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domenica 12 giugno 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (289)

Giuseppe Leuzzi

Viene dalla Siria lo scirocco, il vento del Sud? È l’etimologia più scientifica, considerando che la Rosa dei Venti faceva centro convenzionalmente accanto al’isola di Creta. Il vento di Sud-Est Nord-Ovest.

Edmund White ha la figura ricorrente del provinciale a New York, che distingue per l’insicurezza.  In “La sinfonia dell’addio” lo vuole specialmente inurbato dal Sud, e lo distingue per “le pacche, l’astuzia campagnola, e l’istinto di indipendenza”.

L’angelo calabrese di Alì
Sapido ritratto di Angelo Dundee, l’angelo di Cassius Clay, in margine allo straordinario ricordo che dell’atleta ha scritto Mario Sconcerti sul “Corriere della sera”, “Il mio Alì. La tournée in Europa”. Dundee – l’edizione online ne mostra anche una bella foto - è stato l’“inventore” della farfalla peso massimo: quello che l’ha scovato in palestra, l’ha addestrato, e poi ne fu il procuratore.
Dundee “era figlio di due emigranti calabresi, aveva sette tra fratelli e sorelle. Vero nome Miranda, storpiato in Mirena dall’ufficio immigrati, trasformato da lui in un cognome scozzese perché si vergognava della sua emarginazione, del suo americano alla cosentina”. Voleva essere wasp, il bianco dominante, e non wop (guappo?) – doveva esserlo, per poter fare il procuratore.
Angelo “frequentava quasi solo ragazzi neri perché parlavano in modo anche meno comprensibile del suo. Crebbe tra le risse di quartiere, non aveva fisico, ma aveva testa. Le bande si picchiavano, vinceva chi tirava il primo colpo. Lui insegnò a doppiare i pugni. Due per volta, uno-due e con il terzo lo stendi, vinci davvero. Divenne un maestro quasi involontariamente”.
Si fece allenatore-procuratore-tuttofare di quelli dal fisico più dotato. “E come prima cosa si mise a caccia di Cassius Clay, una corte lenta, intelligente, insistente. Clay allora non aveva le idee chiare, l’altro gli diceva sei il più grande, non buttarti via. Lo seguì anche alle Olimpiadi, fu lì che lo convinse a diventare professionista con lui e con lui rimase anche quando i Fratelli musulmani non volevano bianchi intorno”.
Anche il padre di Mario era un procuratore della boxe. “Dundee era piccolo, come mio padre, sensato come lui, con un’idea del marketing del pugilato che in Italia era sconosciuta. Si trovavano bene insieme, si sono aiutati per tutta la vita. Per mio padre Dundee era l’America che non avrebbe mai avuto”.

Voto di scambio al Csm
Voto di scambio al Csm per nominare Greco alla Procura di Milano. Il candidato della sinistra  passa con i voti del centro, in cambio dei voti della sinistra al candidato di centro per la Corte d’Appello della stessa Milano. Senza omertà però, è vero, tutto dichiarato.
Dichiarata anche la filosofia mafiosa, al coperto dell’antimafia. Si dice infatti che le nomine al Csm non sono politiche, le posizioni sono di garanzia. A chi? Agli amici degli amici.
L’accordo su Greco a Milano è pubblico. Ma Unicost può permettersi di negarlo:.”La nostra è una risposta alle illazioni di mercimonio del voto e di etero direzione delle scelte del Csm”. I mafiosi soprattutto si negano.

Corleone capitale mondiale della legalità – o ll processione
La processione.
Lea (Leoluchina) Savona, sindaca dal 2012, con Berlusconi, poi con Alfano, è stata avversata dal Pd in tutti i modi: mancato titolo di studio, curriculum mancante o insufficiente, interessi mafiosi naturalmente (la mafia dice sempre: chi non è con noi, peste lo colga), ma è sempre saldamente al suo posto, e probabile rieletta l’anno prossimo. Del resto Napolitano, quand’era presidente, non ne ha disdegnato l’operato.
La contestazione più radicale (ridicola) ha riguardato il curriculum. Perché la sindaca non pubblica il suo curriculum. E quando l’ha pubblicato si è confermato che non aveva una laurea, la chiamavano dottoressa abusivamente. Anzi, non ha nemmeno un diploma - il curriculum attesta vaghi “studi agrari e giuridici”.
Ma sempre lei ha risposto a tono. Quando la campagna di stampa era su tanti anni passati a Palermo e nemmeno uno straccio di laurea, ha risposto: “Una mia cara amica mi ha chiesto come mai dopo tanti anni trascorsi a Palermo non ho conseguito una laurea quinquennale in scienze politiche. Ho risposto che in quegli anni ho assistito amorevolmente la nonna, ho fatto una importante esperienza spirituale in via Chiavelli a Palermo dalle suore clarisse attraverso suor madre Teresa Cortimiglia, ho vegliato il nonno ammalato di cancro tre anni, ho gestito l’azienda di famiglia dal punto di vista contabile, ed abbiamo ingrandito la stessa con allevamenti bovini ed ovini, ho fatto volontariato per i non vedenti, leggendo per loro la vita dei Santi, ho imparato a soffrire in silenzio immedesimandomi negli altri, ho imparato a servire e lavorare duro affinché i miei nipoti possano essere orgogliosi della loro zia che li ama tanto”. Come dire la differenza l’abisso tra le persone vere, anche in politica, e la società “civile”, dei rancorosi e odiatori sociali – che un tempo, più che furbi, si pensavano e dicevano falliti.  
La mafia naturalmente è più insidiosa, ubiqua com’è, anche nei luoghi meno deputati. A Corleone la sindaca ha voluto nello stemma la dizione “capitale mondiale della legalità”. Una che sa fare politica, insomma. E per questo forse indigesta all’apparato repressivo che governa il Sud, oltre che – legittimamente - al Pd. E così, pensa e ripensa, il busillis è stato trovato nella processione del santo. Che passa davanti alla casa di Riina, e vi si ferma, perché qualcuno (la moglie di Riina) vuole fare un’offerta.
Scandalo. Le Autorità lasciano la processione. Il vescovo trema e manda fulmini, ignavo. Scatenati i social di tutto il mondo, i santi e i preti non sono popolari. I ragazzi della parrocchia che hanno sostituito i procuratori del santo, e sono i responsabili della fermata improvvida, piangono frastornati. Giusto la sindaca dice la verità: che è tutta una baggianata. E i giudici non sanno che fare. Archiviare non possono – e i social poi?

Idea del Nord
“The Idea of North” è un libro di un professore di Aberdeen, Leida e Warwick, Peter Davidson. Uno che spazia tra Olanda e Islanda, noto per altre pubblicazioni analoghe, sui tesori del Nord - edite da una Reaktion Books, ma non importa. Pubblica per la Scozia, in prevalenza, e per gli inglesi del Nord. Nell’“Idea del Nord” fa la cronaca di una lenta escursione in queste due aree. Dopo un viaggio mentale attraverso le “figure del Nord”: la pittura olandese invernale del Rinascimento, i paesaggi romantici tedeschi, fantasmi, trolls, saghe, ghiacci, interni, la mezza estate Baltica, i “regni di Zembla e Naboland” (il Nord di Nabokov).
Un esercizio probabilmente risarcitorio, come una rivendicazione dello schiavo. In questo senso Davidson dice  il Nord un “di più”, di “assoluta, difficile bellezza”. Per lo stesso motivo non sarebbe venuto in mente di scrivere una “Idea del Sud”: il Sud è, non si deve far riconoscere. Ma come “titoli collegati” (“se sei interessato a … sarai interessato a…”) l’editore suggerisce - oltre che “Natale” e “Troll” - “la mafia”, “l’ascesa del Vampiro”, “l’enciclopedia dei Bugiardi e Imbroglioni”.

La cultura del carciofo
Il protagonista di un racconto di Bianciardi segue negli anni 1970 una lezione d’inglese alla tv, in cui Jole Giannini insegna a denominare gli articoli alimentari del fruttivendolo. Carciofo, artichoke, gli riporta alla mente “che articiocco per carciofo è termine diffuso in vari dialetti del Nord, seguendo un’area di contaminazione, forse, longobardica”. E quindi andremo a cercare il carciofo in Germania, o anche solo in Svizzera, e nelle isole britanniche. Mentre è pianta italiana, di nome latino – dall’Italia poi diffusa alla Spagna mediterranea e alla Francia meridionale. Ne parla lo storico Teofrasto, IV secolo a.C.. Gli arabi, che lo scoprirono in Spagna, lo chiamarono “harsciof”, da cui il nome italiano. Ma era una derivazione dal latino “articactus”.
Se il carciofo di Bianciardi non avesse avuto le proprietà che propagandava Calindri a “Carosello”,  sicuramente lo scrittore maremmano non avrebbe avuto problemi a riportare la semantica di carciofo all’origine latina, con buona filologia.

La Principessa dell’isola dei morti
Nell’ultimo Montalbano, “L’altro capo del filo”, Camilleri ricorda, a proposito di una cotonata libanese così denominata nell’isola, la “Principessa Sicilia”.
Ci sono riscontri. La Sicilia avrebbe preso il nome da una principessa libanese “costretta a una navigazione solitaria e lunghissima per raggiungere queste coste allora deserte”, attesta Santi Correnti, “Breve storia della Sicilia dalle origini ai nostri giorni”. Che però non rinuncia all’origine nordica. Il nome facendo derivare da una radice indogermanica che suona sik, per indicare l’ingrossamento, la crescita, e in greco serve ad indicare frutti che si gonfiano in fretta, tali siké (= fico) e sikùs (= zucca), sicché il termine significa “terra della fecondità, isola della fertilità”, come in effetti è sempre stata.
Correnti non vuole rinunciare nemmeno ai neo-greci. Afferma infatti che in periodo bizantino (secc. VI-IX) si credette che il nome Sicilia derivasse da siké ed elaia, unificando il nome greco di due piante tipiche dell’isola, il fico e l’ulivo. E non è finita.
Qualcuno, aggiunte Correnti, la vuole derivata dalla voce italica “sica”,  falce: la Sicilia come terra di falciatori. È l’etimologia che Marco Terenzio Varrone, il grammatico, avrebbe privilegiato. Con la solita aggiunta che Zancle, falce, era il nome di Messina, il cui porto naturale ha forma di falce.
Da Sikelòs no, il re eponimo che al tempo di Troia condusse i Siculi in Sicilia, in aggiunta ai Sicani e agli Elimi. L’unica etimologia plausibile.
La versione di Giuseppe Maria Salvatore Grifeo è di una Principessa Sicilia un po’ diversa: “Un oracolo aveva predetto, quando essa era ancora bambina”, in un suo Regno, forse il Libano, comunque affacciato sul Mediterraneo, “che se avesse voluto sopravvivere al quindicesimo compleanno avrebbe dovuto abbandonare il Paese da sola e in barca. Se non lo avesse fatto, sarebbe stata divorata da un mostro famelico, il Greco-Levante”. Il vento, cioè, di Nord-Est – rispetto al punto accanto all’isola di Creta dove si collocava convenzionalmente il centro della rosa dei Venti.
Quando la Principessa raggiunge l’isola la trova deserta. Sgomento. Finché un bel giovane appare, che le spiega che gli abitanti sono tutti morti di peste, ma ora gli dei gentili hanno deciso di ripopolarla con gente migliore. Dunque, la Sicilia come isola dei morti.
Il siciliano mai si smentisce, nemmeno nelle favole: parlare male di sé sarà opzione di resuscitati?

leuzzi@antiit.eu

Può – vuole – l’America difenderci?

Dove attaccato, anche da forze locali, poco organizzate e equipaggiate, l’Is recede. È una tigre di carta.  Che ha prodotto e produce danni enormi. E dunque, può – vuole – l’America ancora difenderci? Quella di Obama come quella dei Clinton, o se sarà di Trump?
Forse con le armi atomiche sì. Ma nessuno ci minaccia con le atomiche. Anzi, per lo più ci minacciamo da noi stessi: dopo la fine della guerra fredda, o dopo la riunificazione tedesca che è la stessa cosa, non siamo più l’Europa del dopoguerra, unita e consapevole: trappole di ogni genere armiamo al coperto delle ambiguità.
Ma l’Europa non conta, è sempre stata litigiosa – chi la evoca come un eden di ricerca e poesia trucca le carte. Quello che conta è che l’America non ci protegge più. Su tutti i fronti che ha aperto vicino a noi e per noi non fa che perdere: Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, forse anche l’Iran dell’accordo nucleare. Sfidata da niente: dal disordine, dalla confusione, dal fanatismo, di mezzi anche limitati, limitatissimi, malgrado la favola dell’autofinanziamento con l’esportazione di greggio. In Georgia e Ucraina pure. Come già nell’ex Jugoslavia – ha vinto la guerra contro la Serbia, ma a che prezzo.
Si può anche dire che gli Stati Uniti non sanno proteggere nemmeno se stessi, dalle Torri Gemelle a Orlando, e dunque. Ma Washington ha ancora la moral suasion, del mezzo secolo in cui ha tenuto duro nella guerra fredda. E ha l’Asia, con cui invece dialoga, seppure tra i contrasti, e costruisce: la Cina, il Giappone, le “tigri”. Lì sa dialogare - forse per avere controparti serie. E non fa guerre tanto per farle - a malincuore, disastrose.

Proust favolista, dello spirito

L’ennesimo esercizio sull’Autore Incommensurabile - malgrado il cattivo gusto: inzuppare il biscotto nel tè? Di tale autorevolezza che “molte persone parlavano di lui come di un uomo alto, quando in realtà arrivava appena al metro e sessantasette”.
Un ritratto di Proust non ha senso, non c’è nulla da dire in più, non in breve. White ci riesce da sornione professore di Letteratura invece che di narratore. Specie su una serie di idiosincrasie. Verso l’omosessualità, che praticava. Molto antiebraico, benché dreyfusardo. Contro gli amati genitori. Petulante in amore, insistente, da quand’era bambino – finendo per alienarsi tutti gli amati. Incostante, peraltro, capriccioso. Intellettuale più che romanziere. Molto indebitato con Ruskin, che ora si trascura.  Poco o nulla curioso, benché socievolissimo, delle vite e opere altrui. Socievole per essere al centro dell’attenzione, uno che rideva alle sue barzellette. Da ultimo forse patologicamente egomaniaco, con le continue serate che pagava al Ritz e le mance stratosferiche.
White ne propone anche una diversa lettura. Non più sociale o storica ma favolistica, allontanandosi la figura dell’autore e le sue storie nel tempo. “Viene letto più come uno scrittore di favole che come un cronista, come un creatore di miti”, afferma, forse sulla base della sua esperienza d’insegnante.  E questo ritiene che gli giovi: “Proust emerge come il supremo compositore dello spirito”.
Edmund White, Ritratto di Marcel Proust, Lindau, remainders, pp. 159 € 9

sabato 11 giugno 2016

Eurexit

Dieci punti di vantaggio per il Brexit nei sondaggi dicono che la partita è decisa. Poiché il voto britannico è calcolato più che passionale – da ultimo nel referendum sulla Scozia – c’è da chiedersi quali sono i vantaggi attesi. Senza faticare: è evidente che si punta a guadagnare i vantaggi dell’autonomia contabile (la “sovranità monetaria”) mantenendo quelli economici e politici maturati nella Ue.
È evidente che una qualche forma di collegamento dovrà essere negoziata. Non potrà essere punitiva, e quindi dovrà concedere molto. Ma un punto di equilibrio non sarà agevole: privilegiare la fuoriuscita è dare credito ai movimenti antieuropei, soprattutto in Francia. L’esito potrebbe essere anche un’implosione della stessa Ue. Per essere l’uscita volontaria, calcolata e non passionale, come quella che ha tenuto banco tra Grecia e Germania.
Non si arriverà a questo – la Francia, anche dei le Pen, guadagna molto con la Ue. Anche i paesi scandinavi di cui Londra dà per certa l’uscita, la Danimarca, la Svezia, che più risentono dell’intromissione tedesca, hanno troppo da perdere. Ma l’uscita di Londra non sarà un fatto come un altro, le minacce di Schaüble oggi sono assurde, da maestro di scuola.
Il Brexit è l’esito estremo dell’impolitica tedesca, dell’egemonia o semi-egemonia. Può darsi che si sarebbe prodotto ugualmente, ma si produce in chiave antitedesca. Merkel pensava di essersi comprata Londra privilegiandone i banchieri, ma ci sono ancora fattori diversi della politica.
Il Brexit è in realtà un Eurexit: montano i movimenti identitari. Forse confusi, ma sostanziosi. Anche se non organizzato, anche se non al coperto dell’Ukip di Farage e dei suoi ambigui messaggi, il 60 per cento dei consensi per l’uscita dalla Ue richiede una larga quota di conservatori e di laburisti: è una risposta identitaria che la Gran Bretagna si appresta a dare – la Gran Bretagna, non le isole Faroer.

La Germania (non) siamo noi

Si vorrebbe poter dire: la Germania siamo noi. Come quando c’era la guerra fredda e tutti eravamo,  pare perfino Berlinguer, “amerikani”. Felici di essere sotto protezione, da parte di un Paese potente, e anche ricco, più di ogni altro, che però rispettava (insomma, un po’, abbastanza) famigli e alleati. Fa bene stare al caldo - ora con l’afa, al fresco: insomma protetti. Con la Germania non si può, e la Germania sa perché: perché è rancorosa e, nella parte migliore, gioca a rubamazzo.
È tutto qui il “dibbattito” sull’egemonia tedesca, o semi-egemonia. Che è dibattuta solo in Germania, nessuna la attribuisce alla Germania o gliela riconosce – ma la Germania non se ne cura: conta solo su se stessa.
Si potevano fare affari con le multinazionali americane, in Germania no. Si potevano perfino comprare aziende americane in America, in Germania non si può - giusto roba decotta, in liquidazione. Si poteva discutere a Washington, e qualche volta dire no, con Berlino non si può, è antigermanesimo. .
Ci prova il “Corriere della sera”, giornale di una città che si vuole tedesca, “aggrappata alle Alpi”,
“rigorosa”, “Francoforte sul Ticino”, a santificare l’egemonia – la “semi-egemonia”, l’ipocrisia è ineliminabile nei fatti di Germania - tedesca. E fa autogol. Danilo Taino spiegava ieri non richiesto che l’Europa sopravvive solo per le cure di Angela Merkel e Schaüble. Oggi lo stesso giornale non può non documentare come nessuna posizione di comando a Bruxelles sfugga al monopolismo tedesco, in una puntuta ricognizione di Paolo Valentino. A fianco di una pagina di Cazzullo col discusso Farage, il politico britannico antieuropeista, al quale non si riesce a non dare ragione, da europeisti – sul ruolo egemonico, senza meno, della Germania nella crisi, dell’economia e dell’Europa.

La fede è tutto, inferno compreso e peccato

Un quaderno di riflessioni, già ai vent’anni, più che di formazione. Di note sporadiche, a cadenza quasi mensile. In bella copia. Per venti mesi, a partire da gennaio del 1946, Flannery O’Connor trascrisse questi appunti in un quaderno, la cui parte restante qui si pubblica.
“Mi piacerebbe essere santa in modo intelligente” è il blurb editoriale. Ma è una spiritosaggine, il titolo è improprio, gli appunti sono un duello impegnato col Dio-Io per diventare scrittrice, averne il lume e la costanza: la ragazza Flannery chiede e si chiede ispirazione. Niente di beghino, anche in tema di religione, solo pensieri acuminati. Dio è ateo: “Chi non conosce tutte le cose non può essere ateo. Solo Dio è ateo. Il diavolo è il più grande credente, & ha le sue ragioni”. Dio è peccato: “Se non c’è peccato in questo mondo non c’è Dio in cielo. Niente cielo”. L’inferno è speranza: “L’inferno, un inferno vero, è la nostra unica speranza. Togliamolo di mezzo e diventeremo una terra desolata del tutto, non solo in parte”.  Il peccato conduce a Dio: “Il peccato è una gran cosa fin tanto che lo si riconosce. Conduce a Dio un buon numero di persone che altrimenti non lo raggiungerebbero”. Il sesso pure: “Il desiderio dell’uomo per Dio è radicato nel suo inconscio & cerca di appagarsi nel possesso fisico di un altro essere umano”. E di fronte a Dante, ai due gradini all’ingresso del “Purgatorio”, uno di “bianco marmo… pulito e terso” e l’altro “tinto più che perso,\ d’una petrina ruvida e asrsiccia,\ crepata per lo lungo e per lo traverso”, chiede solo un po’ di energia, di voglia di fare: “Io vorrei essere una mistica, e anche subito. Ciononostante, caro Dio, concedimi un posto, per piccolo che sia, e fa che lo rispetti”, accontentandosi “di lavare ogni giorno il secondo gradone”, purché “con un cuore traboccante d’amore”.
Ma farne l’antologia è superfluo, la lettura è rapida – il testo è di una trentina di pagine, il libro è composto con la riproduzione del manoscritto e le presentazioni di Mariapia Veladiano e del curatore W. A. Sessions. Fino al 27 settembre 1946, quando constata di “essere insaziabile di biscotti ai cereali e di pensieri erotici”. Poco prima ha cominciato il primo romanzo, che sarà “La saggezza del sangue”. O anche si può dire il titolo appropriato, la preghiera è stata esaudita: il romanzo era stato cominciato nella Festa del Ringraziamento.
Un diario vero, dal momento in cui la scrittrice esce da “casa”, Savannah nella Georgia, profondo Sud, per studiare a Iowa City, prima giornalismo, poi scrittura, in ambiente forzatamente laico, con molta psicologia e molto Freud - “ho il terrore di perdere la fede”, è uno dei primi pensierini. Ma curato, e di uno spirito già robusto, di una che riesce a credere all’inferno ma non al paradiso: “Non riesco a immaginare le anime disincarnate  sospese in un cristallo a lodare Dio per l’eternità”.

Flannery O’Connor, Diario di preghiera, Bompiani, pp. 110 € 11


venerdì 10 giugno 2016

Letture - 261

letterautore

Casaubon – Il personaggio di tante storie di Umberto Eco e Luciano Canfora è il personaggio di “Middlemarch”, il romanzone 1871-72 di “George Eliot”, Marie Ann Evans: è lo studioso che non completa l’opera.

Ciaone  - Scandalo per  tweet dell’onorevole Carbone, dopo il referendum sulle trivelle. La rete cinguetta, s’indigna, s’infuria – con caratteristica prosopopea civile imputando all’onorevole non di essere giovane e spiritoso, ma un calabrese, uno di Cosenza, pussa via, e tutto il puzzismo della rete becera. Senza mai dire – sapere? – che “Ciaone” è tormentone di Caterina Guzzanti nel film “Confusi e felici” di Massimiliano Bruno, 2014.Nonch di Emma Marrone.
Francesca Bonfiglioli
ritrova la parola del resto nella Treccani, e nell’uso lucano – dell’unica Regione cioè che ha votato sì al referendum sulle trivelle. E forse ha origini rom, per dire ragazzo, figlio, bambino. O in dialetto siciliano per dire un Giufà, un po’ spaccone un po’ scemo.
Insomma, il mondo è vario. Ma l’indignazione vuole ignoranza.

Critica - “Fuocoammare” premiato dalla stampa Estera, dopo Berlino. Senza avere avuto nemmeno una menzione ai David di Donatello. È effettivamente un bel film, memorabile per molte scene. Non è stato premiato dagli Oscar italiani perché non è commerciale – niente star, niente soggetto?  Ma gli Oscar, seppure italiani, non sono premi della critica? O sono della Rai, e di Berlusconi? Un anno l’uno un anno l’altro, o com’è la proporzione, due Rai e un Berlusconi, o viceversa? Si va al cinema al buio.

Omosessualità – “Sodoma e Gomorra” si pubblicò nel 1921 senza scandalo. È vero che Proust ne faceva un brutto ritratto.

Proust – Non si direbbe, ma nell’opera ci sono molte tracce – e nella vita sono univoche: è il risentimento che lo muove. Personaggio amabile, perfino sdolcinato, e tuttavia cattivo. Contro gli amati suoi per primi, la diletta maman per prima, per primissima. Sulle cui foto sputava – e creava personaggi che sputavano. L’incredibile malagestione del patrimonio ereditato solo si spiega col disprezzo-dispetto: l’equivalente di sei milioni di euro con una rendita mensile di 15 mila euro, che  pochi anni dopo la morte della madre legataria era ridotta della metà, e non gli bastava. Improvvidente con gli amati, che più spesso non erano amanti, ma strapagava e surregalava, Agostinelli, Rochat. Anche quando avrebbe voluto solo buttarli fuori di casa. S’incaponiva in investimenti sbagliati a dispetto del banchiere di fiducia che era quello deal madre, nonché del fratello di lei, l’amato zio Weil, e della di lui vedova. I mobili di famiglia donati al bordello gay, o i vestiti del padre al fratello di Agostinelli, non hanno altra spiegazione.
Per cattiva coscienza? È possibile. Visse l’omossessualità come una vergogna: sfidava a duello che ve lo avvicinava pubblicamente.Gide, che andava a trovarlo sul letto di morte, segnava sconcertato nel suo “Diario” la furiosa repulsione dell’omosessualità.
Robert de Montesquiou, che non era così ridicolo come Charlus, di cui Proust lo disse modello, ed era cugino della contessa di Greffhule, modello principale della duchessa di Guermantes, lo ricorderà senza cattiveria nelle memorie lasciate morendo, un anno prima di Proust: ne dava per scontata l’insolenza.

Dickensiano? “Tra Dickens e Henry James” ne definisce la scrittura Edmund White, il romanziere e letterato di Princeton. In effetti, i suoi personaggi sono grandi eccentrici alla maniera di Dickens, fuori misura. A differenza di Dickens li costruiva su dei modelli reali, e quasi a chiave. Ma i referenti erano ancora più fuori norma. Laure Haymann-Odette era la mantenuta di un’enormità di personaggi,  inclusi lo zio Weil e il proprio padre di Proust. Il barone Charlus, per quanto esagerato, era una pallida copia di quanto si viveva nel “suo” bordello, quello reale che Proust frequentava – che Benjamin e Maurice Sachs visitarono nel 1930 e dei cui riti e utensili un paio d’anni fa fu fatta una mostra. Fuori scala anche, per avidità e sguaiataggine, i referenti di “La prigioniera” e “La fuggitiva”. O per ingenuità i tanti ragazzi che si sono fatti riconoscere modelli delle “fanciulle in fiore”.

Ristagno  - Secondo Marinetti è dovuto alla pasta: la causa del ristagno dell’Italia, già nel 1930, è l’abuso dei “cibi passeisti” della “cucina museo”, tra essi in primo luogo gli spaghetti. Ben italiani, poiché il consumo ne è attestato in Sicilia e altrove ben prima del viaggio di Marco Polo in Cina. Ma infetti.
Marinetti organizzò per questo un convegno-cena il 15 novembre 1930 ala Penna d’Oca a Milano, con lo stato maggiore futurista: Depero, Prampolini e altri. E reiterò due settimane più tardi sulla “Gazzetta del popolo” di Torino con un “Manifesto della cucina futurista”, all’insegna di Feuerbach: “Noi affermiamo questa verità: si pensa, si sogna e si agisce in funzione di ciò che si beve e di ciò che si mangia”.
Una presa di posizione “rivoluzionaria”, commenta Giovanni Lista nelle sue due grandi raccolte in francese, “Qu’est-ce que le futurisme?” e “Le Futurisme. Textes et Manifeste”, in quanto successiva alla “battaglia del grano” di Mussolini, con peana autografo incorniciato nei luoghi pubblici, “cuore della casa italiana, profumo della tavola del lavoratore, gioia del focolare”.

Romanziere-intellettuale – Negli Usa non se ne trovano, nota Camus nei “Taccuini”. In Europa, invece, si può dire figura obbligatoria. Dai grandi russi a George Eliot, ai francesi, fino a Proust, lo stesso Gide, Malraux, Camus naturalmente e Sartre, Mauriac, e ora Huellebecq, e ai grandi tedeschi, Thomas Mann, Böll, Grass, Jünger. In Italia si direbbe di no, malgrado il neo realismo – perfino Pasolini ne è più esente che condizionato, pur essendo “intellettuale” di professione, quotidiano: nelle rubriche giornalistiche e in poesia sì, al cinema e nei racconti se ne esime.  

Scuola di scrittura – Si sfogliano con sgomento i manuali di scrittura delle scuole di scrittura, con exempla tutti di nessun richiamo, forse per voler essere elementari. Al limite del balordo, perfino insensato. Come un’alfabetizzazione di recupero, per adulti con problemi.
L’efficacia delle scuole sarà che la retta assicura uno o più lettori obbligati, gli insegnanti. E che gli stessi sono il relais tra le redazioni editoriali e le redazioni giornalistiche – redattori e giornalisti partecipando all’agape delle scuole, retributiva in status se non in soldi. La pubblicazione del primo romanzo, e anche di un secondo, è così assicurata e dovutamente segnalata. Per cinque-diecimila euro di spesa – per il master naturalmente: c’è scuola senza master

Selfie – Si cita Virginia Woolf per la distinzione che ritiene necessaria tra arte e confessione. Ma questa intendeva come esibizione di sé. Mentre proprio lei è oggetto di molti studi tra le righe, come se fosse una dissimulatrice, magari non di proposito Ne fa la curiosa summa Cesare Catà, “Le pagine, le ore, le falene. Dissimulazione e confessione del Sé nei diari e nei romanzi di Virginia Woolf”, in “Lo Sguardo – rivista di filosofia”.

letterautore@antiit.eu 

Il femminicidio spiegato a Freud

“Il tipo donna”, il secondo breve sagio di questa compilazione, è il ribaltamento di Freud, il maestro mitizzato. Nel punto nodale, i “Tre saggi sulla teoria sessuale”, in cui castra la donna alla pubertà. Senza giri di frase: “In realtà, le virtù specificamente femminili sono tutte collegabili e tale processo e sono, per la stessa natura del loro sesso, quelle dell’abnegazione”. Uno: dalla passività dell’uovo al concepimento, alla gestazione, e insieme alla “disaggressività” della sessualità. Due: “Il «femminile»…, proprio attraverso l’inversione del sessuale su di sé, può permettersi il paradosso di separare sessualità e pulsione dell’Io unificandole”.
C’è nel breve saggio già tutto il “femminicidio”, di questa epoca che pure è di parità (uniformità) sessuale: “L’uomo, correndo dietro a se stesso in quanto prestatore, si perde in quanto possessore di sé”. E sbarroccia: “(agisce cioè in «modo altruistico», per riprendere, senza voler assolutamente fare dell’umorismo, il termine usato da Freud)”. Senza ironia ma non senza una lezione, comprensiva di referente mitico classico: “Il femminile deve essere definito come ciò che con il mignolo ha già tutta la mano, non tanto nel senso del’accontentarsi estetico, ma, al contrario, perché già il minimo è esperienza di tenerezza: con il minimo abbraccia già la totalità della sfera amorosa (più o meno come Didone con la pelle di mucca quando fondò Cartagine)”.
L’argomento con Freud, senza citarlo, l’allieva entusiasta Lou Salomé riprende in conclusione: “L’unica prerogativa culturale che la natura le ha dato”, alla donna”, “è la capacità di vedere nel sessuale non un impulso brutale, rozzo e isolato in sé, ma di afferrare e cogliere nella propria sensualità anche la propria santità”. Di cui il femminismo, piccolo (petty) freudiano, sta facendo di tutto per privarla. Dalla concezione fino alla morte: “L’immagine più elevata di donna non è la «Madre col Bambino»… bensì la madre ai piedi della Croce”.
È contro Freud, sul finale, anche sul “maschile”, ma sommariamente – andrebbero ripresi anche i suoi scritti sul narcisismo e il tipo uomo. Ma questa non è l’unica sorpresa.
L’amore è egoismo
“L’erotismo è un mondo a sé, come lo sono quello del senso sociale rivolto alla comunità o quello egoista del singolo individuo”. Si impiglia negli altri due, dove lo spinge la saggezza comune, “non si trasfigura né purifica affatto, ma rinuncia semplicemente al suo essere più intimo”. È la straordinaria convivenza di “modalità espressive fisiche e spirituali” contrapposte.
L’amore è difficile a dire. Oggi anche un po’ ridicolo. Peggio ancora in formato psicologico, come Lou Salomé fa nel 1900 nel primo saggio, “Riflessione sul problema dell’amore” – ma poi anche in quello, psicoanalitico a rovescio, del 1914, che completa la raccolta, quando riflette sul “Tipo donna”, corrispondente apprezzata di Freud. Con l’aggravante qui, dei tipi uomo-donna proposti alla considerazione in epoca di trangenderismo. Ma quando si riesce a perforare i gerghi, i due temi non sono obsoleti.
Le due edizioni sono degli stessi due testi, differisce solo la presentazione. In linea quella di Luciana Floris (Stampa Alternativa), spedita e controfattuale quella di Nadia Fusini. Che dice Lou il “tipo Lulu” di Wedekind. La fa amante di Freud, a cinquant’anni - “così confidò a Jung”. E ne pone il primo rapporto sessuale a 25, con un aborto intenzionale, spregiando il “tipo madre”. Dopo aver rifiutato il etto ai filosofi, Nietzsche e Paul Rée, del quale ultimo, poi suicida, è stata pure convivente. E dopo il “matrimonio bianco” – questo vero - col dottor Andreas, l’iranista mezzo armeno, da cui pure non si separerà mai, non legalmente. Una dark lady? Una mantide? Una virago: “Lou pensa da subito e per sempre che l’amore è solitudine”. Ma sostiene che “amore è creazione”.
Questo lei per la verità lo dice: l’amore è parte del “naturale egoismo”. Nelle “forme tipiche dell’egoismo che supera se stesso, il cosiddetto altruismo”. Non una contraddizione, ma un radicalismo alla Nietzsche, “vi scombino tutto” – o con tipico rovesciamento freudiano della frittata, in anticipo sulla “rivelazione” del Dottore, che Lou avrà nel 1911. Ma si sa: “L’amore sconfinato verso i propri simili dev’essere sostenuto da un robusto amor proprio per poter attingere ciò che dona a un patrimonio ideale sicuro”, a un patrimonio spirituale. Subito a seguire la futura psicoanalista si assolve, però, e si mette al sicuro: “L’egoista, che raccoglie e assoggetta quanto più possibile per sé, così come l’altruista che dona sempre tutto se stesso e non si tira mai indietro,balbettano in fondo, ciascuno nella propria lingua, la medesima preghiera allo stesso Dio”.
Per il resto un inno, più che una disamina critica. Ragionato ma ditirambico: l’amore è una “fiaba meravigliosa”. Nell’accensione, nella corrispondenza. Al punto che l’uno si crede o si vuole quello che l’altro vuole che sia. Nella estraneità “di tutte le cose al di fuori”. Ma non irrealistico: “È terribile a dirsi, ma fondamentalmente agli innamorati non interessa  affatto come «è» veramente l’altro”.
L’assunto non è semplice – e anzi suona falso: “Quanto più si ama una persona, tanto più si diventa egoisti” Ma è vero il corollario: “Due sono uno solo se rimangono due”. L’erotismo – l’attrazione psicofisìca - ha la dote di legare emozioni e spirito più scopertamente che in altri processi sensibili – gusto, tatto, vista – a un fatto fisico personale. E dunque amor vincit omnia, Lou cambia solo le parole: “Si dice non a torto che ogni tipo di amore rende felici, anche quello infelice”. Nel rapporto “si aggiunge solo un particolare tipo di felicità, la felicità derivante dal raddoppiamento – come avviene con i richiami dell’eco”. Ma in sé, “senza considerare la persona amata”: l’innamoramento, “nella sua gioiosa eccitazione accende contemporaneamente centinaia di migliaia di candele che illuminano anche l’angolo più remoto del nostro essere , irradiando la loro luce a tutte le cose reali al di fuori”. Non è una conquista, ma non è neanche un vero rapporto: “La passione amorosa è impossibilitata ad accogliere in modo oggettivo e autentico un’altra persona, a interessarsi a lei; è molto più un interessarsi profondamente a noi stessi , è solitudine moltp0licata per mille”. L’amore come fioritura di sé. In una sorta di solipsismo, trionfalistico invece che riduttivo: “Ogni sorta di attività creativa dello spirito può essere molto influenzata e talvolta incrementata, elettrizzata, dallo stato erotico”. Una veduta impervia. Lei può dirlo, essendo stata musa prospera di Nietzsche e forse di Wedekind, fresca dell’amour fou col giovanissimo Rilke - a questo aspetto di Lou Sinopoli ha dedicato un’opera nel 1981, su libretto di  Karl Dietrich Gräwe, librettista allora dell’Opera di Berlino, l’unica del maestro veneziano, rimasta ignorata nel suo irto strutturalismo, o la fine del belcanto.
Lou Andreas Salomé, Devota e infedele. Saggi sull’amore, Bur, remainders, pp. 105 € 2,95
La rivolta dell’eros – Sull’amore e il tipo donna, Stampa Alternativa, pp. 118 € 12
Riflessioni sull’amore, Mimesis, pp. 48 € 3,90

giovedì 9 giugno 2016

Secondi pensieri - 265

zeulig

Amicizia – La morte di Dio ne stimola il bisogno? È pensieri peregrino ma definito di Foucault: che l’uscita dal sacro ha favorito l’amicizia, e che non avessimo più altro da tenere in conto.

Dev’essere - può essere solo - disinteressata per Simone Weil. Essendo misteriosa. Non si coltiva: “L’amicizia non va cercata, né sognata, né desiderata, né definita o teorizzata”. Opure sì: “L’amicizia si esercita (è una virtù)”.  Ma casuale e solitaria: Non bisogna desiderare l’amicizia come compenso, non va inventata, non per alleviare la solitudine; non deve basarsi su visioni deformate di te e dell’altro. Molte volte vendiamo l’anima per l’amicizia ed è facile corrompere e corrompersi. Contro la visione prevalente della “società di mutuo soccorso”. Che invece è reale, e anche giusta.
Non è carità, nemmeno bene intesa, ma non è eroismo né martirio – rinuncia, sofferenza. È un contemperamento.

Dio – È inizialmente una percezione di sé, nell’infanzia – prima di diventare mito e rito. Anche quando all’infante venga “insegnato” dai genitori. Una idealizzazione della sua propria origine e del suo futuro, anticipato, appiattito nel presedente – nell’io al centro di tutte le cose. Laicamente ridotto al “romanzo familiare” di Freud: è lo stesso bisogno di eroicizzarsi o divezzarsi. Ma allora senza più il dover essere, solo compiacimento, gratuito – senza valenza etica, e neppure conoscitiva.

Egoismo – È altruismo – e viceversa. Nella dialettica degli opposti, che la psicoanalisi eleva a metodo di conoscenza.  Di uno strumento logico facendo però uno terapeutico. A nessun fine se non strumentale e consolatorio, una terapia si vuole incisiva – mirata, radicale. Come con la “verità” delle parole, il male è bene, il bene è male, etc.?
Però: l’egoismo si vorrà altruista, è nella sua natura.

Gelosia – È l’egoismo nelle cose dell’amore. Ma allora acuminato, violento. Di un bene (la persona, l’amore) di cui si pretende l’appropriazione totale. Non c’è altra logica negli uxoricidi – ora prevalentemente e danno della donna, mentre era una vendetta prevalentemente femminile, contro l’uomo.  

Ghetto – È – è nato come – esclusione, emarginazione. È divenuto la condizione umana d’elezione, nel segno della diversità\superiorità. O della “vera affermazione” di sé, al momento dell’estinzione dell’io. Un sorta di Io sociale. Come per la comunità storica del ghetto, quella ebraica, la mentalità del ghetto è, per quanto “assimilati” (confusi, amalgamati), una di superiorità, così per le minoranze. È l’orgoglio e la forma della diversità.
Si direbbe il contrario. Si veda in libreria, dove gli scaffali specialistici sono utili a particolari professioni (economia, management, contabilità, manualistica) o condizione demografica (bambini, ragazzi) ma per categorie divisive (erotismo, femminismo, gay), ghettizzanti, non funzionano  commercialmente. Si direbbe la coscienza del proprio sé completa nella immedesimazione con quante più altre coscienze possibili. Un camuffamento o nascondimento, se la separatezza è il valore privilegiato.

Impudicizia - È un “vizio inglese”, avrebbe detto lo “scozzese” Kant, di considerare l’impudicizia un’offesa alla donna: “Ninon de Lenclos non aveva la minima pretesa all’onore della castità, e un amante l’avrebbe ferita che si fosse ingannato in materia”.
L’impudicizia può essere bella. Il problema è che non lascia nulla - a parte l’orgasmo.
Ma di che stiamo parlando? Si è persa anche quella.

Lussuria – Non c’è più. A lungo sinonimo di illecito, peccato, è scomparsa anch’essa di colpo, senza residui. Ancora una generazione fa c’erano scrittori che se ne facevano bandiera: Edmund  
White è uno, “La sinfonia degli addii”, 327: “Si può parlare di lussuria se è la bramosia di appartenere a qualcuno, di scrivere le sue iniziali su ogni cromosoma del proprio corpo? Ero disfatto dalla lussuria, se di lussuria si trattava , pazzo di desiderio, sicuramente rincretinito…”. Disfatto? Dal desiderio? C’è una lussuria anche della parola – c’era, è scomparsa anche quella, si calibrano i termini.

Morte – “La morte è la madre della bellezza” è citazione rinomata di Wallace Stevens. Che vuol dire che?  Forse nel senso di Theodor Reik, Amore e lussuria”, l’analisi del masochismo – “la più strana e rivelatrice delle perversioni sessuali”: che “il desiderio sessuale si rivela più forte della paura della morte”

Odio – Si direbbe il risentimento il motore dell’odio e non l’onore. L’“odio impotente” è categoria stendhaliana sottovalutata - non c’è testo di qualche ambizione in cui il “barone” non ne parli, “Il Rosso e il Nero”, “Leuwen”, “La Certosa”, perfino le “Memorie di un turista.

Onore – Il più inflazionato dei valori, o virtù. È termine polimorfo e concetto flessibile, più forse di ogni altro: è ossequio, memoria, titolo di potere e di beatitudine,  gloria, fama, decoro, pompa, probità, reputazione, impegno, grado, dignità, stima, credito, bravura, pudicizia, eroismo, fede. Muove anche una serie di delitti, d’onore (potere patriarcale), le corna, la gelosia. L’intelligenza si onorava, e l’arte. L’età, la divinità, il potere, la patria. Anche l’amore. E c’era il punto d’onore, francesismo per puntiglio. Ma è introvabile, benché fosse così diffuso.

Reale – Si recepisce come qualcosa di esterno, che si impone – anche se già, da Kant e i “fenomeni”, sappiamo che è un mondo di apparenze quello di cui tratta la scienza. Che si riceve e non si elabora, se non per adattamento, non nella sua essenza, che si vuole macroscopica, praticamente incommensurabile. Anche perché non del tutto definito e sempre sfuggente – contornato e informale, etc..
Una falsa percezione a ogni evidenza, e più nella psicosi o nevrosi, che frantuma questo mixage (recepimento), focalizzandosi su un aspetto, a ogni evidenza non più “reale” – reale nel senso di materiale, determinante, ma non veritiero, cioè con “corrispondente a realtà”.
Non è reale – non è scisso – per il bambino, fino a che la pedagogia non lo conforma. Prima di acquisire la coscienza di sé come distinto dal mondo, o della molteplicità (inafferrabilità?) di ciò che gli si presenta come mondi esterni.

È l’entità, con relativa nozione, più “irreale” che si prospetti: indefinito, introvabile, insoddisfacente – minaccioso sì, retributivo mai.  

Sessualità – Ridotta all’atto è ridimensionata, a stimolo nervoso. Ridotta all’aggressività dele pulsioni naturale, a mangiare, a defecare. Freud si pone il problema, ma lo riduce al parallelo con l’alcolismo. Ma l’alcolizzato è ripetitivo col suo vino, mentre la sessualità è stimolo e rinnovamento – semmai troppo, in una concezione etica monogamica.
C’è anche l’alcolizzato inventivo? No, neanche così il parallelo tiene: la differenza è radicale. Anche più della “componente psichica” della sessualità che Freud riconosce.  

Storia – La storia muore? Sì, e rinasce.
Si direbbe che non può, ma di fatto muore. Molte storie sono morte, altre stanno morendo. Per variazioni del punto di vista e non per cataclismi cosmici. Dal culto dei morti all’onore, per restare in questa pagina.
Poi magari rinasce - la fenice è la storia.

zeulig@antiit.eu

Gli affari di Sky e le elezioni

Carissima Sky, in balie siamo delle onde, elettroniche? Non c’è gara tra Parisi e Sala sull’emittente mercoledì sera, disinvolto l’uno, preciso e a tono, ingessato, insofferente e autoritario l’ex capo dell’Expo. Ma Sky fa vincere Sala. Inutile chiedersi perché, Sky ha sue strategie aziendali.
Non c’è problema essendo Sky una tv a pagamento: basta disdire l’abbonamento se non se ne condividono le strategie aziendali – sapendole. Ma questo non elimina il disagio: che politica è questa? Che giornalismo?
Non solo i social, coi loro followers e likes prepagati, ora anche il dibattito all’americana ci viene propinato da Sky, a pagamento, per sue segrete aritmetiche di profitti. Con strafottenza anche. Tra i supporter dei due candidati l’emittente inquadrava un (uno solo) sostenitore di Parisi, dentro una claque pro Sala di una dozzina di giovani – inespressivi, del tutto inerti alle parole dette, solo alle luci della regia. Venduti come se fossero simpatizzanti, mentre sono figuranti, di mestiere, pagati. Sarà giornalismo, ma puzza.
Perché pagare l’anomalia italiana?
Lo stesso, in piccolo (costa un quinto di Sky), con la Rai, di cui s’inaugura questo mese il prelievo forzoso. Che si addobba di servizio pubblico, ma è solo una un trivio di politicanteria. Di sottobosco, di manovre poco pulite e mai dichiarate – anzi negate – e anche di intrallazzi.  
Usava “l’anomalia italiana” per dire dei media infeudati a interessi privati, a volte perfino non  dichiarati. Ora non usa più: l’anomalia è la norma, di tutti felici e contenti.

Wittgenstein a scuola da Gramsci

Questa volta Lo Piparo si supera. Ha superato ogni limite della filologia, che pure non si pone limiti. Ma fa un bel racconto. Come Gramsci e Wittgenstein abbiano pensato insieme, tramite Piero Sraffa, è fantafilosofia, ovvio. Ma, non volendo, il filologo fa un’utile scenografia del mondo delle idee: come si formano, si sviluppano, si radicano, trasmigrano.
Il pretesto è solido. Anzi, ha più pezze d’appoggio o giustificativi. Dal dicembre 1933 alla morte, il 27 aprile 1937, Gramsci è ricoverato in cliniche private (dal 25 ottobre 1934 anche in libertà condizionata), dove viene a trovarlo spesso da Cambridge per lunghi colloqui Piero Sraffa. Che ha anche accesso ai “Quaderni” di annotazioni di Gramsci. Negli stessi anni a Cambridge Wittgenstein rivede il “Tractatus”, e elabora un approccio agli usci “civili” del linguaggio – le “Ricerche filosofiche”. Elaborazione per la quale deve molto, dirà, a Sraffa, col quale s’intrattiene quasi ogni settimana, quando cioè Sraffa non è a Formia o a Roma da Gramsci. Conversazioni dopo le quali, dirà sempre Wittgenstein, si sentiva “come un albero cui erano stati potati tutti i rami”. Ora Sraffa, economista, era anche un po’ logico, ma non più di tanto. È dunque Garmsci, per via di Sraffa, che dissecca e rianima Wittgenstein. Lo Piparo dice “stupefacenti” le corrispondenze tra i “Quaderni” di Gramsci, il 29 in specie, e l’ultimo Wittgenstein. In filosofia – e in filologia – tutto si può dire.
La lettura sicuramente è affascinante. Ma Gramsci si sarebbe sorpreso, forse più di Wittgenstein – Gramsci non era sistematico, ma non era nemmeno tanto per i giochi.
Franco Lo Piparo, Il professor Gramsci e Wittgenstein, Donzelli, pp. VI-186 € 18

mercoledì 8 giugno 2016

Da Berlinguer a Raggi

Il dato di Roma è chiaro: i dem ex Pci hanno votato Raggi. Non può essere altrimenti: 454 mila voti per Raggi (412 mila per la sua unica lista, 5 Stelle), solo 201 mila del partito Democratico per Giachetti. Con Raggi stravincente in tutte le aree della città, eccetto Prati e Parioli. Votano Pd professionisti e commercianti, che una volta votavano Dc , magari di sinistra. La base tradizionale del Pci non c’è più, non per il partito Democratico.
È come se ci fosse un rifiuto della neo incarnazione del compromesso storico all’interno dello stesso partito, il Pd. Ora che il Pd è saldamente in mano ai democristiani (Popolari) di Renzi.
Un’altra lettura possibile del voto è quella antisistema. Ma non è nuova, ricorreva già nel 1992: contro il sistema partiti e la corruzione il voto va ai nuovi e nuovissimi. Ma non c’è molto nuovismo altrove - non ce n’è nemmeno poco, Grillo stravede. Succede solo a Roma, dove il Pd è dichiaratamente anti-Renzi, non digerisce il passaggio delle consegne.

Meglio morire grillini che democristiani

La “svolta democratica” è “il superamento del centro-sinistra”, in una “politica di solidarietà nazionale”, dopo “i fatti del Cile”, ma anche dopo che “il Vietnam ha vinto”. Una sintesi attraverso i titoli della raccolta. Per una lettura povera di stimoli. Di una strategia per ogni verso assurda: remissiva, da perdente – la proposta del “compromesso” vuole dire “salviamo il salvabile”.
La rilettura di Berlinguer non dà sorprese. Oppure le dà in senso contrario al santino che se ne erige. Si dice: ma il mondo era diviso. Ma Berlinguer si arrende mentre sta vincendo le elezioni. Se ne rifà la lettura per un senso di nostalgia, di quando l’Italia era un altro mondo politico, appena quarant’anni fa. Se ne esce sgomenti: forse ci meritavamo il seguito.
Era opinione comune che i partiti comunisti non potessero governare in Europa occidentale. Non era vero: non in Francia, e in Italia Andreotti non ci credeva (Andreotti…) – ma è quello che Kissinger, l’ambasciatore Gardner e Moro sostenevano, e Breznev non contestava. Quanto ai compromessi, il teorema perfetto sarà quello di De Mita (De Mita, chi era costui?) della “democrazia compiuta”, della non esclusione del Pci dalla “normale dialettica democratica”, con la libertà di governare – a un Pci cupamente rinchiuso in se stesso.
Pochi giorni dopo la morte di Berlinguer “Rinascita” pubblicò questa antologia aggiungendovi uno scritto che avrebbe dovuto chiudere la prefazione dello stesso Berlinguer ai “Discorsi parlamentari” di Togliatti. Lo pubblicò il 16 giugno 1984 col titolo “Parlamento governo partiti”. Lo ha ripubblicato in questa raccolta nel 1985  come “Centralità della questione morale”. E anche questo non tiene - chi è senza peccato? Si è moralisti in assenza d’altro, aspettando Raggi.
Nel dissolvimento dei partiti, quello Dc tiene, come gruppo di potere per un liberismo sociale, quello Pci è un gregge impazzito. Insofferente , ora che  stato preso al suo stesso laccio, della furbizia invece della politica.
Si dice: la politica è in crisi ovunque. Non è vero, solo in Italia, altrove i partiti sono vivi e mediano – indirizzano, coordinano. È il regalo avvelenato di Berlinguer.
Enrico Berlinguer, La crisi italiana

martedì 7 giugno 2016

Ombre - 319

Con una candidata poco candidabile – non trascinatrice e non affidabile - Grillo doppia a Roma i voti del Pd. Più che doppia  voti del Pd. Con voto uniforme in tutte le aree della città, eccetto il Centro storico e i finitimi Parioli. Quindi non un voto di protesta. Un voto per il niente? Il nichilismo al potere.

A fine 2014, calcola l’Inps, i pensionati in fuga nei dodici anni precedenti sono stati 36.578. Due terzi sono poi rientrati, 24.857, quasi tutti per legami familiari, con figli e nipoti. Ma forte è l’incentivo fiscale all’espatrio,  sempre secondo l’Inps. Per una pensione di tre volte il minimo - cioè di 1.500 euro – il prelievo è in Italia il 20,73 per cento, in Germania lo 0,2, in Francia il 5,2, in Gran Bretagna il 7,2, in Spagna il 9,5.

Panama e altri paesi latinoamericani hanno un’apposita legislazione per attrarre e integrare i pensionati immigrati. Dal puto di vista fiscale, sanitario, immobiliare. Tra i dieci “migliori” paesi per i pensionati International Living mette anche due europei, Spagna e Portogallo, al nono e decimo posto.

Salvini sceglie Firenze per la sua convention. Firenze, dove il suo filosofo e mentore Gianfranco Miglio si sentiva già all’estero valicando l’Appennino. Non che la Lega vi abbia molti voti, ma forse Firenze è un’alternativa ai Caraibi. E si risparmia sui voli.

Gi editori barano sulle “copie” online cliccate? L’Ads ne è convinta, l’agenzia che accerta la diffusione dei giornali ai fini degli investimenti pubblicitari, e sospende le rilevazioni. Barerebbero soprattutto alcuni periodici, e non persuade il “Sole 24 Ore”, che in tre anni avrebbe accresciuto la diffusione online da 26 a 109 mila “copie” quotidiane, quasi il 30 per ceto del totale – il “Corriere della sera” ha un 1,5 per cento, “la Repubblica” uno 0,8

Il governatore dea Banca d’Italia Visco dice che il bail-in bancario è stato introdotto senza valutare i rischi della transizione. Specie per i crediti deteriorati e i coefficienti patrimoniali. Specie per Italia e Portogallo. E la Banca d’Italia dov’era quando il bail-in veniva approvato senza norme transitorie?

Si scopre Francesco Sauro, speleologo in Venezuela e docente di speleologia, scienza utile agi sbarchi spaziali, perché lo scopre “Time”. Anche i Bronzi di Riace quarant’anni fa furono scoperti, a Firenze dov’erano stati restaurati, da “Time”.  Si è invertito l’ordine dei fattori, è l’America che scopre l’Italia?

Perché i giornali italiani non scoprono mai nulla? Sarà per dare ragione a Piero Ottone. L’allora direttore del “Corriere della sera” salutò l’uscita di “Repubblica” quarant’anni fa come “un ottimo ripubblica”. Del giornalismo per sentito dire.

Fa scandalo, grave, diffuso, dozzine di autorevoli commentatori s’indignano, che Benigni sia passato al “sì” alla riforma della Costituzione, lui che ne era il difensore a oltranza.  Si è tentata prima la strada di quanto ci guadagna, ma pare che non regga. Allora altre dozzine di estenuanti riflessioni sulla povera Italia alla mercé dei comici: come, uno che voleva bene a Berlinguer?
Di chi – di che – hanno paura i giornalisti italiani? È un riflesso condizionato, ci vogliono generazioni per liberarsi? Nell’epoca di Berlusconi, e ora di Grillo?

Il calciatore Bagnato ha scoperto , candidandosi al consiglio comunale di Scalea, il suo paese, di avere una condanna a due anni per bancarotta fraudolenta. Per il fallimento di un bar di amici suoi a Terni, dove giocava. Una condanna di sei anni fa, di cui non ha mai saputo nulla – né della condanna né del relativo procedimento. Non se l’è inventata, è vera.

Il partito Democratico si mobilita in campagna elettorale, i vice di Renzi Serracchiani e Guerini in testa, non per far vincere il candidato Giachetti a sindaco di Roma ma contro Rai Tre. Contro (l’ex)  Telekabul. Lo faranno per dare screditare una Rai libera e pluralista?
Ma il Pd si mobilita con metodi da Telekabul: vorrebbe avere la privativa delle presenze a “Ballarò”.

Grillo teledirige la sua candidata Raggi al Comune di Roma al dibattito in tv. È il nuovo che avanza, certo: whatsapp, non succede niente.
Nel caso di scarsa ricettività, Raggi era sostenuta da deputati e senatori. Fuori dallo studio, è vero, il candidato dev’essere vergine.

Ilaria Capua, scienziata di fama, è indagata dal 2013 per “reato di epidemia”. Per l’uso cioè di un vaccino – negli anni 1999-2007.
L’imputata Capua ancora non è stata interrogata. Sono processi o macchinazioni? 

C’era Zavattini dietro Scerbanenco

C’è uno Scerbanenco anche per ragazzi. In giallo, la sua vena migliore. A ritmo da fogliettone, poco serrato – il “romanzo” doveva coprire ogni settimana due pagine del settimanale “Novellino”, 1935. Una  spy-story stiracchiata di servizi segreti, confraternite mistiche e polizie inette. In un’Europa di cartone. Ma è quello che sarà il canone del “Codice Da Vinci”, le prolissità comprese.
Una chicca. Con una nota filologica di Luca Crovi. E una presentazione curiosa di Cecilia Scerbanenco, la figlia. Che non ha conosciuto il padre, aveva cinque anni alla sua morte, ma ne ha ereditato le carte. E… parteggia per Giana Anguissola – bisognerà informarsi. Del padre dice che era lagnoso, mentre era stato subito riconosciuto, ai vent’anni, e premiato – ai trenta collaborava già al “Corriere della sera”.. Soprattutto per la generosità e il genio di Zavattini, spiega convincente Cecilia.
Giorgio Scerbanenco, Gli uomini in grigio, Rizzoli, pp. 265, ill., ril. € 16

lunedì 6 giugno 2016

Il mondo com'è (264)

astolfo

Educazione sessuale – A lungo in sospetto alla chiesa, e anzi deprecata, fomite di peccato, ora se ne depreca l’assenza o l’insufficienza, da parte della stessa chiesa. Ne dà ampie trace l’ “Avvenire”, il giornale dei vescovi, che promuove l’educazione sessuale e ne critica le limitazioni. E lo stesso papa, nella sua esortazione pastorale “Amoris Laetitia”, al § 280.

Gramsci – Si rifocalizza con difficoltà, soprattutto nella carcerazione, che sarà stata anche il suo periodo di maggiore felicità creativa, “libero” dalla pratica politica,  coi “Quaderni dal carcere”. Franco Lo Piparo, che per primo insieme a Canfora ha avviato la rivisitazione dell’ultimo periodo di Gramsci, dalla condanna del Tribunale speciale al carcere di Turi e ai quasi quattro anni di degenza in clinica prima della morte, ha deciso una settimana fa di dire infine l’ovvio sul Corriere della sera”.
Nessuno disse al processo, esordisce Lo Piparo, “per venti anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”. È uno slogan propagandistico, del Comintern….
“Togliatti, nel 1944 appena arrivato in Italia, scriverà che la cognata Tania i «Quaderni» era riuscita «a trafugarli dalla cella la sera stessa della sua morte, grazie al trambusto creatosi». Gramsci non è morto in una «cella», ma in una delle cliniche più costose di Roma, la Quisisana”….
“Mussolini, se avesse voluto sequestrare i «Quaderni», non aveva che da applicare leggi e regolamenti. Nessuna astuzia di compagni e cognata sarebbe stata efficace. I «Quaderni» uscirono dalla clinica col consenso o nel disinteresse totale del fascismo. Perché? Escluderei il ricorso all’inefficienza dell’apparato repressivo”….
“Dodici dei trentatré quaderni a noi pervenuti non hanno timbro carcerario e sono stati interamente redatti nelle cliniche. Correttezza filologica vorrebbe che venissero chiamati «Quaderni del carcere e delle cliniche»….
Lo Piparo non nasconde la gravità dell’arresto e della condanna di Gramsci. Ma ci vede poi una sorta di “rete protettiva”. Azionata nella lunga carcerazione dallo stesso Mussolini, e nei tre anni e mezzo  finali, trascorsi in clinica, da Mussolini col contributo dell’economista Piero Sfraffa e dello zio Mariano D’Amelio, senatore e primo presidente di Corte di Cassazione. Una “protezione” non indagata, le cui carte “potrebbero riservare sorprese”….
“In carcere Gramsci dispone di una cella tutta sua, «una cella molto grande», scrive ala madre: «Ho un letto di ferro, con una rete metallica, un materasso e un cuscino di crine e un materasso e un cuscino di lana e ho anche un comodino». “A partire da febbraio 1929 può usare carta, penna e libri diversi da quelli della biblioteca del carcere. Privilegio non concesso agli altri detenuti politici. A volte il direttore gli proibisce la lettura di determinati libri. Gramsci scrive direttamente a «S.(ua) E.(ccellenza) il Capo del Governo» e l’autorizzazione alla lettura arriva. Nella lettera dell’ottobre 1931 indirizzata a Mussolini, ad esempio, scrive: «Ricordando come ella mi abbia fatto concedere l’anno scorso una serie di libri dello stesso genere, La prego di volersi compiacere di farmi concedere in lettura queste pubblicazioni». Tra esse ci sono: «La révolution défigurée» di Trotsky, le opere complete di Marx e Engels, le «Lettres à Kugelmann» di Marx con prefazione di Lenin”.
Lo Piparo è il lettore probabilmente più appassionato di Gramsci, fin dal suo esordio da studioso, nel 1979, con “Lingua, intellettuali, egemonia in Gramsci”. A partire dalla sua formazione liberale, in rapporto stretto col glottologo Bartoli, suo maestro all’università, lettore di Einaudi e Croce, amico di Gobetti, prima del passaggio ai Soviet, che però in un primo momento lo avevano disorientato. È anche il più acuto, uno che lo conosce bene? Ultimamente è incontenibile. Nel 2012, “I due carceri di Gramsci”, ha sostenuto che in carcere aveva ripudiato il comunismo, nel “Quaderno” perduto. L’anno dopo, “L’enigma del quaderno”, ha accusato Sraffa di averlo sottratto – di avere sottratto il quaderno dell’abiura. Nel 2014, “Gramsci e Wittgenstein”, lo ha fatto “professorale”, limitandone la passione politica ai pochi anni dal 1919 al 1926. Ma sul giornale oggi dice cose ovvie.
Queste ovvietà Lo Piparo deve metterle sul giornale oggi in grassetto, per rabbia o per disperazione. Ci sono resistenze a dire anche l’ovvio?

Lo Piparo, linguista, e Canfora, antichista. Gli storici politici, gli storici del Novecento, gli storici delle idee: niente. Su Gramsci come sul Pci. Problema di cattedre, di carriere? C’è ancora la censura?

Ordoliberismo – È il punto di forza della Germania, un “liberismo ordinato” – Ordnungspolitik nel’accezione originale. Accettato da tutti, e cioè dai sindacati: è un liberismo che il sindacato accetta e protegge – gli altri soggetti, imprenditori e finanzieri, hanno solo da congratularsene e beneficiarne. Un sindacalismo che avalla la massima disintegrazione del mercato del lavoro, e un “precariato ordinato” di quasi otto milioni di posti di lavoro (i “minijob”. Con premi e incentivi, anche sostanziosi. Ma non garantito, non legalmente.
È la politica “dalla culla alla tomba” che ha alimentato il lungo boom dell’economia  giapponese per quarant’anni.  Fino ai licenziamenti del 1990-1991, imposti dalla globalizzazione della produzione, e al dissolvimento del modello sociale dell’inclusione, senza un modello alternativo in sostituzione. Col conseguente ristagno ormai ventennale dell’economia nipponica, prima in crescita costante a ritmi elevati.
Sarebbe possibile un ordoliberismo in Italia? Non con la Cgil, e nemmeno con gli altri  sindacati, quelli di base e anche quelli confederali . E in Francia? Non c’è paragone possibile tra la radicalità della riforma tedesca del 2005 rispetto a quella francese di oggi, e per converso tra la radicalità  della risposta sindacale in Francia, confederale e spontanea, e l’accettazione in Germania. Il contrasto, più che di idee e meccanismi, è di contesto sociale, e di cultura politica.

Outsider – Si scopre “L’outsider” di Colin Wilson venticinquenne, 1956, come una illuminazione e anzi una prefigurazione, mentre ha sessant’anni. Il libro del “rivoltoso ha sempre ragione”, della mistica della devianza. La traduzione ritardata è segno di un certo modo di essere della cultura italiana – Wilson non è uno sconosciuto, è poligrafo inesauribile di fantasy e fantascienza, molto apprezzato nei relativi generi, a seguire a questo esordio fulminante con un’analisi che è in realtà un manifesto. Ma c’è di più: la (ri)scoperta è segno dell’amorfismo del Millennio, a fronte dell’effervescenza e creatività del secondo Novecento. Tempo grigi, più che duri.

Sanzioni – È arma eminentemente moralistica, americana Imposta all’Europa, ma recepita, bisogna dire, senza nessun ripensamento. Dall’Iran a Saddam, a Gheddafi, a Assad, e poi alla Russia, è anzi quasi un torneo, quasi gioioso, alle sanzioni. O forse giocoso, perché sul piani pratico sono inefficaci: le sanzioni servono solo a far pagare più care le merci di importazione, e meno care quelle di esportazione, del paese colpito, armi sotto embargo incluse.
Il caso più recente e macroscopico è quello delle sanzioni alla Russia, che la Germania ha voluto, e di cui si è avvantaggiata facendosi ridurre il prezzo delle forniture di gas, e anzi raddoppiandone gli acquisti, a prezzi ridotti. Tutto questo è ampiamente noto – non a Bruxelles, ma non sarà che Bruxelles è il partito dei contrabbandieri?
Il caso più evidente fu quello che ha inaugurato le moderne sanzioni, commerciali. Contro l’Iran allo scoppio della guerra con l’Iraq e la contemporanea presa degli ostaggi americani. Provocarono una rifioritura del commercio dopo le riserve e i timori della rivoluzione khomeinista. Con nuovi accoglienti supermarket, pieni di merci, solo a prezzi maggiorati. Non di molto, del 10-12 per cento. Che si può presumere l’aggio del contrabbando. Ma secondo molti fra gli stessi venditori al minuto era solo un sovrapprezzo consentito dalla voce embargo – cioè non c’era bisogno del contrabbando, si importava liberamente. Gli aumenti sono stati a cartellino subito, non appena Carter a Washington aveva annunciato le sanzioni. A Cuba del resto, per oltre mezzo secolo ormai, non hanno fermato né l’emigrazione né il comunismo.
Le sanzioni sono utili a ristretti gruppi di intermediazione: grossisti, consulenti, finanziarie. E all’elusione\evasione fiscale, gli operatori dovendosi coprire con società anonime in paradisi fiscali.  

Volenterosi – Una categoria politica in voga, che però non fa che confermarne l’equivocità, già sperimentata nella seconda guerra mondiale - quando l’occupazione tedesca di metà Europa suscitò ovunque folte colonie di volenterosi collaboratori, compreso mezzo milione di effettivi militari. Ora, benché siano ancora in vita le alleanze, per esempio la Nato,  si fanno di preferenza coalizioni di volenterosi, per le più svariate cause. In Iraq, in Afghanistan, in Siria, per l’immigrazione via mare.

astolfo@antiit.eu

Recessione - 49

Di 60.795.612 cittadini residenti al 31 dicembre 2014 (12.994 in più rispetto al 2013) quelli che hanno fatto la dichiarazione dei redditi sono 40.716.548: 273.019 in meno rispetto al 2013 e 697.606 in meno sul 212 (Centro Studi Itinerari Previdenziali).

Diminuisce la disoccupazione, ma non ci sono più posti di lavoro. Diminuisce la domanda di lavoro (Istat) – crescono gli “scoraggiati”, per lo più donne, che escono dal mercato del lavoro

Il prodotto interno lordo è inferiore di 8 punti percentuali rispetto ai livelli di dieci ani fa (Banca d’Italia)

Il reddito annuo medio netto pro capite da lavoro dipendente è al livello del 1980 (Banca d’Italia).

I lavoratori autonomi sono tornati ai livelli di reddito del 1970 (Banca d’Italia).

Al di sotto delle due crisi recenti, 2006-007 (banche) e 2011-2012 (debito), l’Italia soffre di un crollo della produttività – il miglioramento\accrescimento costante della produzione in rapporto ai fattori che si impiegano: lavoro, capitale (investimenti), materie prime. La produttività è cresciuta mediamente ogni anno dell’1,4 per cento tra il 1974 e il 1993, e dello 0,3 nei venti anni successivi, fino al 2014 (Banca d’Italia).

Perché l’Italia non esce dalla crisi? Si può dirla in molti modi. Paul Krugman, il Nobel per l’Economi 2008, lo dice più chiaro, sul “Sole 24 Ore” ieri: “Le cose hanno cominciato a peggiorare veramente solo nel 2011-2012, quando la ripresa americana continuava mentre l’Europa scivolava in una seconda recessione”. Per quale motivo? “L’Europa stava applicando una drastica cura di rigore”. Imposta dalla Germania al di fuori della Germania. Anche, attraverso la Bundesbank e i suo membri nel direttivo, Stark e Weber, alla Bce di Trichet: “La grande differenza stava nella politica monetaria: lo scriteriato aumento dei tassi da parte della Banca centrale europea nel 2011 e il suo rifiuto di svolgere da prestatore di ultima istanza in un momento in cui la crisi del debito si trasformava in panico da liquidità. Perfino mentre la Federal Reserve stava portando avanti un’aggressiva politica di allentamento quantitativo”.

La scriteriata politica europea

Come la crisi peggiorò nel 2011, in un breve estratto da Giuseppe Leuzzi, “Gentile Germania, Robin, 2014, pp. 400 € 15:

“Il 18 ottobre 2010, sul lungomare di Deauville, Angela Merkel aveva imposto a Sarkozy, quindi all’Ue, il principio che “gli Stati possono fallire” - la Grecia, ma non solo. Era la ricetta Ackermann: non ristrutturare il debito (allungare le scadenze, tagliare gli interessi) ma farlo pagare con l’austerità, anche cruenta. A questo fine limitando gli aiuti Ue. Il capo della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, francese, reagì furioso: “Non vi rendete conto di cosa provocate”. Ma il suo presidente, lo statista emerito Sarkozy, lo mise a tacere.
“Al contempo, in una sorta di divisione del lavoro sporco, i consiglieri monetari di Angela Merkel impedivano alla Bce ogni intervento calmieratore, Axel Weber, Jürgen Stark, Jens Weidmann. Tre personaggi influenti, accreditati portavoce della migliore Germania, di saggeza incontestabile e potere decisivo. Anche se il curriculum di Weidmann si limita a una laurea, e ad alcuni anni di servizio nella segreteria di Angela Merkel. Alla svendita Btp della primavera 2011 seguì un’estate di comode incursioni sui “latini” sbandati. I fondi hedge favorirono l’offensiva allineandosi pronti. I fondi sovrani, pensione, d’investimento si adeguarono in automatico. Le vendite di Btp non si limitarono al ribasso (short) dei future, il mercato cash fu coinvolto, il giorno per giorno. In pochi mesi il future sul Btp si deprezzò del 22 per cento: da 110 sul nominale all’avvio delle vendite Deutsche, aprile 2011, quotazione sopravvalutata a motivo della solvibilità del debito, crollò a 87,5 a novembre. Mentre il Bund saliva dal 125 al 140 per cento del nominale. Il divario tra le due quotazioni è lo spread.
“Analogo attacco veniva sferrato contro la sterlina - una ripetizione della più redditizia speculazione del dopoguerra, quella del 1992 contro la sterlina e la lira. La Banca d’Inghilterra reagì comprando Gilt senza limiti, la più grande manovra di politica monetaria dalla crisi del ’33 – quantitative easing o stampa di moneta. D’intesa con la Federal Reserve, che anch’essa difese i Treasury Usa col quantitative easing. Con successo immediato, e senza accrescere di un decimale l’inflazione. Facendo anzi guadagnare il Tesoro Usa, cui la Fed riversò utili per 79 miliardi di dollari nel 2009 e per 77 miliardi nel 2011 – più degli interessi che il Tesoro aveva pagato alla Fed sui suoi titoli. Ciò che la Germania invece impedì alla Bce, facendo sbarramento con la Bundesbank, i suoi consiglieri Bce, e una politica accorta.
“L’Italia era “paragone della virtù di bilancio” a inizio 2011, a giudizio dell’Ocse. Che nel 2007-2010 ne rilevava un deficit di bilancio più basso rispetto agli altri paesi industriali. E migliorato nel quadriennio di 0,2 punti, dall’1,3 all’1,1 del pil, una volta “corretto dagli effetti del ciclo” (cioè dall’aumento dei tassi), rispetto agli Usa (- 4,9), all’Eurozona (- 1,9) e al Giappone (- 1,4)”.