Ciancimino jr. afferma infine che il “signor Franco”, che ha asservito lo Stato alla mafia e che finora non riconosceva, è l’ex capo della polizia De Gennaro. Personaggio tra i più fotografati. Sbaglia anche le date, attribuendo a De Gennaro una diecina d’anni in più.
L’erede è in crisi d’astinenza, Spatuzza gli ha rubato le prime pagine, e si può capire. Ma il dottor Ingroia, giudice a Palermo, gli crede: “Perché no?”. E i giornali ci fanno due e quattro pagine. Senza credergli, ma non lo dicono. Il fatto, tra l’altro, non interessa a nessuno, la Sicilia non fa più notizia – “Don Vito”, le memorie compiacenti della famiglia Ciancimino illustrate da Feltrinelli, è tra i libri più invenduti. Masochismo? .
“Fini e Berlusconi hanno il sacro terrore di andare alle urne”, gongola l’ex presidente Scalfaro, che dopo una vita a destra vuole morire a sinistra. Dopo aver disciolto due Parlamenti, sempre gongolando. Senza alcun rispetto per il voto, e per la Costituzione.
A parte il giudizio politico, non capire che Berlusconi vuole le elezioni.
Dall’alba al tramonto giovedì la Rai martella l’ascoltatore con un “vertice” Casini-Fini-Rutelli, più l’onorevole Briguglio, l’onorevole Tabacci e altri pochi statisti di analoga misura. Che si saranno detti? E pi, perché farsi pagare l’abbonamento da tutti gli italiani, non possono incontrarsi a casa?
Fini convoca i “suoi” parlamentari per le 14, per proporre la mozione di sfiducia a Berlusconi. Ma alle 12.30 la mozione è anticipata all’Ansa dall’onorevole Briguglio insieme col capogruppo onorevole Urso. Fascisti sempre. Che non sarebbe una cattiva notizia: almeno sarebbero qualcosa.
Chiara Rapaccini, giovane moglie di Monicelli, da cui il regista si era allontanato per vivere solo, a novant’anni, dice che il suicidio è colpa di Berlusconi. Non lo dice, lo fa capire: “(Era) disgustato nel sentire ciò che veniva raccontato dalla radio… Si trovava in un mondo vile che andava contro i suoi principi”. Del morto dice che era strambo: “Certo era un padre un po’ strambo”. E un perdente: “Stava sempre con i perdenti, con i Brancaleoni”. Ma stravedeva, dice la signora, per Vendola. La signora è per Vendola.
“Repubblica” fa una pagina sui “nuovi diritti degli animali”. Complimentosa. “Ristoranti, uffici, case di riposo, potranno entrare ovunque”. Dopo aver lanciato, sul suo settimanale femminile, una crociata contro i bambini in albergo e ai ristoranti. Eugenetica.
Piccoli capetti maturati nell’ex Fgci, con un futuro politico senza esami grazie all’invenzione delle primarie, organizzano piccoli gruppi studenteschi di contestazione. Un rito, e anzi una parodia. Nella quale hanno inserito una terrazza della facoltà di architettura cui si accede per una scala a pioli. Alla terrazza fanno salire ogni giorno una “personalità”. Che un fotografo diligente appostato ritrae da sopra in giù. Distribuendo la foto gratis ai giornali. Che diligenti la pubblicano, con la didascalia fornita dall’organizzazione.
Bersani sale sulla terrazza di Architettura, tra gli studenti che protestano goliardi, dicendo, come Berlinguer nel fatidico 1980 agli operai della Fiat: “Se occupate, non è male”. Ma non c’è niente da occupare sulla terrazza. Anche Vendola e Di Pietro salgono, e non trovano niente.
Dopo di loro sono saliti, per la foto, Ettore Scola, che dunque ancora vive, Concita De Gregorio, emerita direttrice dell’“Unità”, Venditti, Piovani, Renato Nicolini, “drammaturgo”, e “l’attore e regista teatrale Ulderico Pesce”.
La Procura di Roma, il solito dottor Capaldo, raggiunge il sublime del ridicolo, aprendo un’inchiesta in cui non ci sono ipotesi di reato né accusati. Ma un’inchiesta sulla Libia ci sta sempre bene. Un sostituto del dottor Capaldo nel pool inquirente sui reati societari vuole sapere se i due soci libici di Unicredit siano entrati nella banca”di concerto”. Vuole saperlo dai due soci. Secondo il diritto libico.
Il professor Antonio D’Andrea, dell’università di Brescia, ricorda tutto della Gelmini,che si è laureata con lui una diecina d’anni fa. E ne parla volentieri, molto male. Voglia di protagonismo? Di resistenza? Un professore che dà tanto valore al voto di laurea? In questi dieci anni cos’altro ha fatto il professore, a differenza della Gelmini?
“Io mi limito a fare domande”, dice Floris, il conduttore di “Ballarò”. Possibile che non sappia che le domande sono risposte? Sì che lo sa, ma pensa che un conduttore tv può dire qualsiasi cosa..
Moratti si fa il segno della croce al gol dell’Inter al Twente. Non lo accenna, se lo fa ampio, preciso,
concluso.
sabato 4 dicembre 2010
venerdì 3 dicembre 2010
Vecchi politicanti: il Pd teme il Centro estremista
Ora che Di Pietro vota con loro, i leader del Nuovo Centro o Grande Centro, Casini, Fini, Rutelli, Briguglio e Tabacci, sono certi che il voto contro Berlusconi da loro proposto avrà la maggioranza alla Camera, 317 voti assicura trionfante dai telegiornali l’onorevole Bocchino. Nomen omen, certo, l’onorevole può dire quello che vuole, ma non conta che al Senato invece, con tutto Di Pietro, il Nuovo Grande Centro è deficitario. Che cioè il Nuovo e Grande Centro apre una crisi senza sbocco, come un qualsiasi gruppuscolo estremista. E per prima cosa ha suscitato più diffidenza che attese nel partito Democratico: il Pd teme le elezioni anticipate, soprattutto se dovesse portarne la responsabilità.
L’impudenza è segno di strafottenza, e questo potrebbe anche aver reso simpatico l’onorevole, con tutto il suo sguardo atteggiato a furbizia – del resto, c’è più furbo di un napoletano? Ora che si sanno le cose, la strafottenza è anche non senza fodnamento nella nuova famiglia di Fini: se è vero cioè che il Grande Centro, che come idea politica non ha senso, Casini non può stare con Fini, è il progetto di Carlo De Benedetti. Già primo tesserato del partito Democratico. E sempre editore e direttore di "Repubblica" e "L'Espresso", quanto c'è di più chic a Roma.
E tuttavia c’è ambivalenza nel Pd di fronte all’alleanza, ma non è tutta colpa dell’onorevole Bocchino. Né timore di De Benedetti - questo c'è, l'Ingegnere è vendicativo (è lui il vero Andreotti della Seconda Repubblica), ma anche lui ha bisogno del Pd, dei suoi 75 mila, o 750 mila, candidati-lettori. Il fatto è che, a parte l'onorevole Bocchino, le nuove leve di politicanti sono vecchi, anzi vecchissimi, genere prima Repubblica: non conta il voto, l’elettore, le elezioni, contano gli intrighi personali. Fini e Casini non hanno entusiasmato perché si confermano ciò che erano, piccoli manovrieri della destra, all’ombra di Berlusconi, dei voti di Berlusconi. In molti preferiscono ricordare che non è la prima volta che impongono a Berlusconi delle crisi di governo: l’uno l’ha voluta in passato per salvare gli alloggi di servizio gratuiti ai sottufficiali dell’aeronautica, l’altro per fare vice-presidente del consiglio il suo amico (ora ex) Follini.
Nel Pd prevale il timore di accrescere, con questi nuovi vecchi alleati, l’instabilità nel centro-sinistra che il partito stesso è nato per curare: le divisioni, gli scarti, le posizioni personali di questo o quel, seppure minuscolo, politicante. Con strumenti deprecabili: trappole, sabotaggi, vendette. Senza mai una giustificazione. Contro il voto degli elettori.
Questo è forse il punto che apre più perplessità nel Pd. Partito nato all’insegna del maggioritario. In armonia con i due o tre referendum con i quali l’elettorato s’è pronunciato a grandissima maggioranza per un governo stabile, contro le manovre di palazzo. Sono state fatte leggi in armonia con i referendum a livello locale, al Comune, alla Provincia, alla Regione, con l’elezione diretta del leader locale. Mentre il governo è stato tenuto al guinzaglio del primo arrivato: fallita la Bicamerale di D’Alema, falliti i tentatici di Amato, e dello steso Napolitano.
D’altra parte, il Pd fa fatica a prendere posizione, esso stesso frastornato. Un problema succedaneo è infatti che con i nuovi vecchi politicanti va l’opinione qualificata, che omette l’evidenza: nessun commentatore, nessuno scienziato politico che dica quello che le elezioni anticipate sono proibite. Che le elezioni sono il fulcro e il pilastro della democrazia parlamentare, e che si va al voto anticipato solo per rispetto del voto, non di Casini o Fini. Che questi “figli di Scalfaro”, come sono chiamati nel partito, il peggiore presidente della Repubblica, e della peggiore Dc, assoggettano la politica, che è l’arte di governo, a quello che loro vogliono, e che loro stessi non sanno.
L’impudenza è segno di strafottenza, e questo potrebbe anche aver reso simpatico l’onorevole, con tutto il suo sguardo atteggiato a furbizia – del resto, c’è più furbo di un napoletano? Ora che si sanno le cose, la strafottenza è anche non senza fodnamento nella nuova famiglia di Fini: se è vero cioè che il Grande Centro, che come idea politica non ha senso, Casini non può stare con Fini, è il progetto di Carlo De Benedetti. Già primo tesserato del partito Democratico. E sempre editore e direttore di "Repubblica" e "L'Espresso", quanto c'è di più chic a Roma.
E tuttavia c’è ambivalenza nel Pd di fronte all’alleanza, ma non è tutta colpa dell’onorevole Bocchino. Né timore di De Benedetti - questo c'è, l'Ingegnere è vendicativo (è lui il vero Andreotti della Seconda Repubblica), ma anche lui ha bisogno del Pd, dei suoi 75 mila, o 750 mila, candidati-lettori. Il fatto è che, a parte l'onorevole Bocchino, le nuove leve di politicanti sono vecchi, anzi vecchissimi, genere prima Repubblica: non conta il voto, l’elettore, le elezioni, contano gli intrighi personali. Fini e Casini non hanno entusiasmato perché si confermano ciò che erano, piccoli manovrieri della destra, all’ombra di Berlusconi, dei voti di Berlusconi. In molti preferiscono ricordare che non è la prima volta che impongono a Berlusconi delle crisi di governo: l’uno l’ha voluta in passato per salvare gli alloggi di servizio gratuiti ai sottufficiali dell’aeronautica, l’altro per fare vice-presidente del consiglio il suo amico (ora ex) Follini.
Nel Pd prevale il timore di accrescere, con questi nuovi vecchi alleati, l’instabilità nel centro-sinistra che il partito stesso è nato per curare: le divisioni, gli scarti, le posizioni personali di questo o quel, seppure minuscolo, politicante. Con strumenti deprecabili: trappole, sabotaggi, vendette. Senza mai una giustificazione. Contro il voto degli elettori.
Questo è forse il punto che apre più perplessità nel Pd. Partito nato all’insegna del maggioritario. In armonia con i due o tre referendum con i quali l’elettorato s’è pronunciato a grandissima maggioranza per un governo stabile, contro le manovre di palazzo. Sono state fatte leggi in armonia con i referendum a livello locale, al Comune, alla Provincia, alla Regione, con l’elezione diretta del leader locale. Mentre il governo è stato tenuto al guinzaglio del primo arrivato: fallita la Bicamerale di D’Alema, falliti i tentatici di Amato, e dello steso Napolitano.
D’altra parte, il Pd fa fatica a prendere posizione, esso stesso frastornato. Un problema succedaneo è infatti che con i nuovi vecchi politicanti va l’opinione qualificata, che omette l’evidenza: nessun commentatore, nessuno scienziato politico che dica quello che le elezioni anticipate sono proibite. Che le elezioni sono il fulcro e il pilastro della democrazia parlamentare, e che si va al voto anticipato solo per rispetto del voto, non di Casini o Fini. Che questi “figli di Scalfaro”, come sono chiamati nel partito, il peggiore presidente della Repubblica, e della peggiore Dc, assoggettano la politica, che è l’arte di governo, a quello che loro vogliono, e che loro stessi non sanno.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (74)
Giuseppe Leuzzi
Leonida Répaci scrisse una serie di articoli nel 1949 su “Milano-Sera” in risposta alla lettera proto leghista di un ragionier Menghini di Pavia al giornale (articoli poi raccolti in “Il Sud su un binario morto”). Il fulcro della lettera del ragioniere è l’aneddoto dei water usati dagli assegnatari della riforma agraria come recipienti per le salamoie. L’aneddoto era originato e diffuso al Sud, sui terremotati a Messina al quartiere Giostra, sugli assegnatari delle case popolari, e successivamente sugli alluvionati di San Luca nell’Aspromonte – qui siamo già a dopo il ragionier Menghini.
Croce riporta nella “Storia del Regno di Napoli” che Federico II, il re svevo di Palermo, in visita in Terrasanta criticò l’Altissimo. Deluso che, magnificando la Palestina, il Dio dei Giudei “non viderat terram suam scilicet Terram Laboris, Calabria, et Siciliam et Apuliam”. Per il re tedesco, nel Duecento, il Sud era un bengodi.
Nello scontro tra giudici e carabinieri a Palermo il colonnello De Caprio, ex “capitano Ultimo”, non le manda a dire: “Gente come questo magistrato (Ingroia, n.d.r.), con la lobby mediatica che lo sostiene hanno distrutto il fronte antimafia, hanno messo fratelli contro fratelli, e stanno facendo vincere Riina, Ciancimino, e Provenzano”. Come non detto. Nemmeno per una querela.
Per fratelli De Caprio intende i carabinieri. Molti carabinieri infatti sono col giudice Ingroia e Cincimino figlio.
I processi di mafia a Palermo da qualche tempo riguardano Contrada, Andreotti, Dell’Utri, Berlusconi, e vari ufficiali dei carabinieri, Mori, De Caprio e altri. Dopo quello famoso di Riina, il folle sanguinario che mise in imbarazzo il presidente della corte che lo giudicava, altri mafiosi veri non si sono visti in tribunale. Quando vengono sono coperti da nugoli di guardie, in quanto pentiti, cioè confidenti delle Procure – comunque mai in ceppi, secondo il regolamento dipietrista. Si può dire che non c’è la mafia a Palermo. Ogni tanto si prende un latitante, con clamore. Ma è di vecchia mafia: gente senza denti con gli occhiali spessi, impecettati.
L’odio-di-sé-meridionale
Salvatore Lombino, scrittore americano di galli di grande suscesso, con vari pseudonimi, il più famoso dei quali è Ed McBain, nipote di un emigrato dalla Calabria, ha sentito il bisogno di cambiarsi il nome all’anagrafe, in Evan Hunter.
Nicola Misasi, “elogiato da D’Annunzio, rimpianto dalla Serao, trascurato dalla Calabria”, titola la “Gazzetta del Sud”. Ma anche la “Gazzetta” non scrive altro di Misasi. Uno scrittore del secondo Ottocento che fu letto molto. Vale per lui quanto vale per Répaci, La Cava, Seminara, Zappone, Delfino, scrittori che confessano di “voler” essere calabresi: la Calabria pesa come un destino negativo. Misasi che apre il suo libro più letto, “Senza domani”, con questa dedica. “Questo libro non è un romanzo, è la difesa di un popolo generoso calunniato dagli storici della rivoluzione”.
Un Pelle figlio di mafiosi, studente d’architettura a Reggio Calabria, si vanta con amici e parenti di poter condizionare gli esami in facoltà, e le ammissioni alle facoltà di Medicina di Messina e Catanzaro. Ciò basta per paginate ogni giorni alla “Gazzetta del Sud” del tipo: “Le mani sull’università della cosca Pelle-Gambazza”. Che convincono tutti che le università di Messina, Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria siano in mano a questo a questo giovane. Le università dei figli dei poveri, quelli che non possono permettersi le università da Napoli in su.
Il giovane Giuseppe Pelle controllava le tre università con regali, dice ogni giorno la “Gazzetta del Sud”. Ma finora l’unico regalo accertato è un giocattolo al bambino di un ricercatore, suo compaesano.
Milano
Massimo Mucchetti rievoca oggi sul “Corriere della sera”, per attaccare i rapporti privilegiati tra l’Italia e Mosca, l’intermissione di un Mentasti. Il quale, patrocinato da Berlusconi, aveva pensato nel 2002 di diventare il partner italiano di Gazprom, e nel 2005 c’era quasi riuscito.
La ricostruzione di Mucchetti è molto “lombarda”: nel senso che non è narrativa, né intesa a fini di informazione, cioè di verità, è un retroscena che anzi i fatti reali hanno smentito, e resta quindi lievemente ricattatoria. Mentre bisogna sapere che Gazprom è la maggiore società del gas del mondo. E Mentasti un broker lombardo, non dei maggiori. Ma soprattutto va detto che Bruno Mentasti è stato in questo affare il marito di sua moglie. Cioè che è la signora Mentasti che aveva il cuore di Berlusconi. E non per il noto casanovismo dello stesso, ma per essere intima dell’allora signora Veronica. Del cui odio verso il marito è stata dopo qualche anno confidente con “Repubblica” e altri giornali e incitatrice. Dopo cioè che Berlusconi non aveva dato il gas della Gazprom al marito. Una storia di piccola corruzione, e di vendette femminili, molto da “donna lombarda”.
Lombardo, non solo a Londra, è sempre stato l’usuraio.
Qualsiasi cosa dica, il figlio del mafioso Ciancimino ha due e quattro pagine sul “Corriere della sera” e su “Repubblica”, i giornali della classe dirigente, e quindi della Padania, cioè insomma di Milano, dove peraltro concentrano le vendite. Anche le scemenze palesi, tipo accostare a suo padre nel 1972 o nel 1974 l’attuale prefetto De Gennaro, che è nato nel …
C’è da dubitare che la classe dirigente sia golosa di sapere di Ciancimino jr. e dei giudici che attraverso di lui si fanno pubblicità. E allora perché tanto spazio? Tout se tient, “cappello chiama capello” si diceva una volta. Mafia chiama mafia?
“Sette”, il settimanale del “Corriere della sera”, fa giovedì una ventina di pagine sull’occupazione della Lombardia da parte della ‘ndrangheta, la mafia calabrese. Non sono pagine di grande lettura, rimasticando in lungo e in largo le confidenze di un mafioso siciliano di piccolo rango con un giornalista specializzato in scandali. Confidenze sui la Direzione nazionale antimafia, che quindi ora si sa cosa fa (chissà come gli girano al povero Falcone, che l’ha inventata), ha costruito due settimane fa una mappa dettagliata delle città e i centri della Lombardia che le cosche calabresi si sono spartite. Vere e proprie dinastie, spesso analfabete. È per questo che Milano non riesce a costruire nulla per l’esposizione del 2015. Non per le lotte furibonde sui suoli e gli appalti.
Le venti pagine di “Sette” escono senza novità, senza scandalo. Senza peraltro un briciolo di preoccupazione locale: di persone, paesi, sindaci, amministratori, imprenditori.
Tutto evidentemente si può dire, ma qual è l’interesse di una simile pubblicazione? Di dire che la Calabria è comunque un malaffare, i lombardi sono spietati - un calabrese, certo, potrebbe complimentarsi di tenere in soggezione “Sette” (almeno “Sette”, se non Milano, o il “Corriere della sera”).
Il “Corriere della sera”, dopo aver lanciato con congruo preavviso le inchieste Rai sulle ville di Berlusconi alle Bahamas, o Antigua?, fa diecine di pagine sulla banca Arner, che ha gestito l’acquisto. Facendo pubblicità a Mario Draghi, che inflessibile ha ordinato d’ispezionare la banca, e al professore avvocato della Bocconi che inflessibile la ispezionò, con tanto di foto e punti di accusa, anzi no di censura, anzi no di rinvio alle norme, sempre inflessibile. Dopodiché si paga una pagina di pubblicità della Arner, 50 o 100 mila euro, per dire che tutto è in ordine.
Perché il “Corriere della sera”, il giornale della borghesia lombarda, si è fatto da un anno a questa parte, il giornale delle puttane? Per accusare Berlusconi non ne ha bisogno – ha ben d’altro. È la sua borghesia in regime d’astinenza? La medea di Macherio non è isolata, la moglie di Berlusconi, la “donna lombarda” è vendicativa come nella canzone.
All’aeroporto di Malpensa mandano in giro una valigia due minuti dopo che l’aereo è atterrato. Una valigia con un cartellino che ne attesta la provenienza ma di cui nessuno è proprietario. Girando sul nastro trasportatore la valigia viene registrata come in arrivo dagli specifici voli di cui porta il cartellino, riducendo i tempi medi di consegna dei bagagli. Il tempo medio di consegna dei bagagli è uno dei criteri internazionali per valutare l’efficienza di un aeroporto.
Si aspetta ora di sapere se l’artefice di questa furbata non è un funzionario, o un facchino, napoletano. Potrebbe anche essere siciliano, perché no.
leuzzi@antiit.eu
Leonida Répaci scrisse una serie di articoli nel 1949 su “Milano-Sera” in risposta alla lettera proto leghista di un ragionier Menghini di Pavia al giornale (articoli poi raccolti in “Il Sud su un binario morto”). Il fulcro della lettera del ragioniere è l’aneddoto dei water usati dagli assegnatari della riforma agraria come recipienti per le salamoie. L’aneddoto era originato e diffuso al Sud, sui terremotati a Messina al quartiere Giostra, sugli assegnatari delle case popolari, e successivamente sugli alluvionati di San Luca nell’Aspromonte – qui siamo già a dopo il ragionier Menghini.
Croce riporta nella “Storia del Regno di Napoli” che Federico II, il re svevo di Palermo, in visita in Terrasanta criticò l’Altissimo. Deluso che, magnificando la Palestina, il Dio dei Giudei “non viderat terram suam scilicet Terram Laboris, Calabria, et Siciliam et Apuliam”. Per il re tedesco, nel Duecento, il Sud era un bengodi.
Nello scontro tra giudici e carabinieri a Palermo il colonnello De Caprio, ex “capitano Ultimo”, non le manda a dire: “Gente come questo magistrato (Ingroia, n.d.r.), con la lobby mediatica che lo sostiene hanno distrutto il fronte antimafia, hanno messo fratelli contro fratelli, e stanno facendo vincere Riina, Ciancimino, e Provenzano”. Come non detto. Nemmeno per una querela.
Per fratelli De Caprio intende i carabinieri. Molti carabinieri infatti sono col giudice Ingroia e Cincimino figlio.
I processi di mafia a Palermo da qualche tempo riguardano Contrada, Andreotti, Dell’Utri, Berlusconi, e vari ufficiali dei carabinieri, Mori, De Caprio e altri. Dopo quello famoso di Riina, il folle sanguinario che mise in imbarazzo il presidente della corte che lo giudicava, altri mafiosi veri non si sono visti in tribunale. Quando vengono sono coperti da nugoli di guardie, in quanto pentiti, cioè confidenti delle Procure – comunque mai in ceppi, secondo il regolamento dipietrista. Si può dire che non c’è la mafia a Palermo. Ogni tanto si prende un latitante, con clamore. Ma è di vecchia mafia: gente senza denti con gli occhiali spessi, impecettati.
L’odio-di-sé-meridionale
Salvatore Lombino, scrittore americano di galli di grande suscesso, con vari pseudonimi, il più famoso dei quali è Ed McBain, nipote di un emigrato dalla Calabria, ha sentito il bisogno di cambiarsi il nome all’anagrafe, in Evan Hunter.
Nicola Misasi, “elogiato da D’Annunzio, rimpianto dalla Serao, trascurato dalla Calabria”, titola la “Gazzetta del Sud”. Ma anche la “Gazzetta” non scrive altro di Misasi. Uno scrittore del secondo Ottocento che fu letto molto. Vale per lui quanto vale per Répaci, La Cava, Seminara, Zappone, Delfino, scrittori che confessano di “voler” essere calabresi: la Calabria pesa come un destino negativo. Misasi che apre il suo libro più letto, “Senza domani”, con questa dedica. “Questo libro non è un romanzo, è la difesa di un popolo generoso calunniato dagli storici della rivoluzione”.
Un Pelle figlio di mafiosi, studente d’architettura a Reggio Calabria, si vanta con amici e parenti di poter condizionare gli esami in facoltà, e le ammissioni alle facoltà di Medicina di Messina e Catanzaro. Ciò basta per paginate ogni giorni alla “Gazzetta del Sud” del tipo: “Le mani sull’università della cosca Pelle-Gambazza”. Che convincono tutti che le università di Messina, Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria siano in mano a questo a questo giovane. Le università dei figli dei poveri, quelli che non possono permettersi le università da Napoli in su.
Il giovane Giuseppe Pelle controllava le tre università con regali, dice ogni giorno la “Gazzetta del Sud”. Ma finora l’unico regalo accertato è un giocattolo al bambino di un ricercatore, suo compaesano.
Milano
Massimo Mucchetti rievoca oggi sul “Corriere della sera”, per attaccare i rapporti privilegiati tra l’Italia e Mosca, l’intermissione di un Mentasti. Il quale, patrocinato da Berlusconi, aveva pensato nel 2002 di diventare il partner italiano di Gazprom, e nel 2005 c’era quasi riuscito.
La ricostruzione di Mucchetti è molto “lombarda”: nel senso che non è narrativa, né intesa a fini di informazione, cioè di verità, è un retroscena che anzi i fatti reali hanno smentito, e resta quindi lievemente ricattatoria. Mentre bisogna sapere che Gazprom è la maggiore società del gas del mondo. E Mentasti un broker lombardo, non dei maggiori. Ma soprattutto va detto che Bruno Mentasti è stato in questo affare il marito di sua moglie. Cioè che è la signora Mentasti che aveva il cuore di Berlusconi. E non per il noto casanovismo dello stesso, ma per essere intima dell’allora signora Veronica. Del cui odio verso il marito è stata dopo qualche anno confidente con “Repubblica” e altri giornali e incitatrice. Dopo cioè che Berlusconi non aveva dato il gas della Gazprom al marito. Una storia di piccola corruzione, e di vendette femminili, molto da “donna lombarda”.
Lombardo, non solo a Londra, è sempre stato l’usuraio.
Qualsiasi cosa dica, il figlio del mafioso Ciancimino ha due e quattro pagine sul “Corriere della sera” e su “Repubblica”, i giornali della classe dirigente, e quindi della Padania, cioè insomma di Milano, dove peraltro concentrano le vendite. Anche le scemenze palesi, tipo accostare a suo padre nel 1972 o nel 1974 l’attuale prefetto De Gennaro, che è nato nel …
C’è da dubitare che la classe dirigente sia golosa di sapere di Ciancimino jr. e dei giudici che attraverso di lui si fanno pubblicità. E allora perché tanto spazio? Tout se tient, “cappello chiama capello” si diceva una volta. Mafia chiama mafia?
“Sette”, il settimanale del “Corriere della sera”, fa giovedì una ventina di pagine sull’occupazione della Lombardia da parte della ‘ndrangheta, la mafia calabrese. Non sono pagine di grande lettura, rimasticando in lungo e in largo le confidenze di un mafioso siciliano di piccolo rango con un giornalista specializzato in scandali. Confidenze sui la Direzione nazionale antimafia, che quindi ora si sa cosa fa (chissà come gli girano al povero Falcone, che l’ha inventata), ha costruito due settimane fa una mappa dettagliata delle città e i centri della Lombardia che le cosche calabresi si sono spartite. Vere e proprie dinastie, spesso analfabete. È per questo che Milano non riesce a costruire nulla per l’esposizione del 2015. Non per le lotte furibonde sui suoli e gli appalti.
Le venti pagine di “Sette” escono senza novità, senza scandalo. Senza peraltro un briciolo di preoccupazione locale: di persone, paesi, sindaci, amministratori, imprenditori.
Tutto evidentemente si può dire, ma qual è l’interesse di una simile pubblicazione? Di dire che la Calabria è comunque un malaffare, i lombardi sono spietati - un calabrese, certo, potrebbe complimentarsi di tenere in soggezione “Sette” (almeno “Sette”, se non Milano, o il “Corriere della sera”).
Il “Corriere della sera”, dopo aver lanciato con congruo preavviso le inchieste Rai sulle ville di Berlusconi alle Bahamas, o Antigua?, fa diecine di pagine sulla banca Arner, che ha gestito l’acquisto. Facendo pubblicità a Mario Draghi, che inflessibile ha ordinato d’ispezionare la banca, e al professore avvocato della Bocconi che inflessibile la ispezionò, con tanto di foto e punti di accusa, anzi no di censura, anzi no di rinvio alle norme, sempre inflessibile. Dopodiché si paga una pagina di pubblicità della Arner, 50 o 100 mila euro, per dire che tutto è in ordine.
Perché il “Corriere della sera”, il giornale della borghesia lombarda, si è fatto da un anno a questa parte, il giornale delle puttane? Per accusare Berlusconi non ne ha bisogno – ha ben d’altro. È la sua borghesia in regime d’astinenza? La medea di Macherio non è isolata, la moglie di Berlusconi, la “donna lombarda” è vendicativa come nella canzone.
All’aeroporto di Malpensa mandano in giro una valigia due minuti dopo che l’aereo è atterrato. Una valigia con un cartellino che ne attesta la provenienza ma di cui nessuno è proprietario. Girando sul nastro trasportatore la valigia viene registrata come in arrivo dagli specifici voli di cui porta il cartellino, riducendo i tempi medi di consegna dei bagagli. Il tempo medio di consegna dei bagagli è uno dei criteri internazionali per valutare l’efficienza di un aeroporto.
Si aspetta ora di sapere se l’artefice di questa furbata non è un funzionario, o un facchino, napoletano. Potrebbe anche essere siciliano, perché no.
leuzzi@antiit.eu
giovedì 2 dicembre 2010
Bossi-Fini, il racket più grosso, per legge
La sanatoria di Maroni e Tremonti è costata a ogni immigrato non in regola (e chi è mai in regola in Italia, specie se immigrato?) 500 euro secchi. Più tutti i contributi Inps arretrati per il periodo che l’immigrato dichiarava di avere trascorso in Italia, seppure con lavoro precario: nessun datore di lavoro, né le famiglie né le aziende, pur garantendo per l’immigrato, si è sobbarcato la spesa - quando non si è fatto pagare (in Calabria, in Sicilia, in Puglia è stata la norma) per “dichiarare” l’immigrato. Più una cifra non sindacalizzata, ma non inferiore ai cinquemila euro, per l’intermediario in grado di portate a termine la pratica di sanatoria: più spesso un ex questurino, o qualcuno con entrature in Questura, o anche un agente in servizio, talvolta un avvocato. Cinquemila euro, un capitale.
La protesta dei quattro immigrati sulla gru a Milano diceva alcune cose che i giornali non ci hanno detto ed è bene che si sappiano. Una vera e propria commedia all’italiana. Un noir metropolitano se si fossero scrittori che non scrivono per il partito. Che riguarda i quattro ma anche centinaia di migliaia di lavoratori immigrati, che tutti insieme farebbero un “Novecento” ben più solido e veritiero di quello di Bertolucci: la legge Bossi-Fini che in teoria regola l’immigrazione è il più colossale racket mai montato in Italia. Roba da far impallidire i professionisti del pizzo, in Sicilia, in Calabria, i casalesi. Una legge che si appella tra l’altro sarcastica alla sicurezza per creare il più grosso serbatoio di malaffare che sia mai esistito. Più ignobile dei tanti altri, poiché sfrutta il lavoro povero.
Ci si era sempre chiesti perché l’Interno avesse delegato alle Questure il controllo dell’immigrazione. A operatori cioè non addestrati, e senza alcun interesse a imparare, giacché l’immigrazione non paga straordinari e non apre carriere. Ora si sa: per salassare meglio, con l’insipienza, la disorganizzazione, la neghittosità, gli immigrati poveri.
La protesta dei quattro immigrati sulla gru a Milano diceva alcune cose che i giornali non ci hanno detto ed è bene che si sappiano. Una vera e propria commedia all’italiana. Un noir metropolitano se si fossero scrittori che non scrivono per il partito. Che riguarda i quattro ma anche centinaia di migliaia di lavoratori immigrati, che tutti insieme farebbero un “Novecento” ben più solido e veritiero di quello di Bertolucci: la legge Bossi-Fini che in teoria regola l’immigrazione è il più colossale racket mai montato in Italia. Roba da far impallidire i professionisti del pizzo, in Sicilia, in Calabria, i casalesi. Una legge che si appella tra l’altro sarcastica alla sicurezza per creare il più grosso serbatoio di malaffare che sia mai esistito. Più ignobile dei tanti altri, poiché sfrutta il lavoro povero.
Ci si era sempre chiesti perché l’Interno avesse delegato alle Questure il controllo dell’immigrazione. A operatori cioè non addestrati, e senza alcun interesse a imparare, giacché l’immigrazione non paga straordinari e non apre carriere. Ora si sa: per salassare meglio, con l’insipienza, la disorganizzazione, la neghittosità, gli immigrati poveri.
Tassi in rapida ascesa senza politica monetaria Ue
L’asta dei Bund tedeschi andata semideserta ieri indica che un ritorno inflattivo, dopo un decennio di protezione da parte dell’euro, è alle porte in Europa. E che non tanto i regolamenti severi e punitivi tra i paesi dell’euro, come il Meccanismo di Stabilità, possono stabilizzare la moneta europea quanto, e solo, una politica monetaria comune. Nella gestione del debito perlomeno, se non nella fiscalità. Una iniziativa in tal senso, di consolidamento parziale del debito, di copertura attraverso eurobond, di prolungamenti delle scadenze, è necessaria in tempo brevi per prevenire lo scardinamento definitivo della protezione assicurata dall’euro. Che non è tanto opera di una speculazione aggressiva, inflattivista, quanto a questo punto l’effetto di un circolo vizioso sulla protezione del risparmio.
L’asta tedesca ha registrato un esito fiacco in attesa di rendimenti superiori: il mercato dà per scontato che anche i Bund dovranno pagare di più entro breve termine. Ciò è l’effetto della debole leadership tedesca in seno all’Ue, limitata alla recriminazioni. Che è il riflesso dell’assurdo dibattito interno, limitato alla questione: quanto dobbiamo pagare noi tedeschi per l’euro, e perché? E si estrinseca nella fronda costante, radicale, del capo della Bundesbank, Axel Weber, che non nonni acconcia al ruolo di ufficio studi della sua ex Banca centrale. Oggi la Banca centrale europea ha dovuto decidere a maggioranza l’azione d contrato della speculazione con l’acquisto dei bond emessi dagli Stati membri, anche se “a maggioranza schiacciante”.
La questione, falsa, ha l’effetto, così come le tante altre false questioni allarmistiche, quali in Italia gli articoli del “Financial Times” drammatizzati dall’Ansa, la Rai, Sky, di rendere “concreta” l’attesa di tassi sempre maggiori. Ma ci sono anche ragioni di fondo nell’instabilità dell’euro, e la minaccia per la prima volta concreta di un rialzo consistente dei tassi d’interesse. Che sono già risaliti al 4 per cento per il debito italiano, al 5 e 6 per quello spagnolo, portoghese, irlandesi. La principale è l’assoluta incoerenza della Germania e della Francia rispetto a un piano reale di stabilizzazione, e cioè di europeizzazione delle politiche monetarie. E di incoerenza tra di loro, per esempio rispetto al consolidamento attraverso il mercato che il presidente della Bce, Trichet, sta tentando (che Francia e Germania stiano marciando d’accordo è favola, purtroppo, dei soli giornali italiani).
L’asta tedesca ha registrato un esito fiacco in attesa di rendimenti superiori: il mercato dà per scontato che anche i Bund dovranno pagare di più entro breve termine. Ciò è l’effetto della debole leadership tedesca in seno all’Ue, limitata alla recriminazioni. Che è il riflesso dell’assurdo dibattito interno, limitato alla questione: quanto dobbiamo pagare noi tedeschi per l’euro, e perché? E si estrinseca nella fronda costante, radicale, del capo della Bundesbank, Axel Weber, che non nonni acconcia al ruolo di ufficio studi della sua ex Banca centrale. Oggi la Banca centrale europea ha dovuto decidere a maggioranza l’azione d contrato della speculazione con l’acquisto dei bond emessi dagli Stati membri, anche se “a maggioranza schiacciante”.
La questione, falsa, ha l’effetto, così come le tante altre false questioni allarmistiche, quali in Italia gli articoli del “Financial Times” drammatizzati dall’Ansa, la Rai, Sky, di rendere “concreta” l’attesa di tassi sempre maggiori. Ma ci sono anche ragioni di fondo nell’instabilità dell’euro, e la minaccia per la prima volta concreta di un rialzo consistente dei tassi d’interesse. Che sono già risaliti al 4 per cento per il debito italiano, al 5 e 6 per quello spagnolo, portoghese, irlandesi. La principale è l’assoluta incoerenza della Germania e della Francia rispetto a un piano reale di stabilizzazione, e cioè di europeizzazione delle politiche monetarie. E di incoerenza tra di loro, per esempio rispetto al consolidamento attraverso il mercato che il presidente della Bce, Trichet, sta tentando (che Francia e Germania stiano marciando d’accordo è favola, purtroppo, dei soli giornali italiani).
mercoledì 1 dicembre 2010
Gli ascari Sky della speculazione
L’Ansa rilancia e Sky Tg 24 martella, ogni mezzora implacabile, un commentino del “Financial Times” sul quale viene basata l’ipotesi che il debito italiano rilanci la speculazione contro l’euro. Il commento non lo dice. Il giornale londinese, benché non sia contrario alla speculazione, anzi sia uno dei suoi alfieri, o forse per questo, analizza i problemi che alla finanza italiana si potrebbero presentare con la crisi politica annunciata a metà mese. Un commento che si potrebbe anche leggere nel senso: non fate la crisi. Ma l’Ansa ne fa una “top news”, notizia urgente, sotto il titolo “L’Italia rischia”, illustrato da un Berlusconi pensieroso con le mani nei capelli, e Sky lo rilancia ogni mezz’ora. Questo il 30 novembre, ieri.
Oggi le notizie vanno all’inverso. Sono la ritrovata fiducia dei mercati, le misure spagnole di contenimento della spesa e riduzione del debito, attraverso le privatizzazioni, l’ottimo esito dell’asta dei titoli portoghesi, che pagano il 5 per cento, la riduzione dello spread del Btp italiano sul Bund tedesco. Ma Sky non lo sa. I suoi conduttori, l’occhio imbrillantato al collirio per l’eccitazione, continuano a martellare ogni mezzora col commentino “Lex” del “Ft”, mostrato in epigrafe come fosse una reliquia sacra, tanto gli italiani non sanno l’inglese, lo argomentano, lo fanno commentare, vogliono strappare tanti “sì” anche se col “però”. Gente che conosce il mestiere, anche se non è l’informazione.
Murdoch e la sua Sky attaccano Berlusconi per motivi di bottega, si sa. Ma lo sanno gli addetti ai lavori: l’abbonato Sky non lo sa, e nessun giornale glielo dice. E il debito italiano non è Berlusconi: sono milioni di investitori e mutuatari che ancora non hanno finito di pagare il debito capestro cui il signor Soros li ha incaprettati nel 1992. Volendo razionalizzare, si può dire Murdoch uno speculatore. Ma non è nemmeno quello, è solo un affarista, anche se altrettanto cinico. Cinico perché è un uomo di destra, di destra vera non alla Fini, che in Italia fa finta di stare a sinistra. E perché la speculazione che sembra patrocinare colpirebbe la sua tv a pagamento per prima, un’altra gelata dei consumi in Italia di così lungo periodo come quella del 1992, ma lui pensa che lo colpirebbe meno che Mediaset del suo nemico Berlusconi – la pubblicità nelle crisi crolla subito, gli abbonamento meno. Che dirne dunque? Che il famoso pescecane dei media, che ne ha ammassati tanti in Europa e in America che gli stanno per scoppiare, comanda un esercito di ascari della speculazione.
Oggi le notizie vanno all’inverso. Sono la ritrovata fiducia dei mercati, le misure spagnole di contenimento della spesa e riduzione del debito, attraverso le privatizzazioni, l’ottimo esito dell’asta dei titoli portoghesi, che pagano il 5 per cento, la riduzione dello spread del Btp italiano sul Bund tedesco. Ma Sky non lo sa. I suoi conduttori, l’occhio imbrillantato al collirio per l’eccitazione, continuano a martellare ogni mezzora col commentino “Lex” del “Ft”, mostrato in epigrafe come fosse una reliquia sacra, tanto gli italiani non sanno l’inglese, lo argomentano, lo fanno commentare, vogliono strappare tanti “sì” anche se col “però”. Gente che conosce il mestiere, anche se non è l’informazione.
Murdoch e la sua Sky attaccano Berlusconi per motivi di bottega, si sa. Ma lo sanno gli addetti ai lavori: l’abbonato Sky non lo sa, e nessun giornale glielo dice. E il debito italiano non è Berlusconi: sono milioni di investitori e mutuatari che ancora non hanno finito di pagare il debito capestro cui il signor Soros li ha incaprettati nel 1992. Volendo razionalizzare, si può dire Murdoch uno speculatore. Ma non è nemmeno quello, è solo un affarista, anche se altrettanto cinico. Cinico perché è un uomo di destra, di destra vera non alla Fini, che in Italia fa finta di stare a sinistra. E perché la speculazione che sembra patrocinare colpirebbe la sua tv a pagamento per prima, un’altra gelata dei consumi in Italia di così lungo periodo come quella del 1992, ma lui pensa che lo colpirebbe meno che Mediaset del suo nemico Berlusconi – la pubblicità nelle crisi crolla subito, gli abbonamento meno. Che dirne dunque? Che il famoso pescecane dei media, che ne ha ammassati tanti in Europa e in America che gli stanno per scoppiare, comanda un esercito di ascari della speculazione.
Thoreau e l’ambiguità dell’ideologia
Assortito dell’“Apologia di John Brown”, il volumetto della serie “I classici del pensiero libero” del “Corriere della sera”, ha una sicura connotazione politica: antischiavista, antirazzista, ribelle. Ma “La disobbedienza civile” è il discorso dello sciopero fiscale contro lo Stato invadente, il discorso cardine del conservatorismo, anzi della reazione in agguato – ultimamente dei leghisti veneti, dei circoli Usa del tè. Il volumetto, e tutto Thoreau, sintetizzano l’ambivalenza politica del pensiero liberale, anzi la trivalenza: contro lo Stato, per i diritti dei più deboli, su un fondo anarchico. Cioè l’ambiguità dell’ideologia europea, occidentale, tra destra e sinistra anche estreme, come l’attualità politica italiana certifica, tra comunisti che diventano leghisti, dipietristi e finiani, o neo fascisti che si professano paracomunisti. O dell’ideologia tout court.
La traduzione e le note sono quelle di Piero Sanavio, lo scrittore che a lungo fu cultore unico di Ezra Pound e Céline: la radice anarcoide è la stessa.
Henry David Thoreau, La disobbedienza civile, Corriere della sera, pp. 100, € 1
La traduzione e le note sono quelle di Piero Sanavio, lo scrittore che a lungo fu cultore unico di Ezra Pound e Céline: la radice anarcoide è la stessa.
Henry David Thoreau, La disobbedienza civile, Corriere della sera, pp. 100, € 1
martedì 30 novembre 2010
Marchionne e gli anni perduti della Fiat
Dunque Marchionne è riuscito a rimettere veramente in moto la Fiat. Se può annullare il debito, pur in questa fase di ristagno del mercato. Mantenere l’obiettivo dei sei milioni di autovetture l’anno, sempre in questo mercato asfittico. Anticipare l’acquisto della maggioranza della Chrysler. E con Chrysler investire a Torino, la controprova che la casa ameericana è effettivamente risanata, come del resto il presidente Usa Obama ha testimoniato in più occasioni. Marchionne è riuscito in due anni, anni non facili, di crisi perdurante del mercato, là dove per trent’anni i vari azionisti avevano sempre fallito. Cioè per molti anni la Mercedes: Chrysler ha anzi minacciato la stabilità del colosso tedesco, dopo averne triturato i migliori manager.
Non c’è, è ovvio, una superiorità tedesca scritta nella storia. E si capisce ora, in questo tornante della gestione Fiat, quante occasioni il gruppo ha sprecato, e ha fatto sprecare all’Italia, nel quasi mezzo secolo di gestione dell’Avvocato, per molti anni in compagnia di Cesare Romiti, entrambi impegnati unicamente ad assicurare un dividendo alla famiglia. Un gruppo che Valletta aveva lasciato a fine anni Cinquanta al quarto posto tra le case automobilistiche mondiali, dietro le tre americane, e che ora arranca. Senza neanche un buon modello di media cilindrata. Avendo lasciato il segmento alto, e più redditizio, interamente alle case tedesche.
Non c’è, è ovvio, una superiorità tedesca scritta nella storia. E si capisce ora, in questo tornante della gestione Fiat, quante occasioni il gruppo ha sprecato, e ha fatto sprecare all’Italia, nel quasi mezzo secolo di gestione dell’Avvocato, per molti anni in compagnia di Cesare Romiti, entrambi impegnati unicamente ad assicurare un dividendo alla famiglia. Un gruppo che Valletta aveva lasciato a fine anni Cinquanta al quarto posto tra le case automobilistiche mondiali, dietro le tre americane, e che ora arranca. Senza neanche un buon modello di media cilindrata. Avendo lasciato il segmento alto, e più redditizio, interamente alle case tedesche.
Il Sud è bugie e insipienza
La spazzatura di Napoli è il paradigma della “questione meridionale”: la straordinaria incapacità di governo del Sud, l’opportunismo del Nord. Berlusconi l’ha spiegato a Napoli: “La spazzatura è affare degli enti locali. Tuttavia, il governo farà la sua parte. Personalmente ho convinto i governatori del Veneto e del Piemonte (i presidenti di Regione leghisti, n.d.r.) ad accettare il trattamento dei rifiuti di Napoli”. Cioè: Napoli offre alla Lega e al Nord un’occasione incontestabile di dire che il Sud è marcio, e che loro non ne prenderanno mai i rifiuti. Dopodiché offre a Veneto e Piemonte la possibilità di far lavorare a pieno regime i propri termovalorizzatori: il Comune di Napoli, la Provincia e la Regione Campania, grandi signori che non toccano l’immondizia, pagano per essa il Nord. Dove, se i termovalorizzatori, lavorando al 50-60 per cento della capacità, erano al break-even, con la spazzatura napoletana produrranno solo utili. Anche il trasporto si fa a beneficio dei trasportatori del Nord, per il carico pieno al ritorno e per quello vuoto al ritorno.
Chiacchiere e stupidità, non si saprebbe definire altrimenti la situazione di Napoli. Che una metropoli di due milioni di persone non si sia dotata di impianti di smaltimento dei rifiuti, e per esso paghi cifre enormi fuori regione – in Germania ancora ridono delle ecoballe, la spazzatura compattata e inviata per lo smaltimento oltralpe in appositi treni, invenzione prodigiosa dei Verdi, di spreco e sicuramente di corruzione, capitanati allora da Pecoraro Scanio.
Ma non c'è solo Napoli. Il presidente dell’Anas Pietro Ciucci può dire che la Salerno-Reggio Calabria sarà rifatta entro tre anni, può dirlo impunemente, quando ancora ne deve appaltare quasi un terzo. Mentre consente alle imprese appaltarci di fare i lavori di ammodernamento senza alcuna garanzia di sicurezza per il traffico, specie nelle tante gallerie. O il governo che, mentre non dimentica il ponte di Messina, nel senso che spende ogni anno qualche centinaio di milioni per progettazioni che sa inutili, vara un piano straordinario per il Sud che a ogni ora cambia di dimensioni: 36 miliardi, no 60, no 86, o forse saranno 100. Miliardi senza soldi.
Chiacchiere e stupidità, non si saprebbe definire altrimenti la situazione di Napoli. Che una metropoli di due milioni di persone non si sia dotata di impianti di smaltimento dei rifiuti, e per esso paghi cifre enormi fuori regione – in Germania ancora ridono delle ecoballe, la spazzatura compattata e inviata per lo smaltimento oltralpe in appositi treni, invenzione prodigiosa dei Verdi, di spreco e sicuramente di corruzione, capitanati allora da Pecoraro Scanio.
Ma non c'è solo Napoli. Il presidente dell’Anas Pietro Ciucci può dire che la Salerno-Reggio Calabria sarà rifatta entro tre anni, può dirlo impunemente, quando ancora ne deve appaltare quasi un terzo. Mentre consente alle imprese appaltarci di fare i lavori di ammodernamento senza alcuna garanzia di sicurezza per il traffico, specie nelle tante gallerie. O il governo che, mentre non dimentica il ponte di Messina, nel senso che spende ogni anno qualche centinaio di milioni per progettazioni che sa inutili, vara un piano straordinario per il Sud che a ogni ora cambia di dimensioni: 36 miliardi, no 60, no 86, o forse saranno 100. Miliardi senza soldi.
lunedì 29 novembre 2010
Wikileaks vuole dire: non si tocca Israele
Purtroppo è chiaro chi ha dato a Wikileaks i documenti, e per quale motivo: milioni di carte per appuntare l’attenzione sul Medio Oriente. Sbugiardando gli arabi come doppiogiochisti del mondo mussulmano. Riducendo il Pakistan alla corruzione. E l’Afghanistan, la cui stabilizzazione con i capi tribù Karzai è il punto nevralgico della presidenza Obama. Annichilendo i diplomatici che hanno qualche autonomia di giudizio nella questione israeliana. È questa l’idea che il ministero italiano degli Esteri si è fatto delle indiscrezioni travasate su Wikileaks. In accordo, si dice, con valutazioni interne al dipartimento di Stato Usa. In linea col costante sabotaggio che Wikileaks fa da una diecina di mesi dei piani americani di stabilizzazione del Medio Oriente. Che solo in superficie si può ricondurre, come pretende, a un'azione antimperialista e legalitaria. Luttwak lo spiega peraltro con chiarezza, nell’intervista odierna al “Corriere della sera”, con l’accortezza di dire nemici degli americani quei governi che Israele giudica non amichevoli.
Fuori dallo scacchiere mediorientale sono state fornite a Wikileaks solo carte ininteressanti: su Berlusconi, Putin, Sarkozy, Zapatero, la Cina, la Corea del Nord, l’Iran e lo stesso Ahmadinejad. Roba di poco conto, giusto per mettere in difficoltà chi quei rapporti ha redatto, o ha alimentato, se sono funzionari giudicati filoarabi, come l’ex incaricata d’affari Usa a Roma, Elizabeth Dibble, o il consigliere diplomatico di Sarkozy, Lévitte. Il fuoco è contro l’amministrazione americana, Hillary Clinton in primo luogo, e lo stesso Obama. Da parte di un fornitore che sicuramente ha la chiave di tutte le comunicazioni internet del dipartimento di Stato. Ed ha l’organizzazione per fare una cernita nella messe di comunicazioni quotidiane e orientare le indiscrezioni: il travaso a Wikileaks non è stato fatto alla rinfusa. Che il raid informatico sia l’opera di un ragazzo americano soldato in Iraq non convince, a fronte dei controlli di sicurezza messi in opera nelle comunicazioni Usa dopo l’11 settembre.
Non si tratta di un'intrusione da hacker, si dice, non inverosimilmente, ma di un piano di lenta e lunga elaborazione. I documenti diffusi, diversi per data, provenienza e tematiche, dicono che l’hackeraggio non è stato occasionale, come è proprio della vera e propria pirateria, ma costante. Fosse stato occasionale, avremmo avuto i documenti degli ultimi sei mesi, poniamo, o dell’ultimo anno, o della regione Medio Oriente, o della regione Europa ma in un dato operiodo. Invece abbiamo milioni di documenti di varie epoche, provenienze e tematiche, apparentemente alla rinfusaa, ma, appunto, solo apparentemente, poiché c’è stata una cernita. Tutti i sistemi informatici hanno inoltre degli apparati in grado di reagire a un’incursione. Per il Dipartimento di Stato invece l’incursione è stata costante e prolungata nel tempo: è quindi un affare di spionaggio.
L'apparato americano preso di mira è molto organizzato e ben protetto: il Dipartimento di Stato è ritenuto l'unico vero laboratorio superstite, con quello di Pechino, di una vera e propria politica estera: programmata, bilanciata, accorta. L'unica area off-limits alle strategie Usa sarebbe l'ex Palestina. Su cui Israele esercita una gelosa e insindacabile giurisdizione. Una privativa che pesa a Washington, se si pensa quanto una soluzione del conflitto fra Israele e i palestinesi è centrale per una serie di piani e bisogni Usa di stabilizzazione: petroliferi, antisovversione, di riequilibrio delle potenze in Asia.
Come già per il presidente Clinton, anche per Obama insomma scatterebbe un avviso sulla questione arabo-palestinese. Fu più grave per Clinton, che era al secondo mandato e avrebbe potuto effettivamente imporre una pace prima della colonizzazione. L’allora presidente fu mandato sotto processo. Più blando è l’avvertimento per Obama, che è al primo mandato e può “ravvedersi”. Obama e Hillary Clinton erano nel mirino da quando avevano osato insistere per una soluzione a Gerusalemme. Un primo segnale Obama l’ha già avuto col passaggio in blocco dei media con Sarah Palin, i circoli del tè e altre manifestazioni insulse dell’opinione pubblica americana.
Fuori dallo scacchiere mediorientale sono state fornite a Wikileaks solo carte ininteressanti: su Berlusconi, Putin, Sarkozy, Zapatero, la Cina, la Corea del Nord, l’Iran e lo stesso Ahmadinejad. Roba di poco conto, giusto per mettere in difficoltà chi quei rapporti ha redatto, o ha alimentato, se sono funzionari giudicati filoarabi, come l’ex incaricata d’affari Usa a Roma, Elizabeth Dibble, o il consigliere diplomatico di Sarkozy, Lévitte. Il fuoco è contro l’amministrazione americana, Hillary Clinton in primo luogo, e lo stesso Obama. Da parte di un fornitore che sicuramente ha la chiave di tutte le comunicazioni internet del dipartimento di Stato. Ed ha l’organizzazione per fare una cernita nella messe di comunicazioni quotidiane e orientare le indiscrezioni: il travaso a Wikileaks non è stato fatto alla rinfusa. Che il raid informatico sia l’opera di un ragazzo americano soldato in Iraq non convince, a fronte dei controlli di sicurezza messi in opera nelle comunicazioni Usa dopo l’11 settembre.
Non si tratta di un'intrusione da hacker, si dice, non inverosimilmente, ma di un piano di lenta e lunga elaborazione. I documenti diffusi, diversi per data, provenienza e tematiche, dicono che l’hackeraggio non è stato occasionale, come è proprio della vera e propria pirateria, ma costante. Fosse stato occasionale, avremmo avuto i documenti degli ultimi sei mesi, poniamo, o dell’ultimo anno, o della regione Medio Oriente, o della regione Europa ma in un dato operiodo. Invece abbiamo milioni di documenti di varie epoche, provenienze e tematiche, apparentemente alla rinfusaa, ma, appunto, solo apparentemente, poiché c’è stata una cernita. Tutti i sistemi informatici hanno inoltre degli apparati in grado di reagire a un’incursione. Per il Dipartimento di Stato invece l’incursione è stata costante e prolungata nel tempo: è quindi un affare di spionaggio.
L'apparato americano preso di mira è molto organizzato e ben protetto: il Dipartimento di Stato è ritenuto l'unico vero laboratorio superstite, con quello di Pechino, di una vera e propria politica estera: programmata, bilanciata, accorta. L'unica area off-limits alle strategie Usa sarebbe l'ex Palestina. Su cui Israele esercita una gelosa e insindacabile giurisdizione. Una privativa che pesa a Washington, se si pensa quanto una soluzione del conflitto fra Israele e i palestinesi è centrale per una serie di piani e bisogni Usa di stabilizzazione: petroliferi, antisovversione, di riequilibrio delle potenze in Asia.
Come già per il presidente Clinton, anche per Obama insomma scatterebbe un avviso sulla questione arabo-palestinese. Fu più grave per Clinton, che era al secondo mandato e avrebbe potuto effettivamente imporre una pace prima della colonizzazione. L’allora presidente fu mandato sotto processo. Più blando è l’avvertimento per Obama, che è al primo mandato e può “ravvedersi”. Obama e Hillary Clinton erano nel mirino da quando avevano osato insistere per una soluzione a Gerusalemme. Un primo segnale Obama l’ha già avuto col passaggio in blocco dei media con Sarah Palin, i circoli del tè e altre manifestazioni insulse dell’opinione pubblica americana.
L’euro non sarà più terreno di caccia
Sulla carte è rivolto alle banche, nella sostanza ai governi e alle loro consorterie: un monito contro la speculazione facile. Il Meccanismo di Stabilità Europeo non è sarà Fondo Monetario Europeo, ma si attribuisce lo status di creditore privilegiato in tutti i casi in cui dovrà venire in aiuto di un paese del’area euro, dietro solo al Fmi. E questo è il primo punto contro la facile speculazione contro l’euro di questi anni, in Grecia, Irlanda e altrove. Di operazioni di credito in cui, cioè, le banche e ogni altro pestatore puntava ad allargare la disponibilità di credito, e insieme al rischio d’insolvenza, nella certezza che gli Stati non falliscono - una certezza che Bush e Paulson hanno voluto far pagare alla Lehman Brothers. Un secondo punto selettivo nella stabilità monetaria varato ieri è l’annunciata selettività negli interventi di stabilizzazione: i governi che risulteranno colpevoli, o ne saranno sospettati, di manovre sul debito in qualche modo speculative, dovranno pagare un onere aggiunto. Nelle forme del riscadenzamento del debito, o della svalutazione del nominale. Un modo come un altro per dire ai prestatori che non c’è consorteria politica che possa tenere loro bordone.
È un irrigidimento che la Bce e l’Ecofin hanno proposto e adottato per venire incontro al governo tedesco, la cui partecipazione alla stabilizzazione dell’euro è criticata in patria come un indebito salvataggio, che i tedeschi pagherebbero caro. Ma è anche un test di forza dell’euro, che a questo punto è il solo strumento europeo veramente unitario. E anche uno efficace: l’euro non sarà più terreno di caccia aperto.
È un irrigidimento che la Bce e l’Ecofin hanno proposto e adottato per venire incontro al governo tedesco, la cui partecipazione alla stabilizzazione dell’euro è criticata in patria come un indebito salvataggio, che i tedeschi pagherebbero caro. Ma è anche un test di forza dell’euro, che a questo punto è il solo strumento europeo veramente unitario. E anche uno efficace: l’euro non sarà più terreno di caccia aperto.
Berlusconi ha già perso una partita, con Murdoch
In una televisione americana o inglese non ci sarebbe mai stata un’intervista come quella che Sky ha diffuso e propagandato, con insistenza, in tutti i suoi telegiornali e nella pubblicità a pagamento, con una prostituta che dicesse di essere andata a letto con Murdoch. Perché ce ne sono state, forse più di quelle che sono andate con Berlusconi. Ma Murdoch non avrebbe consentito che parlasse: l’avrebbe eliminata prima, avrebbe eliminato l’intervistatrice, avrebbe oscurato la televisione, l’avrebbe comprata prima, qualcosa avrebbe fatto. Anche se la gentildonna in questione, come quella che Sky ha graziosamente regalato agli abbonati, fosse stata già riconosciuta drogata abituale e calunniosa dagli inquirenti.
In Italia è diverso, tutto di può dire. Murdoch ha deciso di farla pagare a Berlusconi nel momento in cui questi non gli ha ceduto Mediaset, e ha anzi tentato di far entrare Mediaset nel feudo della tv a pagamento. Fa blocco sul satellite, e minaccia di fare la tv generalista, il terreno proprio di Mediaset. Fin qui è normale concorrenza. Ma Murdoch ha scoperto che in Italia la concorrenza si può vincere con la politica. E che su questo terreno può contare sul sostegno di tre quarti dello schieramento. Gratuitamente. Che in America avrebbe dovuto invece pagare: anzi, in un’occasione del genere, se avesse deciso di attaccare Hillary Clinton o Obama, i repubblicani avrebbero molto alzato il prezzo, come avvenne per l’altra virtuosa Lewinsky - o se avesse deciso di attaccare Bush, l’avrebbero alzato Hillary Clinton e Obama: in Italia la politica è povera, e vuole restarlo.
In Italia è diverso, tutto di può dire. Murdoch ha deciso di farla pagare a Berlusconi nel momento in cui questi non gli ha ceduto Mediaset, e ha anzi tentato di far entrare Mediaset nel feudo della tv a pagamento. Fa blocco sul satellite, e minaccia di fare la tv generalista, il terreno proprio di Mediaset. Fin qui è normale concorrenza. Ma Murdoch ha scoperto che in Italia la concorrenza si può vincere con la politica. E che su questo terreno può contare sul sostegno di tre quarti dello schieramento. Gratuitamente. Che in America avrebbe dovuto invece pagare: anzi, in un’occasione del genere, se avesse deciso di attaccare Hillary Clinton o Obama, i repubblicani avrebbero molto alzato il prezzo, come avvenne per l’altra virtuosa Lewinsky - o se avesse deciso di attaccare Bush, l’avrebbero alzato Hillary Clinton e Obama: in Italia la politica è povera, e vuole restarlo.
domenica 28 novembre 2010
Turbe tedesche e leadership europea
Danilo Taino informa sul “Corriere della sera” ieri che il week-end passa in Germania facendo i conti su quanto il cittadino tedesco ci rimette a finanziare l’Irlanda. Con un cinquanta per cento che pensa che rimette e che non è giusto. Mentre un altro 50 per cento pensa che ci rimette, ma che tuttavia deve pagare qualcosa per avere la leadership dell’Europa. Mentre il contrario è vero, che l’Europa non ha una una leadership, e che la colpa è della grettezza tedesca. Lo stesso dibattito di cui riferisce Taino, non surreale come potrebbe essere tanto è incredibile, è indice dell’indigenza politica europea, e più degli economisti, i commentatori e i giornaloni tedeschi - si vede che l’opinione pubblica volgare e sciocca è un male europeo: nessuno ha raccontato al contribuente italiano l’incredibile frottola su cui la Germania vive, come pare, in ansia l’Avvento del 2010.
La Germania non paga per l’euro. Non più dell’Italia per dire. La quale non paga nulla, ma investe sull’euro, che è cosa ben diversa. Non solo non paga il contribuente, cioè, ma nessuno paga, in Germania o altrove, per un prestito che rafforza l’euro, e quindi tiene bassi i tassi d’interesse. E si fa remunerare al 6 per cento, più di un mutuo. Come credito privilegiato, a fronte di ogni altro creditore. La Germania vi contribuisce al 18,9 per cento – l’Italia al 12,5. Ma è un investimento, e come tale non aggrava il deficit pubblico, e quindi la contabilità. Non è un trasferimento all’Irlanda, anzi è l’imposizione di una sorta di prestito forzoso. È un prestito privo di rischio, garantito, oltre che dall’Irlanda, dalla Banca centrale europea. E non è una spesa che aggravi le finanze pubbliche. Possibile che in Germania questo non si sappia? È possibile.
La Germania non paga per l’euro. Non più dell’Italia per dire. La quale non paga nulla, ma investe sull’euro, che è cosa ben diversa. Non solo non paga il contribuente, cioè, ma nessuno paga, in Germania o altrove, per un prestito che rafforza l’euro, e quindi tiene bassi i tassi d’interesse. E si fa remunerare al 6 per cento, più di un mutuo. Come credito privilegiato, a fronte di ogni altro creditore. La Germania vi contribuisce al 18,9 per cento – l’Italia al 12,5. Ma è un investimento, e come tale non aggrava il deficit pubblico, e quindi la contabilità. Non è un trasferimento all’Irlanda, anzi è l’imposizione di una sorta di prestito forzoso. È un prestito privo di rischio, garantito, oltre che dall’Irlanda, dalla Banca centrale europea. E non è una spesa che aggravi le finanze pubbliche. Possibile che in Germania questo non si sappia? È possibile.
Il mondo com'è - 50
astolfo
Capitalismo – Il suo segreto confessionale potrebbe essere nel mancato riposo domenicale. O meglio nel riposo – è l’Inghilterra che ha inventato la settimana corta – ma senza possibilità di diversivo, di giocare e ballare: il sabato ebraico, la domenica scozzese o inglese, calvinista, anglicana. Da quando gli inglesi la domenica bisbocciano, è finito il loro impero. Lo spreco in questa logica è negativo non come spesa, che è parte costituente del gioco del capitalismo (c’è chi deve perdere per far guadagnare altri), ma come dissipazione di energie. Si può spendere, si deve, ma non per godere. Non è il thrift il segreto, ma il cuore arido.
I due capitalismi, il thrift e la dépense, la micragna e lo spreco, sono fisicizzati nel racconto di Karen Blixen, “Il pranzo di Babette” (meglio “Babette’s Feat”, il banchetto), e di più nelle immagini del film. È su due approcci antitetici alla vita che il racconto è costruito: il piacere, e la rinuncia. Anche un casto bacio è uno spreco, né si può indugiare sulla memoria di quel che non fu, il riserbo è una ghigliottina. Ma è la fisicità, delle persone e le cose, la spettralità e la magnificenza, che dà corpo al racconto, differenziando e scolpendo i caratteri. Su due modi diversi dell’accumulo che sono due mondi diversi, il germanico e il latino, il protestante e il cattolico, il Nord e il Sud. Quello del risparmio e del timore di Dio conclamato (recitato) e quello vissuto, del gusto, dello scialo. Quello del timore e quello dell’intemperanza, entrambi in grado di dare prosperità e indigenza, piacere e insicurezza, nel quadro di una vita che si dà il suo scopo. Che è il fondamento ultimo del capitalismo.
Conservazione – Fiorentissimo business. Come la carità. Ma è più vorace, neo controllato.
Uno dei più squallidi mai immaginati, perché: 1) camuffa il rapace profitto, e la corruzione, sotto le sembianze superiori dell’estetica, 2) a spese di tutti noi, 3) a opera di architetti e ingegneri, il cuore della modernità, della buona coscienza del paese.
Fascismo– Fu popolare (De Felice), fu l’espressione dei ceti medi, della piccola borghesia (Salvatorelli, Gramsci, e i tantissimi altri, per esempio Asor Rosa ultimamente). Sono connotazioni che sono anche un critica della democrazia di massa.
Nella democrazia di massa, a suffragio universale, a partecipazione diretta, è inevitabile che i partiti e le politiche vincenti siano di massa, o comunque maggioritari, e per ciò stesso rispecchino anche larghe fette di ceti popolari. Ma, eticamente, una colpa si può loro addebitare solo se si identificano con gli atti perversi di un regime, non se ne sono traditi, o ne sono divenuti ostaggio. Politicamente è insensato scindere, come usa nei film e romanzi su Pinochet o l’apartheid, la massa piccolo borghese dalla grande borghesia di censo, cultura, nascita. La prima facinorosa, la seconda tollerante e illuminata. È certo vero che ci sono più torturatori fra i piccoli che fra i grandi borghesi, ma è un fatto statistico. Mentre non c’è regime che si sia affermato contro le classi dirigenti. Anche il khomeinismo: l’ayatollah fu l’uomo della grande borghesia, intellettuale, finanziaria, militare perfino, laica. Ugualmente è proporzionata secondo statistica la disillusione. Con una differenza: quella dei ricchi e colti è più visibile, sa farsi meglio valere.
C’è un curioso ritorno di spirito aristocratico nella critica al fascismo (mazismo, peronismo, razzismo, khomeinismo e integralismo, bonapartismo arabo e sudamericano) come fenomeno popolare. Curioso perché scinde la colpa e in sostanza assolve i ricchi e i potenti, anche se dichiara il contrario. È questa un’operazione di destra, anche se non rozza come il fascismo, con le armi della critica democratica. Diverso sarebbe criticare i meccanismi della democrazia popolare: la formazione-manipolazione dell’opinione pubblica, il ruolo intangibile (strumentale) dei media, i limiti del voto.
De Felice non è criticabile perché fa opera di storico: dice che il fascismo fu popolare quando lo fu, e i motivi per cui lo fu – e che fu anche impopolare. Diverso è il giudizio a carattere politico – della sociologia politica da Salvatorelli a Asor Rosa – che attacca la democrazia popolare senza criterio: senza rispondenza ai mutevoli fatti storici, e senza un quadro generale delle cause e degli esiti.
Gattopardismo – Non è un artificio o una trappola, è una disposizione d’animo: l’aristocrazia, che sia nobilitata o sia borghese, è debole. Esaurita la spinta acquisitiva, nella fase della fruizione (aristocrazia), i potenti sono fiacchi. Non per stanchezza, per natura. Forse per sazietà, ma soprattutto per “natura”, anche la natura si acquisisce: si diventa aristocratici nella fase – familiare, sociale – della conservazione, che vuole disponibilità e quieto vivere. Nella fase dell’acquisizione si è invece “naturalmente” briganti e ribaldi avidi. L’aristocrazia che, secondo Tocqueville, ha fatto grande e sempre moderna l’Inghilterra è quella nascente, la borghesia che la corona sempre si occupa di nobilitare.
Hong Kong – L’Inghilterra ha “aperto” la Cina in due maniere, con la guerra dell’oppio e con la retrocessione di Hong Kong. Con Hong Kong ha contagiato la Cina meridionale, da Canton a Shangai e Nanchino, fin negli stili architettonici e i modi urbani, metropolitani.
È l’ambivalenza dell’imperialismo, che non è (solo) sfruttamento: violenza e ammodernamento. Anche se è stato meno efficace, nel senso dell’ammodernamento e del progresso materiale e civile, là dove è stato meno violento: nelle colonie portoghesi e nel Congo Belga.
Hong Kong è anche un paradosso del colonialismo. Perché per un ventennio prima della retrocessione è stata più inglese dell’Inghilterra. Per la ricchezza, l’applicazione, la tenacia, la buona amministrazione: l’urbanizzazione di una laguna infetta, sotto erti aridi pan di zucchero, la pulizia e il decoro, l’efficienza burocratica, il senso civico. Anche Singapore è un capolavoro dell’imperialismo, la durezza politica inclusa.
Laicismo – Il problema con i massoni è, come con i comunisti, che non lasciano vivere: la cultura laica è intollerante. Dei cattolici invece, oberati dal senso di colpa, si può profittare.
Opposizione – La destra non la sa fare, non in democrazia. La sinistra ci riesce meglio che al governo. I due orientamenti hanno funzione distinta?
astolfo@antiit.eu
Capitalismo – Il suo segreto confessionale potrebbe essere nel mancato riposo domenicale. O meglio nel riposo – è l’Inghilterra che ha inventato la settimana corta – ma senza possibilità di diversivo, di giocare e ballare: il sabato ebraico, la domenica scozzese o inglese, calvinista, anglicana. Da quando gli inglesi la domenica bisbocciano, è finito il loro impero. Lo spreco in questa logica è negativo non come spesa, che è parte costituente del gioco del capitalismo (c’è chi deve perdere per far guadagnare altri), ma come dissipazione di energie. Si può spendere, si deve, ma non per godere. Non è il thrift il segreto, ma il cuore arido.
I due capitalismi, il thrift e la dépense, la micragna e lo spreco, sono fisicizzati nel racconto di Karen Blixen, “Il pranzo di Babette” (meglio “Babette’s Feat”, il banchetto), e di più nelle immagini del film. È su due approcci antitetici alla vita che il racconto è costruito: il piacere, e la rinuncia. Anche un casto bacio è uno spreco, né si può indugiare sulla memoria di quel che non fu, il riserbo è una ghigliottina. Ma è la fisicità, delle persone e le cose, la spettralità e la magnificenza, che dà corpo al racconto, differenziando e scolpendo i caratteri. Su due modi diversi dell’accumulo che sono due mondi diversi, il germanico e il latino, il protestante e il cattolico, il Nord e il Sud. Quello del risparmio e del timore di Dio conclamato (recitato) e quello vissuto, del gusto, dello scialo. Quello del timore e quello dell’intemperanza, entrambi in grado di dare prosperità e indigenza, piacere e insicurezza, nel quadro di una vita che si dà il suo scopo. Che è il fondamento ultimo del capitalismo.
Conservazione – Fiorentissimo business. Come la carità. Ma è più vorace, neo controllato.
Uno dei più squallidi mai immaginati, perché: 1) camuffa il rapace profitto, e la corruzione, sotto le sembianze superiori dell’estetica, 2) a spese di tutti noi, 3) a opera di architetti e ingegneri, il cuore della modernità, della buona coscienza del paese.
Fascismo– Fu popolare (De Felice), fu l’espressione dei ceti medi, della piccola borghesia (Salvatorelli, Gramsci, e i tantissimi altri, per esempio Asor Rosa ultimamente). Sono connotazioni che sono anche un critica della democrazia di massa.
Nella democrazia di massa, a suffragio universale, a partecipazione diretta, è inevitabile che i partiti e le politiche vincenti siano di massa, o comunque maggioritari, e per ciò stesso rispecchino anche larghe fette di ceti popolari. Ma, eticamente, una colpa si può loro addebitare solo se si identificano con gli atti perversi di un regime, non se ne sono traditi, o ne sono divenuti ostaggio. Politicamente è insensato scindere, come usa nei film e romanzi su Pinochet o l’apartheid, la massa piccolo borghese dalla grande borghesia di censo, cultura, nascita. La prima facinorosa, la seconda tollerante e illuminata. È certo vero che ci sono più torturatori fra i piccoli che fra i grandi borghesi, ma è un fatto statistico. Mentre non c’è regime che si sia affermato contro le classi dirigenti. Anche il khomeinismo: l’ayatollah fu l’uomo della grande borghesia, intellettuale, finanziaria, militare perfino, laica. Ugualmente è proporzionata secondo statistica la disillusione. Con una differenza: quella dei ricchi e colti è più visibile, sa farsi meglio valere.
C’è un curioso ritorno di spirito aristocratico nella critica al fascismo (mazismo, peronismo, razzismo, khomeinismo e integralismo, bonapartismo arabo e sudamericano) come fenomeno popolare. Curioso perché scinde la colpa e in sostanza assolve i ricchi e i potenti, anche se dichiara il contrario. È questa un’operazione di destra, anche se non rozza come il fascismo, con le armi della critica democratica. Diverso sarebbe criticare i meccanismi della democrazia popolare: la formazione-manipolazione dell’opinione pubblica, il ruolo intangibile (strumentale) dei media, i limiti del voto.
De Felice non è criticabile perché fa opera di storico: dice che il fascismo fu popolare quando lo fu, e i motivi per cui lo fu – e che fu anche impopolare. Diverso è il giudizio a carattere politico – della sociologia politica da Salvatorelli a Asor Rosa – che attacca la democrazia popolare senza criterio: senza rispondenza ai mutevoli fatti storici, e senza un quadro generale delle cause e degli esiti.
Gattopardismo – Non è un artificio o una trappola, è una disposizione d’animo: l’aristocrazia, che sia nobilitata o sia borghese, è debole. Esaurita la spinta acquisitiva, nella fase della fruizione (aristocrazia), i potenti sono fiacchi. Non per stanchezza, per natura. Forse per sazietà, ma soprattutto per “natura”, anche la natura si acquisisce: si diventa aristocratici nella fase – familiare, sociale – della conservazione, che vuole disponibilità e quieto vivere. Nella fase dell’acquisizione si è invece “naturalmente” briganti e ribaldi avidi. L’aristocrazia che, secondo Tocqueville, ha fatto grande e sempre moderna l’Inghilterra è quella nascente, la borghesia che la corona sempre si occupa di nobilitare.
Hong Kong – L’Inghilterra ha “aperto” la Cina in due maniere, con la guerra dell’oppio e con la retrocessione di Hong Kong. Con Hong Kong ha contagiato la Cina meridionale, da Canton a Shangai e Nanchino, fin negli stili architettonici e i modi urbani, metropolitani.
È l’ambivalenza dell’imperialismo, che non è (solo) sfruttamento: violenza e ammodernamento. Anche se è stato meno efficace, nel senso dell’ammodernamento e del progresso materiale e civile, là dove è stato meno violento: nelle colonie portoghesi e nel Congo Belga.
Hong Kong è anche un paradosso del colonialismo. Perché per un ventennio prima della retrocessione è stata più inglese dell’Inghilterra. Per la ricchezza, l’applicazione, la tenacia, la buona amministrazione: l’urbanizzazione di una laguna infetta, sotto erti aridi pan di zucchero, la pulizia e il decoro, l’efficienza burocratica, il senso civico. Anche Singapore è un capolavoro dell’imperialismo, la durezza politica inclusa.
Laicismo – Il problema con i massoni è, come con i comunisti, che non lasciano vivere: la cultura laica è intollerante. Dei cattolici invece, oberati dal senso di colpa, si può profittare.
Opposizione – La destra non la sa fare, non in democrazia. La sinistra ci riesce meglio che al governo. I due orientamenti hanno funzione distinta?
astolfo@antiit.eu
Secondi pensieri - (58)
zeulig
Capitalismo – Si rapporta alla Riforma in quanto si confonde con la libertà politica (Max Weber lo sa, che non lo dice: l’identificazione si fa in Italia in chiave anticlericale). Il liberalismo non è il diritto al dissent (tolleranza), né quello alla proprietà (borghesia). Nasce dalla riforma come movimento religioso e come movimento politico, contro l’unità della società politica (impero): la libertà politica è un diritto incomprimibile, quindi non “tollerabile”. E si accompagna in principio all’uguaglianza – quindi fa a meno della proprietà.
La religiosità non c’entra, se non nel senso dell’ecclesìa, della comunità d’interessi – da cui le leggi, e la protezione della proprietà. In sé è insensibilità all’accumulo.
Comunismo – È imploso nel momento di minor vigore del capitalismo. Nell’età difensiva delle Thatcher e dei Reagan, dei write-off e degli stati di crisi, esaurita l’onda lunga del fordismo, il combianto di consumi di massa e del welfare. La sua carica era solo antagonistica: proprio quan do il capitalismo si è riconosciuto nella crisi costante il comunismo è crollato, come se gli fosse mancato l’appoggio che lo teneva su. È un caso di saprofitismo?
Al suo meglio è romantico. Quindi costituzionalmente crudele – con sé stesso e con gli altri – e cioè disfattista. È così che alla fine del suo lungo secolo ha lasciato solo rovine.
Tanta degna passione, ben motivata, la passione politica che ha incontrato il più vasto consenso popolare, senza paragoni nella storia, scompare senza lasciare traccia, se non sanguinaria. È un’illusione? Ma la violenza è stata, è, reale. Sulle osa e sulle coscienze di masse altrettanto sterminate di povera gente. La politica non è per il popolo? È possibile. Ma il popolo non ha avuto una funzione in nessuna esperienza comunista, da Mosca alla Cina e a Cuba, se non come derivata della funzione intellettuale. Il comunismo è stato un tentativo dei filosofi di governare la realtà. Da qui il suo fascino, e la capacità di persuasione: far passare per liberazione la coazione, non soltanto dei corpi ma pure delle coscienze e persino delle passioni e degli affetti, tra i sessi, in famiglia, con gli amici. È l’orrore della sua realtà, per la cattiva coscienza dietro la violenza scatenata.
Cristo - È quello che Dio non è: buono, giusto, tranquillo, a volte perfino indolente. Non disprezza nessuno, non condanna. Ma per questo non è nemmeno un uomo.
Dio – È il presente.
È fantasia. Ce lo stiamo creando. Se, nella storia del mondo compressa in ventiquattro ore, quella nota, religione compresa, prende appena pochi secondi, siamo agli inizi.
È l’uomo eternizzato, si vede dai difetti, che son costanti: umorale, vendicativo, simulatore. Ogni Dio lo è, non soltanto quello della Bibbia.
Quello della Bibbia è un Dio di verità. Per questo è terribile: la verità, intesa filosoficamente, è distruttiva. Ed è incomprensibile: la ragione non ha Dio.
Per questo la Bibbia e la lingua ebraica non conoscono il Caso? L’effetto è il finto razionalismo e il finto mistero che confluiscono nella Cabbala.
C’è chi lo risolve nell’amore. Che è amore per l’uomo. Che maschera l’amore di se stessi. Che è la negazione di Dio: l’amore è la negazione di Dio, in quanto orgoglio da Ersatz.
Erotismo – È “fatto” e non natura, modo: l’immaginazione, visiva e onirica, l’autosuggestione, la memoria (che è immagine) prevalgono sulla “cosa” naturale e fisica. Come lo vogliono i creatori di moda e di gusto, che sono gay o asessuati: il corpo è un manichino, per crearvi attorno l’attrazione del “fatto” – in forma di opulenza o magrezza, tette o chiappe, viso o gambe, nudità o pudore.
Morte – Pensare alla morte è essere morti dentro.
Non c’è (incombe) se si vive nel presente. La storia è il presente. La storia tradizionale (current, comune) è mancanza, paura, desidero. Il presente è accettazione senza residui: è gioia. Dio è il presente.
In un certo senso siamo tutti morti, se passiamo dal nulla al nulla. Senza lasciare traccia, se non artificiosa: affetti, reputazione, fama.
Purezza– Crea molte mancanze. Sia quella chimico-fisica (dei material, dei procedimenti), sia quella etica, e quella religiosa (quante eresie!), e ora quella etnica e razziale. È però sempre in cima alla virtù.
Storia – È l’esemplificazione della fisica – il gesto efficace: correre, toccare, colpire, tagliare… La fisica dà forma alla storia.
Quello che la fisica si spiega meno sono i fenomeni naturali. Se non c’è la storia non c’è la fisica (la natura).
Più a lungo è storia di cose: aria, acqua, fuoco, pietra. La natura dell’uomo (del mondo) è nelle cose.
Verità – È distruttiva, se intesa filosoficamente, come esercizio critico. Nulla vi si sottrae, nemmeno la stessa critica, o il criterio e la finalità della critica, e questa debolezza ne dice l’inconsistenza. Ogni verità è per questo sempre ultima.
zeulig@antiit.eu
Capitalismo – Si rapporta alla Riforma in quanto si confonde con la libertà politica (Max Weber lo sa, che non lo dice: l’identificazione si fa in Italia in chiave anticlericale). Il liberalismo non è il diritto al dissent (tolleranza), né quello alla proprietà (borghesia). Nasce dalla riforma come movimento religioso e come movimento politico, contro l’unità della società politica (impero): la libertà politica è un diritto incomprimibile, quindi non “tollerabile”. E si accompagna in principio all’uguaglianza – quindi fa a meno della proprietà.
La religiosità non c’entra, se non nel senso dell’ecclesìa, della comunità d’interessi – da cui le leggi, e la protezione della proprietà. In sé è insensibilità all’accumulo.
Comunismo – È imploso nel momento di minor vigore del capitalismo. Nell’età difensiva delle Thatcher e dei Reagan, dei write-off e degli stati di crisi, esaurita l’onda lunga del fordismo, il combianto di consumi di massa e del welfare. La sua carica era solo antagonistica: proprio quan do il capitalismo si è riconosciuto nella crisi costante il comunismo è crollato, come se gli fosse mancato l’appoggio che lo teneva su. È un caso di saprofitismo?
Al suo meglio è romantico. Quindi costituzionalmente crudele – con sé stesso e con gli altri – e cioè disfattista. È così che alla fine del suo lungo secolo ha lasciato solo rovine.
Tanta degna passione, ben motivata, la passione politica che ha incontrato il più vasto consenso popolare, senza paragoni nella storia, scompare senza lasciare traccia, se non sanguinaria. È un’illusione? Ma la violenza è stata, è, reale. Sulle osa e sulle coscienze di masse altrettanto sterminate di povera gente. La politica non è per il popolo? È possibile. Ma il popolo non ha avuto una funzione in nessuna esperienza comunista, da Mosca alla Cina e a Cuba, se non come derivata della funzione intellettuale. Il comunismo è stato un tentativo dei filosofi di governare la realtà. Da qui il suo fascino, e la capacità di persuasione: far passare per liberazione la coazione, non soltanto dei corpi ma pure delle coscienze e persino delle passioni e degli affetti, tra i sessi, in famiglia, con gli amici. È l’orrore della sua realtà, per la cattiva coscienza dietro la violenza scatenata.
Cristo - È quello che Dio non è: buono, giusto, tranquillo, a volte perfino indolente. Non disprezza nessuno, non condanna. Ma per questo non è nemmeno un uomo.
Dio – È il presente.
È fantasia. Ce lo stiamo creando. Se, nella storia del mondo compressa in ventiquattro ore, quella nota, religione compresa, prende appena pochi secondi, siamo agli inizi.
È l’uomo eternizzato, si vede dai difetti, che son costanti: umorale, vendicativo, simulatore. Ogni Dio lo è, non soltanto quello della Bibbia.
Quello della Bibbia è un Dio di verità. Per questo è terribile: la verità, intesa filosoficamente, è distruttiva. Ed è incomprensibile: la ragione non ha Dio.
Per questo la Bibbia e la lingua ebraica non conoscono il Caso? L’effetto è il finto razionalismo e il finto mistero che confluiscono nella Cabbala.
C’è chi lo risolve nell’amore. Che è amore per l’uomo. Che maschera l’amore di se stessi. Che è la negazione di Dio: l’amore è la negazione di Dio, in quanto orgoglio da Ersatz.
Erotismo – È “fatto” e non natura, modo: l’immaginazione, visiva e onirica, l’autosuggestione, la memoria (che è immagine) prevalgono sulla “cosa” naturale e fisica. Come lo vogliono i creatori di moda e di gusto, che sono gay o asessuati: il corpo è un manichino, per crearvi attorno l’attrazione del “fatto” – in forma di opulenza o magrezza, tette o chiappe, viso o gambe, nudità o pudore.
Morte – Pensare alla morte è essere morti dentro.
Non c’è (incombe) se si vive nel presente. La storia è il presente. La storia tradizionale (current, comune) è mancanza, paura, desidero. Il presente è accettazione senza residui: è gioia. Dio è il presente.
In un certo senso siamo tutti morti, se passiamo dal nulla al nulla. Senza lasciare traccia, se non artificiosa: affetti, reputazione, fama.
Purezza– Crea molte mancanze. Sia quella chimico-fisica (dei material, dei procedimenti), sia quella etica, e quella religiosa (quante eresie!), e ora quella etnica e razziale. È però sempre in cima alla virtù.
Storia – È l’esemplificazione della fisica – il gesto efficace: correre, toccare, colpire, tagliare… La fisica dà forma alla storia.
Quello che la fisica si spiega meno sono i fenomeni naturali. Se non c’è la storia non c’è la fisica (la natura).
Più a lungo è storia di cose: aria, acqua, fuoco, pietra. La natura dell’uomo (del mondo) è nelle cose.
Verità – È distruttiva, se intesa filosoficamente, come esercizio critico. Nulla vi si sottrae, nemmeno la stessa critica, o il criterio e la finalità della critica, e questa debolezza ne dice l’inconsistenza. Ogni verità è per questo sempre ultima.
zeulig@antiit.eu
sabato 27 novembre 2010
L’opinione pubblica al tempo di Berlusconi
La sfasatura, anzi la cesura, tra l’opinione pubblica e il voto sarà stato il fatto politico di questi quindici anni. Berlusconi ha prevalso al voto contro l’avversione costante dei media: l’Ansa, la Rai, Sky, La 7, e il novanta per cento dei giornali, compresi quelli del gruppo Riffeser-Monti, con commentatori, comici e scienziati politici. Per Berlusconi solo i giornali di proprietà, meno di mezzo milione di copie su sei milioni vendute giornalmente, e i i tg di Mediaset, peraltro poco schierati. Questo sito ha già proposto l’ipotesi che Berlsuconi vinca, malgrado tutto, proprio perché sfida l’opinione pubblica (“Se l’opinione pubblica si ribella, con Berlusconi”, http://www.antiit.com/2010/11/se-lopinione-pubblica-si-ribella-con.html). In prossimità di un’elezione anticipata il giudizio politico su Berlusconi deve restare sospeso, ma l’inefficacia dell’opinione pubblica è un fatto, e ha delle ragioni evidenti.
Una è l’appartenenza dei giornalisti delle maggiori estate private, dell’Ansa e della Rai ai partiti politici di centro-sinistra. Di cui riflettono la crisi di uomini e di idee. È un’appartenenza che rientra nella sfera della libertà d’opinione e quindi inoppugnabile. Se non fosse connessa a interessi concreti dei partiti. Che si riflettono in una classificazione a carattere censorio, una sorta di schedatura, dei giornalisti da parte dell’ex Pci, che il Pd ha mantenuto. E nella gestione delle carriere all’interno dell’Ansa, della Rai e dei giornali. Nella Rai a opera del management, all’Ansa e nei giornali a opera del sindacato dei giornalisti, che vi esercita un forte e reale potere di cogestione, nella Rcs anche formale.
Questi media tenuti a briglia corta dalla politica non possono d’altra parte non risentirne le debolezze. Si possono qui evitare i dettagli, il fatto è evidente. È l’illegalità della giustizia, da un paio di decenni tempi di Scalfaro dichiarata, che ogni cittadino realizza giornalmente. È l’indigenza politica della sinistra, che non ha accettato la caduta del Muro (non ne ha fatto politica), e dell’immarcescibile centro del vecchio potere democristiano, così diffuso nell’amministrazione, a tutti i livelli, e negli enti, gli ex enti economici e la Rai. Fazio che fa una trasmissione in favore dell’eutanasia è nel suo pieno diritto di fare opinione. Ma chiunque altro, su una televisione pubblica, e una come la Rai, che pesa per il 50 e più del mercato, avrebbe ritenuto più consono alla libertà d’opinione anche l’opinione contraria. La scarsa qualità del giudizio è in diretto rapporto con la “protezione” politica, nei contratti e in carriera.
La cifra di questa sinistra senza argomenti, e quindi dell’opinione pubblica (conduttori, comici, commentatori, e perfino le veline de talk show, indimenticabili la Jebreal e la Borromeo) è l’indignatio. Contro il paese più che contro Berlusconi: fascista, sudamericano, corrotto, concussore (Berlusconi, in quanto produttore televisivo e editore, beneficia caratteristicamente in questa indignazione di un’area di affettuosità, se non di rispetto: e la ragione è che è lui che tene alti – non senza ragione: è lui che ha alzato e tiene alti i cachet televisivi, e vende le centomila o il milione di copie).
Altrettanto rilevante è una terza ragione dell’ineffettualità dell’opinione pubblica: in Italia l’opinione pubblica è molto privata. Compresa in un senso anche la Rai, in quanto feudo di un management indefettibilmente democristiano, in parte convertito ultimamente al Pd – Paolo Ruffini, il manager più radicale della Rai, è un democristiano, figlio e nipote di politici democristiani non illuminati. La Rai è privata cioè non nel senso degli interessi economici ma di quelli politici di parte. È il fenomeno per cui, ascoltando l’informazione Rai (i giornali radio e Raisat in continuo nella giornata, e i tg, per quanto lottizzati) lo statista di questi anni è Casini.
In senso proprio è privata l’informazione di cui la leadership è di Carlo De Benedetti, forsennato giocatore di Borsa, che i figli hanno dovuto espellere dagli affari, e di Giovanni Bazoli, monopolista della finanza (banche, banche d’affari, finanziarie e assicurazioni), che danno il la giornalmente su ogni argomento, anche minimo, la pagella della Gelmini, l’opposizione di Oddo (è un calciatore).
Una è l’appartenenza dei giornalisti delle maggiori estate private, dell’Ansa e della Rai ai partiti politici di centro-sinistra. Di cui riflettono la crisi di uomini e di idee. È un’appartenenza che rientra nella sfera della libertà d’opinione e quindi inoppugnabile. Se non fosse connessa a interessi concreti dei partiti. Che si riflettono in una classificazione a carattere censorio, una sorta di schedatura, dei giornalisti da parte dell’ex Pci, che il Pd ha mantenuto. E nella gestione delle carriere all’interno dell’Ansa, della Rai e dei giornali. Nella Rai a opera del management, all’Ansa e nei giornali a opera del sindacato dei giornalisti, che vi esercita un forte e reale potere di cogestione, nella Rcs anche formale.
Questi media tenuti a briglia corta dalla politica non possono d’altra parte non risentirne le debolezze. Si possono qui evitare i dettagli, il fatto è evidente. È l’illegalità della giustizia, da un paio di decenni tempi di Scalfaro dichiarata, che ogni cittadino realizza giornalmente. È l’indigenza politica della sinistra, che non ha accettato la caduta del Muro (non ne ha fatto politica), e dell’immarcescibile centro del vecchio potere democristiano, così diffuso nell’amministrazione, a tutti i livelli, e negli enti, gli ex enti economici e la Rai. Fazio che fa una trasmissione in favore dell’eutanasia è nel suo pieno diritto di fare opinione. Ma chiunque altro, su una televisione pubblica, e una come la Rai, che pesa per il 50 e più del mercato, avrebbe ritenuto più consono alla libertà d’opinione anche l’opinione contraria. La scarsa qualità del giudizio è in diretto rapporto con la “protezione” politica, nei contratti e in carriera.
La cifra di questa sinistra senza argomenti, e quindi dell’opinione pubblica (conduttori, comici, commentatori, e perfino le veline de talk show, indimenticabili la Jebreal e la Borromeo) è l’indignatio. Contro il paese più che contro Berlusconi: fascista, sudamericano, corrotto, concussore (Berlusconi, in quanto produttore televisivo e editore, beneficia caratteristicamente in questa indignazione di un’area di affettuosità, se non di rispetto: e la ragione è che è lui che tene alti – non senza ragione: è lui che ha alzato e tiene alti i cachet televisivi, e vende le centomila o il milione di copie).
Altrettanto rilevante è una terza ragione dell’ineffettualità dell’opinione pubblica: in Italia l’opinione pubblica è molto privata. Compresa in un senso anche la Rai, in quanto feudo di un management indefettibilmente democristiano, in parte convertito ultimamente al Pd – Paolo Ruffini, il manager più radicale della Rai, è un democristiano, figlio e nipote di politici democristiani non illuminati. La Rai è privata cioè non nel senso degli interessi economici ma di quelli politici di parte. È il fenomeno per cui, ascoltando l’informazione Rai (i giornali radio e Raisat in continuo nella giornata, e i tg, per quanto lottizzati) lo statista di questi anni è Casini.
In senso proprio è privata l’informazione di cui la leadership è di Carlo De Benedetti, forsennato giocatore di Borsa, che i figli hanno dovuto espellere dagli affari, e di Giovanni Bazoli, monopolista della finanza (banche, banche d’affari, finanziarie e assicurazioni), che danno il la giornalmente su ogni argomento, anche minimo, la pagella della Gelmini, l’opposizione di Oddo (è un calciatore).
Quando Lombroso scoprì i greci di Calabria
Tardi, nella riedizione del 1898, ma con molto fondo culturale e finezza, Lombroso scoprì i greci in Calabria, e gli albanesi, si può dire per primo nell’Italia unita. Nei primi appunti, “Tre mesi in Calabria”, pubblicati a caldo nel 1862, dopo un breve e accidentato soggiorno nella penisola come medico con le truppe anti-brigantaggio, è il Lombroso che ci si aspetta, dei crani e dei prognati, tutto molto negativo – anche la statura (ma lui stesso, Luigi Guarnieri fa notare perfido nella presentazione, era “un ometto di un metro e sessanta”). I temi sociali disinvolto e assertivo liquidando, ancora nella riedizione, con molte pagine della “Relazione inaugurale per l’anno giuridico 1896” del giudice di Catanzaro Cav. Domenico Ruiz. Ma nel complesso ci ha ripensato, consigliato da un collega stimato, Giuseppe Pelaggi, calabrese di Strongoli, professore e medico, che gli curò le note. Si informò, scoprì che nel Cinque-Seicento c’era in argomento un’ottima trattatistica, soprattutto sui calabro-greci, e nei due capitoli aggiunti espone una tale messe di informazione, linguistica, storica, genealogica, poetica, che risulta oggi più valida che mai, e si legge con estremo interesse.
La questione meridionale sintetizza in sei o sette parole: “Il retaggio borbonico aggravato dall’unificazione italiana”. E le stesse "lombrosiane" notazioni caratteriali, fisiognomiche eccetera, rielabora con misura. Raccogliendo e invìdividuando una massa di informazioni eccezionale per il poco tempo che passò in Calabria. Dalle donne che fanno gli uomini, le "monache di casa" ("vere formiche neutre, godono, meno i soavi piaceri del sesso, tutte le solerzie della maternità, e quasi tutta l'attività degli uomini, e son sempre pressate, affaccendate, viventi"), ai danni dell'unità, che ha aggiunto al malgoverno borbonico quello italiano, ai vini, - "molto alcolici e poco fermentati, producono ai non avvezzi fierissime gastralgie"). La pochezza positivista è quella - il suo discepolo-mentore Pelaggi spiega con questa "legge di Darwin" il fatto che ci siano molti asini, in confronto al numero dei cavalli e dei buoi: "Le vie alpestri ed intralciate necessitando un grandissimo numero di asini pei trasporti dei prodotti agricoli, i foragi vanno a vantaggio di essi e quindi mancano agli altri"). Ma si vede che “le dolcezze dei versi e la delicatezza de modi” che Lombroso dice di avere trovato in Calabria gli ha fatto bene.
Cesare Lombroso, In Calabria, Rubbettino editore, pp. 135, € 7,90
La questione meridionale sintetizza in sei o sette parole: “Il retaggio borbonico aggravato dall’unificazione italiana”. E le stesse "lombrosiane" notazioni caratteriali, fisiognomiche eccetera, rielabora con misura. Raccogliendo e invìdividuando una massa di informazioni eccezionale per il poco tempo che passò in Calabria. Dalle donne che fanno gli uomini, le "monache di casa" ("vere formiche neutre, godono, meno i soavi piaceri del sesso, tutte le solerzie della maternità, e quasi tutta l'attività degli uomini, e son sempre pressate, affaccendate, viventi"), ai danni dell'unità, che ha aggiunto al malgoverno borbonico quello italiano, ai vini, - "molto alcolici e poco fermentati, producono ai non avvezzi fierissime gastralgie"). La pochezza positivista è quella - il suo discepolo-mentore Pelaggi spiega con questa "legge di Darwin" il fatto che ci siano molti asini, in confronto al numero dei cavalli e dei buoi: "Le vie alpestri ed intralciate necessitando un grandissimo numero di asini pei trasporti dei prodotti agricoli, i foragi vanno a vantaggio di essi e quindi mancano agli altri"). Ma si vede che “le dolcezze dei versi e la delicatezza de modi” che Lombroso dice di avere trovato in Calabria gli ha fatto bene.
Cesare Lombroso, In Calabria, Rubbettino editore, pp. 135, € 7,90
venerdì 26 novembre 2010
Problemi di base - 42
spock
Dov'è caduto Fini da cavallo? Ma andava a Damasco?
È la Carfagna che dice vajassa alla Mussolini? O la Mussolini che lo dice della Carfagna? In mezzo all’immondizia, non sentono la puzza?
Perché i comunisti (ex) concedono tutto, gratis? Aspettando Godot?
Perché l’antimafia ce l’ha coi carabinieri?
Perché i carabinieri ce l’hanno con l’antimafia?
Il cristianesimo, l’evento più rilevante, e da ogni punto di vista necessario, della storia avviene per caso: per la neghittosità (Caillois dice l’emicrania) di Ponzio Pilato.
È l’eterno polvere? Oppure gas?
E l’autore, che s’immortala a fare?
Cristo è consolatorio (remissione dei peccati, giustizia, regno dei cieli, cruna dell’ago, eccetera) per conto di Dio? Dio ha qualcosa da farsi perdonare?
Ci sono in Italia 220 mila avvocati, record mondiale per il numero degli abitanti: per fare più giustizia, o per non farla?
spock@antiit.eu
Dov'è caduto Fini da cavallo? Ma andava a Damasco?
È la Carfagna che dice vajassa alla Mussolini? O la Mussolini che lo dice della Carfagna? In mezzo all’immondizia, non sentono la puzza?
Perché i comunisti (ex) concedono tutto, gratis? Aspettando Godot?
Perché l’antimafia ce l’ha coi carabinieri?
Perché i carabinieri ce l’hanno con l’antimafia?
Il cristianesimo, l’evento più rilevante, e da ogni punto di vista necessario, della storia avviene per caso: per la neghittosità (Caillois dice l’emicrania) di Ponzio Pilato.
È l’eterno polvere? Oppure gas?
E l’autore, che s’immortala a fare?
Cristo è consolatorio (remissione dei peccati, giustizia, regno dei cieli, cruna dell’ago, eccetera) per conto di Dio? Dio ha qualcosa da farsi perdonare?
Ci sono in Italia 220 mila avvocati, record mondiale per il numero degli abitanti: per fare più giustizia, o per non farla?
spock@antiit.eu
Berlusconi punta al voto con l'usurpatore
Forte dei cinque punti Berlusconi si prepara un programma elettorale. Un piano per il Sud, pieno di miliardi. La riforma della giustizia, che da sola vale un’elezione. Così come il federalismo: la legislatura troncata senza il federalismo è una sconfitta certa per Fini e l'oppisizione. La riforma fiscale. La sicurezza. Un programma calibrato per una elezione.
I cinque punti Berlusconi strappò a Fini quale condizione per andare avanti col governo a Ferragosto. Quindi è da tempo che pensa alla elezioni - forse ha più senso politico di quanto ci fa credere, l’eterno ragazzo che non ha paura di dire il re nudo. Il voto anticipato è certamente “criminale”: è sempre un rifiuto del voto, da parte delle Camere o della presidenza della Repubblica, cui lo scioglimento compete. In Italia Scalfaro ne ha abusato, nel 1994 e nel 1996, senza per questo essere criticato, ma questo è un altro discorso, dell’autonomia o della capacità di giudizio dei costituzionalisti e scienziati politici: il fatto è che Scalfaro ha forzato le istituzioni e quindi ha commesso un golpe, anzi due. Prima di lui le Camere erano state sciolte anticipatamente solo nel 1979, per le polemiche sul presidente Leone. Che poi si riveleranno pretestuose, ma comunque lo scioglimento si fece con l’accordo di tutti i partiti, e l’evento restò eccezionale (anche perché, per la prima volta nella Repubblica, il Pci che accusava Leone perse le elezioni). Sciogliere le Camere per la carriera di Fini è molto peggio dei precedenti scalfariani.
Ma il problema non è di giustizia, è politico: sanno tutti che chi chiede il voto anticipato perde le elezioni (Berlusconi le perse nel 1996 per colpa di Bossi, che marciò da solo: Forza Italia e la Lega ebbero molti più voti dell’Ulivo). Politicamente Berlusconi sa che, se non avrà la fiducia da Fini a metà dicembre, non c’è altro governo possibile, poiché la sua coalizione è in maggioranza al Senato. Questo senza contare le divisioni dei nuovi centri con le sinistre sulla legge elettorale che dovrebbe giustificare il ribaltone.
Napolitano potrebbe comunque sostituire a Berlusconi un altro presidente del consiglio che, sfiduciato, prepari le elezioni. È una possibilità, anche se Napolitano è - è stato nell’accidentata coabitazione - all’estremo opposto di Scalfaro, rispettoso della Costituzione, e quindi del Parlamento che ne è il fulcro. Ma un governo caretaker senza fiducia sarebbe un invito a nozze per Berlusconi: l’astensionismo di cui nei sondaggi fra i suoi elettori si dissolverebbe alla “usurpazione”.
I cinque punti Berlusconi strappò a Fini quale condizione per andare avanti col governo a Ferragosto. Quindi è da tempo che pensa alla elezioni - forse ha più senso politico di quanto ci fa credere, l’eterno ragazzo che non ha paura di dire il re nudo. Il voto anticipato è certamente “criminale”: è sempre un rifiuto del voto, da parte delle Camere o della presidenza della Repubblica, cui lo scioglimento compete. In Italia Scalfaro ne ha abusato, nel 1994 e nel 1996, senza per questo essere criticato, ma questo è un altro discorso, dell’autonomia o della capacità di giudizio dei costituzionalisti e scienziati politici: il fatto è che Scalfaro ha forzato le istituzioni e quindi ha commesso un golpe, anzi due. Prima di lui le Camere erano state sciolte anticipatamente solo nel 1979, per le polemiche sul presidente Leone. Che poi si riveleranno pretestuose, ma comunque lo scioglimento si fece con l’accordo di tutti i partiti, e l’evento restò eccezionale (anche perché, per la prima volta nella Repubblica, il Pci che accusava Leone perse le elezioni). Sciogliere le Camere per la carriera di Fini è molto peggio dei precedenti scalfariani.
Ma il problema non è di giustizia, è politico: sanno tutti che chi chiede il voto anticipato perde le elezioni (Berlusconi le perse nel 1996 per colpa di Bossi, che marciò da solo: Forza Italia e la Lega ebbero molti più voti dell’Ulivo). Politicamente Berlusconi sa che, se non avrà la fiducia da Fini a metà dicembre, non c’è altro governo possibile, poiché la sua coalizione è in maggioranza al Senato. Questo senza contare le divisioni dei nuovi centri con le sinistre sulla legge elettorale che dovrebbe giustificare il ribaltone.
Napolitano potrebbe comunque sostituire a Berlusconi un altro presidente del consiglio che, sfiduciato, prepari le elezioni. È una possibilità, anche se Napolitano è - è stato nell’accidentata coabitazione - all’estremo opposto di Scalfaro, rispettoso della Costituzione, e quindi del Parlamento che ne è il fulcro. Ma un governo caretaker senza fiducia sarebbe un invito a nozze per Berlusconi: l’astensionismo di cui nei sondaggi fra i suoi elettori si dissolverebbe alla “usurpazione”.
giovedì 25 novembre 2010
Napolitano all’opposizione? La fattura di Napoli
Napolitano che fa l’opposizione al governo sui rifiuti di Napoli era difficile da immaginare. Che non manda osservazioni come normalmente si fa tra il Quirinale e Palazzo Chigi, dirette, riservate. No, fa fare dei comunicati polemici, ironici, sarcastici. E di peggio fa confidare dal suo ufficio stampa ai giornalisti accreditati. Napoli è certo una forza, e si vede: dopo una vita passata a emendarsi dei vizi d’origine, la superficialità, la presunzione, professando l’inglese, le buone maniere, e perfino una concezione accettabile del comunismo, anche il presidente della Repubblica subisce la fattura, l’incantesimo, della sua città.
Oppure si può dire che il Presidente ha due facce. Una è quella dell’uomo politico equilibrato, avveduto. Che ancora l’altro ieri ha imposto l’unica soluzione saggia al litigio tra Fini e Berlusconi, l’approvazione della legge di stabilità. Che sembra una cosa scontata e invece deve avere richiesto molta e robusta capacità di mediazione, viste l’ampiezza e la radicalità dell’odio tra i due. Ma quando si tratta di Napoli, evidentemente, anche uno come Napolitano ne è vittima.
E il Comune di Napoli che aumenta la tarsu, la tassa sulla spazzatura? La sindaco Russo Jervolino non è nuova a questa pensate, e dunque non c’è sorpresa. Peccato che le due contendenti si siano ritirate dai balconi, Carfagna e Mussolini, avrebbero potuto esibirsi con più fondatezza… Viene da pensare a questo punto quello che molti italiani da tempo pensano: che la spazzatura a Napoli non sia un problema. Che se ne parla giusto per avere fare le sceneggiate.
Oppure si può dire che il Presidente ha due facce. Una è quella dell’uomo politico equilibrato, avveduto. Che ancora l’altro ieri ha imposto l’unica soluzione saggia al litigio tra Fini e Berlusconi, l’approvazione della legge di stabilità. Che sembra una cosa scontata e invece deve avere richiesto molta e robusta capacità di mediazione, viste l’ampiezza e la radicalità dell’odio tra i due. Ma quando si tratta di Napoli, evidentemente, anche uno come Napolitano ne è vittima.
E il Comune di Napoli che aumenta la tarsu, la tassa sulla spazzatura? La sindaco Russo Jervolino non è nuova a questa pensate, e dunque non c’è sorpresa. Peccato che le due contendenti si siano ritirate dai balconi, Carfagna e Mussolini, avrebbero potuto esibirsi con più fondatezza… Viene da pensare a questo punto quello che molti italiani da tempo pensano: che la spazzatura a Napoli non sia un problema. Che se ne parla giusto per avere fare le sceneggiate.
Il giudice sia locale - perché pagare per Trani?
La Procura di Trani lavora da due anni, dopo avere intercettato abusivamente Berlusconi, sull’ipotesi se incolpare o meno lo stesso Berlusconi e un certo Innocenzi per aver tramato contro Santoro, quello della tv. Santoro, che come si sa è un santone, si protegge naturalmente da solo, ma i giudici di Trani, non avendo altro da fare, si propongono come suoi sacerdoti. Nove giudici, per i quali una Procura si tiene aperta a Trani, a mezzora da Bari, per dare loro un lavoro vicino casa. Ma senza far nulla?
Per un annetto i nove Procuratori della Repubblica si sono gingillati mandando le intercettazioni al Parlamento, dato che c’era di mezzo Berlusconi. Che essi concordi chiedono di mandare sotto processo per concussione e minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario. Il Tribunale dei ministri, che in un primo momento aveva obiettato al recepimento degli atti, non essendo Santoro “un corpo politico, etc.”, una settimana fa li ha restituiti a Trani. L’unico testimone della vicenda, l’Innocenti, avendo dichiarato di non aver ricevuto pressioni da Berlusconi e di non aver preso nessuna iniziativa contro Santoro. Ma i nove Procuratori di Trani, che così sarebbero senza lavoro, non desistono, e anzi si stanno studiando di chiedere nuove indagini.
Ora, la giustizia deve proseguire il suo cammino, come dicono i giornali, ma l’affare a questo punto pone due problemi. Che un vero Consiglio superiore della magistratura affronterebbe. Uno: è giusto impegnare altre forze di polizia giudiziaria sul fronte Berlusconi-Innocenzi? Due: posto che i giudici devono avere il posto a casa, e viceversa, anzi che i posti vadano riservati ai giudici di casa, come avviene da qualche anno per i professori universitari, perché se ne sono assunti tanti a Bari, invece che a Gela, a Palmi, a Crotone? Bisognerebbe federalizzare anche la giustizia. E farla pagare ai residenti, come le medicine – lo spregevole Bossi non finisce mai di avere ragione.
Per un annetto i nove Procuratori della Repubblica si sono gingillati mandando le intercettazioni al Parlamento, dato che c’era di mezzo Berlusconi. Che essi concordi chiedono di mandare sotto processo per concussione e minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario. Il Tribunale dei ministri, che in un primo momento aveva obiettato al recepimento degli atti, non essendo Santoro “un corpo politico, etc.”, una settimana fa li ha restituiti a Trani. L’unico testimone della vicenda, l’Innocenti, avendo dichiarato di non aver ricevuto pressioni da Berlusconi e di non aver preso nessuna iniziativa contro Santoro. Ma i nove Procuratori di Trani, che così sarebbero senza lavoro, non desistono, e anzi si stanno studiando di chiedere nuove indagini.
Ora, la giustizia deve proseguire il suo cammino, come dicono i giornali, ma l’affare a questo punto pone due problemi. Che un vero Consiglio superiore della magistratura affronterebbe. Uno: è giusto impegnare altre forze di polizia giudiziaria sul fronte Berlusconi-Innocenzi? Due: posto che i giudici devono avere il posto a casa, e viceversa, anzi che i posti vadano riservati ai giudici di casa, come avviene da qualche anno per i professori universitari, perché se ne sono assunti tanti a Bari, invece che a Gela, a Palmi, a Crotone? Bisognerebbe federalizzare anche la giustizia. E farla pagare ai residenti, come le medicine – lo spregevole Bossi non finisce mai di avere ragione.
mercoledì 24 novembre 2010
Punire i governi che speculano: l’euro dopo l’Irlanda
Una speculazione “assicurata”: non concordata probabilmente ma promessa. Non sarà più come prima tra i governi europei dell’euro e nel governo della stessa moneta dopo la crisi irlandese. Il rifiuto dichiarato del governo di Dublino di accedere all’’intervento stabilizzatore della Bce è stato letto nella sola maniera possibile, come un invito alla speculazione. Che ci ha guadagnato e ci guadagna, in una scommessa “sicura”, a spese della stabilità e della ripresa dell’economia europea.
Il giudizio negativo della cancelliera Merkel è solo uno dei tanti concordi: sia Berlino che Parigi sono certi che l’andamento della crisi irlandese è stato determinato dai fondi e dalle banche “anglosassoni”, cioè essenzialmente britanniche, che operano fuori dell’euro. Più sfumato il giudizio a Roma, ma solo perché il governatore della Banca d’Italia, Draghi, presiede il Financial stability forum, che è espresso dagli stessi operatori finanziari che avrebbero profittato della manovra. I dubbi sono stati sollevati dal giudizio positivo degli operatori sulle banche irlandesi agli stress test di agosto.
Ci sono state tensioni molto forti nei primi due giorni della settimana, nell’intento di imbrigliare in qualche modo l’altrimenti incomprensibile manovra irlandese. Con intenzioni cioè molto punitive, che solo la paura di aggravare gli equilibri nell’euro hanno disinnescato. Come punire chi specula sarà il primo tema in agenda in Europa dopo la crisi irlandese. È un tema diverso da quello seguito alla crisi greca: come punire chi bara. E implica bilanciamenti delicati, tra i poteri nazionali e quelli della Banca centrale europea. Ma il governo tedesco è determinato a trovare un qualche sistema di “correzione” dei profittatori, o di governo reale della moneta. Il negoziato si aprirà sul rifinanziamento del Fondo europeo per la stabilità finanziaria, di cuoi la crisi in Grecia e Irlanda, e in parte in Portogallo, ha prosciugato le risorse.
L’esito della crisi irlandese brucia tanto più a Berlino in quanto, mentre la finanza britannica ha tratto profitto del ritardo, le banche tedesche sono quelle che più ci hanno rimesso e ci rimettono. Erano le più esposte, alla pari con quelle britanniche, con le banche irlandesi. Ora praticamente fallite. E non sono state all’altezza della manovra speculativa. A loro giustificazione possono addurre la scusante che gli operatori britannici operavano fuori dell’euro, quindi con molta più libertà. Ma è un fatto che hanno puntato anch’esse sul boom facile dell’Irlanda (la loro esposizione in Italia, un’economia che “vale” nove-dieci volte quella irlandese, è uguale a quella con Dublino), e ne sono rimaste scottate.
Il giudizio negativo della cancelliera Merkel è solo uno dei tanti concordi: sia Berlino che Parigi sono certi che l’andamento della crisi irlandese è stato determinato dai fondi e dalle banche “anglosassoni”, cioè essenzialmente britanniche, che operano fuori dell’euro. Più sfumato il giudizio a Roma, ma solo perché il governatore della Banca d’Italia, Draghi, presiede il Financial stability forum, che è espresso dagli stessi operatori finanziari che avrebbero profittato della manovra. I dubbi sono stati sollevati dal giudizio positivo degli operatori sulle banche irlandesi agli stress test di agosto.
Ci sono state tensioni molto forti nei primi due giorni della settimana, nell’intento di imbrigliare in qualche modo l’altrimenti incomprensibile manovra irlandese. Con intenzioni cioè molto punitive, che solo la paura di aggravare gli equilibri nell’euro hanno disinnescato. Come punire chi specula sarà il primo tema in agenda in Europa dopo la crisi irlandese. È un tema diverso da quello seguito alla crisi greca: come punire chi bara. E implica bilanciamenti delicati, tra i poteri nazionali e quelli della Banca centrale europea. Ma il governo tedesco è determinato a trovare un qualche sistema di “correzione” dei profittatori, o di governo reale della moneta. Il negoziato si aprirà sul rifinanziamento del Fondo europeo per la stabilità finanziaria, di cuoi la crisi in Grecia e Irlanda, e in parte in Portogallo, ha prosciugato le risorse.
L’esito della crisi irlandese brucia tanto più a Berlino in quanto, mentre la finanza britannica ha tratto profitto del ritardo, le banche tedesche sono quelle che più ci hanno rimesso e ci rimettono. Erano le più esposte, alla pari con quelle britanniche, con le banche irlandesi. Ora praticamente fallite. E non sono state all’altezza della manovra speculativa. A loro giustificazione possono addurre la scusante che gli operatori britannici operavano fuori dell’euro, quindi con molta più libertà. Ma è un fatto che hanno puntato anch’esse sul boom facile dell’Irlanda (la loro esposizione in Italia, un’economia che “vale” nove-dieci volte quella irlandese, è uguale a quella con Dublino), e ne sono rimaste scottate.
Ombre - 69
Si può vedere in Berlusconi un femminista e un sincero italiano, che si trova bene anche a Napoli. Oppure si può vedere in lui un gallo, che si pavoneggia tra le galline. O uno che infine fa i conti con la politica, che purtroppo non ha sex appeal, non se ne cura. O, insomma, Berlusconi. Ma che la ministra Carfagna e l’onorevole Mussolini siano un caso politico, facciano politica, esprimano il disagio della politica, questo non si capisce. Già per questo Berlusconi andrebbe punito, per avercele buttate tra i piedi.
Due comari che, come si sono tirate i capelli in pubblico ingiuriandosi, domani si baceranno e abbracceranno, con la stessa indulgenza verso se stesse.
Emma Marcegaglia, cuore Dc, si fa vedere che abbraccia tutti. Tutti quelli che non sono con Berlusconi: Casini, Fini, Bersani - e chissà anche il giudice Woodcock, che le promosse l'utile inchiesta contro i giornali. Ma si fa vedere che abbraccia tutti quelli che non vogliono la legge sul federalismo. Mentre lei vuole il federalismo subito, d’iniziativa popolare, anche senza legge, per la sua regione, la Lombardia, “che non può aspettare”, e la sua azienda.
Patetico sondaggio della “Stampa” per fare presidente del consiglio il suo (ex) presidente: Montezemolo, senza essere candidato, prende già il 9 per cento dei voti. E con lui il Centro balza al 21 per cento. Che forse è un refuso: non dovrebbe essere il 31? Gramellini, ancora uno sforzo!
Loris Mazzetti, 56 anni, il responsabile Rai de programmi di Fazio, lancia un grido d’allarma: “Mi vogliono licenziare”. Vuole continuare a occupare la scena, e c’è riuscito, è su tutti i giornali. Ma porta a titoli della sua equanimità la tessera dell’Associazione Partigiana,”l’unica tessera che ho”. L’ha ereditata? E il povero Franceschini, cui non ha concesso di presentare i suoi romanzi nei programmi di Fazio. Essere resistenti contro Franceschini, il Mazzetti deve avere molto senso dell’umorismo. Ma soprattutto il direttore punta sulla sua simpatia come emiliano. Subito accontentato: nessun giornale che ne abbia riso.
Il camorrista Iovine catturato sorride alle telecamere felice. Come il fratello di Sarah Scazzi, la ragazza assassinata, benché impallidito dalla religione. Come le minorenni di Berlusconi in cerca di comparsate nei locali, per permettere ai clienti di fotografarsi con loro: venti minuti, duemila euro - che non sono troppi per l’affitto dei gioielli, della Ferrari con autista, di un paio di gorilla, e dell’addetta stampa.
Fotografarsi, nulla di più, come col presidente del consiglio. Dev’essere il nuovo savoir vivre, o il nuovo glamour. Anche la dottoressa Bruzzone, criminologa, risolve i casi col lato buono della sua bella faccia in tv, l’inquadratura lusinghiera. Ma chiede di meno.
È feudale ma è ben chiaro, sulla città, sugli affari, sul giornale, l’articolo di Fabio Monti sul “Corriere della sera” di mercoledì. Una lettura da non perdere, l’Inter è sempre di attualità:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/17/Benitez_traballa_ancora_oggi_decide_co_9_101117072.shtml
A Brescia i giudici assolvono tutti gli imputati della strage e il giudice Salvini si sorprende: “Almeno Tritone è colpevole”. E gli altri?
C’è una sfasatura nella trattativa dello Stato con la mafia, che il partito della trattativa non spiega. Nel 1993, il 14 maggio la mafia tenta di uccidere Costanzo, il 15 il ministro Conso, del governo Ciampi, revoca i 140 decreti di carcere duro (41 bis) imposti l’anno precedente, dal governo Amato. Ma il 27 maggio la mafia fa la strage di via dei Georgofili a Firenze, il 27 luglio quella di via Palestro a Milano, e il 28 ci tenta a Roma, a san Giovanni e a san Giorgio al Velabro, per caso senza vittime. È difficile fare della mafia un partito attendibile, lo Spatuzza, i Graviano.
Il Procuratore antimafia Grasso scopre adesso che la droga a Milano la spacciano (la recapitano in realtà a domicilio) i serbi e non i calabresi. Cosa che a Milano tutti sanno (http://www.antiit.com/2010/08/giuseppe-leuzzi-protesta-la-pia-gelmini.html)
Albertini, sindaco (molto) mediocre di Milano è corteggiato da Fini e Casini come candidato di nuovo a sindaco, contro Letizia Moratti. “Deciderò fra una settimana”, risponde regale. La regalità è passata al centro della sinistra?
Dopo le ipocrisie di Fazio e Saviano, Pierluigi Battista consiglia allo scrittore, in prima pagina sul “Corriere della sera”, di “concedere” la replica a Maroni. Regale. L’ossequio di un giornalista che per anni ha fatto lezione sulle parole, proprie e improprie.
Per vendere l’“Elogio della follia” il “Corriere della sera” fa di Erasmo il Benigni dell’epoca.
Due comari che, come si sono tirate i capelli in pubblico ingiuriandosi, domani si baceranno e abbracceranno, con la stessa indulgenza verso se stesse.
Emma Marcegaglia, cuore Dc, si fa vedere che abbraccia tutti. Tutti quelli che non sono con Berlusconi: Casini, Fini, Bersani - e chissà anche il giudice Woodcock, che le promosse l'utile inchiesta contro i giornali. Ma si fa vedere che abbraccia tutti quelli che non vogliono la legge sul federalismo. Mentre lei vuole il federalismo subito, d’iniziativa popolare, anche senza legge, per la sua regione, la Lombardia, “che non può aspettare”, e la sua azienda.
Patetico sondaggio della “Stampa” per fare presidente del consiglio il suo (ex) presidente: Montezemolo, senza essere candidato, prende già il 9 per cento dei voti. E con lui il Centro balza al 21 per cento. Che forse è un refuso: non dovrebbe essere il 31? Gramellini, ancora uno sforzo!
Loris Mazzetti, 56 anni, il responsabile Rai de programmi di Fazio, lancia un grido d’allarma: “Mi vogliono licenziare”. Vuole continuare a occupare la scena, e c’è riuscito, è su tutti i giornali. Ma porta a titoli della sua equanimità la tessera dell’Associazione Partigiana,”l’unica tessera che ho”. L’ha ereditata? E il povero Franceschini, cui non ha concesso di presentare i suoi romanzi nei programmi di Fazio. Essere resistenti contro Franceschini, il Mazzetti deve avere molto senso dell’umorismo. Ma soprattutto il direttore punta sulla sua simpatia come emiliano. Subito accontentato: nessun giornale che ne abbia riso.
Il camorrista Iovine catturato sorride alle telecamere felice. Come il fratello di Sarah Scazzi, la ragazza assassinata, benché impallidito dalla religione. Come le minorenni di Berlusconi in cerca di comparsate nei locali, per permettere ai clienti di fotografarsi con loro: venti minuti, duemila euro - che non sono troppi per l’affitto dei gioielli, della Ferrari con autista, di un paio di gorilla, e dell’addetta stampa.
Fotografarsi, nulla di più, come col presidente del consiglio. Dev’essere il nuovo savoir vivre, o il nuovo glamour. Anche la dottoressa Bruzzone, criminologa, risolve i casi col lato buono della sua bella faccia in tv, l’inquadratura lusinghiera. Ma chiede di meno.
È feudale ma è ben chiaro, sulla città, sugli affari, sul giornale, l’articolo di Fabio Monti sul “Corriere della sera” di mercoledì. Una lettura da non perdere, l’Inter è sempre di attualità:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/17/Benitez_traballa_ancora_oggi_decide_co_9_101117072.shtml
A Brescia i giudici assolvono tutti gli imputati della strage e il giudice Salvini si sorprende: “Almeno Tritone è colpevole”. E gli altri?
C’è una sfasatura nella trattativa dello Stato con la mafia, che il partito della trattativa non spiega. Nel 1993, il 14 maggio la mafia tenta di uccidere Costanzo, il 15 il ministro Conso, del governo Ciampi, revoca i 140 decreti di carcere duro (41 bis) imposti l’anno precedente, dal governo Amato. Ma il 27 maggio la mafia fa la strage di via dei Georgofili a Firenze, il 27 luglio quella di via Palestro a Milano, e il 28 ci tenta a Roma, a san Giovanni e a san Giorgio al Velabro, per caso senza vittime. È difficile fare della mafia un partito attendibile, lo Spatuzza, i Graviano.
Il Procuratore antimafia Grasso scopre adesso che la droga a Milano la spacciano (la recapitano in realtà a domicilio) i serbi e non i calabresi. Cosa che a Milano tutti sanno (http://www.antiit.com/2010/08/giuseppe-leuzzi-protesta-la-pia-gelmini.html)
Albertini, sindaco (molto) mediocre di Milano è corteggiato da Fini e Casini come candidato di nuovo a sindaco, contro Letizia Moratti. “Deciderò fra una settimana”, risponde regale. La regalità è passata al centro della sinistra?
Dopo le ipocrisie di Fazio e Saviano, Pierluigi Battista consiglia allo scrittore, in prima pagina sul “Corriere della sera”, di “concedere” la replica a Maroni. Regale. L’ossequio di un giornalista che per anni ha fatto lezione sulle parole, proprie e improprie.
Per vendere l’“Elogio della follia” il “Corriere della sera” fa di Erasmo il Benigni dell’epoca.
martedì 23 novembre 2010
Giornalismo di guerra nell'età della pace
All'attacco, o all'assalto, segue in genere l'affondo. Mentre la guerra scoppia, dopo la polemica. La protesta è infiammata, la rivelazione una bomba, il potenziale esplosivo – questo si dice anche delle maggiorate. Il dissenso esplode senz'altro, o esploda la rabbia popolare - la rabbia è popolare. E si combatte, senza esclusione di colpi. Sul campo, che è sempre di battaglia, non ci sono discussioni ma scontri. Mentre l'avversario si difende in trincea, o contrattacca a caro prezzo, schierando le sue batterie.
Non c'è più il generale inverno nei giornali, ma il linguaggio è sempre militare, per la politica e per il calcio. Dalla guerra tra i giganti della destra, Fini e Berlusconi, a quella fra le due signore Carfagna e Mussolini, condotta sui balconi. Sprofonda si usa soprattutto per il calcio e i paesi esotici. Sprofondano in genere le costruzioni, i terreni soggetti a sisma e bradisismo, le persone nella disperazione, l’indigenza, la droga, eccetera. Ma nel giornalismo sprofonda il Chievo, il Porto Chiesa Nuova, il Toro. Oppure Gaza, il Libano, l’Irak. Le cui retrovie sono in genere nel caos.
Questo o quell'uomo politico, o il governo, o l'opposizione, lanciano spesso manovre avvolgenti. Che fanno molte vittime, oppure non fanno vittime, tra un ultimatum e l'altro, armistizi, e anche trattati di pace, sempre provvisori. Quando le armate, dell'una o dell'altra parte, non battono in ritirata. Tutto poi "mina", la fiducia, la maggioranza, l'opposizione, e anzi la mina è vagante. A volte colpendo nel segno. L'avversario è il nemico, che può essere respinto con perdite, ma sempre merita l'onore delle armi. Esplodono anche i contrasti, e le contraddizioni.
Nell'era senza guerre i giornali si adoperano perché non se ne perda il linguaggio? O non sanno che dire. L’altro linguaggio di questa Italia è il Grande Fratello, che il linguaggio ha depotenziato della sensualità, e perfino della turpitudine – indescrivibile, la realtà vi supera l’immaginazione, quanto il mondo sia piatto.
Non c'è più il generale inverno nei giornali, ma il linguaggio è sempre militare, per la politica e per il calcio. Dalla guerra tra i giganti della destra, Fini e Berlusconi, a quella fra le due signore Carfagna e Mussolini, condotta sui balconi. Sprofonda si usa soprattutto per il calcio e i paesi esotici. Sprofondano in genere le costruzioni, i terreni soggetti a sisma e bradisismo, le persone nella disperazione, l’indigenza, la droga, eccetera. Ma nel giornalismo sprofonda il Chievo, il Porto Chiesa Nuova, il Toro. Oppure Gaza, il Libano, l’Irak. Le cui retrovie sono in genere nel caos.
Questo o quell'uomo politico, o il governo, o l'opposizione, lanciano spesso manovre avvolgenti. Che fanno molte vittime, oppure non fanno vittime, tra un ultimatum e l'altro, armistizi, e anche trattati di pace, sempre provvisori. Quando le armate, dell'una o dell'altra parte, non battono in ritirata. Tutto poi "mina", la fiducia, la maggioranza, l'opposizione, e anzi la mina è vagante. A volte colpendo nel segno. L'avversario è il nemico, che può essere respinto con perdite, ma sempre merita l'onore delle armi. Esplodono anche i contrasti, e le contraddizioni.
Nell'era senza guerre i giornali si adoperano perché non se ne perda il linguaggio? O non sanno che dire. L’altro linguaggio di questa Italia è il Grande Fratello, che il linguaggio ha depotenziato della sensualità, e perfino della turpitudine – indescrivibile, la realtà vi supera l’immaginazione, quanto il mondo sia piatto.
Milano chiama, Napoli risponde
Dovendo ragionare, è stupefacente che Napoli si presti a imbordellire tutto: la politica, le donne, le donne in politica, la spazzatura, la giustizia. Sarà la sua natura, appare evidente che non sa essere altrimenti. Quand’è che abbiamo avuto una buona notizia da Napoli? La Carfagna che fa cinque o sei anni di clausura, accollata, senza curve, sempre politicamente corretta, perfino senza tacchi, per poi lanciarsi dal balcone contro la Mussolini (che tra l’altro non c’entra coi termovalorizzatori, se debbano essere provinciali o comunali, che in teoria è la materia del contendere) dice che quella è la natura. Nulla di che: due comari che, come si sono tirate i capelli in pubblico inguriandosi, domani si baceranno e abbracceranno, con la stessa superficialità. Ma è stupefacente che Napoli lo faccia a buon mercato, anzi senza corrispettivo.
Che sarebbe una buona cosa: il napoletano impetuoso, prodigale, perfino generoso, fa quello che più gli aggrada e non per tornaconto. Se non che questa Napoli fa da sparring partnerall’Italia milanese che ci governa da vent’anni, che volentieri monta e anzi incita il cavallo imbizzarrito del Golfo. Al partito del non governo, di editori-e-banchieri. Al leghismo, che non potrà che essere legittimamente preoccupato del contagio. Al provvido Berlusconi, che così evita di fare le cose che ormai da vent’anni aspettano di essere fatte. Agli affarucci: Emma Marcegagla va dal giudice napoletano Woodcock e d’improvviso, per miracolo, le indiscrezioni sui problemi di famiglia cessano. Napoli suona come un’eco, certo chiassosa, sporca, un po' volgare anche, commaresca, in un chiama-e-rispondi costante.
Napoli sempre si conferma la testa di turco di ogni nemico sfruttatore del Sud. Sono ormai centocinquant’anni, o centossesanta, che non è più capitale, ma sta sempre lì a occupare gli spazi: sta ‘n coppa, come le piace dire, e riversa sul Sud la sua infinita immarcescibile ignominia.
Che sarebbe una buona cosa: il napoletano impetuoso, prodigale, perfino generoso, fa quello che più gli aggrada e non per tornaconto. Se non che questa Napoli fa da sparring partnerall’Italia milanese che ci governa da vent’anni, che volentieri monta e anzi incita il cavallo imbizzarrito del Golfo. Al partito del non governo, di editori-e-banchieri. Al leghismo, che non potrà che essere legittimamente preoccupato del contagio. Al provvido Berlusconi, che così evita di fare le cose che ormai da vent’anni aspettano di essere fatte. Agli affarucci: Emma Marcegagla va dal giudice napoletano Woodcock e d’improvviso, per miracolo, le indiscrezioni sui problemi di famiglia cessano. Napoli suona come un’eco, certo chiassosa, sporca, un po' volgare anche, commaresca, in un chiama-e-rispondi costante.
Napoli sempre si conferma la testa di turco di ogni nemico sfruttatore del Sud. Sono ormai centocinquant’anni, o centossesanta, che non è più capitale, ma sta sempre lì a occupare gli spazi: sta ‘n coppa, come le piace dire, e riversa sul Sud la sua infinita immarcescibile ignominia.
lunedì 22 novembre 2010
I germanesi che non sono di là, e non più di qua
Riletto dopo venticinque anni, dopo la caduta del Muro, è un libro allo specchio. I “germanesi” di questa inchiesta a suo tempo folgorante, scritta per un pubblico tedesco, di Carmine Abate e della sociologa Behrmann riflettono i modelli che dicono di combattere: per la figlia vogliono un futuro di avvocatessa, o di dottoressa. Questi germanesi sono infatti italiani. Il neologismo è popolare, registrato da Umberto
Zanotti Bianco già nel 1928 in Calabria, nel racconto
“Tra la perduta gente” – nella raccolta dallo stesso titolo. Anche questi sono calabresi, arbëreshë, di Carfizzi, un piccolo paese del crotonese, che fu in prima fila nell’occupazione delle terre del 1919-1920 e del 1944-49, dopodiché è emigrato in massa – molti appunto in Germania. Carfizzi tuttora celebra il Primo Maggio con un radun
o dei sindacati nella località delle occupazioni, la Montagnella ma per pochi, i più se ne sono andati. Sono detti germanesi al ritorno a Carfizzi, dove Abate e Behrmann li hanno incontrati e intervistati, sui motivi dell’emigrazione, sulla permanenza in Germania, sui motivi del ritorno.
La ricerca documenta, attraverso un’inchiesta sul campo (essenzialmente interviste) durata tre anni, dal 1979 a 1982, il morbo disintegratorio che è l’emigrazione per necessità: “Il comportamento tipico dei germanesi in entrambi gli ambiti di vita può essere soltanto l’adattamento forzato sia al modello di vita urbano-industriale che all’attuale modello di vita paesano”. Che applicandosi a persone in età è la constatazione di un fallimento. La copertina di questa edizione, “Un operaio calabrese a Roma”, un quadro di Guttuso al museo Puškin a Mosca, dice tutto.
Norbert Elias, nella presentazione al testo originale pubblicato nel 1986 (qui in postfazione), apprezza il metodo d’indagine, l’“autorappresentazione”. Tanto più significativa, aggiunge, in quanto dà la parola a non-soggetti, quali gli emigrati-immigrati finiscono per essere. Gli intervistati sono assertivi e convincono gli autori. Essendo il loro l’esito di una vita di stenti, di generazioni, di epoche, non c’è da scrutinare le testimonianze. Anche per il romance, la nostalgia della lotta di classe, che gli autori non nascondono. Ma l’esito è uno solo: il (piccolo) vantaggio personale, naturalmente in forma di sopravvivenza, e “a costo di sacrifici”. Senza utopie. La spia è il passaggio alla "incomprensione", urbana, mercantile, dello scambio, la cui funzione è di "pareggiare" le diverse disponibilità, mentre l'emigrato ne valuta in moneta i rispettivi pesi, con sussiego e perfino con ferocia, a scapito dell'amicizia, della parentela, della solidarietà.
Anche la prospettiva storica rischia di leggersi rovesciata. L’inquadramento storico è di una situazione di sfruttamento. Di sfruttamento povero, miserabile, che però non è feudale né signoriale, è solo sopravvivenza. E di un caso, il caso di Carfizzi, d’ipercapitalismo che è anch’esso l’opposto del feudalesimo (il feudatario ha degli obblighi che il capitalista non ha): un forestiero di scarsa fortuna, Pietro Fedele Rizzuto, che vi s’installa nel 1926, dieci anni dopo è podestà e padrone di tutte le terre del marchesato, oltre 1.500 ettari, e del palazzo dello stesso marchese, e venti anni dopo, o poco più, riesce a farsi espropriare dalla riforma agraria terreni boschivi incoltivabili, in grandi quantità, pagati. In una comunità strutturata, stabilizzata e quasi chiusa il punto di vista della lotta di classe è il meno produttivo alla lettura (e forse allo stesso miglioramento sociale): la costringe e la restringe, come qualsiasi altra lettura metodologica, questi universi si vogliono meglio narrati, che uniformati a "leggi", gabbie sociologiche, antropologiche.
Libro essenzialmente onesto. Tanto più per l’epoca, 1987, e l’ossidata cultura di riferimento, quella del Pci. Benché per questa, per il pregiudizio, non sfrutti a fondo il potenziale che schiera – non nel senso della verità, s’intende, e anche della presentazione-narrazione. La povertà non vi è miseria. Lo sfruttamento c’è, ma in dosi reali, rilevate, e non per principio. E le ragioni per partire sono molteplici: il bisogno non è solo economico. C’è chi non ama il mare, neppure in lontananza, e preferisce cieli grigi e orizzonti chiusi ma nel quieto regolato – pulito, rispettoso del vicino, e quindi ben governato. Lo stesso Abate, che lavora e vive nel Trentino, in un paesino, è un emigrato non di necessità, e anzi per scelta pervicace, malgrado scriva sempre e solo di Calabria.
Carmine Abate, Meike Behrmann, I germanesi, Rubbettino, pp. 237, € 5,90
La ricerca documenta, attraverso un’inchiesta sul campo (essenzialmente interviste) durata tre anni, dal 1979 a 1982, il morbo disintegratorio che è l’emigrazione per necessità: “Il comportamento tipico dei germanesi in entrambi gli ambiti di vita può essere soltanto l’adattamento forzato sia al modello di vita urbano-industriale che all’attuale modello di vita paesano”. Che applicandosi a persone in età è la constatazione di un fallimento. La copertina di questa edizione, “Un operaio calabrese a Roma”, un quadro di Guttuso al museo Puškin a Mosca, dice tutto.
Norbert Elias, nella presentazione al testo originale pubblicato nel 1986 (qui in postfazione), apprezza il metodo d’indagine, l’“autorappresentazione”. Tanto più significativa, aggiunge, in quanto dà la parola a non-soggetti, quali gli emigrati-immigrati finiscono per essere. Gli intervistati sono assertivi e convincono gli autori. Essendo il loro l’esito di una vita di stenti, di generazioni, di epoche, non c’è da scrutinare le testimonianze. Anche per il romance, la nostalgia della lotta di classe, che gli autori non nascondono. Ma l’esito è uno solo: il (piccolo) vantaggio personale, naturalmente in forma di sopravvivenza, e “a costo di sacrifici”. Senza utopie. La spia è il passaggio alla "incomprensione", urbana, mercantile, dello scambio, la cui funzione è di "pareggiare" le diverse disponibilità, mentre l'emigrato ne valuta in moneta i rispettivi pesi, con sussiego e perfino con ferocia, a scapito dell'amicizia, della parentela, della solidarietà.
Anche la prospettiva storica rischia di leggersi rovesciata. L’inquadramento storico è di una situazione di sfruttamento. Di sfruttamento povero, miserabile, che però non è feudale né signoriale, è solo sopravvivenza. E di un caso, il caso di Carfizzi, d’ipercapitalismo che è anch’esso l’opposto del feudalesimo (il feudatario ha degli obblighi che il capitalista non ha): un forestiero di scarsa fortuna, Pietro Fedele Rizzuto, che vi s’installa nel 1926, dieci anni dopo è podestà e padrone di tutte le terre del marchesato, oltre 1.500 ettari, e del palazzo dello stesso marchese, e venti anni dopo, o poco più, riesce a farsi espropriare dalla riforma agraria terreni boschivi incoltivabili, in grandi quantità, pagati. In una comunità strutturata, stabilizzata e quasi chiusa il punto di vista della lotta di classe è il meno produttivo alla lettura (e forse allo stesso miglioramento sociale): la costringe e la restringe, come qualsiasi altra lettura metodologica, questi universi si vogliono meglio narrati, che uniformati a "leggi", gabbie sociologiche, antropologiche.
Libro essenzialmente onesto. Tanto più per l’epoca, 1987, e l’ossidata cultura di riferimento, quella del Pci. Benché per questa, per il pregiudizio, non sfrutti a fondo il potenziale che schiera – non nel senso della verità, s’intende, e anche della presentazione-narrazione. La povertà non vi è miseria. Lo sfruttamento c’è, ma in dosi reali, rilevate, e non per principio. E le ragioni per partire sono molteplici: il bisogno non è solo economico. C’è chi non ama il mare, neppure in lontananza, e preferisce cieli grigi e orizzonti chiusi ma nel quieto regolato – pulito, rispettoso del vicino, e quindi ben governato. Lo stesso Abate, che lavora e vive nel Trentino, in un paesino, è un emigrato non di necessità, e anzi per scelta pervicace, malgrado scriva sempre e solo di Calabria.
Carmine Abate, Meike Behrmann, I germanesi, Rubbettino, pp. 237, € 5,90
Secondi pensieri - 57
zeulig
Centro – È il cuore del labirinto.
Cicli – La caccia, liberatoria per secoli, contro i padroni, le loro riserve e i loro guardacaccia, e contro le stesse bestie, è ora assassina. Acque e vulcani, fino a qualche decennio fa assassini, sono diventati protetti – ma ora stanno tornando assassini. La chimica, nata per liberare l’uomo dal bisogno e dalla malattie, ora lo uccide. Il viaggio, inteso a moltiplicare le esperienze e il tempo della storia, la immiseriscono annullando il tempo. E anche Vico ritorna.
Nell’antichità classica la natura è l’uomo, anche se Lucrezio aveva dei dubbi.
Nel cristianesimo l’esistente – l’uomo, la natura – è un simulacro (messaggio, segnale).
Col Rinascimento si torna all’antico: l’uomo è la natura (Dio) e il suo segnale. Fino all’artificio (manierismo), all’ordinazione universale (barocco, illuminismo), alla nostalgia del disordine (romanticismo).
E al Novecento, che ha inteso cancellare la storia (la malattia on l’eugenetica, il disordine col totalitarismo), e si è dissolto.
Colpa – È il Concilio di Trento che la eleva a dogma: il peccato originale. Ma dopo che Lutero aveva fatto pendere il pessimismo agostiniano sull’invincibilità delle pulsioni (negative: le pulsioni incontrollabili sono negative) erso la colpa definitiva, connaturata. Il cattolicesimo tridentino fa proprio Lutero – che era nato ed era ben cattolico, a parte le indulgenze e il papa – ma lascia due spiragli: l’innocenza primaria e la redenzione possibile.
L’applicazione più conseguente del cattolicesimo tridentino si ha in Lombardia – nella Lombarda manzoniana e, più, in quella storica. Non per un fatto geografico evidentemente, né etnico, ma per l’applicazione che ne fece Carlo Borromeo, che modellò il fondo psico-sociale della diocesi (della regione), e per gli sviluppi di essa, da borghesia solidamente impiantata a borghesia illuminata, impressi dal cardinale Federigo.
Coraggio – Richiede umiltà. Nessuna SS è ricordata per un atto di coraggio, neppure dal revanscismo fascista. È la reazione sana alla paura – l’altra è la violenza.
Corpo – La vita, con lo spirito e l’anima, si rigenera per contatto fisico. Cos’è l’abbraccio se non la vitalità dell’uno che passa in quella dell’altro, un comunione. Non di anime, ma di corpi: pelle, nervi, mucose, umori, odori, sguardi. Di anime attraverso il corpo.
Crisi – È speculare al positivismo, depressiva come quello è (era) progressivo. Come quello è un errore, anche se non inefficace – la lettura, ovviamente, è un errore.
Il marxismo non l’ha accentuata – la crisi è più liberale che marxiana. NE ha accentuato l’errore, che è errore di lettura: ne ha accentuato l’effetto catartico, che è minimo e solitamente incidentale, sottovalutandone le capacità di durata, che son coriacee.
Cristianesimo – Crea il tempo, il finito, avendone distinto l’eternità. Ma lo nega, con il curioso giudizio universale e la resurrezione dei morti, scadenza eternamente rimandata.
Fede – Un parroco non riuscirebbe a trovarla: è quella della beghina, della superstiziosa ignorante, della ragazza frigida, della giovane appassionata, della oppia vacua, della duchessa supponente,
del ragazzo mistico, del laico impegnato, operatore civile o culturale, dell’adolescente che sottrae oi soldi ai genitori? La fede non c’entra con la pratica religiosa, che è affare di pietà.
Filosofia – È il procedimento logico delle subordinate: quindi…, quindi…, quindi (oppure, Gentile: la quale…, la quale.., la quale). Che apparentemente è un approfondimento, per ciò intendendosi chiarimento. Ma è come scendere in un pozzo, sempre più oscuro.
Gesù – È quello che Dio non è, quello della bibbia: buono, giusto, tranquillo, a volte perfino indolente. Non disprezza nessuno, non condanna. Nemmeno quando è in collera.
È consolatorio: giustizia, regno dei cieli, cruna dell’ago, eccetera. Per conto d Dio? Dio ha qualcosa da farsi perdonare?
Lealtà – È la fonte di ogni virtù. Nulla la sostituisce, nemmeno l’amore, né la passione evidentemente, che pure può farne a meno. Ma è uno scambio.
La slealtà invece può essere un vizio, sganciata dal rapporto azione\reazione.
Marx– Ne ha tratto miglior lezione la borghesia. Cui ha insegnato che :1) ci sono le crisi, e che conviene padroneggiarle, perché 2) tout se tient, il capitale fa sistema. Ha sviato invece il lavoratore con la classe e l’utopia socialista.
Memoria– È il serbatoio dell’immaginazione e dell’intelligenza: l’intuito più vivo inaridisce senza. Più è bombardata e più raccoglie. La scuola samaritana di oggi, riducendo l’input, riduce l’output. E tradisce la pedagogia (la formazione): un ragazzo che esce da scuola conoscendo poche frasi (cose), diventa per questo, per essere insicuro, assertivo, e anche aggressivo, cioè stupido.
È selettiva, per conservarci la libertà. Queste selettività (rimozione) è per Freud negativa, ma ricordare tutto è camminare con le catene ai piedi. O fossilizzarsi, in un mondo di statue e senza ombre.
Mito – Va spiegato, cioè razionalizzato. È l’unica sua forma di senso.
Moda – È l’insopprimibile bisogno di novità che l’uomo ha. È l’addomesticamento (sublimazione) del bisogno di altro: invece che nella distruzione, nell’eversione, la fuga, l’istinto si sublima in un esercizio (registro) futile. Così lo shopping, che il possesso non sa delimitare – non c’è possesso nel’acquisto compulsivo.
Modernità – Abbiamo vissuto il periodo più lungo di pace e più proficuo d benessere materiale di tutta la storia ma siamo vuoti. I sessant’anni dal dopoguerra sono vuoti, di idee, di energie, e perfino di fatti. Hitler con la Soluzione Finale e gli Usa con Hiroshima hanno amputato la storia, ne hanno amputato le articolazioni nervose, la sensibilità. E non per i mezzi messi in opera quanto per la volontà tranquillamente malvagia che era dietro l’esercizio tecnico, che ha sconvolto ogni senso possibile (accettabile, fonte di speranza) di giustizia – dell’ingiusto, del nemico. Perrfino la caduta del Muro, un fatto che ecciterà molto gli storici, è come non fosse avvenuto, per l’apatia europea e la presunzione americana.
La metafisica del soggetto heideggeriana si compie quando, per la prima volta nella storia, il soggetto viene svuotato, essendo alterata in radice ogni relazione con gli altri, con la natura, con Dio (la giustizia). Ciò spiega la sensazione di stolidità che il filosofo dà, furbo montanaro svevo che si calòa in tutte le brache pronte ad accoglierlo, dai gesuiti a Hitler passando per Husserl e la sofisticatezza ebraica. Ma spiega anche l’intima distruttività dei tedeschi nella loro ricerca di un’identificazione, di un Assoluto che li stabilizzasse dopo due millenni di saprofitismo, sulle spalle latine. Una distruttività non più casuale (“la colpa è di Hitler”), dopo tante coincidenze. Per concludere all’ermeneutica post-moderna, per fortuna inoffensiva, imitazione al terzo grado – imitazione dell’imitazione che i francesi fanno dell’asse Hölderlin-Nietzsche, dell’imitazione della Grecia pre-socratica e dello stesso Platone. Una tradizione stratificata, ma sul nulla.
Storia – È donna. La dona fa nascere la vita, cioè la storia. E la perpetua.
zeulig@antiit.eu
Centro – È il cuore del labirinto.
Cicli – La caccia, liberatoria per secoli, contro i padroni, le loro riserve e i loro guardacaccia, e contro le stesse bestie, è ora assassina. Acque e vulcani, fino a qualche decennio fa assassini, sono diventati protetti – ma ora stanno tornando assassini. La chimica, nata per liberare l’uomo dal bisogno e dalla malattie, ora lo uccide. Il viaggio, inteso a moltiplicare le esperienze e il tempo della storia, la immiseriscono annullando il tempo. E anche Vico ritorna.
Nell’antichità classica la natura è l’uomo, anche se Lucrezio aveva dei dubbi.
Nel cristianesimo l’esistente – l’uomo, la natura – è un simulacro (messaggio, segnale).
Col Rinascimento si torna all’antico: l’uomo è la natura (Dio) e il suo segnale. Fino all’artificio (manierismo), all’ordinazione universale (barocco, illuminismo), alla nostalgia del disordine (romanticismo).
E al Novecento, che ha inteso cancellare la storia (la malattia on l’eugenetica, il disordine col totalitarismo), e si è dissolto.
Colpa – È il Concilio di Trento che la eleva a dogma: il peccato originale. Ma dopo che Lutero aveva fatto pendere il pessimismo agostiniano sull’invincibilità delle pulsioni (negative: le pulsioni incontrollabili sono negative) erso la colpa definitiva, connaturata. Il cattolicesimo tridentino fa proprio Lutero – che era nato ed era ben cattolico, a parte le indulgenze e il papa – ma lascia due spiragli: l’innocenza primaria e la redenzione possibile.
L’applicazione più conseguente del cattolicesimo tridentino si ha in Lombardia – nella Lombarda manzoniana e, più, in quella storica. Non per un fatto geografico evidentemente, né etnico, ma per l’applicazione che ne fece Carlo Borromeo, che modellò il fondo psico-sociale della diocesi (della regione), e per gli sviluppi di essa, da borghesia solidamente impiantata a borghesia illuminata, impressi dal cardinale Federigo.
Coraggio – Richiede umiltà. Nessuna SS è ricordata per un atto di coraggio, neppure dal revanscismo fascista. È la reazione sana alla paura – l’altra è la violenza.
Corpo – La vita, con lo spirito e l’anima, si rigenera per contatto fisico. Cos’è l’abbraccio se non la vitalità dell’uno che passa in quella dell’altro, un comunione. Non di anime, ma di corpi: pelle, nervi, mucose, umori, odori, sguardi. Di anime attraverso il corpo.
Crisi – È speculare al positivismo, depressiva come quello è (era) progressivo. Come quello è un errore, anche se non inefficace – la lettura, ovviamente, è un errore.
Il marxismo non l’ha accentuata – la crisi è più liberale che marxiana. NE ha accentuato l’errore, che è errore di lettura: ne ha accentuato l’effetto catartico, che è minimo e solitamente incidentale, sottovalutandone le capacità di durata, che son coriacee.
Cristianesimo – Crea il tempo, il finito, avendone distinto l’eternità. Ma lo nega, con il curioso giudizio universale e la resurrezione dei morti, scadenza eternamente rimandata.
Fede – Un parroco non riuscirebbe a trovarla: è quella della beghina, della superstiziosa ignorante, della ragazza frigida, della giovane appassionata, della oppia vacua, della duchessa supponente,
del ragazzo mistico, del laico impegnato, operatore civile o culturale, dell’adolescente che sottrae oi soldi ai genitori? La fede non c’entra con la pratica religiosa, che è affare di pietà.
Filosofia – È il procedimento logico delle subordinate: quindi…, quindi…, quindi (oppure, Gentile: la quale…, la quale.., la quale). Che apparentemente è un approfondimento, per ciò intendendosi chiarimento. Ma è come scendere in un pozzo, sempre più oscuro.
Gesù – È quello che Dio non è, quello della bibbia: buono, giusto, tranquillo, a volte perfino indolente. Non disprezza nessuno, non condanna. Nemmeno quando è in collera.
È consolatorio: giustizia, regno dei cieli, cruna dell’ago, eccetera. Per conto d Dio? Dio ha qualcosa da farsi perdonare?
Lealtà – È la fonte di ogni virtù. Nulla la sostituisce, nemmeno l’amore, né la passione evidentemente, che pure può farne a meno. Ma è uno scambio.
La slealtà invece può essere un vizio, sganciata dal rapporto azione\reazione.
Marx– Ne ha tratto miglior lezione la borghesia. Cui ha insegnato che :1) ci sono le crisi, e che conviene padroneggiarle, perché 2) tout se tient, il capitale fa sistema. Ha sviato invece il lavoratore con la classe e l’utopia socialista.
Memoria– È il serbatoio dell’immaginazione e dell’intelligenza: l’intuito più vivo inaridisce senza. Più è bombardata e più raccoglie. La scuola samaritana di oggi, riducendo l’input, riduce l’output. E tradisce la pedagogia (la formazione): un ragazzo che esce da scuola conoscendo poche frasi (cose), diventa per questo, per essere insicuro, assertivo, e anche aggressivo, cioè stupido.
È selettiva, per conservarci la libertà. Queste selettività (rimozione) è per Freud negativa, ma ricordare tutto è camminare con le catene ai piedi. O fossilizzarsi, in un mondo di statue e senza ombre.
Mito – Va spiegato, cioè razionalizzato. È l’unica sua forma di senso.
Moda – È l’insopprimibile bisogno di novità che l’uomo ha. È l’addomesticamento (sublimazione) del bisogno di altro: invece che nella distruzione, nell’eversione, la fuga, l’istinto si sublima in un esercizio (registro) futile. Così lo shopping, che il possesso non sa delimitare – non c’è possesso nel’acquisto compulsivo.
Modernità – Abbiamo vissuto il periodo più lungo di pace e più proficuo d benessere materiale di tutta la storia ma siamo vuoti. I sessant’anni dal dopoguerra sono vuoti, di idee, di energie, e perfino di fatti. Hitler con la Soluzione Finale e gli Usa con Hiroshima hanno amputato la storia, ne hanno amputato le articolazioni nervose, la sensibilità. E non per i mezzi messi in opera quanto per la volontà tranquillamente malvagia che era dietro l’esercizio tecnico, che ha sconvolto ogni senso possibile (accettabile, fonte di speranza) di giustizia – dell’ingiusto, del nemico. Perrfino la caduta del Muro, un fatto che ecciterà molto gli storici, è come non fosse avvenuto, per l’apatia europea e la presunzione americana.
La metafisica del soggetto heideggeriana si compie quando, per la prima volta nella storia, il soggetto viene svuotato, essendo alterata in radice ogni relazione con gli altri, con la natura, con Dio (la giustizia). Ciò spiega la sensazione di stolidità che il filosofo dà, furbo montanaro svevo che si calòa in tutte le brache pronte ad accoglierlo, dai gesuiti a Hitler passando per Husserl e la sofisticatezza ebraica. Ma spiega anche l’intima distruttività dei tedeschi nella loro ricerca di un’identificazione, di un Assoluto che li stabilizzasse dopo due millenni di saprofitismo, sulle spalle latine. Una distruttività non più casuale (“la colpa è di Hitler”), dopo tante coincidenze. Per concludere all’ermeneutica post-moderna, per fortuna inoffensiva, imitazione al terzo grado – imitazione dell’imitazione che i francesi fanno dell’asse Hölderlin-Nietzsche, dell’imitazione della Grecia pre-socratica e dello stesso Platone. Una tradizione stratificata, ma sul nulla.
Storia – È donna. La dona fa nascere la vita, cioè la storia. E la perpetua.
zeulig@antiit.eu
domenica 21 novembre 2010
Il genio (di Cilea) è infertile in democrazia
Questa brochure d’occasione (la traslazione dei resti di Cilea da Varazze nella natia Palmi, nel 1962) è un omaggio da concittadino, la testimonianza di un momento di commozione. Ma in quanto tale fa emergere due nodi. “C’è Cilea a Palmi” è il punto culminante della rievocazione: è il grido di un contadino, parliamo di oltre un secolo fa, che riconosce il maestro giunto in incognito. Dopodiché una serie di omaggi si scatena, con folle in festa, attorno al musicista nelle poche ore che passa in città. Palmi ha immediatamente e sempre riconosciuto il suo illustre concittadino, che pure aveva lasciato la città per Napoli bambino, le sue prime opere, “Gina” e “Tilde”, aveva composte a Bagnara, e le altre tre del suo smilzo catalogo, che gli daranno lustro, “Arlesiana”, “Adriana” e “Gloria”, a Milano e a Firenze. Anche il ricordo di Répaci, altro concittadino illustre, si fa ora (quasi) unicamente nel nome di Palmi. Un culto che Répaci stesso ha voluto portare fino al feticismo, comprando la Pietrosa, la casa di fronte al mare delle sirene dove il compositore limò l’“Adriana Lecouvreur”, ospite del giurisperito Sandulli. Quando Répaci nasce, nel 1898, ha già una sorella di nome Tilde, dall’opera di Cile del 1892. E sempre Palmi tributa onori al compositore: teatri, monumenti, orchestre. Ma non si può dire che il suo nome o la qualità della sua musica abbia germinato a Palmi. Che aveva anzi una cultura musicale, e dopo Cilea l’ha smarrita.
Lo stesso si può dire per Répaci, romanziere, poeta, pittore, organizzatore culturale, le cui qualità, e l’identificazione sempre mantenuta con la città d’origine, rimangono sterili. Ci sono cicli nella storia, e può darsi che Palmi abbia concluso il suo fertile periodo di capoluogo di circondario, sede vescovile e di tribunale, vice-prefettura, vice-questura, per un altro ciclo. Mercantile, chissà. Impiegatizio. Con più reddito, e meglio distribuito. Ma non si sa se è un progresso. Cioè si sa (si sa che non lo è), ma non si può dire.
Cilea d’altra parte non sarebbe potuto “nascere” oggi. Nacque alla musica, vi fu avviato, per la tipica catena notabilare imperante a fine Ottocento: il figlio dell’avvocato Giuseppe, che morirà giovane, cresce fanciullo con le sonatine al piano della zia Eleonora, è “scoperto” dal maestro della banda cittadina, Jonata, che assolutamente vuole che impari la musica, è fatto accettare al prestigioso Conservatorio napoletano dal dottore Giacomo Correale. Al Conservatorio diretto da Francesco Flòrimo, lo storico della musica napoletana, amico fraterno e biografo di Bellini, di San Giorgio Morgeto, a pochi chilometri da Palmi. Il notabilato può non essere essenziale al genio, ma la democrazia non se ne cura.
Leonida Répaci, Francesco Cilea
Lo stesso si può dire per Répaci, romanziere, poeta, pittore, organizzatore culturale, le cui qualità, e l’identificazione sempre mantenuta con la città d’origine, rimangono sterili. Ci sono cicli nella storia, e può darsi che Palmi abbia concluso il suo fertile periodo di capoluogo di circondario, sede vescovile e di tribunale, vice-prefettura, vice-questura, per un altro ciclo. Mercantile, chissà. Impiegatizio. Con più reddito, e meglio distribuito. Ma non si sa se è un progresso. Cioè si sa (si sa che non lo è), ma non si può dire.
Cilea d’altra parte non sarebbe potuto “nascere” oggi. Nacque alla musica, vi fu avviato, per la tipica catena notabilare imperante a fine Ottocento: il figlio dell’avvocato Giuseppe, che morirà giovane, cresce fanciullo con le sonatine al piano della zia Eleonora, è “scoperto” dal maestro della banda cittadina, Jonata, che assolutamente vuole che impari la musica, è fatto accettare al prestigioso Conservatorio napoletano dal dottore Giacomo Correale. Al Conservatorio diretto da Francesco Flòrimo, lo storico della musica napoletana, amico fraterno e biografo di Bellini, di San Giorgio Morgeto, a pochi chilometri da Palmi. Il notabilato può non essere essenziale al genio, ma la democrazia non se ne cura.
Leonida Répaci, Francesco Cilea
Il caso Zappone, la disperazione dell'uomo di spirito
Una raccolta in buona parte inedita, non in volume. Di uno dei tanti scrittori banditi dall’editoria repubblicana. Zappone si ricorda più come personaggio, un autore orale: molti che lo hanno conosciuto, a Roma o al suo paese, a Palmi, ne hanno conservato viva la memoria. Santino Salerno lo ricorda imponente sul bastone inventare la “storia vera” del pescespada suicida, o del cane che a nuoto attraversa lo Stretto per tornare dal padrone. Antonio Delfino, che con Zappone ha condiviso l’esperienza di giornalismo occasionale, su fatti di cronaca, ricordava di averne appreso che la verità va “fatta” – a Delfino è peraltro toccato il primo premio Zappone di giornalismo, creato a Palmi in onore dello scrittore dallo stesso Salerno, allora assessore alla Cultura (e rimasto poi senza seguito).
Ma Zappone è anche l’enigma del suicidio. Senza spiegazioni nel suo caso, a 65 anni dopo una vita attivissima. Nella quale le disgrazie erano state sintomo di vitalità. Soprattutto l’incidente nella vita militare durante la guerra, che gli costò anni di ospedale, nove operazioni, il rischio dell’amputazione di una gamba (caldeggiata dal professor Valdoni), e la quasi morte per setticemia. Un rebus che la lettura dei racconti complica e non semplifica. “Assurdo” è la parola più ricorrente nei suoi scritti, nota Salerno nell’acuta presentazione. Ed è una della sue chiavi narrative, la “scoperta” del lato assurdo delle cose. Ma un’altra è la memoria compiaciuta, netta, consolatoria: dei giochi di ragazzi, scanditi dalle stagioni (una superba antologia), dei deserti che il terremoto provoca, di esseri viventi e anche di cose inanimate, della città nel suo formarsi, della salsiccia, della vendemmia, della campagna fradicia di fine autunno, delle violette di campo, degli usi propiziatori (il fuoco dell’ultimo sabato di luglio), e sempre la presenza amica del padre.
Domenico Zappone, Il cavallo Ungaretti, Rubbettino, pp.124, € 5,90
Ma Zappone è anche l’enigma del suicidio. Senza spiegazioni nel suo caso, a 65 anni dopo una vita attivissima. Nella quale le disgrazie erano state sintomo di vitalità. Soprattutto l’incidente nella vita militare durante la guerra, che gli costò anni di ospedale, nove operazioni, il rischio dell’amputazione di una gamba (caldeggiata dal professor Valdoni), e la quasi morte per setticemia. Un rebus che la lettura dei racconti complica e non semplifica. “Assurdo” è la parola più ricorrente nei suoi scritti, nota Salerno nell’acuta presentazione. Ed è una della sue chiavi narrative, la “scoperta” del lato assurdo delle cose. Ma un’altra è la memoria compiaciuta, netta, consolatoria: dei giochi di ragazzi, scanditi dalle stagioni (una superba antologia), dei deserti che il terremoto provoca, di esseri viventi e anche di cose inanimate, della città nel suo formarsi, della salsiccia, della vendemmia, della campagna fradicia di fine autunno, delle violette di campo, degli usi propiziatori (il fuoco dell’ultimo sabato di luglio), e sempre la presenza amica del padre.
Domenico Zappone, Il cavallo Ungaretti, Rubbettino, pp.124, € 5,90
sabato 20 novembre 2010
Affrettare le elezioni, letali per l’opposizione?
Né Berlusconi né i suoi si sono mostrati particolarmente interessati alla compravendita di deputati per rifare la maggioranza. Ottenuta la possibilità di sfangarla ancora per un mese, puntano alle elezioni in febbraio o marzo. Bossi non è solo, anche Berlusconi è sicuro di rivincerle. Per di più liberandosi, dopo Casini, anche di Fini: tutto il Nord e (quasi) tutto il Sud, con l’esclusione forse della Puglia, lo rivoterebbe.
È un paradosso, ma non troppo, degli ultimi sviluppi. Il governo tecnico, o di minoranza, o di emergenza, insomma il ribaltone, ammesso che Di Pietro vada a votare con Fini (a “reggergli la candela”, come dice l’ex giudice), è prerogativa del presidente della Repubblica. E Napolitano non vuole passare come l’altro presidente che scioglie le Camere quando vuole. Ma sa anche che, se non ci sarà più fra un mese il governo Berlusconi, non ci potrà essere il governo tecnico o di emergenza, senza Berlusconi. Cioè, non c’è alternativa, a meno che Berlusconi non decida di attivarsi con la compravendita.
E qui interviene l’altro paradosso, che si corrobora e si eternizza, quello della sinistra vittima della sua stessa propaganda - che è una maniera per dire che è rappresentata da incapaci: con tutto l'odio e il disprezzo per Berlusconi, incapaci di opporgli una benché minima mossa. La campagna contro la compravendita porterà alle elezioni fra tre mesi. Che è ciò che la sinistra assolutamente non dovrebbe fare: affrontare una campagna elettorale divisa in una diecina di pezzi, dato che rientrerà in gioco la sinistra cosiddetta alternativa. Con un partito Democratico in piena bagarre – mai partito ha sentito così forte il peso dei localismi. E con un Centro polimorfo, Fini-Casini-Rutelli, che potrebbe non mordere nell’area berlusconiana, e quindi non portare voti, mentre pone sicuramente problemi di desistenze e apparentamenti, seppure informali.
Una sinistra peraltro che, con la comparsata di Fini e Bersani da Fazio, due povere veline seccagne, è in realtà succube del modo di essere dello spettacolo. Che tutto risolve in una sghignazzata, eccetto il voto. Delle manifestazioni continue, senza nerbo, rituali, prima la scuola, poi la Fiom, poi magari la Cgil, poi le insegnanti della scuola. E delle primarie. Un totem adottato nell’americanizzazione veltroniana affrettata del partito Democratico, ma senza regole e senza succo: le vincono solo le minoranze, normalmente più organizzate. Costo del lavoro? Mercato del lavoro? Produttività? Concorrenzialità? Perequazione della previdenza? Politiche dell’immigrazione? Sprechi e inefficienze della Pubblica Amministrazione? Sono cose che farebbero crollare la audience.
È un paradosso, ma non troppo, degli ultimi sviluppi. Il governo tecnico, o di minoranza, o di emergenza, insomma il ribaltone, ammesso che Di Pietro vada a votare con Fini (a “reggergli la candela”, come dice l’ex giudice), è prerogativa del presidente della Repubblica. E Napolitano non vuole passare come l’altro presidente che scioglie le Camere quando vuole. Ma sa anche che, se non ci sarà più fra un mese il governo Berlusconi, non ci potrà essere il governo tecnico o di emergenza, senza Berlusconi. Cioè, non c’è alternativa, a meno che Berlusconi non decida di attivarsi con la compravendita.
E qui interviene l’altro paradosso, che si corrobora e si eternizza, quello della sinistra vittima della sua stessa propaganda - che è una maniera per dire che è rappresentata da incapaci: con tutto l'odio e il disprezzo per Berlusconi, incapaci di opporgli una benché minima mossa. La campagna contro la compravendita porterà alle elezioni fra tre mesi. Che è ciò che la sinistra assolutamente non dovrebbe fare: affrontare una campagna elettorale divisa in una diecina di pezzi, dato che rientrerà in gioco la sinistra cosiddetta alternativa. Con un partito Democratico in piena bagarre – mai partito ha sentito così forte il peso dei localismi. E con un Centro polimorfo, Fini-Casini-Rutelli, che potrebbe non mordere nell’area berlusconiana, e quindi non portare voti, mentre pone sicuramente problemi di desistenze e apparentamenti, seppure informali.
Una sinistra peraltro che, con la comparsata di Fini e Bersani da Fazio, due povere veline seccagne, è in realtà succube del modo di essere dello spettacolo. Che tutto risolve in una sghignazzata, eccetto il voto. Delle manifestazioni continue, senza nerbo, rituali, prima la scuola, poi la Fiom, poi magari la Cgil, poi le insegnanti della scuola. E delle primarie. Un totem adottato nell’americanizzazione veltroniana affrettata del partito Democratico, ma senza regole e senza succo: le vincono solo le minoranze, normalmente più organizzate. Costo del lavoro? Mercato del lavoro? Produttività? Concorrenzialità? Perequazione della previdenza? Politiche dell’immigrazione? Sprechi e inefficienze della Pubblica Amministrazione? Sono cose che farebbero crollare la audience.
Come Dell’Utri si è fatto Berlusconi
Un giudice che condanna un senatore per mafia, non in concorso esterno, proprio come mafioso integrale, si suppone che sia certo. Non che ci impieghi centocinquanta giornate e 641 pagine, “Guerra e pace”, per motivare la sua condanna, quante ne ha richieste il dottor Dell’Acqua. E che motivazione: “proteggere” Berlusconi a Milano, tramite la mafia… E chi minacciava Berlusconi? Trentacinque anni fa. Un giudice che consente ai giornali d’intitolare: “Berlusconi sfruttato per vent’anni da Dell’Utri doppiogiochista”. Che sembra troppo, anche se in armonia col sentire siculo, che Palermo domina il mondo. Un’altra verità ci dev’essere, che il giudice per prudenza avrà tenuto nascosta.
Anti.it, l’ occhio della verità, la sa tutta e la racconterà. Ma per il necessario riserbo la presenterà in forma di apologo. Il dottor Dell’Acqua formalmente dà per vero ciò che racconta un pentito, Francesco Di Carlo, uno che era in carcere in Inghilterra e per uscirne pensò di diventare pentito in Italia. Prima dicendo la verità su uno spinoso caso italo-inglese, quello del banchiere Calvi. Poi, non avendone ottenuto beneficio, dicendo la verità su Berlusconi. In un primo momento rivelò che Berlusconi trafficava cocaina, era al centro del traffico con i narcos colombiani. Infine scoprì, lui non siciliano, che la mafia rende di più, essendo cosa siciliana. Ma Di Carlo è l’uomo dello schermo del dottor Dell’Acqua - allo stesso modo lo stesso giudice ha utilizzato Spatuzza, in una tstimonianza spettacolare in giro per l'Italia, con corteo di televisioni e giornalisti, e ora lo dice inattendibile (Spatuzza cliente del caffé Doney a Roma effettivamente è poco credibile: i camerieri avrebbero subito chiamato il 112). La verità è questa.
C’è una faglia nel discorso di Ciancimino figlio – che non si può chiamare collaborazione, lui è uno pulito, come anti.it e forse di più guardiano della verità. O si può pensare che una cosa non gli sia riuscita, anche se gestisce i giudici di mezza Sicilia: trovare un legame di sangue, se non di vera e propria associazione mafiosa, tra Dell’Utri e suo padre, il sindaco mafioso Ciancimino vero, che facedo costruire Palermo, con la mafia, è diventato miliardario, in euro. Più di Dell'Utri. Ciancimino figlio non ci ha pensato? Ci pensi, si divertirà altri vent’anni. Una cuginanza non è difficile da trovare a Palermo. Perché, sennò, che ci faceva Dell’Utri a Milano?
Dell’Utri è andato a Milano per agganciare Berlusconi. I due giovanotti erano delle perfette nullità nel 1970, ma la mafia aveva bisogno di occupare l’etere, e formare un proprio picciotto in doppiopetto per occupare la presidenza del consiglio, i media, l’editoria, le assicurazioni, e insomma allargarsi. L’etere libero ancora non c’era nel 1970, ma la mafia previdente occupava le posizioni. Dunque, disse Dell’Utri agli altri picciotti a Palermo e allo zio o cugino Ciancimino: “Vado a Milano, dove c’è un fesso…”. Poi, giacché si è trovato lì, con la mano sinistra, perché i siciliani sono un po’ come Dio, annoiati, ha portato il mercato pubblicitario da mille a dodicimila miliardi, l’anno. Poi, stanco della pubblicità, ha creato il maggiore partito politico dell’Italia. Nel quale la mafia non è voluta entrare perché è racée, ha orrore dei partiti di plastica…
Per ricapitolare. Dell’Utri è il consigliori del Ciancimino vero, il padre, di cui gestisce l’inafferrabile patrimonio tra i Caraibi e l’Estremo Oriente, con le mafie locali. Un lontano cugino. Spedito a controllare Milano con la corda corta della cocaina, di cui è 9606
impunito sniffatore. Ciancimino figlio non lo dice, non ancora, perché spera di recuperare il patrimonio, ma lo sa – come pure i giudici.
La prova maestra che Dell’Utri è il capo di Cosa Nostra, seppure subordinatamente a Ciancimino prima e a Provenzano e Ciancimino figlio poi, è però un’altra: che non va a donne. Un uomo serio non va a donne. Ma di questo non si può appunto parlare, perché… Insomma, e se Dell’Utri è gay? Ora, tutto si può dire della mafia, ma non che è politicamente scorretta: di queste cose non parla.
E così, l'avrete capito da soli, l’Assise d’Appello di Palermo ha fatto un’ottima sentenza che la Cassazione dovrà cassare.
Anti.it, l’ occhio della verità, la sa tutta e la racconterà. Ma per il necessario riserbo la presenterà in forma di apologo. Il dottor Dell’Acqua formalmente dà per vero ciò che racconta un pentito, Francesco Di Carlo, uno che era in carcere in Inghilterra e per uscirne pensò di diventare pentito in Italia. Prima dicendo la verità su uno spinoso caso italo-inglese, quello del banchiere Calvi. Poi, non avendone ottenuto beneficio, dicendo la verità su Berlusconi. In un primo momento rivelò che Berlusconi trafficava cocaina, era al centro del traffico con i narcos colombiani. Infine scoprì, lui non siciliano, che la mafia rende di più, essendo cosa siciliana. Ma Di Carlo è l’uomo dello schermo del dottor Dell’Acqua - allo stesso modo lo stesso giudice ha utilizzato Spatuzza, in una tstimonianza spettacolare in giro per l'Italia, con corteo di televisioni e giornalisti, e ora lo dice inattendibile (Spatuzza cliente del caffé Doney a Roma effettivamente è poco credibile: i camerieri avrebbero subito chiamato il 112). La verità è questa.
C’è una faglia nel discorso di Ciancimino figlio – che non si può chiamare collaborazione, lui è uno pulito, come anti.it e forse di più guardiano della verità. O si può pensare che una cosa non gli sia riuscita, anche se gestisce i giudici di mezza Sicilia: trovare un legame di sangue, se non di vera e propria associazione mafiosa, tra Dell’Utri e suo padre, il sindaco mafioso Ciancimino vero, che facedo costruire Palermo, con la mafia, è diventato miliardario, in euro. Più di Dell'Utri. Ciancimino figlio non ci ha pensato? Ci pensi, si divertirà altri vent’anni. Una cuginanza non è difficile da trovare a Palermo. Perché, sennò, che ci faceva Dell’Utri a Milano?
Dell’Utri è andato a Milano per agganciare Berlusconi. I due giovanotti erano delle perfette nullità nel 1970, ma la mafia aveva bisogno di occupare l’etere, e formare un proprio picciotto in doppiopetto per occupare la presidenza del consiglio, i media, l’editoria, le assicurazioni, e insomma allargarsi. L’etere libero ancora non c’era nel 1970, ma la mafia previdente occupava le posizioni. Dunque, disse Dell’Utri agli altri picciotti a Palermo e allo zio o cugino Ciancimino: “Vado a Milano, dove c’è un fesso…”. Poi, giacché si è trovato lì, con la mano sinistra, perché i siciliani sono un po’ come Dio, annoiati, ha portato il mercato pubblicitario da mille a dodicimila miliardi, l’anno. Poi, stanco della pubblicità, ha creato il maggiore partito politico dell’Italia. Nel quale la mafia non è voluta entrare perché è racée, ha orrore dei partiti di plastica…
Per ricapitolare. Dell’Utri è il consigliori del Ciancimino vero, il padre, di cui gestisce l’inafferrabile patrimonio tra i Caraibi e l’Estremo Oriente, con le mafie locali. Un lontano cugino. Spedito a controllare Milano con la corda corta della cocaina, di cui è 9606
impunito sniffatore. Ciancimino figlio non lo dice, non ancora, perché spera di recuperare il patrimonio, ma lo sa – come pure i giudici.
La prova maestra che Dell’Utri è il capo di Cosa Nostra, seppure subordinatamente a Ciancimino prima e a Provenzano e Ciancimino figlio poi, è però un’altra: che non va a donne. Un uomo serio non va a donne. Ma di questo non si può appunto parlare, perché… Insomma, e se Dell’Utri è gay? Ora, tutto si può dire della mafia, ma non che è politicamente scorretta: di queste cose non parla.
E così, l'avrete capito da soli, l’Assise d’Appello di Palermo ha fatto un’ottima sentenza che la Cassazione dovrà cassare.
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