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domenica 17 giugno 2012

Quella brutta Grecia che è tutti noi

Vincerà la Germania – “non c’è partita”, come suole dirsi. Vincerà con merito, perché è una delle squadre che gioca meglio – veloce, non supponente. Ma le simpatie in questo Germania-Grecia, una sorta di Europeo del destino, vanno sicuramente alla Grecia, un po’ ovunque in mezza Europa, compresa qualche scheggia del blocco tedesco-scandinavo, nel calcio come nella partita politica, giacché la Grecia vuole restare anche nell’euro: Atene sarà ancora strapazzata da Berlino, ma sarà un altro Europeo, un’altra Europa. Sono troppi quelli che non ne possono più di “questa Germania”, che ha messo in ginocchio l’Europa con la sua solita pretesa di virtù – la storia delle catastrofi europee per mano della Germania è una storia di virtù (meriti, purezze, rivincite).
La Grecia – la squadra – è sgraziata, non ha classe, corre male, e tuttavia alimenterà fino a venerdì la segreta speranza che riesca in un altro miracolo, come contro la Russia. Non è solo la sindrome Davide contro Golia, la simpatia che suscita il debole contro il forte. È che il mondo non ne può più, di nuovo, di una certa Germania – forse, a questo punto, la sola Germania. “Bisogna tenere conto che in Germania l’economia è ancora un ramo della filosofia morale”, filosofeggia Monti. Non è vero, non è mai stato vero: in centocinquant’anni, poco meno, di storia tedesca, la Germania s’è mangiati quasi tutti i trattati sottoscritti, e ha il record, nella Storia Diplomatica o dei Trattati, di furbizie e tradimenti. La visione internazionale di questa Germania – della Germania, a questo punto? – è circoscritta ai confini. L’ignobile arbitro Eriksson, uno svedese, che nega alla Grecia un rigore evidente, per ammonire Karagunis, la punta ellenica, che si faceva il segno della croce, giusto per impedirgli di giocare contro la Germania, la dice tutta su questo mondo: non vuole primeggiare, vuole annientare.

Il mondo com'è - 98

astolfo

Fratello Hitler – Walter Benjamin, “Senso unico”, così vedeva arrivare la barbarie nel 1928: “L’attaccamento alla stabilità d’anteguerra, perduta da tempo e definitivamente, è così rigido che annienta, anche davanti a un pericolo estremo, l’uso propriamente umano dell’intelligenza, cioè la previsione. Si forma un circolo delle incapacità: incertezza e anche perversione dell’istinto vitale, impotenza e declino dell’intelligenza”.

“Fratello Hitler”, l’antifrasi di Thomas Mann, non è ironica, e non è diminutiva. Lo è politicamente, ma non nella storia. Non ne fa un imbizzarrimento – il cavallo imbizzarrisce per paura, sia pure di un’ombra.
La colpa del resto la Germania ha sempre voluto addossata allo Stato, sia pure la mite Repubblica Federale renana. Fino all’ultima reviviscenza della questione, quando nell’estate del 1995 riemerse la questione della schiavitù nelle aziende tedesche grandi e piccole a partire dal 1942. Le grandi aziende, Mercedes, Siemens, Deutsche Bank, Karstadt, Volkswagen, con la famigerata Farben, che “rinacque” dopo l’unificazione per rivendicare i suoli ex Germania Est di cui era la più grande proprietaria durante la guerra, misero al lavoro alcuni storici, che produssero un volume di 558 pagine, per dimostrare che la colpa era del regime totalitario. Di cui la Repubblica Federale doveva considerarsi l’erede, se non moralmente e politicamente, sul piano della legittimità. Tesi non contestata dalla nuova Germania unita, che pagò ulteriori risarcimenti ai sopravvissuti e agli aventi causa, al posto dei gruppi coinvolti.

Intellettuale - I conservatori vogliono gli intellettuali élites mascherate. E lo sono.

Il popolo, non a Marx, è all’intellettuale che piace, creatura del romanticismo fumoso, che pensa di farsene guida – la volontà del popolo. Gramsci lo sapeva: “In Italia il marxismo è stato studiato più dagli intellettuali borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che dai rivoluzionari”.

“Una vittoria soprattutto intellettuale” disse il Blitzkrieg di Hitler Marc Bloch, storico francese volontario di entrambe le guerre, prima ovviamente della vergogna della Soluzione Finale, e della spartizione.

Gli intellettuali fatalmente sono borghesi, accumulano. E quando diventano comunisti, come devono, si odiano – non si sa se più per essere comunisti o per essere borghesi, ma si odiano. Diventano quindi feroci. Dev’essere come l’odio di sé ebraico, o il Sud dell’antimafia, di chi odia la rappresentazione che di se stesso se ne fa – lui stesso fa.

Italia – L’identità è un fatto e un concetto. Quello di cui si discute, personale o nazionale che sia, è un concetto. L’Italia è una nazione con una lingua, e un sistema politico e produttivo. Che bene o male lavora e vende, ed è uno dei paesi più ricchi del mondo. Con rischi, ma non tali, nell’immediato, da gettarlo nella disperazione-inerzia. L’identità è in crisi perché è in crisi chi la rappresenta, la agisce: lo scrittore supponente che si scandalizza dei consimili superbi e superficiali, il giornalista bizzoso oppure opportunista che negli altri vede pregiudizi e compromessi, essendo un denunciatore. Gli intellettuali sono stanchi. In primo luogo di se stessi.
Il Paese che bene o male lavora e vende, e va alle Maldive, è quello che era prima. Ma gli intellettuali, che vengono da brutte avventure e brutte abitudini, e non le hanno rinnegate, nemmeno sotto le forme autoassolutorie della confessione, vedono nero. Tutto è vizio in Italia, anche le virtù. Ma c’è un vizio di origine.
Quale? Proviamo: è l’ipocrisia. Il vizio del linguaggio doppio - quello per cui si chiama democrazia il suo opposto, qualsiasi cosa sia, e il resto viene di conseguenza. Questo vizio non c’è nei “Caratteri Originari” dell’Enciclopedia Einaudi, e quindi dev’essere recente, forse proprio togliattiano, come molti vogliono. Il vizio per cui si rivede la storia recente ma con limiti. A lun go si è potuto parlare in Italia Papon e del suo amico Mitterrand, che era socialista, ma non delle foibe titoiste (“fanno il gioco della destra”, Rossana Rossanda), o dell’eccidio di Porzûs. Non si parla delle stragi, per le quali nessun prefetto, nessun questore, nessun ministro o sottosegretario all’Interno ha pagato, anche perché la magistratura ha inquisito di malavoglia. Non si parla naturalmente della giustizia politica, il fatto più turpe. Si può parlarne, ma solo della Turchia, che peraltro la nega, non di quella italiana che invece è dichiarata (procuratore Borrelli, presidente Scalfaro, e i tanti giudici loro creature, De Magistris, Woodcock, Ingroia, etc.). Nemmeno della Grande Guerra si può parlare, nella quale 800 mila giovani Italiani sono morti per liberare 3 o 400 mila Italiani, che forse ne avrebbero fatto in cuor loro a meno - per non dire di Caporetto, che dopo tante battaglie è slovena. Il cammino dell’Italia, la banca, l'industria, la grande politica e l’immagine del Paese (l’identità è l’immagine), non si è più ripresa da quella grande idiozia, e il giolittismo che non aveva saputo contrastarla, cioè la democrazia, “imbelle, ipocrita e corrotta” a parere del cavalier Mussolini, ne fu la prima vittima.

Occidente – Il suo radicamento nella “tradizione giudeo-cristiana” lascia perplesso Harold Bloom, “Gesù e Yahvé”. Che lo situa nel quadro dell’alleanza tra gli Usa e Israele. Le due tradizioni non hanno, dice, punto d’incontro: i vangeli sono greci, scritti da ebrei dell’ellenismo.
A meno di una sorta di saprofitismo endorganico del cristianesimo sull’ebraismo.
Nell’antisemitismo questo radicamento è doppiamente aborrito. Come una debolezza del cristianesimo, che meglio farebbe a tenersi stretto appunto alla grecità, e come una forma di saprofitismo della chiesa, del sacerdozio, del clericalismo. Invertendo però H.Bloom, sostenendo che l’alleanza con Israele indebolisce l’Occidente.

Religione - Che le religioni siano uguali è un sofisma, trova il laico Quinet. Sbaglia Montesquieu, cui risale l’errore: la religione non si uniforma alla politica. Ha ragione Quinet, con Constant e Tocqueville: “Ovunque, sotto tutti i regimi politici, la religione è la legge delle leggi, sulla quale le altre si ordinano”.
È stata l’unica libertà fino alla Magna Charta, l’antica libertà romana di culto, ed è su di essa che i diritti si sono innestati, di coscienza, espressione, associazione, congregazione, stampa. Montesquieu ritiene la religione accessoria: più la religione è severa più le leggi sono lassiste, dice, e il fatalismo trae dal dogma, il libero arbitrio dal codice. Ma la sostanza è la stessa, della religione e la vita civile. L’Inghilterra si ordina nel Seicento sulla chiesa episcopale, aristocratica, nota Quinet, gli Usa su quella presbiteriana, ugualitaria. L’Italia si ordina sulla democrazia plebiscitaria e anarcoide dell’ecclesìa.
Può essere un’altra forma del tribalismo. Bologna si governava bene col papa, o Siena, e Ancona, che rivaleggiava con Amsterdam, pure in libertà. Mentre gli americani sono democratici come gli inglesi, gelosamente uguali fra loro spietati fuori, ai giapponesi hanno spianato pure il cervello.

Sinistra-destra – “Cyberliberisti di destra, come Zuckerberg, e di sinistra, come Assange”, Carlo Formenti dice sul “Corriere della sera” uniti nella “fede cieca nella bontà dell’informazione come dispensatrice di verità e libertà”. E perché non Zuckerberg di sinistra e Assange di destra? Una controinformazione che è, senza alcun quadro di riferimento, disinformazione. Mentre Zuckerberg dà voce al popolo basso e all’indistinto, o al signor chiunque.
L’equivoco è nell’appartenenza quando non c’è un quadro di riferimento – culturale, sociale (Di Pietro è certamente di destra, che si pone invece a sinistra perché Berlusconi non l’ha fatto nel 1994 ministro della Giustizia). Ma di più lo è nell’ambiguità dell’informazione, che da valore universale è scaduta nella manipolazione. Via, perversamente, un “di più” d’informazione: fonti riservate, indiscrezioni, e manipolazioni d’ogni sorta, comprese le pause e i sospiri delle intercettazioni.

astolfo@antiit.eu

L’Italietta è folle ma impenitente

Formidabile scemenzario. Dossi sceglie 39 progetti, sui 296 che concorsero al primo bando per il Vittoriano a Roma, e ne fa un prontuario di follia. Che dedica a Lombroso. Casi di “cretinismo o di pazzia”, dice nella dedica. Ma all’insegna della “romanità”, il monumentale, con cui si volle chiudere il Risorgimento. Federico Zeri, nella nota all’unica edizione dei “Mattoidi”, nel 1985, come strenna del banchiere Gianfranco Imperatori, notando le professioni dei progettisti, impiegati, insegnanti, cavalieri, e architetti di nessun nome, ci vede uno spaccato di una piccola borghesia tanto vuota quanto impenitente che avrebbe “fatto l’Italia”.
Carlo Dossi, I Mattoidi

L’ipersfera di Dante

Il direttore dell’Istituto rumeno di Cultura, già docente di Fisica, fa un viaggio corroborante nei primi commentari di Dante, e più in quelli scientifici. A partire da Antonio Manetti nel Quattrocento, con Vellutello nel Cinquecento e il primissimo Galileo nel Seicento, per finire con i matematici contemporanei Mark Peterson, “Dante and the 3-sphere” e Robert Ossermann, “La poesia dell’universo”. Con alcune primizie per lo stanco dantismo italiano: le illustrazioni di Phoebe Anna Traquair, o gli studi danteschi della cosmologa Mary Ackworth Evershed Orr.
L’universo di Dante è quello che oggi si chiama una ipersfera. Dante non poteva saperlo, argomenta Patapievici, ma “lo sapeva”, e per questo fu subito studiato dagli scienziati: “Era un sapiente, e in quanto tale possedeva l’intera cultura scientifica, filosofica e teologica del suo tempo”. Con qualcosa in più, giacché il modello della cultura di Dante differisce da quello della cultura del suo tempo: “Dante non era probabilmente consapevole di questa differenza”, ma essa emerge, “metaforicamente e tecnicamente”, dai canti XXVII e XXVIII del “Paradiso”, in cui descrive la sua ascesa oltre il Nono Cielo.
Straordinario? Ma non casuale: l’immagine del mondo dell’uomo medievale gli era familiare, arguisce Patapievici, perché ci credeva, mentre l’immagine del mondo del nostro mondo, benché tanto più perfezionata e precisa, non è nostra: “È come se il nostro mondo, da quando noi ci siamo dimenticati di Dio, avesse cessato di avere un volto”.
Horia-Roman Patapievici, Gli occhi di Beatrice, Bruno Mondadori, pp. 100 ill., € 10

sabato 16 giugno 2012

Lingua di Passera, l’amico di Di Pietro

Passera insiste: l’autostrada Salerno-Reggio Calabria sarà completata nel 2013. Riconosce che non è così: “Alcuni cantieri sono ancora da aprire” – non ci sono nemmeno gli appalti. Ma lui è per il mondo come volontà e rappresentazione: “Come in tante altre cose ci metto la faccia. Ho visitato i cantieri, già da questo esodo molti di essi saranno chiusi”. È così, ogni anno per l’esodo di agosto i cantieri restano chiusi, da quindici anni ormai. Ma non è tutto, Passera insiste: “Per la fine del 2013 saranno completati tutti”. Questo mentre promette 80 miliardi per la ripresa,70 in realtà, che non ci sono. Eccetto, forse, i dieci che si farà anticipare dalla Cassa Depositi e Prestiti. Come se la Cassa non fosse dello Stato.
Con le chiacchiere al posto dei miliardi. A ruota libera: sgravi per le assunzioni “qualificate” (di ex McKinsey, come lui?), project-bond, l’immancabile agenzia digitale, e il taglio di 43 aiuti alle imprese. Un linguaggio sorprendente se non venisse da un ministro che nel 1992, quando lavorava per De Benedetti, si telefonava con Di Pietro per tenere il suo principale fuori dagli scandali (non ci riuscì). Protestando: “Ma noi siamo della stessa parte” – la trascrizione naturalmente non contiene la parte di Di Pietro (la telefonata non c’è nella bio online di Marco Ferrante). Con De Benedetti, peraltro, Passera incorse in un falso in bilancio alla Olivetti, che chiuse col patteggiamento e una pena pecuniaria – sentenza poi revocata, quando Berlusconi depenalizzò il falso in bilancio.
Passera non è solo. Monti si scusa con gli opinionisti del “Corriere della sera”, il suo giornale cioè, che devono essere Giavazzi e Alesina: “Abbiamo varato, in ritardo rispetto a ciò che alcuni opinionisti ci chiedevano di fare…”. Roba da non credere. Annuncia una nuova “pianta organica” per i suoi ministeri, a Palazzo Chigi e all’Economia – con meno o con più dipendenti? E invita i ministri a vacanze sobrie e corte. Soave spiegando a Scalfari e Ezio Mauro che “il cratere del precipizio si sta allargando e siamo di nuovo in crisi”, dopo otto mesi di tasse – esito otto mesi fa previsto, prevedibilissimo per un economista. Bondi contribuisce annunciando il taglio di 1.117 auto blu – su 300 mila, 600 mila, 900 mila, nessuno sa quante siano.

Due ministre, due disastri

Sono ministre di Napolitano, e quindi non si può dire. Ma i disastri di Paola Severino e Elsa Fornero sarebbero inimmaginabili se non fossero avvenuti. Il ministro della Giustizia non semplifica ma moltiplica le fattispecie di reato. Anzi le universalizza, ribaltando di fatto l’onere della prova. In un processo penale che universalizza ora il principio della berlina invece del dibattimento.
Severino introduce il reato di “traffico di influenze”, che è come mettere fuori legge la politica. Contro ogni principio costituzionale di bilanciamento dei poteri, e contro ogni criterio di giustizia. Nella linea dei reati di associazione, e ora perfino di concorso esterno in associazione, da cui nessuno può salvarsi. Con la concussione per induzione dà via libera, per legge, a intimidazioni e vendette, tra imprenditori, e tra imprenditori e politici, legalizzando la calunnia – peraltro da tempo non più perseguita. Più in generale, invertendo l’onere della prova, questa donna legalizza il ricatto, istituzionalizzando il risentimento e la furbizia sui quali sono impostati da vent’anni tropi processi a base di pentiti e di falliti. Un’estensione dell’infamia invece di legge che ha il favore del giornale del “Sole 24 Ore”, il giornale degli uomini d’affari.
Si potrebbe dirla barbarie o incompetenza, ma è protervia: Severino è avvocato principessa del foro, e sa che cosa ha fatto. Mentre salva Penati mandandolo in prescrizione – il giornale fiancheggiatore “Corriere della sera” impegnava giovedì il volenteroso Ferrarella, a dire il contrario, ma finiva per dimostrare il misfatto (compresa la benevolenza del gip di Monza, che ai più era sfuggita). Grazie a un Parlamento debole, è vero, ma soprattutto grazie a Napolitano, di cui l’avvocatessa è la pupilla, forse per ragioni etniche – grazie cioè al primo presidente (ex) comunista della Repubblica, la barbarie non muore.
Di Elsa Fornero nessun misfatto è più negabile, dalle pensioni all’imbroglio del lavoro.
Si potrebbe aggiungere alla lista delle incompetenze il superministro Passera, ma lui almeno non fa danni. Semmai andrebbe aggiunta Mariastella Gelmini, anche se non fa parte del governo tecnico. Alla quale si deve la nomina a capo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di un insegnante di ginnastica che il suo successore Profumo, ex rettore del Politecnico, ex presidente del Cnr, interina – un solido quarantenne che pare non sia nemmeno suo amante (sarà il suo body-trainer?).

La democrazia spopola al Vittoriano

È il monumento più visitato e fotografato, più del Colosseo. Forse perché è gratis, ma non solo. La piazza antistante è la più curata di Roma: il prato è perfetto, le aiuole rinnovate, a Natale ospita l’albero di Natale della città. I caffè che guardano il monumento, benché la piazza resti lo snodo maggiore del traffico, con rumori, polveri e puzze costanti, e le consumazioni costino il triplo, non hanno mai un tavolino libero, i turisti si estasiano alla visita. A lungo sono stati vuoti, una collocazione infelice, tra passanti di fretta e traffico invadente, fino a trent’anni fa, anche venti: ora sono una miniera, che il Vittoriano alimenta.
Il Vittoriano è il nuovo cuore di Roma. Il “santuario della terza Italia”, che fece la fortuna dell’architetto Sacconi, non altrimenti illustre, e delle cave dell’accecante botticino a Brescia, patria dell’onorevole Zanardelli. Che Arbasino “dipingeva” disgustato ancora nel 1985 nella rivista “FMR” di maggio: “Un salotto-zuppiera”, dagli “effetti ributtanti”. Monumento allo spreco, di soldi, politica (si dovettero fare due concorsi, Boito si dimise infine dalla commissione che ne seguiva la realizzazione per le troppe ingerenze della massoneria), idee. Circa trecento furono i partecipanti al primo concorso di idee, nel 1882, di cui Carlo Dossi poté fare due anni dopo, ne “I mattoidi”, un libro che non si ristampa, un censimento esilarante – il secondo concorso nel 1884, quello vinto da Sacconi, non andò evidentemente meglio.
Nell’unica riedizione dei “Mattoidi”, nel 1986, a cura del Mediocredito del Lazio di Gianfranco Imperatori, Federico Zeri anticipava lo sviluppo che non ha visto - lo avrebbe indignato - riportando gli esiti dei concorsi di idee alla nozione di kitsch. Ora desueta, forse perché trionfante. Di cui proponeva “un riesame”, agghiacciante per l’acutezza, e per la decadenza che prospetta come veleno inoculato dalla democrazia, in un corpo ancora giovane quale era l’Italia degli anni 1880: “È l’inevitabile prodotto, soprattutto figurativo (ma anche letterario, di moda e persino culinario) che scaturisce quando chi è nato ed educato entro i confini di una cultura subalterna (nel caso italiano, contadina) tenta di esprimersi secondo le norme della cultura dominante, assumendone gli aspetti epidermici, assorbendone miti e retorica, adeguandosi cioè ai valori di una Weltanschauung di cui gli sfuggono le radici, gli intimi significati, gli equilibri espressivi. Il Kitsch non esiste nei periodi di rigida definizione sociale e culturale: mi si citi un esempio per il Due e Trecento. Esiste invece, e prolifica, quando nuovi rapporti economici distruggono le barriere sociali”.

venerdì 15 giugno 2012

Problemi di base - 104

spock

Dio non è uno speculativo, perché allora tanta teologia attorno a lui, e filosofia?

Gli gnostici si credevano più intelligenti di Dio, il Malfattore, non sarà Monti un neo gnostico?

Perché Monti mette alla Rai due che non se ne intendono, per favorire Mediaset?

Se Monti è Robin Hood, che ci resta dei Poteri Forti?

Se Brusca e Spatuzza sono i cavalieri dell’Apocalisse di Ingroia, la sua Apocalisse non sarà pentita?

Ingroia, ancora uno sforzo! Perché non far condannare a Brusca e Spatuzza anche Ciampi?

Si può essere Procuratori Giudici, Consulenti e Gabellieri, Killer e Testimoni di Giustizia,: chi ha detto che la morale è una sola?

Sono i pentiti retribuiti e protetti, i testimoni no: meglio pentirsi dunque, ma dopo aver ammazzato qualcuno?

spock@antiit.eu

La Germania non vuole una soluzione

Jens Weidmann, giovane presidente della Bundesbank, convoca i grandi giornali europei, annuncia su ogni punto aperto della crisi che i tempi non sono maturi e, non contestato, mette in guardia Draghi e la Banca centrale europea, che si stanno adoperando per far uscire le banche e l’Europa dalla crisi: “La Bce ha fatto molto per prevenire un peggioramento della situazione. Ha tagliato i tassi di interesse. Continua a dare liquidità quasi illimitata a condizioni molto generose, e ha deciso diverse misure straordinarie. Così facendo ha esteso il suo mandato in modo considerevole. Se agisse da prestatore di ultima istanza per i governi, ridistribuirebbe i rischi di solvibilità fra i contribuenti nazionali – senza avere una legittimazione democratica – cosa severamente proibita dai trattati della Ue”.
Collegando la convocazione dei giornali con questa messa in guardia si pensa male, ma non si sbaglia. Questo avveniva a Francoforte mentre a Berlino Angela Merkel stigmatizzava la “mancanza di fiducia” fra i governanti europei, cioè le “strettissime convergenze” tra Hollande e Monti. Le autorità tedesche non lo faranno apposta, ma fanno come se. La speculazione (sui cui i media tanto “speculano”) si configura in modo semplice. O c’è una Spectre, un’organizzazione internazionale che coordina gli assalti con una strategia segreta – non c’è. O c’è il mercato, con il suo armamentario di analisi e previsioni, sempre meno personalizzate e più motivate, e con il suo sistema di premi, anche eccessivi, e castighi, anch’essi eccessivi, un sistema di difese. Di cui la Germania è parte, la previsione cioè che la Germania farà fallire ogni tentativo di stabilizzazione dell’euro: ne ha troppe convenienze, in materia di tassi e di esportazioni, e nessuno, dentro e fuori l’euro, ha una leva o un’arma per indurla a recedere.
Il problema dell’Europa è sempre quello. Angela Merkel dice cose giuste – ridurre il debito pubblico – coi tempi sbagliati. Oggi lo ribadisce: “Non ci sono soluzioni rapide”. Cioè, alla fine, non ci sono soluzioni – nel medio termine, come diceva Keynes, potremmo essere tutti morti. Se la Grecia fosse stata salvata – poiché si è deciso di salvarla – un anno e mezzo fa, ora saremmo a buon punto nell’alleggerimento del debito italiano, e nella bonifica del credito senza fondamentali dei banchi spagnoli. Rei, peraltro, questi ultimi, di aver favorito l’appartamento al mare, nella Costa Brava ipercostruita, in Andalusia, nella Galizia e nel golfo di Biscaglia, alle masse tedesche.
Questo tutti lo sanno. Anche in Germania. Ci si chiede allora – i mercati devono chiedersi – perché la Germania fa fallire ogni soluzione, in attesa, certo di quella “giusta”. E si ricoprono svendendo, la Grecia, la Spagna, l’Italia, quello che capita.
L’Europa, dice ancora caratteristicamente Weidmann, beneficia “del rating di tripla A della Germania”. Che è la finanziatrice di ogni pacchetto di salvataggio. E questo è invece rovesciare la realtà. L’Italia, per esempio, non beneficia della tripla A della Germania ma ne è vittima, e finanzia il debito degli altri alla pari della Germania. Anche questa verità è semplice: ogni paese vorrebbe poter contare sulla propria A, e questo la Germania contribuisce a impedire. Non poco.

Comunisti incineratori

“Mio padre fu ucciso in un ospedale in Bulgaria, qualche giorno prima della caduta del muro di Berlino. Poiché facevano sperimentazioni sugli anziani, né avremmo potuto interrarlo come avrebbe voluto – le tombe essendo riservate ai comunisti, per impedire assembramenti a carattere religioso – fu incinerato contro la sua volontà. Mi dissero che potevo acquistare un tomba in dollari, ma allora bisognava anche che io morissi prima, per farmi interrare con lui”. Così Julia Kristeva racconta sul “Magazine Littéraire” di maggio come le venne l’idea del giallo metafisico.
Sembra un mondo fuori del mondo, era mezza Europa ieri. Lo è anche oggi. Kristeva è sempre stata tradotta marginalmente, prima di approdare da Donzelli da un paio d’anni – ma sempre senza “bucare”. Non da Einaudi o Feltrinelli come avrebbe dovuto per la sua linea di studi. Nemmeno Il Mulino ha osato.

Mani Pulite promosse la corruzione, via calunnia

Oreste Dominioni fu a Milano uno dei Grandi Avvocati che nel 1994 collaborarono con la cricca Borrelli per rendere più incisivo il codice contro la corruzione. Senza nessun effetto, ma i propositi erano roboanti. Gi altri avv. prof. dott. erano Federico Stella, studioso della corruzione dei “coletti bianchi”, e Domenico Pulitanò, milanese doc malgrado il nome, ex magistrato.
Dimenticato nelle celebrazioni del ventennale, Dominioni si rifà vivo col “Corriere della sera” per proporre “una riflessione sul fatto che Mani pulite non ha rimosso le situazioni di corruzione diffusa”. Lui un’idea ce l’ha: “C’è da chiedersi se Mani Pulite abbia vissuto sull’accertamento dei fatti, obiettivamente, oppure abbia vissuto sulla minaccia del carcere. E questa è tutta un’altra storia”. Di vendette tra concorrenti – la calunnia protetta, e anzi facilitata, dalla giustizia.

Fisco, appalti, abusi - 4

Per essere “rubati”, letteralmente, con azione di commando, ad Enel da Sorgenia è bastata una settimana: subito è arrivata la superfatturazione della società di De Benedetti. Tornare da Sorgenia a Enel, nel famoso mercato libero, è stato impossibile: silenzio totale dopo un anno di raccomandate e di raccomandazioni. Passare da Sorgenia a Eni, che pure si è proposto per telefono, per posta e di persona, è pratica da perfezionare, dopo sei mesi di lettere, avvisi, assicurazioni, telefonate.

Si moltiplicano al telefono le “offerte” del mercato, telefoniche, elettriche, etc. Secondo un modello quasi unico: una tariffa più conveniente, ma per un periodo limitato, da due a sei mesi. Cosa che non viene mai specificati. Ogni protesta però è inutile coi garanti della Concorrenza e del Mercato, e le Autorità di settore. Provare per credere. Autorità e Garanti che si fanno pagare dagli utenti lautamente.

Nell’elettricità quasi ovunque, nel gas in molti posti, la distribuzione è regolata da contatori elettronici, i consumi reali quindi leggibili a distanza. Ma quasi ovunque, e con tutte le aziende dell’energia, comunali, statali, private, la lettura non si fa, i consumi vengono addebitati a calcolo. Prendendo a riferimento il periodo di maggior consumo storico dell’utenza. Uno che sia stato fuori casa per due mesi, per lavoro, malattia, diporto, dall’amante, si troverà una fattura corrispondente al suo periodo di maggiore consumo. Senza errore.

La lettura viene addebitata all’utente. Che per farsi sentire deve passare per orari molto selettivi, attraverso lunghe procedure alfanumeriche – senza cioè mai sbagliare un solo tasto. Da ripetere. E da seguire eventualmente (a Roma) da una raccomandata. Dopodiché riceverà un accredito, o un fastidioso rimborso, con assegnino non trasferibile, da incassare obbligatoriamente di persona, recandosi cioè in banca, in fila, con appositi moduli.

mercoledì 13 giugno 2012

Dopo Monti tecnico, Monti politico

Elezioni non più. Un altro governo però non è possibile. A meno di. A meno di un rimpasto che colori il governo politicamente, e si presenti come un rafforzamento. Lo colori con qualificate partecipazioni politiche. Con lo scopo di prevenire i “deliri di onnipotenza” cui i tecnici si sono lasciati andare. Comprese le inutili chiacchiere sul fronte internazionale: Monti non ha smosso di una virgola l’Europa “tedesca”.
Non se ne discute in pubblico, ma sono le “convergenze parallele” del momento. Questo Monti non soddisfa più nessuno. Nemmeno più il Quirinale – non tutto il Quirinale - che è il suo pilastro. Il suo governo non ha ovviato alle debolezze alle quali era stato chiamato a ovviare, che si riassumono nella debolezza dell’economia. Non ha tagliato la spesa pubblica (spending review), non ha liberalizzato il lavoro, e potrebbe complicarlo ulteriormente, non ha liberato risorse per la produzione (crediti delle imprese, degli ospedali, dei trasporti). Ha anzi aggravato la debolezza fino a spingerla in recessione galoppante, con una tassazione oltremisura. E ha aperto una questione sociale spinosa, creando masse di esodati, e spingendo i redditi minimi sotto la soglia della povertà. Perdendosi per di più in beghe di potere da piccolo partito di sottogoverno, nelle Autorità, alla Rai, al Csm.
Un cahier de doléances che direbbe Monti insostituibile, se ancora è al suo posto - per molto meno altri hanno vista tronata la carriera politica. A meno di, appunto, sostituirlo mantenendolo a capo del governo, garante ma non più ideatore.

La grevità Chiara fa lieve

Tre zitelle beghine possedute da un impiegato del catasto. Non una storia gotica dunque (il Diavolo, i furori, etc) ma una “boccaccesca”, di sbattimenti incestuosi, tra persone non “votate ai sensi”. Non greve, boccaccesca nel senso solido del termine, caratterizzato, e lieve.
Piero Chiara, La spartizione

Nel fuoco della Calabria il futuro

Friedrich Leopold von Stolberg, che le enciclopedie dicono “capofila del romanticismo cattolico tedesco”, è molto di più, secondo Madame de Staël, alla seconda parte di “Della Germania”. Protestante di nascita e formazione, scrisse una storia del cristianesimo “fatta per meritare l’approvazione di tutte le comunità cristiane”. È cristiano, dice il conte, “chi riceve con la semplicità dei fanciulli le parole della santa scrittura”.
Il conte ha un nome nella storia delle religioni per aver mostrato che la tradizione della caduta è comune a tutti gli uomini, la nostalgia di un mondo ordinato. Si può dire anche, in chiave contemporanea, un precursore di Girard nella teorizzazione del capro espiatorio: il sacrificio, spiegava all’epoca (1780), è la base di ogni religione, la morte di Abele è il primo di questi sacrifici che fondano il cristianesimo, fino a quello del Cristo.
Nel Settecento, epoca in cui sui terremoti si faceva la filosofia della storia, quello del 1787 in Calabria fu il più devastante, dopo quello di Lisbona. Quattro anni dopo, a 42 anni, von Stolberg decide di lasciare Amburgo, con la giovane seconda sposa e il figlio di otto anni, per un lungo viaggio che lo porterà fino in Sicilia. Un viaggio di due anni che racconterà nel 1794 in quattro volumi - è al ritorno dal viaggio che il conte si converte, con la famiglia, al cattolicesimo, sollevando molte polemiche.
A Napoli von Stolberg ha, lieto, una figlia dalla seconda moglie, Syblle – “con facilità come per una napoletana, partorì la mia piccola Sybille”, così l’evento è registrato. La parte della Calabria, che attraversa in tredici giorni, è minima nel racconto, tre lettere in tutto, ma lusinghiera. Era una Calabria sconvolta ancora dal terremoto, in aggiunta all’ingiustizia e all’abbandono politico. Stolberg vi ritrova gli echi della classicità, come è sua abitudine in tutti gli angoli d’Italia che visita. Ma vi ha anche occhio per la natura, insolita - “Natura volse\ mostrar qua giù quanto la sù potea” è pur sempre il distico di Petrarca che apre i quattro volumi. E alla fine si lascia andare a un ditirambo, dai toni perfino profetici, facendo quasi della Calabria il centro del mondo per essere ribollente di fuoco sotterraneo, il fuoco che tutto purifica. Questi i paragfri conclusivi, nella traduzione che ne ha fatto venticinque anni fa Sara De Laura per Rubbettino:
“Lascio con commozione la più bella provincia della bella Italia. Questa regione è più vicina delle altre al meraviglioso sole; ed è rinfrescata di venti provenienti dai due mari, dall’altezza delle sue montagne, da boschi ombrosi, da innumerevoli sorgenti che irrigano campi sui quali il grano e gli alberi brillano del primo verde. Ciò che le altre parti del mondo hanno singolarmente di grande e bello, è riunito in Calabria: qui l’Indiano trovai suoi datteri, e il Lappone distende lo sguardo beato sulla neve dell’Etna.
“Penso alle viste sul mare; sulle cose della stessa Calabria e sulla costa siciliana; qui sullo stretto e laggiù sull’ampio mare; sulle isole Lipari, singole montagne che si ergono dal mare; sull’augusto Etna, che costringe l’occhio verso la Sicilia per la grandiosità della sua Feconda bellezza; tutto ciò, unito all’amichevole fascino della natura in fiore, che cullandomi nel suo grembo mi ha mostrato le sue magnificenze. L’insieme mi ha trasmesso una sensazione che non ha bisogno di essere espressa, anzi rifiuta di farlo, perché va oltre l’espressione stessa; una sensazione che, unendosi ai miei sentimenti più sacri e ai ricordi ed impressioni più dolci della mia vita, ha ampliato la mia esistenza. Ma la mia esistenza non è stata turbata, ha solo ricevuto una nuova direzione nel pensiero che questi paradisi coprono con i fiori l’ingresso dell’Onnipotente. La Calabria è il centro del fuoco sotterraneo, il cu alito spira attraverso il Vesuvio, lo Stromboli e l’Etna.
“Nel grembo di questa amabile terra c’è il grande frutto della trasformazione del mondo, forse anche ormai prossima.
“La Calabria è una donna fiorente del fertile cielo. Il marito, la madre-terra e il mare incoronano questa donna in fiore! Ma essa reca nel cuore un gigante, le cui convulsioni scuotono tanto spesso la terra! La sua nascita sarà annunciata con violenza dalle doglie della partoriente, e queste donne scuoteranno la terra in attesa da polo a polo! Fino a…”
Fino a che Stolberg non precisa. Ma per il meglio, prevede, nello spirito che sarà detto della Provvidenza.
F.L.von Stolberg, Lettere dalla Calabria

Ombre - 134

L’elegante Aldo Grasso si scandalizza nel buonissimo “Corriere della sera” di fronte a Cassano che non parla come la Crusca. Non è solo, i giornali italiani sono perbene e non ammettono intolleranze. La tolleranza del riccio (Cecchi Paone che va in giro dicendo che s’è fatto un nazionale è più tollerante)?

Però Cassano dev’essere contagioso: Grasso, per dire uno scrittore misurato, finisce per parlare come lui. Come Cetto La Qualunque – calabrese inventato, non dimentichiamolo, da un lombardo.

L’amante del presidente della Repubblica si può scagliare contro l’ex moglie dello stesso, auspicandone la sconfitta in un’elezione parlamentare delicata per il governo dello stesso presidente. Succede a Parigi, non in una tribù sperduta. Il presidente tra due donne è quello che dovrebbe “salvare” l’euro e l’Europa. Sempre che l’amante lo voglia?

L’Inps si sveglia e scopre che gli esodati, senza lavoro e senza pensione, sono 400 mila invece che sessanta o settantamila. Fornero nega, forte della Cgil. Ma la verità la sanno tutti, perfino questo sito, e da sei mesi.

E che dire dell’opinione pubblica, che non sa nulla di un fenomeno di massa? Di tale gravità. La stampa non si muove se una Procura, o un pentito, non chiamano?

“Lezioni di storia organizzate a Napoli da Giuseppe Galasso, su “Milano e Napoli”. Per un grande pubblico, su un gran numero di temi, le lezioni sono dieci: Napoleone, il fascismo, l’unità, eccetera. Ma non sulla Spagna, la sola cosa che le due città hanno in comune. Un storia di rimozioni?

Il “Corriere del Mezzogiorno”, l’edizione napoletana del “Corriere della sera”, dice che “il traffico aiuta l’economia”. In base naturalmente a uno studio Usa: “Ogni aumento del 10 per cento del rallentamento corrisponde al 3,4 per cento in più di pil pro capite”. Sarà per questo che Napoli produce tanta immondizia? Non sa più dove mettersi il pil.

Mancano tre miliardi e mezzo alla raccolta fiscale. Nel solo primo trimestre. Effetto della lotta all’evasione?

La lotta all’evasione si faceva una volta incarcerando Sophia Loren, e fotografandola a Caserta, dietro le finte sbarre di un finto carcere. Oggi purtroppo Sophia non si può esibire, ma il resto è uguale. Da parte di uno – Monti – che sa che l’evasione è, al 90 se non al 95 per cento, effetto: delle leggi che la consentono, dell’economia in nero che si tollera, delle tasse troppo alte, per prima l’Iva.

Monti l’uomo dell’Agenzia - Moody’s - dunque. Tutto il tempo della legislatura che ci sta accompagnando alla rovina. Come già Prodi e Draghi con Goldman Sacshs. Portati da quel galantuomo di Claudio Costamagna: gli uomini della Provvidenza, vengono dalla speculazione, o ci vanno. Senza colpa naturalmente, come i soldati germanici, da semplici consulenti: assistono senza vedere. Da servi.

Della provvidenza in senso proprio. Monti, Draghi, Prodi si vogliono buoni credenti e anzi praticanti in chiesa. Si perdonano. Chi ha detto che la morale è unica?

La ricetta brutale di Monti, di assassinare l’economia con le tasse, boia di Stato, non sarà un derivato della sua consulenza con Moody’s? Ragionieristica, s’intende.
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Su una ricchezza delle famiglie che per il 2010 la Banca d’Italia calcolava in 8.638 miliardi, 4.962, il 57,4 per cento, era costituito dalle abitazioni. Titoli, azioni, fondi pensioni, depositi, risparmi postali? Poca cosa. Monti sapeva dove colpire, e le famiglie se ne accorgono, ricchi e poveri non fa differenza. Giustizia fiscale?
Ricchi e poveri uniti nella lotta. A che?

La madre acqua della corruzione

Investimenti fermi e sprechi di acqua a un anno dai referendum. Il più grande imbroglio della storia delle consultazioni popolari. Che potrebbe aprire una finestra sull’ancora più grande imbroglio che è tutta l’economia verde, la madre della corruzione legale: contributi a fondo perduto e senza limiti, tariffe di comodo, guadagni assicurati. L’unica”industria” che ha alti margini di guadagno assicurati.
Capofila dell’imbroglio non a caso Napoli. Dove l’acqua prima non costava niente, ma non c’era. Adesso c’è, ma costa. E allora il sindaco De Magistris la ridà a una società pubblica, cioè sua. Dotata appunto degli aumenti, e dei contributi a fondo perduto sempre disponibili.

Il Procuratore in carriera omette la denuncia

In procinto di approdare alla Procura di Roma, il Procuratore Capo di Reggio Calabria Pignatone omise di denunciare l’onorevole regionale Rappoccio. Che ha costituito una cooperativa con la quale si sarebbe assicurato 3.841 voti, oltre a una quota d’iscrizione di 35 euro cadauno, con la promessa di posti pubblici. Sarà vero? La città crede che sia vero.
La Procura di Reggio Calabria ha indagato, su denuncia di esponenti dello stesso movimento dell’onorevole Rappoccio, ma per ipotesi di erato minori. La Procura Generale ha ora avocato l’inchiesta, e stigmatizza in un duro rapporto di 26 pagine la Procura per l’omessa denuncia dei reati di truffa e associazione a delinquere. L’onorevole Rappoccio aveva costituito nel 2010 una Lista dei Repubblicani in appoggio al presidente poi eletto Scopelliti, del Pdl.

martedì 12 giugno 2012

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (131)

Giuseppe Leuzzi

Milano non sa fare l’Expo. Non può, gli interessi immobiliari sono inconciliabili. Ma la colpa è dell’Italia. Lo dice perfino l’onesto Pisapia.

Monti mediatore, tra Sarkozy e Merkel, tra Merkel e Obama, tra Hollande e Merkel, in favore della Bce, in favore della Spagna, mentre non si vede che abbia una qualche influenza, né un ruolo, può solo parlare, come ogni altro. Il presenzialismo e il mediazionismo, passioni che si intendevano meridionali, di Moro, Andreotti, De Mita, e come tali deprecate, sono invece lombarde. Come tali ora costituiscono titolo di merito: fanno parte della buona coscienza.
Si intendono il presenzialismo e il mediazionismo segni di non realismo. E invece sono un’accortezza molto politica (realistica), per mascherare la cose.

Nella lite continua, caratteristicamente napoletana, tra i due ex ministri dell’Interno Scotti e Mancino, la Procura antimafia di Palermo parteggia per il primo. Anche tra Brusca e Mancino la Procura antimafia di Palermo parteggia per il primo. Contro Mancino che è stato, oltre che ministro dell’Interno, anche presidente del Senato, rispettato. Antimafia? E dove bisogna cercarla?
È la stessa Procura che contro i carabinieri e il governo Ciampi produceva Ciancimino jr.

Sudismi\sadismi. “Speriamo che Angelo Marcello Cardani, indicato dal suo amico Mario Monti come presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ci metta una pezza, onori il nuovo incarico con indipendenza e cognizione. Fosse per i partiti, saremmo ancora fermi all’abbietta pratica della spartizione. E dire che, in proposito, la legge parla chiaro: i componenti di ciascuna Autorità sono scelti fra persone dotate di alta e riconosciuta professionalità e competenza nel settore. Prendiamo il caso di Francesco Posteraro, eletto all' Agcom, su indicazione dell’Udc di Pier Ferdinando Casini, lo smaliziato barcamenista del Terzo polo. Posteraro è un funzionario parlamentare di lungo corso, vicesegretario della Camera. Dal suo curriculum, consegnato all’ultimo istante, un minuto prima della nomina, si evince che le comunicazioni non sono sua materia (unico indizio: un figlio giornalista membro del Corecom della Calabria….”. Aldo Grasso, “Corriere della sera” di domenica 10, nella rubrica in prima pagina.
Grave colpa di Posteraro, essere calabrese. È infinitamente più qualificato del segretario di Monti eletto a professore, ma questo non conta.

La mafia come forma d’eccellenza del capitale
La mafia come proto capitalismo è tema vecchio. Politico, e anche filosofico – paradossale: mediato dalla “Favola delle api” di Mandeville, vizi privati pubbliche virtù, che Marx apprezzava, da Sombart e da von Mises. Ma non è del tutto sbagliato.
Napoli per esempio è ben più di san Gennaro. La mafia come forma d’eccellenza del capitale, a Napoli l’identità non è ideologica né paradossistica ma innegabile. Il maggiore distretto industriale e mercantile d’Italia e d’Europa, col record mondiale di società di capitali e individuali in rapporto agli abitanti, esemplare del morbo di Sisifo del capitale, necrofilo e anzi suicida, spregiatore dell’inutile virtù dell’accumulo. In forza della licenza totale.
Sono senza confronto le energie che si profondono nell’industria del crimine, nervose e materiali, l’inventiva, la logistica, l’innovazione, i finanziamenti, le continue sottili decisive perimetrazioni dei mercati. La capacità di valutare la redditività e il rischio, oltre che di individuare le tendenze. Partendo da condizioni sfavorite, immigrati isolati negli Usa o a Milano, villani a Palermo, cafoni a Napoli. E sono un capitale che a ogni vita si disperde. Se il capitale è un accumulatore, la mafia è la pila reversibile di Edison che si carica e si scarica, un lavoro che, senza perdersi, senza fine si disperde. Produce quei superprofitti che sono l’attrattiva del crimine: nella corruzione, l’usura, la droga, lo schiavismo, anche nelle feste di nozze e battesimo, si guadagna in modo superlativo. Incomparabile è l’organizzazione del mercato parallelo, di beni copiati o rubati, altrettanto dettagliato, se non di più, del mercato legale. Con filosofie manageriali flessibili, integrazione a stella, verticale, orizzontale, e monopoliste. E una rete d’incroci, marciapiedi, ponti, spiagge, uffici, stazioni, sottopassaggi, per un esercito di ambulanti clandestini, senza identità o senza licenza, tanto più difficili da occultare in quanto il magazzino si portano a spalla. Un mercato senza deposito e senza rese è il sogno di ogni mercante.
Se non che l’illegalità è minacciosa e ricattabile. È una fatica cui si sottostà non per il guadagno, sempre poco benché esentasse, ma per il bisogno di creare e distruggere in umbra, anche la propria vita – Schumpeter vi troverebbe di che rendere incontestabile la sua teoria dell’imprenditore come uomo del fare invece che sfruttatore. È un gioco d’azzardo, che si caratterizza all’uscita più che all’entrata. All’entrata il crimine economico va nel senso comune; è l’impresa dei nullatenenti, nel senso che la posta che si scommette è un po’ di carcere. Ma è all’uscita che si caratterizza, per il raddoppio continuo della posta che non può non finire in catastrofe. Che non è l’atto gratuito famoso degli animi sensibili di fine secolo, è l’accumulo gratuito: una filosofia e non un gesto di libertà. Con la dissipazione di altre energie: lo studio che la mimetizzazione richiede, l’abilità sempre rinnovata di essere un passo avanti al fisco, all’Inps, ai carabinieri.
Lo studio di Napoli più della Sicilia porta a questo. In Sicilia è urgente il bisogno di apparire, cui pure il mafioso soggiace: di dimostrare che si è – Vittorini se lo fa dire da Calvino: “Ha l’istinto delle scelte vitali, dei tanti siciliani diventati mila-nesi con entusiasmo”. Mentre Napoli va nel senso opposto, di cancellarsi. Il camorrista in sé non è niente, è spagnolo e significa litigioso. È diverso volerlo essere, non per carattere ma per scelta, industriarsi di esserlo.

Sicilia
Anche la Sicilia “è un’isola, addirittura ricca di antiche miniere di zolfo”, nota C. Schmitt, “Dialogo sul potere”, ma non ha prodotto alcuna rivoluzione industriale. Schmitt cita la Sicilia per sottolineare il mutamento dell’Inghilterra, l’isola della rivoluzione industriale, da terragna a marittima: “Fino al XVI secolo gli inglesi furono un popolo di pastori, che vendevano la loro lana nelle Fiandre, dove veniva trasformata in stoffa”. Poi, nel Cinque-Seicento, i pastori diventarono lupi di mare: “L’isola distolse lo sguardo dal continente e lo puntò sugli oceani: levò le ancore e diventò la dominatrice di un impero oceanico”.
La Sicilia è un’isola ch non è masi stata marinara – anche la Sardegna. Ribolle per una forma di compressione? Troppe energie (intelligenze, esperienze, immigrazioni) per uno spazio circoscritto.

“La regione più bella d’Italia e la più mortificata da uno Stato che si occupa solo di criminalizzarla”. Dice bene Sgarbi. Ma di uno Stato molto siciliano.

Lo Stretto di Messina è di bellezza consumante. D’estate e d’inverno. Di notte e di giorno. Ma ha avuto un solo poeta locale, tardivo, Stefano D’Arrigo. Mentre ha infiammato la fantasia del resto del mondo, a partire da Omero. È che Messina è città perduta? E la Calabria non sa urbanizzarsi.

Catania è città lavica, di pietra più di ogni altra sterile. E di scogli ciclopici. Che fermentano speculatori, anch’essi ciclopici, dall’antichità a oggi: Santo Mazzarino, Sgalambro, Giarrizzo, Salvatore S. Nigro. Tutti puntati sulla decadenza.

Sono immigrati in tanti in Sicilia, e vi sono restati con piacere, fenici, greci, romani, arabi, normanni, francesi, spagnoli. Non solo per il grano e il vino: vi si divertivano, filosofavano, poetavano, costruivano, s’imbellivano, abbellivano. Solo l’Italia vi si trova a disagio. I piemontesi non vi erano ancora sbarcati che già avevano inventato l’omertà e la questione meridionale.

leuzzi@antiit.eu

Scalfari-Monti 3-1

Un giornale è – dovrebbe – una squadra? Forse sì. È in questa ottica, nel rivoluzionamento che fece del giornalismo con “Repubblica”, di trasformare il giornale da manipolo o compagnia militare, gerarchizzata, in squadra, che Scalfari diede a suoi giornalisti l’ultima parola nelle controversie coi lettori o con chi protesta. Ma il giornalista che si riserva l’ultima stoccata, ad avversario fermo, è sgradevole - è volgare spesso, e sempre sleale.
Scalfari non è l’ultimo giornalista, e l’ultima parola probabilmente gli tocca, anche se l’interlocutore è il presidente del consiglio Monti. Ma sui poteri forti ha esagerato: metraggio smisurato, tre volte a uno, e toni ultimativi. Per dire, poi, una scemenza: che i poteri forti sono in Italia gli unici tre grand commis della Pubblica Amministrazione nel governo, un sottosegretario, un capo di gabinetto e il ragioniere generale dello Stato. Gli unici tre, cioè, che sono lo Stato e non rappresentano poteri sotterranei.
Scalfari che vuole licenziato il Ragioniere generale dello Stato perché blocca una spesa senza copertura restava da vedere. Uno ha l’impressione di avere sbagliato vita.
Un minuetto finito male? Tra due tipici poteri forti, cioè “irresponsabili”. Scalfari certo molto più di Monti, che in qualche modo deve riferire a Napolitano e alle Camere. È nella natura dei poteri forti: non si sopportano.

lunedì 11 giugno 2012

I belli-e-buoni della Repubblica

Duettano forti
Al potere incorrotti
Gli Eugeni e i Mari
Contro i funzionari

Senza diritto di replica

Secondi pensieri - 103

zeulig

Anima - Arguiva Aristotele che “se l’anima è dotata”, come si dice, “del genus del movimento, allora dev’esserle propria una determinata specie di movimento, volare, camminare, crescere, diminuire”. Altrimenti, senza la specie, “l’anima non è dotata di movimento”, o il movimento non ha anima.

Il problema è sempre quale Esiodo lo pone, il Caos. Il mondo che da sempre esiste senz’anima, l’anima individuale che a un certo punto nasce, e poi per sempre vive mentre il mondo si decompone. “Strana cosa una cosa che ha un’anima”, deve stupirsi Simone Weil. Tardo recupero platonico – la teologia scopre l’anima immortale dopo la resurrezione dei corpi.

L’anima Torquato Tasso vide inafferrabile: “Sì come l’occhio non può in sé medesimo ritorcere la sua potenza visiva, in modo che veda se stessa, così l’anima difficilmente intende sé medesima”. Ma la beata Angela da Foligno, secoli prima, sapeva circoncidere l’anima.

Joë Bousquet, poeta infelice, fu corrispondente fra i tanti di Simone Weil immateriale, alla quale scriveva: “Credo che esista un oggetto da offrire al pensiero, in modo che l’anima abbia in questo mondo un centro di gravità”.

Nel gilgul, la sua metempsicosi, Isacco Luria immagina che se un’anima soffre un’altra gli fa da chioccia, la coccola, la rianima. È l’angelo custode. O un morto che lasci non finita qualcosa cui tiene: la completa collegandosi all’anima d’un vivente. Isidoro basildiano, figlio di Basilide lo gnostico, ha gli “innesti di anime”. Ireneo di Lione, “il padre della teologia cattolica”, confutatore di Basilide, Isidoro e tutti gli gnostici, la dispersione infinitesimale del cuore.

Anti – Molti fenomeni di negazione radicale, anche obbrobriosa o illecita, sono un’affermazione del sé: l’antipolitica come l’anticomunismo o l’antiborghesia, l’anticlericalismo, l’antisemitismo. È un modo facile - se non l’unico: si veda in tante storie personali, in tanti percorsi (evoluzioni) - per un autore di fare breccia nel muro\nemico che teoricamente assale o demolisce. Non per la logica dialettica ma per un rapporto di forza: una resistenza, anche immotivata o assurda, a una forma di dominio, sia essa solo supposta, un (ri)sentimento. Il razzismo è per molti una condizione di vita, altrimenti non vivrebbero – senza la contestazione della parte offesa, cioè. È stato vero dell’antisemitismo, si vede oggi negli stadi di calcio.

Capitalismo - Il punto in comune che con qualche curva avventata Weber trova fra Riforma e capitale è la razionalità. Che invece è l’inizio della fine, del capitale e della democrazia, per questo instabili. Si ammassa meglio, con più sostanza e continuità, nella diocesi borromeiana, per non dire con san Gennaro. Per il centenario della peste del 1576, fu nel 1976 la Cariplo a celebrare san Carlo Borromeo. È giusto che una banca celebri il santo, cardinale e vescovo di Milano a ventidue anni, questi sono destini.
Si vuole che sant’Agostino abbia inventato col tempo il progresso, ma questa è inferenza borghese, la ragione piatta – la soluzione dei problemi pratici era ciò che i pagani s’a-spettavano dalla religione. La provvidenza è altalenante e non c’è razionalità nella ragione, non necessariamente: l’astratta ragione è aritmetica povera, l’intellettuale non è il ragno della logica. Il capitale è rabelaisiano, non si può squadrarlo, mima il mondo nella sua intima prodigalità.

Corpo – L’ego di Freud è sempre corporeo. Ma non si tratta di materialismo. È nella stessa dottrina dell’Incarnazione, o dell’Incorporazione, e in quella fantascientifica della Resurrezione.

Dio – C’è la divinità greca (platonica, aristotelica, stoica, epicurea) e c’è quella della Bibbia. Molti le vogliono antitetiche, e in effetti lo sono. Yahvé è del tutto irragionevole, secondo i “nostri” canoni. Al meglio, anzi, è un folle. Anche Gesù, un Dio che muore.
Dio può morire, però, per insegnarci la sopravvivenza. Nella Bibbia, al più, si assenta.

Occidente - La vita dello spirito è alla fine l’unica sua vera realtà: la storia, la logica. In tal senso sant’Agostino ordinò e definì l’anima - lui, il grande ordinatore dell’Occidente, ben più di san Paolo e dell’impero romano. Per questo l’Occidente si sente a disagio nel suo materialismo. Arrivando al punto di reagire come i colonizzati: col rifiuto di tutto se stesso, comprese la filosofia, per illusoria che sia, e la scienza politica. Compresa la tolleranza, se i diritti dell’uomo non sono ideologia borghese. Ma questo negarsi, per quanto manipolabile, in vista della Fine della Storia, non è la fine di una civiltà sbagliata, come Marx in un momento di ebbrezza ha pensato, è il suo lato peggiore. Compassionarsi è il lato peggiore di ogni civiltà, la stupidità esiste. Ma questo gli immigrati dicono, con le loro storie vere, di dolore: svegliatevi, ribellatevi. Ai buoni sentimenti.
L’Occidente potrebbe essere l’adolescenza, un po’perversa ma sopratutto incerta. Uno stato nascente in un destino discendente. L’irenismo volenteroso dei monaci, una professione che sempre ha attratto gli europei, la singolarità del destino al riparo dalla vita.

Religione – Si suole dire oppio dei popoli, facile formula di Marx – formidabile copywriter. È piuttosto la poesia, dei singoli e dei popoli. In tutte le sue forme, anche le panteiste – Leopardi, Whitman.

Storia – Più a lungo è stata ed è storia di cose, aria, acqua, fuoco, terra. Anche perché Cristo l’ha trasformata: la storia è natura, la natura storia. La natura dell’uomo è nelle cose. La biologia si scopre simile alla storia più che alla fisica. Ma la storia - il gesto efficace, toccare, torcere, carezzare, tagliare, colpire, scagliare – esemplifica la fisica. La fisica dà forma alla storia - quello che la fisica si spiega meno sono i fenomeni naturali. Se non c’è la storia non c’è la fisica, cioè la natura. Che la mineralogia facesse parte della storia lo sapeva già Novalis, e la morale, la religione applicata, anche l’antropologia. È il cammino di Dio attraverso la natura di Herder. Passati attraverso il rifiuto della metafisica, se ne esce rifiuti.

La storia è lenta. Il tempo fluisce a ritroso, la storia nuota controcorrente, e il momento in cui il futuro si scioglie nel passato questo è il presente, spiega Borges citando Bradley. Borges per il quale “senza dubbio l’esistenza dell’uomo è un fatto curioso”.
La storia, che Napoleone voleva “favola concordata”, è profonda, per questo lenta a scorrere, direbbe Braudel. E concreta, aggiungerebbe Marc Bloch, nonché probabile. Distruggendo i miti e le menzogne, sia pure benevole, di cui essa stessa si compiace: il senso della storia è nemico delle illusioni.

La storia è retorica, è stato anche detto, opus oratorium maxime, giudice dei secoli, ancella della morale, nonché della teologia. “La libertà della scrittura è la vera madre della storia”, insiste ovvio Gregorio Leti. E insomma, ecco Valéry, è cattiva maestra. Un enigma sanguinoso e beffardo per il reazionario. O è la Provvidenza. La storia vera, si sa, è segreta. Va con l’intelligenza della vita. Che dev’essere poca.

zeulig@antiit.eu

La Rai, laboratorio della corruttela

Altro giro, questa volta alla Rai che è il vero Parlamento dell’Italia (determina il linguaggio, e quindi le coscienze), altri banchieri, altri tecnici di fiducia del tecnico Monti. Che non si è ricordato in nessun momento che si sono spese legislature per recidere i legami tra la Rai e l’esecutivo, riportando i poteri d’indirizzo, e di nomina, in Parlamento. E, benché grande privatizzatore, che la Rai va privatizzata. Ai sensi di un ben preciso referendum di diciassette anni fa. Il cui esito si poteva così commentare, l’11 giugno 1995:
“Sì dunque alla privatizzazione della Rai, col 55 per cento, no ai tre referendum contro le televisioni di Berlusconi, col 58 per cento. I referendum che così spesso danno esiti a sorpresa la dicono lunga sullo stato dell’opinione pubblica, dei giornali cioè e dei politici promotori. Che la Rai, la televisione più amata dagli italiani, sia impopolare, è certamente una sorpresa. Ma tra le cose che l’opinione pubblica non registra, e che fanno la sua forza, benché prevaricatrice, è che i referendum non incidono sui poteri reali.
“Del tutto ineseguito, è facile scommessa, sarà quello sul Raiume, la dittatura del paese. Di linguaggio e di corruttela. Laboratorio e cassaforte del sottogoverno. Tutto è raccomandazione alla Rai, e viene diviso percentualmente tra gli spicchi del potere, assunzioni, promozioni, chiacchiere, gli appalti – di sceneggiati, film, soap, procurement degli ospiti, canzoni mandate in onda: tutto è spartito, chi non entra nella combinazione, cantante, musicista, attore, regista, produttore, presentatore non ha titolo al business. Analogamente per l’informazione: tutta a spicchi. Ma con preferenza per l’intramontabile Centro, cioè la ex Dc, ora raccolta nel’emittente tutta attorno a Casini, il leader politico con più raccomandati nella dirigenza Rai e negli uffici politici dei tg”.

domenica 10 giugno 2012

Letture - 98

letterautore

Classici - Devono molto ai barbari, che hanno distrutto le biblioteche. In questa selezione, del tutto accidentale, è bastato sopravvivere almeno in una copia per farsi classico.

Confessione – Quanto a conoscersi, è bizzarro interrogare se stessi, accusati e insieme accusatori. Non lo fece Socrate, che era un teatrante e un ciarlatano e inventò il genere, o il personaggio di comodo di Platone che a Carmide spiega: “La conoscenza di sé non sempre è saggia, non sempre è utile” - la saggezza di Socrate era d’infinocchiarsi Carmide, “una meraviglia tanto era grande e bello”, per ciò che si vedeva e per “ciò che la sua tunica copriva”, lui come ogni altro giovane e bello di Atene filosofante in palestra.

Il difetto è che la confessione si fa in prima persona. Uno vorrebbe sbarazzarsi dell’io, ma non si può, tutto si vede e si dice in soggettiva, la terza persona è artificio. Onesto sarebbe che l’autore dichiarasse all’inizio: “Vi racconto una storia che ho inventato, ho dedotto, ho ascoltato in quel posto, in quel tempo, tra quelle persone”. Come i reduci che impuni s’inventano in dettaglio le guerre, i cacciatori, che sono essi pure soprattutto narratori, gli emigranti, i viaggiatori. Tutti quelli che non hanno testimoni.

La scuola dello sguardo è solo una soggettiva più lenta e minuziosa. Omero dà forma ai miti, che è un altro genere, ma si pretende realista come il romanzo, essendo veritiero. Bisognerebbe poter essere Omero, ecco, capaci di mito e verità, uscendo dall’io e dal lui. Talvolta basta essere nato in un altro secolo. Il problema in italiano è che si coltivano io deboli, cattolici – ecco, qui la chiesa c’entra: si racconta bene in America Latina, dove pure sono cattolici, ma in segreto succhiano sangue.

Sant’Agostino riprende la tradizione, nel suo romanzo di formazione e vocazione, che vede sempre santi nelle confessioni. Comprese quelle del blasfemo Sade, che non cessa d’interrogarsi su Dio. Le carmelitane si racconta che si puniscono tuttora con le canne, a luci spente, le tende nere tirate, le vesti alla vita, o con fruste di corde intrecciate, dopo avere confessato in pubblico le cattive azioni e i pensieri impuri. Delirio da confessione, gli strizzacervelli ci convivono agiati. Solo Casanova fa eccezione, che scriveva per sé, non per farsi l’esame di coscienza ma per esibirsi. Pascal, che riprova Montaigne, “lo sciocco progetto che Montaigne ha di dipingersi”, e Casanova, che si confessa per “godere una seconda volta”, lasciano intravedere la verità: confessarsi è compiaciuto onanismo, si vedano le dilettazioni dei peccatori pentiti. I preti l’hanno sempre saputo, che tengono lontane le zitelle beghine e le puttane in età. Piuttosto che essere veritieri ci si calunnia, talmente la realtà è odiosa, a volte.

Dante islamico 3 - Altri dantisti, la maggior parte, non concordano con Maria Corti. Per tutti Nino Borsellino, “Ritratto di Dante” che non ne dà nemmeno conto – pur citando la filologa tra i dantisti del secondo Novecento: “Dante leggeva l’«Etica» aristotelica nella versione latina di Guglielmo di Morbeke e teneva conto dei commenti di Alberto Magno e Tommaso d’Aquino”. Con “l’aristotelismo mediato dagli arabi Avicenna e Averroé” semmai si confrontava – Avicenna non è arabo, ma il fatto è netto.
Come si può dire del resto aristotelica la mistica islamica? Forse quando dell’islam si erano perse le tracce, non molto tempo fa, il primo shock petrolifero è del 1973 e la ripresa degli studi è stata necessariamente lenta: nonché l’islam anche l’arabo era stato dimenticato. Non c’è nulla di Aristotele nell’islam, remoto e recente, in nessuna manifestazione, letteraria, giuridica, politica. In nessun temo, in nessun luogo, non in Asia né in Africa, meno che meno nel Vicino Oriente, Aristotele ha avuto un sia pur minimo rilievo, giuridico, politico,o anche solo letterario o storico. Non c’è nulla di filosofico nell’islam moderno e contemporaneo, che fino a metà Ottocento proibiva la stampa – il regno di Granada è remoto come l’Atlantide, e come quella influente.

Ironia - Viene da Gesù, secondo Harold Bloom, “Gesù e Yahvé”, p. 19: “Amleto, Kierkegaard e Kafka sono ironisti che si muovono sulle orme di Gesù”. Per fortuna non lo sapevano, non gli avrebbe fatto piacere.

Piacere – È tema di Manzoni – e di nessun altro scrittore. Con evidente scrupolo morale (dell’appena licenziata “Morale cattolica”) ma capace di allargarne la sfera alla fantasia, sotto le specie del sentimento. Compresa la forma adottata per il saggio, una lettera del 1851 all’abate Rosmini, al quale aveva chiesto aiuto per l’elaborazione di un trattatello sull’unità delle idee, o sulla relazione del reale con l’ideale, dopo quello “Dell’Invenzione”, e al quale invece rifila un dialogo filosofico di tutt’altro genere. Spinto dal bisogno, spiega Rodolfo Quadrelli, che ne ha curato gli “Scritti filosofici” per la Bur, di confutare il sensista Verri.
Pietro Verri faceva del piacere una sensazione, la cessazione rapida di un dolore. Manzoni sostituisce a sensazione “la parola sentimento….un principio attivo a un principio passivo”. Un concetto molto più estensivo del piacere – e un sovvertimento, l’ennesimo, del concetto di laico (Verri) rispetto a quello di credente (Manzoni), nel piacere come in affari, e più in generale nell’etica, o nella libertà.

Plot – Le tramine dei film sono sempre deludenti: banali, sballate, inverosimili, sempre ininteressanti. Il film è sempre un’altra cosa. Il plot delle storie scritte, invece, sempre più richiama le tramine dei film. Dalle quali poi non riesce a districarsi.

Proust - È - potrebbe esserlo, in molte sfaccettature - il Marcel di Colette, “Claudine a Parigi” e “La retraite sentimentale”. Personaggio molto targato, fin-de-siècle.

letterautore@antiit.eu

Il semipresidenzialismo farebbe comodo

Essendo una proposta di Berlusconi è tabù. È un’ipotesi anche remota, per i tempi del Parlamento, che in un anno non riesce a fare una leggina, figurarsi la modifica della Costituzione – senza contare cioè il boicottaggio scontato del presidente della Camera Fini (che un tempo ne era il primo proponente). Ma il semipresidenzialismo alla francese piace a molti nel Pd. Praticamente a tutta la parte ex Pci. Non solo agli intellettuali, Violante incluso, piace ai politici, D’Alema e Veltroni per una volta uniti nella lotta, e soprattutto a Bersani.
Il presidente del Pd è stato schiacciato dalla logica delle primarie sul vecchio schieramento prodiano di “tutte le sinistre”, ma non ci crede e non se ne fida. È personalmente un convinto assertore dell’autonomia del governo. E ai suo va dicendo, per scherzo ma non troppo, che sarebbe una manna poter correre le politiche di maggio da solo, senza gli ingombranti Di Pietro e Vendola.

La filosofia martire di De Monticelli

Roberta de Monticelli scrive al “Corriere della sera” una lettera non si sa se ingenua o raccapricciante (opportunista). Dopo un ambiguo messaggio a don Verzé, il fondatore dell’università che finalmente ha riconosciuto le capacità della filosofa: “Ho letto un impietoso racconto del suo testamento” - impietoso il racconto, il testamento? e impietoso cattivo oppure onesto, realista?
A don Verzé, al cui funerale non ha partecipato, De Monticelli riconosce un “despotismo illuminato”. E già qui non si capisce: come pensa la filosofa che si facciano gli investimenti? S’inventi un ospedale, una università? E perché diffida del vecchio padrone dell’ospedale-università e non del nuovo? Non per opportunismo, si spera. È infatti preoccupata: “L’università era uscita a testa alta di ogni inchiesta giudiziaria. Ma oggi accuse infamanti pendono sul suo capo”. Volte cioè a liquidarla, il nuovo padrone non è il vecchio, e non vuole filosofi, nemmeno donne. Questo la filosofa non lo capisce o non vuole dirlo?
Per un’allieva di Jeanne Hersch le cose del mondo dovrebbero essere bene in vista, come per tutti. La giustizia e gli affari prima di tutto, e il mondo degli affari senza scrupoli che è Milano, attorno alla Curia, a cui don Verzé portava ombra. De Monticelli invece si chiude in una prosa alata, tra angeli e concerti, e dice per non dire. Quasi che volesse dare ragione a cui la Filosofia di don Verzé la vuole meglio chiusa. Una filosofia sacrificale?

La Spectre senza luce in Vaticano

Prima i cardinali corvi, poi il vescovo americano pedofilo e assassin0, Bertone in minoranza, Gotti Tedeschi votato al martirio, le ultime volontà di Gotti Tedeschi ancora in vita, i conti cifrati, i denari di Messina Denaro. Sono troppe ormai le bufale, e tutte di seguito, un giorno scaccia l’altro, delle cronache giudiziarie sullo spionaggio in Vaticano. La serie delle notizie certe, quasi probabili, cioè inventate, dei cronisti giudiziari, in genere in pool, dei grandi giornali. Li regge solo la Procura di cpreso le misure. Ma stancamente – oggi solo “Il Messaggero”, il giornale romano, segue la sua Procura nella “notizia” che il Vaticano riciclava attraverso la Jp Morgan, su un solo conto, a Milano.
Sembra inaridita la famosa Spectre della giudiziaria italiana, la fonte, costante negli anni, della (dis)informazione giudiziaria, o degli scandali. Sembra che i servizi di (dis)informazione non abbiano antenne in Vaticano. O che il Vaticano ne abbia oscurato le linee. Non manca a Roma chi razionalizza anche questa disavventura: portare i cronisti a spasso su un questione che al (dis)informatore interessa poco per far sentire il morso. I denari, Giuda, Messina Denaro sembrano in effetti notizie sfottenti. L’altra ipotesi è che Monti, prendendo a mano a mano possesso, da tecnico?, dei centri di potere, stia per ribaltare anche i servizi.

sabato 9 giugno 2012

Il mondo com'è - 97

astolfo

Capitalismo – Il papa, che lo sa, l’ha ricordato indirettamente a Milano ricordando san Carlo Borromeo: il capitalismo è cattolico e lombardo piuttosto che protestante e transalpino, per la salvezza che si cerca e viene con le opere e non per caso, come segno della grazia divina. Nella spesa più che nel risparmio, o l’avarizia. Nell’impegno quotidiano, che san Carlo chiamava “lavorerio”.
Il papa lo sa come bavarese, e come cattolico. È lombarda la borghesia, prima che protestante, molto prima, con la Riforma del secolo Mille. E meglio che protestante poi, con i Borromeo, san Carlo soprattutto: Max Weber va arricchito col superiore borromeismo. Come Sombart e Gotheim, Weber pone la religione tra le cause del capitalismo, un punto di contatto trovandogli col protestantesimo, la razionalità. Ma questo è il principio della fine, del capitale e della religione. Max Weber lo sapeva, che la scristianizzazione angustiava, il disincanto del mondo – e meglio avrebbe fatto a guardare al Sud ricco della Germania, la Baviera, il Baden, il più ricco d’Europa e cattolico, dove c’è molto Borromeo, collegi, suore, conventi.
Si accumula con più sostanza e continuità nella diocesi borromeiana, che san Carlo controllava in ogni punto, giorno per giorno. E dove una fortuna che deperisce è un incidente della storia e non la fine, la tessitura procede laboriosa. L’imprenditore non è il ragno della razionalità, non ce n’è uno: il capitale è rabelaisiano. Ma è poco danno per le arti e le scienze: si accumula abbastanza per sprecare.

Carisma – Se ne fa teorico Max Weber. Il quale invece piuttosto ha elaborato la “routinizzazione del carisma”. A opera dei capipopolo opportunisti – quello che si chiama populismo - e penne argute. Il reality cui si riduce la stessa politica, la massima professione intellettuale, è come se volesse farne un profeta.

Egemonia – Gramsci la intende in senso politico. Edward Said ne ha diffuso la formula mutandone la nozione: la intende in senso culturale. Questa, l’egemonia culturale prima che politica, e più pervasiva, più resistente, è delineata invece da Stuart Hall nel dopoguerra, cinquant’anni fa, con la sua “New Left Review”, e poi ricostituita nei “subaltern studies” da Gayatri Spivak. Oggi data per sorpassata, per la globalizzazione e per le sue tante eccezioni, resta invece attendibilissima nella faglia Nord\Sud, in Italia col leghismo e il lombardismo, e in Europa.

Francofonia – È la comunità di lingua, delle ex colonie con la madrepatria. Ed è supposta unire. In Francia invece divide: la lingua comune veicola differenze e divergenze piuttosto che unitarietà.
Soprattutto al Sud, dove gli immigrati vengono dal Mediterraneo francofono meridionale, dal Libano al Marocco.
A Figueras, al di là della frontiera, gli stessi immigrati sono solo “stranieri”, e come tale rispettati. A Perpignan la francofonia li divide aspramente dalla comunità nazionale, che in massa vota Le Pen.

Internet – Sembra un’altra epoca il blackberry con cui Obama vinse le primarie. Appena quattro anni fa, ma era prima dello smartphone, di Facebook, di twitter.
Cos’è cambiato? Niente. Gli stessi personaggi a volte, con gli stessi sempre - vecchi non si può dire, non è politicamente corretto – argomenti: comizianti (comici?).

Islam – Se ne legge il radicalismo in Occidente come un vasto movimento culturale, di riappropriazione della tradizione, e quindi di liberazione. Dal neo capitalismo, dall’imperialismo, dal laicismo. Mentre è fonte di gravi lutti: disarticolazione delle società (settarismo), isolamento, violenza istituzionale, inaridimento culturale. Dappertutto dove ha preso il sopravvento: il Pakistan di Zia-ul-Haq per primo (progetto imperialistico, in funzione antisovietica: ne discende direttamente il terrorismo di Al Qaeda), Iran, Afghanistan, e a fasi alterne, sottotraccia, in Libano, ora in Iraq dopo la liberazione, e ovunque nel Nord Africa – che trent’anni fa aveva già raggiunto lo statuto di associato all’Europa, che è il suo destino, nel dialogo euro-arabo poi seppellito.
Il radicalismo ha fermato l’espansione dell’islam in Africa in atto dai primi anni Settanta. A opera delle autorità ma anche per la diffidenza popolare. L’Africa è – era – l’unica area di espansione dell’islam.
Nella Turchia, un paese che vent’anni fa era al bivio se diventare un altro Iran, l’ombra radicale ha avuto l’effetto di sanzionare il laicismo nelle coscienze, dopo che per quasi ottant’anni era stato imposto militarmente. A lungo la Turchia “europea” è rimasta confinata a Istanbul, già a Smirne e Bursa, nella Turchia ancora “greca”, l’aria era asiatica, e islamica di rigetto. Ora non più.

Italia – Col tempo che ci mettono quattro o cinque signore romane a salire sull’autobus si riempie a Tokyo un vagone della metropolitana, si chiudono le porte e il treno è già partito, dopo una pausa di un millisecondo, il tempo per l’occhio elettronico di controllare che le portiere sono chiuse. Per un diverso senso della città e del tempo, proprio e degli altri. Con l’effetto di moltiplicare il tempo, utile o di riposo.
Si vuole il ritmo blando un miglior uso del tempo. In realtà è un tempo non tempo: i romani sono sempre affannati.
L’uso del tempo ne richiede una riserva – oltre che un’arte specifica.

Longobardia - Fu costituita a tema bizantino d’Italia da Niceforo Foca dopo l’886, insieme col tema di Calabria, e successivamente a catepanato, con alle dipendenze lo stratega di Calabria. Tra la Puglia, la Basilicata, le propaggini calabresi del Pollino e il basso salernitano sul Tirreno. Uno dei tanti buchi di cui è piena la storia dell’Italia unita. Carlo Vulpio fa la scoperta su “La Lettura” degli affreschi bizantini nella chiesa di Santa Maria foris portas di Castelseprio (Varese), che è una riscoperta. La “scoperta” vera e proprio risale al 1944, a un avvocato, Gian Piero Bognetti. “Un enigma”, dice Vulpio, della riscoperta.

Riforma – La prima e la più radicale, religiosa e sociale, fu papale, e infine lombarda, nel primo secolo dopo il Mille che si vorrebbe oscurare. Questo qualsiasi storico, anche mediocre, lo sa: chi non ha sentito parlare dei Catari, dei Patari, di Arnaldo da Brescia, e di papa Gregorio? Si fece nei primi secoli del millennio, a opera della chiesa di Roma, contro i nicolaiti, i simoniaci, i nepotisti. E si fece a opera delle nuove classi, i monetieri, i mercanti, gli operai, allora prevalentemente della tessitura. Sopratutto a Milano: imposta da Roma sulla Milano imperiale, ma richiesta e combattuta dai milanesi poveri e puri della Pataria.

La guerra a Roma s’è fatta rivoluzionando i riformati. Nulla di sleale, è il proprio delle sette. Ma se ne deriva la beatificazione dei riformati, magagne incluse. Non è colpa di Max Weber, lui sa di che parla. La cosa viene dall’’89, la rivoluzione borghese, sempre a rischio perché antireligiosa. Isolata dalle rivolte anteriori, talora antichiesastiche ma religiose, Marx lo spiega, e Quinet. Anche se la leggenda nera antispagnola antigesuita, delle logge, i lumi e l’assolutismo, di Marnix, Bismarck, Giuseppe II e il liceo zarista a Pietroburgo, fece testo tra gli stessi credenti. La Riforma fu poi derubricata a religione laica, mentre non apporta salvezza, neanche agli affari.

astolfo@antiit.eu

L’ultimo neo realista

Il successo degli anni 1960 che non si ristampa è una celebrazione del neo realismo – la disgrazia. Eco tarda, in pieno boom. In chiave sempre piccolo borghese, alla Pratolini, alla fotoromanzo, dei sogni infranti di fronte alla ricchezza, o al (piccolo) potere, a Parma invece che a Firenze. Con parole in libertà: “Le slandre sono i fiori più belli di quella gioventù sconsolata e c’è un’amara fierezza nel vederle sparire nella luce di una vita sconosciuta, rinata dalla morte dei loro sentimenti veri, del loro orgoglio, perché quel mondo di benessere proibito verso il quale esse vanno dovrà ammirarla – prima di corromperla e di distruggerla – la loro bellezza altera e selvaggia, che si trascina la bellezza di tutto un popolo umiliato, ma gagliardo di vita vera, sana, splendida” – che oggi non sarebbero possibili, i giudici ne chiederebbero conto (le olgettine o escort a Parma si chiamavano slandre). E con un paio di anticipazioni. È proto-compromissorio: ci sono padroni e padroni (quello tutto cattivo è meridionale). A pietra d’inciampo del racconto pone il “sangue de vinti” (il partigiano che “ha ammazzato degli innocenti”), trent’anni prima che diventasse tema di storia. Per il resto senza limiti all’oltraggio: il deus ex machina della vicenda, una “slandra” imbruttita, ha una serie di figli che s’è divertita a fare con i padroni della città, l’onorevole, il questore, l’imprenditore potente e altri, nella stanza squallida dove esercita, sopra l’osteria.
Alberto Bevilacqua, La Califfa

Il miracolo del mare e della luna

Una ragazza non bella, figlia di inglesi di Marsala ma non predestinata, che ama nuotare e parlare con la luna, fa una traversata record a nuoto della Manica e si riduce tra gli adoratori della luna al Monte Verità nel Canton Ticino. Racconto insolito, svolto con grazia, senza effetti speciali né ridondanze. Da uno scrittore che non era alla prima prova, benché diplomatico in quiescenza: Biancheri allunga la lista degli outsider, che trovano la via della pubblicazione in virtù della vecchiaia (della morte per questo racconto), ai quali si devono gli ultimi esiti memorabili della narrativa.
Boris Biancheri, La traversata, Adelphi, pp. 79 € 6

martedì 5 giugno 2012

Problemi di base - 103

spock

Ci ha tolto l’Olimpiade e ora vuole toglierci il calcio: che questo tecnico non sia sopravvalutato?

Dice il Procuratore Di Martino che gli avvisi di “garanzia” si mandano all’alba, in forze, con le tv al seguito: perché però non ne arriva mai uno così ai Procuratori? e ai cronisti giudiziari?

Mare male vuole Carl Schmitt: intende il mal di mare? O è un refuso?

Se la storia è mutevole, e non è mai come appare, perché gli storici s’incaponiscono?

La storia è azione, si dice, o non erezione?

E perché non sarebbe un cumulo - un tumulo?

Ha fatto più male all’Italia Berlusconi mettendosi con Ruby, o Monti dichiarandoci evasori fiscali?

Il “Corriere della sera” è per Montezemolo e contro la Fiat: è un altro Montezemolo?

spock@antiit.eu

Tomasi, un destino da inedito

Atroce conferma di quello che si sapeva, che Tomasi non è una tarda fioritura: ha scritto sempre, solo era inedito. I saggi giovanili, e le lezioni di letteratura tenute privatamente, lo confermano ottimo narratore, ne aveva la capacità. Aveva anche esperienza di mondo e relazioni giuste, non fu inedito per insularità, una qualche forma di misantropia. Notevole romanzo sarebbe il suo destino d’inedito. Da cui i biografi si guardano - per non restare inediti?
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Lezioni su Stendhal

Ombre - 133

“Tranquilla, mamma. Glielo spiego io ai giudici il male che ci hanno fatto”, dice un bambino alla sua mamma agitata che “vuole giustizia” a Rignano Flaminio. Tranquilla mamma.

Le mamme che vogliono giustizia a Rignano Flaminio si rifanno ora su “una slava”. Su una cittadina slovena. La giustizia che vogliono è una condanna per pedofilia a danno dei loro figli. Ma queste mamme hanno l’immunità, che si possono permettere tutto?
C’è tanta violenza in questi genitori, benché, forse, non siano pedofili.

C 1, C 2, C3 eccetera, l’azienda dei trasporti pubblici a Roma ha linee cimiteriali dedicate, per i tre maggiori cimiteri, Verano, Prima Porta, Laurentino, e anche per quelli minori. È per i vivi che i mezzi non arrivano mai?

L’Autorità per la Comunicazione che si rinnova ha una sola certezza: il presidente. Perché è un uomo di Monti. Dei quattro consiglieri, due sono stati indicati e sono del Pdl, gli altri due sono del Pd, e nel Pd litigano per l’incarico. Tutto normale – tecnico? L’Autorità è stata costituita, e viene finanziata con dispendio – più di tutti i risparmi che si possono fare con la “casta” politica - per garantire gli utenti. Da che?

L’Autorità per la Comunicazione (non) controlla la telefonia – si adegua. Ma dovrà controllare la nuova assegnazione di frequenze tra Rai, Mediaset, La 7 e altri pretendenti. Ci vuole per questo un organismo molto “tecnico”.

“Numero da collezione” per il “Corriere della sera” la domenica della festa della famiglia e della visita del papa a Milano. Copertina illustrata, poesie, Magris (che si cautela), sentimentalismo. Fa impressione vedere un giornale spietato in veste neo guelfa, perfino clericale. Un giornale “di governo e di lotta” che non risparmia niente, né di Roma né dell’Italia, e nemmeno di Milano – eccetto Pisapia.

Mediobanca ha sempre distrutto i gruppi che sono capitati sotto le sue grinfie: Olivetti, Montecatini, Edison, le banche d’interesse nazionale, Fiat, Ferruzzi, Gemina-Rcs-Corriere della sera. È arrivata l’ora per Luxottica (Del Vecchio)? Ma non si tratta di stregoneria.
Solo Generali ha resistito, ma l’assalto non cessa.

Non hanno lasciato passare 24 ore dalle critiche di Buffon, i giudici, per dirlo un lestofante. Con tanto di “rapporti riservati”, sebbene non rilevanti. È più malato il calcio o la giustizia?

O è la Guardia di Finanza, che diffonde un rapporto vecchio di un anno, e sequestra i computer a due anni dai fatti? L’effetto di questi tecnici, Cancellieri all’Interno, Monti all’Economia, sarà stato di liberare gli sbirri tra le forze dell’ordine. Per reality (incursioni, avvisi, discese, retate) d’infimo appeal – a parte i giornalisti non interessano nessuno.

“Birra 1,50”. Un segnale vero alla notte bianca della Sapienza a Roma. Tra tanti “Occupy”: Oakland, Wall Street, Syntgma, Chile. Con l’h. Ma che c’è da occupare in Cile?

“«Roma affonda nel degrado». Dal centro appello a Verdone”, apre “la Repubblica-Roma”. Non sanno ridere da soli.

Il fatto è che Roma è al centro più pulita e ordinata. Di come era, e di come sono le altre città italiane. L’appello a Verdone è allora perché porti un po’ di sporcizia?

“Un mondo senza calcio è possibile, ma non sarebbe per questo un mondo migliore. Personalmente, mi sentirei più solo nel Paese di sempre”. Mario Sconcerti dà lezione di logica e buon senso al presidente del consiglio, che nel giorno del terremoto vuole eliminare pure il campionato. Mario è solo un giornalista sportivo – il suo giornale, che lo confina alle pagine interne, per primo glielo ricorda. Monti invece è professore, ma di che cosa?

“È Monti che fa Crozza”, suggerisce Rivera. È un’idea.

lunedì 4 giugno 2012

Il gay si vuole narcisista snob

Il romanzo gay dev’essere snob – solo Isherwodd ne esce, con l’umorismo tragico? Di uomini e donne insieme: Spender scrive alla Misia Sert, alla Djuna Barnes, alla Natalie Barnes. Di amore senza amore. Di sesso ma sé pornografia, giusto un esercizio di seduzione, cioè di narcisismo.
Costante anche qui, come in White e nello stesso Pasolini, il tipo dell’amato creato dall’amante, e anzi suo giocattolo, anonimo anche quando ha un nome (spesso non ce l’ha neanche). In storie sempre di padrone\vittima, ma senza essere né sfruttatore né sfruttato, o altra psicologia complessa, giusto un semplice vaso, che sta lì e poi viene spostato. È l’amore gay naturalmente egoista, senza residui (compassione)?
Stephen Spender, Il Tempio

È dura l’altra metà del cielo

Storia di donne. Per donne. Narrate al femminile – la cosiddetta scrittura femminile. Non è il primo romanzo di “genere”, ma il più radicale. Qualche uomo ricorre ma in ombra, il tipo dell’inseminatore in provetta.
È una storia dura, sotto la nostalgia, di incomprensioni: incomprensioni femminili.
Susanna Tamaro, Va’ dove ti porta il cuore

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (130)

Giuseppe Leuzzi

Il razzismo è oggi mentale, pervasivo. La famosa domanda “sposereste un-a negro-a” che delimitava il razzismo si è oggi in qualche modo risolta, è possibile sposare un-a negro-a dimenticare che lo sia. Ma non un-a meridionale, questo sarà sempre presente.

La Lega (Milano) ha impoverito l’Italia
Chi ha vissuto il leghismo negli anni prima della sua (prima) sconfitta nel 1996, non se ne libera. Poiché lo ha vissuto, cioè sofferto, chi, da Milano a Pordenone, aveva idealizzato il “Nord” come un mondo migliore. In qualche caso, per esempio in Emilia-Romagna, per esempio a Sant’Arcangelo di Romagna, San Mauro Pascoli, attorno a San Marino, il Sud era stato tenuto fuori. Se necessario riducendo l’attività in campagna e murando le case abbandonate, per evitare che dei meridionali vi s’insediassero. Altrove l’accesso era stato libero, per la necessità che c’era di braccia, e anche di professionalità: medici, infermieri, chimici, ingegneri, insegnanti. Il “respingimento” a opera dei bossiani fu imprevisto e doloroso: una sofferenza talvolta personale, ma sempre culturale, identitaria. Anche quando si manifestava come negazione della negazione – a un certo punto fu linguaggio d’obbligo: “Io non sono leghista, io non ho pregiudizi”. Molti si scoprirono come non essere.
L’effetto è diverso oggi, sulle generazioni successive, per le quali la Lega è un partito coma tanti, non grande, e umorale, e l’Italia è quella che era, unita nella diversità. Oggi nessuno si attende niente da nessun altro, il Sud sa di essere Sud, il Nord Nord, non molto felice, senza delusioni né recriminazioni, l’Italia torna unita nella diversità. Con una differenza minima: il Nord continua a non sapere nulla del Sud, nemmeno la geografia, il Sud comincia a non sapere più a memoria il Nord. Quindici anni fa era diverso. Accantonando la sfera passionale, i (ri)sentimenti, stando alla morfologia, è come se Milano avesse rinunciato a fare sua l’Italia nel momento in cui con più forza e costanza ne ha tentato – ne tenta – l’annessione. Dal punto di vista di Milano. Dal punto di vista del resto d’Italia è stato ed è un impoverimento.

Non propriamente cattolici, e nemmeno cristiani, Giavazzi, Micheli, Vitale su tutti, coi soci Barucci e Gennarini e il sindaco Tavecchio, Gregotti, Pansa, Modiano, e destra e sinistra unite nella lotta, la società civile dei belli-e-buoni con i berlusconiani, gli avvocati di Bazoli, Lombardi e Pedersoli, col Pdl Contestabile. Tutti insieme intimano al papa di cacciare Bertone. Potrebbero non farcela, al papa è impossibile mandare un avviso di reato - di garanzia. Ma sarebbe la prima volta, Milano non perde mai.
Milano ha perduto l’Italia, perché non perde mai.
Lo studio Vitale & associati ha molto lavorato col San Raffaele di Gotti Tedeschi, il manager cacciato dal Vaticano di cui gli ottimati ambrosiani intimano il reintegro. Col San Raffaele che Gotti Tedeschi all’improvviso dichiarò fallimentare, su istanza di Bazoli. Ma non si vergogna di imporre il reintegro al papa, non c’è conflitto d’interessi quando si afferma la verità e l’onestà. Cioè Milano.

Breve storia del Nord – 6
A lungo il Nord fu “ariano”, per un paio di secoli fino a Hitler. In Inghilterra più che in Germania. E a lungo solo i migliori indiani furono “ariani” nell’impero britannico, benché gli ariani fossero in definitiva indiani. Nord contro Sud non è la facile dicotomia dell’Italia, in cui il Nord prospera, specie il Lombardo-Veneto, l’a-rea più ricca del pianeta, contro calabresi mozzateste, siciliani traditori di se stessi, e i soliti ladroni napoletani. Che non è vero ma il Sud ci crede. È un altro Nord, non virtuoso, neppure ricco, che pretende – pretendeva? - di sottoporsi il mondo perché è biondo, quando lo è. Per la razza. Razza di predoni.

Il Nord è “ariano” – anche se non si sa che cosa voglia dire. Meglio, ariogermano, parola amata in Germania: si disse indogermani a lungo prima che indoeuropei, già prima dei primati nazionali - forse per dare un’identità ai tedeschi. Il sentimento era diffuso, con poche eccezioni: il diavolo di Heine, che è laureato, studia il sanscrito. E con una sola parentesi, attorno al 1880, quando insorse il dubbio se autoctono non era meglio - più nobile, più antico - che immigrato dall’India. Toccherà a Rathenau, ebreo (l’Arnheim dell’ “Uomo senza qualità” di Musil), sancire da ultimo senza ipocrisie a ritmo di conquista (“Un popolo biondo superbo nasce nel Nord….”) l’origine settentrionale degli “ariani”.
Già la casta Hildegarde poneva però il problema, quando decise che Adamo e Eva parlavano tedesco, e il motivo era semplice: “La lingua Teutonica non si divide come la Romana”, scrisse in latino. E si arriva alla conclusione, la scienza vuol’essere esatta, che “ariani” sono gli alleati della Germania: lo stabilì nel 1917 lo storico dell’arte Strzygowski nel dotto Altai, Iran und Völkerwanderung, nel quale fa della razza nordica un misto di tedeschi, ucraini, armeni, persiani, ungheresi, bulgari e turchi. “Protoariani” furono i greci antichi, anche se non lo sapevano, i primi etnocentristi. Ne avevano materia, avendo inventato la democrazia, l’uguaglianza, la cittadinanza, e la libertà di pensiero e di parola - anche se un fardello ingrato appendevano ai futuri “ariani” teutonici.

Non si può farne colpa ai nordici. È stato Jean Bodin a dividere la storia in tre periodi e tre aree: popoli sud-orientali, popoli di mezzo nel Mediterraneo, e popoli nordici, i vincitori di Roma. Il Settecento ha detto il Nord migliore del Sud, e i biondi dei bruni, il freddo del caldo, per essere antigesuita. Il Settecento e l’Ottocento hanno varato gerarchie solide, culturali, morali, religiose. Una cultura ripiena al Nord di superiorità varie, quindi astiosa. Mentre lo sanno anche i sassi, figurarsi Max Weber, che il Sud è migliore del Nord, più giusto e pure più capitalista. La Prussia raddoppiò nel 1815 annettendosi la Renania, che era il polmone culturale e libero della nazione e sarà quello finanziario e industriale, cattolica. Mentre la Prussia vera e propria rimaneva luterana, feudale e, nelle campagne, che erano tutta la Prussia, la Pomerania e il Magdeburgo, servile. La servitù vi fu abolita nel 1807, sotto la minaccia napoleonica, ma solo di diritto, in Slesia e in Galizia si mantenne di fatto e di diritto fino al ’48 - sarà la prova che erano polacche e non germaniche? E in Ungheria e nella civilissima Boemia. Anche la libertà fu meridionale in Germania e cattolica: nel 1832, a conclusione dei moti del ’30 e malgrado le pressioni ostili di Metternich e della Prussia nel quadro della Confederazione tedesca, i principati meridionali e cattolici, il Baden, la Baviera, Nassau, il Württemberg e l’Assia-Darmstadt adottarono le costituzioni.


PentitiIl facile paradigma con cui il calcio malato se ne è appropriato ne dice la natura venefica. Sconcia anche nelle mani di certi Procuratori. Al primo processo della giustizia sportiva per le scommesse, il Procuratore Palazzi ha spiegato che chi si pente, cioè denuncia gli altri, non sarà condannato, se non a pene miti. E ha subito messo in atto il proponimento, a favore di due dei calciatori che sono stati il fulcro della corruzione, Carobbio e Gervasoni. Che finiranno così condannati dalla giustizia penale a pene più lunghe della sospensione sportiva.
È giurisprudenza napoletana – il Procuratore Palazzi lo è – ma non si può dismettere: è un ragionamento che tiene campo, e non si può pensare che ovunque sia barbarie. Con due effetti perversi. Uno sarebbe che, se Riina e Provenzano si decidessero a fare nomi, anche loro andrebbero derubricati. È già successo peraltro, anche se Spatuzza e Brusca sono animali di calibro minore - sono feroci pure loro.
Il secondo effetto perverso è che il pentito è automaticamente più credibile di un qualsiasi non criminale cittadino che egli voglia accusare. A prescindere dalla validità dell’accusa: l’accusato è comunque già condannato dal privilegio accordato al pentito. Che potrà tradursi in una riduzione della pena, e comunque gli garantisce l’impunità dal reato di calunnia. Ci sono state molte assoluzioni di vittime dei pentiti, ma nessun pentito è stato mai perseguito per calunnia, come sarebbe d’obbligo per un giudice.

leuzzi@antiit.eu

La crisi ha radici vecchie in Europa

“La globalizzazione è irreversibile”.
“La globalizzazione limita la sovranità della politica nazionale”.
“Nell’insieme, la globalizzazione ha queste ripercussioni sulle politiche nazionali:
- L’intera costituzione economica, e cioè i sistemi di sicurezza sociale, i regolamenti del lavoro e delle merci, le politiche fiscali, il sistema legale, tutto ciò viene aperto alla concorrenza
- Le politiche monetarie e fiscali sono permanentemente monitorate dai mercati finanziari internazionali”.
C’è una crisi europea, da un anno è evidente, nella crisi globale, i cui presupposti sono così delineati da Hans Tietmeyer, ex presidente della Bundesbank, ora membro della Pontifica Accademia delle Scienze, con semplicità e chiarezza. Erano stati delineati già quindici anni fa, questa è una “Jean Monnet Lecture”, la 19ma: Tietmeyer la tenne all’Università Europea di Firenze il 28 novembre 1996. Anche la “speculazione internazionale” vi era spiegata, senza scandalo:
“I mercati finanziari assumono il ruolo di supervisori”.
“Essi non solo analizzano i dati correnti ma stimano costantemente in che misura un paese ha la possibilità e la volontà di fronteggiare i sui problemi a lungo termine. Sono le aspettative su questi aspetti che contano”.
“Essi possono punire anche i primi segni di una politica monetaria lassista e una politica di bilanci indisciplinata. Ritirano il capitale da quel paese e chiedono un premio elevato su tassi del mercato dei capitali”.
Non è megalomania tedesca
Erano noti anche i problemi della “quasi-unione” monetaria di Maastricht, un edificio incompleto e quindi sempre pericolante:
“In una unione monetaria i paesi membri devono affrontare e risolvere i problemi economici e le sfide in modo simile e con lo stesso passo. Problemi gravi sorgeranno se ogni paese darà una risposta fondamentalmente differente da quella dei suoi partner”. A questo si può arrivare solo con “una unione politica costituita formalmente”. Maastricht avvia l’unione monetaria con molti buchi.
La lezione di Tietmeyer paga ripetuti tributi a Carlo Azeglio Ciampi, al suo contributo alla nascita dell’euro. Ma si chiude con avvertimento che l’Italia lasciò invece cadere:
“L’unione monetaria richiede un ulteriore rigido patto di stabilità. Ma, come dice l’Istituto Monetario Europeo, questo “non può essere un sostituto per un convincente consolidamento fiscale prima dell’unione monetaria”. Del debito e delle politiche di bilancio.
“Questa non è «megalomania» tedesca. Al contrario: in una unione monetaria sono proprio i paesi più grandi che possono danneggiare la comunità col lassismo fiscale. Il patto di stabilità protegge i paesi piccoli dagli errori dei paesi grandi”.

domenica 3 giugno 2012

Un’Autorità Europea di Garanzia Bancaria

Un organismo europeo “di risoluzione”, o garanzia, sulle banche è un progetto già definito in seno alla Bce, e potrebbe essere varato al Consiglio Europeo a fine mese. Ne è promotore il rappresentante tedesco nel board della Banca centrale europea, Jörg Asmussen. Un economista socialdemocratico, nominato tuttavia alla Bce dalla coalizione cristianodemocratica-liberale di Angela Merkel (su indicazione Karl-Teodor zu Guttemberg, l’ex giovane prodigio della Csu, i cristiano-democratici bavaresi, e ministro della Difesa, che si è dimesso un anno fa per il sospetto di aver copiato la sua tesi di laurea).
Asmussen l’ha elaborato sulla falsariga della Fdic Usa. Un organismo finanziato dalla stesse banche europee, in grado di intervenire autonomamente in ogni minaccia di crisi, e di garantire eventuali ricapitalizzazioni a carico del Fondo di stabilizzazione finanziaria (Efsf). L’“intercapedine” dell’Autorità bancaria dovrebbe consentire un utilizzo rapido del Fondo, uno strumento di cui la Germania ha limitato finora l’uso (per esempio in Spagna nel caso di Bankia) pretendendo una garanzia da parte degli Stati.
Asmussen era stato tra i promotori sei mesi fa delle Long Term Refinancing Operations della Bce a tre anni. Il rifinanziamento delle banche a tassi irrisori, ma ai soli fini degli obblighi di riserva e dei pagamenti interbancari. Che non ha creato distorsioni nel mercato bancario né messo in circolazione liquidità facile ed eccessiva. Ma ha evitato "un improvviso deleveraging", il crollo cioè del rapporto di leva finanziaria tra mezzi propri e indebitamento.
Il deleveraging è stato necessario rispetto agli eccessi del boom, quando le banche s'indebitavano e si esponevano per quaranta e anche cinquanta volte i mezzi propri. Con la crisi persistente si materializzava il rischio opposto, dell'inerzia totale. Asmussen si è acreditato con questa operazione come uomo insieme della Germania e della flessibilità. Al momento della sua nomina alla Bce un anno fa, era accreditato fra gli economisti favorevoli agli eurobond.

Serrate le fila neo guelfo

Dall’interno del Pd stesso, la componente bianca sta serrando le fila. In preparazione del fronte neo guelfo che si prepara – si tenta – per la primavera. Un fronte che si scopre vasto. Le banche. I giornali, “Corriere della sera” e “la Repubblica” in testa. La Confindustria, attraverso Squinzi e il lascito d Emma Marcegaglia. Andrea Agnelli, Carlo De Benedetti, Roberto Colaninno. Gli enti energetici, Enel, Eni, l’Autorità per l’Energia. La ricerca scientifica, Cnr, Infn, con le grosse dotazioni per le particelle, e l’astrofisica, con dotazioni ancora più grosse. L’Università, dove Profumo intensifica lo screening delle predecessore Gelmini e Moratti.
Manca ancora il candidato. Casini non piace in nessun modo a Milano. Montezemolo, come Casini, è ritenuto un nome dello schermo. Monti è ritenuto candidato impossibile fuori dalla Lombardia. Più credibile è data Emma Marcegaglia. Ma molto influirà sul nome la scelta che farà Berlusconi per il suo partito.

Fisco, appalti, abusi – 3

Si esce di casa normalmente tra i lavori pubblici. Che per una coincidenza da sei mesi sono gli stessi: lo scavo di una trincea nel mezzo della strada, e poi la sua ricopertura. Con tre cantieri diversi, di due società, la Italgas e l’Acea. Il primo per posare la nuova conduttura del gas, il secondo per rifare gli allacci dal nuovo tubo alle abitazioni, e il terzo per il nuovo cavo elettrico. Due società private ma in realtà pubbliche, con consigli e dirigenze pletoriche che stanno lì per dividersi gli appalti.

Il manto stradale, nel quartiere e altrove, viene lasciato sconnesso, pieno di buche, polveroso. Il Comune dovrà provvedere, con un altro appalto, a ricostituirlo. Tre appalti per un solo lavoro, più quello per il rifacimento dell’asfalto, sanciscono anche l’inutilità di tante istituzioni pubbliche addette ai controlli. Gli uffici tecnici comunali e, di più, i consigli circoscrizionali. Che hanno un presidente, un vice-presidente e venticinque consiglieri, tutti pagati. Con nessun’altra incombenza che quella di dirigere il traffico dei lavori pubblici. Ma siccome si ritengono pagati poco, dirigono il traffico delle influenze. A caro prezzo, questo.

Roma Capitale si fa corrispondere sulla busta paga la ritenuta per l’addizionale comunale sul 2011, e l’acconto sull’addizionale comunale per il 2012. E l’anno venturo cosa farà? Dopo aver (quasi) raddoppiato la nettezza urbana, e (quasi) raddoppiato il trasporto pubblico, soprattutto gli abbonamenti. Ma è inutile parlare male di Roma, altrove è peggio.

I Comuni toscani, Firenze in testa,con Siena e il grossetano, non vogliono rinunciare all’ex Ici. Siccome con l’Imu metà della tassa se la prende lo Stato, hanno aumentato l’aliquota al 9,99 10 per mille. Naturalmente sulle seconde case, sulle prime non hanno libertà di aliquota, almeno per quest’anno. Ma la Toscana è la regione delle seconde case. Spesso di forestieri.