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venerdì 29 giugno 2018

Il furto della politica

Nardella e Rossi, sindaco e governatore di Firenze, organizzano mercoledì una manifestazione contro il razzismo, cioè contro Salvini. E presidiano personalmente la piazza, soli ma non importa: la “notizia” corre sui media, e questo conta.
Poi, la stessa notte, i furti in casa non si fermano. Con scasso, con gli inquilini dentro, con violenza, un paio a opera di rom. E la coincidenza non può passare sotto silenzio – “scuote la città”, dicono le cronache. .
Con la ovvia conclusione di una delle vittime: “Il razzismo non c’entra nulla, è la legalità che manca, e il diritto di sentirsi sicuri a casa propria”. Ovvia, ma non per il sindaco e il governatore, impegnati come sono al rinnovamento del Pd, candidati al suo governo.
Ora, non è che Firenze faccia eccezione e il Pd sia immune ai furti in casa, L’altro mese toccò a Romano Prodi, che sconsolato disse: “Ci hanno preso la nostra vita. Ci hanno portato via tutti  i ricordi, di mia moglie e miei”. E da allora non parla.
Ma che c’entra questo con la politica?

La ragione di esistere

Il nipote testagrossa diventa un cimelio per lo zio frenologo sfrenato – siamo al giro del secolo, tra Otto e Novecento, anche l’India ha la febbre della scienza, da Esposizione Universale. Il ragazzo sempliciotto poi diventerà un guru, che percorre con la sua comunità paesi e mondi, fino al Sahara.
Non un racconto picaresco, come la geografia lascia intendere. Una sorta di “Mille e una notte”, attornoal giovane Alu, un nome che significa  “testa a spunzoni”, invidua il personaggio, ma è anche evocativo. Con infinite voci, scene e immagini di personaggi, in un correlato solo apparentemente dispersivo. Quale sembra essere la cifra di una narrativa “indiana”, o almeno di quella nota, da Rushdie a A. Roy.
Il cerchio è della sragione. La frenologia con lo scientismo, e la semplificazione - il clima Excelsior evidentemente è stato anche indiano, nel Raj cone a Parigi e Londra. E l’equivoca religione delle sette d’autore. Un’avventura multiltitudinale, di popoli e paesi diversi. Alla fine senza senso e senza scopo: del reale la cui unica ragione èdi esistere – tra questa scienza e questa religione….
Amytav Ghosh, Il cerchio della ragione, Einaudi pp. 498 € 12

giovedì 28 giugno 2018

Appalti, fisco, abusi (124)

“Bamboo e ortica, l’abito è più verde”. Etro si diverte, ma ci prende per scemi? Troppo spesso la campagna verde sa di presa in giro, dal parco verticale, con gli alberi su per i piani, ai rivestimenti erbacei in plastica. Molti i falsi nel business verde.Questa una prima lista.
L’incredibile serie di involucri alimentari in plastica imposta da Bruxelles  Col tocco finale della busta biodegradabile per la spesa, da pagare a parte. Per smaltire le riserve di borsoni in plastica – totalmente inadatti a fare la spesa, arrivando a contenere dieci e più kg., non trasportabili a mano. 
La commistione di materiali diversi negli imballaggi, plastica-carta-scontrino fiscale, che rendono impossibile il riciclaggio e zavorrano l’indifferenziata..
Gli insetticidi anti-zanzara che dichiaratamente sterminano le rondini, i rondoni, i balestrucci, le cince, le capinere, le api e le farfalle – e gli uomini no?
I fitosanitari che sono insetticidi. 
Il vino migliorato con i solfiti.
Tre stazioni di servizio di primario marchio che nel  raggio di 50 m. espongono questi tre prezzi nella stesa mattinata della benzina verde: 1,62, 1,79, 1,92. I margini sono tali che si può “pazziare”.
Il diesel che va fuori legge, dopo quaranta anni di utilizzo verde privilegiato, in quanto il filtro antiparticolato, contro le polveri sottili, è insufficiente – è sempre stato insufficiente.
Ma il diesel ultima generazione inquina meno, polveri inclusi, dell’ibrido elettrico. Che invece si protegge con finanziamenti pubblici e si vuole imporre.
L’elettrico inquina di più a prescindere dallo smaltimento delle batterie, mezza tonnellata per ogni veicolo, rifiuto altamente tossico. 
Si impone l’auto elettrica perché le case tedesche ci puntano. Perché la Cina andrà a elettrico e il mercato grande dell'auto è la Cina.  Che non si pone problemi di inquinamento, malgrado faccia finta di avere firmato gli impegni di Parigi: ha il quasi monopolio della produzione - inquinante - di batterie, e si propone per il big business del trattamento delle batterie esauste - le batterie durano sette-otto anni.
Il biocarburante nel gasolio: il 15 per cento di biocarburante obbligatorio nel diesel  causa una sovrapproduzione di elementi incombusti. Che si disperdono nel motore e nell’aria.
La benzina senza piombo riduce gli ottani e sovrapproduce residui e resine.
Con e senza piombo, le benzine hanno la stessa percentuale di aromatici. Che non sono tossici, ma non raccomandabili.
Invece del piombo o del benzene, la benzina verde contiene come additivo antidetonante, per aumentare il numero di ottani, l’MTBE, Metil-t-butil-etere. Che è meno velenoso nell’atmosfera, ma è solubile in acqua, a differenza degli altri additivi, e inquina le falde acquifere.
L’olio per motori verde contiene lo zinco ditiofosfato (ZDTP). Che non ha controindicazioni, ma se casualmente in contatto con l’MTBE diventa un gas nervino.
Molte le situazioni di privilegio camuffate da ecologia.
Capalbio, isola verde in Maremma, è cinquanta km. di inquinamento. Per la differenza di emissioni di CO2, anidride carbonica, tra una macchina che deve cambiare marcia ogni pochi metri sull’Aurelia per i limiti variabili di velocità e una che farebbe lo stesso percorso in sesta in autostrada.
Senza contare gli incidenti, anche mortali. Questo per favorire una comunità che vive in una campagna brulla, senza un albero all’orizzonte, che evidentemente non pianta, e passa i quattro mesi estivi al fresco dell’aria condizionata: Ambiente?
La favola della raccolta diversificata della spazzatura, un modo come un altro per i Comuni di finanziarsi, Senza effetto sull’ambiente, se non il riciclo della carta e, in parte, della plastica.
Si pagava una volta per la raccolta del ferro, pagava chi lo raccoglieva, ora si paga chi lo raccoglie
Lo stesso per l’erba: si facevano ricchi appalti negli aerodromi, e nei parchi comunali, per lo sfalcio dell’erba. Un uso ora sostituito dai mangimi. Che si potrebbe sostituire, con grandi vantaggi, utilizzando lo sfalcio come biomasse. Ma le biomasse non possono partire: sarebbe comodo ricavare energia dal trattamento dei rifiuti decomponibili, ma non si può – nessuno vuole l’impianto.
Peggio per il compostaggio, riutilizzo dei decomponibili  alla portata d tutti, che tanto aiuterebbe i condomini a tenere in ordine gli spazi verdi condominiali, oltre che a risparmiare, ma non si può.
Si paga peraltro cara la raccolta differenziata, nel presupposto che il riciclo riduca l’indifferenziata e l’inquinamento. Una beffa doppia.
Il diesel auto va in pensione perché inquinante dopo decenni di sconto fiscale, pagato cioè dai contribuenti, in quanto meno inquinante.
Lo stesso, a costi abnormi, avviene per gli “oneri di sistema”, che sono la metà della bolletta elettrica. Ognuno sovvenziona, pagando il kWh il doppio, le fonti di energia cosiddette non inquinanti: fotovoltaico, eolico, biomasse, di cui non si sa il contributo reale all’approvvigionamento, e comunque per qualche verso esse stesse inquinanti. Dei pannelli solari non si è ancora individuato uno smaltimento non inquinante, a fine ciclo. Dell’eolico è a tutti nol’inquinamento sonoro e paesaggistico. Le fonti alternative sono allo stato solo una rendita gigantesca, pagata dai contribuenti, per produttori, dall’Enel in giù, sull’onda dell’autonomia energetica e non dell’ecologia. Per affrancarsi cioè dagli idrocarburi, che sono di importazione. Che però non affrancano, e non potrebbero. 

Se il capitalismo distrugge ricchezza

Impresa necessaria, ma non ci vorrebbe un altro Marx? La deriva della globalizzazione, verso l’incertezza, e qjuindi la speculazione, che è sfruttamento, oggi come oggi è inarrestabile. Il tonfo del 2007 non è servito a niente, il mondo più di prima naviga al traino dell’affarismo.
La globalizzazione è stata ed è un’altra scoperta dell’America. Tre o quattro miliardi di persone, tra le potenze asiatiche e i bric, sono entrate nella rete dell’affluenza, se non del benessere. Con una moltiplicazione senza precedent della ricchezza. Con acquisizioni enormi anche nel campo dei diritti civili e politici. Ma presto il disegno è stato piegato da forze non tanto occulte del capitale, e tuttora vi soggiace. All’insegna della speculazione – cioè dello sfruttamento: di Borsa, fiscale, sui prezzi (deflazione), sulle retribuzioni, sul reddito. Una distruzione, anche, della ricchezza. Con perdite civili e politiche.
Crouch, politologo di professione, è stato vent’anni fa analista benemerito di quella che ha chiamato la “postdemocrazia”: la deriva delle democrazie, sotto la facciata e i rituali, verso oligarchie di fatto. Ma quell’analisi sembra avere dimenticato, e ora l’esito traspone a causa. Il capitalismo dobbiamo salvare, dice, dalla xenofobia, il nazionalismo, il protezionismo, che racchiude nell’indistinto populismo. No, questa è la reazione all’oligarchia degli interessi. E, paradossalmente, gli appelli come il suo fanno gli interessi che vorremmo o dovremmo contrastare.
Il riformismo dev’essere molto raffinato per non servire gli interessi dominanti. Crouch propone una emendazione attraverso una dimensione sempre più sovranazionale della politica e delle istituzioni. Discorsi già noti, dai tempi di Obama, e sono quelli che hanno portato la globalizzazione nell’impasse.
Bisogna leggere l’attualtà fuori dagli schemi, per quanto bene intenzionati. È il “mercato”, il lato nero del capitale, l’affarismo, che ci butta sulle palle i Trump. Sdegnarsene non basta, non è riformismo: è servire gli interessi dominanti, al meglio perdere tempo e forze.
Colin Crouch, Salviamo il capitalismo da se stesso, Il Mulino, pp. 109 € 12
      


mercoledì 27 giugno 2018

Problemi di base migratori - 427

spock


Contro la Turchia niente sanzioni, anzi benedizioni?

I migranti è meglio dividerseli o respingerli?

Salomonicamente?

Ci sono differenza fra i 200 di Lifeline e i 1.360 di Acquarius?

Di colore, di sesso, di età?

E perché il guapo Sanchez, che si prese tutta “Acquarius”, non ne vuole più nemmeno uno?

Nemmeno la provvida Merkel?

Basta il bel gesto, una volta tanto?

Perché l’Europa gioca coi poveri?

L’Europa è più furba o più squallida?

Ma siamo in Europa o nel Congo?

spock@antiit.eu

Il Pd è restato rosso

Questo sito argomentava lunedì che il Pd è ormai un partito d’opinione. Ma l’opposto si può argomentare, con dati numerici: il Pd ha raccolto i voti che il Pci raccoglieva. 
Nelle città da tempo “rosse” che hanno cambiato maggioranza, Imola, Terni, Siena, Pisa, in parte anche Massa, il Pd ha avuto numericamente il voto dell’ex Pci. Questo voto c’è stato. È mancato il voto ed Dc nel compromesso – quello “renziano”. E il voto d’opinione.
Resta certo da accertare perché l’opinione vada all’astensione o al voto avverso, stante la quasi unanimità pro Pd dei maggiori organi d’informazione. In questo senso si può argomentare di un Pd d’opinione, ma di false opinioni. Sull’immigrazione come sul commercio, interno e internazionale, e sul lavoro produttivo. Siamo tutti accoglienti, globali e produttivi, ma poi ci sono situazioni contingenti e reali. Si fa migliore accoglienza con meno immigrati. Il liberismo può essere buono, ma due milioni di famiglie povere,  su venti, sono troppe.  Nella impossibilita di crearne di nuove. Etc. 

Jefferson studia la concorrenza al riso italiano

Un viaggiatore eccentrico. Un Americano di grande cultura, ambasciatore degli Stati Uniti alla corte francese, ma unicamente interessato all’agricoltura, ai vini in Francia, al riso e al latte (formaggio parmigiano) in Italia. In Italia è a Torino, Pavia, Milano, Genova, ovunque con credenziali per le famiglie notevoli, da cui è trattato con larghezza, ma non ne parla.
Meglio l’introduzione ampia di Marco Sioli, l’americanista della Statale. Sul viaggio e sulla straordinaria personalità di Jefferson, il, vero punto d’interesse della lettura. Anche se le sue note di viaggio restano probabilmente significative per lo storico dell’agricoltura.
Jefferson parlava l’italiano. “Il Provenzale assomiglia più al Toscano che non al Francese”, scrive al segretario William Short, “ed è la mia conoscenza dell’Italiano che mi permette di capire la gente” al Sud della Francia, Linguadoca e Provenza. Ha intrapreso il viaggio dopo una passioncella per Maria Cosway, “giovane pittrice fiorentina sposata infelicemente con un miniaturista inglese”, di passaggio a Parigi, alla quale scrive. È stato invitato a Novara da Gaudenzio Clerici, “un giovane novarese che era stato ospite nella sua casa di Monticello e con il quale era in contatto epistolare”, in inglese. Aveva praticato l’italiano con Filippo Mazzei, l’illuminista toscano immigrato da Livorno nel 1773, suo vicino di possedimenti in Virginia – personaggio da lui molto stimato, al punto da proporlo ambasciatore Americano itinerante in Europa nel 1777. Ma dell’italiano sconsiglia l’apprendimento. Basta una sola lingua neolatina, scrive al nipote, e allora meglio il francese – con lo spagnolo perché  è utile sapere la storia del proprio paese (“Jefferson aveva previsto”, nota Sioli, “che gli Stati Uniti si sarebbero poco alla volta impadroniti dei possedimenti spagnoli nel Nord America”).

Soprattutto un manuale vitivinicolo: un catalogo dei vitigni, delle vigne, dei modi di di coltivazione, e di produzione dei vini, le loro qualità, i prezzi al minuto e all’ingrosso. Nonché dell’ulivo, dell’olio, dei fichi, l’aloe, il cappero, l’arancio e ogni altra coltura che incontra. Un censimento straordinario, dei luoghi e delle produzioni. Con i valori di mercato per ogni prodotto menzionato: raffronti, misurazioni, rese, quotazioni. Ma, altra peculiarità, leggibile e non arcigno. Con qualche curiosità. Nella Liguria di Ponente trova aranci a pianta ovale, di due piedi per uno, sessanta per trenta centimetri – piccoli baobab. Ancora a fine Settecento, nel Delfinato trova incuriosito che scalpellano l’anfiteatro romano per acciottolare una strada. E il parmigiano, esattamente descritto, quale è oggi, che già allora si faceva a Lodi e non a Parma, come direbbe il nome.
Per il riso stravede, la possibilità di migliorarne la coltivazione in Virginia, con il genere che non scuoce. Ne studia in dettaglio i metodi di lavorazione. Fa progetti d’interscambio Piemonte-Usa. E ne fa contrabbando – allora proibitissimo, con la morte: il futuro terzo presidente Americano commissiona il contrabbando di due sacchi fino a Genova a un passatore, altro ne nasconde nel bagaglio e fin nelle tasche del cappotto. Ma non restò ben impressionato da ciò che vide. In Piemonte come del resto nel  Sud della Francia e altrove in Europa, troppa miseria per un americano, per di più liberale: “Aveva più volte affermato che le masse europee erano due secoli indietro rispetto a quelle americane, perché soffrivano «sotto l’oppressione fisica e morale»”. Trovava “le condizioni generali dell’umanità europea estremamente  deplorevoli e, per quanto riguardava nello specifico le masse italiane, le considerava troppo superstiziose e fataliste”.
Un liberale a suo modo, prototipo del liberale Americano, tanto estremista quanto spesso  prevenuto. Schiavista, razzista, imperialista – per il bene delle terre e dei popoli. E business oriented. Fisiocratico, convinto ancora che la ricchezza fosse nelle campagne, di un utilitarismo accentuate, quale poi sarà teorizzato da Bentham. Del riso tra Torino e Milano si occupa con l’obiettivo di scalzare l’Italia quale fornitore della Francia. Anticattolico è il meno – nel quadro del resto di una irreligiosità senza eccezioni. Le cattedrali considera qui “tra i più rari esempi del cattivo uso del denaro”. Di tutti i padri dell’America il più europeo e illuminato.

Con i disegnetti di luoghi e cose con cui aveva visualizzato le note di viaggio. 
Thomas Jefferson, Viaggio nel Sud della Francia e nel Nord dell’Italia, Ibis, pp. 121, ill. € 10

martedì 26 giugno 2018

Letture - 349

letterautore


Apollo – Quello di Nietzsche è molto tedesco. È una delle due tipologie del tedesco che poi saranno delineate da Thomas Mann, nella “Montagna magica” e in “Doktor Faustus”: il ragionatore, democratico, progressista – l’altro è il tipo sulfureo (dionisiaco secondo Nietzsche), che dà libero corso alle passioni, verso un destino ineluttabilmente funesto. Di suo era l’uno e l’altro, dispensava luce (oro),  verità, poesia, e la peste. Suonava la cetra, ed era crudele, al punto che dovette lungamente espiare. Più noto era in antico come il dio delle epidemie, cattivo, malevolo.

Christina – È Annemarie Schwarzenbach nel memoir del loro viaggio verso l’India nel 1939-1941 che Elsa Maillart scrisse col titolo “La via crudele”. Christina era il nome che A.Schawarzenbach dava a Erika Mann nel suo romanzo d’esordio “Gli amici di Bernhard”.

Don Chisciotte - È l’uomo malato di libri: “A forza di dormir poco e legger molto, (gli) si prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione”.

Galileo – Era di cultura classica, e tale rimase, senza discontinuità. Diversamente da Keplero, da Copernico anche, chiusi nel loro mondo di ricercatori. O per altro verso di Bacone, il primo epistemologo o filosofo della scienza, anche lui chiuso nel suo mondo nuovo. Aperto e incline alla filosofia, alla scrittura, anche al teatro. Sapeva cioè collegare i suoi interessi specifici a quelli storici, culturali, “evoluzionistici”: nella continuità. Come i grandi letterati dell’epoca, Milton, lo stesso Shakespeare, che avevano cognizione del “dibattito” scientifico, della scienza delle cose.

Hitler - Fino ai trent’anni, e ne visse in tutto cinquantasei, non aveva deciso se fare l’artista di strada in Italia, vendendo acquerelli, o tentare la bohème a Schwabing.

Th. Mann – Se ne può fare uno satanico, agevolmente, accanto al gentiluomo storico e politico inappuntabile, scrittore metodico professionale. Egli stesso Doktor Faustus. Non il musicista sterile e ambizioso che si celebra con un patto col diavolo – tema peraltro non nuovo. Ma il mentitore a se stesso sì. “La vita del compositore tedesco Adrian Leverkuhn raccontata da un amico” si può anche dire un selfie, involontario, dietro il modello Pfitzner, il musicista di Monaco, prima grande amico di Th. Mann, poi grande nazista, proprio per essere celebrato subito. Per molti racconti, “Morte a Venezie” non solo. Per le (non) garbate prese in giro dell’ebraismo uxorio, “Sangue velsungo”, “L’Eletto”. Per i figli maggiori: quanti giovani non hanno distrutto Klaus e Erika, con la scusa di liberarli, camuffi di ogni trasgressione à la page, delle droghe come dell’incesto, viziatissimi e manipolatori cattivissimi. Una volta consacrati dall’antinazismo, anche loro, due bulldozer, altrettanto insensibili.
Come gli stesso dice nello stesso “Doktor Faustus”: “Nascondersi nell’infanzia, o nelle sue circostanze esteriori, può essere prova d’attaccamento, ma rivela tratti preoccupanti nella vita psichica d’un uomo”. Lui lo evitò sempre, ma non si nascose del tutto – non per una ragione di verità (la vanagloria dell’autore è sterminata)

Nietzsche - “Trent’anni. La vita diviene difficile. Non vedo motivo di essere lieto”. Sarà stato il pensiero più acuto di Nietzsche. L’avevano eletto filologo per aver derivato “buono” da “guerriero”, per l’assonante duonus: “Buono come uomo della disputa, della disunione (duo), come guerriero: si vede che nell’antica Roma costituiva la «bontà»”. Fu invece in disputa con Brandes, il suo scopritore, sull’origine divina dei goti: “Il tedesco «gut» non doveva significare «divino», l’uomo «di stirpe divina»? E identificarsi col nome del popolo, in origine dell’aristocrazia, dei goti?” Georg Brandes, che prima si chiamava Cohen, dissentì: “Götisch non ha nulla a che vedere con gut e Gott. È connesso con giessen, colui che emette il seme”..
Per questo apporto unico alla scienza fu professore a Basilea a ventiquattro anni, senza laurea, pensionato a trentasei in Riviera, l’estate a St.Moritz, Sils Maria e Marienbad, i prezzi delle patate comparando, senza vedere nulla. Approssimato e definitivo in tutto. Con gli erronei concetti di “apollineo” e “dionisiaco”. Che ancora fanno danni, per la potenza del germanesimo. Wilamowitz-Moellendorf, filologo vero, non esitò a demolirne le sciocchezze, ma il nome fa aggio.

Occidente – I racconti fondatori dell’Occidente sono uno di guerra e uno di viaggio – dell’assenza e della scoperta più che della famiglia o stanzialità, della patria, la casa, i figli – a loro volta destinati all’erranza.

Odissea – È una tessitura. Tutto il poema, non solo il lavoro di Penelope. Invisibile inesorabile intreccio. È la lettura di Citatio, “La mente colorata”,: “Un intreccio, jun ordito,  una trama, un tessuto, n tappeto di migliaia di filik”. L personaggio di Penelope si limita a “dire” quello che è inteso.  Anche a costo della inverosimiglianza del racconto – “i grandi narratori amano sempre l’inverosimiglianza”. Il personaggio Penelope si limita a “dire” quello che è inteso.
E per questo una “struttura sinfonica” – ancora Citati: un intreccio di temi, con variazioni, rifrese, estenuazioni, accelerazioni. “Il primo libro occidentale, dove due o tre grandi temi – Telemaco, Ulisse e i Proci –hanno per qualche tempo un’esistenza autonoma e poi si fondono, nella capanna dei racconti di Eumeo”. Come poi sarà “agli albori del romanzo europeo”: “Meister”. “Karenina” e la “Ricerca” “sono costruiti secondo il medesimo principio sinfonico”. Un’ arte “che, venticinque secoli dopo, i romanzieri dell’Ottocento avrebbero appreso con fatica, e con un acutissimo senso della propria originalità letteraria”.

Sinergie – La giovanissima cantante di “Amici”, Mediaset, diventa cult dì facebook, milioni di followers, scrittrice per giovani bestseller di Mondadori, celebrata in tutte le pubblicazioni del gruppo, promossa nelle librerie, presentata a Pontremoli (Bancarella) e, tra luglio e agosto, nelle più affollate località di villeggiatura, nelle librerie del gruppo e altrove, caffè, piazze, librerie locali. Questo è ben fatto. 

Sogno – La vita è sogno viene da lontano. Già l’uomo di Pindaro è “l’ombra di un sogno”, - “Ottava pitica”, 5.

letterautore@antiit.eu

Torna l'uomo della Provvidenza, globalizzato

Cinque anni con Erdogan, vedremo di tutto. Carcerazioni. Condanne. Donne velatissime. Viaggi a Mosca. E magari a Damasco. Il papa di un islam vendicativo, quello che non avremmo voluto.
Quattro anni con Macron non saranno meno sorprendenti, ogni giorno una trovata – è la politica dell’immagine del presidente francese: occupare ogni giorno la prima pagina. Educato dai gesuiti, socialista della grande burocrazia e delle banche d’affari, ora “riformatore” in loro nome (liberalizzatore), assistito da ex extraparlamentari, Henri-Lévy, Cohn'Bendit.
E poi c’è Trump naturalmente, fenomeno ancora più grossolano, perché in America si sarebbe detto impensabile – l’ipocrisia vi è poca. Che però non si nasconde.
Cosa li accomuna? Con le dovute cautele, siamo in democrazia, l’informazione è libera, insomma, ma mai ognuno è stato così libero di dire la sua. E il voto è universale: disprezzato ma disponibile. Ma torna l’uomo della Provvidenza, il Semplificatore, il Risolutore. 
Il partito del Capo è prestissimo evoluto in Capo senza partito. E questo è tutto l'Occidencte. 
Un Occidente come l’Oriente, c’è una globalizzazione anche della politica.

Tolstòj vegliardo guerrigliero

Tolstòj romanziere d’avventure. Di Ceceni e Russi quando ancora non se ne sapeva – giusto Potocki, quello del “Manoscritto trovato a Saragozza”, viaggiatore intrepido. Di sentimenti forti, di un guerriero, prima per una patria poi per l’altra, con la fine drammatica che il destino esige. Lontano dai romanzi urbani, borghesi, che fanno “tutto Tolstòj”: “Karenina”, “Guerra e pace”.
Sullo sfondo del Caucaso, remoto e vicino, incontaminato e insanguinato, mondi tribali in perpetua guerra, Chadži-Murat abbandona I suoi ceceni e passa con i russi. Un tradimento che non è un tradimento, ma non è la sola attrattiva del racconto. L’Est selvaggio. L’imperialismo russo di confine, un’espansione che è una condanna – è della Russia come di Roma antica, impegnata costantemente a “proteggere” i confini. Un racconto superbo, che lascia senza fiato.
L’edizione Voland è tradotta da Paolo Nori, per una collana di scrittori tradotti da scrittori. Ma questo Tolstòj non ne ha bisogno, “buca” ancora la pagina. Un racconto tardo, di fine Ottocento, quan do Tolstò era perduto tra filosofia, religion e follia, pubblicato postumo, ma quanto possente.
Lev Tolstoj, Chadži-Murat Voland, pp. 208 € 10
Bur, pp. 192 € 8

lunedì 25 giugno 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (367)

Giuseppe Leuzzi


Il Nord è puro già in antico. Apollo, uno dei tanti lestofanti meridionali, assassino a tradimento, untore della peste, vagando per purificarsi espiò presso gli Iperborei, “ai confini del mondo, alle sorgenti della notte”, dice Eliano – “una popolazione purissima del Settentrione”, aggiunge Citati (”La mente colorata”, 20).

“Si è chiesto perché paesi come l’Italia o la Grecia”, chiede Wolfgang Schäuble a Paolo Valentino che lo intervista per il “Corriere della sera”, “hanno usato molti meno fondi di investimento europei di quelli cui potevano aspirare, nonostante ne avessero bisogno?” Il Nord non ha tutti i torti.

Una gara, Frosinone-Palermo, all’insegna dell’intimidazione. Di un arbitro debole, e perfino inetto – dal Frosinone, raccattapalle e riserve, piovevano palloni in campo quando Palermo attaccava… Fosse successo lo stesso in Palermo-Frosinone si sarebbe detto mafia. Le parole contano, molto.

La federazione tedesca del calcio si è scusata con quella svedese per le scene di esultanza, “forse eccessive”, della sua squadra dopo la vittoria all’ultimo secondo utile. Il Real Madrid non ci ha nemmeno pensato, dopo le “scene di esultanza”, di Sergio Ramos e altri, alla vittoria sulla Juventus dopo l’ultimo secondo utile, decretata dall’inglese Oliver chiaramente “pagato”. Il Nord è  superiore.
 
Il mercato mafioso
Fubini ipotizza su”Corriere della sera” che l’exploit del fondo londinese Alan Howard, più 37 per cento nel solo mese di maggio, in due sole settimane, dal 15 al 31 maggio, dopo una lunga navigazione sott’acqua (“Alan Howard ha perso il fiuto”), è legato all’indiscrezione sul presunto primo “contratto di governo”, che “qualcuno fa trovare in busta anonima” allo “Huffington Post Italia”, il giornale online del gruppo De Benedetti: “Se c’è un momento in cui tutto è iniziato”, l’improvviso balzo del fondo ribassista sui titoli del debito italiano, “è il giorno e l’ora della lettera allo «Huffington Post Italia»”. Del piano A, o B, del governo gialloverde, quello che prevedeva l’uscita dall’euro.
È probabile, poiché così vanno le cose. Come al tempo del terrorismo, i giornali cassetta delle lettere non sono innocenti.
“L’assalto ai mercati di martedì 29 maggio”. Sotto questo titolo “Il Sole 24 Ore” ricostruisce in una grande inchiesta una giornata nera per l’Italia sui mercati di Borsa, per i titoli pubblici e per le banche: “Ore 10,30, l’Italia vacilla, poi scatta la difesa”.  L’Italia vacilla per un attacco concordato: “Gli hedge fund si preparavano già da mesi a sfruttare un’eventuale impasse politica”. Del fondo inglese Howard “Il Sole” documenta “l’incontro a novembre con il M5S”.
Anche “Il Sole” concorda col “Corriere della sera” che la divulgazione del piano B, o A, è stata organizzata per favorire la speculazione. “Il Sole”dà “alcuni dei tanti fondi che hanno posizioni nette corte (dunque ribassiste) sulle banche italiane”, e questi “alcuni” sono ben diciotto, compresi i maggiori. Contro banche che pure hanno – e avevano - indici patrimoniali e di solvibilità migliori in Europa. Ma poi si lascia intendere che sono manovre di operatori e istituzioni carogna, mentre sono il mercato, il modo di essere del mercato.
Il mercato è un’ideologia. Brutta, di affaristi. Se non fosse nordica si direbbe di mafiosi. Ne ha tutte le caratteristiche: illecito arricchimento, associazione, violenza. Che il mercato faccia l’unanimità della cosiddetta opinione pubblica è un’aggravante e non un’attenuante: è impossibile non configurare in questa opinione pubblica il concorso esterno in associazione, sempre a fini di lucro con la violenza.
È noto che l’informazione economica viene gestita direttamente dalle banche d’affari, che sono i soggetti mafiosi del mercato (a fini d’illecito arricchimento, etc.), con l’ausilio delle agenzie di rating. Una mafia diversa da Totò Riina, ma con bombe  solo più ingegnose, sofisticate, non meno micidiali. Che il debito pubblico del Marocco o della Romania sia solvibile come quello italiano è difficile da credere, ma è su cose di questo tipo che il mercato sfida immune ogni saggezza, specie quella dell’intelligenza italiana “buona”, piena di sé, che si deve far perdonare l’anticapitalismo: il lucro è enorme.

La scoperta della Calabria
Si può dire “Gente in Aspromonte”, la raccolta di racconti per i quali Corrado Alvaro resta famoso, la “scoperta della Calabria”, sulla traccia di Leonardo Sciascia, del suo saggio su Verga, “Verga e il Risorgimento”, da intendere il Risorgimento della Sicilia. Con una differenza: che la Sicilia è partita dai “Malavoglia” e “Mastro don Gesualdo” per un percorso di liberazione, almeno letteraria, mentre la Calabria vi è rimasta impigliata. O impigliata non è la parola giusta, poiché la Calabria stessa se ne gloria. Ma è uno stigma e una condanna, dopo essere stata una scoperta: la Calabria anche letteraria, che ai tempi di Alvaro e prima era libera e perfino libertina, da Campanella a Padula, e piuttosto curiosa, di fatti civili, letterari, filologici, storici, è da allora muta. Senza storia, senza curiosità. Se non per lamentare abbandono e derelizione, anche quando è ricca, abbiente, in carriera. Immersa nel vituperio e la derelictio in cui il mondo ostile la comprime, una forma acuta di odio-di-sé. Anchilosata sul racconto del titolo, di violenza muta, primitiva. Anche presso letterati e poeti che vivono nelle capitali del mondo, allora del presente e perfino del futuro. Come se indossassero un casco, o quello di una realtà virtuale, o una uniforme.
Sciascia, “Verga e il Risorgimento” (in “Pirandello e la Sicilia”) dice di Verga che porta alla “scoperta” della Sicilia: “Verga inconsapevolmente portava questo popolo nel flusso della storia; ponendolo, nella luce della poesia, come «problema storico» della coscienza della nazione e dell’umanità. (Sappiamo bene che c’era già una «questione meridionale»: ma sarebbe rimasta come una vaga «leggenda nera» dello Stato italiano, senza l’apporto degli scrittori meridionali)”. Certo, al tempo di Sciascia (quando?) c’era una “coscienza della nazione”.

Milano
Coutinho fa da solo la partita del Brasile contro la Svizzera. Tutti incantati. Era dell’Inter, che non lo faceva giocare, e per non pagargli l’ingaggio lo mandò all’Espanyol, la squadretta di Barcellona. Ora costa 150 milioni – è costato l’ano scorso, ora di più.


Celebrazioni in pompa, sulla “Gazzetta dello Sport” e il “Corriere della sera”,  per il passaggio all’Inter di Nainngolan, calciatore ubriacone e indisciplinato, che il Belgio da tempo ha espulso dalla Nazionale e la Roma voleva cedere, trovando a Milano un prezzo insperatamente speciale, per un golosissima plusvalenza. La pubblicità è l’anima del commercio?


Un altro interista invece, Karamoh, si segnala  per twittare: “Juve m...a”. Non gli è bastato, e ci è tornato su: “Mi son sbagliato, in realtà volevo scrivere Milan m…a”.
Si è pensato che, da africano, della Costa d’Avorio, il ragazzo volesse insultare il milanista Salvini. Ma è vero che a Milano sopratutto si impara a buttare merda su tutto.

Il Milan dunque, passato per una squattrinata proprietà cinese, sarà salvato da un calabrese, Rocco Commisso. Dopo essere stato salvato in campionato da un allenatore calabrese, Gattuso. E nei conti da un sagace direttore sportivo calabrese, Mirabelli. Si potrebbe dire Milano terrà di opportunità, anche se Commisso i soldi li ha fatti negli Usa. Ma Commisso, benché provvido salvatore, già piace meno del fantomatico Li. E si può scommettere che cause per mafie sono già in itinere.

Maroni e tre dirigenti della Regione Lombardia sono condannati a un anno di carcere per avere raccomandato la segretaria dello stesso Maroni per un posto in una società della Regione. Raccomandazione di cui la segretaria del presidente della Regione non aveva bisogno. Per uno stipendio da 30 mila euro l’anno, 1.300 al mese, che molti rifiutano. Il processo è durato quattro anni.
Si mettono il processo e la condanna nel pregiudizio politico – il leghista Maroni avrà molti nemici, non solo nel Pd. Ma un’altra verità è più certa: meglio processare la raccomandazione che la droga, che a Milano come si sa non esiste – nessuna condanna, nessun processo. Né la corruzione – se non, proprio, quando è sfacciata.

I licenziandi prendono tutti 100? Va bene se succede a Milano. Se succede in Calabria il “Corriere della sera” schiera molte pagine e i suoi grossi calibri contro – “vergogna!”, etc. Se succede a Milano grandi riconoscimenti e feste.
Quest’anno il giornale di Milano si supera: celebra in anticipo i 100 dell’anno scorso, con foto, fotine, dichiarazioni.  Milano non è solo razzista. È razzista violenta.

Milano nel 2005 ha cacciato Muti, l’ “orchestra rossa” della Scala. Senza reazione della città. Da allora la Scala è in bassa fortuna e Milano tenta di riportarci Muti, magari per un concerto di Natale. Il quale, con la scusa o l’altra, non sono un politico, ho un impegno inderogabile, sicuramente sì,  vedremo, si defila. Ora va a Kiev, gli piacerebbe tornare a Damasco, a Chicago si trova bene – ed è tutto dire. Ma Milano fa finta di nulla, bisogna sapere incassare.

Nel 1960, nel mezzo delle celebrazioni di un secolo di unità d’Italia, Milano, giunta centrista, sindaco Virgilio Ferrari, socialdemocratico di Saragat, ribattezzò la via Vincenzo Giordano Orsini in viale delle Legioni Romane, in un tardo rigurgito di romanità mussoliniana. Orsini era il capo manipolo siciliano dei Mille che, “distraendo con simulata fuga le regie truppe” borboniche, come recita la lapide al suo paese, Sambuca (Agrigento), permise a Garibaldi di occupare indisturbato Palermo,  Il leghismo parte da lontano.
“La colonna Orsini”, scrive Sciascia nel saggio “Navarro del Miraglia” (in “Pirandello e la Sicilia”), “è un po’ il «naso di Cleopatra» dell’impresa garibaldina; il perno su cui la ruota della fortuna garibaldina decisamente girò”.

Milano era celebre per le fiere. I luoghi del denaro.

Il film di Guadagnino selezionato per gli Oscar, dove poi ha vinto il premio per la sceneggiatura (di James Ivory…)  è di Crema, Cremona, Lombardia, Milano. Le celebrazioni si sono sprecate anche sul “New York Times” di come la bellezza del film sia di Crema, dei sobborghi di Crema, della villa diroccata nei sobborghi di Crema dove Guadagnino ha ambientato il suo film. Meglio di Bordighera, che era la location originaria, con più luce, più velata, etc. Solo perché Guadagnino abita a Crema, e la location vi era meno costosa. La pubblicità è l’anima dell’identità: bisogna amarsi molto per esistere.

“Chiamami col tuo nome” è però, vero, un omaggio alla campagna lombarda, sontuoso. Tra verde, acque, trasparenze, semplicità – fino alle trasparenze della sponda lombarda del Garda. La campagna lombarda, che Stendhal, per dire, tanto amava, è l’unica immagine che si fissa, nel montaggio veloce, scattante di Guadagnino. Luca Guadagnino, che è siciliano, nato in Sicilia da genitori siciliani, ha dato alla Lombardia quello che nessun lombardo, dopo Manzoni, ha coltivato o visto.

Solo perché Guadagnino (che è siciliano, nato in Sicilia da genitori siciliani) abita a Crema, e ha scelto la location meno costosa. La pubblicità è l’anima dell’identità: bisogna amarsi molto per esistere.

Milano leghista ha celebrato sabato il giorno dell’immigrato. Organizzando una tavolata di due chilometri e mezzo per loro – ma “ognuno col suo cibo”- al parco Sempione. Alla quale il sindaco ha fatto visita, dichiarando: “Sono l’anti-Salvini”. Essere il tamburo, suonarlo, e farsi l’applauso: bisogna essere pieni di sé, senza dubbio.

Sempre sabato l’Osservatorio sull’attrattività e la competitività ha decretato Milano un “modello globale”. O almeno una “città sempre più leader in Italia e in Europa”. L’Osservatorio è milanese, anzi del Comune, ma non importa: certifica il primato di Milano, e questa è un’occasione per affermarlo - non c’è traguardo in questi primati, basta la parola.

Da almeno mezzo secolo, diciamo da quando uno legge il giornale non distrattamente, Milano si celebra. Ogni pochi gironi è in cima a qualcosa, è superiore a qualcuno, viene prima o seconda - prima comunque in Italia, seconda magari a Parigi, o Londra, o New York. Non si incensa, certo, la città è molto fredda. Ma a che altezze deve essere arrivata?

Già trent’anni fa, per esempio, Roma era morta mentre Milano trionfava. Almeno sul “Corriere della sera”, che ci faceva su una pagina come oggi per l’Osservatorio: “La vita a Milano? Merita 7”. Nel rapporto di un “Population Crisis Committee” di Washington. “Roma eterna precipita nel limbo della mediocrità”. Senza scherzo: per Roma “solo un 2 in aria pulita, al livello di Città del Messico. Nell’Urbe allarme per la salute”. Invece a Milano l’aria era pulita.
Napoli stava “molto più in basso, in compagnia di Algeri e Casablanca”. 

leuzzi@antiit.eu

Pd, partito d'opinione

Per le continue sconfitte elettorali come per le questioni migranti e le altre questioni Ue (euro, Libia, Russi, Iran), tutti i problemi aperti, non si sa cosa il Pd pensa o potrebbe-dovrebbe pensare.
Eppure ha una distinta concezione della propria superiorità, e tutti i media a favore, Rai, Sky Tg, La 7, il gruppo la Repubblica-l’Espresso, il gruppo Rcs, il gruppo del Messaggero – non tutti, ma un buon 80 per cento. Anche se ha perso e perde contro proposte e candidati non eccezionali, e perfino mediocri.
Usava un tempo per i partiti che ambivano a un seguito di massa e fallivano, i Liberali prima, i Socialisti poi, teorizzare e praticare la strada del “partito d’opinione”. Che manteneva cioè un impatto sull’opinione pubblica, ma con una struttura snella e poco costosa. Oggi del Pd non c’è nemmeno questa, l’opinione. E, peggio, il Pd non è solo, tutti i media sono senza argomenti, se non il ghigno della superiorità.
Potrebbe essere un rapporto di causa ed effetto: un Pd “vittima” dei “suoi” media, dei suoi supposti supporter. Oggi Martina e il “Corriere della sera” lanciano un appello per l’unità dei progressisti alle Europee, “da Macron a Tsipras” – Macron progressista? Ma se così fosse una soluzione è ipotizzabile, di un partito che si libera dei falsi argomenti. Mentre probabilmente il Pd non è altro che i suoi media, senza argomenti.

L’Occidente incorona Erdogan

Voto truccato in Turchia e vittoria scontata di Erdogan. Truccato perché: 1) i concorrenti di Erdogan sono stati imprigionati, i media “normalizzati”, con sequestri, carcerazioni, qualche condanna e molti esili, l’opposizione, specie quella curda,colpita con chiusure e sequestri; 2) le elezioni convocate un anno e mezzo prima della scadenza, per cementare una riforma costituzionale presidenzialista imposta con un referendum forzato; 3) lo spoglio contestato da osservatori non di parte. Ciò malgrado, si celebrano le elezioni in Turchia come se fossero normali. Si fa finta di niente, in Europa e negli Usa, dove invece si pretende di “esportare la democrazia”, in Afghanistan, in Iraq e in Siria come in Ucraina e in Russia, e forse in Iran. Erdogan è anche percettore di ingenti capitali europei a fondo perduto, sei volte quelli dell’Italia, per fronteggiare l’emergenza migranti. Facendo valere che la Turchia è il paese con più immigrazione incontrollata dalla Siria, mentre questo è il Libano (che non riceve niente, o poco più). La Libia e la Tunisia, che fronteggiano l’ondata migratoria africana, anche loro non ricevono nulla, se non quel (poco) che dà l’Italia. Non è cecità, i fatti sono notori e noti. È una politica. Ma di che? Non islamista – pro sunniti e anti sciiti, come avviene in alre parti del Medio oriente. Non europeista: la Germania, che ha voluto il finanziamento a Erdogan, non vuole la Turchia nella Ue; Non atlantista, poiché gli Stati Uniti negano alla Tirchia il rinnovo dell’armamento balistico – che Erdogan può tranquillamente minacciare di procurarsi in Russia. Non antiterrore – Erdogan ha usato l’Is per ricattare l’Europa e gli Usa. I successi internazionali sono il fondamento decisivo del successo elettorale di Erdogan – l’isolamento lo avrebbe punito.

L'intellettuale Fellini

Un’intervista anomala col grande regista, da parte di una scrittrice che gli si presenta come poetessa, incaricata di una pubblicazione americana, che non si materializzerà, e poi come esperta di Krishnamurti, stuzzicando così l’interesse di un uomo ormai stanco. Siamo nel 1991, l’anno successivo a “La voce della luna”, l’ultimo, non amato, film, pochi mesi prima della morte. Il suo vero ultimo film, di cui Fellini si dice qui ripetutamente felice, è  “L’intervista”. Perché è casuale, “cosa che al cinema è difficilissimo, perché il lavoro va programmato”.
Toni Mariani arriva di fatto a Fellini presentata da Moravia. Ma fa un bel racconto dell’approccio. E poi delle conversazioni, che sono state più d’una. Un utile complemento, oltre che godibile, ai tre libri di Fellini, “Fare un film”, “Bloc notes di un regista” e “Intervista sul cinema” (“la lunga intervista che ho fatto inventandomi io stesso le domande”).
Molto è noto. I cineasti amati: Bunuel, Kurosawa, Kubrik, Bergman. Il regista demiurgo: “Quando da giovane andavo a Cinecittà (da giornalista, n.d.r.), e vedevo i registi girare i film, ammiravo il loro potere”. Giulietta adulta-bambina.
Ma molte sintesi elettrizzanti Maraini cattura. Carlos Castaneda a lungo, che appare e scompare, antropologo oggi dimenticato, un peruano che inventò un Messico tolteca-magico. Villaggio e Benigni  spersi sotto la luna, il “non essere visti”. Il “tempo fermo”. La “nevrosi dell’inizio” (“mi succede sempre più spesso di cercare di ritardare l’inizio di un  film”), L’inadeguatezza, nella vita come nel lavoro, e nell’immaginazione: “Per sapere se tramite il lavoro io abbia maggiore conoscenza di me stesso, mi sembra che non ci sia evoluzione e  di trovami sempre bloccato e intrappolato nella stessa età”. La creazione, riuscita “quando, a chi la fruisce, essa dà l’impressione di ricevere una carica di energia”. Il processo creativo come parte di “una curiosità da entomologo” – alla Jünger. E, in definitiva, “una testimonianza sull’impossibilità di «testimoniare»”. Il sospetto confermando, di un Fellini molto intellettuale, malgrado il personaggio che se ne è fatto, nato “pittore”, come lui stesso dice, e “inviato speciale”.   
A Toni Maraini, sorella di Dacia, si devono raccolte di racconti, i ricordi del padre Folco, e molta saggistica sulla letteratura maghrebina, avendo vissuto a lungo in Marocco. 
Federico Fellini-Toni Maraini, iMago. Appunti di un visionario, Semar, remainders, pp. XIV-52, ill. € 10

domenica 24 giugno 2018

Il fronte di Macron è la Libia

Non ci sono due soluzioni per il problema migranti. Chi sbarca in Italia sbarca in Europa, la Ue si dia una mossa.
La proposta franco-spagnola di aprire in Europa gli hotspot,  i centri di controllo e smistamento, invece che in Africa,:nei paesi-rifugio o in quelli di partenza, potrà servire ad avviare anche in Francia il business dell'accoglienza, ma non è una soluzione. Il patrocinio di Sanchez alla proposta si ritiene di facciata, è Macron che vuole mettersi di traverso.
Non ci sono molte attese alla Farnesina sui colloqui di vertice in materia. Perché, si ritiene, Macron comunque non vuole una soluzione. Vuole al contrario tenere aperta la "questione"; nel tentativo di isolare l'Italia in Libia, che è il suo vero obiettivo.
E su questi due riferimenti, che ritiene di forza e non di debolezza, che il governo si muove: avviare una soluzione con la Germania, e fronteggiare l'aggressività francese.

Ai vaffa l'Europa risponde

Con iniziative contestabili e linguaggi violenti, il governo improvvisato - il governo Conte - è riuscito in pochi giorni a imporre la questione migranti alla Ue, se non a risolverla. Minniti dice il contrario, che in quindici giorni questo governo ha disperso quanto lui ha costruito in anni, ma non è vero. La questione è stata infine imposta alla Ue, dopo anni di chiacchiere sterili.  E una soluzione dovrà esserci, essendosi infine costituito un asse con la Germania - e con l'Austria. È stato anche rivelato opportunamente il lato bousiness dell'accoglienza, dietro il volontariato di facciata - l'ipocrisia non paga.
Su questo fronte il governo Conte ha scatenato la Francia di Macron. Cioè  ne ha rivelato la  debolezza. I linguaggi altrettanto violenti di Macron non nascondono ciò che la Francia ha fatto e fa a Calais e alla frontiera con l'Italia. La fotina col leader socialista spagnolo Sanchez ne dice la pochezza, di Macron - con uno che ha un governo che non governa,  ed è la sua antitesi politica.
Un quesito però si impone: la Ue capisce solo il linguaggio dei vaffa?

La politica non scende dalle nuvole

Anche a Carrara il sindaco grillini vuole una funivia. Come Raggi a Roms. Sembrerà ai grillini di tornare via cavo tra le nuvole, da dove sono sbarcati?
In realtà c'è un abisso tra De Pasquale, sindaco di Carrara, e Raggi. De Pasquale sa tutto della città, dal teatro chiuso alle altalene dri bambini in piazza, ai problemi del marmo, che una palco imprenditoria moltiplica invece di risolvere - "Stiamo lavorando al marchio, alla tracciabilita, all'osservatorio sui prezzi", la funivia dovrebbe portare il marmo a valle, abolendo le carovane di mezzi pesanti che apprestano le Apuane. Raggi di Roma non sa nulla, o fa come se. Benché sia stata in consiglio comunale alcuni anni.
Ognuno certo è un individuo, diverso dagli altri.  Ma De Pasquale viene dalla vita pratica e dalla politica, insegnante di lungo corso, giovane socialista, volontario, in organizzazioni parrocchiali e non. Raggi viene dalle primarie di centinaia di voti con larga parentela,  e dalle confidenze dei fratelli Marra e dei vigili urbani assenteisti.

L’Occidente è un'Odissea

Il capitolo Apollo in apertura è un rovesciamento di Nietzsche – mai citato, filologo approssimato: Apollo era uno terribile, temuto ancora prima di nascere. Alla nascita inondò Delo di oro, luce  solidificata. Ma è il dio di Callimaco, che “cercava e sfidava gli eccessi”. Il suo poema, a lui dedicato, è l’“Iliade”. Dove subito appare untore di peste. E uccide Patroclo a tradimento, senza motivo. Apollo voleva solo, conclude Citati, acculare gli uomini ai loro limiti. 
Narrazioni dettagliate di fantasie remote, eppure vive anche nell’afasia del millennio. Altri lampi illuminano il racconto. Sull’“Iliade” poema della guerra, di “ferrea, bronzea necessità”, di “Terrore, Panico, Lite, Odio, Pianto, Frastuono, Lamento, Tripudio, Fragore, Urlo, Lotta”. Ma anche un poema della giustizia. Anzi, “L’«Iliade» apre la letteratura occidentale sotto il segno della più assoluta giustizia. Vincitori e vinti sono ugualmente prossimi al nostro cuore: tutti figure della necessità, pianti con tenerezza”. Mentre l’“Odissea” “è stata scritta in nome e dalla parte del destino”. Un racconto che “qualche volta… ci sembra intollerabilmente crudele”.
Per il resto una lenta, meticolosa parafrasi in prosa della “Odissea”: come un romanzo, in cui tutto sia detto, nella rilettura del critico – come nelle altre sue incursioni, il romanzo che Citati non ha scritto? È la riedizione del libro del 2002, con cui Citati sintetizza la storia dell’Occidente come uno sviluppo da Omero, non dalla guerra ma da Ulisse e la sua “Odissea”. 
Non proprio la storia, ma la storia della letteratura: la narrativa occidentale, Sette-Ottocento, nasce all’isola dei Feaci beati, alla corte di Alcinoo, lo storytelling, e poi nella capanna di Eumeo, il porcaro. Dopo l’apertura con tre fulminanti ritratti divini dal vero, di Ermes e delle Muse oltre che di Apollo. E la notazione che l’“Iliade”, “il primo Omero”, è tutta una parusia, mentre nell’“«Odissea» questo grandioso spettacolo teologico-mitologico è scomparso o è andato in frantumi”. Ma poi non del tutto – è difficile districare i racconti mitici, anche greci.
Una rilettura meticolosa, in dialogo muto con i tanti altri interpreti della odissea omerica, del “second Omero”, e inevitabilmente forse macchinosa. Ma libro di racconti meravigliosi. Odissea di un viaggiatore mentale. Che memorabilizza luoghi e persone incontrate a tavolino, nei libri. Per amatori di miti, di cui è Citati narratore appassionato, e non.
“La capanna di Eumeo è il secondo luogo dove nasce la narrativa occidentale: la seconda Feacia”. Questa la conclusione di Citati: “L’«Odissea» è un’enciclopedia del racconto: il «secondo Omero» vi tenta tutte le sue forme e possibilità, come se volesse concentrar  nel libro la storia della narrative occidentale”. È la tesi e la ragione del libro, e non c’è motivo di dubitarne, Citati ci mette molta passione e studio. Con specifiche e rispecifiche: Omero “pensa che il racconto lineare appartenga alla letteratura passata (o a quella futura): dispone di tre eventi narrative (Ulisse, Telemaco, i Proci); e fa in modo che gli eventi di questi tre centri siano simultanei”, e così via. Magari a scapito della temporalità, il prima e il dopo – la storia propriamente detta? C’è in Omero, nel “secondo Omero”, Henry James, Proust e quant’altri. E così via – c’è poco Tolstòj. C’è da leggere.
Citati è anche polemico contro le interpretazioni correnti, da Goethe e Schiller a Auerbach. Con vedute anche opinabili. – “la poesia ha bisogno di morte e di disastri”, “il piacere estetico ha sempre qualcosa di raccapricciante”, e viceversa, “come in nessun’altra tradizione occidentale la poesia è gioia”, usw. La lunga vertiginosa lettura dell’“Odissea” è anticipata nei fondamentali nel prologo sulle Muse. Con note curiosamente inservibili, benché indispensabili in un libro di citazioni. .
Pietro Citati, La mente colorata, Adelphi, pp. 359 € 14