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venerdì 28 aprile 2017

Una quadruplice spinta dissolutiva

Si assiste ormai con ilarità all’autoflagellazione che impera in Italia, nei media e ora pure in conversazione. Dopo una generazione, e forse due, dall’assalto milanese all’Italia con “Mani Pulite”, lo sgomento si è dissolto – eppure siamo ancora vivi. Se ne può tentare una morfologia, se non la metafisica?
Una quadruplice spinta dissolutiva è in atto. La speculazione finanziaria, internazionale e interna, che in Italia (Milano) non trova argini. La Schuldfrage che gli ex comunisti vogliono assolutamente evitare: da qui l’anti-mafia (tutto è mafia), l’anti-politica (tutto è corruzione), l’anti-giustizia (controllo delle Procure), l’anti-informazione (controllo delle redazioni). L’indigenza culturale del rettangolo più ricco d’Italia e d’Europa, il Lombardo-Veneto – di cui il leghismo è la non unica spia, l’ignoranza è ancora peggio. La secolarizzazione aggressiva, che un anti-clericalismo vecchia maniera riconcentra su Roma.

Il re si diverte

Morselli pensava che ci si potesse divertire con un re Savoia al tempo della dittatura Einaudi? Un re divertito, a suo modo, anche lui, che parlava per di più un ottimo francese. Si capisce che non lo pubblicassero. Un divertimento poi spassoso, al tempo dei visi lunghi? Pallidi, gravi. È anche vero che sembra contemporaneo, più che anni 1970, quando fu scritto.
Un divertissement, giusto il titolo. Una prima parte storico-pettegola, che intitola, hegeliano pentito, “Il ventaglio dei possibili”. Una seconda storico-gialla, con un detective inglese – all’apparenza. Il re Umberto, che non crede tanto alla sua regale missione, ed è intrappolato dall’etichetta, si prende una vacanziella in montagna in Svizzera, in incognito. Per un’occasione anch’essa non augusta che gli si presdenta: fare cassa venendo a una “vedova Krupp” uno dei tanti casteli abbandonati, con relativi ettaraggi incolti, che ha ereditato sui monti piemontesi. Dal piccolo albergo dove dimora invognito muove all’assaggio delle piccole cose, fino ai dolci della fornaia bionda, dell’aria pura, e di accoglienti disinibite donne di ogni età e rango – donne e non signore. 
Un’“ultima vacanza” da Belle Époque, da Fine Secolo, prima di essere sommersi dalla “febbrile vita moderna che s’incarna nella tecnica divorante,il telegrafo (fra poco anche il telefono), l’illuminazione elettrica, la corsa vertiginosa dei convoglii ferroviari”. Come oggi al Millennio, sommersi dall’ipod versatilissimo, dai social, e dalla Cina. Come favolello da Belle Époque Morselli lo indirizza infine alla “cara lettrice” – giustamente, è una lei il lettore di romanzi: “Un libro deve riuscire evasorio, quando descrive l’evasione”. In un’Italia che, già all’epoca di ambientazione del racconto, 1889, era “inquieta, sconnessa, scalcinata”.
Guido Morselli, Divertimento 1889

giovedì 27 aprile 2017

E io chi sono - 2?

Fenomenologia della depressione - o è decadenza
Tre milioni di gay in Italia – anzi il doppio: sei milioni di froci e lesbiche ha censito Aldo Busi al festival dell’“Unità” 1991, “Come uscire dal comunismo”
Un milione e mezzo di impotenti
Un milione e mezzo di candidati politici
Un milione e mezzo di poliziotti, privati e pubblici
Due milioni e mezzo di schedati dalle polizie
Tre milioni di disoccupati
Tre milioni di vedovi
Tre milioni di obesi
Cinque milioni di ipertesi
Un milione di cardiopatici
Un milione di cacciatori
Quattro milioni di volontari
Due milioni di satanisti
600 mila mafiosi
800 mila strozzini
330 mila giocatori d’azzardo, solo a Roma
650 mila iscritti alla Misericordia
Due milioni al Pd
400 mila alla Lega anti-vivisezione
30 milioni di disoccupati nella Ue
40 milioni di bambini morti di fame ogni anno nel mondo
250 mila bambini morti ogni settimana nel mondo povero
Nove milioni di Etiopi minacciati dalla fame
Due milioni (non di soli Etiopi) minacciati dalla malaria
E come fanno sette miliardi di persone, o otto, a mangiare ogni giorno? Più un numero imprecisato di miliardi di animali, domestici e non?
Con trecentoventi milioni di tonnellate di plastica in produzione ogni anno
E trecento miliardi di pezzi di plastica galleggiano nell’Oceano Artico - una discarica mondiale: il mondo è unito
È “la «purezza» delle cose che non agiscono sui sensi per esempio i numeri”, che Wittgenstein elogia nei “Pensieri diversi”, 59?
Se non che un senso di paura se ne induce, per la esclusione: e uno che non è?
Ma non si ci può sentire esclusi da qualcosa che si teme, come sarebbe? È che quando si prende dal lato cattivo, non si finirebbe più - è come il buco nero di cui agli anni Settanta, la stella divorante da cui allo stesso tempo si sprigiona l’energia. O dal lato dei numeri.
Con i numeri, del resto, è possibile costruire mondi alternativi. Che dicono siano quelli veri. Uno fa le somme e le sottrazioni, e se li stira a piacimento. Altra voragine che si apre.

Letture - 301

letterautore

Vittoria Colonna – Si è celebrata a Firenze il 20-21 aprile come “La prima donna del Rinascimento”, seppure col punto interrogativo. A opera di una delle università di New York, nella sua sede toscana di Villa La Pietra, che fu di Harold Acton. La studiosa americana Ramie Targoff vi ha anticipato una biografia innovativa di Vittoria Colonna a cui sta lavorando – che manca. Nell’assenza dei fiorentini, e di ogni altro studioso italiano.

Chisciotte È, come Candido, un saprofita della lettura - il mondo dei libri: vittima ed eroe.

Italiano – Diceva Silvio D’Amico, l’esperto di teatro, che gli italiani parlano in versi senza saperlo. Sciascia ne dà esempi in “Il fiore della poesia romanesca”,77 (1952, prefato da Pasolini): “Mezza granita di caffè con panna”, “Si prega di richiudere la porta”….

Joyce - Molly Bloom si traduce secondo Lucentini con Marietta, Mariù, Mariolina, un diminutivo di Maria. Si potrebbe dunque dire Mariolina Fiore.

Leggerezza È santa già in Palmieri di Micciché, “Costumi della corte e i popoli delle Due Sicilie”, 123, prima che in Savinio e in Calvino: Santa Leggerezza - “Novello Democrito mi burlo di tutto” (285).

Lernet-Holenia – Italianista e latinista, uno degli ultimi. Autore di una traduzione dei “Promessi sposi”. Autore di due romanzi ben tedeschi con titoli e riferimenti siciliani, “Le Due Sicilie” (il battaglione austriaco così denominato) e “Il giovane Moncada” (tra don Giovanni e Cagliostro).

Manzoni – “I promessi sposi” hanno una dozzina di traduzioni in tedesco, in commercio attualmente.

National Geographic – Ha un “ottimo odore”? Lo aveva per Flannery O’Connor, la scrittrice americana, cattolica, del deep South. Tu “lo leggi o lo annusi?”, chiede a un’amica. Da piccola una cugina gliene ha regalato un abbonamento, perché quando andava da lei se lo divorava. Ma solo per “un tipico indimenticabile trascendente apoteotico (?) solennissimo odore” – “se il Time odorasse come il  Nat’l. Geo. avrebbero un’ottima scusa per stamparlo”. I giornali non si leggeranno per gli odori?

Pagano – Non significa nulla, si sa. Significa “di paese”, pagus è villaggio. Alvarez Garcìa, “Le zie di Leonardo”, opina che il cristianesimo inventò la categoria, un suono spregiativo, nel momento in cui imponeva unico il suo Dio.

Pettegolezzo Anticipa la sorpresa e la avvilisce. È il pettegolezzo un dato genetico (caratteriale) di un qualsivoglia personaggio con nome italiano, oppure un serpente che si è svegliato a un certo momento e da allora si mangia la coda? Questo potrebbe essere materia di romanzo storicizzato, ora che il pettegolezzo è un fatto mondiale, con il ritorno alla cultura orale in un contesto di simultaneità.

Prima persona - È l’arbitro della partita. Dichiarato cioè – anche la terza persona lo è, ma si nasconde. Non neutro, naturalmente, anche se si atteggia - non può sbagliare, se non volutamente (anche per stupidità, ma più per pavidità, ironia, doppiogiochismo).
È un’ottica ravvicinata e avveduta, essendo nel mezzo dell’evento, e in molti modi dettandolo. Ma come una gabbia, già costruita, e sovraimpressa. Che, stranamente, dà più forza (verosimiglianza) al racconto, invece che meno.

Può ben essere soggetto “attivo oggettivamente” (Goethe, “Colloqui”, 29 gennaio 1826), attento all’esterno - agli eventi, alla storia, non solo alla verosimiglianza

Proust – Flannery O’Connor, “Sola a presidiare al fortezza”, 178, ha una teoria interessante della malattia legata al successo: “In un certo senso la malattia è un luogo”: Istruttivo, “più di un viaggio in Europa”. Privato: “Un luogo dove non trovi mai compagnia, dove nessuno ti può seguire”. Non una maledizione: “La malattia prima della morte è cosa quanto mai opportuna, e chi non ci passa si perde una benedizione del Signore. Quasi altrettanto isola il successo, e niente mette in luce la vanità altrettanto bene”.

Ripetizione - Sulla “ripetizione” c’è un testo di Kierkegaard, e uno voluminosissimo (500 pagine) di Deleuze.

Romanzo Borges lo vuole “capriccio laborioso e immiserente” (prefazione al “Giardino dei sentieri che si biforcano”). Ma immiserisce chi? L’attrattiva del romanzo non è che è “vero” pur essendo totalmente falso?

Salinger – All’opera sarebbe maestro dei recitativi.

Scrivere – Si scrive per sé, Flannery O’Connor ripete ai suoi corrispondenti. E aggiunge: “Mi piace rileggermi”, la diverte. Riscrivere anche.

Tolstòj ha l’“allegria” della scrittura. Conclude il “Che fare, dunque?” con la scoperta della feracità del lavoro manuale, sui campi e nella fattoria, accanto a quello intellettuale. Un connubio, ha scoperto, che determina “la qualità, quindi l’utilità e l’allegria, della scrittura”.

Walter Siti – Non sarà, ma è come se l’improvvida, altrimenti incomprensibile, dedica a don Milani del suo romanzo sulla pederastia del prete volesse facilitare la lettura dei due Meridiani in uscita per il cinquantenario della morte con le opere del sacerdote fiorentino. Due malloppi per 2.500 pagine che rischiavano di passare inosservati – i cultori si ritengono soddisfatti della corrispondenza saporita da tempo nota con la mamma (don Milani era uno tosto: si fece seminarista a venti anni, e sei mesi dopo era già sacerdote; era di famiglia ricca e importante e professava lobbedienza assoluta; era uno scrittore, e non smise di scrivere). Ma sapere che Siti si è avvalso di due battute coatte del prete in un paio di altre lettere può creare un succès de scandale. Sarebbe un esempio non da poco della “Mondazzoli”, delle famose sinergie editoriali.

letterautore@antiit.eu

Quando Voltaire chiedeva aiuto a Beccaria

Nell’estate del 1765 nel villaggio di Abbeville in Piccardia due Crocefissi risultarono danneggiati. Dell’oltraggio furono accusati, dopo un anno, alcuni govani. E uno di essi, diannovenne, il cavaliere de la Barre, fu torturato, suppliziato e decapitato. Senza prove, sulla base di testimonianze incerte, estorte. A opera di un’accusa e un tribunale locali, rappresentati da giudici che con l’accusa si vendicavano di loro affari privati. Contro il parere del vescovo, che chiedeva comunque clemenza. Nella superficialità dei parenti prossimi del giovane de la Barre, una zia badessa e un cugino d’Ormesson a Parigi, che davano l’assoluzione per scontata. Il Parlamento di Parigi, giansenista e distratto, interinò l’accusa e la condanna. Che fu eseguita in piazza, molto cruenta, a furor di popolo malgrado la pioggia scrosciante
Il curatore, Tommaso Cavallo, spiega in dettaglio il caso. Ma non dice purtropo nulla della lettera. Come e perché Voltaire si rivolse a Beccaria, e cosa Beccaria rispose, o non rispose. Il nobile giurisperito milanese non rispose – del resto il “delitto” era già stato consumato.
Beccaria aveva viaggiato a Parigi qualche settimana prima. Ma di malavoglia, giusto per l’insistenza dei fratelli Verri, e dei filosofi francesi che erano rimasti colpiti dalla traduzone del suo testo subito famoso, “Dei delitti e delle pene”. Aprofittò di qualche malanno, più finto che vero, per tornarsene presto a Milano, benché Parigi l’avesse accolto con simpatia. Forse non gradiva l’ospitalità del barone d’Holbach, che lo patrocinava, un materialista. I Verri lo sospettavano geloso della moglie. Il nonno di Manzoni, il padre dell’avventurosa Giulia, che i ritratti dipingono pingue, brachilineo, e di strabismo convergente, con gli occi minuscoli sul viso grande, era geloso e non si trovava a suo agio nei salotti.
Con Voltaire mantenne una breve corrispondenza. Ma più sui toni della cortesia. Voltaire condivideva l’ipostazione utilitaristica della giustizia penale che Beccaria proponeva. Della pena indirizzata alla redenzione, e comunque vissuta per la comune utilità. Voltaire andava però oltre il quadro giurisprudenziale in materia di pene, quella di morte considerando comunque un eccesso e un abuso. Due personalità corrispondevano che erano agli antipodi. Ma non c’erano all’epoca i ruoli di oggi, che avrebbero impedito a un francese di leggere un milanese, tanto meno di apprezzarlo e indirizzargli una sorta di supplica.
Per altri aspetti, la lettera si legge come fosse di oggi. Voltaire si rivolge all’illustre penalista perché dia un segnale contro il sistema giudiziario francese. Ed eventualmente si schieri se Voltaire stesso sarà incriminato. Voltaire fa il caso di un giudizio del tutto abusivo. Montato e giudicato per interesse privato dei giudici. Ma interinato poi, nell’istanza suprema,  da un Parlamento prevalentemente giansenista. Che fu coperto da un re, Luigi XV, libertino ma ligio, scansafatiche. Un evento non molto diverso, esecuzione capitale esclusa, dai casi giudiziari celebrati di questo millennio. “L’esecuzione del cavaliere De La Barre rattristò talmente Abbeville e pose gli animi in un tale orrore, che non si ebbe il coraggio di proseguire il processo contro gli altri accusati”, conclude Voltaire. Non sembra uno dei nostri processi conclamati  processi a perdere? Nella ex patria del nobile Becacria – e proprio anzi nella sua città, Milano?
Un de la Barre, Poullain de la Barre, un secolo prima aveva prodotto la “prova cartesiana” dell’uguaglianza delle donne, “De l’égalité des deux sexes. Discours physique et moral où l’on voit l’importance de se défaire des prejugés” - anche nelle scienze e in filosofia,  “se le donne studiassero nelle università con gli uomini o in altre appositamente istituite”. Ma Voltaire non ne fa menzione.
Tra gli indizi contro il giovane de la Barre c’era il possesso, tra i tanti suoi libri al momento dell’arresto, di una copia del “Dizionario filosofico portatile” di Voltaire. Che si sapeva essere di Voltaire, ma ufficialmente anonimo. È questo indizio che Voltaire teme, pavido. Per prevenire probabili imputazioni di correità si mobilita, pur non avendo mai riconosciuto la paternità del “Dizionario” – di cui aveva curato ben tre ediioni tra il il 1764 e il 1765. Anche questa parte della storia è molto contemporanea: la pavidità e l’opportunismo dell’intelellettuale.
Voltaire, Il caso de La Barre. Lettera a Cesare Beccaria, Ets, remainders, pp. 49 € 2,40 

mercoledì 26 aprile 2017

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (324)

Giuseppe Leuzzi

Un calcio nel sedere, non alla Sicilia, ma al racconto della Sicilia, è il “Non c’è più la Sicilia di una volta”, di Gaetano Savatteri.  Un calcio che gli stessi siciliani, questo Savatteri  omette, soprattutto si danno, compiaciuti.
Che cosa (non) sarebbe stata la Sicilia senza l’Italia?

Si scopre, perché le Ferrovie ci hanno impiantato un museo, che Pietrarsa, alle porte di Napoli, è stata la prima fabbrica di treni del’Europa, e una delle più attive fino all’unità d’Italia, e dopo. Il 3 ottobre 1839 si inaugurava la Napoli-Portici, la prima ferrovia della penisola. A Pietrarsa, al km. 5,839 della ferrovia, dieci anni dopo si inaugurava un Reale opificio siderurgico e pirotecnico. Che dopo dieci anni, poco più, con l’unità, chiudeva.
Qualche ano dopo l’unificazione lo stabilimento di Pietrarsa fu riaperto come officina di riparazioni. Per poco: era già il solito Sud che vuole qualcosa.

Media mobilitati, riviste, inserti culturali, manifesti. Poi, dopo il flop, niente: nemmeno una critica un’autocritica. Nemmeno uno sberleffo, silenzio: “Tempo di libri” non s’è mai fatta a Milano.  Milano non ci ha sommersi per un anno con la sfida a Torino sulla fiera dei libri.

Milano è – era – “città chiusa”. Savinio l’ha conosciuta “chiusa”: “La città chiusa di Milano io la ricordo ancora”, scrive nel 1944 in “Ascolto il tuo cuore, città”, il suo omaggio alla città lombarda: “Era tra il 1907 e il 1910. Momento di stasi assoluta del suo massimo splendore”. In cui non una virgola di poesia la smuoveva.
Per civiltà “chiusa” – “la sola forma di civiltà che m’interessi” – il tardigrado Savinio intende una “civiltà molto matura e conchiusa in sé che non aspetta più nulla dall’esterno”.

Passata l’inchiesta Consip da Napoli a Roma si scopre che è avventata e artefatta.  Si scopre senza difficoltà, il trucco era evidente. Che cosa spinge Napoli a essere così vispa e spensierata?
Che cosa spinge i giudici e gli ufficiali dei CC di Napoli a essere così superficiali e aggressivi? Non i lazzari o i camorristi: la parte nobile della città. Impunemente, è vero, ma questo basta?

Non è la prima volta che giudici a Carabinieri napoletani montano scandali e addomesticano prove. Successe nel 2006, per dire un caso celebre recente, con la Juventus: intercettazioni selezionate e montate, indiscrezioni pilotate, e poi un processo che la giudice cui toccava si rifiutò di giudicare, talmente la imbarazzava.
Allora la spensieratezza trovò l’interesse degli Agnelli di sbarazzarsi di manager che temevano. Con la Consip ha trovato giudici e generali dei Carabinieri decisi a difendersi. C’è un che di suicidario in questa beata incoscienza.

Il manicomio è al Sud
Alda Merini torna alla poesia dopo un’infelice esperienza matrimoniale al Sud, col poeta tarantino Michele Pierri. Osteggiata dalla famiglia di lui. Al punto da essere internata in manicomio. Da dove riesce a sfuggire e tornare a Milano.
È la vulgata della poetessa milanese, falsa. E non si capisce perché. Complice, seppure titubante, la stessa Merini. Che invece in quella esperienza, peratro da lei fortemente voluta e quasi imposta, ritrovò equilibrio e creatività.
Merini sposò Pierri a Taranto, in chiesa, il 6 ottobre 1984. Lui aveva 85 anni, primario chirurgo e direttore sanitario in pensione dell’ospedale Ss .ma Annunziata di Taranto, vedovo con dieci figli, lei 53. Un matrimonio da lei assolutamente voluto, dopo quattro anni di corteggiamento, con molte pressanti lettere e molte lunghe interurbane a carico del destinatario – di cui è testimone, tra gli altri, Angelo Carrieri che ne ha scritto, il futuro testimone in chiesa delle nozze. Vivendo ancora, agli inizi del rapporto con Pierri, suo marito Ettore Carniti, benché già gravemente infermo, lei aveva scritto una supplica al papa (un Giovanni Paolo II che s’immagina sbalordito) per chiedere una speciale dispensa al secondo matrimonio.
Pierri e Merini si erano conosciuti per il comune interesse alla poesia, che entrambi praticavano. A un evento promosso nel 1981 a Milano da Giacinto Spagnoletti, un tarantino da tempo attivo nella capitale lombarda. Pierri resistette a lungo alle insistenze di Merini. Convincendosene alla fine come  un espediente per ridare equilibrio mentale e forza di volontà a una poetessa di cui aveva grande considerazione. L’equilibrio e la voglia perduti nei quindici anni di internamento a Milano, al manicomio “Paolo Pini”.
Pierri non era nessuno. Era un medico napoletano. Nipote e allievo di Sabatino Moscati, il medico poi beatificato. Si era trasferito a Taranto dopo la laurea e la prima pratica per matrimonio -  con Aminta Baffi. All’ospedale di Taranto aveva esercitato come chirurgo, e poi come primario. Era stato in carcere per antifascismo. Era poeta di ispirazione religiosa, apprezzato da Pasolini (ne scrisse nel saggio in cui censiva anche Ada Merini), Ungaretti, Caproni, Betocchi, Maria Corti.
Molto in realtà Alda Merini deve agli otto anni di esperienza tarantina, quattro di corteggiamento e quattro di matrimonio. Lo stesso rapporto poi proficuo con Maria Corti fu avviato da quello con Pierri, che la Corti frequentava dagli anni 1950, quando era docente all’università di Lecce. Fu a Taranto che nel marzo 1983, un anno e mezzo prima del matrimonio, Merini fu riedita, con la raccolta “Le satire della Ripa”, pubblicata per iniziativa di Giulio De Mitri, un artista tarantino amico di Pierri. Fu poi, rincuorata da questa pubblicazione, che Merini avviò “Il diario di una diversa”, che sarà stampato nel 1986, con la mediazione di Spagnoletti. Mentre curava la riedizione (di fatto un a riscrittura) di “La terra santa”, l’opera che l’aveva segnalata giovanissima, pubblicata da Scheiwiler. E scriveva “La gazza ladra”, “Vuoto d’amore”, componimenti vari che confluiranno in altre raccolte, “Delirio amoroso” eccetera.
Merini non fu mai ricoverata, da nessuno, in manicomio a Taranto, come ha raccontato, o le hanno fatto raccontare. A Taranto non esisteva un manicomio, né nelle vicinanze. Fu assistita una diecina di giorni a fine 1987 al reparto Neurologia dell’ospedale di Pierri, per aiutarla nel trauma subito col tracollo fisico del marito. Dagli stessi medici dai quali Pierri l’aveva fatta assistere subito dopo il matrimonio, per ottenerne una sorta di ricostituente certificazione di guarigione. Medici che conoscevano Alda, cioè, e l’apprezzavano. Nell’estate del 1987 Pierri era stato operato per tumore. Dimesso dopo una lunga degenza, era stato ricoverato e operato in fine d’anno una seconda volta – morirà qualche settimana dopo, a gennaio del 1988. Alda, cosciente di non poter essere di aiuto, e in difficoltà lei stessa per la prevedibile morte del marito, dopo il consulto neurologico si era fatta  accompagnare in aereo a Milano dai figli di Pierri.
Lei dirà di essere tornata a Milano perché “malata di nostalgia”. Ma anche, alternativamente, “perché le grandi passioni uccidono”. È comunque a Milano che subirà altri due anni di trattamento psichiatrico, dopo i quindici che vi ha passato in  manicomio, e non a Taranto.
Nessun evento o testimonianza corrobora l’ostilità dei figli di Pierri. A parte le ovvie perplessità e le resistenze al matrimonio tardivo, a 85 anni. Chi frequentava casa Pierri assicura che Merini era trattata sempre con rispetto se non con amorevolezza, malgrado le sue stravaganze. La propria figlia di Alda Merini, Barbara, che era andata a trovarla, testimonia: “Sono rimasta una settimana e sono stata trattata come una regina”.
Il perché della storia falsata è l’antico vezzo di Milano, che Malaparte stigmatizzava - “sempre quelli di su la scaricano sulle spalle di quelli del piano di sotto”?

leuzzi@antiit.eu

Ma il Veneto va sempre di padre in figlio

Promozionata come l’eterna storia Rai del progresso dell’Italia dalla guerra a oggi, in famiglia, nel rispetto delle donne, nel diritto familiare, un inno all’Italia mite, operosa e coscienziosa, è invece il ritratto di un mondo che non ha cessato di essere quello che era: ciecamente e duramente maschilista. Per chi poco poco conosce le Venezie, al di fuori della recente richezza: un mondo paleomaschilista, in famiglia, con i figli, e nel diritto.
Una sorta di autogoal. Un curioso boomerang nell’ottimismo di maniera dell’emittente pubblica. Qui aggiornato alle location sontuose, che dopo le due serie di Terence Hill fanno testo ma Bibi Ballandi si è msso sulle tracce dei Bernabei, come i Bernabei avevano spostato al Centro-Nord la sontuosità di Degli Esposti e Sironi con i “Montalbano”. Un effetto lusso anzi moltiplicato, con attori di nome e nel ruolo, e una drammaturgia quasi sempre efficace. Comprese in buona misura le scene di sesso, che Milani-Balandi hanno parso in gran numero nella prima puntata, più che in qualsiasi film, anche al cinema, benché in prima serata. Esendo un’altra forma della violenza. Che però – è qui l’effetto boomerang – si perpetua negli affetti familiari, sempre maschilisti. Non più, forse, con urla e ceffoni, ma tacita sì. E accettata.
La location veneta sarà stata scelta nel riequilibrio regionale delle produzioni Rai. Non si spiega altrimenti tanto ottimismo: il maggiorascato è abolito da tempo, ma non in quelle zone, dove tutto volentieri si lega al figlio maschio. I beni e l’attività, e possibilmente un matrimonio dotato, con la casa, di residenza e di vacanza, eccetera: prima viene il figlio maschio.
Su questo sfondo la serie diventerebbe di denuncia. Mentre si vuole positiva, perfino melensa – lo spettatore non si attende che il lieto fine, la figlia che prende in mano l’azienda. Dopo liti, tradimenti, rotture (mariti che lasciano moglie e figli, mogli che lasciano marito e figli), alcol, droghe, e imbrogli. Dopo il solito film di un’ora e mezza-due dilatato in quattro puntate di tre ore l’una.

Riccardo Milani, Di padre in figlia

martedì 25 aprile 2017

Problemi di base italici bis - 324

spock

Ma davvero pensavano di vincere un referendum per fare mille licenziamenti e ridurre i salari?

O tutti credono come Renzi che le minoranze vincono i referendum?

Perché l’analfabetismo di ritorno non ci sarebbe in politica?

Si creano Ong per salvare i migranti, o s’imbarcano migranti per creare le Ong?

Le Ong a caccia di migranti è un bel plot, ma di che?

Senza migranti, Enea e famiglia, niente Roma?

Perché dobbiamo avere paura dei Carabinieri?

E dei giudici catanesi?

spock@antiit.eu

Secondi pensieri - 304

zeulig

Chiesa – “L’individuo all’interno della Chiesa è, per quanto indegno, parte del Corpo di Cristo, nonché partecipe della Redenzione. Per capirlo la Chiesa non fornisce un prospetto informativo. È questione di fede e la Chiesa non può costringere nessuno a crederci.”. Il credente può “soltanto dire, con Pietro: Signore io credo, aiuta la mia incredulità” – Flannery O’Connor, “Sola a presidiare la fortezza”, 81. Credere si fa per non credere?
La chiesa si propone, può proporsi, come veicolo di libertà – che non può essere anarchica? La fede altrimenti non ha senso.

Dogma – Un divieto che è un segnale di libertà? “Il dogma non può in alcun modo limitare un Dio Illimitato”, Flannery O’Connor scrive all’amica tentata dalla conversione: “Chi è fuori dalla Chiesa gli attribuisce un significato diverso da chi ne è all’interno”. Il dogma la scrittrice definisce “solo una via d’accesso alla contemplazione”, e quindi “strumento di libertà, non di costrizione: salvaguarda il mistero a tutto vantaggio della mente umana”.
La ragione ha bisogno di mistero, ha bisogno di dogma?

Donne filosofe - Quando si parla dell’intelligenza delle donne si citano Schopenhauer, Kierkegaard, “la riflessione è per un animo femminile quello che sono le caramelle per il bambino, in piccola quantità fanno bene, en masse fanno male”, Nietzsche. Ma sono donne i filosofi che leggono la storia, come già Ipazia, e la sua autrice Olympe de Gouges, la rivoluzionaria delle “Riflessioni sugli uomini negri” e la “Dichiarazione dei diritti della donna”, ghigliottinata da Robespierre, disconosciuta dal figlio, il vice-generale Aubry de Gouges. Il Novecento ne è pieno: Arendt, Weil, Edith Stein, Lou Salomé, Rosa Luxemburg. Che in carcere cantò la sofferenza dell’animale, mentre fustigava i socialisti che votavano la guerra, nel non anonimo “Junius Pamphlet”, in ricordo del vendicatore Lucius Junius Brutus, procurandosi ostilità fatali, e tuttavia con ragione: “O socialismo o barbarie”. O la temibile Ayn Rand, innominabile, più forte di molti. Per un revival tomistico e agostiniano durevole, di filosofe anche ebree. E Zambrano, Frances Yates, Agnes Heller, Jeanne Hersch, la filosofia come stupore. Che il diritto di essere uomo ha trovato in tutte le culture in tutta la storia – falso ma suggestivo. E Blixen, Murdoch, la stessa Campo, benché vittima dell’idea che la vita non merita un libro, non si è per essere perfetti. E Luce Irigaray. In grado di leggere la modernità, in una filosofia che per il resto è riletture, di lingue morte. Non da ora, certo, da Eloisa e Ildegarda dopo Ipazia, tutte belle. E Sophie de Grouchy. Maria Gaetana Agnesi, filosofa e matematica. Émilie du Châtelet, filosofa e matematica anche lei. Cristina Belgioioso, che fu pure pratica. Repertori se ne sono redatti, di Apollodoro in antico, Gilles Ménage a fine Seicento.

Miss Anscombe, che girava tarchiata in pantaloni sformati e giacche maschili, fumava sigari, scalava monti, la “vecchio mio” di Wittgenstein, la sola donna ammessa ai suoi seminari, una dei pochi che lo capirono e per questo non l’ha seguito, buona moglie e madre di sette figli, fu filosofa definitiva da ragazza della guerra atomica del signor Truman. Il papa balbettante sul profilattico rinsaldando poi con un dovere di castità che non trovò critici. E sull’aborto. Contro cui tanto ha detto che l’hanno arrestata, con le figlie. Né si poté dirla di destra: non si seppe che obiettarle. È che la filosofia s’è fatta donna. Nel senso di femmina, non di padrona. La filosofia è delle donne nel senso che si consolano. Ma pure per il pensiero, una bella schiera fanno che realizza la “madre intelligenza” di Dante.

Pure Schopenhauer si può dire le Schopenhauer. La nonna paterna fu pazza dichiarata, la madre Johanna autrice di romanzi e ricordi lunghi ventiquattro volumi, nel tempo libero dai sollazzi con ganzi giovani, fino in tarda età, la sorella Adèle segretaria solerte di Goethe e della madre, nonché filosofa, autrice di fiabe, femminista amica di Annette von Dröste-Hulshoff e Bettina Brentano, benché ostile all’amore sororale – e maschile: ebbe inutilmente cicerone a Roma, quando ci venne con la nuora Ottilie sulle orme di Goethe, il bel giovane poeta Poerio. La rappresentazione di Johanna delle battaglie di Jena e Auerstadt è modello di pagine celebri, in “Guerra e pace” e “Il Rosso e il Nero” – suo prioritario impegno durante l’occupazione essendo peraltro lo studio dell’italiano, dopo l’amore. Lui si fece filosofo per non lavorare, apprendista mercante. Per lo stesso motivo lasciò alle due donne la gestione dell’eredità. Tempestandole d’insolenze: l’ossessione del capitale gli fece sospettare che lo volessero morto. Con la rendita visse agiato e lasciò una grossa eredità, senza eredi.

Quando si farà la sommatoria del Novecento, che ne resterà? Due donne, una è Arendt l’altra è Simone Weil, che è pure santa – anche se il solito gesuita non manca a sostenere che in lei non c’è nulla di cristiano. Oltre a Popper, che però non si può dire, dovendo essere malgrado tutto “impegnati”. “La mia opinione è che non sono una filosofa”, dice Arendt di se stessa:“Prendo congedo dalla filosofia. Nessuna filosofia, nessuna analisi, nessun aforisma, sia pure profondo, può avere l’intensità e la pienezza di senso paragonabili a quelle di una storia ben raccontata”. È quanto basta per metterla in filosofia.
Anche l’identità come dono che gli altri ci fanno non è male: essere uno Schlemihl, l’ometto senza ombra, ha dei lati buoni. O la storia come vita, “ogni vita umana racconta la sua storia, e la Storia diventa alla fine il libro dei racconti dell’umanità” - Schopenhauer conciso e senza astio. Senza contare che molti filosofi sono donne. Nietzsche sopra tutti, il figlio del padre, la cui fortuna fu opera della sorella Elisabeth, che lo sovrastò pure nella follia, e delle amiche.

Luna – Non entusiasta della filosofia delle nuvole (v. sotto), Gilles Ménage fa posto nella “Storia delle donne filosofe”, anche a una filosofa della luna in terra, Aganice. Ad Antusia, che fa parlare le nuvole, dice Ménage, “mi tocca anche aggiungere la seguente”: “Aganice, figlia di Egetoro di Tessaglia, abile nell’esame della luna piena durante l’eclisse, avendo dedotto per ragionamento a quali momenti la luna era mascherata dall’ombra, persuase le donne che potevano farla discendere dal cielo - Plutarco ne testimonia nei suoi «Precetti sul matrimonio»”. Una filosofia per le donne, dunque.

Nuvole – Ménage, “Storia delle donne filosofe”, ne fa materia di una ramo della filosofia. Nella persona di Antusia, filosofa di Agea in Cilicia, di cui Fozio attesta che “aveva scoperto l’arte di predire a partire dalle nuvole, arte che gli antichi non conoscevano nemmeno per sentito dire”. Non una ciarlatana, una studiosa: “Fino ad oggi, Antusia non ha smesso di studiare il modo di predire l’avvenire con la divinazione delle nuvole”.
Ménage si basa su Gaffarel, l’autore delle “Curiosités incroyables” (in realtà delle “Curiositez  inouyes sur la sculpture talismanique des Persans , horoscope des patriarches et lecture des estoilles”), curiosità incredibili”, per sostenere che “le nuvole parlano in molti modi”. E conclude: “Come la contemplazione delle nuvole è una parte della fisica, la fisica una parte della filosofia, e l’astrologia, come dice Aristotele al cap. 8 del XIIImo libro della sua «Metafisica», è una filosofia teoretica, ho deciso di aggiungere questa Antusia alle donne filosofe”.

zeulig@antiit.eu

Un film da ridere, malgrado i critici

“Lasciati andare” serve a Servillo, strizzacervelli inoperoso e annoiato, a ipnotizzare quando non ne può più la compagnia dela buona morte che fa la sua clientela. Di forti caratterizzazione, tra il genere “i mostri” e il genere commedia all’italiana. Indsomma da vecchia farsa, e da film a episodi. Gradevole. Ma con una curiosità, sgradevole: perché tutte le recensioni-presentazioni del film ne fanno una commedia brilante, hollywwodiana, alla Billy Wilder e perfino alla Frank Capra, mentre è, volendo stare ai generi, un demenziale? I critici non vedono i film? I critici tengono bordone a Rai Cinema che produce il film e quindi ha “diritto al rispetto” – cos’è, una mafia?
Francesco Amato, Lasciati andare

lunedì 24 aprile 2017

Il mondo com'è (302)

astolfo

Austria-Italia – Von Pasqualati, patrono e residenza di Beethoven a Vienna. Von Castelli, poeta di qualche suo componimento. Non sono i soli “von” con nomi italiani. Lo stesso governatore di Milano al tempo di Mozart, il conte Firmian, nato a Trento, ha particella italiana. O i luoghi: il Belvedere, il Mirabell, l’Albertina, il Salvatore, i Minoriti. L’impero asburgico non discriminava le nazionalità, e anzi faceva largo posto, nelle carriere e a corte, ai regnicoli. Non ci fu un’Austria-Italia come c’era l’Austria-Ungheria, ma avrebbe potuto esseri. Non c’era solo il Lombardo-Veneto, che Bossi direbbe uno Stato a sé. C’erano arciduchi d’Austria-Este, arciduchi d’Austria granduchi di Toscana, e duchi Absurgo di Modena e d Este. Nonché Maria Luigia, la principessa austriaca data in moglie a Napoleone di cui Parma non finisce di ricordarsi. O il venerato Eugenio di Savoia.La stessa Dalmazia a Vienna era italiana: l’italiano era la seconda lingua, dopo il tedesco, nelle città dalmate, all’anagrafe, nella marineria, nei documenti amministrativi, fino a Ragusa e a Cattaro.

Capitalismo – Lo ha inventato Giuseppe nella Bibbia, “Genesi”41, 48-57, e 47, 13-25, secondo Tolstòj, “Che fare, dunque?”. Un meccanismo in effetti perfetto: Giuseppe inventa la speculazione, come far fruttare le debolezze altrui. Ammassa il grano in modo da provocare la carestia, e quando la carestia sopravviene lo vende a sovrapprezzo. C’è nel meccanismo l’accumulazione originaria, o formazione di una rendita, e la moltiplicazione del profitto partendo da questa posizione di rendita.

Donne soldato – Sono russe: debuttano con la seconda guerra mondiale, nella ex Urss. Altrove sono ausiliarie. In Inghilterra e negli Usa ausiliarie in Marina, negli Usa anche in Aviazione. Ausiliarie servirono nelle SS. Un  corpo di Ausiliarie fu creato anche da Mussolini a Salò. A Mosca invece le donne furono arruolate a tutti gli effetti, in fanteria e in aviazione.
Da mezzo secolo circa le donne sono accettate su base volontaria nelle truppe da combattimento, in molti paesi tra i quali l’Italia. In Israele sono soggette a ferma obbligatoria, di 24 mesi (la ferma è di 36 mesi per gli uomini): un terzo degli effettivi delle forze armate israeliane è composto da donne. Ma come azioni di guerra si ricordano soltanto sul fronte russo contro l’Asse.
Come militari di terra le donne russe furono molto impegnate nell’infiltrazione dietro il fronte tedesco-italiano, per azioni di sabotaggio, per il raccordo e la gestione della resistenza, e come cecchini. Alla ricerca storica, oltre che nell’apologetica, si attribuisce alle tiratrici scelte russe l’eliminazione del’equivalente di una divisione tedesca – di almeno cinquemila uomini, cioè. Molte furono carriste, al pilotaggio e alla manovra dei carri armati, leggeri e pesanti. In aviazione furono paracadutiste e pilota. Di molte parà russe prigioniere si racconta nei ricordi dei lager. Era appassionata paracadutista – civile – Valentina Tereškova, la russa che nel 1963 sarà la cosmonauta comandante del Vostok 6, la navicella con la quale navigò nello spazio per tre giorni, compiendo 48 orbite.
Le donne soldato russe pilotavano anche aerei da caccia e bombardieri pesanti, ma soprattutto aerei leggeri, lo Yak-1, e leggerissimi, il biplano Po-2, di legno. Con lo Yak-1, che i manuali dicono “rudimentale, costruito con materiali scadenti, con assemblaggi inaccurati”, combatterono come i migliori caccia. Lidya Litviak è celebrata come una pilota di Yak-1 che riuscì a vincere undici duelli con i caccia tedeschi, prima di finirne vittima nell’agosto 1943. Marina Raskova è celebrata come pioniera dell’aviazione, quella che convinse Stalin ad aprire l’arma alle donne pilota. Il suo squadrone, “Streghe della Notte”, volava sui Po-2, aerei di legno, da addestramento. Erano lenti, ma Raskova se ne fece un vantaggio in combattimento: la caccia nemica aveva difficoltà a inquadrarli, se non a rischio di scendere sotto la velocità di stallo. Fu possibile impiegare i Po-2 solo in azioni di disturbo, perché avevano un armamento limitato. Ma in queste azioni le Streghe della Notte si distinsero in più di un’occasione: agivano a ridosso delle prime linee, di notte, con più di una missione a notte, con diverse tattiche poi da manuale per sfuggire all’illuminazione e alla contraerea. Raskova morì in un incidente, ma molte donne pilota finirono impegnate quasi giornalmente. Tamara Kostantinova, pilota di bombardieri tattici IL-2, non accettava i turni di riposo, dicendo che doveva “combattere per due”, anche per il marito, pilota, abbattuto. Marija Dolina, pilota del bombardiere pesante Petlyakov Pe-2, fu insignita alla fine della guerra del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica.
Un precedente alla mobilitazione femminile c’era stato in Russia nel giugno 1917, quando furono creati dei “Battaglioni femminili della morte”, unità combattenti, per contribuire ad arginare l’avanzata delle truppe austro-tedesche. Furono create in due mesi una quindicina di unità, di consistenza varia, di battaglione, con 1.000-1.500 effettive, o di distaccamento specializzato (trasmissioni, genio, etc.), tutte su base volontaria. Che si disciolsero presto, con l’arrivo di Lenin alla stazione Finlandia e il colpo di Stato bolscevico.

Matrimonio – Pericle aveva sposato una parente. Da cui aveva avuto due figli. Quindi il matrimonio aveva funzionato. Poi il matrimonio divenne insopportabile a entrambi, racconta Plutarco nella “Vita di Pericle”. E lui, col consenso di lei, le trovò un altro marito, “prima di mettersi con Aspasia” – una mezza cortigiana , “che Pericle amò in modo prodigioso”.

Nazismo – Agamben nel compiaciuto, bellissimo, “Autoritratto nello studio” ha solo parole di nostalgia per Heidegger. Per i seminari che il filosofo teneva in teneva in Provenza su iniziativa di René Char, a cui il giovanissimo Agamben ebbe il privilegio di partecipare. Quindi parliamo di 1966, 1968, 1969, non di epoche remote. Ricordi tutti incantati, di persone, momenti, paesaggi. Solo bellezza. Armonia.  Magie. Che le foto seppia ricreano: gli amici e i devoti, giovani e meno giovani, che affettuosi circondano il filosofo guru in cattedra e nelle passeggiate, al caffè del paese, in piazza alla pétanque. E le cartoline divertite del Maestro. Nessun accenno, nessuna riserva, nemmeno a posteriori, benché il ricordo si celebri dopo i “Quaderni neri”. E la questione si ripropone – come già per gli anni dell’occupazione a Parigi: se il nazismo avesse vinto la guerra.

Papa Francesco – “Credo che i più approdino alla Chiesa usando mezzi che questa non ammette, altrimenti che bisogno avrebbero di farlo”, scrive Flannery O’Connor, la narratrice cattolica americana a una nuova conoscenza, “A.”, che è sulla strada della conversione e con la quale intratterrà una corrispondenza fittissima. “Il che, peraltro”, aggiunge, “vale anche da una prospettiva interna alla Chiesa, impostata com’è in funzione del peccatore”. La “linea” del papa gesuita è in questa lettera del 1955 o 1956. O’Connor era conscia che la cosa avviene non senza problemi: “Questo crea non pochi malintesi fra i bacchettoni”. La scrittrice non dà peso ai “malintesi”. Il papa argentino nemmeno, che però ne è visibilmente sopraffatto: come un mulo imbizzarrito recalcitra davanti al’ostacolo invece di superarlo. La sindrome del maestro di scuola, buono e cattivo, ma sprovveduto davanti all’ostacolo.

Piazza. Le piazze sono create nel ’400 per ragioni militari e di polizia, contro il tessuto urbano chiuso del Medio Evo. Poi diventano il luogo e il simbolo di una società conviviale.

Roma – Era “romana” la Wehrmacht di Hitler?Lo fa sostenere a un “allievo ufficiale” di “solida cultura classica”, mentre attende l’ordine di attacco alla Polonia nel settembre 1939, l’italianista, e oppositore tacito di Hitler, Alexander Lernet-Holenia in “Marte in Ariete”, 51: “In fondo, tutto quanto, dalle aquile alle fibbie delle cinture, è come all’epoca dei Romani. E seppure esistono alcune differenze…, l’essenziale, cioè lo stile,  è proprio lo stesso. L’intera organizzazione di questa struttura bellica ha un unico riscontro nella storia – la struttura bellica romana”.

astolfo@antiit.eu

Contro l’economia politica

La ricetta contro la povertà, ché di questo si tratta, è quella che oggi si propone per gli immigrati: “Ce li spartiamo: ecco, anche se non sono ricco, io ne prendo due in casa mia; qualcuno ne prendo io, qualcuno ne prendi tu, poi li portiamo a lavorare con noi così imparano un mestiere, dopodiché ci beviamo assieme una tazza di tè e loro ascoltano quello che abbiamo da insegnargli”. La propone a Tolstòj, all’avvio nei primi anni 1880 dell’esperienza riformistica e salvatrice, Vasilij K. Sjutaev, il suo mentore spirituale, contadino analfabeta. Molta buona volontà, molta filantropia anche da parte di Tostòj, che a differenza di Sjutaev è ricco, di terre e di diritti d’autore, e che altro?
Ma inizia con Tolstoj pure l’anticapitalismo viscerale, contro il denaro merce del demonio, che arriverà fino a Pound, una forma di stravaganza, al confine con la follia: “Qualunque impiego del denaro è una cambiale sulla povera gente”. È il meccanismo, argomenta il conte, inventato da Giuseppe nella Bibbia  – che avrà avuto dei precedenti, ma non li sappiamo: la speculazione sulla disgrazia (carestia). L’accumualzione originaria sulla carestia, e la moltiplicazione del profitto partendo da questa posizione di rendita.
Il “Che fare, dunque?” non è quello di Lenin, naturalmente, e nemmeno quello di Černyševskij, contro lo zar Alessandro II. È quello del Battista, il Precursore, e poi di Cristo, e prima di loro di Budda, Isaia, Lao Tse, Socrate. È un’analisi della povertà: come si costituisce nella prima parte, come andrebbe affrontata nella seconda. È il testo seminale della “conversione” di Tolstòj, del Tolstòj riformatore sociale e religioso. Lo scrittore, passando dalla campagna in città, ai cinquant’anni buoni, nel 1881, è sconvolto dalla “miseria urbana”. L’aveva vista in gioventù a Londra, quando viaggiava per acculturarsi, ma l’aveva rimossa. Una serie di tentativi per arginarla, finiti poi miseramente in un libro, questo, seguono: Tolstòj è determinato nella strada che intraprende, ma confuso, a dire poco, e irritabile, irascibile: è abituato, scrittore di romanzi, a vedere le cose con chiarezza.
La prima parte è la storia di un progetto caritatevole che sradica la miseria a Mosca, una volta per tutte, finanziato dai ricchi liberalmente, redatto in occasione del censimento cittadino del 1882, esposto nei salotti, sul giornale “Izvestia”, e in consiglio municipale. La miseria va rilevata col censimento. Tolstòj stesso se ne occupa in un quartiere povero. Dove il progetto evapora, di fronte ai casi della vita. Tolstòj si convince che la miseria è spirituale. Riprenderà il suo progetto in campagna, nel suo habitat abituale. Ma più sotto forma di analisi.
Un racconto di cose viste nella prima parte. Come quando, ricorda, a Parigi assistette alla decapitazione di un condannato a morte, episodio indelebile benché più volte narrato. Inurbandosi in tarda età, ricco e famoso, soprattutto grazie a “Guerra e pace” e “Anna Karenina”, Tolstòj è colpito dall’enorme numero di barboni che affollano le strade, e si raccolgono poi ai dormitori e le mense. E dai casi umani nei quali s’imbatte, che racconta. Una novità, ancora oggi, è che la convivenza era comune a Mosca già all’epoca: Tolstoj trova fino a “una quarantina di persone” in un appartamento  - e non è quello che lo scandalizza.
Uno studio assortito dell’elemosina e dei fattori di produzione, ben esposto, elabora nella seconda parte a tre anni dall’infebbramento moscovita. Tolstòj ha raggiunto quella che ritiene una certezza, dalle conseguenze radicali. Il problema è duplice, argomenta: è l’urbanizzazine che crea i rifiuti umani, è lo Stato che impone e perpetua la miseria. Approda cioè alla vecchia sostanziale riserva liberale: contro l’idolatria verso l’ “essere immaginario” che “per le scienze politiche è lo Stato” - la vecchia riserva anarchico-reazionaria: il liberalismo conseguente è l’anarchismo, ma allora su posizioni individualistiche, regressive, gli Stati sono mafie, etc. E contro lo Stato per “i suoi tre principali procedimenti di violenza”: la leva militare, e le imposte, fondiarie e sul reddito (dirette e indirette), necessarie per sostenerla. L’anarchismo è anche pacifista.
È un testo importante, per la lettura storica sempre astoricizzata, fuori dal contigente, vista nelle costanti. Come in sezione, da ingegnere o architetto. O da specialista dall’occhio clinico. Si dirà di Tolstòj che nella sua terza vita indulse al profetismo, ma non in questo “Che fare?”. In una mezza pagina sradica senza respiro tutto il consenso “occidentale”, contemporaneo, cristiano – uno squarcio su cui si può non concordare, ma non una “sezione” infondata della storia:
“Tutte le sottigliezze teologiche tese a dimostrare che la Chiesa è l’unica autentica erede di Cristo e, in quanto tale, la sola ad avere pieno e sconfinato potere non solo sulle anime, ma anche sui corpi delle persone, si prefiggono  proprio questo fine, comune anche alle scienze giuridiche – il diritto statale, penale, civile e internazionale – e alla maggior parte delle teorie filosofiche, soprattutto quella hegeliana, che ha così a lungo dominato con il suo principio dela razionalità dell’esistente e dello Stato quale forma necessaria della realizzazione della persona.
“La filosofia positivista di Comte e la dottrina che ne deriva, secondo la quale l’umanità è un’unità organica; la teoria di Darwin sulla lotta per la sopravvivenza e la conseguente differenza tra le razze umane; l’antropologia, la biologia e la sociologia tanto amate al giorno d’oggi, hanno quest’unico obiettivo, e sono scienze così benvolute perché giustificano il sottrarsi di alcuni individui alla necessità del lavoro fisico e il loro sfruttamento dell’opera altrui”.
I partiti politici, la stessa scuola sono discriminatori. Tutto confuisce “in un  unico mostruoso raggiro: un humbug, come dicono gli inglesi”. Senza differenze, senza mai novità: “Oggi occorre riferirsi al principio della nazionalità o a quello dello sviluppo organico, occorre ingraziarsi la nuova élite di scienziati e artisti, così come nel Medioevo bisognava ingraziarsi i religiosi, o alla fine del secolo scorso i filosofi (ne sono un esempio Federico e Caterina)” – Federico II di Prussia e la zarina Caterina di Russia.
Un’analisi di maniera, secondo i canoni dell’indignazione, ma appuntita. Partendo dall’economia politica, la “scienza al rovescio”: “Fine della scienza dovrebbe essere indagare la connessione tra i fenomeni e la causa comune di tutta una serie di essi. L’economia politica fa invece esattamente il contrario: nasconde la relazione esistente tra i fenomeni e il loro significato ed evita di fornire le risposte alle domande più semplici ed essenziali”: il diritto di proprietà?  il denaro? le politiche fiscali e monetarie? le politiche economiche.? Contro le teorie: contro Hegel, contro Malthus, contro Comte e Spencer, contro Smith e Ricardo non nominati, contro la Chiesa, contro la teoria della divisione del lavoro – singolare l’assenza dal dibattito allora, anni 1880-1890, di Marx, in qualsiasi forma.
La parte più interessante è quella finale e personale, molto tolstojana, della scoperta del lavoro manuale, fattuale, realizzativo, accanto a quello intellettuale, della lettura, lo studio, lo scambio. Che determina “la qualità, quindi l’utilità e l’allegria, della scrittura”. Il disegno sociale invece non esce dallo sdegno, dalla filantropia. L’attualizzazione è meramente di facciata, un omaggio a Tolstòj, il libro è vecchio. Ma forse anche l’attualità è vecchia: queste centinaia di migliaia di africani che si amassano sulle coste mediterraneee, pronti a morire a mare alla prima onda d’urto, per finire se tutto va bene sui marciapiedi europei a raccattare elemosine, sanno molto della “schiavitù” e del “disordine spirituale” che un’errata concezione della ricchezza genera e il conte s’industriava a debellare.
Lev Nikolaevič Tolstoj, Che fare?, Fazi, pp. 245 € 20

domenica 23 aprile 2017

Trasloco forzoso di Torino a Milano

Mito è piuttosto Tomi: è Torino che scivola verso Milano, è Milano che spinge e scippa – niente è passato da Milano a Torino, se non capitali infetti. Milano scippa Torino di tutto ciò che è utile e rende. I libri, la fiera dei libri è l’ultimo di una serie. L’Olivetti, il capolavoro dell’informatica pioniera. La Snia Viscosa, il capolavoro di Gualino. La Fiat, a cui a cui Milano ha imposto il salasso quasi quarantennale della Rcs, l’editrice del “Corriere della sera”, per, in cambio, portare il gruppo automobilistico al fallimento – Marchionne l’ha preso in extremis. La banca San Paolo. La Einaudi. La Sip-Stet, anch’essa praticamente portata al fallimento, col nome di Telecom, come da dimostrazione di Grillo – quella che lo ha lanciato nella politica. Milano, cioè i soldi: la Borsa, le banche.
I casi citati sono i più cospicui e recenti. Ma lo scippo riguarda praticamente tutto quello che Torino ha inventato – e Torino ha “inventato” quasi tutto dell’Italia contemporanea, dal cinema alla fotonica.
Milano vuole tutto anche a costo di rimetterci, è città cannibale. “Tempo di libri” è stata meta e palco di politicanti per un selfie, facile prevedere che non durerà. Perché la città è anche volubile, si stanca presto – frou-frou la diceva Camilla Cederna.

Tornano i dossier

C’è un capitano dei Carabinieri stazionato a Roma dietro l’inchiesta napoletana sulla Consip, anticipata via via a “Il Fatto Quotidiano”. Il capitano che si rifiuta ora di collaborare con i giudici romani sulla stessa inchiesta.
Analogamente, nell’inchiesta napoletana finora più famosa, c’era un tenente colonnello dei Carabinieri di stanza a Roma, al comando della Legione della capitale in via in Selci, all’origine del processo e la condanna della Juventus nel 2006. Lo stesso colonnello che poi firmò l’atto d’accusa della Procura napoletana, pubblicato in volume da “l’Espresso”.
E l’ipotesi non più peregrina è che siano tornati i dossier. Come già ai tempi del terrorismo.
Il dossier è un accumulo di notizie, che si originano non su notizie di reato o su querela di parte, a iniziativa della magistratura, come la legge prevede, ma di inquirenti autonomi, più o meno ufficiali, cioè in divisa, che poi si cercano una Procura o un Procuratore della Repubblica disposto a farli propri. Sono i dossier, e non le inchieste giudiziarie come comunemente si crede, all’origine dei processi  mediatici: è più facile per i compilatori trovare un cronista compiacente che un giudice.
Ai tempi del terrorismo la pratica fu sistematica, e va inquadrata nella “strategia del terrore” o degli “opposti estremismi”. Oggi la pratica sarebbe individuale, per la carriera, ma anch’essa riprovevole.
Ai tempi del terrorismo, quando il terrorismo stentava a prendere piede dopo piazza Fontana, venne diffusa la psicosi del golpe. Con dossier appositamente manipolati, che settimanalmente venivano forniti, a settimane alterne, a “l’Espresso” e a “Panorama”. Nel 1975 la campagna s’intensificò. L’ingegner Francia vuole avvelenare l’acqua. Delle Chiaie rapire ventitré notabili. Il principe nero Borghese prendere Roma coi forestali di Gualdo Tadino – un secondo tentativo. Gheddafi bombardare gli aeroporti. La massoneria rapire il presidente Saragat. Un golpe preparavano i militari. Un altro i capi della Resistenza Sogno e Pacciardi. E un Fumagalli Carlo, eponimo lombardo. Carlo Cassola invece organizzava un gruppo anticomplotto – lui, essendo pacifista, complottava contro le Forze Armate. I golpe contati tra gennaio e Pasqua erano venti o ventuno. Candelotti di dinamite si scoprivano in tempo in posti impervi delle ferrovie, in galleria, sotto i ponti, altri deflagravano talvolta senza vittime. Il Principe Nero, Borghese, è personaggio di Conan Doyle – era venuto utile in Libia, nelle trame contro Gheddafi,  prima che in Italia. I reduci del Principe si erano persi per strada: il commando che doveva rapire il capo della polizia Vicari aveva  prima sbagliato numero civico, poi era rimasto bloccato in ascensore tutta la notte, avendolo sovraccaricato.
Ma non si può ridere del complotto: i bolscevichi presero il Palazzo di Inverno entrando alla spicciolata da una porta secondaria rimasta aperta.

Perché dobbiamo avere paura dei Carabinieri

Festa di Pasquetta frustrata a piazza Santa Maria in Trastevere a Roma. Una macchina dei Carabinieri in perlustrazione accosta una giovane giocoliera coi cerchi, l’unica animazione della piazza, che bambini e famiglie si godono. Cioè la ferma. Implicandola in una lunghissima concitata contestazione. Al termine della quale, chissà, l’avranno “tradotta”, o l’avranno multata, o l’avranno solo costretta ad andarsene.
Nella stessa piazza nella quale per Pasquetta si è stati importunati a ogni passo da un fitto schieramento rom, di quelli insistenti, che ti tirano per il braccio. E alle vie d’accesso e uscita della stessa piazza dai giovani africani che da qualche anno presidiano compatti ogni passaggio obbligato, l’uscita dal bar, la banca, l’edicola, il teatro, il mercato, l’angolo di strada.
A Genova un ragazzo è multato dai Carabinieri di diecimila euro, con iscrizione al casellario giudiziale, per avere orinato su un cumulo di immondizie, in un vicolo chiuso, la notte alle tre, tornando a casa dalla discoteca. Mentre si può liberamente circolare per i marciapiedi sulle cacche dei cani, queste non sono proibite.
E indimenticata riemerge la discesa ferragostana della guardia di Finanza, armatissima, sul bagno d mare affollato di famiglie, qui narrata qualche anno fa:

“I militi arrivano sgommando su due macchine, al comando di un tenente. Tre guardie in divisa si appostano col mitra puntato ai tre posti strategici, lato strada e alle due ali del bagno, il tenente, anche lui in divisa, entra nel bagno, chiede a voce alta e severa del titolare, non mette mano alla pistola ma ce la tiene sopra. Il bagno è un bagno di mare. È il 14 agosto e il bagno è quindi pieno. Sono le tredici, e i bagnanti quindi affollano l’edificio: la terrazza, il bar, la tavola calda. Sono famiglie calabresi, quindi piene di bambini. Compresi l’ufficiale dei CC che regge la locale tenenza, e la sua consorte, che dirige il locale commissariato di Ps, che passano il Ferragosto in spiaggia con i figli”. Poi non succede nulla: nessuna contestazione è mossa, “il bagno resta aperto, e dopo una mezz’ora la Guardia di finanza se ne va. Non sgommando”.

La filosofia è femmina

Una serie di notizie puntute, dove si parla di chi e come. Rapida. Le donne filosofe censite Ménage divide per dieci scuole, platonica, pitagorica, stoica, eccetera, più una di battitrici libere. Alcune figure sono anche, seppure in breve, raccontate. Aspasia, la “ragione” di Pericle, cortigiana e maestra di cortigiane. Giulia Domna, la siriana che si fa sposare dal figliastro Caracalla, il quale ha appena ucciso il di lei figlio – o il figlio è Caracalla? Ipazia - c’è più qui su Ipazia in sette pagine che nele monografie romanzate che ne hanno marcato il revival, col film di Alejandro Amenábar. Cerellia, la musa forse amante di Cicerone, che aveva a Roma una delle più grandi biblioteche private. Ipparchia: “una vera cinica”, che “non veva nessuna vergogna, e poteva farlo col marito in pubblico”. Temisto, corrispondente e forse madre di Epicuro. Le pitagoriche Teano e Timiscia.
Le pitagoriche Ménage fa la categoria più numerosa. Sull’autorità di Giamblico, che ne enumera quindici. Ma lui ne conosce altre, da altre fonti, una trentina in tutto. Un fatto straodinario, esordisce Ménage nel capitolo apposito, che ha riservato per ultimo: “Quando si sa che la maggior parte delle donne sono chiacchierone e incapaci di conservare un segreto, si può trovare strano che ci siano tante donne pitagoriche, dato che i pitagorici dovevano conservare il silenzio per cinque anni, ed erano depositari di segreti che gli era proibito rivelare”. La risposta non ce l’ha, ma arguisce che “gli uomini davano volentieri figlie e mogli da istruire” alle scuole pitagoriche…
Un libro volentieri dimenticato, specie con l’ondata femminista, che pure ne avrebbe dovuto fare tesoro. Perché rappresenta un dato di fatto, che non collima col rivendicazionismo, alla cui base c’è il vittimismo. Dedicato a madame d’Acier, Anne Tanneguy-Lefebvre, traduttrice dal greco, dell’“Iliade” e dell’“Odissea” in particolare, e col marito André delle “Vite” di Plutarco, il best-seller dell’epoca, il secondo Seicento. Il repertorio è del 1690. Al tempo di Ménage i filosofi di Parigi avevano eletto a protettore una santa, Caterina d’Alessandria. E del resto, dice Ménage, “Ateneo rileva che la maggior parte delle cortigiane greche si applicavano allo sudio delle lettere e delle matematiche”.
E dunque una storia delle donne filosofe non ha ragione di farsi, è nei fatti: la filosofia è donna. Gilles Ménage ha voluto dettagliarla a uso salottiero, potendo spendere una conocenza minuta di ogni sorta di fonte disponibile, greca e latina (il suo repertorio è dell’antichità) - ma anche moderna, fino a Christine de Pisan e alla sua “Città delle donne”, e al repertorio dei santi di Baronio.
Un’opera compilativa, ma di enorme erudizione.. Ménage è storico e grammatico. “Fondatore” (ideatore) dei salotti di conversazione, conversazione intelletuale, del mercoledì, detti Mercuriali. Precettore tra gli altri di Madame de Sévigné e di Madame de Lafayette, dunque padre putativo del romanzo contemporaneo, via “La principessa di Clèves”.
Gilles Ménage, Storia delle donne filosofe, Ombre Corte, pp. 103 € 9