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mercoledì 10 giugno 2015

Ottimo serial l’Edipo originario

Tutto Edipo, scena per scena. L’originale, di Sofocle (“Edipo Re”, “Edipo a Colono”) e Seneca (“Edipo”). Soggetto privilegiato dagli scopofili, per l’intreccio di parricidio e incesto. E dalla tragedia, Freud incluso, per la colpa che lo alimenta, fino all’atrocità. Senza, però, l’autopunizione, l’afflizione.
Rileggere l’originale è una liberazione. Da Freud, che lo vuole il motore della psiche umana - – fu Freud un tragediografo? sì, senza la catarsi. Finito il destino, o il senso del religioso incombente, resta una storiaccia, in effetti, da moderno fogliettone – ottimo serial farebbe, senza nemmeno troppa censura.   
La lettura dell’originale svelle il fondamento di Freud. Il laico, raziocinante, buon Edipo soccombe di fronte al destino: l’intelligenza laica è impotente, sovrastata dal fenomeno religioso. Appellarsi a Edipo, sia pure per esorcizzarlo, è arrendersi: la pratica è pericolosa. E comunque non finisce male: già in “Edipo Re”, e più in “Edipo a Colono”, il destino che “muta e trasforma ogni cosa” Sofocle lo porta a riabilitare e innalzare lo sventurato. Quello di Freud è l’Edipo di Seneca, che per il suo stile horror lo fa “torbido e nevrotico, dominato ossessivamente dall’angoscia e dalla paura, e del tutto isolato dal contesto sociale” – Silvia Fabbri (la psicoterapeuta?).
Il mito di Edipo, Bur, remainders, pp. 165 € 2,50

martedì 9 giugno 2015

Il mondo com'è (219)

astolfo

Deterrenza – Suole definirsi come l’ “equilibrio del terrore”, e lo era. S’ipostatizza nell’accordo Abm, Anti Ballistic Missile, i missili intercontinentali, del maggio 1972, tra Usa e Urss. Probabilmente il primo accordo tra le superpotenze a cui l’astro nascente Kissinger ha messo mano. Il nocciolo dell’accordo era l’impegno a non costruire sul proprio territorio più di una base antimissilistica, e comunque a non coprire tutto il territorio nazionale. L’impegno, cioè, a una difesa limitata. S’intenderebbe la difesa nazionale doverosamente come la più ampia possibile, e invece l’impegno era a tenerla ridotta.
La pace si mantiene se ognuno dei potenziali contendenti resta vulnerabile? Una logica masochista, che tuttavia ha funzionato, ormai per mezzo secolo. E potrebbe aver neutralizzato definitivamente l’arma atomica – gli “Stati canaglia” si governano con la forza.

Khomeini – Un realista, nazionalista. Urbano, politico, “occidentalizzato” - dell’Occidente parlava la “lingua”. È d’uso far risalire il fondamentalismo islamico, nelle accezioni estremiste dei talebani, del Gie algerino, di Al Qaeda, e ora dell’Is all’ayatollah che nel 1978 rovesciò lo scià dell’Iran. Mentre Khomeini e i suoi primi collaboratori erano conoscitori, spesso profondi, delle ideologie, le istituzioni e il diritto occidentali. Rispetto ai quali si conformavano nella dialettica e non nel rifiuto.
Il fondamentalismo è di matrice diversa. Nasce nel wahabismo, cioè nella tribù e nel deserto, e si forma nella guerra contro il miscredente russo-sovietico. 

Occidente – Si è ridotto a poca cosa, al castello di Elmau, ma anche prima. Si è ridotto a 7 da 8, escludendo la Russia dopo averla ammessa. La Cina, che governa il mercato, e anche un po’di Oceano Pacifico, non ne è mai stata parte e non ci pensa. Di India nemmeno a sentirne parlare, o della Corea e le altre “tigri” asiatiche. In compenso ne fanno parte Canada e Italia, che contano poco economicamente e nulla militarmente e politicamente.
Nulla anche vi si decide: sulla Liba, la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, i 200 mila sbarchi l’anno nel Mediterraneo dall’Africa e dall’Asia, l’Ucraina, le sanzioni contro la Russia. Cioè si sa cosa bisogna fare ma non se ne discute: l’agenda reale è quella che Washington ha deciso. L’Occidente è stato nella guerra fredda il paravento degli Usa, che ora non ne hanno più bisogno e lo trattano da accessorio.

Il G7 in Baviera, molto curato dal governo tedesco e dall’opinione in Germania, con schieramenti di polizia ingentissimi per tenere le proteste distanti un raggio di quattro km., per decidere di riportare le emissioni di gas serra al livello del 2010 sembrerebbe una commedia. Una commedia all’italiana, con ruoli e canovacci noti e stereotipi. E forse lo è: Obama dà sempre l’impressione di rappresentare se stesso, gigione, come pure Merkel, mentre nessuna sorpresa è possibile dai comprimari, Hollande, Renzi, Cameron (gli altri non si sa nemmeno chi siano).
I sette hanno parlato di Russia, di armamenti, di missili, e di guerre islamiche, ma hanno deciso di far sapere fuori che si occupano dell’inquinamento? È possibile. È pure possibile che dell’immigrazione nel Mediterraneo e della crisi economica non abbiano nemmeno parlato. Più probabile è che di queste cose solo gli Usa si parlino, tra sé e sé, e agli altri non dicano nemmeno nulla. Nell’una e nell’altra ipotesi, piccola cosa.

Renitente – Cattivo soldato per antonomasia è l’italiano. Ma dopo il 1915: per due motivi. Il “tradimento” del 1915, degli Imperi Centrali, Austria e Germania, che crearono il cliché. Dopodiché la pubblicistica inglese trovò conveniente adottarlo, nel Mediterraneo dapprima, e in Africa dopo l’impero del 1936, dapprima nell’Africa Orientale e poi in Libia. Dove gli italiani furono i soli che combatterono a El Alamein, i britannici fecero incredibili errori con i battaglioni corazzati, Montgomery vinse solo perché i tedeschi di Rommel si sfilarono, per non impolverare le loro autoblindo.
La cattiva fama del soldato italiano è recente. Peraltro perdura ora solo in Italia. Prima il cattivo soldato, nell’opinione corrente, fu per molti secoli il francese. Con la breve parentesi napoleonica, ma anche in quegli anni non senza episodi di indisciplina e incapacità. A lungo, dal tempo del “De bello gallico”, si caratterizzarono i francesi come spacconi, che attaccano briga con veemenza e alla prima risposta se la squagliano.

Ci furono molti più renitenti e ammutinati in Germania nel corso della Seconda Guerra mondiale che fra le truppe italiane, in assoluto e in rapporto egli effettivi. Anche se il conto esatto non si fa, e dell’argomento non si parla, non in Germania. Lutz Klinkhammer, lo storico dell’occupazione tedesca in Italia, opera più letta in Italia che in Germania, ne censisce molti casi. Qualche romano ricorda ancora quando nel 1944 si diffuse la notizia della fine della guerra e i soldati tedeschi buttavano via le armi dalla gioia. I casi d’insubordinazione e di coscienza furono moltissimi lungo la Linea Gotica apprestata da Kesselring, quella delle stragi poi impunite, che divise l’Italia a metà 1944, da Massa ad Arezzo e a Pesaro. La Wehrmacht fece stragi di civili e anche di ammutinati e renitenti.

Scoperta – È il trend: si trova poco ma si scopre molto. Nel senso dell’effetto annuncio – quante soluzioni non ci sono già state per l’Alzheimer, il Parkinson  e gli stessi tumori? Siamo tutti ricercatori, e la ricerca deve scoprire. Compresa l’origine dell’universo col sincrotrone. Bombardando la materia coi miliardi.
È anche una scoperta che fa a meno dell’intelligenza: lavora alla catena di produzione, onestamente guadagnandosi lo stipendio con l’applicazione.

Wikipedia - È più avventurosa, e quindi poco affidabile, nel senso della “verità” ultima, ma è, oltre che di più rapido accesso, più “significativa” che non la Treccani o l’Enciclopedia Britannica. Dice più cose, di senso più immediato e aggiornato, accessibili (scrittura, terminologia, illustrazioni).
E viceversa, conferma che internet non è un’altra cultura, un’altra tradizione, seppure nuova – un
altro inizio. Ma un’innovazione.

astolfo@antiit.eu

L’altro Petrarca

Un paio di eleganti scarpette variegate (di pelle vaïr), in dono a una ragazza di paese a Vaucluse, la fantasia di una vecchiaia con gli amici di gioventù, Vaucluse come luogo della solitudine, il cagnolino Zabot, “trottola”, un anticipo della tardo novecentesca “morte dell’autore”. Un libriccino di una dozzina di epigrammi slegati, incredibilmente attraente, per più motivi. E non c’è pure Mafia Capitale? Il testo titolato “Un nemico pubblico” è attorno a un innominato ma romano eponimo, detto in chiosa “praepotens sed perniciosus”.
I brevi componimenti latini qui tradotti sono sparsi per i vari codici, nella varie opere e nelle lettere, rapidi e non riscritti, sebbene sempre finitissimi e in punta di penna, a margine di una riflessione, opera di distrazione. Circa 800 di questi versi sono stati contati. Niente in sé, e tuttavia danno un altro Petrarca. Un’altra persona e un altro poeta. Non programmatico, non teorico. Anche per l’aiuto di Francisco Rico,  il filologo spagnolo autore de “Il sogno dell’umanesimo”, e di Boccaccio e Petrarca “Ritratti allo specchio”.
Rico ha avuto l’idea della breve silloge, ed è l’autore della scelta. Che presenta con note sbrigliate ai singoli componimenti, ricostruzioni finissime dei contesti, e due brevi saggi. Uno sulle ambizioni di autonomia che l’intellettuale Petrarca non ha mai smesso di coltivare, tra tante difficoltà, ad Avignone, a Napoli, a Pisa, a Parma, a Padova, a Milano, proponendosi a questo o quel regno, principato o repubblica. Di lasciare il servizio della famiglia prelatizia dei Colonna, per quanto benevola, e accudire alla letteratura. Mentre divisa l’opus magnum, il grande poema epico che non scriverà. E uno, estremamente denso, sul petrarchismo. Partendo dal concetto medievale di expolitio, l’artificio retorico di “tirare a lucido” la stessa cosa. Ciò si faceva, dice Rico con Geoffrey de Vinsuf, “Poetria Nova”, “per due vie: dicendo la stessa cosa in vari modi, o dicendo avari modi della stesa cosa”. In queste istantanee è diverso.
Il componimento che Rico intitola “Gabbiani”, sull’amicizia con Ludovico di Beringen, musicista fiammingo, e sull’amore, sottinteso di Laura, ribalta il “Canzoniere”: “La Laura del «Canzoniere» è un a belle dame praticamente sans merci, inaccessibile e schiva. Qui gi inidizi dicono putosto che lei corrisponda all’amore del poeta… Non siamo di fronte allo stesso mondo e alla stessa Laura”.
Francesco Petrarca, Gabbiani, Adelphi, remainders, pp. 101 € 1,92

lunedì 8 giugno 2015

Le due sovranità europee

La decisione della Consulta sulle pensioni, che prescinde dai vincoli europei, e la risposta del governo, di mantenere la questione entro quei vincoli, delineano due diverse concezioni della sovranità all’interno dell’Unione Europea. Una la considera residuale, sottoposta cioè all’imperio dell’Unione, l’altra considera residuale l’Unione.
Di questa seconda posizione è alfiere la Corte costituzionale tedesca. Che ha sempre operato nell’ottica di adattare il diritto europeo al testo costituzionale della Repubblica federale. Non nel senso di rifiutarlo, ma di conformarlo al testo fondamentale della Germania. Della prima posizione è sempre stata capofila, per così dire, proprio l’Italia. Nelle parole di Sabino Cassese, ex giudice costituzionale, del suo recente “Dentro la Corte”: “La giurisprudenza italiana, specialmente negli ultimi anni, ha ribadito ed esteso i vincoli che derivano dal diritto europeo per il diritto italiano”.
La decisione della Consulta è l’avvio di un ribaltamento anche in Italia del concetto di sovranità nazionale  subordinata al vincolo europeo? La lettura corrente - a cui lo steso presidente pro tempore della Consulta, Criscuolo, ha dato credibilità - è che la decisone sulle pensioni è stata una sciatteria, poco considerata. L’Italia istituzionale continua a ritenersi cancellata nell’Unione Europea.
Le due differenti concezioni della sovranità, la “tedesca”, per semplificare, e l’“italiana”, riflettono anche un diverso modo di stare dentro l’Unione Europea. La concezione “italiana” è come un’abdicazione di principio, per professione di europeismo, quella “tedesca” una considerazione delle fattispecie  caso per caso.

Il mercato dell’energia

S’immagini un acquisto in cui il venditore dopo cinque anni sostenga che ha sbagliato il conto e che l’acquirente deve pagargli un conguaglio e una penale. Non esiste in diritto, e nessuna truffa è stata mai organizzata su questo principio. Finora: ora è autorizzata in Italia. Dall’Autorità per l’Energia, che è n organismo dl governo, creato a “protezione del consumatore”.
Sotto la veste del provvedimento per il consumatore, autorizzando il pagamenti rateizzato delle bollette scadute, l’Autorità rimette ora in circolo e avalla la pratica truffaldina di fatturare consumi incontrollabili. Richieste di conguagli, di riformulazioni tariffarie, di sovrapprezzi, di tempi immemorabili e soprattutto di partite incontrollabili. Vessazione, specie con l’Acea romana, costante.
Ciò che l’Autorità per l’Energia presenta come un beneficio per l’utente è l’avallo ufficiale di una pratica illegale. Questo dopo avere autorizzato: bollette illeggibili; consumi stimati anche dove i contatori elettronici con lettura a distanza sono installati; offerte tariffarie truffaldine. E la pratica dei rimborsi: a) tardivi, b)con assegno, che costringe a passare in banca per l’incasso (mezza giornata persa), c) frantumati in assegni di pochi euro e a scadenza ravvicinata, in modo che non siano incassati. E non, come logico, sulla bolletta.
È piccola corruzione? Un milione di queste pratiche a 100 euro l’uno, non abbastanza per contestare l’abuso in giudizio, fanno 100 milioni. Che tutto ciò sia imposto dall’Autorità per l’Energia sembrerebbe impossibile. Ma tutto ciò avviene. Inutile protestare con l’Autorità, vi risponderanno con un prestampato, dettagliato e incomprensibile come le loro bollette. Inutili anche gli esposti alla Procura di Roma.

La guerra santa dei petrodollari

Oggi Kepel non ci porrebbe quel sottotitolo. Dell’ascesa, invece, questa sua è con ogni evidenza la più corretta presentazione. Una storia del fondamentalismo islamico. Che nasce in ambito occidentale, una delle tante dighe antisovietiche. Coi petrodollari, a partire dal 1973. Da cui i potentati della penisola arabica furono letteralmente sommersi – per anni non riuscirono a spenderli, neanche in minima parte.
Da qui, da questa rendita abnorme, la loro poi rapida ascesa alla “posizione dominante” nel mondo islamico, specie in Africa, a Nord e a Sud del Sahara, di cui interruppero la modernizzazione. La accentuarono sul piano materiale, la limitarono e soppressero su quello civile, dei diritti umani e della convivenza, tra uomini e donne, tra diverse religioni, tra diverse confessioni della stessa religione, l’islam. Con la modernizzazione accelerata dell’edilizia, della banca, delle comunicazioni, della spesa suntuaria. Sotto forma di beneficenza – “un immenso impero di beneficenza”: tra madrasse e campi di polo, per aggiogare le borghesie arriviste e i poveri senza parola. Poche le resistenze: in Libia con Gheddafi, in Egitto con Mubarak, entrambi poi eliminati, sempre in un’ottica filo-occidentale, e in Algeria.
Ai petrodollari bisogna aggiungere negli stessi anni il Pakistan del generale Zial ul Haq, golpista filo-occidentale contro la casta politica dei Bhutto, socialisteggianti e neutralisti. E il khomeinismo. Sì, quello propriamente inteso, dell’Iran, usa il fondamentalismo nel quadro di una strategia politica di tipo realistico.
Gilles Kepel, Jihad. Ascesa e declino, Carocci, pp. 436 € 17,50

Miracoli a Milano

Mr Bee mette mezzo miliardo nel Milan. Forse. Di soldi non suoi. Per un progetto di merchandising. Tanto basta per sprofondare Milano nelle meraviglie. Il “Corriere della sera” schiera quattro grandi penne dello sport e due pagine per magnificare il “magnate”. Uomo ricco, viene detto, ricchissimo, dai molteplici interessi e dai visionari investimenti. Stessi toni, benché più sulla meraviglia (“ma chi glielo fa fare?”), sapendo che nel calcio c’è poca trippa, della “Gazzetta dello Sport”. “La Repubblica” è cauta, l’editore De Benedetti sa chi è Mr Bee, che dice “fantomatico”. Ma spreca anch’essa pagine in lode del salvatore del Milan.
Questo Mr Bee è forte di Gls, Global Legend Series, una specie di campionato di vecchie glorie europee inventato per l’Asia da Fabio Cannavaro – una sorta di circo ambulante. Sigla che usa per far capire che gestisce i cartellini di numerose vedettes mondiali del calcio. Di suo è un immobiliarista, dice. Di una famiglia di immobiliaristi. Diventata ricca in Austrialia, dice.  È un viziosissimo name dropper. A Enzo Currò di “Repubblica” dice che del suo “progetto Milan” ha parlato con Rothschild. E lascia intendere che Rothschild lo ha presentato a Berlusconi. Mentre ha parlato, forse, con l’ufficio Rothschild a Milano, un nome prestigioso che però fa solo consulenza d’affari. E così via di questo tono, da Obama alla regina Elisabetta, tutte le porte gli sono aperte.
Ma è alto e magro, e fantasioso, e la città è ai suoi piedi. Milano, la crema del giornalismo milanese, non distingue tra arabi e cinesi. Tra principi arabi e borghesi cinesi. Tra patrimonio, di cui gli emiri arabi sono ricchissimi detentori, e affari, che invece in Cina e dintorni sono una specialità. Una distinzione pure elementare.
Era successo con Thohir, il “magnate” dell’Inter. Che per la verità, essendo indonesiano, all’apparenza non è così spregiudicato come i frombolieri cinesi. Ma il “magnate” Thohir non ha speso nell’Inter un euro, e usa il club milanese per pagarsi interessi elevati, sull’8-9 per cento, sui prestiti alla stessa società che riesce a intermediare da banche asiatiche. Un mediatore di affari, con sede alle Caymane.
Più miracolosa di tutto è la supponenza ambrosiana: ritenere i furbissimi, abilissimi asiatici dei selvaggi, con l’anello al naso. Lieti e grati di essere sbarcati nella piccola Hong Kong che è Milano, minuscola, senza il mare.

domenica 7 giugno 2015

Problemi di base sportivi - 232

spock

Meglio Buzzi o Blatter?

E Platini?

Che cos’ha Platini che Blatter non ha?

Chi ha portato a Dublino i milioni della partita comprata per la Francia?

E come si traduce paraculo (copyright Platini) nel gergo dello sport?

Chi ha più soldi, Mr B, come viene chiamato in Thailandia, o Berlusconi?

O Mister B è una sigla, ora che non c’è più il cavalierato?

È il calcio uno sport milionario, o è i milioni nello sport?

Per chi tifano a Firenze o gli interisti, quando in squadra non c’è uno che parli l’italiano?

È così stringato e efficace lo svizzero tedesco di Blatter come il romanesco di Buzzi?

spock@antiit.eu

Il perdono al mercato

È il tempo, fine Novecento, in cui tutti chiedevano perdono, sullo orme del papa Giovanni Paolo II.  C’è qualcosa di strano nella tempistica e il senso politico di questo perdonismo, e Derrida, che ha dedicato al perdono (e allo spergiuro) per tre anni di seguito il suo seminario alla École des Hautes Études en Sciences Sociales, vuole dirlo subito: 1) si mantiene l’equivoco” sulle colpe, confondendo “spesso, talvolta in modo calcolato, il perdono coi temi contigui: la scusa, il rimorso, l’amnistia, la prescrizione, etc.”; 2) si esprime “in un ambito religioso (diciamo abramitico, per riunirvi l’ebraismo, il cristianesimo e gli islam)” – una “tradizione per complessa e differenziata che sia, anche conflittuale, insieme singolare e in via di universalizzazione, attraverso ciò che mette in opera o mette a giorno un certo teatro del perdono”: 3) “la dimensione stessa del perdono tende a cancellarsi nel corso di questa globalizzazione, e con essa ogni misura, ogni limite concettuale”. Il perdono svanisce, evapora.
Il seminario e l’intervista sono una persistente riflessione critica sulla mondializzazione, come il francese chiama la globalizzazione, che non persuade Derrida. Che però non manca di argomenti, benché ancora perplesso. Il perdonismo è il “prodotto” di una congiuntura della storia (del dopo la grande paura del comunismo, n.d.r.). Che “s’incastra ma non si confonde con la storia della riaffermazione dei diritti dell’uomo, di una nuova Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Questa specie di  mutazione ha ristrutturato lo spazio teatrale nel quale si rappresenta – sinceramente e non – il grande perdono, la grande scena del pentimento. Che ha spesso i tratti, nella sua teatralità stessa, di una grande convulsione – oserei dire di una compulsione frenetica? No, essa risponde anche, per fortuna, a un «buon» moto. Ma il simulacro, il rituale automatico, l’ipocrisia, il calcolo o lo scimmiottamento sono spesso della partita, e si invitano da parassiti a questa cerimonia della colpevolezza”.Fino all’assurdo o al ridicolo di cancellare la stessa colpa: “Se si cominciasse ad accusarsi, chiedendo perdono, di tutti i crimini del passato contro l’umanità, non ci sarebbe più un innocente sulla Terra – e dunque più nessuno in posizione di giudice o di arbitro.
Una compulsione che prende l’aspetto di una conversione”. Che si direbbe cristiana. In realtà avulsa: “Una conversione di fatto e tendenzialmente universale: in via di mondializzazione”. E “la «mondializzazione» del perdono somiglia a un’immensa scena di confessione in corso, dunque a una convulsione-conversione-confessione virtualmente cristiana”. Ma solo virtualmente, in realtà è “un processo di cristianizzazione che non ha più bisogno della Chiesa cristiana”.
Paradossale ma non solo – Derrida ha giocato d’anticipo, per una volta dichiarandosi: “La logica e il buonsenso si accordano per una volta col paradosso”. (“C’è dell’imperdonabile… la sola cosa che richieda il perdono”: il “perdonabile” è “ciò che la Chiesa chiama «peccato veniale»”). Benché già all’epoca la cultura del mercato dominasse, Derrida su questo puto soprattutto insiste: il perdono non è uno scambio, un commercio.
La riflessione prolungata nel tempo e i seminari nascono in riposta a Jankélévitch che nel 1967, nella polemica che si svolgeva in Francia sulla prescrizione dei crimini nazisti, disse il perdono impossibile - “è morto nei ampi della morte”(“Il perdono). Il saggio intitolato in italiano “Perdono”, sottotitolo “L’imperdonabile e l’imprescrittibile”, corrisponde al testo di una conferenza che Derrida ha tenuto nelle Università di Cracovia, Varsavia, Atene, Capetown e Gerusalemme tra il 1997 e il 1998. Un anno dopo, nel saggio altrettanto lungo, in forma d’intervista, Derrida elabora e acuisce il il senso della sua riflessione. Azzardando, premette, “il rischio” di una proposizione di questo tipo:  “Ogni volta che il perdono è al servizio di una finalità, fosse nobile e spirituale (riscatto o redenzione,  riconciliazione, salvezza), ogni volta che tende a ristabilire una normalità (sociale, nazionale, politica, psicologica) con un’elaborazione del lutto, con qualche terapia o ecologia della memoria, allora il «perdono» non è puro – né il suo concetto. Il perdono non è, non dovrebbe essere, né normale né normativo, né normalizzante. Dovrebbe restare eccezionale e straordinario, a prova dell’impossibile, come se interrompesse il corso ordinario della temporalità storica”).
Jacques Derrida, Le Siècle et le Pardon, intervista con Michel Wieviorka, in “Le Monde des Débats”, n. 9, dicembre 1999
Perdonare, Cortina, pp. 106 € 8,80

sabato 6 giugno 2015

La verità del calcio

Il calcio è un business in forma di sport. Un business dello sport. Questa è la prima verità. In Italia è dominato da Berlusconi. Più delle televisioni. Anche come profitto, sicuramente come potere. Attraverso la Lega di Beretta, cioè di Galliani, la Federazione di Tavecchio (Tavecchio!) e Lotito, e gli arbitri del famiglio Collina. Gli altri sono complici o fresconi. Potrebbe essere il caso degli Agnelli-Elkann, nella migliore delle ipotesi, i soli a non capire che il calcio è immagine, non da ora: fuffa, e moviole truccate - Berlusconi li ha sempre messi nel sacco, fin dai tempi dell’Avvocato, parte della trasmigrazione di Torino, capitale degli affari, a Milano..
La Juventus doveva andare a Berlino per tirare la volata a Canale 5. E per moltiplicare gli abbonamenti in vista della privativa Champions che Berlusconi si è assicurata – con una “scaletta” precisa, la finale di Champions 2016, il primo anno dell’esclusiva, sarà a Milano. Ma non vincere - sarebbe diventata potente e poteva sparigliare.

Tutto questo è risaputo e tenuto da conto nelle redazioni Mediaset. Il”vecchio” tifo sì, il “vecchio” calcio delle vecchie glorie, tutto finezze e gladiatori, ma fino a un certo punto. Alcuni commentatori si trovano a disagio, Sacchi, l’onesto Serena, Tacchinardi. Ma Berlusconi è un ottimo uomo d’affari, di questo non si può dubitare – ha appena venduto il niente di una non-entity per mezzo miliardo. E, non si dice, ma ha già condiviso i diritti Champions, con un profitto, con Sky (la cosa è stata camuffata con le celebrazioni dei due “figli”, di Sky e Mediaset). Non si può contrastare.

Stupidario Champions

C’era Collina a Berlino, non c’era partita

Si disputavano la Champions due allenatori licenziati per incapacità


È la Gazprom di Putin che ci paga la Champions, senza sanzioni

Barcellona, paternostri e milioni: Dio è sensibile

Giocavano una squadra di refoulés, Evra, Tevez, Pirlo, Morata, Llorente, contro una di milionari: il calcio deve rispettare i bilanci

Morata non va bene in Spagna perché non si segna?

L’arbitro turco è stato perfetto: ammonizioni subito alla Juventus, simulazioni libere per il Barcellona, dell’osceno Suarez in testa, per interrompere il ritmo della Juventus, e niente punizioni contro, solo alla fine, nell’area di Buffon. Sembrava Collina, con i capelli

La Fifa è corrotta e l’Uefa no. Com’è possibile?

Letture - 217

letterautore

Autofiction – Vira al sacro? Torneranno le prime comunioni? Anche il catechismo. Invece dei turbamenti sessuali e le inevitabili crudeltà, mutuati dalla psicoanalisi volgare.
In rapido sorpasso ultimamente dai social: Facebook, Insegreto, Instagram, PostSecret, Erbadelvicino, Sfoghiamoci, Snapchat, What’a app. Sarà per questo che i più assidui cultori del genere, Carrère, Houellebecq, anche Veronesi, hanno virato al sacro. Come memoria meno frequentata, o peccaminosa a rovescio, delle gelosie e le fantasie morbose - anche il sacro può essere morboso, ma nel genere dilettazione, senza orgasmo, richiede cioè più raffinatezza.

Dante – “Ha messo in scena una delle più grandi autofiction della storia letteraria”, dice Vittorio Sermonti, il suo massimo frequentatore . O non voleva dire il contrario? Lo stesso Sermonti continua, parlandone con Roberta Scorranese sul “Corriere della sera” domenica 31: “Scrive di un esilio già avvenuto come se dovesse avvenire”. Un autore esiliato, e perseguitato nell’esilio, come Dante è stato, non avrebbe parlato di altro. Lui è stato capace di qualcosa dei tutto diverso.
Ancora Sermonti: “Dante si meraviglia in continuazione. Delle miserie umane come delle altezze”.

Dialetto – Le intercettazioni di Mafia Capitale danno curiosamente ai protagonisti delle cooperative ex carcerati, quelli che usano il romanesco come vera lingua, una dimensione meno corrotta, e comunque non squallida, rispetto ai loro interlocutori nell’amministrazione e la politica. I “burocorrotti” sono falsi anche nella parlata. “Piccoli”, nel senso che la loro corruzione è micragnosa, ed è anche diffusa – non è “mafia”, è proprio un modo di essere. Il romanesco di Buzzi e Carminati è invece solido, disincantato come dev’essere il romanesco (quello di Gadda, giustamente, non di Pasolini), misuratamente inventivo (quel “mondo di mezzo”…) come in Belli, e non è avido. È acconciarsi, uno che ha fatto vent’anni di carcere sa qual è il galateo, a un modo d’essere. È una lingua “onesta”.
È una verità linguistica onesta, quella dei capimafia di Prestipino e Pignatone, anche nei confronti dei cronisti e dei commentatori. Tutti (più o meno) corrotti, nel loro piccolo ovviamente, che si stacciano le vesti al lamento: “Gentaglia!”

Femminicidio – Continua a latitare in letteratura, malgrado sia al centro dell’attualità, cui il romanzo da qualche decennio è sensibile. Ci sono romanzi sul terrorismo, sulla pedofilia (ora in declino) e gli orchi, molti sugli immigrati, il femminicidio invece non attecchisce. Nemmeno come “scrittura femminile”, come usava dire. Nemmeno in aspetto esotico, il femminicidio in India o in ambito islamici, delle figlie, delle sorelle, delle adultere, delle donne sole. È per stanchezza dell’instant-novel? È che, malgrado il clamore, il fatto è “scontato” – vecchio, tradizionale, al limite della follia o del suicidio? O gli uomini, che ancora fanno i quattro quinti dei narratori, non sono più “femministi”.

Primo Levi – È probabilmente l’autore più dantesco, anzi il solo, del Novecento. Senza volerlo, ma più di altri che ci avrebbero ambito e ne hanno fatto il progetto. Uno che all’inferno c’è stato realmente. E poi ha saputo elaborarlo – l’elaborazione del lutto. Altri se ne sono fatti schiacciare, o ne hanno fatto mercimonio, Primo Levi è andato molto più a fondo nell’ignominia. L’ironia, il distacco invece del furore, lo tiene lontano da Dante, che è citazione facile che lui non fa, forse non amandolo, ma allora è un dantesco senza volerlo: i suoi racconti sono le “montagne” dello sterminio, il suo viaggio notturno, “Se questo è un uomo” è l’“Inferno”, “La tregua” il “Purgatorio” e il “Paradiso” insieme, col riso invece del sublime.

Mondialatinizzazione – “Il mondo oggi parla latino (più spesso attraverso l’anglo-americano”, sostiene Derrida in un saggio del 1995, “Fede e sapere”. Lo rileva in fatto di religione, parola e concetto tutto latino, ma poi degli altri linguaggi fondamentali, giuridico, filosofico e anche scientifico e “ciberspaziale”, tutti legati originariamente alla religio. “La questione della religio non si confonde semplicemente, se si  può dire, con la questione del latino?”.

Successivamemte, nel saggio-intervista con Michel Wieviorka, su “Le Monde des Débats”  del 9 dicembre 1999, Derrida precisa di usare mondialatinizzazione al posto di “mondializzazione”, che il francese preferisce a globalizzazione, “per prendere in conto l’effetto della  cristianità romana che surdetermina oggi tutto il linguaggio del diritto, della politica, e anche l’interpretazione del cosiddetto«ritorno alla religione». Nessun preteso disincanto, nessuna secolarizzazione viene a interromperla, anzi al contrario”.
Era la lezione di Hannah Arendt storica delle idee, che tutta la terminologia (e le forme e le procedure, specie in materia di elezioni, rappresentanza, autorità) politica moderna e contemporanea era derivata dal latino - ma attraverso e nella chiesa, che Derrida non nomina. La mondialatinizzazione peraltro Derrida teorizzava quando già l’Europa e la stessa cristianità romana avevano da tempo e con costanza rinunciato all’eredita latina.

Non luoghi – Hanno disidratato la letteratura. Che mentre è affollata, e moltiplicata nei tempi, accelerati, ritardati, fermati, proiettati nel futuro e nel passato, in millenni e anni luce, è singolarmente omogeneizzata in quanto ai luoghi. Che più non si danno – sono nominati, ma di nomi che suonano falsi anche quando sono veri, e a cui non corrisponde nessun carattere. Che è invece il proprio dei luoghi, quello che fa una cultura, e dà diversa dimensione alle personalità, e agli stessi eventi. La vita si vuole radicata.
Peter Handke lo dice di suo a Alessandra Iadicicco su “Lettura” domenica: “Sento la mancanza di una letteratura mondiale, di quella che Goethe chiama la Wetliteratur, che nasce dall’eterno scambio tra i popoli attraverso i confini e i linguaggi”. Mentre “i confini culturali” si fanno “sempre più forti”, i libri sembrano venire da un altro mondo: “I libri… sono scritti dappertutto nello stesso modo, in America, Russia, Cina”. Precisa: “Non parlo di libri veri”. Ma chi ne parla? 
Handke riferisce lo spaesamento a se stesso, come di un problema personale: “Sarà perché soffro da sempre per la mancanza di un luogo, perché dall’infanzia conosco il dolore dello sradicamento”. Questo è vero anche per gli “emigrati dall’interno”, per  esempio nell’Italia leghista – localista, campanilista, razzista.    

Traduzione – Non un’evasione ma una riscoperta della propria lingua, del proprio mondo, per il traduttore: una immedesimazione in se stessi. Una ricerca su se stessi prima che sul mondo del’autore  o del’opera d a tradurre.

“Tradurre è vampiresco”, sbotta Handke nella stessa intervista con Iadicicco, basandosi sulla sua esperienza personale: “Ti divora l’anima, non la nutre a sufficienza”. Ma poi riconosce anche lui che è servita a radicarlo – lui dice a salvarlo: “La lingua che usai per tradurre mi riportò al mio posto” - al tedesco, a Salisburgo, all’Austria originaria in vario modo rifiutata.

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L’Is vent’anni fa - Dio è morto, ma non per l’islam

Dio è morto, dunque, ma non per l’“islamismo”, è qui la radice dell’alluvione “islamica”. Derrida mette la parola tra virgolette, per sottintendere che ciò che sul campo di battaglia si richiama all’islam non è l’islam, che la guerra di religione non è la religione. Ma poi se ne dimentica – vuole essere politicamente corretto, vent’anni fa era d’obbligo, poi la verità del fatto lo sopraffà. 
Derrida procede circospetto ma per sapere già molte cose. Aperto al solito, problematico, ipotetico, possibilista, mentre ha salde verità. Invitato a Capri il 24 febbraio 1994 a un convegno di “filosofia europea”, propone come tema la religione, lui steso non sa perché, e si esercita ad abbattere molti degli stereotipi d’uso. La religione è qui, non ritorna. La religione va di conserva con la ragione – Voltaire lo sapeva, Nietzsche pure.  Il “ritorno della religione” è altra cosa, è cioè il déferlement dell’islam, lo straripamento La tolleranza è intollerante. “Ci si accecherebbe al fenomeno detto della «religione»”, invece di chiarirlo, “o del «ritorno della religione» oggi se si continuasse a opporre così ingenuamente la Ragione e la Religione, la Critica o la Scienza e la Relgione, la Modernità tecnico-scientifica e  la Religione”.
Un déferlement anche del filosofo, imperioso e incontenibile, come se fosse caduto, sia pure per caso, in un terreno fertile, a ogni riga. Dapprima vertiginoso. Per esempio al § 29 del post-scriptum: “La religione´? Risposta: «La religione, è la risposta»”. E mille altre sottili contestazioni della vulgata del Dio morto, del neo positivismo. In dialogo ostante con Benveniste, “Il Vocabolario delle istituzioni indo-europee”. Poi al solito contorto, in avvitamento costante. Partendo dall’ingolfamento repentino nella “sacro-santità dell’effetto fallico”, o “carno-fallogocentrico… percorso di un lavoro avvenire”. Per la notoria golosità, e per il feticismo verbale – il filosofo praticava troppe lingue.
Il femminicidio – c’è pure il femminicidio - a questo punto mette in carico alla religione, non più ragione ma circoncisione, del cuore se non della carne, con toni da propaganda di guerra: “Nello scatenamento più assassino di una violenza indissolubilmente etnico-religiosa, da tutti i lati, le donne sono delle vittime privilegiate non soltanto, se si può dire, di tante condanne a morte, ma degli stupri o mutilazioni che le precedono o le accompagnano”. Per concludere: “La religione del vivente, non è questa una tautologia?” Meglio quella del non vivente?
Ma più tempi Derrida pone icastico – qui al suo meglio: motorino d’avviamento, moltiplica e albero di trasmissione. Quello principale invece, che merita evidenziare, riporta a Kant, “La religione nei limiti della sola ragione”. La religione oggi? La religione (atto di fede, promessa, avvenire, attesa senza attesa, della morte e dell’altro, rapporto alla singolarità dell’altro) “non può che cominciare e ri-cominciare, quasi automaticamente, meccanicamente, macchinalmente, spontaneamente… nel deserto nel deserto”. Cioè nel vuoto. Siamo in tema in puro derridiano, con la cosa della cosa, e la performatività, ma il senso resta chiaro - benché scoperto, e un filo filisteo: l’essere rifugge dal vuoto, e il “ri-legare” (il senso originario di religio) torna “spontaneamente, cioè, come la parola indica, insieme come l’origine di ciò che scorre da una sorgente, sponte sua, e con l’automaticità del macchinale”. Per il meglio e per il peggio, “senza nessuna assicurazione né orizzonte antropo-teologico.
Nell’erranza – il pastore errante nel deserto, etc. - la religione “ritorna”, cioè riemerge, riappare. Un po’ remota per noi che “condividiamo… un gusto senza riserva, se non una preferenza incondizionale, per ciò che, in politica, si chiama la democrazia repubblicana”, emergendo dogmatica, non ortodossa. Ma è il fondo ineliminabile del messianismo, dell’attesa. Cui si coniuga la khora, altro derridismo, derivato da Platone. La patria fuori le mura della città, il luogo figurato tra essere e non essere in cui le “orme” originarie si trovano, in attesa di dispiegarsi – Heidegger ne aveva riparlato come di una clearing house, un spazio fuori dogana in cui l’essere si esercita. L’indefinito individuale, un sostrato, “né soglia né lutto” (ni seuil ni deuil): “Nella nostra memoria ciò che non è riappropriable….. questo immemoriale di un deserto nel deserto”. L’opinione – i “caratteri fondamentali della storiografia degli Annales vi si avvicinano di più.
 Alla religione Derrida paga tributo, riconoscente se non devoto - da buon conoscitore della dogmatica, la patristica, la ritualità e perfino la storia politica del cristianesimo romano. Contesta che ci sia un “ritorno alla religione”, poiché non c’è stato allontanamento.  Lo fa attraverso il concetto, apparentemente collaterale, del linguaggio della religione, che è il latino. Proponendo anzi di ribattezzare “mondialatinizzazione” la “mondializzazione”, francesismo per globalizzazione, “per prendere in conto l’effetto della  cristianità romana che surdetermina oggi tutto il linguaggio del diritto, della politica, e anche l’interpretazione del cosiddetto «ritorno alla religione». Nessun preteso disincanto, nessuna secolarizzazione viene a interromperla, anzi al contrario”. La religio è qui: sia nell’etimologia-accezione di Cicerone, relegere, e cioè “l’attenzione scrupolosa, il rispetto, la pazienza, se non il pudore e la pietà”, sia in quella di Lattanzio e Tertuliano, religare, “inventata dai cristiani” secondo Benveniste, per connettere la religione al “legame”, a un obbligo, “e dunque al dovere e dunque al debito, etc., tra gli uomini e verso Dio”
“Pensare religione è pensare il «romano»”. A Capri, non lontano da Roma ma già in ambiente “italico” e non “romano”. In ambito cosmopolita ma circoscritto, isolato, quasi eremitico, e occidentale, europeo, in quattro lingue, francese, tedesco, spagnolo e italiano. “La cui «cultura» comune, diciamolo, più è manifestamente cristiana, appena giudeo-cristiana”. A proposito di una religione che, “europea, fu anzitutto latina”. Fu, dunque.
I convenuti di Capri discutono del “ritorno al religioso”, ma in che senso – nella domanda è la risposta. “Un’alternativa opponeva da un lato la Religione, dall’altro la Ragione, l’Illuminismo, la Scienza, la Critica (la critica marxista, la genealogia nietzscheana, la psicanalisi freudiana e la loro eredità), come se non si potesse non finirla con l’altro”? O non “ciò che “la doxa”, l’opinione pubblica, “determina confusamente come «fondamentalismo», «integrismo», «fanatismo»”? E insomma, sia pure l’integralismo comune a tutte le religioni monoteistiche e esclusive, “che dire dell’islam, giustamente”? Il “ritorno” all’islam, dunque. Dell’islamismo e non dell’islam, certo, ma quello non “si esercita nel nome di questo”? Di più: “Mai trattare come un accidente la forza del nome in ciò che avviene, si fa, si dice nel nome di una religione, in questo caso dell’islam”.
Sull’islam il giudizio è poco filosofico. Anche il giudizio politico è semplicistico. Ma c’è di mezzo la storia vivente, l’attualità, con robuste evidenze – comprese quelle digitali: “Come altre in passato, le nuove «guerre di religione» si scatenano sulla terra umana (che non è il mondo) e lottano anche oggi per controllare il cielo col dito e con l’occhio: sistema digitale e visualizzazione panottica virtualmente immediata”. Tenta all’inizio di metterla sul difficile: “Non si capirà l’inondazione «islamica»… se non si determina il luogo del passaggio tra questa interiorità e tutte le dimensioni apparentemente esterne (tecno-scientifiche, tele-biotecnologiche, cioè anche politiche e socio-economiche, etc.”. Ma non ce n’è bisogno. Di fatto è il conflitto del mondo arabo, del deserto proprio, con la modernizzazione. Che però c’è stato per secoli senza fondamentalismi, fino a Khomeini  - che in realtà è un falso fondamentalista, un realista nazionalista.
Il tema è questo: “Ciò che si assembla precipitosamente sotto il riferimento «islamico» sembra oggi detenere qualche privilegio mondiale, o geopolitico, a motivo delle natura delle sue violenze fisiche, di alcune delle sue violenze dichiarate del modello democratico e del diritto internazionale (il «caso Rushdie» e tanti altri – e il «diritto alla letteratura»), a motivo della forma insieme arcaica e moderna dei suoi crimini «nel nome della religione», delle sue dimensioni demografiche, delle sue figure fallocentriche e teologico-politiche”. Sembra, dunque.
Che dirne? È una congiuntura politica e non un destino – Derrida non lo dice, ma lo è. Fallocentrica solo se non si oblitera la donna in quella “cultura”, dove è al centro delle politiche tribali matrimoniali, e formatrice, non solo fattrice, della discendenza, così centrale in quella khora. E perché non petrolifera? Il petrolio non è filosofico ma è storico.
Il saggio fu pubblicato in italiano nel 1995 da Laterza come “Annuario Filosofico Europeo”, sotto titolo “La religione”, a cura di Vattimo e dello stesso Derrida. Non più ripubblicato in Italia, non conciliandosi con la presumibile intenzione dell’editore, “Fede e sapere” è rimasto fertile in Francia.
Derrida non lo fa – di proposito? – ma è impossibile non collegare i due termini che nella sua trattazione ritornano e s’intrecciano: il Dio vivente e il déferlement islamico”. Tre con la “mondialatinizzazione”, il latino anglosassonizzato della comunicazione, della politica e del diritto.
Jacques Derrida, Foi et savoir, Editions du Seuil, pp. 133 € 7,50

venerdì 5 giugno 2015

Ombre - 270

Grande delusione alle elezioi perché a Arezzo, la sua città, Boschi non ha vinto, il candidato Pd. Boschi che già si fantasticava prima presidente del consiglio donna, etc. Ma perché non avrebbe vnto? Ha vinto il candidato di Verdini, e dunque? Boschi Verdini pari sono, che differenza c'è - il Genere (sesso) non fa più differenza.  

 il candidato di L’economista Giavazzi volentieri vedrebbe la Grecia fuori della Ue. Ma ha un dubbio: “La vera domanda è quanto ci interessa mantenere in Europa non tanto il museo della nostra civiltà, quanto soprattutto la delicata cerniera  geopolitica fra Europa e paesi islamici, in primis  la Turchia”.
Dio ne liberi? Ci interessa è la parola giusta - è l’Europa. Ma la Grecia ponte alla Turchia?

160 bergamaschi sono sulla “Gazzetta dello Sport” perché tifano Barcelona, e sabato saranno a Berlino o a Barcellona a festeggiare. Non per odio contro la Juventus, per amore del Barcellona: sono i membri di due circoli, orgogliosamente ribattezzati peynas, catalani. “Siamo la regione più catalana d’Italia”, vantano orgogliosi. Tanto da rendere la Catalogna e il Barcellona antipatici.

Jovanotti ospite d’onore all’Ateneo fiorentino, spiega agli studenti che lavorare gratis fa bene. Ateneo fiorentino? Gli studenti erano entusiasti.

Lo stesso Jovanotti ha spiegato ai giovani dell’Ateneo fiorentino che la politica “non conta niente”. Tutto pur di non dire che il sovetismo ha fatto il suo tempo: i resti del Pci non finiscono di avvelenare l’Italia.

Non si ha idea dai media del panico in cui le Regionali hanno precipitato il Pd. In ogni città, in ogni paese è una corsa a smarcarsi: sindaci contro vice-sindaci, e viceversa, assessori che tornano di corsa alle professioni, segretari di sezione contro candidati consiglieri regionali, candidati contro segretari. È un partito di vincenti?

Vergaio. Il paese di Benigni e di Berlinguer santo, ha votato Lega.
Fischia il vento, infuria la bufera,
urge cambiar bandiera.  

Rafaella Paita, che ha perso in Liguria contro Toti, si porta vincente da Floris: “Toti ha un solo consigliere di maggioranza, gli renderemo la vita difficile”. Ed è certa che presto si rivoterà. Per la governabilità?

Visco, governatore della Banca d’Italia: “L’eccesso di deregulation finanziaria è una della ragioni della recessione”. Si sapeva, ma non doveva occuparsene Draghi, da capo del Financial Stability Forum? Che non ha fatto nulla, cioè ha fato che non si facesse nulla. Anche da presidente della Bce, che tanta speculazione ha favorito, a spese dell’Italia e della Grecia.
Draghi è un uomo delle banche, della derelation finanziaria, ma non si dice. Non si può dire?

Travaglio e Cofferati non fanno in tempo a finire la frase contro Renzi che un applauso li copre nello studio di Floris martedì. E poi al comizio senza interruzioni di Salvini. La regia è inflessibile, un applauso ogni dieci secondi, l’ascolto una tortura. Ma non si deve pensarne male: il pubblico, sempre “molto bello”, per una volta si è guadagnati i 50 euro di paghetta.

La 7 cavalca Salvini? E a che pro, la Lega non fa audience. E poi, Floris non è un progressista, e anzi uno del Pd? No, è il giornalismo investigativo all’italiana, furbo, furbissimo.

Perdono due milioni di voti – l’uno – Renzi, Berlusconi e Grillo. Solo Salvini li aumenta, di una quarto di milione. Con la campagna elettorale del bulldozer nei campi rom. Che segno dare alle elezioni?

Nel centenario della guerra con un milione e mezzo di morti per liberarne i confini, il Veneto vota 7-3 per la Lega.

I candidati democrat alle Regionali sono tutti – erano – contro Renzi alle primarie, quando votarono Bersani.

È da ridere Berlusconi che sbaglia comizio nella “sua” Segrate, e va a patrocinare  il candidato sindaco del Pd? Sì, ma non è una gag del produttore emerito di “Drive In”: è la sindrome del capo sono io e faccio tutto io,i tanti attendenti che lo servono non vedono e non capiscono nulla.

Firenze si allarga l’aeroporto a Peretola. Deridendo ogni obiezione, compresa la limitrofa università. Un aeroporto che sarà per necessità asfittico, serve giusto a portare i charter del turismo dei pensionati a basso prezzo.
Peretola era un aeroporto militare: si chiudeva il traffico sulla statale quando scendeva o decollava un aereo.

Firenze, una capitale della cultura, che confina l’università all’estrema periferia, tra autostrada e aeroporto, per fare largo in città ai turisti, cioè ai paninari. La cultura ha cambiato segno

Nove miliardi di abbonamenti ai telefoni cellulari nel mondo, per una popolazione di sette miliardi.  Due ogni persona adulta, ricchi e e poveri uniti nella lotta. Never had it so good, come in questa epoca di crisi – la crisi è dell’Europa, che non sa vivere la globalizzazione.

La grande carestia maoista

“La Grande Carestia avrebbe causato alla popolazione cinese la perdita di circa 36 milioni di persone”. “Avrebbe”: il linguaggio è quello remissivo dei liberali, anche del “Bruno Leoni”,  sempre più panda allo zoo. Il fatto è agghiacciante, l’immolazione di milioni di cinesi a un ordine di Mao, la storia del comunismo non finisce di rivelarsi catastrofica, e non per caso.
 Forse i morti furono 17 milioni, secondo una stima, forse 23, secondo un’altra stima, forse  “trenta o quaranta milioni di persone”. Trenta o quaranta? Questo è il peggio di tutto: che i cinesi morivano a milioni, nessuno ne sapeva niente, fuori della Cina e probabilmente anche in Cina, e un cinese morto non contava, non se ne faceva nemmeno la statistica.
Morivano non per la siccità, per mancanza di cibo. forse per l’esosità dei rimborsi pretesi dall’Unione Sovietica – l’internazionalismo rivoluzionario non era gratuito. Forse per la disorganizzazione della Cina di Mao, per la collettivizzazione forzata, per la decisione di sradicare quell’immenso popolo di contadini, un miliardo?, che era la Cina. Per l’idea forsennata del balzo in avanti, del demiurgo, del redentore. Sicuramente per la corruzione.
Non nel Medio Evo, cinquant’anni fa.  
Yang Jisheng, Tombstone. La grande carestia cinese (1958-19962), estratto free online www.brunoleoni.it

giovedì 4 giugno 2015

Il vaffa di Tsipras, la gloria del G 7

Si risolve la crisi greca perché “Berlino vuole l’accordo”. Angela Merkel “ha convocato” - proprio così - a Berlino Lagarde, Draghi, Juncker e Hollande e ha detto che la Grecia va salvata.
Merkel “salva” la Grecia perché vuole un G 7 “storico” a Berlino. È per questo su tutte le tv delle capitali del mondo con interviste illuminate. E ha per questo chiuso le frontiere ai black bloc e affini, fregandosene di Schengen - le ha chiuse a sud al Brennero, che in teoria sarebbe Austria. Ma la salva anche perché Tsipras ha sfidato Berlino e i suoi accoliti: lo ha fatto alla Grillo, con un “vaffa”, ma le banche, che sono soprattutto tedesche, hanno capito che non era aria, e hanno scelto di recuperare qualcosa invece di niente. La minaccia del “grexit” essendo spuntata, nulla di peggio potendo comportare per la Grecia.

La Germania non è più quella, la Ue non è una famiglia

Una brutta crisi con una brutta lezione: l’Europa è stata abbandonata alla Germania, e la Germania ha fatto di tutto il peggio. Al solo scopo di avvantaggiarsene in proprio.
La Germania vuole la Grecia salva dopo sei anni di persecuzioni e di lutti. Della Grecia avendo fatto uno scoglio, su cui portare – letteralmente portare – al naufragio mezza Europa, l’Italia per prima. È il modo di essere di Angela Merkel e dei suoi governi, alternatamente di sinistra e di destra. È anche il modo di essere della Germania, ma questo lo sostiene Merkel: l’opinione in Germania è meno compattamente merkeliana di come si fa presentare.
È sicuramente il modo di essere dell’Europa, Italia compresa per la sua inettitudine.
Storicizzando, la Germania non è più quella divisa, e nel bisogno, è una potenza continentale, che guarda a se stessa. Non da ora, ma nella crisi a maggior ragione. L’Europa non è una famiglia come vuole la melensa vulgata. O allora una di fratelli coltelli.
Si guarda all’Europa, i media la presentano, come un consesso fraterno, di famiglie unite, mentre sono famiglie composite e disunite. È anche giusto che sia così, è solo stupido pensare altrimenti. Gli errori si riconoscono e si correggono, ma non ci sono scuse da presentare, perdoni da professare e meritare. Gli interessi degli uni e degli altri si soppesano e si valutano. Si dovrebbe, ma alcuni non lo fanno.

Il partito filotedesco

Un discorso a parte necessita in Italia il partito filotedesco. Giornalistico soprattutto, ma anche di affari e, stranamente, politico. Quello giornalistico, di inviati, corrispondenti, commentatori, salta agli occhi perché più tedeschizzante della stampa tedesca, la quale è invece aperta, e anche critica e autocritica. Più consistente è quello politico, effetto di politiche inadeguate e suicide. Monti e il suo governo non sono isolati. C’è molto patriottismo tedesco al ministero degli Esteri, incapace di una sia pur minima protezione degli interessi italiani in Europa, al Tesoro, e in Banca d’Italia.
Due pesi,ma è meglio non dirlo
La Banca d’Italia lo è in modo peculiare. Avendo conoscenza diretta dei fatti, nei consessi monetari dall Bce in giù, la Banca d’Italia è molto critica del modo come la Bundesbank e la Bce hanno nella prima fase della crisi (2007-2009) salvato le banche tedesche (con la Francia e il Benelux) con “almeno” 600 miliardi di fondi europei, per poi imporre la lesina sul debito. Ma si fa una virtù di non dirlo.

La fine di Parigi

La crisi greca si risolve anche perché Tsipras ha sfidato Merkel e la “Germania”, i vari Draghi, Lagarde e Juncker. I piccoli, diceva Hobbes, hanno sempre il potere di nuocere, e la Grecia che non paga fa più danni alle banche che alla Grecia stessa, che ormai è all’osso.
È il modo di essere dell’Unione europea. Per la Germania unita che è un’altra rispetto a quella di Bonn, senza più i russi in casa. E per l’eclisse di Parigi. Che si può imputare a due presidenti specialmente imbelli, Sarkozy e Hollande. Che tuttavia sono stati e sono tuttora la Francia, non ce n’è altra.
Merkel è andata in Francia, in Normandia prima e poi a Cannes, per imporre la crisi europea di cui ha fatto le spese l’Italia. Con l’assenso pieno di Sarkozy. Di cui i giornali francesi scrissero che la Merkel rideva in privato. L’insignificanza di Hollande è cronaca, sulla Grecia come sugli immigrati, la Libia, l’Is – un piccolo, inutile, yesman, anche somaticamente, su ogni questione emergente. .
L’Europa è a Berlino, e di questo bisogna tenere conto.

Maigret scritto meglio che al cinema

Una storia a cannocchiale come è consueto per Simenon, di un delitto che ne rivela un altro, come un fuoco d’artificio nero. Il cadavere che un giudice a riposo si ritrova in casa e di cui tenta di sbarazzarsi in mare con l’alta marea è l’innesco di molte altre vicende, anche qui più turpi che non. 
I racconti di Maigret più ancora di quelli “duri” sottolineano la capacità di Simenon di fare letteratura durevole con una scrittura “bassa”: colloquiale, disadorna. Applicata a un mondo grigio, disadorno, come nei racconti “duri”.
È il mondo, sempre, del Nord. Non detto, ma non ce n’è altro. Di maree, nebbie, acquitrini, marcite, paludi, biliardi, alcol, mescite anonime, periferie urbane, paesi senza anima. Simenon ama il Sud, ma lo scrittore si vuole del Nord.
Anche questo, come altri Maigret, s’impersona ormai nell’ammirata serie tv di Bruno Cremer. Ma l’originale è diverso. Maigret è, sì, “enorme”, “pesante e flemmatico”, fuma la pipa e beve, ma porta la bombetta, ha la schiena a volte “curva”, “le spalle incassate”, a volte “una sfumatura di ansia” sul viso, ed è seguito dalla moglie. Anche in Vandea, dove il commissario è stato esiliato da Parigi. Ed è di destra. Nessuno e  niente lo dice, ma simpatizza con i delinquenti, anch’essi vittime,  e non ama i benpensanti. È distintamente anni1930, mentre quello di Cremer è postbellico, anni1950-1960, e anche questo fa un’atmosfera.

A differenza di Montalbano, che Alberto Sironi nella serie tv miglior molto, Maigret scritto è invece meglio: svelto, semplice, denso. Le sceneggiature di Maigret seguono passo passo il libro, fin negli aggettivi, e Cremer è malgrado tutto Maigret, ma è una filologia che lo limita al cinema, mentre Montalbano è Zingaretti, non può essere altrimenti.
Georges Simenon, La casa del giudice, Corriere della sera, pp.145  € 1,90

mercoledì 3 giugno 2015

Secondi pensieri - 219

zeulig

Colonie  - Ci sono sempre state colonie – nel senso del colonialismo: occupazioni. I miti fondanti sono tutti fatti per celebrare-occultare il colonialismo, la presa possesso di un bene, territorio, popolo alieno. Le stesse forme culturali sono coloniali, essendo tribali (etniche, marchiatrici).

Dio – È testimone - il sacro è testimonianza. Autonomo e non: nella riflessione di Derrida (“Fede e sapere”) “la sfida di qualche promessa giurata non può, prendendo subito Dio a testimone, non avere già, se si può dire, generato Dio, macchinalmente” – un “a priori  ineluttabile…. un terzo (terstis, testis) assoluto”, senza il quale “ogni attestazione diventa superflua, insignificante o secondaria”, che però viene dal basso. Testimonianza essendo la radice di religio – sia nell’etimologia-accezione di Cicerone, relegere, e cioè l’attenzione, il rispetto, la pazienza, sia in quella di Lattanzio e Tertulliano, religare, il legame, l’obbligo, il debito, tra gli uomini e verso Dio.

Giustizia
– È un potere dello Stato, un potere. Per esercitare una funzione dello Stato, l’osservanza delle sue leggi.  Con l’ambizione e nell’alveo di un’istanza preterstauale, e anzi antistatuale. Tanto meno la frizione è acuta, tanto più la giustizia è giusta.  
La giustizia politica è un potere alla doppia potenza. Che si esercita dichiaratamente, di proposito, doppiamente contro la giustizia, sia di Stato che etica.

Illuminismo – È laico e anticlericale, ma anche cristiano, e esoterico. Inteso comunemente come il secondo Settecento francese, laico e repubblicano, anche un po’ rivoluzionario, ha più accezioni – sotterranee peraltro all’Illuminismo francese, e con esso convergenti. Già nella sua definizione corrente, della storia politica e delle idee connessa con la fine delle guerre di religione del Seicento e le rivoluzioni europee, quella inglese del 1688 e quella francese un secolo dopo, del 1789, l’Enlightenment e le Lumières. Con una basica connotazione laica, della natura e di un deismo contrapposti alla rivelazione cristiana, in una teodicea o trionfo della ragione come opposta alla religione. Ma lo è anche la Aufklärung tedesca, di Christian Wolff, Lessing, Hamann, Herder, Jacobi, coronata da Kant in un quadro non anticristiano, anzi, con “La religione nei limiti della sola ragione”. Parallelo alla Aufklärung e ad essa originariamente collegato, è l’illuminismo esoterico, da J. Boehme a Baader e agli illuminati di Baviera, post-rivoluzione dell’Ottantanove, fino a Rudolf Steiner e Jung.

Perdono – Ha avuto una stagione breve. Anzi, morto papa Giovanni Paolo II, è morto con lui, nessuno chiede più perdono. Anche nella sua breve stagione, del resto, è stato parallelo ai Tribunali speciali, dell’Aja, del giudice Garzon. Ed è speciale, per fatti abnormi. Altrimenti sarebbe quotidiano e triviale: ogni evento, si può dire, trascina un torto, per cui tutti dovrebbero dirsi responsabili e chiedere perdono, ma allora a chi? Sarebbe come il buongiorno tra conoscenti che s’incontrano.
Non è stato tema di riflessione, a parte Hegel, che peraltro tutto dice perdonabile, eccetto il “peccato contro lo spirito”, e cioè contro la potenza riconciliatrice del perdono. Mentre il “peccato contro lo spirito” storico o contemporaneo, il “crimine contro l’umanità”, si pensa piuttosto imprescrittibile. Derrida, che avrebbe ambito rifletterci su, è indeciso, ugualmente contro l’imprescrittibilità - già dal tempo della polemica con Jankélévitch - e contro il perdonismo papale. Tuttavia è certo che dovrebbe essere eccezionale e per fatti abnormi. Come un’intrusione, sia la colpa che il perdono, in un corso altrimenti normale (storico, accettato) degli eventi.   
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Tolleranza – È esemplare e magisteriale, è supponente. Quindi gerarchica: magisteriale al limite del padronale – di chi la dispensa. Si può codificare, è di fatto ora codificata, ma nel senso sempre del “riconoscimento”, della “accettazione”.

È cristiana, arguisce Derrida, “Fede e sapere”. Anche quella di Voltaire, dell’Illuminismo francese, non lontana, al fondo, dalla Aufklärung di Kant – della sua “fede riflettente” e della moralità “pura” come cosa cristiana: “A questo riguardo, Aufklärung e Illuminismo furono di essenza cristana”. Come Kant, Voltaire pensa al cristianesimo come  alla sola religione morale. Anche Nietzsche, che tanto lo contesta: non ha altra religione, e questo non è possibile, non avere religione.

“Un’altra «tolleranza»”, sostiene Derrida, “si accorderebbe all’esperienza del «deserto nel deserto», rispetterebbe la distanza dell’alterità infinita come singolarità”. E la rispetterebbe come “religione”, la religio intenendosi come “ri-tenzione, distanza, dissociazione, disgiunzione”.
Ognuno per sé, il “dialogo delle fedi”, cioè il dialogo, non deve suscitare illusioni: si procede per discordie concordate. Per aporie.

Uomo-Universo – L’uomo è sempre più solo e un’eccezione nell’universo, le foto di Hubble lo documentano. In un universo forse infinito, talmente grande che non si può contare: 200 miliardi di galassie, probabilmente (secondo la teoria del multiverso molte di più), che si allontanano l’una dall’altra a una velocità maggiore di quella della luce, tale che in un tempo non incalcolabile la sua luce può non essere osservata, ognuna di centinaia di miliardi di stelle. Ma fatte di polvere.
L’uomo è un incidente, un caso, il suo mistero è tutto qui. Non può essere lui stesso il suo Dio, poiché viene dopo i minerali, la vegetazione e tante altre specie animali. Ma il suo segreto è questo caso o accidente. All’origine, se la materia è polvere, anche la sua indeterminatezza. Dove, quando e come è cominciata. Se è cominciata. O altrimenti bisogna pensare un altro universo, se non si vuole chiamarlo Dio, da cui questo origina, seppure grande di miliardi di galassie. Cioè praticamente inimmaginabile: il realista ha un grande compito, la materia oscura.

Violenza – È la matrice di ogni Autorità, di ogni Stato. Ogni Autorità implica la rottura di un precedente equilibrio. E si instaura in assenza o contro una legge – della quale poi sarà la sorgente.
I Tribunali internazionali che si creano per giudicare i crimini contro l’umanità emanano dalla stessa fonte. Si innocentano per riflesso di ritorno dai crimini che giudicano, ma sono emanazione di una Autorità.

zeulig@antiit.eu

I dessous della politica, onorevoli

Potrebbe essere una P 5 – adesso siamo alla P 4: la testa di turco delle varie P 2 quando i giudici non hanno altro per le mani, si diverte a “fare il Bisignani”- quello che i suoi giudici vorrebbero che facesse: il broker della politica (i giudici hanno limitata concezione del mondo, politica compresa). Quello che sa tutto, dalla Rai al Vaticano, passando per Grillo (un nuovo Assange?) e l'ambasciata americanna, nonché per la Cia ce la siamo dimenticata?.e quindi ha fatto tutto.
Madron gli tiene bordone, complice, e il racconto è divertente. Dei dessous e delle creste, della politica più che degli affari - è prevalentemente romano. Sul tono del gossip più che della rivelazione – la politica non ha segreti. Anche se si viene a sapere più che dalle migliaia di pagine di rivelazioni d’autore  e intercettazioni che ci affliggono dai giornali. E ricostituente, se non altro i politici vi parlano come tutti, invece che da Floris o da Fazio.
Luigi Bisignani-Paolo Madron,  L’uomo che sussurra ai potenti, Chiarelettere, pp. 336 € 9

Il popolo dei bulldozer

Si può vincere un’elezione coi bulldozer per i rom? Evidentemente sì: tutti gli altri hanno perso due milioni di voti rispetto alle Politiche di due anni fa, due milioni l’uno, Renzo, Berlusconi e Grillo, un milione rispetto alle Europee di un anno fa, solo Salvini ne ha avuto di più, coi bulldozer. Addirittura un terzo del voto, poco meno, in Toscana, con un candidato paracadutato da Milano. .
Allora la domanda è: viene prima Milano o prima la stupidità? La Lega, Salvini, gli zingari vengono prima ma l’opinione pubblica e il diritto di voto universale pesano, pesanti. Non è un’assurdità ciò che è successo, che nella generale sfiducia solo la guerra ai rom suscita entusiasmo. E ha un insopportabile odore di classe. I benestanti non sono andati a votare, la metà dei democratici e tre quarti dei berlusconiani. Gli altri hanno lasciato il bar, la cantina e la spiaggia per recarsi fino al seggio e votare un candidato sconosciuto, se non per i bulldozer.

Il tappo Berlusconi

La destra si supera, ancora una volta: fatte le somme, ha vinto Salvini, ma ha vinto, malgrado Salvini, tutta la destra. Oltre che in Veneto e in Liguria, ha vinto in Campania – De Luca è passato con i voti dei caporioni di destra Barbato e De Mita. E avrebbe potuto vincere in Puglia e perfino in Umbria.
Non ha vinto perché è divisa e litigiosa, ma avrebbe potuto. Che sia divisa e litigiosa è sotto gli occhi di tutti: capi e capetti pullulano che soprattutto si fanno la guerra tra di loro? L’elettorato malgrado tutto li vota, ma è disorientato. Perché i capetti litigano? La risposta va cercata nel modo come la destra ha fatto outing, e subito poi si è divisa – non il popolo di destra, i suoi politici.
Si sta parlando di casiniani, alfaniani, fittiani, anche montiani, finiani e altri pezzi del Msi. Gente senza voti, ma abbastanza, l’1-2 per cento, per nuocere  L’altra caratteristica comune dei politici della destra è che sono stati tutti berlusconiani.
Berlusconi è sempre in campo, malgrado l’età e la condanna, e sempre riesce a mobilitare e raccogliere voti. Si ritiene e si dice indispensabile. Ma è il motivatore e il collettore o non il tappo di questa destra? Senza dubbio è il tappo.
Non solo Berlusconi è stato stravotato in un paio di votazioni, anzi tre, e non ha combinato nulla – non un’idea forte, seppure non vincente: il debito, il lavoro, l’industria, anche solo l’immagine, nemmeno gli affari. Un prodigio di inefficienza. Che si estende ai politici da lui imposti: un gruppo dirigente di inetti e anche sciocchi. Tolta qualche donna, da lui peraltro selezionata per l’avvenenza, senza fiducia.

martedì 2 giugno 2015

Problemi di base - 231

spock

Moriremo padani?

Salvini raddoppia, gli altri si dimezzano: è il nuovo grillo?

C’è bisogno di un grillo nuovo a ogni elezione?

Meglio Salvini di Berlusconi?

Cofferati dopo Bertinotti, la Cgil è sempre riuscita a sconfiggere la sinistra: ora tocca a Landini?

O bisogna togliere il diritto di voto?

Perché non fare invece l’esame di maturità elettorale?

L’esame elettorale c’è per gli immigrati, perché non si fa agli italiani?

A Firenze, sotto l’Appennino, il professor Miglio della Cattolica di Milano si sentiva all’estero, ora i toscani votano in massa per la sua Lega: è il Sud che diventa Nord?

O è viceversa: è più qualunquista il Sud o il Nord?

spock@antiit.eu

La storia si racconta all'autore

Annegato qualche anno fa in un’antologia del noir (“Cocaina”), un grazioso apologo dell’autore che si vede scritta (vissuta, raccontata) l’opera cui ambisce al bar, da una sconosciuta. Delle pene d’autor perdute, dunque, o dell’occasionalità della “creazione”. Con alcune confidenze dello scrittore-giudice: la tassonomia del confidente di polizia, l’art. 40 del codice penale, la donna poliziotto.
In realtà è un apologo dell’invenzione al quadrato, e anche al cubo - l’aneddoto in sé è ricorrente nella cronaca.
Gianrico Carofiglio, La velocità dell’angelo, Il Sole 24 Ore, pp. 77 € 0,50