’altro è che si lascia fare da un’opinione contraria – apparentemente contraria? È l’opposizione, non il supposto re dei media, che fa l’agenda in Italia. Quasi ogni giorno con rinnovata verve, e sempre ultimativa: il Grande Centro di Fini e Casini, quello di Montezemolo e Della Valle, quello di Tabacci e Montezemolo, la sfiducia, Zappadu, le minorenni, le escort, il lodo Mondadori, la Carfagna, la Mussolini, e i tanti ministri che gli fanno le scarpe, Alfano, Tremonti, Gianni Letta. Quasi mai un tema è imposto da Berlusconi. Che al contrario non se ne fa scappare nessuno dell’opposizione.
Volendo razionalizzare, questa opinione gli è contraria solo in apparenza: gli consente cioè di governare non governando. Che nel suo caso vuol dire impedire la funzione di governo: catturarlo, farselo prigioniero, per impedirne il funzionamento. Ci sono delle cose che vanno, che sono sempre andate nei suoi due governi – il primo gli fu impedito da Scalfaro. L’adeguamento dei conti pubblici ai parametri dell’euro, per esempio, della stabilità monetaria. La lotta alla mafia, condotta con freddezza, come un dover essere, come deve uno Stato. Il contrasto dell’immigrazione clandestina, che è un malaffare prima che un’opera di carità come dicono i monsignori. Qualcuno (per esempio D’Alema, Napolitano) potrebbe aggiungervi le guerre, la risposta pronta agli appelli degli Stati uniti. Anche la legge Biagi, ma già suo malgrado, e forse senza nemmeno sapere di che si trattava (di stabilizzare il lavoro precario). Ma tutte le cose di cui l’Italia aveva e ha bisogno, che sempre promette, non le ha mai avviate: la giustizia, una delle massime diseconomie dell’Italia; un fisco almeno semplificato, dato che non si può ridurlo; una legge sulla concorrenza che apra un po’ il mercato, alla legalità e gli investimenti esteri; le opere pubbliche (la Milano-Lione, l’Alta Velocità con la Svizzera, il Ponte sullo Stretto, la variante di valico); le leggi sulla bioetica.
Ma sui media come business, la televisione, i giornali, i libri, Berlusconi non ha sbagliato mai un colpo. Mentre è sui media che De Benedetti più soffre di stare indietro a Berlusconi. Senza gelosia: ha offerto a Berlusconi di fare parte dell’ambizioso progetto CdbWebTech, e Berlusconi si lasciò sedurre dall’idea di fare soldi con la rete – salvo defilarsi saggiamente al momento di metterci i soldi veri (fece al rivale un elegante portage pubblicitario). Berlusconi è riuscito in tutto, sa fare perfino i periodici, che per De Benedetti e gli altri editori sono zavorra. Ma soprattutto ha avuto la sua idea: la pubblicità. Un mercato che ha “creato” (trent’anni fa lo portò in pochi mesi da mille a diecimila miliardi l’anno), facendolo fruttare sugli “spazi” gratuiti delle frequenze e dell’Auditel.
De Benedetti, che poteva aver trovato la sua idea nella telefonia mobile, viste le applicazioni che essa oggi consente, anche nel mercato pubblicitario, non ha resistito alla tentazione del superguadagno immediato. Poi, sono ormai una dozzina d’anni, ha puntato sul web. S’informa, anticipa, investe (poco), dapprima con Kataweb, di cui voleva fare una delle famose start-up dot.com, ma non ci riuscì, poi con CdbWebtech, anch’essa virtualmente fallita, ora con “Repubblica” online. Con i tanti progetti di far pagare la lettura, ma coi soli (magri) introiti della pubblicità. E una serie di stati di crisi che hanno minacciato l’integrità patrimoniale dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti.
È attesa ad horas – è in ritardo già di un paio di mesi – la decisione della Corte d’appello di Milano sul processo Cir-Fininvest per la Mondadori. Si sa già che la sentenza non sarà decisiva, e che la partita sarà decisa in Cassazione, quindi fuori di Milano. Come si sa che la Corte d’Appello non darà ragione alla Fininvest, pur riducendo la penale rispetto al primo grado, quando il giudice monocratico le comminò un’ammenda di 745 milioni di euro – alla corte d’Appello è stato “autorevolmente” suggerito (la giustizia a Milano e in Italia si fa così) di ridurre la penale di 250 milioni. Non sarà dunque l’ultimo atto, e probabilmente nemmeno il penultimo, di un “mano a mano” come si diceva nelle corride, di una sfida di bravura fra Berlusconi (Fininvest) e De Benedetti (Cir). Che si rispettano personalmente, ma se le danno senza esclusione di colpi da cinquant’anni, non appena possono. Con De Benedetti, bisogna dire, che rincorre Berlusconi, finora più bravo e più fortunato – più ricco non si sa, essendo De Benedetti da tempo residente fiscalmente in Svizzera.
Sembrano diversi, ma molto hanno in comune. La ripubblicazione recente di Mandeville, “La favola delle api”, il teorico dei “vizi privati pubbliche virtù”, con prefazione di Carlo De Benedetti, meglio sarebbe attagliata, si è detto, a Silvio Berlusconi. Coetanei, De Benedetti del 1934, Berlusconi del 1936, figli di famiglie di media fortuna, l’hanno tentata in proprio comprando e vendendo immobili, la tappa tradizionale per chi ha talento ma non capitali, negli anni del boom. Con pari successo. Poi però Berlusconi le ha indovinate tutte o quasi, De Benedetti le ha fallite tutte o quasi.
Berlusconi s’è fatto imprenditore, prima nell’edilizia, poi nella pubblicità, infine nell’editoria, tre settori dove ha sempre guadagnato – non ha mai licenziato nessuno (il che, nelle logiche milanesi, è un caso unico e forse un miracolo). Carlo De Benedetti pure è partito con l’immobiliare – comprare la mattina a dieci e rivendere nel pomeriggio a cento. Nel 1972 col fratello Franco rilevò l’immobiliare Gilardini, che fu trasformata in holding, di attività soprattutto automotive. Fu un successo, che portò Carlo alla guida degli industriali piemontesi nel 1975 e nel 1976 in Fiat, con una quota in cambio del gruppo Gilardini, e l’incarico di amministratore delegato – i rapporti erano buoni con gli Agnelli, di cui i De Benedetti erano stati inquilini a lungo, e per l’amicizia di Carlo col coetaneo Umberto, compagni di scuola al ginnasio. Poi passò alla finanza, con esiti alterni.
Ha fallito la scalata a Société Générale, alla Sme e a Mondadori, nonché alla Fiat, l’episodio forse più increscioso, dove già in novanta giorni era riuscito a operare contro gli Agnelli che l’avevano nominato amministratore delegato – e per questo era stato licenziato bruscamente. Più sul ridicolo l’operazione Société Générale: si recò un lunedì mattina dei primi del 1987 dal presidente Étienne Dauvignon a dire l’acquisto già fatto, con un vassoietto di marrons glacés, da vincitore benevolo, ma i potenti soci del grande gruppo laico franco-belga lo lasciarono fuori della porta.
Dove è riuscito c’è l’ombra dell’usura: nel Banco Ambrosiano di Calvi, e nell’acquisto del gruppo L’Espresso-Repubblica, con evizione di Scalfari. O della speculazione: l’acquisto-vendita di Buitoni, e l’acquisto-vendita di Omnitel-Vodafone - qui a ottimo prezzo, con un guadagno netto in pochi mesi di tredicimila miliardi di lire del 1996, ma la licenza Omnitel aveva avuto con una serie d’incontri, anche conviviali, con Berlusconi e i suoi collaboratori a palazzo Chigi sul finire del 1994, qualche giorno prima di “segarlo” con i suoi giornali. Dappertutto De Benedetti ha seminato licenziamenti, e quando ha tentato l’imprenditoria, alla Olivetti, è finito addirittura in un fallimento.


Come Berlusconi ha anche sfiorato in più punti la giustizia. Alla Olivetti per le forniture alla pubblica amministrazione e le morti sospette in fabbrica. Nell’affare Sme per avere avuto da Prodi, allora presidente dell’Iri, un gruppo da 5 mila miliardi a gratis. Anzi con un attivo di trenta miliardi, su un prestito a titolo gratuito di 300 miliardi da parte dello stesso Iri. L’operazione, svelata dai quotidiani “Reporter” e “Il Manifesto”, non andò in porto. Ma fu l’inizio delle guerre con Berlusconi, che promosse una cordata alternativa di acquirenti con Barilla e Ferrero. Anche questa vinta sul piano giudiziario: lo scandalo dell’accordo con Prodi fu rapidamente insabbiato dalla Procura di Milano, che invece inquisì e processò a lungo, con dispiego di mezzi, specie la giudice Boccassini, Berlusconi.


Ombre - 92

Gli Stati usurai delle banche che hanno salvato, su tutti Obama e la regina Elisabetta? Usurai per modo di dire, ma Mediobanca calcola che ci hanno guadagnato 67 miliardi di dollari. Una diecina di manovre cui si sta costringendo l’Italia solo per il caro-denaro.

D’Alema è andato a Milano a lodare un libro di “Esercizi spirituali”, con le prediche quaresimali tenute in Vaticano da un mons. dal Covolo. Erano gli esercizi spirituali del papa e pazienza. D’altronde, un politico va sempre dove lo chiamano, il problema non è D’Alema – Togliatti ha sempre ammirato i gesuiti, cui si devono gli esercizi spirituali. Presenziava anche il rettore benedettino di Camaldoli, l’abbazia specializzata nel dialogo tra le religioni, e dunque l’incontro si può anche rubricare interreligioso. Ma il monsignore predicatore e la Libreria Editrice Vaticana pensano d’illustrarsi con D’Alema, e magari di vendere questi “Esercizi spirituali”, sia pure offerti al papa, agli (ex) comunisti? Poi si dice che non ci sono più credenti.

Con De Magistris Napoli si è assicurato un forte ariete per dare la colpa “agli altri”. Il neo sindaco ha fatto in fretta a riempire la città d’immondizia. Dopodiché ne ha dato la colpa al governo.

La prima decisione della giunta De Magistris a Napoli è “termovalorizzatore mai”. Il giudice mantiene gli impegni.
Ma non si può dure che non sia previdente: l’impegno fa prendere e annunciare dal vice Caputo, che il Mattino chiama “comunista gentile”, ben voluto dai parroci. Non si sa mai che la Procura cambi, e invece del gentile procuratore Lepore ne venga un altro. Si tratta infatti di un favore alla signora Marilù Faraone Mennella, sposa dell’ex presidente della Confindustria D’Amato, che su terreni del termovalorizzatore ha in progetto una valorizzazione immobiliare plurimiliardaria, NaplEst.

“Sgarbi ha smascherato l’Italia”. L’Italia intellettuale, la “corruzione degli intellettuali”. È l’argomento del fogliettone (la terza pagina) della “Süddeustsche Zeitung” giovedì, un giornale non simpatetico politicamente.
Il giornale filosocialista di Monaco spiega ai suoi lettori in che cosa è consistito il “padiglione Italia” a Venezia. In una congerie di opere di “amici, parenti, amanti” degli intellettuali d’Italia. I migliori, Eco, Magris, non esclusi: invitati da Sgarbi a segnalare un’opera, tutti hanno segnalato roba mediocre e di nessun interesse culturale, ma di persone a loro vicine.

È estate, Berlusconi torna in Sardegna, Zappadu torna a fotografarlo, mentre saluta grazioso con la manina, e “L’Espresso” torna a pubblicare le foto di Zappadu. Ora, facendo il giro inverso, “L’Espresso” continua a pagare Zappadu alle Bahamas? E Zappadu non pagherà le royalties a Berlusconi alle Caimane? Perché, se così è, il lettore dell’“Espresso” non è perseguibile, in quanto stimola e anzi finanzia l’evasione fiscale?

Allontanano Santoro quando gli veniva utile: un paio di serate con De Magistris e Berlusconi avrebbe rivinto le elezioni – ce n’è sempre una. Si conferma che i media, se sono influenti per gli insuccessi, non lo sono per i successi di Berlusconi: ha vinto, quando ha vinto, senza i media.

Devastante dossier di “Famiglia Cristiana” sulla guerra alla Libia. Marinella Correggia vi documenta le false informazioni (via Twitter) su cui la guerra è nata, e tutte le “bugie di guerra” che hanno accompagnato la crisi libica da subito (numeri assurdi di morti e feriti, con le solite storie di mercenari e cecchini – mancano gli stupri).
Il settimanale critica naturalmente il governo, perché è antiberlusconiano. Ma non cita, nemmeno per errore, Napolitano che la guerra ha voluto. I preti non cambiano mai.

“Famiglia Cristiana” critica la guerra alla Libia sulla base dei dati di una “Fact Finding Commission (Commissione per l’accertamento dei fatti) fondata a Tripoli da una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, e da un attivista camerunese” – è l’attivista “l’esperto camerunese di geopolitica Jean-Paul Pougala (docente a Ginevra)” citato più avanti? O Gamannossi è anch’essa invenzione della rete?

I big berlusconiani di Roma, Polverini, Alemanno, vanno al corteo gay e si fanno fischiare come fascisti. Dopo che – il sindaco Alemanno – hanno pagato il concerto di Lady Gaga, di cui Roma sentiva la mancanza, invece di chiederle le royalties per lo spot sullo sfondo del Colosseo. O non ci sono andati per farsi fischiare? Per la politica dell’apparire: sparlate di me purché ne parliate?

Si fa festa per il successo dei referendum come di un successo della rete. L’Italia insomma si vuole l’Iran, non potendo essere l’America – dove la rete ora batte per la destra. Mentre è un successo dei giornali, che sono andati ovunque esauriti in prossimità delle scuole seggi elettorali. I giornali lo sanno ma non lo dicono, preferiscono elogiare la rete.

Cortei gay a Roma. “Il Messaggero” e il “Corriere della sera” li celebrano, ma curiosamente a imbuto: due milioni sono attesi in prima pagina, un milione nel servizio di cronaca nazionale, e trecentomila in quelli di cronaca romana. Il giornale si vende di più se le spara più grosse?

Saranno tre mesi, o quattro che l’Italia bombarda le città in Libia, ogni giorno, ed è come se non. Una mancanza di sensibilità che sarebbe incredibile, se non fosse vera.

Il Pd accusa il Tg 1 d avere fatto propaganda elettorale dicendo sabato che domenica sarebbe stata calda e assolata. Sembra una furbata, di farsi propaganda con niente, ma è un abito mentale, talmente e rozzamente totalitario che sembra incredibile. A opera di (ex) comunisti, e di preti (mancati).

“The man who screwed an entire country”, l’uomo che s’inculò un paese, è il titolo grazioso dell’“Economist” per un’inchiesta sull’Italia. Condotta da un bel giovane che il “Corriere della sera” e l’ineffabile Severgnini subito incensano. Tradotta con riverenza e pubblicizzata dall’“Internazionale”, una rivista che pure non può permettersi tanta costosa pubblicità sui quotidiani. Una cosa che l’“Economist” non oserebbe per il Botswana. Ma a Milano buggerare si conferma normale.

giovedì 16 giugno 2011

Gates e la Libia fanno paura a Obama

Quella di Libia è una guerra di Obama, ma una guerra a malincuore. Una decisione presa dal presidente contro le perplessità, anche manifeste, del suo ministro della Difesa, Robert Gates. E più la guerra si trascina più diventa difficile per Obama sostenerla. Perché già si comincia a organizzare la campagna elettorale per le presidenziali fra sedici mesi e Gates potrebbe concorrere nel campo repubblicano. Dove non avrebbe rivali, e sarebbe allora un avversario difficile per Obama – più di un rappresentante dei tea parties (per non dire di una rappresentate).
Più defilata di Obama sulla guerra di Libia, e d’accordo con Gates, è Hilary Clinton. Al suo dipartimento di Stato hanno grande stima delle qualità politiche di Gates. Che non è una “colomba”: è uno di quelli che alla Cia, dove ha fatto carriera, voleva bombardare i sandinisti in Nicaragua. Ma non dove le guerre non si vincono facilmente. Gates è stato il ministro della Difesa di Bush dal 2006, in sostituzione del “falco” Rumsfeld, che aveva fallito la “pacificazione” dell’Iraq e dell’Afghanistan. E per la sua moderazione era stato confermato da Obama.

E adesso, povera Nato?

Se Gheddafi non si suicida potrebbe finire male. A cinquanta giorni dall’ingresso dell’Italia nei bombardamenti, il 26 aprile, e a cento dall’inizio delle operazioni cosiddette Nato in Libia non se ne vede la conclusione. Anche perché non si sa quale dev’essere. E i governi cominciano a ripensarci. Per i costi e non solo. A cominciare da quello americano, e da Sarkozy e Cameron, che diradano l’impegno. Praticamente, a bombardare è rimasta sola l’Italia.
La resistenza del colonnello ha fatto sorgere brutte ombre a Bruxelles, al quartier generale dell’Organizzazione atlantica. Per un diffuso senso d’inutilità. La facile missione militare in Libia ha avuto paradossalmente l’effetto di mettere l’Alleanza di fronte alla domanda: che ci sto a fare? Il disorientamento è palese nel segretario generale Rasmussen, la cui ultima uscita, ormai remota, è stata per dire: “Non sappiamo quando la guerra finirà”. E le diplomazie accreditate non hanno mancato di segnalarlo. La Nato sa solo che non può ritirarsi, sarebbe una sconfitta.
Anche gli alti vertici militari, in Italia e altrove, sono preoccupati. Non sono critici, il loro primo riflesso è di difendere le spese militari, sempre e comunque. Fronteggiano così un altro paradosso che la crisi libica sta montando: l’indifferenza, delle popolazioni e dei governi. Ci sono bombardamenti ogni giorno, massicci e cruenti, ma non emozionano nessuno, neppure in senso critico. L’esito potrebbe essere, una volta conclusa in qualche modo l’avventura libica, un abbandono sostanziale delle politiche militari e di armamento.

mercoledì 15 giugno 2011

La Rete beniamina della disinformazione

Il caso di “Amina”, la giovane oppositrice siriana inventata da un blogger americano, ha confermato quanto si sa: che la rete è veicolo di propaganda tanto efficace quanto inattendibile. Tutto vi può essere manipolato, comprese le reti Facebook. E perfino le immagini, anche senza ricorrere al Photoshop. Il fatto è evidente e non serve spiegare il perché e il come. È noto anche ai grandi gestori del mercato Internet, che si pongono il problema di come bonificare la rete per renderne più verificabile la consistenza ai fini commerciali (pubblicitari). Anche se “Amina”, bisogna dire, ha superato ogni possibile credulità. “La blogger Amina Abdallah Aref, 36 anni (ottima foto a colori), diventata negli ultimi mesi una eroina della rivolta in Siria, è stata “rapita”, da “tre ventenni armati”, secondo un messaggio pubblicato dala cugina nel blog”: questa “notizia” campeggiava in prima sui giornali italiani ancora l'8 giugno - ma non solo nei giornali italiani. Il tg di Sky si avventurava a mostrare un rapimento cinematografico in ambito urbano con attori giovani per sceneggiare la “notizia”.
Si sa come è fatta la rete, senza controllo, è il suo pregio. Ma è per questo rischiosa, anche questo si sa, ma volentieri si trascura. Google è il maggior fornitore di conoscenze. Necessariamente selettivo, anche se non preconcetto o schierato, non che si veda: chi fornisce informazione fa una selezione e dà un orientamento. Questo è vero di qualsiasi mezzo d’informazione, ma sulla rete il controllo sociale e fattuale non esiste più, la “nuvola” informativa è una realtà dai limiti irraggiungibili. Peggio, nel senso della qualità dell’informazione, con Twitter e Facebook, formichieri voraci di ogni sostanza, anche escrementizia.
Sul piano politico l’incontrollabilità della rete era passata finora sotto silenzio perché denunciata da regimi non difendibili, come la Cina e l’Iran. Ma si sa, è notorio, e prima di tutto ai servizi segreti che la manipolano, che la rete è manipolabile – un tempo si sarebbe detta veicolo di disinformazione. Più nei regimi monocratici (contro i regimi) meno in democrazia. Ma anche in democrazia è efficace: su tutte valga la corsa dell’outsiderissimo Obama. Con una differenza insidiosa rispetto alle forme di propaganda politica tradizionali: che si avvale del crisma della verità e dell’autorevolezza.
Tutte la propaganda politica capitalizza sulla buonafede del pubblico. Ma la rete di più. Perché la politica tradizionale ha varie modalità di controllo, mentre la Rete si vuole – si presume – spontanea, democratica, e non influenzabile. Ma è la più influenzabile di tutte. I referendum sull’acqua, e anche quello contro il nucleare, ne sono un esempio. “La Repubblica” ne ha tratto l’abbrivo per un movimento degli indignati o della società civile, col sociologo Diamanti che subito teorizza “il popolo dei disobbedienti”, mentre invece i tre referendum rispondevano agli interessi delle due forme di corruzione oggi dominanti in Italia, quella degli amministratori locali, sempre più bulimici, e quella “verde” delle produzioni organiche e delle energie alternative.

Nord e Sud all’assalto dell’acqua

Hanno brindato e ora vanno all’incasso: le amministrazioni comunali, soprattutto del Centro-Nord, che in virtù dei referendum sono tornate padrone incontestate del patrimonio idrico. Mentre al Sud l’incauto Vendola vuole fare dell’Acquedotto Pugliese, suo monumento alla vergogna, un bastione “rivoluzionario”, come dice lui, inattaccabile, le giunte di sinistra al Centro e quelle leghiste al Nord sono subito partite all’attacco per rinegoziare le con cessioni. Quasi tutte con proprie concessionarie, con società dell’acqua cioè a maggioranza pubbliche sebbene di diritto privato. Ma l’occasione è ghiotta per imporre tariffe più alte (referendum?), dovendo escludere ora le partecipazioni private.
Mentre Vendola insomma si limita a qualche posto in più, ritrasformando la Spa Acquedotto Pugliese in ente, al Centro-Nord gli amministratori locali passano all’incasso. È una sorta di riappropriazione “privata”, cioè a fini particolari benché opera di amministratori pubblici, che i referendum contro la legge Ronchi era intesi a promuovere, e l’effetto è immediato. La legge tendeva a fare dell’acqua un patrimonio “pubblico” nel senso più completo, cioè da amministrare oculatamente. Mentre era e sarà vista come una fonte d’introiti per i sindaci bulimici.
Il caro-acqua potrebbe serre anche consistente. È a questo punto, cioè dopo i referendum, che il fatto curiosamente emerge sui grandi giornali d’informazione. “Senza i privati\ più tasse o tagli”, ha strillato ieri il “Corriere della sera” in prima pagina. Dopo aver proposto i referendum come una festa. Anche “Repubblica” e “Il Sole 24 Ore”. Oggi il “Corriere della sera” riscopre i vecchi dati (di almeno vent’anni) sullo sperpero dell’acqua: che il Veneto delle montagne e il Piemonte orientale non pagano l’acqua, che Milano la paga un decimo di Roma, etc . È un po’ la riscoperta dell’acqua. Che però, se ha un significato (ce l’ha), dice che pagheremo l’acqua molto più cara, proprio grazie ai referendum.

Confindustria sopravvive, forse, come centro studi

Marcegaglia ministra con Casini, il palazzo di viale dell’Astronomia venduto e affittato, in parte, e la centrale degli imprenditori ridotta a centro studi. Lo pensavano da tempo gli associati di Confindustria, lo dice Marchionne, cioè la Fiat, con l’enorme corteggio della componentistica, lo temono i tanti dipendenti, soprattutto quelli delle sedi distaccate – a Roma una rappresentanza ci dev’essere. La casa editrice del “Sole 24 Ore” rimane l’unico baluardo solido della fluttuante organizzazione degli imprenditori, ma gli acquirenti non mancano.
La presidenza Marcegaglia sarà stata il requiem della Confindustria. Che ha utilizzato in funzione delle sue ambizioni politiche. Trascurando i problemi centrali, che sono scoppiati indipendentemente, della contrattazione e della fiscalità, e parafiscalità. Su entrambi gli scacchieri, peraltro, quando si sono aperti, la presidenza Marcegaglia è sembrata, più che inerme, spettatrice condiscendente, sempre in subordine alle ambizioni politiche della presidente.
È stata una coincidenza ieri, ma è la realtà di ogni giorno, il feroce contrasto tra la presidente impegnata nel solito colloquio inconcludente con la segretaria della Cgil Camusso, mentre l’amministratore delegato della Fiat la accusava ferocemente, incontestato: “Non vogliamo rimanere associati in un’organizzazione che offre ostacoli legali, che dà opportunità a persone che hanno perso il referendum di appigliarsi a procedure legali e su accordi legali che non ci interessano”. A un terzo “tavolo”, come si dice in viale dell’Astronomia, Tremonti spiegava la sua riforma del fisco.
I giornali minimizzano le parole di Marchionne (“Il Sole 24 Ore” gli ha fatto dire: “Apprezzo quello che sta facendo Confindustria”). Ma la deriva appare ai più inarrestabile: il sentimento è alla sfiducia.

La patria francese

Dal Diario politico di cinque anni fa, il 14 giugno 2006:
“Chirac al premier: «Finalmente l’Italia torna in Europa»”. Il premier è Prodi. Chiunque sarebbe imbarazzato di sentirselo dire. Da Chirac poi, presidente squalificato e personaggio inquisito. Non Prodi, né “la Repubblica” che così orgogliosamente titola.
È il partito francese, per il quale Bnp può prendersi Bnl al ribasso, mentre a Enel per il gas in Francia si danno sberloni. Un partito gratuito s’intende, entusiasta di suo – s’accontenta di una Legion d’onore – una promessa di – e un coppa di champagne, anche scadente, quello del 14 luglio, rimasto dall’anno scorso…
O è il bon ton di una certa sinistra, quella che lo teorizza? Sempre “Repubblica” fa dire napoletano Vittorio De Seta, come complimento: “Io, aristocratico, faccio del cinema un’arte per il popolo”.

lunedì 13 giugno 2011

Due (o tre) referendum per la corruzione

“Risultato storico” dicono i commenti, e dunque l’Italia stabilirà anche questo primato, di un referendum, anzi due, a favore della corruzione. I due referendum sono quelli sull’acqua, le tariffe e la gestione, che hanno trainato il voto, specie quello femminile, delle suore comprese. La bocciatura del governo, e in particolare di Berlusconi, sicuramente ha portato molti al voto, ma quello che fa il “risultato storico” è l’acqua: è lo slogan “non ai privati” che ha “mobilitato le masse”. Un duplice effetto calcolato dai promotori: attrarre il voto ingenuo con l’acqua inalienabile, e gli amministratori locali con una cornucopia su cui essi si sono buttati con scontata unanimità – i referendum hanno portato alle urne tutte le regioni, anche quelle che votano per il governo, in testa i buoni amministratori leghisti (è proprio vero che la Lega non si perde un alito di vento, non per nulla è lombarda).
Che Bersani e Di Pietro, il partito Democratico e quello dei moralisti, abbiamo promosso o votato il referendum, dopo aver promosso e votato la privatizzazione quando erano al governo, è un fatto grave ma non è il più grave. In un altro contesto un risultato 96 a 4 sarebbe stato preoccupante o da ridere. Nella grassa cultura borghese italiana è occasione di gioia e manifestazioni di piazza, come di chi avesse preso la vacca per i coglioni – ma senza dirlo alle anime candide, femminili, maschili, e del terzo genere. Perché i referendum hanno, evidente ma non abbastanza evidentemente, una verità surrettizia, non ignota ai promotori e ai celebratori: la “volontà popolare" è sempre molto privata, di parte.
Il voto sul nucleare è dannoso, posto che non ci sono progetti di centrali, quello sul legittimo impedimento superfluo - Berlusconi se la caverà comunque. Il risultato cercato, sotto le spoglie dell’antiberlusconismo, è la rinegoziazione degli appalti ai gestori idrici - la rinegoziazione costante è, si sa, la chiave maggiore della corruzione. In tutti i casi, in particolare nelle regioni del voto record, in Toscana e in Emilia Romagna, in cui da tempo la gestione è privatizzata perche più economica. Nei casi in cui la gestione resta pubblica, che poi sono praticamente uno, il famigerato Acquedotto Pugliese, si continuerà come per il passato, tra sprechi, sottogoverno e veri e propri casi, anche se limitati nel complesso della disfunzione, di corruzione (forniture non pagate, sottrazione di forniture). Quanto alle tariffe si sa che c’è poco da fare: purtroppo sono alte, e più lo saranno, per la bulimia insaziabile degli amministratori locali, come per la spazzatura e gli altri servizi di prima necessità.
Sono stati referendum che un tempo si sarebbero detti partitocratici, per riportare i servizi essenziali sotto le ferula dei partiti, e più nella loro espressione peggiore, quella locale. Naturalmente al coperto delle politiche ecologiche, che sono diventate la stella, purtroppo incontrollata, del sottogoverno. Alla luce della quale anche il referendum contro il nucleare assume una luce sinistra: è la benedizione delle fonti cosiddette alternative, che non sostituiscono il petrolio ma si mangiano miliardi di euro, ogni anno. Un furto legalizzato, una miniera inesauribile per i corrotti, un pozzo di San Patrizio della criminalità economica, dalla Borsa agli importatori dalla Cina.

Una tripla sberla all’Italia che si celebra

La tripla vita che Michele Sparacino non ha avuto. Non ha potuto avere per la stupidità e l’insolenza dell’“Italia”: colpevole di ogni misfatto quand’era in fasce, insolentito e minacciato quando in guerra obbediva da eroe, Milite Ignoto al Vittoriano esumato dalla sepoltura anonima. Un “timpuluni”, direbbe Montalbano-Camilleri, una sberla all’Italia che si celebra, politica e giornalistica. Il primo di una serie di quindici racconti che Camilleri ha scritto “per divertimento”, spiega in un lungo colloquio con Francesco Piccolo che prende la maggior parte del libro e non è meno saporito del racconto.
Nel colloquio Camilleri, felicemente appagato, spiega la sua “carriera” di inedito. Il rapporto col padre mussoliniano. Il metodo di lavoro, estremamente ordinato: ogni Montalbano è di 180 pagine word, divise in 18 capitoli, di 10 pagine l’uno, ogni racconto di 24 pagine divise in 4 capitoli di 6 pagine l’uno. La sua lingua, nata su Pirandello: su uno scritto del 1898 (“Quando un piemontese e un siciliano si incontrano come parlano? In realtà traducono dal loro dialetto”), e sul suo adattamento dialettale del “Ciclope” di Euripide, teatrale, per cui il dialetto si modella sul personaggio, sul censo, il ruolo, la classe o l’ambizione sociale – un uso già molieriano. Come dire insomma che la felicità del racconto, o c’è o non c’è.
Andrea Camilleri, La tripla vita di Michele Sparacino, Bur, pp. 93 €8

La sordità resta sorda al racconto

C’è la meschina vita accademica, l’ormai ricorrente magliara americana (giovane e anch’essa universitaria), la sordità, coi personaggi classici della sordità, Goya, Beethoven, e tutta la tecnica degli apparecchi acustici, così varia e più spesso inutile, perfino dannosa, e c’è la vecchiaia (l’inattività, il padre, la decadenza fisica, le case di riposo, i pranzi di Natale….). Una prova di bravura: cecità e sordità non essendo dolorose né mortali, sono handicap singolarmente trascurati dalla ricerca e dalla stessa terapeutica, se ne sa oggi quello che si sapeva un secolo fa, niente, soprattutto in ordine alla prevenzione e alla cura, ci vuole bravura per parlarne. Anzi un tour de force, considerando che il “romanzo” è anche sulla linguistica. L’editore italiano intitola “Il professore è sordo”, della serie “Il Professore” (va al congresso, torna al lavoro….), mentre l’originale è un ambizioso “Sentenza di sordità”, come sentenza di morte, “Deaf sentence”. Tutto ciò sul presupposto che “la sordità è comica, come la cecità è tragica”. Ma l’esito è meno ilare – meno veloce – degli altri, l’argomento, sordo, prende il sopravvento. Perfino stereotipato, del genere, se ce n’è uno, narrativa inglese: ironico, anticattolico (il protagonista ha una seconda moglie cattolica), misogino, o misantropico, sessuofobico.
Il narratore, professore emerito di Linguistica, ha una certa età, e quindi il problema è anche suo: “Che vivo a fare, quando i rapporti sessuali e sociali sono anch’essi effettivamente finiti?” Poiché è lo stesso personaggio che ce lo racconta, divagando tra la prima e la terza persona, un esito possiamo escluderlo dall’inizio. Ma il “romanzo” si svolge proprio attorno a una ricerca di dottorato sugli ultimi messaggi dei suicidi e pseudo suicidi. Il suicidio, così popolare ultimamene, da Vila-Matas a questo Lodge, e a un numero elevatissimo di siti Internet, in linea con l’eugenetica, e col senso di crisi di questo mondo occidentale straordinariamente ricco e protetto, non è simpatico – anche nella forma degli attacchi suicidi che fanno la storia ormai da quindici anni, dalla seconda Intifada. L’unico personaggio vivo resta alla fine la ragazza americana imbrogliona, che si finge ricercatrice delle ultime lettere dei suicidi.
David Lodge, Il Prof è sordo, Bompiani, pp. 448, € 19,50 euro

domenica 12 giugno 2011

Il mondo com'è - 65

astolfo

Calciopoli – Sarà Napoli a condannare Moggi come ha già fatto con la Juventus, lo “scandalo” è tutto napoletano, del neo assessore Narducci dell’ammazzasentenze De Magistris. Ma ha avuto un distinto flair politico. È la ministra Melandri che nomina alla Federazione calcio Guido Rossi, ex senatore del suo partito, avvocato di Moratti, ex consigliere d’amministrazione dell’Inter. Che affida la giustizia sportiva a Borrelli, il feroce anti-Berlusconi. Si può dire l’iniziativa ulivista antimonopolista: Melandri, ministra di Prodi, castiga lo strapotere di Juventus e Milan. Opure a favore di Moratti e l’Inter. Gratuitamente, questo è sicuro.

Guerra - Ha perduto in Libia la colorita infiorettatura che l’aveva sdoganata dopo la caduta del Muro. Di guerra umanitaria, difesa attiva, protezione dei diritti di libertà, per conto dell’Onu. Per aver acquisito un fondo routiniero e quasi normale, uscendo dall’eccezionalità? È il caso di questa guerra, che non fa notizia, non per le distruzioni, ma nemmeno per i morti, i feriti, i profughi, il traffico di braccia che dietro a essa si nasconde. Non ha avuto nemmeno bisogno di giustificarsi: non viene dato nessun motivo per cui l’Italia, o l’Onu, fa la guerra alla Libia – salvo sostenere una fazione in un colpo di Stato non riuscito, ma anche questo motivo è fatto valere con riserva. Si può dire la pace fatta di tante piccole guerre, purché a danno di altri, di chi non conta o non può contare, in Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia.

Italia – Ha realizzato ciò che sembrava impossibile, dal punto di vista teorico e pratico: la democrazia economica. Nei limiti in cui la democrazia si può realizzare, e comunque più che in qualsiasi altro paese al mondo - anche un po’ al di là di questi limiti, l’anarchia riuscendo a combinare in un sistema produttivo. Ma alla democrazia politica non riesce nemmeno ad avvicinarsi. La tiene lontana un baluardo di privilegi, o aree di rispetto – o d’inefficienza: si vuole non dover fare qualcosa. Che dai gruppi tradizionalmente protetti, magistrati, funzionari, militari d’ogni specie, le polizie comprese, politici, giornalisti, è passato al paese tutto. Il sistema è sovietico di tipo brezneviano: ognuno prende qualcosa e non dà, non deve dare, in cambio nulla. E come in quel modello, tutti però sono superefficienti nell’attività privata, fuori orario esentasse.
La Repubblica berlusconiana ne è una personificazione: persone stimabili nelle loro attività (professionali, manageriali) diventano inefficienti in quella pubblica. Anzi, già incapaci: la funzione è diventata fisiologica.

“K” – Il “fattore K”, che si vuole abbia dominato la politica italiana fino alla caduta del Muro (“K” per partito Comunista), viene imputato a vincoli internazionali: gli accordi di Yalta, la spartizione dell’Europa in zone di influenza, e gli Usa, l’impero americano. Un condizionamento che resta però da dimostrare, i documenti finora pubblicati mostrano gli Usa curiosi del Pci ma non ostili, malgrado il tanto parlare di golpe e organizzazioni paragolpistiche (materia sicura di propaganda sovietica). Mentre si sa, anche se non si dice, non si analizza, che il Pci non è andato al governo perché ne è stato incapace.
Incapace di alleanze: o troppo servile, verso i preti, o troppo faziosi, con le altre sinistre. Inetto nell’amministrazione: troppo monopolista politicamente, poco innovativo, poco creativo (vedi Firenze e Bologna), conservatore e, localmente, molto corrotto, seppure a favore del partito. Maneggione e distruttivo nei settori che ha condizionato grazie all’egemonia culturale: editoria, magistratura, università. Un’egemonia che bisognerebbe dire professionale (per i burocrati della cultura) e non culturale: il suo cinema, la sua televisione, la sua letteratura sono irrilevanti, e tuttavia è stato ed è (attraverso il partito Democratico) monopolista durissimo. Interessato unicamente alla gestione del potere, l’insegnamento di Togliatti. Incapace di una proposta economica e sociale (lavoro, mercato, redditi, previdenza, assistenza), ma forte della conservazione.
Se si volesse razionalizzare, bisognerebbe concluderne che il Pci non ha voluto governare, contento di gestire il potere con la rendita di posizione dell’esclusione – da martire, per farsi perdonare le colpe. La “resistenza” berlingueriana al governo nel 1975-76, un voto trionfale disperso nei governicchi di Andreotti, i più squalificati della Repubblica, ne è il test-case. Ma è sbagliato razionalizzare: semplicemente il Pci non è stato e non è la parte migliore della società, quale pretende di essere, esclusa dal governo dalla protervia americana. Gli Usa sono naturalmente imperialisti, ma praticano – hanno praticato fino agli anni di Reagan - una politica di contenimento e non di attacco alle posizioni comuniste, una politica di difesa. Hanno poi trovato più comodo assumere l’iniziativa, nel nome dei “diritti civili” (di civiltà?), da Carter in poi. Ma in Italia hanno trovato un presidente del consiglio ex Pci, Massimo D’Alema, e un presidente della Repubblica ex Pci, Giorgio Napolitano, quali più ciechi servitori nelle loro guerre.

Libia – La guerra civile in corso, per di più combattuta da una parte by proxy, con gli arsenali micidiali dell’imperialismo, vi lascerà odi inestinguibili, oltre alle distruzioni che tutto il paese pagherà a caro prezzo, vinti e vincitori. La Libia viene peraltro da una storia millenaria di abbandono, eccettuati i quattro decenni di Gheddafi. Ma era il nome delle meraviglie in quasi tutti i riferimenti classici. In quanto Africa del Nord, e in quanto Libia come modernamente detta.
Era il Giardino delle Esperidi di cui favoleggiavano i greci, “ombroso di alberi che s‘intrecciano l’uno con l’altro tanto sono fitti, loti, meli di ogni tipo, melograni, peri, corbezzoli, rovi di more, viti, mirti, allori, edere, olivi, oleastri, mandorli e querce”. Era il luogo dei lotofagi, abitanti “tutti biondi e bellissimi”. La Grecia fu “colonizzata” dalla libica Demetra. San Giorgio, che era allora un cavaliere, liberò la figlia del re di Libia dal serpente – la Libia era allora l’Occidente.
Il Gebel Akhdar, la montagna verde tra Bengasi e Derna, abbandonata per secoli, rifiorita con i coloni italiani, abbandonata di nuovo alla loro cacciata nel 1970, Omar Muntasser, allora ministro dell’Economia di Gheddafi, tentò trent’anni fa di ripopolare con coloni italiani pagati come i tecnici, ma la bonifica s’imponeva pesante, scavare pietre, e l’offerta non ebbe successo.

Sofri – Si può dire esemplare della sindrome di Stoccolma, che dunque c’è. “Appeso” volenteroso ai suoi carnefici, gli ex Pci e i giustizialisti di De Benedetti (“Repubblica”, “L’Espresso”), più qualche neo andreottiano. Che tuttora non lo giudicano incolpevole, un non assassino condannato ingiustamente e anzi protervamente, ma un colpevole sui cui esercitare un po’ di compassione. Legati a filo doppio, protettori-protetti, ai sette tribunali che contro ogni evidenza l’hanno condannato.
Certo, bisogna difendersi con tutti i mezzi. Ma allora conveniva farlo prima, prima di essere condannato e avere scontato la pena, rimettendoci la salute, e meglio ancora preventivamente. E bisogna, certo, sape perdonare, ma cristianamente e non gesuiticamente.

astolfo@antiit.eu

Colpire Moggi per colpire Geronzi - Roma

Dal Diario politico di cinque anni fa, il 12 giugno 2006:
Girano solo apparentemente ridicoli gli inverosimili Libri Neri del calcio del maggiore Auricchio. Il cerchio invece si stringe: dopo Antonio Fazio, il governatore della Banca d’Italia, Cesare Geronzi. E la fine di Roma come centro di potere bancario. Il cerchio sull’obiettivo vero, i cui effetti dureranno: annientare la Banca d’Italia come centro dipotere morale, e cacciare Geronzi da Capitalia, dei cui delicati equilibri è arbitro e gestore. Senza distruggerlo. Basteranno gli affari della figlia, l’affitto della Gea, la fiduciaria Banca di Roma, quanto basta per farlo decadere dal consiglio Mediobanca, e quindi da Capitalia.
I movimenti a tenaglia di “Repubblica”-De Benedetti e “Corriere della sera”-Passera sono perfino dichiarati, benché criminosi, sulla Banca d’Italia e su Capitalia. Cioè su Roma, quello che resta di Roma, e le quote romane di Mediobanca e di Generali.