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sabato 27 giugno 2026

Il mistero della Fiat stellata

Prendere una scatola vuota di diritto olandese, dal nome beneaugurante, di grandi spazi e molte luci, riempirla di Fiat-Chrysler e di Peugeot, una trentina di modelli in due, e riduarla al lumicino, come di diceva una volta, quando l’italiano era toscano? È quello che fa John Elkann con Stellantis. Una creatura sua, soprattutto, poiché è il titolo con più peso nella sua finanziaria di famiglia, Exxor. E perché è di maggior peso la sua quota di Stellantis, tra il 14 e il 15 per cento. Oggetto in Borsa di una manovra al ribasso che ha dell’inverosimile.
I listini corrono, malgrado tutto, macinando record di rivalutazioni. Solo Stellantis corre all’indietro. Soprattutto in queste settimane in cui le vendite sono tornate a marciare, e gli sciocchi piani “salviamo il pianeta” con le pesanti, voluminose, care, e irriciclabili auto elettriche vengono bene o male ridimensionati, Stellantis fa il passo del gambero. È il solo, fra i tre grandi gruppi europei, a migliorare le vendite, e niente, anche il titolo si vende. Sinuosamente. 
Un giorno denaro, poco, e poi due- tre giorni di seguito di vendite, meno 4, meno 5, meno 6 per cento a botta.

Valeva 27 euro, ora è a 5 – e forse vuole realizzare lo 0,9, il minimo storico del nome, prima che fosse automobilistico. A che fine? Sapremo un giorno che Exor ha allargato la quota Stellantis, comprando  (poco ma solidamente) nei giorni giusti, mentre alimenta in quelli dispari la paura e la corsa ai realizzi?  

L'arte del cinema

Recensioni di film per lo più totalmente dimenticati, pochi se ne sono salvati (quelli che Flaiano salvava), ma di lettura per qualche verso sempre interessante - non per nulla Flaiano è stato a lungo dopo la guerra miglior critico nei giornali.
“Quel certo «grano di pazzia» che ha fatto la fortuna del cinema oggi si è esaurito nel meccanico…. Tutte le case produttrici si fissano gentilmente verso un genere narrativo di un realismo molto verosimile e romanzesco e mortificano invece le ragioni della fantasia”. Il cinema è nato libero ma già “si confonde nelle tavole della farmacopea, rientra fra le cose utili” (anche i critici, bisognerebbe aggiungere, che si limitano a una o due notazioni , semrpe le stesse, ripetitive, sbrigatve, disappetenti e inappetenti
Si parte con un teso del 10 magio 1943, in piena guera, “I piedi sul piatto”, in cui Flaiano fa le bucce al cinema, come è e come dovrebbe esere, la cui lettura da sola basta e avanza. C’è poi la verità sugli attori al cinema: ombre. Flaiano la pensa come Soldati, che molti film ha girato: “L’attore cinematogafico non è che il risultato di parecchi sforzi convergenti”, del regista, il produttore, il soggettista, e di “una pleiade di tecnici senza i quali rimane un volto qualsiasi”. Flaiano trentenne (“quand’eravamo giovani”, ripete, cioè ai vent’anni) la sa lunga.
“Giallo carico”, recensione del 1940, è anamnesi attuale, anni 2020, del giallo come genere facile di racconto. O quella del documentario, che non monogafia, e non è “attualità” – il documentario fu genere seguito fino agli anni 1960, quando ne veniva proiettato uno insieme con il film. E la magia del cinema d’epoca, magari al cinemimo rionale, “due film una lira”: Gtreta Garbo, Deanna Durbin, “La folla” di Vidor, “Nerone”(Petrolini), Frank Capra, “Proibito”, “un grande film”, “E arrivata .la felicità”, “Accadde una notte”, “Alba tagica” – nel 1940 si vedevano con grandi prime e si lodavano i film americani. O “il caso di «Pepé le Mokò» che soltanto alla quarta volta si è «chiarificato» dentro di noi, con tute le sue sfumature e i suoi passaggi”. Un inno per “Ombre rosse”, visto subito, ripercorso in tutte le pieghe. E ritornanìte la teorica contro l’“adattamento” dei grandi romanzi.
Con attenzione ricorrente, oltre che per la regia e per gli interpreti, anche per la colonna sonora.
Ferocemente anticolionialista, nel 1939 (“Equatore”). Connotando quindi il futuro romanzo d’Africa “Tempo di uccidere” come memoria anticoloniale. Sempre nel 1939 la lettura poi canonica, dopo molti anni, di Totò – per un film che non appezza, pur essendo la regia di C.L.Bragaglia, “Animali pazzi”.
Il tutto affidato alla forma aforistica, suo tratto distintivo.
È curioso anche che  Flaiano non è stato un “critico cinematografico”, professionale – se non per la rubrica che tenne poi per anni su “Il Mondo”, la rivista di cui era anche il tuttofare. Roba di giornalista, non ancora scrittore, freelance come ora si dice, in cerca di una collaborazione qualsiasi, estermamente colto. A fine 1938, nel primo o secondo articolo sul cinema, “Le aspirazioni sbagliate”, dà una lezione di linguaggio cinematografico. La “Parigi” di René Clair, “quattro comignoli, i baffi delle guardie, i tavolini di un caffè”. O la Dublino d John Ford, più asciutto e più desricttivo di Joyce, “una strada nebbiosa e un suonatore melanconico”.
Il titolo della raccolta era previsto inizialmente per le critiche teatrali. “Fra i suoi ultimi progetti”, Anna Longoni, che ha curato la raccolta ricorda nella sua esaurientissima Nota al teso, “Flaiano aveva previsto un volume di critiche teatrali, per il quale aveva anche pensato al titolo, Lo spettatore addormentato”.
Alla vigilia della Liberazione, il 22 aprile 1945, questo bilancio Flaiano faceva, triste: “Del migliaio di film prodotti dal ’29 (da quando aveva cominciato ad andare assiduamente al cinema, n.d.r.) ad oggi, pochissimi si ripresentano alla nostra memoria come pietre finite e conchiuse nelle loro ambizioni fedeli ad un’in dagine poetica e non solo e non soltanto ad un pretest occasionale. La maggior parte del nostro cinema era di intenzioni coloniali…”.
Ennio Flaiano, Chiuso per noia, Adelphi, pp. 326 €

venerdì 26 giugno 2026

La pax americana è fatta di guerre - o i due imperi

Il mondo ha conosciuto il suo più lungo periodo di  pace, si poteva scrivere nel 1914. Il mondo, cioè l’Europa. Il mondo ha conosciuto il suo più lungo periodo di pace, si poteva scrivere ancora qualche mese fa. Il mondo, cioè l’Europa – a parte i tribalismi slavi: sovietici, jugoslavi e ucraini (Russia, Polonia). Non così gli Usa, che forse sono loro il mondo, ma hanno bisogno di fare guerre. Per ogni motivo. 
È la romanità romana dell’America, tra Campidogli e Senati. Repubblicana e non imperiale, ma meglio dominatrice, nel nome della repubblica. Perdente, quasi sempre, sul campo, ma sempre dominante nel nome appunto della libertà. 
La Cina, che costituzionalmente rifiuta la libertà politica e la democrazia, non perde sul campo, perché evita le guerre. Va su produzione, tecnologia e commercio va veloce. Nient'affatto repubblicana, dunque, ma dominante senza essere imperiale. 

Cronache dell'altro mondo - elettorali (409)

Un’ordinanza (executive order) presidenziale che introduce al seggio elettorale la certificazione (una sorta di carta d’identità) che il votante è cittadino americano è stata bloccata da un giudice federale. La Corte Suprema sarà chiamata probabilmente a decidere. Anche perché la materia elettorale (“tempi, posti e modi” del voto) è ai termini della Costituzione di diritto statale - al Congresso il potere di “regolare” le elezioni, p.es. col Voting Right Act, sul diritto al voto, ma non le modalità.
L’ordinanza di Trump mira soprattutto a regolare il voto per corrispondenza, che è la procedura scelta da un numero crescente di elettori – anche Repubblicani. Nel voto per corrispondenza l’accertamento del diritto al voto è successivo allo scrutinio. Che può essere anche posticipato: 18 Stati e Portorico accettano voti postali arrivati dopo l’Election Day, se il timbro postale è, al più tardi, della giornata elettorale.
L’ordinanza di Trump anticipa una legge che i Repubblicani in Congresso annunciano da tempo, il SAVE Act, Safeguarding American Voter Eligibility.
Si stima che il 9 per cento degli aventi diritto al voto, ossia 21,3 milioni di persone, non ha un documento che ne comprovi la cittadinanza americana.
 


Povera Emma islamizzata, non volendo

Due cugini, di cui uno "mentalmente divergente”, cioè pazzo, teorico delle cospirazioni extraterrestri, rapiscono la pdg di un’azienda farmaceutica perché infiltrata degli Andromediani, una delle specie aliene che insidiano la terra. E convinti che lei comunichi con i suoi sopracciò alieni attraverso i capelli la rasano a zero. E così via.
Non mancano i riferimenti reali – il fondamento di ogni convinzione cospirativa: la madre del cugino sano ha fatto da cavia per un disintossicante prodotto dalla rapita, finendo per questo in coma, scandalo che la rapita aveva insabbiato. Seguono torture, il piano della rapita di convincere il cugino raziocinante che lei effettivamente è una andromediana, l’uscita della mamma dal coma, e insomma si va avanti per un paio d’ore, con continui colpi di scena, l’uno più freddo del precedente. Nella più completa staticità, cioè, contando semmai i minuti, impazienti di come andrà a finire.
Bugonia si dice parola greca – Lanthimos, cineasta americano, multicandidato agli Oscar, beniamino di Cannes e di Venezia, è pur sempre nato a Pangrati, il Trastevere di Atene - che significherebbe la generazione spontanea della vita. Ma la storia prende senso scoprendo che questa Bugonia è il remake di un vecchio film sud-coreano, del 2003, del regista Jang Joon-hwan.
Si presenta come commedia\Sci-fi ma non si ride, e anche un po’ si ha ribrezzo. Anche se gli eccessi di Lanthimos sono troppo alambiccati, con la povera Emma
 Stone ormai addetta a sua vittima sacrificale, un manichino nei suoi tanti film per qualche verso senza espressione. Con una forte sensazione, al terzo o quarto film del genere, di spregio della condizione femminile: nulla più, per un qualche motivo, di un manichino. È l’unica spiegazione che dà un senso alla ripetitività ossessionante delle due ore. O c’è un segreto: la donna senza capelli non è il sogno islamico?

Yorgos Lanthimos, Bugonia, Sky Cinema Uno, Now 

giovedì 25 giugno 2026

Problemi di base storici bis - 921

spock

Senza storia senza memoria?

 

O è viceversa?

 

Senza storia, senza giudizio?

 

La storia è dei giudiziosi?

 

Le idee fanno la storia?

 

O la storia fa le idee?


spock@antiit.eu

Il ritorno delle nazionalizzazioni

“I governi stanno nazionalizzando imprese e risorse private al ritmo più rapido degli ultimi 50 anni. Sulla base delle molteplici ondate di nazionalizzazioni del secolo scorso”. Un cambio di rotta che “modificherà il panorama economico mondiale”.
“Dal 2020, i governi di ogni continente hanno nazionalizzato proprietà detenute dai propri cittadini e da investitori stranieri. Francia e Germania hanno nazionalizzato società di servizi pubblici e compagnie elettriche. La Francia ha posto sotto il controllo statale il più grande cantiere navale d'Europa. Il Regno Unito ha nazionalizzato le ferrovie e l'industria siderurgica”. Anche l'Itala, nel suo piccolo, che non aveva dismesso del tutto la presenza pubblica nell'energia (Enel, Eni); ritorna, suo malgrado, nell'acciaio, con la crisi perpetua di Taranto, dove ha investito una mezza dozzina di miliardi. 
“La Russia ha sequestrato beni per oltre 48 miliardi di dollari tra porti, fabbriche e attività commerciali dal momento dell'invasione dell'Ucraina nel 2022. Gli Stati Uniti hanno acquisito una quota di maggioranza nell'unico produttore nazionale di terre rare del paese . E un numero crescente di paesi si è impossessato di risorse di proprietà straniera come litio, oro, uranio, nichel e persino olio di palma”. Le valutazioni dell’intervento pubblico sono varie, ma comunque sostanziose: "Tra il 2016 e il 2026 sono stati nazionalizzati beni per un valore compreso tra 239 e 544 miliardi di dollari”.
A che fine? Per ammortizzare “l’instabilità geopolitica, le perturbazioni dei mercati delle materie prime”, e per favorire “lo sviluppo delle energie rinnovabili” principalmente. Comunque su un trend di rinazionalizzazioni crescente. Ma non perturbante. Il consenso è ampio che l’ondata di nazionalizzazioni “modificherà ma non rallenterà l’integrazione economica e finanziaria globale. Al contrario, potrebbe migliorare i modelli di lungo periodo degli scambi e degli investimenti internazionali”.
Mulder è storico dell’Europa, professore alla Cornell, collaboratore di “The Nation” e “Foreign Policy”,  autore del bestseller sull’uso delle sanzioni, “L’arma economica. L’ascesa delle sanzioni come strumento della guerra moderna”.
Nicholas Mulder, T
he New Wave of Nationalization, IMF “F&D” giugno 2026, leggibile anche in italiano, La nuova ondata di nazionalizzazioni)

mercoledì 24 giugno 2026

Modello Meloni

Le nuove norme europee sull’immigrazione, restrittive, sono state varate dal Parlamento, che politicamente ha maggioranza di centro-sinistra. A valle e a monte della lite con Trump, Giorgia Meloni si è guadagnata un po’ ovunque in Europa fama di saggezza politica. O del giusto mezzo, della giusta politica. Paradossalmente, a fronte della crescita dell’ultradestra, in Germania e nella sua sfera d’influenza, in Francia, in Spagna, Meloni avrebbe aperto la strada da seguire. Perfino a Londra, nelle more del declino del premier laburista Starmer, l’Italia veniva portata a esempio di buon governo – p. es. nella finanza pubblica, la “disciplina di bilancio” del suo governo avendo ridotto il premio al rischio sui buoni del Tesoro a lungo termine un punto sotto quello degli analoghi britannici. Lo stesso, con divaricazione maggiore, si è notato in Francia.
La lite con Trump non ha indebolito Meloni, non in Europa. Dove il caso si ritiene abbia posto un limite a una fine, nei commenti dei media, agli attacchi di Trump all’Europa.
Un quarto capitolo, dopo la Nato, il rigore di bilancio e l’immigrazione, viene portato a lode di Meloni. Concerne i Popolari. All’opposizione in Spagna e a rischio in Germania, sotto l’incalzare dell’estrema destra, Meloni è presentita, dal cancelliere Merz e dal presidente dei Popolari Europei Weber, per un possibile ritorno alla ragione dell’estrema destra. Questo è già avvenuto in Spagna. Il movimento estremista Vox, di cui Meloni usava (usa?) arringare le manifestazioni in perfetto castigliano, molto amica del leader Abascal, a casa del quale ha voluto festeggiare l’ultimo Capodanno, ha subito poi fatto un patto elettorale col partito Popolare.
In Francia l’allineamento dei lepenisti con Meloni non è perfetto: il Rassemblement National mantiene la pregiudiziale giuridica – la priorità del diritto nazionale su quello europeo. Ma la campagna per le prossime presidenziali, fra dieci mesi, è improntata secondo i media sulla “strategia dell’italiana Giorgia Meloni” - inviando cioè segnali rassicuranti sull’Europa (a partire dalla conferma dell’asse franco-tedesco).

Un Quad nucleare islamico a difesa da Israele

La guerra di Trump e Netanyahu darà all’Iran non soltanto il controllo – sia pure solo formale – dello stretto di Hormuz, ma anche il sostegno di buona parte dei potentati arabi del Golfo. Da una parte gli Emirati (essenzialmente Abu Dhabi e Dubai) si sono rivoltati contro la supremazia iraniano-saudita dell’Opec, e hanno allargato gli “accordi di Abramo”, del riconoscimento reciproco con Israele, allo stazionamento di truppe israeliane in territorio emiratino, e alla protezione antiaerea col sistema israeliano Iron Dome. L’Arabia Saudita ha voluto truppe pakistane a difesa, ha avanzato e sostenuto la mediazione pakistana nel conflitto, e lavora a una sorta di Quad islamico, un accordo se non un’alleanza, quadrilaterale, di reciproca difesa, con Pakistan, Egitto e Turchia.
Nei primi giorni della guerra Iran e Arabia Saudita si sono scambiati missili. Ma Teheran li ha giustificati in quanto diretti contro basi americane. L’Arabia Saudita ha fatto precedere la rappresaglia da informazioni anticipate.
A Londra l’IISS, International Institute for Strategic Studies, vede nel Quad islamico la contrapposizione della “bomba” pakistana alla “bomba” di Israele, con l’appoggio degli Emirati.

Per amore dei figli

Lui, vedovo, ha quattro figlie. Lei non lo sa, che ha quattro figlie, da  vedovo. Ma anche lei, bancaria in cerca d’avventura (vedova? separata? divoziata? single? ) ha qualcosa da nascondere – qualcuno naturalmente.
Uno schieramento di figliolanze per vari motivi occultate consente al regista e a Virginia Raffaele di divertirsi, una gag dopo l’altra. Tanto più che i (tanti) figli non capiscono le esitazioni.
Una commediola che non pretende di essere altro – quasi plautina: solo equivoci.
Fabio D e Luigi, Un bel giorno, Sky Cinema, Now

martedì 23 giugno 2026

Le favole degli unicorni

La quotazione “spaziale” di Space X, una società che promette viaggi su Marte, richiama irresistibile quella di Tiscali nel 1999, una start-up sarda che in poche ore arrivò a quotare più della Fiat, allora il maggiore gruppo italiano, in cima alla cuspide della New Economy, alfiere del miracolo delle dot.com, le idee\aziende col puntino. Poi ridotta a poco più di zero.
Le entità e i progetti non sono paragonabili, Piazza Affari è un sottomultiplo di Wall Street, che tratta volumi immensamente variati al confronto e consistenti. Ma il meccanismo è lo stesso, illusorio.
È anche vero che che quotazioni e acquisizioni si fanno da alcuni anni per multipli magnificanti - cifre paperoniane. Ma è pure vero che Elon Musk, inventore di Space X, a differenza di Soru, inventore di Tiscali, non è ora isolato: una miriade di start-up, alcune anche italiane, corrono a diventare “unicorni” in pochi mesi, o settimane, o giorni, a “valere” cioè più di un miliardo. Ma questo tanto più accredita il senso di miraggio, come al tempo di Tiscali e le dot.com. Quale che sia il potenziale di una start-up, anche la più produttivamente innovativa, il mercato è sicuramente, palesemente, gasato. E, se deve avere una logica, speculativo: come di esche per una mattanza.

Appalti, fisco, abusi (247)

“Nuovi bus elettrici: le batterie durano meno di un turno, i mezzi costretti a rientrare per essere ricaricati - quando la carica è scesa a un livello inferiore al 30 per cento”. Succede a Roma: gli autobus per la veduta – sono anche ingigantiti.
Non è tutto: “Ogni veicolo è costato oltre 500 mila euro”.
 
“Emergenza alberi, nuovi crolli”, sempre a Roma. A ogni temporale, anche di poco vento. La prima città ad abolire, sindaco il verde Rutelli, il Servizio Giardinaggio. Ma qui in favore di chi, dei vivaisti? Gli alberi non si curano, si cambiano?
 
“Indice di vivibilità climatica, la capitale solo al 91mo posto – su 119. Roma era privilegiata dal “ponentino”, la brezza serale, dal mare. Ma ha costruito quasi tutti i 30 km fino al mare, e ora agonizza in clima tropicale, umido costante  Si sono fatte – si fanno ancora – fortune incalcolabili con l’immobiliare.
 
Lo smog non dev’essere da meno: Roma è capitale forse mondiale delle auto in circolazione, due ogni tre abitanti. In continuo aumento, dell’8 per cento ultimamente ogni anno. A cui va aggiunto il numero incalcolabile di motorini, scooter e moto, il più grade, in assoluto e pro capite, al confronto con le grandi città – India esclusa - del mondo.


Rimedio? La valanga in città di cartelli col limite di velocità “bolognese”, 30 km orari. Che nessuno ovviamente rispetta, e che in una città collinare non si può rispettare, pena il raddoppio delle emissioni nocive. Ma basta l’appalto delle paline.
 

La storia dell’anima

Sogni, visioni, estasi, da sempre ricorrenti, presso ogni civiltà in ogni età, per il bisogno di una vita “ultraterrena”, di un’illusione\prospettiva di vita dopo la morte, fuori comunque dalle costrizioni del mondo terreno. Una ricerca appassionante, dalle tracce interpretabili del paleolitico fino a Einstein. Tra le varie forme ed espressioni, mitiche, poetiche, letterarie, filosofiche anche e scientifiche, come magiche e sciamaniche. La storia di un sogno reale, perché costante. Su un fondamento filosofico solido, benché non dichiarato. Il soggettivismo di Berkeley, esse est percipi. E del recupero vichiano della tradizione, tradito est percipi.
Le visioni sono molte, note e meno note: dalla “Commedia”, naturalmente, al “Purgatorio di san Patrizio”, e altre “visioni” nordiche. Ma poi tutto confluisce nella ricerca, il non razionale: le apocalissi, la psicanalisi, il nucleare (volontà di potenza), la fantascienza. E la poesia perché no. Col conforto delle statistiche, che dicono l’animismo patrimonio di tutti: “Il 94 per cento degli americani crede in Dio” è l’esordio, citando da “una serie di indagini condotte da Gallup” (George Gallup jr, “Adventures in Immortality”, 1982), più del 50 per cento crede nella percezione extrasensoriale, “il 67 per cento nella vita oltre la morte, il 71 per cento nel Paradiso (contro un solo 53 per cento che crede nell’Inferno), un 29 per cento sostiene di avere avuto una reale visione del Paradiso, il 23 per cento crede nella reincarnazione, il 46 per cento crede nell’esistenza di una vita intelligente su altri pianeti, il 24 per cento ritiene possibile entrare in contatto con i morti…”.
Emigrato politico rumeno negli anni 1980, rifugiato e formato in Italia, Couliano vi produsse le sue ricerche più importanti, apprezzato e in collaborazione con Umberto Eco, Elemire Zolla, Grazia Marchianò: “Esperienze dell’estasi”, “I miti dei dualismi occidentali”, “Eros e magia nel Rinascimento”. Ma non vi ebbe la cattedra. Che invece ebbe a Parigi, e poi a Chicago.
Oggi fuori edizione – se non per un’edizione americana di “Eros e magia nel Rinascimento” – Couliano subisce il mistero irrisolto del suo assassinio, con un colpo di pistola, uno solo, quindi di sicario professionista, all’università di Chicago. Il 21 maggio 1991. Nella toilette della facoltà di Teologia. E aveva solo 41 anni. Ma era entrato nella polemica sul fascismo e antisemitismo professi di Mircea Eliade, cui anche lui si richiamava come a un maestro, da ragazzo e poi per molti anni, fin ai 33-34 (ma anche dopo, la fascinazione persisteva), fino cioè alla guerra, che la Romania, membro dell’Asse, fece contro l’Urss.
Sulla fine di Couliano si pubblica ora una ricerca specifica, “Omicidio all’università”, di Bruce Lincoln, uno studioso emerito di Storia delle Religioni, anche lui a Chicago, coautore con Carlo Ginzburg de “Il vecchio Thiess”. Una ricostruzione che non risolverebbe il mistero. Ma porterebbe conferme all’ipotesi dell’eredità morale di Eliade, lo specialista di cui gli studi esoterici non riescono a liberarsi: una morte legata alle polemiche sul nazismo di Eliade. 
Ioan P. Couliano,
I viaggi dell’anima, Mondadori, pp. 242 pp. vv.  

lunedì 22 giugno 2026

Appalti, fisco, abusi (246)

75 nuovi autovelox vanta il sindaco di Roma. Un business. Si registrano molti incidenti contro i pedoni a Roma ma non per la velocità. Per imperizia, di guidatori e passanti. E/o per la scarsa o nulla visibilità: rifare le strisce pedonali costa, e non rende?
 
Fa il giro del mondo il cartello della propagandata mostra “Troia e Roma” al parco del Colosseo, che cita il proemio dell’“Illiade”, con due elle, e lo sposta al canto XXII - quando il posto giusto, l’apertura del poema, è noto a un italiano su due. Un errore, certo – due errori. Ma dove? Nella politica degli appalti, curatela compresa, con cui si governa il Pd romano – un po’ per tutti.
 
“Il Vaticano pensa di costruire il nuovo Bambino Gesù”, l’ospedale pediatrico di Roma, “in un’altra area”, ex novo. Invece che nel parco del Forlanini, il grande ospedale nel centrale quartiere di Monteverde dismesso una quindicina di anni fa. Ufficialmente per le lungaggini burocratiche – non si sa se il parco appartiene allo Stato, oppure alla Regione. Di fatto perché ex infermieri, portantini e qualche medico ci hanno avviato palestre, massaggi, consultori (sotto forma di ong, naturalmente).
Che il Vaticano, il più potente immobiliarista d’Italia, non sia riuscito a imporsi, tra Campidoglio (sinistra) e Regione (destra), la dice lunga sul potere a Roma, della corruzione.
 
Col Forlanini, un parco di 28 ettari, più 170 mila mq di costruzioni, resta inutilizzabile a Roma l’Ospedale storico San Giacomo, che accoglieva i pellegrini all’entrata a piazza del Popolo. Una costruzione di quattro piani alti più un seminterrato, tra piazza del Popolo e il Tevere – via del Corso, via di Ripetta e via Canova (già San Giacomo). Chiuso nel 2008, e inutilizzato. Se non per qualche negozietto di “stracci”.
 
Dodici anni ci vogliono a Roma per fare una stazione della metro, con sconvolgimento di quartieri e circolazione, alla centralissima piazza Venezia e alla Chiesa Nuova - dodici anni almeno, tutti sanno che saranno venti e più.

Contro la Bibbia di Israele

 La morte della storia biblica, o bislismo, sotto i colpi della storiografia israeliana? Come l’archeologia e la storiografia, anche gli studi biblici, nei quali Whitelam aveva maturato un’autorità indiscussa, sono state disorganizzate dall’evoluzione di Israele verso uno Stato tribale. Che ha indotto a una revisione di tutti i canoni, storici, archeologici e biblistici per ricondurre la Bibbia alla condizione attuale di Israele. Molti biblisti se ne sono offesi, e protestano – non se ne sente parlare perché è la questione di minor rumore attorno a Israele da molti anni, ma negli studi di settore è un terremoto continuo.
In questo saggio, in ricordo dell’“autorevolezza” del biblista inglese Philip Davies, Whitelam, che dovrebbe essere oggi ottantenne, biblista animatore e direttore di una “scuola di Kopenhagen”, nonché di un’editrice di studi biblici, recensisce in lungo e in largo il volume che sembrò ribaltare nel 2003 gli sudi biblici in favore della storia d’Irasele, “A Biblical History of Israel”, di Ian William Provan, V. Philis Long, e Tremper Longmann. Una lunga, puntigliosa, contestazione delle “prove” archeologiche, e di quelle storiche. Con senso però di sconfitta – da qui la lamentazione sulla fine degli “studi biblici” - sotto l’ascia israeliana.
Whitelam, un’autorità nel suo campo, ha allargato le sue argomentazioni in un volume dal titolo  “L’invenzione dell’antico Israele. La storia negata della Palestina”. Non un libro politico, in favore dei palestinesi oggi, un libro di studio, ma molto polemico.  
Whitelam, The Death of Biblical History. Academia.edu, free online, leggibile anche in italiano, La morte della storia biblica)

domenica 21 giugno 2026

Problemi di base artistici - 920

spock


“Il mondo è bello da guardare, ma la maggior parte della gente non lo vede”, David Hockney?
 
“L’arte accade”, James Abbott Whistler?
 
L’arte è espressione del tempo?
 
O l’arte fa il tempo?
 
“L’arte è sempre politica – non è mai stata neutrale, tantomeno oggi”, Arturo Carlo Quintavalle?
 
“L’arte apre a ciò che è possibile, non tutto è immediato e prevedibile”, Papa Leone XIV?

spock@antiit.eu

L'America degli oligarchi

Il solo Musk ha una ricchezza equivalente a quella di metà degli americani, la fascia minore del ceto medio – 170-180 milioni di persone… Aveva, quando Sanders scriveva. Prima del collocamento in Borsa di Space X, il viaggio su Marte, altri miliardi in cassa, che probabilmente hanno fatto Elon Musk più ricco di un buon 55- 60 per cento degli americani messi assieme.
Non è il solo segnale della concentrazione della ricchezza in America. 475 delle 500 maggiori aziende americane hanno come “socio di riferimento” uno dei tre principali fondi di investimento, Blackrock, Vanguard, State Street. E concentrata è l’informazione: sei gruppi controllano il 90 per cento dei media, emittenti o editrici, e come audience.
Un blocco d’interessi che domina la politica, col finanziamento delle campagne elettorali. Un predominio dichiarato comunque nel caso di Trump, con i big dell’industria dell’informazione schierati pubblicamente al suo fianco.
Non c’è solo l’America. Sanders non risparmia in particolare, nella vecchia logica anti-sovietica, socialista ma patriota, Putin e la nuova nomenklatura russa: in Russia i 500 maggiori “oligarchi” possiedono il 99,8 per cento di tutta la ricchezza. Sarà vero -  come dire che la popolazione vive dello 0,2 per cento del pil….? Ma sugli Stati Uniti è documentato.
La democrazia americana, che pure un secolo fa aveva scelto e costruito una legislazione anti-monopolio, vive ora all’ora del monopolio. Decantandone pure le virtù: concentrazione, ricerca, innovazione. Se non che la concentrazione degli interessi è ora tale che non solo insidia la democrazia, la libera formazione ed espressione della convinzione politica, ma domina sia la politica che il libero mercato. Cui pure si rifà.
Un saggio breve, a parte le professioni di socialismo, e folgorante – bestseller per passaparola all’istante, perfino per un pubblico distratto, apolitico?, quale quello italiano. La concentrazione del potere è in America non solo anti-democratica, è anche anti-mercato, alla cui ideologia falsamente si appella. Sanders non porta molti dati, ma quelli che utilizza bastano a configurare una tendenza sempre più verticistica e non democratica, checchè gli Stati Uniti pensino o dicano di se stessi.
L’ottantacinquenne Sanders, l’ultimo socialista americano, il senatore con più anzianità, che fa gruppo al Congresso col partito Democratico (per il quale ha anche provato a sfidare Hillary Clinton per la nomina al voto presidenziale del 2016), sempre battagliero, denuncia per proporre: tasse, investimenti sociali, sanità per tutti, quattro o cinque milioni di alloggi pubblici cuscinetto per la bolla immobiliare. Che in America sono utopia. Ma la disuguaglianza radicale dimostra con poche pennellate incontestabile.
Bernie Sanders, Contro l’oligarchia, Chiarelettere, pp. 112 € 15

sabato 20 giugno 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (636)

Giuseppe Leuzzi


Il buio è “nordico”, nella sfiziosa ricerca che Paolo Mauri aveva fatto quindici anni fa, “Buio” (sul buio), e ora si ripubblica. La luce è invece meridionale, non c’è bisogno di dirlo, si sa – anche se il Nord ha le estati col sole di mezzanotte, pallido. E ha quindi – avrebbe, dovrebbe – caratura positiva, rinvigorente. Anche se la “oscurità” Leopardi considera di valore poetico.
 
“Mio padre pensava che dopo tredici anni di Parigi mia madre”, il regista Edoardo Winspeare confida a Natalia Aspesi sul “Venerdì di Repubblica, “avrebbe voluto una città. Invece lei scelse il Salento. Diceva che voleva vivere vicino a Costantinopoli. Strano, visto che stavano in Puglia. Per lei il Sud aveva questa dimensione di confine, di Oriente, di mondo antico”.
 
Fa senso, curiosamente, scorrere in parallelo le due ricerche quasi contemporanee, dopo l’unità, nel 1877 e 1878, sulla povertà a Napoli, le “Lettere meridionali e altri scritti sulla questione sociale in Italia” di Pasquale Villari, e “La miseria in Napoli” di Jessie White Mario. Un cattedratico, conservatore, e una vulcanica attivista risorgimentale “progressista” – tra Mazzini e Garibaldi. Che impietosamente, sebbene non senza fondamento, intitola la sua ricerca “miseria” e non “povertà”. Termine rispettoso - a cui peraltro era adusa, dalle leggi contro la povertà che il suo Paese, l’Inghilterra, per prima aveva adottate.
 
L’Italia (del Sud) dei prefetti
Esisteva un regime dei prefetti, è esistito nella storia d’Italia documentato da Giovanni Spadolini nella veste di giovane grande storico, nei lunghi anni di Giolitti – in grado anche di “orientare” il voto. E c’è al Sud d’Italia da qualche anno, sotto la specie dell’antimafia, del business dell’antimafia.
Un fatto che non ha storici, benché grave, fare un business dell’antimafia. Ma c’è, documentato recentemente da Alessandro Barbano in un volume corposo, “L’inganno”, sempre in libreria, evidentemente ben venduto nell’Universale Feltrinelli, e incontestato. È il potere prefettizio di commissariare gli enti locali per sospetto di mafia. Discrezionale, e incontestabile – non amministrativamente, ci si può solo tutelare in sede penale, quindi nell’arco di quindici-venti anni. La discrezionalità è solo limitata, in genere, dalla disponibilità in prefettura di funzionari e impiegati a cui delegare i diciotto mesi di pacchia. Cioè di commissariamento, con indennità di trasferta e autista, un giorno a settimana – gli altri quattro della settimana lavorativa vanno a conguaglio.
Non bastando evidentemente i Comuni mafiosi, o forse per aprire un filone di incarichi più prestigiosi e più opimi, un anno fa a Reggio Calabria la prefettessa Clara Vaccaro ha pensato di commissariare la Fondazione Corrado Alvaro. Fondazione letteraria, di studi, che però ha sede nel paese natale dello scrittore, San Luca, terra di ogni magagna. Che però è – era – gestita da due galantuomini di forte e incontestabile spessore: Aldo Maria Morace, professore di molti studi e molti incarichi all’università di Sassari, e Tonino Perna, rimpianto presidente-fondatore del Parco dell’Aspromonte, professore all’università di Messina, parlamentare Pci-Pds. Nominando al loro posto Luciano Gerardis e Zaccaria Sica, un giudice in pensione, come ora usa (per pararsi le terga, giudice non mordendo giudice? altra qualifica non si vede), e un vice-prefetto. Che un paio di settimane fa alacri hanno insediato un nuovo consiglio d’amministrazione – per escludere l’associazione di professionisti locali “Il nostro tempo e la speranza”, dal titolo dell’ultima pubblicazione di Alvaro, che la Fondazione aveva inventato e realizzato. Solo un paio di giorni prima, però, che il Tar desse ragione a Morace e Perna – i due accademici, ben assistiti, sono riusciti a perforare la non sindacabilità amministrativa delle prefetture.
E ora, come non detto? Non si può dire, i prefetti hanno sempre ragione.
 
Il Regno delle scommesse
Il gioco d’azzardo è una piaga, il gioco d’azzardo online è una piaga soprattutto al Sud. “Il libro nero dell’azzardo”, la rilevazione (quasi) annuale che Federconsumatori e Cgil Modena fanno dell’“investimento” nell’azzardo dà al Sud un primato imbattibile.
Campania, Sicilia e Calabria capeggiano la classifica regionale. Con puntate complessive, online e fisiche, di 21,6 miliardi in Campania, di 16,3 in Sicilia, di 6,17 miliardi in Calabria.
Napoli e provincia (la “città metropolitana” di Napoli) è la capitale indiscussa dell’azzardo, con 11,65 miliardi – Roma la supera, 12,8 miliardi, ma con un cinquanta per cento di popolazione in più, 5,3 milioni contro un po’ meno di 3. 
Palermo, Salerno e Caserta esibiscono “dati annuali”, dicono gli estensori del rapporto, eccessivi: Palermo ha “investito” 4 miliardi e mezzo, Salerno 4,2, Caserta 3,8.

In termini regionali, “nel solo online, ogni residente in Campania, neonati compresi, ha «investito» 2.527 euro; in Sicilia 2.472 euro, in Calabria 2.436, in Molise 2.288. “L’ultima delle province per abitanti”, Isernia, è “la prima per quanto giocato nel solo online, nella fascia d’età 18-74anni”, 4.074 euro – “quasi quattro volte le province venete di Vicenza, Belluno e Rovigo” messe assieme. Subito dopo, “poco sotto i 4.000, le province siciliane di Messina, Siracusa e Palermo. Nei primi dieci seguono Caserta, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Salerno, Napoli e Catania”.
Passando dalle province, o città metropolitane, ai capoluoghi la classifica è sempre la stessa: primo il comune di Isernia, con 6.307 euro pro capite in età maggiorenne. Seguita dai comuni di Messina, Siracusa, Crotone, Reggio Calabria, Vibo Valentia e Catania, tutti al di sopra dei 4.000 euro pro capite.
C’è tanto risparmio, dunque, nel Sud? E tutto va nelle scommesse? Come una voglia di dissoluzione, il cupio dissolvi classico. Ognuno è causa del suo male? Non se ne può essere certi. Però.
Un risparmio di 4-5 mila euro l’anno, in una famiglia di due-tre adulti, farebbe un cospicuo capitale. Si vuole del Sud che sia risparmioso e cocciuto, è invece volubile, e sprecone.
 
Cronache della differenza: Milano
Ha del fantastico l’assoluzione piena e pronta dei costruttori milanesi che hanno innalzato un grattacielo di 82 metri e 24 piani al posto due casette di due piani con una semplice Scia (Segnalazione certificazione d’inizio attività), come una ristrutturazione. Con l’invenzione della “buona fede” tra le attenuanti dirimenti. Ma è nelle cose: Milano non morde Milano, altro che omertà  – è la grandezza di Milano, che sempre si assolve, in buona fede.
 
Sempre più al vento degli affari, sempre più volatile in Borsa: i titoli salgono e scendono come in una qualsiasi Borsa del Terzo mondo, del 5 e 6, e perfino dell’8, per cento. Per un fatto tecnico certamente, la scarsità di flottante a fronte della liquidità, della disponibilità – che non è colpa di Milano, è la debolezza del sistema Paese, fatto di piccole e micro aziende. Ma è questo che fa soprattutto la ricchezza di Milano: in questo tipo di mercato basta un minimo di accortezza per moltiplicare il denaro. Milano è ricca di poco?
 
“La Lettura” di fine maggio dedica molto spazio alla città che “non c’è più”. E alla città come la vivono due suoi scrittori, due “giallisti”: Gian Andrea Cerone, ligure trapiantato, e Alessandro Robecchi. Cerone, nel libro in uscita, “L’incertezza del domani”, ha ambientato due delitti nel Bosco Verticale: “Per capire com’è ci ho persino dormito. Sembra di stare in un ospedale lituano”. Trovando l’ambientazione impossibile, ha riunito i personaggi “attorno a una comunità di lavoro: a Milano si lavora sempre”. Robecchi non ci si trova più: “Dal ponte di corso Lodi l’orizzonte non lo si vede più”.
 
Si lamenta molto, nel dibattito tra i due romanzieri, l’indebolimento (impoverimento) del ceto medio, imprenditoriale, impiegatizio, professionale. Ma nel “canone di autori milanesi” mettono Bianciardi, Testori, Beppe Viola, naturalmente Scerbanenco, Buzzati e anche Umberto Saba. Ma non Gadda né Arbasino, che di quel ceto individuarono per tempo le debolezze.
 
Da molti anni ormai rinuncia al Giro d’Italia, che era “meneghino”. Anche alla Scala, a parte la  finta passerella di “celebrities” della prima Rai (condotta da Vespa…) non c’è più attenzione – progetti, passione (alla direzione musicale trova solo Myung-Whun Chung, 73 anni, “ho poche energie”, che a 39 anni è sbarcato in Europa come direttore musicale, ma all’Opéra di Parigi). Si direbbe una società senz’anima.
Anche delle squadre di calcio, la passione è extraurbana. Il leghismo non stringe niente, dissecca.
 
«I tempi non aiutano, però voci importanti si stanno affievolendo. Trenta, quarant’anni fa c’era maggiore coesione tra i ruoli apicali della società», il sindaco Sala lamenta col settimanale “7”, che conclude con lui una serie di reportages su Milano oggi. Dacché il malessere? Il sindaco non lo dice ma si sa: il leghismo è un virus, che non risparmia i leghisti.
 
“Milano città che sale, lo diciamo da inizio ‘900, città delle opportunità, dei grandi eventi, poi Milano città esclusiva, dal mercato immobiliare inaccessibile, dalla sicurezza sfilacciata”, così “7” sintetizza la sua serie di articoli su Milano. Veramente la “sicurezza” a Milano è sempre "sfilacciata”, dai poveracci di “Miracolo a Milano” agli hooligan, quando la città cominciò a sentirsi una piccola Londra, ai terroristi – e prima ancora agli squadristi. Ma forse è una percezione - è sempre “dagli all’untore”.
 
Le baby gang imperversano, fanno anche morti. Con invocazioni alla polizia. Mentre è un fenomeno sociale, di ragazzi lasciati a sé stessi. Il milanese non ha tempo e non ha voglia di occuparsene. A difetto di polizia, la colpa è della scuola. La realtà è un disturbo a Milano.
 
Sabato la milanese Bpm si compra Mps e tutta Mediobanca-Generali. Domenica se li ricompra Intesa. Era un po’ da ridere in effetti l’ascesa di Roma (Siena ne è da sempre succursale) al cuore di Milano, che è monetario e finanziario. Che quando il gioco si fa duro (Mediobanca? Generali?) è in grado di reagire con due sberle.
 
“La stanza proibita nella Milano segreta” – la “Milano da bere” non si pone limiti: “Fruste, corde, catene, manette” per incontri sadomaso, “in uno spazio di 50mq, affittato a ore nel cuore della città. In condominio. Forse qualcuno si domanda il motivo del viavai, ma nessuno ha mai chiesto niente”. Bocche cucite, ma non è mafia, sono affari.
 
“La città è molto cambiata. Il ceto medio del centrodestra è stato praticamente «espulso» dalla città – se scientificamente o ideologicamente non lo so – e a dominare c’è un mondo di sinistra radical chic”. Lo dice La Russa, il presidente leghista del Senato, ma è la verità. Un tempo la città si governava con i socialisti perché era operaia. Poi è diventata impiegatizia, e quindi leghista. Ora, dopo tanto leghismo celodurista, è senz’anima, se non l’immobiliare.
 
Non si fanno statistiche né indagini sociologiche, ma ha il record da qualche anno delle violenze giovanili, in rapporto agli abitanti e in assoluto: stupri, agguati, assassinii. Non sempre di giovani figli di sudamericani. Ma non ne fa un problema, non studia rimedi. Né c’è un ceto dirigente cui fare capo, per critiche o iniziative – Gadda e Arbasino non saprebbero chi irridere. Il sindaco Sala  rappresenta solo se stesso, e gli immobiliaristi. 

leuzzi@antiit.eu

Ammazzare stanca lo spettatore

"Autobiografia di un assassino” è il sottotitolo. L’assassino essendo un improbabile figlio di un mafioso calabrese cresciuto urbanizzato nel varesotto, lombardizzato, nell’eloquio e nella mentalità, bravo operaio in fabbrica, innamorato, corrisposto, di una giovane dottoressa, niente di meno, ma killer a comando del padre, quando qualcuno non paga il pizzo. Che disprezza il padre ma gli obbedisce, limitandosi a una vendetta autoriale, “Le memorie di Antonio Zagari”, le sue memorie.
Una trama inconsistente – una trama come un’altra. P
er un film alla Tarantino – che fa(ceva) film all’italiana? Gli assassinii sono figurativi, inventivi, il resto arranca. Un film dell’orrore? Ma si vuole d’autore – è stato portato a Venezia. C’è cura filologica, sugli attori, gli ambienti, le figurazioni dei caratteri, il parlato, la pochezza, il selvaggiume, ma tutto accavallato, ammassato, senza carattere.

Molto la narrazione deve anche alle trame annuali di ‘ndrangheta di Gratteri e Nicaso. Con abbondanza quindi di “sante”, “giuramenti di sangue”, “battesimi”, “unzioni”, di un’ipotetica Calabria di fede e di violenza. In cui i Carabinieri non ci sono, se non per qualche ufficiale bizzarro. Solo a tratti viene fuori l’opportunismo dei mafiosi, la loro inconsistenza, caratteriale e sociale.
Un’inconsistenza narrativa che più risalta a fronte delle ottime prove d’attore, di Vinicio Marchioni, gelido padre, e Gabriel Montesi, il figlio emigrato anche mentalmente e linguisticamente ma incapace. In ruoli, però, da burattino, da maschera.
Una megaproduzione, pare. Ma quando il padre arcimafioso diventa nonno, e al neonato affianca un coltello, per vedere se la manina avvicinerà la lama, buon segno di malandrinaggio, nella casa e tra i parenti e gli invitati della nuora, un ambiente buona borghesia, uno capisce che siamo in una trama di Gratteri e Nicaso, e questo è tutto.    
Daniele Vicari,
Ammazzare stanca, Sky Cinema Uno, Now

venerdì 19 giugno 2026

La prima volta dell’Italia

La reazione è probabilmente stata eccessiva, si sa che Trump parla “colorito”. Ma c’è stata, dalla presidenza della Repubblica a quella del consiglio e al ministero degli Esteri, poco ci manca per una “crisi diplomatica”, con ritiro degli ambasciatori. Anche perché Trump non si scuserà – e nessuo dei suoi oserà.
È la prima volta che l’Italia entra in crisi con gli Stati Uniti dall’8 settembre 1943 – non lo fece nel caso dell’“Achille Lauro” (Sigonella) né in quello della mancata eliminazione di Gheddafi - Reagan rispettava le forme. Del resto Craxi (le due crisi, Sigonella e Gheddafi) è stato il governante europeo che ha validato come Nato il progetto reaganiano degli euromissili, che ha portato alla resa l’Unione  Sovietica.
L’Italia è il Paese che più di ogni altro nella Nato è sempre stato sottomesso agli Stati Uniti, e tra  i più “volenterosi” delle guerre americane di “pacificazione”. In Libano negli anni 1980 (Reagan) e in Somalia nei 1990 (Clinton), aiutando in entrambi i casi i marines a districarsi da situazioni a imbuto, con perdite anche numerose. E poi, dopo l’11 settembre, in Afghanistan e in Iraq e perfino in Libia – contro i propri interessi - e nella vigilanza anti-jihadista, efficace. Facendone anche il mercato più importante del made in Italy, anche questo è vero.
Che succederà è impossibile dire, Trump non ha mai chiesto scusa per le intemperanze, sottintendendole scherzose, e i suoi marciano compatti, senza autonomia. È possibile che la bolla si sgonfi, Trump è solito bollare tutti. Ma è improbabile: il Quirinale e la Farnesina hanno fatto mosse diplomatiche importanti, più consistenti che le “battute”.
In certo modo, anche, gli Stati Uniti si sono inimicati Roma. Il Vaticano oltre che palazzo Chigi.  Roma è poca cosa, forse. Ma non strategicamente. Per la posizione della penisola, con le isole, nel Mediterraneo. E per il voto dei cattolici: sanguinosi i dileggi. E probabilmente degli italoamericani, colti in piena riscoperta delle “radici”. Ma, poi, dopo il voto del 4 novembre, Trump non sarà più Trump.