giovedì 13 gennaio 2022
Ombre - 596
Peggio,
rilancia il dottor Fauci, col suo ghigno: “Omicron infetterà tutti”. Vuole dare
ragione ai no wax, un colpo al cerchio e uno alla botte.
Non
basta: “Dubbi nel Cts sul bollettino quotidiano”, Non dice la verità?
“Report
dei contagi ogni sette giorni”, il governo ci pensa”. Cioè, abbiamo sbagliato,
per due anni?
Ottanta
contratti al Comune di Roma dopo le Feste, è la seconda iniziativa del nuovo
sindaco di Roma, a tre mesi dall’insediamento. Che altrimenti si è illustrato
solo per un premio ai netturbini se non “si ammalavano” durante le Feste.
Contratti a termine, ma per una spesa di 4 milioni l’anno – da aumentare a 6,5,
con altri trenta contratti annunciati. A persone di nessun titolo, nemmeno di
studio, né qualifica, nelle segreterie degli assessorati, in qualità di
consulenti e …: ex consiglieri comunali Pd, ex presidenti e ex consiglieri dei
municipi, candidati non più eletti, volontari del Partito. Con
Arrivato
al dunque, alla cancel culture come cancellazione della storia e quindi
della cristianità, papa Bergoglio si è inalberato: “In nome della protezione della
diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità”. E: “Si va
elaborando un pensiero unico, costretto a rinegare la storia, o peggio ancora a
riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica
va interpretata in base all’ermeneutica dell’epoca, non l’ermeneutica di oggi”.
L’ermeneutica? Per il resto la scoperta dell’acqua calda. Ci voleva così tanto?
Si
vuole la cancel culture progressista? È così difficile d ire baggianata una
baggianata, purché si dica progressista?
Si
sprecano gli elogi funebri per Silvia Tortora, che molto aveva lavorato per la
riabilitazione del padre, il famoso presentatore Enzo Tortora, ingiustamente
messo alla gogna e carcerato. E si deprecano pentiti e giudici che lo perseguitarono
per sconti di pena e carriera. Ma non se ne fanno i nomi, che invece sono
importanti. Si può perseguitare a piacimento, anche da camorristi.
Partite
Iva attivate e subito cassate, imprese di prestanomi, manodopera in nero, fisco
inesistente: 35 mila casi sospetti di imprese cinesi denunciati in dieci anni.
La Guardia di Finanza denuncia anche mette “il rischio cinese”, di concorrenza sleale
e di monopolizzazione dei mercati. Con che esiti? I giornali no, ma qualsiasi
esercente sa bene di che si tratta.
“Dietro
il sistema delle partite Iva c’è una movimentazione enorme di capitali”, sempre
la Guardia di Finanza delle imprese cinesi. Dietro le partite Iva fasulle. “Il
99,6 per cento delle segnalazioni appartiene alla categoria «riciclaggio»” - “il restante 0,4 per cento alla categoria
«terrorismo»”. Niente di meno. Ma facciamo finta di nulla.
Fanno giocare
poco Dybala, perché chi ha avito il covid ha difficoltà a recuperare il fiato e
i muscoli di prima. Dybala come altri, Ibrahimovic, anche se, certo, ha 41
anni, e molti altri, specie nelle squadre dove si corre molto, come l’Atalanta.
Ci si ferma a Dybala perché fa senso vederlo in panchina, mentre sul campo non
c’è nessuno che minimamente lo eguagli. E allora si crea un problema di
contratto, come se non ne avesse uno – a quest’ora sarebbe in un altro club, no?
Perché non si dice la verità? Che si conosce anche in abbondanza dall’atletismo
americano e inglese. È talmente semplice.
“la
Repubblica” celebra il veloce passaggio del “New York Times” al digitale: 1.700
giornalisti che offrono mille piattaforme per mille domande-richieste-mercati e
nicchie. E nello stesso giorno aumenta il prezzo da due a tre euro. È invidiosa
del “New York Times”, vuole affrettare il passo? Ma chi ancora compra il
giornale non va a sfogliarlo su internet, in sommario per giunta.
Il “Morandini”
del cinema premia per il 2021 Moretti, “Tre piani”, e segnala due docu-film. Escludendo
Sorrentino, “È stata la mano di Dio”. Morando Morandini non c’è più, ma Zanichelli
è sempre trinariciuto.
Etichette:
Affari,
Informazione,
Ombre,
Sinistra sinistra
Cronache dell’altro mondo – settempiici (164)
L’inflazione negli S tati Uniti è aumentata di nuovo del 7 per
cento a dicembre.
Il numero dei contagi da coronavirus continua a crescere di 700
mila casi al giorno in tutti gli Stati Uniti.
Il 7 gennaio la Commissione del Congresso che indaga sui fatti del
6 gennaio 2021 ha chiesto la testimonianza del capogruppo dell’opposizone
(repubblicana) alla Camera dei Rappresentanti – per poter arrivare a mettere
sotto accusa l’ex presidente Trump.
La rivista “The Atlantic” ripropone “Ceremony”, di Marmon Silko,
pubblicato nel 1977, “una sensazionale inquietante meditazione su un paese
pieno di fantasmi”.
“The Atlantic” propone il romanzo di Silko “entro una lista di
sette storie di fantasmi che hanno superato la prova del tempo”.
E nella rubrica “Parole crociate” propone un “7 – orizzontale,
sette lettere”: “una ditta di abbigliamento che ha preso il marchio dall’art
style di Barbara Kruger” (la risposta, per chi ne ha la curiosità, è “Supreme”)
.
La morale del figlio sacrificato
Il famoso poemetto
“If”, di precettistica al figlio già adulto, “un piccolo tr attato, scritto in
poesia, sull’educazione”. L’edizioncina si segnala per il saggio di Vittorino Andreoli
che lo inquadra. Nell’etica positivista di fine Ottocento, di cui Kipling era,
come ogni vittoriano anche di fuori via, imbevuto. E per rispecchiare,
bizzarramente, la pedagogia di cui Kipling era stato vittima da bambino e poi
ancora da adolecsente. Separato dai genitori a sei anni, mandato dall’India a
fare le scuole in Inghilterra, insieme con la sorellina di due, pensionanti di famiglie
che avevano l’obbligo, pedagogico, di non familiarizzare con i bambini affidati.
Poi per un anno con i genitori in India, che a questo punto è già per lui una
favola. Quindi di nuovo solo con la sorella n Inghilterra, per completare gli
studi, altri sette anni. Quando torna a Lahore, avendo lasciato il college, a
diciassette anni, è infine felice. Una liberazione. Scrive e pubblica poesie e
racconti, affascinato dalla città, “quella meravigliosa, lurida, misteriosa
collina di formiche”. L’anno dopo rientra anche la sorella. A ventun anni viene
iniziato alla Massoneria, la “loggia madre”. A venticinque fa un giro del mondo
e si stabilisce a Londra – a 42 anni, nel 1907, sarà Nobel.
A 25 anni Kipling
ha già avuto bisogno di un’autobiografia. Dove racconta normalità immonde: “Uscendo
una volta dalla chiesa, ho sorriso… Fu riportato alla signora Sarah”, presso la
quale alloggiava, “e fui punito”. Annota Andreoli: “Confesso di avere letto
queste pagine incredulo di come potesse essere l’educazione nella capitale dell’Impero
britannico”.
Quando invece pensa
al figlio, e a come preservarlo e sostenerlo, gli indirizza questo poemetto, giustamente
famoso per l’impianto e lo svolgimento, la scansione, la musicalità. Ma improntato
alla durezza. Argomentato come possibilità (“Se”) e non come precetto, ma di un
condizionale imperativo. Sono peraltro molte le condizioni da adempiere per “essere
un uomo”.
Andreoli lo dice
un modello pedagogico inclusivo, applicabile anche all’autore, del sapersi
rendere protagonisti della propria esistenza, i dubbi e le difficoltà prospettandosi
come possibilità - si vince, ma si può perdere: “Questo umanesimo mi affascina
forse perché oggi fatico a trovarne traccia e vedo dominare le inimicizie, le
lotte, persino all’interno delle famiglie, per non parlare delle guerre tra le
comunità e tra i popoli”. Il “se”, dunque. E l’attesa: non “in tono fatalistico
o passivo”, nota sempre Andreoli, ma “il segreto per cui, nella crescita, vale
più l’attesa che l’azione” – precetto e metodo specialmente utili “in questo
mondo riempito di tempo reale, che vuole dire dell’immediato, favorito dalle
macchine (i computer)”.
Il precetto è semplice: avere fiducia in se stessi, anche nelle disgrazie.
Curiosamente
però, certo non per lo psicologo, manca l’affettività, la cui assenza è stata particolarmente
sofferta nell’infanzia e la prima giovinezza dallo scrittore, le emozioni, i
sentimenti: Kipling ripete col suo proprio figlio l’esperienza da lui sofferta.
E si spingerà qualche anno dopo - il poemetto fu pubblicato nel 1910 - a volere
a tutti i costi nel 1914 il figlio, appena diciassettenne e comunque riformato
per problemi di vista, arruolato in guerra, nella quale verrà ucciso, senza
speciale gloria, pochi mesi dopo.
Rudyard Kipling, Sarai
un uomo, figlio mio, Garzanti, pp. 61 € 4,90
mercoledì 12 gennaio 2022
L’Europa e l’Ucraina
L’Ucraina
2022 come Cuba sessant’anni fa. Geograficamente non sembra la stessa cosa, ma
lo è, anzi l’Ucraina è più vicina alla Russia di quanto Cuba lo sia agli Stati
Uniti. Politicamente invece non è la stessa cosa, non c’è una guerra in atto,
per quanto fredda. Oppure sì? E contro chi? Militarmente lo è: i missili Nato
non sono diversi da quelli di Krusciov. La grande differenza è che l’Ucraina è
in Europa – come la Russia del resto.
Un’altra
similitudine s’impone. La Russia oggi come la Serbia nel 1999, solo rovesciata.
Allora, si trattò di amputare la Serbia del Kossovo. D’imporre alla Serbia
l’indipendenza di una sua piccola parte, il Kossovo, controllata da un mafioso,
Hashim Thaçi. Il parallelo si rovescia perché l’Ucraina ha di russi una
cospicua parte, un quinto della popolazione, che non chiede l’indipendenza –
non l’ha chiesta fino ad ora, anzi fino al 2014, quando fu dichiarato il
monolinguismo ucraino. Oltre che per il fatto, che non si può cancellare con una
manifestazione “arancione”, che l’Ucraina tutta è un paese che fa parte della
Madre Russia, nella tradizione. Shevchenko, sicuro ucraino, è di lingua madre russa - parla anche ucraino, ma male. Erano ucraini ancora ieri molti grandi russi:
Gogol, Bulgakov, Babel, Maleviç, Nijinski - e Breznev. È difficile che diventi una base di missili
contro la Russia. Anche perché, se abbaia, non morde: un intervento russo in
Ucraina c’è già stato, nel carnevale del 2014, con l’annessione della Crimea,
tutta russa, e di Sebastopoli, la base navale russa nel mar Nero.
La storia
degli slavi è piena di guerre intestine, tribali o di religione. Con il
Kossovo, e ora con l’Ucraina, questa tradizione bellicosa è stata assunta in
tutta evidenza in un Grande Gioco. Che Gioco? Una guerra tra gli Stati Uniti e
la Russia? Naturalmente no. E allora?
Contro l’Europa
L’Europa
è assente dalla questione, che si sta giocando ben dentro l’Europa. A sua
colpa. Si potrebbe pensare per un sano attendismo: non sapendo bene di che si
tratta tra Washington e Mosca, prende tempo. Di fatto, però, l’Europa paga
il conto: la guerra non guerreggiata, da otto-nove anni, è tutta a carico
dell’Europa. Che ha bisogno di assicurarsi il gas russo a scadenza di decenni,
e di molto petrolio, e vorrebbe poter beneficiare del grande mercato
russo per i suoi manufatti e servizi, e invece deve imporre sanzioni
economiche, sempre più stringenti – ormai siamo al terzo o quarto rinnovo.
Tutto
questo è noto, perfino a Bruxelles. Ma non se ne esce. Come mai? L’Europa è da
qualche tempo, dall’egemonia merkeliana, fuori da ogni manifestazione d’interesse
ai suoi confini. In Ucraina come in Libia. O in Siria. E nella Turchia corridoio
e mercato della Grande Immigrazione dall’Asia. Ma con l’Ucraina è disattenta in
modo particolare. Dopo aver provato, con la presidenza Hollande in Francia, a
diventare protagonista. Nel “formato Normandia”, il gruppo di lavoro a quattro,
creato da Hollande con Germania, Ucraina e Russia nel 2014, a margine delle
celebrazioni dello sbarco in Normandia, per cercare un accordo per la parte
russa dell’Ucraina. Tanta buona volontà che ha dato l’anno dopo gli accordi di
Minsk, per uno statuto di autonomia del Donbass russofono. Rimasti però lettera
morta. Perché?
La Russia
nella Nato
Come già la
guerra alla Serbia nel 1999, la crisi ucraina è palesemente imposta all’Europa.
Finita la presidenza Clinton in America, di un presidente azzoppato (lame duck)
dal solito scandalo, e quindi alla ricerca di diversivi, con la presidenza Bush
jr. si era giunti all’opposto, a prospettare l’ingresso della stessa Russia nella
Nato. In un’ottica di difesa comune contro il terrorismo islamico, ma in un quadro
ben più vasto e di radicale revisione storica – la Russia è bene parte
dell’Europa. Un’intesa si ebbe al vertice Nato di Pratica di Mare a fine maggio
2002, cui Putin fu invitato. Ancora nel 2011 si teneva un’esercitazione militare
congiunta Nato-Russia. Ma con la presidenza democratica di Obama il clima era
di nuovo allo scontro - tra Nato e Russia i contatti continuano, ma burocratici (una riunione è in corso anche oggi). Con l’Europa già eclissata, come al tempo di Clinton.
Obama,
come Clinton del resto, è popolare in Europa. Ma più di Clinton ha lavorato per
affossare ogni velleità di Fortress Europa, di un’Europa autonoma: in Libia, in
Siria, sul progetto di libero scambio (la Transatlantic Trade and Investment
Partnership). Biden è partito offrendo a Putin nel primo incontro a metà
giugno un vertice con la Nato in formato Quint (Stati Uniti, Gran Bretagna,
Germania, Francia, Italia). Ma il suo partito evidentemente gli ha imposto un
ripensamento.
La religione del Sud, cupa e comica
Nuova versione di
Gaja Lombardi Cenciarelli, discorsiva, semplice – come lo è il linguaggio originale,
seppure risalente al 1952. Titolo che si è imposto in italiano con il film
che ne ha tratto John Houston nel 1979, ripreso dalla prima traduzione, Garzanti,
1985, di Marcella Bonsanti - il titolo originale è “Sangue saggio” (Wise blood).
Introdotto da Elena Varvello – che riprende molto la presentazione di Fernanda
Pivano all’edizione 1985.
Il “wise blood” del titolo, il
sangue saggio, è quello del predicatore nipote di predicatore che, contro
fornicazione e blasfemia, si fa apostolo di una “Chiesa della Verità senza Gesù Cristo Crocefisso”, nel Sud bianco – “Gesù è un trucco per i negri”.
Scritta a 25 anni, pubblicata a 27, nel 1952, la novella fa di Georgia e
Tennessee un ritratto forse più vero di quello socialmente impegnato di
Faulkner. Su un’aneddotica esile, con personaggi di scarto, ma non eccentrici:
in molti al Sud della Bible Belt si vogliono religiosi senza
Dio, migliori.
Scene e ritratti
di superficie, ma per ciò stesso a tutto tondo. Invece dell’approfondimento
psicologico. Personalizzati. Ognuno si definisce per ciò che dice e fa. Una
scena apparentemente di esterni, che però è viva, resta viva. Flannery o’Connor
si è imposta come personaggio, invalida, cattolica, corrispondente acuminata, morta
giovane. Ma riemerge per la scrittura, anche di realtà minime, perfino triviali.
“La religione del Sud, è
qualcosa che, come cattolica, trovo penosa, commovente e cupamente comica”,
scrive in una lettera (raccolta nell’epistolario “Sola a presidiare la
fortezza”). Da qui la sua stessa definizione di “romanzo comico”, che dà come
chiave di lettura alla riedizione del 1962: “L’ho scritto con allegria e
dovrebbe essere letto, se possibile, allo stesso modo. È un romanzo comico su
un cristiano malgré lui”. Su un fondo drammatico, che tiene su
l’aneddoto: “Non avendo nulla che corregga le proprie eresie, la gente le
elabora drammaticamente”, aggiunge.
Flannery O’Connor,
La saggezza nel sangue, minimum fax, pp. 203 € 17
martedì 11 gennaio 2022
Secondi pensieri - 469
zeulig
Arte – Invera la storia? Si potrebbe argomentare che non c’è storia –
narrazione, analisi, interpretazione, assunzione anche (precettistica) - senza
arte. Senza l’invenzione, programmatica e poi esplicativa – un’attività in
entrambi i casi sempre logica. E in una fase può essere. L’arte può essere
passatista, ma è sempre innovativa, in quanto indaga e fa emergere leggi della
Forma inconsulte, nuove, diverse, “uniche” anche, nel senso dell’approccio alla
verità - che è immutabile e variabile, multiforme anche. In teoria
(all’aspetto) una confutazione della storia, una contrapposizione. Ma,
curiosamente, lo fa per sottomettersi alla storia.
Senza la storia, l’arte più innovativa e
meglio riuscita sarebbe inerte. Nella storia, d’altronde, l’arte esprime le sue
potenzialità più remote, perfino ignote (involontarie, non volute). È il caso
per esempio di Dostoevskij, del suo pensiero politico regressivo, anzi
reazionario, che però esprime in forme quando di più rivoluzionarie
(personaggi, azioni, gli stessi “messaggi” di cui abbonda). O di molto
figurativismo in opposizione all’astrattismo, al non figurativo – più pregno di
segni e significati del più elucubrato astrattismo.
Censura – Quella perfetta
si elegge a non censura. In un breve scritto del 1967, “Per una guerriglia
semiologica” (ripreso in “Il costume di casa” e ora incluso in “L’era della
comunicazione”) Eco delineava – e rigettava – la possibilità che il
bombardamento mediatico, specie a opera di fonti irrilevanti o minime, potesse
condizionare il pensiero e le azioni, senza appello possibile, o resistenza.
Uno scenario che alcune critiche della società di massa prospettavano e che Eco
giudicava “apocalittico”. Ma è quello che succede ordinariamente con i social e
le media communities oggi, mutata la temperie culturale, politica. Che possono
promuovere quello che in teoria censurano, escludendo programmaticamente e anzi
combattendo i cospirazionismi – “contenuti ingannevoli”. Esercitano cioè la
vera censura, inappellabile: è vero complotto il loro “complotto”, l’intervento
censorio senza appello. Il massimo di libertà, fino alla licenza, erotica,
politica, blasfematoria, insultante, col massimo di chiusura, inappellabile,
insindacabile.
Twitter non dà la
ragione del blocco di un tweet o la cancellazione di un account. Blogger,
questa piattaforma, la dà ma senza possibilità di dialogo.
Un caso: “Abbiamo ricevuto una richiesta di
revisione per il tuo post intitolato "Paghe basse e precarie addio,
è un’altra globalizzazione". Abbiamo stabilito che viola le nostre
norme e
abbiamo annullato la pubblicazione
dell'URL
http://www.antiit.com/2018/01/paghe-basse-e-precarie-addio-e-unaltra.html,
rendendolo non disponibile per i lettori del
blog.
Perché la pubblicazione del tuo post del blog è
stata annullata?
I tuoi contenuti hanno violato le nostre norme
relative a malware e
virus”.
Perché è una censura? La ragione è falsa: avendo pubblicato
oltre 12 mila post su blogger l’amministratore del sito non può essere ritenuto
un hacker. È compito della piattaforma rilevare e eliminare malware e virus. E:
“Abbiamo ricevuto una richiesta” che vuol dire? Da chi e perché? Ma con la
“comunità”, come blogger si definisce, non si può interloquire.
P.S. - L’esempio può non risultare probante, denunciando
forse solo una contorsione avvocatesca, come è l’uso nella pubblicistica
americana, più che una volontà censoria. Il “team” della piattaforma infatti
conclude: “Per pubblicare nuovamente il post, aggiorna i contenuti per fare
in modo che aderiscano alle Norme della community
di Blogger”. Il malware è un contenuto?
Ma è indicativo del modo di funzionare dei social: tassativo,
senza rimedio.
Europa
(Occidente) – Discuteva vent’anni fa nel progetto di
Costituzione se chiamarsi cristiana oppure no. Non si chiamò cristiana, a opera
di grandi laici quali Giscard d’Estaing e Giuliano Amato, personalità guida
della Convenzione referente, e non si chiamò del tutto, il progetto di
Costituzione essendo stato subito bocciato, per prima dalla laica Francia. Pochi anni dopo
l’Europa non c’è più, nella politica internazionale, comprese le sue proprie frontiere,
l’Ucraina, la Siria, la Libia, nella cultura, e perfino negli affari, pur essendo,
in teoria, la seconda potenza economica del mondo. Per motivi altri
probabilmente - la regressione politica, le discrasie dell’euro, bizzarramente
ritenuto inerte, la diversità di tradizioni e costumi più forte delle
convenienze. Ma il concetto di Europa, o Occidente, combacia col cristianesimo
per molti aspetti. Per quelli formativi, e quindi costitutivi: la concezione
del progresso (del tempo, del futuro), della perfezionabilità, anche a costo
del sacrificio, e quindi della scienza - dell’innovazione se non del metodo
scientifico. Che sono gli unici fondamenti su cui l’Europa-Occidente ha
prosperato. Si deve
arguire che l’Europa scompare con il cristianesimo – la tesi di Baget Bozzo, il
teologo prestato alla politica?
Stupidità – Nelle analisi, poche, alla fine la stupidità è
assolta: è un fatto linguistico. Lo è Giufà, lo sono i luoghi comuni di
Flaubert, il totalitarismo di Adorno, il signor Chance di Kosinsky (“Oltre il
giardino”), il complottismo di Eco e Sciascia. Ma su questo terreno con vicende
alterne. È una difesa, secondo Barthes: “Bisogna sentirsi
stupidi per esserlo di meno”. Anche “naturale”, con Kundera. Ma per lo più sotto attacco: “Imbecilli”, dice Flaubert, l’idiota
di casa, “sono quelli che non la pensano come voi”. O Clitandro delle
molieriane “Donne saccenti”: “Avete capito male, malissimo, e io vi sono
garante\ che lo stupido saccente è stupido più d’uno ignorante”. Ma la materia
attrae, e del resto Pascal voleva stupido Montaigne, perché si dipingeva pieno
di saggezza – come Pascal.
Notevole Deleuze: la
bestia, bête in francese, non è soggetta alla stupidità, bêtise.
La stupidità è una sorta di basso continuo, a leggere Deleuze, specie in “Nietzsche
e la filosofia”, qualcosa che sta lì in agguato e s’impone in mancanza dell’intelligenza.
Un’analisi semplice, quella che manca oggi nell’interminabile dibattito sula
stupidità prevalente, assorbente, dei social, i blog, i gruppi, le comunità - del
chiacchiericcio. La stupidità di Deleuze è una costante, di cui l’intelligenza
deve sempre liberarsi - il suo reagente, si direbbe: “È una struttura del
pensiero come tale e non un modo di ingannarsi”. Ed “esprime in linea di
principio il non-senso nel pensiero”. Non è un errore: “Vi sono pensieri
imbecilli, discorsi imbecilli che sono costituiti per intero da verità”. False
- Deleuze le dice “basse”, in linea con Nietzsche in guerra contro la
“bassezza” dell’epoca - o volgari, che pescano nel fondo, i resti, la zavorra –
il trionfo nietzscheano dello schiavo, eccetera.
Notevole anche la conclusione di Adorno e Horkheimer alla “Dialettica dell’illuminismo,” l’opus magnum cui avevano lavorato durante la guerra, al sicuro negli Stati Uniti: la stupidità è la chiocciola che si ritrae di fronte all’ostacolo, un riflesso nervoso, la paura diventata stabile: “Il simbolo dell’intelligenza è l’antenna della chiocciola ‘dalla vista tastante’, che le serve anche per odorare. L’antenna si ritira subito, davanti all’ostacolo, nella custodia protettiva del corpo, torna a fare una sola cosa col tutto, e solo con estrema cautela si avventura di bel nuovo come organo indipendente. Se il pericolo è ancora presente, torna a sparire, e l’intervallo fino alla ripetizione del tentativo aumenta”. La chiocciola procede, cauta ma intraprendente, come l’intelligenza, che Adorno e Horkheimer vogliono curiosa. Se respinta, l’intelligenza si demoralizza – la chiocciola si desensibilizza – e finisce nell’insensibilità: “La sensibilità della chiocciola è affidata a un muscolo, e i muscoli si allentano quando il loro gioco è impedito. Il corpo è paralizzato dalla lesione fisica, lo spirito dal terrore”. L’analogia è forzata, ma la direzione sembra inappellabile: “L’animale diventa, nella direzione da cui è stato definitivamente respinto, stupido e schivo”. Definitivamente o parzialmente: “La stupidità è una cicatrice”, anche “impercettibile, una piccola callosità, dove la superficie è insensibile”, ma “le cicatrici” creano deformazioni, e “possono creare ‘caratteri’, duri e capaci, possono renderli stupidi”. L’intelligenza-curiosità vuole rischio, il rischio fa paura, chi si ritrae nel guscio resta stupido.
Anche il “transpolitico” di Baudrillard prometteva bene. Che sa di “trans”, senz’altro: la stupidità è “l’anomalia, ossia una difformità senza conseguenze, senza più alcun carattere di sfida o di trasgressione” - siamo tutti trans-stupidi, sulla via di?).
zeulig@antiit.eu
Alla conquista della spezie della noia
L’occupazione di
un pianeta polveroso, che produce una “spezia”, una sostanza in grado non si capisce
bene di che cosa, forse di prolungare la vita. Un rifacimento del tentativo di
Dino De Laurentiis di cavalcare nel 1984, dopo una lunga complicata
preparazione, il successo stellare di “Guerre Stellari”, bissato da Spielberg
con “E.T. l’extraterrestre”. Con David Lynch alla regia, e con Silvana Mangano,
José Ferrer, Sting (sic!), Max von Sidow. Un tentativo finito in un flop che
fece epoca.
Due ore e mezza,
poco meno, di una guerra insostenibile, di facce per lo più. Soprattutto di
quella monoespressiva di Chalamet, il protagonista di cui si celebra il rito di
passaggio, alla maturità. Asssortite da effetti speciali digitali da teatrino
dei pupi – un capolavoro al confronto i mostriciattoli di Carlo Rambaldi per il
fallimento di De Laurentiis. Un niente che ha raccolto in due mesi 400 milioni
di dollari. Pochi al cospetto dei tre miliardi di “Guerre stellari”, del primo
di una serie, molti per l’investimento: il successo della stagione, tanto che è
già partito il seguito.
Decisamente, il millennio è partito male, senza idee
e senza fantasia. Con scene e immagini da poco, vedi “Il trono di spade” prima
di questo “Dune”, e sceneggiature di personaggi triti e frasi fatte. L’avventura
nel cosmo - che non avrà luogo, a differenza della scoperta dell’Africa - è
l’unica residua fantasia?
Denis Villeneuve, Dune,
Sky Cinema
lunedì 10 gennaio 2022
Cronache dell’altro mondo – complottarde (163)
A un anno
dall’assalto al Congresso dei manifestanti pro-Trump si cerca di fare di Trump
il capo dell’insurrezione. Di un attacco preordinato: un complotto di Trump
contro le istituzioni democratiche. Vi sono impegnati il partito Democratico,
svogliatamente, e con impegno i media –
tv,
giornali, social. Gli stessi che criticano la psicosi debordante del complotto.
Negli anni
1960 tre film di largo pubblico, con ottimi attori e registi di fama, “Il
dottor Stranamore”, di Kubrik con Peter Sellars, “Sette giorni a maggio”, di
John Frankenheiner con Burt Lancaster, Kirk Douglas, Ava Gardner, Martin Balsam
et al., e “A prova di errore” (“Fail Safe”), di Sidney Lumet con Henry
Fonda e Walter Matthau - rifatto per la televisione nel 2000 - prospettavano un
colpo di mano militare contro i egoverno degli Stati Uniti. Erano di dopo
l’assassinio di Kennedy, ma prima dell’avvento di Nixon – che con Kissinger e
il Watergate avrebbe saturato l’opinione del golpe. “Sette giorni” e “A prova di
errore” erano derivati da romanzi del 1962.
La dittatura della comunicazione
Si risistemano gli scritti d’occasione di
Eco, da lui già raccolti sotto vari titoli (“La bustina di Minerva”, “Il
costume di casa”, “Sette anni di desiderio”, etc.), per tema. A cura di Anna
Maria Lorusso.
Il primo testo,
del 1967, si impone per l’attualità. Eco richiama “i critici più severi della cultura
di massa”, tema allora in grande spolvero, “che avevano affermato: «I mezzi di
massa non trasportano ideologie: sono essi stessi una ideologia»”. Affermazione
che Eco ricorda di avere detto in un suo libro “apocalittica”. Poiché “sottintende
questo altro argomento: non importa cosa direte attraverso i canali di
comunicazione di massa; nel momento in cui il ricettore è attorniato da una
serie di comunicazioni che gli arrivano da vari canali, contemporaneamente, in
una data forma, la natura di queste informazioni ha pochissimo rilievo”. Non
si saprebbe descrivere con maggiore precisione il quadro attuale, dei social. Eco
non condivideva Marshall McLuhan, “il messaggio è il mezzo di comunicazione” –
“apocalittico”. Oggi - ma già ieri - realtà.
Curiosa, nello
stesso scritto, un’altra anticipazione. A proposito delle teorie cospirative
che già negli anni 1960 attanagliavano l’America. Con una serie di film, di
grandi registi con grandi interpreti, di successo, su tentativi di colpi di Stato.
“In tutti e tre i film”, nota Eco, “i militari non cercavano di controllare il paese
attraverso la violenza armata, ma attraverso il controllo di telegrafo,
telefono, radio e televisione”. Non attraverso i giornali, si noti. Una
dimenticanza? È possibile, perché oggi i giornali fanno una cosa e l’altra:
fustigano la mentalità complottistica, dei no wax, dei trumpiani, degli
evangelici, nel mentre che denunciano complotti dei no wax, dei trumpiani, e
perché no delle chiese, in materia di elezioni, aborto, covid e vaccini.
Ora bastano gli organi
d’informazione, non c’è bisogno dei generali. Nella forma surrettizia della censura
- a opera cioè degli stessi “organi d’informazione”, come dire la censura
perfetta. Oggi i film sono sullo strapotere dei media, “Il quinto potere”, “Tutti
gli uomini del re”, e numerosi altri, ma soprattutto “The Post” di Spielberg,
che rivede l’epopea di “Tutti gli uomini del presidente”, 1976 - in effetti un
po’ ridicolo a rivedere, benché recitato da grandi attori: un po’ vecchia vita
dei santi.
Difficile anche
togliersi di dosso il pondo dell’informazione in questi due anni ormai di pandemia:
aggressiva, invadente, avventata, confusionaria. Eco, che scrisse sempre sui
giornali, restò fino all’ultimo perplesso, fino al suo ultimo romanzo, “Numero
zero” – il settimo, numero perfetto?
Umberto Eco, L’era
della comunicazione, la Repubblica-l’Espresso, pp. 143 € 9,90
domenica 9 gennaio 2022
Problemi di base intelligenti - 679
spock
Perché porsi il problema se la macchina
può risolverlo?
L’intelligenza artificiale come suprema
forma di uguaglianza?
È l’intelligenza l’opposto della
stupidità?
È intelligenza conoscere la stupidità?
Tutto è puro per i puri, tutto è
sciocco per gli sciocchi?
Quanto è intelligente
l’intelligenza artificiale?
spock@antiit.eu
Alla ricerca del paese perduto
Abbandonato
all’improvviso dalla giovane moglie, l’istitutore Adem molla gli ormeggi. Si
licenzia dalla scuola e si fa barbone errante, muto, negli occhi tutte le pieghe del
paese, la città, la campagna, i deserti, di fatto nella Mitidja, la vasta piana collinare alle spalle di Algeri. Tra i “dimenticati della terra” di Frantz
Fanon. Ma un mondo ancora civile, accogliente, che ospita e nutre l’errante. Malgrado
i malversatori. Un vecchio cieco lo ipnotizza col canto. Uno psichiatra, quando
lo Stato benevolente decide di ricoverarlo, lo cura con Gogol e Puškin. Ma più
fa l’umanità dei poveri e degli esclusi. Un nano lo salverà a più riprese, lettore
di Lutero, Claudel e monsignor Knox (anche “di alcuni dei suoi romanzi gialli”),
poeta a tempo perso, un bambino abbandonato cresciuto dalle suore, che gli hanno
insegnato come la scrittura sia il proprio dell’uomo, e non il riso.
Siamo nel
1964-1965, all’indomani dell’indipendenza gloriosa. Con la corruzione che già s’impone
alla rivoluzione, al presidente Ben Bella. In un’Algeria ancora tribale, nelle
sue espressioni migliori di giustizia e di solidarietà. Paese già d’elezione dei pied-rouges,
i giovani europei che sfuggono la naja facendo i cooperanti, pensosi in
assenza di un mestiere. Un mondo composito, con cui Adem, uomo di città, comunica
“col silenzio e con le assenze”.
Lo scrittore
franco-algerino porta avanti la sua narrazione dell’Algeria dell’indipendenza,
dopo “Le Baiser et la Morsure”. Con un viaggio tra gli umili, il “sale della
terra”. Un ritorno alle origini, un tentativo di dissodare umori giovanili
perduti. Una ricerca, breve, del paese perduto. Un “viaggio al termine della notte” per
molti aspetti consolante, nella desolazione. Che si apre infine alla speranza –
la riedizione tascabile contiene “una fine alternativa inedita”. Mettendo
assieme arabi e cabili, mussulmani e cristiani, senza identitarismi, in un
paese liberato che potrebbe essere diverso, amministrato almeno decentemente,
se non bene.
Yasmine Khadra, Le
Sel de tous les oublis, Pocket, pp. 281 € 7
sabato 8 gennaio 2022
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (479)
Giuseppe Leuzzi
Una legge due
anni fa introduceva un forfait Irpef molto basso, il 7 per cento del reddito,
comprensivo delle addizionali regionali e comunali, per i titolari di pensione
estera che trasferivano la residenza fiscale al Sud, in paesi di non più di 20
mila abitanti. Con l’intento di ridurne in qualche modo lo spopolamento, gli
abbandoni. La raccolta fiscale è stata di soli 150 mila euro, 75 mila l’anno. Il
Sud non attrae nemmeno regalato.
Romanzi
padani
“Ammiro Umberto
Bossi, il Davide padano. Un politico vero: geniale, folle, imprevedibile. Di
lui non condivido le finalità e non apprezzo né linguaggio né stile, ma è un
dono per chi fa lo scrittore. Negli ultimi cinquant’anni nessuno lo eguaglia.
Neppure Tolstoj o Dostoevskij avrebbero saputo riscattare dalla (letteraria)
mediocrità Togliatti, Fanfani o Andreotti. La battaglia contro Golia-Berlusconi
è stata un capolavoro. Ora minaccia di dividere lo Stato. Ci riuscirà? Difficile,
è un protagonista senza comprimari e un difetto lo ha: il magnetismo non
irresistibile”. Ci è riuscito, a fare il Tolstoj, Vassalli con Bossi, a riscattarlo
dalla (letteraria) mediocrità?
“7”, il
settimanale del “Corriere della sera” evoca, per la serie “Le firme storiche”,
questo articolo di Sebastiano Vassalli, pubblicato venticinque anni fa, il 13
agosto 1996. Vassalli, genovese di nascita, è scrittore piemontese e padano,
avendo vissuto tra Novara e Casale Monferrato. Innamorato di Novara e del
Piemonte, ma anche di Dino Campana a Marradi, uno scrittore che si radica nel territorio.
Può per questo avere sentito il fascino perfino di Bossi. Nell’articolo non è
così perentorio come nel sommario (come nel sommario, però, dimentica Moro tra
i grandi mediocri prima di Bossi – sia lo scrittore che il quotidiano l’hanno trascurato).
Ma l’inventore della Lega – che vivacchiò da outsider poco considerato, se non fuori di testa, per un quindicennio, va
ricordato – tiene in grandissimo conto. Come “uno dei pochissimi uomini
politici che abbiano movimentato la storia dell’Italia unita”, l’unico che
regga il confronto nella storia repubblicana con Garibaldi, Crispi e Mussolini.
L’intento agiografico è palese. Del perdurante disdegno lombardo in cui Bossi
visse a lungo nota soltanto che Bossi lo apprezzava – un topos delle vite dei
santi, che crescono incompresi ma tengono duro: “Soltanto un commentatore
politico non digiuno di lettere, Giorgio Bocca, intravvide già allora la
grandezza del personaggio”. Che lui personalmente dice “l’uomo politico più nuovo
e geniale apparso sulla scena italiana nell’ultimo mezzo secolo”, cioè dalla
fine della guerra. E a riprova porta il tradimento di Bossi contro Berlusconi
nel 1995, in obbedienza alle trame di Scalfaro: “La battaglia del Davide padano
Bossi contro Golia-Berlusconi è stata un capolavoro di politica di movimento” –
“e la notte in villa ad Arcore, con il cuoco svegliato alle tre del mattino e
la passeggiata in canottiera nel parco, è letteratura allo stato puro. Di più:
è epos”. E non è finita: “Umberto Bossi giganteggia”.
Un caso di vanità
letteraria, anche se Vassalli se ne professava – e sembrava lo fosse – immune. Come se Berlusconi non fosse più padano di
Bossi. E tacendo – non sapendolo? – che Bossi quattro mesi prima senza Berlusconi aveva fatto vincere le elezioni al suo nemico Prodi (alle elezioni successive, 2001, arriverà al 4 per cento, la rappresentanza minima che la legge
Mattarella imponeva per l’accesso al Parlamento, con i pochi voti deviati da Berlusconi).
Ma, a
proposito, è più romanzesco Bossi oppure Berlusconi?
Romanzi padani,
sempre, per l’Italia.
Si
volge lo sguardo in basso
Ognuno agisce liberamente nel campo che si
trova libero dinnanzi. Che è stato, in parte, predisposto, dal caso o con
applicazione, sacrificio, intelligenza, furfanteria, o fortuna. Ma c’è un Nord
che si fa aria respingendo il Sud. Inspiegabilmente, senza titoli. S’immagina
Mr. Livingstone, e l’Henry Morton Stanley nobilitato, o Richard Francis Burton,
che fu ottimo scrittore d’altri, in figura di un Alessandro Magno delle terre
incognite. Invece è normalmente un magrolino di cui la barba non protegge il pallore,
corroso dal sole della savana, dall’umido della foresta, dall’ulcera e
dall’inutilità, in lite con la moglie a casa e coi portatori in viaggio,
normalmente dispeptico, giornalista disadattato o missionario di poche risorse,
di dignità non eccelsa rispetto agli indigeni che svilisce. Ma l’atto del
gettare va dall’alto in basso, da Amburgo alla Baviera, da Calais a Marsiglia,
e non si può il contrario: che a Reggio Calabria, dove per secoli hanno pagato
la magra economia dello stocco norvegese, si dica la Norvegia impresentabile, o
alla corte del Negus si rida dell’ultimo mercante di fucili ad avancarica, sia
pure Rimbaud. Il regno meridionale è Misspellheim nella mitologia nordica, il
luogo del mispelling, la cattiva compitazione. Un refuso.
L’etnologo che giudica Gengis Khan o il
prete Gianni, o Egill il valoroso vichingo, più spesso senz’altra conoscenza
diretta che un vecchio libro a sua volta inventato, è un frate, un mercante,
una spia o un maestrino ardente, in cerca della particolare gloria che consiste
nel poterla raccontare agli amici, ogni volta daccapo con più particolari.
Gente di poco conto e poco credito fa la storia. A un certo punto si trova un
giovane Coleridge, che sfrutta la fama del padre Samuel, e lancia il genere
della Biographia Borealis, o Vite di Settentrionali
Distinti. La storia è un racconto, e
chi trova ascolto la fa: basta un pubblico a creare un eroe, o il cattivo, e la
sua fama.
Ridere sotto il vulcano
Fiorettando su Massimino, il padrone ignorante
del Catania calcio in serie A, Francesco Merlo, catanese, evoca casualmente,
fra i tanti lampi con cui anima la
rubrica della posta di “Repubblica”, una
città siciliana col gusto della comicità verbale. Angelo Musco e Turi Ferro, che
Merlo cita, e Martoglio, e Brancati naturalmente. Ma i grandi “veristi” Capuana
e Verga non si sottraevano, nelle corrispondenze, nell’aneddotica, anche nella
narrativa, e De Roberto. Per non dire di Domenico Tempio, “lu munnu va n’arreri”,
una grandezza dimenticata forse perché è del Settecento.
Curioso, ci sono geni culturali locali – nel
senso biologico, genetico. Attorno ad Agrigento, per restare in Sicilia, l’iperintelligenza
del caso, da Empedocle a Pirandello e Sciascia (anche se Camilleri ha messo
molta sabbia nell’ingranaggio). Attorno a Palermo, città di corte, storie e
versi di corti e cortili – poche, a corte non si legge: Tomasi, Consolo (Sant’Agata
di Militello è a metà strada tra Messina e Palermo), Agnello Hornby, Piazzese.
Catania, sotto il vulcano, ride e fa
ridere.
leuzzi@antiit.eu
L’Europa si fa verde con la Russia
Ci sarà il nucleare nella
nuova strategia verde europea? E il gas naturale? Il dibattito in Italia è
pleonastico - serve a coprire il vuoto di offerta politica (l’Italia non ha e
non avrà centrali nucleari). In Europa invece il dibattito ha un senso.
Il nuovo governo tedesco,
color semaforo, rosso-verde-giallo, di socialdemocratici, verdi, e liberali,
rimette all’orizzonte Ue il gas, e ne scaccia il nucleare. Effetto dell’entrata
dei Verdi al governo, si supporrebbe, da sempre contrari al nucleare. Ma i
verdi sono - erano - contrarissimi anche al gas.
La verità, semplice anche
se volgare, è che col no al nucleare si colpisce la Francia, che fa il 70 per
cento dell’elettricità con le centrali atomiche, mentre col gas la Germania fa
business, ricco, con la Russia. Con la nuova gigantesca condotta Nord Stream 2,
al largo dall’Ucraina, e anche dai Baltici, non si sa mai, dai possibili
mestatori – inaffidabili sono Ucraina e Baltici, non la Russia.
In linea con Berlino la galassia
germanica. Il Belgio, che produce il 50 per cento dell’elettricità con sette
reattori nucleari, ne ha predisposto la chiusura per il 2025. Ma per passare al
gas. La Svizzera pure, che produce un terzo dell’elettricità con le centrali
nucleari: a fine ciclo le sostituirà con il gas. In controtendenza, nel
Centro-Europa, l’Olanda: ha prosperato sulle riserve nazionali di gas, che ora
si sono assottigliate, e punta a un programma di due-tre centrali nucleari.
Nucleare sì nucleare no,
al partita si sta giocando attorno al gas. Della Russia.
La salvezza viene con l’arte
Un racconto semplice:
lei, Barbora Kysilkova, pittrice iperrealista, al modo di Annigoni, anni 1950,
poi Guarnieri, decide di incontrare uno dei due autori del furto di due sue tele
in mostra al Centro Nobel a Oslo. Lei, ordinaria di Praga, in fuga da Berlino
dove era sposata a un uomo violento, lui un giovane di molte qualità, che gravi
carenze affettive nell’infanzia hanno ridotto alla droga e all’asocialità.
Un racconto “vero”
che si segue come una favola. Di redenzione attraverso la pittura, dell’arte
terapeutica. Col doppiaggio genialmente sovrammesso alla parlata originale, un
effetto insieme di distanziamento e partecipazione.
Benjamin Ree, The
Painter and the Thief (La pittrice e il ladro), Sky Arte
venerdì 7 gennaio 2022
Letture - 477
letterautore
Colonna sonora - Viene per ultima
nei titoli di coda dei film, dopo chiunque in qualche modo abbia ricevuto una
paga, gli autisti, i trasportatori, i fornitori di ogni genere. E distrattamente.
La colonna sonora di Einaudi per “The Father. Niente è come prima”, per esempio,
che pure è parte rilevante della narrazione. O la romanza celebre “Je crois
entendre encore” di Bizet, dei “Pescatori di perle”, che nel film torna almeno tre
volte, cantata da una voce tenorile purissima, di cui non si fa neanche il nome
(è Cyrille Dubois), gusto il titolo, nemmeno della romanza, solo dell’opera.
Controinformazione – Era di sinistra,
estrema, ora è di destra. E più radicale, pretendendosi controcultura. Nacque
nel Sessantotto, a opera dei gruppi extraparlamentari di sinistra, con le
testate “Lotta Continua”, “Metropolis”, lo stesso “Manifesto”, con fogli
ciclostilati, con libri come “Strage di Stato”, 1974 (repertoriata da Pio
Baldelli in “Informazione e controinformazione” già nel 1972, dalla rivista “Tempi
moderni”, curata da Giovanni Bechelloni, e da molta sociologia sparsa della
comunicazione.
Era nata in America, nei tardi anni 1960. In
fogli ciclostilati, anarchici, situazionisti, eccetera, sul tipo dei samizdat,
i fogli sparsi della controinformazione politica in Europa orientale, contro i
regimi comunisti filo-sovietici. Era l’informazione
libera, cioè fuori dai condizionamenti economici, editoriali o politici – fuori
dal coro, o dal “potere”. L’espressione forse più influente di quello che sarà il
Sessantotto: la possibilità e la capacità di criticare. Con propri mezzi,
benché limitati, e presto con le radio libere, come antidoto a quello che allora
si denunciava come comunicazione di massa, via radio e tv, e oggi si dice
strapotere dei media, dei social.
Nel 1969-1970 coagulò attorno al “New York Times” e alla “Washington Post”, parte dichiarata
delle lotte di potere contro la presidenza Nixon, con i “Pentagon Papers” e con
lo scandalo Watergate.
Riemerge ora in America come “controcultura”,
di destra radicale - “The Daily Wire”, “Daily Beast”, la piattaforma Gettr.
Contro “lo strapotere dei social media”, che vengono ascritti all’establishment
di sinistra. Impegnati su una serie di temi vasta, anche di sinistra: cambiamento
climatico, sindacato, minimo salariale, per la libertà di parola, oltre che contro
l’aborto illimitato, le donne transgender nello sport, e la cancel culture.
Neutro – Si potrebbe resuscitarlo, anche
all’anagrafe, per le persone, per evitare di doverle dire maschio o femmina, nell’umanità
che si vuole asessuata. Sull’esempio del tedesco das Mädchen, che significa “la ragazza”. Bisogna certo
restaurare il neutro nelle lingue neolatine. Per l’inglese non sarebbe
difficile: basta sostituire “ragazzo”, “ragazza”, “donna”, “uomo”, “maschio” e “femmina”
come sostantivi, con “persona”, p.es., come è già l’uso nell’America up-to-date.
Refusi – Sono gli errori di stampa,
quando la stampa si faceva per fusione dei caratteri di piombo, che
infiorettano giornali e libri. Gli errori al suo tempo dei copisti, poi dei
proti, i capi tipografi che controllavano le bozze. Ma anche dei
redattori-editori, quando la lettura dei manoscritti era impervia, o dopo, con i
dattiloscritti, per inavvertenza. Notevoli in questo caso, specie nei libri di
fantasia, per gli effetti talora bizzarri. Cambiando a volte il senso di una frase,
una sorta di scrittura automatica, in uno che magari, benché non voluto, era
più pregante.
Dispute filologiche si sono anche accese
sugli errori di stampa. Il corpo che diventa porco, l’amore umore
e l’adorata odorata, e non sappiamo se il dantista è dentista, o viceversa, la
rivoluzione rivelazione, e l’immaginazione impaginazione. Se Yeats disse “soldier Aristotle” o “solider Aristotle”, e se l’ozio è indispensabile
al mondo o l’odio, il correttore di bozze è corruttore, e i torchi gemono,
oppure i turchi, o i tirchi. E i carabinieri s’imbattono in covi allarmanti, o
in cori, o in voci, com’è più probabile. I refusi angosciavano, e divertivano,
Sciascia e Savinio, Flaiano e Morselli, autori della leggerezza..
I correttori di bozze, che usavano un
tempo in tipografia ed erano addetti proprio ai refusi, si sono trasformati qualche
volta in correttori di bizze. Il “Corriere della serra”, di cui si è potuto
leggere nel confratello parigino “Le Figaro”. Alcuni contesi come diritti
d’autore: La moglie del sardo che in realtà è la moglie del sordo sarebbe
invenzione di Valéry Larbaud – che poi trascorse afasico gli ultimi vent’anni –
ma il “Corriere della sera” lo ha attribuito
a Grazia Deledda
Ora l’ultimo word sottolinea due volte le
concordanze che non lo soddisfano, e ci azzecca, anche in italiano - rederà
impossibili i refusi?
Stupidità - Va con l’umorismo,
nelle scritture di molti. Moltissimi nell’antichità sentenziosa. Bollarono risata e stupidità insieme Menandro,
Isocrate, Catullo, il Libro dei consigli della Bibbia greca (poi chiamato anche
“Ecclesiastico”), l’“Ecclesiaste” naturalmente, il “Canzoniere eddico”, i
proverbi popolari. E Oscar Wilde, il cui “Marito ideale” professa “una grande
ammirazione per la stupidità”, per ridere – Wilde diceva di suo: “Non c’è altro
peccato che la stupidità”. Come il giovane Baudelaire, o il borghese Flaubert.
Ma c’è anche l’ironia
inversa, altro esercizio letterario: l’eristica, l’argomentazione sottilmente
inutile. Savinio ne era affascinato e perseguitato, dagli elogi “per mania
eristica delle cose più inutili e anche delle dannose, il fumo, la polvere, la
peste”. Per la peste citeremo il Berni, che vi si esercitò più volte. Molto
usati, gli elogi ironici, nel Novecento. Dell’Ottocento si ricordano, di Cesare
Beccaria e di Paul Lafargue, il genero di Marx, l’elogio dell’ozio. Dione di
Prusa fece l’elogio del pappagallo e della zanzara. Sinesio scrisse un elogio
della calvizie. Luciano scrisse un “Elogio della mosca”. Giuliano un elogio della
barba a rovescio - essendo l’imperatore filosofo barbutissimo, scrisse un “Misopogone”,
contro la barba. In Francia la letteratura è immensa, dalla scuola di
Fontainebleau a Montaigne e al marchese de Sade, di elogi di organi e pratiche
porno.
Attrae soprattutto i letterati. Non c’è una
riflessione filosofica sulla stupidità. Si citano s. Agostino e Cicerone, per frasi isolate, moti di
stizza. Ripresi da Raymond Aron, lo studioso della politica, che la stupidità
dice “il fattore dominante della storia”.
Il grosso del lavoro è la riproposta degli
scrittori rinomati che si sono esercitati in argomento: il filone di Giufà, Jean
Paul, Flaubert, Musil, Eco, Sciascia. Di Sciascia,
che però non vi si intrattenne con qualche riflessione, si può dire un’ossessione
- il terrorismo liquidò in tv dopo il rapimento di Moro, sbuffando per
l’indignazione, con due sole parole: “Sono stupidi!”. Uno spasso per Eco, dal
“Pendolo di Foucault” al “Cimitero di Praga”.
Non manca – Gianfranco Marrone – chi propende per
la “Ricerca” di Proust come “un’interminabile galleria di stupidi”. La lettura
può esserne in effetti ironica, degli amori, i vezzi, le manie, le devozioni
filiali, le rivolte, i giochi delle ipocrisie – come tutto ciò che si definiva “borghese”.
Ma per l’autore, scrivere tremila e più pagine di sottile ironia? E contro chi?
letterautore@antiit.eu
Maremma horror
Un horror -
purtroppo presentato come giallo, anche se la sorpresa finale c’è - in Maremma.
Una Maremma grigia, triste, quale fu per secoli, certo, con le acque stagnanti
riaffioranti. Con prove d’autore di Massimo Popolizio e Edoardo Pesce, due
attori capaci di grande teatro (e, ce ne duole molto, sono un capitano e un
tenente – “Cane Pazzo” - dei Carabinieri: due personaggi che faranno inorridire
la Benemerita?). Richiama curiosamente Dario Argento, ma urlato e non silenzioso.
Un ragazzo e una
ragazza scompaiono a un rave party. Una serie di violenze seguono,
improvvise, sanguinose. Gratuite: il contrappunto della vita ordinaria è troppo
esile, per sostenere la macabra vicenda, di torture, pestaggi, autodistruzioni.
“Cane Pazzo” si
propone per una serie, ma ha già eliminato troppi comprimari.
Vincenzo Alfieri, Ai
confini del male, Sky Cinema
giovedì 6 gennaio 2022
Cronache dell'altro mondo - la Grande Dimissione (162)
È l’epoca della Grande Dimissione: sempre più lavoratori, da un anno circa, si dimettono dal posto di lavoro negli Stati Uniti. In vista di un’occupazione per qualche aspetto più soddisfacente. Almeno 4,5 milioni di persone hanno lasciato il posto di lavoro a novembre. In aggiunta ai 4,1 milioni di ottobre. E ai 4,36 milioni di settembre.
La disoccupazione è sempre alta, 6,88 milioni a novembre. Ma di transito, tra un’occupazione e l’altra, praticamene non c’è disoccupazione di lunga durata. La creazione di nuovi posti di lavoro è più del doppio delle dimissioni: 10,56 milioni di nuovi posti a novembre, 11,09 a ottobre, 10,44 a settembre.
Nei dodici mesi a novembre 2021, sono stati aperti negli Stati Uniti 75,4 milioni di nuovi posti di lavoro, con abbandoni e licenziamenti pari a 68,7 milioni – per un saldo netto di nuovi posti di lavoro di quasi sei milioni, 5,9. La pandemia e i lockdown hanno accresciuto e non ridotto (contrariamente all’Italia, p. es., n.d.r.) l’occupazione, il mercato del lavoro.
Il tema non è stato ancora analizzato. Sicuramente non si tratta di nuovi posti di lavoro a paghe ridotte – la compressione dei salari effettivi era in atto semmai prima, con le presidenze Obama e i primi anni della presidenza Trump: non si spiegherebbe altrimenti il gran numero di abbandoni volontari, di dimissioni.
Ombre - 595
“Il 40 per cento dei test rapidi negativi in realtà è falso”, l’assistente del genera le Figliuolo. Di che stiamo parlando, che i contagi sono il 40 per cento in più delle statistiche? Che i tamponi li facciamo per ingrassare le farmacie?
C’è anche la virtuosa Regione
Emilia-Romagna che scopre 33 mila casi pregressi grazia e un ricalcolo. Di che
stiamo parlando, allora?
Anche,
ospedalizzati con covid o ospedalizzati a causa del covid: fa differenza?
Enorme? Perché confonderli? Perché l’informazione, dopo due anni, è così
lacunosa. Oltre che la storia e la geografia, la scuola ha cancellato anche la
matematica, le statistiche?
A
Chicco Testa, ex presidente di Legambiente, che propone qualche
termovalorizzatore per smaltire l’immondizia a Roma, un investimento privato
che non aggraverebbe il bilancio del Comune - e farebbe costare lo smaltimento
meno di quanto costi ora, esportando l’immondizia - la Cgil del Lazio
contrappone una multi-utility pubblica, cioè un altro carrozzone.
Succede
nello stesso tempo di avere sottocasa un cantiere che blocca da settimane le
strade, invertendo i sensi unici con segnali improvvisati, con grave rischio di
collisione, per il rifacimento di uno snodo delle tubature del gas. Un cantiere
dove si lavora un giorno sì e cinque no. Preceduto da altri due cantieri, allo
stesso incrocio e tratto di strada, uno per la condotta dell’acqua, Acea, e
uno, Ama, per la fognatura. Tre cantieri all’opera per sei mesi quando ne
bastava uno. Forse non è cattiva gestione, è corruzione in appalti. Ma cambia?
La
corruzione è evidente nella diversità degli appalti. Acea, società quotata, ha
controllato ogni giorno i lavori, di un appaltatore che ha lavorato rapido e ha
ricostituito manto stradale e marciapiedi come nuovi, con strisce bianche per
l’attraversamento e il parcheggio. Le municipalizzate senza alcun controllo e
senza collaudo – il cantiere Ama chiuso ha manto stradale e marciapiedi
rabberciati, senza più segnaletica a terra.
“Scuola,
un «buco» di 8.500 no wax”, di cui 7.000 insegnanti, solo nel Lazio.
Impossibili da sostituire, naturalmente. Ma il nucleo no wax è di insegnanti?
Il
principe Andrea probabile condannato. Per la regina Elisabetta una fine
ingloriosa. Ma dei suoi quattro figli chi ha fatto bene: Carlo? Anna? Andrea?
Non proprio bene, ma decentemente?
Dopo
l’assegno ai netturbini che non si sono messi in malattia per le Feste, il
professor Gualtieri, sindaco di Roma, recidiva: assegna, con tanto di delibera fatta
approvare in pompa dal consiglio comunale, un quarto degli introiti da multe
stradali ai dirigenti dei vigili urbani. Uno pensa che non sia possibile, e
invece è vero. E il professore è persona tranquilla, responsabile.
Papa
Francesco governa il Vaticano con i motu proprio: “35 in 8 anni,
Giovanni Paolo II in ventisette anni ne ha firmati 32”, Filippo Di Giacomo sul
“Venerdì di Repubblica”. Il papa sinodale, collettivo, comunitario,
democratico, governa a colpi di decreti, personali.
Celebrando l’anno record di Piazza Affari Andrea Greco
assegna la palma a Unicredit, per il rimbalzo del 76 per cento. A 13,5 euro. Ma
Unicredit “valeva” 18 euro tre anni fa. Com’è possibile che una grande banca
subisca oscillazioni in Borsa così enormi?
“Sono stato presidente della Commissione Europea
con 15 e con 25 Paesi e non c’era alcuna differenza. Il mio problema era sempre
trattare con la visione divergente della Gran Bretagna”, Romano Prodi, “7”.
Etichette:
Affari,
Il mondo com'è,
Informazione,
Ombre
Memorie tragiche e comiche dell’uomo-pianura
L’amico del protagonista,
l’unico, “ha il panico delle iniezioni”. È stato vittima del terrorismo arabo
di Atocha, la metropolitana di Madrid, con centinaia di morti, amputato, e si
diffonde con disinvoltura su tutte le atrocità di cui legge nel mondo, ma ha
“il terrore degli aghi”. C’è insomma anche un prospettivo no wax. Fra le altre
occorrenze, piccole, minime e grandi della vita quotidiana. Che il
protagonista, uomo senza qualità fra i tanti, ripercorre una volta che ha
deciso di morire – si ucciderà tra un anno, il 31 luglio, un mercoledì, di
sera.
Toni inganna il
tempo rimemorando, mese dopo mese, nelle sue stracche giornate di insegnante di
Filosofia al liceo, divorziato, “triste e solo, con addosso una sensazione di
sconfitta”, con la cagnetta Pepa, e con Tina, amante rassegnata di plastica, di
tanto in tanto con l’amico no wax, che ha deciso di seguirlo nella sua
determinazione della morte certa. Il padre, la madre, la moglie, i suoceri, il
fratello, il figlio, che ogni tanto rivede. E la sua prima fidanzata, brutta e
simpatica, che gli tocca rivedere. Incorre anche in un torturatore del
franchismo, “Billy the Kid”, che ha rotto la faccia al suo padre trinariciuto, che
riceve un’assurda onorificenza dalla Spagna democratica – un personaggio vero,
Antonio Antonio González Pacheco, morto ultimamente di covid, a 73 anni, che
dunque negli anni di Franco ne aveva una ventina…
Un “uomo pianura”,
senza spessore, senza progetto, senza reali sentimenti. Ma buon narratore, non
lagnoso. È uno che, come il Nobel Parisi dagli storni, è affascinato dai
rondoni che “vanno, vengono, si incrociano nell’aria a tutta velocità e non
c’è verso di racchiuderli in un numero”.
Scherzoso spesso,
anche triviale. Nelle scene di sesso d’obbligo ogni ventina di pagine. Nelle
frasi famose di cui tiene il quadernetto (di Camus, “C’è soltanto un problema
filosofico davvero serio: il suicidio”…). Nei personaggi che non ama: gli
indipendentisti catalani, la lesbica (la “padrona” lesbica della ex moglie), le
famiglie. Nei non-eventi a cui la decisione di morire riduce la vita giorno per
giorno. Un po’ ripetitivo. Anche confuso – “ho vissuto come una vessazione
incessante la relazione intima con una donna intelligente”, mentre per tutta la
narrazione è lei che è ingrata e oppressiva, sfruttatrice (una delle scene
esilaranti è quando si fa spalleggiare dal marito per liberarsi dalla
“padrona” di letto), furba.
Forte del successo
del fluviale “Patria”, Aramburu si ripete. Di lettura anche questo non ardua,
uno spaccato, involontario?, della vita quotidiana oggi, in città, in Europa:
dei giovani incerti, sporchicci, inetti,
dell’affetto per gli animali esclusivo, dell’incapacità di
ascoltarsi-osservarsi e di comprendersi, col padre, la madre, il fratello, il
coniuge, dell’amicizia ristretta, abitudinaria, della politica assente. Il cane
ha la buona morte, l’uomo no, è la sua verità meno banale. Centinaia di
aneddoti veri o inventati assembla che sono (funzionano) come un teatrino delle
nostre azioni e riflessioni quotidiane, ordinarie, rimuginazioni, specie di
quelle familiari.
Una lettura
scorrevole, agevolata forse dalla traduzione di Bruno Arpaia (ma “L’inconclusa”
di Schubert, per “L’incompiuta”?)
Fernando Aramburu,
I rondoni, Guanda, pp. 713 € 22
Toni inganna il tempo rimemorando, mese dopo mese, nelle sue stracche giornate di insegnante di Filosofia al liceo, divorziato, “triste e solo, con addosso una sensazione di sconfitta”, con la cagnetta Pepa, e con Tina, amante rassegnata di plastica, di tanto in tanto con l’amico no wax, che ha deciso di seguirlo nella sua determinazione della morte certa. Il padre, la madre, la moglie, i suoceri, il fratello, il figlio, che ogni tanto rivede. E la sua prima fidanzata, brutta e simpatica, che gli tocca rivedere. Incorre anche in un torturatore del franchismo, “Billy the Kid”, che ha rotto la faccia al suo padre trinariciuto, che riceve un’assurda onorificenza dalla Spagna democratica – un personaggio vero, Antonio Antonio González Pacheco, morto ultimamente di covid, a 73 anni, che dunque negli anni di Franco ne aveva una ventina…
Un “uomo pianura”, senza spessore, senza progetto, senza reali sentimenti. Ma buon narratore, non lagnoso. È uno che, come il Nobel Parisi dagli storni, è affascinato dai rondoni che “vanno, vengono, si incrociano nell’aria a tutta velocità e non c’è verso di racchiuderli in un numero”.
Scherzoso spesso, anche triviale. Nelle scene di sesso d’obbligo ogni ventina di pagine. Nelle frasi famose di cui tiene il quadernetto (di Camus, “C’è soltanto un problema filosofico davvero serio: il suicidio”…). Nei personaggi che non ama: gli indipendentisti catalani, la lesbica (la “padrona” lesbica della ex moglie), le famiglie. Nei non-eventi a cui la decisione di morire riduce la vita giorno per giorno. Un po’ ripetitivo. Anche confuso – “ho vissuto come una vessazione incessante la relazione intima con una donna intelligente”, mentre per tutta la narrazione è lei che è ingrata e oppressiva, sfruttatrice (una delle scene esilaranti è quando si fa spalleggiare dal marito per liberarsi dalla “padrona” di letto), furba.
Forte del successo del fluviale “Patria”, Aramburu si ripete. Di lettura anche questo non ardua, uno spaccato, involontario?, della vita quotidiana oggi, in città, in Europa: dei giovani incerti, sporchicci, inetti, dell’affetto per gli animali esclusivo, dell’incapacità di ascoltarsi-osservarsi e di comprendersi, col padre, la madre, il fratello, il coniuge, dell’amicizia ristretta, abitudinaria, della politica assente. Il cane ha la buona morte, l’uomo no, è la sua verità meno banale. Centinaia di aneddoti veri o inventati assembla che sono (funzionano) come un teatrino delle nostre azioni e riflessioni quotidiane, ordinarie, rimuginazioni, specie di quelle familiari.
Una lettura scorrevole, agevolata forse dalla traduzione di Bruno Arpaia (ma “L’inconclusa” di Schubert, per “L’incompiuta”?)
Fernando Aramburu, I rondoni, Guanda, pp. 713 € 22
mercoledì 5 gennaio 2022
Cronache dell’altro mondo - capitali (161)
La Procuratrice dello stato di New
York, Letitia James, democratica, ha accusato il governatore dello stato Andrew
Cuomo, democratico, di abusi sessuali su undici donne. Costretto Cuomo alle
dimissioni, si è candidata alla successione – senza successo. Ora Cuomo è stato
assolto: delle undici donne che avrebbe molestato solo una lo ha denunciato,
Brittany Commisso. Ma non è stata creduta: si è dimostrato che era
un’innamorata rifiutata – una che corteggiava Cuomo.
Fbi e Procure Federali varie sono impegnate
da un anno a dimostrare che l’assalto al Congresso un anno della folla trumpiana
era organizzato da Trump. Hanno incriminato centinaia di persone – l’assalto è
stato fotografato nei dettagli. Ma ancora continuano il lavoro, non hanno
ancora trovato la mano di Trump dietro l’assalto.
I membri del Congresso e i loro
familiari hanno investito in Borsa l’anno scorso 630 milioni abbondanti di dollari.
I Repubblicani un po’ più dei Democratici. I Democratici investono soprattutto
nell’infotech, i Repubblicani nell’energia. Il maggiore investitore singolo è il
marito di Nancy Pelosi, la speaker Democratica della Camera dei Rappresentanti,
attivo nei settori immobiliare e venture capital.
La morte sbagliata
L’angelo della
morte Angela, Ilenia Pastorelli sempre periferica ma blackie, sbaglia la
data della morte del quarantenne Arturo, Pietro Sermonti, e per ingannare l’attesa
gli svela che tutte le sue felicità sono infelici. Sembra una trovata azzeccata
e per la prima metà il film funziona, a ritmo verdoniano – Arturo che obbediente
si suicida ma il cappio non si stringe è da cult. Poi s’intorcina, a tratti horror
demenziale, e non si capisce più niente.
Herbert Simone
Paragnani, Io e Angela, Sky Cinema
martedì 4 gennaio 2022
Calembour
Disadattato, incerto, a disagio
Come il violino mancino in concerto,
il missionario astemio alla messa,
l’impotente a letto con l’amata,
L’afasico tra i social sibilanti.
Per le
donne liberare
Le falene
e le farfalle
Anche per
i neri,
per tutti
che si intendono emancipare.
Simenon scopre il mondo
Cinque reportages
di Simenon inviato speciale nel 1935. La Lapponia “in pieno inverno” – un paradiso.
Una serie di morti misteriose (il padre di Maigret non riesce a fare luce) alla
Galàpagos, il “paradiso terrestre” in Terra. La vita visibile, e invisibile,
attorno al canale di Panama, che viene armato come per la guerra. A spasso per
l’oceano Indiano e i mari del Sud – il reportage che dà il titolo. E
Tahiti, l’isola degli amori facili – si presume: Simenon li prospetta ma poi si
mantiene discreto.
Tutto ben raccontato,
c’è sempre una promessa di sorpresa, ma poi niente di più il pittoresco dei
viaggiatori che Simenon depreca, Loti e anche Gauguin. O del riccone americano,
che gli dice: “Ho da spendere un giorno alle isole Marchesi, due alle Figi,
uno alle Ebridi e sei in Giappone” – se Ebridi non è un refuso (dalle Figi alle
Ebridi, e dalle Ebridi al Giappone si fa, si faceva, forse col Concorde) - gli yankee
con lo yacht di grandezza record sono la sua ossessione.
Un’esperienza che avrebbe
trasformato Simenon, opina Matteo Codignola nella nota editoriale, “Simenon
nudo”: a Tahiti qualcosa è successo, non sappiamo cosa, ma “amici e conoscenti”
concordi dicono “che la persona tornata da quel viaggio non era la stessa partita
qualche settimana prima”. Comunque comincerà allora a scrivere i suoi “grandi
libri” - i romanzi “duri”.
È vero che a un certo
punto, navigando per i mari del Sud, al largo di Timor, Simenon scopre che il
mondo è diverso. A partire dal tempo, dal diluvio universale. Un viaggio ha fatto
non nello spazio ma nel tempo: “Ho visto degli uomini! Tutti gli uomini, da
Adamo fino ai giorni nostri. E vi assicuro che è questa la cosa triste!” Noi, “con
i nostri bei completi, i caschi, i coltellini, i giornali e la radio”, facciamo
solo “finta di crederci i più forti, i più furbi”.
Con una copiosa dose
di fotografie, fatte dallo stesso Simenon, purtroppo senza didascalia. Che Codignola
così giustifica: “I materiali sono lacunosi e disomogenei”. Le foto, e anche gli
scritti.
Georges Simenon, A
margine dei meridiani, Adelphi, pp. 223, ill, € 16
lunedì 3 gennaio 2022
Calembour
I segni di sogni
O i sogni di segni
È refuso irresistibile
Ma in che senso?
Verum factum
Verum fictum
Il fatto è finto
È beard o bread
Che al capitolo “Eumeo” dell’“Ulisse”
Joyce avvolge nella carta?
Il ritorno del mattatore, di parola
Un padrone-padre, tutto azienda, anche capace, al tempo dei
diritti, che pure andrebbero rispettati - “El buen patrón” è il titolo originale. Una sfida riuscita per Xavier Bardem,
che regge le due ore del film dalla prima all’ultima scena – probabile Oscar come attore
protagonista (benché un solo attore non di lingua inglese ci sia riuscito in quasi
cento anni, Benigni). Una “commedia all’italiana”, in cui si sorride soffrendo.
Con un retrogusto reazionario, a fronte dell’operaio licenziato contestatore,
dell’immigrato arabo stimato ma sfottente.
Torna il mattatore
– è il terzo o quarto film in programmazione che si regge sulle arti del
protagonista, assorbente, in famiglia, al lavoro, in scena. Torna al cinema, in
forma di pièce teatrale, molto parlata, filmata. Economica anche, reggendosi
inquadratura per inquadratura su un solo attore, con pochi e sbiaditi comprimari
– che forse per questo piace a Nanni Moretti, che lo programma nel suo cinema.
Un cinema di parola anche, chi l’avrebbe detto. l’immagine vi è sussidiaria.
Fernando León de
Aranoa, Il capo perfetto
domenica 2 gennaio 2022
Calembour
Bello Bolle balla
Lieve all’onda
Di questo mondo
Che si vuole tremendo
Stormi di storni
O storni di stormi
La verità s’inverte
C’è un senso
nella perdita di senno?
Secondi pensieri - 468
zeulig
Complotto - L’idea del
complotto può dirsi una forma di gelosia, e la gelosia una forma di delusione,
verso sé stessi e quindi verso gli altri. Ingenera il sospetto una certa dose
d’ipocondria, in due forme. L’idea costante che gli altri tradiscono e vogliono
il nostro male. E l’incapacità altrettanto co-stante degli altri e di noi
stessi di essere all’altezza delle ambizioni. Freud non ne ha parlato, il genio
maligno. Proust sicuramente sì, nell’interminabile labirinto della gelosia, la
propensione, come la dice da qualche parte, a “formulare sospetti atroci su
fatti inconsistenti”. Ma i fatti non hanno bisogno di interpretazioni, non se
si vuole uscire dalla paranoia.
O c’è
bisogno di un complotto? Sia pure di quello hegeliano della ragione: la maggior
parte degli eventi non ha un fine. L’influenza per esempio, che a tutti
occorre. Il cancro no, vuole uccidere. L’influenza non ha neanche una causa, a
differenza del raffreddore. Che per questo a volte acquista anche un fine, più
rapido del cancro: la maggior parte dei decessi in ospedale avviene per
complicazioni broncopolmonari. I degenti vi sono accuditi con generosità di
personale e di risorse, finché un giorno la finestra aperta per cambiare l’aria
si porta via il più indifeso. Non ci si protegge dal caso, e allora un po’ di
causalità, per quanto perversa, ci vuole. O si può tornare con Darwin
all’“argomento del progetto” del teologo Paley: se c’è un orologio, c’è un
orologiaio. Anche Borges immagina una “storia di alcuni cospiratori i quali
decidono che qualcuno non esiste o non è mai esistito”. Oppure che esiste,
anche se non è mai esistito.
Si parla troppo non a caso. O è vero o è falso,
si dice. E se il falso è vero? Il terzo escluso è solo necessario, non
foss’altro perché l’uno o l’altro dei termini del caso spesso è occulto.
È effetto della latitanza culturale, intellettuale? Di due generazioni ormai, disperse tra le chiacchiere social e il consumismo più sciocco, la coda di notte per le scarpe gialle Lidl a due euro, che bastano per una camminata, o per appenderle, i tatuaggi, brutti e sporchi, le barbe. Si è latitanti non senza effetto, lo dice la stessa parola. L’isolamento nutre l’orrore. Lutero lo spiega nel commento alla Bibbia, dove a Dio fa creare la donna perché non è bene che l’uomo stia solo: “Un uomo solo deduce una cosa dall’altra, e pensa tutto per il peggio”. Il complotto è esercizio logico prima che paranoico, e unisce tutti, quelli che convergono dall’isolamento. Tutto vi è ineluttabile, una volta recisi i ponti: come la gelosia, l’orrore si nutre di sé. Altra cosa dalla solitudine, il dialogo con se stessi che prepara all’incontro con gli altri e la vita. Chi sopporta sé stesso accetta gli altri: nella solitudine, spiega Arendt, “siamo sempre due-in-uno”, rieccolo. Nietzsche si fa in due a Sils-Maria uscendo dall’isolamento, la malattia professionale dei filosofi. Bertram de Born, l’originale di Dante, è quello che si porta la testa in mano, decapitato per aver diffuso l’odio nella famiglia del re d’Inghilterra, di cui era consigliere.
Il vizio del complotto è come la
superstizione, pronuba la paura: si temono mali ignoti, e se mancano motivi
certi di paura s’inventano.
Dolorismo – L’ipocondria, lo spleen
di tanta prosa dolorante, e poesia, è causa, prima che segno o effetto, della
civiltà della crisi. Il dolorismo si osserva come malessere ricorrente
(tipico?) di chi ha la pancia piena, Europa (Scandinavia)-Usa, che spiega
all’indigente (Asia, Africa, America Latina) quanto è duro abboffarsi, e ne
pretende gratis la compassione – usava dirla solidarietà, ora empatia.
Fede – È l’altro estremo del filo
(ragionamento) che porta al suicidio. Meno tragico, anzi consolatorio. Ma non
meno dialettico, critico: la fede, come il suicidio, libera dal seno tragico
dell’esistenza.
Si faccia l’ipotesi che l’uomo
conosca l’ora della morte. L’uomo di fede si consola con l’anima immortale, lo
scettico con l’inevitabile – anche, se del caso (stanchezza, sofferenza,
rivalsa), con la rinuncia a vivere. È il solo quadro in cui il Camus celebrato –
“C’è soltanto un problema filosofico davvero serio: il suicidio” – prende
senso.
L’immortalità è una condanna, un
cappio, per il senza fede: una trappola logica. La fede, che in teoria vi si
basa e vi fa affidamento, ne prescinde. Si basta: è fonte di energia e arma per
superare l’incertezza – o la atonia, la cialtronaggine. Per quanto vaga,
“infondata”, essa possa riuscire a esame critico. Una droga, una simpamina.
Lascia liberi di accettare la vita vissuta, anche anonima e perfino sordida,
senza perdersi – senza cadere nella passività.
Self-deception – “Non la giusta percezione di sé,
è alimentare dentro di noi un inganno, assegnarci la parvenza di una bella
figura, cercando di dimenticare quel che di negativo, di vergognoso, c’è in
noi” – Edgar Morin. È il rimosso, il procedimento di rimozione, con un che di
voluto, programmato.
Stupidità – Jean Paul, che ne fece l’elogio,
la vuole indefinibile, legata alle sue proprie manifestazioni, e una sorta di
specchio: “Ognuno apprezza la stupidità che più somiglia alla sua”.
O un metro universale: la
stupidità di Jean Paul si elogia da sola, scendendo cioè dove più basso non
si può, ma se alza il capo e guarda in alto non trova che stupidità.
Quella biblica,
dell’“Ecclesiaste”, è cosmica, di pessimismo radicale: “Infinito è il numero
degli stolti”. Se non che, come pare, questo è un senso ciceroniano, che il
traduttore san Gerolamo avrebbe soprammesso, ma estraneo all’originale ebraico
e alla versione dei Settanta, che invece recita tutt’altro: “Ciò che manca non
si può contare”. È di Cicerone la moralità “stultorum plena sunt omnia”
– ripresa da sant’Agostino (“Contra Academicos”): “Immensa è la folla degli
imbecilli”.
Fra i tanti che ne hanno trattato,
i più la legano alla risata – come se ridessero solo gli stolti. O alla
saggezza, come una forma di furberia. A partire da Cassiodoro: “La stupidità al
momento opportuno è la più grande saggezza”. Fino a von Hofmannstahl: “La
stupidità più pericolosa è un’acuta intelligenza”. Un’ambivalenza che ha
inquietato soprattutto i letterati – Flaubert fra i tanti, Baudelaire giovane,
Musil, U. Eco, Gadda, Fruttero e Lucentini. E un paio di storici, tra essi lo
storico dell’economia Carlo Maria Cipolla.
In una forma lievemente diversa
Pascal ne fa carico a Montaigne, perché si crede pieno di saggezza –
l’intelligenza non si vuole apodittica, specie in materia morale,
controvertibile.
Deleuze osserverà che la bête,
bestia in francese, non è soggetta alla bêtise, la stupidità.
L’intelligenza artificiale la
metterà fuori corso? Saremo tutti se non sapienti, nella condizione di sapere,
senza ostacoli all’ingresso.
Ma è la stupidità l’opposto
dell’intelligenza? O: quanto è intelligente l’intelligenza artificiale?
zeulig@antiit.eu
Lasciarsi a Roma, borbottando
Un amore romantico, tra compagni di dieci anni
che più non si sopportano, anonimo su Whatsapp. Lui, romanziere in crisi,
redattore a tempo perso della posta del cuore di un sito, innamora lei, manager
multinazionale (spagnola a Roma, presto trasferita a Londra) di una società di
videogiochi, con la quale nella realtà convive stancamente. Come a dire: sarebbe facile passare sopra alle incomprensioni -ma non è così.
Il racconto di una
separazione, sempre fonte di angustia - il piatto rotto non torna mai come prima, ma questa semplice verità in amore pare non sia accettabile. Intrecciata con una separazione che avrebbe
ogni ragione di farsi, giocata non sulle disillusioni e i malintesi quanto sui
ruoli di genere, lei non essendo più la ragazza di un tempo, si è fatta sindaco
di Roma, figurarsi, e lui annichilito.
Un racconto garbato,
bene intrecciato, dell’amore possibile e impossibile. Troppo adagiato sulla
naturalezza intesa come difetto di dizione. È un omaggio a Roma, di cui offre lusinghiere immagini, ma è un racconto parlato, e quindi sperso nei
borbottii confusi che sostituiscono il dialogo, e nello spagnolesco della
protagonista (Marta Nieto) - per il resto perfetta nel ruolo. Meglio si salva
la storia della sindaca (Claudia Gerini) e consorte (Stefano Fresi), che sanno recitare
distinto, risultando perfino più realistici.
Edoardo
Leo, Lasciarsi un giorno a Roma, Sky Cinema
sabato 1 gennaio 2022
Allo smorzo*
“Milan,
giù la testa
Si
sveglia tardi, la Fiorentina fa festa
Vlahovic
e Ibra a suon di doppietta”
“Corrispondenze
e assonanze
Fra
discipline scientifiche diverse”
“Arrivarci
si combina col caso”
“Una
ricerca, che dice semplice”
*materiali
di recupero - qui suoni di recupero: titoli di poesia involontaria
Toppe di colore – guardando il mare
In
italiano si diventa verdi di rabbia, in tedesco blu – ma sono blu in tedesco
anche gli ubriachi (e chissà perché la luna è maschia in quella lingua, come
anche la bocca, e si somiglino pure, Mond e Mund?). Magris, uomo di mare,
discepolo, amico e cultore di Biagio Marin, preferisce l’azzurro, dunque
anche il blu: il blu è romantico, spiega, e anche anti-romantico, da Heine fino
a Benn e Celan – via Rilke, George eccetera: la poesia si può dire quasi tutta
azzurra-blu - anche prima del “fiore azzurro” prototipo, di Novalis,
dell’“Enrico di Ofterdingen”. E così via, da divagazione in divagazione, che si
sa vengono come le noccioline.
Magris
stanco trova un momento per divertirsi, una lieve brezza divagante. Qui propone, ben
spaziata, la conferenza che ha tenuto nel 2020 al festival La Milanesiana, di
Elisabetta Sgarbi.
Dunque,
il blu è poesia. E il bianco, che ispira innocenza, virtù, spiritualità –
compreso il bianco sacramentale, aggiungeremmo, dei battesimi, le comunioni, i
matrimoni? Melville ne fa “il colore del negativo, della spettralità, dell’orrore”.
Per non dire di Poe: “Orrore, follia e ambiguità assoluta è il bianco nel ‘Gordon
Pym’ di Poe” – o di Lovecraft. Il colore è musica, conclude Magris, “perché
dice e non dice” – e la musica è anche colore, come nel blues, e in
tante composizioni. Manca Leonardo, il fondamentale “la pittura è cosa mentale”
– e il colore è prima di tutto pittura. Ci sono molte altre letture.
Se
non che: “Esistono i colori?”, chiede Magris all’inizio. O meglio, “quanti sono
i colori?” Sono 999 secondo l’atlante dei colori, “Du Mont’s Farbenatlas”. Ma di
che natura? Questo è stato ed è un problema per la filosofia. I “filosofi
aristotelici”, Kant, Husserl, Wittgenstein, propendono per il no, non esistono,
non hanno natura. Goethe ha provato a individuarne la sostanza, in opposizione
a Newton, ed ha fatto un gran lavoro, ma non ha risolto.
Claudio
Magris, Le toppe di Arlecchino, La Nave di Teseo, pp. 34 € 8
Iscriviti a:
Post (Atom)
