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sabato 11 agosto 2012

Il mondo com'è - 105

astolfo 
Effimero – Così qualificato spregiativamente da Beniamino Andreatta quando divenne ministro del Tesoro con Spadolini nel 1982 e cominciò a tagliare le spese degli enti locali fuori controllo (“Si paghino l’effimero”), fu l’invenzione nel 1976 di Renato Nicolini, assessore alla Cultura a Roma. Che aprì le piazze e ogni spazio urbano comune, i monumenti, i viali, i prati, le grandi ville pubbliche, alla fruizione dei cittadini per spettacoli e l’impiego del tempo libero. Del tempo a occhi aperti. Un’idea di grande impatto urbanistico, che mutò la sociologia e la fruizione delle città rapidamente in tutta Europa. Compresi i paesi del Centro-Europa che meno avevano praticato le piazze e ogni altro spazio di vita in comune. Nulla a che vedere con le isole pedonali, altra invenzione romana, del primo centro-sinistra, poi furono trasposte in centri commerciali. Prima dei centri commerciali propriamente detti, successivi, i “non luoghi” per antonomasia della contemporaneità. 
 
Europa – L’Europa certo finirà, come tutto. Doveva finire sotto Mosca, l’America l’ha salvata. Ora potrebbe finire sotto i gialli, perché no - Céline già li temeva, erano la sua ossessione prima degli ebrei. O i marziani, i mussulmani, gli americani, del Sud. È paradossale per l’Europa inabissarsi con la Germania, che a lungo e con furia se n’è voluta dissociare, ma la storia, direbbe Benedetto Varchi, “vive quasi infinite volte”, in infiniti modi. E in infiniti modi muore, le storie finiscono. L’Europa stessa, piccola ma ricca, la più ricca al mondo, e presuntuosa, ora vuole farsi perdonare, ma non sa di che, ama compatirsi. Come una vecchia baldracca, senza più attrattive, che sospira sulla porta di farsi fare generosa da ognuno che passa. “L’Europa non ha più misteri, nessuna profondità, è morta”, disse nel 1936 Lou Andreas-Salomé, settantacinquenne lucida e vigorosa, levatrice di pensatori e poeti. Nazionalismo e imperialismo ne sono il cuore, figli dell’Ottantanove: missione del dotto, fardello, destino, civiltà. I tedeschi sono venuti ultimi a questi inciuchimenti, e recalcitranti. Non c’è altra storia. L’Europa ne ha tratto profitto, ma ora non se la fila più nessuno. Giusto quanto basta per farle spendere soldi che ha accumulato. 

 Germania – “La Germania è cresciuta con l’Europa”, va ripetendo Martin Schulz, il presidente del Parlamento europeo, per esorcizzare lo sciovinismo tedesco, come sempre benevolente. Ma si può solo intendere in questo senso: la Germania si è arricchita con l’Europa. In altri non è possibile: la Germania, benché sempre benevolente, non guarda fuori. Con un misto di ammirazione e invidia (deprecazione). Si prenda l’Italia. Non c’è al mondo popolazione (e cultura) più filo italiana di quella tedesca. Che dell’Italia gusta e copia la musica, la pedagogia, la cucina, lo stile di vita (informale). Ma a suo agio si trova nel mondo cupo del Centro-Europa, anche se affollato di slavi, rom, magiari, e tedeschi non graditi. Che la scimmiottano. E, perché no, in fondo pensa di fare a meno dell’Italia, come di un accessorio, confondendola magari col sole o con le canzoni, di cui pure è tanto appassionata. Sostituibile con Essaouira e altri luoghi ameni, dove non si canta ma c’è il catering fresco di Germania. La Germania è sempre benevolente, ma intollerante.

 Giornalismo– Il migliore è il non detto. Quello che si evita di scrivere. È una professione censoria? Anche. Ma il miglior giornalismo è quello che si evita di leggere, più che di scrivere. È immaginario. L’opinione pubblica è immaginaria. 

Imperialismo – La missione fu a lungo di civiltà. Nonché in Africa, ancora in Algeria, ancora a metà Ottocento. Gli scienziati politici inneggiavano alla conquista. Quando già si sapeva. Thackeray, l’autore della “Fiera della vanità”, dedicava a Abdelkader “Il falco in gabbia”, un’ode, e si fondavano in America cittadine El-Kader, in onore del Giorgio Washington dell’Algeria. Il “Manifesto dei comunisti” era in tipografia, quando Engels disse “la conquista dell’Algeria un evento fausto e importante per il progresso della civiltà”. Tocqueville concordava, seppure all’inizio dell’impresa, e quando Bugeaud non aveva fatto sentire la sua mano pesante di generale napoleonico, rapinatore, massacratore e, pare, violentatore – ma il conte in anticipo avallava, nel 1841, da esperto al Parlamento di Parigi, la distruzione delle coltivazioni e delle scorte alimentari, la distruzione dei villaggi, e le deportazioni di massa, vecchi, donne e bambini inclusi, in campi di concentramento, se non già di sterminio, che Bugeaud si apprestava a lanciare. E tuttavia non erano i beduini “briganti”, “taglieggiatori” e “mercanti di schiavi”, come diceva Engels a fine 1947? Lo erano. Robert Byron, “Viaggio in Afghanistan”, subisce questo dialogo: “A quale governo appartenete?” “Al governo dell’Inglistan.” “Inglistan? Che paese è?” “È la stessa cosa dell’Indostan.” “L’Inglistan è una parte dell’Indostan?” “Sì.” - Potrebbe essere stato. Ma cosa sarebbe l’India se non fosse stata inglese? Non la più grande democrazia del mondo. E forse neanche in via di sviluppo, zavorrata dalle caste e gli odi religiosi, umida, sporca. Alla stessa maniera di Kipling se non fosse nato in India, se fosse cresciuto nella cameretta di “A lume spento” in patria.

Italia – È Roma e la chiesa. Anche. Ancora molto, malgrado la frontiera eretta al Tevere dallo Stato Italiano dei massoni, che ora si dice abbia “liberato” la chiesa dall’identificazione. In Italia ne ha presente il riferimento solo Galli della Loggia. Fuori d’Italia l’identificazione è luogo comune. Specie nei paesi divisi dalla Riforma, quali la Germania, l’Olanda e la stessa Gran Bretagna. In Germania l’antitalianismo è luterano. Nell’“Ulisse” Joyce fa dire al suo alter ego giovane e filiale Stephen: “Io sono il servo di due padroni, uno inglese e uno italiano. Lo Stato imperiale Britannico e la Santa Chiesa cattolica Apostolica Romana”. Arbasino, il social scientist degli anni del terrorismo, fu antropologo in casa vent’anni fa coi “Paesaggi italiani”, capace di registrarvi e decifrarvi spezzoni di comportamenti e di linguaggi a lui estranei. Al meglio, vi era il Flaubert delle frasi fatte (anche Flaubert si pretendeva sommerso, pretendeva che le sue cose si scrivessero da sé), intervallate da estratti tragicamente limpidi delle ultime lettere di Aldo Moro - nonché dal raffronto scandaloso (tragico) tra l'ultima lettera di Moro (“il mio sangue ricadrà su di voi, sul Partito, sul Paese”) e ‘'ultima lettera di Maria Antonietta di Francia. Moro, chiosa Arbasino, dimentica tra l’altro di maledire i suoi assassini. E nemmeno venti anni sono passati, da quando “il papa si metteva in ginocchio davanti alle Brigate Rosse”. Esemplare di un tipo molliccio di umanità è anche il personale ritorno a Milano dello scrittore, intitolato “Stagioni morte”. L’Italiano, al meglio, è insomma del tipo salveminiano, anche se Arbasino è portato, per formazione e ricordi personali, più verso il tipo crociano. La diatriba Croce-Salvemini, fra il corpo sano con bubboni, o il corpo irrimediabilmente malato - che a occhio, senza essere medici, non avrebbe ragione di essere, se non per la ricreazione delle anime belle, giacché‚ dopo tutto l'Italiano vive e lavora. Arbasino fa molto credito a Pasolini delle “Lettere luterane”, l’ultimo scritto edito in vita: si fa strada l’istinto di morte. La depressione potrebbe venire da lontano. Oppure no. Potrebbe venire dall’abbandono della robustezza rustica per un vuoto modello urbano. Sempre il contadino in Italia è, come diceva Sismondi già nel 1809, “tanto superiore al cittadino quanto questi lo è al gentiluomo”. Approssimazione per approssimazione, infatti, la censura colpisce da sempre in Italia anche il gentiluomo. Che Machiavelli prima di Salvemini ha bollato: “Gentiluomini sono chiamati quelli che vivono delle rendite delle loro possessioni... Questi tali sono perniziosi in ogni repubblica”. Altrove, per esempio in Inghilterra, la civiltà è posta a credito del gentiluomo, per non avere invidie o rivalse da far valere – Tocqueville ne faceva il perno dell’ “impero” britannico, della superiorità costituzionale e morale dell’Inghilterra nel primo Ottocento. Galli della Loggia, che pure spazza allegramente via frasi fatte e stereotipi, e riscopre infine il carattere notabilare, fortemente oligarchico, della nostra borghesia, imputa il limite a “una complessiva forte subalternità del modello borghese a quello nobiliare”. Proprio quella subalternità che, dove s’è realmente data, in Inghilterra, ha prodotto il radicalismo tory e ha dato, a giudizio di Tocqueville, molti vantaggi a quella democrazia. L’oligarchia è tenuta su dalle banche, i modelli culturali della nostra borghesia sono i palazzinari e mastro don Gesualdo, con le rubinetterie d’oro. Le buone maniere non hanno mai fatto male a nessuno. L’Italia vi avrebbe avuto un ottimo serbatoio, paese urbano da tempo immemorabile. Poteva farne la sua specificità, è un paese unico in fatto di tradizioni, non fossero essere negate per una falsa democrazia. Gli ex mezzadri toscani che alla Borsa merci di Firenze dietro piazza della Repubblica trattavano negli anni 1950-60 le loro merci come al mercato, in capannelli, tra un bicchiere di vino e l’altro, rubizzi, le mani callose, avevano mediato dai padroni i vestiti e il vernacolare misto, col giusto grado di realismo. Lo sgonfiamento del debito pubblico, il “tesoro nascosto delle famiglie italiane” (Guido Carli), introdurrà delle incertezze? 

astolfo@antiit.eu

La verità sulle due morali, e l’Italia

Sono due, segreti, i motivi di attrazione del racconto – ben sceneggiato ma non sorprendente. Uno è personale, la trasparente autobiografia di Soldati, figlio vittimista di madre castrante, pronubi i preti in collegio. L’altro è un fatto etico e sociologico, di sociologia politica e della famiglia: la gioventù e la gioventù negata, la libertà e il bigottismo (oggi della stessa libertà), la natura e l’educazione, le due morali, le due Italie. Un piccolo miracolo, duraturo.
Mario Soldati, La verità sul caso Motta

venerdì 10 agosto 2012

Problemi di base - 111

spock

Vendola con Buttiglione?

Questa Juventus che controlla tutti gli arbitri, le partite, l’antidoping, e i giudici, come mai si fa sempre condannare?

Perché non prendere sul serio la Bundesbank?

Perché Angela Merkel dovrebbe essere nazista, se è merkeliana?

Perché i draghi, che sputavano fuoco, ora scodinzolano?

E se intercettassimo Travaglio? O Nuzzi?

Ora che si pente anche il diavolo, che ce ne facciamo di Dio?

Ma con chi Conte ha concordato il pareggio? Col suo vice?

E chi Conte ha omesso di denunciare, il suo accusatore?

Artico e Palazzi, che tanto si divertono con la giustizia sportiva, hanno rinunciato alle loro prebende?

spock@antiit.eu

Il cretino non muore e ritorna integrale

Ce n’è per tutti, la stupidità è, come la peste, contagiosa. Fruttero e Lucentini dicono il cretino soprattutto imperturbabile, un Napoleone solitario, in campo aperto, senza alcuna considerazione del nemico. Ma è tra noi. Nella superstizione, e nel rifiuto della superstizione. Nella Crisi, di Coppia, del Traffico, della Sinistra, della Fiducia, della Credibilità, Occupazionale e della Rai, delle Vocazioni Religiose, dell’Editoria, dei Servizi Segreti, del Romanzo, della Giustizia. Nella speculazione in Toscana che si può fare se in accordo col Pci-Pds e col clero, “i due pulpiti che più volentieri tuonano contro l’egoismo, il profitto, il mercato, la speculazione e via pontificando”. Con un barone rosé che è molto Umberto Eco. Fruttero e Lucentini di divertono ancora, il lettore pure.
Una serie di divagazioni già ripubblicate in tre volumi separati e in uno di sintesi, che si rieditano riattuali, nulla si può dire perduto in trent’anni. Fulminante l’apologo in tempo reale di Mani Pulite, dove il discorso sulla carrozza del re, attorno alla quale tutti “mangiano”, si allarga ai falsi invalidi, i falsi forestali, i bidelli assenteisti, i ferrovieri, gli infermieri, gli operatori culturali, gli insegnanti, gli impiegati postali “sparsi neghittosamente in ogni anfratto della Penisola”, intollerabilmente.
Carlo Fruttero, Franco Lucentini, Il cretino, Oscar pp. 933 € 13

giovedì 9 agosto 2012

Bovary capovolta

Curioso romanzo violentemente antifemminista – curioso per una scrittrice americana: il rovesciamento di Bovary.
Edith Wharton, Ethan Frome

Letture - 105

letterautore

Classici – Dario Fertilio documenta sul ”Corriere della sera” la lunga serie di rifiuti autorevoli del miglior Joyce, quello dell’“Ulisse”. Da Virginia Woolf a Fantozzi e Coelho, passando per Armando Plebe, Raffaele La Capria, Oreste del Buono e un non altrimenti noto Roddy Doyle. Dev’essere un classico estivo. C’erano una volta gli ossicini che sparivano in un bicchiere di Coca Cola, per animare le cronache estive, ora c’è l’Olimpiade, e anche l’“Ulisse”. Meglio, no? Però l’“Ulisse” si legge sempre con piacere. Si traduce anche, ora a cura di Celati, per la quarta volta.

Editoria – Si rilegga “Il giardino dei Finzi Contini”. O “Gli indifferenti”. O uno qualsiasi dei libri di Parise. Non si andrebbe oltre la prima pagina. Se si fosse un redattore editoriale, di quelli che fiutano il libro dalle prime righe. La qualità dei “Finzi Contini” non si vede dalla prima pagina, né quella degli “Indifferenti”. Anzi, il numero degli slow starter è incalcolabile, gli editori che dicono che si regolano dalla prima pagina dicono scemenze. E sono nomi, Eco, Calasso, lo stesso Ammanniti dalle tirature milionarie, che felicemente riempiono le librerie - che ogni libraio attende con trepidazione.
Poi ci sono le sortes vergilianae, il libro “scoperto” aprendolo a caso. Nulla di male, quella del redattore è, alla fine, una professione onesta, E, come tutte, vuole oggi un po’ di glamour – di battute, di understatement (lo dico e non lo dico), di esagerazioni.
È vero però che in casa editrice non si legge, si va a naso. Ma questo naso ha poco a che fare con l’opera in sé in attesa di essere pubblicata. Per metà è un agente, per la narrativa straniera, che vende titoli che già hanno avuto successo fuori, bloccandoli col resto del catalogo. E questo spiega perché gli scaffali delle librerie sono riempiti di romanzi tradotti, costati molto di più di un’opera prima italiana, che nessuno si sogna di leggere. L’altra metà va a fiuto (a naso) col mercato: opere trendy, di generi alla moda, opere da scuole di scrittura, con annesso agente letterario, nel quadro di “progetti” o “pacchetti”, e rilanci garantiti industrialmente (anticipazioni, prefazioni, recensioni, promozione in libreria) di autore già noto e\o affermato. Sono queste le prime “impressioni” che contano in casa editrice, e le ultime.
La soluzione redazionale è un autore garantito. O “ciò che vuole il pubblico” – il trend è generalmente il successo occasionale di un certo genere, questa estate per esempio il sexy. Col supporto naturalmente delle redazioni culturali dei giornali, dove non c’è più il critico accademico né quello militante, ma un interfaccia del redattore editoriale.
È un pieno che è un vuoto. Non sono molti i casi, ma nemmeno pochi, di testi inediti leggibili, e anche migliori di quelli pubblicati. Magari dello stesso scrittore. Un nuovo mestiere si potrebbe delineare in questo vuoto per chi non conosce nessuno, sia autore affermato o esordiente: il primo crei una sorta di agenzia di collocamento, cui i secondi possano accedere per un fee, non necessariamente in denaro. Un servizio reso, un segno di affetto, un contributo all’innovazione in letteratura. Gli editori sono soprattutto pigri.

Intercettazioni – È l’unica voce di spesa pubblica in aumento, documenta l’Eurispes. E bisognava pensarci: la letteratura italiana contemporanea, fatta dal buco della serratura, è pubblica. Come tutto ciò che fa il mercato in Italia, che sempre sa di sovietico.

Sul “Fatto” del 2 agosto Marco Travaglio, nella sua rubrica “Per conto terzi”, dice che le intercettazioni fanno bene a tutti. Ai mafiosi e ai corrotti perché li condanniamo, agli onesti perché rendiamo loro giustizia. “La categoria dei «non indagati» è troppo vasta”, dice Travaglio: “Chi sarebbero i soggetti «terzi» da tutelare? Tuti i non indagati o solo le persone che non c’entrano nulla con le vicende di cui s’indaga, ma si ritrovano intercettate casualmente sul telefono della persona coinvolta e intercettata?” E fa l’esempio del macellaio che telefona a Napolitano, diverso da Napolitano che risponde a una chiamata di Mancino, l’ex presidente del Senato.
“Comicità pura”, dice lo stesso Travaglio. Anche a questo era da pensarci: il vaudeville come genere di ritorno.

Pasolini – Il suo “Io so” voleva dire che non sapeva. La precisazione di Matteo Cerami alla “Stampa” è solo da segnalare per il tono seccato della stessa – da parte di un congiunto stretto del poeta, autore con Mario Sesti nel 2005 del film documentario “La voce di Pasolini”. Come avrebbe potuto? Non l’avrebbe nemmeno voluto – il poeta non è un questurino.
Il film di Cerami e Sesti documentava anche l’ultimo progetto di Pasolini, intitolato provvisoriamente “Porno-Teo-Kolossal”, per evocare il rifiuto totale in cui il poeta ha vissuto la sua ultima vita – “Porno-Teo-Kolossal” sarebbe seguito a “Salò Sade”. Di cui trace ben solide ha lasciato in “Petrolio”, poi pubblicato postumo, documentariamente ben significativo, anche se la scrittura è di getto e non rivista.

letterautore@antiit.eu

mercoledì 8 agosto 2012

L’occhio scomodo dell’uomo rivoltato

La vita infine di Lucette Almanzor, sposa di Céline. Molto céliniana, con una madre diciassettenne, medium, commessa da Patou, sposata da ultimo a Nizza con un Pirazzoli, che vive per il sesso, gli abiti, il gioco, e deruba la figlia. Un esserino fragile quale s’immagina una ballerina classica, che in effetti si rompe subito il ginocchio. Ma d’acciaio, è attiva ancora ai novant’anni, e non rinuncia a una nuotata in acque gelide - in Danimarca Céline doveva spezzare il ghiaccio per farla entrare in acqua. Che lo scrittore monopolizzerà da morto - censora energica dei libelli antisemiti, insensibile alle proteste (da ultimo di Riccardo De Benedetti, “Céline e il caso delle «Bagatelle»”). In vita era più spesso scorbutico, villano, “pazzo”, e sempre a caccia di donne, di prostitute in mancanza di altro - bello e elegante solo nel ricordo dei primi incontri, dopo il successo del “Viaggio”.
Con le memorie occasionali va un ritratto non superficiale di Céline, il più verosimile, benché sintetico, per lampi, fra quanti ne sono stati tracciati. Con numerosi cameo, Camus, Nimier, Morand, Dubuffet, Lili Dubuffet, e un sorprendente Sartre che chiede favori a Céline.
Un saggio di Francesco Piga chiude il libro. In Céline individuando “un nicciano puro”, conclusione cui arriva da studioso dello stesso Nietzsche: “I ritagli dalle opere e dalle interviste di Céline appaiono come in forma di aforisma. Un ulteriore legame con un pensatore fraterno, l’inattuale Friedrich Nietzsche”. Di Céline si danno vari radicamenti: Rabelais naturalmente, Dostoevskij, Schopenhauer, l’espressionismo, l’impressionismo, perfino il buon soldato Šwejk. Nietzsche è più congruo. Ma nello spirito dell’epoca, gli anni 1930, tragici già nell’attualità, non solo ex post. Céline non viene da nessuna scuola, è un autodidatta anche allo stato civile, può solo essere compagno di strada, involontario.
Lucette l’ha capito e a suo modo lo dice. Céline è l’uomo rivoltato di Camus – che non l’ha riconosciuto ma probabilmente l’aveva in mente. Lo scrittore che con più insistenza e meglio ha raccontato il suo mezzo secolo nei connotati storici, la deiezione e l’abiezione. Di prima mano. Gli è mancato l’opportunismo, l’ha fallito con i libelli - ma forse era destino, della passione anticonformista. Con lo sguardo implacabile dell’ironista irriducibile, quello che conosce le debolezze del linguaggio. La realtà vivendo scomoda - quale certamente è, ma a un occhio scomodo (critico, sperimentato, esercitato).
Lucette Destouches, Véronique Robert, Céline segreto, Lantana, pp. 140 € 14,50

L’unica spesa in crescita, le intercettazioni

La spending review trascura le intercettazioni. Taglia le borse di studio, poche diecine di milioni, e i sussidi agli handicappati, ma trascura le intercettazioni, che invece fioriscono. Le trascurano anche, caso singolare, i grandi giornali. Forse perché ci guadagnano – o pensano di guadagnarci (chissà se la gente non compra più i giornali perché non ne può più di intercettazioni). Il “Corriere della sera”, “La Stampa”, “la Repubblica”, ce l’ha solo nella cronaca di Torino, e perfino “il Messaggero”, che invece un tempo, quando non era parte della maggioranza, si scandalizzava.
È una spesa non irrisoria, 284 milioni nel 2010, dice l’Eurispes. E l’unica in crescita, di un quarto negli ultimi cinque anni, fino al 2010. Napoli ha il record della spesa, Salerno, che confina con Napoli, una delle più risparmiose. E quindi non se ne capisce la ratio. L’unico dato certo è che le intercettazioni fanno il giornalismo italiano, non ce n’è altro.

martedì 7 agosto 2012

È il discorso che fa la realtà

Un anno fa Deutsche Bank vendette 7 miliardi di euro di Btp, lanciando lo spread alle stelle d’un colpo. Prodi si disse “scandalizzato”. Nessun altro. Succede di aver avuto per dieci anni un’Alfa Romeo che non ha mai dato un fastidio. Analoga cilindrata tedesca, più cara, ha invece avuto in tre anni cinque inconvenienti. Non gravi, alcuni anche coperti dalla garanzia, che però implicano noie e tempo perduto. Ma la macchina tedesca è sempre migliore, e ha un mercato di seconda mano, che l’Alfa non può avere.
Non contano i fatti, contano le parole. Cioè, oggi, la pubblicità e il marketing. Nietzsche, che lo profetizzava, sarebbe impazzito prima.
Conta anche l’indolenza. Si parli di violenza, è solo mafiosa. Anche se due delitti su tre sono di tipo urbano metropolitano. Si parli di abusivismo, inevitabilmente sorge il fantasma di Agrigento, con palazzine e rifiuti tra i templi – l’area archeologica meglio protetta e fruibile del mondo. La Germania, invece, ha sempre ragione: è il Nord.

Il contratto sociale è morto

Un argomentato “Ribellarsi è giusto” - Dio non c’entra, è aneddotico. È la violenza che approda al femminismo. Ci mancava e Luisa Muraro riempie la lacuna. Non per scelta, per ovviare “alla morte della responsabilità politica”, ma il fatto c’è. Ce ne vuole. Un po’, il “quanto basta” del(la?) farmacista, come “forza della consapevolezza”. Per rompere la bonaccia sul tabù liberista che ci sta consumando, una forma di potere distruttivo. Una violenza sottintesa, come una riserva, che la filosofa trae da una scritta murale, “Dio è violent”, dove la vocale finale è stata sbiancata, come per eliminare il genere della divinità, e fatta seguire da “e mi molesta”.
Argomento non nuovo, da ultimo con l’“uomo rivoltato” di Camus, la “disobbedienza civile” di Arendt, il “partigiano” di Jünger – prima del novantacinquenne Ottolenghi. Anche tautologico. “Ciò che nella cultura postmoderna contribuisce maggiormente al potere del potere è la voglia di avere successo in prima persona”. Ma “il desiderio di protagonismo potrebbe essere il nostro punto di forza”. Se “si traduce in politica”. E c’è anche, ancora, la “virilità”. Il meglio è negli interstizi, nei lampi che attraversano l’assunto.
Dio, per cominciare. Non si nomina mai invano: il vezzo “di tirare in ballo Dio non ci fa uscire necessariamente dal razionale, anzi certe volte è il contrario: c’è infatti una ultragenerosità razionale di Dio, se così posso esprimermi”. Ottima espressione. La guerra giusta o umanitaria che funziona al rovescio: per evitare la guerra in Libia non si sono spesi nemmeno cinque minuti di lavoro diplomatico, “una novità… che suona come una campana a morto per il diritto internazionale”. E la fine del contratto sociale? “Il contratto sociale è un’idea morta. La storia ha voltato pagina”. Non che ci sia stato. Si dava a credere che ci fosse, e oggi questo non è più consentito: “Il contratto sociale è un racconto inventato all’inizio dell’età moderna per dare un fondamento laico (invece che religioso) alla umana convivenza e giustificare, senza fare ricordo a Dio, lo stato dei rapporti di forza tra uomini e donne, ricchi e poveri, stranieri e cittadini. Siamo animali simbolici e c’è bisogno di racconti; questo era un racconto ben trovato e ha funzionato”. Ora è “diventato indegno di credito” - nello sbriciolamento della Auctoritas, avrebbero detto Alessandro Passerin d’Enrtrèves e Hannah Arendt.
Luisa Muraro, Dio è violent, Nottetempo, pp. 75 € 6

lunedì 6 agosto 2012

“Senza di me…”, la barbarie della Markt-Demokratie

Dunque, siamo alla merkeliana “democrazia di mercato”. Che oggi, un giorno qualsiasi, si manifesta in questo modo. La Francia spinge l’Italia a chiedere lo scudo europeo – cioè a buttarsi nel baratro. Monti spiega ai partiti della maggioranza che la Germania vuole l’Italia sotto tutela. Il capo dei cristiano-democratici bavaresi, il terzo partito tedesco, per la terza volta in tre giorni critica la Bce (“lavora per salvare l’Italia”) e l’Italia. Lo stesso i ministri del partito Liberale, che con la Csu bavarese sostiene il governo Merkel – i ministri liberali criticano a staffetta. Monti critica sullo “Spiegel”, settimanale tedesco, il governo tedesco che non sa avere una politica. Tutti i partiti e i giornali in Germania criticano Monti, facendo appello agli ideali e alla pratica della democrazia, e al vincolo dell’opinione pubblica.
Non è un dialogo tra sordi. Ogni intervento ha un fine preciso: politico, speculativo, di potere. È la mancanza totale di una qualsiasi prospettiva o visione europea dei problemi. Che nasce da un ceppo evidente: l’incapacità politica tedesca di orientare e condurre a buon fine gli istinti animali della popolazione, come già in altre epoche decisive della storia, negli anni 1910 e 1930. Con la Francia a seguire – ormai da un secolo – senza capire.
L’Europa tedesca sta distruggendo la democrazia e se stessa, mentre si pretende democratica. Non c’entra il nazismo, che c’entra, c’è stato una volta e basta per tutti. C’entra la “Marktkonforme Demokratie” di Angela Merkel, che è la peggiore politica immaginabile in questa Europa infine disarmata. Per almeno quattro motivi: 1) dà vantaggi enormi alla Germania. 2) a spese degli stessi partner che la fanno prosperare, e 3) alimenta lo sciovinismo “popolare”, 4) da cui poi si dice condizionata.
Questa Markt-Demokratie viene classificata come populismo, ma è stupidità, o avventurismo. Ci sono naturalmente in Germania forti interessi europei, e sono prevalenti. Ma come sempre in questo paese di temporali, gelo e afa, tacciono. Non manca anzi chi vuole la Germania ricca principalmente in virtù dell’Europa, più che delle accreditate virtù tedesche, la parsimonia e la temperanza – i tedeschi non sono parsimoniosi e sono intemperanti. Un ipotetico muro al Brennero, peggio che al Reno, sarebbe la fine dell’industria tedesca, di una buona metà se non di tutta. Ma l’industria tace.
I partiti tedeschi si dicono alla rincorsa di un’opinione fortemente autarchica – “vedreste, senza di me”, va dicendo la Merkel nei colloqui internazionali. Che però loro stessi hanno creato, non consentendo una soluzione, mai, di un qualsiasi problema, a partire dalla Grecia. Monaco è probabilmente la città più filoitaliana in Germania e in Europa. La circostante Baviera è diventata ed è la regione più ricca della Germania – dell’Europa, del mondo - grazie alla simbiosi col Lombardo-Veneto. La Csu è un partito bavarese. Il leader della Csu critica ogni giorno l’Italia per non perdere la Markt-Demokratie. Creando problemi enormi all’Italia. E quindi domani alla Baviera. Mentre strizza l’occhio: “Senza di me…”

Ombre - 141

I draghi veri
Non sputano fuoco
Parlano tedesco

Alex Schwazer, bello, fortunato, ricco, famoso, che si dopa sembra uscito dall’ultimissimo romanzo di Markaris, “Prestiti scaduti”. Si dirà della vita che imita la letteratura. E della stupidità?

Ci voleva Prodi, un Prodi risvegliato da Monti alla politica attiva ora che il posto al Quirinale sembra preso dal professore, dal bocconiano, per dire quello che tutti vedono – sul “Messaggero” di domenica. Che il capo della Bundesbank è l’uomo della Merkel, e che non ci sono luci in fondo al tunnel perché il tunnel è occupato da un pesante tir tedesco.

“Senza vergogna” si chiede Claudio Sabelli Fioretti su “Io Donna” come mai Napolitano protesta contro le intercettazioni a Palermo e non protestò contro le intercettazioni all’Aquila. E magari non capisce davvero la differenza.

Quando l’Ilva inquinava, i giudici lasciavano correre. Ora che l’Ilva è a regola i giudici sequestrano gli impianti e incarcerano i dirigenti. Sempre dalla parte del torto?

C’è un presidente socialista in Francia? Non si direbbe. Quello che si vede è un ometto, al guinzaglio da un alano femmina, petto e mascella nerboruti. Un figurante in un doppio rovesciamento di ruoli. Lui, in proprio, si limita a cacciare i rom. Come faceva Sarkozy, per dirsi uomo di destra.

Perché si parla della solitudine della Bundesbank quando Weidmann ne è presidente solo perché è l’economista della cancelliera Merkel? Per strabismo? Per conformismo. A che cosa? A “la Germania ha sempre ragione” – le macchine tedesche sono buone eccetera.
È il problema del politicamente corretto, che elimina ogni giudizio. È il problema di Milano, che ne è l’interprete, e con esso oblitera l’Italia, che domina.

E Palazzi che prima accetta un patteggiamento in cinque mesi (tre più 200 mila euro) per Conte, poi lo vuole squalificato per quindici mesi - il patteggiamento sportivo si fa sulla metà della pena base? Mentre l’accusatore Carrobbio, reo di avere anche scommesso, è punito con quattro mesi, molto meno di ogni altro pentito. Per Siena-Novara Palazzi ha voluto puniti con Conte i due collaboratori ora con lui alla Juventus, e nessun altro, né del Siena né del Novara.
Questo Palazzi, genio del pagliettismo, dev’essere diabolico: con chi Conte avrà concordato il pareggio, da solo?

Radio Rai segue ogni notizia del processo a Dell’Utri, la convocazione della figlia di Berlusconi, la convocazione di Berlusconi, reiterando ogni volta in dettaglio le accuse – i sospetti dell’accusa: 1) Berlusconi ha comprato il silenzio di Dell’Utri sulla trattativa Stato-Mafia, così, con la maiuscola, o in subordine, 2) Berlusconi ha pagato Dell’Utri per pagare la mafia. Poiché Berlusconi controlla la Rai, non sarà lui che si fa fare i processi?

Berlusconi convocato a Palermo alla vigilia di Ferragosto sa di carnevale. E lo e. Ma perché non pagherebbe lui i giudici palermitani, straordinari festivi compresi, se tanto si divertono, invece di addebitarceli?

Una giustificazione minima c’è, alla convocazione di Berlusconi a Palermo alla vigilia di Ferragosto: A corto di follow-up sul nuovo processo, Palermo ha ottenuto comunque la prima pagina. Gratis?
Ma è possibile: l’onorabilità di giudici e giornalisti non ha più prezzo, è roba da trivio.

Monti va a Parigi e con Hollande difende l’euro e l’austerità – le tasse. Poi Hollande va a Londra e candida Parigi all’Olimpiade del 2024. Sicuro di averla, in quanto capitale europea, dacché Monti ha liquidato la candidatura ormai riuscita di Roma per il 2020. Sempre nel segno dell’austerità.

L’Italia e Draghi promossi da Geithner, venuto apposta dal’America. Pronto a dirlo con un annuncio pubblico. Allora la Germania corre ai ripari, e col portavoce e Schaüble, fa lo stesso annuncio. Che potrà non avere effetti pratici, ma conferma che l’Europa marcia solo con la sponda Usa. Non per altro, per la miseria politica.

La prescrizione alcuni magistrati vogliono abolita, che ognuno sia processabile a vita. Ma molti giudici al processo, e anche molti Pubblici Accusatori, la usano per condannare senza veramente condannare.

La memoria non ama lo snobismo

Curioso campionario di snobismo estremo, se c’è questa disciplina. Di un io totale, che tutto rade, eccetto un vago rimpianto del tempo che fu, e di Schumann naturalmente, con i Lieder. Beniamino Gigli è un nano, Maria Caniglia, Gino Bechi, Gianna Pederzini roba per le matinées delle signore. Forse averli ascoltati nell’Alessandria che non c’è più avrebbe dato un’altra consistenza alla memoria, che non dà i voti (primi i Lieder?).
Bisogna rivederli, gli effetti della memoria. Nel caso di Terni anche dello sradicamento. Ma la memoria mal si concilia con lo snobismo, già nel noto caso – ogni memoria si sa che ora si vuole proustiana.
Paolo Terni, In tempo rubato

domenica 5 agosto 2012

La logica paradossale di essere più cose

Acqua fresca? Sì. Dire l’ineffabile, cogliere l’imponderabile, senza tuttavia senza tuttavia ridursi all’ossimoro, il gioco di parole che le cose dice col loro contrario. Si forma e si percepisce per immedesimazione. Con un tratto semplificato. Di due immagini accostate. Su cose meglio che su persone – che però sempre più si impongono, in forma di nascite, morti, malattia, infanzia. Messo in circolo sessant’anni fa dalla cultura beat col Buddismo Zen, lo haikù non cessa di stupire.
Superba antologia in pillole, di una ventina di poeti, a partire da Bashō. Con gli ideogrammi originali, la trascrizione dei suoni, una bibliografia e una illuminante presentazione sulla “logica paradossale”, per cui ogni cosa è anche un’altra – sottile rabbuffo all’antico riduttivismo di Roland Barthes, “L’impero dei segni”, che lo haikù dice “facile, futile, breve, ordinario”.
Haikù, a cura di Leonardo Vittorio Arena, Bur, pp. 110 € 5,90

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (138)

Giuseppe Leuzzi

A Nazzareno P., un anno dopo
La luna ha l’alone
È tempo di scirocco
L’aurora è trasparente

Il maestro Muti, approfondendo la conoscenza dei giovanissimi musicisti calabresi che da alcuni anni coltiva, partendo dal nucleo iniziale dell’Orchestra di Fiati di Delianuova di cui ebbe ad ascoltare occasionalmente un dvd, si dice colpito dalla serietà professionale di “giovani di 22-23 anni, ma anche ragazzi di otto anni”. Che si distinguono “per la disciplina artistica e la partecipazione totale alla musica e la severità del loro approccio, specialmente significativa quando si hanno appena otto anni”.
Come si perde il carattere maturando? A scuola? Nella sottopolitica? Tramutandosi nella lamentela.

Elido Fazi scrive un ricordo di Gore Vidal sul “Messaggero”, pezzo forte un premo letterario internazionale a Crotone festeggiato nel “migliore ristorante della città”. Lo scrittore chiese uno scotch, dopo un quarto d’ora si vide recapitare dal cameriere uno scotch-type, un nastro adesivo, su un piattino. Aneddoto inventato, forse per dire che Vidal beveva. Ma perché addebitarlo al “miglior ristorante di Crotone” senza cadere nel ridicolo? Perché si può.
E perché Crotone s’intigna a dare premi internazionali?

Il disgraziere
Sudismi\sadismi.C’è nei giornali ormai da alcuni anni, anni di depressione, un giornalista specializzato in disgrazie. C’era un tempo quello del terrorismo, della mafia, della corruzione, ora della casta. Ma c’è sempre, costante, quello che segnala e rabbuffa le disgrazie del Sud. Tutte in qualche modo volute e meritate. Non solo nei giornali, questo è genere in cui eccelle anche “Striscia la notizia”, forse perché ha corrispondenti quasi tutti al Sud e nelle isole. Non c’è opera pubblica mal riuscita o abbandonata a metà, che non venga segnalata con spreco di spazio e adeguatamente rampognato. Tutti muoiono negli ospedali del Sud. Crollano i palazzi mal fabbricati al Sud. Le opere pubbliche costose sono abbandonate al Sud.
Ora, uno penserebbe che solo al Sud succedano certe cose, mentre invece succedono anche al Nord. Opere pubbliche che collassano all’inaugurazione, per esempio nel bresciano, nel bergamasco, a Firenze (edifici importanti e costosi, come il Comunale, e il palazzo di Giustizia). Oppure abbandonate a meta strada. Per non dire delle opere pubbliche interminabili, da decenni – la Salerno-Reggio perlomeno già s’intravede. Morti sospette negli ospedali. Acque a aria avvelenate. Ma non “fanno notizia”. Le notizie sono compensazioni?

L’odio-di-sé
È irresistibile nel “gattopardismo”, che tutto fa nascere e morire in Sicilia, tutto il peggio. Del romanzo fortunato di Lampedusa e dei tanti epigoni, tra i quali purtroppo primeggia Sciascia. Su altri argomenti incline alla riflessione, anche dolorosa, sul peggio del peggio in Sicilia Sciascia cavalca (quasi) allegro. E magari lui sapeva già, era un appassionato di ricerche storiche, che neanche la mafia è siciliana, ce l’hanno portata, innestata, indirizzata e usata i “piemontesi”. A cominciare dai “pugnalatori” – un giallista che manca l’essenziale? No, era il pregiudizio.
Il proprio sentimento del protagonista-narratore, Salina-Lampedusa, è ambivalente. Ha grande opinione della Sicilia ma spesso è sfottente. Nella stessa pagina può dire la Sicilia “questa America dell’antichità”, contesa da Fenici, Greci, Romani, e insieme che “l’aspetto vero della Sicilia, quello nei cui riguardi città barocche e aranceti non sono che fronzoli trascurabili” è “un’aridità ondulante all’infinito, in groppe sopra groppe, sconfortate e irrazionali”. Ma le inclinazioni di Lampedusa, seppure contrastanti, contano poco: il fatto è che la Sicilia è il “Gattopardo”, inerte e opportunista.

È indotto, anche sotto le forme all’apparenza innocue e benevolenti della diversità del Sud, della sua specialità, quali la sicilitudine e la napoletanità. Che invece sono nei fatti delle patologie. Il discorso ormai classico al centro del “Gattopardo”, in cui il principe Salina, “il Principe”, teorizza al funzionario piemontese l’inguaribile diversità della Sicilia, è farcito di locuzioni avulse, di prestiti o anticipazioni (nel 1860): “classe dirigente”, “manifestazioni oniriche”, “enigmi del nirvana”, “formazione di miti”. Tanto più bizzarre in un uomo che, pur pensandosi fuori dal mondo, vive come uomo medio – e anzi giudica, molto piccolo borghese.

Don Pirrone, il gesuita del “Gattopardo”, facendosi l’elogio dell’aristocrazia, di cui è saprofita, rileva che ognuno è spregiatore di un altro, l’aristocratico del mondo, il professore del maestro, il religioso del laico, il gesuita del religioso. Il disprezzo come risarcimento e protezione, a difesa dalle esazioni che comunque il mondo (la società) impone – a difesa dal “pizzo” della società. “Non ci sono che gli zappatori”, conclude, “a essere disprezzati anche da loro stessi”. E il siciliano, il meridionale in genere?

Non c’è tanto aspro rifiuto di casa, di Milano e della Lombardia, come in Gadda. Gli dispiacciono pure il gorgonzola e le facciate delle case. Nonché i borghesi costretti nel tinello a contare i denari. Ma senza disprezzo. È un rifiuto in un rapporto critico – non inguinale, direbbe l’Ingegnere.

leuzzi@antiit.eu

sabato 4 agosto 2012

Il Signore degli Anelli è biblico

La trilogia ha molti stilemi, procedimenti, caratterizzazioni, perfino forme dialogiche, della Bibbia. Fino alla rassomiglianza fisica del genio del bene e del genio del male. Con angeli-eroi – elfi, gobbi, santi – che impazziscono, eventi storici sempre subiti, vittorie straordinarie, semplici citazioni per le donne, popoli vicini e insieme lontani.
Anzi, ha quasi soltanto movenze bibliche, non c’è niente di altre saghe, se non i nomi di Tolkien, e poco di favolistico. È uno schema molto semplice: ricalca il linguaggio e il mondo che lo spettatore euro-americano sa riconoscere, ha assimilato.
Peter Jackson, Il Signore degli Anelli

Secondi pensieri - 110

zeulig

Imperialismo – È la via della libertà? La libertà è la costituzione materiale dell’imperialismo del Duemila, e dell’Occidente durante la guerra e dopo. La risorsa ultima degli alleati nel punto di massima violenza fu la democrazia, la violenza indiscriminata. L’imperialismo della democrazia è la fine: difficile salvarsene, anche in ginocchio con le braccia levate.
L’opinione pubblica, nella mobilitazione totale democratica, entra in gioco non come somma delle singole volontà libere, ma come espressione piccolo borghese, cioè acritica, di ideologie e politiche di altri, che essa non genera, non controlla e di solito non capisce. Alla melassa del linguaggio socio-psicologico corrisponde del resto l’identificazione mistificata del soggetto: ceto medio, società civile, la stessa opinione o sfera pubblica. Il radicalismo rivoluzionario condivide col pacifismo questa ambiguità, sia pure col supporto di Rousseau. Che la volontà libera, singola o “generale”, e non gli Stati determinino le scelte. Gli Stati che s’intrecciano con questo o quel fulcro della volontà politica, la borghesia o i lavoratori, un tempo i soldati o i signori, e perfino i preti.
L’idea che il no, o una bomba, possano fermare la violenza è l’ultimo esito della concezione idealista del primato della politica, la stessa che risolve la politica nel voto - Marx ne riderebbe.

Internet – Lo scrittore Roberto Cotroneo ha su “Sette” Dio nella Rete. Dall’Inizio: “In principio era la parola”. Durante: “La rete è il regno delle psicologie, dei sogni, dell’anima e del divino”. Alla Fine: “L’unione dei corpi con le anime nel Giudizio Universale potrebbe essere totalmente inutile oramai. Bastano gli avatar”. Non nuovo, almeno a partire da “2001, Odissea nello spazio”, ma ben detto. Sembra una parodia e lo.

Ironia – L’ironia dissecca se non è disseccata.

Si può fare a meno di Kierkegaard? Normalmente sì. “Il fenomeno, come sempre foeminini generis, deve cedere al più forte, al cavaliere filosofo”: è l’esordio del “Concetto d’ironia”, libro di esordio di Kierkegaard, senza ironia. Mentre è il contrario.

Dice Soldati, lo scrittore: “Chi ha provato la lontananza, difficilmente ne perde il gusto”. Accade da fermi con l’ironia, la lontananza di chi è dannato a straniarsi. Chi ha provato la lontananza, in realtà, torna più volentieri. Se non che l’esilio c’è, la voglia di espellere, l’ostracismo non è trovata dei greci, e uno si ritrova spesso fuori. Senza bussola.

Storia – Il motto di Clemenceau, “nessuno aveva un’idea più vaga dell’affaire dello stesso Dreyfus”, è vero o falso? È più facile che sia vero, anche se significa che non si è autori della propria storia. E non per “sapere” o non sapere, per essere più o meno avvertiti, o potenti, decisivi, ma perché la storia va a valanga, seppure con leggi o costanti, come la fisico-chimica della valanga.

Storia fededegna è sempre quella di Erodoto, quella che si vede. E anche questo è Occidente, nel senso di concreto. Forse per dare i connotati delle persone. Ma per sapere chi erano, che pensavano, che volevano? E chi mai ha realmente visto? Perfino una bella donna è difficile da vedere tutta. O una statua. Storia vera, lo diceva già Luciano, è quando scrivo cose che non ho visto, di cui non ho avuto esperienza, neanche notizia. O Montesquieu: le storie sono fatti falsi composti su quelli veri o in occasione di quelli veri. Storia vera è Gargantua, Simplicissimus, don Chisciotte, i romanzi, che, dice Novalis, nascono dalle mancanze della storia.
È questo il verum factum di Vico, il verum fictum, la verità inventata: la storia è bella perché varia, ognuno si fa la sua. Anche se spesso uguale a un’altra, dei copisti alla Vrain-Lucas, di Curzio Inghitrami con gli etruschi, di Meegeren con Rembrandt, dei rifacitori di Shakespeare, degli inventori di Ossian e della tradizione, del banditismo di Klopstock, l’inesistente teatro dei bardi che servì ad annettere al germanesimo i cantori celti, a torto definiti impostori. Lo sapeva Tocqueville: la storia è una galleria di quadri in cui ci sono pochi originali e molte copie. La storia perfetta di Bacone, che l’umanità porta dall’infanzia antica alla maturità moderna, nasce romanzetto barocco.

“La storia, facile da pensare, è difficile da vedere per quelli che la subiscono nella propria carne”, dispone Camus da ultimo. Resta la grandezza. Sia pure, in epoca razionalista, un’arcata di venti metri per convogliare l’acqua a Ariccia, ideata da un cardinale, l’essere più inutile. Si è del resto scritto più sul rock-and-rollche sulla Rivoluzione dell’89, benché tutto a Occidente, Presley e la Rivoluzione. La storia è oziosa. Ma allora doppiamente occidentale, per l’ozio e la fede nella memoria – l’Oriente, si sa, non coltiva la memoria, l’India, la Cina, il Giappone….

“La storia viene sopportata solo dalle personalità forti”, Nietzsche stabilisce, “quelle deboli essa le cancella immediatamente”. Col seguito famoso: “Non si creda alla storia come eterno femminino - la donna in sé, l’eternamente inavvicinabile. Al contrario, è all’eterno maschile che va paragonata. Senonché, per coloro che sono «colti in storia», è piuttosto indifferente che essa sia l’una cosa o l’altra: è una generazione di eunuchi”.
Per i neutrali la storia è “critica” - Nietzsche direbbe pettegola. La storia inoltre si fuma: “Lo storico del presente ha elaborato una tale delicatezza ed eccitabilità di sentimento che niente di umano gli resta estraneo, egli è diventato una risonanza passiva, che agisce con altre vibrazioni su altre nature passive dello stesso genere, finché l’atmosfera di un’epoca si riempie di tali delicate e affini risonanze che s’incrociano. Mi sembra tuttavia che, di ciascun suono fondamentale originale della storia, si percepiscano per così dire solo i suoni concomitanti nelle ottave superiori… É come se si fosse strumentata la sinfonia eroica per due flauti destinandola all’uso di sognanti fumatori d’oppio”. Nietzsche apprezzava Stirner, ma nessun rischio ha fatto correre a nessuno. E anzi restaurò l’arcaico, un moralista reputandosi nella tradizione aristocratica francese. Si può dire per dire.

zeulig@antiit.eu

venerdì 3 agosto 2012

Atene in culo alla crisi

La crisi presa per il verso giusto – per i fondelli, per dirla in toscano. Tra teste mozzate di banchieri. Markaris è un giallista disciplinato, il suo detective è un commissario di polizia. Ma non sa trattenersi dal beffeggiare i iugulatori presenti e passati.
La famosa equiparazione tra donne e uomini della cancelliera Merkel (introdotta in Italia da Elsa Foernero, due donne dunque) riceve un’adeguata spiegazione alla pagina 158. Anche la troika nordista che governa oggi la Grecia è scolpita, a pagina 235. Qui addirittura in una dozzina di righe, ma l’equiparazione dei sessi è insuperabile – tutta Martha Nussbaum, anzi di più, in mezza pagina.
C’è anche l’Olimpiade. Il testimone chiave è un atleta che vinceva tutte le medaglie, si è arricchito, e sta morendo di doping. Il commissario Charitos, che ha una passione purtroppo per le strade di Atene, facendoci fare lunghi tortuosi percorsi, si gode così, da “vecchio comunista” disciplinato, la nuova viabilità e la metropolitana dell’Olimpiade di Atene del 2000. Che fu la causa del disastro. Incontenibile.
Ci sono imprecisioni. “È veramente impossibile che lo stesso assassino abbia subito danni a Vaduz e New York”. Normalmente è lo stesso. Dei pii ortodossi citano il Vangelo in latino, nella versione di san Girolamo. Charitos ha lasciato la Fiat Mirafiori, vecchia di quarant’anni, per una Seat Ibiza – senza sapere che la Seat è l’odiata Volkswagen? Ma lo sberleffo è prepotente. La Seat ha il navigatore satellitare incluso in regalo, e Charitos “da vero greco” lo programma per ogni tragitto: “Visto che me l’hanno regalato, lo devo usare”. Ma alla prima indicazione, “svoltare a sinistra”, se ne infischia e va dritto. Una prima, una seconda e una terza volta. Perché questa è la funzione del navigatore satellitare: potergli disobbedire, “tira su il morale”.
Petros Markaris, Prestiti scaduti, Bompiani, pp. 383 € 10,90

Conte è una mina, da disinnescare

Da Conte a Artico, dal giudicato al giudice. Ci sono pressioni sulla Commissione Disciplinare che deve giudicare l’allenatore ora della Juventus, e vengono dagli antijuventini, le stesse forze che reggono la Figc e la Commissione.
Accettare il patteggiamento di Conte, per poi richiedere per lui una pena eccessiva, è la mossa degli stessi ambienti. Con lo scopo di portare la Disciplinare a una pena ridotta, il cosiddetto giudizio equo, che eviti lo scandalo. La mossa è del Procuratore Palazzi, ma in nome della Figc e dei suoi controllori.
L’intransigenza di Sergio Artico, l’avvocato torinese e torinista che presiede la Disciplinare, ha messo in imbarazzo questi ambienti. La protesta del presidente della Juventus, calibrata legalmente, lascia presagire la contestazione della disciplina sportiva presso la giustizia ordinaria. Che su questo aspetto non potrebbe rifiutare la competenza, essendo il fatto penale (a differenza di quanto si prospetta per gli scudetti, di cui sono reclamati i danni in sede civile). In ballo sono diritti individuali protetti costituzionalmente: alla difesa, alla parità di trattamento, eccetera.
La Figc, inoltre, potrebbe essere corresponsabile nel giudizio che gli avvocati della Juventus, De Renzis e Chiappero, vogliono promuovere contro Artico. Per atteggiamento palesemente discriminatorio, contro ogni principio di giurisprudenza, nello stesso processo. E in conflitto d’interesse, da avvocato di Torino coetaneo e concorrente di Chiappero.

Mi-To,l’economia del lager

Doveva essere un progetto, il Nord-Ovest che si rilancia, è rimasto una sigla – un mito. Che si mostra nella sua penultima appendice, l’aggressione alla Fiat di Marchionne, come uno di tanti nomi delle depredazioni di cui Milano fa costantemente oggetto Torino. L’ultima sarà, se l’operazione va a buon fine, mandare al tappeto l’ex capitale d’Italia: con una gigamulta per infrazione al patto di stabilità, in aggiunta ai debiti in essere.
Milano ha via via sfilato a Torino le assicurazioni, la Sip-Stet-Telecom, è le banche. Dopo aver demolito la Olivetti, e nella lunga gestione Romiti già una volta la stessa Fiat. Il metodo era allora la finanza distruttiva di Cuccia, o economia del lager: quanto basta per ricavarne un beneficio prima della morte. La Olivetti, che nel 1962 aveva elaborato il personal computer, costrinse a dedicarsi alle macchine per ufficio – il personal farà la fortuna della Ibm. La Fiat ereditata dall’Avvocato con Romiti era la quarta produttrice mondiale di automobili. Cuccia non c’è più ma c’è Bazoli – forse più cattivo.

giovedì 2 agosto 2012

Il mondo com'è - 104

astolfo

Capitale – È “tenace avarizia e avidità”: il Gattopardo di Lampedusa lo fissa in un’istantanea guardando il consuocero arricchito Sedara.

Il suo meccanismo è forse impensabile per essere semplice: accumulare spendendo. Creare ricchezza dissipandola. Già dal tempo di Crasso e i pubblicani. I quali erano capaci, dalla Spagna alla Licia, quando arrivava l’imperatore, di erigergli un tempio, un teatro, una biblioteca, un ginnasio, un arco di trionfo. Veri, di pietra e marmo e non di cartapesta. Ben più cari di una Carnegie Hall, che poi è un investimento e non un monumento. Facendo tutti contenti, l’imperatore, i cavatori, i sacerdoti nei templi e le vestali, nonché i costruttori edili. E questo per le virtù moltiplicative del denaro, che non è il nummus e non è l’oro o l’argento del conio, né il biglietto di banca, il certificato del governatore dell’istituto d’emissione, ma un principio attivo. Che la penuria rende produttiva, di reddito e ingegno applicato, di tecniche, salute, piaceri.
Per il resto si scimmiotta la religione del capitale: Lafargue, il genero ozioso di Marx, il Tirteo francese Rouget de Lisle, il conte Saint-Simon. Che Büchner trovò all’osteria a Strasburgo, accanto al Duomo, in testa un berretto rosso, al collo una sciarpa di cashemere, in giubba corta tedesca e pantaloni aderenti, sul panciotto un Rousseau ricamato. Non il conte, un suo seguace: i sansimonisti, avendo avuto nel conte il père, spiega Büchner ai suoi, erano alla ricerca della mère, nella forma più generica di femme, e per essa s’addobbavano. Anche nella femme, luogo laico, c’è una forte origine del capitale.

Imperialismo – L’antimperialismo di Lenin è il manuale del governo borghese, gli ricorda che l’uomo d’affari tende a mettersi il mercato sotto i piedi.

Il più vasto è sicuramente quello odierno, della libertà. L’America ha un’idea forte del mercato, della propria libertà, che scuote Hobson e il vecchio imperialismo. A meno di non tornare al dibattito che si fece in Atene su Atene, se la democrazia era imperialista su spinta dei ricchi oppure del popolo. Bisognerebbe dire del popolo, e non ha senso. L’America è piena di radici, ecco che, benché trascuri la genealogia. Per la cittadinanza. Anche i poveri si sentono protetti. Forse, dice Arendt, per non avere mai vissuto il totalitarismo e il terrore.
Gli Usa esercitano l’imperialismo, e l’antimperialismo. Con più intelligenza che altrove, romantici con più sentimento, violenti senza pari terribili. Il tutto è antico romano, benché il posto sia di libertà recente - sotto le chiappe della Libertà era la dogana carceraria degli immigrati. Bisogna tornarci su: la nazione più solida è quella più composita, l’America, malgrado l’eccidio degli indiani, il razzismo impunito, l’imperialismo compulsivo. Nel segno della libertà.
L’America ha fatto della libertà strumento di espansione, come i romani antichi, che anche loro fingevano di non avere abbandonato la libertà nell’impero. A spese dell’Europa imperiale e coloniale dapprima. Ora a spese degli stessi liberati, un terzomondista questo lo vede in ogni canto ogni giorno. Qui si parla della libertà moderna ovviamente, l’Ottantanove, il suffragio universale, i diritti dell’uomo eccetera. La libertà della Rivoluzione la Francia ridusse a piccola cosa, a fronte della libertà di tutti gli altri paesi, la Germania compresa, e l’Italia, la cui indipendenza, se non la libertà, pure la Francia direttamente aiutò. Il miracolo francese al Congresso di Vienna fu di diventarvi il lievito dell’Europa tutta, più che di uscirne intatta e prospera malgrado la sconfitta. Ma durò poco: la libertà dei popoli europei si trasformò in nazionalismo, esclusivo, feroce, all’insegna dei primati, morali, civili, eccetera. Con la libertà gli Usa hanno slombato nelle due guerre metà Europa, compresa la diplomazia palese, e nel ‘56 le alleate Francia e Gran Bretagna in Africa e in Asia.

Opinione pubblica – Quando un atleta non vince all’Olimpiade i giornalisti gliene fanno una colpa – sempre i giornalisti fanno una colpa all’atleta, alla squadra, alla bellezza, al genio, ma all’Olimpiade si nota di più, perché è in diretta, a caldo. Come se l’atleta avesse voluto perdere, non si fosse impegnato al meglio, non avesse lavorato per settimane e mesi alla gara. Come se l’atleta fosse stato solo con se stesso invece che in gara con altri altrettanto agguerriti atleti.
È un vizio non soltanto italiano – l’Olimpiade consente anche questo, di sintonizzarsi sullo stesso evento su altre lingue di altri paesi. Come se il giornalismo avesse vocazione censoria invece che rappresentativa. È il virus dell’“opinione pubblica”. L’infezione viene non dalla proprietà o dagli interessi nascosti, dall’a chi giova, dallo schieramento, che comunque è palese, ma da una funzione giudicatoria che persone senza alcun titolo si danno. Nel nome della libertà di opinione e informazione. Uno, non il solo, effetto perverso della libertà: l’opinione pubblica vi si radica e la tradisce.

Si legge il giornale con apprensione. È l’effetto che il dandy Baudelaire avvertiva cupo, senza spiegarselo: “Stamattina ho avuto l’imprudenza di leggere alcuni giornali. Improvvisamente, un’indolenza del peso di venti atmosfere si è abbattuta su di me, e mi sono fermato davanti alla spaventosa inutilità di spiegare una qualsiasi cosa a chiunque”.

Rivoluzione – La cultura è la sola rivoluzione del Settecento che sia sopravvissuta, all’industria, al capitale, alla patria, al razzismo, all’imperialismo, pure negli Usa. “Il pensiero di quel che sarebbe l’America\Se i classici avessero larga diffusione\ Mi toglie il sonno”, scrisse Pound al giudice che condannò l’Ulisse per oscenità.

Socialismo Usa - L’America avrebbe fatto felice Marx: non c’è legge o etica che il ruolo non determini, cioè il denaro. A lungo, a fine Ottocento, si sono anche ipotizzati gli Usa come terreno privilegiato per il socialismo. L’America socialista Bellamy l’ha pure scritta. Ma non è fantasia, il paese è maturo. Oggettivamente. Altrimenti salta Marx: vi si può vivere liberi, schiavi, e perfino contenti. A meno dell’imperialismo, che degli Usa un imprinting – vocazione, identità, fede.
A meno dell’imperialismo, Tocqueville dovrebbe riscriversi: l’America ha tutto per essere socialista, forza, ingenuità, indifferenza, seppellisce i morti a beneficio dei vivi, abbatte le case ogni pochi anni, e si taglia i ponti, nomi, origini, parentela, senza accumulo. Sono uguali pure le facce: taglia, prognato, sorriso, linguaggio paiono fatti con lo stampo. Poi c’è il bombardiere, parte dell’imperialismo ma anch’esso livellatore: la storia dell’impero Usa, che sarà stata la cosa migliore del terrificante Novecento, se è vero che difende la libertà, e comunque non ha gulag, si fa col bom-bardiere. Il taglio è netto con l’imperialismo britannico, che si voleva localistico, utilizzatore e anzi difensore delle varietà. Ora si punta alla distruzione delle differenze. La pizza è subito americana, e il vino, e sono uniformi, non buoni né cattivi, ma non altrimenti definibili o conformabili. Mentre i film stranieri, in quella patria del cinema, non si vedono, se non si rifanno americani.
L’omogeneità, riflesso della merce di massa e quindi del gusto, che è l’ordito culturale del monopolismo, obbedisce a tutti gli effetti ai canoni di Marx, ed è a tutti gli effetti egualitaria. Monopolio e impero si affermano attraverso l’uguaglianza, e non per beffa, è un progetto politico - che Tocqueville già ai suoi tempi trovò intollerabile: voleva addolcirlo con la democrazia greca, dei belli-e-buoni di spirito.

astolfo@antiit.eu

La giustizia graziosa, tra Borrelli e Tabucchi

È il libro-intervista col Procuratore Capo di Milano all’epoca di Mani Pulite, un progetto editoriale poi ridimensionato e pubblicato su “MicroMega” a fine 2001. Di incredibile fiacchezza.
Borrelli vi dice, obliquamente come suole, varie verità. Che Di Pietro non è di sinistra, ma un “cristiano-democratico” di campagna. Che Di Pietro non voleva essere affiancato da magistrati del Pci. E che in Sicilia la mafia sembra scomparsa perché c’è la pax mafiosa - s’intende tra capimafia, ma forse Borrelli intendeva altro. Qualificandosi sempre opportunista, ma da solo, non incalzato dallo scrittore. A Di Pietro ricorda infatti d’aver affiancato due del Pci, vuole che si sappia. Ma Colombo lo fa un chierichetto, “intriso di cultura cattolica”, Francesco Greco uno specialista di fallimenti (di D’Ambrosio, poi senatore del Partito, non c’è traccia). Non richiesto, dice anche che la sua Procura non ha graziato il Pci: cita Greganti, Stefanini, Cervetti, Barbara Pollastrini – le indagini più fiacche. Fa una citazione impropria di Santi Romano, della pluralità degli ordinamenti giuridici, o della non esclusività delle leggi dello Stato, e la estende alla mafia. Tabucchi non obietta.
Tabucchi lamenta “l’arretratezza civile dell’Italia”, per la mancata Riforma e la mancata Rivoluzione borghese “come la Francia e l’Inghilterra”. Borrelli condivide. Il discorso di Craxi alla Camera sulla corruzione politica Tabucchi riduce a una chiamata di correo. Borrelli condivide. Sulla confusione dei ruoli tra pubblici ministeri e giudici, Borrelli concede: “Il pubblico ministero che va a trovare i colleghi in camera di consiglio prima dell’inizio dell’udienza, per esempio, era una brutta abitudine, perché, anche se andava a parlare della partita di calcio della sera prima, dava l’impressione che coltivasse contatti anche al di fuori del contraddittorio”. Tabucchi condivide: “Insomma non era elegante”. E Borrelli: “Certo, non era elegante”.
Sofri merita una segnalazione a parte. Tabucchi lamenta che, condannato senza colpa, resta detenuto, mentre condanne incontestate a vari ergastoli sono state scontate con pochi anni di carcere. Borrelli risponde che Sofri è condannato per omicidio. Tabucchi: “Se lei potesse, se ne avesse la facoltà, gliela darebbe la grazia a Sofri?”. Borrelli: “La mia risposta è sì”. Tabucchi: “Bene, la ringrazio”. Borrelli è all’origine della condanna di Sofri, senza colpa?
Antonio Tabucchi, a cura di, Sulla giustizia e dintorni. Intervista con Francesco Saverio borrelli, “MicroMega” 5\2012, pp.9-68 € 14

La giustizia scassatrice

Il partito dei giudici si sfalda, i sottopartiti dei giudici pure. Tutti nel partito di Di Pietro contestano Di Pietro, tutti nel sottopartito di De Magistris contestano De Magistris. I giudici, e anche i laici: l’illustre procuratore Narducci, vero autore di “Gomorra”, un amministratore delegato sceso da Torino, e l’assessore al bilancio, napoletano ma rigido. Il sindaco che ha avvinto i napoletani al grido “amm’a scassa’”, ha scassato i più compassati tra i collaboratori che ha scelto.
I lodatori appaiano De Magistris, che se ne compiace, a Masaniello. Ma allora a uno molto notabilare - “figlio di magistrati, nipote di magistrati”, così si complimentava con Santoro sulla Rai. Che a Catanzaro s’inventava i processi per farsi cacciare dalla cittadina e poter tornare a Napoli. In uno s’inventò Romano Prodi a capo di una cupola massonica a San Marino, con l’inevitabile Mastella braccio destro. In un altro, “Why Not”, che martedì si è chiuso in primo grado dopo sei anni, in tempo cioè per mettere da parte numerosi prescritti, si sono potute dare condanne, miti, ad alcuni faccendieri della “industria della formazione”, assolvendo i nove politici coinvolti. I giudici volevano condannare la superteste di De Magistris, Caterina Merante, anche’essa imprenditrice della formazione, ma, disgrazia, era prescritta anche lei. Il commento di De Magistris: “La sentenza dimostra che c’era qualcosa”.

mercoledì 1 agosto 2012

La giustizia quando è sportiva

Si può dire giustizia sportiva poiché si vince e si perde. A prescindere dai meriti e dalle colpe – la palla è tonda, eccetera. Così il Siena, che ha la colpa perlomeno “oggettiva” degli illeciti che si imputano alla squadra, è ammesso al patteggiamento. L’allenatore invece, incolpato di un reato meno grave, no. L’allenatore della Juventus, naturalmenre e non del Siena, col suo vice: tutti gli altri ammessi al patteggiamento, loro due no.
Si può aggiungere che la Juventus ha avvocati incapaci, e anche questo è parte dello “sport”. L’avevano voluta condannata alla serie B, e oggi ne fanno condannare l’allenatore, con disdoro. È una partita che Torino perde regolarmente, le hanno preso Telecom e le banche, le stanno prendendo la Fiat, a pezzi, e non sa nemmeno di essere in gara.
Ma l’ipotesi del patteggiamento non era piaciuta a Milano, e questo è meno sportivo. “Vincono Conte e la Juve”, aveva decretato Milano in un singolare articolo-commento del “Corriere della sera” sulla vicenda dell’allenatore. Che Battista nello stesso giornale aveva detto condannato benché non colpevole, ma Battista non fa testo, è un accessorio benché illustre.
Resta da sapere con chi le squadre milanesi si giocheranno il campionato. Chi resta da tifare, la Roma, il Napoli? Sempre meno roba.

Problemi di base - 110

spock

È meglio amare o essere amati?

E chi si ama se non si è riamati?

È meglio vivere o essere vissuti, magari dalla filosofia?

Il poeta profetizza, anche nostalgico, il pensatore pure, il politico pure, non sarà il presente (eterno) divenire?

Se non ci sono fatti, solo teorie, perché la teoria è sempre fallace?

Perché Nietzsche, antimoralista polemico, moraleggia?

Perché la filosofia, che non crede, vuole convincere?

spock@antiit.eu

“Lolita” raccontata da Lolita

“Lolita”, scritta da Lolita.
Marguerite Duras, L’amante

martedì 31 luglio 2012

Perché il “Corriere” tifa Vw contro Fiat

È una partita di potere. Di Intesa-San Paolo contro Marchionne. Che ha dato troppa indipendenza finanziaria alla Fiat, già mucca da latte per il gruppo bancario. È la sola spiegazione che viene data al pressing del “Corriere della sera” contro il gruppo torinese e Marchionne in particolare. Con l’incongrua sponsorizzazione della Fiom-Cgil, e l’altrettanto incongruo patrocinio della Volkswagen.
Il “carattere” di Mucchetti, che ha aperto le ostilità, non c’entra – il giornalista è solitamente posato e argomentato. Il direttore de Bortoli, d’altra parte, non è un antipatizzante Fiat. L’attacco a tutto tondo da una settimana contro Torino, sui modelli, la politica sindacale, la politica industriale e perfino la Juventus, trova spiegazione solo riconducendolo alla proprietà, occulta ma non tanto, del gruppo editoriale milanese.
Contro Marchionne, che ha criticato la politica dei prezzi Volkswagen (con i suoi amrchi Seat e Skoda), il giornale ha preso posizione, senza argomenti, per la casa tedesca. Chiedendo anzi che l’Alfa Romeo venga ceduta alla Volkswagen. Che è una richiesta tedesca, ma vecchia, non convinta e non rinnovata. Il cui effetto sarebbe peraltro di accrescere la capacità produttiva Volkswagen, e ridurre di un quarto quella Fiat in Italia, nel momento in cui si tenta di coordinare un riduzione pro quota delle capacità europee.

Odiare per sentirsi vivi

Notevole idea, tutta d’un pezzo. Olindo Guerrini s’inventa un’identità, Lorenzo Stecchetti, che fa morire di tisi, con tutti i particolari della lunga agonia, compreso il viaggio a Napoli, inutile perché Napoli è la città dove piove di più. Lo fa morire a trent’anni, l’età in cui pubblicava le sue poesie, intitolate “Postume”. Con successo garantito, per il noto “muore giovane chi è caro agli dei”. La letteratura è folle, talvolta anche in forme folli.
Lorenzo Stecchetti, Il canto dell’odio

Letture - 104

letterautore

Celtismo – Nella trasposizione cinematografica “Il signore degli anelli” è tutto Bibbia.
Sono i miti e riti celtici del “celtismo” anch’essi biblici? In Tolkien la Bibbia non c’è, in nessun modo, ma ancora non c’era il celtismo – e lui non mitizzava il ceppo celtico dei suoi bonari sassoni.

Dante – È un ulisside, un ricercatore sperimentale. Maria Corti, studiosa di Dante (il suo ultimo libro, uscito postumo nel 2002, è “Scritti su Cavalcanti e Dante”, il penultimo è “Percorsi dell’invenzione. Il linguaggio poetico e Dante”, 1993) era anche appassionata di Ulisse, in tutti gli aspetti del personaggio, imbroglione o navigatore della verità, in tutte le proprie capacità espressive, di filologa e di romanziera. Nel saggio “La «favola» di Ulisse: invenzione dantesca?” (in “Percorsi dell’invenzione”, in altri scritti, e in una lunga intervista a Rai Educational (4 aprile 2000), si compiace molto di aver saputo collegare il naufragio di Ulisse al canto XXVI dell’ “Inferno” , che ritiene non un’invenzione di Dante ma un fatto provato, e la torre di Babele che lo stesso Dante critica – ma ne è affascinato - nel “De Vulgari Eloquentia”. È il fascino, argomenta la studiosa, che esercitavano gli aristotelici radicali o averroisti, per ciò stesso in odore di eresia, quali Boezio di Dacia e Gentile da Cingoli, analisti logici dei “modi di significare”, e cioè della creatività infinita del linguaggio.
Un accostamento che così spiega nell’intervista: “Questo naufragio è anche servito a Dante perché ricalca un po’ la metafora del naufragio descritto da sant’Agostino, che è il naufragio dei filosofi che non cercano la verità, cercano degli errori e naufragano, prima di raggiungere il porto della verità. Ecco, noi sappiamo che Ulisse rappresenta qui quei filosofi…, i filosofi dell’aristotelismo radicale, che Dante usa. Non solo, per un certo periodo, ha aderito a loro, ma poi avendoli abbandonati, ha fatto naufragare il personaggio che li rappresenta. Ulisse nell’inferno usa un’espressione di Boezio di Dacia: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. É quello che Ulisse disse ai suoi compagni di viaggio, che è una frase scritta nel “De Summo Bono” di Boezio di Dacia”.

Giallo - È solo in Italia ormai che i gialli si svolgono attorno a un detective, un commissario, un giornalista, uno “fissato” (il nonno, la pensionata, la casalinga) e la giustizia trionfa. Il paese dove invece non c’è giustizia, se non per caso. È solo in Italia che c’è il giallo, a enigma (soluzione), mentre altrove c’è, da quasi un secolo ormai, il noir, tutti assassini.

Ironia – Ha l’irritante cadenza del falsetto. Fra ironici si sta in guardia, non c’è da fidarsi, neppure di se stessi. Anche se il lettore non lo è, l’ironico sta sempre in guardia, un lettore ironico capiterà.

È una narrazione il cui oggetto è la narrazione – non inevitabile.

Marker, Chris – Si può serre stati autori di cinema-cinema, artisti dell’immagine, il movimento, le luci, e non essere stati. Coautori di Alain Resnais, ispiratori di Lyng, Gilliam, e altri autori di successo. Perché è il mercato che fa il reale, nel cinema e non solo. È così che Marker muore ignoto, per essersi dedicato al cinema da uomo di cinema.
Era ancora pieno di progetti e entusiasmo al festival del cinema di Teheran. Ce n’è stato uno, nel 1975, voluto dallo scià per progettare film che portassero il paese agli onori degli Oscar. Con partecipazione affollata, senza scandalo politico. Con i goscisti del mondo intero, un invito dello scià era irresistibile. Con Orson Welles, che progettava una scuola di cinema, che lo scià av rebbe potuto finanziare. Ospite d’onore Moravia, che avrebbe dovuto portare alle produzioni iraniane i Fellini, con le Mangano, le Sophie Loren e i Mastroianni. Hans-Jürgen Syberberg ci presentava la conclusione della trilogia sulla Germania privata, la proiezione delle private fantasie dei tedeschi, con “Hitler”, che sancisce il nazismo quale spettacolo – non per idioti: la trilogia è lunga una diecina d’ore, più di Wagner, celebrazione che Syberberg anticipava con un documentario su Winifred Wagner. Chris Marker si esaltava al “Trionfo della libertà”, alla scena in cui Leni Riefenstahl fa vedere il punto di vista del cinema: la torre con rotaia, da cui la cinepresa inerpicandosi darà le panoramiche. Magnifica prova, diceva, di straniamento, lo smontaggio del meccanismo della narrazione che sarebbe la migliore narrazione.
Marker era Christian François Bouche-Villeneuve, nobiluomo impegnato. Con Resnais aveva aperto alla negritudine il cinema, “Anche le statue muoiono”, altro filone di novità. Un rivoluzionario. Rivoluzionaria in un senso l’arte del cinema lo è, come Benjamin ha scoperto: è utopica. Specie all’incontro con la forza della città, con la velocità. Ma ottimo cinema si fa pure col tempo lento agreste, perfino col tempo non tempo. Che Marker poteva trovare in Persia anche al tempo dello scià modernizzatore – ora è più rara, nel regime tradizionalistico: la poesia che sa far parlare il tempo, la vecchia e la nuova, sa far parlare la pausa, tra il vino e i piaceri.

Pound – “Pound, che biograficamente era fascista, scrisse un tipo di poesia che Hitler, se l’avese conosciuta, non avrebbe potuto fare a meno di bruciare”, U.Eco, prefazione alla riedizione de “Il costume di casa”, luglio 2012.

Traduzione – Si esercita soprattutto su Joyce, la parte di Joyce intraducibile, l’“Ulisse” e “Finnegan’s Wake”. La traduzione è una sfida? Di “Ulisse” Celati prepara ora la quarta traduzione del dopoguerra, dopo quella ancora canonica di De Angelis (Mondadori), di Bona Flecchia nel 1995, alla scadenza dei diritti d’autore (Shakespeare and Company), e di Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi l’anno scorso (Newon Compton). Celati scegli un criterio che vuole essere filologico e non lo è: “Joyce non riesce a pensare una frase che non sia un fatto musicale”, dice. E su questa traccia lavora: la frase deve “suonare” bene.
Una chiave “filologica” che apre tutte le porte – non c’è ormai scrittore o poeta che non si voglia musicale. Ma congruente. La musica è intraducibile. Tuttavia, la musica delle parole no: la parola è traducibile anche quando è musicale, musicalmente significante.
La questione è peraltro niente al confronto con la collazione del “vero” Joyce – il Joyce dell’“Ulisse”. Una questione di pelo così caprino che è perfino puzzolente.

letterautore@antiit.eu

lunedì 30 luglio 2012

Gli amori di Elsa, immaginari e ultimativi

Parla, perché non rispondi? Luchino Visconti, una delle vittime, si deve sorbire un lungo richiamo in forma di poema, “Avventura”. All’amore di Elsa, come sempre ultimativo. E così è pensabile gli altri reagenti, tutti amori totali e definitivi, a parte i gatti Minna e Alvaro. Ma Visconti di più, tra bagliori e sfavillii, di diamanti e stelle, pomi (qui arance) e elisir – il genere “l’amore è un fuoco ardente”.
Per i cento anni della nascita di Elsa Morante si riedita la plaquette, già uscita nel 2004, con una dozzina di poesie d’amore. Una raccolta messa insieme dalla scrittrice nel 1958 per “gioco…per semplice piacere della musica”. Ripresa poi da Cesare Garboli nel 1988, e qui arricchita da un “Quaderno inedito di Narciso” e da una prefazione dello stesso Garboli, già curatore del primo volume delle opere della scrittrice nei “Meridiani”. Che sapiente ne ricostruisce i linguaggi. Attorno al fulcro imprescindibile: le irruenze di Elsa. Una forma di adolescenza attardata, sottolineata dal radicamento delle poesie negli appunti del “Quaderno inedito” di quando era ragazza trentenne. Garboli parla di Narciso, con l’ausilio della stessa scrittrice. Che al più parla con Eco.
Incredibilmente onesto e preciso il blurb editoriale: “Le poesie d’amore, immaginario o reale, trattato e vissuto come un male, di una delle più singolari scrittrici italiane”.
Elsa Morante, Alibi, Einaudi, pp. 95 €8,50

Italia sovietica – 8

Le recensioni si accumulano, ormai da cinque anni, a Simone Weil “antipolitica”, “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”, senza mai menzionare che il libello è contro i partiti comunisti, macchine del consenso.

Elena Aga Rossi scrive a Sergio Romano per lamentare la mancanza di una legge sulla trasparenza degli atti della Pubblica Amministrazione. Romano le risponde ricordando la rivoluzione e il fallimento di Gorbaciov con la glasnost, la trasparenza: “L’Italia non è l’Unione Sovietica, ma le burocrazie hanno tratti comuni”.

Una legge sulla trasparenza della P.A. c’è, è del 1990, la 241, seppure limitata agli atti di interesse personale del richiedente. Ma i lavoratori della P.A.,col sostegno dei sindacati, ne hanno limitato la vigenza agli intermediari di ogni atto: associazioni di categoria, sindacati, commercialisti, etc. Per uno scrupolo di efficienza: per non perdere tempo con i cittadini.

Giuseppe Tornatore lamenta sul “Corriere della sera” tre anni di odio e angherie per aver fatto il kolossal “Baarìa” con la Medusa, una società di Berlusconi: recensioni pregiudicate (“può essere Kubrick, lo faccio a pezzi”), mai un premio, solo uno per Morricone, lettere anonime, minacce, denunce, blocco della candidatura all’Oscar. Tutto corale all’unisono, senza una faglia.

Sul “Corriere della sera” Pierluigi Battista critica giustamente il patteggiamento che l’allenatore della Juventus Conte chiede per l’“omessa denuncia” d’un tentativo di corruzione. È come dichiararsi colpevole, argomenta Battista, “di fronte a una quasi certa ingiustizia annunciata”. Ma poteva dire di più.
Nel processo sportivo non ci si può difendere, come nei processi staliniani, solo mitigare la pena ammettendo la colpa. E chi è il Procuratore di questi “processi”? Uno messo lì dalla Lega, cioè da Galliani, cioè da Milano.

La mafia di Stato

Non c’è la mafia nel “Gattopardo”, cioè in Sicilia, e a Palermo in particolare, nel 1860 – c’è l’ “uomo d’onore”, ma è una sorta di bestia: “Uno di quegli imbecilli violenti capaci di ogni strage”, i Brusca e gli Spatuzza del coltello.
L’origine della mafia è nell’origine dell’Italia, del governo italiano in Sicilia, anzi a Palermo, dopo l’annessione. Il nome e il fatto. La mafia si può dunque dire di Stato, ma nella storia, non nei teoremi volenterosi dei pentiti. Anche se di storici recenti. Anzi di una storica, Lucy Riall, irlandese – ci vuole un doppio outsider per sapere la verità (un filone di studi realistico, almeno finora, e non revisionista, opportunistico, si deve a storici non italiani, Nelson Moe, Marta Petrusewicz, Lucy Riall)? Riall l’ha detta in “La Sicilia e l’unificazione italiana”, tradotto nel 2004 e subito scomparso. Salvatore Lupo la risuscita in “L’unificazione italiana”, col crisma dunque del maggiore storico della mafia.
Lo Stato italiano creò e utilizzò la mafia per combattere ogni antagonista politico, reale o presunto: vecchi rivoluzionari, garibaldini, crispini, liberali moderati. La luogotenenza a Palermo fu affidata il primo anno a due civili, il marchese piemontese Massimo Cordero di Montezemolo e il fuoriuscito messinese Giuseppe La Farina. Fedeli di Cavour, vedevano nemici acerrimi nei garibaldini, nei repubblicani e nei municipalisti o autonomisti, i vecchi liberali che diffidavano di Napoli, categorie di politici che il conte scriveva di contrastare con “mezzi estremi”. La luogotenenza non aveva truppe: i due dovettero fare affidamento sulla Guardia Nazionale, di cui si fidavano poco, e la rimpolparono con uomini di mano nei quartieri. Uno di questi, Antonino Giammona, sarà il primo condannato di mafia, capocosca dell’Uditore arricchitosi con la manomorta.
Un anno dopo, fallito il ritorno di Garibaldi all’Aspromonte, arriva con lo stato d’assedio un generale con l’esercito, Giuseppe Govone. Con l’incarico di fare piazza pulita dei briganti, che però in Sicilia non c’erano, dei renitenti, che erano moltissimi, e degli oppositori politici. Un’esibizione di autorità, in una città e un’area dove incubava una seconda rivoluzione, che segnò, nota Lucy Riall, “un crollo dell’autorità”. Da cui l’isola non si è ripresa. Rendendo la rivoluzione inevitabile e impossibile. Finendo quindi per non credere né alla rivoluzione né allo Stato.
Contro i renitenti alla leva obbligatoria Govone occupò militarmente centocinquanta comuni, sospendendo l’erogazione dell’acqua e arrestando i parenti dei giovani. Ma l’occupazione militare non dissuase i garibaldini moderati (Crispi), quelli radicali (Corrao), e i liberali (autonomisti). Furono allora messi in azione “accoltellatori” e elementi “popolari”. La notte dell’1 ottobre furono pugnalate tredici persone, senza motivo. Responsabile si confessò prontamente un informatore della polizia borbonica, e i mandanti vennero indicati in Crispi, Corrao e i liberali. Contro Corrao si distinse un fiduciario della prefettura, Salvatore La Licata, che sarà il secondo capomafia emerso alle cronache giudiziarie.
Pochi mesi dopo, il 3 agosto 1863, Corrao fu ucciso con una scarica di pallettoni. I killer non furono cercati. Ma furono indicati nei fedeli di Corrao. Contro i quali venne aperta la caccia. In particolare contro due rivoluzionari del ’48, volontari del ’59, del ’60 e del ‘62, gli ufficiali garibaldini Giuseppe Badia e Francesco Bonafede. Fu contro di loro che nel 1865 il prefetto Filippo Gualterio coniò la parola e l’accusa di “mafia”, una “setta malandrinesca”, scriveva al ministro, a capo della quale c’era stato Corrao, e ora c’erano Badia e Bonafede.
Gualterio inaugurò, con la mafia di Stato, anche i pentiti. Nella caccia ai due si distinse il giudice Giovanni Interdonato, già repubblicano. Badia fu scovato e arrestato da Carlo Trasselli, garibaldino con lui al Volturno e sull’Aspromonte. Govone era stato sostituito da Giacomo Medici, generale già di Garibaldi.
Si arriva così all’ultima rivoluzione siciliana, quella del 15 settembre 1866, contro lo Stato italiano. Che segnò, con la sconfitta, la rassegnazione dell’isola. La città fu occupata dagli insorti, spalleggiati da squadre confluite da tutta la provincia, per una settimana. L’esercito, passato intanto nelle mani del generale Cadorna (Carlo, il fratello maggiore), e i gruppi “popolari” di La Farina, in particolare le squadre di Giammona e La Licata, ne fecero liberamente strage una volta rioccupata la città. Prima che Cadorna imponesse la legge marziale. Dopo la quale furono giustiziati solo due rivoltosi, ma si aprì la caccia a ogni personalità o gruppo politico non controllati. Accusandoli di essere criminali o legati alla criminalità, e anzi alla “mafia”, intesa setta segreta. Ma, nota Riall, nei sette giorni e mezzo dell’insurrezione non c’erano stati né sciacallaggi né altri delitti comuni. E gli arrestati di Cadorna erano in gran parte artigiani, onesti. Venne accusato e arrestato perfino il vescovo di Monreale, Benedetto D’Acquisto, colpevole di essere un intellettuale, a ottant’anni.

domenica 29 luglio 2012

Ombre - 140

“Le aziende pagano il conto dello spread”: se ne accorge infine “Il Sole 24 Ore”, titolando “La sfida impossibile fra Italia e Germania”. Un esempio: Enel e Rwe, il colosso elettrico tedesco, hanno lo stesso rating, ma le obbligazioni del gruppo italiano scontano tassi nove vote superiori a quelli del gruppo tedesco.

Viperino “Corriere della sera” contro la Fiat. La Volkswagen ha ragione, Marchionne è un furfante, la Volkswagen, affettuosamente VW, “ha buoni modelli e forti polmoni finanziari”, la Fiat ha chiuso l’ufficio progetti (sic!), Vw lavora col sindacato, la Fiat “spezza le reni al sindacato”. Con avvertimenti stile “papello”: Monti prenda nota, “chiamarsi fuori come Ponzio Pilato non è possibile”. È l’ultimo tocco alla distruzione ambrosiana dell’Italia?
Un solo particolare è omesso: che questa VW è Da Silva, un designer che ha fatto carriera in Germania dopo essere maturato all’Alfa, che ora sogna tutta sua.

Per i funerali di Loris D’Ambrosio a Santa Susanna, il cappellano cita Matteo: “Beati i perseguitati per causa della giustizia”. D’Ambrosio ne sarebbe contento, lui che aveva progettato e scritto il 41 bis?

“Una campagna violenta” denuncia Napolitano per iscritto, nel necrologio di D’Ambrosio. Come non detto. Il capo dello Stato denuncia un’aggressione, nessuna Procura indaga.

“Si respira un clima di linciaggio senza precedenti”, rincara il ministro Gnudi. A opera d’ignoti?

“Silenzio” su D’Ambrosio impone invece il “Corriere della sera”, col suo costituzionalista Ainis buono a tutto. Niente killer né mandanti.
La “colpa” di D’Ambrosio sarà stato l’atto gratuito di Gide – Ainis da ultimo è autore di un romanzo di fantasmi?
Si capisce anche che la Costituzione funzioni poco, con questi guardiani.

“Difenderemo l’euro” è il messaggio che Merkel e Hollande, riuniti, ci mandano. Come se potessero dire altro. Grandezza della mediocrità – media inclusi, che li beatificano.

Il corrispondente della Rai da Nairobi, riferendo del rapimento di due tecnici petroliferi italiani in Nigeria (Nigeria e Kenya, come si sa, uno sono, lì nell’Africa), dice che i guerriglieri combattono le compagnie petrolifere perché “inquinano e predano risorse”. Il vecchio verbo rivoluzionario, aggiornato con l’ecologia. Di guerriglieri che invece tutti sanno essere banditi di passo, in cerca di riscatti.
È delle rivoluzioni fallite finire in mano ai banditi. Ma la Rai, che rivoluzione ha fatto per averla fallita?

Trentamila giornalisti a Londra per diecimila atleti all’Olimpiade.

La Procura di Cremona si era scordata la Juventus e il Procuratore Palazzi solerte, nemmeno sollecitato dai suoi padroni Milan e Inter, ha provveduto a metterla al centro dello scandalo. Poi si dice che Napoli non è efficiente: è l’anema e il core del capitalismo.

“La giustizia italiana ci ha abituati a molte inchieste e poche condanne”, scrive bene Polito sul “Corriere della sera” della mafia elevata a Stato. Ma dopo aver detto che niente è più democratico che “intercettare il capo dello Stato, e anche motivare pubblicamente l’ispirazione politica della sua azione”. Nelle democrazie popolari? In uno stato di diritto la giustizia politica non c’è.

Solo martedì 24 luglio Alessandro Merli ha l’opportunità di dire sul “Sole 24 ore” che la Germania contiene il debito addossandone un terzo, 500 miliardi, al famoso Kreditanstalt. Che è una sorta di Spa ma pubblica al cento per cento e a tutti gli effetti. Può dirlo però in breve, e senza scandalo. Per non indebolire la politica dei tagli? Meglio l’ideologia che la sopravvivenza.

La Consob ha sospeso le vendite allo scoperto, short selling, su banche e assicurazioni. Che dunque non erano sospese. Sì immagina la speculazione opera di quattro o cinque colossi segreti, mentre è una miriade di piccoli e piccolissimi operatori.
Le ha sospese per una settimana. Di quale mercato è protezione la Consob?
.
Non ci sono che europeisti nei giornali italiani. Non ci sono mai stati tanti europeisti a prescindere quanti ora che l’Europa non esiste. Effetto del disarmo vaticano (post-Woytiła) e sovietico.

Favoloso Vaticano nella ricostruzione di Marco Ansaldo su “Repubblica” lunedì: gli spioni degli atti riservati del papa erano i suoi intimi. Oltre il suo cameriere privato, la governante traduttrice, il ghostwriter fedele di decenni e l’ex segretario. Tutti diffondevano i suoi appunti non per soldi ma per amore del papa. Una storia di ordinaria follia, puro Ottocento.

Il mare lava, anche le coscienze

Sul mare è un’altra vita, anche se in barca. La bonaccia è minacciosa, il vecchio può ringiovanire, male e bene si decompongono, si vive con gli elementi più che di parole. Andrea Cappai, velista e curioso di cose nautiche, lo dice in aneddoti: una spedizione delle Br al largo di Creta per un carico di armi, i “renaioli” di Firenze che tante vite salvarono durante l’alluvione con le loro barchette, l’affondamento del “Rainbow Warrior” di Greenpeace in Nuova Zelanda da parte di un commando francese, comprese due (belle) donne, una promossa ammiraglio da Mitterrand riconoscente, e la prima uscita di Giulio Bollati, l’editore che gli autori rimpiangono, da ragazzo sul lago di Como.
Una lettura filante, con più di una sorpresa. La più curiosa è che il capo delle Br, Moretti, non voleva tirare ai delfini, come invece si è letto su tanti augusti giornali. Ma questa è un’altra storia – sul mare la (dis)informazione non incide.
Andrea Cappai, Papago. Barche che hanno incontrato la storia, Nutrimenti, pp.96 € 14

Giornalismo a lutto, senza strage di Stato

Martedì il “Corriere della sera”, non avendo avuto il solito input contro Dell’Utri, ha rimediato con una fotina in cui Cuffaro lo bacia. Una manifestazione consolante di sottigliezza culturale, per l’uso suggestivo della proprietà transitiva o sillogistica: siccome Cuffaro è condannato per mafia, Dell’Utri è mafioso.
Mercoledì ha avuto Marina Berlusconi. Magra.
Giovedì il giudice Di Maggio. Che è morto e non si può più dire. Ma che i Procuratori di Palermo vogliono uomo dei servizi segreti, e quindi della “strage di Stato”, e insieme fautore del carcere duro contro i mafiosi.
Da venerdì più nulla, sul “Corriere della sera” e anche altrove, essendo morto D’Ambrosio. Che ne sarà ora del giornalismo italiano?

sabato 28 luglio 2012

La pietas muore a Londra con l’esibizione

Ha avuto un curioso riflesso d’irrealtà la cerimonia per l’Olimpiade a Londra. Non d’immaginazione o d’impegno ma di morte della fantasia e della pietas. Che ha raggelato pure i tratti scherzosi, Lineker e Beckham, Mr. Bean, Kenneth Branagh, le musiche, la regina che scende dall’elicottero, scortata da James Bond. Di fronte all’esibizione del bisogno, la malattia, la disgrazia, il razzismo. Per la non spettacolarizzazione dello stesso, surrogata dalla pretesa del reale e del necessario. Un’esagerazione e quasi una denuncia, benché non voluta, del politicamente corretto, la facciata delle cose. Un mondo rovesciato diventa non credibile – se è tutto in bisogno, ne sono eliminati la distanza e l’impegno personale. Diventa urgente solo per la forma o facciata. La sofferenza e l’emarginazione sono stati esposti a Londra fino al ludibrio di se stessi: malati, down, sordi, muti, immigrati poveri, e bambini indifesi. La speranza riposta in una ragazza caraibica e un ragazzo africano. Gli inglesi fermi alla guerra – con gli altri britannici rappresentati di malavoglia (giusto una cantante scozzese, mezza zambiana). Voleva essere un appello corale alla generosità ma l’ha schiacciata su un piano sordo.

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (137)

Giuseppe Leuzzi

L’Italia è usuraia, questo il “messaggio” del “Gattopardo”: l’unità è una cambiale, che il Sud ha firmato e deve pagare.

Salina-Lampedusa argomenta nel “Gattopardo” al piemontese Chevallais “l’impenetrabilità meridionale agli affari altrui”. Dove viveva Lampedusa?

Schengen (la libera circolazione nella Ue) consente di divorziare in pochi mesi. Basta prendere la residenza in un paese che ha una procedura rapida, e farci poche pratiche legali. Agenzie specializzate vi si dedicano. Le più efficienti sono di Concetta Riina, la figlia, specializzata su Londra, e l’avvocato Richichi di Reggio Calabria, specializzato su Bucarest. Concetta prende 7.500 euro, l’avvocato Richichi 3.500 “più Iva”.

Il Sud fu attivo, anche molto attivo, anche prima degli altri, nel 1848 per la libertà e, in varia misura, l’unità. Senza mai un tradimento o una defezione (come avvenne invece al Centro-Nord), noterà sorpreso lo stesso Garibaldi nelle “Memorie”. Se non quella, eccezionale, dei liberali napoletani del 1820, Carlo Filangieri, Pietro Calà Ulloa, Giustino Fortunato nonno, che ispirarono e diressero la reazione borbonica del 1848.

Calabria
Il repubblicano Albero Mario, uno dei primi garibaldini sbarcati sul continente nel 1860, così ricorda i patrioti locali (in “La camicia rossa”, recentemente riedito), “in brache corte a similitudine del nostro pastore”, armati di fucili da caccia, pistole a pietra e coltelli: “Parevami che la vetustissima stirpe della Magna Grecia si fosse in costoro mantenuta nella sua primitiva integrità”. Differentissima dalla siciliana: “Se nella calabrese si addita l’innesto greco sul tronco italico, nella siciliana vi si discerne l’innesto africano”. Due genti estraene, “due mondi”.

Ha una storia ininterrotta di ribellioni. Contro Napoli in epoca moderna. Per i motivi più diversi. Ma indomita. Ora è coartata dalla ‘ndrangheta. Da cinquant’anni ormai. Troppi. Ma nella Repubblica non può ribellarsi, deve andare dai carabinieri. E questo fa la differenza.

Mezza pagina finale nel lungo romanzo d’amore di William Blacker per gli zingari e la Romania, “Lungo la via incantata”, è dedicata all’emigrazione improvvisa dopo la libertà e la democrazia. E tutta centrata sulla Calabria, bersaglio comodo per dire insensata la rottura di una stabilità di millenni – non è vero ma questo è quello che Blacker riesce a farci credere nella sua bella storia. C’è chi ritornò vantandosi: “Una tornò da una cittadina vicino Reggio Calabria per raccontare come aveva preso il caffè ogni mattina con Leonardo Di Caprio”. Mentre “altri tornarono dal grande mondo vuoto e dissero la verità”. Il racconto è uno solo: “«Abbiamo lavorato un mese in Calabria a potare gli ulivi», uno mi disse, «e alla fine l’uomo disse che non avevamo fatto un buon lavoro e ci ha pagati dieci euro al giorno invece dei cinquanta promessi. Non ci fu niente da fare. Tutti hanno armi in Calabria. Mentre eravamo lì sapemmo di romeni scomparsi. Nessuno seppe cosa gli era successo. Sentimmo una volta di un Romeno che era stato ucciso perché un Calabrese si era invaghito di sua moglie. Il Romeno reagì e il Calabrese pronto lo uccise, e buttò il suo corpo al mare»”.
Tutto è possibile. Di Caprio in Calabria non risulta ci sia mai stato, ma a Taurianova vive una contessa Lo Schiavo, sorella di Francesca Lo Schiavo, costumista e scenografa a Hollywood, anche di Di Caprio. Dei fatti truci invece si sarebbe saputo nelle cronache - mentre i potatori sarebbero stati protetti da una qualsiasi camera del lavoro. Tutto è più plausibilmente inventato, di testa. Senza difficoltà, perché quella è la “Calabria”.

È sconosciuta a Lampedusa, l’autore del “Gattopardo”, che pure dovette percorrerla più volte da cima a fondo nei suoi frequenti viaggi. Nel 1883 fa fare al Gattopardo in treno da Napoli a Reggio “nel suo ultimo tratto vicino a Reggio… una larga svolta per Metaponto”. Metaponto dista da Reggio come Napoli.

Una coincidenza ha voluto che si visitassero en touriste Santo Stefano di Sessanio sopra l’Aquila, Rocca Calascio, Castel del Monte. Un mondo morto – a Santo Stefano, con tutta la sua storia, si sono incontrate due donne, sole. In attesa dei gitanti del sabato, e del mese di agosto. E subito dopo, nell’Alto Jonio cosentino, una serie di paesi abitati, e anzi in forte crescita, demografica e economica, che presentavano la stessa struttura dei paesi abbandonati dell’aquilano: Rocca Imperiale, Oriolo, Roseto Capo Spulico, Amendolara, Trebisacce, Cerchiara. Costruiti su burroni e i crinali dei colli, per le vecchie ragioni di sicurezza, che li rendono oggi impervi all’irrinunciabile circolazione. Ma tutti vivi, oltre che di fascino, di attività sociali e culturali locali, delle popolazioni che li abitano. Senza però, a differenza dei borghi caratteristici dell’aquilano, alcuna fama o pubblicità.
Si dice la storia. Santo Stefano di Sessanio fu feudo dei Piccolomini e dei Medici, e vanta stemmi, se non palazzi. Ma Rocca Imperiale pure, ha un castello di Federico II e non ce ne sono molti in giro. Più tanti palazzi, borghesi ma solidi. Altri castelli adornano la costa. Capo Spulico vanta pure un’oasi marina. La storia si può dire che non c’è, in questi paesoni, perché c’è vita. Ma questa vita è poi la stessa che i calabresi stigmatizzano – non sempre emigrati. La buona coscienza di sé è museale?

A Rocca Imperiale un quartiere è detto dei padovani, sono stati i primi. Un altro dei bergamaschi. Non sono quartieri storici, ma gruppi di case acquistate di recente. A poco prezzo, quasi niente. Ristrutturate, poco, il necessario – bisogna rispettare l’ambiente. A costi limitati, il costo della vita in questi paesi è la metà che in Abruzzo. Per una vacanza comoda, tra le montagne e il mare, per qualche anno. Dopodiché un’altra occasione così propizia, di bella vita e buoni affari, emergerà e l’immobile si può rivendere a ottimo prezzo. Magari agli stessi calabresi ora occupati a grattarsi la rogna. Gli ultimi acquartierati sono di Abbiategrasso.

Mafia
La cosa e la parola nascono in Sicilia, anzi propriamente a Palermo, con l’unità.
L’omertà non nasce in caserma. I Carabinieri ne fanno un uso smodato, ma il conio si deve a Nicola Turrisi Colonna, barone palermitano, grande proprietario, grande liberale, ufficiale della Guardia Nazionale nel 1848, comandante della stessa nel 1860, uno dei promotori della sollevazione di Palermo nel maggio del 1860. Turrisi Colonna la chiama “umiltà” (voce trasposta nel dialettale omertà) in un opuscolo del 1864, “Cenni sullo stato attuale della sicurezza pubblica in Sicilia”: “Umiltà comporta rispetto e devozione alla setta ed obbligo di guardarsi da qualunque atto che può nuocere direttamente o indirettamente agli affiliati”.
Lo stesso i riti di iniziazione – ammesso che non siano una propalazione apocrifa di questa stagione dell’antimafia (la “rivelazione dei riti” avviene con oltre un secolo di ritardo, negli anni 1970, quando già la criminalità organizzata era internazionale e globale). Che ricalcano i rituali massoni e carbonari dell’indipendenza.
La parola mafia è menzionata per la prima volta nel 1861, in una commedia dialettale che ebbe molto successo a Palermo, “I mafiosi di la Vicaria”, di Giuseppe Rizzotti. Viene utilizzate come consorteria criminale per la prima volta quattro anni dopo, in un rapporto al ministro dell’Interno del prefetto di Palermo Filippo Gualtieri. Il prefetto ne parla come di “un’associazione malandrinesca”, con agganci nella politica. L’anno prima Turrisi Colonna ne aveva descritto il funzionamento, senza però usare ancora la parola (parla di “setta”, “camorra”, “infamia” e “umiltà”). Pochi anni dopo, nel 1876, Franchetti e Sonnino ne possono parlare come di “un’industria della violenza”, organizzata in “un vasto raggruppamento di persone d’ogni grado… unite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta da qualunque considerazione di legge, di giustizia e di ordine pubblico”.
Le origini della parola si vogliono incerte – mitiche. La filologia siciliana comunque se le ascrive: il vocabolario siciliano del Traina registra la parola già nel 1868, nel significato manzoniano di “braveria”, per Pitré significa “baldezza”. Le origini reali sono nell’unità: nel toscano “maffia” (grafia prevalente della parola per quasi un secolo), miseria, e nel piemontese “mafiun”, persona rustica, deforme, mutangola.

luzzi@antiit.eu

Il giallo della Baronessa

È storia ricorrente in Sicilia (una – “era andata a letto con padre e figlio e il genitore di lei, tornato apposta dalla Germania, li ha uccisi entrambi” – è narrata in “Fuori l’Italia dal Sud”). Solitamemte truculenta, però, e non “popolare” nel senso di poetico alla Salomone-Marino. La lingua anche, tra la varie versioni della storia, è molto italianizzata, da colportage del secondo Ottocento – un’ottima traccia, che il folklorista trascura, sarebbe fare raffronti con edizioni del ‘500, se ne esistono, o con scritture “popolari” siciliane del ‘500.
La ricostruzione del “caso”, tra cancellazioni genealogiche, invenzioni anagrafiche, trucchi notarili, è da giallo moderno. Intervallata con i “documenti” farebbe un ottimo gialletto alla Sciascia.
Salvatore Salomone-Marino, La baronessa di Carini

venerdì 27 luglio 2012

Col nome di Voltaire è tornata la “Pravda”

Trasposto sull’infamante (la “giustizia”), sembra di reimmergersi nel monolitismo sovietico, tanto povero di concetti quanto imperativo: la “Pravda” camuffata da Voltaire, la verità in forma di sospetto. Presa in contropiede da una verità più scottante, Dell’Utri e la mafia che ricattano Berlusconi, ma sempre greve.
La verità di questo numero è che Napolitano è un infame. Ci duettano Flores d’Arcais con Barbara Spinelli, eretti in “un nostro mondo” - una corte posta in cima ai “lettori di Il Fatto e\o Repubblica” (e “a livello di massa i telespettatori di Santoro e Gabbanelli”). Marco Travaglio con se stesso. Giuseppe Lo Bianco con Sandra Rizza, in una controinformazione stantia, loro stessi non si divertono. Mentre Bragantini e Mario Pianta fanno da sparring partner al pensiero di Emiliano Brancaccio sullo spread.
Il tutto in memoria di Tabucchi, per la quale si finisce per comprare il numero (raccoglie i suoi scritti sulla rivista). Che è morto ma, si scopre, l’aveva ben spiegato, su “Le Monde” e altrove, che Ciampi, prima di Napolitano, era un infame. Non ci aveva detto che aveva tramato con Riina e Provenzano, perché Massimo Ciancimino ancora non aveva parlato, ma “sapeva”, pure lui.
Un presidente al di sopra di ogni sospetto + Antonio Tabucchi, la scrittura e l’impegno, “Micromega” n.5\2012, pp. 110 + 176 € 14