Si
assiste ormai con ilarità all’autoflagellazione che impera in Italia, nei media
e ora pure in conversazione. Dopo una generazione, e forse due, dall’assalto
milanese all’Italia con “Mani Pulite”, lo sgomento si è dissolto – eppure siamo
ancora vivi. Se ne può tentare una morfologia, se non la metafisica?
Una
quadruplice spinta dissolutiva è in atto. La speculazione finanziaria,
internazionale e interna, che in Italia (Milano) non trova argini. La Schuldfrage
che gli ex comunisti vogliono assolutamente evitare: da qui l’anti-mafia (tutto è
mafia), l’anti-politica (tutto è corruzione), l’anti-giustizia (controllo delle
Procure), l’anti-informazione (controllo delle redazioni). L’indigenza
culturale del rettangolo più ricco d’Italia e d’Europa, il Lombardo-Veneto – di
cui il leghismo è la non unica spia, l’ignoranza è ancora peggio. La
secolarizzazione aggressiva, che un anti-clericalismo vecchia maniera
riconcentra su Roma.venerdì 28 aprile 2017
Il re si diverte
Morselli
pensava che ci si potesse divertire con un re Savoia al tempo della dittatura
Einaudi? Un re divertito, a suo modo, anche lui, che parlava per
di più un ottimo francese. Si capisce che non lo pubblicassero. Un divertimento poi spassoso, al
tempo dei visi lunghi? Pallidi, gravi. È anche vero che sembra contemporaneo,
più che anni 1970, quando fu scritto.
Un
divertissement, giusto il titolo. Una
prima parte storico-pettegola, che intitola, hegeliano pentito, “Il ventaglio
dei possibili”. Una seconda storico-gialla, con un detective inglese –
all’apparenza. Il re Umberto, che non crede tanto alla sua regale missione, ed
è intrappolato dall’etichetta, si prende una vacanziella in montagna in
Svizzera, in incognito. Per un’occasione anch’essa non augusta che gli si
presdenta: fare cassa venendo a una “vedova Krupp” uno dei tanti casteli
abbandonati, con relativi ettaraggi incolti, che ha ereditato sui monti
piemontesi. Dal piccolo albergo dove dimora invognito muove all’assaggio delle
piccole cose, fino ai dolci della fornaia bionda, dell’aria pura, e di
accoglienti disinibite donne di ogni età e rango – donne e non signore.
Un’“ultima
vacanza” da Belle Époque, da Fine Secolo, prima di essere sommersi dalla
“febbrile vita moderna che s’incarna nella tecnica divorante,il telegrafo (fra
poco anche il telefono), l’illuminazione elettrica, la corsa vertiginosa dei
convoglii ferroviari”. Come oggi al Millennio, sommersi dall’ipod
versatilissimo, dai social, e dalla Cina. Come favolello da Belle Époque
Morselli lo indirizza infine alla “cara lettrice” – giustamente, è una lei il
lettore di romanzi: “Un libro deve riuscire evasorio, quando descrive
l’evasione”. In un’Italia che, già all’epoca di ambientazione del racconto,
1889, era “inquieta, sconnessa, scalcinata”.
Guido
Morselli, Divertimento 1889
giovedì 27 aprile 2017
E io chi sono - 2?
Fenomenologia della depressione - o è decadenza
Tre milioni di gay in
Italia – anzi il doppio: sei milioni di froci e lesbiche ha censito Aldo Busi
al festival dell’“Unità” 1991, “Come uscire dal comunismo”
Un milione e mezzo di
impotenti
Un milione e mezzo di
candidati politici
Un milione e mezzo di
poliziotti, privati e pubblici
Due milioni e mezzo di
schedati dalle polizie
Tre milioni di
disoccupati
Tre milioni di vedovi
Tre milioni di obesi
Cinque milioni di
ipertesi
Un milione di
cardiopatici
Un milione di cacciatori
Quattro milioni di
volontari
Due milioni di satanisti
600 mila mafiosi
800 mila strozzini
330 mila giocatori
d’azzardo, solo a Roma
650 mila iscritti alla
Misericordia
Due milioni al Pd
400 mila alla Lega
anti-vivisezione
30 milioni di
disoccupati nella Ue
40 milioni di bambini
morti di fame ogni anno nel mondo
250 mila bambini morti
ogni settimana nel mondo povero
Nove milioni di Etiopi
minacciati dalla fame
Due milioni (non di
soli Etiopi) minacciati dalla malaria
E come fanno sette
miliardi di persone, o otto, a mangiare ogni giorno? Più un numero imprecisato
di miliardi di animali, domestici e non?
Con trecentoventi milioni
di tonnellate di plastica in produzione ogni anno
E trecento miliardi di
pezzi di plastica galleggiano nell’Oceano Artico - una discarica mondiale: il
mondo è unito
È “la «purezza» delle
cose che non agiscono sui sensi per esempio i numeri”, che Wittgenstein elogia
nei “Pensieri diversi”, 59?
Se non che un senso di
paura se ne induce, per la esclusione: e uno che non è?
Ma non si ci può
sentire esclusi da qualcosa che si teme, come sarebbe? È che quando si prende
dal lato cattivo, non si finirebbe più - è come il buco nero di cui agli anni
Settanta, la stella divorante da cui allo stesso tempo si sprigiona l’energia.
O dal lato dei numeri.
Con i numeri, del
resto, è possibile costruire mondi alternativi. Che dicono siano quelli veri.
Uno fa le somme e le sottrazioni, e se li stira a piacimento. Altra voragine
che si apre.
Letture - 301
letterautore
Vittoria
Colonna – Si è celebrata a Firenze il 20-21 aprile come “La prima
donna del Rinascimento”, seppure col punto interrogativo. A opera di una delle
università di New York, nella sua sede toscana di Villa La Pietra, che fu di
Harold Acton. La studiosa americana Ramie Targoff vi ha anticipato una biografia
innovativa di Vittoria Colonna a cui sta lavorando – che manca. Nell’assenza
dei fiorentini, e di ogni altro studioso italiano.
Chisciotte – È, come Candido, un saprofita
della lettura - il mondo dei libri: vittima ed eroe.
Italiano – Diceva Silvio D’Amico,
l’esperto di teatro, che gli italiani parlano in versi senza saperlo. Sciascia ne
dà esempi in “Il fiore della poesia romanesca”,77 (1952, prefato da Pasolini):
“Mezza granita di caffè con panna”, “Si prega di richiudere la porta”….
Joyce - Molly
Bloom si traduce secondo Lucentini con Marietta, Mariù, Mariolina, un
diminutivo di Maria. Si potrebbe dunque dire Mariolina Fiore.
Leggerezza – È santa già in Palmieri di Micciché, “Costumi
della corte e i popoli delle Due Sicilie”, 123, prima che in Savinio e in
Calvino: Santa Leggerezza - “Novello Democrito mi burlo di tutto” (285).
Lernet-Holenia – Italianista e latinista,
uno degli ultimi. Autore di una traduzione dei “Promessi sposi”. Autore di due
romanzi ben tedeschi con titoli e riferimenti siciliani, “Le Due Sicilie” (il
battaglione austriaco così denominato) e “Il giovane Moncada” (tra don Giovanni
e Cagliostro).
Manzoni – “I promessi sposi” hanno
una dozzina di traduzioni in tedesco, in commercio attualmente.
National Geographic – Ha un “ottimo
odore”? Lo aveva per Flannery O’Connor, la scrittrice americana, cattolica, del
deep South. Tu “lo leggi o lo annusi?”,
chiede a un’amica. Da piccola una cugina gliene ha regalato un abbonamento,
perché quando andava da lei se lo divorava. Ma solo per “un tipico
indimenticabile trascendente apoteotico (?) solennissimo odore” – “se il Time odorasse come il Nat’l. Geo. avrebbero un’ottima scusa per
stamparlo”. I giornali non si leggeranno per gli odori?
Pagano – Non significa nulla, si sa.
Significa “di paese”, pagus è
villaggio. Alvarez Garcìa, “Le zie di Leonardo”, opina che il cristianesimo
inventò la categoria, un suono spregiativo, nel momento in cui imponeva unico
il suo Dio.
Pettegolezzo
– Anticipa
la sorpresa e la avvilisce. È il pettegolezzo un dato genetico (caratteriale)
di un qualsivoglia personaggio con nome italiano, oppure un serpente che si è
svegliato a un certo momento e da allora si mangia la coda? Questo potrebbe
essere materia di romanzo storicizzato, ora che il pettegolezzo è un fatto
mondiale, con il ritorno alla cultura orale in un contesto di simultaneità.
Prima
persona - È l’arbitro
della partita. Dichiarato cioè – anche la terza persona lo è, ma si nasconde. Non
neutro, naturalmente, anche se si atteggia - non può sbagliare, se non
volutamente (anche per stupidità, ma più per pavidità, ironia, doppiogiochismo).
È un’ottica
ravvicinata e avveduta, essendo nel mezzo dell’evento, e in molti modi
dettandolo. Ma come una gabbia, già costruita, e sovraimpressa. Che,
stranamente, dà più forza (verosimiglianza) al racconto, invece che meno.
Può
ben essere soggetto “attivo oggettivamente” (Goethe, “Colloqui”, 29 gennaio
1826), attento all’esterno - agli eventi, alla storia, non solo alla verosimiglianza
Proust – Flannery O’Connor, “Sola a
presidiare al fortezza”, 178, ha una teoria interessante della malattia legata
al successo: “In un certo senso la malattia è un luogo”: Istruttivo, “più di un
viaggio in Europa”. Privato: “Un luogo dove non trovi mai compagnia, dove
nessuno ti può seguire”. Non una maledizione: “La malattia prima della morte è
cosa quanto mai opportuna, e chi non ci passa si perde una benedizione del Signore.
Quasi altrettanto isola il successo, e niente mette in luce la vanità altrettanto
bene”.
Ripetizione
- Sulla
“ripetizione” c’è un testo di Kierkegaard, e uno voluminosissimo (500 pagine)
di Deleuze.
Romanzo
–Borges
lo vuole “capriccio laborioso e immiserente” (prefazione al “Giardino dei
sentieri che si biforcano”). Ma immiserisce chi? L’attrattiva del romanzo non è
che è “vero” pur essendo totalmente falso?
Salinger – All’opera sarebbe maestro
dei recitativi.
Scrivere – Si scrive per sé, Flannery
O’Connor ripete ai suoi corrispondenti. E aggiunge: “Mi piace rileggermi”, la
diverte. Riscrivere anche.
Tolstòj ha l’“allegria” della scrittura.
Conclude il “Che fare, dunque?” con la scoperta della feracità del lavoro
manuale, sui campi e nella fattoria, accanto a quello intellettuale. Un
connubio, ha scoperto, che determina “la qualità, quindi l’utilità e l’allegria,
della scrittura”.
Walter Siti – Non sarà, ma è come se
l’improvvida, altrimenti incomprensibile, dedica a don Milani del suo romanzo
sulla pederastia del prete volesse facilitare la lettura dei due Meridiani in
uscita per il cinquantenario della morte con le opere del sacerdote fiorentino.
Due malloppi per 2.500 pagine che rischiavano di passare inosservati – i
cultori si ritengono soddisfatti della corrispondenza saporita da
tempo nota con la mamma (don Milani era uno tosto: si fece seminarista a venti anni, e sei mesi dopo era già sacerdote; era di famiglia ricca e importante e professava l’obbedienza assoluta; era uno scrittore, e non smise di scrivere). Ma sapere che Siti si è avvalso di due battute coatte del
prete in un paio di altre lettere può creare un succès de scandale. Sarebbe un esempio non da poco della
“Mondazzoli”, delle famose sinergie editoriali.
letterautore@antiit.eu
Quando Voltaire chiedeva aiuto a Beccaria
Nell’estate
del 1765 nel villaggio di Abbeville in Piccardia due Crocefissi risultarono
danneggiati. Dell’oltraggio furono accusati, dopo un anno, alcuni govani. E uno
di essi, diannovenne, il cavaliere de la Barre, fu torturato, suppliziato e
decapitato. Senza prove, sulla base di testimonianze incerte, estorte. A opera
di un’accusa e un tribunale locali, rappresentati da giudici che con l’accusa
si vendicavano di loro affari privati. Contro il parere del vescovo, che
chiedeva comunque clemenza. Nella superficialità dei parenti prossimi del
giovane de la Barre, una zia badessa e un cugino d’Ormesson a Parigi, che
davano l’assoluzione per scontata. Il Parlamento di Parigi, giansenista e
distratto, interinò l’accusa e la condanna. Che fu eseguita in piazza, molto
cruenta, a furor di popolo malgrado la pioggia scrosciante
Il curatore, Tommaso Cavallo, spiega in dettaglio il caso.
Ma non dice purtropo nulla della lettera. Come e perché Voltaire si rivolse a
Beccaria, e cosa Beccaria rispose, o non rispose. Il nobile giurisperito
milanese non rispose – del resto il “delitto” era già stato consumato.
Beccaria aveva viaggiato a Parigi qualche settimana prima.
Ma di malavoglia, giusto per l’insistenza dei fratelli Verri, e dei filosofi
francesi che erano rimasti colpiti dalla traduzone del suo testo subito famoso,
“Dei delitti e delle pene”. Aprofittò di qualche malanno, più finto che vero,
per tornarsene presto a Milano, benché Parigi l’avesse accolto con simpatia.
Forse non gradiva l’ospitalità del barone d’Holbach, che lo patrocinava, un
materialista. I Verri lo sospettavano geloso della moglie. Il nonno di Manzoni,
il padre dell’avventurosa Giulia, che i ritratti dipingono pingue, brachilineo,
e di strabismo convergente, con gli occi minuscoli sul viso grande, era geloso
e non si trovava a suo agio nei salotti.
Con Voltaire mantenne una breve corrispondenza. Ma più sui
toni della cortesia. Voltaire condivideva l’ipostazione utilitaristica della
giustizia penale che Beccaria proponeva. Della pena indirizzata alla
redenzione, e comunque vissuta per la comune utilità. Voltaire andava però
oltre il quadro giurisprudenziale in materia di pene, quella di morte
considerando comunque un eccesso e un abuso. Due personalità corrispondevano
che erano agli antipodi. Ma non c’erano all’epoca i ruoli di oggi, che
avrebbero impedito a un francese di leggere un milanese, tanto meno di
apprezzarlo e indirizzargli una sorta di supplica.
Per altri aspetti, la lettera si legge come fosse di oggi.
Voltaire si rivolge all’illustre penalista perché dia un segnale contro il
sistema giudiziario francese. Ed eventualmente si schieri se Voltaire stesso
sarà incriminato. Voltaire fa il caso di un giudizio del tutto abusivo. Montato
e giudicato per interesse privato dei giudici. Ma interinato poi, nell’istanza
suprema, da un Parlamento prevalentemente giansenista. Che fu coperto da
un re, Luigi XV, libertino ma ligio, scansafatiche. Un evento non molto
diverso, esecuzione capitale esclusa, dai casi giudiziari celebrati di questo
millennio. “L’esecuzione del cavaliere De La Barre rattristò talmente Abbeville
e pose gli animi in un tale orrore, che non si ebbe il coraggio di proseguire
il processo contro gli altri accusati”, conclude Voltaire. Non sembra uno dei
nostri processi conclamati processi a perdere? Nella ex patria del nobile
Becacria – e proprio anzi nella sua città, Milano?
Un de la Barre, Poullain de la Barre, un secolo prima
aveva prodotto la “prova cartesiana” dell’uguaglianza delle donne, “De
l’égalité des deux sexes. Discours physique et moral où l’on voit l’importance
de se défaire des prejugés” - anche nelle scienze e in filosofia, “se
le donne studiassero nelle università con gli uomini o in altre appositamente
istituite”. Ma Voltaire non ne fa menzione.
Tra gli indizi contro il giovane de la Barre c’era il possesso, tra i tanti suoi libri al momento dell’arresto, di una copia del “Dizionario filosofico portatile” di Voltaire. Che si sapeva essere di Voltaire, ma ufficialmente anonimo. È questo indizio che Voltaire teme, pavido. Per prevenire probabili imputazioni di correità si mobilita, pur non avendo mai riconosciuto la paternità del “Dizionario” – di cui aveva curato ben tre ediioni tra il il 1764 e il 1765. Anche questa parte della storia è molto contemporanea: la pavidità e l’opportunismo dell’intelellettuale.
Tra gli indizi contro il giovane de la Barre c’era il possesso, tra i tanti suoi libri al momento dell’arresto, di una copia del “Dizionario filosofico portatile” di Voltaire. Che si sapeva essere di Voltaire, ma ufficialmente anonimo. È questo indizio che Voltaire teme, pavido. Per prevenire probabili imputazioni di correità si mobilita, pur non avendo mai riconosciuto la paternità del “Dizionario” – di cui aveva curato ben tre ediioni tra il il 1764 e il 1765. Anche questa parte della storia è molto contemporanea: la pavidità e l’opportunismo dell’intelellettuale.
mercoledì 26 aprile 2017
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (324)
Giuseppe Leuzzi
Un calcio nel sedere, non alla Sicilia,
ma al racconto della Sicilia, è il “Non c’è più la Sicilia di una volta”, di
Gaetano Savatteri. Un calcio che gli
stessi siciliani, questo Savatteri
omette, soprattutto si danno, compiaciuti.
Che cosa (non) sarebbe stata la Sicilia
senza l’Italia?
Si
scopre, perché le Ferrovie ci hanno impiantato un museo, che Pietrarsa, alle
porte di Napoli, è stata la prima fabbrica di treni del’Europa, e una delle più
attive fino all’unità d’Italia, e dopo. Il 3 ottobre 1839 si inaugurava la
Napoli-Portici, la prima ferrovia della penisola. A Pietrarsa, al km. 5,839
della ferrovia, dieci anni dopo si inaugurava un Reale opificio siderurgico e
pirotecnico. Che dopo dieci anni, poco più, con l’unità, chiudeva.
Qualche
ano dopo l’unificazione lo stabilimento di Pietrarsa fu riaperto come officina
di riparazioni. Per poco: era già il solito Sud che vuole qualcosa.
Media
mobilitati, riviste, inserti culturali, manifesti. Poi, dopo il flop, niente:
nemmeno una critica un’autocritica. Nemmeno uno sberleffo, silenzio: “Tempo di
libri” non s’è mai fatta a Milano.
Milano non ci ha sommersi per un anno con la sfida a Torino sulla fiera
dei libri.
Milano
è – era – “città chiusa”. Savinio l’ha conosciuta “chiusa”: “La città chiusa di
Milano io la ricordo ancora”, scrive nel 1944 in “Ascolto il tuo cuore, città”,
il suo omaggio alla città lombarda: “Era tra il 1907 e il 1910. Momento di stasi
assoluta del suo massimo splendore”. In cui non una virgola di poesia la
smuoveva.
Per
civiltà “chiusa” – “la sola forma di civiltà che m’interessi” – il tardigrado
Savinio intende una “civiltà molto matura e conchiusa in sé che non aspetta più
nulla dall’esterno”.
Passata
l’inchiesta Consip da Napoli a Roma si scopre che è avventata e artefatta. Si scopre senza difficoltà, il trucco era
evidente. Che cosa spinge Napoli a essere così vispa e spensierata?
Che
cosa spinge i giudici e gli ufficiali dei CC di Napoli a essere così
superficiali e aggressivi? Non i lazzari o i camorristi: la parte nobile della
città. Impunemente, è vero, ma questo basta?
Non
è la prima volta che giudici a Carabinieri napoletani montano scandali e
addomesticano prove. Successe nel 2006, per dire un caso celebre recente, con
la Juventus: intercettazioni selezionate e montate, indiscrezioni pilotate, e
poi un processo che la giudice cui toccava si rifiutò di giudicare, talmente la
imbarazzava.
Allora
la spensieratezza trovò l’interesse degli Agnelli di sbarazzarsi di manager che
temevano. Con la Consip ha trovato giudici e generali dei Carabinieri decisi a
difendersi. C’è un che di suicidario in questa beata incoscienza.
Il manicomio è
al Sud
Alda
Merini torna alla poesia dopo un’infelice esperienza matrimoniale al Sud, col
poeta tarantino Michele Pierri. Osteggiata dalla famiglia di lui. Al punto da
essere internata in manicomio. Da dove riesce a sfuggire e tornare a Milano.
È
la vulgata della poetessa milanese, falsa. E non si capisce perché. Complice,
seppure titubante, la stessa Merini. Che invece in quella esperienza, peratro
da lei fortemente voluta e quasi imposta, ritrovò equilibrio e creatività.
Merini
sposò Pierri a Taranto, in chiesa, il 6 ottobre 1984. Lui aveva 85 anni,
primario chirurgo e direttore sanitario in pensione dell’ospedale Ss .ma
Annunziata di Taranto, vedovo con dieci figli, lei 53. Un matrimonio da lei
assolutamente voluto, dopo quattro anni di corteggiamento, con molte pressanti
lettere e molte lunghe interurbane a carico del destinatario – di cui è
testimone, tra gli altri, Angelo Carrieri che ne ha scritto, il futuro
testimone in chiesa delle nozze. Vivendo ancora, agli inizi del rapporto con
Pierri, suo marito Ettore Carniti, benché già gravemente infermo, lei aveva
scritto una supplica al papa (un Giovanni Paolo II che s’immagina sbalordito)
per chiedere una speciale dispensa al secondo matrimonio.
Pierri
e Merini si erano conosciuti per il comune interesse alla poesia, che entrambi
praticavano. A un evento promosso nel 1981 a Milano da Giacinto Spagnoletti, un
tarantino da tempo attivo nella capitale lombarda. Pierri resistette a lungo
alle insistenze di Merini. Convincendosene alla fine come un espediente per ridare equilibrio mentale e forza
di volontà a una poetessa di cui aveva grande considerazione. L’equilibrio e la
voglia perduti nei quindici anni di internamento a Milano, al manicomio “Paolo
Pini”.
Pierri
non era nessuno. Era un medico napoletano. Nipote e allievo di Sabatino
Moscati, il medico poi beatificato. Si era trasferito a Taranto dopo la laurea
e la prima pratica per matrimonio - con
Aminta Baffi. All’ospedale di Taranto aveva esercitato come chirurgo, e poi
come primario. Era stato in carcere per antifascismo. Era poeta di ispirazione
religiosa, apprezzato da Pasolini (ne scrisse nel saggio in cui censiva anche
Ada Merini), Ungaretti, Caproni, Betocchi, Maria Corti.
Molto
in realtà Alda Merini deve agli otto anni di esperienza tarantina, quattro di
corteggiamento e quattro di matrimonio. Lo stesso rapporto poi proficuo con
Maria Corti fu avviato da quello con Pierri, che la Corti frequentava dagli
anni 1950, quando era docente all’università di Lecce. Fu a Taranto che nel marzo
1983, un anno e mezzo prima del matrimonio, Merini fu riedita, con la raccolta
“Le satire della Ripa”, pubblicata per iniziativa di Giulio De Mitri, un
artista tarantino amico di Pierri. Fu poi, rincuorata da questa pubblicazione,
che Merini avviò “Il diario di una diversa”, che sarà stampato nel 1986, con la
mediazione di Spagnoletti. Mentre curava la riedizione (di fatto un a riscrittura)
di “La terra santa”, l’opera che l’aveva segnalata giovanissima, pubblicata da
Scheiwiler. E scriveva “La gazza ladra”, “Vuoto d’amore”, componimenti vari che
confluiranno in altre raccolte, “Delirio amoroso” eccetera.
Merini
non fu mai ricoverata, da nessuno, in manicomio a Taranto, come ha raccontato,
o le hanno fatto raccontare. A Taranto non esisteva un manicomio, né nelle
vicinanze. Fu assistita una diecina di giorni a fine 1987 al reparto Neurologia
dell’ospedale di Pierri, per aiutarla nel trauma subito col tracollo fisico del
marito. Dagli stessi medici dai quali Pierri l’aveva fatta assistere subito
dopo il matrimonio, per ottenerne una sorta di ricostituente certificazione di
guarigione. Medici che conoscevano Alda, cioè, e l’apprezzavano. Nell’estate
del 1987 Pierri era stato operato per tumore. Dimesso dopo una lunga degenza,
era stato ricoverato e operato in fine d’anno una seconda volta – morirà
qualche settimana dopo, a gennaio del 1988. Alda, cosciente di non poter essere
di aiuto, e in difficoltà lei stessa per la prevedibile morte del marito, dopo
il consulto neurologico si era fatta accompagnare in aereo a Milano dai figli di
Pierri.
Lei
dirà di essere tornata a Milano perché “malata di nostalgia”. Ma anche,
alternativamente, “perché le grandi passioni uccidono”. È comunque a Milano che
subirà altri due anni di trattamento psichiatrico, dopo i quindici che vi ha
passato in manicomio, e non a Taranto.
Nessun
evento o testimonianza corrobora l’ostilità dei figli di Pierri. A parte le
ovvie perplessità e le resistenze al matrimonio tardivo, a 85 anni. Chi
frequentava casa Pierri assicura che Merini era trattata sempre con rispetto se
non con amorevolezza, malgrado le sue stravaganze. La propria figlia di Alda Merini,
Barbara, che era andata a trovarla, testimonia: “Sono rimasta una settimana e
sono stata trattata come una regina”.
Il
perché della storia falsata è l’antico vezzo di Milano, che Malaparte
stigmatizzava - “sempre quelli di su la scaricano sulle spalle di quelli del
piano di sotto”?
leuzzi@antiit.eu
Ma il Veneto va sempre di padre in figlio
Promozionata come l’eterna storia Rai del progresso dell’Italia dalla guerra a oggi, in
famiglia, nel rispetto delle donne, nel diritto familiare, un inno all’Italia
mite, operosa e coscienziosa, è invece il ritratto di un mondo che non ha
cessato di essere quello che era: ciecamente e duramente maschilista. Per chi
poco poco conosce le Venezie, al di fuori della recente richezza: un mondo
paleomaschilista, in famiglia, con i figli, e nel diritto.
Una
sorta di autogoal. Un curioso boomerang nell’ottimismo di maniera
dell’emittente pubblica. Qui aggiornato alle location sontuose, che dopo le due
serie di Terence Hill fanno testo ma Bibi Ballandi si è msso sulle tracce dei
Bernabei, come i Bernabei avevano spostato al Centro-Nord la sontuosità di
Degli Esposti e Sironi con i “Montalbano”. Un effetto lusso anzi moltiplicato,
con attori di nome e nel ruolo, e una drammaturgia quasi sempre efficace.
Comprese in buona misura le scene di sesso, che Milani-Balandi hanno parso in
gran numero nella prima puntata, più che in qualsiasi film, anche al cinema,
benché in prima serata. Esendo un’altra forma della violenza. Che però – è qui
l’effetto boomerang – si perpetua negli affetti familiari, sempre maschilisti.
Non più, forse, con urla e ceffoni, ma tacita sì. E accettata.
La
location veneta sarà stata scelta nel riequilibrio regionale delle produzioni
Rai. Non si spiega altrimenti tanto ottimismo: il maggiorascato è abolito da
tempo, ma non in quelle zone, dove tutto volentieri si lega al figlio maschio.
I beni e l’attività, e possibilmente un matrimonio dotato, con la casa, di
residenza e di vacanza, eccetera: prima viene il figlio maschio.
Su
questo sfondo la serie diventerebbe di denuncia. Mentre si vuole positiva, perfino
melensa – lo spettatore non si attende che il lieto fine, la figlia che prende
in mano l’azienda. Dopo liti, tradimenti, rotture (mariti che lasciano moglie e figli, mogli che lasciano marito e figli), alcol, droghe, e imbrogli. Dopo il solito film di un’ora e mezza-due dilatato in quattro puntate di tre ore l’una.
Riccardo
Milani, Di padre in figlia
martedì 25 aprile 2017
Problemi di base italici bis - 324
spock
Ma
davvero pensavano di vincere un referendum per fare mille licenziamenti e
ridurre i salari?
O
tutti credono come Renzi che le minoranze vincono i referendum?
Perché
l’analfabetismo di ritorno non ci sarebbe in politica?
Si
creano Ong per salvare i migranti, o s’imbarcano migranti per creare le Ong?
Le
Ong a caccia di migranti è un bel plot, ma di che?
Senza
migranti, Enea e famiglia, niente Roma?
Perché
dobbiamo avere paura dei Carabinieri?
E
dei giudici catanesi?
spock@antiit.eu
Secondi pensieri - 304
zeulig
Chiesa
–
“L’individuo all’interno della Chiesa è, per quanto indegno, parte del Corpo di
Cristo, nonché partecipe della Redenzione. Per capirlo la Chiesa non fornisce
un prospetto informativo. È questione di fede e la Chiesa non può costringere
nessuno a crederci.”. Il credente può “soltanto dire, con Pietro: Signore io
credo, aiuta la mia incredulità” – Flannery O’Connor, “Sola a presidiare la
fortezza”, 81. Credere si fa per non credere?
La chiesa si propone, può proporsi, come
veicolo di libertà – che non può essere anarchica? La fede altrimenti non ha
senso.
Dogma
–
Un divieto che è un segnale di libertà? “Il dogma non può in alcun modo
limitare un Dio Illimitato”, Flannery O’Connor scrive all’amica tentata dalla
conversione: “Chi è fuori dalla Chiesa gli attribuisce un significato diverso
da chi ne è all’interno”. Il dogma la scrittrice definisce “solo una via
d’accesso alla contemplazione”, e quindi “strumento di libertà, non di
costrizione: salvaguarda il mistero a tutto vantaggio della mente umana”.
La ragione ha bisogno di mistero, ha
bisogno di dogma?
Donne filosofe - Quando
si parla dell’intelligenza delle donne si citano Schopenhauer, Kierkegaard, “la
riflessione è per un animo femminile quello che sono le caramelle per il
bambino, in piccola quantità fanno bene, en masse fanno male”,
Nietzsche. Ma sono donne i filosofi che leggono la
storia, come già Ipazia, e la sua autrice Olympe de Gouges, la rivoluzionaria
delle “Riflessioni sugli uomini negri” e la “Dichiarazione dei diritti della
donna”, ghigliottinata da Robespierre, disconosciuta dal figlio, il vice-generale
Aubry de Gouges. Il Novecento ne è pieno: Arendt, Weil, Edith Stein, Lou
Salomé, Rosa Luxemburg. Che in carcere cantò la sofferenza dell’animale,
mentre fustigava i socialisti che votavano la guerra, nel non anonimo “Junius
Pamphlet”, in ricordo del vendicatore Lucius Junius Brutus, procurandosi ostilità
fatali, e tuttavia con ragione: “O socialismo o barbarie”. O la temibile Ayn
Rand, innominabile, più forte di molti. Per un revival tomistico e agostiniano durevole, di filosofe anche ebree. E Zambrano, Frances Yates, Agnes Heller, Jeanne Hersch, la
filosofia come stupore. Che il diritto di essere uomo ha trovato in tutte le
culture in tutta la storia – falso ma suggestivo. E Blixen, Murdoch, la stessa
Campo, benché
vittima dell’idea che la vita non merita un libro, non si è per essere
perfetti. E Luce Irigaray. In grado di
leggere la modernità, in una filosofia che per il resto è riletture, di lingue
morte. Non
da ora, certo, da Eloisa e Ildegarda dopo Ipazia, tutte belle. E Sophie de
Grouchy. Maria Gaetana Agnesi, filosofa e matematica. Émilie du Châtelet, filosofa e matematica anche lei. Cristina Belgioioso, che
fu pure pratica. Repertori se ne sono redatti, di Apollodoro in antico, Gilles
Ménage a fine Seicento.
Miss
Anscombe, che girava
tarchiata in pantaloni sformati e giacche maschili, fumava sigari, scalava monti, la “vecchio mio” di Wittgenstein,
la
sola donna ammessa ai suoi seminari, una dei pochi che lo capirono e per questo
non l’ha seguito, buona moglie e madre di sette figli, fu filosofa definitiva da ragazza della guerra atomica del signor
Truman. Il papa balbettante sul profilattico rinsaldando poi con un dovere di
castità che non trovò critici. E sull’aborto. Contro cui tanto ha detto che
l’hanno arrestata, con le figlie. Né si poté dirla di destra: non si seppe che
obiettarle. È che la filosofia s’è fatta donna. Nel senso di femmina, non di
padrona. La filosofia è delle donne nel senso che si consolano. Ma pure per il
pensiero, una bella schiera fanno che realizza la “madre intelligenza” di
Dante.
Pure
Schopenhauer si può dire le Schopenhauer. La nonna paterna fu pazza dichiarata,
la madre Johanna autrice di romanzi e ricordi lunghi ventiquattro volumi, nel
tempo libero dai sollazzi con ganzi giovani, fino in tarda età, la sorella
Adèle segretaria solerte di Goethe e della madre, nonché filosofa, autrice di
fiabe, femminista amica di Annette von Dröste-Hulshoff e Bettina Brentano,
benché ostile all’amore sororale – e maschile: ebbe inutilmente cicerone a
Roma, quando ci venne con la nuora Ottilie sulle orme di Goethe, il bel giovane
poeta Poerio. La rappresentazione di Johanna delle battaglie di Jena e
Auerstadt è modello di pagine celebri, in “Guerra e pace” e “Il Rosso e il Nero”
– suo prioritario impegno durante l’occupazione essendo peraltro lo studio
dell’italiano, dopo l’amore. Lui si fece filosofo per non lavorare, apprendista
mercante. Per lo stesso motivo lasciò alle due donne la gestione dell’eredità.
Tempestandole d’insolenze: l’ossessione del capitale gli fece sospettare che lo
volessero morto. Con la rendita visse agiato e lasciò una grossa eredità, senza
eredi.
Quando si farà la sommatoria del Novecento,
che ne resterà? Due donne, una è Arendt l’altra è Simone Weil, che è pure santa
– anche se il solito gesuita non manca a sostenere che in lei non c’è nulla di
cristiano. Oltre a Popper, che però non si può dire, dovendo essere malgrado
tutto “impegnati”. “La mia opinione è che non sono una filosofa”,
dice Arendt di se stessa:“Prendo congedo dalla filosofia. Nessuna filosofia,
nessuna analisi, nessun aforisma, sia pure profondo, può avere l’intensità e la
pienezza di senso paragonabili a quelle di una storia ben raccontata”. È quanto
basta per metterla in filosofia.
Anche
l’identità come dono che gli altri ci fanno non è male: essere uno Schlemihl,
l’ometto senza ombra, ha dei lati buoni. O la storia come vita, “ogni vita
umana racconta la sua storia, e la Storia diventa alla fine il libro dei racconti
dell’umanità” - Schopenhauer conciso e senza astio. Senza contare che molti
filosofi sono donne. Nietzsche sopra tutti, il figlio del padre, la cui fortuna
fu opera della sorella Elisabeth, che lo sovrastò pure nella follia, e delle
amiche.
Luna
– Non entusiasta della filosofia delle nuvole (v.
sotto), Gilles Ménage fa posto nella “Storia delle donne filosofe”, anche a una
filosofa della luna in terra, Aganice. Ad Antusia, che fa parlare le nuvole,
dice Ménage, “mi tocca anche aggiungere la seguente”: “Aganice, figlia di
Egetoro di Tessaglia, abile nell’esame della luna piena durante l’eclisse,
avendo dedotto per ragionamento a quali momenti la luna era mascherata
dall’ombra, persuase le donne che potevano farla discendere dal cielo - Plutarco
ne testimonia nei suoi «Precetti sul matrimonio»”. Una filosofia per le donne,
dunque.
Nuvole – Ménage, “Storia delle donne filosofe”, ne fa materia di una ramo della
filosofia. Nella persona di Antusia, filosofa di Agea in Cilicia, di cui Fozio
attesta che “aveva scoperto l’arte di predire a partire dalle nuvole, arte che
gli antichi non conoscevano nemmeno per sentito dire”. Non una ciarlatana, una
studiosa: “Fino ad oggi, Antusia non ha smesso di studiare il modo di predire l’avvenire
con la divinazione delle nuvole”.
Ménage si basa
su Gaffarel, l’autore delle “Curiosités incroyables” (in realtà delle “Curiositez inouyes sur la
sculpture talismanique des Persans , horoscope des patriarches et lecture des
estoilles”), curiosità incredibili”, per sostenere che “le nuvole parlano
in molti modi”. E conclude: “Come la contemplazione delle nuvole è una parte
della fisica, la fisica una parte della filosofia, e l’astrologia, come dice
Aristotele al cap. 8 del XIIImo libro della sua «Metafisica», è una filosofia teoretica,
ho deciso di aggiungere questa Antusia alle donne filosofe”.
zeulig@antiit.eu
Un film da ridere, malgrado i critici
“Lasciati
andare” serve a Servillo, strizzacervelli inoperoso e annoiato, a ipnotizzare quando
non ne può più la compagnia dela buona morte che fa la sua clientela. Di forti
caratterizzazione, tra il genere “i mostri” e il genere commedia all’italiana.
Indsomma da vecchia farsa, e da film a episodi. Gradevole. Ma con una curiosità,
sgradevole: perché tutte le recensioni-presentazioni
del film ne fanno una commedia brilante, hollywwodiana, alla Billy Wilder e
perfino alla Frank Capra, mentre è, volendo stare ai generi, un demenziale? I
critici non vedono i film? I critici tengono bordone a Rai Cinema che produce
il film e quindi ha “diritto al rispetto” – cos’è, una mafia?
Francesco
Amato, Lasciati andare
lunedì 24 aprile 2017
Il mondo com'è (302)
astolfo
Austria-Italia – Von
Pasqualati, patrono e residenza di Beethoven a Vienna. Von Castelli, poeta di
qualche suo componimento. Non sono i soli “von” con nomi italiani. Lo stesso
governatore di Milano al tempo di Mozart, il conte Firmian, nato a Trento, ha
particella italiana. O i luoghi: il Belvedere, il Mirabell, l’Albertina, il Salvatore,
i Minoriti. L’impero asburgico non discriminava le nazionalità, e anzi faceva
largo posto, nelle carriere e a corte, ai regnicoli. Non ci fu un’Austria-Italia
come c’era l’Austria-Ungheria, ma avrebbe potuto esseri. Non c’era solo il
Lombardo-Veneto, che Bossi direbbe uno Stato a sé. C’erano arciduchi
d’Austria-Este, arciduchi d’Austria granduchi di Toscana, e duchi Absurgo di
Modena e d Este. Nonché Maria Luigia, la principessa austriaca data in moglie a
Napoleone di cui Parma non finisce di ricordarsi. O il venerato Eugenio di
Savoia.La stessa Dalmazia a Vienna era
italiana: l’italiano era la seconda lingua, dopo il tedesco, nelle città
dalmate, all’anagrafe, nella marineria, nei documenti amministrativi, fino a
Ragusa e a Cattaro.
Capitalismo – Lo ha
inventato Giuseppe nella Bibbia, “Genesi”41, 48-57, e 47, 13-25, secondo Tolstòj,
“Che fare, dunque?”. Un meccanismo in effetti perfetto: Giuseppe inventa la
speculazione, come far fruttare le debolezze altrui. Ammassa il grano in modo
da provocare la carestia, e quando la carestia sopravviene lo vende a
sovrapprezzo. C’è nel meccanismo l’accumulazione originaria, o formazione
di una rendita, e la moltiplicazione del profitto partendo da questa posizione
di rendita.
Donne soldato – Sono russe: debuttano con la seconda guerra
mondiale, nella ex Urss. Altrove sono ausiliarie. In Inghilterra e negli Usa ausiliarie
in Marina, negli Usa anche in Aviazione. Ausiliarie servirono nelle SS. Un corpo di Ausiliarie fu creato anche da Mussolini
a Salò. A Mosca invece le donne furono arruolate a tutti gli effetti, in
fanteria e in aviazione.
Da mezzo secolo circa le donne sono
accettate su base volontaria nelle truppe da combattimento, in molti paesi tra
i quali l’Italia. In Israele sono soggette a ferma obbligatoria, di 24 mesi (la
ferma è di 36 mesi per gli uomini): un terzo degli effettivi delle forze armate
israeliane è composto da donne. Ma come azioni di guerra si ricordano soltanto sul
fronte russo contro l’Asse.
Come militari di terra le donne
russe furono molto impegnate nell’infiltrazione dietro il fronte
tedesco-italiano, per azioni di sabotaggio, per il raccordo e la gestione della
resistenza, e come cecchini. Alla ricerca storica, oltre che nell’apologetica,
si attribuisce alle tiratrici scelte russe l’eliminazione del’equivalente di
una divisione tedesca – di almeno cinquemila uomini, cioè. Molte furono
carriste, al pilotaggio e alla manovra dei carri armati, leggeri e pesanti. In
aviazione furono paracadutiste e pilota. Di molte parà russe prigioniere si
racconta nei ricordi dei lager. Era appassionata paracadutista – civile –
Valentina Tereškova, la russa che nel 1963 sarà la cosmonauta comandante del
Vostok 6, la navicella con la quale navigò nello spazio per tre giorni,
compiendo 48 orbite.
Le donne soldato russe pilotavano
anche aerei da caccia e bombardieri pesanti, ma soprattutto aerei leggeri, lo
Yak-1, e leggerissimi, il biplano Po-2, di legno. Con lo Yak-1, che i manuali
dicono “rudimentale, costruito con materiali scadenti, con assemblaggi
inaccurati”, combatterono come i migliori caccia. Lidya Litviak è celebrata
come una pilota di Yak-1 che riuscì a vincere undici duelli con i caccia
tedeschi, prima di finirne vittima nell’agosto 1943. Marina Raskova è celebrata
come pioniera dell’aviazione, quella che convinse Stalin ad aprire l’arma alle
donne pilota. Il suo squadrone, “Streghe della Notte”, volava sui Po-2, aerei
di legno, da addestramento. Erano lenti, ma Raskova se ne fece un vantaggio in
combattimento: la caccia nemica aveva difficoltà a inquadrarli, se non a
rischio di scendere sotto la velocità di stallo. Fu possibile impiegare i Po-2 solo in azioni di disturbo, perché avevano un armamento limitato. Ma in
queste azioni le Streghe della Notte si distinsero in più di un’occasione:
agivano a ridosso delle prime linee, di notte, con più di una missione a notte,
con diverse tattiche poi da manuale per sfuggire all’illuminazione e alla contraerea.
Raskova morì in un incidente, ma molte donne pilota finirono impegnate quasi
giornalmente. Tamara Kostantinova, pilota di bombardieri tattici IL-2, non
accettava i turni di riposo, dicendo che doveva “combattere per due”, anche per
il marito, pilota, abbattuto. Marija
Dolina, pilota del bombardiere pesante Petlyakov Pe-2, fu insignita alla fine
della guerra del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica.
Un precedente alla mobilitazione femminile c’era stato
in Russia nel giugno 1917, quando furono creati dei “Battaglioni femminili della
morte”, unità combattenti, per contribuire ad arginare l’avanzata delle truppe
austro-tedesche. Furono create in due mesi una quindicina di unità, di
consistenza varia, di battaglione, con 1.000-1.500 effettive, o di distaccamento
specializzato (trasmissioni, genio, etc.), tutte su base volontaria. Che si disciolsero
presto, con l’arrivo di Lenin alla stazione Finlandia e il colpo di Stato
bolscevico.
Matrimonio – Pericle aveva sposato una parente. Da cui aveva
avuto due figli. Quindi il matrimonio aveva funzionato. Poi il matrimonio
divenne insopportabile a entrambi, racconta Plutarco nella “Vita di Pericle”. E
lui, col consenso di lei, le trovò un altro marito, “prima di mettersi con
Aspasia” – una mezza cortigiana , “che Pericle amò in modo prodigioso”.
Nazismo – Agamben nel compiaciuto, bellissimo, “Autoritratto nello studio” ha
solo parole di nostalgia per Heidegger. Per i seminari che il filosofo teneva
in teneva in Provenza su iniziativa di René Char, a cui il giovanissimo Agamben
ebbe il privilegio di partecipare. Quindi parliamo di 1966, 1968, 1969, non di
epoche remote. Ricordi tutti incantati, di persone, momenti, paesaggi. Solo bellezza.
Armonia. Magie. Che le foto seppia ricreano:
gli amici e i devoti, giovani e meno giovani, che affettuosi circondano il filosofo
guru in cattedra e nelle passeggiate, al caffè del paese, in piazza alla pétanque. E le cartoline divertite del
Maestro. Nessun accenno, nessuna riserva, nemmeno a posteriori, benché il
ricordo si celebri dopo i “Quaderni neri”. E la questione si ripropone – come già
per gli anni dell’occupazione a Parigi: se il nazismo avesse vinto la guerra.
Papa Francesco – “Credo che i più approdino alla Chiesa usando
mezzi che questa non ammette, altrimenti che bisogno avrebbero di farlo”,
scrive Flannery O’Connor, la narratrice cattolica americana a una nuova
conoscenza, “A.”, che è sulla strada della conversione e con la quale
intratterrà una corrispondenza fittissima. “Il che, peraltro”, aggiunge, “vale
anche da una prospettiva interna alla Chiesa, impostata com’è in funzione del
peccatore”. La “linea” del papa gesuita è in questa lettera del 1955 o 1956. O’Connor
era conscia che la cosa avviene non senza problemi: “Questo crea non pochi
malintesi fra i bacchettoni”. La scrittrice non dà peso ai “malintesi”. Il papa
argentino nemmeno, che però ne è visibilmente sopraffatto: come un mulo
imbizzarrito recalcitra davanti al’ostacolo invece di superarlo. La sindrome
del maestro di scuola, buono e cattivo, ma sprovveduto davanti all’ostacolo.
Piazza. Le piazze sono create nel
’400 per ragioni militari e di polizia, contro il tessuto urbano chiuso del
Medio Evo. Poi diventano il luogo e il simbolo di una società conviviale.
Roma – Era “romana” la Wehrmacht di Hitler?Lo fa sostenere a un “allievo
ufficiale” di “solida cultura classica”, mentre attende l’ordine di attacco
alla Polonia nel settembre 1939, l’italianista, e oppositore tacito di Hitler,
Alexander Lernet-Holenia in “Marte in Ariete”, 51: “In fondo, tutto quanto,
dalle aquile alle fibbie delle cinture, è come all’epoca dei Romani. E seppure
esistono alcune differenze…, l’essenziale, cioè lo stile, è proprio lo stesso. L’intera organizzazione
di questa struttura bellica ha un unico riscontro nella storia – la struttura
bellica romana”.
astolfo@antiit.eu
Contro l’economia politica
La
ricetta contro la povertà, ché di questo si tratta, è quella che oggi si
propone per gli immigrati: “Ce li spartiamo: ecco, anche se non sono ricco, io
ne prendo due in casa mia; qualcuno ne prendo io, qualcuno ne prendi tu, poi li
portiamo a lavorare con noi così imparano un mestiere, dopodiché ci beviamo
assieme una tazza di tè e loro ascoltano quello che abbiamo da insegnargli”. La
propone a Tolstòj, all’avvio nei primi anni 1880 dell’esperienza riformistica e
salvatrice, Vasilij K. Sjutaev, il suo mentore spirituale, contadino
analfabeta. Molta buona volontà, molta filantropia anche da parte di Tostòj,
che a differenza di Sjutaev è ricco, di terre e di diritti d’autore, e che
altro?
Ma
inizia con Tolstoj pure l’anticapitalismo viscerale, contro il denaro merce del
demonio, che arriverà fino a Pound, una forma di stravaganza, al confine con la
follia: “Qualunque impiego del denaro è una cambiale sulla povera gente”. È il
meccanismo, argomenta il conte, inventato da Giuseppe nella Bibbia – che avrà avuto dei precedenti, ma non li
sappiamo: la speculazione sulla disgrazia (carestia). L’accumualzione
originaria sulla carestia, e la moltiplicazione del profitto partendo da questa
posizione di rendita.
Il
“Che fare, dunque?” non è quello di Lenin, naturalmente, e nemmeno quello di Černyševskij, contro lo zar Alessandro II. È quello del Battista, il Precursore, e poi di Cristo, e
prima di loro di Budda, Isaia, Lao Tse, Socrate. È un’analisi della povertà:
come si costituisce nella prima parte, come andrebbe affrontata nella seconda. È
il testo seminale della “conversione” di Tolstòj, del Tolstòj riformatore
sociale e religioso. Lo scrittore, passando dalla campagna in città, ai cinquant’anni
buoni, nel 1881, è sconvolto dalla “miseria urbana”. L’aveva vista in gioventù
a Londra, quando viaggiava per acculturarsi, ma l’aveva rimossa. Una serie di
tentativi per arginarla, finiti poi miseramente in un libro, questo, seguono:
Tolstòj è determinato nella strada che intraprende, ma confuso, a dire poco, e
irritabile, irascibile: è abituato, scrittore di romanzi, a vedere le cose con
chiarezza.
La
prima parte è la storia di un progetto caritatevole che sradica la miseria a
Mosca, una volta per tutte, finanziato dai ricchi liberalmente, redatto in
occasione del censimento cittadino del 1882, esposto nei salotti, sul giornale
“Izvestia”, e in consiglio municipale. La miseria va rilevata col censimento.
Tolstòj stesso se ne occupa in un quartiere povero. Dove il progetto evapora,
di fronte ai casi della vita. Tolstòj si convince che la miseria è spirituale.
Riprenderà il suo progetto in campagna, nel suo habitat abituale. Ma più sotto
forma di analisi.
Un
racconto di cose viste nella prima parte. Come quando, ricorda, a Parigi
assistette alla decapitazione di un condannato a morte, episodio indelebile
benché più volte narrato. Inurbandosi in tarda età, ricco e famoso, soprattutto
grazie a “Guerra e pace” e “Anna Karenina”, Tolstòj è colpito dall’enorme
numero di barboni che affollano le strade, e si raccolgono poi ai dormitori e
le mense. E dai casi umani nei quali s’imbatte, che racconta. Una novità,
ancora oggi, è che la convivenza era comune a Mosca già all’epoca: Tolstoj
trova fino a “una quarantina di persone” in un appartamento - e non è quello che lo scandalizza.
Uno
studio assortito dell’elemosina e dei fattori di produzione, ben esposto, elabora
nella seconda parte a tre anni dall’infebbramento moscovita. Tolstòj ha raggiunto
quella che ritiene una certezza, dalle conseguenze radicali. Il problema è
duplice, argomenta: è l’urbanizzazine che crea i rifiuti umani, è lo Stato che impone
e perpetua la miseria. Approda cioè alla vecchia sostanziale riserva liberale:
contro l’idolatria verso l’ “essere immaginario” che “per le scienze politiche
è lo Stato” - la vecchia riserva anarchico-reazionaria: il liberalismo
conseguente è l’anarchismo, ma allora su posizioni individualistiche,
regressive, gli Stati sono mafie, etc. E contro lo Stato per “i suoi tre principali
procedimenti di violenza”: la leva militare, e le imposte, fondiarie e sul reddito
(dirette e indirette), necessarie per sostenerla. L’anarchismo è anche pacifista.
È
un testo importante, per la lettura storica sempre astoricizzata, fuori dal
contigente, vista nelle costanti. Come in sezione, da ingegnere o architetto. O
da specialista dall’occhio clinico. Si dirà di Tolstòj che nella sua terza vita
indulse al profetismo, ma non in questo “Che fare?”. In una mezza pagina
sradica senza respiro tutto il consenso “occidentale”, contemporaneo, cristiano
– uno squarcio su cui si può non concordare, ma non una “sezione” infondata
della storia:
“Tutte
le sottigliezze teologiche tese a dimostrare che la Chiesa è l’unica autentica
erede di Cristo e, in quanto tale, la sola ad avere pieno e sconfinato potere
non solo sulle anime, ma anche sui corpi delle persone, si prefiggono proprio questo fine, comune anche alle
scienze giuridiche – il diritto statale, penale, civile e internazionale – e
alla maggior parte delle teorie filosofiche, soprattutto quella hegeliana, che
ha così a lungo dominato con il suo principio dela razionalità dell’esistente e
dello Stato quale forma necessaria della realizzazione della persona.
“La
filosofia positivista di Comte e la dottrina che ne deriva, secondo la quale
l’umanità è un’unità organica; la teoria di Darwin sulla lotta per la
sopravvivenza e la conseguente differenza tra le razze umane; l’antropologia,
la biologia e la sociologia tanto amate al giorno d’oggi, hanno quest’unico
obiettivo, e sono scienze così benvolute perché giustificano il sottrarsi di
alcuni individui alla necessità del lavoro fisico e il loro sfruttamento
dell’opera altrui”.
I
partiti politici, la stessa scuola sono discriminatori. Tutto confuisce “in
un unico mostruoso raggiro: un humbug, come dicono gli inglesi”. Senza
differenze, senza mai novità: “Oggi occorre riferirsi al principio della
nazionalità o a quello dello sviluppo organico, occorre ingraziarsi la nuova
élite di scienziati e artisti, così come nel Medioevo bisognava ingraziarsi i
religiosi, o alla fine del secolo scorso i filosofi (ne sono un esempio
Federico e Caterina)” – Federico II di Prussia e la zarina Caterina di Russia.
Un’analisi
di maniera, secondo i canoni dell’indignazione, ma appuntita. Partendo
dall’economia politica, la “scienza al rovescio”: “Fine della scienza dovrebbe
essere indagare la connessione tra i fenomeni e la causa comune di tutta una
serie di essi. L’economia politica fa invece esattamente il contrario: nasconde
la relazione esistente tra i fenomeni e il loro significato ed evita di fornire
le risposte alle domande più semplici ed essenziali”: il diritto di
proprietà? il denaro? le politiche
fiscali e monetarie? le politiche economiche.? Contro le teorie: contro Hegel,
contro Malthus, contro Comte e Spencer, contro Smith e Ricardo non nominati, contro la Chiesa, contro la teoria della divisione del lavoro – singolare l’assenza dal dibattito allora,
anni 1880-1890, di Marx, in qualsiasi forma.
La parte più interessante è quella finale e personale, molto tolstojana, della scoperta del lavoro manuale, fattuale, realizzativo, accanto a quello intellettuale, della lettura, lo studio, lo scambio. Che determina “la qualità, quindi l’utilità e l’allegria, della scrittura”. Il disegno sociale invece non esce dallo sdegno, dalla filantropia. L’attualizzazione è meramente di facciata, un omaggio a Tolstòj, il libro è vecchio. Ma forse anche l’attualità è vecchia: queste centinaia di migliaia di africani che si amassano sulle coste mediterraneee, pronti a morire a mare alla prima onda d’urto, per finire se tutto va bene sui marciapiedi europei a raccattare elemosine, sanno molto della “schiavitù” e del “disordine spirituale” che un’errata concezione della ricchezza genera e il conte s’industriava a debellare.
Lev
Nikolaevič Tolstoj, Che fare?, Fazi,
pp. 245 € 20
La parte più interessante è quella finale e personale, molto tolstojana, della scoperta del lavoro manuale, fattuale, realizzativo, accanto a quello intellettuale, della lettura, lo studio, lo scambio. Che determina “la qualità, quindi l’utilità e l’allegria, della scrittura”. Il disegno sociale invece non esce dallo sdegno, dalla filantropia. L’attualizzazione è meramente di facciata, un omaggio a Tolstòj, il libro è vecchio. Ma forse anche l’attualità è vecchia: queste centinaia di migliaia di africani che si amassano sulle coste mediterraneee, pronti a morire a mare alla prima onda d’urto, per finire se tutto va bene sui marciapiedi europei a raccattare elemosine, sanno molto della “schiavitù” e del “disordine spirituale” che un’errata concezione della ricchezza genera e il conte s’industriava a debellare.
domenica 23 aprile 2017
Trasloco forzoso di Torino a Milano
Mito è piuttosto Tomi:
è Torino che scivola verso Milano, è Milano che spinge e scippa – niente è
passato da Milano a Torino, se non capitali infetti. Milano scippa Torino di
tutto ciò che è utile e rende. I libri, la fiera dei libri è l’ultimo di una serie.
L’Olivetti, il capolavoro dell’informatica pioniera. La Snia Viscosa, il capolavoro
di Gualino. La Fiat, a cui a cui Milano ha imposto il salasso quasi
quarantennale della Rcs, l’editrice del “Corriere della sera”, per, in cambio,
portare il gruppo automobilistico al fallimento – Marchionne l’ha preso in
extremis. La banca San Paolo. La Einaudi. La Sip-Stet, anch’essa praticamente
portata al fallimento, col nome di Telecom, come da dimostrazione di Grillo –
quella che lo ha lanciato nella politica. Milano, cioè i soldi: la Borsa, le
banche.
I casi citati sono i
più cospicui e recenti. Ma lo scippo riguarda praticamente tutto quello che
Torino ha inventato – e Torino ha “inventato” quasi tutto dell’Italia
contemporanea, dal cinema alla fotonica.
Milano vuole tutto
anche a costo di rimetterci, è città cannibale. “Tempo di libri” è stata meta e
palco di politicanti per un selfie,
facile prevedere che non durerà. Perché la città è anche volubile, si stanca presto
– frou-frou la diceva Camilla
Cederna.
Tornano i dossier
C’è un capitano dei
Carabinieri stazionato a Roma dietro l’inchiesta napoletana sulla Consip, anticipata
via via a “Il Fatto Quotidiano”. Il capitano che si rifiuta ora di collaborare
con i giudici romani sulla stessa inchiesta.
Analogamente, nell’inchiesta
napoletana finora più famosa, c’era un tenente colonnello dei Carabinieri di
stanza a Roma, al comando della Legione della capitale in via in Selci, all’origine
del processo e la condanna della Juventus nel 2006. Lo stesso colonnello che
poi firmò l’atto d’accusa della Procura napoletana, pubblicato in volume da “l’Espresso”.
E l’ipotesi non più
peregrina è che siano tornati i dossier. Come già ai tempi del terrorismo.
Il dossier è un
accumulo di notizie, che si originano non su notizie di reato o su querela di parte,
a iniziativa della magistratura, come la legge prevede, ma di inquirenti
autonomi, più o meno ufficiali, cioè in divisa, che poi si cercano una Procura
o un Procuratore della Repubblica disposto a farli propri. Sono i dossier, e
non le inchieste giudiziarie come comunemente si crede, all’origine dei
processi mediatici: è più facile per i compilatori
trovare un cronista compiacente che un giudice.
Ai tempi del terrorismo
la pratica fu sistematica, e va inquadrata nella “strategia del terrore” o degli
“opposti estremismi”. Oggi la pratica sarebbe individuale, per la carriera, ma
anch’essa riprovevole.
Ai tempi del terrorismo, quando il terrorismo stentava a
prendere piede dopo piazza Fontana, venne diffusa la psicosi del golpe. Con
dossier appositamente manipolati, che settimanalmente venivano forniti, a
settimane alterne, a “l’Espresso” e a “Panorama”. Nel 1975 la campagna s’intensificò.
L’ingegner Francia vuole avvelenare
l’acqua. Delle Chiaie rapire ventitré notabili. Il principe nero Borghese
prendere Roma coi forestali di Gualdo Tadino – un secondo tentativo. Gheddafi
bombardare gli aeroporti. La massoneria rapire il presidente Saragat. Un golpe
preparavano i militari. Un altro i capi della Resistenza Sogno e Pacciardi. E
un Fumagalli Carlo, eponimo lombardo. Carlo Cassola invece organizzava un gruppo
anticomplotto – lui, essendo pacifista, complottava contro le Forze Armate. I
golpe contati tra gennaio e Pasqua erano venti o ventuno. Candelotti di dinamite
si scoprivano in tempo in posti impervi delle ferrovie, in galleria, sotto i
ponti, altri deflagravano talvolta senza vittime. Il Principe Nero, Borghese, è
personaggio di Conan Doyle – era venuto utile in Libia, nelle trame contro
Gheddafi, prima che in Italia. I reduci
del Principe si erano persi per strada: il commando
che doveva rapire il capo della polizia Vicari aveva prima sbagliato numero civico, poi era rimasto
bloccato in ascensore tutta la notte, avendolo sovraccaricato.
Ma non si può ridere del complotto: i
bolscevichi presero il Palazzo di Inverno entrando alla spicciolata da una porta
secondaria rimasta aperta.Perché dobbiamo avere paura dei Carabinieri
Festa
di Pasquetta frustrata a piazza Santa Maria in Trastevere a Roma. Una macchina
dei Carabinieri in perlustrazione accosta una giovane giocoliera coi cerchi, l’unica
animazione della piazza, che bambini e famiglie si godono. Cioè la ferma. Implicandola
in una lunghissima concitata contestazione. Al termine della quale, chissà, l’avranno
“tradotta”, o l’avranno multata, o l’avranno solo costretta ad andarsene.
Nella
stessa piazza nella quale per Pasquetta si è stati importunati a ogni passo da
un fitto schieramento rom, di quelli insistenti, che ti tirano per il braccio. E alle vie d’accesso e uscita della
stessa piazza dai giovani africani che da qualche anno presidiano compatti ogni
passaggio obbligato, l’uscita dal bar, la banca, l’edicola, il teatro, il
mercato, l’angolo di strada.
A
Genova un ragazzo è multato dai Carabinieri di diecimila euro, con iscrizione
al casellario giudiziale, per avere orinato su un cumulo di immondizie, in un
vicolo chiuso, la notte alle tre, tornando a casa dalla discoteca. Mentre si
può liberamente circolare per i marciapiedi sulle cacche dei cani, queste non
sono proibite.
E indimenticata
riemerge la discesa ferragostana della guardia di Finanza, armatissima, sul
bagno d mare affollato di famiglie, qui narrata qualche anno fa:
“I
militi arrivano sgommando su due macchine, al comando di un tenente. Tre
guardie in divisa si appostano col mitra puntato ai tre posti strategici, lato
strada e alle due ali del bagno, il tenente, anche lui in divisa, entra nel
bagno, chiede a voce alta e severa del titolare, non mette mano alla pistola ma
ce la tiene sopra. Il bagno è un bagno di mare. È il 14 agosto e il bagno è
quindi pieno. Sono le tredici, e i bagnanti quindi affollano l’edificio: la
terrazza, il bar, la tavola calda. Sono famiglie calabresi, quindi piene di
bambini. Compresi l’ufficiale dei CC che regge la locale tenenza, e la sua
consorte, che dirige il locale commissariato di Ps, che passano il Ferragosto
in spiaggia con i figli”. Poi non succede nulla: nessuna contestazione è mossa,
“il bagno resta aperto, e dopo una mezz’ora la Guardia di finanza se ne va. Non
sgommando”.
La filosofia è femmina
Una serie di notizie puntute, dove si parla
di chi e come. Rapida. Le donne filosofe censite Ménage divide per dieci
scuole, platonica, pitagorica, stoica, eccetera, più una di battitrici libere.
Alcune figure sono anche, seppure in breve, raccontate. Aspasia, la “ragione”
di Pericle, cortigiana e maestra di cortigiane. Giulia Domna, la siriana che si
fa sposare dal figliastro Caracalla, il quale ha appena ucciso il di lei figlio
– o il figlio è Caracalla? Ipazia - c’è più qui su Ipazia in sette pagine che
nele monografie romanzate che ne hanno marcato il revival, col film di Alejandro
Amenábar. Cerellia, la musa forse amante di Cicerone, che aveva a Roma una delle
più grandi biblioteche private. Ipparchia: “una vera cinica”, che “non veva nessuna
vergogna, e poteva farlo col marito in pubblico”. Temisto, corrispondente e
forse madre di Epicuro. Le pitagoriche Teano e Timiscia.
Le pitagoriche Ménage fa la categoria più
numerosa. Sull’autorità di Giamblico, che ne enumera quindici. Ma lui ne
conosce altre, da altre fonti, una trentina in tutto. Un fatto straodinario,
esordisce Ménage nel capitolo apposito, che ha riservato per ultimo: “Quando si
sa che la maggior parte delle donne sono chiacchierone e incapaci di conservare
un segreto, si può trovare strano che ci siano tante donne pitagoriche, dato
che i pitagorici dovevano conservare il silenzio per cinque anni, ed erano
depositari di segreti che gli era proibito rivelare”. La risposta non ce l’ha,
ma arguisce che “gli uomini davano volentieri figlie e mogli da istruire” alle
scuole pitagoriche…
Un libro volentieri dimenticato, specie
con l’ondata femminista, che pure ne avrebbe dovuto fare tesoro. Perché
rappresenta un dato di fatto, che non collima col rivendicazionismo, alla cui
base c’è il vittimismo. Dedicato a madame d’Acier, Anne Tanneguy-Lefebvre,
traduttrice dal greco, dell’“Iliade” e dell’“Odissea” in particolare, e col
marito André delle “Vite” di Plutarco, il best-seller dell’epoca, il secondo
Seicento. Il repertorio è del 1690. Al tempo di Ménage i filosofi di Parigi
avevano eletto a protettore una santa, Caterina d’Alessandria. E del resto, dice
Ménage, “Ateneo rileva che la maggior parte delle cortigiane greche si
applicavano allo sudio delle lettere e delle matematiche”.
E dunque una storia delle donne filosofe
non ha ragione di farsi, è nei fatti: la filosofia è donna. Gilles Ménage ha
voluto dettagliarla a uso salottiero, potendo spendere una conocenza minuta di
ogni sorta di fonte disponibile, greca e latina (il suo repertorio è
dell’antichità) - ma anche moderna, fino a Christine de Pisan e alla sua “Città
delle donne”, e al repertorio dei santi di Baronio.
Un’opera compilativa, ma di enorme
erudizione.. Ménage è storico e grammatico. “Fondatore” (ideatore) dei salotti
di conversazione, conversazione intelletuale, del mercoledì, detti Mercuriali.
Precettore tra gli altri di Madame de Sévigné e di Madame de Lafayette, dunque
padre putativo del romanzo contemporaneo, via “La principessa di Clèves”.
Gilles
Ménage, Storia delle donne filosofe,
Ombre Corte, pp. 103 € 9
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