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giovedì 27 settembre 2018

Guerra al politicamente corretto, da sinistra

Un evento¨il progressismo si fa reazionario – approdando ai non c’è salvezza, non c’è più religione, il capitale non basta più, bisogna intaccare il capitale…? Ma ne va della sopravvivenza dell’uomo. Del maschio. Che è un essere umano anche lui. L’ondata di femminismo glamour ha fatto irritare la “sinistra illuminista” per la quale “Micromega” la rivista combatte. Che mette sotto esame (accusa) una lunga lista di totem: “#metoo, islamofobia, braghettoni, femminismi, multiculturalismo, LGBTQI, classici al rogo, fatwa, autocensure, clericalismo, sessuofobia”, così li denuncia in copertina, coi punti di sospensione finale, intendendo che non sono tutti.
Un caso di malumore? Non è un episodio, non isolato. Viene dopo il “Politicamente corretto”, la critica di Jonathan Friedman, o del conformismo come regime, morale e intellettuale. “La riscoperta ‘progressista’ della censura” e “le sontuosità beghine della sessuofobia” hanno fatto arrabbiare Paolo Flores d’Arcais. Come se la comunità di “Micromega” non c’entrasse nulla, in questo conformismo: la sinistra, benché illuminista, segue troppo i media americani, troppo passivamente, le loro politiche commerciali dell’informazione. Ma il direttore di “Micromega” ha trovato molti altri con lui egualmente arrabbiati: una ventina di contributi, in prevalenza femminili, attaccano molti aspetti del politicamente corretto che sommergono gli Stati Uniti – o non fanno finta di sommergere gli Stati Uniti, dato che poi votano Trump, o in alternativa Hillary Clinton, la candidata col più ricco, di gran lunga, fondo elettorale di una elezione?
Dietro una copertina che inalbera l’“origine del mondo” fronzuta di Courbet, la sinistra scopre che il moralismo è di destra: è  impositivo, e si vuole incontestato. Nel nome della purezza. La “sinistra illuminista” che “Micromega” propone ne è sconcertata. Come se avesse perduto il senso della realtà – l’ha perduto. Il “politicamente corretto” è come i “diritti umani” e come la “globalizzazione”, una politica e non un dover essere, imperiale.
L’ultima ondata di questione morale è soprattutto femminile, e due donne di peso, nella cultura e nella società, tentano di rimediare, Simonetta Agnello Hornby, una scrittrice che è stata giudice (a Londra), e Eva Cantarella, che dello studio della femminilità e della sessualità nel’evo antico è la massima autorità. Cantarella ricorda che la giustizia si basa sule prove e non sui sentimenti, e deplora che nelle università americane si prova a censurare perfino Ovidio, e si considera molestia anche un “gentile complimento”. Agnello Hornby contesta i fatti: la denuncia degli abusi oltre i termini di legge (e sotto l’ombrello degli “avvocati a percentuale” no?), contro il “sacrosanto principio” del giusto processo, e l'unilateralità della questione abusi, che vuole la donna nel ruolo di vittima e l’uomo in quella di carnefice, mentre “la realtà dimostra che le cose non stanno affatto così”. Questo per dire che tutto il numero è da gustare.
“Micromega” 6\2018, Contro il politicamente corretto, pp. 268 € 15

mercoledì 26 settembre 2018

Secondi pensieri - 360

zeulig


Da… fino a – L’Atac minaccia per chi aggredisce i suoi autisti “pene fino alla condanna e alla reclusione” – un “fino a” che l’Atac rende in inglese con even, “perfino”. L’allarme è più dissuasivo se la pena non è più certa?
È l’epoca. Tra i lessemi commerciali è scomparso il prezzo. Che per estensione si può intendere della legge, le cui pene non sono più certe, come da codice. Non c’è più una cifra nei contratti e negli acquisti ma un’ipotesi. Che sia numerata non ne cambia la natura, di prezzo ipotetico. Ogni abbonamento è incerto, ai telefoni e non solo, nell’estensione, la scadenza, il canone tariffario, ogni tariffa lo è, e ogni canone. Le pene non sono più stabilite, sono “fino a”. È un linguaggio che si vuole rassicurante ma è minaccioso. Ellittico, come di marionetta dietro cui solo il puparo conosce svolgimento e senso. Sa tutto chi sta dietro. Una forma dell’incertezza che conclude al complottismo – la sicurezza del complotto.

Donna - La donna è e non sarebbe concepibile. Nella fisica e nella metafisica. Le sue forme, la sua funzione, le fantasie che le sono cresciute addosso, nessun genio umano potrebbe inventarle.
La procreazione stessa è inconcepibile se non fosse. Più delle condizioni concluse, all’apparenza razionali, dell’immortalità e la morte, poiché è entrambe, e quindi è più di ognuna di esse.
Ma è l’immaginazione che apre la via alla ragione, non bisogna temere l’ignoto. Si potrà nascere senza donne, è fatale, come già senza l’uomo.

Memoria – È disordinata, eclettica, rapsodica. Anche quando si vuole ordinata, regolata – semmai allora abusiva, impositiva. È malleabile, si sa, anche nel ricordo involontario. Anche quando si storicizza, malgrado i tanti paletti del metodo storiografico.
Iosif Brodkij, “Una stanza e mezzo” (in “Fuga da Bisanzio”) l’accosta per questo all’arte: “Ciò che la memoria ha in comune con l’arte è il dono della scelta, il gusto del particolare”. O anche alal biblioteca-invenzione di Borges, ma in senso deteriore: “La memoria somiglia essenzialmente a una biblioteca in disordine alfabetico, e in cui non esiste l’opera omnia di nessuno”.

È interdittiva, può esserlo, più che liberatoria. La memoria di Proust lo ha liberato. Almeno si suppone: era quello che ha voluto fare, e lo ha esaltato. Ma è una prigione. “Memoria lunga, vita corta”. Dice il proverbio.
È occasionale, per quanto artefatta. E se artefatta limitata, limitativa. Si indulge ai romanzi del’infanzia e la giovinezza, che se si scrivono evidentemente sono in domanda, hanno lettori, perché l’infanzia si vuole età “felice”, a meno di traumi, essendo afasica. E qui la memoria si vuole traditrice – delatrice, opportunista. Si fa l’infanzia età felice, di solito, per il gioco che è ne è prerogativa espressiva. E la non memorizzazione, l’assenza di un meccanismo regolatorio, afflittivo, se on nei limiti della ripetizione, mentre è l’età della schiavitù – della dipendenza totale, che può essere felice (risolta, remissiva).

No – È più facile del sì. Sospende e allinea, non scompiglia, e non impegna. Per questo è la trincea della burocrazia, che di fatto è una bura-no. Iosif Brodskij ne fa in “Una stanza e mezzo” (“Fuga d a Bisanzio”), il perno del sistema sovietico: la conformità di ogni decisione, dall’alto al basso e bassissimo con al volontà del sistema, la quale, essendo per natura arcana, viene onorata con lo stallo, col diniego. Probabilmente per la tensione al minimo sforzo, alla riduzione dell’efficienza\produttività al minimo vitale – per Brodskij perché “è sempre più facile dare una struttura alla disumanità”.

Paternità - Molte creature senza padre vivono, esseri che le madri non hanno concepito per amore, non del padre. E già le donne figliano senza fertilizzarsi, nel grembo altrui – è l’utopia, la riproduzione senza la produzione. Analogo artificio si troverà per gli uomini, un utero artificiale. Casanova lo presagì, che diceva: “Una delle prove dell’ateismo è che, se Dio ci fosse stato, non avrebbe creato la donna”.

Religione – “Tutte le religioni sono una” è una serie di incisioni di William Blake, 1788, ma sono anche un testo vero per ciò che dice. Anche se non è quello che Blake intendeva. Per Blake solo il Genio Poetico è una religione – l’immaginazione. La religione teologica diceva invece Mentre il contrario è più vero: l’immaginazione è individuale e divisiva, la religione invece unisce: la credenza religiosa, la fede, è una.

Rivoluzione - Non una è riuscita. E se dura svanisce: le rivoluzioni finiscono nell’ordine - l’ordine, come la morte, riemerge.
Concettualmente, invece, le rivoluzioni vanno come le nascite, che sono numerose e varie.

Spazio – “Se c’è nello spazio un aspetto infinito esso non sta nell’estensione, bensì nella riduzione. Se non altro perché la riduzione dello spazio, stranamente, ha una maggiore coerenza. È meglio organizzata e assume più nomi: una cella, un cesso, una tomba. Le vaste distese sono capaci soltanto di accennare un gran gesto” – Iosif Brodskij “In una stanza e mezzo” (In “Fuga da Bisanzio”, p. 193).

Teatro – È poco teatrale, rispetto al cinema, e quasi intimista.  La morte per esempio evoca nella forma prevalente del suicidio - Philip Roth ha in “L’umiliazione” ha un elenco di una pagina di suicidi in drammi celebri, dall’“Antigone” e l’“Edipo Re”. Che invece non è tema filmico: il suicidio al cinema non viene bene - il cinema coltiva l’assassinio, lo ha imposto, poi anche alla tv.
Il cinema è più teatrale, il teatro più intimista. Il cinema è estroverso, violento, il teatro malgrado tutto introspettivo – anche Macbeth, o Re Lear (gli “elisabettiani” che lo facevano grondare di sangue in scena  sono stati un tentativo fallito).   


zeulig@antiit.eu

Africa incognita

“L’Africa appare morta – qualcosa che forse non è mai stato vivo”. Non è la sola provocazione. “Le folle di mendicanti”. “Gli innumerevoli lustrascarpe in una terra senza scarpe”. L’Africa è “un pachiderma planetario abitato e percorso da insetti lievissimi e provvisori”. Una “menzogna” europea. Ma, a parte questi sobbalzi, niente: l’Africa Manganelli sembra non averla vista.
Ne aveva I mezzi, che qua e là lampeggiano. Il Sudan “misteriosa invenzione geografica”,  lo Stato allora più grande dell’Africa. O l’Etiopia, che “ha come punto di riferimento culturale il Mediterraneo”. Ma fu viaggiatore forse controvoglia. All’Africa rimprovera “il mito del XXmo secolo”, cui sarebbe succube, e rimprovera l’isolamento. Inviato peraltro incongruo della società Bonifiche nel 1970 per esplorare l’idea di una Panafricana, una strada dal Cairo a Nairobi-Mombasa e a Dar-es-Salaam. Se la cava con i ghirigori, troppi – Viola Papetti ne ha riordinato i rapporti al committente, il dirigente di Bonifiche Carlo Castaldi, riproducendone qui la prima redazione, rifiutata perché troppo negativa.
Non si può fargliene una colpa, la letteratura di viaggio non è specialità italiana. Del resto nulla è di più sconosciuto in Italia dell’Africa, che pure è stata scoperta prima di Gesù Cristo. E malgrado le avventure coloniali,  compreso il “mal d’Africa” – anche Montanelli si portava dietro la “sciarmutta” (Malaparte no, ma forse non scopava). Lo stesso Manganelli lo sa, anche se non nello specificio, non delle sciarmutte. Sa della “menzogna dell’Africa, illuminante figura retorica che riassume secoli di fantasie di liberazione, essenzialità, solitudine”. Ma dietro la figura retorica niente. Nemmeno nel suo resoconto: il “sorprendente catalogo di simboli” cui accenna, “qualcosa che serve a chiarire il malessere europeo”, resta ignoto.
Sul “malessere europeo” invece è informato e chiaro, tanto più alla lettura oggi, mezzo secolo dopo che ci ha riflettuto e ne ha scritto, in breve, nella pagina iniziale. L’Europa vive un tempo senza tempo, per questo si consuma. Lo sguardo europeo sul continente ignoto, questo sì, merita la lettura.

Giorgio Manganelli, Viaggio in Africa, Adelphi, pp. 71 € 7

martedì 25 settembre 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (376)

Giuseppe Leuzzi

Apple doveva 14,3 miliardi di euro di tasse all’Irlanda – almeno 14,1 miliardi, quanti ne ha quantificati l’Antitrust europeo. Non ha contestato la decisone, Indirettamente riconoscendo che è mite. L’Irlanda così ha prosperato facendo da sede europea del grande business Ict con diecine di migliaia di posti di lavoro qualificati, grazie all’esenzione fiscale. E poi ha incassato l’assegno. Tutto questo è stato possibile in Europa, all’interno della Unione Europea. Ma se la Regione Sicilia avesse dato anche solo la metà dei benefici fiscali che ha dato l’Irlanda, questo non sarebbe stato consentito.

I monopoli dell’informazione vanno in Irlanda per via dell’inglese. Ma perché la Sicilia non può diventare la base europea della Cina, del Giappone, dell’India?

I grillini che scalzano il proprio miracolato governo era da vedere. È vero che è un governo delle novità. O è una commedia, roba da comici? Ma il Sud che li ha plebiscitari? Un comico genovese può tanto al Sud? Poi dice che la colpa è del Nord. 

L’amico mafioso
Si può dunque frequentare per dieci anni una persona, anche con buona amicizia, che ora è arrestata per mafia. Non per concorso, o in associazione. No, per mafia: “A tutti gli effetti partecipe di una delle più importanti famiglie mafiose della Piana di Gioia Tauro”, dice il comunicato degli inquirenti.  
Che il sindaco di un paese di montagna condizioni gli appalti della piana di Gioia Tauro, come dice ancora il comunicato, questo non è possibile. L’ingenuità invece sì. Ma questo non esime, l’imputazione resta lo stesso pesante.
Lo sgomento emerge stranamente non per sé, per la propria imprudenza o sconsideratezza, ma per l’arrestato. Persona franca e socievole. Vicino di casa, di quartiere. Buon padre. Buon amministratore, da assessore e da sindaco. Stimolatore delle attività culturali. Capace di rilevare e far chiudere centinaia di allacci idrici abusivi, per orti e allevamenti. Pieno di progetti, già finanziati.
Riesce difficile, malgrado la secca imputazione, immaginare questa persona al soldo della cosca Alvaro di Sinopoli. Per soldi? Per potere? Dunque, gli Alvaro sono potenti.
Questa è la sorpresa più dolorosa: che una famiglia mafiosa che imperversa da mezzo secolo, con grassazioni innumerevoli, tentati omicidi, forse rapimenti di persona, traffico di droga, investimenti da tempo confiscati al centro di Roma, il Café de Paris a via Veneto, il California a via Bissolati, la Sacrestia al Pantheon, sia in attività.
O che non sia vero il paradigma del tutto mafia di De Raho – nei quattro anni a capo della Procura di Reggio Calabria non usciva di casa, giusto per andare in ufficio. Se lo stesso giorno si sequestrano per mafia i beni di Mario Ciancio Sanfilippo, giornalista e editore, l’editore di giornali e di televisioni più importante del Sud, già presidente della federazione degli editori di giornali, duecento ettari di aranceti attorno a Catania, barone.  

La violenza al Sud
“La vita promessa” di Ricky Tognazzi, corazzata di settembre su Rai Uno, segue lo schema del “Padrino”. Imperniato su una Madre Coraggio e non su un Padrino, una combattente e non un mafioso, ma gli ingredienti sono gli stessi. New York e la Sicilia. La glottologia linguistica. E la stessa caratterizzazione Nord-Sud, che lo spaesamento accentua, Little Italy, con lo stesso veneto bravo che il povero Moschin allora interpretava. Ma qui accentuata, aggravata: il Nord buono è rinforzato da un milanese munifico, in aggiunta al veneto vittima, mentre il Sud è cattivissimo in tutto, e non solo nella mafia, stupido, raggiratore, traditore, inumano.
Il cattivo è uno che le ucciso il marito amato, ha ridotto all’ebetudine l’amato primogenito, e l’ha stuprata. Una violenza condivisa che si ripeterà, si presume, a New York, dove il mafioso ha deciso d’inseguirla, lasciando poderi e poteri  in Sicilia. Che sarebbe un caso di follia, il soggetto diventando perseguibile, poiché la madre sua vittima non avrà problemi a denunciarlo. Ma Spanò, si chiama così il boia, è inattaccabile: pure Madre Coraggio ha il suo lato oscuro, dello stupro riassaporando il godimento.
La madre vittima è anche un po’ Visconti, di “Rocco e i suoi fratelli”. Ma senza la tragedia – al Sud Visconti rifaceva la tragedia greca, dopo “La terra trema”, e prima dei gelati squagliati della maturità, del “Gattopardo”. Ed è giovanile e bella - per essere perseguitata dal cattivo fino a New York.
Un progetto ambizioso. Le ambizioni le rivela anche la grande produzione, con scene in esterni, costumi e scenografie d’epoca, masse. Un remake d’autore, si direbbe, non ben congegnato. Ma forse per il di più che il tempo vuole, se lo premia con cinque milioni di audience, un quarto degli spettatori. Un tempo che non sa immaginarsi un altro Sud, anche al Sud
Il Sud ci scarica, caricandolo di violenza.

L’influencer di paese
C’è un esperto delle dinamiche social e delle tecnologie facebook, nonché protagonista delle stesse,  a Taurianova, “piana di Gioia Tauro, 15 mila residenti, reddito medio 663 euro al mese, Comune sciolto per mafia tre volte nell’ultima generazione”. È un muratore di 52 anni, Francesco Gangemi, disoccupato dal 2011, che “ha comprato, dice , «un diploma di geometra in Puglia» e oggi vive con al pensione della madre”. Su face book raccoglie “circa 600 euro al mese quando va bene, ma a Taurianova fanno la differenza”, e ha attirato l’attenzione di Federico Fubini.
Gangemi il giornalista di Milano deve accogliere “nel tinello di casa di un amico”. Ma è un esperto del web.  È diventato un influencer politico su facebook senza alcun titolo speciale – c’è qualcuno che ce l’ha? Ma sa che grafica ci vuole, il font Impact tutto maiuscolo, la frase breve, la brutalità, “altrimenti nessuno clicca”. Lui personalmente è un moderato: alle elezioni voleva votare “quelli di CasaPound perché portavano la spesa a casa, poi però ho messo due schede bianche”. E non ce l’ha con nessuno in particolare: “Post brutali? La gente vuole quelli”. Tanto meno ce l’ha con gli immigrati, anche se è un critico dell’immigrazione: “Qui a Taurianova non creano problemi, vanno a lavorare la mattina presto e sono integrati: abbiamo anche una moschea a pochi chilometri da qua”.

Il volgare illustre
Pavese, pur essendo stato al liceo più prestigioso di Torino e all’università di Lettere, aveva problemi con l’Italiano. O comunque ne volle fare un uso personalissimo. Annotò serie interminabili di parole del lessico italiano a lui ignote o non familiari per lui strane. Per derivarne una scrittura che Gian Luigi Beccaria dirà “volgare illustre”. “Il dialetto è nobilitato senza abbassare la lingua”, nota Beccaria di questo particolare uso: “Più che abbassamento della lingua al dialetto o innalzamento del dialetto alla lingua, si tratta di un’allusione al dialetto da parte della lingua”.
Di Alvaro si può dire lo stesso, che ha fato studi meno regolari di Pavese – ma poi si è esercitato col giornalismo. E più ancora degli scrittori calabresi in Calabria: Padula, Perri, La Cava, Delfino, Zappone, lo stesso Répaci benché toscanizzato. Il “volgare illustre” implica un forte radicamento, come Beccaria notava di Pavese, dopo Fenoglio e lo stesso Alfieri.

Pavese passò a Brancaleone solo sette mesi, da agosto 1935 a marzo 1936.  Per lo più impiegati in domande di grazia, anche per le insistenze familiari. E nelle lettere che ne scrisse non ha un solo cenno di simpatia. Il mare vi è “inutile”, la stella del mattino è lo steddazzu, la casa è un seminterrato - la casa non era un seminterrato. Ma le foto delle sue biografie lo ritraggono in almeno un paio di casi circondato da molta bella gioventù, non per caso evidentemente, le foto all’epoca non si rubavano, benché fosse un confinato politico.

Il ritorno – O nostos
Succedeva a Pavese come già a Ulisse: “Amo il mio paese alla follia,” Pavese scriveva di Santo Stefano Belbo, ma perché vengo da molto lontano”. Come di una memoria, discontinua, irrelata col luogo. Si ama la memoria di sé infanti, non il luogo nella sua realtà?
L’emigrato del resto non vi ha più un ruolo. Né ne ha la voglia quando ne avesse l’opportunità, e anche quando si applica, il mondo in realtà cambia in continuazione, le tela d Penelope è una finzione.

leuzzi@antiit.eu

Quanto l’Africa potrebbe essere ricca

Una nota di ottimismo per il continente diseredato. Ma un’Africa tutta “opportunities” per l’energia era tema di una forte brochure sessant’anni fa: fiumi, correnti marine, maree, venti, insolazione costante, l’Africa sarebbe stata il bacino energetico del mondo. E non dell’energia combusta degli idrocarburi – che poi si sarebbero cogiunti, di fatto e non sulla carte, in grandi quantitativi, in Libia, Algeria, Nigeria, Gabon, Angola, Egitto, Mozambico, e altrove. L’Africa era il potenziale dinamico verde del mondo. Ma il problema non è delle risorse, nemmeno di quelle finanziarie, che volentieri si ammassano dove rendono. Il problema è di dove va l’Africa. Per esempio a petto del deserto mediorientale, che dal 1973 in pochi anni si è fatto ricco e ricchissimo.
Le indipendenze africane hanno evoluto in altro senso. Per molti aspetti una marcia indietro. Fra regimi eterni, corruzione, eccidi e guerre in contino,  sperperi di ogni tipo, dagli armamenti ai diamante e ai dollari in Svizzera. Non una proposta, un progetto, una idea o una personalità trainanti - Mandela è solo un ricordo, di una vergogna europea. E un un terzo dell’Africa non ha la luce. Cioè nessuna possibilità di migliorare la produzione e il modo di vita. Si sopravvive bruciando pezzi di foresta. Per catturare gli animali, da salare per la cattiva stagione, e per avere terra grassa da sfruttare per un paio d’anni per i tuberi commestibili. L’economia dell’età del ferro, mettere in produzione un appezzamento per qualche anno, finché non insterilisce, per poi passare a un appezzamento contiguo.
L’Eni fa bene a proporre “un piano per l’Africa” – chi non ne ha uno? Ma senza l’Africa? Il problema dell’Africa è l’Africa, le dipendenze non ci sono più, che fondavano la vecchia critica: né politiche né economiche - i termini di scambio sono molto migliorati, da decenni, specie per le materie prime, agricole e minerarie. 
Fondazione Eni Enrico Mattei, Energy in Africa. Challenges and opportunities, free online

lunedì 24 settembre 2018

Ombre - 433


In Libia “gli Usa tornano in gioco, l’idea di un corpo d’élite (con gli ex gheddafiani)”. Follia non è, cioè sì.

C’era una volta l’antiamericanismo professo, che criticava gli Usa in quanto difendevano la libertà. Non ce n’è invece per le tante sciocchezze, dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia, alla Siria, e ora alla Palestina e di nuovo alla Libia cin cui ci coinvolgono.

Reddito di cittadinanza sì, assolutamente. Ma solo agli italiani con quattro quarti. Ultrasettantenni. Se non hanno altri redditi.

La Ue, l’Ocse, la Bce, il Fmi riducono le previsioni di crescita dell’economia in Italia nel 2018, dall’1,5 all’1,3-1,2. L’Istat invece migliora la previsione, dall’1,5 all’1,6. Il patriottismo non è morto.

“La Repubblica” scova uno che ha pagato i debiti con lo Stato. Benché fossero della società che andava ad acquisire, che poteva non pagare, e non suoi. Benché non fossero soldi rubati. È Lotito, il presidente della Lazio. Di cui tutti ridono, e ora si capisce perché. I debiti con lo Stato si possono non pagare, anche se sono soldi rubati allo Stato.

La Repubblica, prima o seconda, era migliore, infinitamente, anche nei suoi personaggi ridicoli. A petto del comico Grillo di professione. Sono genovesi come Grillo i giudici che consentono alla Lega di pagare il furto di 49 milioni alle casse dello Stato come un modesto interesse annuale.

“Dal crollo degli sbarchi risparmi per 2 miliardi l’anno” – “la Repubblica”. Allora ha ragione Salvini?

“Investire quella somma in integrazione”, consiglia l’esperto. Cioè a beneficio dell’industria dell’accoglienza. Per hot spot  - sportelli in Africa – no, reclutamenti e trasferimenti umani.

Un lettore scrive a Cazzullo a favore del riposo domenicale. Se la domenica, dice, è pagata al commesso solo 14 euro (di straordinario festivo, si suppone), meglio fare un figlio, provarci, siamo in crisi demografica. Cazzullo non è d’accordo: “E poi come li si mantengono i figli concepiti nelle domeniche?”, obietta. Mancando i 14 euro cioè – a parte il toscaneggiare?

Un imprenditore americano escluso dalla graduatoria per gli appalti pubblici riservata alle minoranze ha fatto ricorso specificando che il suo Dna lo attesta solo al 90 per cento bianco, ma per il 6 per cento pellerossa e il 4 per cento “africano a Sud del Sahara” – la parola “nero” è proibita in America. Il bianco non conta nulla?

Apple paga senza battere ciglio 14,3 miliardi di euro di tasse arretrate all’Irlanda, su ingiunzione del’Antitrust europeo. E la Borsa la premia. L’Antitrust è stato di mano leggera?

“Tria non rischia, ma sia più elastico su deficit e pil”. L’arte di governo targata Di Maio non poteva smentirsi: niente cultura naturalmente, ma niente senso politico. Minacciare un ministro. Del suo governo. Il ministro che bene o male lui ha designato, e che bene male lo rappresenta. Barbarie? No, la barbarie è parte della civiltà, qui è l’assurdo.  

Olimpiade invernale: Torino si sfila, dopo essersi ricandidata. Senza nessuna ragione: Cioè: se si escludono gli appalti, che la giunta 5 Stelle di Torino non avrebbe controllato.
Sala invece e Zaja d’accordo perché il Coni garantisce gli appalti targati Pd e Lega?

Roma ha estremo bisogno di interventi su strade,marciapiedi, segnaletica, etc. Ma in un anno ha speso un terzo appena dei 150 milioni disponibili. I 5 Stelle della sindaca Raggi controllano rigorosi  gli appalti, gli appaltatori stanno ancora cercando i canali giusti.

Un lussemburghese socialista, Asselborn, e uno democristiano, Juncker, giudicheranno a Bruxelles Salvini di fascismo. I due partiti uniti nella lotta per fargli vincere anche le europee, farle vincere a Salvini?

Il problema non è se Asselborn ha ingiuriato Salvini, il problema è se alla riunione informale di Vienna sull’immigrazione erano ammesse o no le registrazioni degli interventi. Asselborn dice che non erano ammesse – e quindi lui poteva ingiuriare Salvini? Gli organizzatori, austriaci, dicono che non sanno. Ogni tanto la Ue è anche tragicomica. Per fortuna sul nulla, almeno per ora.

La dialettica politica si voleva svanita in Europa e invece eccola qui. Cambiato i governo, il socialista Moscovici a Bruxelles ci trova tanti difetti, compresi alcuni “piccoli Mussolini”. Quando al governo erano i suoi compagni di Partito, Renzi e Padoan, solo lodi, anche se il debito aumentava, in termini assoluti e più ancora in rapporto al pil.
Allora criticava l’Italia – di Renzi e Padoan – il vice-presidente Dombrovkis, democristiano.

Di Maio cambia l’ad di FS, ne nomina no di sua fiducia, e gli ammolla Irisbus di Avellino, che con Fs non ci azzecca nulla. E l’Alitalia, idem. Per fargli un favore?
È chiaro che Di Maio vuole impegnare Fs, che comincia a fare soldi, nei salvataggi. Farne un nuovo Egam. È una novità? Ma perché affondare Fs?

Lo steso fa Toninelli ai Trasporti. Dove disincaglia Anas da Fs - effettivamente le due strutture non hanno nulla in Comune. Ma lo fa per affidare di nuovo all’Anas strade statali e autostrade. Toninelli ricentralizza: dov’è la novità?

Chi si ricorda della Brexit qualche estate fa, a chi interessa? Suscitò un terremoto, la Borsa di Milano perse il giorno dopo il 13 per cento, record europeo. Bisogna diffidare delle Borse, e dei “terremoti”.

Neo realismo a Tokyo


Un film neo realista. Lungo. A colori. In Giappone. Siamo nel 2018, ma di fatto in un mondo senza tempo – anche l’abbigliamento è atemporale. Non fosse per le facce uno si penserebbe in un film di Rossellini-De Sica-Zavattini, in una favola della povertà – e si spiegherebbe il premio a Cannes, la Francia ancora ci invidia il neo realismo.
Per il regista Kore’eda è il quarto volet di una ricerca sulla famiglia, cui ha già dedicato tre film, di cui uno proiettato anche in Italia, “Ritratto di famiglia con tempesta” – gli altri due sono “Little Sister” e “Father and Son”. La famiglia è dunque il suo campo narrativo. Qui una famiglia di taccheggiatori (“Shoplifters” è il titolo americano, “Un affare di famiglia” per il pubblico europeo), con momenti caldi e umani, come in tutte le famiglie. Ci sono anche i bambini, lo sguardo innocente sulle piccole brutture quotidiane.
Hirokazu Kore’eda, Un affare di famiglia

domenica 23 settembre 2018

Appalti, fisco, abusi (128)


Se uno stabile è occupato illegalmente, da zingari, senzatetto, centri sociali, individui isolati, nessuno è tenuto  pagare i danni alla proprietà. Non gli occupanti, né lo Stato, che in  teoria protegge la proprietà, i diritti di proprietà, per mancata protezione. È la sentenza del Tar del lazio – su una vertenza vecchia peraltro di 14 anni. Singolare la motivazione: ripristinando l’agibilità dello stabile, la proprietà potrà negoziarlo a valori di mercato.

Sky toglie alcune partite di rango dal pacchetto calcio proposto ai nuovi abbonati appena prima dell’estate? Non c’è rimedio possibile, l’Agcom non ha nulla da dire.

Per qualsiasi credito da versare in banca, liquidazioni, polizze, contributi, e quant’altro, l’accreditante dovrà prima ricevere dalla banca su cui fare il bonifico “attestazione di avvenuta adeguata verifica”. La impone la Banca d’Italia, nel quadro delle nuove misure antiriciclaggio. L’attestazione si compone delle generalità del correntista, data e luogo di nascita,e dagli estremi di un documento, assortite da cinque fogli di specifiche e minacce. È l’estensione dei “documenda” quando ci fermano in strada per il “controllo del territorio”.
Si dice che lo impone la Ue. Ma in Germania non è così.

Sono molti gli impegni imposti dalla Banca d’Italia alle banche per l’antiriciclaggio, dopo quelle sulla privacy. Che implicano un costo per la banca e l’utente, in termini di tempo\lavoro, nonché per l’ambiente, e nessun beneficio per l’antiriciclaggio, o la privacy. Traducendosi per ogni minimo atto in mezze dozzine di pagine e firme a nessun effetto – se non il consumo di carta, e il costo dell’immagazzinamento. La Banca d’Italia come una delle tante Autorità pletoriche e inutili?


La giornata che sconfisse il sovietismo

È “una giornata quasi felice”, quella di Ivan Denisovič. Si chiude così il racconto di ventiquattro ore di obbrobrii quotidiani, minuto per minuto, gesto per gesto, strategia per strategia, di sopravvivenza, che nel 1962 rivelarono e documentarono la vita quotidiana nei campi di lavoro forzato di Stalin in Siberia, i gulag. Ai quali si veniva confinati fino al 1949 a dieci anni, poi a venticinque. Senza colpe specifiche, per la disciplina. Šuchow, Ivan Denisovic, è condannato per essere evaso dalla prigionia tedesca: accusato per questo di essersi arreso senza combattere, e sospettato di essere diventato una spia. È, o sa fare, il bravo muratore, ha elaborato tecniche personalissime per un migliore digestione della sbobba quotidiana, anche per sgraffignare una doppia porzione, e per paludarsi contro il gelo sfuggendo ai controlli delle guardie sull’abbigliamento di ordinanza, e tra queste mille astuzie il lager-gulag non gli pesa, e non pesa al lettore.

Solženycin, che l’esperienza di Ivan ha vissuto personalmente, non ne fa un atto di accusa. Cioè, l’accusa è implicita, nel fatto stesso che ci fossero campi e condanne di questo tipo. Quello che scrive è il mondo senza il sovietismo: come un prigioniero, innocente, isolato in un inferno di ghiaccio, mantenga umanità e dignità critica, seppure limitata alla sopravvivenza. È così che il racconto resta tuttora vivace, e quasi ilare. Una sorta di racconto di avventure. Anche senza la vergogna sovietica.

Nel 2006 il racconto è stato rivisto e integrato dallo stesso Solženycin. Senza i compromessi cui era addivenuto con la censura nel 1962 – il racconto, pronto nel 1960, subì due anni di trattative. La riedizione ricomprende anche, ritradotti, i due racconti che ne accompagnavano la prima edizione, ora intitolati “La casa di Matrëna” e “Accadde alla stazione di Cocetovka”. A cura e con la traduzione di Ornella Discacciati. Più cruda e più realista – meno toscaneggiate – ma anche quella di Raffaello Uboldi a caldo, nel 1963, un anno dopo l’uscita su “Novyi Mir”, era di ghiaccio.

La vecchia edizione si avvaleva di un’introduzione - anonima ma dello stesso Strada (traduttore del secondo racconto, il terzo era tradotto da Clara Coisson) - nella quale si cita a lungo Vittorio Strada come interprete critico di Solženicyn alla prima pubblicazione.  Strada ne avverte subito la sostanza e il peso – Solženycin sarà Nobel nel 1970 - richiamando Remizov e Platonov.
Il richiamo a Platonov – lo scrittore di cui Discacciati è specialista – Strada culmina dichiarando questa prima opera di Solženycin  “una delle più schiette opere socialiste della letteratura sovietica”. Ma è difficile che ci sia una “letteratura sovietica”, se non come arco temporale, a parte le macerie. “Una giornata” ne è la negazione più radicale, di una vita, una vita umana, che si svolge al di sotto e al di fuori del sovietismo. Dei regolamenti cioè e della frusta, la negazione di ogni poesia.

Aleksandr Solženicyn, Una giornata di Ivan Denisovic, Einaudi, pp. 290 € 20


sabato 22 settembre 2018

Problemi di base - 447

spock


La parola più cliccata su google è ipocondria: da parte degli ipocondriaci?

È la Mercedes meglio della Ferrari, o Hamiton di Vettel?

Ora che ci sono gli stupri non ci sono più femminicidi?

E in che percentuale bisogna essere neri per essere neri?

Non c’è un’autorità che regola le informazioni, come mai dicono tutti sempre la stessa cosa?

È l’informazione conformista?

Come si vede di più, andando o stando?

spock@antiit.eu

La civiltà dell'immagine è la civiltà del falso


La fotografia ha “tradito la missione cui doveva dedicarsi”. Di più: la fotografia è vedere il falso. La proposta cioè di un falso. Il fotografo vede il vero ma rappresenta-fotografa una sua idea, e quindi rappresenta il falso. Chi, dove? Gli esempi sono ormai noti, “Il miliziano” di Robert Capa, la “Bandiera a Iwo Jima” di Joe Rosenthal, la “Napalm Girl” di Nick Ut – e la fame in Africa, i bambini denutriti, malati, abbandonati? tutta roba di Madison Avenue, la centrale della pubblicità, e poi di Hollywood, di docufilm di studio, ma pur sempre favoriti, stimolati, dall’immagine.
Sono “verità” anche sopravvalutate. Si fa finire – perdere – la guerra Americana al Vietnam con la “Napalm Girl” l’8 giugno 1972. Ma la guerra era stata già perduta dagli Usa, nell’opinione americana e secondo l’arte militare, già quattro anni prima, il 16 marzo 1968, col massacro di My Lai. Quando un plotone americano, al comando di un sottotenente di 25 anni più inetto che cattivo, sterminò 347 persone inermi – era la coda dell’offensiva del Tet, la pazzesca battaglia scatenata dal generale vietnamita Giap, che così vinse la guerra pur perdendo la battaglia.
Ma a Zoja questo non interessa. Segue il percorso come l’immagine si impone a verità, e ne scova sottintesi, precedenti, derive. Una trattazione agile, benché impervia, con riferimenti estetici, religiosi, espistemologici, psicologici.  Su un fondo di iconoclastia, l’avversione per le immagini, fisse o in moto che siano: l’immagine come una profanazione dell’umano. Giusto l’interdetto di Claude Lanzmann sulle immagini della Shoah, e le immagini in genere di orrori. Di Lanzamnn regista di molti film, anche dell’Olocausto.
La fotografia come specchio di verità era lascito positivista, l’espressione propria di un secolo Excelsior, presuntuoso più che bugiardo - ma non solo la fotografia, bisogna aggiungere, la fine della storia non era allora vicina. Il lampo di luce che fa la fotografia ne fa anche la mobilità, parzialità, irrealtà. Di cui è summa, spiega lo psicoanalista, l’immagine fissa, quella fotografica.
Con chi ce l’ha lo psiocoanalista? Non con chi crede alla fotografia – credere è un atto, una scelta. Con chi la - o se la - presenta come prova di verità. Si sono fatti processi sulla foto di My Lai. Era già detto in Barthes. O in Susan Sontag: “Possedere il mondo sotto forma di immagini significa, esattamente, risperimentare l’irrealtà e la lontananza del reale”.
Un’altra immagine dell’immagine è tuttavia possibile. Ernst Jünger, il narratore della guerra, e della nuova condizione umana, del guerriero diventato lavoratore, curò attorno al 1930 ben cinque volumi di fotografie. Colpito dalla capacità dell’obiettivo di cogliere le “espressioni” degli uomini e delle cose. In contesto e fuori, ma sempre in un momento metamorfico, capace di documentarlo. Nel quadro della sua traccia caratterizzante,della modernità egualizzatrice (uniformante), per i singoli e per la società. “La vita moderna produce immagini caratterizzate da una sempre maggiore geometria… Una disciplina automatica cui sono sottoposti sia l’essere umano sia I suoi strumenti”. In un breve saggio confluito nel catalogo della mostra fotografica “La violenza è normale? L’occhio fotografico di Ernst Jünger” nel 2007 a Brera, mette in guardia sul “nuovo primitivismo” della civiltà delle immagini, e sulla sua violenza “tecnica”, connaturata al mezzo. Nel quadro del suo tema più noto, la non verginità del mezzo: “La tecnica possiede il senso di un mezzo esistenziale in confronto al quale la differenza delle opinioni non ha che un ruolo subordinato”. Non si tratta di verità ma di realtà effettuali.
Jünger è autore problematico, ma la sua lettura è quella di tutti, senza colpe, nemmeno veniali – siamo nella civiltà dell’immagine per qualche motivo. Il suo è solo il primo ripensamento del linguaggio delle immagini, che sarebbe stato successivamente fertile, tra gli altri con Benjamin, Barthes, Sontag – la quale spesso cita Jünger.
L’intuizione jüngeriana della diabolicità del mezzo è più che suggestiva. Nel suo breve testo della mostra milanese esemplifica questa conclusione con “La corazzata Potëmkin” e, con qualche riserva per le alcune parti “sterili” del film, con “Metropolis”. Posteriormente avrebbe trovato lo stesso linguaggio violento (manipolativo, impositivo) in “Arancia meccanica”, in “Odissea “2001”. Ma non ci sono romanzi o racconti altrettanto evocativi delle tre epoche o mondi. Anche storici, storicamente “esatti”. L’immagine che crea il mondo resta ipotesi dubbia. Ma se Jünger avesse pubblicato libri illustrati dopo il 1933 forse avrebbe trovati altri esempi: quanta Leni Riefenstahl è Hitler, e quanto Hitler è Riefenstahl, giovinezza, forza, bellezza?
Luigi Zoja, Vedere il vero e il falso, Einaudi, pp. 125 € 12

venerdì 21 settembre 2018

Letture - 359

letterautore


Amore – “La più elitistica delle passioni” lo dice Brodskij (“Fuga da Bisanzio”, 102). Ma per un motivo: “Perché occupa più spazio nella mente che nel corpo”.

Antifemminismo – In letteratura  spesso, curiosamente, femminista. Opera di scrittori curiosi e  studiosi dell’animo e la condizione femminili, senza pregiudizio, costruendone di convincenti, e appassionanti: non solo Leopardi e Kierkegaard, o Pavese, ma anche Flaubert, e lo stesso Tolstòj, malgrado il lungo matrimonio e i tanti figli.  

Berlusconi – Quaranta e passa anni di Berlusconi in tv – il mobiliere Aiazzone – e venticinque in politica, e il correttore google non ha imparato a declinarlo: lo scrive Berlsuconi e non Berlusconi. 
Un premio Resistenza? Vuole impedire di scriverne?

Civiltà - “Le civiltà si muovono seguendo i meridiani, i nomadi seguendo le latitudini” – Iosif Brodskij, “Fuga da Bisanzio”.

Collezionista – È il Kaspar Utz del romanzo omonimo di Bruce Chatwin, il quale aveva fatto una modesta carriera da Sotheby’s prima di debuttare scrittore.
Harold Acton ne fa la rapida classificazione basandosi sulla sua esperienza di una vita a Firenze, col padre Arthur a Villa La Pietra, e su quella di grandi collezionisti, come i Sitwell, Osbert e suo padre George. Nel Prologo alla sua raccolta di racconti anglo fiorentini “Fin de race” così ne tratteggia la figura: “Allora”, fine Ottocento, primo Novecento, “Firenze pullulava di collezionisti stranieri che nella maggioranza, ossessionati dalla loro eterna caccia al tesoro, si disinteressavano della vita di tutti i giorni. Era quella una fame struggente del dipinto, della scultura o del cassone che aveva colpito o infiammato la loro fantasia”. Ce n’era che non avevano i mezzi, ma sacrificavano tutto: “Erano totalmente posseduti dagli oggetti che possedevano”.

Dialetto – Sostanzia la lingua. Nell’uso surrettizio che c’è, se ne può fare, parlando o scrivendo in lingua, in quello che Gian Luigi Beccaria dice “volgare illustre”. Lo dice a proposito di Pavese, “Il «volgare illustre» di Cesare Pavese”, che pur avendo fatto gli studi classi, quando arrivò a scrivere ebbe il bisogno di farsi un vocabolario, annotando parole e espressioni evidentemente a lui ignote o non familiari. “Il dialetto è nobilitato senza abbassare la lingua”, nota Beccaria di questo particolare uso: “Più che abbassamento della lingua al dialetto o innalzamento del dialetto alla lingua, si tratta di un’allusione al dialetto da parte della lingua”. Di un radicamento si potrebbe dire della lingua.

Discorso indiretto – La negazione dell’Autore. Nel mentre che si infila dappertutto. “J.S.Bach ebbe una grande fortuna”, I. Brodskij fa dire a Auden in conversazione (“Fuga daBisanzio”, 113): “Quando voleva lodare il Signore scriveva un corale o una cantata, rivolgendosi all’Onnipotente senza intermediari, a tu per tu. Oggi, se un poeta vuol fare la stessa cosa, deve ricorrere al discorso indiretto”. Rispettoso forse, corretto, come una dichiarazione preventiva di fallibilità da parte dell’Autore, ma quanto inutile. E faticoso.

Gioconda – “Opera pop, madre naturale di Chiara Ferragni”,Vittorio Sgarbi. Anche in questo Leonardo precursore? O è che il Louvre non ha nulla di meglio da vendere, di meglio di un Leonardo?

Moravia – Alla galleria fotografica in memoria di Inge Feltrinelli il”Corriere della sera” allinea queste didascalie: con la giornalista Camilla Cederna, con gli scrittori Amos Oz, Daniel Pennac , Jonathan Coe, con Giangiacomo e il figlio Carlo, con il premio Nobel Günther Grass, con lo scrittore romano Alberto Moravia.

Renoir – “Pletorico pittore” lo vuole Harold Acton, “esteta” e collezionista d’arte (nel racconto “Fin de race”), “di aragostacee bagnanti”.

Roma – È di Belli, Pascarella, Trilussa, Petrolini, Proietti, ma più e meglio – più “profonda”, varia, complessa, rimarchevole – di non romani: Gadda, Pasolini, Fellini, nonché degli scrittori immigrati con l’unità dopo Porta Pia: Chelli, Dossi, lo stesso D’Annunzio. Roma è dei non romani.

Sette – Enrico Malato introduce la sua riedizione critica della “Divina Commedia” per i settecento anni della morte di Dante nel 2012 con l’importanza per il poeta del numero sette, specie in questa ricorrenza, “non un centenario come gli altri”: “Sono 700 anni, cento volte sette, che per Dante è il numero sacro per eccellenza: 7 furono i giorni della creazione; 7 sono le virtù (4 cardinali + 3 teologali) cui corrisponde la loro negazione, nei 7 vizi capitali; settemplice, “costituito da sette elementi, è lo spirito di Dio;, da cui d erivano i 7 doni dello Spirito Santo, simbolicamente evocati nella processione mistica del paradiso terrestre, con i 7 cndelabri che lasciano altrettante scie luminose dietro di sé;  7, ancora, sono le cornici del purgatorio,  7 i cieli, 7 i sigilli dell’Apocalisse, 7 i sacramenti”. Sul 7 lo studioso vede imperniata l’intera struttura dell’opera. 
“A voler approfondire”, commenta Paolo Di Stefano presentando lo studio di Malato sul “Corriere della sera”, “le cifre del suo anno di morte, 1321, sommate, danno 7, e 21 è un suo multiplo. Ma almeno per il momento”, conclude, “va escluso che (Dante) l’abbia voluto”.
Sulla mania del 7 nella vita comune e nelle opere letterarie un repertorio lungo quattro pagine ha costruito Giuseppe Leuzzi nel romanzo “In virtù della follia”, 1992. Con l’ausilio di Elémire Zolla e altri studiosi.

Vedove – “In Russia il regime, negli anni Trenta e Quaranta sfornava vedove di scrittori con una tale efficienza che verso la metà dei Sessanta ce n’era in circolazione un numero sufficiente per organizzare un sindacato” – I.Brodskij, “Fuga da Bisanzio”, 93.


letterautore@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (127)


Quello del Polcevera e di Autostrade è chiaro: è un problema dei controlli, delle Autorità di controllo. Sui termini delle privatizzazioni e sulla gestione ordinaria. Nel caso del ministero dei Trasporti, con l’Anas quale agente tecnico. Autorità che lavorano invece per le concessionarie, delle quali sono, saranno o sono stati collaboratori o consulenti, anche informali, e perfino dirigenti. Questo è un fatto e non un’opinione. Anche se su questo non indaga la magistratura né le forze dell’ordine. Il piatto delle concessioni è in Italia talmente ricco che ce n’è per tutti.

Lo stesso sistema delle tariffe rende esplicito che il prezzo dei servizi, anche essenziali, quali l’acqua e la spazzatura. è una rendita. Con la divisione tra rete, pubblica, e servizio, privato o a gestione privatistica. Tra investimento, da ammortizzare a parte, e servizio, da remunerare proficuamente. In teoria per finanziare gli investimenti, di fatto a gonfiare la rendita. Non c’è rischio per i concessionari. Ma non c’è nessuna garanzia per gli utenti, né di qualità del servizio né di prezzo.

Avviene per la privatizzazione delle autostrade come è avvenuto per i treni in Gran Bretagna, la madre di tutte le privatizzazioni, disposta da Margaret Thatcher. I concessionari per decenni sfruttarono al massimo la rete esistente, senza migliorie, Fino a che il numero eccessivo di incidenti e di vittime di incidenti non le costrinse ad ammodernare la rete.

Austostrade importanti sono rimaste ai tracciati di sessant’anni fa – per la Firenze–Mare di quasi novant’anni fa – con volumi di traffico centuplicati: la Orte-Firenze, la Firenze-Mare, la Milano-Genova.

Il triolismo per finirla, col porno e non solo


Ph. Roth prova l’amore con una lesbica. Completo di triolismo. Con corredo di abusi paterni sulla figlioletta – l’amore con la lesbica ne è un’estensione, una sorta di figlioccia, vista nascere e allattare, figlia di amici di gioventù.
Un racconto in tre atti. “L’umiliazione” non rende bene il titolo originale, “The Humbling”, che è più attivo che passivo, un farsi piccolo. Di un attore famoso e bello colpito dal trac. Abbandonato dalla moglie e tentato dal suicidio, si ricovera in clinica psichiatrica, dove è troppo scaltro per le terapie. L’amore della lesbica segue. Ma non cambia il finale.  
Ph. Roth completa il suo racconto pornosoft delle forme contemporanee dell’erotismo, la sua cifra d’autore. Più esplicito del tentativo di Moravia qualche decennio prima, ma meno consistente: procede come un cronista giallo-rosa. Personaggi e situazioni evaporano come quelli del Prospero di Shakespeare che l’attore col trac evoca, che “si sciolgono in aria, in aria sottile”.
Nella “rothiana” questo “Umiliazione” assume anche un configurazione malinconica. È l’ultimo, o il penultimo, dei suoi racconti, prima della scelta del silenzio.
Philip Roth, L’umiliazione, Einaudi, Libraccio, p. 115 € 4,75

giovedì 20 settembre 2018

Problemi di base calcistici - 447

spock


Perché è impossibile immaginare Ronaldo espulso, per non aver commesso il fatto, negli anni del Real Madrid?

Nove minuti in più per il Valencia, per stancare la Juventus, tre rigori, uno al 96mo, per scavalcare Campbell nel Guinness?

L’arbitro Brych non è un fesso?

Mai espulso in Spagna nelle coppe un calciatore spagnolo, i portoghesi, colombiani, peruviani, argentini, brasiliani, camerunensi etc. sono correttissimi quando giocano nelle squadre spagnole, scorrettissimi quando giocano nelle squadre di altra nazionalità: la Spagna ha la ricetta della buona condotta?

È costosa?

Una partita di coppa in Spagna è come alla corrida: il nemico deve morire?


spock@antiit.eu

W le polizie - cronache dell'altro mondo 8

È formidabile come l’America creda alle sue polizie, Fbi, Cia e altre. Che non hanno saputo nulla dell’11 settembre, né del Russiagate. Ma intercettavano tutto il mondo. Le polizie garanti della libertà e la democrazia? In America sì.
Ora l’America si affida all’Fbi per sapere se quarant’anni fa, alla Scuola Preparatoria all’università, il giudice costituzionale Brett Kavanaugh ha molestato una fidanzatina. Il discusso giurisperito Brett Kavanaugh, nominato giudice costituzionale dal contestatissimo  Trump, non trova obiezioni alla sua nomina in Senato altro che una lettera brandita dalla senatrice Dianne Fenstein, del partito Democratico. Gliel’ha scritta un donna oggi cinquantaepiùenne che lamenta il fidanzatino di allora.
E quando si fa a meno delle polizie? Peggio. Il direttore della “New York Review of Boks”, Ian Buruma, viene licenziato per avere ospitato un articolo, peraltro leggibile online, di uno scrittore e personaggio tv canadese vittima del #metoo – accusato e licenziato in tutti gli incarichi, ma poi assolto, le accusatrici non sapendo che dire. In America è proibito difendersi.  
John Kerry, buon candidato presidenziale nel 2008, le elezioni di Obama, ebbe la corsa alle primarie stroncata  al possesso di un Suv: contraddiceva la patente ambientalista. Non la sponsorizzazione dell’iperdemocratico dagli iperricchi del Massachusetts. No, il suv - nel paese dei suv e degli ancora più monumentali pick-up.
Altri candidati presidenziali sono stati bloccati dall’improvvisa efflorescenza di prostitute o amanti. Ricercate con asutute polizie e pagate dai concorrenti, ma non questo non incide.
Quando Geraldine Ferraro nel 1983 maturò l’idea di candidarsi alla vicepresidenza degli Stati Uniti l’anno successivo in ticket col candidato democratico di sinistra Walter Mondale, subito un investigatore inviato, diceva, dal partito Democratico si presentò a Messina e sui Peloritani, per cercare tra i parenti di Geraldine un qualche mafioso. La famiglia di Geraldine risultava originaria di Marcianise, in provincia di Caserta, ma un suo parente prossimo, pare uno zio, forse materno, risultava essere o essere stato nel messinese. O così si premurava di far sapere l’investigatore subito mandato dagli Usa, anche alla “Gazzetta del Sud”, il quotidiano locale: l’amerikano non si nascondeva, e anzi si premurò di far sapere che era lì per quello.
Non ebbe da faticare, la lauta parcella anzi se la guadagnò con gaudio: tutti furono felici di raccontargli che Geraldine aveva un zio pregiudicato - una lezione per i Carabinieri, che sempre lamentano l’omertà. Che lei non ne sapesse l’esistenza non voleva dire nulla.
L’investigatore anti-Ferraro voleva “sapere” tutto, a prescindere dal fatto che lo zio ci fosse, o ci fosse una parentela riconosciuta. Aveva il compito d’indagare, disse, su tutto: sulla cartella penale ma anche sulle cartelle fiscali, su quelle mediche, se l’uomo non aveva barato con le assicurazioni o la sicurezza sociale, se aveva pagato i contributi delle sue colf e baby-sitter, etc. Costruiva con elementi sicuri un colpevole. Di cui gli sarebbe rimasto da provare – se necessario (non lo fu, il ticket Mondale-Ferraro si scontrò male col Reagan bis) - un qualche legame familiare con la vice-presidente candidata.