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sabato 29 agosto 2015

La democrazia sospesa

La democrazia è sospesa in Italia? Indubbiamente sì, non è (solo) una polemica politica. E non tanto per i governi che si succedono extraparlamentari, che la Costituzione con qualche forzatura (le famose “irritualità”: illegalità legali) tollera, di più perché si vota, si stampa liberamente, liberamente si critica, ma a nessun effetto..La politica fa a meno del voto e delle critiche, e sempre più in Italia si appatta col mercato, col mondo per natura opaco degli affari che invece votiamo per controllare – affari di soldi, cordate, logge, conventicole, analoghe anche se non contigue, alle mafie (tipica l’antimafia).
C’è stato a lungo nella Repubblica un dibattito storiografico sulla debolezza della democrazia in Italia. Per un’esperienza postrisorgimentale poco democratica – e poco liberale – e per il fascismo, che non è cominciato nel 1922 e non è finito nel 1943. Non c’è più questo dibattito dacché, nel 1975, il Pci è stato associato al potere, e meno che mai dal 1992, quando la democrazia in Italia è stata sospesa anche formalmente: con l’avvento dei gruppi d’interesse, giudici, apparati repressivi, giornalismo, i cosiddetti corpi separati dello Stato, anche la storiografia si è sospesa
Si vota inutilmente. I governi li fanno i giudici, personaggi professionalmente poco raccomandabili, sono sotto gli occhi di tutti, con i giornalisti, che della non rispettabilità fanno professione. Poteri altrettanto enormi sono stati travasati, contro la Costituzione, alla presidenza della Repubblica. Di cui almeno due mandati, quello di Scalfaro e quelli di Napolitano, due personaggi ricattati pubblicamente, sono a forti tinte golpiste – Scalfaro impedì nel 1994 la riforma delle pensioni che avrebbe evitato all’Italia le due ondate di disoccupazione, 1994-1995 e 2017-2014, e il declassamento economico e politico. Per non dire dei tanti governi del presidente, che la costituzione non prevede e non hanno meritato.
Lo scandalismo, la superficialità, il carrierismo sfrenato dei giudici sono qualcosa d’inconcepibile. Della protervia dei prefetti e generali non si può parlare, e questo definisce la questione. .

Quando l’Italia cantava, popolare

Un regalo per gli appassionati del cantastorie e cantautore calabrese, e del canto popolare nella sua stagione, gli anni1960-1970. De Pascale si fa raccontare da Profazio quella stagione d’oro, con i protagonisti presto dimenticati, Maria Carta, Ignazio Buttitta, Matteo Salvatore:  una stagione realmente “civile”, prima che la parola fosse arpionata dal politichese. E di un’Italia – Profazio non lo dice perché resta inguaribilmente il giovanottone entusiasta di allora – che avrebbe potuto essere molto migliore e invece si è perduta, confusa, imbrogliata.
I due cd sono di esecuzioni di Profazio, 43  componimenti in tutto, con i testi. E cinquanta vecchie foto.
Massimo De Pascale, Otello Profazio a viva voce, squi(libri), pp. 269, con 2 cd, € 25

venerdì 28 agosto 2015

Ombre - 281

“No, non vedo in Italia pericoli di dittatura”, rassicura Piero Ottone dal “Venerdì di Repubblica”. Bontà sua. Ci sarà un motivo se i (vecchi) liberali sono finiti allo zoo.

Si discute se la santoriana Giulia Innocenzi sia stata o no molestata, per dire un eufemismo, durante la sua gita in Iran, come ha riportato nel suo blog. Chi ha conosciuto l’Iran, di prima e anche di dopo Khomeini, dubita. Però, per il  morettiano “mi si nota di più se…”, la storia è ben trovata. Senza danni alla persona – pappagalli e esibizionisti non sembrano avere impressionato la conduttrice.

Non molti decenni fa, questa dei pappagalli che molestavano le turiste era un topos estivo dei giornali. Dei giornali del Nord, Germania, Inghilterra, Scandinavia. Cambia il parallelo ma la storia implacabile si ripete - qui forse neanche quello, Isfahan è poco più in basso di Roma, all’altezza di Atene.

Innocenzi è andata in Iran con l’amica, con la quale si posta abbracciata sul blog. Annemarie Schwarzenbach c’era andata anch’essa con l’amica Elsa Maillart, altra virago viaggiatrice indomita, sole in automobile e senza meccanico, in tempi tragici, mentre scoppiava la guerra in Europa, senza subire assalti. Nemmeno in Afghanistan e in India, paesi ora femmicidi.

Il giudice Spataro profitta di un editoriale di Sabino Cassese sul “Corriere della sera” sulla riforma della giustizia, per ribattere sul giornale, senza contraddittorio, che la riforma è sì necessaria, ma non deve riguardare i giudici. Acculando Cassese, senza contraddittorio, agli “anni difficili”, che non si sa cosa siano ma evidentemente spregiativi.
La prima riforma in effetti dovrebbe partire dagli Spataro. 

Il Procuratore Capo di Torino – Spataro lo è, sì – scrive al “Corriere della sera” come usava nelle cellule del Pci e bisognava liquidare qualcuno: prima incensarlo, poi coprirlo di insulti. Ci sono state cellule del Pci, non in tempi remoti.

Con la stessa protervia Spataro può dire sul “Corriere della sera” che alla giustizia italiana “la comunità internazionale guarda come esempio virtuoso”. Mentre è ripetuta e a rischio ammenda miliardaria la richiesta di Bruxelles di una giustizia-giustizia, in cui i processi si fanno. 

I conti della Grecia non persuadono, scrive Fubini, il misogrecologo del “Corriere della sera”: “Persino l’ultimo dato di crescita del paese, quello del secondo trimestre del 2015, continua a sollevare interrogativi tutt’altro che da risolvere”. Cioè è un dato buono?

Forse Fubini si è confuso, dovendo tenere banco sul giornalone anche sul tema caldo della giornata, oltre che sulla Grecia d’ordinanza:  “L’euro adesso non è più mini”. Deve celebrare l’euro, anche se è ai minimi sul dollaro, e anche se “torna lo spettro della deflazione”. Un commentatore economico che avesse intravisto “lo spettro della deflazione” non direbbe al contrario che le cose non funzionano?

“Quando è morta mia nonna”, racconta il cuoco catalano Joan Roca, “Zapatero e Chirac sono venuti a farmi le condoglianze. In cucina”. Ecco perché lu munnu va n’arreri, come direbbe Domenico Tempio, in un buco nero.


Estate fremente dei giornali, sportivi e non: l’Italia torna sul mercato, l’Italia fa il mercato, Juventus, Roma, Milan e Inter comprano per cento, anche duecento, milioni, e non vendono. Poi si gioca e perdono, contro squadre che invece hanno venduto – vince l’Inter ma per caso. Hanno fatto il mercato, ma a beneficio di chi? 

Il surf del “ginocidio”

Tesson è un viaggiatore simpatico. Surfer, alpinista, paracadutista in caduta libera - “strana espressione” – come Pitagora, dice (“voglio abbandonare la terra, questo soggiorno inerte, voglio farmi portare dalle nuvole”) . Apologeta dell’inutile – la scalata, l’immersione, la sfida. Della singolarità, che sempre si differenzia. Ma qui si vuole corretto, nel senso della crisite, di quelli che l’uomo è il cancro della terra, l’autore del “ginocidio”, e il libro si chiude. Merda all’uomo che la terra infanga – è lui che infanga la terra? E alla terra che infanga l’uomo? E merda alla merda, no?
Con molte citazioni – il libro è la raccolta di un “taccuino” che Tesson ha tenuto sul mensile “Grands Reportages” dal 2006 al 2014 e di qualche articolo di giornale. Molte di buon gusto. Camus: “Non ci sono limiti all’amare, e che m’importa di stringere male se posso abbracciare tutto?”. Di Whitman: Non ho niente a che fare col sistema, neanche per oppormi” O Antoine Blondin che corregge Darwin (sogno è songe in francese, scimmia è singe): “L’uomo discende dal sogno”. Costante il riferimento a Jünger. Ma anche appropriato, e il libro si riapre.
Del viaggiare – la dromomania – tema della raccolta, Tesson dà anche molte argomentazioni lusinghiere: “Una cortesia alla diversità della natura”, “una dietetica dell’anima e del corpo”, “il viaggio rallenta,  ispessisce, densifica il corso delle ore. Intrappola il tempo, è il freno delle nostre vite”. Ma, anche qui, nessuna è persuasiva, non c’è bisogno di dire perché. Il repertorio del viaggiare è immenso, c’è quindi posto per tutto, ma la natura è diversa finché l’uomo la cura. E tuttavia si continua a leggere, l’attesa non cessa, premiata.
Il piccolo trattato sul nomadismo, un riesame critico, a opera di un nomade compulsivo, vale da solo l’attenzione. O l’elogio delle api, breve, un gioiello. La Russia che lo ha sedotto. Lo Yemen ricoperto di rifiuti, di plastica. L’Islanda ferace, di intelligenza. Da scopritore (inventore) dei mondi noti – o l’avventura della geografia, che si vorrebbe cancellare.
Sylvain Tesson, Géographie de l’instant, Pocket, pp. 406 € 7

giovedì 27 agosto 2015

Recessione – 41

Con l’aumento del pil di pochi decimi nel primo semestre, la quasi totalità dei paesi Ue è di nuovo a rischio deflazione. Anzi, è già in deflazione.

Il governo tedesco ha di colpo addolcito il no alle politiche europee di sostegno della domanda. Effetto del raffreddamento improvviso anche della sua economia, a consuntivo del secondo trimestre, e nelle aspettative degli operatori per il secondo semestre dell’anno. 

Il quantitative easing della Banca centrale europea - troppo tardi troppo poco - ha avuto impatto nullo sulla domanda.

Il numero di posti di lavoro nuovi nei primi sei mesi di applicazione del Jobs Act, da gennaio a lugliol, valutato dal ministero del Lavoro in un primo tempo in 631 mila, sono in realtà poco più della metà, 328 mila.
È cresciuto invece della metà, nello stesso periodo, il conto dei posti di lavoro cessati: da una prima stima di 700 mila sono passati a “oltre un milione”.

Nessun rimprovero al ministero del Lavoro per la cosmesi sulle cifre. L’informazione è parte della recessione?


Il camionista antifemminista

L’autrice è una giallista, rinomata. Ma vent’anni fa volle dare una lezione alle femministe, che la invitarono a una loro collana, e scrisse queste avventure di un camionista. Con una serie di donne a letto, anche non prostitute. A parte questo, niente. Cioè no: è un apologo, e quasi un saggetto sociologico, ma è un raro libello politico anticonformista, antifemminista e per l’eguaglianza dei sessi. E una sberla forse sincera, non opportunista. “All’interno della mia produzione”, premette l’autrice, “è fra quelli a cui guardo con maggiore affetto”. 
Attorno al protagonista, grande coscienzioso lavoratore (l’uomo cacciatore), una casistica vasta di donne che ne fanno la disperazione, scipite, interessate, distratte, ninfomani, brutte, rognose.Alicia Giménez Bartlett, Vita sentimentale di un camionista, Sellerio, pp. 10 € 14

Italia sovietica - 25

La Corte Costituzionale
I costituzionalisti – se ce ne sono ancora
L’informazione
politica (lottizzazione? nomine politiche? partitocrazia? parlamentarismo?):
giudiziaria
economica (le “riforme”, i “mercati”, le privatizzazioni),
fiscale (Polverini introduce il ticket di un euro, sfracelli, Zingaretti lo porta a cinque euro: silenzio; Marino raddoppia l’Irpef, i romani pagano più dei milanesi, tanto più ricchi: silenzio)
culturale
internazionale (Angela Merkel ha sempre ragione, anche Schaüble)
vaticana (logge sudamericane, mafie nordamericane)

mercoledì 26 agosto 2015

Difendiamoci dal femminicidio

Ci sono molti motivi per cui non troncate i rapporti con la vostra ex amata che vi odia. I figli in primo luogo, da cui non vi volete staccare, un figlia, una figlia che amate e sperate che continuino ad amarvi. O ragioni di carattere: siete miti, o vi colpevolizzate, oppure compassionevoli, vi fate una missione di stare comunque coi figli, magari per proteggerli, sacrificandovi.
Un manuale pratico di sopravvivenza si può abbozzare, a scopo anche di prevenzione. Quello dei figli, se ci sono, è il fronte più rischioso. I dispetti saranno costanti, brucianti, miserevoli, e tanto più se i figli mostrano un qualche affetto. Lei se ne farà una miccia sempre ardente, nel desiderio magari inconscio di ucciderli, immagine quali sono di voi, di quando si asserviva a voi, e si faceva mettere incinta, che spesso non avviene per caso.
Proteggere i figli è dall’altra parte la vostra fine. Vi ripromettete di stare con lei finché hanno tre anni, età che la psicologia vuole ancora simbiotica con la madre, poi fino a dieci, per riempire di cose possibilmente buone il sacco delle rimozioni infantili, poi fino ai diciotto, quando il figlio o la figlia se ne andrà infine di casa. E poi siete fregati. Un vita di umiliazioni dovrete per sempre svolgere, per non finire a Regina Coeli col marchio infamante del femminicida.

Eretici erotici

Testi difficili oggi da editare. In realtà liberi in rete, ma di cui non si parla: anche l’irriverenza è regolata. Del libero pensatore Ammirà, garibaldino di lungo corso, e del sacerdote Domenico Piro, soprannominato Duonnu Pantu, morto giovane. Nella tradizione, per quest’ultimo, che ha vissuto nella pre-Sila prossima a Cosenza, ad Aprigliano, tra il 1660 e il 1696, anche dei “blasoni” francesi, le lodi di una parte del corpo, allora in voga. Sotto l’abito, che sembra sincero, della deplorazione, contro il “sieculu puttanu”: le lussurie intrecciando con la nostalgia dell’“età dell’oro”, quando regnava l’innocenza senza peccato.
Ammirà, scrittore prolifico e prolisso, s’immortala per la “Ceceide”, il poemetto-testamento della Tropeana, che aveva tenuto banco nella città da cui il soprannome. Piro è autore oggi non citabile nemmeno per i titoli, una “Cazzeide” in ventuno ottave, seguita a gran successo da una “Cunneide” un po’ meno diretta e più argomentata, quarantotto strofe di quattro versi, tre endecasillabi e un quinario, che chiude col primo verso della strofa. Qui il raffronto è con la vita semplice, quale lui, a suo dire, conduceva: castagne bollite, un sorso di vino, un po’ di verdura lessa. Canzoni sapide, non sconce, su un fondo di tristezza.
Vincenzo Ammirà e Duonnu Pantu, Canti erotici calabresi, Non Mollare Edizioni, pp. 80, ril., € 10

martedì 25 agosto 2015

Letture - 225

letterautore

Autobio - Prima di Petrarca il debutto dell’Occidente è un’opera anch’essa di autoanalisi, la Vita Nova - si sottovaluta Dante. Successivamente, fu di confessione obbligatoria che Erasmo dibatté con Lutero, e non di esame di coscienza. Postillando: “La verità va detta, ma non serve in ogni circostanza”. Sarà questo il “dovere della memoria” di Primo Levi, che il buono non sempre è il vero. Canetti distingue un “diario genuino” dai “diari falsificati”. Che sono però a volte “avvincenti” – “la loro attrattiva dipende dalla capacità del falsario”. Ancora prima c’è il solito Agostino, con i classici e il torbido Tucidide. E prima ancora Delfi e il “conosci te stesso”, la scrittura dell’io è nelle origini. Comprese le Scritture, che “conosci te stesso” dissero non si sa se prima o dopo Delfi. Ma forte avevano il senso dell’orgoglio, il peccato rimosso. 
Quanto a conoscersi, è bizzarro interrogare se stessi, accusati e insieme accusatori. Non lo fece Socrate, che era un teatrante e un chiacchierone e inventò il genere, o il personaggio di comodo di Platone che a Carmide spiega: “La conoscenza di sé non sempre è saggia, non sempre è utile” - la saggezza di Socrate era d’infinocchiarsi Carmide, “una meraviglia tanto era grande e bello”, per ciò che si vedeva e per “ciò che la sua tunica copriva”, lui come ogni altro giovane e bello di Atene filosofante in palestra. Il difetto è che la confessione si fa in prima persona. Uno vorrebbe sbarazzarsi dell’io, ma non si può, tutto si vede e si dice in soggettiva, la terza persona è artificio. Onesto sarebbe che l’autore dichiarasse all’inizio: “Vi racconto una storia che ho inventato, ho dedotto, ho ascoltato in quel posto, in quel tempo, tra quelle persone”. Come i reduci che impuni s’inventano in dettaglio le guerre, i cacciatori, che sono essi pure soprattutto narratori, gli emigranti, i viaggiatori. Tutti quelli che non hanno testimoni.
La scuola dello sguardo è solo una soggettiva più lenta e minuziosa. Omero dà forma ai miti, che è un altro genere, ma si pretende realista come il romanzo, essendo veritiero. Bisognerebbe poter essere Omero, ecco, capaci di mito e verità, uscendo dall’io e dal lui. Talvolta basta essere nato in un altro secolo. Il problema in italiano è che si coltivano io deboli, cattolici – ecco, qui la chiesa c’entra: si racconta bene in America Latina, dove pure sono cattolici, ma in segreto succhiano sangue.

Carducci – Dunque, copiava Nievo, nella migliore della sue poesie, “La nebbia a gl’irti colli”. È il processore della poesia. Che sapeva naturalmente di Nievo, anche se l’Italia l’aveva subito dimenticato.

Dante – Sonoro e ritmico. Ascendente, discendente: variato (quanto l’arsi, sillaba-e accentuata-e precede-ono la tesi – sillaba-e non accentuata-e, il ritmo è discendente, viceversa è ascendente). E vario nella sensibilità: bellicoso, nostalgico, dimesso, idilliaco.

Destra – S’ionfoltisce la schiera robusta di grandi scrittori e artisti di destra, e anche di strema destra (antisemiti, hitleriani) contrariamente alla vulgata ufficiale che la destra non ha cultura. Dopo Céline, Pound, Hamsun - e Borges, Montherlant, Jünger, Simenon, Tolkien, Stefan George, in parte Thomas Mann – ora anche Le Corbusier. E si sta lavorando a Sartre, sotto l’occupazione. 
Che la Destra non abbia cultura è un errore (sottovalutazione), oltre che una propaganda sterile. Lascia più testimonianze durature la Destra nel Novecento, di cui fu al comando per una ventina d’anni,  che una certa Sinistra che ne fu al comando per mezzo secolo, e specialmente “pura” – faziosa.
.
Furioso – Orlando è “furioso” già nel titolo. Ariosto si divertiva a rifare, prima di Cervangtes, e con la sua “ottava d’Oro”, cantabile, per tutti, la parodia dei romanzi cavallereschi. Nessun dubbio: lo sapeva Hegel, lo saprà De Sanctis, e poi Croce – l’ironia, che pure è molto italiani, ci ritorna via Germania, l’Ottocento italiano è stato parecchio positivista, un po’ ottuso.

Giallo – Dilaga in Italia fuori canone, anzi spesso cervellotico – “famolo strano”: giallo come inconsequenziale, una sorpresa alla fine si trova sempre, sennò si rimedia con la violenza in vista e in posa, tipo horror: basta un po’ di suspense per rientrare nel genere. Il Detection Club, creato a Londra nel1929 tra Agatha Christie, G.K.Chesterston e Dorothy Sayers, si vincolava a dare al lettore la possibilità di indovinare il colpevole prima del finale – contraddicendo peraltro tutta la serie cinematografica dei Poirot. La garanzia era intesa come un codice etico della scrittura, del genere giallo, che quindi deve essere un gioco di analisi.

Italia - Si direbbe intraducibile. Un po’ perché corrispondenti e inviati stranieri poco ne capiscono. Ma questo potrebbe essere un problema loro. Di più per se stessa. E non per la lingua, che anzi è amata.
Gianfranco Contini, nessuno lo conosce all’estero. Anche Giacomo Debenedetti, sebbene sia stato fine lettore di Proust. Mengaldo s’interroga su “La Lettura” del perché l’Italia accepisca tanta cultura straniera, anche inutile o dannosa, mentre tanta sua buona cultura resta al di qua delle Alpi. Sono le buone idee che non viaggiano? Non succede spesso. È l’Italia che respira male, si soffoca.

Nomadi – Cantano e ballano. Tutti i nomadi – probabilmente anche quelli di Gengis Khan. Anche in Australia, cantano – Chatwin ha percorso i loro itinerari sonori, li ha ricreati. Il clan romano dei Casamonica vive probabilmente su questa lunghezza d’onda, benché sedentario da tempo. .

Scrivere – Si può dappertutto. In treno, in aereo, un tempo usava il, caffè, su quaderni ben squadrati e su un ritaglio qualsiasi, anche in piedi sul marciapiedi volendo non perdere l’attimo. Ma quando si scrive attorniati dai libri, a casa, in biblioteca, è come se si partecipasse a una polìfonia,  a una conversazione gradevole, di molte voci senza sovrapposizioni, a una partita di squadra di corsa, a un’impresa collettiva eccitante e gaia. Anche senza pubblico – lettori.

Sherlock Holmes – Eretto, da Eco e altri, a paradigma dell’induzione, della deduttività della logica, è in realtà cervellotico. È qui il suo fascino - un logico è un pedante: sorprendente ma dispettoso, che sempre impone la logica più astrusa e impervia. Vuole sedurre, sì. Con la sorpresa. Per questo ha bisogno di stare solo e solitario, con un amico strano, un fratello incongruo, senza amori, nemmeno infatuazioni, né amicizie, di degradarsi, di restare inverosimile.

È un problema renderlo in immagine, al cinema o in tv. Figurarselo somaticamente: ora nevrotico pieno di tic, ora catatonico, loquacissimo, velocissimo, ora muto, lento e anzi inerte.

letture@antiit.eu

Il Sud piace ai (buoni) scrittori

Gli scrittori di viaggio al Sud – sono miriadi - che si reggono sono gli ottimi scrittori, Courier, Goethe, Lear, Dumas, Norman Douglas. Non tutti, alcuni ne hanno scritto perché: Dickens, D.H.Lawrence, Maupassant, perfino Tocquevllle, che raramente delude.
Questa antologia dei viaggiatori al Sud del Sette e Ottocento, preparata trent’anni fa dallo Iasm, Istituto per l’Assistenza allo Sviluppo del Mezzogiorno, in occasione del convegno a Caserta “Sul cammino delle grandi civiltà”, ne offre involontariamente una prova. Il Sud è pittoresco, ma non per tutti. O il pittoresco non lo è.
Iasm, Memoria del Sud

lunedì 24 agosto 2015

Secondi pensieri - 229

zeulig

Crisi – È inevitabile che ai periodi di entusiasmo-utopismo succedano periodi di malinconia-regressione – le vacche grasse e le magre, etc.: c’è un ciclo psichico, un bilanciamento di umori e aspettative. Ma su una ljnea ascendente: la memoria e la storia non sono maestre, non maestre di vecchio stampo, impositive, tuttavia solidificano le esperienze. Quanto della crisi odierna non è l’esito della caduta delle illusioni (del Muro) – c’è questa tristezza in Cina, in India, in Brasile? Quanto non è indotto dallo steso pensiero liberale, attivista ma ridotto al mercato, all’avidità dei pochi piuttosto che ala felicità dei tutti.

Etnocentrismo - Senza tempo, senza occhi, è curioso che l’europeo, l’occidentale, sia più agitato dagli spiriti che non il disprezzato africano animista. Agitato dal dovere di cambiare, l’automobile, la maglietta, la moglie, ma anche da spiriti invisibili, incomprensibili.

Intraducibilità – Si vuole – è pretesa anche – di molta filosofia tedesca. Ma che cos’è la filosofia intraducibile? Incomprensibile.
Il tedesco filosofico si vuole intraducibile in italiano e in francese – non in inglese (se ne traduce anche poco, è vero).

Natura – Che sarà mai? Darwin non faceva il naturalista, cioè sì ma non integralista – era anzi piuttosto anti-, tanto era produttivo, applicato, e non quello che guarda le stelle, malinconico. La stella dell’epoca è la più vaga che esista, nel pensiero e di fatto. Benigna e maligna senza misura o ragione (metrica). Ne è nato l’uomo, ma apparentemente è l’unico suo esito buono – benché oggi contestato. Il cui primo proposito è arginare la natura, indagarla.

Recensione – Irrecensibile è la filosofia per il filosofo – la filosofia è basicamente socratica, si può argomentare ma non giudicare. La recensione filosofica usa, ma allora come filosofia: molta filosofia si fa  argomentando quella altrui – nella forma del dialogo, reale, con altro filosofo e la sua opera e non finto, come Platone faceva con stesso. Ma non come un giudizio, che dica la filosofia degli altri per esempio vera, utile, comunque buona, oppure no. La logica – l’argomentazione – non è una? Logicamente sì, ma di fatto è sfuggente – e anzi, in linea di principio, agnostica: tante teste, tanti pensieri.

Silenzio – È una  forma di dialogo, con se stessi, l’ambiente, la natura. Umile, sdegnosa, entusiasta, malata, etc. Monologica e non dialogica, ma poi ogni dialogo ha un fondo di riserva mentale e di irricevibilità – si vede in una corrispondenza, che pure è documentari, per quanto intima: sempre molto resta estraneo, “non detto”, “non capito”.
Il silenzio si lega alla riflessione, lo svuotamento buddista compreso. E la riflessione non è possibile senza un linguaggio: l’uomo pensa finché parla.

Se – Marco Rizzi ipotizza su “La lettura” il mondo come sarebbe stato “se Gesù Cristo non fosse mai nato”. Immagina un mondo (Europa in realtà) che avrebbe letto “Beowulf” e non l’“Eneide”. O non il contrario? Non andrebbe ipotizzato un impero romano che, non indebolito dal cristianesimo, sarebbe durato più a lungo, magari trasformandosi ugualmente via via nella forma Stati nazionali del tardo Medio Evo ma avendo respinto l’attacco, non irresistibile, delle orde germaniche? La storia va per continuità o per discontinuità? Va per entrambe. Ma la continuità è un filo resistente, la sorpresa parte con tutti gli handicap, col solo vantaggio della sorpresa.

Umanesimo – L’uomo costruisce incessante la natura: la argina, la regola, la perfeziona, la utilitarizza. La preserva anche, oppure perseguita e la distrugge. La cultura della colpa (crisi), invece, in una col mercato (debito), propaganda un naturismo antiumanista che non tiene conto della natura, la quale distrugge più che creare. I mondi senza l’uomo non sono migliori. Perché l’uomo sarebbe autodistruttivo, se è riuscito al contrario a difendersi dalla natura? Non del tutto ma abbastanza. Compresa la sua propria “natura”. Com’è che si esclude l’uomo dalla natura?

Viaggiare – Si entra in un aeroporto, stazione, o se ne esce? L’autostrada al casello ci si apre o ci rinchiude? Si entra per partire, per uscire. Ma non si può non arrivare in un altro aeroporto, stazione, casello. È un giro di porte girevoli alla portata di tutti; partire, lasciare, ritrovare. Il solo? Senza danni sì: lo sradicamento fisico è propedeutico a quello mentale.

Il beneficio che Goethe conferisce al viaggio, “che si vedono i mondi dall’esterno, in modo puramente obiettivo”, è certamente illusorio – lo era anche allora, quanto il viaggio si faceva con lentezza: lo stesso Goethe ha quella “vita fluttuante che si agita e ci fluttua attorno”, che rese il suo viaggio indimenticabile (c’è un genio dei luoghi, che spesso è un odore - non si fa vedere ma se ne avverte la presenza, l’odore dell’aria). Ma una misura del pregiudizio (ignoranza, approssimazione, disattenzione) il viaggio – lo spostamento fisico – la dà. Impone una costrizione-costruzione, per raffronto, insofferenza, curiosità, stanchezza, una qualche reazione, non si può restare catatonici in viaggio seppure lo si è.
Viaggiare è avvicinarsi, e allontanarsi. Un va e vieni: guardando l’ignoto uno torna con occhio nuovo al noto, in forma di nostalgia o rifiuto, per la prospettiva mutata. Lontano è relativo, si sa - lontano da dove? E succede di spostarsi senza viaggiare, navigando col ricordo, anche sotto forma d’immaginazione. Al viaggio basta la  distanza.

Dice Soldati, lo scrittore: “Chi ha provato la lontananza, difficilmente ne perde il gusto”. Accade da fermi con l’ironia, la lontananza di chi è dannato a straniarsi. Chi ha provato la lontananza, in realtà, torna più volentieri. Se non che l’esilio c’è, la voglia di espellere, l’ostracismo non è trovata dei greci, e uno si ritrova spesso fuori. Senza bussola: Ulisse non sempre è casalingo, come in Joyce e Omero, in Dante si perde.

Più spesso il viaggiatore è viaggiato. Per la storia dell’io frammentato, e la stanchezza – viaggiare è, alla fine, un fatto di resistenza fisica, un esercizio di moto, una (piccola, minima) sfida a se stessi.  

Vita – È un mistero. Tanto più dopo i cento anni o poco meno di applicazione scientifica su di essa concentrata, dal caos alla complessità. La materia lo è, prima dello spirito o coscienza che si voglia.

zeulig@antiit.eu

La storia in viaggio

Una flânerie di classe, dello scrittore dei viaggi transcaucasici. In forma di racconti, le modeste epiche della vita quotidiana. Con  l’atteggiamento del “pofigismo”, concetto russo dell’abbandono al destino ma con una rassegnazione divertita, se non gioiosa, per le assurdità dello stesso, Tesson, grande viaggiatore di fatto e narratore di viaggi, disegna marinai, viaggiatori in genere, artisti, tranquilli borghesi, amorevoli o bellicosi, che in tutte le città del mondo, Zermatt, Riga o Parigi, o il Sahara, l’Afghanistan, la “sua” Jacuzia, si consolano con illusioni-evasioni, mentali.
Artefatto come raccolta, ma Tesson sa coinvolgere anche in questi viaggi mentali.
Sylvain Tesson, Abbandonarsi a vivere, Sellerio, pp. 190 € 15

La Spectre delle intercettazioni illegali

Si pubblicano oggi, a fini scandalistici, intercettazioni dell’entourage del sindaco di Reggio Calabria Scopelliti dodici anni fa, poco dopo cioè la sua elezione. Intercettazioni allora senza indagini aperte né querele o denunce di parte: si ascoltava a strascico, certamente lo stesso Scopelliti, in attesa di trovare qualcosa di incriminante. Chi lo faceva non è detto, ma sono o i Carabinieri, o la Polizia o la Finanza. Per conto e su ordine di chi non è detto. Ma si sa che molti comandanti provinciali e regionali si creano dei dossier. Si fanno intercettazioni illegali in Italia? Sicuramente sì.
Questo dossier ha dormito sette o otto anni. Finché non è arrivato a Reggio Calabria Pignatone, un Procuratore del partito avverso a Scopelliti. A cui il dossier è stato presentato proficuamente: uno scandalo finanziario si è montato, senza esito. Senza esito giudiziario, ma politico e personale sì, con molte vittime, e l’innalzamento del fido Pignatone ai fasti di Roma.
Le telefonate che si pubblicano oggi sono strane. Nel senso che alleggeriscono la posizione degli accusati di Pignatone: Paolo Fallara, direttrice del Bilancio, e un altro autorevole interlocutore dell’amministrazione comunale, si rendono conto, mettendo a confronto le rispettive posizioni, di aver commesso un errore di sottovalutazione di un appalto. Non di averlo favorito, ma di essersi fatti ingannare. Se è una prova si direbbe di onestà. Le telefonate si pubblicano oggi, in mancanza di altro “scandalo”, per alleggerire la posizione del sindaco rottamatore e inconcludente Falcomatà, che ha acquisito il record dell’impopolarità in pochi mesi di mandato? Anche questo è possibile, non c’è infamia che la Spectre delle intercettazioni si proibisca. Ma Paola Fallara intanto, a fine 2012 si è suicidata.

domenica 23 agosto 2015

Il mondo com'è (222)

astolfo

Berlinguer – Se ne sono fatte commosse celebrazioni l’anno scorso, senza neppure un accenno di analisi critica della sua politica e della sua personalità. Uno che sembra uscito, a rivederne gli atti, da “1984”, dai Due Minuti dell’Odio e dalla Polizia del Pensiero, odiando la libertà. Di arroganza  supposta aristocratica che invece era disprezzo, dei laici, dei socialisti e di ogni altra passione politica che non fosse la sua e quella democristiana, l’odio introducendo a sinistra. A lungo l’odio è stato di destra, di sbirri e squadristi. Poi furono compagni picisti che martoriavano altri compagni e compagni di strada.
Il 3 ottobre 1973 Berlinguer ebbe un incidente d’auto a Sofia, la capitale della Bulgaria. L’autista morì, lui se la cavò, e si fece portare a Roma in aeroambulanza. Ai familiari disse che era stato un attentato, certo “moralmente superiore”, fuori ha taciuto. Tacque anche quando il segreto volle noto. Per dire – per far dire - che Breznev l’aveva minacciato di creare un partito concorrente. Che non sarebbe stata la prima volta - e non era un attentato. Né sarebbe stato perdita grande, mentre un Pci indipendente da Mosca avrebbe fatto grande se stesso e l’Italia.

Centro-sinistra – Non si è celebrato il 1963, il governo Dc-Psi, con  i socialisti al governo per la prima volta nella storia, e con un programma di riforme che avrebbe rivoluzionato l’Italia: diritto di famiglia, protezione del territorio, assistenza sanitaria, protezione del lavoro, perfino il, riconoscimento della Cina di Mao. Non si è ricordato l’anno scorso il 1964, il “piano Solo” del presidente golpista della Repubblica Antonio Segni per bloccare il centro-sinistra. Non si ricorda ora il ferale 1965, quando Aldo Moro presidente del consiglio fece una crisi del suo stesso governo sul finanziamento pubblico alle scuole private (confessionali), per devitalizzare il centro-sinistra – il suo stesso governo. Vige sempre il sovietismo, nella storia e nel giornalismo italiano. Di quella particolare specie che vede l’antica-nuova Dc farsi schermo dei veterani Pci per nascondere la verità – lo schema per cui Moro diventa un santino comunista.

Città proibite – Nome nuovo per i vecchi ghetti, dette “zone di non-diritti”, in cui nessuna presenza costante di polizia viene assicurata. Così dette dalla legislazione francese da vent’anni a questa parte, dal 1994, con circolare 31 maggio della Direzione centrale della sicurezza pubblica. Città formate da gigantesche periferie, exlege o fuorilegge. Sociologicamente, è la “Francia periurbana”: dodici milioni di persone che, in circa mille quartieri disseminati attorno alle città, per metà o poco meno di immigrati, con popolazioni giovanili del 40 per cento del totale, e un disoccupato su cinque adulti. Di questi un centinaio si ritenevano veramente “città proibite”, anche all’apparato repressivo, giudici e polizia. Successivamente, dieci anni fa, censite esattamente in 72 dai Renseignements généraux, i servizi francesi. Carattarizzate da economie sotterranee di vario tipo ma prevalentemente illegali - furti (scippi, borseggi), narcotraffico – con bande organizzate, e violenza contro le istituzioni (polizia, pompieri, sanità).  Con forme di violenza analoghe a quelle che da qualche anno si registrano costantemente a Roma, nella zone dalla “movida”, quasi centrali, Pigneto, via Libetta, anche Campo dei Fiori. Specie per gli “atti di barbarie”.cosiddetti dalla sociologia francese,  contro gli spacciatori cattivi pagatori. E per gli atti di protesta di massa contro le forze dell’ordine, con bastoni, sassi, molotov, danneggiamenti di mezzi pubblici e privati, teppismo diffuso e anche attacchi alla persona.

Confessione – È la prova regina, come si vuole nei processi italiani, anche non di mafia? No, questa è una novità: la confessione è sempre stata in sospetto. Di furbizia, vendetta,  ricatto. Con esempi innumerevoli, nell’Inquisizione cinque secoli come nell’Unione Sovietica nel Novecento, e tuttora in Cina o a Cuba.
È stata la prova regina del comunismo, prima dei pentiti di mafia. Il caso forse più famoso, certo il più angosciante, fu quello di Artur London a Praga. Che sconfessò, con la moglie in tv, il Sessantotto e la Primavera di Praga. Si riabilitavano entrambi con i carri armati russi in città. “La Confessione” di London è servito a Costa Gavras per un film simpatico, con Montand e la Signoret, volti umani del comunismo, e la fede che resiste alla tortura. Ma fu una storia brutta.
Il comando del vecchio dispotismo era “non fare”, spiega Orwell in “1984”, poi nel totalitarismo è stato “fai”, per ultimo sii”. Praga era al terzo stadio: “L’Umanità sia il Partito”. London fu arrestato con tutti gli altri nella purga del ‘51, per sionismo, ma liberato nel ‘55, mentre gli altri finivano alla forca, dopo le defenestrazioni di cui il comunismo aveva fatto la città  specialista. Anche i tedeschi, che lo avevano arrestato nel ‘42, non lo uccisero. Parlò poco in tv. Parlò invece la moglie, contro se stessa, spregevole, contro di lui, e contro il comunismo che difendeva.

Fanfani - Fu un innovatore in tutto, e sempre fu sconfitto dal suo partito, dai potentati Dc. Una volta gli fecero fare il governo per un solo giorno. Con più ragione fu avversato nel suo partito dopo il referendum: se ne liberarono labellandolo aspirante dittatore.
Questo in parte è vero: lui si dichiarava per la purezza della razza al tempo del Puzzone, mentre gli altri ghignavano in privato. E poi si sa che i brevilinei vanno veloci: anche Stalin era 1,60, Lenin, Napoleone.

Garibaldi – Era longobardo – questa alla storia tedesca è mancata: il nome lo è. Era Garibaldo il figlio di Grimoaldo, l’ariano duca di Spoleto che s’impossessò del regno longobardo dopo averne trucidato il pretendente al trono Godeperto, uno dei due figli del re legittimo Ariperto. Ma alla morte di Grimoaldo, Rectarito, il fratello di Godeperto, si prese il trono e Garibaldo fu messo da parte. Un progresso però ci fu: per mettere da parte il Garibaldi italiano, nessuno dovette morire.

Jihad – È occidentale più che islamica. È certamente islamcica, espressa da alcune sette islamiche, ma è nel proselitismo, la propaganda (twitter, youtube,..), nei modi e nelle motivazioni, essenzialmente occidentale, europea. Anarcoide prima religiosa, e anzi quasi esclusivamente anarcoide. Le biografie dei terroristi francesi, da Tolone a Parigi, sono di giovani europei. Era wahabita e saudita Bin Laden, ma di famiglia profondamente occidentalizzata, con una gioventù tra Ginevra e Londra, con una “carriera” anticomunista e poi “antisatanista” alla Garibaldi, esponendosi poco e mietendo molto, le Torri Gemelle come i Mille.
Non è Jihad poiché non ha alcun obiettivo sacro, concernente la religione. È occidentale soprattutto perché è terrorismo “puro”, senza possibilità di successo, senza nemmeno un disegno. È spesso oscura nelle origini. Colpisce ciecamente, e più i luoghi affollati e indifesi, come la vecchia anarchia: moschee, scuole, ospedali, mercati rionali. La jihad non è terrorismo: è al contrario il corpo della nazione che si muove, su un disegno e con compiti precisi.

Paternità – “Produrre gli esseri umani dalle uova” è progetto di ricerca di Lord Wimsey, il personaggio di Dorothy Sayers,  scapolo e deciso a rinunciae per sempre alla “professione” di padre, dato che è molto scaduta (era scaduta al tempo di “Lord Wimsey e il mistero del Bellona Cluub”, 1928) . Come non averci pensato?
 

La scoperta della provincia lussuriosa

Scola, Maccari, Trovajoli, Tognazzi, uno scampolo post-68 dei provincialissimi irrispettosi anni Sessanta, di cui questo romanzo fornisce il brogliaccio. Di una provincia dagli appetiti robusti, che non si negava, non ancora – non li soffocava nel perbenismo. Il commissario Pepe, aperto, democratico, tollefrante, tutto il contrario dello sbirro violento dell’epoca, scopre la sua città, innegabilmente veneta, molto di sacrestia, sprofondata in un erotismo senza limiti, compresa la prostituzione di minorenni e la pederastia. Anche la sua fidanzata, bella modella, non disdegna incontri danarosi fuori città.
Nel film, più famoso del libro, un Tognazzi poco nel ruolo – si ride poco – decide di andarsene senza intervenire. Sfidando alla fine il pubblico, che presume suo censore, con un: “E voi, siete tutti leoni?”. Il libro invece è meglio del film, molto meglio. Veniva dopo Parise, non scopriva cioè la provincia veneta, bigotta e libidinosa, ma con più qualità umana, sia pure sotto forma di malinconia. Facco de Lagarda, dirigente bancario, amava solo scrivere, fu autore di altri e fu collaboratore dei giornali illuminati che negli anni 1960 ancora si pubblicavano, ”Il Mondo” e “Il Ponte” tra gli alytri.
Ugo Facco de Lagarda, Il commissario Pepe, Il sole 24 Ore, pp. 79 € 0,50

Perché non si vota in Italia

Il governo non ha una base parlamentare? Semplice, si vota. Succede in Inghilterra, in Spagna presto, e ancora prima in Grecia, non succede in Italia, da un triennio ormai. Si vota dappertutto, leader responsabili quando sentono l’opinione vacillare, chiamano le elezioni. Eccetto che in Italia, dove i governi si sucedono extraparlamentari.
Dov’è finito il costituzionalismo italiano? E i presidenti della Repubblica, cui compete indire le elezioni? Ne avevamo uno del Pci, cultura extraparlamentare, e va bene. Ora ne abbiamo uno Dc, anche la Dc è extraparlamentare? Le due subculture dominanti, dell’Italia di De Mita anni Ottganta , ci fu un’Italia di De Mita, non è un sogno, sono sempre alle redini e non allentano il morso.
I lieti viaggiatori di Kalimera, anche loro, quelli che andarono ad Atene in soccorso di Tsipras, figurarsi!,  soprattutto stanno comodasi in un Parlamento che non conta niente, e con un governo che nessuno ha eletto. Un governo di sinistra con i voti con i voti di Alfano - e di Berlusconi, o in alternativa di Verdini.
Una legislatura che ha affossato la Costituzione, altro che innovarla. Ci impongono Benigni che inneggia alla Costituzione e ci intenerisce ma non abbiamo una Costituzione. Non abbiamo costituzionalisti. Abbiamo una a Corte Costituzionale di maneggioni politici, con prebende due e tre volte quella del Capo dello Stato, per tre, sei e nove anni.
Sembra di dire esagerazioni, e invece è la nuda verità.

sabato 22 agosto 2015

Problemi di base - 241

spock

E dopo Milano, Astana?

Astana? Che però è in Champions, mentre Milano no

Se Hitler è l’imbianchino che dice Brecht, che dobbiamo pensarne – di noi?

E Erdogan che bombarda l’Is per bombardare i curdi: che dobbiamo pensarne?

Ci sarà omertà anche con l’Is?

Son tutte belle le mamme del mondo, ancora?

Tutto sesso, niente sesso?

(Cos’è il nulla? Sa molto di tutto)

Niente più rimozione, niente più Freud?

La chiave è l'ora esatta della morte

Un partita giocata come al bridge senza briscola. Decisa dal “rigor mortis”, di cui si fa indigestione – per risalire all’ora esatta della morte, questione di chi eredita che. Tema macabro, ma capriccioso, come lord Wimsey, il nome e il personaggio. Un uomo solo, pieno di bizze, ricco, che canticchia canzonette filosofiche e di solito suona Bach al piano – qui invece si esibisce in “uno studio strano, rumoroso e sgradevolmente disarmonico, di un compositore moderno, in chiave di sette diesis”. Nientedimeno.
A questo episodio l’autrice premette una biopsicologia complicata (freudiana) del suo Lord detective. Che resta un nobiluomo inglese, sfaticato e impegnato. E sempre à la page. Qui perfino in anticipo di un secolo, poco meno – il “Bellona Club” è del 1928. Sulla donna che lavora. Sulla fine della seduzione. E sull’eclisse dell’uomo, del padre: “Sono deciso a non diventare mai padre. I costumi moderni e l’abbandono delle belle tradizioni antiche hanno semplicemente rovinato la professione”. Senza per questo farsi oscurantista: “Dedicherò la mia vita e le mie fortune al sostegno della ricerca sul metodo migliore per produrre gli essere umani dalle uova”.
Lord Wimsey è più che mai Sherlock Holmes. Non isolato e anzi socievole, ma ugualmente sottile, a imbrogliare e sbrogliare la matassa. Dorothy Sayers è giallista con la mano sinistra. Aveva altre ambizioni, di commediografa, filosofa – seguace di C.S.Lewis quando faceva il filosofo - e teologa. Ma lavorando nell’industria editoriale, prima donna o quasi laureata a Oxford, sapeva come si costruiscono i libri, e ha creato uno Sherlock Holmes più simpatico. Lasciando qui e là i segni dei suoi veri interessi - qui di Aristotele (di cui successivamente leggerà la “Poetica” come un manuale per scrivere un giallo, “Aristotele e la detective story”): “Lui afferma che si dovrebbe preferire il probabile impossibile all’impossibile probabile”. Ottimo tema logico, anche etico – e ermeneutico: cosa ha voluto dire Aristotele?
Dorothy L. Sayers, Lord Wimsey e il mistero del Bellona Club, Donzelli, remainders, pp. 224 ril.€ 10,50

venerdì 21 agosto 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (255)

Giuseppe Leuzzi

A metà Seicento, calcola Galli della loggia (“L’identità nazionale”), “su 2.700 centri rurali che si contavano nell’Italia meridionale, non meno di 1.200 risultavano infeudati a genovesi”. Banchieri del re, che il re non pagava, cedendo in cambio province e villaggi. Ma non era feudalesimo, purtroppo, era fedecommesso e altri titoli di proprietà assenteista – a parte i titoli di proprietà, non si ricordano i Grimaldi, gli Spinelli, i Perrone, Grillo, etc., per qualche attività in Calabria, che pure possedettero quasi per intero.

L’antipatizzante Galli della Loggia collega – collegava nel 1998 – l’identità italiana al Mediterraneo.  All’Italia trovando non solo un’origine ma anche una vocazione mediterranea, da ultimo con Venezia e Genova. E quindi, almeno in parte, con le Venezie di oggi, così leghiste, e la Liguria.

L’unità disfece l’unica istituzione italiana, il Regno delle due Sicilie, che, nota Galli della Loggia, era stato una realtà per sette secoli, dal 1130.

Emma Marrone, salentina in tutto, per bellezza e carattere, ha come punto di riferimento Milano. È naturale, tra “Amici”, la discografia e la pubblicità o culto dell’immagine. Ma quando parla di casa, dice “giù” e “laggiù”. Eppure, il Salento non è da buttare – Emma è stata curata anche bene, a sentire lei, “giù”. La bellezza – della natura, della stirpe – non esime dall’odio-di-sé. 

Questo invece è ineccepibile: “Non mai, come in molti paesi dell’Italia meridionale”  - scriveva Francesco Saverio Nitti in “L’emigrazione italiana e i suoi avversari”, ora in “Scritti sulla questione meridionale”, vol.1 - “ho visto maggior numero di vagabondi, e di persone che vivono di rendita”. Questo è vero tuttora. In una paese della Basilicata “assai povero”, di malaria e emigrazione, “sopra cinquemila abitanti” Nitti contava “settantadue preti ed un numero triplo di persone che vivevano di rendita”. Rendita miserabile per lo più, un tempo dagli affitti ora dallo Stato..

La tarantella esce dalla caserma
È festa come ogni anno a Melpignano per la Notte della Taranta. Con folle sempre più sterminate di giovani che convergono per questo sul Salento. Questa’anno il festival si fa forte del “Taranta Project” di Ludovico Einaudi, che se ne dice “affascinato” – come già Lucilla Galeazzi, Vincenzo Sparagna, e in questo scorcio Ligabue: un concerto registrato nel Salento e mixato a Londra alla Real World Records. Mettendo assieme musicisti di tre continenti:  i griot  Ballaké Sissoko (Mali, con l’arpa liuto kora) e Juledeh Camarra (Gambia, col violino a una sola corda nyanero), Mercan Dede (Turchia, flauto sufi ney), il chitarrista blues britannico Justin Adams, e le voci salentine di Antonio Castrignano, Enzo Pagliara, Alessia Tondo.
Il perché del fascino si può capire: è musica semplice in tutte le sue quattro espressioni, la pizzica salentina, la tarantella del Gargano e quella aspromontana, e la tammurriata dei paesi vesuviani: il ritmo dei tamburi, tamburelli, chitarre battenti, organetti, perfino la zampogna e la lira, il motivo melodico breve e ritornante. La musica più pura, da danza, benché spesso cantata, ossessiva e quasi compulsiva.
È finita rubricata in caserma come ballo dei mafiosi, e questo dice tutta la miseria del Sud. Che parte dalle istituzioni.

Calabria
La battaglia dell’estate è dichiarare i Comuni  calabresi anti-‘ndrangheta. Promossa dall’Anci Lombardia, sull’esempio di Trezzano sul Naviglio, o di Monza?, su proposta di Klaus Davi, che ne fa il tormentone della sua tv KlausCondicio. Il sindaco di Locri l’ha trovata inutile e superficiale e non ha commissionato i cartelli. Il sindaco di Reggio Calabria, invece, democrat anche lui come quello di Locri, l’ ha subito adottato, meritandosi il plauso di Klaus Davi. Però il sindaco di Buccinasco, che è in Lombardia, lo stesso giorno ha fatto richiesta a Klaus Davi di sostituire ‘ndrangheta con mafia.

La campagna dell’Anci Lombardia non ha lasciato insensibile la magistratura. Il pm antimafia Gratteri si è dichiarato per la ‘ndrangheta. Il cartello “Comune vietato alla ‘ndrangheta”, dice, “fa paura ma va esorcizzato”. Paura della ‘ndrangheta, o del cartello?. 

Bomba d’acqua su Firenze, molti danni, qualche morto, pace. Bomba d’acqua su Rossano in Calabria, con molti danni ma non alle persone, e i geologi fiorentini accusano la mano dell’uomo, il mancato rispetto della natura, etc. Non ci si salva. Non c’è salvezza.

Anche il governo sollecito si precipita a Rossano, dove non ci sono fiumi, per stigmatizzare le costruzioni abusive sui greti dei fiumi, e i condoni (governativi). Ognuno è così libero di pensare che Rossano sia costruita ostruendo il fiume, come Genova. È una forma di giustizia redistributiva.

Subito si sveglia la Calabria che legge i giornali e impreca alla speculazione edilizia. Non all’abusivismo di necessità, il solo che – in Calabria – costruisce dove non paga il terreno, per esempio sugli argini demaniali delle larghe fiumare, che magari per decenni sono stati secchi.

È però vero che a quasi un anno dall’elezione, il presidente della Regione Calabria OIiverio non ha un assessore alla Protezione Civile. Anzi, non ha in realtà una giunta – Vuole pochi assessori, che fa e disfa, quelli che non rifiutano o se ne scappano. Non c’è solo Crocetta, c’è anche Oliverio: ma dove li prende il Pd?

È la regione che, con la Campania, ha il record degli occupati in nero, uno su cinque – la media nazionale è uno su dieci. In Campania in certo senso si giustifica: è l’occupazione necessariamente in nero dell’industria, teoricamente illegale, della copia: il segno del forsennato industriosissimo imprenditorialismo napoletano. In Calabria è il segno della rassegnazione: si va avanti tra colture intrinsecamente ricche, olivi, agrumi, primizie ortofrutticole, con rassegnazione, pareggiando ogni anno i conti a fatica – là dove territori che ne sono sforniti ci creano sopra fortune (al ristiranti è servito olio di Crescenzago)..

Dunque, Sgarbi voleva i Bronzi di Riace all’Expo, manufatti delicatissimi che passano più tempo al restauro che al museo. Ma li voleva per abbellire il padiglione di Eataly. Lo spiega un manifesto firmato da duecento e oltre storici dell’arte di tutto il mondo.

Casole Bruzio ha il record  della raccolta differenziata, molto prossima al “Rifiuti Zero”. Benché ospiti alberghi e ristoranti, mobilifici, supermercati. Ma il record viene stabilmente riconosciuto a Capannori. Forse perché Capannori in Toscana.

Niente Casole Bruzio, il “Corriere della sera-Sette” ha una tiritera, a opera della sua firma top Stella, contro Falerna, che per la differenziata spende il doppio di un comune veneto, o friulano. Senza dire che Falerna triplica la popolazione d’estate – è un paese di condomini di vacanza costruiti da immobiliaristi veneti e romani.

Resistono nel Nord della Calabria cospicui toponimi tedescofoni: Galdo, Laino Borgo, Mormanno, Longobardi  e altri. Residui del vecchio regno longobardo del Sud. Ma Longobardi si vuole opera di Liutprando, quando i Longobardi ancora non aveva idea del Sud – il papato ci stava in mezzo, amico e avverso. Ma Liutprando s’illustrò per battere i bizantini, cioè la grecità.

Fanno record di visitatori i Bronzi di Riace al Museo archeologico di Reggio, dopo Pompei, gli Uffizi e il polo Reale di Torino. Ma la città non se ne accorge. Non è nemmeno interessata: i visitatori li portano in massa gli operatori dalla Sicilia e dalle Eolie.

“Le dieci cose che devi sapere prima di uscire con una calabrese”, è un servizio di “Cosmopolitan”. La calabrese è tutta cucina, pelosa, e nana. L’autrice del servizio è calabrese, Marica Bruno. Non per ridere: il servizio è uno di una serie di “donne regionali” del periodico, sul tema “Sesso e amore”. La pugliese, la siciliana sono agrodolci, come vogliono questi servizi melensi. Marica Bruno invece è spietata: “L’hai conosciuta in biblioteca, sul volo Berlino-Roma, in vacanza a Tropea? Non importa”, la calabrese è quella lì. Ma: Marica Bruno, “operaia di penna al momento inoccupata”, non sarà calabrese pure lei? L'odio-di-sé è violenza pura.
Terra generosa. “Quando i francesi imposero in tutta Europa, per volontà di Antoine Parmentier, il noto agronomo e nutrizionista, la coltivazione della patata, la Calabria, in quanto possedimento d’oltralpe, divenne uno dei luoghi ideali in cui fra crescere il tubero. Fatto che comportò disboscamenti e la fine di un mondo”. Questo pezzo sulla Calabria, della serie “Sentieri del gusto”, “Trekking” del settembre 2012 titolava “Terra generosa”.

La fine del mondo, secondo la rivista, è questa: “Storicamente, i calabresi si dividevano in «popoli da albero» e «popoli da grano»”. Simpatica scoperta, ma... Sarà vecchia antropologia – del genere “famolo strano”? Sicuramente ai redattori della bella rivista l’avrà raccontata qualche calabrese. Tutto, ma la storia no.

Giudici vs. preti: la verità delle processioni
Non sarebbe stato il vescovo di Oppido-Palmi, mons. Milito, a proibire le processioni in Calabria, sarebbe stata la Procura di Palmi. Cioè, il vescovo ha proibito le processioni, e il divieto mantiene in vigore, ma perché assediato dai Carabinieri, cioè dalla Procura. A un anno dal fatto, un’altra lettura se ne dà: tutte le funzioni religiose vennero messe sotto assedio, per trovare dove e come le parrocchie erano dominate dalla ‘ndrangheta.
Il vescovo Milito per la verità non voleva le processioni: “Sono riti pagani”. Ma è vero che fu messo in berlina dall’apparato repressivo. Andarono anche a cercare e pubblicarono le graduatorie d’insegnamento delle sorelle, come se fossero privilegiate, mentre non avevano commesso alcun abuso. Ci fu una ricerca frenetica di testimonianze, pentimenti, documenti sull’infeudamento dei riti alla ‘ndrangheta. Che non ha prodotto nessun esito. Un fotografo dilettante di Scido, Pino F., che si dilettava di fotografare le processioni, fu messo sotto pressione, e alla fine gli sequestrarono tutti i reperti – che ancora non ha riavuto. La processione su cui fu imbastito lo scandalo, peraltro, quella di Oppido-Tresilico, era da tempo governata da un regolamento che distingue nettamente la funzione religiosa dalla festa civile.
Passata la buriana, le processioni potrebbero riprendere. Con uno statuto analogo a quelle di Oppido, sede originaria della diocesi del vescovo Milito. Distinguendo cioè nettamente le funzioni religiose, regolate dal consiglio di parrocchia, dalle feste concomitanti. Ma la ferita resta, una sorta di timore. Anche Milito e le sorelle ne escono indenni, ma il colpo è andato a effetto: il vescovo sembra scomparso dalla Piana di Gioia Tauro che pastoralmente amministra

Conversazione jonica
C’era l’uso, allora raro nei paesi, della macchina o biroccio che si fermava per un’impellente conversazione con qualcuno, la cui fine dovevate attendere pazientemente in coda. Raro perché allora le macchine erano rare, e anche i birocci. Un uso che, avendolo riscontrato in Grecia, nel Peloponneso jonico, in forma acuta una volta che due motociclisti occupavano la carreggiata procedendo lentamente affiancati in discreta conversazione, abbiamo deciso di definire jonico, stanti anche i collegamenti linguistici e quindi culturali di molta Magna Grecia con le Grecia jonica.
Ora, il fatto è che questa pratica è diventata normale nei paesi al Sud, anche se probabilmente non jonici. C’è una sorta di dirazzamento, insomma. Ma di che tipo?  Intanto, le macchine si sono moltiplicate, ognuno ne ha una. Ma di più si è moltiplicata la voglia di usare la strada a proprio piacimento, da parte di uomini in genere grassi e grossi e dall’occhio spento, ma anche da parte di ragazzi disinvolti, nonché di signore e di signorine. Tanto più che nessuno nei paesi del Sud fa più un passo a piedi, e quindi l’incontro automobilistico comporta il necessario scambio di informazioni, personali, familiari, professionali. C’è una certa disinvoltura, che uno imputa alla lunga stagione di isolamento e di scarsa circolazione in questi paesi di furiosa emigrazione, fuori  cioè dalle poche settimane in cui ci siamo tutti. Ma con un che di minaccioso.
Magari nessuna minaccia è sottintesa, ma viene naturale aspettare pazienti, trenta secondi o qualche minuto, e non strombettare o comunque chiedere strada. Non si sa mai. La conferma si ha quando il guidatore o la guidatrice in conversation piece decide di ripartire, che non accenna un gesto di scusa, come usava una volta, ma vi guarda come per dire, “questo chi è, che vuole?”, questo importuno cioè. Un gesto semmai s’intuisce dietro lo sguardo di sprezzo e sfida.
Si dovrebbe uno complimentare che il popolo, affluito all’affluenza, non ha complessi e anzi sfida il mondo? Mah, la democrazia è bella, ma prima di tutto è maleducazione.

leuzzi@antiit.eu