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venerdì 25 agosto 2023

Il mondo com'è (465)

astolfo

George Bridgetower – George Augustus Polgreen Bridgetower, 1778-1860, polacco-africano, fu un musicista britannico. Compositore, ma soprattutto famoso come violinista. Come tale impressionò molto a Vienna Beethoven, che eseguì con lui la prima della sonata per violino che poi intitolò a Kreutzer – la Sonata per violino n. 9 in la minore. Bridgetower dovette leggere la parte del violino del secondo movimento sulla copia di Beethoven al piano, e cambiò anche una notazione, con soddisfazione di Beethoven, che si sarebbe alzato in piedi a esclamare, “Noch einmal, mein lieber Bursch!”, ancora una volta, caro ragazzo caro. La composizione Beethove intitolò allora al ragazzo: “Sonata mulattica composta per il mulatto Brischdauer, gran pazzo e compositore mulattico”. Poi Bridgetower ebbe un diverbio con una signora amica di Beethoven, e Beethoven gli tolse il saluto e la dedica – la sonata dedicò poi a Kreutzer, che come si sa non la eseguì mai, considerandola “troppo difficile”.

Col mondo asburgico Bridgetower era già in qualche modo legato. Essendo nato a Biala Podlaska, in Polonia, nella tenuta di un principe Radziwill, preso il quale i suoi genitori servivano. Del principe, Hieronim Wincenty, prese un nome al battesimo, registrato come Hieronimo Hippolito de Augusto, di padre “principe africano”. La madre, Maria Anna Ursula Schmidt, era tedesca di Svevia, ma risultava al battesimo del figlio “gentildonna polacca di qualità,”, del “nobile casato polacco degli Schmidt”. Maria Anna era domestica , al seguito di Sophie von Turn und Taxis, sposa del Radziwill. Il padre si supporrà a Londra, dove la coppia di genitori si trasferirà al seguito del figlio, essere stato un West Indian, delle Barbados. L’anno successivo alla nascita di George, passerà al servizio  del principe Esterházy, il patrono di Haydn.

George Augustus fu un bambino prodigio. A dieci anni in tournée a Parigi, Londra, Bath e Bristol. A tredici anni passò sotto la protezione del principe reggente, il futuro re George IV, che ne fece completare l’educazione musicale, con vari maestri, tra essi il dalmata Giovanni Giornovichi.

Sarà attivo, come concertista e come compositore, soprattutto in Gran Bretagna. Dove si sposò, a 48 anni, nel 1816, con una inglese. Riducendosi l’attività concertistica, viaggerà spesso in Italia, dove la sua unica figlia viveva.

Joseph Chevalier – Il “Mozart nero”, vissuto poco, dal Natale del 1745 al 30 giugno 1799, ma abbastanza per esaltarne la fama, come violinista e compositore. Autore di numerose opere, le più note “La Chasse”, eseguita con successo a Parigi al Théatre des Italiens,  e “La Fille Garçon”, un’opera comica, sul personaggio ora politicamente corretto della ragazza-uomo, travestita, a lungo esca di varie peripezie, avventurose, amorose, da ridere – come pure il viceversa, del maschio in abiti femminili: per un paio di secoli dall’avvento del teatro moderno, in molti luoghi (Ginevra, p.es.)  o per alcuni aspetti considerato immorale o blasfemo, i ruoli femminili in scena erano tenuti da uomini. Joseph Boulogne Chevalier de Saint-Georges il nome intero. Boulogne da Georges Boulogne, il piantatore francese della Guadalupa che ne fu il padre, o il padrino di battesimo. Figlio di una schiava africana, fu poi condotto dal padre-padrino in Francia a sette anni, e istruito nelle diverse arti. Eccelleva in equitazione, fioretto e danza. Fu a 15 anni, abile nei tornei, Gendarme della Guardia regia, di Luigi XVI. Al violino accompagnava la regina Maria Antonietta al cembalo. Fu nominato a 28 anni, nel 1773, direttore dell’orchestra parigina Le Concert des Amateurs. In predicato per diventare direttore dell’Opéra. E dell’orchestra della Loggia Olimpica – come Mozart, anche Chevalier era massone.

In disgrazia alla rivoluzione, per i precedenti di corte, morirà solo e povero. Ma, a differenza di Mozart, ebbe sepoltura, nella chiesa di Sainte Marguerite.

Donnaiolo, subì un aggressione da ignoti, per conto di un vecchio generale la cui moglie aveva sedotto - ma senza conseguenze. Fu attivista contro la schiavitù e per la riabilitazione della gente di colore.

Guigliottina – Il medico che la propose e da cui prende il nome, Joseph-Ignace Guillotin, lo fece a fini umanitari: essere decapitati era privilegio dell’aristocrazia, invece che impiccati, strangolati, bastonati dentro il sacco, squartati, etc.. Era stato da giovane novizio gesuita, con accesso a quattro ordini minori e alla tonsura. Poi, a 24 anni, massone nella Loggia delle Nove Sorelle, che si pregiava tra i suoi membri di Voltaire, Franklin, i pittori Vernet e Greuze, il duca d’Orléans. Nell’intervallo era stato vincitore di una borsa di studio di 60 mila lire, somma ingente, alla facoltà di Medicina di Parigi, era stato laureato, era stato insignito della cattedra di Anatomia, Patologia e Fisiologia. Aveva fatto parte, tra l’altro, della commissione reale d’indagine sul magnetismo animale, la teoria di Mesmer, insieme con Franklin, ambasciatore americano a Parigi, Lavoisier e l’astronomo Bailly. Deputato di Parigi agli Stati Generali del 1789 che sfoceranno nella rivoluzione, fu lui a suggerire la sala della Pallacorda ai deputati del Terzo Stato che non avevano dove riunirsi – dove poi l’astronomo Bailly propose il. “giuramento della Pallacorda”, che vincolava i deputati del Terzo Stato, maggioranza alla Assemblea Nazionale, a votare insieme – in sostanza a fare dell’Assemblea un organo del Terzo Stato, lasciando in minoranza, esclusi dalle decisioni, clero e nobiltà. Il giuramento è del 20 giugno 1789. Il 6 ottobre il dottor Guillotin presentava la modifica al codice penale in materia di esecuzione della pena capitale: divieto di confisca dei beni del condannato, restituzione del corpo alla famiglia, estraneità della famiglia alle colpe del condannato. E un art. 1, approvato l’1 dicembre, che stabiliva: “I delitti dello stesso genere saranno stabiliti con lo steso genere di pena, quali che siano il rango e lo stato (socio-politico, n.d.r.) del colpevole”. Le esecuzioni erano allora diversificate: impiccagione per  i ladri, rogo per eretici e  falsari, squartamento per i regicidi. La  decapitazione, con l’ascia, era privilegio degli aristocratici, come meno affliggente. In questo senso il dottor Guillotin la raccomandava, su un preambolo che illustrò a voce e che, secondo i trascrittori, sarebbe suonato così: “Con la mia macchina, vi faccio saltare la testa in un batter d’occhio e voi non soffrite”. Ma erano resoconti non benevoli, la proposta del dottore era caduta nel ridicolo, oggetto di ironie e satire, nei giornali e nel pubblico. Seppure con qualche ritardo, però, il 3 giugno 1791 la proposta diventò legge.

Il dottore rifiutò l’incarico di approntare la macchina – l’incarico fu affidato allora al primario di chirurgia, Antonin Louis. Furono adattati dei meccanismi già in uso in Italia e in Inghilterra. In particolare se ne occupò, a fini industriali e commerciali, un Tobias Schmidt, un tedesco fabbricante di pianoforti. E la prima  esecuzione con la lama a caduta libera avvenne dopo meno di un anno dalla legge, il 25 aprile 1792, in place de Grèves, poi sinonimo di ghigliottina, vittima un ladro, Pelletier.

L’uso della ghigliottina fu seguito qualche ano dopo da un dibattito. Il 9 novembre 1795 il dottore tedesco Sommering scriveva su “Le Moniteur” che la coscienza del condannato rimane viva dopo la decapitazione, per qualche istante, e che quindi il decapitato non muore senza dolore. Il dottor Cabanis, materialista, rispose sostenendo il contrario, che niente sopravvive alla morte. Ma il tema ebbe ampia discussione. Il dottor Guillotin, imprigionato durante il Terrore, scampò alla ghigliottina perché Robespierre morì prima. Praticherà la medicina, e s’illustrerà in epoca napoleonica come sostenitore del vaccino contro il vaiolo – ci fu allora un vastissimo movimento no wax: il 2 marzo 1805 presentò il vaccino anche al papa, Pio VII, allora esiliato a Parigi, implorandone la benedizione. Morirà nel 1814, di 77 anni.

Italia – Formazione recente, con i  quattro quarti, ma non con un passato. Secondo la catalogazione di Ernst Jünger, “La forbice,” , p.28, che rileva la persistenza di popolazioni da tempo scomparse. I popoli e le civiltà  perdurano. Come ci sono terreni instabili geologicamente, “in maniera simile si comportano, da un punto di vista geomantico, quelle regioni in cui il mito non si è ancora raffreddato…. Se ci recassimo a perlustrare questi luoghi con un apparecchio simile a un contatore Geiger, potremmo rilevare potenti eruzioni. I terreni migliori sono quelli in cui dominarono popoli che, come i Celti, gli Etruschi e gli Aztechi, sono certamente scomparsi da un punto di vista politico, e tuttavia continuano ad abitare quelle terre. E poi ancora l’Asia minore, prima di Alessandro, e addirittura prima di Erodoto. Alicarnasso, il Libano con il sangue di Adone, l’antica Persia”. Non l’Italia, non Roma. 

Maréchal Niehl – Il nome della rosa più famosa è quello del comandante alleato della battaglia di Sebastopoli, un anno di assedio, dall’ottobre del 1854 al settembre del 1855, uno dei macelli bellici più assurdi e sanguinosi che si siano praticati. Nonché promotore di un fucile che avrebbe atto meraviglie, per il quale rischiò la vita, poiché gli esplose in mano. La cosa affliggeva Stevenson, e non senza ragione: il maresciallo beneficia di una biografia molto lusinghiera, ma presiede a molti disastri, come uomo sul campo del Bonaparte poi Napoleone III. A cominciare dall’assedio di Roma nel 1849, e poi di Sebastopoli. È fatto maresciallo “sul campo” a Solferino, nel 1859, nella battaglia vinta dagli italiani e svenduta da Napolone III all’Austria. Dopo la débâcle di Sadowa nel 1866, il suo imperatore lo fece anche ministro della Guerra. Morirà nel 1869, lasciando la Francia impreparata all’invasione di Bismarck.


Raffles – Il centro direzionale con questo nome che da Singapore sta invadendo le grandi città cinesi (un complesso di torri da venti e più piani, a uso abitazione, uffici, negozi, sport, svaghi) sfrutta il nome dell’alter ego – uno dei tanti - di Sherlock Holmes, il bandito gentiluomo A. J. Raffles. Un personaggio da Ernest William Hornung, scrittore ora dimenticato, inglese, ma subito allora famoso, nel 1898, per l’invenzione del personaggio. E per la fortunata serie letteraria che vi imbastì sopra, proseguita fino al 1909, e composta da 26 racconti, 2 commedie teatrali e un romanzo. Raffles, il “ladro gentiluomo”, abile nei travestimenti e nelle tecniche, un po’ dandy, distaccato, di vita lussuosa, non ruba per bontà ma per sé, quando ha definito il denaro del precedente furto. Un tipo si direbbe non simpatico, e invece Hornung lo fa – lo ha fatto, adesso non morde più – popolare.

Hornung era cognato d Conan Doyle, avendone sposato una sorella.

La Raffles City di Pechino è lo spazio più in voga della capitale della Cina. Un complesso di torri, appena  inaugurato, a uso promiscuo, abitazione, lavoro, svago, sport, commercio. A somiglianza della più celebre Raffles’ City di Singapore, già ripresa a Shangai. Sfrutta il nome del personaggio di Hornung, ma anche di un albergo di antica tradizione a Singapore, la “Cina di fuori”.

Hornung aveva derivato il nome del suo ladro gentiluomo dall’albergo allora di lusso di Singapore, il Raffles Hotel - luogo di molte avventure del personaggio: una costruzione neoclassica di fronte al mare, tuttora in attività, realizzata da una società, i Sarkies Broters, e intitolata a sir Stamford Raffles, il fondatore di Singapore.

Su Raffles si sono fatti numerosi film, già a partire dal cinema muto. Tra i primi “Raffles, the Amateur Cracksman”, 1905). In Italia, il personaggio fu adattato per lo schermo a partire dal 1911. Dal regista e attore Ubaldo Maria Del Colle, che lo interpretò in una fortunata serie di pellicole. E da Ernesto Maria Pasquali, che ne produsse vari episodi per la sua Pasquali Film. Sulla scia del successo di pubblico di Arsenio Lupin, altro grande ladro.


astolfo@antiit.eu

Quando Caserta era top player

Quarant’anni fa, grazie anche al vivaio, e alla gestione Maggio, di un imprenditore che riuscì a realizzare un palasport nuovo di zecca in cento giorni, la squadra di basket Juvecaserta divenne protagonista del massimo campionato, vincitrice di una Coppa Italia e del campionato 1990-91, e del basket europeo.
La storia è appassionante. Soprattutto per la parte avuta dagli atleti locali, oltre che per la saggia gestione societaria  e tecnica. Che disegnava un futuro diverso per una città e un ambiente che di lì a poco, anni 1990, saranno già abbandonati e ridotti a periferia criminale di Napoli. Un tempo delle speranze che Antonio Pascale e Francesco Piccolo hano fatto rivivere nei racconti – un tempo, nei lunghi trasferimenti da Roma al Sud, in vetture senza l’aria condizionata, si poteva lasciare la macchina incustodita a Caserta per andare a rinfrescarsi….. anche dentro il parco della Reggia, allora aperto e zampillante, in tutte le fontane.
La Rai la celebra di malavoglia, affidandola a Rai 2, in  seconda serata, d’agosto. Una miniserie di sei episodi. Ma anche gli autori, bisogna dire, si accontentano di poco. Di Piccolo e delle memorie, prolisse ma solo occasionalmente vivaci, in tema. All’ombra, come dice già il titolo, di strapaese. Della “napoletanità” eterna, di una cultura metropolitana assurdamente celebrativa: provincializzata, ripetitiva, inerte.  
Gianni Costantino, Scugnizzi per sempre, Rai 2, Raiplay

giovedì 24 agosto 2023

Problemi di base - di lettura (764)

spock


“Se uno legge troppo, avrà poco tempo per pensare”, R. L. Stevenson?
 
“I  libri sono ben buoni per se stessi, ma sono un potente  pacifico sostituto della vita”, id.?
 
“Leggere i classici è meglio che non leggere i classici”, Italo Calvino?
 
Quanto legge il bibliotecario?
 
E il bibliomane?
 
Chi legge?
 
spock@antiit.eu

Tra i vini alla viola, alla mandorla

Sono solo i capitoli centrali, VI-XXX  del volume di Orioli “In Viaggio”: quelli dedicati alla Calabria - a partire da Noépoli in Basilicata, tale è la sorpresa che il borgo lucano sucita nel viaggiatore: Albidona, Castrovillari, Civita con Spezzano e gli ammiratissimi albanesi di Calabria, Morano, Sibari, Cosenza, San Giovanni in Fiore e la Sila, Longobucco, San Demetrio Corone, Crotone, Catanzaro, Tiriolo, Taverna, Caulonia, Gioiosa Ionica, Mammola,  Reggio, Pentedattilo, Bova.
Un racconto pieno di curiosità. Benché tardivo, nel 1933. Di un viaggio che il libraio–editore fiorentino (a lui si devono le Lungarno Series, degli scrittori angloamericani di Firenze tra le due guerre) intraprese con Norman Douglas, da tempo suo compagno di vita benché vivesse a Capri (si accompagnavano da tempo, dal 1922, “Pino” già di 38 anni, Douglas di 54) e con due redattori della casa editrice londinese Chatto&Windus  che pubblicherà “Moving Along” (“In Viaggio”) nel 1934, Ian Parsons e Charles Prentice.
Con un pizzico del brio e della sintesi di Norman Douglas di “Old Calabria”, un quadro storico di molte realtà viene tratteggiato in breve, per più aspetti e riscontri perspicuo. Al sodale e compagno Douglas Orioli spesso direttamente si si rifà. A nche perché è quello che decide gli spostamenti, e spesso la narrazione, con i ricordi di luloghi, fatti e eprsone, e con le vecchie conoscenze che rintraccia via via. Erano anche anni in cui il Sud finalmente “si muoveva”, benché sotto il fascismo, in fatto di comunicazioni, alfabetizzazione, occasioni di lavoro. Più di un “americano” Orioli e i suoi amici incontrano, ritornato, per avviare un’attività al paese.
Un racconto sempre lusinghiero, ammirato anche – eccetto che per Mattia Preti, che Orioli aborre.  “L’amabile, Caulonia”. I profumi “delle  folgoranti erbe aromatiche” – ma a Mammola, nomen omen?, l’erica è talmente profumata che sa di naftalina.  Molti ragazzi speciali, naturamente, ma solo di garbo e intelligenza. A Crocchi (Gioiosa Jonica) il tabaccaio apre solo di domenica. A Gioiosa Gabriella li serve in tavola, una venere scalza, che al garbo coniuga la bellezza.
Pochi, stranamente, gli uccelli: “Si possono vedere più uccelli in un pomeriggio inglese che in dodici mesi in Calabria”. I vini invece, sono varii, non “standardizzati”,  e apprezzati – il tributo è costante ai vini e alla cucina. Ovunque “stoviglie, di terracotta naturale, di bellissime forme”. Senza mai indulgenza al “colore”, di cui solitamente sono impastati questi racconti di viaggi. I briganti, breve stagione, sono solo mozza teste.
Gli arbëreschë soprattutto piacciono, dopo i ragazzi, gli albanesi di Calabria. A Civita l’orrido del Raganello viene già segnalato, come visto dall’alto. Civita e Tiriolo per i costumi, delle donne e degli uomini. A Tiriolo, da dove si dominano i due mari, lo Jonio e il Tirreno, la bellezza delle donne prende molti sospiri. Erodoto aThurii stimola belle pagine, anche se non si sa dove Thurii fosse. A differenza della narrazione di Horace Rilliet (“Colonna mobile in Calabria”), i calabresi sono tosti a Campo Tenese. Anche se vi beccano, la prima volta nel 1806 a opera dei francesi di Giuseppe Bonaparte e Murat, nel 1848 a opera delle truppe borboniche - le due battaglie sono descritte al dettaglio, su buone letture.
Gli “americani” di ritorno sono importuni, con i loro dollari – la “dollaria” che Ezra Pound contemporaneamente deprecava. Non lo sono i “germanesi”: è qui registrata per la prima volta la dizione e la relativa categoria sociologica di cui scriverà Carmine Abate. Norman Douglas, che aveva percorso la Calabria vent’anni prima, si meraviglia dei tanti uomini che si vedono in giro. Orioli opina che “ora hanno trovato l’America qui, nel costruire le strade, nel rimboschimento”, i futuri famosi Forestali della Calabria, “l’agricoltura intensiva, i lavori idroelettrici e così via”. Ed è vero che negli anni del fascismo l’emigrazione crolla.
L’introduzione di Stefano Manferlotti, l’anglista emerito della Federico II, è un piccolo romanzo del rapporto tra Orioli e Norman Douglas, o meglio del cattivo carattere di quest’ultimo, che le sue opere invece farebbero pensare un simpaticone. Sottolinea anche la “durata” delle cose viste di Orioli, anche se il mondo è cambiato. Apprezzandone soprattutto la cura, molto contemporanea, per i cibi via via odorati o consumati, i vini, i prodotti locali, la cucina. Un viaggio tra i sapori. Tra gli odori anche, dei vini (la viola, la mandorla), delle erbe, in epoca ancora di inesistenti scarichi di automobile, dei boschi. Tre inglesi, quattro con l’anglomane autore, che come solevano se la godevano. 
Giuseppe Orioli, In viaggio, Rubbettino, pp. 153 ril. € 7,90

mercoledì 23 agosto 2023

Letture - 529

letterautore

Accabadora - Il personaggio del racconto di Michela Murgia, soprattutto le sue funzioni, sono raccontate da Camus nel suo viaggio in Brasile – come gliele ha raccontate un Machado, interlocutore non altrimenti identificato: è “l’aiuto moribondo”, in uso nello stato di Minas Gerais. “In certo casi, quando l’agonia dura troppo”, così Camus sintetizza la comunicazione, “si convocano questi signori, che sono patentati. Arrivano, vestiti da funzionari, salutano, si levano i guanti e vanno a trovare il moribondo. Gli chiedono di dire “Maria-Gesù” senza interruzione, gli mettono un ginocchio sullo stomaco e le mani sulla bocca, e spingono con impegno finché l’agonizzante non ha fatto il salto”.

Nicola Chiaromonte – Camus lo incontra nel 1946 a New York come fosse un amico di vecchia data. Chiaromonte, in fuga nel 1941 dalla Francia occupata, era passato da Marsiglia a Algeri, dove aveva incontrato Camus. A New York, finita la guerra  lo aveva letto e apprezzato. Due giorni dopo l’arrivo di Camus a New York per una serie di conferenze, Chiaromonte lo va a trovare in albergo, con “Rubé”. – con i quali poi Camus prolungherà la conversazione in un ristorante francese. “Chiaromonte parla dell’America come nessun altro, a mio parere”. In particolare sui “Funeral Homes”: Chiaromonte gliene spiega in dettaglio il funzionamento.

Per “Rubé” Camus intendeva l’autore del romanzo, Giuseppe Antonio Borgese, anche lui da tempo residente negli Stati Uniti.

Fantascienza – “La fantascienza è l’iperrealismo della scienza”, Giorgio Celli, intr. A. Conan Doyle, “Il mondo perduto”, “e sono d’accordo con Carl Sagan quando grida allo scandalo pensando alla cavorite di W ells, un minerale anti-gravità. «Com’è possibile» si domanda l’astrofisico «che un un filone di cavorite possa trovarsi sulla Terra? Non dovrebbe prendere il volo e sparire negli spazi cosmici?». In questo «com’è possibile» di Sagan è racchiuso tutto il gioco concettuale che esige ogni opera di fantascienza, e che consiste nella verifica del suo coefficiente di verosimiglianza scientifica”.

Faust “Un ciarlatano, un millantatore, un giocoliere”, Quirino Principe su “Robinson” sabato. Ma Goethe lo fa kantiano: “Tutta l’impalcatura teoretica del Faust è fornita da Kant. C’è la kantiana tragedia della ragione. Il tormento dell’intelletto per cui, nonostante tesi e antitesi si contraddicano a vicenda, sono perfettamente dimostrabili”.

Lucien Febvre – Lo storico dell’incroyance, co-fondatorre delle “Annales”, con Marc Bloch, appare a Camus, a Rio de Janeiro nel 1949 per una serie di conferenze, “un vegliardo, piuttosto taciturno”. Perché a Rio? Durante la guerra aveva lavorato per far uscire le “Annales” anche sotto l’occupazione, contro il parere di Marc Bloch, con uno pseudonimo, ma col sostegno del ministro collaborazionista Abel Bonnard.

Giuramento fascista – Giuseppe Antonio Borgese fu l’unico, fra io 13 o 14 non firmatari del giuramento fascista e quindi perdenti cattedra, a perdere anche i contributi per la pensione di anzianità. Passato per un anno a insegnare in America nel 1931-21, aveva prolungato il comando di un anno, e poi ancora di un anno – la sua cattedra di Letteratura Tedesca alla  Statale di Milano era affidata al suo conterraneo Vincenzo Errante. Finchè nel 1935 non fu dichiarato dimissionario.

Borgese non rifiutò il giuramento fascista. Aveva però scritto due lettere in proposito a Mussolini, che nello stesso 1935 aveva pubblicato a Parigi, con “Giustizia e Libertà”.

Il calcolo di chi non prestò il giuramento oscilla. Oggi verte su 13 nomi, su 1251 professori ordinari: Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Francesco e Edoardo Ruffini, padre e figlio, Lionello Venturi. Ma anche Borgese dovrebbe essere nella lista. E i tanti professori associati.

Italia – “Più l’aereo va veloce e meno la Francia, la Spagna, l’Italia hanno importanza”, Albert Camus negli appiunti di viaggio negli Stati Uniti, nel 1946: “Erano nazioni, eccole province, e domani villaggi del mondo”.

“C’è un sentimento che la letteratura italiana le ha aggiunto alla sua composizione?”, Marco Missiroli chiede a Jhumpa Lahiri nell’intervista-introdzione alla riedizine dei racconti della scrittrice, “L’interprete dei malanni”. “Direi l’aspetto trasversale”, è la risposta: “Nel senso identitario, linguistico e culturale”.

Liebling – “Liebling, del “New Yorker”, uomo charmant”, è uno dei primi incontri che Camus fa a New York, subito dopo la fine della guerra, dove è invitato per delle conferenze – venuto a trovarlo in albergo portato da Nicola Chiaromonte, e da “Rubé”. A.J.Liebling, saggista di cui il “New Yorker” ha pubblicato alcune raccolte, era specialmente stimato per le corrispondenze dall’Europa, prima e dopo la guerra.

Pavese-Primo Levi – “Se vogliamo leggere Primo Levi o Pavese dobbiamo leggere bene Melville, perché Levi e Pavese amavano Moby Dick”, Jhumpa Lahiri, ib.

Primo Levi – Lahiri lo apprezza per “la doppia identità, di scrittore e anche di chimico, l’origine ebraica e l’identità italiana”. Un doppio non scisso o antitetico ma complementare: “La scoperta di Primo Levi per me è stata una rivelazione perché ho iniziato anche a capire figure come quella del Centauro – una figura magica, ibrida, anche mostruosa – e i collegamenti con il mondo antico, la Grecia”. In realtà Lahiri lo apprezza come autore “classico”, che vive la classicità nel presente: “I tasselli si univano. Grazie a Levi riesco a collegare l’universo latino e greco antico che mi circondava da sempre”, ib.

Stupidità – “L’intelligenza ha i suoi limiti, la stupidità è illimitata”, Giuseppe Pontiggia “Il giardino delle esperidi”.

“Tratta” musicale – “Tutto avviene in un ottagono tra Lagos, Londra, Atlanta, Houston, Kingston, Montego Bay e Port of Spain”, Paul Gilroy – la rivoluzione musicale pop: “Le nuove creatività musicali continuano a germogliare lungo le rotte della diaspora africana, dal golfo di Guinea ai Caraibi e al Golfo del Messico.

letterautore@antiit.eu

Il dandy Oppenheimer e il sigillo atomico sul dopoguerra

Ben costruito e “recitato”, ma tre ore per un film documentario sono lunghe. Volutamente rassicurante, sui toni del grigio e del bruno. Anche se riguarda il “padre della bomba atomica” – che è vero e non lo è, i padri sono molti. Lo straordinario successo di pubblico negli Stati Uniti nasce dalla voglia americana di innocentarsi, probabilmente: Oppenheimer offre colpa e discolpa, col pentimento – forse, e successivo.
Un “romanzo” in realtà. Con una strana incongruità. Oppenheimer era un dandy, uno che si guardava allo specchio. Pentirsi della bomba era per lui come averla fatta, due non verità che però aggiungevano al personaggio. L’incongruità è che Cillian Murphy nel ruolo del fisico lo mostra, nei tempi, lo sguardo, i gesti, nel solo modo di tenere il cappello in testa e la sigaretta in bocca, ma il film non lo dice – bisogna saperlo.
È un film, anche, che si vuole storico ma senza la storia. Manca Oppenheimer quale era, alto 1,91 magro 58 kg. Manca il primo amore di Oppenheimer, Jean Tatlock, comunista, che quando si suicido, nel 1944, impegnò il padre a quattro ore di distruzione di documenti, prima di chiamare un ospedale. Soprattutto senza la fondamentale novità della scienza che rompe il suo giuramento di Ippocrate, che crea violenza e morte. E la storia politica della chimica-fisica tedesca che poteva arrivare all’atomica prima, ma non lo ha fatto. Mentre l’America lo ha fatto, con concentrazione di mezzi. Lo ha fatto non senza ragione - in guerra bisogna sperimentare tutte le armi possibili, per ogni evenienza. Ma poi la bomba l’ha usata, mettendo assieme ambienti, forze, interessi molto più ampi del singolo scienziato – sia il Progetto Manhattan sia Hiroshima e Nagasaki sono fatti molto più ampi di un personaggio, per quanto accattivante o “decisivo”. L’ha usata quando ormai la guerra era a tutti gli effetti finita – metteva il sigillo sul 8dopoguerra: l’armamento nucleare fu realizzato e adoperato in America, non nei paesi europei dove pure era stato pensato come possibile. Con lo spinoso problema corollario dei fisici ebrei, qualcuno emigrato a causa del nazismo, Teller, Szilárd, che non si fecero scrupoli a creare il nuovo strumento di morte - curiosa, a questo proposito, la totale assenza di Fermi, il quale era parte importante di Los Alamos, e della teoria e pratica della fissione nucleare, ma era emigrato solo per antifascismo.
Il film si apre con Prometeo, “che donò il fuoco agli uomini”-  e per questo fu punito dalla divinità. Si può ricordare che Prometeo aveva un fratello, Epimeteo, che non sapeva prevedere. E Prometeo sì? Ma Oppenheimer è al di fuori del mito, lui sapeva bene di che si trattava.
Christopher Nolan, Oppenheimer

martedì 22 agosto 2023

La nuova tratta degli schiavi, a pagamento, benedetta

1.900 bambini africani sbarcati o salvati in mare nel week-end – 22.000 nei primi sette mesi – non sono un caso. Confermano che in questa pesudoimmigrazione di massa per motivi umanitari c’è una tratta organizzata: non sono bambini fuggiti (1.900 in un giorno), e comunque sono bambini trasportati, a un costo. Per duemila e anche tremila km., prima del barchino. Sono parte di una organizzazione, di un business.
Questo business, altra evidenza, fa affidamento sulle ong. Punta sull’Italia perché le ong ci puntano, E perché l’Italia è l’unico Paese dove l’accoglienza è indiscriminata. A differenza diMalta perché Malta non ha confini terrestri con resto d’Europa, della Grecia, che è governata da destra, ma anche della Spagna, che è governata da sinistra. Business di cui nessuno conosce le mafie, non le vittime, non le pregiate intelligence nostrane. Trasbordatori (scafisti) che nessuno riconosce in tribunale, non le ong salvatrici, non chi ha perduto, presuntamente, la moglie o il figlio.
Basta conoscere anche poco l’Africa per saperlo. Ora l’Italia purtroppo la ignora, soprattutto i giornali. Ma la chiesa, la chiesa italiana, degli ex missionari, ora cooperanti, con ong e altre organizzazioni a scopo benefico, la conosce bene. E non dice né fa nulla, salvo sedersi sul sacro diritto dei naviganti e naufraghi a un porto sicuro, che mille leggi da secoli hanno stauito. Dove sono i comboniani, di tante battaglie per l’Africa delle indipendenze? E viene da dubitare anche del papa: come è possibile che non sappia? Un bimbo solo su un barcone a mano di un anno? Ma non una parola di condanna. Siamo sempre alla tratta degli schiavi benedetta?

Un viaggio in Calabria col re Borbone, nella miseria, in allegria

Un racconto sull’impossibilità, insomma le difficoltà, di muoversi in Calabria, a partire da Maratea e Lauria, nel 1852. Una spedizione militare che si penserebbe temibile, del re delle Due Sicilie Ferdinando II nell’ottobre 1852, trasformata in un racconto vivace e semiserio dal medico svizzero aggregato al Tredicesimo Battaglione Cacciatori. Uno di tre fratelli al servizio del re di Napoli: “Siamo tre fratelli che facciamo questo viaggio delle Calabrie e per la disposizione della marcia succede raramente che c’incontriamo; uno fa parte della 1ma compagnia dei granatieri, uno comanda la 2da Compagnia”, e Horace fa il chirurgo, “che raccoglie gli infortunati che restano sulla strada”.
Un racconto sulle difficoltà materiali, di ogni tipo, le pulci, il nulla o quasi da mangiare, gli alloggi inesistenti, tra maiali e galline, il coprifuoco al tramonto, giacchè non c’è illuminazione di nessun tipo, trasposto in un’aneddotica lieve: il farmacista che sopravvive vendendo il Diavolone, un amaro di sua invenzione, l’arciprete di buone ganasce, il sindaco che monta festoni per il re ma non ha dove ospitarlo. Una narrazione sul tipo di quella impressa alle stesse esperienze, con più ritmo e qualità, da Edward Lear, che fece il viaggio in Calabria nel 1847 ma pubblicava il suo “Journal” in contemporanea con Rilliet, nel 1852.
La spedizione era composta da soldati di tutte le lingue - per lo più tedesca, di svizzeri, austriaci e bavaresi: il re parla il tedesco svizzero. Il Regno si avviava alla fine in allegria. In un paio di posti, Maida e Curinga, la colonna non è bene accolta: nascondono il cibo. Si marcia ancora sui resti del terremoto del 1783.
Il dottor Rilliet morirà poco tempo dopo la spedizione, nel 1854, ma ebbe il tempo di vedere il suo diario di campagna pubblicato, con una miriade di disegni dal vivo, da lui stesso approntati – anche qui al modo di Lear, ma più numerosi e meno curati, meno “quadri”. Giustamente Tonino Ceravolo, che ha curato la riedizione, ci vede un documento visivo, oltre che scritto.
A tratti l’osserrvazione è seria. A Taverna la scoperta di Mattia Preti. A Catanzaro quella della seta, con una disamina breve e acuta dell’economia della seta, e delle cattive politiche fiscali. C’è anche l’economia dell’olio, col dettaglio dei sistemi di produzione. E un po’ di sociologia: le donne “qualche volta hanno le scarpe ma si accontentano di portarle a mano attaccate alla cintura”. Più volentieri èil racconto dei minuti non eventi che hanno contrasegnato la spedizione: la fucileria per errore, le lunghe scarpinate, gli sforzi dei piccoli borghi per offrire accoglienza al re, molta povertà, anzi miseria, l’impossibilità di accantonamento per mancanza di alloggi, la curiosità dei paesani, le lunghe serate degli ufficiali senza luce, passate a giocare a sette e mezzo. E le storie di alcune battaglie: dei calabresi per il re Borbone, al tempo della Repubblica Partenopea, vinta; dei calabresi contro i francesi, vinte (Maida) e perse (Campotenese); della monarchia contro gli insorti liberali nel 1848 (Castrovillari), persa.
In modo lieve, senza mai una critica al re di cui pure era uno stipendiato, indirettamente, è un documento che suffraga la condanna del Regno da parte di Gladstone: la spedizione è di ordinaria aministrazione, il re ne faceva spesso, per scoprire le condizioni del suo regno, ma solo per assicurarsene le dedizione, poi non faceva nulla: non ordinava una strada, una chiesa, una regalia, meno che mai una scuola, oppure il telegrafo. Spesso deve procedere a dorso di mulo, neanche il,cavallo ce la fa. Tre spedizioni sono documentate di Ferdinando II in Calabria, e una in Sicilia Orientale, nel 1833, nel 1844, e nel 1852. Senza mai un esito positivo. Il curatore riporta una pagina del De Cesare, lo storico della “Fine di un Regno”, specialmente cattiva nei confronti di Ferdinando II.
Rari i malumori. A Morano, che sarà illustrata da Escher per le sue geometrie, assegna”la palma della bruttezza” - per lo stesso motivo che entusiasmerà Escher, “la struttura inconcepibile, e assurda”. Le città gli piacciono molto, Castrovillari e Cosenza – di Cosenza fa in breve tutta la storia. Commovente la ricerca di Erodoto a Thurium – anche perché non si sa dove Thurium era. Con un’efficace sintesi storica dei ritardi della Calabria: “In ogni tempo ci sono stati banditi”, briganti, concussori. E “mentre questi briganti saccheggiavano l’interno del paese, i corsari turchi e i barbareschi depredavano le coste… È difficile farsi un’idea della desolazione e dello stato miserevole di questo infelice paese”. Alla vigilia dell’unità d’Italia.
Horace Rilliet, Colonna mobile in Calabria Rubbettino, pp. 325, ril. ill. € 7,90

lunedì 21 agosto 2023

Ombre - 681

L’imposta sugli extraprofitti delle banche è specialmente salata, calcola il “Corriere della sera”, per Intesa San Paolo, fino a 975 milioni, e per Unicredit, fino a 857 milioni. Ma si tratta per un rientro a rate – la sovrattassa andrà fra un anno a credito d’imposta. Il fisco è brutale solo col reddito fisso.
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“Eurozona in autunno a rischio recessione”, azzarda “Il Sole 24 Ore” per non deprimere gli animi nella vacanza d’agosto. No, la recessione c’è già: non solo la Germania, vanno male molte delle economie a essa collegate, l’Olanda, l’Ungheria e in generale l’Est europeo, con dati del pil sotto lo zero. Fa bene nasconderlo, essere ottimisti, o non bisogna  invece dirlo, tanto è semplice e chiaro: se va male mezza Europa andrà male tutto il resto?
 
Isabella Bufacchi riesce nel “Sole” di questo rientro dalle ferie a documentare in due densissime pagine più di quanto tutto l’“Economist” ha fatto nell’ultimo numero, venerdì: fa spiegare dagli economisti tedeschi la crisi tedesca e di mezza Europa. Ma nessuno dice il motivo più evidente: la politica assassina della Banca centrale europea di Lagarde, controllata dalla  Bundesbank, cioè dal governo tedesco.
È che la Germania è un po’ lenta: dopo un secolo e con un mondo rivoluzionato ha ancora paura dell’inflazione anni 1920.
 
La Germania non è un paese di esploratori e scopritori. Humboldt si limitò a repertoriare, così come gli storici e i filologi – in questo certo inarrivabili. Bisognerebbe andare in Germania solo a cose fatte –farsi spiegare cosa uno ha fatto: l’ermeneutica è l’ingegno tedesco, l’analisi del già fatto, del passato. Per procedere bisognerebbe regolarsi da soli. E questo l’Europa non sa farlo – in omaggio alla Germania? Siamo sempre qui coi limiti alla spesa e l’inflazione, anche se creiamo carodenaro, rincari salariali, inoccupazione, pochi consumi, e recessione – o pil in crescita di pochi decimali. L’Europa “tedesca” non è più da tempo la seconda potenza economica mondiale, e presto non sarà nemmeno la terza.   
 
La benzina costa caro perché così ha deciso l’Arabia Saudita, restringendo la produzione di petrolio. A beneficio della Russia – come arma contrattuale nel rapporto non più buono, dopo un secolo, con gli Stati Uniti. E dei progetti faraonici di modernizzazione, dal supercampionato di calcio al “corvialone” di 260 km. nel deserto . Ma l’opposizione, spinta da una paio di giornali, che forse non sanno dov’è l’Arabia Saudita, dice che è colpa di Meloni. Vuole sempre farle un favore?
 
Si celebra in morte Mazzone, l’allenatore all’italiana , quello dei salvataggi e del primo non prenderle - celebrò un pareggio come una coppa Champions. E si scopre invece che allevò gli ultimi geni del calcio bello, Totti, Pirlo, Baggio, Antognoni. Anche le redazioni sportive s’informano dagli uffici stampa dei vincitori?
 
Un generale De Meo, già comandante Nato a Verona, specialista di controinformazione e intelligence, si fa truffare 200 mila euro da una donna (sarà donna?) conosciuta sui social. L’esercito dovrebbe farsi rimborsare, non sarà stato un falso generale? E chi l’ha nominato all’ intelligence?
 
Un altro generale, questo in spe, servizio permanente effettivo, scrive e pubblicizza un libro per ingiuriare i gay, le femministe, i migranti, e gli ambientalisti. È un militare che s’intende di tattiche (è stato molto operativo) e strategie. Ma che strategia è quella d’inimicarsi il mondo? 
 
Gran baccano fanno i media su Meloni che paga il conto degli italiani in Albania: “Come, coi soldi pubblici?”, eccetera. Mentre si tratta di 80 euro, che lei può pagare di tasca propria, giusto “to kill the news”, come vuole il giornalismo anglosassone, la notizia che faceva le prime pagine albanesi. Semplice, perfino banale, da parte di Meloni o dei suoi consigliori – dire che gli italiani non sono ladri, agli albanesi…. E torna il dubbio che questi media non facciano veramente opposizione, ma siano quinte colonne di Meloni.
Naturalmente non è così, ma allora? Stupidi non possono essere.
 
I sindaci Dem che non hanno bisogno della piccola economia detta dell’accoglienza non vogliono i migranti e accusano il governo di mandarceli. Perché il governo è di destra, e la destra, si sa, è anti-migranti. E loro?
C’è un difetto di comunicazione nel Pd, o il Pd è questo?
 
Cala il pil, ma l’agenzia di rating Fitch promuove l’Italia  e migliora le previsioni: l’agenzia vede buoni risultati negli investimenti, sia delle imprese sia del Pnrr. Mentre l’opposizione e i media continuano la campagna sul Pnrr – soldi persi, Comuni incapaci, governi inadempienti, eccetera. Se la cantano e se la suonano. A che pro?
 
Continua, anche dopo la sagra Pnrr (scadenze, rate, eccetera), l’Europa come maestra di scuola e anzi spauracchio. Non è così nei media di altri Paesi: l’Europa non è un muso duro, i regolamenti Ue si leggono e si interpretano, le decisioni Ue si concordano sempre con i governi. Non è nemmeno vero che l’Europa è sempre d’accordo con il Pd e contro i governi di altro genere. Ma in Italia l’argomento si può “vendere”, evidentemente. Vige l’ideologia nefasta del “vincolo esterno”:  saremo buoni se saranno inflessibili con noi. Che risale purtroppo al Presidente Ciampi e a Draghi.
 
Continua la difesa a sinistra, nei media e nei partiti, delle banche contro la sovrattassa del governo Meloni. Non tecnicamente, sul merito, ma ideologicamente, come tassa sugli extraprofitti. E uno non si capacita: che ci hanno fatto le banche per difenderle - pare, pure, contro i loro interessi (tra banche e governo non è una partita tra vergini)?
 
Ultimo barrito contro la sovrattassa sugli extraprofitti delle banche: un richiamo della Banca centrale europea al governo che l’ha imposta. Ma non si sa bene su che cosa: il merito? l’entità? la modalità? Salvo che la Bce non ha detto nulla sulla sovrattassa – nulla aveva da dire: l’avrebbe fatto sapere. E allora, sono media e partiti all’orecchio degli uffici stampa delle banche?    

The Mississippi Question

Otto giorno fa il “Financial Times” pubblicava un’analisi con questo titolo: “Is Britain really as poor as the Mississippi?”. È la Gran Bretagna povera come il Mississippi? Sottintendendo arretrata, deep South,squallida, il solito corredo di valutazioni che accompagna uno Stato del Sud. La domanda nasceva dalla constatazione celebre che nove anni fa fece il direttore dello “Spectator” britannico, Fraser Nelson, che la Gran Bretagma era più povera, pro capite, di ognuno dei cinquanta Stati americani, eccetto il Mississippi.
La verità è, lamenta Carswell, che il Mississippi è in poeno sviluppo, mentre la Gran Bretagna è in declino. Carswell viene presentato come presidente e Ceo del Mississipi Center for Public Policy, ma lui si dice soprattutto un inglese trapiantato nel Mississippi. Un inglese di primo piano. Appena cinquantenne, è stato parlamentare conservatore ai Comuni, cofondatore diVote Leave nel referendum per la Brexit, nonché scienziato politico - “Tne End of Politics and the Birth of iDemocracy”, “Rebel: How to overthrow the Emerging Oligarchy”.
Douglas Carswell, Is Britain really as poor as the Mississippi?
, “The Atlantic”,

sabato 19 agosto 2023

Cronache dell’altro mondo – presidenziabili (244)

Si apre una campagna per la presidenza degli Stati Uniti all’insegna del giudiziario, A carico di entrambi i probabili concorrenti, Trump e Biden. Di più naturalmente a carico di Trump, sottoposto fino ad ora a quattro o cinque procedimenti (i capi d’accusa sono “otto dozzine” secondo “The Atlantic”),  che dovrebbero tutti andare in giudicato sotto elezioni, a settembre-ottobre 2024. Per l’assalto dei trumpiani al Campidoglio il 6 gennaio 2021, e per varie altre motivazioni. Contro Biden per presunti coinvolgimenti nel traffico internazionale di influenze (in Ucraina e in Cina) del figlio Hunter.

A otto mesi dalle primarie e a quattrodici dal voto, Trump però è in ascesa nei sondaggi, Biden in calo. Il tasso d’approvazione di Biden è basso, attorno al 40 per cento, e in flessione. E la sua ricandidatura non riscuote consensi ampi nei sondaggi degli elettori Democratici dichiarati: attorno al 25 per cento si dice a favore. Nei sondaggi fra gli elettori giovanili di simpatie Democratiche, fra i liceali e gli universitari, ben il 60 per cento si dice a favore di un nome nuovo. Verso il 60 per cento dei consensi va invece Trump nei sondaggi sugli orientamenti repubblicani.

La previsione è che, se non in tutti, in qualche tribunale

Trump sarà condannato,quindi politicamente “azzoppato”

– in uno, in Georgia, a opera di una Procuratrice

Democratica, Fani T.Willis, la sua eventuale condanna non

sarebbe “perdonabile” presidenzialmente, poiché la

giudice ha avuto l’accortezza di montare una causa statale

– su cui la presidenza non ha giurisdizione –e non federale.

Trump invece si fa forte della persecuzione giudiziaria

Democratica subita durate la sua presidenza, 2016-2020,

col Russiagate. Un falso processo montato su un falso

dossier, commissionato in campagna elettorale dalla

contendente Clinton a una ex spia inglese.  

Le pene dello sradicamento, con humour

“Ai genitori e alla sorella”, all’India in realtà, la raccolta di racconti è dedicata. Nel tentativo di “capire ciò che non afferravo”, spiega l’autrice a Missiroli nell’intervista che introduce la riedizione: “I miei genitori soprattutto. Mi amavano molto, mi proteggevano, ma io ero già divisa e ricordo di essermi sentita straniera anche con loro”. Una differeza, o scissione, che non è così semplice come sembra – uno emigra e per qualche tempo si trova a disagio, non di qua e non di là: “È un dolore importante che provo a elaborare qui e in tutti i miei libri. Fa parte del mio malanno, e della sua cura”. Ma è una celebrazione in realtà dell’India trasvolata, al di qua degli oceani: dei belletti, i colori, le capigliature forti, i sari, dell’inanità delle mogli, che hanno pure cura di sé ma si spendono a occhi chiusi nelle faccende domestiche. Specialmente della miriade di cibi di quella formidabile cucina: si preparano, si cucinano, si mangiano e si sgranocchiano a ogni pagina.
Una scrittura, senza eccessi, divertita in realtà, e divertente. Il tratto è crepuscolare – di quella remota stagione minimal anticipata di mezzo secolo che l’Italia gha avuto nel dopoguerra, con Marino Moretti e pochi altri.
Dieci racconti di un mondo che è stato il suo, dell’autrice, ma lei non ha “vissuto”, se non a distanza – è il ragazzo, Eliot, lasciato alle cure dopo la scuola della laboriosissima, attentissima e impratica signora Sen che si è proposta a baby sitter. Cosmopolita per definizione ma più per bisogno, poiché senza radici. Di famiglia indiana, ma di nascita e di forma mentis, nonché inguaribilmente nostalgica (i genitori, i nonni, le sorelle, i fratelli, i nipoti, le feste…), di fatto trapiantata. Nata e cresciuta in Inghilterra, universitaria e scrittrice americana, da una dozzina d’anni romana, scrittrice italiana. La scrittrice della differenza come mancanza, come smarrimento. Racconti del “tipo” indiano, visto in filigrana, sul reagente americano. Non specialmente caratterizzato questo, solo quotidiano, “normale”.
L’interprete dei malanni, il signor Kapasi, lavora come guida turistica (“vado in gita”) il venerdì e il sabato, i giorni della settimana lavora presso uno studio medico. Fa l’interprete del medico, che “ha molti pazienti del Gujarat” ma non capisce il gujarati, che invece il signor Kapasi padroneggia, perché suo padre “era del Gujarat”. Nel racconto guida al Tempio del Sole a Konarak una coppia di americani con tre figli, che gli sembrano indiani ma non hanno e non sanno nulla dell’India, loro si limitano a venire ogni due anni a trovare i genitori che sono tornati in India con la pensione.
È di questa identità gregaria che l’autrice si è voluta liberare, scegliendo una ligua e un mondo terzi, l’italiano a Roma, una cultura classica? Qualche autoanalisi è in grado di produrre nell’intervista con Missiroli.
Jhumpa Lahiri, L’interprete dei malanni, “Corriere della sera”, pp. XIV + 225 € 8,90

venerdì 18 agosto 2023

La Germania arranca – vittima della guerra

Non solo i treni arrivano in ritardo, al punto da indisporre la Svizzera, che mobilia il trasporto su strada in alternativa nelle tratte passeggeri servite da treni tedeschi. L’economia nel suo insieme non funziona: ha registrato tre trimestri di recessione o stagnazione e potrebbe chiudere l’anno col segno meno.
Ha problemi l’industria automobilistica, con Volkswagen in prima posizione, sia sui mercati europei che su quello cinese. Ha problemi di mercato anche il settore delle macchine utensili, già dominante. L’“Economist” ha rifatto al copertina del 1999, "È la Germania di nuovo il malato d’Europa”. Con articoli tipo “La Germania da locomotiva a fanalino di coda”. Il Fondo Monetario Internazionale ha diffuso un’analisi che vede in Europa nei prossimi anni la Gran Bretagna, la Francia e la Spagna fare meglio della Germania – e l’Italia che non si cita perché ha un governo di destra?
Il dato che l’“Economist” e il Fmi trascurano è che la Germania più di ogni altra economia è stata colpita dall’interruzione delle relazioni con la Russia e dalle sanzioni. I prezzi delle fonti di energia sono aumentati enormemente, indebolendo nel complesso gli investimenti. Mentre l’inflazione sul mercato dei consumi è già un problema politico, con l’estrema destra Afd gratificata dai sondaggi di un 21 per cento, livello iperbolico, solo 4-5 punti sotto il primo partito, la Cdu\Csu, i popolari.

Padroni e villani, malinconici

Padrone sì, e signore, ma se di un feudo in rovina, di villani impraticabili? Il ghigno di Malerba, l’autore del racconto, è la cosa migliore del film – benché appannato, coperto, essendo oggi scorretto. Altrimenti, il Medio Evo “fatto a medio Evo” non fa ridere. Non basta chiamare Bernarda la signora.
Il richiamo a Brancaleone, nella parlata, nelle stesse immagini, luci, costumi, ambienti, è perfino controproducente. “L’armata Brancaleone” di Monicelli non è un genere, è un caso, il miracolo – costoso anche, un grosso impegno produttivo? a scorrere la ventina di nomi del cast.
Francesco Lagi, Il pataffio
, Sky Cinema 1

giovedì 17 agosto 2023

Ecobusiness dell’architettura a perdere

Grande programma di riqualificazione dell’area delle Vele di Scampia si annuncia a Napoli. Non è la prima volta, da trent’anni o quasi si prospetta. Ma ora in clima di santità, da eden riconquistato: la “vela” B sarà ristruttrata per “servizi alla comunità” (un scuola? un asilo nido?), sull’area delle vele C e D, che verranno abbattute, si produrrà un miracolo verde. Decine di progetti di architetti e ingegneri si contendono le 400 nuove “unità abitative” previste. Si abbattono i vecchi apartamenti, di proprietà pubblica, per farne di nuovi, privati? Sarà uUna meraviglia: ci sarenno orteti e frutteti, che i residenti potranno coltivare liberamente, molti animali a scopo educativo, molti spazi aperti allo sport, dal jogging al basket. Insomma, un paradiso. E anche le nuove “unità abitative”: saranno costruzioni Nzeb, Nearly Zero Energy Building, che vuol dire ad alta efficienza energetica.
Non è la prima grande ristrutturazione, ingegneri e architetti sono volubili. Il consumo di materiali e di territorio che si è fatto per le loro “idee”, cioè i loro progetti, cioè i loro interessi, è stratosferico. L’ecobusiness dell’area Vele viene appena cinqunt’anni dopo le Vele stesse, costruzioni allora “utopiche”, da falansteri, da socialismo alla Fourier (in realtà sono durate molto meno: l’ultima Evela” è stata approntata nel 1975, la prima abbatturata è del 1997. E non solo a Napoli, anche a Roma (Corviale), a Bari (Ecomostri), e chissà dove altro.
La ricetta urbanistica è cambiare. Era durare, ora è cambiare: l’urbanistica si vuole volano degli affari. Oggi naturalmente ecologici – abbiamo avuto con gli ecomostri l’abusivismo di necessità, o per i ricchi il verde verticale, insostenibile. Tra idiozie o agudezas, e sperpero pubblico di denaro, salute, ambiente (territorio). Ricette fertili a Napoli come a Roma, città per eminenza della speculazione (eminenza in senso proprio, vaticana). A Napoli fu emblematico il caso del chiostro di Santa Chiara, un’area di quiete si direbbe edenica nel mezzo della città fatta spiantare da architetti e ingegneri, una vista orrenda, per piantarvi piante d’epoca – del Trecento? del Cinqecento? di uno o più vivai amici.

Gli Etruschi sullo Stretto

“Mentre noi pensiamo che i fulmini si verifichino perché le nuvole si scontrano, gli Etruschi ritengono che le nuvole si scontrino  proprio per inviare un messaggio divino”. Su questo carotaggio, semplice e approfondito, del mondo etrusco nel secondo libro delle “Naturales Quaestiones” di Seneca, si è voluto intitolare la mostra, e anche ordinarla: sulle forme di culto e di religiosità degli Etruschi. Perché a Reggio Calabria? Perché gli Etruschi non erano un mondo isolato, commerciavano con la Grecia e la Magna Grecia.
A Reggio, in particolare, sul semplice pretesto di ipotizzare che i vasi figurati calcidesi ritrovati in territorio etrusco potrebbero essere stati manufatti nella città dello Stretto, colonia calcidese, e non nella madrepatria. E per ridare smalto alla civiltà etrusca, che potrebbe essere di grande attrazione per vari suoi aspetti, ma ultimamente si è un po’ persa nell’opinione e negli scambi culturali. Una finestra aperta per le migliaia di visitatori ogni giorno dei Bronzi di Riace.
Una mosra piccola ma piena, di oltre 100 reperti, con didascalie semplici e perspicue. Organizzata dal direttore del museo reggino, Carmelo Malacrino, e del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, che ha fornito statue, oggetti in oro, argento, bronzo, urne cinerarie, ceramiche figurate. E ottime glosse.
Le nuvole e il fulmine. Gli Etruschi interpreti del volere divino
, Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale

mercoledì 16 agosto 2023

Le quattro primavere

Le presenze a volte si mutano in tracce.
S’incontrava talvolta a Soroti, tra Tanzania e Uganda, sopra il lago Kyoga che il Nilo Vittoria si mette da parte, per una birra, o anche a Dar Es Salaam se andava in banca, e sempre assicurava che l’Uganda è il paese dell’eterna primavera:
- Viviamo tra quattro primavere, i fiori rifioriscono, l’erba è sempre verde.
Viveva in realtà solo. E quindi col problema di convivere con la famiglia della ragazza che a turno stava con lui, e con le gelosie degli altri clan:
- Saggiamente - diceva sereno della dote cui operavano nel fiore le ragazze.
Egli stesso non ambiva che a godersi l’esistente, ricavando dalla piantagione quanto basta a rifare il tetto, migliorare le terrazze, soddisfare le madri. Ma la libertà dei popoli è inflessibile e ora vive a Boccea, all’interno 47 del n. 124 da cui non esce, non sa camminare sull’asfalto, è sposato a una signora che fa l’infermiera, e ne ha avuto un bambino di cui non si cura. Sogna che Obote o Amin gli distruggano la modesta piantagione, incendiando la casa, anche se sono da tempo morti,
e in fuga tra scoppi di mitra e lampi di machete per foreste melmose su corazze di coccodrillo si salvi con la complicità dei vecchi compagni del Che, che lo mettono su un aereo senza bagaglio.

Ritorno alle fradici osche e greche

Un’opera redatta celermente, in pochi mesi nel 1889,  rimasta insuperata. A Laureana di Borrello, il paesino dove Marzano risiedeva. Pubblicata l’anno successivo sulla rivista “La Calabria”, un periodico letterario che Luigi Bruzzano editò per un paio d’anni. Dalla semplice conversazione con “la gente del popolo, in ispecie quella  che dimora nelle campagne”, Marzano, folklorista e lessicologo dilettante (porta il nome, secondo la Treccani, di un figlio nato nel 1459 a Eleonora, figlia di Alfonso V d’Aragona, re di Napoli, con Marino, duca di Sessa, principe di Rossano), si accorse che molte parole erano “gli avanzi, sebbene scarsi, della lingua del popolo primitivo che abitò queste contrade, del Popolo Osco”, e di più recavano “tracce delle sovrapposizioni e delle invasioni degli altri popoli, cioè del Greco, del Latino, dell’Arabo, del Francese e dello Spagnolo”.
Il ricorso al popolino è retorico, di prammatica: era l’epoca della divinizzazione, mazziniana, positivista, del Popolo. La stagione era anche fertile, oltre che per il folklore, per i vocabolari, soprattutto dialettali. 

L’opera recupera oltre tremila lessemi. In prevalenza derivati dal greco. Dal greco antico e non dal bizantino, Marzano anticipa Rohlfs – che terrà conto dello scavo di Marzano nel suo voluminoso “Nuovo dizionario dialettale della Calabria”.
Una riedizione curata, da parte delle pugliesi edizioni Grifo, e alla portata, non alle cifre elevate delle riproduzioni anastatiche. Con la prefazione che l’etnologo Raffaele Corso scrisse per la riedizione del 1928. E l’introduzione all’opera dell’editore, Franco Palascia.
Giovan Battista Marzano, Dizionario Etimologico del dialetto calabrese, Grifo, p. 317, ill. € 12


martedì 15 agosto 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto

Giuseppe Leuzzi

“Un Paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” - Cesare Pavese, “La luna e i falò”.
 
Ippolito Nievo, “Una scrittura di maschere per Carnovalone” (In “Storia filosofica dei secoli futuri, e altri scritti umoristici del 1860”), ha “la carta sughero degli aranci di Messina”. Nievo conosceva e aveva pratica della carta sughero prima delle arance – a nessun siciliano sarebbe venuto e verrebbe in mente di dire le arance carta sgughero.
 
In realtà le arance di Nievo erano imbarcate a Messina, dal porto, ma prodotte nel catanese e nell’agrigentino. Ora, non da ora, dal porto di Messina non parte più niente. Anche le navi militari lo disertano, gli incrociatori inglesi, le corazzate americane. Né la città ha organizzato il porto, come invece ha fatto Reggio di fronte, per l’accoglienza agli immigrati. La geografia economica è volubilissima.
 
C’è ingegno nella mafia
“La cattura è stata forse l’ultimo e migliore investimento di Matteo Messina Denaro”, commenta Francesco Damato sul giornale online Start Magazine: “Il cancro è ormai al quarto stadio e l’ergastolano può per sua fortuna affrontarlo in condizioni migliori di quando potesse da latitante. Ne ha tutto il diritto, per carità”. Ma ora il suo avvocato può pretendere “l’incompatibilità fra il suo stato di salute terminale e il regime di detenzione noto come il 41 bis”. Se non, come ipotizza “La Stampa”, pretendere “una detenzione ordinaria,, che gli consentirebbe la sospensione della pena o gli arresti domiciliari”.
La mafia non è una. Ci sono gli animali, che uccidono chi capita. Assassini, stragisti, di non sanno nemmno chi, a centinaia, a migliaia, compresi moltissimi magistrati, politici, giornalisti, dirigenti di Polizia, generali dei Carabinieri, mogli, figli, bambini. Gli Spatuzza, i Brusca - ora pentti e convertiti, pupilli della giustizia purché denunciassero Berlusconi e Dell’Utri. Ma c’è anche, purtroppo, ingegno nella mafia, che s’infila dappertutto come i topi.
 
La mafia sconfitta in Sicilia
Si vuole la mafia un fatto sociale e politico governante, dominante, in grado di distribuire ricchezza (lavoro, utilità, vitalizi), creare carriere, canalizzare gli affari. Invece che un fatto criminale. Ma la volta che si candidò a governare la Sicilia, nel dopoguerra, prese pochi voti, pochissimi. Il famoso voto di scambio che farà la panacea di tutte le procure antimafia, là dove si trova immigrata qualche famiglia siciliana o calabrese, non funzionò con i mafiosi.
È una delle tante sociologie di caserma che Salvatore Lupo decritta nell’ultima ricerca, “Il mito del Grande Complotto”. Il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia costituito nel 1943 aprì le porte alla mafia: “Nel 1943, per la prima volta, nonché per l’ultima, l’ideologia sicilianista si fece partito, e in un partito, per la prima e l’ultima volta in un secolo e mezzo di storia, l’onorata società si identificò, anziché inserirvisi strumentalmente”. C’entrarono tutti, e nel 1947 si candidarono anche.  Lupo ne cita “alcuni, un po’ casualmente”, ma sono le punte di diamante della geografia della mafia, e quelli che quelli ne hanno “fatto la storia”, prima dell’avvento delle belve, Liggio e Riina: Calogero Vizzini di Villalba, Giuseppe Genco Russo di Mussomeli, Michele Navarra di Corleone, i palermitani Paolino Bontate, Salvatore Greco, Tommaso Buscetta, Pippo Calò, e il bandito robin hood Salvatore Giuliano.
Nessun mafioso fu eletto, e pochi o nessuno i mafiosi fecero eleggere: nove deputati regionali su novanta nel 1947, e il Mls si sciolse, senza traccia.
I mafiosi erano e sono criminali, che presto o tardi saranno annientati da altri criminali: che sicurezza possono dare?
 
Ancora un piemontese in Sicilia
Il colonnello Charles Poletti, che governò la Sicilia per alcuni mesi dopo l’operazione Husky, lo sbarco Alleato in Sicilia nel luglio del 1943, reputato l’artefice del patto con la mafia dai siciliani che coltivano l’ipotesi del “Grande Complotto” Usa-mafia, era figlio di piemontesi. Di una coppia di immigrati, Dino e Carolina Gervasini, di Pogno, nel novarese, un borgo prossimo al lago d’Orta.
Aveva studiato a Harvard con una borsa di studio – il padre era scalpellino. Dopo la laurea aveva seguito a Roma nel 1924 alcuni corsi alla Sapienza, con una Eleonora Duse Fellowship, una borsa di studio – e al ritorno si era specializzato alla Harvard Law School. Aveva poi fatto pratica forense, ma soprattutto politica. Nel partito Democratico, consulente in tutte le campagne presidenziali, del 1924, del 1928 e del 1932. Dal 1933 consigliere e uomo di fiducia del governatore dello stato di New York, Herbert Lehman. Che nel 1937, a soli 33 anni, lo nominò alla Corte Suprema dello Stato di New York. Quando Lehman, nel 1942, abbadonò l’incarico per dirigere quello che sarà il piano Marshall per l’Europa, Poletti lo sostituì nel mese d’interregno fino all’entrata in funzione del governatore Dewey. Il primo figlio di italiani a fare carriera politica, come governatore. Passato l’incarico a Dewey, Poletti divenne consigliere del ministro della Difesa  Stimpson, col grado di tenente colonnello. Morirà nel 2002, a 99 anni.
A sostegno dei patiti del Grande Complotto Usa-mafia si può ricordare che il partito Democratico era legatissimo a New York alla mafia – Fiorello La Guardia, il sindaco, anch’esso di famiglia italiana, che combattè e interruppe questi legami, era Repubblicano.
 
La Sicilia non è tutti noi
Tra linee della palma che salgono e laboratori politici nazionali, di un’isola cioè quintessenza dell’Italia, suo ganglio anzi centrale e vitale, si dimentica che l’autonomia regionale fu richiesta e riconosciuta (concessa) non per una questione di sviluppo, di soldi, di investmenti pubblici privilegiati, ma per una diversità storico-etnica. Si decise per la Sicilia come per le regioni a popolazione mista, anche allogena, Friuli, Venezia Giulia, Alto Adige, Aosta. È per questo che non fuziona? E teme l’autonomia differenziata.
L’equivoco nasce dal fatto che lo statuto special fu proposto e perfino imposto contro il separatismo siciliano. Quando gli Alleati cessarono l’amnistrazione Amg, Allied Military Government, e consegnarono l’isola al governo italiano, nel febbrario 1944, il primo compito che il Cln si assegnò in Sicilia fu di battere il movimento indipendentista – che al riscontro elettorale mostrerà poco seguito, ma si voleva allora temibile. Fu Mario Scelba, futuro ministro dell’Interno di ferro, all’epoca giovane apprezzato seguace di don Sturzo, a chiedere e concordare una richesta di autonomia. Senza attendere, diceva, la Costituente nazionale o il “vento del Nord” – il “vento del Nord”, diceva, aveva nell’atro dopoguerra provocato solo sconquassi, tra socialismo e fascismo.  Ad appena un anno dalla fine dell’Amg, quindi nel febbraio 1945, riuscì a promuovere una Consulta regionale, composta dai partiti del Cln e da notabili prefascisti, per predisporre uno statuto di autonomia.
 
Cronache della differenza: Calabria
Il conte napoletano Giuseppe Ricciardi, letterato e patriota, poi deputato radicale del Regno d’Italia, pubblicava a Parigi nel 1842 una “Storia d’Italia dal 1850 al 1900, ossia Profezia in forma di Storia” in cui la liberazione dell’Italia la prevedeva in risalita dalla Calabria - una sorta di jacquerie, di “massismo” rivoluzionario, unitario.
 
Vi finiscono i sogni di gloria. Fabio Sebastiano Tana fa sullo speciale Calabria della rivista di viaggi “Meridiani” la constazione: con Alessandro il Mol,osso, zio e cognato di Alessandro magno, Annibale,Alarico.
 
Il “non finito” calabrese, le case lasciate a metà, senza tetto, con pilastri senza pareti, con pareti senza intonaco, e\o senza infissi, è finito in mostra qualche anno fa a Reggio, Mostra Metamorphosis Meditarrenea, con le foto di Angelo Maggi. Censita con interesse, quasi con entusismo, come opera memorabile - o della bellezza della bruttezza. Metamorfosi, le parole non mancano.
 
Marta Fascina, “una bella signora calabrese” nella posta di Natalia Aspesi, “diventata del tutto sconosciuta onorevole a Portici”. Aspesi non è la sola, anche se Fascina di calabrese ha solo la data di nascita: la Calabria e Berlusconi (Fascina è l’ultima compagna di Berlusconi) uniti nel disprezzo.
 
Nina Weksler ha ricorrenti, nelle memorie “Con la gente di Ferramonti”, i tramonti rossi del basso Tirreno: “Rosso e lilla, rosa e violetto…violetto e rosso dietro veli di  grigie nubi, e le verdi montagne sparivano nel rosso e nel grigio”.
 
Un giorno qualsiasi, poniamo venerdì 11 agosto, le pagine Cultura della “Gazzetta del Sud”, il giornale della Calabria, reca questi titoli: “Arena di Verona, I grandi numeri delle stagioni del Festival 2024 e 2025”, 4 col.; “Il Louvre si conferma il museo più visitato al mondo”, 4 col.; “Ferragosto in sala nel segno del brivido”, 2. col., a pagina intera, intense, su due registi horror, André Vredal, norvegese, e Sukholytkyy-Sobchuk, russo; “A settembre riapre il Maggio Musicale Fiorentino”, 3 col. - e due lunghi obituaries, Antonella Lualdi e Peppino Gagliardi. Si direbbe una regione musicale, col culto dela morte.
 
Le memorie di Nina Weksler, dei quasi tre anni d’internamento, perché ebrea e perché allogena (tedesca), a Ferramonti (Cs), l’editore Demetrio Guzzardi può dire “paradigma del modo calabrese di vivere i rapporti umani, anche in situazioni difficili”. La disgrazia non lascia inerti: è un riflesso vecchio ancora vivo.
 
“Come va signorina, che si dice?”, interpella Nina quando la incontra il maresciallo del campo, Gaetano Marrari. Un iditotismo che dice tutto. Cioè, solo la simpatia.
 
La Regione commissaria trenta Comuni per il ripristino di ambienti occupati o modificati abusivamente. Protestano i  Comuni, facendo valere che il ripristino dell’abuso è già stato avviato o concluso, e che la relativa documentazione è stata tempestivamemnte certificata. Ma la Regione non ci sente: in fondo si tratta di dare trenta stipendi, per qualche mese, non un grande sacrificio.
Si dirà la Calabria la regione dei commissari. Ai Comuni, alle Asl, alla sanità regionale nel suo insieme, ai depuratori, e ora all’abusivismo.
 
Protestando i Comuni commissariati per abusivismo, il direttore della Tutela Ambientale della Regione invita a un confronto, con annucio sul giornale: “Lunedì 14 agosto, alle ore 11”. Un giorno feriale fra tre giorni festivi. Senza perfidia: il potere ha in Calabria un’alta concezione di sé.
 
Nelle processioni del santo patrono, l’uscita e il rientro in chiesa sono segnati da salve di fuochi d’artificio secchi, senza colori facendosi le processioni di giorno, botti in realtà, scoppi. Che sono quelli delle “fantasia” nordafricane, i colpi a ripetizione in segno di omaggio e di festa.    

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I primi dinosauri scampati all’estinzione

Il professor Challenger, lo Sherlock Holmes della fantascienza, parte per quella che sarà la prima di una serie di avventure. E la più ristampata degli “altri” Conan Doyle, di fantascienza, di storia, di spiritismo. Sull’altipiano della Gran Sabana, in Venezuela, dove troverà dinosauri e altre specie animali scampate all’estinzione. Opera del 1912. Conan Doyle vi fece tesoro delle conferenze di Percy Harrison Fawcett, un esploratore amazzonico molto celebre - poi scomparso, insieme col figlio e un amico del figlio nella Foresta amazzonica, un caso che fece molto scalpore.

Un romanzo che avvia, si può dire, il filone poi sviluppatissimo della fantascienza. Che subito incuriosì – fu addirittura tradotto dopo pochi mesi dalla “Domenica del corriere”, che lo pubblicò a puntate, di richiamo per i lettori. Il ruolo di testimone-narratore, il dr. Watson della nuova serie, è il giornalista Edward Malone.
Conan Doyle si attiene alla lezione di Darwin, che incontrando delle specie non evolute le classificò con un ossimoro, “fossili viventi”. In questo senso, spiegava altrove il compianto etologo entomologo Giorgio Celli, fa un errore. Ma non giunse all’estremo cui giungerà Wells, che ipotizza la “cavorite”, un minerale anti-gravità, sollecitando le risate di molti – a quest’ora la cavorite sarebbe stata ben lontana dalla terra, in fuga per i cieli.
Un romanzo di curiosità, senza suspense: è lo stesso professor Challenger che racconta la sua avventurosa spedizione, intervistato da Malone. Che si segnala piuttosto, oltre che per la narratività, che perdura benché ormai il mondo dei dinosauri sia passato attraverso innumerevoli racconti e film, per la “scientificità”. Anche in altre questioni Doyle sbaglia, ma pure ci azzecca. A dei pitecoidi antropomorfi attribuisce un linguaggio verbale, mentre già si sapeva che la verbalità è un fatto tardivo dell’evoluzione – si dubita che gli umani del Neanderthal parlassero. Invece è possibile che lo pterodattilo gigante, che pure avrebbe fatto meglio a chiamare pterosauro, il mostro alato a cui fa sorvolare minaccioso l’altopiano, pur essendo un rettile senza denti e un mangiatore di pesci, è stato ritrovato cinquant’anni dopo il romanzo in Texas da una spezione paleontologica, in sedimenti non marini.
Il racconto della spedizione è disponibile in varie edizioni, anche illustrate per ragazzi. Questa ripropone la traduzione della vecchia edizione Theoria, a cura di Fausta Antonucci. Ma senza il commento di Celli che la introduceva, che è un racconto a parte, delle “bevute” della scienza propriamente detta. Tanto più, va aggiunto, che Challenger è modellato su un personaggio reale, Percival, Percy, Fawcett, archeologo, altrettanto collerico e avventuroso - sparirà in Amazzonia, col figlio e un collaboratore, alla ricerca di una città scomparsa.
Arthur Conan Doyle, Il mondo perduto, Fanucci, pp. 288 € 7

lunedì 14 agosto 2023

Lasciate che i migranti vengano a noi

Si immigra illegalmente in Europa via Italia. L’inchiesta di Rinaldo Frignani sul “Corriere della sera” conferma la percezione: non c’è più la rotta bacanica, non c’è più la Grecia, non c’è più la Spagna, c’è l’Italia. “Su 68 mila migranti arrivati in Europa al primo giugno, oltre 50 mila sono sbarcati in Italia”. Via mare, soprattutto, e via terra.
L’inchiesta non lo dice, ma il fatto contrasta con due dati geografici. Sarebbe più facile, posto che ci sia una vera pressione demografica dietro l’immigrazione, dalla Turchia passare in Grecia. O dal Nord Africa in Spagna, dove peraltro il governo è socialista,  quindi teoricamente benevolo con l’immigrazione anche irregolare.
L’immigrazione  si dirige verso l’Italia per due motivi. Che è organizzata: è un business, a pagamento, e non un esodo per motivi politici o umanitari. E questo business trova rispondenza in quello speculare dell’accoglienza. Che in Italia è lucrativa e ramificata. E lucrativa, poiché offre anche protezione legale contro i rimpatri dei non rifugiati politici. E ha eco sempre favorevole  nell’opinione pubblica, nei media: le tv, di Stato e private, i giornali, la mobilitazione sui casi di cronaca. Su indirizzo insistente del papa, e di ogni istanza religiosa. Una mobilitazione tale che perfino un governo di destra deve recedere.
Ma questo è un punto di connessione diabolico. Si fa assistenza invece di politica migratoria. E la si fa perché l’accoglienza è anch’essa confessionale. Che il Pd o i partitini di sinistra siano schierati non conta, hanno capetti che potrebbero non capire di che si tratta. Ma il Vangelo a protezione della tratta degli schiavi – Frignani non dice quanti immigrati sono morti nel business quest’anno: sono “oltre duemila”, nei primi sei mesi, tra essi 289 bambini – fa senso.   

Soros si celebra, affossatore delle nazioni

Il finanziere gigione a 92 anni si è fatto anche un film, diretto per l’anagrafe dal “figlio di Bob Dylan”, scritto e interpretato da se stesso. Con qualche controcanto, naturalmente, stonato: figure minori o ridicole, per dare più spessore all’egomania.
Si fatica a parlarne male perché Soros è sempre pieno di sé, e chiude ogni dubbio col fatto che fu un ebreo in Ungheria negli anni del nazismo in Europa. Ma lo fu senza danno. E poté emigrare nel 1947, a 17 anni - figlio di un avvocato e scrittore emigrato anch’egli, direttamente in America - per studiare alla London School of Economics. Ma l’essere ebreo non c’entra – tra l’altro doppiato qui con la scelta del regista, figlio del Nobel di Letteratura. Né con l’aver destinato beneficenza, patronaggi, sponsorizzazioni a cause, personaggi e attività politicamente di sinistra. Questo si direbbe un problema per la la sinistra, non un vanto. Soros è Soros in quanto abile e fortunato gestore di hedge fund, fondi d’investimento speculativi. Se è un re è della speculazione. E la speculazione tutto può essere, anche audacia, fortuna, avventura, ma si fa a danno dei più. Del “parco buoi” della finanza ma anche a danno delle finanze pubbliche, di masse cioè che non c’entrano, e per questo sono prede facili.
Soros è diventato Soros, il primo, a suo parere, fra tutti gli speculatori, col fortunato attacco alla sterlina e alla lira nel 1992. Un piccolo azzardo di Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, che aveva favorito un lieve ma costante apprezzamento della lira nei confronti del marco nel quadro dello Sme, il Sistema Monetario Europeo, in vista del passaggio all’euro, per favorire cioè l’inclusione dell’Italia nell’euro, facilitò l’attacco di Soros: la lira perse in un giorno un 30 per cento del valore, Soros divenne multimiliardario, con i suoi soci, dall’oggi al domani, in dollari. Ma non a somma zero: tutti gli italiani ci rimisero qualcosa, poco o molto, e soprattutto l’Italia, che veniva dagli anni 1980 come quinta o quarta potenza economica mondiale, fu ridotta a un cencio da cucina, posizione da cui non si è più ripresa (anche per la contemporanea offensiva giudiziaria scatenata da un certo Di Pietro). Che Soros abbia destinato poi le creste dei suoi guadagni, a fini fiscali, in beneficenza o a promozione di attività benefiche non lo santifica.
Il curioso di questo autofilm è che Soros, che pure ha avuto momenti bui dopo la presunta laurea in Filosofia a Londra con Popper (che, richiesto, non lo ricordava), non li ricorda nella sua narrazione. E questo conferma il suo lato nero:  ha fatto fortuna sui momenti bui degli altri.
C’è egomania e egomania. Abbiamo appena seppellito l’egomaniaco massimo in Italia, Berlusconi, per questo criticato e insultato, ancora dopo morto, che pure non ha mai fatto male a nessuno. Soroso fa la politica di se stesso. Ma la politica non si compra. E non è vero che la speculazione finanziaria è asettica: è un veleno oppure un’arma letale.        
Jesse Dylan, Soros racconta Soros, Sky Documentaries

domenica 13 agosto 2023

Ombre - 680

Il ministro della Giustizia ha messo sotto inchiesta la Procura  di Firenze, e ci si stupisce nell’occasione di tanta imprevidenza e supponenza. Per l’inchiesta contro Renzi non solo, per la quale il ministro ha disposto l’azione disciplinare. È una Procura che voleva Berlusconi mandatario delle stragi di mafia del 1993, ci ha lavorato per anni – poi Berlusconi gli è mancato. La stessa che ha cercato la bambina scomparsa dovendo si poteva trovare – setacciavano i muri della casa, i pavimenti. È solo incapacità? Anche ai tempi del “mostro” la Procura di Firenze si distinse per l’inpacità. O deve non dover fare certe cose?
 
Ma che ha di speciale questo De Angelis, che ogni pochi giorni provoca guai al “suo” governo. Prima con l’improvvida assoluzione dei suoi camerati per la strage di Bologna - “tragedia di cui nulla so”, dice poi. Poi con l’assunzione del cognato alla regione Lazio, di cui è diventato consulente, ben pagato. Il cameratismo non è morto?
 
Ercole Incalza, l’ex direttore dei Trasporti, nel suo memoir quotidiano, che compartisce col fondo-pastone anch’sso quotidiano di Roberto Napoletano, direttore del calabrese “Il Quotidiano del Sud”, ricorda oggi, commentando l’entrata in forze di Ferrovie nel sistema tedesco di trasporto merci su ferro, due titolari de suo ministero negli anni 1980, Formica e Signorile, che decisero il rinnovamento del sistema ferroviario invece del declassamento, e lo finaziarono. È curioso come  i socialisti al governo, che pure hanno beneficato l’Italia, siano scomparsi dalla memoria - specie dalla storia, dai (pocihi) manuali dell’Italia contemporanea, peraltro di “storici” Pd.
 
Curiosa l’attesa dei media sull’intervento dei paesi africani dell’Ecowas in Niger. Curiosa per l’ignoranza totale dell’Africa. A partire dal fatto che i paesi Ecowas sono governati o controllati da militari – il Niger oggi come la Nigeria in passato e oggi.
 
La sospensione russa degli accordi internazionali sulla doppia tassazione viene condannata da un lunga serie di paesi, ma tutti dell’area Ocse o più sviluppata – area “occidentale”. Non dai paesi arabi, non dagli altri paesi del mondo, grandi e piccoli. La sospensione riguarda in effquei “Occidente”. Ma consolida una divisiine del mondo in due.
 
I nuovi criteri del Pnrr, di un governo eletto, con l’avallo e anzi su richiesta della Ue, contrasta con un Pnrr messo su da un governo politico ma presieduto da un tecnico, specialista della componente amministrativa e finanziaria internazionale dell’economia. Accettati favorevolmente, se non promossi, a Bruxelles. Anche se molti Comuni e Regioni lamentano risorse ora improvvisamente  venute a mancare. Ci sono criteri, ma guai a operare secondo norma.
 
Il governatore campano De Luca, bersaglio costante del “Corriere del Mezzogiorno”, la costola napoletana del “Corriere della sera”, ha l’onore di un’intervista sul giornale-padre, sepppure in taglio basso, nelle pagine interne. È sorprendente la capacità di argomentazione del politico salernitano, che la segretaria del Pd Schlein vuole silurare, a fronte di quelle poverissime della stessa Schlein. De Luca sa di amministrazione, di gestione, di decentramento, di governo, di salario minimo, di sanità tertitoriale, di tutto.
 
Gli arrivi di migranti dalla Turchia nei primi sette mesi si sono dimezzati rispetto all’anno scorso. La tragedia di Cutro ha funzionato da allarme. Si conferma che i governi dei paesi di partenza sono parte del business: il governo turco, che è lautamente pagato dalla Ue per frenare il traffico, dopo Cutro è stato richiamato all’ordine, e ha bloccato le partenze – in Turchia ogni centimetro quadrato è sorvegliato da una qualche polizia.
 
È giusto o sbagliato il prelievo straordinario sui profitti straordinari dei grandi banchi, Intesa, Unicredit, Bpm, Bper, perfino l’Mps per il quale mezza Italia e lo stesso governo hanno speso a perdere decine di miliardi? Ogni tassa è giusta o ingiusta, dipende dal modus e dalla ratio. Che qui forse non manca. Ma che un ministro qualsiasi si alzi e lo imponga, contro il “suo” stesso ministro del Tesoro, suo nel senso del suo partito, questo è straordinario: di che governo parliamo, che la Costituzione vuole collegiale?

Th. Wilder e l’estro geniale della Magnani

Magistrale evocazione, in breve, come ormai è d’uso per lo scrittore, ma appuntita e piena di cose, di Thornton Wilder. Uno scrittore lettissimo, più di Cronin, e poi scomparso.Perché era cattolico? In Anglosassonia il cattolicesimo è scomparso, eccetto che per gli atti impuri. Ma questo Fofi non lo dice. Evoca invece, e discute, la nozione ora desueta di kitsch, con la quale lo scrittore fu liqidato – un po’ come il “Liala” per Cassola. E fra i tanti succesi dello scrittore-drammaturgo, a proposito della riedizione di “Il ponte di San Luis Rey”, evoca i tanti trascorsi letterari dello stesso tema, il Settecento in Perù. In particolare di Mérimée, “La carrozza del Santisimo Sacramento”.  Da cui Jean Renoir trasse “un bellissimo film”, “La carrozza d’oro”. Un film “che fu anche una grande lezione  sulla commedia dell’arte affidata all’estro geniale della Magnani”.
Goffredo Fofi, La vita recuperata del capolavoro incompreso, “IlSole 24 OreDomenica” 14 agosto