letterautore
Autore – Per metà è il suo critico. Che sarebbe J.Roth senza Magris, Canetti senza Calasso, Kafka senza Brod?
Civile, letteratura - Di letteratura civile, di cui sempre si lamenta l’assenza, l’Italia è spoglia giusto negli ultimi trenta-quarant’anni, dalla morte di Pasolini. Si fa ora letteratura per vendere, sui generi che sul mercato tirano, semplificati alla lettura, il giallo, il noir, il fantasy, l’internazionale (il vecchio Salgari), il minimale. Ma prima si può dire che c’è solo letteratura civile. Più vicini a noi, nell’Ottocento: Parini, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Pellico, Carducci, Verga. Nel primo Novecento: Pascoli, D’Annunzio, Croce. Negli anni del fascismo, i più fertili: Montale, Gramsci, Gobetti,Carlo Rosselli, Silone, Alvaro, Lussu, Borgese, Vittorini, ancora Croce. Nel secondo dopoguerra: l’invadente neo realismo, Pasolini, Calvino, ancora Vittorini, perfino Gadda, Brancati, Flaiano, Loganesi, Piovene, Carlo Levi, Arbasino, il Gruppo ’63. Soffoca e muore col Sessantotto: il Sessantotto ha prodotto un alcolismo rapido, presto cirrosi.
Se se ne sente la mancanza ciò è dovuto alla sua ineffettualità. Non c’è un “J’accuse” risolutivo alla Zola in tutta la letteratura italiana, né un Proust che da solo modella la civiltà, se non la storia - impone un mondo, che in sé è crepuscolare, e anzi squallido (nulla a che vedere con i superbi salotti del Settecento, del Seicento). È la società italiana refrattaria? No, è anzi troppo corriva, succube come si vede perfino dei surrogati televisivi. È la letteratura civile insufficiente: bolsa, retorica, lagnosa, anche degli emigrati e dei proscritti – nulla che si avvicini al “Doktor Faustus” o ai saggi di Thomas Mann.
Cultura – Scrive Montale a proposito di Ezra Pound e degli altri americani esiliati volontari in Europa – tra essi Eliot, Hemingway, Henry James, Henry Miller, Gertrude Stein… : “I nostri futuristi erano ignoranti ma saturi di cultura implicita, Pound e compagni erano invece colti, ma ricchi di una cultura da abregé, da corsi accelerati, da scuole serali”.
Implicita cioè “materiale” (Braudel). C’è una cultura per accumulo. Un contadino toscano, Pacciani incluso, ha più modo e riferimenti culturali (echi, tradizioni, vita di relazione) di un bracciante pugliese. Ma gli americani non ne sono sprovvisti, al contrario, hanno fatto e stanno nuovamente facendo grande conto della tradizione.
Ma davvero Montale crede all’americano (Hemngway, Steinbeck, Fulkner) naïf dell’approssimazione vittoriniana (pavesiana?)? Più probabilmente crede alla cultura libresca per accumulo – di cui peraltro gli americani non difettano, Pound è ottimo lettore di Dante, di Properzio, di Cavalcanti. Ma quella è erudizione. La cultura è sempre un movimento in avanti. Non necessariamente da scattista, anche da fondista, anche da marciatore. Non necessariamente movimentista, e con ottimi risultati anche conservatrice. Ma non masturbatoria in surplace.
La cultura è un passo in avanti, inarrestabile. Perché anzitutto è essere vivi. La tradizione e l’erudizione non vivono per se stesse.
D’Annunzio – Cavalli sauri, cani levrieri, seterie, bric-à-brac, profumi: l’armamentario è al gusto del demi-monde parigino, delle lionnes, del Secondo Impero. Un po’ attardato dunque. È per questo che sa di polveroso – che l’avrebbe atterrito. Come la politica, atteggiata: il passaggio a sinistra, l’interventismo, l’aviazione, Fiume.
Diario – Predisposizione di nodi (intrecci) per non uscirne – non uscire dalla rappresentazione di se stessi, che non è propriamente conoscenza. Moltiplica i piani (è il metodo della psicanalisi) per non arrivavate allo scoperto. Che forse non interesserebbe a nessuno: il privato va romanzato, bisogna saperlo raccontare, cioè organizzare.
Don Giovanni – Cacciatore di fiche, lo dice Anaïs Nin. Cacciatore: quindi inesausto, insaziabile.
Da legare alla cultura patriarcale? Maschile, forse, quella che lega amore e morte l’amore si estingue nel momento in cui si realizza, quando è inteso come caccia, si è innamorati fino a quando il desiderio è vivo, cioè non è arrivato a soddisfazione. Per poi rinascere: la cultura del fare.
Con una debolezza, non propriamente patriarcale. È l’insoddisfazione che nasce dalla soddisfazione del desiderio. Un quetzcoatl interrotto. Il desiderio ha una caduta di tensione quando si realizza: l’evento è sempre inferiore alle attese (succedeva anche nei vecchi fidanzamenti, non dongiovanneschi, che duravano dieci anni, si compivano quando non c’era più materia). Le rilancia, certo, ma troppi avanzamenti comportano troppe cadute, si diventa così scontenti e nervosi.
Einaudi – Fra Giulio e il padre Luigi c'è un abisso. E tuttavia Einaudi, per la cultura italiana, è Giulio, che non aveva idee, se non, quasi tutte, sbagliate. Eccetto quella dell’organizzazione imprenditoriale, del mercato. E ancora: vendere idee ala maniera di Giulio Einaudi, in cui cioè non si crede, è puro prossenetismo: è mettere le idee col culo di fuori, per farle un attimo più attraenti, quell’attimo che cattura la spesa.
Endecasillabo - È ritmo, una misura che si ricrea, differente e costante. Trascina instancabilmente, è narrativo – il flusso del dire.
Giallo – Il suo primo e principale ingrediente è l’enigma (rompicapo, puzzle, mistero). La sua prima formulazione è la Sfinge – e Oreste.
Heidegger – Hannah Arendt che gli rimane fedele – rimane fedele a un uomo donnaiolo e sgradevole – non è la filosofa, né l’intellettuale, né l’ebrea succube: è la “buona moglie” tedesca di Stendhal. Non c’è altra spiegazione: benché colta e impegnata, e sensibile al corteggiamento, è fedele, al primo amore e all’amore considerato come una virtù in se stesso, “qualcosa di mistico”.
Indiscrezione – Rovina la sorpresa. L’Italia, che già al tempo d Stendhal aveva un gusto particolare per l’indiscrezione, con cui spogliava generali, ministri, sovrani, e signore, è per questo un paese sena meraviglia. Quindi senza spirito d’avventura e senza romanzo Senza passione anche, checché ne pensasse Stendhal: si fa ammuina (passione e intelligenza fanno capolino negli intervali, una forma di resistenza. L’Italia, cioè Milano e Roma, allora come ora.
Il pettegolezzo è stato qui molto prima del gossip. Specie nelle dispute letterarie, da Foscolo ad Arbasino. Il pettegolezzo anticipa, e avvilisce, la sorpresa. È un dato “genetico” – caratteriale, della lunga durata della storia? Oppure un quetzalcoatl svegliato a un certo momento e che da allora si mangia la coda? Questo potrebbe essere materia di un romanzo storicizzato, ora che il pettegolezzo è un fatto mondiale, con il ritorno alla cultura orale in un contesto di simultaneità.
Informazione – l proprio dell’informazione è dei servizi segreti. Dei professionisti, cioè, del silenzio e della dissimulazione. O della simulazione.
Intellettuale – Se è comunista, anche democrat, è prevedibilissimo: per lui sta tutto scritto, per gli economisti tutti, specie del lavoro, per gli storici e per i letterati, anche per Asor Rosa o Cacciari, perfino per Canfora. Da qui il senso di uneasiness che essi danno. E la marginalità politica della cultura nella Repubblica. Che più spesso è impoverimento della cultura stessa, come si vede all’università e negli studi umanistici negli ultimi decenni (filosofia, critica letteraria, storia, antropologia, sociologia): dovendo costituire una biblioteca non si saprebbe che tenere, poco.
Proust – La bellezza proustiana sa di Breughel. Anzi di Bosch. Quando è riposata fa intravedere Manet, e solo salva le principesse mamme.
letterautore@antiit.eu
venerdì 19 novembre 2010
Il mondo com'è - 49
astolfo
Antipolitica - Ha fatto il suo tempo, tutto lo indica, dopo vent’anni inconcludenti. Se era il segno di un’epoca, del consumismo, della disattenzione, del marketing, ha fallito – o allora l’epoca non è tale (ma lo è, il consumismo è ben vivo e durevole, è l’antipolitica italiana che non è niente). La vecchia politica si era anchilosata al morso stretto di giganteschi apparati di partito, nazionali e locali (i federali…). I segretari di partito contavano più dei capi di governo, e i segretari di federazione ben più dei parlamentari e dei ministri espressi localmente. L’ha sostituita la politica dei talk show. Un teatrino sorridente, ghignante, beato di sé, sempre dal lato giusto della faccia, ma ripetitivo, inconcludente, e anche insulso, di attori di terz’ordine. Agli ordini di piccoli mattatori di cui il prototipo e il principe è Santoro, che non è il mignolo di un Gassmann o di un Sordi. Tutti peraltro fatti con lo stampino, Fazio, Floris, Santoro, Lerner, o le vestali fuori orario Annunziata, Dandini, Berlinguer. Mentre Vespa è relegato verso la mezzanotte, e gli altri all’alba. Per non dire dei loro comici, stupefacenti: tutti da centralismo democratico, ma di tipo brezneviano, se la Rai li mandasse al mercato andrebbero a ruba, come il berretto verde con la stella rossa del presidente Mao. Il loro pubblico è lo stesso, che ogni sera trasmigra da un condottiero all’altro: quattro-cinque milioni di persone, quanto bastano al giochino auditel, ma sono il 10 per cento degli elettori e non spostano, cioè sono sempre gli stessi – buona parte dei quali sono peraltro di destra, stanno lì per “rosicare” e indignarsi.
I segni di stanchezza, se non di un rovesciamento, sono numerosi. La legge elettorale toscana, assunta da Berlusconi per il voto politico nazionale, ha tentato il rovesciamento di forza della tendenza, rimettendo al centro i partiti. Che però non sanno essere altro che centralismo democratico. Ora si ripropone la preferenza, per salvare qualcosa dell’uninominale, della scelta diretta del rappresentante parlamentare col voto. Ma più potrebbe pesare la rivolta generazionale. Mentre si “vede” sempre più il bluff dell’informazione, in questi anni al di sotto di ogni minima deontologia: si vede nel calo persistente delle vendite prima che della credibilità.
Capitalismo – Viene identificato con il mercato, ma c’è confusione: più spesso va contro il mercato.
Il problema delle sue origini è tipico dell’Ottocento, e riguarda la “giustificazione” della borghesia ormai dominante in Europa - con la riforma napoleonica die codici, la monarchia di luglio, le riforme costituzionali, le cancellazioni dei rotten boroughs – e del liberalismo politico. In questo senso evolve nei paesi latini (v. in Francia Groethuysen), con qualche eco in Germania, in senso anticattolico e pro-Riforma, o pro-ebraismo, nei quali le massonerie trovavano libero spazio sotto forma di libero pensiero. Ma l’accumulazione non è un fatto protestante, o ebraico. Anhe la lbertà politica, malgrado un secolo e mezzo di reazione al modernismo, e quindi di forte tradizionalismo, non è meno cattolica.
La polemica anticattolica nasce in ambiente libero pensatore soprattutto in senso antigesuitico, contro cioè le posizioni di potere che i gesuiti avevano prima della rivoluzione e tentarono di ricreare dopo, attraverso la formazione dei giovani e la guida spirituali dei principi, e delle principesse. È una polemica politica, che nulla ha a che fare con l’accumulazione.
È (però) vero che il tradizionalismo, quando non l’oscurantismo, della Chiesa nell’Ottocento la mettono fuori della modernità, e cioè del capitalismo. Recupererà a fine secolo con la mutualità, col decentramento amministrativo, e in campo creditizio e assisten ziale. La mutualità sociale sarà dei socialiusti, e i cattolici la copoano, non hnno difficoltà a farla propria. Quella bacnaria invece, e finanziaria, sarà un’innovazione cattolca, lungo l’asse Olanda-Belgio,Germania meridionale-Austria-Italia del Nord-Est.
È stato, è, una forma di rottura della tradizione. Che è l’equilibrio sociale e psicologico, di valori progressivamente messi a punto, o senso della misura. Ma a fini prevalentemente di profitto, e quindi conservatore. Anche quando patrocina e impone il cambiamento. L’età del capitalismo è l’età della solitudine, sotto forma di individualismo. Della nevrosi cioè e dell’alienazione. Della violenza anche senza freni, contro se stessi e ogni altro, nel mondo e in famiglia, anche in forme non dissennate, oppure quiete.
Il cattolicesimo, in un certo senso, l’ha interpretato meglio, se non domato, perché riesce a far convivere tradizione e capitalismo, perfino tradizione e mercato.
Si accomoda a tutto, al lusso e alla prodigalità come all’avarizia. Nessuna novità lo scoraggia. Solo il rifiuto della novità. Cioè, non il rifiuto, che è anch’esso un progetto (che affare la tradizione), ma l’abbandono, l’incuria. Si dice conservatore e lo è, nel senso che vuole conservata la proprietà, ma ha bisogno di novità, di cambiare costantemente. Vuole il laissez faire ma non sopporta il laissez aller: vuole iniziativa – in politica cioè leadership. È però, al suo interno, eversivo – come la mafia: costantemente morto e rinascente.
Democrazia Cristiana - È, è stata, cattolica ma non clericale. Nella sanità, nella scuola non ha mai protetto le clini che e le scuole religiose, salvo che nel primo centro-sinistra di Moro. Gli ordini religiosi e i vescovi rientrano nella sanità e nella scuola, e conquistano il nuovo importantissimo Terzo settore, della socialità, con D’Alema e Berlsuconi. È stata, è, il partito del democraticismo radicale. Anzi totale, poiché sommerge ogni altro soggetto o istanza. Dapprima con l’edilizia abitativa: il sacco di Roma coi nuovi quartieri negli anni 1950, la deturpazione di Firenze con le sopraelevazioni consentite negli anni 1950-1960, e con l’abusivismo successivamente dilagante al Sud, con le migliorate condizioni di reddito, non governato e anzi stimolato, in Campania, in Calabria, a Palermo, Agrigento, Messina. Poi con il “posto”: il diritto a una retribuzione anche in assenza di prestazione o competenze specifiche, un “salario dì ingresso” che poi diventa a vita. Ed è tuttora la norma, il posto senza lavorare, malgrado i tornelli e i controlli dei carabinieri, negli uffici giudiziari e delle stesse forze dell’ordine (allo sportello non c’è mai nessuno), e in quelli locali (regionali, provinciali, comunali: chiunque deve fare una pratica lo sa). Prodi ne ha fatto il capolavoro nel 1996 con i lavoratori socialmente utili, che hanno gravato le casse dei Comuni di frotte di senza mestiere nullafacenti, per di più insoddisfatti del “misero” trattamento.
Potere – Se ne può indebolire l’autorità, dice Tocqueville, in due modi: attaccandolo nel suo stesso principio (l’anarchia) o frazionandone l’esercizio. Ma c’è un terzo modo: misconoscerlo nei fatti, disobbedendo sotto la parvenza della legalità. È Mani Pulite.
Vienna – È la Terra di Mezzo della fantasy. E la dilettazione della nostalgia. La Vienna degli Asburgo non era quella che vuole la vulgata, da Magris a Arbasino e ai leghisti, dagli ebrei esuli a Schorske e Toulmin. Chi poteva scappava. Chi restava si sentiva in trappola: non c’era buongoverno, e non c’era lealtà. Il celebrato spirito viennese non è Johann Strauss e il concerto di Capodanno, ma uno sofisticato, cosmopolita, multinazionale. Specie per la minoranza ebraica, che vi costituì un focolare d’eccellenza, nelle arti, la musica, nel pensiero, la poesia anche, il più vivace e memorabile. Se non che l’antisemitismo era altrettanto forte, e durevole - ancora dopo la guerra, Ingeborg Bachmann può dirlo sentito e partecipato ("Tre sentieri per il lago"). Grande centro musicale, gratificato dell’orecchio perfetto, che però esercitava ed esercita un incongruo colonialismo in Europa. C’erano certo delle idee, ma ce n’erano dappertutto. Vienna è il luogo degli “Ultimi giorni dell’umanità” di Karl Kraus, “stazione meteorologica della fine del mondo”, in questo enorme (abnorme), come l’autore degli “Ultimi giorni” stessi. E il mondo non va peggio senza Vienna.
Si può dirla anche in breve. Wittgenstein che esce di sala, a un concerto, per non ascoltare la “Salome” di Strauss. Le riserve di Popper su tutto ciò che è viennese. La ferocia di Karl Kraus, che peraltro vi era isolato. La fuga di Roth. La capitale della nostalgia, della grande Austria Felix, si reggeva per un terzo della sue finanze sul Lombardo-Veneto, che aveva avuto cura di annettersi nel 1815 al concerto delle potenze, un territorio che era forse un ventesimo di tutto il glorioso impero, e una popolazione che non era più di un settimo-un sesto del totale: davvero provvida?
La Grande Vienna è una brillantissima operazione editoriale. In sé è non più di quanto ne dice Ingeborg Bachmann alla p. 1 de “Il caso Franza”: “Si può dimostrare che Vienna c’è, anche se non si riesce a coglierla con una sola parola perché Vienna è qui sulla carta e la città di Vienna è continuamente altrove e cioè a 48° 14’’ e 54’’ latitudine nord e a 16° 21’’ e 42’’ longitudine est”. Vienna, Magris potrebbe dire come di Trieste, “multiculturale, crocevia e crogiolo di civiltà diverse, è insieme una realtà e un mito ingannevole”. Ma c’è di più.
“Vienna” è la ricostituzione (l’invenzione della tradizione) di un’equidistanza tra Est e Ovest al tempo della “guerra civile” del Novecento, dal 1914 al 1989. Un desiderio di tirarsene fuori, fuori dallo scontro, fuori dalla miseria morale, fuori anche dalla violenza. Quanti coltelli (odi, revanscismi, vendette) nella Mitteleuropa vera. Come Claudio Magris testimonia a Praga, per esempio, in “Praga al quadrato” (ora nella raccolta “Alfabeti”), che la Mitteleuropa dice “grandezza vissuta nella fine e anzi quale fine”. Ma a Vienna, si direbbe, ben più che a Praga, città della Resistenza, molteplice: un Anschluss che fu un tripudio, con un referendum plebiscitario, e una moltitudine poi di willing executioners, carnefici volenterosi, di ebrei e assimilati, dopo l’antifascismo di Dollfuss, con i lager per tutti, chiunque avesse una idea politica.
L’idea però piace, l’ipostasi del Centro, dell’aureo medio, un piccolo paradiso della zona grigia. Anche nei valori vantati: sobrietà, Witz, piccoli amori, spassionati. Che non sono quelli della Vienna storica, arrogante, classista (razzista), anche intollerante. Di cui Joseph Roth diceva: “È la capitale delle illimitate impossibilità” – del Paese, è vero, “delle possibilità illimitate”. E non sono quelli degli scrittori, Ransmayr, Bernhard, soprattutto delle scrittrici, figlie di nazisti professi, Ingeborg Bachmann, le due Nobel Jelinek e Helga Mueller (emigrata questa in Germania, ma ex Cacania, provenendo dal Banato, in Romania al confine con l'Ungheria).
Il fascino è forte. Anche a Parigi, alla conferenza di pace dopo la seconda guerra: l’Austria hitleriana entusiasta fu onorata quale vittima del suo piccolo grande figlio. C’è una Radetzskystrasse in ogni città e paese della Mitteleuropa, che i trentini e i giuliani ancora rimpiangono, molti lombardi e qualche veneto. Ma per un motivo: “L’interesse per la cultura asburgica, che assume talora anche toni stucchevoli e ripetitivi, è dovuto anzitutto all’intensità con cui essa ha vissuto una caduta che è ancora la nostra”, spiega in sintesi Magris, in “Itaca e oltre”: “L’immagine che essa ha dato al mondo è anche il nostro ritratto; un ritratto elusivo, lievemente inautentico e perciò fedele all’inautenticità della quale siamo intessuti”. Un ritratto forse vero ma del falso cioè, e falsamente imposto nel nome inappellabile della crisi, mentre era molto locale: nazionalista, e più delle piccole patrie che imperiale, antisemita, provinciale. “La civiltà asburgica è di moda perché ha posto in evidenza l’irrealtà che ha investito il mondo”, ancora Magris. No, l’irrealtà di cui essa ha investito il mondo:l’irrealtà è solo occidentale, europea, centro-europea, frutto di quattro generazioni suicide, nella due guerre che ha dichiarato e nella guerra fredda lunga mezzo secolo, senza perdite ma ugualmente devastante.
L’esito forse non di malvagità ma d’incapacità, di una limitazione. Del pesante gusto fine secolo (in realtà secondo Ottocento) degli scaloni, del mobilio pesante e delle polche, che può essere bonario e domestico ma non è raffinato. Di una civiltà danubiana che in realtà è un mondo alpestre, allegramente contadino ma non liberamente fluviale – si confrontino i walzer e le marce di Johann Strauss con la leggerezza di Beethoven, che vi indulgeva quasi quotidianamente, come passatempo: l’acqua del Reno è un’altra, o le sue rive diversamente popolate. Un mondo, al meglio, pacioso e provinciale, di storie patrie, cioè locali, di notabilato, e di erudizione quale addizione alla distinzione, con l’ambizione non innocua al quieto vivere, ordinato, ripetitivo.
Heimito von Doderer fa stato, riferisce Magris, di una tradizione antidealistica del pensiero mitteleuropeo. Ma pur sempre di una tradizione, che invece non vi è né univoca né consolidata. E comunque la tradizione di un mondo funzionariale, è questo che è tipicamente asburgico, per dovere e propensione, che diventa più uggioso e sciocco quanto più si fa filosofia e escatologia. Mentre volentieri, nel culto della Mitteleuropa, viene definita “asburgica ed ebraica”, e allora tradizione non è, molti ebrei avrebbero difficoltà a dirla propria, se non per riflesso tribale. La “tradizione absurgica”, se ce n’è una, è di Joseph Roth e Schnitzler, puro Novecento, la nostalgia , la compassione. Musil è l’opposto, algido deposito di sensi di colpa. Più in sintonia con la verità – a parte il fatto che era uno isolato, isolatissimo. L’Austria era andata alla guerra con allegria, e l’ha combattuta con decisione – non si può imputare Caporetto solo ai generali italiani – e con capacità, malgrado l’incredibile voltafaccia italiano. E quando l’ha persa non ha perso del tutto, non prima della seconda grande guerra con relativa sconfitta, ogni idea di grandezza: non solo il Tirolo tutto, anche il Banato e i Sudeti la Repubblica Austriaca prometteva nel 1918 di portare alla madrepatria tedesca.
astolfo@antiit.eu
Antipolitica - Ha fatto il suo tempo, tutto lo indica, dopo vent’anni inconcludenti. Se era il segno di un’epoca, del consumismo, della disattenzione, del marketing, ha fallito – o allora l’epoca non è tale (ma lo è, il consumismo è ben vivo e durevole, è l’antipolitica italiana che non è niente). La vecchia politica si era anchilosata al morso stretto di giganteschi apparati di partito, nazionali e locali (i federali…). I segretari di partito contavano più dei capi di governo, e i segretari di federazione ben più dei parlamentari e dei ministri espressi localmente. L’ha sostituita la politica dei talk show. Un teatrino sorridente, ghignante, beato di sé, sempre dal lato giusto della faccia, ma ripetitivo, inconcludente, e anche insulso, di attori di terz’ordine. Agli ordini di piccoli mattatori di cui il prototipo e il principe è Santoro, che non è il mignolo di un Gassmann o di un Sordi. Tutti peraltro fatti con lo stampino, Fazio, Floris, Santoro, Lerner, o le vestali fuori orario Annunziata, Dandini, Berlinguer. Mentre Vespa è relegato verso la mezzanotte, e gli altri all’alba. Per non dire dei loro comici, stupefacenti: tutti da centralismo democratico, ma di tipo brezneviano, se la Rai li mandasse al mercato andrebbero a ruba, come il berretto verde con la stella rossa del presidente Mao. Il loro pubblico è lo stesso, che ogni sera trasmigra da un condottiero all’altro: quattro-cinque milioni di persone, quanto bastano al giochino auditel, ma sono il 10 per cento degli elettori e non spostano, cioè sono sempre gli stessi – buona parte dei quali sono peraltro di destra, stanno lì per “rosicare” e indignarsi.
I segni di stanchezza, se non di un rovesciamento, sono numerosi. La legge elettorale toscana, assunta da Berlusconi per il voto politico nazionale, ha tentato il rovesciamento di forza della tendenza, rimettendo al centro i partiti. Che però non sanno essere altro che centralismo democratico. Ora si ripropone la preferenza, per salvare qualcosa dell’uninominale, della scelta diretta del rappresentante parlamentare col voto. Ma più potrebbe pesare la rivolta generazionale. Mentre si “vede” sempre più il bluff dell’informazione, in questi anni al di sotto di ogni minima deontologia: si vede nel calo persistente delle vendite prima che della credibilità.
Capitalismo – Viene identificato con il mercato, ma c’è confusione: più spesso va contro il mercato.
Il problema delle sue origini è tipico dell’Ottocento, e riguarda la “giustificazione” della borghesia ormai dominante in Europa - con la riforma napoleonica die codici, la monarchia di luglio, le riforme costituzionali, le cancellazioni dei rotten boroughs – e del liberalismo politico. In questo senso evolve nei paesi latini (v. in Francia Groethuysen), con qualche eco in Germania, in senso anticattolico e pro-Riforma, o pro-ebraismo, nei quali le massonerie trovavano libero spazio sotto forma di libero pensiero. Ma l’accumulazione non è un fatto protestante, o ebraico. Anhe la lbertà politica, malgrado un secolo e mezzo di reazione al modernismo, e quindi di forte tradizionalismo, non è meno cattolica.
La polemica anticattolica nasce in ambiente libero pensatore soprattutto in senso antigesuitico, contro cioè le posizioni di potere che i gesuiti avevano prima della rivoluzione e tentarono di ricreare dopo, attraverso la formazione dei giovani e la guida spirituali dei principi, e delle principesse. È una polemica politica, che nulla ha a che fare con l’accumulazione.
È (però) vero che il tradizionalismo, quando non l’oscurantismo, della Chiesa nell’Ottocento la mettono fuori della modernità, e cioè del capitalismo. Recupererà a fine secolo con la mutualità, col decentramento amministrativo, e in campo creditizio e assisten ziale. La mutualità sociale sarà dei socialiusti, e i cattolici la copoano, non hnno difficoltà a farla propria. Quella bacnaria invece, e finanziaria, sarà un’innovazione cattolca, lungo l’asse Olanda-Belgio,Germania meridionale-Austria-Italia del Nord-Est.
È stato, è, una forma di rottura della tradizione. Che è l’equilibrio sociale e psicologico, di valori progressivamente messi a punto, o senso della misura. Ma a fini prevalentemente di profitto, e quindi conservatore. Anche quando patrocina e impone il cambiamento. L’età del capitalismo è l’età della solitudine, sotto forma di individualismo. Della nevrosi cioè e dell’alienazione. Della violenza anche senza freni, contro se stessi e ogni altro, nel mondo e in famiglia, anche in forme non dissennate, oppure quiete.
Il cattolicesimo, in un certo senso, l’ha interpretato meglio, se non domato, perché riesce a far convivere tradizione e capitalismo, perfino tradizione e mercato.
Si accomoda a tutto, al lusso e alla prodigalità come all’avarizia. Nessuna novità lo scoraggia. Solo il rifiuto della novità. Cioè, non il rifiuto, che è anch’esso un progetto (che affare la tradizione), ma l’abbandono, l’incuria. Si dice conservatore e lo è, nel senso che vuole conservata la proprietà, ma ha bisogno di novità, di cambiare costantemente. Vuole il laissez faire ma non sopporta il laissez aller: vuole iniziativa – in politica cioè leadership. È però, al suo interno, eversivo – come la mafia: costantemente morto e rinascente.
Democrazia Cristiana - È, è stata, cattolica ma non clericale. Nella sanità, nella scuola non ha mai protetto le clini che e le scuole religiose, salvo che nel primo centro-sinistra di Moro. Gli ordini religiosi e i vescovi rientrano nella sanità e nella scuola, e conquistano il nuovo importantissimo Terzo settore, della socialità, con D’Alema e Berlsuconi. È stata, è, il partito del democraticismo radicale. Anzi totale, poiché sommerge ogni altro soggetto o istanza. Dapprima con l’edilizia abitativa: il sacco di Roma coi nuovi quartieri negli anni 1950, la deturpazione di Firenze con le sopraelevazioni consentite negli anni 1950-1960, e con l’abusivismo successivamente dilagante al Sud, con le migliorate condizioni di reddito, non governato e anzi stimolato, in Campania, in Calabria, a Palermo, Agrigento, Messina. Poi con il “posto”: il diritto a una retribuzione anche in assenza di prestazione o competenze specifiche, un “salario dì ingresso” che poi diventa a vita. Ed è tuttora la norma, il posto senza lavorare, malgrado i tornelli e i controlli dei carabinieri, negli uffici giudiziari e delle stesse forze dell’ordine (allo sportello non c’è mai nessuno), e in quelli locali (regionali, provinciali, comunali: chiunque deve fare una pratica lo sa). Prodi ne ha fatto il capolavoro nel 1996 con i lavoratori socialmente utili, che hanno gravato le casse dei Comuni di frotte di senza mestiere nullafacenti, per di più insoddisfatti del “misero” trattamento.
Potere – Se ne può indebolire l’autorità, dice Tocqueville, in due modi: attaccandolo nel suo stesso principio (l’anarchia) o frazionandone l’esercizio. Ma c’è un terzo modo: misconoscerlo nei fatti, disobbedendo sotto la parvenza della legalità. È Mani Pulite.
Vienna – È la Terra di Mezzo della fantasy. E la dilettazione della nostalgia. La Vienna degli Asburgo non era quella che vuole la vulgata, da Magris a Arbasino e ai leghisti, dagli ebrei esuli a Schorske e Toulmin. Chi poteva scappava. Chi restava si sentiva in trappola: non c’era buongoverno, e non c’era lealtà. Il celebrato spirito viennese non è Johann Strauss e il concerto di Capodanno, ma uno sofisticato, cosmopolita, multinazionale. Specie per la minoranza ebraica, che vi costituì un focolare d’eccellenza, nelle arti, la musica, nel pensiero, la poesia anche, il più vivace e memorabile. Se non che l’antisemitismo era altrettanto forte, e durevole - ancora dopo la guerra, Ingeborg Bachmann può dirlo sentito e partecipato ("Tre sentieri per il lago"). Grande centro musicale, gratificato dell’orecchio perfetto, che però esercitava ed esercita un incongruo colonialismo in Europa. C’erano certo delle idee, ma ce n’erano dappertutto. Vienna è il luogo degli “Ultimi giorni dell’umanità” di Karl Kraus, “stazione meteorologica della fine del mondo”, in questo enorme (abnorme), come l’autore degli “Ultimi giorni” stessi. E il mondo non va peggio senza Vienna.
Si può dirla anche in breve. Wittgenstein che esce di sala, a un concerto, per non ascoltare la “Salome” di Strauss. Le riserve di Popper su tutto ciò che è viennese. La ferocia di Karl Kraus, che peraltro vi era isolato. La fuga di Roth. La capitale della nostalgia, della grande Austria Felix, si reggeva per un terzo della sue finanze sul Lombardo-Veneto, che aveva avuto cura di annettersi nel 1815 al concerto delle potenze, un territorio che era forse un ventesimo di tutto il glorioso impero, e una popolazione che non era più di un settimo-un sesto del totale: davvero provvida?
La Grande Vienna è una brillantissima operazione editoriale. In sé è non più di quanto ne dice Ingeborg Bachmann alla p. 1 de “Il caso Franza”: “Si può dimostrare che Vienna c’è, anche se non si riesce a coglierla con una sola parola perché Vienna è qui sulla carta e la città di Vienna è continuamente altrove e cioè a 48° 14’’ e 54’’ latitudine nord e a 16° 21’’ e 42’’ longitudine est”. Vienna, Magris potrebbe dire come di Trieste, “multiculturale, crocevia e crogiolo di civiltà diverse, è insieme una realtà e un mito ingannevole”. Ma c’è di più.
“Vienna” è la ricostituzione (l’invenzione della tradizione) di un’equidistanza tra Est e Ovest al tempo della “guerra civile” del Novecento, dal 1914 al 1989. Un desiderio di tirarsene fuori, fuori dallo scontro, fuori dalla miseria morale, fuori anche dalla violenza. Quanti coltelli (odi, revanscismi, vendette) nella Mitteleuropa vera. Come Claudio Magris testimonia a Praga, per esempio, in “Praga al quadrato” (ora nella raccolta “Alfabeti”), che la Mitteleuropa dice “grandezza vissuta nella fine e anzi quale fine”. Ma a Vienna, si direbbe, ben più che a Praga, città della Resistenza, molteplice: un Anschluss che fu un tripudio, con un referendum plebiscitario, e una moltitudine poi di willing executioners, carnefici volenterosi, di ebrei e assimilati, dopo l’antifascismo di Dollfuss, con i lager per tutti, chiunque avesse una idea politica.
L’idea però piace, l’ipostasi del Centro, dell’aureo medio, un piccolo paradiso della zona grigia. Anche nei valori vantati: sobrietà, Witz, piccoli amori, spassionati. Che non sono quelli della Vienna storica, arrogante, classista (razzista), anche intollerante. Di cui Joseph Roth diceva: “È la capitale delle illimitate impossibilità” – del Paese, è vero, “delle possibilità illimitate”. E non sono quelli degli scrittori, Ransmayr, Bernhard, soprattutto delle scrittrici, figlie di nazisti professi, Ingeborg Bachmann, le due Nobel Jelinek e Helga Mueller (emigrata questa in Germania, ma ex Cacania, provenendo dal Banato, in Romania al confine con l'Ungheria).
Il fascino è forte. Anche a Parigi, alla conferenza di pace dopo la seconda guerra: l’Austria hitleriana entusiasta fu onorata quale vittima del suo piccolo grande figlio. C’è una Radetzskystrasse in ogni città e paese della Mitteleuropa, che i trentini e i giuliani ancora rimpiangono, molti lombardi e qualche veneto. Ma per un motivo: “L’interesse per la cultura asburgica, che assume talora anche toni stucchevoli e ripetitivi, è dovuto anzitutto all’intensità con cui essa ha vissuto una caduta che è ancora la nostra”, spiega in sintesi Magris, in “Itaca e oltre”: “L’immagine che essa ha dato al mondo è anche il nostro ritratto; un ritratto elusivo, lievemente inautentico e perciò fedele all’inautenticità della quale siamo intessuti”. Un ritratto forse vero ma del falso cioè, e falsamente imposto nel nome inappellabile della crisi, mentre era molto locale: nazionalista, e più delle piccole patrie che imperiale, antisemita, provinciale. “La civiltà asburgica è di moda perché ha posto in evidenza l’irrealtà che ha investito il mondo”, ancora Magris. No, l’irrealtà di cui essa ha investito il mondo:l’irrealtà è solo occidentale, europea, centro-europea, frutto di quattro generazioni suicide, nella due guerre che ha dichiarato e nella guerra fredda lunga mezzo secolo, senza perdite ma ugualmente devastante.
L’esito forse non di malvagità ma d’incapacità, di una limitazione. Del pesante gusto fine secolo (in realtà secondo Ottocento) degli scaloni, del mobilio pesante e delle polche, che può essere bonario e domestico ma non è raffinato. Di una civiltà danubiana che in realtà è un mondo alpestre, allegramente contadino ma non liberamente fluviale – si confrontino i walzer e le marce di Johann Strauss con la leggerezza di Beethoven, che vi indulgeva quasi quotidianamente, come passatempo: l’acqua del Reno è un’altra, o le sue rive diversamente popolate. Un mondo, al meglio, pacioso e provinciale, di storie patrie, cioè locali, di notabilato, e di erudizione quale addizione alla distinzione, con l’ambizione non innocua al quieto vivere, ordinato, ripetitivo.
Heimito von Doderer fa stato, riferisce Magris, di una tradizione antidealistica del pensiero mitteleuropeo. Ma pur sempre di una tradizione, che invece non vi è né univoca né consolidata. E comunque la tradizione di un mondo funzionariale, è questo che è tipicamente asburgico, per dovere e propensione, che diventa più uggioso e sciocco quanto più si fa filosofia e escatologia. Mentre volentieri, nel culto della Mitteleuropa, viene definita “asburgica ed ebraica”, e allora tradizione non è, molti ebrei avrebbero difficoltà a dirla propria, se non per riflesso tribale. La “tradizione absurgica”, se ce n’è una, è di Joseph Roth e Schnitzler, puro Novecento, la nostalgia , la compassione. Musil è l’opposto, algido deposito di sensi di colpa. Più in sintonia con la verità – a parte il fatto che era uno isolato, isolatissimo. L’Austria era andata alla guerra con allegria, e l’ha combattuta con decisione – non si può imputare Caporetto solo ai generali italiani – e con capacità, malgrado l’incredibile voltafaccia italiano. E quando l’ha persa non ha perso del tutto, non prima della seconda grande guerra con relativa sconfitta, ogni idea di grandezza: non solo il Tirolo tutto, anche il Banato e i Sudeti la Repubblica Austriaca prometteva nel 1918 di portare alla madrepatria tedesca.
astolfo@antiit.eu
giovedì 18 novembre 2010
Il Raiume tra Radio Tirana e l’arrocco Dc
Un voto occasionale, una delle tante manifestazioni antigovernative “fredde”, porta infine allo scoperto la vera natura della Rai. Su 1.438 giornalisti presenti alla manifestazione di ieri, ben 1.314 hanno votato contro il direttore generale Masi. Un ex Dc, messo a quel posto da Gianni Letta, ma nominato dal governo Berlusconi, e dunque un berlusconiano. Ma, a parte lui, non ci sono più berlusconiani in Rai: i votanti hanno levato un punto alla propaganda dell’opposizione. Ma soprattutto si conferma quanto si sapeva, che il 1989 per la Rai non c’è mai stato, né il 1992: la Rai è sempre cattolica e democristiana, anche se trova conveniente dirsi di sinistra.
Si sapeva che dei 25 redattori del servizio politico del Tg 1 prima di Minzolini, 17 erano di Casini, o 18, e il resto di Veltroni. L’assemblea di ieri conferma la preminenza dell’opposizione nell’informazione Rai, e all’interno di essa con tutta probabilità di quella casiniana, moderata ma non blanda (si veda Cristina Busi). Che a sinistra potrebbe essere una buona notizia, non fosse che questa opposizione è solo un arroccamento dello zoccolo duro democristiano, deciso a non cedere.
Di cui è specchio il linguaggio: chi ha il vizio di ascoltare le notizie alla Rai ha sempre l’impressione di essere tornato indietro nel tempo, all’ascolto della famosa Radio Tirana in italiano al tempo del regime, che si faceva allora per divertimento ma ora atterrisce – il Raiume sempre atterrisce, perfino quando parla del papa, o della povertà che ci affligge, noi poveri ricchi.
Si sapeva che dei 25 redattori del servizio politico del Tg 1 prima di Minzolini, 17 erano di Casini, o 18, e il resto di Veltroni. L’assemblea di ieri conferma la preminenza dell’opposizione nell’informazione Rai, e all’interno di essa con tutta probabilità di quella casiniana, moderata ma non blanda (si veda Cristina Busi). Che a sinistra potrebbe essere una buona notizia, non fosse che questa opposizione è solo un arroccamento dello zoccolo duro democristiano, deciso a non cedere.
Di cui è specchio il linguaggio: chi ha il vizio di ascoltare le notizie alla Rai ha sempre l’impressione di essere tornato indietro nel tempo, all’ascolto della famosa Radio Tirana in italiano al tempo del regime, che si faceva allora per divertimento ma ora atterrisce – il Raiume sempre atterrisce, perfino quando parla del papa, o della povertà che ci affligge, noi poveri ricchi.
La politica tradita dalla scienza
L’attacco è perfetto, il professor Sartori è sempre lucido: “La nostra Seconda Repubblica lascia poche tracce di opere compiute, di riforme ben fatte e di problemi risolti. In compenso ha profondamente inquinato il vocabolario costituzionale e perciò stesso la nostra Costituzione e la politica che ne discende”. Inizia così, incontestabile, il commento di Giovanni Sartori sul “Corriere della sera”, intitolato “Una Repubblica assai confusa”. Dopodiché ci si aspetterebbe che il professore dicesse la confusione dilagante anche tra gli esperti o addetti ai lavoro, o scienziati politici, che dalle varie tribune ci indottrinano sulla soluzione del rebus, come fa lui. E invece no: è questo è indice della massima confusione. Il “ribaltone” non esiste, dice il professore, così come “non esisteva” la peste nella Milano di Manzoni, e altrettali.
In particolare il professore critica il Porcellum, come lui chiama la legge elettorale attuale, “una porcata”. Senza però dire che essa ricopia la legge elettorale della Toscana, di cui egli stesso o i suoi allievi hanno la responsabilità. E che il ricorso a questa legge si è avuto dopo dieci anni di sterili discussioni su che cos’era meglio, tra i berlusconiani e l’opposizione. Sia nella legislatura 2001-2006 che in quella precedente, 1996-2001. La legge elettorale collegando com’è giusto al sistema di governo Si ricorderà la Bicamerale. E le infinite ricette, di allora e dopo: cancellierato? premierato? regime presidenziale? secco? a due turni? uninominale? proporzionale? proporzionale con sbarramento?
A conferma della massima confusione Sartori dice il problema insolubile, ogni partito tirando per la legge che, in quella particolare fase, pensa gli converrebbe di più. Ma non dice che i partiti si giovano, in questa dissennatezza, di quella degli studiosi, con le loro pretese al sistema perfetto. In una tornata elettorale a Roma, l’elettore si è trovato in cabina cinque schede diverse con cinque sistemi di voto diversi. Se non è confusione questa! Certo, non è democrazia. Si può andare avanti cambiando la legge elettorale a ogni tornata?
In particolare il professore critica il Porcellum, come lui chiama la legge elettorale attuale, “una porcata”. Senza però dire che essa ricopia la legge elettorale della Toscana, di cui egli stesso o i suoi allievi hanno la responsabilità. E che il ricorso a questa legge si è avuto dopo dieci anni di sterili discussioni su che cos’era meglio, tra i berlusconiani e l’opposizione. Sia nella legislatura 2001-2006 che in quella precedente, 1996-2001. La legge elettorale collegando com’è giusto al sistema di governo Si ricorderà la Bicamerale. E le infinite ricette, di allora e dopo: cancellierato? premierato? regime presidenziale? secco? a due turni? uninominale? proporzionale? proporzionale con sbarramento?
A conferma della massima confusione Sartori dice il problema insolubile, ogni partito tirando per la legge che, in quella particolare fase, pensa gli converrebbe di più. Ma non dice che i partiti si giovano, in questa dissennatezza, di quella degli studiosi, con le loro pretese al sistema perfetto. In una tornata elettorale a Roma, l’elettore si è trovato in cabina cinque schede diverse con cinque sistemi di voto diversi. Se non è confusione questa! Certo, non è democrazia. Si può andare avanti cambiando la legge elettorale a ogni tornata?
mercoledì 17 novembre 2010
Problemi di base - 41
spock
Woodcock, che fine ha fatto il dossier Marcegaglia? E le intercettazioni del “Giornale”? e l’assalto al “Giornale”?
Chi racconta le barzellette a Berlusconi?
Chi ha dato la patente a Fini? Di che?
Sono venute prima le minorenni o prima Veronica?
Ci sono santi che non siano pazzi, violenti, maniaci?
È la pazzia l'unica forma di libertà compiuta, e la stupidità?
È la libertà tanto imprevedibile che per questo tutti pensano di possederla?
E chi gestisce questa libertà? È drogata? Si prostituisce? È ricattatrice?
Perché Dio c’era e ci sarà, ma non c’è mai ora?
Se passiamo dal nulla al nulla, non saremo tutti morti?
spock@antiit.eu
Woodcock, che fine ha fatto il dossier Marcegaglia? E le intercettazioni del “Giornale”? e l’assalto al “Giornale”?
Chi racconta le barzellette a Berlusconi?
Chi ha dato la patente a Fini? Di che?
Sono venute prima le minorenni o prima Veronica?
Ci sono santi che non siano pazzi, violenti, maniaci?
È la pazzia l'unica forma di libertà compiuta, e la stupidità?
È la libertà tanto imprevedibile che per questo tutti pensano di possederla?
E chi gestisce questa libertà? È drogata? Si prostituisce? È ricattatrice?
Perché Dio c’era e ci sarà, ma non c’è mai ora?
Se passiamo dal nulla al nulla, non saremo tutti morti?
spock@antiit.eu
Il Sud che aspetta lo Stato per i vetri rotti
Il leghismo alla Bossi era già tale e quale nel 1949, quando il ragioniere Carlo Magnini di Pavia ne scrisse la summa in una lettera beffarda a “Milano-Sera”, il quotidiano fiancheggiatore del Pci. Répaci se ne assunse la risposta in questi 16 articoli (o almeno, così è da presumere: né l’anno né il giornale sono specificati in questa lacunosa riedizione), che chiama inchiesta sull’antimeridionalismo. Con argomenti, però, che purtroppo avranno confermato il ragioniere nei pregiudizi: nel 1963, quando Répaci raccolse gli articoli in volume, era il libro stesso a uscire su un binario morto, la “questione meridionale” era già più complicata. Ma non manca la zampata. La mezza pagina di Nitti, un meridionale non autoindulgente, che elenca inoppugnabile i vincoli posti dall’unità al Sud, nella prefazione al suo “Nord e Sud” (p. 38). Il ruolo già corruttore della Democrazia Cristiana nel meridione. La storia del Sud in mezza pagina (p.54). Un inserto sulla fiscalità che è una risposta argomentata, seppure fulminante, ai conti ricorrenti di quanto il Nord si sacrifica per il Sud (p.39). La povertà diffusa ancora nel dopoguerra anche a Nord. nell'entroterra della Versilia, o nella Val Malenco, dove gli abitanti vivono in grotte e bambini trasportano lastre pesanti di amianto. Non senza lo scarto beffardo tipico della “calabresità”, direbbe lo tesso Répaci, sulla ristrettezza mentale (“l’avarizia, la meschinità”) della borghesia a cent’anni dall’unità: “Ci sono grandi proprietari da noi che, a quattro anni e più dalla fine della guerra, aspettano ancora dallo stato che gli rimetta i vetri frantumati dai bombardamenti”.
Leonida Répaci, Il Sud su un binario morto, Rubbettino, pp.80, € 6,20
Leonida Répaci, Il Sud su un binario morto, Rubbettino, pp.80, € 6,20
martedì 16 novembre 2010
Il cuore inutile dell’Italia
Illeggibile. Non per il patriottismo di esercito, scuola, famiglia. Per la melassa. Eco avrebbe difficoltà oggi a estrarne qualcosa da leggere, anche il cattivo Franti non dice niente. A voler essere cattivi, fa solo capire perché l’Italia ha costruito poco e tanto invece ha dissipato.
Edmondo De Amicis, Cuore
Edmondo De Amicis, Cuore
Alvaro materno, in famiglia e in Calabria
Formidabile omaggio allo scrittore di San Luca da parte del noto mariologo, suo concittadino. Che ne ha fatto accurata e vasta lettura, anche sui tantissimi inediti che nessuno cura e alcuni archivi (Bompiani, privati). E ne sistematizza la critica su ben sette piani di lettura: lirico-mistica, antitetica, sociopolitica, umanistico-morale, diacronica, religiosa, strutturalistica - la narratologia del racconto “Madre di paese” è un racconto a sé. Ne delinea la nota dualità, di uomo mediterraneo e scrittore europeo. E ne arricchisce doppiamente la personalità nota. Come concittadino, per i rapporti in famiglia e col paese d’origine, attraverso ricordi personali, un incontro molto vivace con Mario La Cava, lettere e altri testi inediti, e un insight speciale sui rapporti interni alla famiglia, con la madre soprattutto e col padre. Come studioso di Maria, padre De Fiores ha un occhio particolarissimo verso il rapporto dello scrittore con la madre, e il suo speciale femminismo. In una con l’etnicismo per lui indissolubile: “La donna è il personaggio più importante e più autentico della Calabria”. E ne fa affiorare la costante intima religiosità, legata alla cristianità dell’Europa, nel senso crociano del non possiamo non dirci cristiani, e più nel senso mitico-mistico della vita e del Cristo, seppure non clericale e anzi anticlericale.
Lo studio ha anche il merito di far emergere, in più punti, un problema specifico di Corrado Alvaro, quello biografico – gli aventi diritto sono stati restii a mettere a disposizione degli studiosi le carte personali dello scrittore. Un problema dovuto probabilmente ai rapporti non buoni, dopo l’adolescenza, col padre. E a una certa libertà di rapporti fuori della famiglia instaurata negli ultimi anni di vita, quelli della malattia che lo condusse a morte a sessant’anni – se non in conseguenza della malattia. Ma un problema certo di Alvaro è la Calabria. Più padre che madre forse – alla madre vera restò sempre in qualche modo vicino. Il problema è il rifiuto. Fino a morte avvenuta, del padre vero. Dopodiché le origini riprendono il loro ruolo fertile, di scoperte e formazione. Tanto più per la loro intima diversità, dalla cultura italiana a europea, urbana, cosmopolita, in cui Alvaro si era immerso. Il rifiuto è anche un dato dell’epoca: l’emigrazione intellettuale, come la chiamava Corrado (“mio padre ha inventato l’emigrazione intellettuale”, del figli) era una cesura. Raramente l’emigrato tornava. Quasi mai più che le poche ore di un funerale, senza peraltro mai “vedere” nessuno, a casa scrivendo, alla madre inferma o alla sorella che l’accudiva, rare svogliate lettere. Il ritorno è recente, degli ultimi cinquanta anni – reciproco: compresa cioè la “scoperta” di Alvaro da parte di San Luca (che ora sola, praticamente, ne coltiva la memoria).
De Fiores ha in più il coraggio (è il privilegio della tonaca?) di ricordare, una rarità nella pubblicistica, la pervicacia del Pci di Togliatti nell’acculare Alvaro al fascismo, in vita e in morte, con una strana cadenza biennale: Giacomo Debenedetti (1953), Salinari (1955), Angioletti (1957) e Trombatore (1959) – o si era compagni di strada o si era fascisti. Alvaro soffrì molto l’accusa di viltà mossagli da Debenedetti. Tra l’altro per “L’uomo è forte”, che è invece il romanzo dell’orrore del totalitarismo – era Debenedetti cosi filosovietico?
Stefano De Fiores, Itinerario culturale di Corrado Alvaro, Rubbettino, pp. 204, € 20
Lo studio ha anche il merito di far emergere, in più punti, un problema specifico di Corrado Alvaro, quello biografico – gli aventi diritto sono stati restii a mettere a disposizione degli studiosi le carte personali dello scrittore. Un problema dovuto probabilmente ai rapporti non buoni, dopo l’adolescenza, col padre. E a una certa libertà di rapporti fuori della famiglia instaurata negli ultimi anni di vita, quelli della malattia che lo condusse a morte a sessant’anni – se non in conseguenza della malattia. Ma un problema certo di Alvaro è la Calabria. Più padre che madre forse – alla madre vera restò sempre in qualche modo vicino. Il problema è il rifiuto. Fino a morte avvenuta, del padre vero. Dopodiché le origini riprendono il loro ruolo fertile, di scoperte e formazione. Tanto più per la loro intima diversità, dalla cultura italiana a europea, urbana, cosmopolita, in cui Alvaro si era immerso. Il rifiuto è anche un dato dell’epoca: l’emigrazione intellettuale, come la chiamava Corrado (“mio padre ha inventato l’emigrazione intellettuale”, del figli) era una cesura. Raramente l’emigrato tornava. Quasi mai più che le poche ore di un funerale, senza peraltro mai “vedere” nessuno, a casa scrivendo, alla madre inferma o alla sorella che l’accudiva, rare svogliate lettere. Il ritorno è recente, degli ultimi cinquanta anni – reciproco: compresa cioè la “scoperta” di Alvaro da parte di San Luca (che ora sola, praticamente, ne coltiva la memoria).
De Fiores ha in più il coraggio (è il privilegio della tonaca?) di ricordare, una rarità nella pubblicistica, la pervicacia del Pci di Togliatti nell’acculare Alvaro al fascismo, in vita e in morte, con una strana cadenza biennale: Giacomo Debenedetti (1953), Salinari (1955), Angioletti (1957) e Trombatore (1959) – o si era compagni di strada o si era fascisti. Alvaro soffrì molto l’accusa di viltà mossagli da Debenedetti. Tra l’altro per “L’uomo è forte”, che è invece il romanzo dell’orrore del totalitarismo – era Debenedetti cosi filosovietico?
Stefano De Fiores, Itinerario culturale di Corrado Alvaro, Rubbettino, pp. 204, € 20
Pasticcio procidano d’autore incredulo
Invece che del romanzo, Cordelli inscena all’esordio la morte dell’autore. Declinato al femminile in A: Alice, Amelia, Agata, Ada, Agnese, Annabella. L’autore si decompone, proprio lui, fisicamente, mentalmente. Per l’illuminazione recente del professor Derrida, che è anche personaggio in commedia, “La scrittura e la differenza”. Con la stessa scrittura ellittica. Più calchi residui di Robbe-Grillet, l’occhio freddo sugli oggetti. E di Bernhard, per gioco di bravura, senza la sua materia esistenziale. Qualche smontaggio – oggi découpage. E l’omaggio al Barthes degli attrezzi dello scrittore. Sullo sfondo familiare di Gombrowicz – il vecchio cane – del sesso asessuato, e del quadrilatero goethiano delle affinità elettive, con lo scrittore voyeur nel mezzo, i probabili punti di partenza. L’autore stesso sembra incredulo di fronte a tanto pasticcio.
La ricerca letteraria non sa narrarsi. Serve a esercizi di decostruzione, come i romanzi a chiave al pettegolezzo.
Franco Cordelli, Procida
La ricerca letteraria non sa narrarsi. Serve a esercizi di decostruzione, come i romanzi a chiave al pettegolezzo.
Franco Cordelli, Procida
Ombre - 68
I furbi Fazio e Saviano, col direttore di Rai tre Ruffini, figlio e nipote intemerato di moralissimi cardinali di Palermo e ministri Dc, che hanno armato la trappola a Berlusconi invitando Bersani e Fini, sono stati presi in contropiede da Maroni. Che, non presente, è riuscito a monopolizzare l’attenzione dei nove o novantanove milioni di ascoltatori. C’è sempre uno più furbo.
Per esempio Fazio, che ridicolizzando Berlusconi arricchisce Endemol, che è di Berlusconi.
Fazio e Saviano hanno invitato i nemici di Berlusconi cole "lettori". L'ipocrisia è passata a sinistra? O sono i due destre cammuffate? I melensi Fazio e Saviano commandos dietro le linee nemiche non è male.
Pensare che la Commissione parlamentare Rai è presieduta da Zavoli, che per una vita è stato un onest'uomo: il Raiume è così corrosivo?
Che pena Bersani e Fini che fanno da tappezzeria a Fazio, le statuine mute. Avessero le tette le diremmo delle veline, ma non hanno nemmeno quelle. Che altro deve fare la politica per umiliarsi, sia pure a un record di audience?
Tre mesi di moratoria in Israele nella costruzione di nuove colonie – si costruiscono colonie in Israele. In cambio di venti aerei da caccia americani F-35. È l’accordo tra Obama e Netanyhau, e non è una barzelletta.
La Ferrari quest’anno l’ha fatta propria grossa. Dopo la McLaren e Hamilton, doveva far vincere un pilota tedesco, la Formula Uno è cosmopolita. Ma non salta mai nessuno in Ferrari, né Montezemolo né Domenicali: sono tutti dentro l’affare?
Non si è sospeso dall’Idv dopo essere stato rinviato a giudizio, benché lo statuto del partito glielo imponga, e oppone a Mastella, che gli chiede i danni per diffamazione, il vituperato Lodo Alfano, che protegge i parlamentari, anche europei. Il giudice De Magistris la giustizia se la fa da sé, essendo napoletano, e “magistrato figlio di magistrati, nipote di magistrati”. Anche i vecchi re, non si potevano giudicare.
La Cassazione sancisce che 22 kg, di hashish sono modica quantità. Ventidue kg. in 144 panetti, dai quali sono ricavabili 6.500 dosi di stupefacente. Quindi è un mercato, questo, che si può fare: portare dalla Calabria a Roma 22 kg. di hashish, 144 panetti, e venderli. Si viene condannati per questo a 6 anni, condonabili, senza le aggravanti.
La Cassazione in realtà non sancisce ma ribadisce. Quanto aveva già deciso nel 2000, stabilendo che la pena aggravata prevista dal secondo comma dell’art. 80 si applica per quantità di stupefacenti detenute superiori ai 50 chili per le droghe leggere (marijuana, hashish), e ai due chili per la cocaina e l’eroina. Quanto sniffano i giudici in Cassazione?
“Credo proprio che pure il mio cellulare fosse sotto controllo”, dice Feltri a Cazzullo sul “Corriere della sera”. Aggiungendo: “Ma non hanno trovato un a sola telefonata tra me e Berlusconi, altrimenti sarebbero spuntate fuori”. Lo dice senza scandalo,, né dell’intervistatore né del giornale. Feltri è intercettato perché? Non è un mafioso, non è un dinamitardo, è un giornalista. Si può liberamente intercettare un giornalista. O la cosa riguarda solo Feltri, che ci è antipatico?
L’unica censura a un giornalista nella storia della Repubblica la commina l’Ordine dei giornalisti. Senza vergogna, anzi d’impeto. Non squadrista, certo, poiché l’Ordine è di sinistra. Ma è sempre per la stessa storia, che Feltri ci è antipatico? Poi dice che non c’è il fascismo.
Zitto zitto, piano piano, benché sia una prima assoluta e anzi clamorosa, il partito Democratico passa all’attacco della Procura di Milano. Il suo responsabile Giustizia, Cavallaro, ha chiesto al ministero di mandare gli ispettori a Edmondo Bruti Liberati, il capo della Procura. Che è un sincero democratico, anzi democrat come si vuol dire, ma evidentemente non obbedisce abbastanza.
Nel crollo di Berlusconi “Repubblica” coinvolge da alcuni giorni anche Mediaset. Si arrampica perciò su titoli a sensazione, suffragati da parole isolate, indecise, polivalenti, di randagi analisti.
Non c’è più il reato di aggiotaggio? Forse i giudici non leggono “Repubblica”?
Va giù Piazza Affari mercoledì per una serie di trimestrali inferiori alle attese, e per i prodromi della prossima crisi valutaria, con la specualzione nuovamente all'attacco contro l'euro. Con perdite del 5-6 per cento per le maggiori banche, e anche per Mediaset. Ma “Repubblica” fa una pagina solo su Mediaset: “Titolo a picco per share in calo e pay-tv”. Il titolo sovrasta un testo dove si dice che l’azienda di Berlusconi chiuderà l’anno “con un utile vicino ai 440 milioni (un bel balzo dai 272 dell’anno precedente) e con un dividendo vicino ai 34-35 centesimi. Cifra che garantisce un rendimento del 7 per cento circa”. Che sarebbe un record. Informazione? Malocchio?
Il servizio tace il rialzo del 3 per cento dello stesso titolo martedì sera, a ridosso dell’annuncio della trimestrale. Nonché delle oscillazioni di tutti i titoli in questa Borsa (Mediaset quest’anno è arrivata a 6,50 ed è scesa a 4,40 – ora naviga sui 4,80, dopo il “crollo” a 5)
L’università è vittima, come tutti sanno, degli universitari: gli accademici l’hanno distrutta, e continuano implacabili Ora che il governo ha trovato un miliardo si lamentano. “Un po’ d’ossigeno, tanti dubbi”, fanno dire al “Messaggero”, la voce degli statali. Poi si lamenta che c’è chi vuole l’abolizione dell’università di Stato.
“Martedì nero di Berlusconi all’Aquila”, titola a tutta pagina “il Messaggero”, e illustra la catastrofe con una foto dei soliti ragazzetti che marinano le scuole, pochi, che inalberano un (piccolo) cartello: “Voi donne e festoni, noi fango e alluvioni”. Alluvioni all’Aquila? Poi si dice che l’opposizione non morde – in questo caso l’opposizione di Casini.
Fini che difende a Perugia i “matrimoni di fatto” può essere un dato reale di laicità. Tanto più se ha adottato la novità spinto dalla sua compagna. Ma è un revirement che resta inspiegato, come il voto e la cittadinanza subito agli immigrati, e altre sue uscite recenti – dopo la legge Bossi-Fini che tortura i lavoratori immigrati e le famiglie. Fini non è capace di pensare in proprio?
Saviano fa un panegirico di Falcone nella trasmissione di Fazio “Vieni via con me”, denunciando il linciaggio deliberato di cui il giudice fu vittima. Che la Rai, e Fazio, facciano ammenda (il linciaggio più costante fu perpetrato all’epoca da Santoro) è da apprezzare, benché dopo diciott’anni. Ma Saviano evita di dire chi isolò il giudice con la calunnia e lo additò ai suo assassini. Ascoltandolo, sembra anzi che sia stato Berlusconi.
I lettori di questo sito ricorderanno chi è stato: http://www.antiit.com/2010/05/la-vera-storia-di-giovanni-falcone.html
Lo stesso Saviano ridicolizza nella stessa nobile trasmissione progressista e di sinistra i suoi concittadini del casertano, insinuando che non sanno cosa sono i cotton fioc e i boxer, anzi nemmeno gli zainetti e le biciclette. Che, quando pensano, dicono roba da gay. Ma allora sanno cosa sono i gay? Saviano, ancora uno sforzo!
Futuro e Libertà debutta a Perugia con Patrizia D’Addario, invitata d’onore. Poi la caccia a furor di popolo. È proprio un casino.
Foto Ansa da Perugia con questa didascalia: “Andrea Ronchi annuncia, commosso, di rimettere a Fini il mandato di ministro”. Ronchi era dunque ministro. “Mandato” da Fini. Cos’è, la Spectre?
Matteo Renzi dice solo l’ovvio quando chiede che il Pd si liberi di D’Alema, Vetroni & Co.. Ma poi s’immortala come Fonzie. In dietro non più di dieci o vent’anni, ma di quaranta? La cultura è sempre quella, conservatrice. Magari più democristiana (ex) che comunista (ex), ecco.
Per esempio Fazio, che ridicolizzando Berlusconi arricchisce Endemol, che è di Berlusconi.
Fazio e Saviano hanno invitato i nemici di Berlusconi cole "lettori". L'ipocrisia è passata a sinistra? O sono i due destre cammuffate? I melensi Fazio e Saviano commandos dietro le linee nemiche non è male.
Pensare che la Commissione parlamentare Rai è presieduta da Zavoli, che per una vita è stato un onest'uomo: il Raiume è così corrosivo?
Che pena Bersani e Fini che fanno da tappezzeria a Fazio, le statuine mute. Avessero le tette le diremmo delle veline, ma non hanno nemmeno quelle. Che altro deve fare la politica per umiliarsi, sia pure a un record di audience?
Tre mesi di moratoria in Israele nella costruzione di nuove colonie – si costruiscono colonie in Israele. In cambio di venti aerei da caccia americani F-35. È l’accordo tra Obama e Netanyhau, e non è una barzelletta.
La Ferrari quest’anno l’ha fatta propria grossa. Dopo la McLaren e Hamilton, doveva far vincere un pilota tedesco, la Formula Uno è cosmopolita. Ma non salta mai nessuno in Ferrari, né Montezemolo né Domenicali: sono tutti dentro l’affare?
Non si è sospeso dall’Idv dopo essere stato rinviato a giudizio, benché lo statuto del partito glielo imponga, e oppone a Mastella, che gli chiede i danni per diffamazione, il vituperato Lodo Alfano, che protegge i parlamentari, anche europei. Il giudice De Magistris la giustizia se la fa da sé, essendo napoletano, e “magistrato figlio di magistrati, nipote di magistrati”. Anche i vecchi re, non si potevano giudicare.
La Cassazione sancisce che 22 kg, di hashish sono modica quantità. Ventidue kg. in 144 panetti, dai quali sono ricavabili 6.500 dosi di stupefacente. Quindi è un mercato, questo, che si può fare: portare dalla Calabria a Roma 22 kg. di hashish, 144 panetti, e venderli. Si viene condannati per questo a 6 anni, condonabili, senza le aggravanti.
La Cassazione in realtà non sancisce ma ribadisce. Quanto aveva già deciso nel 2000, stabilendo che la pena aggravata prevista dal secondo comma dell’art. 80 si applica per quantità di stupefacenti detenute superiori ai 50 chili per le droghe leggere (marijuana, hashish), e ai due chili per la cocaina e l’eroina. Quanto sniffano i giudici in Cassazione?
“Credo proprio che pure il mio cellulare fosse sotto controllo”, dice Feltri a Cazzullo sul “Corriere della sera”. Aggiungendo: “Ma non hanno trovato un a sola telefonata tra me e Berlusconi, altrimenti sarebbero spuntate fuori”. Lo dice senza scandalo,, né dell’intervistatore né del giornale. Feltri è intercettato perché? Non è un mafioso, non è un dinamitardo, è un giornalista. Si può liberamente intercettare un giornalista. O la cosa riguarda solo Feltri, che ci è antipatico?
L’unica censura a un giornalista nella storia della Repubblica la commina l’Ordine dei giornalisti. Senza vergogna, anzi d’impeto. Non squadrista, certo, poiché l’Ordine è di sinistra. Ma è sempre per la stessa storia, che Feltri ci è antipatico? Poi dice che non c’è il fascismo.
Zitto zitto, piano piano, benché sia una prima assoluta e anzi clamorosa, il partito Democratico passa all’attacco della Procura di Milano. Il suo responsabile Giustizia, Cavallaro, ha chiesto al ministero di mandare gli ispettori a Edmondo Bruti Liberati, il capo della Procura. Che è un sincero democratico, anzi democrat come si vuol dire, ma evidentemente non obbedisce abbastanza.
Nel crollo di Berlusconi “Repubblica” coinvolge da alcuni giorni anche Mediaset. Si arrampica perciò su titoli a sensazione, suffragati da parole isolate, indecise, polivalenti, di randagi analisti.
Non c’è più il reato di aggiotaggio? Forse i giudici non leggono “Repubblica”?
Va giù Piazza Affari mercoledì per una serie di trimestrali inferiori alle attese, e per i prodromi della prossima crisi valutaria, con la specualzione nuovamente all'attacco contro l'euro. Con perdite del 5-6 per cento per le maggiori banche, e anche per Mediaset. Ma “Repubblica” fa una pagina solo su Mediaset: “Titolo a picco per share in calo e pay-tv”. Il titolo sovrasta un testo dove si dice che l’azienda di Berlusconi chiuderà l’anno “con un utile vicino ai 440 milioni (un bel balzo dai 272 dell’anno precedente) e con un dividendo vicino ai 34-35 centesimi. Cifra che garantisce un rendimento del 7 per cento circa”. Che sarebbe un record. Informazione? Malocchio?
Il servizio tace il rialzo del 3 per cento dello stesso titolo martedì sera, a ridosso dell’annuncio della trimestrale. Nonché delle oscillazioni di tutti i titoli in questa Borsa (Mediaset quest’anno è arrivata a 6,50 ed è scesa a 4,40 – ora naviga sui 4,80, dopo il “crollo” a 5)
L’università è vittima, come tutti sanno, degli universitari: gli accademici l’hanno distrutta, e continuano implacabili Ora che il governo ha trovato un miliardo si lamentano. “Un po’ d’ossigeno, tanti dubbi”, fanno dire al “Messaggero”, la voce degli statali. Poi si lamenta che c’è chi vuole l’abolizione dell’università di Stato.
“Martedì nero di Berlusconi all’Aquila”, titola a tutta pagina “il Messaggero”, e illustra la catastrofe con una foto dei soliti ragazzetti che marinano le scuole, pochi, che inalberano un (piccolo) cartello: “Voi donne e festoni, noi fango e alluvioni”. Alluvioni all’Aquila? Poi si dice che l’opposizione non morde – in questo caso l’opposizione di Casini.
Fini che difende a Perugia i “matrimoni di fatto” può essere un dato reale di laicità. Tanto più se ha adottato la novità spinto dalla sua compagna. Ma è un revirement che resta inspiegato, come il voto e la cittadinanza subito agli immigrati, e altre sue uscite recenti – dopo la legge Bossi-Fini che tortura i lavoratori immigrati e le famiglie. Fini non è capace di pensare in proprio?
Saviano fa un panegirico di Falcone nella trasmissione di Fazio “Vieni via con me”, denunciando il linciaggio deliberato di cui il giudice fu vittima. Che la Rai, e Fazio, facciano ammenda (il linciaggio più costante fu perpetrato all’epoca da Santoro) è da apprezzare, benché dopo diciott’anni. Ma Saviano evita di dire chi isolò il giudice con la calunnia e lo additò ai suo assassini. Ascoltandolo, sembra anzi che sia stato Berlusconi.
I lettori di questo sito ricorderanno chi è stato: http://www.antiit.com/2010/05/la-vera-storia-di-giovanni-falcone.html
Lo stesso Saviano ridicolizza nella stessa nobile trasmissione progressista e di sinistra i suoi concittadini del casertano, insinuando che non sanno cosa sono i cotton fioc e i boxer, anzi nemmeno gli zainetti e le biciclette. Che, quando pensano, dicono roba da gay. Ma allora sanno cosa sono i gay? Saviano, ancora uno sforzo!
Futuro e Libertà debutta a Perugia con Patrizia D’Addario, invitata d’onore. Poi la caccia a furor di popolo. È proprio un casino.
Foto Ansa da Perugia con questa didascalia: “Andrea Ronchi annuncia, commosso, di rimettere a Fini il mandato di ministro”. Ronchi era dunque ministro. “Mandato” da Fini. Cos’è, la Spectre?
Matteo Renzi dice solo l’ovvio quando chiede che il Pd si liberi di D’Alema, Vetroni & Co.. Ma poi s’immortala come Fonzie. In dietro non più di dieci o vent’anni, ma di quaranta? La cultura è sempre quella, conservatrice. Magari più democristiana (ex) che comunista (ex), ecco.
Giornalisti, mafiosi esterni – 2
La cosa si potrebbe intitolare anche “Il Grande Fratello come riflesso condizionato”. La cosa - la disinformazione concorde, dunque orientata, pilotata - si può mettere sotto rubriche diverse, ma sempre è il tradimento del giornalismo, afflitto come non mai da servilismo, anche se lo camuffa come linea (ma la “linea” non era fascista?) e diritto alla libertà d’informazione. Inquietante è non solo il building di Ciancimino jr., un piccolo mafioso che sta dietro al patrimonio, quale testimone e censore della mafia politica – il terzo livello di cui tutti sono parte, eccetto noi. Più inquietante è che Giovanni Conso, ministro della giustizia di Giuliano Amato nel 1992 e di Carlo Azeglio Ciampi, peraltro integerrimo, è stato e viene detto ministro di Giuliano Amato. Per il riflesso non tanto sottile, evidentemente immortale, antisocialista. Anche se la decisione di sospendere il 41 bis la prese in un momento inoltrato del governo Ciampi (14 febbraio 1993-11 maggio 1994), cioè a metà governo. Perché si dice Berlusconi, ma il nemico dei tanti, dei molti, almeno di quelli che compilano e ispirano i dossier, giudici e altri informatori, è sempre contro ogni riforma: ogni aggiornamento, ogni modernizzazione, ogni atto di giustizia. E il nemico per eccellenza, in questo misoneismo pieno d privilegi, è chi promosse il referendum più schiacciante della storia, quello contro il pressapochismo e la fannullaggine dei magistrati.
Nella stessa linea è la responsabilità della sospensione del 41 bis fatta risalire al prefetto Niccolò Amato. Anch’egli (Amato Amato…) direttore delle carceri col governo di Giuliano Amato, e craxiano, se non socialista, dichiarato, che però non le dirigeva più da alcuni mesi col governo Ciampi. Nulla di scandaloso, ma questi “errori” fanno emergere un riflesso condizionato sotto la politica informativa dei grandi giornali, il riflesso antisocialista. Il Grande Suggeritore è quindi un ex Pci? Un missino? Da questo punto di vista sono la stessissima cosa. Il Grande Suggeritore che nella realtà sarà una selva di non piccoli suggeritori, i commissari di ogni redazione, e di un riflesso ormai condizionato: se vuoi scrivere in prima pagina la strada è solo questa.
Nella stessa linea è la responsabilità della sospensione del 41 bis fatta risalire al prefetto Niccolò Amato. Anch’egli (Amato Amato…) direttore delle carceri col governo di Giuliano Amato, e craxiano, se non socialista, dichiarato, che però non le dirigeva più da alcuni mesi col governo Ciampi. Nulla di scandaloso, ma questi “errori” fanno emergere un riflesso condizionato sotto la politica informativa dei grandi giornali, il riflesso antisocialista. Il Grande Suggeritore è quindi un ex Pci? Un missino? Da questo punto di vista sono la stessissima cosa. Il Grande Suggeritore che nella realtà sarà una selva di non piccoli suggeritori, i commissari di ogni redazione, e di un riflesso ormai condizionato: se vuoi scrivere in prima pagina la strada è solo questa.
Magneti Marelli, Ferrari e il vizietto di “fare il bilancio”
Torna la Fiat che “fa il bilancio”? Marchionne ha smentito, e per ora è lui al comando. L’Alfa Romeo non si vende, la Ferrari neppure, neppure in parte, e la Magneti Marelli neppure. Quest’ultima è un gioiello, cui la Fiat deve quasi tutto ciò per cui è ancora sul mercato, ed ha appena inaugurato un grande impianto in Russia. Mentre della Ferrari la Fiat ha appena rilevato un 5 per cento, che la porta al 90 per cento.
Dunque, non si vende, Marchionne avrà la meglio. Oppure si vende ma non ora, le voci non sono infondate. E trovano radici in una pratica trentennale, seppure abbandonata negli anni di Marchionne: quella di fare il bilancio abbellendo le poste (window dressing) e quando necessario vendendo qualche pezzo che consenta una plusvalenza. “Quando necessario” vuol dire praticamente sempre negli anni dell’Avvocato e di Cesare Romiti: ogni anno vendevano qualcosa, e con le plusvalenze pagano il dividendo alla famiglia, mentre l’automobile andava alla deriva, fra motori spompati e carrozzerie coi buchi.
Marchionne ha infine capito che la Fiat può resistere solo se il prodotto resiste, e un paio di nuovi modelli è riuscito a vararli. Ma è pur sempre un uomo di finanza. I famosi otto miliardi, o dieci, o quanti sono, d’investimenti sempre li annuncia e mai li avvia. Mentre ha comprato la Chrysler, una scommessa puramente finanziaria. E ha scorporato fiat Auto, altra operazione puramente finanziaria: oggi, certo, la Fiat Auto e il resto del gruppo valgono ognuno un po’ di più divisi che sommati insieme. Ma resta sempre il dubbio: per fare che? Forte di questo dubbio, e dei precedenti, il mercato correttamente scommette in un bilancio "fatto" in tre mosse: subito la quotazione di Ferrari, per salvare il bilancio 2011, l'anno dopo Magneti Marelli, e l'anno successivo l'Alfa Romeo - che è l'unica delle aziende del gruppo a miglorare le performances (è l'unica ad avere un modello nuovo...). Oppure prima la fusione con Chrysler e dopo la vendita dell'Alfa.
Dunque, non si vende, Marchionne avrà la meglio. Oppure si vende ma non ora, le voci non sono infondate. E trovano radici in una pratica trentennale, seppure abbandonata negli anni di Marchionne: quella di fare il bilancio abbellendo le poste (window dressing) e quando necessario vendendo qualche pezzo che consenta una plusvalenza. “Quando necessario” vuol dire praticamente sempre negli anni dell’Avvocato e di Cesare Romiti: ogni anno vendevano qualcosa, e con le plusvalenze pagano il dividendo alla famiglia, mentre l’automobile andava alla deriva, fra motori spompati e carrozzerie coi buchi.
Marchionne ha infine capito che la Fiat può resistere solo se il prodotto resiste, e un paio di nuovi modelli è riuscito a vararli. Ma è pur sempre un uomo di finanza. I famosi otto miliardi, o dieci, o quanti sono, d’investimenti sempre li annuncia e mai li avvia. Mentre ha comprato la Chrysler, una scommessa puramente finanziaria. E ha scorporato fiat Auto, altra operazione puramente finanziaria: oggi, certo, la Fiat Auto e il resto del gruppo valgono ognuno un po’ di più divisi che sommati insieme. Ma resta sempre il dubbio: per fare che? Forte di questo dubbio, e dei precedenti, il mercato correttamente scommette in un bilancio "fatto" in tre mosse: subito la quotazione di Ferrari, per salvare il bilancio 2011, l'anno dopo Magneti Marelli, e l'anno successivo l'Alfa Romeo - che è l'unica delle aziende del gruppo a miglorare le performances (è l'unica ad avere un modello nuovo...). Oppure prima la fusione con Chrysler e dopo la vendita dell'Alfa.
lunedì 15 novembre 2010
Se l’opinione pubblica si ribella, con Berlusconi
In teoria Berlusconi si è votato al suicidio. Ha tanto rotto le scatole, a Fazio, a Santoro, a Saviano, a tutti i virtuosi della Repubblica, alla Rai e fuori della Rai, che andare al voto equivale a suicidarsi. E allora perché insiste, non fa prima a buttarsi da un ponte? Perché è un megalomane? Sì. Perché alle elezioni si diverte? Sì. È il solo divertimento che gli si conosce in vent’anni, al governo è sommerso da gente non simpatica, Bossi, Fini, Casini, Follini, il professor Buttiglione, Draghi, Almunia, se c’è ancora lui. E poi ha vinto tutte le votazioni, comprese quelle che ha perso, nel 1996 e nel 2006. A meno che non sappia che, con questa periodizzazione decennale, la prossima sconfitta gli toccherà nel 2016 e quindi accelera con le votazioni – finora ne ha vinte tre in due anni.
C’è anche da considerare questa possibilità: che voglia sbugiardare la democrazia. Berlusconi essendo Berlusconi non possiamo non addebitargli le peggiori intenzioni, e dunque quella di dimostrare che il voto, la democrazia, non sono niente, meglio le oligarchie. Ma c’è oligarchia peggiore di quella che già governa l’Italia, tra i rifiuti del vecchio regime, le terze e quarte file, e i profittatori del nuovo, giudici, scienziati politici, e giornalisti, o meglio i padroni dei giornali? Si può metterla allora così: più di Berlusconi sono screditati i giudici e i giornalisti. Che infatti Berlusconi non perde occasione di svillaneggiare: appena gli danno un microfono li attacca. È una soluzione soddisfacente dell’enigma: Berlusconi è il rifiuto dell’opinione pubblica.
Che non è semplificatorio. Se ne può scherzare. Il popolo di destra si sente al suo solito circondato e aggredito, è lo stato d’animo del piccolo borghese, il compito di Silvio è di rincuorarlo. È il segreto vecchio delle passate elezioni, e il tradimento di Fini lo ripropone rafforzato. Il popolo di destra come al solito è smarrito. Si sente, si vede, accerchiato dalle televisioni e dai giornali: molti vedono Fazio, Ballarò, Santoro, Lerner, e le ufficialesse di complemento Annunziata, Dandini, Berlinguer, o ne leggono meraviglie nei giornali, mentre il loro Vespa è confinato alle undici di notte e più spesso a mezzanotte, ore per gli operosi berlusconiani infrequentabili. E insomma, è sempre la vecchia partita tra Berlusconi e la Rai…
Ma per i non berlusconiani c’è di più. Berlusconi è il rifiuto dell’opinione pubblica da parte dell’opinione pubblica. È un’appropriazione, si può anche pretenderlo, dell’opinione pubblica, contro il tradimento dei suoi interpreti o artefici. È comunque una sconfessione, e una rivolta. Contro un’opinione pubblica propriamente detta, ufficiale, che è incapace da vent’anni di capire perché non morde, non incide. In realtà non è che non capisca, è che non se lo chiede.
C’è anche da considerare questa possibilità: che voglia sbugiardare la democrazia. Berlusconi essendo Berlusconi non possiamo non addebitargli le peggiori intenzioni, e dunque quella di dimostrare che il voto, la democrazia, non sono niente, meglio le oligarchie. Ma c’è oligarchia peggiore di quella che già governa l’Italia, tra i rifiuti del vecchio regime, le terze e quarte file, e i profittatori del nuovo, giudici, scienziati politici, e giornalisti, o meglio i padroni dei giornali? Si può metterla allora così: più di Berlusconi sono screditati i giudici e i giornalisti. Che infatti Berlusconi non perde occasione di svillaneggiare: appena gli danno un microfono li attacca. È una soluzione soddisfacente dell’enigma: Berlusconi è il rifiuto dell’opinione pubblica.
Che non è semplificatorio. Se ne può scherzare. Il popolo di destra si sente al suo solito circondato e aggredito, è lo stato d’animo del piccolo borghese, il compito di Silvio è di rincuorarlo. È il segreto vecchio delle passate elezioni, e il tradimento di Fini lo ripropone rafforzato. Il popolo di destra come al solito è smarrito. Si sente, si vede, accerchiato dalle televisioni e dai giornali: molti vedono Fazio, Ballarò, Santoro, Lerner, e le ufficialesse di complemento Annunziata, Dandini, Berlinguer, o ne leggono meraviglie nei giornali, mentre il loro Vespa è confinato alle undici di notte e più spesso a mezzanotte, ore per gli operosi berlusconiani infrequentabili. E insomma, è sempre la vecchia partita tra Berlusconi e la Rai…
Ma per i non berlusconiani c’è di più. Berlusconi è il rifiuto dell’opinione pubblica da parte dell’opinione pubblica. È un’appropriazione, si può anche pretenderlo, dell’opinione pubblica, contro il tradimento dei suoi interpreti o artefici. È comunque una sconfessione, e una rivolta. Contro un’opinione pubblica propriamente detta, ufficiale, che è incapace da vent’anni di capire perché non morde, non incide. In realtà non è che non capisca, è che non se lo chiede.
Finiani no: perplessi casiniani e rutelliani
Rubare, anzi riprendersi, i voti di Berlusconi sì, ma sotto Fini no. Più di un distinguo e di un mugugno ha immediatamente seguito il progetto di Grande Centro varato l’altro ieri da Casini, Fini, Rutelli e Raffaele Lombardo. Non tanto fra i rutelliani, che nessuno ancora sa chi siano, quanto tra i casiniani. Per due motivi: aborrono Fini più di Berlusconi, e ritengono che gli elettori non li seguiranno al carro del partito Democratico. Le perplessità più forti sono state subito espresse a Roma e nel Lazio, ovunque in Campania, dove Clemente Mastella pensa di rilanciarsi al fianco di Berlusconi, in Calabria e, sempre più, in Sicilia (qui la disaffezione da Lombardo, malgrado il suo formidabile clientelismo, data già da oltre un anno).
Gli sviluppi di queste riserve sono imprevedibili. Anche perché Berlusconi non costituisce più, o in questo momento politico di debolezza, un magnete alternativo. L’esito dipenderà dalla legge elettorale che governerà le prossime elezioni. Se si torna al “mattarellum”, con le desistenze bilanciate tra le varie liste della coalizione, la compattazione del nuovo Centro sarà ardua. C’è la difficoltà scontata di uno schieramento terzo in un regime elettorale bipolare: i partiti maggiori offrono più certezze ai candidati. Ma il bilanciamento delle candidature tra gruppi diversi di uno schieramento potrebbe essere letale per la nuova formazione.
Gli sviluppi di queste riserve sono imprevedibili. Anche perché Berlusconi non costituisce più, o in questo momento politico di debolezza, un magnete alternativo. L’esito dipenderà dalla legge elettorale che governerà le prossime elezioni. Se si torna al “mattarellum”, con le desistenze bilanciate tra le varie liste della coalizione, la compattazione del nuovo Centro sarà ardua. C’è la difficoltà scontata di uno schieramento terzo in un regime elettorale bipolare: i partiti maggiori offrono più certezze ai candidati. Ma il bilanciamento delle candidature tra gruppi diversi di uno schieramento potrebbe essere letale per la nuova formazione.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (73)
Giuseppe Leuzzi
Muore a Castellace Salvatore Rugolo, detto Ninì. La partecipazione di lutto elenca, tra moglie, generi, nuore e cognati, tutte le famiglie che contano nel paese: Mammoliti, Romeo, Violi, Luppino, Alvaro, oltre ai fratelli. Poi dice che la mafia si nasconde, e che c’è l’omertà.
Vincenzo Prestigiacomo fa la storia dei rapimenti di persona nella Palermo della belle époque, la Palermo dei Florio e degli Ingham-Whitaker nell’ultimo decennio dell’Ottocento (“Vita mondana e Mano Nera nella Palermo della Belle Époque”, Nuova Ipsa Editore). A undici anni Audrey Whitaker viene rapita mentre fa una passeggiata a cavallo, alla vigilia di una grande festa che la famiglia prepara per un barone Rothschild in visita. Una richiesta si riscatto sgrammaticata viene recapitata al padre Joss. Che in tutta solitudine, senza dire nulla a nessuno, paga e libera la figlia. La polizia ne viene a sapere qualcosa dalla banca, ma la famiglia Whitaker nega tutto. Omertà, direbbe la sociologia dei carabinieri. E invece è solo autoprotezione.
Tano Gullo, presentando il libro di Prestigiacomo nell’edizione palermitana di “Repubblica”, fa delle estorsioni, rapimenti di persona compresi, una sorta di partita tra ricchi e poveri. C’è sempre l’equivoco della mafia giustiziera, l’invidia sociale fa premio anche tra gli abbienti.
I poveri delle estorsioni sono guidati da “don” Vito Cascio Ferro, un delinquente incredibile, tanto era protetto.
Pietro Ciucci, il presidente dell’Anas, e con lui il ministro Matteoli, dicono che i lavori sulla Salerno-Reggio Calabria possono essere completati nel 2013. Mentre sanno che su due tratte di alti viadotti e lunghe gallerie, i quaranta km da Padula a Lauria e i venti da Palmi a Scilla, si lavora a ritmo ridotto. E che un centinaio di km ancora vanno appaltati, di cui una trentina di viadotti e gallerie tra Lauria e Frascineto.
Ciucci dice anche che i lavori non vanno avanti per gli attentati, oltre duecento. Non erano trecento? E sono tutti nell’ultimo anno, o nei tredici anni di lenta lavorazione della strada? Sono nei tredici anni. E sono stati devastanti o di poco conto? Di poco conto. I carabinieri hanno arrestato gli autori, noti?
Ci sono in Calabria quattromila posti barca, secondo l’Unione nazionale armatori da diporto. E ci sono dodicimila barche che non trovano ormeggio nei porti turistici attrezzati. La barca è un bene, per come è inteso in Italia, da milionari. Ma non ci sono sedicimila milionari in Calabria. Non che si vedano.
In Campania i posti barca disponibili sono undicimila. A fronte di una domanda che è 5,3 volte questa disponibilità.
“Pizzo, 50 assenti su 95” al Comune, titola la “Gazzetta del Sud”, sette dei quali i carabinieri hanno arrestato per assenze reiterate. Pizzo, comune di novemila abitanti, ha 95 dipendenti comunali.
Antimafia
Saviano fa un panegirico di Falcone nella trasmissione di Fazio “Vieni via con me”, denunciando il linciaggio deliberato di cui il giudice fu vittima. Che la Rai, e Fazio, facciano ammenda (il linciaggio più costante fu perpetrato all’epoca da Santoro) è da apprezzare, benché dopo diciott’anni. Ma Saviano evita di dire chi isolò il giudice con la calunnia e lo additò ai suo assassini. Ascoltandolo, sembra sia stato Berlusconi, che all’epoca non c’era.
I lettori di questo sito ricorderanno chi è stato: http://www.antiit.com/2010/05/la-vera-storia-di-giovanni-falcone.html
Lo stesso Saviano ridicolizza nella stessa nobile trasmissione progressista i suoi concittadini del casertano, insinuando che non sanno cosa sono i cotton fioc e i boxer, anzi nemmeno gli zainetti e le biciclette. Che, quando pensano, si dicono roba da gay. Ma allora sanno cosa sono i gay? Saviano, ancora uno sforzo!
Nicola Mancino, ministro dell’Interno al tempo del “papello” dei Ciancimino, spiega in Tribunale a Palermo lunedì 8 novembre che non c’è mai stat nessuna trattativa fra lo Stato e la mafia, e che nessuno gliene ha mai accennato. Parla non da democristiano ma in termini convinti e convincenti. Ma su “Corriere della sera”, “Repubblica”. “Stampa” e “Messaggero” non c’è spazio per lui, nemmeno una breve. Ciancimino jr. è, con Spatuzza, migliore, più interessante, più affidabile dell’ex ministro, poiché coinvolge, con Spatuzza, Berlusconi: sono insieme un duo molto più efficace, affidabile, eccetera, delle due o tre puttane di Berlusconi. Ma l’antimafia?
Va su tutti i giornali invece il giovane Ciancimino, denunciante non pentito, il quale garantisce che quarant’anni fa suo padre incontrò Berlusconi per investire su Milano 2. Quando suo padre non era ancora mafioso riconosciuto e Berlusconi era un immobiliarista. Non è informazione: è tecnicamente image building, la costruzione voluta, guidata, segreta, di Ciancimino jr. A fini di giustizia certamente no. Forse contro Berlusconi. Ma l’antimafia?
È possibile che Ciancimino padre abbia parlato quarant’anni fa anche con Carlo De Benedetti. Anzi, è più che probabile: i due, Berlusconi e De Benedetti, facevano affari nei primi anni Settanta, su e giù per l’Italia, con l’acquisto e la vendita di aree e immobili, è così che hanno fatto i soldi. Ma Ciancimino jr. non lo ricorda, l’antimafia è selettiva.
Calabria
Nove dei dieci nomi più diffusi nelle Pagine Bianche di Reggio Calabria e la sua provincia sono, secondo l’annuario telefonico del 2009, greci - il decimo è l'arabo Morabito:
Romeo 1.676
Morabito 913
Tripodi 766
Foti 600
Laganà 567
Marino 496
Surace 491
Calabrò 460
Macrì 449
Crea 430
Seguono con centinaia di entrate, a un’occhiata all’annuario: Siclari, Scopelliti, Polimeni (Polimeno), Tripodi, Surace (Suraci, Sorace), Spanò, Pellicanò, Vadalà, Zappia, Tripepi, Sìdari, Saccà, Meduri, Sorgonà…
Dopo Morabito vengono tanti Saraceno.
Il mare può unire e non dividere. È sicuramente il caso dello Ionio, dalle antiche migrazioni verso quella che sarà la Magna Grecia, il Salento e la Calabria, agli sbarchi dei disperati di oggi. Distintamente ionica è peraltro, oltre che una lettura (una “lingua”) dell’antico greco, la forma mentis tra le due rive del mare. La curiosità mite, nello sguardo chiaro, sotto la parlata brusca. E l’uso della strada. Dal ragazzo che andando in moto si gira per osservarvi meglio, ai due che si appaiano in moto per poter parlare mentre vanno. E soprattutto alla macchina ferma in mezzo alla strada perché il conducente ha urgenza di parlare con qualcuno che sta sul ciglio. Ma nello Ionio greco il sorpasso è facilitato: da Igumenitsa a Patrasso e a capo Matapan non c’è conducente che non si metta sul ciglio esterno della strada per facilitare il sorpasso. Mentre in Calabria il sorpasso è una sfida: il conducente del mezzo più lento si metterà in mezzo alla strada, se suonate o lampeggiate rallenterà ancora di più per farvi dispetto, e se lo appaiate all’improvviso accelererà per farvi desistere.
Nella “Dorotea” di Lope de Vega è “la patria del hombre màs infame”, cioè di Giuda. Non si dice perché, ma la fama era stata già definita nel 1635.
Nei “Saggi sulla letteratura italiana del Seicento”, Benedetto Croce rileva che in quegli anni il calabrese era diventato “il bersaglio di una satira mordace”.
Casanova, che fu ragazzo a scuola dal vescovo di Martirano, ora in provincia di Vibo Valentia, nelle memorie ne parla male: non domandate a chi incontrate il paese dove è nato, dice, “giacché, se questi è normanno o calabrese, deve, se ve lo dice, chiedervi scusa”. La Calabria essendo stata per un paio di secoli anche normanna è doppiamente colpevole?
Nel libro “Cuore” c’è “Il ragazzo calabrese”. È il quarto episodio del libro, e poi De Amicis se lo dimentica. Gli serve per cementare l’unità d’Italia, il ragazzo calabrese abbracciato dai suoi compagni in un scuola piemontese.
“La donna è il personaggio più importante e più autentico della Calabria. È anche il lusso di una natura scabra, immiserita dagli uomini”. Lo scrive Corrado Alvaro nell'"Ultimo diario", sessanta, settant'anni fa. In base all'esperienza di trenta, quarant'anni prima. Ma il pregiudizio è sempre prevalente
I carabinieri di Roma trovano a Gioia Tauro un container brasiliano con dieci quintali di cocaina. Il riflesso condizionato vuole il porto di Gioia il porto dei mafiosi. Ma la verità è che a Gioia la coca e le armi illegali si scoprono, sia pure grazie a dritte britanniche, a Rotterdam e Porto Said, altri porti di trasbordo per l’Europa, no.
leuzzi@antiit.eu
Muore a Castellace Salvatore Rugolo, detto Ninì. La partecipazione di lutto elenca, tra moglie, generi, nuore e cognati, tutte le famiglie che contano nel paese: Mammoliti, Romeo, Violi, Luppino, Alvaro, oltre ai fratelli. Poi dice che la mafia si nasconde, e che c’è l’omertà.
Vincenzo Prestigiacomo fa la storia dei rapimenti di persona nella Palermo della belle époque, la Palermo dei Florio e degli Ingham-Whitaker nell’ultimo decennio dell’Ottocento (“Vita mondana e Mano Nera nella Palermo della Belle Époque”, Nuova Ipsa Editore). A undici anni Audrey Whitaker viene rapita mentre fa una passeggiata a cavallo, alla vigilia di una grande festa che la famiglia prepara per un barone Rothschild in visita. Una richiesta si riscatto sgrammaticata viene recapitata al padre Joss. Che in tutta solitudine, senza dire nulla a nessuno, paga e libera la figlia. La polizia ne viene a sapere qualcosa dalla banca, ma la famiglia Whitaker nega tutto. Omertà, direbbe la sociologia dei carabinieri. E invece è solo autoprotezione.
Tano Gullo, presentando il libro di Prestigiacomo nell’edizione palermitana di “Repubblica”, fa delle estorsioni, rapimenti di persona compresi, una sorta di partita tra ricchi e poveri. C’è sempre l’equivoco della mafia giustiziera, l’invidia sociale fa premio anche tra gli abbienti.
I poveri delle estorsioni sono guidati da “don” Vito Cascio Ferro, un delinquente incredibile, tanto era protetto.
Pietro Ciucci, il presidente dell’Anas, e con lui il ministro Matteoli, dicono che i lavori sulla Salerno-Reggio Calabria possono essere completati nel 2013. Mentre sanno che su due tratte di alti viadotti e lunghe gallerie, i quaranta km da Padula a Lauria e i venti da Palmi a Scilla, si lavora a ritmo ridotto. E che un centinaio di km ancora vanno appaltati, di cui una trentina di viadotti e gallerie tra Lauria e Frascineto.
Ciucci dice anche che i lavori non vanno avanti per gli attentati, oltre duecento. Non erano trecento? E sono tutti nell’ultimo anno, o nei tredici anni di lenta lavorazione della strada? Sono nei tredici anni. E sono stati devastanti o di poco conto? Di poco conto. I carabinieri hanno arrestato gli autori, noti?
Ci sono in Calabria quattromila posti barca, secondo l’Unione nazionale armatori da diporto. E ci sono dodicimila barche che non trovano ormeggio nei porti turistici attrezzati. La barca è un bene, per come è inteso in Italia, da milionari. Ma non ci sono sedicimila milionari in Calabria. Non che si vedano.
In Campania i posti barca disponibili sono undicimila. A fronte di una domanda che è 5,3 volte questa disponibilità.
“Pizzo, 50 assenti su 95” al Comune, titola la “Gazzetta del Sud”, sette dei quali i carabinieri hanno arrestato per assenze reiterate. Pizzo, comune di novemila abitanti, ha 95 dipendenti comunali.
Antimafia
Saviano fa un panegirico di Falcone nella trasmissione di Fazio “Vieni via con me”, denunciando il linciaggio deliberato di cui il giudice fu vittima. Che la Rai, e Fazio, facciano ammenda (il linciaggio più costante fu perpetrato all’epoca da Santoro) è da apprezzare, benché dopo diciott’anni. Ma Saviano evita di dire chi isolò il giudice con la calunnia e lo additò ai suo assassini. Ascoltandolo, sembra sia stato Berlusconi, che all’epoca non c’era.
I lettori di questo sito ricorderanno chi è stato: http://www.antiit.com/2010/05/la-vera-storia-di-giovanni-falcone.html
Lo stesso Saviano ridicolizza nella stessa nobile trasmissione progressista i suoi concittadini del casertano, insinuando che non sanno cosa sono i cotton fioc e i boxer, anzi nemmeno gli zainetti e le biciclette. Che, quando pensano, si dicono roba da gay. Ma allora sanno cosa sono i gay? Saviano, ancora uno sforzo!
Nicola Mancino, ministro dell’Interno al tempo del “papello” dei Ciancimino, spiega in Tribunale a Palermo lunedì 8 novembre che non c’è mai stat nessuna trattativa fra lo Stato e la mafia, e che nessuno gliene ha mai accennato. Parla non da democristiano ma in termini convinti e convincenti. Ma su “Corriere della sera”, “Repubblica”. “Stampa” e “Messaggero” non c’è spazio per lui, nemmeno una breve. Ciancimino jr. è, con Spatuzza, migliore, più interessante, più affidabile dell’ex ministro, poiché coinvolge, con Spatuzza, Berlusconi: sono insieme un duo molto più efficace, affidabile, eccetera, delle due o tre puttane di Berlusconi. Ma l’antimafia?
Va su tutti i giornali invece il giovane Ciancimino, denunciante non pentito, il quale garantisce che quarant’anni fa suo padre incontrò Berlusconi per investire su Milano 2. Quando suo padre non era ancora mafioso riconosciuto e Berlusconi era un immobiliarista. Non è informazione: è tecnicamente image building, la costruzione voluta, guidata, segreta, di Ciancimino jr. A fini di giustizia certamente no. Forse contro Berlusconi. Ma l’antimafia?
È possibile che Ciancimino padre abbia parlato quarant’anni fa anche con Carlo De Benedetti. Anzi, è più che probabile: i due, Berlusconi e De Benedetti, facevano affari nei primi anni Settanta, su e giù per l’Italia, con l’acquisto e la vendita di aree e immobili, è così che hanno fatto i soldi. Ma Ciancimino jr. non lo ricorda, l’antimafia è selettiva.
Calabria
Nove dei dieci nomi più diffusi nelle Pagine Bianche di Reggio Calabria e la sua provincia sono, secondo l’annuario telefonico del 2009, greci - il decimo è l'arabo Morabito:
Romeo 1.676
Morabito 913
Tripodi 766
Foti 600
Laganà 567
Marino 496
Surace 491
Calabrò 460
Macrì 449
Crea 430
Seguono con centinaia di entrate, a un’occhiata all’annuario: Siclari, Scopelliti, Polimeni (Polimeno), Tripodi, Surace (Suraci, Sorace), Spanò, Pellicanò, Vadalà, Zappia, Tripepi, Sìdari, Saccà, Meduri, Sorgonà…
Dopo Morabito vengono tanti Saraceno.
Il mare può unire e non dividere. È sicuramente il caso dello Ionio, dalle antiche migrazioni verso quella che sarà la Magna Grecia, il Salento e la Calabria, agli sbarchi dei disperati di oggi. Distintamente ionica è peraltro, oltre che una lettura (una “lingua”) dell’antico greco, la forma mentis tra le due rive del mare. La curiosità mite, nello sguardo chiaro, sotto la parlata brusca. E l’uso della strada. Dal ragazzo che andando in moto si gira per osservarvi meglio, ai due che si appaiano in moto per poter parlare mentre vanno. E soprattutto alla macchina ferma in mezzo alla strada perché il conducente ha urgenza di parlare con qualcuno che sta sul ciglio. Ma nello Ionio greco il sorpasso è facilitato: da Igumenitsa a Patrasso e a capo Matapan non c’è conducente che non si metta sul ciglio esterno della strada per facilitare il sorpasso. Mentre in Calabria il sorpasso è una sfida: il conducente del mezzo più lento si metterà in mezzo alla strada, se suonate o lampeggiate rallenterà ancora di più per farvi dispetto, e se lo appaiate all’improvviso accelererà per farvi desistere.
Nella “Dorotea” di Lope de Vega è “la patria del hombre màs infame”, cioè di Giuda. Non si dice perché, ma la fama era stata già definita nel 1635.
Nei “Saggi sulla letteratura italiana del Seicento”, Benedetto Croce rileva che in quegli anni il calabrese era diventato “il bersaglio di una satira mordace”.
Casanova, che fu ragazzo a scuola dal vescovo di Martirano, ora in provincia di Vibo Valentia, nelle memorie ne parla male: non domandate a chi incontrate il paese dove è nato, dice, “giacché, se questi è normanno o calabrese, deve, se ve lo dice, chiedervi scusa”. La Calabria essendo stata per un paio di secoli anche normanna è doppiamente colpevole?
Nel libro “Cuore” c’è “Il ragazzo calabrese”. È il quarto episodio del libro, e poi De Amicis se lo dimentica. Gli serve per cementare l’unità d’Italia, il ragazzo calabrese abbracciato dai suoi compagni in un scuola piemontese.
“La donna è il personaggio più importante e più autentico della Calabria. È anche il lusso di una natura scabra, immiserita dagli uomini”. Lo scrive Corrado Alvaro nell'"Ultimo diario", sessanta, settant'anni fa. In base all'esperienza di trenta, quarant'anni prima. Ma il pregiudizio è sempre prevalente
I carabinieri di Roma trovano a Gioia Tauro un container brasiliano con dieci quintali di cocaina. Il riflesso condizionato vuole il porto di Gioia il porto dei mafiosi. Ma la verità è che a Gioia la coca e le armi illegali si scoprono, sia pure grazie a dritte britanniche, a Rotterdam e Porto Said, altri porti di trasbordo per l’Europa, no.
leuzzi@antiit.eu
I morti non contano, la mafia è il terzo livello
Pasquale Inzitari, condannato in primo grado a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ha creato una Fondazione Francesco Maria Inzitari, dal nome del figlio morto diciottenne. La ragione sociale della Fondazione è “diffondere l’etica della legalità e del vivere civile, in opposizione alla violenza delle organizzazioni criminali”. Sabato 13 novembre la Fondazione ha presentato un progetto di Scuola della legalità, per la diffusione dei temi antimafiosi nelle scuole. Alla presentazione ha partecipato il Procuratore aggiunto dell’Antimafia di Reggio Calabria, Michele Prestipino.
Francesco Maria Inzitari è stato ucciso il 5 dicembre 2009 da due killer con dieci colpi di pistola, mentre si recava a una festa di compleanno di compagni di scuola. Un anno e mezzo prima, il 26 aprile 2007, il cognato di Pasquale Inzitari, Nino Princi, fratello della moglie Maria, era stato ucciso in un altro agguato con un’autobomba. Fra le due morti i carabinieri hanno perseguito e fatto condannare Pasquale Inzitari per associazione mafiosa. Ma chi sono gli assassini di Nino Princi e Francesco Maria Inzitari non si sa e nessuno cerca di saperlo.
Pasquale Inzitari può essere un mafioso di complemento, come dice la sentenza di primo grado. È stato vicesindaco al suo paese in una giunta sciolta nel 2000 per infiltrazioni mafiose. Consigliere provinciale a Reggio Calabria per l’Udeur di Clemente Mastella, e candidato non eletto alle politiche del 2006, è stato fotografato dai carabinieri a Villa San Giovanni, a un convegno elettorale in albergo con capicosche mafiosi. Che abbia creato una fondazione per la legalità in memoria del figlio assassinato può non voler dire nulla: anche Francesco Nuzzo, l’ex sindaco di Castel Volturno arrestato oggi per associazione con la camorra, organizzava cortei per la legalità – e per di più è magistrato, sostituto procuratore generale a Brescia, e Democratico, dunque al di sopra di ogni sospetto. Può essere ininfluente anche la partecipazione ai lavori della Fondazione della Procura antimafia di Reggio Calabria, una distrazione. Però. Al processo d’appello, il Pubblico ministero ha chiesto la conferma della condanna per Inzitari. Ma ha chiesto anche l’assoluzione per Domenico Rugolo, cui Inzitari sarebbe stato associato criminalmente, che invece in primo grado era stato condannato a una pena doppia - Rugolo è il suocero di Nino Princi, il cognato di Pasquale Inzitari fatto saltare con la macchina.
In alternativa, si può pensare Inzitari il solito politico Udeur vittima della caccia alle streghe scatenata in Calabria dal notorio magistrato napoletano De Magistris. E infine si può pensarlo un politico-imprenditore di successo che non ha pagato il pizzo, o non l’ha pagato a chi “doveva”, o non ha pagato a sufficienza. Questa terza ipotesi è certa, gli Inzitari sono vittime di mafia, le altre due sono dubbie.
Gli Inzitari sono di Rizziconi, un piccolo paese di vasta imprenditoria, agricola e commerciale, il cui territorio insiste sull’area industriale e commerciale di Gioia Tauro, lungo la (ex) statale 111 Gioia Tauro-Locri. È in questa enclave che hanno creato nel 2007 il centro commerciale Porto degli Ulivi, subito diventato il punto di riferimento della ricca piana di Gioia Tauro, un bacino di circa duecentomila persone. un paese di molte iniziative agricole e commerciali. Pasquale è un politico oggi cinquantenne, Maria Princi un’imprenditrice del settore commerciale (abbigliamento, elettronica). Nino Princi, ritenuto la mente finanziaria della famiglia, era un uomo d’affari molto attivo, sempre in qualche compravendita (d’immobili, terreni, società, banche, quote azionarie, e squadre di calcio, per ultimo il Catanzaro, per “produrre” perdite). In questo giro rientra anche il Porto degli Ulivi, che ha avuto immediato successo ed è stato rivenduto al Credit Suisse per undici milioni – con una plusvalenza di almeno 3, e forse 5, milioni. Imparentato da un trentennio con Domenico Rugolo, prima condannato come capomafia e ora assolto, di cui aveva sposato la figlia Grazia, aveva trascinato anche il suocero nella sua vorticosa finanza: banche popolari, compravendite d’immobili e terreni. Ma nei limiti della legge, almeno che si sappia.
Nel processo a Inzitari e Rugolo si sostiene che il primo aveva bisogno del secondo per “contrastare l’invadenza” della cosca Crea, che nella geografia criminale controlla la zona di Rizziconi. Ma si sostiene anche che gli Inzitari sono associati alla cosca Crea – per questo lui è stato condannato. Sarebbe stato Inzitari, vice-sindaco nella giunta sciolta nel 2000 per infiltrazioni mafiose, a mutare la destinazione d’uso da zona agricola a industriale dell’enclave in territorio di Gioia Tauro, e quindi ad acquistare i terreni. Che appartenevano ai Crea, ai quali li ha pagati secondo la nuova destinazione, a prezzo maggiorato. Né Rugolo si può mettere in dissidio con i Crea, dato che nello stesso processo si dice che Domenico Rugolo ha cercato d’evitare l’arresto al vecchio Crea, il capocosca Teodoro, in una retata dei carabinieri, portandoselo via sulle spalle - Crea è disabile. Si dà inoltre per scontato che i Crea di Rizziconi sono alleati dei capicosca di Gioia Tauro, i Piromalli e i Mulé. E questa è l’unica circostanza nella vicenda in cui le mafie di Gioia Tauro sono nominate. Per il resto sono inesistenti. Sono, come già il capomafia Provenzano, confidenti?
È uno dei (pochi, pochissimi) misteri della mafia a Gioia Tauro, dove peraltro si paga “tranquillamente” il pizzo anche per un gelato, e forse per uno sbadiglio. Vista da fuori, la vicenda è una ritorsione di Gioia Tauro contro questa famiglia rizziconese di successo, che non pagava, o non pagava abbastanza. I carabinieri credono il contrario, che gli Inzitari-Princi siano mafiosi, siano entrati in una guerra di mafia con i capicosca di Rizziconi, i Crea, e siano perdenti. E sarà. Ma i delitti, chi li ha commessi?
Resta che non si possono dire i carabinieri schierati per i mafiosi di Gioia Tauro o di Rizziconi contro i mafiosi Inzitari - ammesso che gli Inzitari siano mafiosi, come i carabinieri vogliono. Ma si capisce perché della mafia non si viene a capo: per un secolo e oltre i carabinieri si sono rifatti delle mafie con i soliti ignoti (ladri, imbroglioni, contrabbandieri, ubriaconi), da alcuni decenni col terzo livello. Mentre si può uccidere liberamente: c’è in questi paesi gente che ha perpetrato liberamente diecine di assassini, cioè pubblicamente, e circola indisturbata.
Il terzo livello implica che si controllino minutamente le persone che non delinquono. Per vedere se non abbiano incontrato questi liberi killer al bar, o non abbiano scambiato con loro un saluto per strada, magari solo in risposta, e negare loro il porto d’armi, e possibilmente la patente, in attesa di un processone per concorso esterno a cui accomunarli. Ciò naturalmente monopolizza tutte le energie investigative.
Francesco Maria Inzitari è stato ucciso il 5 dicembre 2009 da due killer con dieci colpi di pistola, mentre si recava a una festa di compleanno di compagni di scuola. Un anno e mezzo prima, il 26 aprile 2007, il cognato di Pasquale Inzitari, Nino Princi, fratello della moglie Maria, era stato ucciso in un altro agguato con un’autobomba. Fra le due morti i carabinieri hanno perseguito e fatto condannare Pasquale Inzitari per associazione mafiosa. Ma chi sono gli assassini di Nino Princi e Francesco Maria Inzitari non si sa e nessuno cerca di saperlo.
Pasquale Inzitari può essere un mafioso di complemento, come dice la sentenza di primo grado. È stato vicesindaco al suo paese in una giunta sciolta nel 2000 per infiltrazioni mafiose. Consigliere provinciale a Reggio Calabria per l’Udeur di Clemente Mastella, e candidato non eletto alle politiche del 2006, è stato fotografato dai carabinieri a Villa San Giovanni, a un convegno elettorale in albergo con capicosche mafiosi. Che abbia creato una fondazione per la legalità in memoria del figlio assassinato può non voler dire nulla: anche Francesco Nuzzo, l’ex sindaco di Castel Volturno arrestato oggi per associazione con la camorra, organizzava cortei per la legalità – e per di più è magistrato, sostituto procuratore generale a Brescia, e Democratico, dunque al di sopra di ogni sospetto. Può essere ininfluente anche la partecipazione ai lavori della Fondazione della Procura antimafia di Reggio Calabria, una distrazione. Però. Al processo d’appello, il Pubblico ministero ha chiesto la conferma della condanna per Inzitari. Ma ha chiesto anche l’assoluzione per Domenico Rugolo, cui Inzitari sarebbe stato associato criminalmente, che invece in primo grado era stato condannato a una pena doppia - Rugolo è il suocero di Nino Princi, il cognato di Pasquale Inzitari fatto saltare con la macchina.
In alternativa, si può pensare Inzitari il solito politico Udeur vittima della caccia alle streghe scatenata in Calabria dal notorio magistrato napoletano De Magistris. E infine si può pensarlo un politico-imprenditore di successo che non ha pagato il pizzo, o non l’ha pagato a chi “doveva”, o non ha pagato a sufficienza. Questa terza ipotesi è certa, gli Inzitari sono vittime di mafia, le altre due sono dubbie.
Gli Inzitari sono di Rizziconi, un piccolo paese di vasta imprenditoria, agricola e commerciale, il cui territorio insiste sull’area industriale e commerciale di Gioia Tauro, lungo la (ex) statale 111 Gioia Tauro-Locri. È in questa enclave che hanno creato nel 2007 il centro commerciale Porto degli Ulivi, subito diventato il punto di riferimento della ricca piana di Gioia Tauro, un bacino di circa duecentomila persone. un paese di molte iniziative agricole e commerciali. Pasquale è un politico oggi cinquantenne, Maria Princi un’imprenditrice del settore commerciale (abbigliamento, elettronica). Nino Princi, ritenuto la mente finanziaria della famiglia, era un uomo d’affari molto attivo, sempre in qualche compravendita (d’immobili, terreni, società, banche, quote azionarie, e squadre di calcio, per ultimo il Catanzaro, per “produrre” perdite). In questo giro rientra anche il Porto degli Ulivi, che ha avuto immediato successo ed è stato rivenduto al Credit Suisse per undici milioni – con una plusvalenza di almeno 3, e forse 5, milioni. Imparentato da un trentennio con Domenico Rugolo, prima condannato come capomafia e ora assolto, di cui aveva sposato la figlia Grazia, aveva trascinato anche il suocero nella sua vorticosa finanza: banche popolari, compravendite d’immobili e terreni. Ma nei limiti della legge, almeno che si sappia.
Nel processo a Inzitari e Rugolo si sostiene che il primo aveva bisogno del secondo per “contrastare l’invadenza” della cosca Crea, che nella geografia criminale controlla la zona di Rizziconi. Ma si sostiene anche che gli Inzitari sono associati alla cosca Crea – per questo lui è stato condannato. Sarebbe stato Inzitari, vice-sindaco nella giunta sciolta nel 2000 per infiltrazioni mafiose, a mutare la destinazione d’uso da zona agricola a industriale dell’enclave in territorio di Gioia Tauro, e quindi ad acquistare i terreni. Che appartenevano ai Crea, ai quali li ha pagati secondo la nuova destinazione, a prezzo maggiorato. Né Rugolo si può mettere in dissidio con i Crea, dato che nello stesso processo si dice che Domenico Rugolo ha cercato d’evitare l’arresto al vecchio Crea, il capocosca Teodoro, in una retata dei carabinieri, portandoselo via sulle spalle - Crea è disabile. Si dà inoltre per scontato che i Crea di Rizziconi sono alleati dei capicosca di Gioia Tauro, i Piromalli e i Mulé. E questa è l’unica circostanza nella vicenda in cui le mafie di Gioia Tauro sono nominate. Per il resto sono inesistenti. Sono, come già il capomafia Provenzano, confidenti?
È uno dei (pochi, pochissimi) misteri della mafia a Gioia Tauro, dove peraltro si paga “tranquillamente” il pizzo anche per un gelato, e forse per uno sbadiglio. Vista da fuori, la vicenda è una ritorsione di Gioia Tauro contro questa famiglia rizziconese di successo, che non pagava, o non pagava abbastanza. I carabinieri credono il contrario, che gli Inzitari-Princi siano mafiosi, siano entrati in una guerra di mafia con i capicosca di Rizziconi, i Crea, e siano perdenti. E sarà. Ma i delitti, chi li ha commessi?
Resta che non si possono dire i carabinieri schierati per i mafiosi di Gioia Tauro o di Rizziconi contro i mafiosi Inzitari - ammesso che gli Inzitari siano mafiosi, come i carabinieri vogliono. Ma si capisce perché della mafia non si viene a capo: per un secolo e oltre i carabinieri si sono rifatti delle mafie con i soliti ignoti (ladri, imbroglioni, contrabbandieri, ubriaconi), da alcuni decenni col terzo livello. Mentre si può uccidere liberamente: c’è in questi paesi gente che ha perpetrato liberamente diecine di assassini, cioè pubblicamente, e circola indisturbata.
Il terzo livello implica che si controllino minutamente le persone che non delinquono. Per vedere se non abbiano incontrato questi liberi killer al bar, o non abbiano scambiato con loro un saluto per strada, magari solo in risposta, e negare loro il porto d’armi, e possibilmente la patente, in attesa di un processone per concorso esterno a cui accomunarli. Ciò naturalmente monopolizza tutte le energie investigative.
sabato 13 novembre 2010
Londra e Parigi alleate per tagliare la spesa militare
Sarkozy e Cameron si sono garantiti contro le proteste per i tagli che faranno alle spese militari, specie alla marina e al nucleare, e nulla più. A parte questo sottinteso sono solo un gesto, non nuovo, i trattati per la cooperazione nella difesa firmati a Londra martedì. Firmati con enfasi, e presentati ai media con spreco di richiami a Waterloo e poi all’Entente e all’Alleanza, con l’inevitabile “fine di mille anni di guerra civile europea”, sono la constatazione di due debolezze. A fronte delle quali propongono soluzioni inattuabili.
I due governi partono dal presupposto che i loro bilanci militari sono il 45 per cento di tutta la spesa per la difesa dell’Unione europea. Il che è vero. E dall’esigenza, altrettanto reale, di ridurre le spese militari. Anche perché, altra ovvietà, il mondo è cambiato, molto rapidamente, e molto radicalmente da quando i due paesi erano delle potenze, delle potenze reali con interessi globali. Oggi tutta l’Europa nell’insieme è un giocatore di poco peso, e anzi un gregario, nell’arena internazionale: nel Medio Oriente, in Afghanistan, in Iran, in Africa, e negli stessi rapporti con la Russia, per quanto riguarda l’Ucraina, la Cecenia, l’Ossezia e il Caucaso nell’insieme. L’abbandono da parte europea di ogni ambizione di politica estera e della difesa comune è stato plateale l’anno scorso con la scelta della baronessa Ashton a rappresentarla, al posto dei tanti candidati di buona consistenza politica, tra essi d’Alema – una scelta dopo la quale non si è mai più sentito parlare di politica estera e militare europea.
I trattati anglo-francesi di Londra sono una constatazione delle reciproche debolezze, e in questo punto hanno un senso. La relazione speciale di Londra con gli Usa, di cui ancora Tony Blair s’illudeva, si è dimostrata vuota in Iraq e in Afghanistan: la Gran Bretagna è per gli Usa una provincia del mondo come tutte le altre. La Francia, non da ora, ha constatato che le possibilità di una difesa comune europea sono zero, tutti i progetti sono abortiti, benché spesso accompagnati da impegni e perfino trattati. Già da oltre un anno un anno fa ha voluto che le forze armate francesi reintegrassero dopo 43 anni il dispositivo militare della Nato.
I trattati potranno portare al risparmio di un po’ di combustibile. L’intento di coordinare le rispettive marine in modo da tenere in mare solo una portaerei a volta sembra realizzabile. E così l’unificazione dei test nucleari in un’unica struttura. Anche perché non ci sono test nucleari in vista. Gli apparati relativi all’armamento nucleare potranno però essere dimezzati. Meno realizzabile invece l’impegno alla creazione di brigate comuni, specie per gli interventi “umanitari” fuori dell’Europa: non ci sarà mai un soldato inglese agli ordini di un francese, caporale o generale, e viceversa. Queste brigate dovevano essere costituite già in base agli accordi di Saint-Malo, i trattati fotocopia di quelli di Londra firmati nel 1998 da Blair con Chirac (http://www.antiit.com/2008/11/la-guerra-umanitaria-leuropa-senza.html). In vista di una forza europea di pronto intervento, è vero, di cui si è perfino parlato poco.
I due governi partono dal presupposto che i loro bilanci militari sono il 45 per cento di tutta la spesa per la difesa dell’Unione europea. Il che è vero. E dall’esigenza, altrettanto reale, di ridurre le spese militari. Anche perché, altra ovvietà, il mondo è cambiato, molto rapidamente, e molto radicalmente da quando i due paesi erano delle potenze, delle potenze reali con interessi globali. Oggi tutta l’Europa nell’insieme è un giocatore di poco peso, e anzi un gregario, nell’arena internazionale: nel Medio Oriente, in Afghanistan, in Iran, in Africa, e negli stessi rapporti con la Russia, per quanto riguarda l’Ucraina, la Cecenia, l’Ossezia e il Caucaso nell’insieme. L’abbandono da parte europea di ogni ambizione di politica estera e della difesa comune è stato plateale l’anno scorso con la scelta della baronessa Ashton a rappresentarla, al posto dei tanti candidati di buona consistenza politica, tra essi d’Alema – una scelta dopo la quale non si è mai più sentito parlare di politica estera e militare europea.
I trattati anglo-francesi di Londra sono una constatazione delle reciproche debolezze, e in questo punto hanno un senso. La relazione speciale di Londra con gli Usa, di cui ancora Tony Blair s’illudeva, si è dimostrata vuota in Iraq e in Afghanistan: la Gran Bretagna è per gli Usa una provincia del mondo come tutte le altre. La Francia, non da ora, ha constatato che le possibilità di una difesa comune europea sono zero, tutti i progetti sono abortiti, benché spesso accompagnati da impegni e perfino trattati. Già da oltre un anno un anno fa ha voluto che le forze armate francesi reintegrassero dopo 43 anni il dispositivo militare della Nato.
I trattati potranno portare al risparmio di un po’ di combustibile. L’intento di coordinare le rispettive marine in modo da tenere in mare solo una portaerei a volta sembra realizzabile. E così l’unificazione dei test nucleari in un’unica struttura. Anche perché non ci sono test nucleari in vista. Gli apparati relativi all’armamento nucleare potranno però essere dimezzati. Meno realizzabile invece l’impegno alla creazione di brigate comuni, specie per gli interventi “umanitari” fuori dell’Europa: non ci sarà mai un soldato inglese agli ordini di un francese, caporale o generale, e viceversa. Queste brigate dovevano essere costituite già in base agli accordi di Saint-Malo, i trattati fotocopia di quelli di Londra firmati nel 1998 da Blair con Chirac (http://www.antiit.com/2008/11/la-guerra-umanitaria-leuropa-senza.html). In vista di una forza europea di pronto intervento, è vero, di cui si è perfino parlato poco.
Giornalisti, mafiosi esterni
Su “Repubblica” Attilio Bolzoni prende l’onesta testimonianza di Giovanni Conso sulla sospensione del 41 bis nel 1993, la rivolta, e ritesse la trama del mafioso più forte e bravo dello Stato. Lui come Francesco La Licata della “Stampa”- il confidente di Ciancimino figlio nel libro “Don Vito” di Feltrinelli, che resterà a marchio dell’infamia di questi anni. Due che sanno di che si tratta, Bolzoni e La Licata: sanno chi è Ciancimino figlio e sanno perché accusa, lui mafioso accertato, lo Stato.
Ognuno è quello che vuol essere, anche concorrente in associazione mafiosa. Ma fa lo stesso impressione vedere “Repubblica” e “La Stampa” schierati per la mafia in questa folle corsa a dimostrare che Giuliano Amato, Conso, Mancino, i prefetti, i carabinieri volevano “fare la pace” con la mafia, e magari hanno ordinato l’assassinio di Falcone e Borsellino. Sì, c’è l’odio contro Berlusconi: si accredita Ciancimino figlio come testimone veritiero contro lo Stato perché poi tutto quello che dirà contro Berlusconi diventerà automaticamente vero. Ma non è così che funzionano le cose: questo è vero e proprio concorso in associazione mafiosa, non esterno. Col compito specifico di magnificare la mafia.
I ruoli sono ribaltati a Palermo. Non è la prima volta, sono almeno trent'anni che la giustizia è combattuta dal Palazzo di Giustizia, e non si saprebbe dolersene per la città, dato che non mostra di volersene liberare. Anche se questa assurda giustizia ha fatto tanti morti, Costa, Chinnici, Falcone, Borsellino tra i tanti. Ma fa male vedere grandi giornali e giornalisti turlupinati da magistrati di poca virtù come Ingroia. Che furbo tiene a galla Ciancimino figlio senza esporsi con patenti di autenticità, mentre lo vende come buono ai giornalisti. Dispiace per il giornalismo, che sia sceso a questi livelli. Per l’odio-di-sé-meridionale forse più che per l’antiberlusconismo prospettivo. Un odio-di-sé che a questo punto non è più autocritico, è solo spregevole – l’antiberlusconismo prospettivo è una copertura per andare in prima pagina: il giornalista vuole solo andare in prima pagina, e a questo fine contrabbandare il Sud che il Nord vuole è il meno.
Ognuno è quello che vuol essere, anche concorrente in associazione mafiosa. Ma fa lo stesso impressione vedere “Repubblica” e “La Stampa” schierati per la mafia in questa folle corsa a dimostrare che Giuliano Amato, Conso, Mancino, i prefetti, i carabinieri volevano “fare la pace” con la mafia, e magari hanno ordinato l’assassinio di Falcone e Borsellino. Sì, c’è l’odio contro Berlusconi: si accredita Ciancimino figlio come testimone veritiero contro lo Stato perché poi tutto quello che dirà contro Berlusconi diventerà automaticamente vero. Ma non è così che funzionano le cose: questo è vero e proprio concorso in associazione mafiosa, non esterno. Col compito specifico di magnificare la mafia.
I ruoli sono ribaltati a Palermo. Non è la prima volta, sono almeno trent'anni che la giustizia è combattuta dal Palazzo di Giustizia, e non si saprebbe dolersene per la città, dato che non mostra di volersene liberare. Anche se questa assurda giustizia ha fatto tanti morti, Costa, Chinnici, Falcone, Borsellino tra i tanti. Ma fa male vedere grandi giornali e giornalisti turlupinati da magistrati di poca virtù come Ingroia. Che furbo tiene a galla Ciancimino figlio senza esporsi con patenti di autenticità, mentre lo vende come buono ai giornalisti. Dispiace per il giornalismo, che sia sceso a questi livelli. Per l’odio-di-sé-meridionale forse più che per l’antiberlusconismo prospettivo. Un odio-di-sé che a questo punto non è più autocritico, è solo spregevole – l’antiberlusconismo prospettivo è una copertura per andare in prima pagina: il giornalista vuole solo andare in prima pagina, e a questo fine contrabbandare il Sud che il Nord vuole è il meno.
giovedì 11 novembre 2010
Da Fini a Fini, il golpe continua
Che un presidente della Camera provochi la crisi del governo eletto e sciolga il Parlamento dice tutto sulla natura della crisi. In un regime costituzionale vero ciò equivale a un golpe, seppure senza gli sceriffi in armi. Ma questo è inutile ricordarlo ai tanti legulei e scienziati politici, che imperversano sui giornali e nelle televisioni, e ai tanti custodi della legalità repubblicana, dal Quirinale in giù. Il fatto è che Fini ci ha preso gusto nel 1992 col golpe dei giudici allora neo fascisti, i procuratori Cordova e Di Pietro, e ci riprova con gusto: è la sua Italia.
Diverso è il giudizio altrove in Europa. In Germania la cancelliera Merkel e il presidente del Bundestag si sono rifiutati di ricevere Fini. E un tentativo di viaggio a Bruxelles dello stesso alla presidenza dell’Unione europea è abortito sul nascere. I regimi costituzionali moderni sono nati dal Lungo Parlamento, che si oppose a Londra a metà Seicento allo scioglimento perseguito dal re.
Ma non c’è solo Fini, c’è l’ideologia della crisi con cui i padroni del paese, nei giornali e nelle proprietà dei giornali, perseguono l’obiettivo dichiarato di avere governi deboli. Anche quando sono eletti con una larga preferenza dell’elettorato. In Inghilterra un voto diviso dà comunque campo a un governo stabile, in Italia un voto plebiscitario, per tre elezioni di seguito, una nazionale e due regionali, si rovescia con i Woodcock e i Fini.
Fino a quando? Fino a quando si potranno fare governi come quelli di Scalfaro, manovrati a prescindere dal voto. Napolitano potrebbe non ripetere quell’esperienza, avendo lunga e onesta esperienza della politica. Ma non è detto, la sindrome Scalfaro è forte, o sarà l'età, o l'aria infetta del Quirinale: come Scalfaro nel 1994, anche Napolitano ce la sta mettendo tutta per sabotare la legge di stabilità. Anche se l'Italia rischia il declassamento del debito -tanto più ora che l'Irlanda sta rilanciando la speculazione. Mentre sui giornali e nelle tv nessuno dei professoroni che fanno l’opinione ha detto o scritto una sola parola sulla gravità dell’iniziativa di Fini. E questo conduce a un’altra, più inquietante, prospettiva. Vige la vulgata che l’Italia è un paese allo sbando perché berlusconiano: farfallone cioè, consumista, inetto. Mentre l’inverso è vero: il paese lotta da quasi vent’anni contro l’antipolitica – ma è golpismo – che lo affligge.
Un minimo di riflessione dice che Fini non può fare il leader della sinistra, nessuno lo seguirebbe. Non può fare nemmeno l’alleato, lo seguirebbero i gregari in cerca di posto. Oggi sarebbe solo un indipendente di sinistra, l’ultimo, fuori tempo massimo, cui il partito garantisce l’elezione e basta, poi taccia – ammesso che il Partito possa ancora garantire un’elezione, in quell'area le cose vanno di fretta. Ma sul suo versante, seppure farfallone e inetto, ci sono i clercs: i depositari della verità e dell’opinione. I professori. Che sono gli stessi che hanno messo in profonda crisi l’università e tutti gli studi, con spese folli e il piccolo potere dei baronaggi, cioè della scelta mediocre dei nuovi professori. Ma sono inamovibili, e fanno da baluardo al partito della crisi. Insieme con i giudici e gli altri strenui difensori dei micro privilegi “costituzionali”. L'Italia di Fini è questa.
Diverso è il giudizio altrove in Europa. In Germania la cancelliera Merkel e il presidente del Bundestag si sono rifiutati di ricevere Fini. E un tentativo di viaggio a Bruxelles dello stesso alla presidenza dell’Unione europea è abortito sul nascere. I regimi costituzionali moderni sono nati dal Lungo Parlamento, che si oppose a Londra a metà Seicento allo scioglimento perseguito dal re.
Ma non c’è solo Fini, c’è l’ideologia della crisi con cui i padroni del paese, nei giornali e nelle proprietà dei giornali, perseguono l’obiettivo dichiarato di avere governi deboli. Anche quando sono eletti con una larga preferenza dell’elettorato. In Inghilterra un voto diviso dà comunque campo a un governo stabile, in Italia un voto plebiscitario, per tre elezioni di seguito, una nazionale e due regionali, si rovescia con i Woodcock e i Fini.
Fino a quando? Fino a quando si potranno fare governi come quelli di Scalfaro, manovrati a prescindere dal voto. Napolitano potrebbe non ripetere quell’esperienza, avendo lunga e onesta esperienza della politica. Ma non è detto, la sindrome Scalfaro è forte, o sarà l'età, o l'aria infetta del Quirinale: come Scalfaro nel 1994, anche Napolitano ce la sta mettendo tutta per sabotare la legge di stabilità. Anche se l'Italia rischia il declassamento del debito -tanto più ora che l'Irlanda sta rilanciando la speculazione. Mentre sui giornali e nelle tv nessuno dei professoroni che fanno l’opinione ha detto o scritto una sola parola sulla gravità dell’iniziativa di Fini. E questo conduce a un’altra, più inquietante, prospettiva. Vige la vulgata che l’Italia è un paese allo sbando perché berlusconiano: farfallone cioè, consumista, inetto. Mentre l’inverso è vero: il paese lotta da quasi vent’anni contro l’antipolitica – ma è golpismo – che lo affligge.
Un minimo di riflessione dice che Fini non può fare il leader della sinistra, nessuno lo seguirebbe. Non può fare nemmeno l’alleato, lo seguirebbero i gregari in cerca di posto. Oggi sarebbe solo un indipendente di sinistra, l’ultimo, fuori tempo massimo, cui il partito garantisce l’elezione e basta, poi taccia – ammesso che il Partito possa ancora garantire un’elezione, in quell'area le cose vanno di fretta. Ma sul suo versante, seppure farfallone e inetto, ci sono i clercs: i depositari della verità e dell’opinione. I professori. Che sono gli stessi che hanno messo in profonda crisi l’università e tutti gli studi, con spese folli e il piccolo potere dei baronaggi, cioè della scelta mediocre dei nuovi professori. Ma sono inamovibili, e fanno da baluardo al partito della crisi. Insieme con i giudici e gli altri strenui difensori dei micro privilegi “costituzionali”. L'Italia di Fini è questa.
Contro l'evasione esibita, fisco di quartiere
Girano Suv imponenti da 100 mila euro in su nei paesi scompaginati tra le buche in Calabria, nell’entroterra napoletano, al Tiburtino Terzo a Roma. Con spreco di carburante, assicurazione, gomme. Si stappano bottiglie da cento euro nei bar e i ristoranti dei paesi più remoti della Calabria e della Sicilia, da parte di ragazzotti senza mestiere né reddito conosciuto. Si moltiplicano ovunque i porticcioli turistici, ma sempre indietro sulla domanda, che si aggira già sul milione di posti barca. Si montano sempre più scuderie in ogni angolo d’Italia, con tre e quattro cavalli, i figli di famiglia e anche chi la famiglia non ce l’ha. Stili di vita che richiedono spese per centinaia di migliaia di euro, l’anno.
L’Italia è un paese ricco, e quindi non c’è scandalo. Se non fosse che il fisco non lo sa. L’Agenzia delle Entrate si fa valere come un’organismo coi fiochi e sempre si magnifica, meglio dei carabinieri, mentre non lo è. Perché le basterebbe aprire gli occhi, uscendo per un momento dai modelli e i software di cui l’ha oberata Visco, e i loro assurdi automatismi, per cogliere la realtà. Basterebbe poco, pochissimo, in uomini e tempo, per battere la famigerata evasione. Un agente-consulente-informatore o due in ognuno degli ottomila Comuni italiani, che solo si limitassero a una passeggiata di tanto in tanto per le strade del paese, e nelle città uno-due per quartiere, darebbero un quadro immediatamente aggiornato dei redditi veri degli italiani. Venti-trentamila agenti del fisco in tutto - magari pagati a premio, per accertamento convalidato. Roba di un anno-due, per impostare gli schedari e lanciare i controlli incrociati. Perché l'evasione, in Italia, è esibita, che ci stanno a raccontare che è imprendibile?
L’Italia è un paese ricco, e quindi non c’è scandalo. Se non fosse che il fisco non lo sa. L’Agenzia delle Entrate si fa valere come un’organismo coi fiochi e sempre si magnifica, meglio dei carabinieri, mentre non lo è. Perché le basterebbe aprire gli occhi, uscendo per un momento dai modelli e i software di cui l’ha oberata Visco, e i loro assurdi automatismi, per cogliere la realtà. Basterebbe poco, pochissimo, in uomini e tempo, per battere la famigerata evasione. Un agente-consulente-informatore o due in ognuno degli ottomila Comuni italiani, che solo si limitassero a una passeggiata di tanto in tanto per le strade del paese, e nelle città uno-due per quartiere, darebbero un quadro immediatamente aggiornato dei redditi veri degli italiani. Venti-trentamila agenti del fisco in tutto - magari pagati a premio, per accertamento convalidato. Roba di un anno-due, per impostare gli schedari e lanciare i controlli incrociati. Perché l'evasione, in Italia, è esibita, che ci stanno a raccontare che è imprendibile?
Il Grande Fratello al femminile
Quale che sia l’onorabilità di Berlusconi, c’è un’organizzazione che compila dossier contro di lui, il Grande Fratello che tutto vede e ascolta? La domanda va riproposta dopo che la giudice Fiorillo è uscita allo scoperto sulla storia di Ruby. Una giudice non tranquilla, anzi molto pasionaria, per così dire. Che si è messa contro il Procuratore capo di Milano e il ministero dell’Interno. Con dichiarazioni eccitate ai giornalisti che stavano in attesa al suo tribunale per un caso italo-tedesco di affidamento di minori. E con un ricorso impresentabile al Csm, giusto per fare scena. Un’uscita allo scoperto che fa balenare due orrende ipotesi. Che sia stata lei dietro le indiscrezioni (in via confidenziale dapprima al “Corriere della sera”), anonime e non molto congruenti ma giudicate attendibilissime dai giornali. Lei e non imprecisati agenti di polizia come era stato fatto dire. L’altra ipotesi è che la giudice sapesse già tutto di questa Ruby, che evidentemente non è stata per lei una minorenne fra le tante da sistemare ogni giorno. Lo sapeva come lo sapevano i carabinieri che l’avevano fermata a Genova dopo il viaggio lampo a Segrate con accompagnatore anonimo? Oppure, peggio, la memoria le è venuta tardi, dato che in un primo momento diceva giustamente “non ricordo”, nulla di eccezionale? E le è venuta a opera di chi, su promessa o minaccia di che?
C’è una filiera femminile di giudici contro Berlusconi: non vogliono che trombi, dicono che è immorale, e non si può obiettare. Ma perché agire da Spectre, sottotraccia, col veleno, e dicendo bugie? Non è invece storia da Spectre la gestione dei servizi e della sicurezza da parte di D’Alema, che presiede la commissione parlamentare che se ne occupa. L’ex fautore del paese “normale” non ha fatto nulla dal letto di Putin in qua per capire come mai tanti soldi spesi per proteggere i politici non servono a niente. Ora convoca Berlusconi a “difendersi”, senza paura del ridicolo. Con la convocazione D’Alema tenta d’infilarsi nella crisi, di far girare il suo nome. Ma questo dimostra che si è ridotto a poco: la “vecchia guardia” mostra infine tutti i suoi limiti.
C’è una filiera femminile di giudici contro Berlusconi: non vogliono che trombi, dicono che è immorale, e non si può obiettare. Ma perché agire da Spectre, sottotraccia, col veleno, e dicendo bugie? Non è invece storia da Spectre la gestione dei servizi e della sicurezza da parte di D’Alema, che presiede la commissione parlamentare che se ne occupa. L’ex fautore del paese “normale” non ha fatto nulla dal letto di Putin in qua per capire come mai tanti soldi spesi per proteggere i politici non servono a niente. Ora convoca Berlusconi a “difendersi”, senza paura del ridicolo. Con la convocazione D’Alema tenta d’infilarsi nella crisi, di far girare il suo nome. Ma questo dimostra che si è ridotto a poco: la “vecchia guardia” mostra infine tutti i suoi limiti.
Le partite? Le vincono gli arbitri
L’arbitro Morganti decide da solo il derby Lazio-Roma e il campionato. Sbagliando tre volte, tutt’e tre a vantaggio della Roma. Ma è giudicato l’arbitro migliore. Ha la claque? Ce l’ha, tra i giornalisti. Interessata? Naturalmente sì. Ma i giornalisti non decidono le partite, mentre gli arbitri sì. Perché di questo si tratta: un errore è possibile anche a un arbitro italiano, ma non tre a favore di una sola squadra. E che errori: rigori evidenti non dati, rigori viziati dati. Il signor Morganti il giorno dopo si “promuove”, tanto è sicuro della sua immunità, se non dei meriti acquisiti.
Tre giorni dopo il signor Banti fa vincere alla stessa maniera il Milan a danno del Palermo. Sempre impunito. Vogliono indurci alla paranoia? Il presidente del Palermo, Zamparini, dice che i padroni del vapore devono vincere per prendersi una quota maggiore dei diritti tv. Cioè dà per scontato che gli arbitri facciano vincere le partite come vogliono – e devono.
Ora, l’arbitro in Italia è sempre “venduto”. Ma pare proprio che sia vero. Si ricordano ancora le partite di Collina, “il miglior arbitro del mondo”, che era legato al Milan, senza vergogna. Come Concetto Lo Bello, altro “miglior arbitro del mondo”, che di questi legami si vantava in Parlamento quarant’anni fa – allora gli arbitri non si “vendevano” per poco.
P.S. Una settimana dopo il signor Rizzoli, altro grande arbitro italiano, decide lui Juventus-Roma, riscrivendo all’istante il regolamento, sulle ammonizioni, i rigori, il recupero.
Tre giorni dopo il signor Banti fa vincere alla stessa maniera il Milan a danno del Palermo. Sempre impunito. Vogliono indurci alla paranoia? Il presidente del Palermo, Zamparini, dice che i padroni del vapore devono vincere per prendersi una quota maggiore dei diritti tv. Cioè dà per scontato che gli arbitri facciano vincere le partite come vogliono – e devono.
Ora, l’arbitro in Italia è sempre “venduto”. Ma pare proprio che sia vero. Si ricordano ancora le partite di Collina, “il miglior arbitro del mondo”, che era legato al Milan, senza vergogna. Come Concetto Lo Bello, altro “miglior arbitro del mondo”, che di questi legami si vantava in Parlamento quarant’anni fa – allora gli arbitri non si “vendevano” per poco.
P.S. Una settimana dopo il signor Rizzoli, altro grande arbitro italiano, decide lui Juventus-Roma, riscrivendo all’istante il regolamento, sulle ammonizioni, i rigori, il recupero.
mercoledì 10 novembre 2010
Fu la Siria a far scoprire l’esplosivo iraniano a G.Tauro
È stata la Siria a far scoprire alle autorità italiane il carico di sette tonnellate di esplosivo Rdx, destinate al movimento Hezbollah in libano, il 22 settembre nel porto di transito di Gioia Tauro, sulla nave portacontainer “Finland”, del gruppo armatoriale svizzero Msc, Mediterranean Shipping Company. La notizia, che se vera disegna un nuovo scacchiere del Medio Oriente, è suffragata da un ampio reportage che la giornalista libanese Hula el Husseini ha pubblicato sul giornale saudita di Londra “Asharq el Awsat”, ed è ritenuta credibile dai servizi segreti israeliani - se non è stata da essi originata. La Siria non sosterrebbe più Hezbollah in Libano, non nella sua attuale dipendenza dall’Iran. E conseguentemente non sosterrebbe più neanche l’opzione nucleare iraniana.
Questi i fatti. È stata una fonte siriana a segnalare ai servizi italiani il carco in transito a Gioia Tauro. Le informazioni di questa fonte siriana erano state raccolte a Damasco, al ministero siriano della Difesa. L’esplosivo era fornito e spedito dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Può servire da munizionamento per due missili di media gittata, l’M-302, che arriva a 150 km, e l’M-60, che arriva a 250 km, trasportando una testata di cinque quintali.
Una settimana prima Damasco aveva ufficiosamente protestato con Hezbollah per l’accoglienza troppo calorosa riservata ad Ahmadinejad, il primo ministro iraniano. E con Teheran per l’invio in Libano di un contingente di Guardie Rivoluzionarie. Dopo il sequestro dell’esplosivo a Gioia Tauro, i media siriani hanno accreditato l’ipotesi che sia stata una “polizia antimafia” italiana a operare la scoperta, insinuando che l’Iran e le sue Guardie Rivoluzionarie siano legate alla mafia.
L’episodio di Gioia Tauro può essere solo un richiamo al rispetto delle diverse sfere d’influenza. Ma potrebbe anche avere avviato un divorzio tra la Siria e l’Iran. La Siria è più che mai interessata alla pace con Israele, ed è impegnata a ottenere l’appoggio saudita nell’inchiesta internazionale (araba) sull’assassinio del primo ministro libanese Rafik Hariri nel 2005. In ogni caso non intende cedere a nessuno il protettorato informale sul Libano.
Questi i fatti. È stata una fonte siriana a segnalare ai servizi italiani il carco in transito a Gioia Tauro. Le informazioni di questa fonte siriana erano state raccolte a Damasco, al ministero siriano della Difesa. L’esplosivo era fornito e spedito dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Può servire da munizionamento per due missili di media gittata, l’M-302, che arriva a 150 km, e l’M-60, che arriva a 250 km, trasportando una testata di cinque quintali.
Una settimana prima Damasco aveva ufficiosamente protestato con Hezbollah per l’accoglienza troppo calorosa riservata ad Ahmadinejad, il primo ministro iraniano. E con Teheran per l’invio in Libano di un contingente di Guardie Rivoluzionarie. Dopo il sequestro dell’esplosivo a Gioia Tauro, i media siriani hanno accreditato l’ipotesi che sia stata una “polizia antimafia” italiana a operare la scoperta, insinuando che l’Iran e le sue Guardie Rivoluzionarie siano legate alla mafia.
L’episodio di Gioia Tauro può essere solo un richiamo al rispetto delle diverse sfere d’influenza. Ma potrebbe anche avere avviato un divorzio tra la Siria e l’Iran. La Siria è più che mai interessata alla pace con Israele, ed è impegnata a ottenere l’appoggio saudita nell’inchiesta internazionale (araba) sull’assassinio del primo ministro libanese Rafik Hariri nel 2005. In ogni caso non intende cedere a nessuno il protettorato informale sul Libano.
Berlusconi al bis, cerca voti per i sottosegretariati
La crisi pilotata - “non apro la crisi al buio” di Berlusconi - significa un reincarico a Berlusconi. Il presidente del consiglio non ha il potere di dimettere i ministri. Né Berlusconi si aspetta che i finiani si dimettano: lo vorrebbe la chiarezza ma non la ragione politica, seppure quella contorna di Fini. Ma non ha abbandonato la speranza di raccogliere la diecina di voti che gli manca alla Camera tra gli stessi finiani e altrove. Facendosi forte degli svantaggi di una legislatura dimezzata (previdenziali e d’investimento elettorale). E della possibilità di offrire posti al governo, tra i sottosegretariati e anche ai ministeri, invece dei finiani (quattro ministri e diciotto sottosegretari: il 50 per cento dei finiani sono al potere).
Un iter, va rilevato per inciso, che conferma la superiorità morale, oltre che politica, della Prima Repubblica su questa Seconda (proclamata dalle terze file dei vecchi partiti, da Scalfaro a Occhetto, con la forza d’attacco di magistrati della levatura di Di Pietro). Quando De Mita, segretario della Democrazia Cristiana, si oppose alla legalizzazione delle tv di Berlusconi fece dimettere i cinque ministri della sua corrente dal governo e non abbatté il governo. Che, presieduto da Andreotti, cooptò altri titolari dei dicasteri e andò avanti.
La crisi è certa. I finiani sono già al lavoro da lunedì in tutti i centri piccoli e grandi, specie al Sud, per creare sezioni e associazioni e preparare candidature. Ma il governo tremontiano di stabilità, dei conti pubblici e delle elezioni, cui la presidenza della Repubblica mostrava di volersi aggrappare, è ora una subordinata. La prima mano toccherà a Berlusconi. Che appare sempre indeciso ai suoi sull’opportunità di tornare al voto oppure di assicurare un governo. La prima ipotesi gli ritorna insistente dopo che a Perugia Fini ha mostrato una decisa caratura “radicale” alla Pannella, destinata quindi a lasciarlo senza voti. Ma è stato convinto a immolarsi sul piano della governabilità. Scaricando il suo maniacale ego sulle cose da fare: gli interventi per gli alluvionati, per l’università e la ricerca scientifica, il patrimonio culturale, la stabilità del debito, il controllo e il contrasto dell’immigrazione illegale. Nonché sulla riforma del costo del lavoro, che potrebbe essere un grimaldello presso molti dei fautori del Terzo polo.
Un iter, va rilevato per inciso, che conferma la superiorità morale, oltre che politica, della Prima Repubblica su questa Seconda (proclamata dalle terze file dei vecchi partiti, da Scalfaro a Occhetto, con la forza d’attacco di magistrati della levatura di Di Pietro). Quando De Mita, segretario della Democrazia Cristiana, si oppose alla legalizzazione delle tv di Berlusconi fece dimettere i cinque ministri della sua corrente dal governo e non abbatté il governo. Che, presieduto da Andreotti, cooptò altri titolari dei dicasteri e andò avanti.
La crisi è certa. I finiani sono già al lavoro da lunedì in tutti i centri piccoli e grandi, specie al Sud, per creare sezioni e associazioni e preparare candidature. Ma il governo tremontiano di stabilità, dei conti pubblici e delle elezioni, cui la presidenza della Repubblica mostrava di volersi aggrappare, è ora una subordinata. La prima mano toccherà a Berlusconi. Che appare sempre indeciso ai suoi sull’opportunità di tornare al voto oppure di assicurare un governo. La prima ipotesi gli ritorna insistente dopo che a Perugia Fini ha mostrato una decisa caratura “radicale” alla Pannella, destinata quindi a lasciarlo senza voti. Ma è stato convinto a immolarsi sul piano della governabilità. Scaricando il suo maniacale ego sulle cose da fare: gli interventi per gli alluvionati, per l’università e la ricerca scientifica, il patrimonio culturale, la stabilità del debito, il controllo e il contrasto dell’immigrazione illegale. Nonché sulla riforma del costo del lavoro, che potrebbe essere un grimaldello presso molti dei fautori del Terzo polo.
martedì 9 novembre 2010
Memoria di Répaci, nel lungo oblio
Un monumento alla (vana)gloria. Uno scrittore e un’artista che è stato al centro della vita culturale per mezzo secolo, che Salerno documenta con testi e lettere dello stesso Répaci e con uno sfavillante corredo d’immagini, in un’edizione curata con lusso, e subito dimenticato. Non trascurato, cancellato. Benché Rubbettino ne vada ripubblicando le opere, molte a cura dello stesso Salerno, altre di altri studiosi e critici militanti calabresi, Pedullà, Morace, Tuscano. Salerno ha anche raccolto per Rubbettino, in un altro omaggio editoriale di prestigio, le dediche a Répaci dei tanti libri della sua biblioteca, donata alla casa della cultura di Palmi, insieme con la ricca collezione d'arte: c’è di che trasecolare, tanta è la stima che esse testimoniano. È dunque questo grande libro un monumento anche all’ingratitudine?
Répaci è stato un personaggio scomodo. Sia come scrittore, per il paradigma di forza, istinto, vitalismo nel quale racchiude le sue narrazioni. Sia come organizzatore culturale, attivissimo, sempre entusiasta, e quasi furioso. Fu giornalista, critico letterario, critico d’arte e musicologo, pittore, editore. Inventò e portò a prestigio il premio Viareggio, come documenta il corredo di foto che illustra il volume. Fu antesignano inventore di un premio poi perento, il Firenze per l’ecologia, negli anni 1950. Ma era un impolitico. Radicato nel socialismo, ma troppo orgoglioso per accedere a compromessi, sia pure la premiazione di un libro o di un autore, che non si nega a nessuno. Lo sgomento che questo importante libro ingenera è che non si sa se dare torto a una persona onesta e a un autore comunque ragguardevole, oppure a tutto il resto, che lo ha obliterato.
Poi c’è la Calabria. Che Salerno qui mette all’inizio del volume, con la foto della madre, oberata di figli e disgrazie e sempre forte, e il ricordo del terremoto del 1908. Ma che Répaci sentì sempre in tutte le sue fibre, nel carattere, e cui fa riferimento in quasi tutte le sue opere, benché ne sia partito quando aveva appena dieci anni, ritenendo questa radice “un privilegio”. Costituì perfino una raccolta di pitture di grande valore, Modigliani, Guercino eccetera, negli anni 1950-1960 per poterne arricchire “il paese natale”, spiega già nel 1966 ne “Il caso Amari”. Un altro Répaci in un’altra regione avrebbe avuto un’altra storia: approfondimenti, considerazione, e magari, perché no, un uso estensivo della sua figura e delle opere. Ma la Calabria, regione benedetta da Dio, direbbe Répaci, non ha memoria, non che se ne curi.
Santino Salerno, Leonida Répaci, una lunga vita nel secolo breve, Rubbettino, pp. 253, € 24
Répaci è stato un personaggio scomodo. Sia come scrittore, per il paradigma di forza, istinto, vitalismo nel quale racchiude le sue narrazioni. Sia come organizzatore culturale, attivissimo, sempre entusiasta, e quasi furioso. Fu giornalista, critico letterario, critico d’arte e musicologo, pittore, editore. Inventò e portò a prestigio il premio Viareggio, come documenta il corredo di foto che illustra il volume. Fu antesignano inventore di un premio poi perento, il Firenze per l’ecologia, negli anni 1950. Ma era un impolitico. Radicato nel socialismo, ma troppo orgoglioso per accedere a compromessi, sia pure la premiazione di un libro o di un autore, che non si nega a nessuno. Lo sgomento che questo importante libro ingenera è che non si sa se dare torto a una persona onesta e a un autore comunque ragguardevole, oppure a tutto il resto, che lo ha obliterato.
Poi c’è la Calabria. Che Salerno qui mette all’inizio del volume, con la foto della madre, oberata di figli e disgrazie e sempre forte, e il ricordo del terremoto del 1908. Ma che Répaci sentì sempre in tutte le sue fibre, nel carattere, e cui fa riferimento in quasi tutte le sue opere, benché ne sia partito quando aveva appena dieci anni, ritenendo questa radice “un privilegio”. Costituì perfino una raccolta di pitture di grande valore, Modigliani, Guercino eccetera, negli anni 1950-1960 per poterne arricchire “il paese natale”, spiega già nel 1966 ne “Il caso Amari”. Un altro Répaci in un’altra regione avrebbe avuto un’altra storia: approfondimenti, considerazione, e magari, perché no, un uso estensivo della sua figura e delle opere. Ma la Calabria, regione benedetta da Dio, direbbe Répaci, non ha memoria, non che se ne curi.
Santino Salerno, Leonida Répaci, una lunga vita nel secolo breve, Rubbettino, pp. 253, € 24
I conti amari di un campione della Resistenza
Pasquale Tuscano, che ha firmato la riedizione di questo racconto a sfondo noir del 1966 dice Répaci “l’ultimo discendente del byronismo calabrese”. Che è molto efficace, il byronismo calabrese. Répaci avrebbe gradito, autore irruento e muscolare, benché tutto letteratura. Questo libro è poi specialmente byroniano, tutto pieno dell’autore. “Il caso Amari” è noto e viene riproposto come un pamphlet contro l’intellighentzia nella quale Répaci era vissuto e viveva. E in questa veste ne soffre, probabilmente: passati i vent’anni dalla morte dell’autore che Répaci stendhalianamente si dava perché i suoi libri fossero capiti e letti, ciò non è avvenuto, per questo e per gli altri suoi testi. Mentre, depurato dei malumori, “Il caso Amari” è un libro brillante e piacevole di autocoscienza: attraverso le 32 testimonianze, poi divenute 33 e infine, a sorpresa, 34, più una scia di lettere, sorta di appunti postumi in vita, Répaci si storicizza in Amari-Répaci.
Alla soglia dei settant’anni lo scrittore si ferma a guardarsi. Come personaggio e, di più, come persona. Senza cattiverie in realtà contro altri letterati. Ma inquieto e qualche volta cattivo con se stesso: si assolve dalla rigidità politiche, “carrista” nel 1956, stalinista per sempre, ma capisce di non capire le donne, attorno alle quali non sa che sfarfalleggiare. Il famoso catalogo delle debolezze dei migliori scrittori del secondo Novecento, qui a p. 75 (“Moravia un narratore lassativo….”), che lo stesso Tuscano mette in bocca a Répaci, è fatto dire al personaggio più screditato dei 34, l’autore, in questo caso una donna, che non ha talento e dice che tutti gli altri non ne hanno. L’invettiva è svolta come una bouffonnerie, lepida e ben calibrata.
È un autoritratto che Répaci mette in scena, pittore egli stesso non del tutto dilettante, in forma di diorama e quasi caleidoscopico, delineandosi con rapide pennellate, alcune lusinghiere, altre no. Anche se a fini assolutori: vede i suoi spigoli ma non li ammorbidisce. L’uomo al centro della vita letteraria, l’organizzatore culturale per eccellenza della Prima Repubblica, dal premio Viareggio al premio Firenze per l’ecologia, il fautore primo e più costante dell’insegnamento della Resistenza nelle scuole, si scopre in dissidio con tutto il suo mondo. E non si emenda: Amari-Répaci è uno il cui viso non si gira “per guardarsi alle spalle ma (è) piantato ben sul collo per guardare davanti a sé”. Uno che “non era comunista ma ragionava come un comunista da vent’anni. Il suo estremismo apparteneva a un’altra generazione”, quella del massimalismo socialista, nella prima guerra e subito dopo. Un sentimento politico molto meridionale, bisogna aggiungere, sempre al confine con l’utopia e quindi impolitico. Che Répaci condivide, per dire, con Concetto Marchesi, qui portato ad esempio d’intransigenza morale, altro stalinista a vita – senza però essere stato fascista, come il latinista.
Un libro atipico che è un piccolo colpo di genio. È anche un catalogo delle varie specie di letterati, e di lettori di libro, alcuni caratterizzati (la donna facile il cui orgasmo è non darla, l’editore, invadente e remoto, la donna che vorrebbe ma dice sempre no…). L’invenzione di 33 ottimi nomi, 34 col morto, è una performance unica.
Leonida Répaci, Il caso Amari, Rubbettino, pp.186, € 11
Alla soglia dei settant’anni lo scrittore si ferma a guardarsi. Come personaggio e, di più, come persona. Senza cattiverie in realtà contro altri letterati. Ma inquieto e qualche volta cattivo con se stesso: si assolve dalla rigidità politiche, “carrista” nel 1956, stalinista per sempre, ma capisce di non capire le donne, attorno alle quali non sa che sfarfalleggiare. Il famoso catalogo delle debolezze dei migliori scrittori del secondo Novecento, qui a p. 75 (“Moravia un narratore lassativo….”), che lo stesso Tuscano mette in bocca a Répaci, è fatto dire al personaggio più screditato dei 34, l’autore, in questo caso una donna, che non ha talento e dice che tutti gli altri non ne hanno. L’invettiva è svolta come una bouffonnerie, lepida e ben calibrata.
È un autoritratto che Répaci mette in scena, pittore egli stesso non del tutto dilettante, in forma di diorama e quasi caleidoscopico, delineandosi con rapide pennellate, alcune lusinghiere, altre no. Anche se a fini assolutori: vede i suoi spigoli ma non li ammorbidisce. L’uomo al centro della vita letteraria, l’organizzatore culturale per eccellenza della Prima Repubblica, dal premio Viareggio al premio Firenze per l’ecologia, il fautore primo e più costante dell’insegnamento della Resistenza nelle scuole, si scopre in dissidio con tutto il suo mondo. E non si emenda: Amari-Répaci è uno il cui viso non si gira “per guardarsi alle spalle ma (è) piantato ben sul collo per guardare davanti a sé”. Uno che “non era comunista ma ragionava come un comunista da vent’anni. Il suo estremismo apparteneva a un’altra generazione”, quella del massimalismo socialista, nella prima guerra e subito dopo. Un sentimento politico molto meridionale, bisogna aggiungere, sempre al confine con l’utopia e quindi impolitico. Che Répaci condivide, per dire, con Concetto Marchesi, qui portato ad esempio d’intransigenza morale, altro stalinista a vita – senza però essere stato fascista, come il latinista.
Un libro atipico che è un piccolo colpo di genio. È anche un catalogo delle varie specie di letterati, e di lettori di libro, alcuni caratterizzati (la donna facile il cui orgasmo è non darla, l’editore, invadente e remoto, la donna che vorrebbe ma dice sempre no…). L’invenzione di 33 ottimi nomi, 34 col morto, è una performance unica.
Leonida Répaci, Il caso Amari, Rubbettino, pp.186, € 11
lunedì 8 novembre 2010
Tremonti e non Draghi a capo del governo di stabilità
Sarà un governo tecnico e non politico, quello del Presidente, se Fini riuscirà ad abbattere Berlusconi. E sarà Tremonti l’incaricato, non Draghi. L’obiettivo è di prevenire ogni manovra destabilizzante dei mercati, che hanno da ormai un anno abbandonato il tentativo di speculare sul debito pubblico italiano ma stanno ora drizzando le orecchie. Il presidente della Repubblica ha ben presente questo rischio, che può concretizzarsi a breve, in occasione della manovra di correzione del bilancio. Tremonti, molto apprezzato in Europa e dal “Financial Times”, dà più affidamento al Quirinale per portare in porto la correzione di bilancio che si rende necessaria, Mentre Draghi rischia di creare pericolose reazioni di rigetto nella ex maggioranza, da lui contestata quasi quotidianamente.
Sarà Tremonti a gestire dunque le elezioni. Il governo tecnico si rende comunque necessario perché non ci sono maggioranze alternative al centro-destra di Berlusconi. Il presidente Napolitano, che finora ha più volte puntellato con discrezione il governo, non è sorpreso dal suo dissolvimento, data l’inconsistenza politica dei suoi leader, la cui ultima manifestazione è aprire la crisi al momento del voto obbligato sulla stabilità finanziaria e il contenimento del debito. Ritiene a questo punto necessario un intervento di supplenza, per evitare che il debito italiano inneschi una crisi i cui esiti sarebbero catastrofici. Ma con un governo tecnico o di emergenza, di brevissima durata.
Sarà Tremonti a gestire dunque le elezioni. Il governo tecnico si rende comunque necessario perché non ci sono maggioranze alternative al centro-destra di Berlusconi. Il presidente Napolitano, che finora ha più volte puntellato con discrezione il governo, non è sorpreso dal suo dissolvimento, data l’inconsistenza politica dei suoi leader, la cui ultima manifestazione è aprire la crisi al momento del voto obbligato sulla stabilità finanziaria e il contenimento del debito. Ritiene a questo punto necessario un intervento di supplenza, per evitare che il debito italiano inneschi una crisi i cui esiti sarebbero catastrofici. Ma con un governo tecnico o di emergenza, di brevissima durata.
Il centro-sinistra di Fini va al voto perdente
Un altro, un politico qualsiasi, avrebbe steso lui la rete che il non eccelso Fini sta stendendo. Con una semplice mossa, un programma di governo per la seconda metà della legislatura che attraesse l’opposizione, l’Udc e il Pd: fuori la giustizia, introvabile, dentro il federalismo, la legge elettorale,la riforma del fisco e del costo del lavoro. Che da sola, quest’ultima, equivarrebbe a una riforma da tutti benedetta del mercato del lavoro. Berlusconi no. Non per pregiudizio ideologico, che non ne ha, benché sbeffeggi i “comunisti”, ma per la sua passione plebiscitaria. Che è l’unica forma della politica che gli piace: non il governo, ma il gradimento, la popolarità, e il voto. Che però non è detto che lo condanni.
Fini d’altra parte non vuole Berlusconi, e Berlusconi non vuole Fini. Non ci può essere un governo Fini-Casini-Berlusconi. Fini s’immagina, e gli vengono suggerite, formula fantasiose, che tutte farebbero a meno dei voti di Berlusconi. Ma sono niente più di fantasie, poiché non hanno i numeri: se anche si mettessero insieme tutti i voti non di Bossi-Berlusconi non è detto che avrebbero la maggioranza alla Camera, per i tanti mal di pancia, e non l’avrebbero comunque al Senato. Senza contare che Di Pietro vede in Fini un concorrente, e sta già lavorando contro di lui – non tutti i giudici sono per Fini.
Un governo di Fini peraltro non può fare niente: non il federalismo, non la legge elettorale, non la riforma del fisco e del costo del lavoro. Nella sua nuova maggioranza ipotizzabile, di centro-sinistra, non c’è concordia su nessuno di questi pun ti. Sarebbe insomma il governo del personaggio, che è il niente personalizzato. L’unico effetto di questa sua avanzata nel vuoto dovrebbe quindi essere di gestire le elezioni, con un governo nominato ma bocciato dal Parlamento.
Le elezioni saranno dunque necessarie. Almeno questo Fini sembra saperlo. Insieme con la nota legge che chi provoca elezioni anticipate le perde. Dunque, sta lavorando alle elezioni senza darlo a vedere. Come fece Scalfaro con Dini, col suo golpe prolungato concluso con le elezioni del 1996. Ma Napolitano non è Scalfaro e non consentirà a Fini di traccheggiare per un anno e mezzo, per capitalizzare la riconosciuta incapacità di Berlusconi di fare l’opposizione.
Si deve votare dunque presto. E l’esito del voto a caldo è incerto: Berlusconi non parte perdente. Fini ha il sostegno dei giudici. Ma in campagna elettorale non possono scovare altre escort, sono solo ottomila voti – ammesso che siano tutti per lui. Ha i grandi giornali e Murdoch. Che però già ne ridono: si sa che gli interessi che fanno i media lavorano contro un “vincente”, qualsiasi esso sia, che non vogliono una leadership politica, un governo. Ha Vendola, ma non avrà il Pd. Che non è più Veltroni, Franceschini, Bindi, e presto non sarà più D’Alema, Bersani, Finocchiaro: i voti, residui, sono dei rottamatori. Mentre avrà ferocemente contro, più che i molli berlusconiani, la Lega. Cioè il Nord, da Trieste, dalla “sua” Trieste, a Cuneo.
Tutto ciò che Fini vuole, consultazioni, verifiche, programmi, magari con la lotta alla droga di rumoriana memoria, è roba che non porta voti e anzi li allontana: il Nord sarà feroce con questo tipo di politica. Mentre le due grandi aree elettorali del Sud, la Campania e la Sicilia, si presentano perdenti per il centro-sinistra di Fini: i guasti di Bassolino e Russo Jervolino sono incolmabili, il milazzismo attorno a Lombardo si è sfarinato prima di decollare.
Fini d’altra parte non vuole Berlusconi, e Berlusconi non vuole Fini. Non ci può essere un governo Fini-Casini-Berlusconi. Fini s’immagina, e gli vengono suggerite, formula fantasiose, che tutte farebbero a meno dei voti di Berlusconi. Ma sono niente più di fantasie, poiché non hanno i numeri: se anche si mettessero insieme tutti i voti non di Bossi-Berlusconi non è detto che avrebbero la maggioranza alla Camera, per i tanti mal di pancia, e non l’avrebbero comunque al Senato. Senza contare che Di Pietro vede in Fini un concorrente, e sta già lavorando contro di lui – non tutti i giudici sono per Fini.
Un governo di Fini peraltro non può fare niente: non il federalismo, non la legge elettorale, non la riforma del fisco e del costo del lavoro. Nella sua nuova maggioranza ipotizzabile, di centro-sinistra, non c’è concordia su nessuno di questi pun ti. Sarebbe insomma il governo del personaggio, che è il niente personalizzato. L’unico effetto di questa sua avanzata nel vuoto dovrebbe quindi essere di gestire le elezioni, con un governo nominato ma bocciato dal Parlamento.
Le elezioni saranno dunque necessarie. Almeno questo Fini sembra saperlo. Insieme con la nota legge che chi provoca elezioni anticipate le perde. Dunque, sta lavorando alle elezioni senza darlo a vedere. Come fece Scalfaro con Dini, col suo golpe prolungato concluso con le elezioni del 1996. Ma Napolitano non è Scalfaro e non consentirà a Fini di traccheggiare per un anno e mezzo, per capitalizzare la riconosciuta incapacità di Berlusconi di fare l’opposizione.
Si deve votare dunque presto. E l’esito del voto a caldo è incerto: Berlusconi non parte perdente. Fini ha il sostegno dei giudici. Ma in campagna elettorale non possono scovare altre escort, sono solo ottomila voti – ammesso che siano tutti per lui. Ha i grandi giornali e Murdoch. Che però già ne ridono: si sa che gli interessi che fanno i media lavorano contro un “vincente”, qualsiasi esso sia, che non vogliono una leadership politica, un governo. Ha Vendola, ma non avrà il Pd. Che non è più Veltroni, Franceschini, Bindi, e presto non sarà più D’Alema, Bersani, Finocchiaro: i voti, residui, sono dei rottamatori. Mentre avrà ferocemente contro, più che i molli berlusconiani, la Lega. Cioè il Nord, da Trieste, dalla “sua” Trieste, a Cuneo.
Tutto ciò che Fini vuole, consultazioni, verifiche, programmi, magari con la lotta alla droga di rumoriana memoria, è roba che non porta voti e anzi li allontana: il Nord sarà feroce con questo tipo di politica. Mentre le due grandi aree elettorali del Sud, la Campania e la Sicilia, si presentano perdenti per il centro-sinistra di Fini: i guasti di Bassolino e Russo Jervolino sono incolmabili, il milazzismo attorno a Lombardo si è sfarinato prima di decollare.
La formula Fini in Sicilia, triste presagio
Se la Sicilia prefigura, some pretende, i modelli politici italiani, Fini ha già fatto flop a Palermo. Uno dei tanti vanti della Sicilia è di prefigurare gli assetti nazionali con le sue ingegnerie politiche. Anche Sciascia, che pure è un cervello politico, ci ha creduto. I monocolori, con la destra, con la sinistra, il centro, il pentapartito, il compromesso, il golpe giudiziario, il berlusconismo, la Sicilia si è sempre illusa di averli inventati. Gli storici non se ne sono interessati, e quindi non sappiamo se la pretesa è vera. Ma il precedente non è buono per Fini. Perché quello che lui vuole fare Raffaele Lombardo l’ha già fatto, lasciando Berlusconi per mettersi con Casini e il Pd, ed è subito fallito. E questa è la seconda volta che la Sicilia fallisce la sua missione nazionale: analoga polpetta aveva commigliato Silvio Milazzo mezzo secolo fa, con analogo risultato. Si vede che la ricetta, benché sciliana, proprio non funziona: uno di destra che si mette a capo della sinistra.
Lombardo è fallito anche perché, bisogna dire, non è Fini: è uno che non si sa come prendeva i voti, e ora si sa. Ma pure Fini è uno che non si sa come prende i voti. Cioè si sa come li ha presi, sulla spalla di Berlusconi, ma non si sa se li riprenderà. Anzi, si sa che non li riprenderà. Il che, rigirando la frittata, potrebbe anche essere di beneficio, per la sua futura statura di statista: gli eviterebbe di tentare un governo che non sta in nessun libro, il centro-sinistra del neo fascismo - si è sempre detto che (ex) comunisti e (ex) fascisti erano speculari, ma lo dicevano i reazionari.
Anzi, a proposito, non c’è solo il tardo milazzismo di Lombardo, Fini stia in guardia se vuole salvare il doppiopetto anche per un altro motivo. I commentatori dei grandi giornali lo illudono che reazionario, fascista, comunista, centro-sinistra, sinistra, destra, sono concetti perenti, che la società moderna è una composta, una melassa, un polpettone. Non è vero. Se così fosse Berlusconi ne sarebbe il re incontestato, e invece non lo è. Figurarsi i sottopancia di Berlusconi e le sue creature politiche.
Lombardo è fallito anche perché, bisogna dire, non è Fini: è uno che non si sa come prendeva i voti, e ora si sa. Ma pure Fini è uno che non si sa come prende i voti. Cioè si sa come li ha presi, sulla spalla di Berlusconi, ma non si sa se li riprenderà. Anzi, si sa che non li riprenderà. Il che, rigirando la frittata, potrebbe anche essere di beneficio, per la sua futura statura di statista: gli eviterebbe di tentare un governo che non sta in nessun libro, il centro-sinistra del neo fascismo - si è sempre detto che (ex) comunisti e (ex) fascisti erano speculari, ma lo dicevano i reazionari.
Anzi, a proposito, non c’è solo il tardo milazzismo di Lombardo, Fini stia in guardia se vuole salvare il doppiopetto anche per un altro motivo. I commentatori dei grandi giornali lo illudono che reazionario, fascista, comunista, centro-sinistra, sinistra, destra, sono concetti perenti, che la società moderna è una composta, una melassa, un polpettone. Non è vero. Se così fosse Berlusconi ne sarebbe il re incontestato, e invece non lo è. Figurarsi i sottopancia di Berlusconi e le sue creature politiche.
domenica 7 novembre 2010
Elogio della sporcizia
L’igiene porta alla pulizia, morale, religiosa, politica, etnica. Arcigni censori tengono il mondo pulito con grandi varechinate, lasciandosi dietro campi desolati. È l’ideologia del Novecento che perdura: fare piazza pulita.
È una storia, quella contemporanea, quella contemporanea dell’ex Occidente (Europa, Usa) che nasce dall’asepsi del dottor Semmelweiss. La quale aveva fini igienici e terapeutici. Ma è troppo bella, e anche semplice: chi non ha altro da dire, in politica, nelle idee, perfino negli affari, se ne ammanta utilmente. Senza però, questo è il punto, che il mondo sia più pulito. L’igiene è una sorta di copertura da cane rabbioso, senza altra virtù che la potenza dell’urlo e la minaccia del morso. E senza benefici se non, chissà, per il cane stesso.
L’Italia di dopo Mani Pulite, di dopo la questione morale della capitale morale, è più corrotta di prima. Anche molto più di prima, la corruzione sembra incontenibile. Si vada indietro di vent’anni e si troveranno molti codici etici aziendali, era la moda, in aziende dove invece si combattevano senza limiti e senza esclusione di colpi lotte terribili, anche fratricide, tra gli Agnelli nella Fiat per esempio, nella Rizzoli Corriere della sera di Cuccia, in Mediobanca dopo Cuccia.
Ma sempre i puri e duri hanno tralignato. Lutero. Calvino. Cromwell. Tanti rivoluzionari ammazzapopolo. Robespierre con la ghigliottina. Stalin, Mao, Pol Pot. Tra serbi, croati, bosniaci eccetera non si saputo ultimamente chi era più puro. Nel fango dell’antisemitismo s’incontra anche lo sfacelo morale dell’uomo buono: Céline, papa Paolo IV Carafa. E non si richiama esplicitamente all'igiene l'eugenetica, come già l'antisemitismo? E dunque che pensarne? Che un po’ d’impudicizia e incontinenza, se non di sporcizia, è utile se non attraente: protegge la bontà, e aiuta una qualche forma d’intelligenza.
È una storia, quella contemporanea, quella contemporanea dell’ex Occidente (Europa, Usa) che nasce dall’asepsi del dottor Semmelweiss. La quale aveva fini igienici e terapeutici. Ma è troppo bella, e anche semplice: chi non ha altro da dire, in politica, nelle idee, perfino negli affari, se ne ammanta utilmente. Senza però, questo è il punto, che il mondo sia più pulito. L’igiene è una sorta di copertura da cane rabbioso, senza altra virtù che la potenza dell’urlo e la minaccia del morso. E senza benefici se non, chissà, per il cane stesso.
L’Italia di dopo Mani Pulite, di dopo la questione morale della capitale morale, è più corrotta di prima. Anche molto più di prima, la corruzione sembra incontenibile. Si vada indietro di vent’anni e si troveranno molti codici etici aziendali, era la moda, in aziende dove invece si combattevano senza limiti e senza esclusione di colpi lotte terribili, anche fratricide, tra gli Agnelli nella Fiat per esempio, nella Rizzoli Corriere della sera di Cuccia, in Mediobanca dopo Cuccia.
Ma sempre i puri e duri hanno tralignato. Lutero. Calvino. Cromwell. Tanti rivoluzionari ammazzapopolo. Robespierre con la ghigliottina. Stalin, Mao, Pol Pot. Tra serbi, croati, bosniaci eccetera non si saputo ultimamente chi era più puro. Nel fango dell’antisemitismo s’incontra anche lo sfacelo morale dell’uomo buono: Céline, papa Paolo IV Carafa. E non si richiama esplicitamente all'igiene l'eugenetica, come già l'antisemitismo? E dunque che pensarne? Che un po’ d’impudicizia e incontinenza, se non di sporcizia, è utile se non attraente: protegge la bontà, e aiuta una qualche forma d’intelligenza.
La modernità di Ballard campanelliana, senza testa
È il noir dello shopping, “cerimonia collettiva di affermazione”. In luoghi suburbani dove “la più alta esigenza spirituale” è una stazione di servizio “su una strada a scorrimento veloce” e un garage di dieci piani, che tuttavia esprimono “un senso di comunità più profondo di quello di una chiesa di qualsivoglia confessione”. La cifra ballardiana dell’universo concentrazionario, e anzi carcerario, seppure qui di un carcere modello, confluisce nella follia quale ricetta, contro la noia, l’inazione, l’emarginazione.
La modernità si può dire in quattro battute. Il consumismo è equalizzatore e socializzante: è un’“ideologia di redenzione…, quando funziona estetizza la violenza”. “La democrazia è soltanto un servizio pubblico, come la luce e il gas”. “È il consumismo a darci la misura dei nostri valori. Il consumismo è sincero e ci insegna che ogni merce ha un codice a barre”. “Il grande sogno dell’Illuminismo, cioè che la ragione e l’egoismo razionale un giorno avrebbero trionfato, ha portato direttamente al consumismo dei nostri giorni”. Le cose e noi, i due mondi non sono separati.
Scandito così, è il digest del Millennio, benché d'impostazione campanelliana - certo accidentale: anche le cose ci comandano. Non più di dieci righe di questo romanzo di trecento pagine condensano la “civiltà” europea oggi, dopo essere state a lungo “americane”. Si può dire anche il romanzo del berlusconismo, ammesso che ce ne sia uno, del vuoto a perdere. Ma di più del dipietrismo, di chi protesta ma non sa per che. Della politica assente perché l’impolitica è improduttiva, al più un esercizio di snobistico rifiuto – lo snobismo dei sanculottes.
Ma l’Italia sarebbe un adattamento minore, al solito confuso. Questo “Regno a venire” si potrebbe invece studiare a Scienze Politiche, è un manuale attendibile di Storia delle idee o di Scienza della politica, oltre che una storia a sorpresa di violenze. È il manifesto reale dell’antipolitica, di una umanità sazia e indifferente, paranoica perciò, a partire dalla famiglia: i coniugi, i figli, i padri. Inquietante però: tanto modernismo invera la filosofia tradizionalista, di Guénon che lo disse una Grande Congiura, del Gabriel Marcel di “Essere e avere”. Gli oggetti si animano, le persone diventano gli oggetti che adorano, come in qualsiasi transfert religioso, ma quanto ristretto. Ballard ci mette del suo, che alla fine, del romanzo e della vita, lega la libertà al fascismo. Il “ritorno alla normalità” alla fine del romanzo è la tv che dà consigli per la casa e organizza gruppi di lettura: “Quando la gente comincia a infervorarsi parlando di romanzi ogni speranza di libertà è morta”, ghigna lo scrittore: “L’unica vera possibilità di una repubblica fascista era svanita insieme ai completi da uomo e le moquette e i tappeti a metà prezzo”.
J.C.Ballard, Regno a venire, Feltrinelli, pp. 293, € 9,50
La modernità si può dire in quattro battute. Il consumismo è equalizzatore e socializzante: è un’“ideologia di redenzione…, quando funziona estetizza la violenza”. “La democrazia è soltanto un servizio pubblico, come la luce e il gas”. “È il consumismo a darci la misura dei nostri valori. Il consumismo è sincero e ci insegna che ogni merce ha un codice a barre”. “Il grande sogno dell’Illuminismo, cioè che la ragione e l’egoismo razionale un giorno avrebbero trionfato, ha portato direttamente al consumismo dei nostri giorni”. Le cose e noi, i due mondi non sono separati.
Scandito così, è il digest del Millennio, benché d'impostazione campanelliana - certo accidentale: anche le cose ci comandano. Non più di dieci righe di questo romanzo di trecento pagine condensano la “civiltà” europea oggi, dopo essere state a lungo “americane”. Si può dire anche il romanzo del berlusconismo, ammesso che ce ne sia uno, del vuoto a perdere. Ma di più del dipietrismo, di chi protesta ma non sa per che. Della politica assente perché l’impolitica è improduttiva, al più un esercizio di snobistico rifiuto – lo snobismo dei sanculottes.
Ma l’Italia sarebbe un adattamento minore, al solito confuso. Questo “Regno a venire” si potrebbe invece studiare a Scienze Politiche, è un manuale attendibile di Storia delle idee o di Scienza della politica, oltre che una storia a sorpresa di violenze. È il manifesto reale dell’antipolitica, di una umanità sazia e indifferente, paranoica perciò, a partire dalla famiglia: i coniugi, i figli, i padri. Inquietante però: tanto modernismo invera la filosofia tradizionalista, di Guénon che lo disse una Grande Congiura, del Gabriel Marcel di “Essere e avere”. Gli oggetti si animano, le persone diventano gli oggetti che adorano, come in qualsiasi transfert religioso, ma quanto ristretto. Ballard ci mette del suo, che alla fine, del romanzo e della vita, lega la libertà al fascismo. Il “ritorno alla normalità” alla fine del romanzo è la tv che dà consigli per la casa e organizza gruppi di lettura: “Quando la gente comincia a infervorarsi parlando di romanzi ogni speranza di libertà è morta”, ghigna lo scrittore: “L’unica vera possibilità di una repubblica fascista era svanita insieme ai completi da uomo e le moquette e i tappeti a metà prezzo”.
J.C.Ballard, Regno a venire, Feltrinelli, pp. 293, € 9,50
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