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giovedì 13 gennaio 2022

Ombre - 596

“Omicron infetterà un europeo su due”, dice il dirigente Oms col suo inglese alla Sturmtruppen, intimidatorio, minacciosissimo. Cioè? Avremmo potuto risparmiare sui vaccini.

Peggio, rilancia il dottor Fauci, col suo ghigno: “Omicron infetterà tutti”. Vuole dare ragione ai no wax, un colpo al cerchio e uno alla botte.

 

Non basta: “Dubbi nel Cts sul bollettino quotidiano”, Non dice la verità?

“Report dei contagi ogni sette giorni”, il governo ci pensa”. Cioè, abbiamo sbagliato, per due anni?

 

Ottanta contratti al Comune di Roma dopo le Feste, è la seconda iniziativa del nuovo sindaco di Roma, a tre mesi dall’insediamento. Che altrimenti si è illustrato solo per un premio ai netturbini se non “si ammalavano” durante le Feste. Contratti a termine, ma per una spesa di 4 milioni l’anno – da aumentare a 6,5, con altri trenta contratti annunciati. A persone di nessun titolo, nemmeno di studio, né qualifica, nelle segreterie degli assessorati, in qualità di consulenti e …: ex consiglieri comunali Pd, ex presidenti e ex consiglieri dei municipi, candidati non più eletti, volontari del Partito. Con

 

Arrivato al dunque, alla cancel culture come cancellazione della storia e quindi della cristianità, papa Bergoglio si è inalberato: “In nome della protezione della diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità”. E: “Si va elaborando un pensiero unico, costretto a rinegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata in base all’ermeneutica dell’epoca, non l’ermeneutica di oggi”. L’ermeneutica? Per il resto la scoperta dell’acqua calda. Ci voleva così tanto?

Si vuole la cancel culture progressista? È così difficile d ire baggianata una baggianata, purché si dica progressista?

 

Si sprecano gli elogi funebri per Silvia Tortora, che molto aveva lavorato per la riabilitazione del padre, il famoso presentatore Enzo Tortora, ingiustamente messo alla gogna e carcerato. E si deprecano pentiti e giudici che lo perseguitarono per sconti di pena e carriera. Ma non se ne fanno i nomi, che invece sono importanti. Si può perseguitare a piacimento, anche da camorristi.


Con Tortora furono arrestate il 17 giugno 1983 altre 845 persone, tutte affiliate secondo la Pubblica Accusa alla Nuova Camorra Organizzata. Di queste 144 sono risultate omonimi, 65 sono state prosciolte in istruttoria, 266 assolte in tribunale, di cui 107 con formula piena.

 
Del caso Tortora si tace anche tutti i magistrati coinvolti, Procuratori e Giudici, furono assolti dal Csm il 4 novembre del 1989. Tutti. Nemmeno una censura, una possibilità di errore, niente. 

Partite Iva attivate e subito cassate, imprese di prestanomi, manodopera in nero, fisco inesistente: 35 mila casi sospetti di imprese cinesi denunciati in dieci anni. La Guardia di Finanza denuncia anche mette “il rischio cinese”, di concorrenza sleale e di monopolizzazione dei mercati. Con che esiti? I giornali no, ma qualsiasi esercente sa bene di che si tratta.

 

“Dietro il sistema delle partite Iva c’è una movimentazione enorme di capitali”, sempre la Guardia di Finanza delle imprese cinesi. Dietro le partite Iva fasulle. “Il 99,6 per cento delle segnalazioni appartiene alla categoria «riciclaggio»”  - “il restante 0,4 per cento alla categoria «terrorismo»”. Niente di meno. Ma facciamo finta di nulla.

 

Fanno giocare poco Dybala, perché chi ha avito il covid ha difficoltà a recuperare il fiato e i muscoli di prima. Dybala come altri, Ibrahimovic, anche se, certo, ha 41 anni, e molti altri, specie nelle squadre dove si corre molto, come l’Atalanta. Ci si ferma a Dybala perché fa senso vederlo in panchina, mentre sul campo non c’è nessuno che minimamente lo eguagli. E allora si crea un problema di contratto, come se non ne avesse uno – a quest’ora sarebbe in un altro club, no? Perché non si dice la verità? Che si conosce anche in abbondanza dall’atletismo americano e inglese. È talmente semplice.

 

“la Repubblica” celebra il veloce passaggio del “New York Times” al digitale: 1.700 giornalisti che offrono mille piattaforme per mille domande-richieste-mercati e nicchie. E nello stesso giorno aumenta il prezzo da due a tre euro. È invidiosa del “New York Times”, vuole affrettare il passo? Ma chi ancora compra il giornale non va a sfogliarlo su internet, in sommario per giunta.

 

Il “Morandini” del cinema premia per il 2021 Moretti, “Tre piani”, e segnala due docu-film. Escludendo Sorrentino, “È stata la mano di Dio”. Morando Morandini non c’è più, ma Zanichelli è sempre trinariciuto.

Cronache dell’altro mondo – settempiici (164)

L’inflazione negli S tati Uniti è aumentata di nuovo del 7 per cento a dicembre.
Il numero dei contagi da coronavirus continua a crescere di 700 mila casi al giorno in tutti gli Stati Uniti.
Il 7 gennaio la Commissione del Congresso che indaga sui fatti del 6 gennaio 2021 ha chiesto la testimonianza del capogruppo dell’opposizone (repubblicana) alla Camera dei Rappresentanti – per poter arrivare a mettere sotto accusa l’ex presidente Trump.
La rivista “The Atlantic” ripropone “Ceremony”, di Marmon Silko, pubblicato nel 1977, “una sensazionale inquietante meditazione su un paese pieno di fantasmi”.
“The Atlantic” propone il romanzo di Silko “entro una lista di sette storie di fantasmi che hanno superato la prova del tempo”.
E nella rubrica “Parole crociate” propone un “7 – orizzontale, sette lettere”: “una ditta di abbigliamento che ha preso il marchio dall’art style di Barbara Kruger” (la risposta, per chi ne ha la curiosità, è “Supreme”) .

La morale del figlio sacrificato

Il famoso poemetto “If”, di precettistica al figlio già adulto, “un piccolo tr attato, scritto in poesia, sull’educazione”. L’edizioncina si segnala per il saggio di Vittorino Andreoli che lo inquadra. Nell’etica positivista di fine Ottocento, di cui Kipling era, come ogni vittoriano anche di fuori via, imbevuto. E per rispecchiare, bizzarramente, la pedagogia di cui Kipling era stato vittima da bambino e poi ancora da adolecsente. Separato dai genitori a sei anni, mandato dall’India a fare le scuole in Inghilterra, insieme con la sorellina di due, pensionanti di famiglie che avevano l’obbligo, pedagogico, di non familiarizzare con i bambini affidati. Poi per un anno con i genitori in India, che a questo punto è già per lui una favola. Quindi di nuovo solo con la sorella n Inghilterra, per completare gli studi, altri sette anni. Quando torna a Lahore, avendo lasciato il college, a diciassette anni, è infine felice. Una liberazione. Scrive e pubblica poesie e racconti, affascinato dalla città, “quella meravigliosa, lurida, misteriosa collina di formiche”. L’anno dopo rientra anche la sorella. A ventun anni viene iniziato alla Massoneria, la “loggia madre”. A venticinque fa un giro del mondo e si stabilisce a Londra – a 42 anni, nel 1907, sarà Nobel.
A 25 anni Kipling ha già avuto bisogno di un’autobiografia. Dove racconta normalità immonde: “Uscendo una volta dalla chiesa, ho sorriso… Fu riportato alla signora Sarah”, presso la quale alloggiava, “e fui punito”. Annota Andreoli: “Confesso di avere letto queste pagine incredulo di come potesse essere l’educazione nella capitale dell’Impero britannico”. 
Quando invece pensa al figlio, e a come preservarlo e sostenerlo, gli indirizza questo poemetto, giustamente famoso per l’impianto e lo svolgimento, la scansione, la musicalità. Ma improntato alla durezza. Argomentato come possibilità (“Se”) e non come precetto, ma di un condizionale imperativo. Sono peraltro molte le condizioni da adempiere per “essere un uomo”.

Andreoli lo dice un modello pedagogico inclusivo, applicabile anche all’autore, del sapersi rendere protagonisti della propria esistenza, i dubbi e le difficoltà prospettandosi come possibilità - si vince, ma si può perdere: “Questo umanesimo mi affascina forse perché oggi fatico a trovarne traccia e vedo dominare le inimicizie, le lotte, persino all’interno delle famiglie, per non parlare delle guerre tra le comunità e tra i popoli”. Il “se”, dunque. E l’attesa: non “in tono fatalistico o passivo”, nota sempre Andreoli, ma “il segreto per cui, nella crescita, vale più l’attesa che l’azione” – precetto e metodo specialmente utili “in questo mondo riempito di tempo reale, che vuole dire dell’immediato, favorito dalle macchine (i computer)”.
Il precetto è semplice: avere fiducia in se stessi, anche nelle disgrazie. Curiosamente però, certo non per lo psicologo, manca l’affettività, la cui assenza è stata particolarmente sofferta nell’infanzia e la prima giovinezza dallo scrittore, le emozioni, i sentimenti: Kipling ripete col suo proprio figlio l’esperienza da lui sofferta. E si spingerà qualche anno dopo - il poemetto fu pubblicato nel 1910 - a volere a tutti i costi nel 1914 il figlio, appena diciassettenne e comunque riformato per problemi di vista, arruolato in guerra, nella quale verrà ucciso, senza speciale gloria, pochi mesi dopo.  
Rudyard Kipling,
Sarai un uomo, figlio mio, Garzanti, pp. 61 € 4,90

mercoledì 12 gennaio 2022

L’Europa e l’Ucraina

L’Ucraina 2022 come Cuba sessant’anni fa. Geograficamente non sembra la stessa cosa, ma lo è, anzi l’Ucraina è più vicina alla Russia di quanto Cuba lo sia agli Stati Uniti. Politicamente invece non è la stessa cosa, non c’è una guerra in atto, per quanto fredda. Oppure sì? E contro chi? Militarmente lo è: i missili Nato non sono diversi da quelli di Krusciov. La grande differenza è che l’Ucraina è in Europa – come la Russia del resto.
Un’altra similitudine s’impone. La Russia oggi come la Serbia nel 1999, solo rovesciata. Allora, si trattò di amputare la Serbia del Kossovo. D’imporre alla Serbia l’indipendenza di una sua piccola parte, il Kossovo, controllata da un mafioso, Hashim Thaçi. Il parallelo si rovescia perché l’Ucraina ha di russi una cospicua parte, un quinto della popolazione, che non chiede l’indipendenza – non l’ha chiesta fino ad ora, anzi fino al 2014, quando fu dichiarato il monolinguismo ucraino. Oltre che per il fatto, che non si può cancellare con una manifestazione “arancione”, che l’Ucraina tutta è un paese che fa parte della Madre Russia, nella tradizione. Shevchenko, sicuro ucraino, è di lingua madre russa - parla anche ucraino, ma male. Erano ucraini ancora ieri molti grandi russi: Gogol, Bulgakov, Babel, Maleviç, Nijinski - e Breznev. È difficile che diventi una base di missili contro la Russia. Anche perché, se abbaia, non morde: un intervento russo in Ucraina c’è già stato, nel carnevale del 2014, con l’annessione della Crimea, tutta russa, e di Sebastopoli, la base navale russa nel mar Nero.
La storia degli slavi è piena di guerre intestine, tribali o di religione. Con il Kossovo, e ora con l’Ucraina, questa tradizione bellicosa è stata assunta in tutta evidenza in un Grande Gioco. Che Gioco? Una guerra tra gli Stati Uniti e la Russia? Naturalmente no. E allora?
Contro l’Europa
L’Europa è assente dalla questione, che si sta giocando ben dentro l’Europa. A sua colpa. Si potrebbe pensare per un sano attendismo: non sapendo bene di che si tratta tra Washington e Mosca, prende tempo. Di fatto, però, l’Europa paga il conto: la guerra non guerreggiata, da otto-nove anni, è tutta a carico dell’Europa. Che ha bisogno di assicurarsi il gas russo a scadenza di decenni, e di molto petrolio, e vorrebbe poter beneficiare del grande mercato russo per i suoi manufatti e servizi, e invece deve imporre sanzioni economiche, sempre più stringenti – ormai siamo al terzo o quarto rinnovo.
Tutto questo è noto, perfino a Bruxelles. Ma non se ne esce. Come mai? L’Europa è da qualche tempo, dall’egemonia merkeliana, fuori da ogni manifestazione d’interesse ai suoi confini. In Ucraina come in Libia. O in Siria. E nella Turchia corridoio e mercato della Grande Immigrazione dall’Asia. Ma con l’Ucraina è disattenta in modo particolare. Dopo aver provato, con la presidenza Hollande in Francia, a diventare protagonista. Nel “formato Normandia”, il gruppo di lavoro a quattro, creato da Hollande con Germania, Ucraina e Russia nel 2014, a margine delle celebrazioni dello sbarco in Normandia, per cercare un accordo per la parte russa dell’Ucraina. Tanta buona volontà che ha dato l’anno dopo gli accordi di Minsk, per uno statuto di autonomia del Donbass russofono. Rimasti però lettera morta. Perché?  
La Russia nella Nato
Come già la guerra alla Serbia nel 1999, la crisi ucraina è palesemente imposta all’Europa. Finita la presidenza Clinton in America, di un presidente azzoppato (lame duck) dal solito scandalo, e quindi alla ricerca di diversivi, con la presidenza Bush jr. si era giunti all’opposto, a prospettare l’ingresso della stessa Russia nella Nato. In un’ottica di difesa comune contro il terrorismo islamico, ma in un quadro ben più vasto e di radicale revisione storica – la Russia è bene parte dell’Europa. Un’intesa si ebbe al vertice Nato di Pratica di Mare a fine maggio 2002, cui Putin fu invitato. Ancora nel 2011 si teneva un’esercitazione militare congiunta Nato-Russia. Ma con la presidenza democratica di Obama il clima era di nuovo allo scontro - tra Nato e Russia i contatti continuano, ma burocratici (una riunione è in corso anche oggi). Con l’Europa già eclissata, come al tempo di Clinton.
Obama, come Clinton del resto, è popolare in Europa. Ma più di Clinton ha lavorato per affossare ogni velleità di Fortress Europa, di un’Europa autonoma: in Libia, in Siria, sul progetto di libero scambio (la Transatlantic Trade and Investment Partnership). Biden è partito offrendo a Putin nel primo incontro a metà giugno un vertice con la Nato in formato Quint (Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia). Ma il suo partito evidentemente gli ha imposto un ripensamento.

La religione del Sud, cupa e comica

Nuova versione di Gaja Lombardi Cenciarelli, discorsiva, semplice – come lo è il linguaggio originale, seppure risalente al 1952. Titolo che si è imposto in italiano con il film che ne ha tratto John Houston nel 1979, ripreso dalla prima traduzione, Garzanti, 1985, di Marcella Bonsanti - il titolo originale è “Sangue saggio” (Wise blood). Introdotto da Elena Varvello – che riprende molto la presentazione di Fernanda Pivano all’edizione 1985.
Il “wise blood” del titolo, il sangue saggio, è quello del predicatore nipote di predicatore che, contro fornicazione e blasfemia, si fa apostolo di una “Chiesa della Verità senza Gesù Cristo Crocefisso”, nel Sud bianco – “Gesù è un trucco per i negri”. Scritta a 25 anni, pubblicata a 27, nel 1952, la novella fa di Georgia e Tennessee un ritratto forse più vero di quello socialmente impegnato di Faulkner. Su un’aneddotica esile, con personaggi di scarto, ma non eccentrici: in molti al Sud della Bible Belt si vogliono religiosi senza Dio, migliori.
Scene e ritratti di superficie, ma per ciò stesso a tutto tondo. Invece dell’approfondimento psicologico. Personalizzati. Ognuno si definisce per ciò che dice e fa. Una scena apparentemente di esterni, che però è viva, resta viva. Flannery o’Connor si è imposta come personaggio, invalida, cattolica, corrispondente acuminata, morta giovane. Ma riemerge per la scrittura, anche di realtà minime, perfino triviali.
“La religione del Sud, è qualcosa che, come cattolica, trovo penosa, commovente e cupamente comica”, scrive in una lettera (raccolta nell’epistolario “Sola a presidiare la fortezza”). Da qui la sua stessa definizione di “romanzo comico”, che dà come chiave di lettura alla riedizione del 1962: “L’ho scritto con allegria e dovrebbe essere letto, se possibile, allo stesso modo. È un romanzo comico su un cristiano malgré lui”. Su un fondo drammatico, che tiene su l’aneddoto: “Non avendo nulla che corregga le proprie eresie, la gente le elabora drammaticamente”, aggiunge.
Flannery O’Connor, La saggezza nel sangue, minimum fax, pp. 203 € 17

martedì 11 gennaio 2022

Secondi pensieri - 469

zeulig

Arte – Invera la storia? Si potrebbe argomentare che non c’è storia – narrazione, analisi, interpretazione, assunzione anche (precettistica) - senza arte. Senza l’invenzione, programmatica e poi esplicativa – un’attività in entrambi i casi sempre logica. E in una fase può essere. L’arte può essere passatista, ma è sempre innovativa, in quanto indaga e fa emergere leggi della Forma inconsulte, nuove, diverse, “uniche” anche, nel senso dell’approccio alla verità - che è immutabile e variabile, multiforme anche. In teoria (all’aspetto) una confutazione della storia, una contrapposizione. Ma, curiosamente, lo fa per sottomettersi alla storia.
Senza la storia, l’arte più innovativa e meglio riuscita sarebbe inerte. Nella storia, d’altronde, l’arte esprime le sue potenzialità più remote, perfino ignote (involontarie, non volute). È il caso per esempio di Dostoevskij, del suo pensiero politico regressivo, anzi reazionario, che però esprime in forme quando di più rivoluzionarie (personaggi, azioni, gli stessi “messaggi” di cui abbonda). O di molto figurativismo in opposizione all’astrattismo, al non figurativo – più pregno di segni e significati del più elucubrato astrattismo.   
     

Censura – Quella perfetta si elegge a non censura. In un breve scritto del 1967, “Per una guerriglia semiologica” (ripreso in “Il costume di casa” e ora incluso in “L’era della comunicazione”) Eco delineava – e rigettava – la possibilità che il bombardamento mediatico, specie a opera di fonti irrilevanti o minime, potesse condizionare il pensiero e le azioni, senza appello possibile, o resistenza. Uno scenario che alcune critiche della società di massa prospettavano e che Eco giudicava “apocalittico”. Ma è quello che succede ordinariamente con i social e le media communities oggi, mutata la temperie culturale, politica. Che possono promuovere quello che in teoria censurano, escludendo programmaticamente e anzi combattendo i cospirazionismi – “contenuti ingannevoli”. Esercitano cioè la vera censura, inappellabile: è vero complotto il loro “complotto”, l’intervento censorio senza appello. Il massimo di libertà, fino alla licenza, erotica, politica, blasfematoria, insultante, col massimo di chiusura, inappellabile, insindacabile.
Twitter non dà la ragione del blocco di un tweet o la cancellazione di un account. Blogger, questa piattaforma, la dà ma senza possibilità di dialogo.
Un caso: “Abbiamo ricevuto una richiesta di revisione per il tuo post intitolato "Paghe basse e precarie addio, è un’altra globalizzazione". Abbiamo stabilito che viola le nostre norme e 
abbiamo annullato la pubblicazione dell'URL 
http://www.antiit.com/2018/01/paghe-basse-e-precarie-addio-e-unaltra.html, 
rendendolo non disponibile per i lettori del blog.
Perché la pubblicazione del tuo post del blog è stata annullata?
I tuoi contenuti hanno violato le nostre norme relative a malware e 
virus”.
Perché è una censura? La ragione è falsa: avendo pubblicato oltre 12 mila post su blogger l’amministratore del sito non può essere ritenuto un hacker. È compito della piattaforma rilevare e eliminare malware e virus. E: “Abbiamo ricevuto una richiesta” che vuol dire? Da chi e perché? Ma con la “comunità”, come blogger si definisce, non si può interloquire.
P.S. - L’esempio può non risultare probante, denunciando forse solo una contorsione avvocatesca, come è l’uso nella pubblicistica americana, più che una volontà censoria. Il “team” della piattaforma infatti conclude: “Per pubblicare nuovamente il post, aggiorna i contenuti per fare in modo che aderiscano alle Norme della community di Blogger”. Il malware è un contenuto?
Ma è indicativo del modo di funzionare dei social: tassativo, senza rimedio.
 
Europa (Occidente) – Discuteva vent’anni fa nel progetto di Costituzione se chiamarsi cristiana oppure no. Non si chiamò cristiana, a opera di grandi laici quali Giscard d’Estaing e Giuliano Amato, personalità guida della Convenzione referente, e non si chiamò del tutto, il progetto di Costituzione essendo stato subito bocciato, per prima dalla laica Francia. Pochi anni dopo l’Europa non c’è più, nella politica internazionale, comprese le sue proprie frontiere, l’Ucraina, la Siria, la Libia, nella cultura, e perfino negli affari, pur essendo, in teoria, la seconda potenza economica del mondo. Per motivi altri probabilmente - la regressione politica, le discrasie dell’euro, bizzarramente ritenuto inerte, la diversità di tradizioni e costumi più forte delle convenienze. Ma il concetto di Europa, o Occidente, combacia col cristianesimo per molti aspetti. Per quelli formativi, e quindi costitutivi: la concezione del progresso (del tempo, del futuro), della perfezionabilità, anche a costo del sacrificio, e quindi della scienza - dell’innovazione se non del metodo scientifico. Che sono gli unici fondamenti su cui l’Europa-Occidente ha prosperato. Si deve arguire che l’Europa scompare con il cristianesimo – la tesi di Baget Bozzo, il teologo prestato alla politica?
 
Stupidità – Nelle analisi, poche, alla fine la stupidità è assolta: è un fatto linguistico. Lo è Giufà, lo sono i luoghi comuni di Flaubert, il totalitarismo di Adorno, il signor Chance di Kosinsky (“Oltre il giardino”), il complottismo di Eco e Sciascia. Ma su questo terreno con vicende alterne. È una difesa, secondo Barthes: “Bisogna sentirsi stupidi per esserlo di meno”. Anche “naturale”, con Kundera. Ma per lo più sotto attacco: “Imbecilli”, dice Flaubert, l’idiota di casa, “sono quelli che non la pensano come voi”. O Clitandro delle molieriane “Donne saccenti”: “Avete capito male, malissimo, e io vi sono garante\ che lo stupido saccente è stupido più d’uno ignorante”. Ma la materia attrae, e del resto Pascal voleva stupido Montaigne, perché si dipingeva pieno di saggezza – come Pascal. 
 

Notevole Deleuze: la bestia, bête in francese, non è soggetta alla stupidità, bêtise. La stupidità è una sorta di basso continuo, a leggere Deleuze, specie in “Nietzsche e la filosofia”, qualcosa che sta lì in agguato e s’impone in mancanza dell’intelligenza. Un’analisi semplice, quella che manca oggi nell’interminabile dibattito sula stupidità prevalente, assorbente, dei social, i blog, i gruppi, le comunità - del chiacchiericcio. La stupidità di Deleuze è una costante, di cui l’intelligenza deve sempre liberarsi - il suo reagente, si direbbe: “È una struttura del pensiero come tale e non un modo di ingannarsi”. Ed “esprime in linea di principio il non-senso nel pensiero”. Non è un errore: “Vi sono pensieri imbecilli, discorsi imbecilli che sono costituiti per intero da verità”. False - Deleuze le dice “basse”, in linea con Nietzsche in guerra contro la “bassezza” dell’epoca - o volgari, che pescano nel fondo, i resti, la zavorra – il trionfo nietzscheano dello schiavo, eccetera.

Notevole anche la conclusione di Adorno e Horkheimer alla “Dialettica dell’illuminismo,” l’opus magnum cui avevano lavorato durante la guerra, al sicuro negli Stati Uniti: la stupidità è la chiocciola che si ritrae di fronte all’ostacolo, un riflesso nervoso, la paura diventata stabile: “Il simbolo dell’intelligenza è l’antenna della chiocciola ‘dalla vista tastante’, che le serve anche per odorare. L’antenna si ritira subito, davanti all’ostacolo, nella custodia protettiva del corpo, torna a fare una sola cosa col tutto, e solo con estrema cautela si avventura di bel nuovo come organo indipendente. Se il pericolo è ancora presente, torna a sparire, e l’intervallo fino alla ripetizione del tentativo aumenta”. La chiocciola procede, cauta ma intraprendente, come l’intelligenza, che Adorno e Horkheimer vogliono curiosa. Se respinta, l’intelligenza si demoralizza – la chiocciola si desensibilizza – e finisce nell’insensibilità: “La sensibilità della chiocciola è affidata a un muscolo, e i muscoli si allentano quando il loro gioco è impedito. Il corpo è paralizzato dalla lesione fisica, lo spirito dal terrore”. L’analogia è forzata, ma la direzione sembra inappellabile: “L’animale diventa, nella direzione da cui è stato definitivamente respinto, stupido e schivo”. Definitivamente o parzialmente: “La stupidità è una cicatrice”, anche “impercettibile, una piccola callosità, dove la superficie è insensibile”, ma “le cicatrici” creano deformazioni, e “possono creare ‘caratteri’, duri e capaci, possono renderli stupidi”. L’intelligenza-curiosità vuole rischio, il rischio fa paura, chi si ritrae nel guscio resta stupido.

Anche il “transpolitico” di Baudrillard prometteva bene. Che sa di “trans”, senz’altro: la stupidità è “l’anomalia, ossia una difformità senza conseguenze, senza più alcun carattere di sfida o di trasgressione” - siamo tutti trans-stupidi, sulla via di?).

zeulig@antiit.eu

Alla conquista della spezie della noia

L’occupazione di un pianeta polveroso, che produce una “spezia”, una sostanza in grado non si capisce bene di che cosa, forse di prolungare la vita. Un rifacimento del tentativo di Dino De Laurentiis di cavalcare nel 1984, dopo una lunga complicata preparazione, il successo stellare di “Guerre Stellari”, bissato da Spielberg con “E.T. l’extraterrestre”. Con David Lynch alla regia, e con Silvana Mangano, José Ferrer, Sting (sic!), Max von Sidow. Un tentativo finito in un flop che fece epoca.
Due ore e mezza, poco meno, di una guerra insostenibile, di facce per lo più. Soprattutto di quella monoespressiva di Chalamet, il protagonista di cui si celebra il rito di passaggio, alla maturità. Asssortite da effetti speciali digitali da teatrino dei pupi – un capolavoro al confronto i mostriciattoli di Carlo Rambaldi per il fallimento di De Laurentiis. Un niente che ha raccolto in due mesi 400 milioni di dollari. Pochi al cospetto dei tre miliardi di “Guerre stellari”, del primo di una serie, molti per l’investimento: il successo della stagione, tanto che è già partito il seguito.
Decisamente, il millennio è partito male, senza idee e senza fantasia. Con scene e immagini da poco, vedi “Il trono di spade” prima di questo “Dune”, e sceneggiature di personaggi triti e frasi fatte. L’avventura nel cosmo - che non avrà luogo, a differenza della scoperta dell’Africa - è l’unica residua fantasia?
Denis Villeneuve, Dune, Sky Cinema

lunedì 10 gennaio 2022

Cronache dell’altro mondo – complottarde (163)

A un anno dall’assalto al Congresso dei manifestanti pro-Trump si cerca di fare di Trump il capo dell’insurrezione. Di un attacco preordinato: un complotto di Trump contro le istituzioni democratiche. Vi sono impegnati il partito Democratico, svogliatamente, e con impegno i media –
  tv, giornali, social. Gli stessi che criticano la psicosi debordante del complotto.
Negli anni 1960 tre film di largo pubblico, con ottimi attori e registi di fama, “Il dottor Stranamore”, di Kubrik con Peter Sellars, “Sette giorni a maggio”, di John Frankenheiner con Burt Lancaster, Kirk Douglas, Ava Gardner, Martin Balsam et al., e “A prova di errore” (“Fail Safe”), di Sidney Lumet con Henry Fonda e Walter Matthau - rifatto per la televisione nel 2000 - prospettavano un colpo di mano militare contro i egoverno degli Stati Uniti. Erano di dopo l’assassinio di Kennedy, ma prima dell’avvento di Nixon – che con Kissinger e il Watergate avrebbe saturato l’opinione del golpe. “Sette giorni” e “A prova di errore” erano derivati da romanzi del 1962.

La dittatura della comunicazione

Si risistemano gli scritti d’occasione di Eco, da lui già raccolti sotto vari titoli (“La bustina di Minerva”, “Il costume di casa”, “Sette anni di desiderio”, etc.), per tema. A cura di Anna Maria Lorusso.
Il primo testo, del 1967, si impone per l’attualità. Eco richiama “i critici più severi della cultura di massa”, tema allora in grande spolvero, “che avevano affermato: «I mezzi di massa non trasportano ideologie: sono essi stessi una ideologia»”. Affermazione che Eco ricorda di avere detto in un suo libro “apocalittica”. Poiché “sottintende questo altro argomento: non importa cosa direte attraverso i canali di comunicazione di massa; nel momento in cui il ricettore è attorniato da una serie di comunicazioni che gli arrivano da vari canali, contemporaneamente, in una data forma, la natura di queste informazioni ha pochissimo rilievo”. Non si saprebbe descrivere con maggiore precisione il quadro attuale, dei social. Eco non condivideva Marshall McLuhan, “il messaggio è il mezzo di comunicazione” – “apocalittico”. Oggi - ma già ieri - realtà.
Curiosa, nello stesso scritto, un’altra anticipazione. A proposito delle teorie cospirative che già negli anni 1960 attanagliavano l’America. Con una serie di film, di grandi registi con grandi interpreti, di successo, su tentativi di colpi di Stato. “In tutti e tre i film”, nota Eco, “i militari non cercavano di controllare il paese attraverso la violenza armata, ma attraverso il controllo di telegrafo, telefono, radio e televisione”. Non attraverso i giornali, si noti. Una dimenticanza? È possibile, perché oggi i giornali fanno una cosa e l’altra: fustigano la mentalità complottistica, dei no wax, dei trumpiani, degli evangelici, nel mentre che denunciano complotti dei no wax, dei trumpiani, e perché no delle chiese, in materia di elezioni, aborto, covid e vaccini.
Ora bastano gli organi d’informazione, non c’è bisogno dei generali. Nella forma surrettizia della censura - a opera cioè degli stessi “organi d’informazione”, come dire la censura perfetta. Oggi i film sono sullo strapotere dei media, “Il quinto potere”, “Tutti gli uomini del re”, e numerosi altri, ma soprattutto “The Post” di Spielberg, che rivede l’epopea di “Tutti gli uomini del presidente”, 1976 - in effetti un po’ ridicolo a rivedere, benché recitato da grandi attori: un po’ vecchia vita dei santi.
Difficile anche togliersi di dosso il pondo dell’informazione in questi due anni ormai di pandemia: aggressiva, invadente, avventata, confusionaria. Eco, che scrisse sempre sui giornali, restò fino all’ultimo perplesso, fino al suo ultimo romanzo, “Numero zero” – il settimo, numero perfetto?
Umberto Eco, L’era della comunicazione, la Repubblica-l’Espresso, pp. 143 € 9,90

domenica 9 gennaio 2022

Problemi di base intelligenti - 679

spock


Perché porsi il problema se la macchina può risolverlo?
 
L’intelligenza artificiale come suprema forma di uguaglianza?
 
È l’intelligenza l’opposto della stupidità?
 
È intelligenza conoscere la stupidità?
 
Tutto è puro per i puri, tutto è sciocco per gli sciocchi?
 
Quanto è intelligente l’intelligenza artificiale?

spock@antiit.eu
 


Alla ricerca del paese perduto

Abbandonato all’improvviso dalla giovane moglie, l’istitutore Adem molla gli ormeggi. Si licenzia dalla scuola e si fa barbone errante, muto, negli occhi tutte le pieghe del paese, la città, la campagna, i deserti, di fatto nella Mitidja, la vasta piana collinare alle spalle di Algeri. Tra i “dimenticati della terra” di Frantz Fanon. Ma un mondo ancora civile, accogliente, che ospita e nutre l’errante. Malgrado i malversatori. Un vecchio cieco lo ipnotizza col canto. Uno psichiatra, quando lo Stato benevolente decide di ricoverarlo, lo cura con Gogol e Puškin. Ma più fa l’umanità dei poveri e degli esclusi. Un nano lo salverà a più riprese, lettore di Lutero, Claudel e monsignor Knox (anche “di alcuni dei suoi romanzi gialli”), poeta a tempo perso, un bambino abbandonato cresciuto dalle suore, che gli hanno insegnato come la scrittura sia il proprio dell’uomo, e non il riso.
Siamo nel 1964-1965, all’indomani dell’indipendenza gloriosa. Con la corruzione che già s’impone alla rivoluzione, al presidente Ben Bella. In un’Algeria ancora tribale, nelle sue espressioni migliori di giustizia e di solidarietà. Paese già d’elezione dei pied-rouges, i giovani europei che sfuggono la naja facendo i cooperanti, pensosi in assenza di un mestiere. Un mondo composito, con cui Adem, uomo di città, comunica “col silenzio e con le assenze”.
Lo scrittore franco-algerino porta avanti la sua narrazione dell’Algeria dell’indipendenza, dopo “Le Baiser et la Morsure”. Con un viaggio tra gli umili, il “sale della terra”. Un ritorno alle origini, un tentativo di dissodare umori giovanili perduti. Una ricerca, breve, del paese perduto. Un “viaggio al termine della notte” per molti aspetti consolante, nella desolazione. Che si apre infine alla speranza – la riedizione tascabile contiene “una fine alternativa inedita”. Mettendo assieme arabi e cabili, mussulmani e cristiani, senza identitarismi, in un paese liberato che potrebbe essere diverso, amministrato almeno decentemente, se non bene.
Yasmine Khadra, Le Sel de tous les oublis, Pocket, pp. 281 € 7

 

sabato 8 gennaio 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (479)

Giuseppe Leuzzi

Una legge due anni fa introduceva un forfait Irpef molto basso, il 7 per cento del reddito, comprensivo delle addizionali regionali e comunali, per i titolari di pensione estera che trasferivano la residenza fiscale al Sud, in paesi di non più di 20 mila abitanti. Con l’intento di ridurne in qualche modo lo spopolamento, gli abbandoni. La raccolta fiscale è stata di soli 150 mila euro, 75 mila l’anno. Il Sud non attrae nemmeno regalato.  
 
Romanzi padani
“Ammiro Umberto Bossi, il Davide padano. Un politico vero: geniale, folle, imprevedibile. Di lui non condivido le finalità e non apprezzo né linguaggio né stile, ma è un dono per chi fa lo scrittore. Negli ultimi cinquant’anni nessuno lo eguaglia. Neppure Tolstoj o Dostoevskij avrebbero saputo riscattare dalla (letteraria) mediocrità Togliatti, Fanfani o Andreotti. La battaglia contro Golia-Berlusconi è stata un capolavoro. Ora minaccia di dividere lo Stato. Ci riuscirà? Difficile, è un protagonista senza comprimari e un difetto lo ha: il magnetismo non irresistibile”. Ci è riuscito, a fare il Tolstoj, Vassalli con Bossi, a riscattarlo dalla (letteraria) mediocrità?
“7”, il settimanale del “Corriere della sera” evoca, per la serie “Le firme storiche”, questo articolo di Sebastiano Vassalli, pubblicato venticinque anni fa, il 13 agosto 1996. Vassalli, genovese di nascita, è scrittore piemontese e padano, avendo vissuto tra Novara e Casale Monferrato. Innamorato di Novara e del Piemonte, ma anche di Dino Campana a Marradi, uno scrittore che si radica nel territorio. Può per questo avere sentito il fascino perfino di Bossi. Nell’articolo non è così perentorio come nel sommario (come nel sommario, però, dimentica Moro tra i grandi mediocri prima di Bossi – sia lo scrittore che il quotidiano l’hanno trascurato). Ma l’inventore della Lega – che vivacchiò da outsider poco considerato, se non fuori di testa, per un quindicennio, va ricordato – tiene in grandissimo conto. Come “uno dei pochissimi uomini politici che abbiano movimentato la storia dell’Italia unita”, l’unico che regga il confronto nella storia repubblicana con Garibaldi, Crispi e Mussolini. L’intento agiografico è palese. Del perdurante disdegno lombardo in cui Bossi visse a lungo nota soltanto che Bossi lo apprezzava – un topos delle vite dei santi, che crescono incompresi ma tengono duro: “Soltanto un commentatore politico non digiuno di lettere, Giorgio Bocca, intravvide già allora la grandezza del personaggio”. Che lui personalmente dice “l’uomo politico più nuovo e geniale apparso sulla scena italiana nell’ultimo mezzo secolo”, cioè dalla fine della guerra. E a riprova porta il tradimento di Bossi contro Berlusconi nel 1995, in obbedienza alle trame di Scalfaro: “La battaglia del Davide padano Bossi contro Golia-Berlusconi è stata un capolavoro di politica di movimento” – “e la notte in villa ad Arcore, con il cuoco svegliato alle tre del mattino e la passeggiata in canottiera nel parco, è letteratura allo stato puro. Di più: è epos”. E non è finita: “Umberto Bossi giganteggia”.
Un caso di vanità letteraria, anche se Vassalli se ne professava – e sembrava lo fosse – immune. Come se Berlusconi non fosse più padano di Bossi. E tacendo – non sapendolo? – che Bossi quattro mesi prima senza Berlusconi aveva fatto vincere le elezioni al suo nemico Prodi (alle elezioni successive, 2001, arriverà al 4 per cento, la rappresentanza minima che la legge Mattarella imponeva per l’accesso al Parlamento, con i pochi voti deviati da Berlusconi).
Ma, a proposito, è più romanzesco Bossi oppure Berlusconi?
Romanzi padani, sempre, per l’Italia.
 
Si volge lo sguardo in basso
Ognuno agisce liberamente nel campo che si trova libero dinnanzi. Che è stato, in parte, predisposto, dal caso o con applicazione, sacrificio, intelligenza, furfanteria, o fortuna. Ma c’è un Nord che si fa aria respingendo il Sud. Inspiegabilmente, senza titoli. S’immagina Mr. Livingstone, e l’Henry Morton Stanley nobilitato, o Richard Francis Burton, che fu ottimo scrittore d’altri, in figura di un Alessandro Magno delle terre incognite. Invece è normalmente un magrolino di cui la barba non protegge il pallore, corroso dal sole della savana, dall’umido della foresta, dall’ulcera e dall’inutilità, in lite con la moglie a casa e coi portatori in viaggio, normalmente dispeptico, giornalista disadattato o missionario di poche risorse, di dignità non eccelsa rispetto agli indigeni che svilisce. Ma l’atto del gettare va dall’alto in basso, da Amburgo alla Baviera, da Calais a Marsiglia, e non si può il contrario: che a Reggio Calabria, dove per secoli hanno pagato la magra economia dello stocco norvegese, si dica la Norvegia impresentabile, o alla corte del Negus si rida dell’ultimo mercante di fucili ad avancarica, sia pure Rimbaud. Il regno meridionale è Misspellheim nella mitologia nordica, il luogo del mispelling, la cattiva compitazione. Un refuso.
L’etnologo che giudica Gengis Khan o il prete Gianni, o Egill il valoroso vichingo, più spesso senz’altra conoscenza diretta che un vecchio libro a sua volta inventato, è un frate, un mercante, una spia o un maestrino ardente, in cerca della particolare gloria che consiste nel poterla raccontare agli amici, ogni volta daccapo con più particolari. Gente di poco conto e poco credito fa la storia. A un certo punto si trova un giovane Coleridge, che sfrutta la fama del padre Samuel, e lancia il genere della Biographia Borealis, o Vite di Settentrionali Distinti. La storia è un racconto, e chi trova ascolto la fa: basta un pubblico a creare un eroe, o il cattivo, e la sua fama.
 
Ridere sotto il vulcano
Fiorettando su Massimino, il padrone ignorante del Catania calcio in serie A, Francesco Merlo, catanese, evoca casualmente, fra i tanti lampi con cui anima  la rubrica della posta di “Repubblica”,  una città siciliana col gusto della comicità verbale. Angelo Musco e Turi Ferro, che Merlo cita, e Martoglio, e Brancati naturalmente. Ma i grandi “veristi” Capuana e Verga non si sottraevano, nelle corrispondenze, nell’aneddotica, anche nella narrativa, e De Roberto. Per non dire di Domenico Tempio, “lu munnu va n’arreri”, una grandezza dimenticata forse perché è del Settecento.
Curioso, ci sono geni culturali locali – nel senso biologico, genetico. Attorno ad Agrigento, per restare in Sicilia, l’iperintelligenza del caso, da Empedocle a Pirandello e Sciascia (anche se Camilleri ha messo molta sabbia nell’ingranaggio). Attorno a Palermo, città di corte, storie e versi di corti e cortili – poche, a corte non si legge: Tomasi, Consolo (Sant’Agata di Militello è a metà strada tra Messina e Palermo), Agnello Hornby, Piazzese.
Catania, sotto il vulcano, ride e fa ridere.

leuzzi@antiit.eu

L’Europa si fa verde con la Russia

Ci sarà il nucleare nella nuova strategia verde europea? E il gas naturale? Il dibattito in Italia è pleonastico - serve a coprire il vuoto di offerta politica (l’Italia non ha e non avrà centrali nucleari). In Europa invece il dibattito ha un senso.
Il nuovo governo tedesco, color semaforo, rosso-verde-giallo, di socialdemocratici, verdi, e liberali, rimette all’orizzonte Ue il gas, e ne scaccia il nucleare. Effetto dell’entrata dei Verdi al governo, si supporrebbe, da sempre contrari al nucleare. Ma i verdi sono - erano - contrarissimi anche al gas.
La verità, semplice anche se volgare, è che col no al nucleare si colpisce la Francia, che fa il 70 per cento dell’elettricità con le centrali atomiche, mentre col gas la Germania fa business, ricco, con la Russia. Con la nuova gigantesca condotta Nord Stream 2, al largo dall’Ucraina, e anche dai Baltici, non si sa mai, dai possibili mestatori – inaffidabili sono Ucraina e Baltici, non la Russia.
In linea con Berlino la galassia germanica. Il Belgio, che produce il 50 per cento dell’elettricità con sette reattori nucleari, ne ha predisposto la chiusura per il 2025. Ma per passare al gas. La Svizzera pure, che produce un terzo dell’elettricità con le centrali nucleari: a fine ciclo le sostituirà con il gas. In controtendenza, nel Centro-Europa, l’Olanda: ha prosperato sulle riserve nazionali di gas, che ora si sono assottigliate, e punta a un programma di due-tre centrali nucleari.
Nucleare sì nucleare no, al partita si sta giocando attorno al gas. Della Russia.

La salvezza viene con l’arte

Un racconto semplice: lei, Barbora Kysilkova, pittrice iperrealista, al modo di Annigoni, anni 1950, poi Guarnieri, decide di incontrare uno dei due autori del furto di due sue tele in mostra al Centro Nobel a Oslo. Lei, ordinaria di Praga, in fuga da Berlino dove era sposata a un uomo violento, lui un giovane di molte qualità, che gravi carenze affettive nell’infanzia hanno ridotto alla droga e all’asocialità.
Un racconto “vero” che si segue come una favola. Di redenzione attraverso la pittura, dell’arte terapeutica. Col doppiaggio genialmente sovrammesso alla parlata originale, un effetto insieme di distanziamento e partecipazione.
Benjamin Ree,
The Painter and the Thief (La pittrice e il ladro), Sky Arte

venerdì 7 gennaio 2022

Letture - 477

letterautore

Colonna sonora - Viene per ultima nei titoli di coda dei film, dopo chiunque in qualche modo abbia ricevuto una paga, gli autisti, i trasportatori, i fornitori di ogni genere. E distrattamente. La colonna sonora di Einaudi per “The Father. Niente è come prima”, per esempio, che pure è parte rilevante della narrazione. O la romanza celebre “Je crois entendre encore” di Bizet, dei “Pescatori di perle”, che nel film torna almeno tre volte, cantata da una voce tenorile purissima, di cui non si fa neanche il nome (è Cyrille Dubois), gusto il titolo, nemmeno della romanza, solo dell’opera.
 
Controinformazione
– Era di sinistra, estrema, ora è di destra. E più radicale, pretendendosi controcultura. Nacque nel Sessantotto, a opera dei gruppi extraparlamentari di sinistra, con le testate “Lotta Continua”, “Metropolis”, lo stesso “Manifesto”, con fogli ciclostilati, con libri come “Strage di Stato”, 1974 (repertoriata da Pio Baldelli in “Informazione e controinformazione” già nel 1972, dalla rivista “Tempi moderni”, curata da Giovanni Bechelloni, e da molta sociologia sparsa della comunicazione.
Era nata in America, nei tardi anni 1960. In fogli ciclostilati, anarchici, situazionisti, eccetera, sul tipo dei samizdat, i fogli sparsi della controinformazione politica in Europa orientale, contro i regimi comunisti filo-sovietici. Era l’informazione libera, cioè fuori dai condizionamenti economici, editoriali o politici – fuori dal coro, o dal “potere”. L’espressione forse più influente di quello che sarà il Sessantotto: la possibilità e la capacità di criticare. Con propri mezzi, benché limitati, e presto con le radio libere, come antidoto a quello che allora si denunciava come comunicazione di massa, via radio e tv, e oggi si dice strapotere dei media, dei social.
Nel 1969-1970 coagulò attorno al “New York Times” e alla “Washington Post”, parte dichiarata delle lotte di potere contro la presidenza Nixon, con i “Pentagon Papers” e con lo scandalo Watergate.
Riemerge ora in America come “controcultura”, di destra radicale - “The Daily Wire”, “Daily Beast”, la piattaforma Gettr. Contro “lo strapotere dei social media”, che vengono ascritti all’establishment di sinistra. Impegnati su una serie di temi vasta, anche di sinistra: cambiamento climatico, sindacato, minimo salariale, per la libertà di parola, oltre che contro l’aborto illimitato, le donne transgender nello sport, e la cancel culture.    
 
Neutro – Si potrebbe resuscitarlo, anche all’anagrafe, per le persone, per evitare di doverle dire maschio o femmina, nell’umanità che si vuole asessuata. Sull’esempio del tedesco das Mädchen,  che significa “la ragazza”. Bisogna certo restaurare il neutro nelle lingue neolatine. Per l’inglese non sarebbe difficile: basta sostituire “ragazzo”, “ragazza”, “donna”, “uomo”, “maschio” e “femmina” come sostantivi, con “persona”, p.es., come è già l’uso nell’America up-to-date.
 
Refusi – Sono gli errori di stampa, quando la stampa si faceva per fusione dei caratteri di piombo, che infiorettano giornali e libri. Gli errori al suo tempo dei copisti, poi dei proti, i capi tipografi che controllavano le bozze. Ma anche dei redattori-editori, quando la lettura dei manoscritti era impervia, o dopo, con i dattiloscritti, per inavvertenza. Notevoli in questo caso, specie nei libri di fantasia, per gli effetti talora bizzarri. Cambiando a volte il senso di una frase, una sorta di scrittura automatica, in uno che magari, benché non voluto, era più pregante.
Dispute filologiche si sono anche accese sugli errori di stampa. Il corpo che diventa porco, l’amore umore e l’adorata odorata, e non sappiamo se il dantista è dentista, o viceversa, la rivoluzione rivelazione, e l’immaginazione impaginazione. Se Yeats disse “soldier Aristotle” o “solider Aristotle”, e se l’ozio è indispensabile al mondo o l’odio, il correttore di bozze è corruttore, e i torchi gemono, oppure i turchi, o i tirchi. E i carabinieri s’imbattono in covi allarmanti, o in cori, o in voci, com’è più probabile. I refusi angosciavano, e divertivano, Sciascia e Savinio, Flaiano e Morselli, autori della leggerezza..
I correttori di bozze, che usavano un tempo in tipografia ed erano addetti proprio ai refusi, si sono trasformati qualche volta in correttori di bizze. Il “Corriere della serra”, di cui si è potuto leggere nel confratello parigino “Le Figaro”. Alcuni contesi come diritti d’autore: La moglie del sardo che in realtà è la moglie del sordo sarebbe invenzione di Valéry Larbaud – che poi trascorse afasico gli ultimi vent’anni – ma il “Corriere della sera” lo ha attribuito a Grazia Deledda
Ora l’ultimo word sottolinea due volte le concordanze che non lo soddisfano, e ci azzecca, anche in italiano - rederà impossibili i refusi?
 
Stupidità - Va con l’umorismo, nelle scritture di molti. Moltissimi nell’antichità sentenziosa. Bollarono risata e stupidità insieme Menandro, Isocrate, Catullo, il Libro dei consigli della Bibbia greca (poi chiamato anche “Ecclesiastico”), l’“Ecclesiaste” naturalmente, il “Canzoniere eddico”, i proverbi popolari. E Oscar Wilde, il cui “Marito ideale” professa “una grande ammirazione per la stupidità”, per ridere – Wilde diceva di suo: “Non c’è altro peccato che la stupidità”. Come il giovane Baudelaire, o il borghese Flaubert.
Ma c’è anche l’ironia inversa, altro esercizio letterario: l’eristica, l’argomentazione sottilmente inutile. Savinio ne era affascinato e perseguitato, dagli elogi “per mania eristica delle cose più inutili e anche delle dannose, il fumo, la polvere, la peste”. Per la peste citeremo il Berni, che vi si esercitò più volte. Molto usati, gli elogi ironici, nel Novecento. Dell’Ottocento si ricordano, di Cesare Beccaria e di Paul Lafargue, il genero di Marx, l’elogio dell’ozio. Dione di Prusa fece l’elogio del pappagallo e della zanzara. Sinesio scrisse un elogio della calvizie. Luciano scrisse un “Elogio della mosca”. Giuliano un elogio della barba a rovescio - essendo l’imperatore filosofo barbutissimo, scrisse un “Misopogone”, contro la barba. In Francia la letteratura è immensa, dalla scuola di Fontainebleau a Montaigne e al marchese de Sade, di elogi di organi e pratiche porno.

 
Attrae soprattutto i letterati. Non c’è una riflessione filosofica sulla stupidità. Si citano s. Agostino  e Cicerone, per frasi isolate, moti di stizza. Ripresi da Raymond Aron, lo studioso della politica, che la stupidità dice “il fattore dominante della storia”.
Il grosso del lavoro è la riproposta degli scrittori rinomati che si sono esercitati in argomento: il filone di Giufà, Jean Paul, Flaubert, Musil, Eco, Sciascia. Di Sciascia, che però non vi si intrattenne con qualche riflessione, si può dire un’ossessione - il terrorismo liquidò in tv dopo il rapimento di Moro, sbuffando per l’indignazione, con due sole parole: “Sono stupidi!”. Uno spasso per Eco, dal “Pendolo di Foucault” al “Cimitero di Praga”.
Non manca – Gianfranco Marrone – chi propende per la “Ricerca” di Proust come “un’interminabile galleria di stupidi”. La lettura può esserne in effetti ironica, degli amori, i vezzi, le manie, le devozioni filiali, le rivolte, i giochi delle ipocrisie – come tutto ciò che si definiva “borghese”. Ma per l’autore, scrivere tremila e più pagine di sottile ironia? E contro chi?

letterautore@antiit.eu

Maremma horror

Un horror - purtroppo presentato come giallo, anche se la sorpresa finale c’è - in Maremma. Una Maremma grigia, triste, quale fu per secoli, certo, con le acque stagnanti riaffioranti. Con prove d’autore di Massimo Popolizio e Edoardo Pesce, due attori capaci di grande teatro (e, ce ne duole molto, sono un capitano e un tenente – “Cane Pazzo” - dei Carabinieri: due personaggi che faranno inorridire la Benemerita?). Richiama curiosamente Dario Argento, ma urlato e non silenzioso.
Un ragazzo e una ragazza scompaiono a un rave party. Una serie di violenze seguono, improvvise, sanguinose. Gratuite: il contrappunto della vita ordinaria è troppo esile, per sostenere la macabra vicenda, di torture, pestaggi, autodistruzioni.
“Cane Pazzo” si propone per una serie, ma ha già eliminato troppi comprimari.  
Vincenzo Alfieri,
Ai confini del male, Sky Cinema

giovedì 6 gennaio 2022

Cronache dell'altro mondo - la Grande Dimissione (162)

È l’epoca della Grande Dimissione: sempre più lavoratori, da un anno circa, si dimettono dal posto di lavoro negli Stati Uniti. In vista di un’occupazione per qualche aspetto più soddisfacente. Almeno 4,5 milioni di persone hanno lasciato il posto di lavoro a novembre. In aggiunta ai 4,1 milioni di ottobre. E ai 4,36 milioni di settembre.
La disoccupazione è sempre alta, 6,88 milioni a novembre. Ma di transito, tra un’occupazione e l’altra, praticamene non c’è disoccupazione di lunga durata. La creazione di nuovi posti di lavoro è più del doppio delle dimissioni: 10,56 milioni di nuovi posti a novembre, 11,09 a ottobre, 10,44 a settembre.
Nei dodici mesi a novembre 2021, sono stati aperti negli Stati Uniti 75,4 milioni di nuovi posti di lavoro, con abbandoni e licenziamenti pari a 68,7 milioni – per un saldo netto di nuovi posti di lavoro di quasi sei milioni, 5,9. La pandemia e i lockdown hanno accresciuto e non ridotto (contrariamente all’Italia, p. es., n.d.r.) l’occupazione, il mercato del lavoro.
Il tema non è stato ancora analizzato. Sicuramente non si tratta di nuovi posti di lavoro a paghe ridotte – la compressione dei salari effettivi era in atto semmai prima, con le presidenze Obama e i primi anni della presidenza Trump: non si spiegherebbe altrimenti il gran numero di abbandoni volontari, di dimissioni.

Ombre - 595

“Il 40 per cento dei test rapidi negativi in realtà è falso”, l’assistente del genera le Figliuolo. Di che stiamo parlando, che i contagi sono il 40 per cento in più delle statistiche? Che i tamponi li facciamo per ingrassare le farmacie?

C’è anche la virtuosa Regione Emilia-Romagna che scopre 33 mila casi pregressi grazia e un ricalcolo. Di che stiamo parlando, allora? 

Anche, ospedalizzati con covid o ospedalizzati a causa del covid: fa differenza? Enorme? Perché confonderli? Perché l’informazione, dopo due anni, è così lacunosa. Oltre che la storia e la geografia, la scuola ha cancellato anche la matematica, le statistiche?

 

A Chicco Testa, ex presidente di Legambiente, che propone qualche termovalorizzatore per smaltire l’immondizia a Roma, un investimento privato che non aggraverebbe il bilancio del Comune - e farebbe costare lo smaltimento meno di quanto costi ora, esportando l’immondizia - la Cgil del Lazio contrappone una multi-utility pubblica, cioè un altro carrozzone.

 

Succede nello stesso tempo di avere sottocasa un cantiere che blocca da settimane le strade, invertendo i sensi unici con segnali improvvisati, con grave rischio di collisione, per il rifacimento di uno snodo delle tubature del gas. Un cantiere dove si lavora un giorno sì e cinque no. Preceduto da altri due cantieri, allo stesso incrocio e tratto di strada, uno per la condotta dell’acqua, Acea, e uno, Ama, per la fognatura. Tre cantieri all’opera per sei mesi quando ne bastava uno. Forse non è cattiva gestione, è corruzione in appalti. Ma cambia?

 

La corruzione è evidente nella diversità degli appalti. Acea, società quotata, ha controllato ogni giorno i lavori, di un appaltatore che ha lavorato rapido e ha ricostituito manto stradale e marciapiedi come nuovi, con strisce bianche per l’attraversamento e il parcheggio. Le municipalizzate senza alcun controllo e senza collaudo – il cantiere Ama chiuso ha manto stradale e marciapiedi rabberciati, senza più segnaletica a terra.

 

“Scuola, un «buco» di 8.500 no wax”, di cui 7.000 insegnanti, solo nel Lazio. Impossibili da sostituire, naturalmente. Ma il nucleo no wax è di insegnanti?

 

Il principe Andrea probabile condannato. Per la regina Elisabetta una fine ingloriosa. Ma dei suoi quattro figli chi ha fatto bene: Carlo? Anna? Andrea? Non proprio bene, ma decentemente? 

 

Dopo l’assegno ai netturbini che non si sono messi in malattia per le Feste, il professor Gualtieri, sindaco di Roma, recidiva: assegna, con tanto di delibera fatta approvare in pompa dal consiglio comunale, un quarto degli introiti da multe stradali ai dirigenti dei vigili urbani. Uno pensa che non sia possibile, e invece è vero. E il professore è persona tranquilla, responsabile.

 

Papa Francesco governa il Vaticano con i motu proprio: “35 in 8 anni, Giovanni Paolo II in ventisette anni ne ha firmati 32”, Filippo Di Giacomo sul “Venerdì di Repubblica”. Il papa sinodale, collettivo, comunitario, democratico, governa a colpi di decreti, personali.

  

Celebrando l’anno record di Piazza Affari Andrea Greco assegna la palma a Unicredit, per il rimbalzo del 76 per cento. A 13,5 euro. Ma Unicredit “valeva” 18 euro tre anni fa. Com’è possibile che una grande banca subisca oscillazioni in Borsa così enormi?  

 

“Sono stato presidente della Commissione Europea con 15 e con 25 Paesi e non c’era alcuna differenza. Il mio problema era sempre trattare con la visione divergente della Gran Bretagna”, Romano Prodi, “7”.

Memorie tragiche e comiche dell’uomo-pianura

L’amico del protagonista, l’unico, “ha il panico delle iniezioni”. È stato vittima del terrorismo arabo di Atocha, la metropolitana di Madrid, con centinaia di morti, amputato, e si diffonde con disinvoltura su tutte le atrocità di cui legge nel mondo, ma ha “il terrore degli aghi”. C’è insomma anche un prospettivo no wax. Fra le altre occorrenze, piccole, minime e grandi della vita quotidiana. Che il protagonista, uomo senza qualità fra i tanti, ripercorre una volta che ha deciso di morire – si ucciderà tra un anno, il 31 luglio, un mercoledì, di sera.
Toni inganna il tempo rimemorando, mese dopo mese, nelle sue stracche giornate di insegnante di Filosofia al liceo, divorziato, “triste e solo, con addosso una sensazione di sconfitta”, con la cagnetta Pepa, e con Tina, amante rassegnata di plastica, di tanto in tanto con l’amico no wax, che ha deciso di seguirlo nella sua determinazione della morte certa. Il padre, la madre, la moglie, i suoceri, il fratello, il figlio, che ogni tanto rivede. E la sua prima fidanzata, brutta e simpatica, che gli tocca rivedere. Incorre anche in un torturatore del franchismo, “Billy the Kid”, che ha rotto la faccia al suo padre trinariciuto, che riceve un’assurda onorificenza dalla Spagna democratica – un personaggio vero, Antonio Antonio González Pacheco, morto ultimamente di covid, a 73 anni, che dunque negli anni di Franco ne aveva una ventina…  
Un “uomo pianura”, senza spessore, senza progetto, senza reali sentimenti. Ma buon narratore, non lagnoso. È uno che, come il Nobel Parisi dagli storni, è affascinato dai rondoni che “vanno, vengono, si incrociano nell’aria a tutta velocità e non c’è verso di racchiuderli in un numero”. 
Scherzoso spesso, anche triviale. Nelle scene di sesso d’obbligo ogni ventina di pagine. Nelle frasi famose di cui tiene il quadernetto (di Camus, “C’è soltanto un problema filosofico davvero serio: il suicidio”…). Nei personaggi che non ama: gli indipendentisti catalani, la lesbica (la “padrona” lesbica della ex moglie), le famiglie. Nei non-eventi a cui la decisione di morire riduce la vita giorno per giorno. Un po’ ripetitivo. Anche confuso – “ho vissuto come una vessazione incessante la relazione intima con una donna intelligente”, mentre per tutta la narrazione è lei che è ingrata e oppressiva, sfruttatrice (una delle scene esilaranti è quando si fa spalleggiare dal marito per liberarsi dalla “padrona” di letto), furba.
Forte del successo del fluviale “Patria”, Aramburu si ripete. Di lettura anche questo non ardua, uno spaccato, involontario?, della vita quotidiana oggi, in città, in Europa: dei giovani incerti,  sporchicci, inetti, dell’affetto per gli animali esclusivo, dell’incapacità di ascoltarsi-osservarsi e di comprendersi, col padre, la madre, il fratello, il coniuge, dell’amicizia ristretta, abitudinaria, della politica assente. Il cane ha la buona morte, l’uomo no, è la sua verità meno banale. Centinaia di aneddoti veri o inventati assembla che sono (funzionano) come un teatrino delle nostre azioni e riflessioni quotidiane, ordinarie, rimuginazioni, specie di quelle familiari.
Una lettura scorrevole, agevolata forse dalla traduzione di Bruno Arpaia (ma “L’inconclusa” di Schubert, per “L’incompiuta”?)
Fernando Aramburu,
I rondoni, Guanda, pp. 713 € 22



mercoledì 5 gennaio 2022

Cronache dell’altro mondo - capitali (161)

La Procuratrice dello stato di New York, Letitia James, democratica, ha accusato il governatore dello stato Andrew Cuomo, democratico, di abusi sessuali su undici donne. Costretto Cuomo alle dimissioni, si è candidata alla successione – senza successo. Ora Cuomo è stato assolto: delle undici donne che avrebbe molestato solo una lo ha denunciato, Brittany Commisso. Ma non è stata creduta: si è dimostrato che era un’innamorata rifiutata – una che corteggiava Cuomo.
Fbi e Procure Federali varie sono impegnate da un anno a dimostrare che l’assalto al Congresso un anno della folla trumpiana era organizzato da Trump. Hanno incriminato centinaia di persone – l’assalto è stato fotografato nei dettagli. Ma ancora continuano il lavoro, non hanno ancora trovato la mano di Trump dietro l’assalto.
I membri del Congresso e i loro familiari hanno investito in Borsa l’anno scorso 630 milioni abbondanti di dollari. I Repubblicani un po’ più dei Democratici. I Democratici investono soprattutto nell’infotech, i Repubblicani nell’energia. Il maggiore investitore singolo è il marito di Nancy Pelosi, la speaker Democratica della Camera dei Rappresentanti, attivo nei settori immobiliare e venture capital.

La morte sbagliata

L’angelo della morte Angela, Ilenia Pastorelli sempre periferica ma blackie, sbaglia la data della morte del quarantenne Arturo, Pietro Sermonti, e per ingannare l’attesa gli svela che tutte le sue felicità sono infelici. Sembra una trovata azzeccata e per la prima metà il film funziona, a ritmo verdoniano – Arturo che obbediente si suicida ma il cappio non si stringe è da cult. Poi s’intorcina, a tratti horror demenziale, e non si capisce più niente.
Herbert Simone Paragnani, Io e Angela, Sky Cinema

martedì 4 gennaio 2022

Calembour

Disadattato, incerto, a disagio
Come il violino mancino in concerto,
il missionario astemio alla messa,
l’impotente a letto con l’amata,
L’afasico tra i social sibilanti.
 
Per le donne liberare
Le falene e le farfalle
Anche per i neri,
per tutti che si intendono emancipare.

Simenon scopre il mondo

Cinque reportages di Simenon inviato speciale nel 1935. La Lapponia “in pieno inverno” – un paradiso. Una serie di morti misteriose (il padre di Maigret non riesce a fare luce) alla Galàpagos, il “paradiso terrestre” in Terra. La vita visibile, e invisibile, attorno al canale di Panama, che viene armato come per la guerra. A spasso per l’oceano Indiano e i mari del Sud – il reportage che dà il titolo. E Tahiti, l’isola degli amori facili – si presume: Simenon li prospetta ma poi si mantiene discreto.
Tutto ben raccontato, c’è sempre una promessa di sorpresa, ma poi niente di più il pittoresco dei viaggiatori che Simenon depreca, Loti e anche Gauguin. O del riccone americano, che gli dice: “Ho da spendere un giorno alle isole Marchesi, due alle Figi, uno alle Ebridi e sei in Giappone” – se Ebridi non è un refuso (dalle Figi alle Ebridi, e dalle Ebridi al Giappone si fa, si faceva, forse col Concorde) - gli yankee con lo yacht di grandezza record sono la sua ossessione.
Un’esperienza che avrebbe trasformato Simenon, opina Matteo Codignola nella nota editoriale, “Simenon nudo”: a Tahiti qualcosa è successo, non sappiamo cosa, ma “amici e conoscenti” concordi dicono “che la persona tornata da quel viaggio non era la stessa partita qualche settimana prima”. Comunque comincerà allora a scrivere i suoi “grandi libri” - i romanzi “duri”.
È vero che a un certo punto, navigando per i mari del Sud, al largo di Timor, Simenon scopre che il mondo è diverso. A partire dal tempo, dal diluvio universale. Un viaggio ha fatto non nello spazio ma nel tempo: “Ho visto degli uomini! Tutti gli uomini, da Adamo fino ai giorni nostri. E vi assicuro che è questa la cosa triste!” Noi, “con i nostri bei completi, i caschi, i coltellini, i giornali e la radio”, facciamo solo “finta di crederci i più forti, i più furbi”.
Con una copiosa dose di fotografie, fatte dallo stesso Simenon, purtroppo senza didascalia. Che Codignola così giustifica: “I materiali sono lacunosi e disomogenei”. Le foto, e anche gli scritti.
Georges Simenon, A margine dei meridiani, Adelphi, pp. 223, ill, € 16

lunedì 3 gennaio 2022

Calembour

I segni di sogni
O i sogni di segni
È refuso irresistibile
Ma in che senso?
 
Verum factum
Verum fictum
Il fatto è finto
 
È beard o bread
Che al capitolo “Eumeo” dell’“Ulisse”
Joyce avvolge nella carta?

Il ritorno del mattatore, di parola

Un padrone-padre, tutto azienda, anche capace, al tempo dei diritti, che pure andrebbero rispettati - “El buen patrón” è il titolo originale. Una sfida riuscita per Xavier Bardem, che regge le due ore del film dalla prima all’ultima scena – probabile Oscar come attore protagonista (benché un solo attore non di lingua inglese ci sia riuscito in quasi cento anni, Benigni). Una “commedia all’italiana”, in cui si sorride soffrendo. Con un retrogusto reazionario, a fronte dell’operaio licenziato contestatore, dell’immigrato arabo stimato ma sfottente.
Torna il mattatore – è il terzo o quarto film in programmazione che si regge sulle arti del protagonista, assorbente, in famiglia, al lavoro, in scena. Torna al cinema, in forma di pièce teatrale, molto parlata, filmata. Economica anche, reggendosi inquadratura per inquadratura su un solo attore, con pochi e sbiaditi comprimari – che forse per questo piace a Nanni Moretti, che lo programma nel suo cinema. Un cinema di parola anche, chi l’avrebbe detto. l’immagine vi è sussidiaria.
Fernando León de Aranoa, Il capo perfetto

domenica 2 gennaio 2022

Calembour

Bello Bolle balla
Lieve all’onda
Di questo mondo
Che si vuole tremendo
 
Stormi di storni
O storni di stormi
La verità s’inverte
 
C’è un senso
nella perdita di senno?

Secondi pensieri - 468

zeulig
 
Complotto - L’idea del complotto può dirsi una forma di gelosia, e la gelosia una forma di delusione, verso sé stessi e quindi verso gli altri. Ingenera il sospetto una certa dose d’ipocondria, in due forme. L’idea costante che gli altri tradiscono e vogliono il nostro male. E l’incapacità altrettanto co-stante degli altri e di noi stessi di essere all’altezza delle ambizioni. Freud non ne ha parlato, il genio maligno. Proust sicuramente sì, nell’interminabile labirinto della gelosia, la propensione, come la dice da qualche parte, a “formulare sospetti atroci su fatti inconsistenti”. Ma i fatti non hanno bisogno di interpretazioni, non se si vuole uscire dalla paranoia.
O c’è bisogno di un complotto? Sia pure di quello hegeliano della ragione: la maggior parte degli eventi non ha un fine. L’influenza per esempio, che a tutti occorre. Il cancro no, vuole uccidere. L’influenza non ha neanche una causa, a differenza del raffreddore. Che per questo a volte acquista anche un fine, più rapido del cancro: la maggior parte dei decessi in ospedale avviene per complicazioni broncopolmonari. I degenti vi sono accuditi con generosità di personale e di risorse, finché un giorno la finestra aperta per cambiare l’aria si porta via il più indifeso. Non ci si protegge dal caso, e allora un po’ di causalità, per quanto perversa, ci vuole. O si può tornare con Darwin all’“argomento del progetto” del teologo Paley: se c’è un orologio, c’è un orologiaio. Anche Borges immagina una “storia di alcuni cospiratori i quali decidono che qualcuno non esiste o non è mai esistito”. Oppure che esiste, anche se non è mai esistito.


Si parla troppo non a caso. O è vero o è falso, si dice. E se il falso è vero? Il terzo escluso è solo necessario, non foss’altro perché l’uno o l’altro dei termini del caso spesso è occulto.

È effetto della latitanza culturale, intellettuale? Di due generazioni ormai, disperse tra le chiacchiere social e il consumismo più sciocco, la coda di notte per le scarpe gialle Lidl a due euro, che bastano per una camminata, o per appenderle, i tatuaggi, brutti e sporchi, le barbe. Si è latitanti non senza effetto, lo dice la stessa parola. L’isolamento nutre l’orrore. Lutero lo spiega nel commento alla Bibbia, dove a Dio fa creare la donna perché non è bene che l’uomo stia solo: “Un uomo solo deduce una cosa dall’altra, e pensa tutto per il peggio”. Il complotto è esercizio logico prima che paranoico, e unisce tutti, quelli che convergono dall’isolamento. Tutto vi è ineluttabile, una volta recisi i ponti: come la gelosia, l’orrore si nutre di sé. Altra cosa dalla solitudine, il dialogo con se stessi che prepara all’incontro con gli altri e la vita. Chi sopporta sé stesso accetta gli altri: nella solitudine, spiega Arendt, “siamo sempre due-in-uno”, rieccolo. Nietzsche si fa in due a Sils-Maria uscendo dall’isolamento, la malattia professionale dei filosofi. Bertram de Born, l’originale di Dante, è quello che si porta la testa in mano, decapitato per aver diffuso l’odio nella famiglia del re d’Inghilterra, di cui era consigliere.


Il vizio del complotto è come la superstizione, pronuba la paura: si temono mali ignoti, e se mancano motivi certi di paura s’inventano.


Dolorismo – L’ipocondria, lo spleen di tanta prosa dolorante, e poesia, è causa, prima che segno o effetto, della civiltà della crisi. Il dolorismo si osserva come malessere ricorrente (tipico?) di chi ha la pancia piena, Europa (Scandinavia)-Usa, che spiega all’indigente (Asia, Africa, America Latina) quanto è duro abboffarsi, e ne pretende gratis la compassione – usava dirla solidarietà, ora empatia.
 
Fede – È l’altro estremo del filo (ragionamento) che porta al suicidio. Meno tragico, anzi consolatorio. Ma non meno dialettico, critico: la fede, come il suicidio, libera dal seno tragico dell’esistenza.
Si faccia l’ipotesi che l’uomo conosca l’ora della morte. L’uomo di fede si consola con l’anima immortale, lo scettico con l’inevitabile – anche, se del caso (stanchezza, sofferenza, rivalsa), con la rinuncia a vivere. È il solo quadro in cui il Camus celebrato – “C’è soltanto un problema filosofico davvero serio: il suicidio” – prende senso.
L’immortalità è una condanna, un cappio, per il senza fede: una trappola logica. La fede, che in teoria vi si basa e vi fa affidamento, ne prescinde. Si basta: è fonte di energia e arma per superare l’incertezza – o la atonia, la cialtronaggine. Per quanto vaga, “infondata”, essa possa riuscire a esame critico. Una droga, una simpamina. Lascia liberi di accettare la vita vissuta, anche anonima e perfino sordida, senza perdersi – senza cadere nella passività.
 
Self-deception – “Non la giusta percezione di sé, è alimentare dentro di noi un inganno, assegnarci la parvenza di una bella figura, cercando di dimenticare quel che di negativo, di vergognoso, c’è in noi” – Edgar Morin. È il rimosso, il procedimento di rimozione, con un che di voluto, programmato.
 
Stupidità – Jean Paul, che ne fece l’elogio, la vuole indefinibile, legata alle sue proprie manifestazioni, e una sorta di specchio: “Ognuno apprezza la stupidità che più somiglia alla sua”.
O un metro universale: la stupidità di Jean Paul si elogia da sola, scendendo cioè dove più basso non si può, ma se alza il capo e guarda in alto non trova che stupidità.
Quella biblica, dell’“Ecclesiaste”, è cosmica, di pessimismo radicale: “Infinito è il numero degli stolti”. Se non che, come pare, questo è un senso ciceroniano, che il traduttore san Gerolamo avrebbe soprammesso, ma estraneo all’originale ebraico e alla versione dei Settanta, che invece recita tutt’altro: “Ciò che manca non si può contare”. È di Cicerone la moralità “stultorum plena sunt omnia” – ripresa da sant’Agostino (“Contra Academicos”): “Immensa è la folla degli imbecilli”.
 
Fra i tanti che ne hanno trattato, i più la legano alla risata – come se ridessero solo gli stolti. O alla saggezza, come una forma di furberia. A partire da Cassiodoro: “La stupidità al momento opportuno è la più grande saggezza”. Fino a von Hofmannstahl: “La stupidità più pericolosa è un’acuta intelligenza”. Un’ambivalenza che ha inquietato soprattutto i letterati – Flaubert fra i tanti, Baudelaire giovane, Musil, U. Eco, Gadda, Fruttero e Lucentini. E un paio di storici, tra essi lo storico dell’economia Carlo Maria Cipolla. 
In una forma lievemente diversa Pascal ne fa carico a Montaigne, perché si crede pieno di saggezza – l’intelligenza non si vuole apodittica, specie in materia morale, controvertibile.
 
Deleuze osserverà che la bête, bestia in francese, non è soggetta alla bêtise, la stupidità.
 
L’intelligenza artificiale la metterà fuori corso? Saremo tutti se non sapienti, nella condizione di sapere, senza ostacoli all’ingresso.
Ma è la stupidità l’opposto dell’intelligenza? O: quanto è intelligente l’intelligenza artificiale?


zeulig@antiit.eu

Lasciarsi a Roma, borbottando

Un amore romantico, tra compagni di dieci anni che più non si sopportano, anonimo su Whatsapp. Lui, romanziere in crisi, redattore a tempo perso della posta del cuore di un sito, innamora lei, manager multinazionale (spagnola a Roma, presto trasferita a Londra) di una società di videogiochi, con la quale nella realtà convive stancamente. Come a dire: sarebbe facile passare sopra alle incomprensioni  -ma non è così.
Il racconto di una separazione, sempre fonte di angustia - il piatto rotto non torna mai come prima, ma questa semplice verità in amore pare non sia accettabile. Intrecciata con una separazione che avrebbe ogni ragione di farsi, giocata non sulle disillusioni e i malintesi quanto sui ruoli di genere, lei non essendo più la ragazza di un tempo, si è fatta sindaco di Roma, figurarsi, e lui annichilito.
Un racconto garbato, bene intrecciato, dell’amore possibile e impossibile. Troppo adagiato sulla naturalezza intesa come difetto di dizione. È un omaggio a Roma, di cui offre lusinghiere immagini, ma è un racconto parlato, e quindi sperso nei borbottii confusi che sostituiscono il dialogo, e nello spagnolesco della protagonista (Marta Nieto) - per il resto perfetta nel ruolo. Meglio si salva la storia della sindaca (Claudia Gerini) e consorte (Stefano Fresi), che sanno recitare distinto, risultando perfino più realistici.
Edoardo Leo, Lasciarsi un giorno a Roma, Sky Cinema

sabato 1 gennaio 2022

Allo smorzo*

“Milan, giù la testa
Si sveglia tardi, la Fiorentina fa festa
Vlahovic e Ibra a suon di doppietta”
 
“Corrispondenze e assonanze
Fra discipline scientifiche diverse”
 
“Arrivarci si combina col caso”
 
“Una ricerca, che dice semplice”
 
*materiali di recupero - qui suoni di recupero: titoli di poesia involontaria

Toppe di colore – guardando il mare

In italiano si diventa verdi di rabbia, in tedesco blu – ma sono blu in tedesco anche gli ubriachi (e chissà perché la luna è maschia in quella lingua, come anche la bocca, e si somiglino pure, Mond e Mund?). Magris, uomo di mare, discepolo, amico e cultore di Biagio Marin, preferisce l’azzurro, dunque anche il blu: il blu è romantico, spiega, e anche anti-romantico, da Heine fino a Benn e Celan – via Rilke, George eccetera: la poesia si può dire quasi tutta azzurra-blu - anche prima del “fiore azzurro” prototipo, di Novalis, dell’“Enrico di Ofterdingen”. E così via, da divagazione in divagazione, che si sa vengono come le noccioline.
Magris stanco trova un momento per divertirsi, una lieve brezza divagante. Qui propone, ben spaziata, la conferenza che ha tenuto nel 2020 al festival La Milanesiana, di Elisabetta Sgarbi.
Dunque, il blu è poesia. E il bianco, che ispira innocenza, virtù, spiritualità – compreso il bianco sacramentale, aggiungeremmo, dei battesimi, le comunioni, i matrimoni? Melville ne fa “il colore del negativo, della spettralità, dell’orrore”. Per non dire di Poe: “Orrore, follia e ambiguità assoluta è il bianco nel ‘Gordon Pym’ di Poe” – o di Lovecraft. Il colore è musica, conclude Magris, “perché dice e non dice” – e la musica è anche colore, come nel blues, e in tante composizioni. Manca Leonardo, il fondamentale “la pittura è cosa mentale” – e il colore è prima di tutto pittura. Ci sono molte altre letture.
Se non che: “Esistono i colori?”, chiede Magris all’inizio. O meglio, “quanti sono i colori?” Sono 999 secondo l’atlante dei colori, “Du Mont’s Farbenatlas”. Ma di che natura? Questo è stato ed è un problema per la filosofia. I “filosofi aristotelici”, Kant, Husserl, Wittgenstein, propendono per il no, non esistono, non hanno natura. Goethe ha provato a individuarne la sostanza, in opposizione a Newton, ed ha fatto un gran lavoro, ma non ha risolto.
Claudio Magris, Le toppe di Arlecchino, La Nave di Teseo, pp. 34 € 8