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venerdì 14 febbraio 2020

La distruzione della Germania a opera degli Alleati

Niente elaborazione del lutto in Germania dopo la guerra. Dopo la sconfitta, nella distruzione fisica del paese a opera dei bombardieri anglo-americani.
Nel 1997 a Zurigo, in una serie di lezioni, il tedesco Sebald germanista emerito in Inghilterra creò uno scandalo, con la denuncia della gigantesca rimozione: della distruzione selvaggia, a tappeto, catastrofica, delle città tedesche da parte della Raf. Si scandalizzava - e scandalizzò – di non trovarne  traccia nei modi di essere e di fare in Germania a guerra finita, tra le macerie, e nella letteratura.
Lo stesso tema era stato già indagato indirettamente da Enzensberger dieci anni prima, con “Europa in Ruinen”: un’antologia di testi sulla distruzione della Germania per la quale aveva dovuto fare ricorso a scrittori e giornalisti stranieri. Sebald, analizzando i pochi racconti tedeschi dei bombardamenti, di Nossack, Kluge, Kasack, de Mendelssohn, Arno Schmidt, li trova divaganti e inconsistenti - unica eccezione Böll. Non onesti – non dice la parola ma il senso sì: a fronte delle prime testimonianze straniere già disponibili, di Dagermann, Gollancz, Janet Flower, Solly Zuckermann. Da un progetto di quest’ultimo l’edizione inglese, e poi quella italiana, prende il titolo: il progetto di un reportage dalla Germania in rovina nel 1945 richeisto a Zuckermann da Cyril Connolly, per la sua rivista “Horizon”, poi non realizzato.
La stroncatura si vuole letteraria. In originale il titolo di Sebald è filologico, “Luftkrieg und Literature”, guerra aerea e letteratura. Il seminario di Zurigo era di Poetica. Ma è un pamphlet, polemico. Molto. Di più nel commento alle reazioni, le lezioni essendo diventate subito pubbliche, largamente commentate. E nel saggio contro Alfred Andersch, lo scrittore italianista, che accompagna le lezioni di Zurigo nella pubblicazione in volume.
Un libro di grande lettura, per la scrittura alla giusta cadenza, che cattura l’attenzione. Sia nelle lezioni di Zurigo che nella replica, e nella stroncatura di Andersch. Ma curiosamente monco, e revisionista-revanscista.   
Il rimosso della guerra, della distruzione della Germania, fisica, materiale, con i bombardamenti a raffica, notturni, volutamente terroristici, Sebald non riesce a spiegarsi. Finisce per imputarlo alla stessa Germania, a una sorta di mentalità o di cultura, di modo di essere. Nell’arco della Beisammensein, della convivialità di rigore, ma senza empatia - prende per vero un racconto di  amburghesi risparmiati dalla Tempesta di Fuoco che il giorno dopo prendono il caffè con le signore sul balcone davanti ai corpi bruciati e alle rovine fumanti. Oppure a un senso di colpa, per le atrocità commesse in guerra. Al meglio, alla guerra intesa surrettiziamente come un lavacro, e al dopoguerra come una rinascita, immemoriale. Ma sempre intendendo la mancata elaborazione del lutto come una colpa. Una nuova, dopo quella nazista – Sebald usa all’inglese fascista e fascismo a preferenza di nazista e nazismo. Senza tenere conto che la Germania nel 1945 aveva i russi a Berlino, che temeva. E si aggrappava per questo agli Alleati, gli stessi che l’avevano bombardata. I quali peraltro ne garantivano nel disastro il funzionamento, evitando epidemie e carestie, con l’ordine, e con corposi finanziamenti.
Questo nella Germania Federale. Quella filosovietica invece - anche di questo Sebald non tiene conto – elaborò anche troppo il lutto dei bombardamenti: ne fece per molti anni il tema propagandistico principale. Arno Schmidt forse non fu efficace, ma Brecht sì. Nell’“Abicì della guerra” dice: “Le nostre città sono solo una parte\ di tutte le città che abbiamo raso al suolo”. Ma molto parla dei bombardamenti alleati. In nota a una delle foto, del primo bombardamento inglese su Berlino, la notte del 10 settembre 1940, dà la colpa della “guerra totale”, dei bombardamenti indiscriminati, agli anglo-americani: “Dal 1940 all’aprile 1945 sulla sola Germania furono sganciate:
peso delle bombe in tonnellate      = 1 300 000
vittime                                            = 500 000
percentuale delle vittime per tonn. = 0, 38”.
Un’altra curiosa discrasia è nell’edizione inglese, curata dallo stesso Sebald, che include due saggi sulla Soluzione Finale, uno su Améry e uno su Peter Weiss. Due da secoli tedeschi che si sono scoperti all’improvviso diversi – è il tema di Hannah Arendt – per le leggi razziste di Norimberga. E hanno avuto, hanno mentre scrivono, difficoltà a capirsi diversi. Di Améry Sebald valuta positivamente, come giusto, il risentimento, di uno che non sapeva, da secoli, di non essere austriaco, prima delle leggi razziste, e dell’Anschluss, l’incorporazione dell’Austria alla Germania nazista. Ma del risentimento ha fatto in precedenza lungo rimprovero a Andersch.
Il libro si legge sempre con interesse. Anche per gli aspetti laterali. La propria infanzia dell’autore in Allgovia, fuori dalle “distruzioni naturali”, fra Tirolo, Voralberg, Baviera e Baden. O le rilettura dell’espressionismo, dei film di Thea von Harbou e Fritz Lang, come mitizzazione della distruzione – “Dr.Mabuse” come una sceneggiatura ricavata dai “Protocolli dei savi di Sion”… Ma chiuso il libro, ciò che resta è un atto di accusa – indiretto, inconscio? - contro i bombardamenti. Che la Germania dopo la guerra non si sia pianta addosso - o anche abbia finto di nulla, se questo fosse il caso – non è titolo di demerito o vergogna. Ciò che solo può indignare – che indigna Sebald, anche se lui non lo sa, o ammesso che non lo sappia – sono i bombardamenti. Il pamphlet si legge quindi, subliminalmente, come un invito al revisionismo storico, sia pure attraverso la letteratura. Una letteratura della distruzione, che rimetta in discussione l’efficacia dell’arma aerea, altro che come arma di distruzione di massa. E le responsabilità politiche e etiche degli Alleati, specie della strategia britannica dei bombardamenti massicci e notturni a scopo di terrorismo. Una revisione che, per quanto spassionata e non nazionalistica, non potrà che essere in contrapposizione, in qualche misura, con quella dello sterminio, dell’unicità di Auschwitz.  
L’invito è certo inintenzionale. Sebald è della specie dei tedeschi anti-tedeschi. Anglomane al punto da fare i pesi a danno della Germania spiegando che l’etica dei bombardamenti è stata invece discussa in Gran Bretagna, ai Comuni, alla camera dei Lord, e nelle stesse forze armate. Dei tedeschi rifiuta tutto, anche il cliché, dice, della Gemütlichkeit, del zum gemütlich Beisammensein, la convivialità bollando di superficialità, solo rumorosa. E lamenta l’uso, ancora dopo la guerra, di dirsi divertiti bis zur Vergasung, gasati. Ma l’invito è nella cosa: le sue pagine sui bombardamenti, di critica a chi non ne ha parlato o non ne ha scritto, sono già una testimonianza. Molto viva: è come se Sebald avesse vissuto quei bombardamenti, benché avesse solo un anno e stesse lontano e protetto, nelle prealpi al fondo della Germania. E restano una richiesta tassativa di riempire il vuoto, di parlarne: di studiare i bombardamenti, anche solo descriverli, nella loro terribilità.
La revisione è comunque inevitabile, facile prevederlo. In Germania e in Giappone. E qualche traccia c’è già, Sebald è solo il primo.
La bizzarria, a un secondo pensiero, è soprattutto sul piano letterario. Alla Germania Sebald rimprovera, nel saggio su Améry qui non compreso, di non avere nichilisti del calibro - a Parigi - di Bataille e Cioran. In realtà, quello che Sebald ha in mente e manca alla Germania è un Céline, di dopo la prima e dopo la seconda guerra mondiale – nome che sicuramente avrebbe vituperato. O anche solo di un Jünger, il fustigatore della “guerra dei materiali”, terribile già nella Grande Guerra, che Sebald invece cita, qua e là, come l’anima nera sotterranea della Germania.
W.G.Sebald, Storia naturale della distruzione, Adelphi, pp. 149, ill. € 16

giovedì 13 febbraio 2020

Ombre - 500

Gli Stati Uniti hanno spiato amici e parenti per tutto il secondo dopoguerra grazie a una succursale svizzera della Cia – fino ai primi del Duemila, agli anni di Bush jr. e Obama, quando lo spionaggio elettronico è subentrato. Lo rivela la “Washington Post”, con documenti probabilmente della stessa Cia: si rivela la cosa, come una minaccia, ma niente sui tanti segreti, per esempio italiani, di quegli anni.

“Di Maio? Vendeva bibite e ora fa il ministro”. Lo dice Ilona Staller, (ex) pornoattrice, e quindi non ha titolo. Ma perché lo dice solo lei?

Si arresta cinematograficamente Salvatore Nicitra, il “quinto re di Roma”, “da trentanni il boss riconosciuto delle slot machines”, dopo essere stato a capo del mercato della droga a Roma Nord, complice della banda della Magliana. Ma è un titolo di merito, arrestarlo, Nicitra con ben 37 scagnozzi, dopo trentanni?

“È la figura più detestata dai populisti”, spiega Lerner di Soros su “la Repubblica” elogiandone il libro di autoelogio, “Democrazia! Elogio della società aperta”: “Il ricco che sposa ideali progressisti anche quando entrano in contrasto con i suoi interessi”. Ma Soros è in piena attività con i suoi fondi, che non possono essere progressisti.

“Tutte le catene produttive”, o “di valore”, “fanno capo alla Cina” - Stefano Manzocchi, capo Centro Studi Confindustria. La scoperta dell’Africa, la quale era stata scoperta prima di Gesù Cristo. Tutti i progetti di produzione globale e d’innovazione fanno capo alla Cina. Questa la verità della globalizzazione. Ignota ai più, e non si sa perché.

La Cina è leader dell’economia mondiale grazie alla capacità di programmare indefettibilmente per un mercato di 1,3 miliardi di persone, e all’infusione di capitale pubblico attraverso le aziende di Stato e la banca centrale (modulazione del tasso di cambio, politica creditizia). Cioè grazie al regime monolitico. Il mondo dipende da un miracolo cinese che è legato strettamente a – dipende da – un regime politico dittatoriale.

La Cina sta lì, enorme, e non si nasconde: un regime dittatoriale, i furti di tecnologia, il capitalismo di Stato, senza interessi e esentasse. Ma si fa come se fosse bella-brava-e-buona.

“Detrazioni sull’idraulico, così si combatte l’evasione”: la Cgil scopre dopo un secolo con Landini che l’evasione siamo tutti noi, per i servizi, più che i ricchi. Ma l’Iva sui servizi , al 22 o 23 per cento, non è un furto?

“Irpef  italiana da primato”, titola “Il Sole 24 Ore” una sua ricerca: “In Italia un dipendente con due figli e 35 mila euro di reddito paga circa 6 mila euro, in Francia zero e in Germania arriva a quota 1.150”. Poi dice che l’Italia non  fa figli. Poi dice che l’Italia non funziona.

Come il lontano predecessore Zeman, un altro che le perdeva tutte, l’allenatore della Roma Fonseca ha scoperto che a Roma conviene dare la colpa agli altri delle sconfitte a ripetizione: “La linea degli arbitri non è sempre la stessa” – sottinteso, naturalmente, “favoriscono la Juventus”, “ci danno troppi cartellini”, “non ci danno i rigori. Prima di perdere l’ennesima in casa, col Bologna.
Gli arbitri allungano la vita agli allenatori.

Si celebrano a Saremo le “cover”, i vecchi successi. Belli, e tutti famosi, molto, giustamente, ma tutti o quasi lontani dalla vittoria nelle gare sanremesi cui hanno partecipato – qualcuna perfino bocciata. Come a dire: non prendeteci sul serio.

Il califfato del Vecchio della Montagna

Il califfato nel dodicesimo-tredicesimo secolo. In Medio Oriente, a cavaliere tra Siria, Iraq e Iran. Di fondamentalisti volentieri martiri. Una ricerca appuntita di storia dell’islam che, involontariamente, anticipava negli anni 1950 quanto è avvenuto nel decennio scorso – e ancora  avviene, seppure in ridimensionamento.
È la vera storia del cosiddetto Vecchio della Montagna. Del ridotto tra le asperità al confine tra Siria, Iraq e Iran, attorno a una serie di “castelli”. Creato dai Nizariti, una setta di derivazione sciita-ismailita – a differenza del califfato di al Baghdadi, di derivazione sunnita-wahabita-salafita. Imprendibile, e attivo con pratiche terroristiche, in aree anche remote, come l’Europa, per un secolo e mezzo: i Vecchi della Montagna furono in realtà almeno otto.
I Nizariti, una setta piccola, furono subito forti per aver creato un loro Stato. Nel quale l’eresia fu talmente radicata, fanatizzata, che nel 1164 potevano proclamare il paradiso in terra, o “resurrezione” (Qiyama). Esentando i fedeli dalla legge, la Sharia, avendoli decretati già in terra a una vita spirituale immortale.
Un libro non semplice, tra teologia e filologia. Non un reportage di fatti diversi, di attentati, suicidi, massacri. Non un film d’azione, il volume è di ricerca accademica, attento a ricostruire il complesso dottrinale del nizarismo, con l’analisi dei testi della setta confrontati a quelli del “nemico”, il mainstream islamico.
Hodgson è lo storico più accreditato dell’islam, benché abbia pubblicato poco e sia morto giovane, di appena 44 anni, nel 1958. Grazie alla sua storia dell’islam in tre volumi, “The Venture of Islam: Conscience and History in a World Civilization”. Con la quale allarga per primo tra gli studiosi contemporanei lo sguardo dall’islam arabo a quello persiano e indiano. Alla “Persianate Society”, che modellò il pensiero e la pratica dell’islam dal periodo di Mezzo in poi, dal Nono al Tredicesimo secolo.
Hodgson è anche un precursore della moderna “storia mondiale”, fuori dagli schemi dell’“eurocentrismo e dell’“orientalismo”. Contestava in particolare la nozione di “eccezionalismo occidentale”. Spostando la “divergenza” (preminenza) europea dall’Umanesimo, nel Trecento, alla rivoluzione scientifica del Seicento.
Americano, quacchero, fu influenzato da Massignon, il sacerdote orientalista francese, per l’empatia verso l’islam. E da John Woolman, un quacchero del Settecento, per la critica all’eurocentrismo.
Marshall G. Hodgson, L’ordine degli assassini, Adelphi, pp. 522 € 32


mercoledì 12 febbraio 2020

Recessione (86)

Nell’ultimo trimestre del 2019 il pil è diminuito dello 0,3 per cento. Ancora un altro calo e la recessione diventa ufficiale – formale.

Crolla la produzione  a dicembre, - 4,3 per cento. A partire dai settori che più hanno mercato e contraddistinguono l’industria italiana: macchine utensili (-7,7), automotive (- 7,3), legno (-6,6).

La produzione cala in Italia in parallelo col calo dell’attività in tutta Europa, -3,5 in Germania e - 2,7 in Francia. Ma in Italia il calo è più accentuato: non si fanno più investimenti.

Ristagna l’economia in tutta Europa, ferma alle politiche di stabilizzazione e compressione fiscale. Mentre negli Stati Uniti continua a correre, e anche in Cina, malgrado il nuovo virus letale.

L’Istat studia come far valere una crescita dell’economia nel 2019, seppure dello 0,1 per cento. Ma la sostanza è il ristagno, con forti sintomi di debolezza.

La crescita del pil nel 2020,  che il governo prospetta dello 0,6 per cento, prospettiva già irrisoria, sarà al più dello 0,2 per cento nell’ipotesi più favorevole.

Il mondo com'è (395)

astolfo
Bombardamenti - Sono stati e sono, con i velivoli con i missili, l’applicazione e il motore della “guerra totale”, senza più fronti di battaglia, con il coinvolgimento di tutta la popolazione nemica. Non sottoposti finora a revisione critica della loro incidenza e della loro eticità.
Un accenno di critica comincia a farsi strada in Germania, che ne fu speciale bersaglio nel secondo conflitto mondiale,dopo un lungo periodo di autocensura. Dei  bombardamenti alleati, con i celebri episodi chiave della Tempesta di Fuoco di Amburgo e dell’annientamento di Dresda. In totale, è piovuto sulla Germania un milione di tonnellate di bombe, che hanno fatto 600 mila vittime, in 131 città, alcune bombardate più volte  nel corso di 400 mila incursioni. In Vietnam questo record è stato superato, senza effetto, e senza un riesame: la guerra è finita in sconfitta, ma la efficacia dei bombardamenti non è stata per questo messa in dubbio.
Nella Germania Orientale la guerra aerea di annientamento fu subito contestata dopo la fine del conflitto, in funzione anti-occidentale. Per lo stesso motivo il riesame critico fu omesso in Germania Occidentale. Ora si fa strada.
Già Sebald, nella “Storia naturale della distruzione”, 1997, poneva il problema. Addossava alla Germania di Hitler la prima teoria della guerra aerea totale e i primi attacchi. Ma al contempo rilevava, da anglista, lo speciale impegno della Raf negli attacchi aerei massicci notturni, a scopo di terrore, sulle città. Sotto l’impulso di “Bomber Harris” o “Butcher Harris”, il Macellaio, sir Arthur Harris, il maresciallo dell’Aria della Raf, l’aviazione britannica, a capo del Comando Bombardieri. Harris, teorico dei “bombardamenti a tappeto notturni”, a scopo di terrore, era molto influente su Churchill, che invece sui bombardamenti dei civili aveva riserve.
L’equivalente del maresciallo Harris fu nel Pacifico il generale dell’Usaf, l’aviazione americana,  Curtis LeMay. Di LeMay si è persa la memoria. Il suo ex sergente George Wallace,poi governatore democratico dell’Alabama, passato alla storia come “il perdente più influente del Novecento”, per le quattro primarie perse a candidato presidenziale democratico, lo incluse nel suo “ticket” elettorale come vice-presidente nel 1968, ma a nessun effetto. In guerra fu famoso per la teoria che “non ci sono civili innocenti”. In Giappone distrusse in sei mesi 64 città con le bombe incendiarie. Quindi Hiroshima e Nagasaki con l’atomica. Facendo in totale un milione di morti. Ma professando la verità, non da cinico: “Se non vinciamo saremo criminali di guerra”.

Dei bombardamenti alleati l’Usbus, United States Strategic Bombing Survey, diretta dall’economista J.K.Galbraith, ha accertato a fine guerra l’inutilità militare. Distrussero le città tedesche e gli abitanti ma non l’industria bellica, che anzi, riconcentrandosi, fu più efficiente. Oltre, naturalmente le abbazie, in Italia e anche in Francia.
Galbraith troverà conferma nelle memorie di Albert Speer, l’architetto di Hitler che in guerra fu anche il suo efficiente ministro degli Armamenti: nella prima metà del 1944 la produzione tedesca di cacciabombardieri crebbe malgrado i massicci bombardamenti quotidiani notturni. Fu una gara ugualmente ispirata, ma le fabbriche Usa produssero di più.

I bombardamenti civili sono una novità introdotta dalla Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Che la esercitò in Spagna nel 1936, su Guernica. Il Blitzkrieg  tedesco contro la Polonia fu soprattutto opera dei massicci attacchi aerei – non notturni, mattutini, all’alba. Dopo qualche mese la Luftwaffe produsse lo stesso effetto, di terrore e demoralizzazione, in Francia, nella Francia nord-orientale, col primo fenomeno della popolazione in fuga in massa verso le campagne, mitragliata a ripetizione. Quindi su Coventry e Londra. E su Stalingrado.
Londra Hitler vagheggiava di distruggerla con i bombardamenti. Nelle sue “Memorie” Speer ricostruisce una cena alla Cancelleria nel 1940 in cui Hitler si dilunga sull’annientamento di Londra con le bome incendiarie: “Avete mai visto una mappa di Londra? È costruita così densamente che un solo fuoco basterebbe a distruggere l’intera città, come fece oltre duecento anni fa. Göring appiccherà fuochi su tutta Londra, fuochi dappertutto, con innumerevoli bombe incendiarie di un tipo nuovo. Migliaia di fuochi. Finiranno in un’unica grande fiammata sull’intera area. Göring ha l’idea giusta: gli esplosivi ad alto potenziale non funzionano, ma possiamo riuscirci con le incendiarie: possiamo distruggere Londra completamente”.
Su Londra non successe – era già cominciato il contrasto aereo Alleato. Ma su Stalingrado sì. Nell’agosto del 1942, poco dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa contro l’Unione Sovietica, la Sesta Armata tedesca era già sul Volga. E un attacco aereo notturno concentrato, con milleduecento bombardieri in azione, terrorizzò Stalingrado, piena di rifugiati dalle campagne, causando 40 mila morti. Nell’entusiasmo delle truppe tedesche sulla riva opposta del fiume.

“Le nostre città sono solo una parte\ di tutte le città che abbiamo raso al suolo”, commenterà Brecht nell’“Abicì della guerra”.
In nota a una delle foto, il primo bombardamento inglese su Berlino, la notte del 10 settembre 1940, Brecht stesso dà però la paternità-responsabilità del bombardamento indiscriminato agli anglo-americani – Brecht, tornato da lungo e proficuo soggiorno negli Stati Uniti a Berlino Est, condivideva la politica anti-occidentale del governo della Germania Democratica:
“Dal 1940 all’aprile 1945 sulla sola Germania furono sganciate:
peso delle bombe in tonnellate      = 1 300 000
vittime                                            = 500 000
percentuale delle vittime per tonn. = 0,38”

Patto Hitler-Stalin – Formalmente patto Ribbentrop-Molotov, dal nome dei ministri degli Esteri di Germania e Urss, fu molto elaborato (dettagliato), benché negoziato e concluso apparentemente di sorpresa e in pochi giorni. E il curioso è che i suoi effetti si estenderanno durante la guerra, a beneficio di Stalin, grazie all’accordo degli Alleati invece che di Hitler.
A Teheran nel 1943 Churchill e Roosevelt riconobbero a Stalin l’annessione della Polonia orientale, alla quale aveva proceduto a partire dal 17 settembre. Invadendo la Polonia per “proteggere “bielorussi e ucraini”. In base agli accordi Ribbentrop-Molotov.
Le direttive sovietiche per l’attacco del 17 settembre, ora pubbliche, stabilivano il 14 che l’Armata Rossa doveva procedere a “distruggere l’esercito polacco”,  “farlo a pezzi con una offensiva fulmine”, se necessario “avanzare col fucile e la baionetta”, nella “più giusta delle guerre rivoluzionarie”. Sul piano diplomatico e della propaganda, invece, l’intervento si spiegava come “un aiuto fraterno” alle popolazioni ucraina e bielorussa, e annunciavano che l’Armata rossa veniva a “liberarle dai padroni e capitalisti polacchi”. L’1 novembre Mosca dichiarava l’insieme della popolazione, polacchi inclusi della Bielorussia e dell’Ucraina occidentale, e gli abitanti di Vilna cittadini sovietici.
A  luglio del 1941, come primo esito della guerra di Hitler e Stalin, la Galizia, l’area polacca annessa all’Unione Sovietica, fu ricostituita come quinta provincia del governatorato generale della Polonia amministrato dal Wawel di Cracovia dal famigerato Hans Fank. Il 19 gennaio 1943 Stalin ritornava, “a titolo definitivo”, all’incorporazione dell’1 novembre 1939. L’incorporazione veniva riconosciuta da Churchill e Roosevelt a Teheran.

astolfo@antiit.eu

L’Oscar allo squallore

Un aneddoto banale, immagini da mini-serie tv, due lunghissime ore e un quarto, la Palma d’Oro a Cannes e tanti Oscar. Da evitare.
Un film tutto di mano del giovane regista, anche soggetto e sceneggiatura. Di scuola, “italiano”: un terzo commedia all’italiana, un terzo neorealismo, e un terzo Argento-Tarantino - oltre che per la colonna sonora, Gianni Morandi “In ginocchio da te” e arie varie. Ma sconclusionato e squallido. Tre film in uno? Due sicuramente - la terza parte che ci azzecca?
Bong non è antipatico, anzi, ma perché caricarlo di premi? E sempre l’assillo: ma i critici che film vedono?
Bong Joon-ho, Parasite

martedì 11 febbraio 2020

Secondi pensieri - 409

zeulig
Derrida – O della dimensione ludica della filosofia. Si può riflettere per giochi (di parole), concatenazioni, scomposizioni, ricostituzioni, e per suoni e tonalità (omofonie, cacofonie), sciarade, affermazioni per interrogative negative? Per ribaltamenti più che per affermazioni? Evidentemente si può. Con che effetto? Una messe abbondante attraverso l’asistematicità. Come contrapposta alla sistematicità.
Una metodologia più o meno produttiva non è dato sapere, il pensiero non si addiziona.
La conoscenza è una tela di Penelope? O meglio una tovaglia fuori misura, che cade da tutti i pizzi? Ingombrante?  

Diavolo - “Astuto e maligno” lo dice san Paolo che ne è l’inventore, benché il male non conosca freno. Avrà disposto per questo di cancellarsi, la territio verbalis prendendo beffardo a prestito dagli Inquisitori, la rimozione verbale: nel Novecento del suo trionfo ha infilato la propria rimozione, è un secolo che non ci sono più diavolerie nel mondo. Tutto, tutto il male, è ora technicality,  anzi algoritmo, con un grosso lento lavoro dietro di dematerializzazione e asintotizzazione.

Filosofia – Brexit, sovranismi, populismi depreca il filosofo Floridi (“la Repubblica, 5 febbraio), senza chiedersi come né perché. Dice che sono colpa della filosofia, che non se ne occupa. Ma lo dice allo stesso modo come lo dicono i media, che non analizzano, solo stigmatizzano – o plaudono. E non si capisce: la filosofia dovrebbe occuparsene per deprecare questi fenomeni, o per spiegarli, spiegandoseli – magari anche deprecandoli? Da che lato è il deficit conoscitivo?
La funzione critica della riflessione è rimasta ancorata all’impegno. Nella forma perfino rigida, irreggimentata, dell’agitprop, bel al di là della “libertà nella responsabilità”, fino alla quale si impegnava Italo Calvino  - che però era, lui stesso lo sapeva, “moralità nell’impegno”, un impegno morale, politico. Una categoria ardua, anche nella sua stagione – Gramsci era prudente in materia. Nello stesso Sartre che la teorizzava e la praticava ha prodotto guasti notevolmente superiori – basti il sovietismo – ai benefici. Sempre a margine della ragione critica.

Identità – È isolana? È più forte nelle isole, in Inghilterra come in Sicilia o in Sardegna – e anche gli Stati Uniti si possono considerare, benché continentali geograficamente, isolani, avulsi dal contesto nel quale si sono localizzati e di cui hanno distrutto ogni connotato, nonché nello stesso continente che li ospita.
Ma nelle isole poi si sottodistingue. Un inglese non è uno scozzese, tanto meno un irlandese. Un texano non sarà mai un californiano, o un newyorchese. Anche la Sardegna è divisa, in lingue e culture, se non in tribù. Mentre la Sicilia, la regione italiana più caratterizzata e isolana, è stata il melting-pot italiano per eccellenza. Ricca, di acqua e sole, e poco abitata, ha avuto i fenici, molti greci, gli arabi e i berberi, i normanni, che hanno introdotto molte maestranze “lombarde” (anche di Lomellina e Monferrato, e dell’Appennino ligure), molti toscani con gli Svevi, e la poesia siciliana, e naturalmente aragonesi, catalani, valenciani. Più gli spagnoli di Carlo V, che non si sono mischiati però hanno comandato. Che cos’è la sicilianità (la sicilitudine si può capire, è una nostalgia)?

Minoranza – È la condizione, personale e sociale, più protetta nel’età dei diritti. Donna, nera, lesbica, così la romanziera americana Alice Walker carica la protagonista del suo romanzo d’epoca “Il colore viola”, per dire sfigata in quanto vittima: perseguitata dai bianchi in quanto nera, dagli uomini neri in quanto donna, e da uomini e donne di ogni colore in quanto lesbica. Indirizzandosi, in forma epistolare, a Dio per comprensione e protezione. In realtà protetta da questa condizione - anche da una valutazione critica del romanzo-saggio di cui è attrice.
Le maggioranze, di ogni tipo e quantità (nazionali, etniche, religiose, culturali, produttive, etc.) si trovano nella condizione non di dover concedere qualcosa, poco o molto che sia, in base ai criteri basilari di eguaglianza e giustizia, ma di doversi difendere. È qui la radice della regressione politica, il fenomeno che si indica col generico plurimo populismo, in Europa e in America come in Asia, tra i caucasici e gli asiatici come tra gli africani.
La società si vuole compatta, benché articolata. Generosa, comunque giusta, con le minoranze, ma non da esse disarticolata. Non in forme assolutiste. La minoranza è peraltro diffusiva: germinativa, anche partenogenetica. Da questi due presupposti si genera il movimento anti-minoranze, come di difesa.
La combinazione di incondizionalità e moltiplicazione è inevitabile che generi una difesa, maggioritaria, e quindi più o meno esclusiva. Si celebrano, negli Stati Uniti e altrove, processi non sulla base di una colpa, o responsabilità comunque accertata, ma di diversi assetti, razziali, sociali, sessuali, perfino di età, che potrebbero\dovrebbero determinare una colpa, a carico del più forte, o meno debole.

Opinione pubblica – Scontata “l’insincerità sistematica delle pretese fonti d’informazione e dei leader dell’opinione pubblica”, Thorstein Veblen, “Teoria dell’impresa”, 1899, la dice conservatrice: “L’insincerità dei giornali sembra essere, nel complesso, di tendenza conservatrice”. Anche quando si vogliono progressisti. Nel presupposto che il “progressismo” sia per la verità – il bene, l’ottimo.

Rimozione – Perché non sarebbe parte dell’istinto di sopravvivenza, piuttosto che esercitarsi, più o meno subdolamente, come pulsione? Non storicizzabile, nell’individuo come nel gruppo.
Una Grande Storia delle rimozioni porterebbe a questa conclusione. Degli imperi come delle decadenze, delle chiese, delle nazioni, delle identità, tribali, etniche, nazionali, sociali. Si è fatto grande caso (sintetizzato da W.G.Sebald nella “Storia naturale della distruzione”) della rimozione radicale che la Germania ha operato, con moto inconscio (non detto) collettivo, della sua propria distruzione nell’ultima guerra, per quanto radicale e luttuosa. Alla mancata elaborazione del lutto  sovrapponendo anzi un’operosità instancabile, benché in condizioni di deprivazione estreme. Una rimozione a fin di bene.
La stessa Germania offre il caso opposto, della mancata rimozione. Successe nella precedente sconfitta, nella Grande Guerra, e portò a un revanscismo esasperato.   

Storia - La storia è avvincente dopo Lessing, diventando, per essere educatrice del genere umano, superflua quando l’uomo è maturo.
O comincia con l’accesso dell’uomo alla maturità, e allora apre una prospettiva infinita: scrivere la storia è approssimare la perfezione – la fine della storia – approssimando la verità. Avventura appassionante, rigettare la verità per consentire all’uomo di vivere, in qualche modo.

Verità - Importa a Dio, e da questo punto di vista è nota. Per l’uomo è un perturbante, dirà Freud, impedendo la tolleranza, che vuole ragione, e ne svia lo sviluppo.

zeulig@antiit.eu

Calvino editor di malavoglia, applicato e inconcludente

“Io del resto sono di quelli che se avessero visto un manoscritto di Svevo non si sarebbero accorti d’avere a che fare con uno scrittore”. Calvino è – forse patologicamente - scostante, alieno alla confidenza, ma brillante. E gran lavoratore - il complesso del primo della classe: legge, chiosa, scheda, consiglia, nel mentre che svolge il lavoro di fatica redazionale. E onesto, anche generoso. Con una vena, al fondo, gogoliana. Ma la raccolta è a rileggerla chiusa, grigia.
Più animata nei pregiudizi. Contro il bildungsroman in particolare - oggi Calvino impazzirebbe, tra tutti i selfie ¸e gli Schopenhauer teen-ager. O Anatole France, “scrittore che detesto”. Henry Miller, “odio H. Miller”. “Kerouac lo trovo retorico, non mi piace”. Bachelard, “vacuità spiritualistica, truccata da materialismo”. Contro il toscano: “A me la parola fattore dà ai nervi, perché mi ricorda la Toscana e le Veglie di Neri”. Contro i francesi: “Il mio odio verso la critica francese sta diventando viscerale” - salvo riconoscersi entusiasta in una paginetta di François Wahl che presenta nel 1960 il racconto “L’avventura d’un poeta” in traduzione. Contro Camilo Cela, il futuro Nobel - in effetti misterioso: “Una delle persone più vacue e insopportabili della letteratura internazionale”. Nel 1965 è reduce una “una lunga campagna contro le «presentazioni» nella Liberia di Roma, come tipo di manifestazione ormai logoro e stracco” – altro impazzimento oggi.
Un Calvino perfino umorale, per quanto controllato. Anche negli errori. Tonino Guerra scambiato per scrittore “sociale”. Malerba per uno che “racconta contadini”... A p. 441 loda alla “gentile signorina” Antonella Santacroce le riviste letterarie, il porto dei giovani. A p. 442 scrive alla traduttrice tedesca: “Non leggo nessuna rivista perché trovo che è tempo perso”. Contro i “romani”: “Come ci ha tarpato le ali”, scrive il 14 gennaio 1964 a Parise, “(a te, a me, a tutti), il trionfo del verismo romano-piccoloborghese” – “(ma sono stati tutti fregati, Moravia per primo, anche se non se ne rendono conto)”. Ma sempre come di chiesa, in odore di sacrestia.
L’indaffaratissimo scrittore-redattore-dirigente è partecipe ma castrante - perfezionista. Un po’ ipocrita, ma il giusto. Di poche parole, lo dice Fruttero nela presentazione, ma espansivo sulla carta.
Con una certa platea, almeno in questa raccolta: provvido di anamnesi circostanziate, di lunghe pagine, con corrispondenti sconosciuti ma familiari, con i quali si dà il tu. Cioè di parrocchia, anche dopo l’abiura del 1956? Quelli che non ne fanno parte sono tollerati di mal’animo, Bassani, Cassola, perfino Gadda, e Ortese, giusto perché fanno vendere. Del centinaio di corrispondenti qui registrati non resta nessuno, tranne, per una o due lettere, Domenico Rea. Presto peraltro stanco, dopo il matrimonio, della “vita letteraria”: “Da un po’ di tempo in qua leggo solo libri di astronomia”, scrive il 13 maggio 1965 a Rea, “la vita letteraria è come la vita militare. Finché si è giovani si può sopportare”.
Forse vittima, si direbbe con lui, della mediocrità imperante. Aii Wahl, che a Parigi fa l’editore, spiega nel 1962: “Cerchiamo di pubblicare il meno possible, roba buona in giro non ce n’è”. Ma quell’anno uscivano altrove Arbasino, Tobino, “Il clandestino”, premio Strega, Arpino, “Una nuvola d’ira”, Bianciardi, Bassani, “Il giardino dei Finzi Contini”, Volponi, “Memoriale”, Dacia Maraini, alcuni passati inutilmente da Einaudi.
Vittima, più probabile, dell’aria di sacrestia. Ma: per un falso scopo? Calvino non era un trinariciuto. A un certo punto lo dice anche: “La nostra generazione”, scrive l’11 gennaio 1965 al compagno De Jaco, “si è ritrovata vecchia da un momento all’altro”, al momento della verità disvelata nel 1956, e sorpassata  in “questo nostro tipo di letteratura con tutti i suoi piani morali e politici e lirici e di osservazione oggettiva d’interiorità”. Forse l’abito resta sacramentale, seppure non più fondamentalista.
La stessa scelta e il montaggio non sono innocenti – la raccolta esce nel 1991, ma è già da tempo progettata, ricercata presso i tanti interlocutori, e ordinata. Cone un monumento a ai “vecchi bei giorni”. O è il lavoro editoriale, che si denuda male.
Fa immalinconire, nel mentre che il volume lo celebra, il lavoro editoriale – la scoperta del genio. Quell’essere e non essere, e i contorcimenti attorno alla scintilla, all’arte, al genio. Che editor migliore di Calvino si può immaginare, con tutta la zavorra della casa-chiesa? Ma la realtà è che la casa editrice funziona attorno al commerciale, ai promotori, a quelli che sanno, che fiutano, cosa vende e cosa no - e agli autori, quando ne capita uno buono. La buona editoria è commerciale, quella che sa vendere, attenta a estrarre il meglio dal “mercato” - il genio viene da sé, dai lettori.
Un po’ di Calvino comunque c’è, la raccolta è voluminosa. Il socievole misantropo in qualche modo si manifesta, libero di esserlo. E di amare Nievo: “Le «Confessioni» sono uno dei miei libri preferiti, e scopro sempre che fruttificano nelle mie pagine senza che me ne accorga”. “Liberato” si dice dopo il 1956, da “eremita del socialismo”, dopo la parziale abiura dal partito – o un po’ prima, l’insubordinazione era nell’aria?: “Odio Galv. D.V.” osa scrivere a giugno di quell’anno, Galvano Della Volpe, massima autorità filosofica del Partito, del materialismo. Concetto che a maggio del 1957, a Franco Fortini orfano inconsolabile, dice e ribadisce, a ogni capoverso: “Viviamo un’epoca buia”, e cos’altro si voglia, ma “in questa situazione io sto benissimo, devo dire, e mi abbandono finalmente a una totale misantropia che scopro corrispondere pienamente alla mia natura”.
È l’unico aspetto che abbia ancora interesse: una raccolta su e di Calvino. Un reperto biografico. Com’era la letteratura quando non c’erano i funzionari editoriali e i redattori? Molte lettere d’ufficio a Vittorini, che stava a Milano. E richieste di aiuto a Cocchiara, quando prepara la raccolta delle fiabe italiane. Il lavoro editoriale è – per Calvino, in Einaudi, in quegli anni - tanto puntiglioso, professionale, quanto vacuo: forse nessuno dei titoli qui trattati si conserva. Prima del 1956, e anche dopo - Vittorini, attento a ogni briciolo d'ingegno, rifiutava Lampedusa. 
Un libro che su eBay va molto, quota sui 100 euro. Ma non si ristampa negli Oscar. Non senza ragione: la rilettura certifica un deserto, dell’impegno. Di buone intenzioni, ma allora poco perspicue – intelligenti. L’impegno è una passione e non un esercizio critico. L’effetto è del catalogo storico Einaudi: di quegli anni si salva poco, e solo quello autoprodotto, Pavese, Calvino, forse Natalia Ginzburg. Primo Levi è uno scocciatore. Sciascia assunto in trono dopo un decennio buono di assiduo corteggiamento, per aprirsi un varco verso il liberalradicalismo.
Il titolo è preso da un’intervista a “Mondo Operaio”, il mensile del Psi, nel 1979.
Italo Calvino, I libri degli altri

lunedì 10 febbraio 2020

Problemi di base giudizievoli - 438

spock 

Dal decreto al milleproroghe, la giustizia per ridere?

Senza vergogna?

Perché la giustizia di piazza è invece di qualche giudice?

Di partito, di affari?

Paga lo stato – lo Stato siamo noi – l’errore giudiziario, con gli interessi, dieci e venti anni dopo, mentre il giudice ha fatto carriera a cieli aperti?

Non c’è nessuno che chieda conto ai giudici di quello che fanno?

Ma, allora, non c’è più posto in paradiso, tutto pieno di giudici?


spock@antiit.eu

Merkel al capolinea

La ricerca è febbrile nella Cdu, la democrazia cristiana tedesca, di un presidente del partito che sia un’alternativa anche immediata a Angela Merkel. Se necessario azionando la crisi di governo – la Cdu-Csu, l’alleanza con i cristiano sociali bavaresi, governa a Berlino con i socialdemocratici. Un’alternativa da destra.
La crisi in Turingia, dove la Cdu locale aveva imbarcato al governo la destra Afd, scelta sconfessata da Angela Merkel, ha posto subito il problema che divide il partito, e la coalizione con la Csu, da alcuni anni. Da quando l’Afd, partito di destra costituzionale, è cresciuto, a spese della Cdu e della Csu. Partiti la cui funzione politica nella storia ormai lunga della Repubblica Federale è sempre stata di recuperare e ammortizzare le derive a destra dell’elettorato.
Trent’anni fa (meno dieci mesi) Angela Merkel liquidava secca il suo padrino politico Helmut Kohl, sulla base della “questione morale”. Ora si cerca un’alternativa a Merkel da destra. Altrettanto secca: la preoccupazione, quasi la rabbia, nel suo partito è forte.
Le dimissioni della presidente del partito Kramp-Karranbauer, successora designata alla Merkel dalla stessa Merkel, è un primo passo. L’obiettivo è la cancelliera.
Angela Merkel aveva appena steso col “Financial Times” il 15 gennaio in forma di colloquio (reperibile sul sito del giornale e su quello della cancelleria) un bilancio sereno dei suoi governi. Specie in chiave economica e internazionale. Ma la sua immagine si identifica con posizioni di sinistra. Da ultimo, 2015-2016, sulla questione degli immigrati, percepita in Germania come in Italia, come una minaccia. E più in generale, sul diritto di famiglia, sulla questione energetica (carbone e nucleare), sullo scarso ruolo internazionale.

Il caso Juventus

Juventus FC è un caso sportivo. In un’annata in cui paga ingaggi record, per 350 milioni (il secondo club col più oneroso monte ingaggi, Inter, ne paga 139), che è la peggiore da dieci anni a questa parte - poco agonismo, poca qualità, gestione disastrosa, sul campo e nello spogliatoio, talenti mortificati o cacciati, acciacchi a ripetizione, sconfitta perfino dalla squadra più povera del campionato, Hellas Verona, monte ingaggi 25 milioni. Delle squadre di vertice quella che ha preso più gol e ha perso più partite, con punteggi disastrosi. Conta su media ossequenti, che non rilevano le debolezze, e comunque questo non importa.
Importa invece che il club è quotato in Borsa. Con un debito eccessivo, e conti deficitari e in peggioramento - anche perché condizionati dalle basse perfomances sportive, su promotori, sponsor, utenze, vendite, perfino i biglietti allo stadio. Con manager zittiti o cacciati perché critici. Conta anche per questo su media ossequenti, e qui la cosa non va più bene.
Peggio è il fatto che, oltre all’indebitamento e al management, la revisione contabile e gli acquisti-cessioni sono oggetto di voci persistenti di inaffidabilità e\o corruzione. In particolare sulle provvigioni ai procuratori, gli intermediari dei vorticosi acquisti\cessioni – e dell’indebitamento.
Qui non è questione di media, più o meno favorevoli al club, ma di regole di Borsa e di Consob. La quale però fa come Juventus FC non esistesse al listino.

L’affare Moro come non l’avreste mai immaginato

Quasi un pastiche del complottismo. O una satira. In copertina la foto di due musoni, Kissinger e Moro, che invece ridono divertiti, incontrandosi a Fiumicino ai primi di luglio del 1974, in mezzo l’interprete che si sganascia, si vede che i due erano anche spiritosi. E il ricordo monta di Moro unico Dc di cui Washington si fidava, dai tempi della guerra del Vietnam, quando il suo sostegno da presidente del consiglio fu incondizonato - a differenza di Fanfani, e di Andreotti. Una storia insomma alla “Ocean’s Eleven”, uno si aspetta sempre che il regista, l’autore, gli autori, gli attori facciano cucù. Dopo sgambate, elicotteri, limousines, e cambi vertiginosi di covo. Ma non avviene.
Oppure un fantasy. Ci sono infatti delle alternative: il Vaticano ha parecchie case al mare vicino a Roma, di cura e non, dove tenere Moro. La storia si potrebbe leggere allora come un fantasy, con le sliding doors: a ogni snodo uno fa una scelta, vai di qua o vai di là?, e di scelta in scelta si monta la sua propria storia. Ma non avviene. A settembre dello stesso 1974, dice la vedova, Moro era andato a Washington al seguito del presidente Leone, e Kissinger o chi per lui gli disse: “Si regoli, con questa sua fregola di portare al governo tutte le forze sane del paese, o la pagherà cara”.
Moro, insomma, questa la storia, come Allende, cinque anni dopo – anche se senza più Kissinger (gli italiani sono pigri in politica estera, sanno e si curano di poco - chi è il segretario di Stato in America? Kissinger). Spazzato via dalla Cia. Con la complicità del Vaticano. Subalterni “collaboranti” i “principali partiti politici (Dc, Pci, PSI)”. Le Br c’entrano, ma come manovalanza.
Grande idea di complotto: della Cia e del Vaticano uniti nella lotta, con il Sifar, o come allora si chiamava, di complemento. E un serqua di manovali del crimine brigatisti da tenere a bada. Non si può dire che Faremondo, collettivo bolognese di cui Montagna e Soldani sono fondatori, non faccia onore al nome – non potendo scoprire altri continenti, Bologna non ha il mare. Ma, stranamente, non c’è Andreotti, che era il vero anti-Moro. Manca anche il Pci, che volle Moro morto. Si prepara un remake? Grande idea, quella del Pci governato dalla Cia, e dal Vaticano.
Se il sequel ci sarà, un altro particolare può venire utile: i servizi segreti italiani erano controllati da Moro, attraverso Miceli, e poi con l’ammiraglio Casardi. È vero che il sequestro avvenne tra lo scioglimento del Sid ex Sifar di Miceli e Casardi e la costituzione di uno nuovo, il Sisde, con un generale andreottiano a capo, il romanissimo generale Grassini. Insomma, non è da escludere un autorapimento, alla Sindona. Aspettiamo e vediamo.
Molte pagine ma con molti bianchi, e comunque si legge presto, come il giornale – domani è un altro giorno. Ma basta il sottotitolo, “Cabina di regia USA, Vaticano e apparati di Stato dietro l’affare Moro”.
Emanuele Montagna-Franco Soldani, Lei la pagherà cara, Pendragon, pp. 380, ill. €20

domenica 9 febbraio 2020

Letture - 410

letterautore
Avanti! – Il nome del giornale socialista, derivato dall’omonimo tedesco, il giornale della socialdemocrazia, era in origine il soprannome del maresciallo prussiano Blücher, quello della mossa decisiva contro Napoleone a Waterloo – dopo essere sta sconfitto e catturato alla battaglia di Jena.

Brexit – “C’erano cose che non mi piacevano del carattere nazionale degli inglesi”, scrive nel 1944 Ian Karski, il testimone polacco della Shoah che è stato a Londra a lungo nel 1942: “Erano freddi e formali. Molti non capivano l’Europa continentale e non se ne occupavano. Ma erano ostinati, forti, realisti”.

Italiano - George Steiner volle impararlo a quarant’anni  passati, negli anni 1970. E non su Dante, come tanti, ma su Malerba. Diventerà poi, con Walter Pedullà, il massimo estimatore di “Horcynus Orca”, il romanzone sperimentale di Stefano D’Arrigo – che proclamò a più riprese uno dei pochi grandi romanzi del Novecento europeo.

Manzoni – Uno del Settecento lo vuole Calvino, scrivendo a Moravia per esaltarne la contestata introduzione all’edizione Einaudi Millenni del romanzo. Nel mentre che lo celebra - celebra con Moravia anche Manzoni - lo dice “un borghese “ di “cultura settecentesca”. Lo dice per evitare di doverlo dire romantico, che a suo avviso è un’ingiuria. Ma sul romanzo va oltre: “«I Promessi Sposi» vanno valutati come un tardo libro del Settecento più che dell’Ottocento”. Per “l’asciuttezza di sguardo, il distacco signorile, la limpidezza di linguaggio, il gusto dell’ironia”. E cioè “tutti i lussi dell’intelligenza di cui ha imparato a fruire frequentando la letteratura francese”, e in Francia “gli illuministi, primo tra tutti il Voltaire, molto più che il cattolicesimo romantico”. 
Anche, in casa, perché no: i Verri, uno dei quali come un padre, forse di sangue, e il nonno Beccaria. Ma Manzoni illuminista?

Nebbia – Fa (buona) arte? Sul “Venerdì di Repubblica” Valerio Valesi ne fa l’ipotesi, a proposito di Ligabue, rilevando la Bassa padana fertile: “Si può dire che fu l’habitat naturale per lui come per altri  grandi visionari: da Giovannino Guareschi a Cesare Zavattini fino al Giannantonio Cibotto di “Scano Boa”,  al Giuseppe Pederiali di “La compagnia della selva bella”, all’Ermanno Cavazzoni di “Il poema dei lunatici” o, andando indietro ne tempo, a Folengo e all’Ariosto”.  L’arte che esce dalla nebbia.

Nudi – Erano la normalità fino al Cinquecento, con i differenti impulsi sessuali. Si resta stupefatti girando per la Villa Farnesina a Roma alla Lungara, il casino di Agostino Chigi, dallo sterminato numero di nudi, femminili e maschili, in tutte le posture e in tutte le attività. di Raffaello compreso, di Giulio Romano, del Sodoma, e di Sebastiano del Piombo, chiamato per questo da Venezia, primi anni 1500. Si direbbe una villino dei nudi, ma erano la normalità – i Chigi presto al fallimento lo vendettero ai Farnese, al cardinale che poi sarà papa Paolo III – non dei peggiori, e anzi ottimo. Roma era un’altra capitale della cristianità, non tanto per la simonia e il nepotismo, ma per la “visione del mondo”, tutta erotismo, anche nelle scene più o meno mitiche e storiche prese a pretesto nella miriade di affreschi.

Oratoria – Benigni giovedì, a Sanremo, Sorrentino venerdì, col finale del “New Pope”, hanno spopolato con discorsi di alta, prolungata, oratoria.  È il “genere” del Millennio,  a lungo prima in bassa fortuna: la magniloquenza.
Non sembrerebbe, il linguaggio imperante, dei social, essendo frammentario e apodittico. Ma forse per mancanza di parole, le ambizioni sarebbero fluviali, comunque retoriche. 

Salgari – Il suo maggiore, unico, studioso e cultore è inglese, l’italianista Ann Larson Lucas. Lo lo ricostruisce e analizza in tre corposi volumi, per 1.500 pagine, molto illustrate. Più uno sui romanzi di avventura: altre 230 pagine, illustrate. Li pubblica Olschki, per amatori. O per studiosi: Salgari all’accademia?

Scalfari – “Ci sono giornali, come questo, che esprimono il cuore di una vasta comunità”: così Scalfari ha commentato il 6 febbraio le lettere minatorie a lui indirizzate.
Un giornale-comunità, con input biunivoci, potrebbe essere una novità vincente nel panorama desertico del giornalismo – al modo degli scambi forsennati che fanno l’opinione dei social, ma ben indirizzata, su fondamenta. Con la rinuncia dichiarata senza, senza più sotterfugi e ipocrisie, alla pretesa di obiettività o verità, alla notizia separata dall’opinione, alla lealtà. Un giornale-chiesa - quale probabilmente Scalfari ha cercato nella massoneria, e cerca con Martini e il papa.
Un dilemma però per Scalfari. Avendo lui, dopo averlo creato, condotto “il partito di Repubblica”, la comunità, in ogni occasione, senza eccezioni, alla sconfitta. Anche quando aveva vinto le elezioni. Alla sconfitta politica.

Serbi – Si è contestato il Nobel Handke, perché vent’anni fa fece l’elogio dei serbi, reduci dagli eccessi in Bosnia. JoseppRth un secolo fa, esattamente nel 1922, andava più in là. Sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” scriveva, fra le tante lodi, proprio questa, in tema di identità: “Popolo privo di pregiudizi nazionalistici, di ogni fanatismo religioso, leale verso stirpi o razze diverse”. Mentre già allora tutti conoscevano i serbi per nazionalisti, nel presunto irenisno dell’impero austro-ungarico, della Vienna Felix, della Mitteleuropa.
Roth è pieno di acume politico nelle altre sue corrispondenze giornalistiche. Ma era pieno anche del mito austro-ungarico - ne sarà vittima, si può dire, nell’abbandono finale, suicida.
È vero però che Mladić, poi all’ergastolo come criminale di guerra, inalberava il facsimile di khepì austro-ungarico. Pur avendo i serbi, con l’assassinio del granduca, propiziato la guerra e il dissolvimento dell’impero.

Tradizionalisti impazziti – “Un tradizionalista impazzito” era Gadda secondo il perfido Montale, suo compagno di merende al caffè delle Giubbe Rosse a Firenze negli anni 1930. Stando all’attendibile Tommaso Landolfi, che ne scrisse viventi i due in una tarda testimonianza (ora in “Del meno”. § “De minimis”), all’epoca anche lui frequentatore quotidiano del caffè fiorentino: “Con una delle sue belle illuminazioni, il Montale definì una volta (in viva intervista e senz’ombra di censura) il nostro diletto Gadda «un tradizionalista impazzito»”. Landolfi concorda: “Per Giove, ecco una definizione cui l’interessato dovrebbe (se già non l’ha fatto) sottoscrivere toto corde”. Aggiungendo: “L’interessato, cioè gli interessati”. Perché “taluni invero non possono essere, come tradizionalisti, che impazziti; ma d’altro canto non possono essere che tradizionalisti… Taluni, del resto? – Meriterebbe anzi auspicare, tra tanti savi ed accorti antitradizionalisti, addirittura una scuola letteraria dei Tradizionalisti Impazziti”. Per sé professandosi sperimentatore – ovvero, sperimentatore stanco.


Tutto subito – Joshua Radin ha portato lunedì al Parco della musica a Roma un concerto che ha intitolato “Here Right Now”. “Vogliono tutto subito, ma non sanno cosa vogliono”, disse Croce dei suoi liberali radicali. Radin, un cantautore americano, uno dei tanti, vuole l’amore, l’amicizia, l’accoglienza, e “il principio dell’autodeterminazione”. È l’età dei diritti. 

letterautore@antiit.eu 

Asfissia da fisco

“Irpef  italiana da primato”, titola “Il Sole 24 Ore” una sua ricerca: “In Italia un dipendente con due figli e 35 mila euro di reddito paga circa 6 mila euro, in Francia zero e in Germania arriva a quota 1.150”.
L’Italia non ha una politica demografica – che spiega la non tassazione della famiglia con figli in Francia. E non ha un politica produttivistica, che spiega la bassa tassazione dei redditi medi in Germania, per favorire il risparmio-investimento e il consumo.
Ma la ricerca del “Sole” non è tutto. La fiscalità totale in Italia è probabilmente la più elevata in Europa, attorno al 48 per cento del reddito prodotto. Sommando all’Irpef, imposta sul reddito, la fiscalità indiretta, sui servizi (sanità, acqua, luce, gas, telefono, rifiuti), e patrimoniale, sul possesso, di beni immobili e mobili. Cui non corrisponde una produttività pubblica: una tassazione a perdere.

Lo scrittore si vende, per scherzo

Quando esula dalla “infelice dimora”, a Roma, si trascina “a punto interrogativo”, fino alle due di notte, quando i casinò chiudono. Spesso accompagnato, “nel silenzio della notte”, dall’“ombra Nepomuceno”, il predicatore molesto – “ogniqualvolta ci siano guai in vista”, cioè debiti. L’economia di Landolfi essendo, a un elzeviro apposito, “La miseria” – l’argomento ritorna sul finale della raccolta con”I quattrini”, pensierosi.
È sempre Landolfi, anche in queste che sarebbero prose alimentari. Chiusa  con (l’insuccesso di) “Un amore del nostro tempo”, 1965, l’ambizione di sfondare nel romanzo, lo scrittore ciociaro – urbano per antonomasia e poliglotta, Landolfi era ciociaro di origini -  ripiega sui giornali, e in breve produce decine di elzeviri, di cui cinquanta qui raccolti nel 1978. Consolandosi con Dostoevskij, da slavista emerito: “è dolce la sconfitta se collaudata dalla letteratura”. Pur sapendo che “non si danno altrovi”. E con una figlia di diciassette anni, “bella anche, piena di vita, d’intelligenza: e io non ci capisco nulla”.
Ma non scrive elzeviri, che erano divagazioni sul più e il meno. Scrive del meno: del fantastico, sempre. Qui a passo breve e quasi di corsa: spezzettature. Ma, poi, pratica la letteratura del frammento, che in quegli anni Sollers e Jacqeline Risset teorizzavano e praticavano in Francia: appunti, fantasie, apologhi, folgorazioni, paradossi, incubi anche, aneddoti. Battute per la battuta, che all’epoca si dicevano teatro dell’assurdo.
Lanoldfi, non si creda, era un finto disperato, già da giovane alle Giubbe Rosse di Firenze, Montale & co. lo conoscevano per tale. Dispettoso per questo: il fiorentino decreta “lingua di femmine”, o Montale dispettoso con Gadda, “un tradizionalista impazzito”. Dispettoso in generale: il conferenziere diventa il baccelliere, e poi il baccalare. Anche con se stesso, ma meno. Una difesa della inconcludenza pratica è anche accennata. Perché non ha concorso a una cattedra – “io saprei il tedesco? E la letteratura tedesca?”, e il russo, si può aggiungere. Perché non un istituto italiano all’estero – proposta probabile: “La mia poppa è qui, qui in Italia, di qui io succhio, colle aure natali..,”. Perché non un ministero – altra proposta? “Sinecura? E la mia dignità?”.
Cè anche qui il ritorno alla casa dell’infanzia a Pico – sottinteso al notabilato, se non al benessere. E la mozione degli affetti, che ognuno sottoscriverebbe: se ci si vuole bene, perché tormentarsi? Lo discute con Nepomuceno, lo ripete qua e là. Con le novità cui ha abituato il lettore: l’oscitanza, pesceduovo (omelette), marca (beccaccia), eccetera – di cui ha dato la chiave nel racconto “La passeggiata”: parole desuete ma nel Devoto-Oli (vero, nell’edizione degli anni 1970 ne era ancora pieno: l’Italia aveva cambiato registro, il dizionario ancora no).
Tommaso Landolfi, Del meno, Adelphi, pp. 333 € 15