martedì 3 ottobre 2023
Stupidario immigrazione
La
prima sezione civile del tribunale di Catania ha un “Gruppo specializzato per i
diritti della persona e dell’immigrazione”, composto da quattro giudici, Massimo Escher,
Marisa Acagino, Iolanda Apostolico, Stefania Muratore. Che opera tempestivo,
all’inglese, dal giorno all’indomani, su
ogni questione riguardante i migranti. E le altre questioni?
Tataranni barbogia
Alla
terza annunciatissma stagione il miracolo Scalera-Tataranni non si riopete più.
L’attrice è sempre la stessa ma sembra non avere spirito, sommersa dai
contorni, scontastissimi: le mamme, l’occhio di triglia per il bigadiere ora maresciallo
Calogiuri, i tormenti del marito, Matera sotto e sopra, le frasi fatte in
ufficio e in archivio... Ci sono gialli di atmosfere, ma non possono essere
così inerti, e anche scontati.
La
Rai vanta la miniserie un punto di forza, sempre prima per ascolti il lunedì sera,
ma solo eprché la programmazione tv generalista è scadente. Due ore di noia. Anzi
di dispetto, considerando la bravura sprecata degli interpreti, Scalera, Gallo,
Barbara Ronchi, Alessio Lapice.
Francesco
Amato, Imma Tataranni – Sostituto Procuratore,
Rai 1
lunedì 2 ottobre 2023
Sui migranti la lite è tedesca
La ministra
degli Esteri Baerbock lavora a Berlino per far perdere i socialdemocratici alle
elezioni regionali tra dieci giorni, in Baviera e Assia? La questione degli
emigranti, sì alle ong nel Medierraneo, no ai migranti in Germania, è vissuta in
Italia come un conflitto tra Italia e Germania. Mentre è al centro, uno dei più
sensibili, delle elezioni regionali che si preparano in Germania.
I sondaggi
danno in ripresa la Csu, la Dc bavarese, che nelle ultime votazioni ha perso
molti consensi a favore dell’Afd, il partito di estrema destra. Ma insieme
danno in ascesa anche l’Afd. Per la recessione economica, imputata al governo
di sinistra, e per la questione migranti. È per fermare lo slittamento del voto
che il cancelliere socialista Scholz impone a giorni alterni la chiusura delle
frontiere - anche per scrollarsi di dosso la nomea di Flüchtlingskanzler, cancelliere
dei rifugiati. È per favorirlo che la sua alleata di governo, la leader dei Verdi
Baerbock, alimenta, senza reale necessità, un impegno finanziario e
organizzativo per favorire gli sbarchi.
Il voto in
Baviera, il Land più grande e più ricco della Germania, e in Assia, un anticipo
del voto europeo a maggio, sembra indirizzato verso una tenaglia attorno al
partito Socialdemocratico, vincitore delle elezioni politiche appena due anni
fa. La Csu, e l’alleata Cdu, i Popolari tedeschi, che attualmente governano a
Bruxelles col sostegno dei socialisti-progressisti, sono orientati verso
posizioni conservatrici, sia nella politica fiscale che in quella
dell’immigrazione. Per contrastare la crescita dell’Afd, un partito che,
malgrado il suo fondo estremista, risponde all’elettorato moderato,
tradizionalmente orientato su Csu-Cdu. Ai sondaggi di oggi, la prossima
maggioranza all’europarlamento sarà della Cdu-Csu, i Popolari, con i
Conservatori di Meloni.
La sinistrare
divisa non è una novità in Germania, anzi è una costante. Il baratro che un
secolo fa divise socialisti e comunisti ora si ripropone tra Verdi e
Socialdemocratici. Baerbock, leader un po’ inventata dei Verdi in Germania, un
po’ alla Schlein nel Pd, anche alla Conte con i 5 Stelle, non fa mistero di
voler diventare il partito pilastro della sinistra, scalzando la
socialdemocrazia, “vecchia” di 150 anni. Prima della minicrisi con l’Italia
Baerbock aveva messo Scholz in imbarazzo con la Cina: all’improvviso, da
ministra degli Esteri, ha definito il presidente cinese Xi, cui Scholz aveva
appena fatto visita, con gran seguito di affari, “un dittatore”.
Raffaella, l’angelo di Apollo
Su
libretto di Renata Ciaravino e Alberto Mattioli, con la regia di Francesco
Micheli, un’opera un po’ pop, mimando (nel titolo) i Beatles. Raffaella Carrà sbarca
sulla terra messaggera di pace e amore, genio alato proveniente dal pianeta Arkadia,
regno della poesia e della bellezza, un mondo dell’arte, governato da un
sovrano Apollo XI. È stata inviata in Italia per “spettinarla”. Per dare uno
strappo al conformismo piccolo borghese, alla prese con il boom economico e la
nuova ricchezza. E lo fa con la nota leggiadria. A partire dal “tuca tuca”, rivoluzionario
cinquanta e più anni fa, o dall’ombelico scoperto in tv. Sotto un viso di
angelo, sessuato-asessuato.
Un’opera
non molto melodica, ma sempre a buon ritmo. – si dice opera ma è più sul genere
musical, veloce, ballato, fantastico. Un’opera sulla televisione più che su Raffaella,
anche se con molta fantasia. Un sogno e un’esegesi, per di più socio-politica:
come la televisione ha cambiato l’Italia, come (poco) Raffaella ha cambiato la
televisione.
Si
è portati a dire poco, ma Raffaella Carrà non è – è stata – l’Italia? Anche migliore
di questa di Fedez e Feragni. Si fa per dire – un rischio dell’opera di
Curtoni, dei librettisti, della Rai che ha commissionato e prodotto l’opera, è
che presumano troppo: cambiare l’Italia, cambiare la tv?
Lamberto
Curtoni, Raffa in the Sky, Rai 5,
Raiplay
domenica 1 ottobre 2023
Ombre - 687
Giudice
“schiva, equilibrata”, incostituzionalità evidente: “la Repubblica” non
risparmia elogi alla giudice del Tribunale di Catania che libera tre immigrati tunisini
dall’obbligo di risiedere in Centro di permanenza perché contrario alla Costituzione.
Poi spiega che dei tre due sono recidivi, ci hanno riprovato dopo essere stati rimpatriati.
E che “al giudice hanno raccontato le cose più disparate”: uno fugge dai “cercatori
d’oro”, uno dalla famiglia della fidanzata, morte in un precedente imbarco, uno
è perseguitato per le fede religiosa. Cioè? La giudice è stupida?
Sullo
stesso giornale Giuliano Amato diluvia di nuovo, due pagine, dieci cartelle,
sui migranti dopo Ustica. Il “Dottor Sottile” si gonfia, sembra la favola di La
Fontaine, o di Fedro. Anche perché propone: “L’Europa riconosca lo status di
rifugiato per fame o carestia”. Cioè, quello che l’Europa fa – fa solo quello,
o quasi.
Ma
il problema non è Amato, che ha una certa età. È che i media non sanno nulla di
immigrazione, dopo venti o trent’anni di cronache concitate, anche
terrificanti.
La
giudice di Catania dei tre vaganti tunisini, Iolanda Apostolico, che a “la
Repubblica” fornisce anche la fotina, sorridente, statuisce quello che tutti
abbiamo letto, che la normativa europea è “superiore” a quella italiana – è vincolante.
Ma è una norma europea che vuole una cauzione di 5 mila euro per evitare il Centro
di permanenza. S’informa anche lei dell’Europa sui giornali? E poi, un giudice che dichiara incostituzionale una legge senza appellarsi alla Corte Costituzionale era da vedersi - per questo, giustamente, il giornale ne pubblica la fotina, sberleffante?
Mamadou:
“Volete fermare i barconi? Anche noi. Dateci un visto”. Mamadou è il giovane
senegalese che ha ispirato Matteo Garrone per il film “Io, captano”. Semplice. Regolare,
normale. Ma nessuno in Europa se ne occupa: ogni paese europeo ha bisogno ogni
anno di dieci, cento, duecentomila immigrati, ma non si occupa di cercarli,
anche sceglierli perché no, e dare loro una vita tranquilla, oltre che un
lavoro onesto. La verità è che l’Europa li vuole a condizioni di fame e disagio,
che accettino qualsiasi lavoro, qualsiasi retribuzione, senza alcuna garanzia
normativa? Non si spiega altrimenti.
Migliora
giorno per giorno la capitalizzazione delle banche in Borsa. A spese dello
Stato, per effetto dei migliori rendimenti delle obbligazioni pubbliche, che le
banche detengono in quantità - uno degli effetti perversi della politica
monetaria restrittiva della Banca centrale europea. Ma anche dei buy-back
delle banche, delle politiche di riacquisto dei titoli sul mercato: Intesa
parte con un suo piano, Unicredit, che ne ha concluso uno, ne anticipa un altro
già programmato. Per dare affidamento agli azionisti? Un segnale di solidità?
Il
generale o ammiraglio che comanda la forze russe nel Mar Nero rispunta vivo, e parla
anche. Il “boia ceceno” Kadyrov, pure lui già moribondo o morto, rispunta vivo,
e anzi ringiovanito, perfino imbellito. Le false notizia hanno sempre fatto
parte dell’arsenale bellico, ci si difende come si può. Ma che i tanti
“inviati”, e le tante “inviate”, credano a tutto quello che è anche opportuno dire,
questo avviene solo da qualche tempo, anzi solo in questa guerra: o il livello
delle-gli inviate-i è scaduto, o Madison Avenue a New York e l’Esat End
londinese, l’“industria” anglo-americana delle pubblicità, è molto abile – ma
non con i media americani. Anche quelli inglesi, per quanto antirussi, sembrano
stare a guardare.
Il
generale russo dato per morto dall’Ucraina che ricompare in tv è ancor a vivo
ma è però l’ennesimo caso di attacco ucraino mirato su un obiettivo preciso,
non a caso, con informazioni dettagliate cioè di luogo e ora, e centrato. Come
i morti in Russia tra i sostenitori di qualche nome di Putin. L’Ucraina vince
la guerra contro Putin in quello che si ritiene il cuore del potere putiniano,
i servizi segreti. Solo che un dubbio è d’obbligo: è tutta opera dei servizi
ucraini?
“ll
fantasma del comunismo si aggira sulla cerimonia laica”, annota Cazzullo
ironico sul “Corriere della sera” al funerale di Napolitano, “e resterà a lungo
un non detto, almeno fino all’intervento di Anna Finocchiaro”. Che è sta fatta
parlare come (ex) compagna di partito, per ultima.
Dunque,
non si sapeva ma si trascina da due anni un processo sportivo al Napoli calcio per
l’acquisto di Osimhen dal Lille, valutato 71 milioni e pagato per 21 milioni
con quattro calciatori delle giovanili del Napoli. Che però non sono mai andati
al Lille - meno uno. Non si sapeva che questo processo è stato insabbiato dal
procuratore del calcio Chiné. E che la Procura della Repubblica ora insiste,
inviando gli atti a Roma, ultimamente delegata dalla Cassazione a indagare le
plusvalenze. Non c’erano dubbi sulla “giustizia” del calcio, del duo Gravina-Chiné,
ma la sfrontatezza ancora stupisce.
Chiamato
a rendere conto del perché non ha indagato il Napoli per la falsa cessione di tre
calciatori al Lille in cambio di Osimhen, Gravina rilancia facendo causa a Mancini
per aver abbandonato la Nazionale. Furbo è, ma che dire dei tanti-issimi
giornalisti che fanno il calcio e non capiscono di che si tratta? Alla Ryder’s
Cup del golf i due nobiluomini, Mancini e Gravina, si fanno i salamelecchi. Non
è calcio, non è sport, è cialtroneria – se non è corruzione.
Amore folle, da favola, a Venezia
F&L imbarcati in una storia di amore folle. Di pochi giorni, poche ore, tra il riconoscimento
e l’abbandono. Tra due favole, l’ebreo
errante e la bella addormentata. A Venezia, luogo per eccellenza deputato – “Venezia-la-perla-della-laguna,
Venezia-la-città-degli-amanti, Venezia-l’ispiratrice-di-Byron-Browning-Ruskin-Turner-Bonington-Bsrrès-Mann-D’Annunzio,
senza contare Bernard Berenson” (nonché di “Anonimo veneziano”, il film e il racconto,
vertigine dell’epoca). Una storia vera giocando sul kitsch. Gli ingredienti pasticciando, da post-moderni “naturali”,
d’ironia cioè insopprimibile, tale è il dominio dello scibile disponibile, come
una grammatica semplice, scorrevole, veloce anzi, e attraente. Sempre, un
esercizio in digressioni di cui non si salta una riga – la curiosità in
aggiunta alle palpitazioni: una “storia d’amore” cosi eccitante non si ricorda,
da una coppia, poi, di quasi celibi, perlomeno cinici.
“Una
specie di motivo wagneriano tenuto da mani mozartiane”, vuole questo F&L la
quarta di copertina. Riferimenti d’obbligo, forse, trattandosi di Venezia. No, F&L
sono più modesti, non frastornano e non gorgheggiano, anzi parlano piano e
spedito, una sorta di recitativo come un basso continuo. Una lingua dimessa,
per personaggi scontati, una nobildonna romana che in mancanza d’altro fa l’estimatrice
d’arte per una casa d’aste, e un inglese attempato ridotto a fare la guida
turistica di un operatore di terz’ordine. Che intessono un’avventura anch’essa
modesta, più lasciati che presi – più tutto quello che avrebbe potuto essere e
non è, non può. Per scolpire una Venezia memorabile, bella e brutta
(turistica), vecchia e nuova (turistica),
avvolgente e dettagliata, minuziosa, quasi uno stradario – come “La donna della
domenica” era, gira e rigira, Torino, “L’amante senza fissa dimora” è Venezia,
rancida e vaporosa, piena e vuota, muta ma significante. Anche nelle sfilate di
toponimi, serviti, in fondo, da un “indice sentimentale dei nomi, dei loghi e
delle cose notevoli” - Umberto Eco, che era un patito delle “liste”, se ha
letto questo “Amante” sarà schiattato dall’invidia. Sulla laguna muta si stagliano
una serie di personaggi e situazioni medio-alto borghesi (in quegli anni, Settanta-Ottanta
del Novecento, la caratterizzazione sociale era d’obbligo) che valgono un libro
di storia: tutte le donne che in qualche modo intervengono (“La dona dela domenica”
non nasceva per caso), il portiere d’albergo, il ragazzo d’albergo, i mercanti
d’arte, il gay-professo-che-ama -e-protegge-le-donne, la contessa-delle-buone-cause
– e Chioggia (gli amanti vi fanno una gita: dovrebe fare un monumento a
F&L).
Un
finale esplicativo, alla Poirot, è prolisso (saccente), ma il lettore perdona, è
ben disposto.
Fruttero&Lucentini,
L’amante senza fissa dimora, Oscar,
pp. 304 € 13,50
sabato 30 settembre 2023
Problemi di base social - 767
Facebook è palestra soprattutto maschile?
E Tiktok femminile?
Anche femminista?
Twitter, ora X, è genere macho?
Il social si autonomizza con l’intelligenza artificiale –
converseremo con le macchine?
Ci saranno guerre anche con i social artificiali?
“Per i porci tutto è porco”, A.
Palazzeschi?
La mancanza di senso della realtà in Italia
Un
pamphlet, del 1944, “l’anno più
tragico della nostra storia”, pubblicato a puntate sul ”Popolo di Roma”, e poi
in volume l’anno dopo. Ripreso da Sellerio nel 1986, e da Donzelli venticinque anni dopo, nel 2011,
perché il suo tema è sempre di attualità: “La mancanza di senso della realtà
del popolo italiano è un fatto che stupisce qualsiasi osservatore. Questo
popolo ritenuto o che si stima pratico, realistico, machiavellico…” è solo
ingenuo – non superficiale?
Più
problematiche, ma sempre irrisolte, altre due analisi. L’addebito alle classi
dirigenti postunitarie di un vacuo politicantismo, radicando l’idea di uno
Stato alieno, e anzi nemico. Senza effettivamente impegnarsi a “che l’Italia
avesse un popolo più o meno civile, più o meno costituito in nazione”. E in
particolare in quel momento, della gerra civile al Nord, e del’Italia staccata
tra Sud e Centro-Nord. Con l’evocazione di un’identità meridionale già
precipitata nell’ignavia, la sua domanda politica delegando a politici remoti,
e al parassitismo.
Alvaro
era, è il punto di Isnenghi che introduce la riedizione, “per le autonomie, per
il. fare da sé, il saper fare da sé”. Che altro poteva essere – che altro può
essere chiunque stia al Sud, o vi guardi? Quanto al primo punto, a ottant’anni
di distanza stranamente si conferma che l’Italia non ha mai chiuso in realtà i
conti col fascismo. Nemmeno per le leggi speciali, con Matteotti, Gobetti, i
Rosselli, con gli ebrei. Nemmeno per la guerra, insensata come atto e poi condotta
male e malissimo (in Grecia, in Jugoslavia, in Albania, in Libia. Non ha mai
fatto, come oggi si dice, autocoscienza, e ha perso l’occasione, nel giudizio,
già all’epoca di Alvaro.
Meloni
oggi al governo è l’esito, l’impersonificazione, di questa ambiguità: nella
modernità –nel realismo - una persistenza acuta del non detto, non pensato
forse ma non risolto. O, per stare su temi più anodini, più semplici anche da
gestire: il debito, che ogni pochi anni strangola il paese, da
centosettant’anni ormai, si può dire, dall’unità. O le mafie, una gabbia,
un’autentica prigione – prigione in senso letterale, giudiziaria, carceraria –
con cui si avvolge il Sud. L’atlantismo cieco (“non abbiamo scelta”), a nessun
fine se non l’obbedienza a Washington, al costo da alcuni decenni di uno-due
miliardi l’anno, nelle “missioni umanitarie”, con le armi in pugno, come è ora
d’uso chiamare le guerre.
Corrado
Alvaro, L’Italia rinunzia?,
Donzelli, pp. X-86 € 13
venerdì 29 settembre 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (539)
Giuseppe Leuzzi
“Ho dichiarato guerra ai piromani
e loro hanno tentato di bruciarmi la casa”. Il presidente della Regione
Calabria Occhiuto si limita a dire la verità, e a spiegarla minutamente, dove come
l’incendio è stato appiccato. Un fatto sinistro, che come tale va indagato e
punito, senza cupole né sistemi. “Quest’anno grazie ai droni abbiamo scoperto e
identificato 160 tra piromani e incendiari. Molti sono stati arrestati, altri
hanno avuto ammende di migliia di euro”. Non è difficile, basta reprimere i
delitti, meglio se quando sono compiuti.
“La ‘nduja dello Yorkshire”.
Gian Antonio Stella può prendere in giro il governo sovranista, con un
ministero del “Made in Italy”, un ministero in inglese, che non protegge i
prodotti tradizionali, neanche se certidicati, che hanno aperto un mercato con
impegno e spese. Come la pizza è americana, così ora la ‘nduja è inglese - una
delle “meraviglise esperienze culinarie della Lishman’s butchers and
charcutiers”.
Le morti per droga censite
nel 2022 in Europa sono 248 per ogni milione di abitanti in Scozia, 79 in
Finlandia, 73 in Irlanda, 64 in Svezia, 8 in Italia. La Finlandia – in buona
posizione anche quanto a suicidi, dopo la Lettonia - è da vari anni il paese
più felice al mondo.
“Meliambro è un cognome che in Italia è presente in tre
comuni della Calabria, mentre è portato da una cinquantina di persone in Nord
America”. La rivista “7” del “Corriere della sera” lo annota illustrando Rocco
Meliambro, “canadese di origini italiane”, come il “re” del mercato della
cannabis legale in Canada, e dell’“impero pornhub”, il 12mo sito più visitato
al mondo. L’emigrazione è una reincarnazione. Anche più prolifica – come un
innesto risucito.
Bisogna essere stati poveri per diventare ricchi
La “castagna” uno ce l’ha oppure
non ce l’ha, il calciatore, l’attore, il tennista, chiunque agisca in singolo.
Poi ci sono le castagne, che anche queste non tutti hanno, ma sono meno
personalizzate e ingovernabili. Appese ai castagni, che sono alberi solidi, di
lunga lena.
L’albero non è difficile,
cresce un po’ ovunque. Ma non tutti I castagni fanno castagne buone, saporite.
E c’è che ce le ha, anche buone e saporite, ma non sa che farsene.
L’editore fiorentino Giunti e
“La Nazione” di Firenze regalano oggi un libro “Castagna”, redatto e pagato dalla
Unicop Firenze, che invece ne fa un tesoro. La castagna era “il pane
d’inverno”, duro e povero, la farina non lievitando. Ma facendo di necessità
virtù, or ache siamo in epoca di abbin danza, è diventata materia per una
dozzina di cucinati saporitissimi. Oltre che per i dolci noti, il castagnaccio,
i marrons glacés, le stesse
caldarroste. E, che non quasta, ornamento di alberi boscosi e frondosi, “monumentali” – e anche robusti e
semplici, non bisognosi di molta cura. Ma in Toscana. Che ne faceva, e ne fa,
una economia sostanziosa e di lunga durata, tutto l’autunno e fino a Natale,
dalla Apuane all’Appennino, da Pistoia a Marradi e all’Amiata.
Non ci sono invece quasi più
castagni, o sono abbandonati e inselvaggiti, in Calabria. Là dove erano il
paesaggio dominante fino a cinqnanta-sessant’anni fa, prima dello “svuluppo” o
“modernizzazione”, nelle Serre, alle balze tirreniche dell’Aspromonte. Tanti e
anche buoni, provvidi di marroni – con quelle di calibro piccolo venivano nutriti
i porci, che anche loro c’erano, utili nell’economia imvernale. Bisogna esere
stati poveri, anche molto poveri, come nella Toscana ancora all’epoca degli Asburgo-Lorena,
cioè fino all’unità, per diventare ricchi – saggi, intelligenti, accorti,
attivi. Il Sud si può anche dire un’occasione mancata, tuttora, tanti i vantaggi
con i quali partiva nella corsa alal modernizzazione, e alla ricchezza.
Mafia über alles
Si “celebra”, letteralmente,
Messina Denaro in morte, il “Corriere della sera”, “la Repubblica” hanno
cinque-sei pagine. Come per la regina Elisabetta. Per un malvivente di cui peraltro
tutto si sa, e il cui funerale non interessa a nessuno. Per qualche motive? Per
intronizzare la mafia. Con obbrobrio per il Sud.
Lo stesso avviene per
“Gomorra”, la serie Sky celebra ora il sesto anno di grande successo. Dei suoi personaggi
e dei loro misfatti più truculenti con più seguito e più entusiasta, di Roberto
Saviano compreso. È spettacolo, chen c’è da eccepire? La cosa è stata acclarata
agli inizi della saga, con “La piovra”, della Rai, emittente pubblica, otto stagioni
di ascolti record, mondiali, la consacrazione di Placido e Girone, con Florinda
Bolkan e Patricia Millardet – che faceva infuriare Craxi e il partito socialista
(che la Rai governavano….).
Il mercato è mercato, senza offesa
per nessuno? Ilproblema è del Sud, che non c’è sotto un tessuto connettivo
che si faccia scivolare addosso la mafiomania -
magari anzi ci guadagni sopra. Che la giustizia in Italia, specie a
Milano, Torino, Bologna, e il Ponente ligure tratti ogni impresa del Sud e anzi
ogni famiglia, di anche lontane origini meridionali, come nella “Piovra” o in “Gomorra”,
come una postazione mafiosa – la Dda di Ilde Boccassini a Milano ha un record spaventoso
in materia.
E poi, c’è pure una “Gomora” spettacolare che dà da
pensare, quella iniziale, di Matteo Garrone. Castelvetrano, ora percorsa in
lungo e in largo per trovare chi piange Messina Denaro, non era famosa per le
olive. E non inventò anche l’Uva Italia – un prodotto e un trademark miliardario, per il resto d’Italia?
Cronache
della differenza: Calabria
Gioia Tauro è un emporio ricchissimo, tutto vi trasuda
ricchezza – e coscienza della ricchezza: vi si trova tutto il nuovo e anche il
vecchio, in qualche modo recuperato, restaurato. Ma non se è in qualche misura
pubblico: il Comune (i maciapiedi, le strade, la pulizia), la sanità, anche la
scuola – si va ai licei a Palmi, a Taurianova, anche a Rosarno, che è molto più
piccolo, ma non a Gioia Tauro.
Il personaggio Alvaro del racconto dello stesso Alvaro
“Solitudine” (nella accolta “Il mare”), in viaggio verso la Germania, dopo il
Brennero decide di confrontare la neve bevendosi un goccio e, dice, “porsi il
primo bicchiere alla mia vicina, come si
usa fra di noi gente antica su certe linee di provincia…”. Con sorpresa della
donna: “Per me?”
Ma l’approccio, purtroppo, non ha un seguito. La donna
deve scendere a Monaco e il personaggio Alvaro decide di proseguire per
Berlino.
“Arrivano i potamesi”, e tutti si rinchiudono,
rinchudono panni e bestie, per non essere derubati. Col sorriso, Corrado Alvaro
non è tenero con I compaesani di San Luca, che chiama potamesi in ricordo
dell’antico nome e sito del paese. “Non sono gente cattiva”, insiste: “I
potamesi sono religiosi e fedeli, ma soltanto non distinguono tra la roba loro
e quella degli altri”. E rincara: “Perché chiamarli ladri?”
Detiene il record, probabilmente, della denatalità in
Italia. Nella fascia d’eta giovanile, tra i 15 e i 34 anni, registra nel 2022
oltre 92 mila abitanti in meno rispetto al 2913 – non tutti emigrati. Le sue
province sono ai primi post della denatalità: Cosenza è la quarta, con un calo
demografico nella classe 15-34 del 19,5 per cento, Catanzaro sesta, col 19,3, e
Reggio Calabria decima, col 18,8.
Sono morti a Reggio due giovani per problemi di cuore.
Subito le morti sono diventate “numerose”, quasi generazionali. E perché?
Perché si erano vaccinati contro il covid.
Una città che crede a tutto. Meno che a se stessa. Un
posto come Reggio, con la stessa geografia, lo stesso museo archeologico, e lo
stesso patrimonilo di specialità agricole, in mano agli olandesi sarebbe
indubbiamente la città più ricca al mondo.
“Anche la pelliccia «calabrese»”, nota Norman Douglas
al suol amico Orioli, “In viaggio per la Caabria”, “era un articolo commerciale
ben conosciuto”. Prima della Grande Guerra, quando Douglas fece il suo tour
“Old Calabria”. Già nel 1933 non lo era più.
Paul-Louis Courier, ufficiale
napoleonico in Calabria negli anni 1806-1807, fortemente combattuto dai
Massisti calabresi e dagli inglesi, scriveva il 12 settembre 1806 allo storico de
Sainte-Croix: “I raccolti costano poca cura; a queste terre solforose basta
poco concime, noi non riusciamo nemmeno a vendere il letame dei cavalli. Tutto
questo dà l’idea di una grande ricchezza”.
Nella stessa lettera Courier
continua: “Non riesco ad abituarmi a vedere i limoni nei giardini. E quest’aria profumata attorno a Reggio! Si
sente a due leghe al largo quando il vento soffia da terra”. Si sentiva ancora prima
dell’autostrada per Salerno. E anche dopo, viaggiando con i finestrini aperti.
Poi hanno “urbanizzato”. Hanno sostituito i giardini con case non finite su
strade polverose.
Non è una questione di
destino – né di Nord.
In viaggio nel 1933, Orioli,
l’editore-libraio fiorentino che ne tenne memoria in “In Viaggio”, si meravigla
delle tante stazioni ferroviarie a Reggio: “C’è Reggio Centrale, Reggio Marittimo,
Reggio Succursale, Reggio Cannitello, Reggio Pellaro, Reggio San Gregorio,
Reggio Santa Caterina, Reggio Bocale e magari anche delle altre”. Perché Reggio
non è una città ma un conglomerato di paesi: alcune di queste stazioni-paese le
ha inglobate, Pellaro, San Gtegorio, Santa Caterina, Bocale.
È stata afflitta per molti secoli
dalla mancanza di comuncazioni, di strade, uno dei pochi posti al momndo.
Ancora oggi la “distanza” tra paesi,anche finitimi, può esere grande. L’unico
posto al mondo dove l’antica strada roana, la via Popilia, si è perduta, non se
ne trova traccia.
Rilliet, svizzero,
medico al seguito di Ferdinando II in una sua randonnée militare per la Calabria, fa un’efficace sintesi storica
dei ritardi della Calabria, per quanto
amante, anche lui, del “colore”: “In ogni tempo ci sono stati banditi”, briganti,
concussori. E “mentre questi briganti saccheggiavano l’interno del paese, i
corsari turchi e i barbareschi depredavano le coste… È difficile farsi un’idea
della desolazione e dello stato miserevole di questo infelice paese”. Siamo alla
vigilia dell’unità d’Italia.
Auden, la poesia della leggerezza
“Eccentrico”,
“serio ma insieme moderatamente comico”, “totalmente incapace di auto-compassione”,
dai modi giovanili “non del tutto non-chic”, dal viso infine “come una mappa di
geografia fisica, attraversato da corsi d’acqua e creste rugose”.
È
il ricordo del poeta morto, letto da Spender in una cerimonia pubblica a
Oxford, che la rivista pubblicò nel numero datato 29 novembre 1973, e ora
ripropone per i cinquant’anni della morte
oggi.
Un
ritratto curiosamente esteriore, del modo d’essere e di vita, di Auden
personaggio, senza entrare nelle poetiche, dell’amico. Che pure non possono
mancare, in una produzione così vasta e continua. Ma è il modo come Auden
ancora oggi si rilegge, come il diario di una vita, arguto e aneddotico –
niente “profondismo” in lui, Savinio avrebbe apprezzato, anche lui, che voleva
leggerezza.
Stephen
Spender, W.H.Auden (1907-1973), “The
New York Review of Books”, 19 ottobre 2023, free online
giovedì 28 settembre 2023
La “coltellata alla schiena” di Biden a Macron in Niger
L’unico punto
fermo nelle vaganti intenzioni politiche del generale Tchiani, l’autore del
colpo di Stato in Niger (“ho la Russia nel cuore”, e insieme una rilevante
presenza americana, militare e commerciale), è la chiusura delle basi militari
francesi. Il gope di Tchiani, che pure si è formato in Francia, è stato
avversato dal presidente francese Macron, che ha anche provato a far
intervenire i Paesi africani confinanti, e specialmente la Nigeria – una assurdità,
presto accantonata.
Tchiani non ha
chiesto il ritiro delle altre forze europee, arrivate in Niger nell’ambito
della Coalizione per il Sahel, organizzata da Macron tra fine 2019 e primi
2020, con i partner europei e con gli Stati Uniti. L’Italia ha in Niger, alla
periferia della capitale Niamey, circa 350 uomini. La Germania mille. Gli Stati
Uniti 2.500, tanti quanti la Francia - ad Agadez, la “capitale” economica, ora
della tratta dei migranti, dove i migranti sono presi in carico dai tuareg
arabizzati.
Macron sarenne
rimasto deluso e irritato alla posizione neutrale degli Stati Uniti (e per conseguenza
dell’Italia e della Germania), cioè favorevole di fatto alla giunta golpista.
Che avrebbe definito “una coltellata alla schiena”.
La Francia non è più in Africa
Il Niger dopo il Mali e il
Burkhina Faso: la Francia di Macron viene espulsa dalle giunte militari. Viene
espulsa la sua presenza militare – in Mali peraltro determinante per bloccare
l’offensiva jihadista, anche se non è stata un’operazione brillante. È un esito
che Macron ritiene necessario, la Francia non potendosi permettere una presenza
militare importante in Africa. Ha provato, dal 2019, a compartirla con gli
Stati Uniti e con i partner europei (tra essi l’Italia, per quanto concerne il
Niger, limitando il Niger col Fezzan, cioè con la Libia), in una serie di conferenze
e accordi. Senza riuscire a stabilizzare la regione.
Ma è un ritiro in linea con le
insofferenze locali. L’ultimo golpe militare, nel Niger, si è caratterizzato
per essere anti-francese. Non è l’unico, ed è un rifiuto di lunga tendenza,
storico: la fine della collaborazione militare segue lo stato comatoso della
francofonia. Molti paesi, tra cui la Tunisia e l’Algeria, hanno abbandonato o
intendono abbandonare il francese come lingua veicolare, anche se ciò si
configura come una perdita. In molti Stati dellAfrica occidentale, dove il francese
è la lingua ufficiale, specie nei più alfabetizzati, Senegal e Benin, è sempre
meno praticato e anche poco conosciuto. Nel Nord Africa si impone l’arabo.
L’Organizzazione Internazionale
della Fracofonia, che conta 88 paesi, si è riunita a Djerba, in Tunisia, l’anno
scorso, con larga partecipazione di statisti, da Macron a Trudeau, ed è presentato
come un sucecesso diplomatico dell’organizzatore, il presidente-dittarore della
Tunisia Saied, ma la Tunisia ha abbandonato da decenni la scuola e la pratica
del frabese. L’integrazione nell’area araba e nell’anglofonia è la scelta quasi
ovunque.
Polanski fa la festa al Millennio
Una
celebrazione di Fine Millennio ritardata ma di gran lusso. Al Palace Hotel di
Gstaad. Un lusso da pazzi, i convenuti di Polanski fanno a gara negli
spropositi: Mickey Rourke gonfiato dalla chirurgia plastica, o Sydne Rome, John
Cleese e Barbareschi, una Fanny Ardant spiritosamente in maschera, per una volta nel genere grottesco. Mostra anche la Russia, sempre eccessiva, anche nella violenza, con il cameo documentario di Yeltsin che lascia il potere, al giovane Putin, che promette rigore e libertà.
Un
addio tronfio e stupido al Novecento e al Millennio - che invece ci ritroviamo, e nel
nostro piccolo pratichiamo, senza soluzione di continuità. Non è piaciuto ai
critici (perché prodotto da Barbareschi? oggi in prima visione, veniva
presentato stamani con “voto del pubblico” mediocre, due-tre stelle su cinque),
ma è un godimento. Perché “non sembra” un film di Polanski? È un film di
Polanski, che è sempre stato irriverente, verso tutte le storie e le realtà che
filmava, anche le più serie. Per una filosofia che non si saprebbe contraddire:
è sempre la stessa storia, di passioni e idiozie, più o meno avvertite, e
camuffate. L’arte compresa, Polanski è il regista dell’ironia nell’arte,
dell’arte che non presume di se stessa, che qui, forse più che negli altri suoi film, porta alla caricatura.
Uno
sberleffo irriverente e simpatico di Polanski novantenne al cinema, che è illusione. Alla ricchezza, che non sa vivere. Sceneggiato con Jerzy Skolimowski, 85
anni, col quale aveva fatto il suo primo film, sessant’anni fa, “Il coltello nell’acqua”.
Roman
Polanski, The Palace
mercoledì 27 settembre 2023
Letture - 532
letterautore
Cacche
di cane –
La protagonista-narratrice di “Giorno di vacanza”, di Inès Cagnati, la liceale
figlia di contadini che passa la notte fredda, scacciata da casa in campagna,
parlando e dormendo con l’amica cagna Daisy, la apprezza anche per la discrezione
che mette nei suoi bisogni. Non come in città, dove va al liceo, per abitudini
che la fanno arrabbiare, aggiunge per una lunga pagina: “Non è affatto come i
cani di città. In città, i marciapiedi delle strade che portano al liceo sono
coperti di cacche di cane. È disgustoso. Ci sarebbero degli scarichi dove
scorre l’acqua. Ma no. Le persone portano i loro cani a fare i bisogni sui
marciapiedi o contro i pneumatici delle macchine. Sono persone pulite e ricche. Ma in strada,
che è per tutti, sono disgustosi. Quando vedo queste cose, mi dico che le
persone non oserebbero abbassarsi le mutande e fare quello che fanno fare ai
loro cani. Allora, mi dico anche che tutte queste persone pulite sono più
disgustate da se stesse che dai loro cani, e questo è veramente terribile. Infine,
i quartieri più ricchi della città hanno i marciapiedi più sporchi a causa della
grande quantità di cani. Si potrebbe anche riconoscere questi quartieri dai
loro marciapiedi sporchi, senza stare a valutare le case. Pensarci, mi fa
ridere. Ma, in realtà, è piuttosto costernante. Perché anche il cortile di
casa, con tutti gli animali e noi, che siamo molto sporchi, non è così
ripugnante come questi marciapiedi da ricchi”.
Con un’ultima considerazione: “Veramente,
la gente di città è sporca e disgustosa. Nient’altro. Si sa grazie ai loro cani.
Per loro è uguale. Si immagina che i loro cani e loro non sono la stessa cosa.
Ma è la stessa cosa”.
Cefis - L’ex patron di Eni e Montedison, immaginato
da Pasolini in “Petrolio” al cuore di una manomissione economico-politica
dell’Italia, è ritratto “dal vivo” da Fruttero&Lucentini in “Il significato
dell’esistenza”. Curiosamente in contemporanea con Pasolini: “Il significato dell’esistenza”
si pubblicò nell’estate del 1974 sul “Giornale di” Montanelli, a puntate quando
Pasolini pare abbozzasse il suo Cefis, poi rimasto incompiuto (“Petrolio”,
pubblicato, frammentario, postumo). Nel racconto di F&L. Cefis e il suo immancabile
patrocinatore politico Fanfani convocano i due inviati speciali di Montanelli
per convincerli ad abbandonare la ricerca sul “significato dell’esistenza”, temendo
di essere “scoperti”.
“Dal
vivo” Cefis è ritratto nel senso che il duo ipostatizza di lui l’immaginetta
che ne veniva diffusa dagli strateghi della “strage di Stato”, la stagione delle
bombe, che fecero centinaia di morti, come il finanziatore, istigatore e
organizzatore di complotti – come artefici delle “bombe” erano stati fstti
passare in un primo momento gli anarchici, in un secondo Cefis, Pesenti e Monti.
Anche se Cefis, coni soldi di Montedison-Eni, pagava il “Corriere della sera”
terribilista di Piero Ottone, che lanciò Pasolini in in prima pagina, facendosene la
punta di diamante.
Croce
–
“Nel Transatlantico”, il salone oblungo di Montecitorio, “passa ora il
feretro”, così Cazzullo a fine cronaca del funerale di Napolitano: “Nessuno
azzarda un segno della croce, non l’ha fatto neppure il Papa”. Il papa non era
al funerale laico dell’ex presidente, si era recato in visita di condoglianze
prima.
Dante
–
Francesca è la prima Emma Bovary – Corrado Alvaro, 1934. Sarebbe di Alvaro sua
la prima lettura di . “Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse” come verso chiave
del canto. La fine di Francesca per colpa della lettura, e non del destino, sarebbe
novità novecentesca, ed è stata attribuita ai commenti di Gioacchino Paparelli,
“Interpretazioni di Francesca”, 1954, e di Contini, “Dante come personaggio-poeta
della ‘Commedia’”,1958 – sono i primi nel commento
di Anna Maria Chiavacci Leonardi all’edizione Meridiani, 1991, dell’ “Inferno”,
pp. 136 e 167-168 (poi nelle edizioni Zanichelli per le scuole, e ora negli
Oscar). Ma Corrado Alvaro ne aveva fatto ipotesi precisa nel volume “Cronaca (o
fantasia)”, 1934, al § “Storia d’una colpa”: “C’è un libro, ed è il corruttore.
Nei racconti degli antichi amanti era la natura, le attitudini, le stagioni;
l’uomo era un ladro; nella storia di Francesca entra il primo elemento d’invenzione
umana, un libro, come poi entrerà lo spettacolo del lusso, il clima della
città, la conquista della ricchezza e della potenza; in Francesca c’è già Emma
Bovary, vi sono tutte le eroine romantiche dell’adulterio, la civiltà che batte
alle porte del cuore umano”.
Kate
DiCamillo –
La scrittrice americana per ragazzi – autrice di 25 romanzi - ha venduto 44
milioni di copie. In Italia ne sono stati pubblicati due, ora ai remainders.
Elsa
De Giorgi –
La ricorda con affetto e rispetto Giulio Scarpati sul “Corriere della sera”
Giulio Scarpati, che fu giovanissimo allievo del suo laboratorio teatrale, “cara
amica del grande scrittore” Pasolini. Che fu, dice, anche spettatore del suo saggio
di fine corso. Elsa De Giorgi ebbe da Pasolini anche due cameo al cinema, in
“Ricotta” e in “Le 120 giornate di Sodoma”. Scrittrice da lui rispettata per “I
coetanei”, romanzo generazionale sulla Resistenza, pubblicato nel 1955, con una
lettera di Salvemini, e il successivo “L’innocenza”. A Pasolini assassinato De
Giorgi intitolerà una raccolta poetica, “Dicevo di te, Pierpaolo”, pubblicata
da Carte Segrete nel 1977.
Giovanissima, fu la bella ragazza di
molti film del genere dei “telefoni bianchi”, i film di evasione degli anni 1930:
Si era riciclata nel dopoguerra in teatro e come scrittrice. Fu anche il primo
amore di Italo Calvino, col quale ebbe una lunga relazione intima, praticata a
metà strada tra Roma, dove lei risiedeva, e Torino, dove Calvino lavorava – s’incontravano
a Sanremo, dove avevano reso in affitto una villetta. La relazione le è costata
una feroce invettiva di Pietro Citati, contrario alla pubblicazione delle
lettere appassionate di Calvino dopo la morte dello scrittore, “Ho visto partire
il tuo treno”, che la liquidava come falsa contessa e una sorta di damina del
Ventennio. Ma i suoi libri si ristampano.
Contessa lo era di fatto:nobile di
nascita, sposa nel 1944 del conte Sandrino Contini Bonacossa, giovane capo partigiano.
Poi coinvolto come curatore d’arte e come comproprietario nella dispersione
poco legale in America e altrove della collezione di famiglia, Sandrino fu
trovato impiccato, forse suicida, a New York, due settimane prima
dell’assassinio di Pasolini.
Ercole
de Roberti –
“Ravasi e Sgarbi discutono se siano più tersi i cieli di Perugino, Piero della
Francesca o Ercole de’ Roberti”, Aldo Cazzullo, cronaca del funerale di
Napolitano sul “Corriere della sera”. De’ Roberti esiste, dice wikipedia, era
di Ferrara, come Sgarbi.
Ennio
–
Il “padre della letteratura latina”, nativo di Rudiae, oggi Rugge, periferia di
Lecce, Gerhard Rohlfs può dire “poeta trilingue” (“Linguaggio gricò nella
Grecìa salentina”, in “Calabria e Salento”, p.65. Basandosi su Aulo Gellio
(“Notti attiche”): “Quintus Ennius tria
corda habere sese dicebat, quod loqui Graece et Osce et Latine sciret”,
diceva di avere tre corde, poiché sapeva parlare greco, osco e latino.
Fratelli
d’Italia –
È il titolo probabilmente più diffuso, oltre che trademark mazziniano e ora nome di un partito. L’uso più recente lo
ha fatto Arbasino, che un voluminoso “Fratelli d’Italia”, racconto degli odi e
amori dell’Italia letteraria, ha pubblicato nel 1963, ha modificato quattro anni
dopo, e ha riscritto nel 1991. Più recenti, Ibs-Feltrinelli registra un “Fratelli
d’Italia”, “tra le fonti letterarie del canone risorgimentale”, di Alfredo
Cottignoli, un “Fratelli d’Italia. Riformatori
italiani del Cinquecento”, di Mario Biagioni, Matteo Duni, Lucia Felici, un
“Fratelli d’Italia” di Maurizio Del Maschio, sui rapporti tra massoneria e
Risorgimento. E due titoli prossimi, “Fratelli di Giorgia” di Salvatore Vassallo
e Rinaldo Vignati, e “Fratelli d’Italia. La vera storia dell’inno di Mameli”, d
Tarquinio Maiorjno, Giuseppe Marchetti Tricamo e Piero Giordana. Si registrano
poi vari Gofffredo Mameli, “Fratelli d’Italia” (Garzanti, Feltrinelli), un “Fratelli
d’Italia” di Nicola Rizzo (“Una storia normale”, del “prestigioso istituto
Goffredo Mameli”), una “saga” “Fratelli d’Italia”, di Dylan F. Valentine, e un
“Fratelli d’Italia” di Ferruccio Pinotti (“quanto costa la massoneria?”). Il
“Fratelli d’Italia” De Agostini è l’inno di Mameli spiegato ai ragazzi. C’è
anche un “Fratelli d’Italia” film, del 2017, di Neri Parenti, con Christian De
Sica e Sabrina Salerno. E uno di “Alin Delbaci e altri due”. Un cd “Fratelli d’Italia”
è di canti popolari italiani, e uno è del Gruppo Giovani Confapi Campania. Con
due single, uno di Al Bano e uno di
Mario Marzi.
Grikò
- La grecofonia residua nel Salento ha nome illirico, opina lo studioso Gerhard
Rohlfs (“Linguaggio greco nella Grecìa salentina”,
in “Calabria e Salento,. Saggi di storia linguistica”), per ragioni precise.
Che confermerebbero la sua ipotesi di una persistenza linguistica antica e non
bizantina, neogreca. “Graecus non appartiene
al genuino patrimonio latino”, è
derivazione ellenistica. Lo steso per γραίκος, “venuto da fuori, entrato in
gioco in epoca ellenistica (per influssi latini?). Era originariamente un nome
applicato ai Dori epiroti dai loro vicini illirici”. Accolto a Roma
“probabilmente per tramite etrusco, per essere poi esteso in latino a tutti gli
Elleni”. Fin qui tutto è certo. Rohls poi ipotizza: “Non conoscendosi la precisa
pronunzia del nome nell’antico illirico – poteva essere qualche cosa come grk con labile e indeterminato vocalismo
– è ammissibile che da antica fonte illirica fosse passato direttamente a certi
popoli italici della costa adriatica”, con sfumature vocaliche diverse dal “graecus”
latino. Ma fondamento di una certezza: “In ogni caso, essendo il tipo γρηκος (grikos) del tutto sconosciuto tanto nel
greco bizantino quanto nei dialetti romanzi dell’Italia meridionale, si dovrà
supporre che tale nome sia già in tempi antichi riferito da una fonte imprecisa
alle popolazioni dell’antica Magna Graecia”. Per “fonte imprecisa” Rohlfs intende
o la classicità o il primissimo cristianesimo.
Leggere
–
È peccato per Corrado Alvaro – come già per scrittori compulsivi come Platone.
Per Alvaro per una sorta di complesso, la lettura (di D’Annunzio e Carducci) essendogli
costata l’espulsione dai “giudici neri” di Mondragone, il liceo dei gesuiti,
dove studiava al ginnasio – dal “giudice nero” Lorenzo Rocci, il grecista, allora
rettore del collegio. La sua tarda curatrice Anne-Christine Faitrop-Porta ipotizza
che il sospetto verso la lettura sia stato ingenerato subliminalmente non dal
rettore Rocci ma all’infanzia a S .Luca, modesto villaggio montano: ”Cresciuto
in un villaggio dove gli avvisi e i regolamenti non sono affissi, ma declamati
da un banditore, egli serba una naturale diffidenza verso la lettura”, intr. a
“Il viaggio”, 1999. O non gliene ha moltiplicato la curiosità?
Viaggio
–
“Un tempo si partiva per viaggiare, oggi nella maggioranza dei casi si viaggia
per arrivare”, Luigi Malerba,”Il viaggiatore sedentario”. E non considerava il
pendolarismo, un “infinito viaggiare” quotidiano, di massa.
letterautore@antiit.eu
Giallo dei ricchi e poveri
Si
comincia con il funerale della sinistra. Della sinistra politica, in questi
anni 2020 occorre specificarlo - che naturalmente è il partito Comunista, c’è
altra sinistra? Celebrato dai poveri, gli invisibili di ogni città. Organizzato
dal vecchio comunista Lambros, l’amico del commissario Charitos, il Montalbano
di Markaris (però con famiglia), che si è ridotto a organizzare un centro di accoglienza
per senzatetto, una decina di letti. Un funerale in centro ad Atene, con
sparute decine di manifestanti, ai quali la polizia prontamente accorsa finisce
per fare il servizio d’ordine. Non c’è più religione.
Non
c’è più nemmeno negli eventi. Morti misteriose, un arabo, un cinese, ricchi
investitori che potevano rinsanguare la Grecia esausta. Investitori
nell’immobiliare. Non una grande trama. Ma una lettura eccezionale del capitalismo cinese, sintetica: monopolistico, a suon di dollari.
Ognuno
racconta la sua storia.Non i morti. Ma sì il commissario Charitos e l’ex
comunista Zisis Lambros. Entrambi scoprono la povertà – senzatetto, immigrati illegali.
Accanto alla superricchzza, in contanti.
Con
molto traffico, come nella Palermo di Benigni e Bonacelli (“Johnny stecchino”),
e come sempre in Markaris. Con moltissimo Lambros nipotino di pochi mesi del commissario. E molti suvlakis, spiedini. Con le Sardine, il movimento bolognese. E con qualche scorrettezza. Le donne continuano a fare
il caffè, cucinare, parlare di cucina, e di nipoti, rassettare, prendere gli
appuntamenti. Il comunista Lambros lascia disabitata “la vecchia casa dei
genitori”, in una Atene a corto di abitazioni. La casa lasciata disabitata è
anche “una delle tante dei profughi dell’Asia Minore”, cioè della Turchia, quindi
con un po’ di nazionalismo anti-turco, che è di destra - come in Italia lo è
stato a lungo per gli istriani evacuati da Tito. Più altre disattenzioni
minori. L’ora in cui un testimone segnala un cadavere è incerta, mentre è
segnata ovviamente sul cellulare della chiamata, e alla ricezione del 112. Molte pagine sono anche prese dalla gerarchia: Charitos deve riferire al vice-comandante, il vice al comandante, il comandante al ministro - a volte tutto si ripete in plenaria.
La
pubblicazione forse di maggior successo tra le riprese in serie in edicola del
quotidiano, esaurita il primo giorno. Il giallo resta in attesa, come i poveri.
Petros
Markaris, L’omicidio è denaro, “la
Repubblica”, pp. 270 € 8,90
martedì 26 settembre 2023
Le sanzioni colpiscono l'Europa più della Russia
Nel 2022 Mosca ha aumentato di quasi
il 100 per cento le entrate da esportazioni petrolifere, di greggio e prodotti
raffinati. Nel 2023 ha amentato le esportazioni del 50 per cento. Beneficiando
di un prezzo del greggio che, in cooperazione con l’Arabia Saiita, è riuscita a
portare sui 100 dollari a barile, un’enormità, semplicemente vendendo meno
petrolio – si pensava che per finanziare la guerra avrebbe dovuto svuotare le
riserve e ridurre i prezzi, e invece ha ridotto l’offerta.
Le sanzioni non hanno colpito la
Russia, che continua a esportare verso altri mercati. Vende a prezzi alti anche
i prdotti petroliferi, sottraendosi al “price cap”, il tetto ai prezzi, di 60
dollari a barile deciso ultimamente dal G 7: semlicemente, non assicura più i trasporti
con i broker londinesi, queli che (in teoria) avrebbero dovuto imporre il price cap.
La vicenda del price cap mostra quanto c’è di
improntitudine da parte europea nelle vicende internazionali: imporre un prezzo
nei mercati? a chi? La mancata efficacia delle sanzioni, che anzi hanno colpito
l’Europa più che la Russia, dice anche c’è un jeu de dupes, che le sanzioni sono una partita dei furbi.
Le sanzioni come arma economica
non sono state mai efficaci, da Napoleone in poi, da quando furono adottate la
prima volta, contro l’Inghilterra, che il dittatore corso non riuscì a
sottomettere, quindi da oltre due secoli. Le guerre si vincono in altro modo.
Ma quelle che l’“Occidente” ha adottato contro la Russia, su impulso americano,
sono squilibrate, palesemente. Le sanzioni sull’export energetico russo riguardano
solo l’Europa, gli Stati Uniti non dipendono dalle importazioni di petrolio, e
di gas sono grandi esportatori. L’inflazione da gas e petrolio sta abbattendo
l’Europa, non colpisce gli Stati Uniti: non ne sono ìmportatori, anzi sono esportatori,
e hanno rilanciato in questi due anni grazie ai rincari americani gli investimenti
nella ricerca e produzione interne, che languivano da due decenni. L’Arabia
Saudita che ha provocato il caro-petrolio d’intesa con Putin, è in simbiosi
militare, politica ed economica con gli Stati Uniti –le relazioni con India e
Cina, che dovrebbero preoccupare gli Stati Uniti sono marginali, e quasi da specchio
per le allodole.
La crisi del 2011
Napolitano difese l’Italia nel 2011
o defenestrò Berlusconi? Probabilmente fece l’una e l’altra cosa. Ma l’essenziale
ancora manca – senza contare che Napolitano negò la grazia a Berlusconi dopo la
condanna burla milanese. .
Dice Cazzullo sul “Corriere della
sera”: ho intervistato Berlusconi il giorno dopo le sue dimissioni, il 13 novembre 2011e”tutto in lui indicava sollievo”. Tutto
gli consigliava di rinunciare al governo: i rapporti deteriorati con Francia,
Germania, Stati Uniti; la corsa dello spread: gli interessi aziendali…”. No, i
rapporti non erano deteriorati con gli Stati Uniti.
Sarkozy e Merkel volevano
affossare l’Italia, non Berlusconi - incuranti, nella loro saggezza, dell’euro
, il cui crollo li avrebbe affossati tutti (nelle prolisse ultime memorie, l’ex
presidente francese dice ripetutamente che lui e Merkel salvarono l’Italia e la
Grecia, e che fu lui a volere Draghi alla Bce, cioè colui che salvò l’euro –
che invece lo salvò contro la Bundesbank, Draghi non deve nulla a Sarkozy). Ma il duo non poté per l’opposizione
di Obama.
Il fatto è testimoniato
dall’allora ministro del Tesoro di Obama, Timothy Geithner. Ripetutamente, anche
con insistenza, nelle memorie “Stress test”. Che solo per caso, malgrado sia di
estremo interfesse, a differenza delle tante memorie di statisti americani anche
inutili che invece prontamente si traducono, non è stato proposto in Italia?
Può esse utile la rilettura di
quanto questo sito spiegava il 6 novembre 2015, a un anno dall’uscita delle
memorie di Geithner, sulla crisi europea del debito:
Se il debito è colpa, perlomeno in tedesco, credito è credere: “Ogni crisi
finanziaria è una crisi di fiducia”. Obama fu deciso ad affrontarla, come il
suo predecessore Bush, e questo è il segreto della soluzione Usa. Con Paulson
prima e il suo successore Geithner al Tesoro, suggeritori tecnci. Geithner ne
dà testimonianza dal di dentro, e insieme fa un assestamento critico delle
crisi, da un secolo e mezzo solo finanziarie, finite le carestie e le pesti. Un
libro che è un’iniezione di vitalità. Di intelligenza ma soprattutto di
energia. Di vis politica. Che l’Europa immiserisce, al
confronto inevitabile, dopo sei anni sempre pericolante. Un libro destinato
anche a durare, per lo spessore dell’analisi, oltre che ricco di particoari di
attualità. Che però non si traduce, benché si traduca di tutto – si è tradotto
solo in tedesco.
Il primo problema che Obama si pose appena
eletto fu: “Come ristabilire la fiducia”. L’analisi era semplice, l’economia
era nel circolo vizioso: la crisi finanziaria – di banche e fondi – aggravava
la recessione, e la recessione aggravava la crisi. Inoltre, cinque “bombe”
erano pronte a esplodere, in aggiunta al fallimento della banca Lehman
Brothers: le banche Citigroup e Bank of America, il gruppo assicurativo Aig, le
finanziarie pubbliche di controassicurazione sui mutui “Freddy Mae” e “Freddy
Mac”. Più General Motors e Chrysler, “anch’esse sull’orlo del fallimento”.
Un nuovo “massiccio stimolo fiscale”, cioè
un intervento pubblico, era necessario, “per colmare il reddito e la ricchezza
perduti, rivitalizzare la domanda, creare lavoro”. E per evitare “la lunga
collaterale deriva che il Giappone aveva sperimentato nella sua crisi negli
anni 1990” – la soluzione adottata poi dall’Europa, benché al Giappone sia
costata dieci anni di stagnazione-deflazione. Le cinque “bombe” erano “tutte
molto più grandi di Lehman. Tutt’e cinque avevano ricevuto grosse infusioni di
denaro pubblico per salvarle dal fallimento; Aig era stata salvata tre volte in
quattro mesi. E tutte erano di nuovo in difficoltà”.
Il 27 gennaio, al primo incontro del nuovo
segretario al Tesoro con Obama, il presidente disse chiaro: “Strappiamo il
cerotto e guariamo la ferita. Voi portatemi la soluzione, della politica
m’incarico io”. Il 9 febbraio, come primo atto della sua presidenza, Obama
annunciava un piano di stabilizzazione finanziaria. Forzando Geithner che
ancora non era pronto. Un intervento, tra spesa e riduzioni fiscali, che
avrebbe potuto assommare a 700 miliardi di dollari nello scenario peggiore.
Senza contare gli interventi a favore di soggetti non bancari, Aig, General
Motors, Chrysler. L’ammontare e i criteri del piano sollevarono molte critiche.
Che si provvedesse a salvare “Wall Street e non Main Street”, le banche e i
fondi responsabili della crisi e non l’uomo della strada. Non fu facile arguire
che Main Street si salvava a Wall Street. Ma dopo appena tre anni la Grande
Depressione era stata evitata e anzi l’economia e la finanza erano
tornate in bonis. Il Financial Stability Plan di Geithner, con
al centro il Public-Private Investmente Fund, un intervento pubblico di
salvataggio, condizionato alla partecipazione degli azionisti e investitori,
aveva subito ristabilito la fiducia dei risparmiatori e dei grandi investitori,
malgrado le critiche politiche.
In un certo senso, come controllore alla
Fed di New York, Geithner era responsabile della crisi delle banche, Bear
Sterns, Lehman Brothers, Citigroup, Bank of America, se non degli altri
soggetti, assicurazioni e case automobilistiche. La saggezza di Obama è stata
di usare un “uomo delle banche”, seppure di profilo pubblico, per venire a capo
della crisi delle banche, invece di un giustiziere. Uno che conosceva i fili e
i nodi della crisi di ognuno dei soggetti – di Bear Sterns, la prima banca in
crisi, aveva messo a punto e realizzato il salvataggio e la cessione. Una
scelta impopolare, che lo stesso Geithner aveva prospettato a Obama al primo
incontro, che però è stata quella giusta.
E l’Europa? Geithner ha avuto un ruolo
anche nella crisi europea. Prende poche pagine della sua voluminosa memoria, ma
è preciso e sconcertante.
Europa sbalorditiva e inspiegabile
A metà settembre 2008, a crisi manifesta,
“la Banca centrale europea aumentò i tassi, il che mi parve sbalorditivo e
inspiegabile”. Se non per “un altro round di paranoia da
inflazione”, per l’aunento dei prezzi del petrolio. Il governo americano invece
lanciava una riduzione delle tasse per 140 miliardi, un’iniziativa bipartisan,
per stimolare i consumi e gli investimenti. Mentre la Fed di New York, che
Geithner presiedeva, negli stessi mesi spingeva le banche d’affari a ricapitalizzarsi
per 40 miliardi di dollari, e a ridure il breve termine e l’esposizione sui
titoli rischiosi. Questo non bastò a salvare una delle quattro, la Lehman, ma
salvò le altre.
Successivamente due eventi fanno
“inorridire” il ministro del Tesoro di Obama, e lo stesso Obama. L’attacco
franco-tedesco all’Italia a novembre del 2011 - l’unica parte di questa memoria
già nota, riprodotta un anno fa all’uscita del libro - e sei-sette mesi dopo
l’attacco tedesco alla Grecia. “L’Europa aveva passato la maggior parte del
2011 nei tormenti”. Il 21 luglio fu ristrutturato il debito greco. Nello stesso
mese la Bce di Trichet accresceva l’acquisto di titoli pubblici sul mercato
secondario “per aiutare a puntellare la Spagna e l’Italia”. Ma “l’Europa non
persuadeva gli investitori con una strategia credibile”. A ragione il governo
tedesco recalcitrava ai salvataggi, perché “i beneficiari del sostegno europeo
– la Spagna e l’Italia come la Grecia – non mantenevano gli impegni di
riforma”. Ma “la linea che Angela Merkel disegnava sulla sabbia limitava le
opzioni” anticrisi. C’era bisogno di un intervento massiccio subito. Di un
piano di intervento, che nei fatti avrebbe consentito alla Bce uno sforzo
gigantesco a sosteggo del debito e dell’euro, con una “leva” di “piccoli aiuti”
pubblici. Le banche centrali canadese e svizzera lo proposero, la Bundesbank lo
rigettò.
A un certo punto gli europei presero a
rivogersi ai paesi asiatici per finanziare il loro fondo di intervento, “uno
spettacolo abbastanza sconcertante”. Giappone e Cina non risposero.
A settembre Geithner fu invitato
all’Ecofin in Polonia, il consiglio europeo dei ministri del Tesoro. Tentò di
non andarci, l’invito fu reiterato e pressante, e allora parlò “con umiltà”,
scusandosi, schermendosi. Ma non poté non dire: “È più rischioso un intervento
a piccole dosi graduale che un intervento preventivo massiccio”. Gelo, e invito
a tornarsene a casa dei ministri dell’Austria e del Belgio per conto della
Gerrmania. “No leadership”, è il commento interno al Tesoro Usa sull’Ecofin
europeo.
Il 26 ottobre fu annunciata una ulteriore
revisione della ristrutturazione del debito greco. Fu annunciato anche “un
piano modesto per tentare di fare leva sul fondo di salvataggio per movimentare
il denaro privato, ma era congegnato male e più che altro sembrò segnalare i
limiti di quello che l’Europa voleva fare”.
Via Berlusconi
Quell’aututnno Obama “parlò regolarmente
con i leader europei”, e anche Geithner con le sue controparti. Ne ricevettero
spesso richieste di intervenire sulla Merkel per una maggiore flessibilità, e
su Italia e Spagna per un “impegno responsabile”. Qui viene il complotto: “A un
certo punto quell’aututnno alcuni rappresentanti europei ci presentarono un
complotto per tentare di costringere Berlusconi fuori dal governo; volevano che
rifiutassimo di sostenere i prestiti del Fondo monteraio finché non se ne fosse
andato. Informammo il presidente di questo sorprendete invito, ma per quanto
potesse servire ad avere una migliore leadership in Europa non potevamo impegnarci
in un complotto come quello”. Geithner ne riferisce come di un approccio e una
decisione interna al suo ministero, al plurale, abbandonando la prima persona,
afferenti cioè a qualcuno dei suoi collaboratori. E probabilmente per iscritto,
poiché Obama non parla. Poi torna al singolare: “«Non possiamo macchiarci le
mani del suo sangue», dissi”.
Pochi giorni dopo, ai primi di novembre,
si tenne a Cannes il G 20. Obama “passò la più parte del tempo in negoziati
riservati, per tentare di aiutare l’Europa a salvarsi. La maggiore parte della
conferenza riguardò le pressioni su Berlusconi, ma noi continuammo a premere
sulla necessità di un robusto firewall, e ci fu molta pressione
anche su Merkel. Merkel si sentì isolata e sotto attacco; non l’ho mai vista
così agitata”.
Poi le cose cambiano. Cambiano i governi
in Grecia, Italia e Spagna. E alla Bce arriva Draghi. “Ai primi di dicembre
Draghi annunciò una massiccia iniezione di liquidità a lungo termine per il
sistema bancario europeo”, con “un istantaneo effetto stabilizzatore… L’Europa
aveva mostrato un po’ di forza e un po’ di volontà”. A febbraio, al G 20
dei ministri del Tesoro a Città del Messico, il morale era su: “Gli europei
erano sollevati, molti dichiararono che la crisi era finita. Io non lo pensavo.
Sembrava più una tregua che una soluzione”.
L’attacco alla Grecia
A luglio del 2012 Draghi impegna la Bce a
fare “qualsiasi cosa” sia necessario per salvare l’euro nella sua integrità.
Geithner ci vede un’identità di vedute con l’intervento monetario e finanziario
americano. Ma è sorpreso – “terrificante” – da Schaüble, che in un incontro
successivo gli prospetta come “una strategia plausibile - e anche
desiderabile”, nelle sue parole, di Geithner, l’uscita della Grecia dall’euro.
Come una lezione agli altri: l’evento, sempre nelle parole di Geithner,
“sarebbe stato abbastanza traumatico da aiutare a spaventare il resto
dell’Europa, inducendola a cedere più sovranità a un’unione fiscale e monetaria
più forte”. E come incentivo all’opinione tedesca a sostenere l’euro, senza più
il pregiudizio antigreco.
Schaüble viene presentato ora come la
controfigura di Merkel, quello che si prende il ruolo del cattivo per coprire
politicamente la cancelliera con il ceto politico più recalcitrante all’idea di
eurozona e di Europa. Geithner lo dice simpatico, “engaging”. Ma ha agitato i
mercati, aggravando la situazione, più del necessario, molto di più, in più
occasioni, troppe.
“A giugno dl 2012 la crisi eurpea bruciava
più che mai”, ricorda Geithner. Ma solo Draghi se ne preoccupava. E la
risolverà ripercorrendo – in parte e in ritardo – la ricetta americana:
“L’Europa non era risucita a convincere il mondo che non avrebbe consentito una
catastrofe”. Geithner ha presente, ricorda, quello che tutti sapevano ma
nessuno in Europa denunciava: “difese fragili e politiche confuse”. Scrive
allora a Draghi per incoraggiarlo: “Temo che l’Europa e il mondo guarderanno
ancorta a te per un’altra dose di abile, creativa manifestazione di forza da
banca centrale”. Draghi sa di doverlo fare ma la Bundesbank non glielo
consente. I tedeschi “non avevano un piano per salvare l’Europa ma sapevano
quello che non volevano”, così Geithner sintetizza le sue conversazioni con
Draghi – “quel luglio Draghi e io abbiamo avuto parecchie conversazioni”: “Davano
una lettura limitativa dei poteri legali della Bce, e si opponevano a qualsiasi
cosa sapesse di questione morale”, di salvataggi con denaro pubblico (quello
che la Bundesbank aveva tranquillamente fatto in casa, va aggiunto).
Qualsiasi cosa
Il consiglio di Geithner è di “lasciare la
Bundesbank fuori”. Il 26 luglio uno studio Citigrouprp dà la Grecia fuori
dall’euro al 90 per cento. Quello stesso giorno, a un convegno a Londra, al
termine di una serie d’incontri con bancheiri e gestori di fondi, Draghi
proferisce le parole famose: “Nei termini del nostro mandato, la Bce farà
qualsiasi cosa per preservare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza”. Fa
l’annuncio, scrive Geithner, sotto l’impressione del pessimismo che ha
riscontrato negli incontri londinesi, ma non ha un piano. Geithner va allora a
Sylt, dove Scahüble è in vacanza, per tentare di convincerlo. Ne ricava quanto
si è già riferito – “lasciai Sylt più preoccupato di prima”. Si ferma a
Francoforte da Draghi, che lo rassicura, ma sempre senza un piano.
Di ritorno a Washington, Geithner spiega a
Obama che l’Europa può mettere a repentaglio il programma anticrisi americano.
Obama chiede più volte che l’Europa affronti la crisi con decisione. A
settembre Draghi annuncia il programma di riacquisto di titoli pubblici europei
sul mercato. I mercati si rassicurano, ma per poco. Viene Cipro, altra
confusone.
La memoria lascia gli europei in crisi.
Tra “impegni sempre confusi e incompleti”, nei “loro tardivi e spesso
inefficaci tentativi di imitarci”. Sempre divisi su “un robusto programma
europeo di ricapitalizzazione diretta del sistema finanziario, come il nostro”.
Incapaci di “un piano effettivo di un sistema comune di assicurazione sui
depositi” (quello oggi in discussione). Con una disoccupazione a livelli
impensabili, “molto peggiore che negli Usa, una crescita stagnante, …
un’austerità mal posta”. La conclusione è triste: “C’era tanta sofferenza
innecessaria dietro questi dati”. E orgogliosa: “Gli errori degli europei …
fornivano un’ottima pubblicità alla nostra risposta alla crisi”.
Nessuno ha contestato, in questo anno
dacché il libro è uscito, la minuziosa rappresentazione di come Geithner ha
salvato l’America dalla depressione. Che quindi è da ritenere veridica. Obama
ha peraltro terminato il mandato a Geithner al termine della sua prima
presidenza – è d’uso rinnovare la squadra al secondo mandato. Che ora si
accontenta di gestire il fondo di private equity Warbug
Pincus.
Timothy F. Geithner, Stress Test.
Reflections on financial crises, Random Huse, pp. 580, ill, £ 9,99
Giorgia senza veli
Un
libro interessante non per l’analisi, che gli autori così sintetizzano in
quarta di copertina: “Quello costruito da Giorgia Meloni insieme ai suoi coetanei della generazione Atreju è, a tutti gli effetti, non solo
nel simbolo, il terzo partito della Fiamma e, al tempo stesso, l’espressione di
una destra a-fascista, nazional-conservatrice
che, diventata centrale nella politica italiana, tenterà di cambiare gli
equilibri della politica europea” – lo sguardo dei due acuti analisti è già,
come è avvenuto per il Partito Popolare Europeo, il primo ad accorrere a Roma, al
voto eurpepo dell’anno prossimo. Il punto più interessante è che l’analisi è fatta
a siniatra, in ambito Pd: Vassallo, ex parlamentare Pd, dirige l’Istituto Cattaneo,
in-house
delle edizioni Il Mulino – una sorta di successore bolognese dell’Istituto
Gramsci, liquidato con il Pci, meno arcigno ideologicamente; Vignati è un sociologo
politico che collabora col Cattaneo.
Vassallo
non manca il bersaglio. Che la stessa Giorgia Meloni propone, i suoi “fratelli
d’Italia”volendo “uomini e donne che corrono da un’epoca a un’altra, da una
generazione all’altra, portando con sé una fiamma che non si è mai spenta completamente”.
Un programma che è un problema: i legami col fascismo storico e con la “destra
radicale” di oggi. Un interrogativo a cui non si può dare risposta dall’interno,
argomenta Vassallo. Giacchè Fratelli d’Italia non solo è un partito nuovo, nuovissimo,
con molti liberali e cattolici, come Crosetto o Mantovano, e molti professionisti,
in qualità di esperti o tecnici, specie al governo. È anche un partito “chiuso”,
“gerarchico” (la nomina di Meloni sorella da parte di Meloni Giorgia è successiva
al libro, ma conferma e accresce il dubbio). Con a capo una donna, che gli autori
dicono “una leader pop”, nuova, diversa, e assertiva - come al mercato delle canzonette.
E
qui il fenomeno meglio di tutti è descritto dal risvolto. Una leader pop, “capace di usare tanti registri comunicativi e di rivolgersi con gli stessi termini
a pubblici diversi, alternando rivendicazione di coerenza”, cioè rigidezze”, “
e duttilità, teorie del complotto e amore materno, estremismo verbale e
realismo”. Una leader politica? E si trascura che parla spedita e appropriata almeno tre lingue, e conosce i dossier internazionali, qualità che in Italia non contano ma aprono molte porte fuori.
Non
di lettura grata, come inevitabilmente la sociologia politica. È un’anamnesi che
serve in primo luogo per altre ricerche . la ricerca parla alla ricerca. Quindi
documenti del partito, fin dalla fondazione, recente per fortuna, i discorsi
delle sue vedettes, le proposte di
legge di maggiore spicco, e lunghe interviste con alcuni dirigenti. Conclusione:
“L’identità nazionalconservatrice continuerà a costituire il solco dentro il quale
FdI tenderà a muoversi”. Europeista anche per struttura mentale, oltre che per
bisogno (crisi energetica, piano nazionale di ripresa e resilienza, piano
Mattei, transizione verde – e la guerra naturalmente, a cui si può aggiungere la
nuova frontiera Indo-Pacifico). Nel rispetto dei tradizionali legami di politica
estera dell’Italia post-bellica. Con un’accentuazione dell’Italia “ponte tra l’Europa
e i Paesi del cosiddetto «Mediterraneo allargato»” – un tentativo di rilancio
in verità, l’Italia ci provò negli anni 1970-1980, per una politica
euro-mediterranea che poi non si fece.
Salvatore
Vassallo-Rinaldo Vignati, Fratelli di
Giorgia, Il Mulino, pp. 296 €18
lunedì 25 settembre 2023
La Russia nel cuore dell’Africa
La Russia sovietica ha lasciato
grate memorie in Africa, e il golpe
del Niger né è una prova, se il generale golpista Tchiani, formato in Francia,
può dichiarare di avere “la Russia nel cuore”, e cacciale truppe francesi. Non
l’unica. La presenza russa in Africa viene limitata ai lanzichenecchi della
brigata Wagner, ma la brigata Wagner è – era – presente in molta Africa in
ricordo della presenza sovietica. Come contrasto al neocolonialismo, che
s’intende europeo, occidentale. Forte cinquanta e quaranta anni fa,
all’indomani delle indipendenze, ma non pù debole oggi. Soprattuto nello storytelling, nel sentimento comune, ma
non senza pietre d’inciampo solide. Non c’è nessun aiuto europeo, in nessuna
forma, e c’è qualche sfruttamento, soprattutto da parte della Francia, per le
risorse minerarie e da qualche tempo per le fonti di energia. Nonché sullo
scandalo emigrazione, con l’Europa che costringe l’Africa all’illegalità e
all’avventura, costosissima e spesso mortale.
Meloni è l’unica leader europea che si è avventurata in Africa da
alcuni decenni, ed è tutto dire – specie sullo sfondo della guerra che mezza
Bruxelles, la parte progressista, le muove per questo pur modesto impegno.
Lo stesso sentiment ha favorito l’ingresso (un ritorno, in realtà) nel
continente della Cina.
Non c’è una presenza russa in
qualche modo paragonabile a quella sovietica di cinquante e quaranta anni fa,
in Somalia, Etiopia, Angola, Mozambico, Guinea-Bissau, Tanzania, Uganda,
Zanzibar, Zimbabwe, oltre che in Egitto e in Algeria. Ma Putin può contare
nelle varie assemblee mondiali su un sostegno vasto. La Russia è anche l’unico
paese, in questi due anni di guerra che si è occupato di non far mancare le
granaglie, per il poco che valgono.
Amici miei, e una morte annunciata
Tre
chirurghi, équipe di punta di chirurgia,
si riposano con la beffe a danno dell’anestesista. Finché l’anestesista non risulta
in fin di vita, e allora i tre gli organizzano una vacanza di sogno. Ma non
tutto è come appare.
Una
esumazione di “Amici mieei”, con tre sicuri pilastri, Verdone (che esce dal cliché della sua seconda vita, il preoccupato, farmaco-dipendente), Tortora e Papaleo,
e una brillantissima new entry, Foglietta.
Che prometteva un nuovo felice filone, ma poi non ha avuto seguito.
Carlo
Verdone, Si vive una volta sola, Sky
Cinema
domenica 24 settembre 2023
Ombre - 686
Il
primo necrologio per Napolitano sul “Corriere della sera” è di Mario Monti. Un
miracolato in effetti, che Napolitano preparò, con nomina a senatore a vita,
per succedere a Berlusconi in un governo del presidente (Monti era entrato in politica
con Berlusconi, che nel 1994 lo aveva nominato commissario a Bruxelles, alla cruciale
direzione Concorrenza, insieme con Emma Bonino). Lo fece in obbedienza a Sarkozy
e Merkel, due emeriti statisti europei per ridere – uno anche variamente condannato.
Poi negò la grazia a Berlusconi.
A
Piazza Armerina Mattarella spiega al pubblico quello che ha appena spiegato al
presidente tedesco Steimeier, che gli accordi
di Dublino sull’immigrazione sono ferro vecchio. Il giorno dopo da Berlino il
governo tedesco ammonisce l’Italia a rispettare gli accordi di Dublino. Niente
ipocrisia, niente garbo, è il diritto. Il problema è che la Germania fa e disfa
gli accordi di Dublino come le fa garba.
Stephanos Kasselakis, Goldman Sachs,
erede di ricco armatore, giovane, bello, gay, residente a Miami, è il nuovo capo di Syriza. Syriza
è la sinistra di Tsipras che governò la Grecia dopo la crisi del debito, attraverso
il suo ministro del Tesoro Varoufakis, altro enfant gaté, greco-australiano, governò anche l’Itala, ospite riverito
di Fazio e Floris, fisso di Santoro e Fazio, e direttamente col fascino del fondatore
incantò Barbara Spinelli, Moni Ovadia, Curzio Maltese e altri intellettuali, che
ebbero pure un milione di voti e si deputarono a Strasburgo. Lo diventa senza
nessuna gavetta, gli è bastato un video di pochi minuti, in cui rivendica
l’orgoglio di essere un figlio di papà, uno che “si è fatto” – anche se non da
solo. È questa è la Nuova Sinistra.
Intervista
del cardinale Montenegro, già vescovo di Agrigento e quindi di Lampedusa, con
Scaramuzzi su “la Repubblica”, tipicamente pilatesca: abbiamo il dovere della misericordia,
non c’è niente da fare – “il vento lei riesce a fermarlo?”. Niente sul traffico
dei migranti: le masse spedite su barchette in mare aperto, l’organizzazione e
i problemi dei trasbordi, lo sfruttamento della povertà. E i bambini a frotte,
le donne al nono mese di gravidanza, dopo due e tremila km. nei deserti? Si
vogliono aggiornati, ma sono sempre il vecchio prete, che tutto si fa scivolare
addosso.
Niente
dice il cardinale, come del resto il papa Francesco, della barbarie politica
africana, di dittatori di ogni genere, generalmente ladri e concussori. Né del razzismo
arabo, che schiavizza, proprio, gli africani subsahariani. Una realtà che –
loro, a differenza degli italiani – conoscono bene, per la rete intelligente
dei nunzi e i tanti vescovi che contano sul campo. Anche la chiesa deve ancora
scoprire l’Africa? E perché, se la conosce così bene?
Dal
niente sporco in cui ha affogatola città, e senza più mezzi pubblici, Atac e Fs
fanno una corsa su tre, il sindaco Pd Gualtieri tira fuori dai fondi statali per
il Giubileo 14 milioni per Villa Ada, quartiere chic di Roma che lo vota, per
il “recupero di edifici abbandonati e fatiscenti e una chiesetta in cui
celebrare i matrimoni laici”. La “chiesetta in cui celebrare i matrimoni laici”
per il Gioubileo è segno di rara sensibilità. Questo Pd, che non era più comunista,
e non è più nemmeno democristiano cos’è? Il partito dei buoni borghesi? Con
autista?
Stefania
Craxi dietro Meloni all’assemblea Onu, è presidente della Commissione Esteri
del Senato, e quindi in qualche misura è al lavoro, esplica le sue funzioni. Ma
è la figlia dell’ultimo, e unico, capo del governo socialista, che assiste la
prima presidente del consiglio ex fascista.
Il
governo di destra vara i Cpr, per ospitare i “profughi” che dall’Africa arrivano
a migliaia ogni giorno in attesa dell’identificazione. Per alleggerire i campi
siciliani e calabresi. Ma Bonaccini dice no. E anche Giani – non lo dice ma lo
fa - i due presidenti di Regione Pd. Cioè? Libera entrata per tutti ma poi non
li vogliamo – che stiano al Sud? Il primo giorno. Il secondo, qualcuno deve
avergli ricordato che i Pd è per l’immigrazione libera, tacciono – ma non
obbediranno. La Romagna allora rossa murava le case sfitte già cinquant’anni
fa, quando ad arrivare erano i meridionali.
Zelensky
licenzia sei vice-ministri della Difesa. Ottimo, dopo il ministro corrotto via
anche i suoi vice. Ma c’erano – ci sono – sei vice-ministri della Difesa in
Ucraina? Per dividere più equamente?
Si lamenta che “le
«tax expenditures»”, le agevolazioni e esenzioni fiscali, “sono ormai a quasi
ottocento voci, piccoli e talvolta minimi sussidi per platee ristrette”. E i
bolli, diritti, accise, addizionali, oneri di sistema, contributi?
Stephanos Kasselakis, Goldman Sachs,
erede di ricco armatore, giovane, bello, gay, residente a Miami, è il nuovo capo di Syriza. Syriza
è la sinistra di Tsipras che governò la Grecia dopo la crisi del debito, attraverso
il suo ministro del Tesoro Varoufakis, altro enfant gaté, greco-australiano, governò anche l’Itala, ospite riverito
di Fazio e Floris, fisso di Santoro e Fazio, e direttamente col fascino del fondatore
incantò Barbara Spinelli, Moni Ovadia, Curzio Maltese e altri intellettuali, che
ebbero pure un milione di voti e si deputarono a Strasburgo. Lo diventa senza
nessuna gavetta, gli è bastato un video di pochi minuti, in cui rivendica
l’orgoglio di essere un figlio di papà, uno che “si è fatto” – anche se non da
solo. È questa è la Nuova Sinistra.
