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martedì 29 maggio 2018

La favola del Real Madrid

Incantati da Bale, orgogliosi di Ronaldo, entusiasti del Real Madrid, che sempre vince, non si legge altro sui giornali italiani. Che allora scendono da Marte? Come ha vinto non interessa, che invece è la parte inquietane.
Come non vedere l’arbitraggio dell’ignoto Mazič a favore del Real Madrid. Nel caso di Ramos contro Salah e dopo? E la non-incapacità, da comiche semmai, comprese le finte lacrime poi, del portiere Karius – bene o male in forza al Liverpool. La mancata sostituzione dello stesso? Non c’è sport, c’è business.
Il tutto condito – ironicamente – dal milanista Canale 5 con l’ineffabile madridista Sacchi. Uno che il Real Madrid fece direttore generale nel 2005, per organizzare una difficile eliminatoria in Coppa contro la Juventus – lo licenziarono subito dopo l’eliminazione.
Il Real Madrid può beneficiare dell’anti-juventinismo. Per questo forse tutti si congratulano. O Florentino Perez ha castelli in Spagna per tutti, non solo per gli arbitri e la Uefa? Non può essere. Ma come non vedere tutta una serie di arbitraggi, almeno quattro di seguito in questa Coppa, a favore del Madrid, contro il Bayern e contro il Liverpool, oltre che contro la Juventus. Due su tre di fila assicurati contro ogni regola  dallo stesso arbitro, il turco servizievole Čakir, gli altri da giovanotti grati a Collina, il dominus dell’affare.
Cinque arbitri pro Real con quello abissalmente schierato di Roma-Liverpool contro la squadra romana. Il Real Madrid non voleva la Roma in finale, meglio il Liverpool, al quale bastava azzoppare Salah, come è stato fatto.

Il mondo com'è (344)

astolfo


A Mosca, a Mosca – Fu un genere turistico più che un riferimento letterario – teatrale. Ci andavano “tutti”, invitati e riveriti, quando Mosca era la capitale dell’Unione Sovietica. E tutti, eccetto due o tre, ne tornavano entusiasti: mai la Russia è stata meta di gran tour entusiasti, benché organizzati dal Pcus, il partito Comunista Sovietico, di quando era al centro della Unione Sovietica. 
Mosca non era la sola meta. Dopo il 1956, Cuba è emersa, quale meta anch’essa del turismo politico. Qui però a proprie spese, non di Cuba. Dieci anni dopo in concorrenza con la Cina, sempre ospiti, accuditi a ogni minimo cenno – incredibili resoconti ne son stati fatti, da Maria Antonietta Macciocchi e Dario Fo tra i tanti, oltre che da una “delegazione” di poeti italiani – col controcanto di Arbasino.
Sul finire del secolo è venuto di moda il Nicaragua – qui senza capitale, il paese è rimasto malgrado l’impegno anonimo ai più. “Circa centomila americani hanno visitato il paese a partire dal 1979, insieme a un numero di europei occidentali calcolabili in decine di migliaia”, poteva scrivere nel 1980 l’americano Paul Hollander. Con qualche ragione, anche perché il viaggio si faceva a pagamento: era una “rivoluzione” marxista-leninista di poteri, con un’attrattiva in più, comunque uno spettacolo - e il Nicaragua era per gli americani l’esotismo alla porta di casa
Nessuno di questi racconti di viaggio regge, nemmeno Moravia o Pasolini. Giusto quello di Corrado Alvaro, che sempre fu onesto – “I maestri del diluvio”. E i due-tre contrari, di viaggiatori ravveduti, Gide, Céline. Erano, sono di una tale povertà intellettuale (lessicale perfino, oltre che concettuale), se non è disonestà, che non sembra possibile, ma è roba di ieri. E senza rimorsi. Paul Hollander, e poi Enzensberger, ne hanno fato la tara e la satira, di questo turismo politico, quando ancora era in auge. Herberto Padilla, il poeta cubano poi ostracizzato, ci ha cucito su la categoria di “turismo culturale”, troppo generosa, ma definiva la categoria. Di quelli che andavano a “vedere” la rivoluzione: “Il pellegrino è più fervente e più consciamente devoto agli ideali del paese che visita”.

Dossier – “Ogni dossier costruito per un servizio segreto (di qualsiasi nazione) è fatto esclusivamente di materiale già di dominio pubblico”, U.Eco, “Riflessioni su wikileaks” (in “Costruire il nemico”): Per una ragione semplice: “La regola per cui i dossier segreti devono essere fatti soltanto di notizie già note è essenziale per la dinamica dei servizi segreti, e non solo in questo secolo”. La stessa per cui le pubblicazioni esoteriche ripetono “esattamente quello che era scritto nei libri precedenti”.E non perché il compilatore dei dossier sia tendenzialmente uno scansafatiche (lo è, è anche questo, nella misura in cui è un burocrate – n.d.r.) ma per economia di linguaggio: “I devoti dell’occultismo credono solo a quello che sanno già”. L’amante dei dossier non si muove diversamente: “Lo stesso accade per i dossier segreti. Pigro l’informatore e pigro,  di mente ristretta, il dirigente dei servizi segreti, che ritiene vero solo ciò che riconosce”.

La “tecnica” dei servizi segreti o d’informazione era già spiegata da G.Greene nel romanzo “Missione confidenziale” - un romanzo di spionaggio, nella chiave che poi sarà di Le Carré, del suo Smiley tra Est e Ovest. Dove c’è  l’Inghilterra della Brexir che avevamo dimenticato: un’isola, aggredita da “sporchi continentali”,  “clandestini” – “vi infilate in casa nostra come vermi”. Con un eroe anonimo, che così si spiega: “Uno degli effetti del pericolo, dopo un certo tempo, è di uccidere le emozioni. … Nessuno di noi può più odiare….e neppure amare”. Mentre la compagna adibita al suo controllo, agente a Londra, in missione speciale, di una Potenza orientale dove non c’è da mangiare e nemmeno da scaldarsi e si fanno le file, ha “un viso raggrinzito” – il mal di fegato era diffuso tra i “compagni”. C’era anche la scuola di lingue, poi un classico dello spionaggio. E a un certo punto pure la pedofilia: la Storia, in entrambi i sensi, del romanzo e dell’avvenire, sta “nelle calze di una bambina sfruttata”, la sguattera dell’albergo a ore. Mancavano gli hacker, ma si era nel 1939.
Gli hacker hanno modificato la prassi dei servizi? Eco, che ne era a conoscenza, non ne ha tenuto conto.

Ivan Ilyin – Un fascista antinazista, venuto alla politica da anarchico, studioso di Hegel e dello Stato, e un nazionalista russo sempre. La biografia wikpedia aggiornata dell’ideologo russo oggi in auge a Mosca dà molti più elementi di quelli noti attraverso gli studi di Timothy Snyder, il teorico del Russiagate, e l’articolo su “Foreign Affairs” del 20 settembre 2015, riprodotto su tutti i siti “americani”, schierati per la confrontation  contro la Russia.
“L’ignominia era il posto migliore per Ilyin per appendere il suo cappello storico”, scrivevano su “Foreign Affairs” Anton Barbashin e Hannah Thoburn, un analista politico russo e una  “Professional Russia nerd. Ex-think tanker, Ukraine RPCV, Seminole fan…” (RPCV sta per Returned Peace Corps Volunteer, una informatrice della Cia in Ucraina), e la rivista dell’americano Council of Foreign Affairs  titolava. Il cui rilancio attribuivano interamente al regista Michalkov. “Sempre un po’ teorico complottista”, scrivevano, “Ilyin ha introdotto il termine mirovaya zakulisa (retroscena mondiale), che usa per descrivere una cospirazione occidentale contro la Russia”.  Implicando, la strana coppia insiste, “che i leader del’Occidente ufficialmente eletti sono di fatto marionette dei veri dominatori del mondo: affaristi, massoni, e spesso ebrei” – ma Ilyin era anti-antisemita.
Wikipedia ne fa “un monarchico conservatore russo nella tradizione slavofila”. Ne sottolinea gli studi di dottrina dello Stato, un interesse costante in tutta la sua avventurosa vita – esiliato da Lenin nel 1922 in Germania (nella “nave dei professori”, 160 espulsi insieme), poi da Hitler nel 1938 in Svizzera, dove visse fino al 1954. Con una tesi lungamente preparata su Hegel, allievo di giuristi russi di primo piano, finita nel 1916, pubblicata nel 1918, per la cattedra all’università di Mosca nello stesso anno. In Germania insegnò per dodici anni, dal 1923 al 1934, all’Istituto Scientifico Russo di Berlino, un centro universitario tedesco. Lasciò inediti due studi cui aveva atteso per molti anni, “Sull’essenza della coscienza della legge”, e “Sulla monarchia”.
Ilyin “era critico della monarchia in Russia”. Specie nei suoi ultimi rappresentanti. Ma il principio monarchico riteneva migliore per tre motivi: è un fattore di unità sciale, fa dello Stato una famiglia, coltiva la tradizione.  La “Coscienza della legge”, l’opus magnum a cui lavorò per venti anni, non concluso, sviluppava come antidoto alla sovversione e all’ugualitarismo, basandolo sulla moralità individuale e sulla religione. Il fondamento della legge essendo nella coscienza dell’individuo, questi deve trovarvi elementi di amalgama e non di divisione. La coscienza della legge in ambito monarchico riteneva il meglio,corrispondente ai valori familiari e di pietà religiosa che privilegiava.

Multigender – È monogender nella prima classificazione materialista della sessualità nel Settecento, le differenze riducendo a fatti contingenti. Si portava l’esempio degli arabi che vivono a cavallo. Che, si favoleggiava,  finiscono castrati agli effetti pratici, perdono la barba, prendono una voce stridula, si vestono da donna, si siedono fra le donne sui carri, s’infilano nelle aree domestiche femminili, si accovacciano per urinare, affettano vezzi e vizi femminili.
La fisiologia uomo-donna Diderot riduce nella sua summa del materialismo, “Il sogno di D’Alembert”, 1769, a un fuori\dentro: a “una borsa pendente verso l’esterno oppure rivolta verso l’interno”. Con numerose precisazioni, dallo stato fetale alla persona adulta, che le differenze riportano a identità. La “borsa interna” essendo in tutto simile a quella esterna: “
È suscettibile dei medesimi movimenti, anch’essa è causa della voluttà, ha il suo glande, il suo prepuzio, e si nota alla sua estremità un punto che sembrerebbe essere stato lì’orifizio di un canale urinario che si  chiuso”. Mentre “c’è nell’uomo, dall’ano allo scroto, nell’intervallo chiamato perineo,e dallo scroto fino all’estremità della verga, una cucitura che sembra essere stata il rammendo di una vulva imbastita”. Gli eunuchi non hanno la barba, “le loro cosce si ingrossano, le loro anche si allargano, le loro ginocchia si arrotondano”. Dal canto loro, “le donne dal clitoride troppo sviluppato hanno la barba”, etc..

Mutamento climatico – Come parte del repertorio apocalittico, era in auge presso molti “scienziati” del Terzo Reich. Sulla base della “teoria del ghiaccio eterno” Welteislehre, di un visionario austriaco, Hans Hōrbiger, elevato a “Copernico del XXmo secolo”. Una cosmogonia che  è una lotta tra ghiaccio e fuoco, con prevalenza alternativa, ciclica. Nel ciclo attuale la luna si approssima alla terra, facendo alzare le acque, fino a sommergere i tropici e infine lasciare emerse solo le cime più alte. Mentre i raggi cosmici sempre più potenti determineranno mutazioni genetiche.  Finché la luna non scoppierà, trasformandosi in un globo di ghiaccio, e gas, che precipiterà sulla terra. La quale sarà a sua volta trasformata in ghiaccio e si assorbira infine nel sole. .   

astolfo@antiit.eu

L’immigrato cavia della bontà

Prosegue il dibattito ideologico sull’immigrazione. In tempi di nessuna ideologia. E senza servire al
problema, minimamente. L’immigrazione è un fatto sociale, economico, e di criminalità. Da
qualche tempo di agenti e agenzie che arruolano africani, a pagamento, promettendo in cambio
meraviglie. Anche solo il ricongiungimento familiare, per mogli e figli, ma sempre in un quadro di
eccezionalità. Promettono e si fanno pagare quello che non possono dare: un quadro di illegalità,
anche di sfruttamento. Palese: lo sfruttamento, opera di africani, è sotto gli occhi di tutti di giovani
africani per l’elemosina o il micro commercio ambulante, per la prostituzione, per lo spaccio. Che
non si persegue.
Non è una novità. E non ha mutato la storia. Che è sempre, alla base, di bisogni, cui vanno incontro le mafie. In Italia come in Germania per intendersi, mafia come malavita organizzata. Basterebbe poco per cortocircuitare questo circolo perverso, ma l’Europa è incapace anche qui, come in tutto, l’Europa di Merkel e Juncker e altrettali. Basterebbe facilitare i ricongiungimenti familiari, per esempio, un lavoratore vi ha diritto, si sarebbero evitate vessazioni inaudite e centinaia di donne e bambini annegati. O aprire delle sezioni consolari nei paesi africani, che dispongano di visti in accordo con le esigenze di manodopera europee. Ma non c’è modo per smuovere la Signora del Troppo Poco Troppo Tardi.
Si può anche dire che sia la storia. Nella sola Italia, dall’unità in poi, diciotto milioni si trasferiscono
all’estero, definitivamente. Altri dieci milioni si trasferiscono dal Sud al Nord negli anni del boom
Con aggiustamenti difficili, anche con le buone intenzioni. Il paese crogiolo per eccellenza, gli Stati
Uniti, ci hano messo un secolo per avviare – avviare – la desegrazione razziale decretata alla fine
della guerra civile ( e ancora...).
È presto comunque per decidere che l’ondata migratoria di questi anni dall’Africa, prevalentemente,
all’Europa, è “il fatto costituente destinato, quale istanza e veicolo dell’uguaglianza, a rivoluzionare i
rapporti tra gli uomini” Sul presupposto, poi, che gli immigrati siano “il soggetto costituente di un nuovo ordine mondiale e, al tempo stesso, dell’umanità come soggetto giuridico”. In una prospettiva salvifica, in cui l’immigrazione di massa prende il posto della lotta di classe come redentrice dell’umanità infetta – non si dice più della borghesia o del capitalismo, ma si sa. Mentre l’immigrato è una persona, solitamente orgogliosa e non la cavia di nessun esperimento, sia pure solo mentale –
ideologico, bene intenzionato, degno del paradiso.  
È curiosa questa pubblicistica millenaritica di un editore laico e razionalista, almeno nel nome, nella
tradizione. Effetto della deriva dem – tardo comunista senza il Pci? Della decadenza, che
sempre trascina illusioni infauste? L’immigrazione di massa dall’Africa, insostenibile e già
comunque in fase di contenimento, non andrebbe meglio analizzata nei suoi dati reali? Ferrajoli,
teorico della democrazia dei diritti, e del reddito universale, anche per gli africani che ancora non
sono arrivati, ci crede, crede a se stesso. Ma poi? Una volta si scrivevano le utopie, chiamadole
utopie.
Luigi Ferrajoli, Manifesto per l’uguaglianza, Laterza, pp. 265 € 20

lunedì 28 maggio 2018

Più severità con le banche, purché non tedesche

Mentre Mattarella invocava le sacre ragioni dell’Europa per bocciare il governo già fatto, e precipitare l’Italia nel caos, l’Ecofin, il consiglio dei ministri finanziari europei varava nuovi e più stringenti requisiti di patrimonializzazione delle banche – più capitale. Contro i rischi d’insolvenza. Ma da non applicare alle banche tedesche. Alle tredici banche regionali, Landesbanken. Che figurano banche di investimenti per lo sviluppo anche se praticano il credito ordinario, e son tutte in difficoltà. Eccezione da valere anche per un nuovo istituto d’investimenti nazionale, in aggiunta al Kreditanstalt, l’analogo della Cassa depositi e prestiti. Che si figura per di più istituto privato, in modo da non farne confluire l’enorme debito nel debito nazionale.
È l’Europa delle due velocità, di cui Mattarella non è certamente all’oscuro. È l’Europa che il ministro dello scandalo Savona sosteneva di voler salvare da se stessa, dalle due ingiustizie. Volendo razionalizzare, Mattarella intendeva solo dare più argomenti a Di Maio e Salvini.

Problemi di base quirinalizi - 421

spock


E ora, peggio di Cottarelli, chi altro?


Mattarella Cottarelli, è questione di assonanze?

Cottarelli col Pd, nomen omen?

Era confuso pure lui, Cottarelli, al momento del voto il 4 marzo, era il predestinato di Mattarella?

Mattarella ha giocato Di Maio e Salvini, oppure il suo partito Democratico, quello che ne resta?

Ma, tanti andirivieni dal Quirinale, era giusto per fare da traino ai tg?

Il prossimo “Isola dei famosi” al Quirinale?

E Salvini, voleva Savona ministro oppure non lo voleva, troppe assonanze?

spock@antiit.eu

Secondi pensieri - 347

zeulig


Classico - Il classicismo va riletto, l’attitudine olimpica. Delfi e Olimpia erano banche, i tesori si prendevano a prestito. E la democrazia di classico ha solo i discorsi di Tucidide, insana com’era, furba, sempre violenta, alimentata da schiavi e colonie. La bellezza era negli orpelli, quella evansiana a Creta è al confronto di buon gusto classico. Non c’è tribù che non apprezzi il corpo dipinto: se dalla colorazione al naturale il passaggio è di civiltà, i greci classici erano primitivi – primitivi che scrivevano. Achille è un pazzo, Ulisse un furbo malvagio, un ladro di cavalli. Non si può non tifare Aiace, “il leone impazzito”, cui Ulisse sottrae l’armatura d’Achille: l’eternauta è un corruttore, per il più che fondato sospetto che si sia comprato i giurati, e un piantagrane, dell’armatura di Aiace non ha bisogno e non la userà. Non sono macchie nella Grecia luminosa del logos, bisogna rifare la scala delle passioni e della virtù. Tutta la guerra è una macchia sul logos acheo, i vincitori morali sono i vinti troiani, combattenti miti, il mito greco è molto poco greco. Tanta lucida argomentazione è sempre espediente al tradimento – quello di Tucidide per primo: quanto sono vergognose sia la democrazia di Atene che il suo odio della città che l’ha esiliato in quei discorsi che s’inventa nella “Guerra del Peloponneso”. A Monaco, dove Pericle non c’era, Tucidide avrebbe dato ragione a Hitler.

Controllo – È diventato circolare. Le vecchie distopie tiranniche e totalitarie, dalla Bibbia a Orwell, immaginavano un grande occhio al di sopra di tutto che tutto puntava. Ora il Grande Occhio-Orecchio si è materializzato nei minuti eventi della vita, attraverso l’uso monitorato del cellulare, degli acquisti, degli esercizi pubblici visitati, dei percorsi anche minimi, grazie ai circuiti di videosorveglianza ai fini della sicurezza (videocamere e droni), e con l’ascolto generalizzato delle conversazioni (intercettazioni) e corrispondenze altrui. Alla portata di tutti e di ognuno. Anche degli indiscreti – hacker. Con possibilità di manomissione, se non altro della loro (dei dati) riservatezza. 

Dio – Giardiniere, dell’effimero? Tale lo immagina Fontenelle, “Conversazioni sulla pluralità dei mondi”, in polemica con l’ateismo sensista: “Se le rose, che durano solo un giorno, scrivessero la storia, farebbero del loro giardiniere un ritratto a loro modo, e come un essere di più di mille generazioni di rose. Le successive, nel tramandarlo alle altre , non cambierebbero una parola. Su questo punto direbbero: «Abbiamo sempre visto lo stesso giardiniere. A memoria di rosa, non si è mai visto altri che lui»”. L’uomo dura più della rosa. Ma la sua memoria?
Quello di Fontenelle è “il sofisma dell’effimero”, obietta Diderot nel “Dialogo di D’Alembert”: “quello di una creatura passeggera che crede nell’immutabilità”. Che “crede”, però, non è effimero né sofistico, è un’altra cosa. 

Durata –Se ne travia in letteratura, da Proust in qua, il concetto, riducendolo a guardarsi l’ombelico – una “pizza” in termini narrativi: un rimirarsi  come rimuginare, ruminare, in surplace. Mentre è certo concetto innovativo e quanto mai veritiero in Bersgon, La grande novità della speculazione del filosofo francese consiste nell’avere identificato il tempo vissuto con la “durata”, che, per sua natura, non è percepibile mediante l’intelligenza, ma attraverso la memoria e la coscienza. Nel “Saggio sui dati immediati della coscienza” scrive: “Quando seguo con gli occhi sul quadrante di un orologio il movimento delle lancette… non misuro una durata, come pare si creda, mi limito a contare delle simultaneità, il che è molto diverso”. Il tempo astronomico dell’orologio è, infatti, un insieme di posizioni delle lancette sul quadrante che al passare degli istanti prendono posizioni diverse. È così che “noi non percepiamo praticamente che il passato”, aggiunge, “dal momento che il puro presente è l’inafferrabile progresso del passato che fa presa sul futuro”.

Filosofia . Quella dei philosophes non regge, non oltre l’aneddoto. Anche di aneddoti che avrebbero potuto avere sviluppo approfonditi, meno smart, di pronta presa. Tipo l’ “anima si Angélique, la figlia di Diderot, come la bambina la spiegava alò padre nell’agosto del 1867: “Qualche giorno fa mi è venuto in mente do chiederle cos’è l’anima. «L’anima?», mi risponde. «Ma si fa dell’anima, quando si fa della carne?»”


Isola – È concettuale, oltre che fisica. Come ogni senso figurato, ma di più. U.Eco (“Costruire il nemico”) classifica quattro tipologie di miti, corrispondenti a quattro tipologie di isole: “Le nostre fantasie sulle isole si muovono, ancora ai giorni nostri, tra il mito di un’isola che non c’è, e cioè il mito dell’assenza, quello di un’isola che c’è troppo, e cioè il mito dell’eccedenza, quello di un’isola non trovata, o mito dell’imprecisione, e quello di un’isola non ritrovata, ovvero un mito della insula perdita”. Eco se ne occupa in riferimenti alla letteratura, alla narrazione più che alla poesia (Stevenson, Verne, Peter Pan). Ma all’“isola” sottostà un approccio alla condizione umana. Non necessariamente asociale.

Scetticismo – Negato curiosamente da Diderot, con negazione cioè che lo afferma – posto che esso è sinonimo di dubbio e non di verità. Nell’immaginario “Dialogo tra D’Alembert e Diderot”, scritto interamente da lui, procede così:
“DIDEROT. Credete che vi sia una sola questione sulla quale un uomo, dopo averla discussa, resti con un’eguale e rigorosa misura di ragioni pro e contro?
D’ALEMBERT. No, sarebbe l’asino di Buridano.
DIDEROT. In tal caso  non esiste allora nessuno scettico, poiché, ad eccezione delle questioni matematiche – che non comportano la minima incertezza – in tutte le altre vi sono dei pro e dei contro”. Su cui cioè bisogna esercitare la critica.

Segreto – Simmel, “Il segreto”: “Ogni segreto è un segreto vuoto”.

Tribù - Non c’è tribù che non apprezzi il corpo dipinto. Il ritorno al corpo dipinto, sia pure in forma di tatuaggio, esprime un desiderio tribale, di riconcentrazione, magari a fronte della globalizzazione? O è il contrario, una forma di omologazione universale, globale. Un’umanità, si può dire, in forma di tribù.

È tribale l’Amico\Nemico, la dialettica politica e sciale di Carl Schmitt. Una persistenza che però di oblitera.

Verità Presuppone l’incertezza. Come la realtà presuppone l’irreale, o il non conforme, l’eccezione. E la morale – la scelta, la decisione – l’ambiguità, la nebbia persistente. La radice dialettica è ontologica oltre che conoscitiva, o pedagogica.

Viaggiare – Si viaggia in interiore homine. Per stabilire-annullare la lontananza (“L’uomo è l’amico della lontananza” di Heidegger) – per mantenersi in esercizio.

È il paradosso di Pirro e Cinea in Plutarco. Dove il filosofo s’informa dei progetti del re dell’Epiro, a ogni tappa opponendogli un “e dopo?” – “conquisteremo la Grecia”, “e dopo?”, “conquisteremo l’Africa”, “e dopo?”, e così via. Dopo l’India Pirro dice: “Dopo mi riposerò”.  “Perché allora”, conclude il padre del cinismo, “non riposarti subito”. M non si può: si fa il viaggio come si vive, si va per segmenti, per intervalli, da un “luogo” all’altro.

zeulig@antiit.eu

L’uomo è libertà

L’ambiguità contro l’assurdità – contro la vulgata dell’esistenzialismo come filosofia dell’assurdo: “Dichiarare assurda l’esistenza significa negare che essa possa darsi un senso; dire che è ambigua significa asserire che il senso non è mai fissato e deve continuamente conquistarsi”. Nel quadro della libertà dell’individuo: “L’individuo come tale è uno dei fini ai quali deve destinarsi la nostra azione”. Di più. “La libertà è l’unica realtà che io non possa trascendere” - da cui non possa liberarmi. Di “ognuno tra gli altri”, che restano costitutivi del suo “si”: “Un uomo che fosse l’unico sopravvissuto a un cataclisma universale dovrebbe sforzarsi, come Ezechiele, di risuscitare l’umanità, o non avrebbe più che da morire”. Una morale del’ambiguità come libertà, anche da se stessi.
"Nell'inverno del 1946 Camus mi aveva chiesto, per non so più quale collana, uno studio sull’azione", scrive Simone de Beauvoir nella sua opera autobiografica “La forza delle cose”, del 1963. Lei scrisse “Per una morale dell’ambiguità”, arrischiandosi con fiducia dopo aver riuscito poco prima, nel 1944, il trattatello “Pirro e Cinea”, e poi li pubblicò autonomamente insieme – insieme sono qui riproposti. Ne “La forza delle cose”, il selfie di quindici anni dopo, 1963, si critica: “L'accoglienza riservata a «Pirro e Cinea» m’incoraggiava a tornare alla filosofia. D’altra parte quando leggevo Lefebvre, Naville, Mounin, sentivo il desiderio di replicare. Incominciai così, in parte contro di loro, «Per una morale dell’ambiguità». Di tutti i miei libri è quello che oggi mi irrita di più. La parte polemica mi sembra valida. Certo, ho perduto del tempo a combattere obiezioni futili; ma allora l’esistenzialismo veniva considerato come una filosofia nichilista, miserabilista, frivola, libertina, disperata, ignobile: bisognava pur difenderlo”. E invece regge, è ottima lettura.  
Contro i valori eterni
Parte da una critica ai “valori eterni” dell’“ideologia borghese”, dei comunisti (allora, 1947) compresi, contro “tutti gli idealismi e i misticismi”. Vuole essere irritante, ma procede con acume. Fa un quadro dell’esistenzialismo molto meno “ambiguo” dell’originale, di Sartre che disambiguava Heidegger. Che, avviandosi alla conclusione, schematizza così: “Il bene di un individuo o di un gruppo di individui merita di essere assunto come un fine assoluto della nostra azione; ma non non siamo autorizzati a decidere a priori di questo bene”. La libertà è il tramite: “Ogni uomo necessita della libertà degli altri uomini” – lontano dalle “Porte chiuse” di Sartre, 1944, “l’inferno sono gli altri”. Da Hegel – “ogni coscienza persegue la morte delle altre” – a una morale della solidarietà: “L’uomo non può trovare una giustificazione della propria esistenza se non nella esistenza degli altri uomini”.
La morale si fa strada facendo. Questa non è una novità, meno che mai un’esclusiva. Meno vera la successive riserva: “In una maniera a mio avviso convincente”, ricorderà del saggio, “ho criticato l’ingannevole mito di una umanità monolitica di cui fanno uso gli scrittori comunisti - spesso senza confessarlo - volendo ignorare la morte e il fallimento; ho indicato le antinomie dell'azione, la trascendenza indefinita dell’uomo che si oppone alla sua esigenza di recupero, l’avvenire al presente, la realtà collettiva all’interiorità di ognuno; riprendendo il dibattito, allora così scottante, sui mezzi e sui fini, ho distrutto alcuni sofismi”. Ma dopo aver quasi allogato Marx tra gli esistenzialisti, in casa  insomma: l’“impegno”, che pure sa tanto di borghese valore eterno - cioè lo schieramento con il partito comunista Francese, già allora, ancora a ridosso della guerra, urgeva, per quanto ambiguamente.
Un terzo tema qui sollevato invece rivendicherà nel 1963, della libertà intellettuale, anche dentro l’“impegno”. Un dibattito che in Italia si sarebbe esteso e rafforzato subito dopo questo “Morale dell’ambiguità” con la pubblicazione dei “Quaderni del carcere” di Gramsci a partire dal 1948, con la nozione di egemonia:“Sul ruolo che hanno gli intellettuali in seno a un regime da loro approvato, ho sollevato dei problemi ancor oggi attuali."
Contro lo spirito di serietà
De Beauvoir comincia argomentando contro lo “spirito di serietà”, che oggettivizza, mentre “senza di me”, dell’individuo, “non esistono valori precostituiti,  la cui gerarchia si impone alle mie decisioni”. È “l’errore di Kant”: “Non esiste cielo nel quale si compia la riconciliazione dei giudizi umani”. Nell’alveo di Sartre, cioè di Heidegger, che l’uomo dice “un essere che si fa mancanza d’essere, affinché vi sia dell’essere”. Che vive – è – in quanto accumula esperienza-esistenza.
Con la citica giusta di Hegel, alla morale della Totalità, dell’annullamento nello Stato – “lo Spirito è inquietudine”. Una denuncia dello stalinismo, nel 1947. E una presentazione dell’esistenzialismo di Sartre. Che ha presentato Heidegegr, ma costringendolo al recupero del Descartes rifiutato, con orrore, proprio quello del “Cogito. Ergo sum!”. Attraverso Kant, Fichte, e lo stesso Hegel – e fino a Marx, impresa spericolata (“del resto, in pratica, il marxismo non nega sempre la libertà”…). Contro ogni logica di asservimento, per quanto utile, o necessaria, o buona. Dello schiavo “protetto” dal padrone come della logica del campo di concentramento - “Il modo più odioso per punire un uomo è costringerlo ad atti ai quali si nega un senso… Nello scorso mese di settembre, in Italia sono scoppiate rivolte perché si adibivano i disoccupati a rompere pietre che non servivano a nulla”.
Con alcune categorie filosofiche applicate alla letteratura. Il nichilista, Drieu. Il surrealista – “oggi in Breton non vi è più nulla di distruttivo: è un Papa”. L’avventuriero: Don Giovanni, ma anche il fascista che all’improvviso è comunista, egualmente convinto. E con un tentativo profuso, ma d’improvviso abbandonato, di categorizzare un Sotto-uomo – in antitesi a Nietzsche, al Super-uomo? La categoria di Céline, non citato, tratteggia come “l’uomo serio”, il filisteo dei “valori eterni”, tipo “pericoloso” che ragiona in termini totalitari.
Perché fare
Heideggeriana (quanto per l’influenza di Sartre?), secondo il principio che è l’esistenza che definisce l’essenza – o, come dice Dostoevskij, che “ognuno è responsabile di tutti, di fronte e tutti”. Ne l’io né l’altro sono, essi “sono e sono altro”, hanno “l’infinità della trascendenza che continuamente può allontanare l’orizzonte verso il quale essa si slanci”. Della trascendenza d a sé, della fuoriuscita dall’io. Ma contro Heidegger, dell’“essere-per-la-morte”. Con lo stesso Heidegger (quanto in autonomia da Sartre?), che “per l’uomo non vi è interiorità, la sua soggettività si rileva solo per mezzo di un impegno nel mondo oggettivo”: Heidegger non può annullare questo mondo: “Le esitazioni di Heidegger circa il grado di realtà della esistenza inautentica hanno la loro origine in questo sofisma”.
Non manca la professione di fede politica, contro i “valori eterni” dell’“ideologia borghese”. E “tutti gli idealismi e i misticismi che antepongono una Forma all’uomo stesso”. Contro il borghese “spirito di serietà” e per il conflitto di classe. Ma con parsimonia. Anche perché è già avvertita, già nel 1946 si sapeva, dello stalinismo, che denuncia con piena cognizione. “Il bene di un individuo o di un gruppo di individui merita di essere assunto come un fine assoluto della nostra azione”, è il succo dell’argomentazione, e dell’etica. Che si dice “ambigua” perché aperta, indefinita, in fieri con l’esistenza – “trascendente” ogni ipostatizzazione. Di più: “A dire il vero, non siamo mai autorizzati im anticipo a nessuna condotta, e una delle conseguenze concrete della morale esistenzialistica è il rifiuto di tutte le giustificazioni preliminari che si potrebbero ricavare dalla civiltà, dall’età, dalla cultura; è il rifiuto di ogni principio di autorità”. Neandertal? Non proprio: “Sin dalle origini l’esistenzialismo si è definito come una filosofia dell’ambiguità”. Una filosofia che si vuole inteterminante. La morale, certo, presuppone l’ambiguità – altrimenti non c’è, non essendoci scelta: “A Dio non si propone una morale”.
Uno scavo che finisce in una fossa, rischia:: l’insignificanza dell’uomo, dell’esistente. “Pur moltiplicando in migliaia di esemplari questa meschina esistenza, la sua insignificanza rimane: anche i matematici ci insegnano che lo zero moltiplicato per qualsiasi numero finito rimane zero”. Che però è la percezione volgare dell’esistenzialismo, contro la quale si è indotta a scrivere.
“Pirro e Cinea”, 1944, in piena occupazione “felice”, è una riflessione sullo "Straniero" di Camus, 1940 - e cioè sull’“Ecclesiaste” di san Girolamo, “vanità delle vanità e tutto è vanità”: perché fare (imparare, viaggiar e, operare….)? È articolato per temi: l’istante, l’infinito, Dio, l’umanità, la situazione, la dedizione, la comunicazione, l’azione. Concludendo alla necessità del fare, contro l’inerzia del “cinismo”.
L’infinito è tema che oggi si ripropone, nel dibattito sull’immortalità, il prolungamento della vita. La finitezza è l’infinito dell’uomo, argomenta de Beauvoir: “La finitezza dell’uomo non è subita ma voluta: la morte non ha qui quella importanza che le è spesso attribuita. Non è perché muore che l’uomo è finito. La nostra trascendenza si definisce concretamente al di qua o al di là della morte”.
Simone de Beauvoir, Per una morale dell’ambiguità, SE, pp. 132 € 18

domenica 27 maggio 2018

E ora, Mattarella?

Nello psicodramma ai tg delle venti un fatto si imponeva: il naufragio completo su tutti i fronti che il presidente della Repubblica evocava con l’annuncio che il governo non si farà come se ne fosse una liberazione. Non sul fronte dello spread, che non potrà non galoppare da domani: più debito più sacrifici. Non sul fronte europeo: non per la difesa degli interessi italiani, e non per la stessa riforma della Ue, e forse dell’euro, che pure l’asse Berlino-Parigi sembra infine accettare. Non su quello della credibilità dell’Italia, di fronte agli attacchi tedeschi di cui Mattarella si è doluto. Né sul più vasto scacchiere internazionale, dalla Libia alla Russia, dove interessi europei concorrenti scavano trincee contro l’Italia. Né Mattarella ha una soluzione alternativa per il governo: dopo aver lamentato che Conte non fosse un parlamentare eletto, vuole Cottarelli che, nonché non eletto, non nemmeno professore, è un contabile. 
Nessun governo non è migliore mai di un governo.

I malgoverni del Quirinale

“Nessuno può sostenere che io abbia ostacolato la formazione del governo che viene definito del cambiamento”. Due minuti di psicodramma quale raramente si vivono  tv,  in diretta sui telegiornali, all’ora più seguita. Di un presidente della Repubblica che si presenta scuro in volto. Esordisce con una scusa non richiesta. Dopo avere liquidato, fatto senza precedenti e senza radici costituzionali, un governo politico che il Parlamento responsabilmente aveva concordato, e il solo possibile nella legislatura. E non ha nemmeno un governo di ricambio, uno suo, a quasi tre mesi dalle elezioni. Dopo un mite presidente incaricato che rinuncia disteso senza una parola di commiato dal presidente.
Non è la prima volta che il Quirinale si arroga la decisione sul governo, contro la maggioranza parlamentare. Anche se non in questi termini drammatici, al debutto della legislatura, senza una ragione, e in televisione. E tutte non hanno portato bene. 
Lo fece Gronchi nel 1960 con il governo Tambroni che nessuno difende. Scalfaro lo fece nel 1994 con Berlusconi, contro una riforma delle pensioni che non gli era gradita, non era gradita alla Cgil, molto migliore della Fornero, più progressiva, e senza lesione dei diritti acquisiti, con vent’anni quasi di anticipo, che avrebbe da sola risolto il problema del debito. Napolitano lo fece nel 2011 con l’infausto governo Monti.  Ora Mattarella, che non ha voluto il governo Conte, della maggioranza parlamentare, e non  ha nemmeno una sua soluzione.
Un decisionismo che non è legale, e non porta bene. L’eccesso di poteri del presidente, che è il notaio di una Repubblica parlamentare e non un presidente eletto con poteri assoluti.
Scalfaro si riservava i ministeri dell’Interno e della Giustizia – oltre che i capi della Polizia, Masone dopo i “suoi” Parisi e Coronas. Nel suo primo governo, Amato, 1992, sostituì  Scotti e Martelli con Mancino e Conso (e il direttore delle carceri Niccolò Amato con Adalberto Capriotti, suo uomo di fiducia), contro i quali poi si avvierà il processo Stato-mafia (Capriotti si è rifiutato di rispondere). Nel governo anti-Berlusconi di Lamberto Dini i giudici Brancaccio e Mancuso. Il quale, dopo un voto di sfiducia alla Camera nel 1995, non vorrà dimettersi, suscitando una quasi crisi di governo - il presidente del consiglio non può dimettere un ministro, può solo dimettersi lui, facendo cadere tutto il governo.  

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (364)

Giuseppe Leuzzi

“Un appalto pubblico, un cantiere pubblico, dura 25 anni. Ridurlo di qualche ano non dovrebbe essere difficile”. È considerazione dell’allora capo del governo Craxi trent’anni fa. Oggi la durata media non è inferiore. Si fa antimafia in abbondanza, anche al Nord, ma di corruzione si parla poco. Ma la mafia è corruzione.  

All’improvviso Froome, in difficoltà per quasi un mese, una mattina si alza e sulle Alpi stacca tutti di ore. Impresa, leggenda, eroismo. Poi, tanto, si saprà che era drogato. Fra qualche anno.
Le federazioni sportive hanno preso dall’antimafia in Italia. Non intervengono subito, dopo alcuni  lustri, quando la memoria si è sfocata: lo spettacolo (mafia) deve continuare.

Di greco si dilettava nel primo Trecento Petrarca, maestri i due eruditi religiosi calabresi Barlaam di Seminara e Leonzio Pilato. Ma a Parigi il greco ancora due secoli dopo era proibito, e chi lo studiava era passibile di condanna – fu per questo perseguito nel 1523 Rabelais.
Il greco, la lingua e il culto ortodosso, fu perseguito con costanza e durezza dai papi anche al Sud, attraverso la conquista normanna e con altri mezzi. Per lo stesso motivo di Rabelais, la conoscenza del greco avrebbe favorito la lettura del Vecchio Testamento – la lettura “non autorizzata”.

Il materialista che incarna Diderot nel “Sogno di D’Alembert”, l’illustre clinico Bordeu, enumera a un certo punto, quale suo campo di competenza speciale, i “fenomeni generali” della “rete umana”: “La ragione, il giudizio, l’immaginazione, la pazzia, l’imbecillità, la ferocia, l’istinto”. Manca il vittimismo, il senso di colpa.

L’infanzia immaginaria di Fonte
Marcello Fonte parla figurato. Il protagonista di “Dogman”, premiato a Cannes. Del regista Garrone per esempio dice: “Abbiamo colorato assieme”, nel senso che abbiamo dato colore e forma al personaggio. Della sua figlia nel film, Alida Baleari Calabria: “Lei era la professionista. Le ho detto guidami tu, io non sono padre e lei invece è figlia”. Nella presentazione e nei commenti abbonda di immagini, è fatto così. Lo è sempre stato, la mamma da Arghillà assicura: “Ha sempre giocato, da bambino”. Si racconta così: “Da piccolo quando ero a casa mia e pioveva sopra le lamiere chiudevo gli occhi e mi sembrava di sentire gli applausi”. Oppure: “Vengo dalle grotte calabresi, da ragazzo non sapevo neppure cosa fosse un cinema”.
Si fa una biografia fantasiosamente disastrata, nel suo linguaggio. Ma viene recepito tale e quale. E quindi è un bambino cresciuto tra le baracche di lamiere di Archi – un po’ meno periferia di Reggio Calabria di Arghillà – e le grotte. Sul torrente Scaccioti, deposito di immondizie. E chi lo fa il più piccolo di cinque, chi di sette fratelli – sono sette. Alla fame. Con un padre che non si sa cosa, ma o era malato o disoccupato, col nimbo di barbone. Come se ad Archi ci fossero, o ci siano state, baracche, e grotte. Mentre è di famiglia piccolo borghese. Dalla quale torma sempre, ogni estate. I suoi fratelli maggiori sono professionisti. È stato scout – Agesci, quindi col cinema in parrocchia, se non fuori. Viene da Melito Porto Salvo, altro paese senza baracche e senza grotte. Ad Archi il padre aveva costruito un baracchetta accanto al torrente, nel cui alveo aveva ritagliato un giardinetto-orto.
Il suo amico d’infanzia più stretto, Francesco Chindemi, è giornalista importante a Reggio Calabria, direttore di Reggio-Tv.
Una favolistica anticipata da lui stesso, tre anni fa, in “Asino vola”, insieme con Paolo Tripodi, il filosofo, altro suo grande amico – in un film che però non si sa ancora se è stato girato, montato, copiato, se c’è o è solo immaginario. Le riprese comunque le ha fatte, attorno alla “discarica” del torrente Scaccioti inventandosi il suo mondo di avventure, il suo “sogno” come lo diceva agli amici. Perché ora la discarica è vera, lo Scaccioti è diventato zona di discariche abusive: la gente butta lì i suoi sacchetti invece di conferirli alla differenziata. È sempre miseria, ma di altro tipo.

La camorra virale
Si commemora Enzo Tortora a trent’anni dalla morte, ferito dal linciaggio giudiziario cui fu sottoposto. Si commemora dagli istituti di ricerca e informazione sulla giustizia, e di pochi isolati. Tra essi Saviano, che sull’ “Espresso” racconta come nacque Tortora camorrista e spacciatore: “Nasce sotto forma di livore camorristico. Giovanni Pandico, detto «Gianni il Bello», manda alla trasmissione di Tortora, Portobello, un centrino perché sia messo all’asta in trasmissione.Il manufatto viene perso e Pandico riceve del denaro come risarcimento. Ma lo smarrimento genera una rabbia infinita e Pandico inizia a parlar male di Tortora. Le calunnie finiscono col diventare virali nelle celle e il nome di Tortora inizia a circolare negli ambienti di camorra”.
Una favola. Dei giudici e i cronisti che si sono illustrati con le disgrazie di Tortora, e poi hanno inventato la viralità carceraria. Come se la camorra, per di più, fosse fatta di stupidi . Mentre si seppe subito, da lontano, che erano accuse inventate – ci voleva molto pelo sullo stomaco per credere a “Gianni il Bello”, anche solo a vederlo. Che era una farsa, a carico di un personaggio isolato politicamente – non piaceva al Pci. E anche caratterialmente: un altro avrebbe distrutto i suoi persecutori - ci avrebbe provato.

Milano
Singolare la rispondenza di linguaggi tra i vignettisti tedeschi e Salvini a proposto di Italia-Germania. La stessa rozzezza di linguaggio. La stessa pretesa di superiorità. Tra vignettisti e giornalisti che magari si riposano dall’essere tedeschi solo in Italia, dove il vino buono non è caro, e si mangia certamente bene. Da una parte. Dall’altra Salvini che fino a non molto tempo fa voleva per moneta italiana il marco. Ora non vuole l’euro, ma con la stessa pretesa di superiorità.

L’allenatore dell’Inter Spalletti non ce la fa più e sbotta: “La società non ha mantenuto le promesse”, e “Qui i calciatori si tende a sciuparli, non a valorizzarli”. Esacerbato al punto da violare a riservatezza che gli allenatori si impongono.

Cecilia Bartoli, che ha portato Rossini e il melodramma barocco in tutto il mondo, di cui è beniamina, presso i melomani e non, sbarca finalmente alla Scala. Con tre opere di Händel. Ha provato a suggerire Vivaldi, e niente: “Incredibile”, dice a Giuseppina Manin, “ma alla Scala non è stata mai eseguita una sua opera”. Milano è monopolista, anche gelosa, e affannosa.

Il calciatore De Vrij, della Lazio, è acquistato dall’Inter alla vigilia di Lazio-Roma che decide la partecipazione alla Champions League. Non si potrebbe, col campionato ancora in corso, ma all’Inter è concesso, la Lega Calcio è ben milanese.

De Vrij poi provocherà il rigore che porta l’Inter al pareggio, e alla qualificazione a spese della Lazio. Che De Vrij giocherà come interista: in pratica ha fatto guadagnare all’Inter i soldi per pagarlo. Un affare perfetto.

Il “gattopardo” è milanese, anche lui? Sergio Fabbrini, lo scienziato politico, tirando le somme del ribaltone politico il 4 marzo, conclude: “Come è avvenuto spesso nella nostra storia, il radicalismo (dell’anti-Casta) e il conservatorismo (delle istituzioni) si sono alleati per lasciare le cose come stanno”. Dell’anticasta avendo fatto risalire la responsabilità al “Corriere della sera” e ai suoi interessi padani.

Il 4 marzo si è avuto il maggiore ribaltone di tutte le elezioni politiche italiane, e forse mondiali, calcola lo stesso Fabbrini: circa due terzi dei parlamentari sono nuovi. Un ribaltone ardentemente invocato da  “Milano”, che compatta ha votato Lega, non da ora. Ma il giorno dopo si stracciava le vesti. Il govern che “Milano” vuole è del non-governo, la crociata “Roma ladrona” è tutta qui, il populismo.

Il 20 aprile al tempio di Adriano a piazza di Pietra a Roma, presentando il libro del direttore del “Mattino” Barbano, “Troppi diritti. L’Italia tradita dalla libertà”, l’ex direttore di lungo corso del “Corriere della sera” Paolo Mieli ha spiegato come il populismo viene da Milano. Per colpa dei suoi giornali,“compresi quelli da me diretti in questa fase lunga che dura ormai da 25-30 anni”. Mieli collaboratore di giustizia? Ne avrebbe, di cose da rivelare.

“Le responsabilità sono enormi”, ha detto Mieli, “e sono a) di non aver capito per tempo b) di aver pensato che alcuni fenomeni si potessero assecondare perché tanto poi…”. Si è fatto “grosso modo lo stesso errore che fecero le classi dirigenti nel 1922-1925. Pensavamo ma sì, lasciamo che la società civile si esprima, e poi ci penseremo noi che siamo forti, potenti, e con le idee chiare a ricondurre questi movimenti alla ragione. Neanche per sogno”. Ma Milano non è stupida, sa quello che fa.


Non è il primo ravvedimento di “Milano” – o di Mieli, che in fondo è e resta romano. Sulla rivista “Tempi” Mieli disse “ho esagerato”, sponsorizzando il giustizialismo detto di Mani Pulite, che liberò la corruzione. “È stato un errore” disse poi della campagna contro Antonio Fazio e la Banca d’Italia – voluta dal socio occulto d’allora (dietro un certo Rotelli) del “Corriere della sera”, Giovanni Bazoli. Come anche, per lo stesso mandante, contro Tronchetti Provera. I milanesi si azzannano volentieri tra di loro, il patron della Pirelli come Berlusconi, gli affari sono affari. 

Roma è molto più vuota di un giorno feriale per la giornata conclusiva del Giro d’Italia. Conferma la condanna di Milano, che il Giro ha voluto concludere a Roma, dopo la vittoria della Lega? L Roma apatica, ladrona, etc.? È semplicemente Roma, l’unico antidoto a Milano. Agli affari anche di domenica – la tappa non aveva nulla di sportivo. 

leuzzi@antiit.eu

Vero o falso

“Roma soffre”, ha detto la sindaca di Roma Virginia Raggi? Vero

Viginia Raggi ha proposto e propone una o più funivie per risolvere il traffico a Roma? Vero

Paola Giannone, candidata assessore ai Lavori Pubblci a Roma, è caduta in una buca nella strada e si è rotta il naso? Vero

All’Opera di Roma “la graziosissima e sorridente sindaca Virginia Raggi” (Denise Pardo) ha presenziato “in tulle e satin di Gattinoni, tra le braccia la cappa appartenuta a Anna Magnani”? Vero

E al ricevimeno di Alberto di Monaco per la Formula E era ospite d’onore insieme con la principessa Borbone delle Die Sicilie, e della (ex) duchessa di York Sara Ferguson? Vero  

Conte è vero o falso, il presidente del consiglio? Vero

Garibaldi era alto quanto Napoleone – entrambi erano 1,69? Vero

Di Maio è alto quanto Garibaldi e Napoleone? Un centimetro di più

E il vincitore è… Collinaaa

Fa male vedere Sergio Ramos, noto picchiatore del Madrid, nonché insultatore di arbitri, mandare all’ospedale Salah. Senza che l’arbitro fischi la punizione – se è punizione, Ramos va ammonito. È la mezzora di gioco, nella quale ha giocato solo il Liverpool. La strada è ora spalancata al Real Madrid. Non importa il nome dell’arbitro - uno sconosciuto: è una pedina di Collina.
Non ci vuole molto per decidere le partite in Champions League: decidono gli arbitri, di Collina. Saranno chiamato gli anni di Collina.
Tre arbitraggi di fila spudorati a favore del Madrid erano da vedere.
E i portieri? Fa male vedere i portieri tedeschi che fanno vincere il Real Madrid, letteralmente. – due e non tre, e non di seguito, ma di mezzo c’era Buffon. Al Bayern prima, ora al Liverpool: troppo incapaci per essere veri.
E gli allenatori? Prima che all’arbitro di Collina, il Liverpool deve la sconfitta col Madrid al suo allenatore, Klopp, tedesco. È ancora l’epoca dei castelli in Spagna.

La favola del cinema nel deserto

Un gioiello. Passato inosservato ai critici – ma vedono veramente i film di cui parlano? – resterà come un cult. Un caso eccezionale di cinema sul cinema. Una serie di immagini da cineteca: da alienazione sotto il gazometro a Roma, da favola in Armenia, tra la neve e la nebbia, da iperrealismo nell’albergo vuoto nel deserto. E un cast tutto sempre nella giusta misura, in ogni immagine, ogni battuta: Battiston il professore, Bobulova l’affarista, Shulha la sua longa manus locale, Amendola elettricista-tecnico delle luci, D’Amico la sgallettata, Argentero il fumato.
Un traffichino diventato eurodeputato s’inventa un film per truffare sui finanziamenti dell’Unione europea: il soggetto si presta, di un professore di storia al liceo, trattandosi un genocidio, di una minoranza. E la location è ottima: un paese remoto, l’Armenia, dove si potrà fatturare molto, che è la sola cosa da fare. Risparmiando sui costi: la troupe dovrà costare poco o nulla. Un produttore senza film assolda i primi disgarziati che gli vengono a tiro,  e per risparmiarsi la fatica li fa accompagnare da una specialista in fatturazioni false.
Potrebbe essere “Shining”. Ma l’albergo isolato sotto la neve diventa un luogo di ritrovamenti. Tutti diventano belli e buoni, per equivoci o inconvenienti. E il film che non possono fare lo fanno per gli abitanti che a mano a mano si presentano, brutti, sporchi, poveri, come a una vecchia “Corrida” di Corrado. Il sogno dello sdentato che avebbe voluto fare Gagarin è subito esaudito.  E così ogni altro, la ballerina, classica, il Ciranò con la luna…. L’Hotel Gagarin, remoto e grigio, implode in un fuoco d’artificio della fantasia. Quando l’ambasciata italiana organizza il rimpatrio, il mondo resta indietro.
Simone Spada, Hotel Gagarin